Il quadrante della vedova

Marco 12,41-44 tratta di una vedova che mette in una  shupharot del gazophulakion due spiccioli /leptà, equivalenti ad quadrante cioè 1/4 di asse (una moneta del valore  di 50 centesimi di euro, cioè di circa mille vecchie lire)

Gesù – questa è la mia ricostruzione del fatto – si trovava nel cortile delle  donne, una zona  che era  separata dal cortile degli israeliti da un muretto ed aveva all’intorno delle colonne, che sorreggevano il matroneo, da cui  si poteva assistere ai sacrifici e alle funzioni del tempio. In questi portici  c’erano 13 bossoli /buche, a forma di corno, disposti in modo che chi passava poteva deporre monete, che calavano giù  ed arrivavano nella stanza del tesoro.

Un fedele, circonciso – era vietata severamente  ai non circoncisi entrare sia nel cortile degli ebrei che in quello della donne, pena la morte: un’iscrizione sulle monumentali porte di ingresso del  tempio vietava l’accesso ai pagani- poteva andare al cortile degli israeliti  dal cortile delle donne, mediante 15 gradini.

Dai bossoli il denaro, dunque,  confluiva, da varie parti, a seconda della disposizione  dei corni,  nella vasta sala del gazophulakion come elemosina  o come tributo per il tempio (la doppia dracma): questo
costituiva il tesoro del tempio dove c’erano addetti al raggruppamento delle singole  entrate, in relazione alle porte di ingresso del tempio  e dove  c’erano depositi pubblici statali con  proprio sigillo, ma anche  di  comunità distinte per segni,  e  perfino di conti  privati, custoditi in sacchetti, dopo che le monete erano state accertate nella loro  autenticità di conio- date le tante contraffazioni- e contrassegnate con il timbro templare   con certificato di probatio,  che attestava  che i saggiatori l’avevano provato e comprovato  (solo allora il deposito era definito  pecunia clusa et obsignata).

Insomma,  il gazophulakion era una banca/trapeza (cfr. A. Petrucci, Mensam exercere, Studi sull’impresa finanziaria romana , Iovine , Napoli 1991), la banca più grande  degli ebrei – perfino di quella di Alessandria-  ed aveva  molti gestori,  con un tamias, responsabile,  di stirpe sacerdotale,  che  -di solito- era collegato con lo strategos, di nomina del sinedrio, ambedue.

Gesù, dunque, era davanti al  gazophulakion.

Perché un profeta, un maestro, un uomo  spirituale  sta davanti al gazaphulakion?  Strano!

Ancora di più mi sorprende che stia seduto proprio davanti  alle bocche del Gazophulakion.

Se fosse un re ed avesse potere censorio, invece, avrebbe anche un significato lo stare presso una delle 13 supharot?!

Comunque, qualsiasi cosa stesse facendo nel tempio, Gesù che stava seduto (kathisas katenanti tou gazophulakiou –  proprio di fronte al tesoro- katenanti  fa supporre una volontà di inquisire ,come anche etheoorei)  esaminava, non stava a guardare, da curioso,  il modo come  l’ochlos popolo  gettasse denaro nel tesoro!.

Marco  parla dell’obolo ( è moneta greca del valore simile al quadrante latino) della vedova,  dopo il tributo a Cesare, a seguito della confutazione dell’errore dei sadducei sulla resurrezione (ouk estin theos nekroon alla zoontoon : polu planaste/ è dio non dei morti ma dei viventi: errate molto), della proclamazione dell’amore del prossimo come primo comandamento, della propria proclamazione come Messia, Signore più che  Figlio di Davide in una correzione della lettura degli scribi, apostrofati come uomini che amano passeggiare in lunghe vesti, rivere saluti nelle piazze  avere i primi seggi nelle sinagoghe , i primi posti nei conviti, divorare le case delle vedove,  fare ostentazione delle lunghe preghiere.

Il  racconto di Marco, quindi, è nodale  in quanto subito  dopo  l’evangelista fa un discorso escatologico, mostrando l’inizio dei dolori e il vertice della tribolazione (tutti termini  spie dell’avvenuta  distruzione del tempio e della città)  per giungere a focalizzare la venuta del Figlio dell’uomo  sconosciuta  a tutti (perfino agli angeli e  allo stesso Figlio) e nota solo  al Padre, per cui  c’è l’esortazione a vegliare  con l’uso  di tre termini  blepete, agrupneite… grhgoreite (anafora  di quest’ultimo con  poliptoto /ina grhgorhi).

Noi abbiamo parlato a lungo di discorsi apocalittici ed escatologici e rinviamo ad altri studi ( Apokalupsiscuriosità– ed altrove ), qui mi preme  rilevare che lo studio sulla vedova  da parte di un maran/ re, che esamina i suoi sudditi (specie sadducei e scribi, filoromani)  versare nel tesoro del tempio, ha un altro valore rispetto a quello dato dalla tradizione…

Dopo la purificazione del tempio, il maran può aver chiesto un contributo ai suoi sudditi ?…come Oro alla patria di Mussolini, fissato per la Giornata della fede il 18 Dicembre 1935?!…

Chi attende ancora la venuta del Signore, come parousia/ritorno, presenza divina, invece,  intorno alla fine del primo secolo d.C. , mira a  risolvere tutto in  un ammaestramento morale secondo quanto detto da Christos  che rileva  come la vedova  (definita non khhra ma auth h ptookhh),   anche se poveretta,  ha gettato  più di tutti (pleion pantoon ebalen toon ballontoon ), dando  una spiegazione divina –  solo un dio può vedere quanto versato e sapere la verità!- di quanto dato da tutti gli altri  (to perisseuon il superfluo) , rispetto al  versato dalla vedova che ha dato tutto ciò che ha, cioè tutta quanta la sua vita/ panta osa eiken, olon ton bion auths.

La conclusione di Marco è, dunque, che la poveretta dà tutto ciò che ha, mentre  tutti gli altri solo il superfluo, in una esaltazione dei poveri  rispetto  ai ricchi (condannati!), degli ultimi rispetto ai primi, in un rovesciamento delle situazioni, secondo la retorica delle antitesi.

Una facile lezione morale, amici cristiani,  puzza -tanto- di inganno, da parte del  nuovo sacerdozio christianos!

Gesù. Meshiah aramaico, methorios , politikos

Gesù fu un messia aramaico, methorios e politikos.

Ho già trattato il problema della regalità di Gesù aramaica,  e quindi del Makuth ha shemaim, ed ho puntualizzato la funzione methoria dei giudei ellenisti, oniadi,  in relazione al sistema trapezitario ed emporico (Cfr. Jehoshua o Iesous? Maroni,2003).

O methorios, da una parte, ed o politikos, da un’altra, sono due  tipici aggettivi  sostantivati che  sono stati  da me per anni connessi alla figura dell’ellenista giudaico- alessandrino, di cultura greca, in particolar modo all‘alabarca di Egitto, espressione di un’attività commerciale e politica  dell’ebreo nell’impero romano. In quest’ultimo decennio, ristudiando e rivedendo  la situazione del Malkuth alla luce delle indicazioni di Marco ( e di Matteo), mi sembra di poter/dovere correggere  la radicale impostazione precedente in senso aramaico del Messia  nel  corso del suo Regno, imprecisato nella sostanza, anche se determinato nella cronologia. 

Se si legge Marco (11,12,13)  è possibile rilevare da una parte l’aspetto della novitas  di Gesù aramaico,  che ha preso il tempio, che ha una sua neoteropoiia/politica nuova, dopo una stasis/rivolta vittoriosa, ma  non precisa la  provenienza della sua exousia/potere/ potestas, mentre ambiguamente  specifica, secondo i criteri zelotici, il suo pensiero  antiromano, senza provocare  dilacerazioni tra i suoi seguaci e senza tagliarsi i ponti per una ricucitura politica con la romanitas dominante, di cui c’è  traccia in ta Kaisaros apodote Caisari kai ta tou Theu Theooi, in un servizio  apparente a due padroni.

Gesù, methorios e politikos  è compatibile  nel periodo 32-36, in un momento in cui l’impero romano non si interessa alla situazione dell’area siriaca e siro-palestinese, mentre  l’impero parthico  sostiene il messianesimo, utile ora alla sua espansione fino al Mediterraneo in una ripresa della politica di Pacoro del 40-38 av. C., in un recupero dell’eredità achemenide e seleucide,

Il messianesimo giudaico autorizzava  Artabano III, collegato con Areta IV, re dei nabatei  e con Monobazo ed Izate,  re dell’Adiabene ad un  intervento militare antiromano  per la riconquista dell’Armenia e della Siria e della Celesiria  e alla definitiva rottura della siepe antoniana dei regni vassalli e delle tetrarchie, imposti dai romani alle popolazioni aramaiche (specie quelle di Erode Antipa, di Filippo)  e all’ abolizione  della provincia  di Siria e  della sotto provincia di Iudaea

A vittoria  conseguita,…  instaurato il malkuth,  purificato il tempio… il regnare era oltremodo difficile per il Messia:  c’erano problemi logistici di collegamento tra gli aramaici di due imperi diversi e c’erano  controversie decennali tra aramaici e  pagani greci e gli stessi giudeo- ellenisti,  c’erano perfino incompatibilità  religiose e commerciali tra i giudei ellenisti e i  greci pagani.

Il regno del Messia,  ricavato entro i limiti del confine romano, era di popolazione mista,  con una popolazione non inferiore ai 1.800.000, di cui gli aramaici formavano un nucleo compatto di 600.000  persone, ma la maggioranza era  quella costituita da  giudeo ellenisti e  da pagani (specie nelle due tetrarchie erodiane e in  Decapoli ,e lungo il litorale mediterraneo), mentre ancora  le forze parthiche occupavano la Siria e l’Armenia ed arrivavano fino al Mediterraneo…

Inoltre gli aramaici non predominavano nemmeno in Gerusalemme e nella Giudea, data l’alta presenza di giudei ellenisti che formavano la classe  dominante sacerdotale sadducea, gli erodiani e gli scribi, che   avevano il supporto dei sebasteni, truppe erodiane consociate come auxilia ai  milites romani,  che, inoperosi, erano nei castra  dislocati in molte postazioni non distanti dall’Eufrate. Inoltre tutta la regione della Giudea  era collegata  con quella di Samaria, di religione   scismatica,  che aveva  una propria Bibbia (Pentateuco e libro di Giosuè) e  con l’Idumea , che,  pur divisa tra aramaici e greci, aveva un consistente gruppo di  elementi di sicuro affidamento messianico, come anche la Perea e la stessa Galilea, da cui era partito il movimento, vincente,  di insurrezione messianica…

Le forze, dunque, del Messia, seppure insediato in Gerusalemme e  nel Tempio, non permettevano un governo della città  e delle zone occupate, circonvicine, secondo la rigida applicazione legalistica della Musar, cultura  aramaica: il sinedrio messianico doveva essere di  varia composizione e comprendeva sadducei,  farisei ed esseni,  erodiani e naziroi galilaici di varia estrazione sociale,  ed era subentrato a quello sciolto,  dominato dai sadducei e dagli erodiani  e  controllato dalle  potenti famiglie di Anano I  e del genero Kaifas (collegato con i cinque cognati,  Eleazar, Teofilo, Gionata, Mattia, Anano II – Per Flavio- che si meraviglia del fortuna del vecchio,  Ant. Giud. XX, 9.1 Anano fu molto fortunato . Infatti cinque suoi figli , dopo che lui aveva goduto dell’ufficio per un periodo piuttosto lungo, sono stati sommi sacerdoti-) e di Anania Boeto Canthera.

Infine il Regno secondo i confini erodiani  (cioè fascia costiera, l’ex tetrarchia di Filippo, la zona transgiordana)  era da conquistare,  come anche il titolo di maran  senza il riconoscimento di Tiberio  (come anche quello di Basileus con  il consenso di Roma)…

Essere Messia  comportava un tenere a freno i vincitori aramaici sia gerosolomitani, che galilaici che parthici,  e quindi  venire a patti con  gli  stessi sostenitori, limitati nella loro esuberanza vittoriosa, e nelle pretese di ricompensa legittima con le funzioni governative e le cariche  (cfr. Marco,10, 35-45), delusi nella spartizione del potere: Il pensiero riportato dall’evangelista non corrisponde alla situazione di accadimento ma  è  collegato con quella di scrittura domizianea ed ha valore anagogico e morale, in una   contrapposizione tra potere pagano dispotico,  per honores  e quello messianico per servitium /diakonia (cfr. l’uso di diakonos  in relazione a doulos   e il poliptoto diakonethhnai – diakonhsai al fine di mostrare l’exemplum di chi dà la vita per il riscatto di molti).

E contemporaneamente sottendeva curare i vinti  sadducei e erodiani e scribi, filoromani e i romani stessi  in quanto bisognava rispettare i greci e specie i giudeo-greci  che si erano arresi senza spargimento di sangue e che  si erano consegnati alla clemenza del vincitore  ed aumentare i rapporti con i giudei ellenisti specie di Egitto e di Cirenaica che avevano finanziato l’impresa, considerato l’immobilismo di Tiberio…

Il messia sapeva bene che le truppe romane erano  e nelle  regioni  a lui nominalmente sottoposte e  in Siria, dove il  contingente era  maggiore, anche se   le truppe  ora erano disorganizzate e  senza capi , specie, dopo la morte di Pomponio Flacco e la mancata rapida sostituzione da parte di Tiberio, più interessato all’eliminazione fisica  dei seguaci di Elio Seiano, -che aveva gestito la questione mediorientale, ed aveva posto  in Iudaea un suo uomo di fiducia, Ponzio Pilato- …

Ben si conosceva l’ attendismo  fatalistico  del vecchio imperatore, la politica, lenta nella rimozione dei  governatori. Tiberio raccontava l’apologo del ferito e delle mosche,  sentenziando che per un ferito era meglio sopportare le mosche vecchie che  ucciderle, perché, morte quelle che avevano a sazietà  succhiato sangue, sarebbero venute altre fameliche, avide: l’imperatore considerava i suoi governatori specie di nomina senatoria, agli inizi del mandato, avidissimi,  che però, si spegnevano col tempo, perché avevano raggiunto la sazietà  e potevano tornare dall’incarico provinciale con molte ricchezze tanto che, partiti poveri,  tornavano ricchi... (Cfr. Flavio ,Ant. Giud., XVIII,174-176). Celebre la  sua  massima:  è proprio di un buon pastore tosare il  gregge, non scorticarlo/ Boni pastoris tondère pecus, non deglùbere  (Svetonio,Tiberio XXXII).

La politica aramaica, immitis,  senza praoths,  barbaricamente violenta, di aggressione, non era possibile  come non era possibile seguire l’exemplum di Giovanni il battista,  la cui rigida vita di recabita, imponeva una dura osservanza della legge, una palingenesis una nuova vita col battesimo di purificazione ad Al Karrar (Betania oltre il Giordano), dopo un’attesa penitenziale ed addestramento militare: il messia, invece, doveva coniugare le tante anime dell’ebraismo e quelle  ellenistiche della società pagana,  per cui blanda era la sua interpretazione legalistica…

Infatti  Matteo (oltre che in 26,6 e sgg   circa il puro ed impuro ed unzione)   in 15,1 mostra, prima, che i discepoli di Gesù non seguono la tradizione degli antichi e nel mangiare  e nel lavarsi  e nell’onorare il padre e la madre  e poi  mette in evidenza Gesù che  definisce i  farisei ciechi e guide di ciechi...  Marco  aggiunge  in 18, 1 sgg un attacco dei seguaci di Giovanni, oltre che dei farisei, sul digiuno  non osservato dai discepoli del Signore   e in genere sul mangiare e bere con i peccatori, specie  con i pubblicani e specificamente  viene condannato lo sperpero,  in casa di Simone il lebbroso, di  unguento di nardo  e della rottura del vaso di alabastro  del costo complessivo di 300 denarii  (6000 euro circa;   si pensi  che a Giuda  vengono dati  30 denarii  circa 600 euro- il valore di un denario è di  quattro sesterzi  cioè di 16 assi; si noti che  con due assi si  può comprare un kg. di pane)

Insomma sembra che Gesù abbia un’altra gestione politica rispetto alla tradizione farisaica e alla  impostazione aramaica, giovannea, e che la sua deviazione sia  scandalosa e perciò marcata da oppositori seppure della sua stessa fazione….

Voleva forse  indicare altre possibilità, oltre a quella aramaica, ai suoi discepoli, pur rimanendo saldo il principio di fede giudaico e mosaico   di Dio solo padrone e padre di Israel ?.

Fu  quella stessa pretoria e censoria  di Erode Agrippa, convinto assertore di  una politica filoromana,  entro cui, però, doveva trovare spazio il giudaismo ellenizzato con le connessioni all’istanza messianica  aramaica !

Fu quella stessa  politica di Giacomo,  che nella sua figura di recabita e di  giusto tzadik, di baluardo del popolo aramaico  si faceva garante con i governatori filogiudaici (Fado, Tiberio Alessandro, Felice ) del comune  affare delle festività  ebraiche, assicurate nella loro regolarità,  lasciando aperto e il canale ellenistico e  quello aramaico, finché, cessata la collaborazione censoria e finanziaria  coi romani -ormai decisi ad estirpare   il cancro aramaico  ed ebraico ellenistico- riprendeva decisamente la politica  militaristica, esclusivamente aramaica, facendo sequestri ed  attentati  contro sadducei ed erodiani e contro i nemici romani.

La sua morte risultava  per Giuseppe Flavio l’inizio della fine del Tempio di Gerusalemme e di Gerusalemme stessa:  il giudaismo aramaico, fusosi con quello adiabene e mesopotamico, collegato con  quello idumeo, galilaico,  peraita e con gli ebrei scismatici  alessandrini  più intransigenti,-che erano stati rovinati della politica finanziaria dell’ultimo Nerone,- andavano alla  guerra contro i romani convinti che Davide  avrebbe vinto Golia  e che i più deboli avrebbero superato i più forti, sicuri che a Dio niente era impossibile e  che perciò  si sarebbe verificato miracolosamente  l’evento salvifico …

Si potrebbe,  dunque, inferire che  da Gesù derivi una doppia via operativa, mediante  due metodi diversi in relazione  alle 613 prescrizioni della legge utili  (sebbene in modi differenti)   a conseguire il benessere dell’anima e  quello del corpo?.

Ora,  siccome il popolo non ha la capacità di percepire  la natura delle cose spirituali, espresse in  forma esplicita o forma metaforica, allora per ogni massa occorre fare le correzioni delle condizioni di esistenza,   cosa che si consegue solo con l’eliminazione dei torti reciproci,  da una parte,  impedendo all’individuo  di compiere la propria volontà e  allontanando  le mete alla portata delle specifiche capacità, costringendo a fare quanto è utile alla collettività e, da un’altra , formando costumi utili alla comunità  tali da rendere la città ordinata.

Il benessere dell’anima non si consegue se non si raggiunge quello del corpo: si vuol dire cioè che bisogna assicurare lo stare bene  nella migliore salute, avendo tutte le cose necessarie a vivere  (casa  famiglia, cibo, denaro,  ogni cosa buona ed  utile al soddisfacimento degli appetiti umani)  non solo per un individuo o gruppo familiare ma per una comunità politica, perché l’uomo  è un animale  per natura  razionale  e politico, un vivente consociato che pensa prima alla propria sussistenza personale  poi a quella dei famigliari ed infine agli altri, come prossimo, facente parte dell comunità,  con cui condividerà  le cose, anche se  teso ad un  vantaggio, comunque,  sempre proprio.

Il benessere dell’anima  è di ben altra forma,  in quanto si cerca iniziando il proprio percorso  purificandosi col rifiuto  della pars corporale  (tengo presente il sistema sia degli Esseni che dei Terapeuti che  si disfano di ogni patrimonio e lo cedono a  parenti)  allontanandosi dagli altri e vivendo in comunità o in solitudine, tendendo  a sviluppare la razionalità  in atto, con un intelletto in atto, in un’ ansia e volontà di conoscere  tutto ciò che è possibile e tutti gli enti, in ragione  della perfezione ultima/teleioosis ,  che non consta di azioni o di costumi, ma solo di opinioni, come risultanze di una speculazione razionale  e  come conferma  di uno studio fatto.

Maimonide,  a proposito della legge e della perfezione ultima,  dice: la legge di Mosè nostro maestro  ci dà il vantaggio  di entrambe le perfezioni insieme: ossia crea le condizioni  migliori in cui  gli uomini possano vivere   gli uni con gli altri,  eliminando l’ingiustizia, e concedendo un carattere  nobile e virtuoso, così che gli abitanti del paese possano sopravvivere e perpetuarsi  secondo un unico ordine, affinché ciascuno  di essi raggiunga la sua perfezione prima, e le credenze  e le opinioni  corrette con le  quali  si raggiunge la perfezione ultima  (Cfr.la Guida dei perplessi, a cura di M. Zonta, Utet,,2013).

Quindi per Gesù maran  assicurare la giustizia  con tutte le condizioni politiche  è il primo compito, anche se  impossibile da realizzare in una comunità  composita, per dare un benessere corporale  …

La musar contempla di  fondere  le due perfezioni dando rilievo prioritario a quella corporale senza la quale non è pensabile nemmeno l’intelligibile benessere spirituale,,.

La paideia insegna philanthropia, ad essere uomo, ad  amare l’uomo come altro se stesso (Homo sum: humani nihil  a me alienum puto  Terenzio, Eautontimoroumenos ,77) in un adattamento  in situazione  e  a superare la prova/ ostacolo in relazione al proprio ingegno,  ad essere faber del proprio destinovivendo  moderatamente, secondo natura e  ragione, conseguendo uno stato  di eudaimonia in quanto anhr theios, capace di discernere tra le cose che esistono, e quelle  che dipendono da noi,  quelle che non dipendono da noi, servendosi della proairesis.

Questa  distingue, secondo la cultura stoica, i  fatti nostri  e li sottopone ad un razionale controllo  (giudizio di valore, impulso ad agire , desiderio, avversione, amore e ed ogni altro sentimento) da quelli non nostri  ( i nostri averi, le opinioni che gli altri hanno di noi, la cariche pubbliche ,  qualsiasi cosa  che non dipenda da noi esseri umani, ma da cause esterne).

Ora, Gesù regnando su ebrei e pagani, con un Tempio da gestire, un tesoro senza pari, con alleati armati  entro i propri confini e con nemici invasori, vinti, ma ancora sul proprio territorio, doveva per forza  praticare una politica di moderazione, quindi impostata sulla metrioths e non sulla ferocia barbarica.

Noi abbiamo cercato con pazienza, in tanti anni di  studio, i segni di una politica nei vangeli sinottici di  un Gesù Methorios, uomo al confine tra due regni, un aramaico moderato, che ha insegnato una doppia via, una seguita dal fratello Jakobos,  quella naziroa del Malkuth ha shemaim, ed una da Shaul  Paulus ed evangelisti,  che  hanno,  poi,  a seconda delle  situazioni,  sviluppato  in modo personale, l’eredità politica e  spirituale del  Maran, Re/Maestro, martire aramaico.

Da lui dunque derivano  e la via seguita da Giacomo  e dagli aramaici, che vanno ciecamente, fiduciosi solo  in Dio, alla guerra, alla distruzione  del Tempio , ed arrivano, dopo la rivolta del 115-116, allo sterminio con Shimon bar Kokba –  e quella dei Christianoi antiocheni e di Paolo che, seguendo la metriotes, fondendo  musar e paideia, tradizione ebraica e pagana, rompendo con la sinagoga- inquisita  e condannata dalle autorità- hanno una loro possibilità di sopravvivenza nel territorio romano, nonostante le differenze di lettura,  a seguito di skimmata ed erides ecclesiali, della medesima lezione del Signore e sopravvivono secondo  una propria gerarchia, greca, in relazione alle zone di diffusione della Basileia tou Theou.

Giacomo, dopo un lungo periodo di connessione con i prefetti romani,  irrigidisce la sua politica, specie negli ultimi anni di governatorato di Felice  nell’interpretazione integralista mesopotamica  del pensiero del fratello  a seguito della scoperta dei piani di distruzione romana dell‘ etnos giudaico,  mentre Paolo  e gli evangelisti  seguono l’indirizzo moderato di comunione tra giudei e pagani e  costituiscono   su una struttura retorica  una nuova base teologale e celebrano il mito di Gesù (figlio di Dio e di una Vergine, che,   venuto in terra  per redimere il mondo  dal peccato originale, ucciso dal suo stesso popolo,  risuscita)  e lo rievocano  con riti  come modello di vita e lo considerano nomos empsuchos.

Vediamo, dunque, come Gesù sia stato per ambedue le vie una guida ..

Non è facile seguire la doppia indicazione di Gesù (cosa  che richiede esami tecnici linguistici e storici):  in questa sede portiamo solo alcuni esempi di moderazione  politica che ci autorizzano a definire il Messia o politikos  Cfr A Filipponi, Giuseppe o il Politico , eBook Narcissus 2011) e trascuriamo tanti altri.

Scegliamo, tra i tanti,  due episodi, quelli più famosi, tratti da Marco.

ll  primo  (11,27) racconta di Gesù  che, tornato a Gerusalemme per la terza volta, passeggia nel Tempio  (viene usato il termine peripateo , aristotelico che indica un camminare e discutere con altri  forse nel cortile dei gentili  ), come uomo, che vincitore, domina la scena  col suo seguito di naziroi…

Il passeggiare  sottende  che già ha fatto l’ingresso trionfale, davidico, in città, seduto su un puledro, tra gli osanna popolari, ma a sera del giorno del 7 nisan, periblepsamenos tauta avendo attentamente guardato intorno le cose, ecselthen eis Bhthanian metà toon doodeka uscì in direzione di Betania con i dodici.

 Peripatein sottende anche  il possesso del tempio  da cui ha scacciato quelli che comprano e vendono, avendo rovesciato i tavoli  dei trapeziti, cambiavalute, e  banchi dei venditori di colombe  facendo da despoths queste azioni e rimproverando,  secondo i logia di Isaia (56,7) e di Geremia (7,11)  che il tempio è diventato una spelonca di ladri  quando è un luogo di preghiera ed impedendo di portare oggetti attraverso l’area templare.

L’evangelista, quindi, implicitamente  dichiara che Gesù ha svolto la sua funzione militare avendo non solo  exousia  strategikh/potestas praetoria ma anche h toon dhmàrchoon exousia / potestas  tribunicia.

Queste cose erano state fatte  (si rilevi che poieoo è verbo molto difficile da intendere  e che ha molti valori dal generico fare a creare di Dio kosmopoihths)  il giorno 8  di Nisan e i  sommi sacerdoti e gli scribi volevano ucciderlo, quando Gesù era nel cortile degli ebrei, ma temevano la folla: Gesù era andato via ed era tornato otan opse  egeneto, quando giunse la sera,  in una zona tra Betfage e Betania, il suo centro militare operativo.

Il giorno dopo , 9 Nisan,  stando Gesù nel cortile  dei gentili (non era entrato ancora in quello degli ebrei), mentre passeggia (con la Thiara parthica?!),  si presentano i sommi sacerdoti, gli scribi e gli anziani, insomma il sinedrio al completo, filoromano e chiedono: en poia ecsousia (dativo singolare, con alfa ed iota sottoscritto) tauta poieis; con quale potere  fai questo? ed aggiungono per meglio precisare la domanda  h tis soi edooken thn ecsousian tauthn ina tauta poihis /o chi ti ha dato il potere di fare questo?,

La domanda, pur duplice, è una in quanto la seconda è pura richiesta del nome del datore di ecsousia, che tutti conoscono, ma  non dicono e vogliono invece che Gesù lo dica espressamente.

Insomma si fa una richiesta ufficiale: chi rompe l’ordine stabilito nel  tempio stesso? con quale autorità lo faccia? Qui non si parla di autorità religiosa, di parola, di  disputa …

Le due precise domande sono fatte a chi ha turbato la normalità commerciale del tempio e quindi sottendono  la presenza armata  di chi ha preso militarmente  il tempio,  annientando anche la guarnigione romana sulla Torre Antonia e le truppe  templari  col loro strategos.

La prima domanda sottende che Gesù ha  potestas  sul popolo (ochlos) – i leviti, il piccolo  e medio sacerdozio, gli artigiani  e i militari zelotai   che l’acclamano meshiah  e che  riconoscono in lui i segni della elezione divina  dellunto del signore; la seconda è in relazione all‘ecsousia politico-militare, tipica del popolo romano cioè dell’imperatore e del senato -dai quali dipende la provincia di Iudaea col Tempio di Gerusalemme-  e fa intendere  che si conosce  il  sostegno straniero (quello di Artabano III e di Areta IV) e si vuole una dichiarazione  pubblica della  reale autorità messianica.

Dunque il sinedrio  esige  una  risposta  politica, pubblica,  da chi ha interrotto la normalità del Tempio gestito dai sadducei, protetto dai milites e  dal diritto/ Ius romano.

Gesù si mostra o politikos , un politico abile nella comunicazione, diplomatico: non risponde alle domande, ma ne fa un’altra marcando sempre il termine  ecsousia  e pone una condizione, (con un periodo ipotetico di II tipo) in tono imperativo: se mi risponderete, vi dirò con quale potere faccio queste cose: to baptisma to Jooannou ecs ouranou hn h ecs anthroopoon; apokrithte moi/ il battesimo diGiovanni era dal Dio o dagli uomini? rispondetemi.

E’ una sfida al sinedrio!  c’è coscienza  da parte del Messia di avere in pugno la situazione politica e di essere il vincitore, a cui i settanta  devono piegarsi, allinearsi, inchinarsi – anche perché rischiano la vita – e dichiarare ouk oidamen/non sappiamo, costretti a professarsi ignoranti  davanti al popolo e quindi  a rassegnare le dimissioni…

E’ la massima umiliazione per un sophisths: un maestro di vita  che non sa, perde  il diritto di guidare ed ogni dignità, che deriva dalla  saggezza profetica!…

E’  ammissione pubblica di non aver riconosciuto i segni della missione divina di Giovanni, della sua ecsousia celeste,  di averlo lasciato solo davanti al potere romano ed erodiano, di averlo così condannato a morte …

Il ragionamento del sinedrio, anche se  individuale,   presuppone già nel verbo dialogizoo una febbrile attività interiore razionale, al fine di una soluzione possibile  all’aut aut  del Christos,  con la pressione imperativa dell’immediatezza della risposta.

La coscienza che qualsiasi  delle due risposte sarebbe stata non giusta  ed avrebbe avuto ripercussioni sulla stessa  incolumità sinedriale, aumenta l’incertezza  dei singoli e determina la confessione di ignoranza, unica possibilità di reale salvezza.

Infatti per l’evangelista  ognuno degli oppositori,  che pur desiderano la risposta ufficiale, da inviare  al senato e all’imperatore  romano, ha la coscienza di correre un pericolo mortale o da parte del Messia o da parte del popolo: dire che il battesimo di Giovanni era dal cielo significava  ammettere  davanti al Signore, annunciato dal precursore, la propria colpa e  confessare di  non essere uomini di Dio, ma suoi nemici e quindi  giustificare la condanna a morte in quanto menzogneri; dire che derivava dagli uomini, equivaleva ad  una condanna alla lapidazione popolare  perché Giovanni era considerato propheths.

Un vero politico è Gesù che realizza i sogni dei suoi seguaci aramaici, vedere umiliati e rei confessi i nemici, ma  moderato nella vendetta, come un ellenista  che si rifugia  nel rifiuto di comunicazione con uomini non degni, menzogneri! Infatti dice: neanche io dico con quale autorità faccio queste cose.

Matteo (21,23-27)e Marco  dicono sostanzialmente lo  stesso pensiero e  scrivono la stesse parole  oude egoo legoo umin en poia ecsousia tauta poioo, mentre Luca (2.1-8) fa una premessa  su Gesù che in quei giorni istruisce il popolo nel tempio ed annuncia la buona novella, per cui il resto del racconto, seppure simile a quello degli altri evangelisti,  assume un valore solo morale.

Il secondo episodio (Mc12,13-17), è quello che più di ogni altro mi ha fatto perdere sonno (cfr. Il tributo a Cesare in Jehoshua o Iesous ? cit. pp. 173-179)

Il vecchio sinedrio non ha  più potere in Gerusalemme  e Gesù ne sta formando  uno nuovo.

Da oppositori nascosti, dopo la paura del precedente incontro,  vengono inviati al Signore/Despoths  farisei (di cui non si conosce il preciso indirizzo- di norma  i farisei sono molto fedeli al Messia-) ed erodiani, intenzionati a comprometterlo ulteriormente  coi romani.

Questo è l’effettivo valore della  proposizione finale ina auton agreusoosin logooi in quel cotesto e in quel contesto: il verbo agreuoo è dell’area semantica della pesca ( o caccia)  ed indica un pescatore/cacciatore agreus  che con rete  (o amo o laccio) fa preda (agreuma): quindi qui si vuole prendere  al laccio il Messia  con qualche parola (logos)  da riferire ai mandanti romani.

I richiedenti sono politici, uomini che sanno conquistare  il proprio interlocutore  con la retorica ed usare la  captatio benevolentiae  e che lo chiamano maestro (didaskalos /rabbi non è dell’epoca tiberiana!) Despoths /maran, affermando di sapere (oidamen) che lui è  alethhs (non menzognero),  che non guarda in  faccia  gli uomini   e che segue la via  di Dio secondo verità: essi, seppure retoricamente, prima professano di riconoscerlo come Messia e poi chiedono: ecsestin  dounai khnson kaisari  h ou;  doomen h mh doomen;

La domanda è come quella di Gesù precedente: si può rispondere solo si o no  e la risposta ha valore di una dichiarazione di guerra se negativa, se è positiva ha valore di  negazione dell’impresa  messianica, di fine  del Malkuth ha shemaim e ritorno alla normalità di soggezione alla romanità con la conseguenza della lapidazione del menzognero che ha tradito le attese popolari.  

Diamo o non diamo ? come congiuntivo esortativo, in forma interrogativa ha  significato pratico finanziario  che necessita di un’azione concreta di sborsare telein  (non dounai azione sponta nea!)quanto dovuto al senato e all’imperatore: o si dà il dovuto a Cesare  e si  torna sotto il controllo della  censura romana e dei pubblicani;  o non si dà  il denario perché già moneta impura  in quanto ha l’effigie di Cesare, non toccabile per il giudeo puro ,  che non si serve del denario o, caso mai , usa siclo e suz  (con l’implicito ritorno dei banchi dei cambiavalute) e si riprende lo stato di belligeranza, dopo la pausa della purificazione del tempio…

Dato l’uso della prima  persona plurale doomen h doomen? sottende un ravvicinato colloquio tra chi chiede  e chi deve rispondere, un guardarsi negli occhi di emittente e ricevente e tutti quelli che seguono le due parti   coinvolte emotivamente nella stessa drammatica azione, e risulta un confronto, quasi un diretto incontro-scontro, tra  avversari (non nemici)…

Sono, dunque, concrete domande in relazione al modo di comportamento quotidiano coi pubblicani,  che implicano la volontà di conoscere il  reale pensiero del Meshiah,  che ha ecsousia tamieutikh potere censorio…

Bisogna vedere  che Gesù  sta  col nuovo  strategos del tempio e con il tamias  amministratore  e quindi anche col suo clero fedele di esseni  che, hanno sostituito i sadducei. Non  deve sorprendere in tale situazione la richiesta di portare un denario  al suo interlocutore, che è in febbrile attesa con gli altri farisei, intenzionati, anche secondo Matteo,  a prenderlo in trappola mediante la parola (Pagideusoosin en logooi)!

Il problema sulla liceità  del tributo romano e sul dovere giudaico del pagamento comporta da una parte l’esclusione  dal cleronomos  dei figli con  scelta di un altro popolo eletto e da un’altra la fine del pensiero theocratico  di Dio Padrone unico di Israel, proprio ora che c’è il Meshiah, che è stato instaurato il Malkuth ha shemaim...

Ogni uomo presente nel cortile degli  gentili si attende, invece,  un solenne pronunciamento e quindi che il meshiah  sancisca definitivamente  il diritto ebraico del cleronomos  ed abolisca  il dovere pagare il tributo ai romani, come aveva fatto Giuda il gaulanita….

Gesù, incurante dell’ipocrisia farisaica  e della malizia,  comanda che gli sia portato il denario per vederlo (pherete moi dhnarion ina idoo).

Gesù osserva, (senza toccarlo) il denario  con la testa di Tiberio laureata e volta a destra, e  legge l’iscrizione TICAESAR DIVI C AUG. F AUGUSTUS  e forse (per prendere tempo) vede (dopo averlo fatto girare)  anche il retro con la figura di Tiberio che guida una quadriga   e che ha nella mano destra un ramo d’alloro  e nella  sinistra uno scettro con aquila,  con sotto scritto  gli anni  del pontificato massimo  e quelli del suo regno.

La domanda tinos h eikoon kai h epigraphh; di chi è questa immagine e l’iscrizione ?, scontata,  è stata per secoli  letta dai Christianoi come fatta non secondo l’epoca  tiberiana,  ma  secondo  quella flavia quando il tempio non esisteva più  e già Vespasiano aveva  stabilito un nuovo tributo  fiscus iudaicus da versare conglobato, nel fisco imperiale …

La valenza significativa è diversa  a seconda dei tempi, specie se c’è stata la stasis vittoriosa messianica: non si può leggere la  risposta di Gesù come accettazione del potere romano  e come suddivisione di campi  come  frase  che sancisce  un doppio servitium ad una doppia autorità,  distinta in una umana e in una divina, paritariamente, da parte di un Messia, spirituale, figlio di Dio; si deve leggere invece  come una risposta di un politikos che nel  contesto templare,  da Meshiah,  che è entrato trionfalmente in città ed ha preso il tempio, ed ora, dopo la purificazione, in un clima festoso,  mostra  clemenza e moderazione, a vittoria conseguita.

La richiesta del denario è in relazione alla già studiata risposta, spettacolare,  tanto da destare meraviglia  in tutti (ecsethaumazon), come segno di una diplomazia politica, tesa a non  tagliare ogni ponte  col potente nemico, momentaneamente sconfitto, date le infinite risorse finanziarie economiche e militari  dell’ imperium romano…

C’è coscienza della propria precaria situazione regale, methoria rispetto ai Parthi e ai romani…

C‘è una logica  di rispetto per i romani, con una coscienza della propria propria  missione ancora da ultimare;  rinviare, quindi, è atto  astuto  che permette d i  soprassedere  e procrasticare  circa la liceità e il  gioco -antitetico – del pagare (telein ) o non pagare.

Da  politikos,  Gesù  sa bene che il suo Malkuth  è uno stato vassallo, associato all’impero parthico, non riconosciuto da Roma  e quindi è abile a lasciarsi uno spazio  diplomatico per eventuale tregua  in attesa di  avvenimenti, da opportunista eukairos,  capace di tranquillizzare i  suoi irriducibili galilei  integralisti con un sguardo di intesa e di complicità, negante perfino  quanto si dice espressamente per convenienza politica: la parola contraddice l’azione e l’azione la parola.

D’altra arte non si espone coi suoi detrattori politici  che cercano  materiale  orale da inviare  al senato romano e all’imperatore, come atto di accusa  connesso con  gli accadimenti dei giorni pasquali: la sua  doppiezza nasconde sotto  l’ufficialità del detto ambiguo  tutta la tradizione di odio aramaico  secolare  contro Roma, sottesa  nello Shema  basata sul  timore di un solo signore, immortale .

Il breve scambio  domanda-risposta  tra il Messia e l’interlocutore sintetizza la conclusione rapida della discussione  e la tronca  (Tinos h eikoon auth kai epigraphh?.. Kaisaros)  bruscamente – con tono autoritario – una doppia frase iussiva, strutturata secondo una perfetta simmetria  con ellissi  di apodote nel secondo membro  della proposizione coordinata che  è giustamente diventata apoftegma  di rara efficacia morale, mirabile per la società cristiana- abile opportunisticamente  a servire ora l’uno ora l’altro- .Ta kaisaros apodote Kaisari, kai ta tou theou tooi theooi è ancora oggi di attualità…

Dunque, si può dire che Gesù dimostra ha una sua abilità politica, congiunta ad una  retorica basata sul gioco dell’equivoco e   dell’ambiguo,

Gesù  segue il modello di Areta IV, che agli inizi del regno, domina sui nabatei senza il  riconoscimento romano, poi si avvicina a loro tanto da essere riconosciuto come socius  ed infine  accoglie come ospite e Petra sia Germanico, che ha  imperium proconsulare maius per  l’Oriente,   che Pisone, governatore di Siria, anche se rimane sempre ambiguo nella sua politica?

L a politica di Gesù e quella di Areta IV possono essere in relazione specie dopo la fine del matrimonio venticinquennale di sua  figlia Dasha, ripudiata da   Erode Antipa, per sposare sua nipote  Erodiade sorella di Erode Agrippa, a seguito della decapitazione di Giovanni?..

Il vecchio monarca  seguace  del Giovanni il battista fu  guida politica anche per Gesù?: Tiberio inviando nel 35 in Siria  Lucio Vitellio gli dà mandato di punire Artabano  III e di portargli  vivo o morto la testa di  Areta….

Gesù, o politikos, inoltre non si vede  nel colloquio con Pilato? cfrMatteo 27,11; Marco 5, 2-15 , LUCA 23, 2-5.  Alla domanda  del procuratore  Su  ei o basileus toon iudaioon; tu sei il re dei giudei? Gesù risponde su legeis tu dici  (cf.  Pilato in Jehoshua o Iesous?pp.231-235, cit) da aramaico  atta amarta/tu dicis (latino) ribadendo quanto detto dall’inquisitore senza intenzione personale di positiva dichiarazione:  il giudeo sa quanto è inviso il termine basileus in Roma e quanto complesso sia invece il termine meshiah per un goy/pagano, che non può  comprendere la struttura intima della connessione di ieroosunh sacerdozio  con l’unzione regale  giudaica…

 

Betsaida o Cafarnao?

Per un pescatore aramaico era più conveniente vivere a Betsaida o  a Cafarnao, in epoca Tiberiana?

Betsaida, era, sotto il regno di Erode il Grande 38 a. C. -4 a.C,  un paese, i cui  abitanti erano  quasi tutti  agricoltori e i pochi, che facevano i pescatori,  stentavano a campare.

I pescatori erano  ebrei  di lingua aramaica,  che avevano una barchetta, lasciata sulla spiaggia,  fissata alla meglio, ed avevano legami stretti con le popolazioni della Traconitide e della  Gaulanitide  e tramite queste, con i correligionari  Parthi, stanziati oltre Il confine dell’Eufrate.

Probabilmente a Betsaida  i giudei erano analfabeti ed avevano solo una tradizione orale biblica (Torah she be’alpé): avevano avuto un’istruzione sommaria ad opera di  maestri  di sinagoga, dal periodo di Giovanni Hircano, (re asmoneo dal 134-al 104 a.C) che avevano fissato  le prescrizioni  più importanti, che venivano  ricordate nel corso delle preghiere giornaliere dal Kohen ( per pregare bisogna essere in almeno dieci persone-minian-, oltre a colui che intona Shema , Israel, Adonai elohenu, Adonai echad )…

I giudei, pescatori,  stazionavano  sempre sulla rive del lago di Gennezaret, che  era abbastanza lontano dalle case (circa 2 km) e  normalmente depositavano il pescato  nell’altra sponda, oltre il Giordano,  dove correligionari compravano il loro pesce perché formavano una comunità  ebraica,   che  aveva depositi  per l’affumicatura,  per la essiccatura e per l’imbarilamento.

Alla morte  di Erode il Grande,   Betsaida era toccata in eredità  a Filippo, il figlio di Cleopatra gerosolomitana, che  aveva avuto Traconitide, Iturea, Paneas, Auranitide e Gaulanitide;   ad Erode Antipa figlio di Maltace samaritana, erano capitate Galilea e Perea,   col titolo di Tetrarca  per entrambi , mentre  Archelao altro figlio di Maltace,  oltre il titolo di Etnarca,  aveva il potere su ogni altra parte della provincia di Iudaea, tranne la costa mediterranea, concessa a Salome, sorella del grande Re.

Questa divisione divenne un male per i pescatori di Betsaida specie dopo che Archelao nel 6 d. C. fu esautorato da Augusto,  che  creò la  sotto provincia di Iudaea, (Idumea, Samaria e Samaria ) alle dipendenze di  un procuratore imperiale, sottoposto al Prefetto di Siria.

Ora i pescatori dovevano pagare  se volevano passare il confine  del Giordano,  perché entravano sotto la tetrarchia di Erode Antipa,  che imponeva una tassa, concordata  col procuratore romano,il quale aveva stanziato  una guarnigione militare all’uscita da Cafarnao,  per proteggersi da pericolose congiunzioni ed alleanze tra aramaici , vista la rivolta di Giuda il Gaulanita, di recente repressa.

I pescatori dovevano pagare una tassa  quando si  attraversava il confine tra la tetrarchia di  Erode Antipa e quella di Filippo  al centurione, comandante della postazione.

Andrea e Simone,  figli di Giona (Johanan), oltre a Filippo, aramaici,  emigrarono da Betsaida, quando il paese s’ingrandì e  divenne Iulia, una città costruita per ordine del tetrarca,  divisa  in cardo e decumanus , come  i castra romani,  chiamata così in onore di Giulia Livia moglie di Augusto, morta nel 29 d.C,  dove confluirono molti  ellenizzati, chiamati dal Tetrarca  a colonizzare la sua città, come stava facendo il suo fratellastro con Tiberiade, chiamata così in onore di Tiberio,  quasi nello stesso periodo.

Mentre nelle due sponde del Lago ferveva il lavoro di costruzione delle due capitali, -ordinate dai figli  di Erode  come esaltazione del nomen di  Roma e come gratitudine  per la  domus  imperiale –  e le città prendevano forma ad opera dei qainiti,- mastri muratori che operavano con le loro squadre, pagate in sesterzi,   a dimostrazione dell’avvenuta ellenizzazione della zona-, i figli di Johna con Filippo  passarono dall’altra parte del lago.

I tre emigrarono  anche per convenienza, oltre che per la necessità di separazione dai goyim,- considerata l’integrità morale dell’aramaico  galilaico- e si stanziarono a Cafarnao, divenendo sudditi di Erode Antipa e non pagavano più il pedaggio sul pescato.

Erode Antipa intorno al 26 d.C. tendeva anche lui ad ellenizzare il suo popolo di Galilei e di Peraiti (abitanti di Perea) e perciò, dopo la costruzione della sua capitale e del trasferimento degli archivi da Sepphoris, aveva  costituito  nuovi  grandi depositi  sia  a Cafarnao che a Tarichea/Magdala per  la conservazione del pesce, messo in barili,  affumicato o in salamoia.

Il Giordano alla confluenza col lago  ora era il confine settentrionale    tra le due Tetrarchie erodiane, e a Cafarnao c’era la sede degli uffici doganali (Mt 9,9)  con una piccola guarnigione  militare alle dipendenze di un centurione  (Mt 8,5), che controllava le carovane che venivano dal Monte Hermon. e da Cesarea di Filippo (Banias), dove c’era il santuario di Pan,  in marmo bianco, dedicato da Erode il Grande ad Augusto.

La facciata  del tempio, che era  su una sporgenza rocciosa  su cui erano scavate una grotta  e tre nicchie (in quella centrale c’erano iscrizioni), potrebbe essere quella rappresentata nelle monete, coniate da Filippo   col frontone,  sostenuto da quattro colonne … Ora, nella nuova sede,  i figli di Giona e l’amico, nonostante l’aramaicità, conclamata,  risiedevano con le rispettive famiglie vicino al lago  ed erano in rapporti con ellenizzati (anche loro   già   dovevano essere uomini ellenizzati, considerati i nomi specie di Andrea e di Filippo, -ma anche quello di Petros Cepha -).

Il trasferimento, anche se non si sa l’esatta epoca,   sembra, dunque,  essere più motivato da interesse che da  fattori religiosi, più da una esigenza  sociale che  di una ricerca  spirituale  in uomini che cercavano di sopravvivere  in uno stato di  chiara povertà ed anelavano ad un miglioramento del tenore di vita, considerate le famiglie dei tre, che formavano un nucleo di almeno  quindici  persone ( se è vero che Pietro aveva- secondo la tradizione cristiana-   con sé moglie e cinque figli !), visto il transito di persone  e di carri, scortati da milizie  parthiche – secondo trattati tra Il re dei re e l’imperatore romano –  per il trasporto della doppia dracma al Tempio e il libero  passaggio di pellegrini, considerata   l’attività commerciale di Cafarnao e  la presenza di una sinagoga,  rispetto al sistema agricolo della vecchia Betsaida.

La posizione geografica , a nord ovest del lago,   ai confini tra la tribù di Zabulon e Neftali,  faceva  di Cafarnao uno snodo stradale di grande rilievo  nella Via del Mare  che  congiungeva Damasco col Mediterraneo.

Già Isaia (9,1, ) (Il popolo che camminava nelle tenebre / vide un grande splendore /su chi abitava in una regione caliginosa  rifulse la luce ) per la tradizione cristiana  prevedeva l’irradiazione  dell’idea messianica da Cafarnao, da cui sarebbe sorta la luce  proprio dalle tenebre del paganesimo galilaico.

Così  J.Murphy- O’Connor, La terra santa , CED 1996, p..2O5 descrive  Betsaida.

Il sito si trova a 750 metri a nord dell’incrocio per Betsaida  sul lato ovest  della strada 888… (area destinata da un parco nazionale).. si tratta di una casa  di 430 metri  risalente al II secolo av.C.-I sec. d.C.,costruita intorno ai tre lati di un cortile lastricato  metri 13,5 X7 : vi sono quattro piccole stanze dalla parte nord, una cucina con due forni  dalla parte est  ed una sola grande stanza dalla parte sud . Sparsi in queste stanze  sono stati ritrovati un amo da pesca pesi di piombo per le reti, ed un ago di bronzo curvo  che potrebbe essere  stato usato per fare o riparare una vela. E’  difficile non concludere che  quella fosse una casa  di una famiglia di pescatori.

Anche Marco (1.16) tratta  di famiglie di pescatori sia a Betsaida che  a Cafarnao (Kaphernaum). Non c’è da stupirsi, dunque,se più nuclei familiari vivano in una stessa casa  di simili dimensioni e con un cortile lastricato di metri 94,5.

Marco 2.1 e Matteo 9.1 sembrano considerare Cafarnao come la  città di Gesù, destinata ,  comunque,  a precipitare  all’inferno  per la sua incredulità ai miracoli  (Matteo 11,23, Luca 10,15)...

Il paese si estendeva lungo il fronte del lago  per circa 500 metri e doveva   essere, comunque, povero  perché popolato  da agricoltori e in maggioranza   da pescatori  che, nonostante la cooperativa, erano schiacciati dalla concorrenza con Magdala/Tarichea a sud del Lago.

Forse per questo motivo  la sinagoga fu fatta da un pagano, quel Cornelio centurione,  di cui parla Matteo 9,9., un militare di stanza nella zona da anni (la ferma all’epoca era di 26 anni),  un convertito un circonciso, uno strano miles, che  serviva due padroni (Jhwh e l’imperatore)   che amava  la Torah,  senza disdegnare il suo dovere nei confronti dell’impero, in un zona  dove lo spirito guerriero  antiromano  era alimentato  dai Farisei che predicavano il Timore di Dio, ricordando  che l’ebreo  aveva un solo Signore,  immortale!

La zona era sicuramente dominata da ebrei  aramaici   prima della fine del Tempio, ma anche dopo il 70 d.C,  nel periodo  che precede l’impresa di Shimon bar Kokba (132-135) e  pur dopo, fino all ‘epoca di Teodosio, considerati i rapporti con l’area mesopotamica…

Non è da accettare, comunque,  la notizia del 374 di  Epifanio di Salamina (315-403)  che in De Ponderibus et mensuris – ed. Migne II ,259-60 (dove tratta  nella terza parte delle località cristiane, -cosa che ribadisce in Panarion cassetta di medicazione, in cui mostra  60 eresie cristiane e 20 precristiane-)  scrive:  a Cafarnao  si proibiva  di vivere  e  si vietava perfino l’accesso ai gentili, ai samaritani e ai  cristiani.  Forse il cristiano- la cui prima opera  è tramandata  totalmente solo in siriaco,  mentre in greco esistono la I parte e frammenti della II -, si riferisce   solo al periodo traianeo ed adrianeo  perché i testi rabbinici  poi parlano  di normali relazioni fra ebrei e le altre popolazioni…

Infatti si sa che la città si estese, dopo la galuth adrianea, – molti giudei di Iudaea  si  stabilirono a Cafarnao –  verso la collina  e ciascuno aveva i suoi luoghi sacri come testimonia Egeria (una ricca ispanica o gallica)  nel resoconto della sua visita al paese fra il 381 e 384 in Itinerarium Aegeriae (o Peregrinatio Aeteriae):  a Cafarnao la casa del principe degli apostoli è stata trasformata in una chiesa che possiede  ancora i propri muri originali…Lì c’è anche la sinagoga  dove il signore guarì un uomo posseduto dal demonio.  L’ingresso è in cima di molti gradini ed è fatto di pietra lavorata …

La condizione di vita galilaica era  mutata, comunque,  dopo la morte di Filippo, con Erode Agrippa, nominato  prima tetrarca da Caligola  al posto dello zio, e poi dopo la nomina a tetrarca di Galilea e Perea,  Rex Iudaeae ad opera di Claudio, che così  riuniva tutti i territori dell’ex regno di Erode il grande  e quindi esentava  da tasse tutti i suoi concittadini. (Cfr. Giudaismo romano,II ).

Per oltre tre anni (41-44) la comunità di Cafarnao,  sotto l’amministrazione di Erode Agrippa, dovette fiorire,  dato il libero commercio tra le parti riunite  del mondo giudaico e i rapporti sia con la Nabatea e le altre province vicine, interessate e al pescato e al sale e al commercio di  balsami  di Gerico, trasportati da barche galilaiche.

Il commercio fu meno fiorente  solo rispetto al  periodo 32- 36 d.C. all’epoca del Meshiah: dopo l’evento del Malkuth  ha shemaim, con Jehoshua maran/re  per quasi 5 anni a Gerusalemme, dopo la resa di ogni città lungo il percorso, dopo la pacifica entrata e la conquista del tempio, nonostante la difesa dei milites della fortezza Antonia  ( Cfr.  Jehoshua o Jesous? ) Cafarnao  e la sua Comunità erano  celebrate come la luce  nelle tenebre, come  un’apokàlupsis / rivelazione per l’oikoumenh romano-ellenistica  ed i pescatori del lago divennero i protagonisti del messianesimo  e tutti  volevano avere relazioni con loro, da ogni parte  e dai confratelli di Parthia e da quelli ellenistici sparsi nell’impero romano …

Il regno di Jehoshua fu un affare per i galilei  e per ogni abitante di Cafarnao, anche se il messia si lamentò molto  di loro increduli  e disse secondo Matteo 11,21 : Guai  a te, Corazain; Guai a te,  Betsaida   e 11,23 Guai a te Cafarnao, forse che fino al cielo sarai innalzata? fino all’inferno sarai precipitata!- ripreso poi da Luca 10, 13-15: Gesù bolla  le città  mettendole in confronto con Tiro e Sidone, località pagane fenicie, note per il commercio e soprattutto con Sodoma già punita da Dio ..

Anche quello di Agrippa prometteva bene …perché assicurava un nuovo sistema di rapporti con i vicini ed eliminava la concorrenza…

Il re, ebreo di Gerusalemme, erede degli asmonei e degli erodiani, nonostante la filoromanità,  (era civis/Poliths, praetor/strategos    Basileus/ rex,  summachos/ socius,  dell’impero romano, fratello di latte dell’imperatore  Claudio)  era  uomo di mediazione- sebbene accusato anche lui di menzogna-: cercava un sistema nuovo di regno  cercando di essere equidistante tra gli aramaici e i romani facendo leva sulla pars moderata ellenistica sadducea, senza però  condannare gli aramaici, seguaci del Christos,  come Iakobos  il Giusto, riconosciuto nella sua funzione e nel suo ufficio di  controllore del gazophulakion, nella sua  pratica templare col titolo  sacerdotale, seppure condiviso con quello proprio dei sadducei,  accettando il doppio  sistema  del calendario  solare  e lunare…

Probabilmente Agrippa  inaugurò con Giacomo un costume di collaborazione al fine di favorire lo svolgimento delle feste  a Gerusalemme, così da  spartire, in proporzione, i guadagni  che provenivano dal flusso di pellegrini che affluivano da ogni parte del mondo romano e da quello parthico  e perfino dall’Arabia meridionale e dall’India.

Era  un profitto di grande portata, un utile grande per il re e per il sacerdozio templare: era come un giubileo  (specie per la Pasqua e per la festa dei Tabernacoli) che richiamava folle sterminate  di fedeli che riempivano gli csenodochia / gli alberghi, le case private,  i paesi intorno a  Gerusalemme, che entravano nel Tempio, per fare  offerte  doni.,  per portare greggi, buoi … insomma era un  enorme affare per il sacerdozio e per il re, per tutti …

Il piano, che fu  concordato da  Agrippa con Jakobos, fu la base di una trattazione tra il fratello di Gesù  e  i nuovi governatori romani, di origine ebraica ( Cuspio Fado, Tiberio Alessandro, Felice,) ed anche con gli altri ( Porcio Festo e Lucceio Albino) inviati da Claudio prima e poi da Nerone, dopo l’immatura morte del sovrano ebraico  …

Agrippa, comunque, non poteva  non punire quelli che si erano  troppo esposti e compromessi come kanahim Zelotai, e perciò li condannò a morte, salvando qualcuno, che si pentì,  come Shimon Pietro,  che  fu  liberato dal carcere,  mentre fece decapitare  perché civis, Jaqob fratello di Johanan, figlio  di Zebedeo, un ricco armatore nauarchos  ed  emporos,  noto  per la azioni militari  antiromane, nel corso delle operazioni rivoluzionarie  messianiche. e fece morire  con una morte gloriosa, dignitosa, gli altri oppositori.

Nell’anfiteatro di Cesarea Marittima, infatti, indisse  combattimenti fra confratelli, zeloti,  divisi in gruppi, come gladiatori,  come in un suicidio di massa, come esaltazione del valore di gruppo e riconoscimento militare  da parte del sovrano,  che  ambiguamente e politicamente salvava la faccia con l’imperatore: sapeva che per  i romani quel che contava era l’applicazione della lex,- la condanna a morte  dei nemici- con la confisca dei beni giudaici e   vi aggiungeva il divertimento  allestito per i goyim pagani, greci.

Erode Agrippa ben Aristobulo,  -che era stato, a corte, a Tiberiade,  presso la sorella Erodiade, moglie e nipote del tetrarca philadelphos, con la sua famiglia, come addetto ai mercati e che  aveva conosciuto anche il Meshiah, – non poteva dimenticarsi del suo popolo  e  non  sentirsi vincolato dal patto eterno con Jhwh.

Agrippa  conosceva bene la comunità di pescatori di Cafarnao  e perfino Matthaios il pubblicano che era al suo servizio diretto ..

Dell’amore per la torah del sovrano  nessuno dubitava in Iudaea: lo provava la sua preghiera al Tempio quotidiana, lo dimostrava la sua offerta mensile ai sacerdoti, lo comprovavano le donazioni al gazophulahkion, l’assistenza ai poveri della città e la sua dikaiousune, ma soprattutto la sua politica a favore dell’elemento ebraico con le consociazioni coi  re filogiudaici o giudaici,  come difesa contro il prepotere del Governatore di Siria Vibio Marso…

Erode Agrippa era sempre apparentemente ligio alla romanitas anche se  la sua politica era equivoca ed  ambigua: era  un ebreo opportunista;   anche se filoromano  impegnato politicamente restava sempre ebreo, come ogni erodiano, dilacerato nel suo dolore nel mettere a morte tanti compatrioti valorosi, eroi degni di  memoria, giusti da onorare pubblicamente anche nella morte: era un’ostentazione amara della tragedia  di un popolo …

Infine tutti avevano  conosciuto  la  sua  devozione verso  Caligola, la sua perorazione per il suo popolo perché non fosse costretto a dover scegliere tra l’imperatore e Dio, la sua preghiera di non fare l’affronto ad un popolo amico di porre nel Tempio di Gerusalemme,  antico e sacro, una statua- seppure statua dell’imperatore-:  sarebbe stato sacrilegio per lui, figlio di sommi sacerdoti  e di re, come per il suo genos intero.

Era risaputo che  Agrippa era malato di cuore e che l’emozione mista a phobos/paura  gli aveva fatto perdere i sensi  e che l’imperapore stesso, commosso,  comandò di riportarlo in lettiga a casa sua e di curare la salute  dell’amico didaskalos maestro,  che pur aveva osato sfidarlo coram populo e coram principis consilio.Cfr Legatio ad Gaium

Ancora di più era nota agli aramaici la sua azione di sostegno  a corte per Petronio Turpiliano, governatore  di Siria che  doveva eseguire l’ordine di installare il colosso di Caligola nel tempio di Gerusalemme  e di fare  stragi  e di deportare l’intera popolazione aramaica   in caso di ribellione…

A Petronio incerto sul da farsi  si presentarono i giudei ( un popolo intero in processione  con le mogli e i figli nella pianura di Tolemaide)  supplicando in favore delle leggi patrie e di se stessi -Guerra Giudaica II,10,3-e mostrando i colli  preferendo morire piuttosto che tradire la legge mosaica, offrendosi come agnelli per ilsacrificio, tanto che il governatore, turbato, dopo aver convocato il suo consilium, visto che  gli ebrei si erano accampati e non tornavano a casa per seminare  disse: preferisco correre  il rischio e  con l’aiuto di Dio convincerò Cesare  avrò la gioia di essere salvo insieme con voi, o se egli si adirerà,  sarò pronto a dare la vita  per un così grande numero di persone ibidem II,10,20…

Non certamente, però, conoscevano che Agrippa aveva congiurato contro Caligola ed era stato un  promotore della sua morte…

Comunque, ora con Claudio, anche se gli ebrei non dovevano più fare proselitismo, erano liberi e non pagavano più tasse ai romani  ma solo davano la doppia dracma al tempio…

Anche se Erode Agrippa era per gli aramaici, il loro re – che avevano avuto accanto  quando svolgeva la sua funzione di agoranomos a Tiberiade per  ordine del cognato Erode Antipa – restava per loro  sempre un re dipendente da Roma, ma giudeo, comunque,  che poteva  favorire in qualche modo i confratelli e ricordare il Meshiah , suo predecessore nel Malkuth…

E Cafarnao restava la sede di un movimento messianico, da cui sarebbe venuta una luce perenne…altri uomini, come Teuda, avrebbero promesso  di redimere il popolo …

Dunque, amici, era meglio vivere a Cafarnao o a Betsaida per un un aramaico come  Cefa/Simon Pietro?

 

Oralità e scrittura dei Vangeli

 

 

Per la genesi  dei Vangeli, a  nostro parere, non bisogna più stare a ragionare secondo la logica ottocentesca  sinottica, né secondo quella della theoria di  Quelle /sorgente, elaborata agli inizi del Novecento, né secondo  quella più recente delle due fonti,  ma bisogna tenere presente un lungo periodo di oralità dalla morte di Gesù Mashiah/Christos, un eroe nazionale aramaico,  celebrato in due diversi modi (e da una tradizione aramaico-ebraica gerosolomitana  e da una ebraico-ellenistica antiochena ed alessandrina.

J.J. Griesbach (1745-1812) per primo considera i Vangeli leggibili unitariamente e li definisce sinottici (sunoptikos da sunopteon -oraoochi ha una visione d’insieme o chi è perspicace, in quanto è capace di vedere l’insieme), presupponendo che il messaggio evangelico sia unitario  e di univoca lettura.

Chiaramente gli scrittori ottocenteschi e novecenteschi non hanno la corretta  visione del  fenomeno del cristianesimo primitivo e non fanno  la distinzione in Malkuth ha shamaim- un regno secondo lingua e cultura aramaica-  e in   Basileia tou Teou – un regno   secondo lingua e cultura greca – e perciò non considerano affatto  la lezione ebraico-aramaica,  la sua storia di duecento anni di  lotte staseis antiromane, che comprende  tutto il periodo che va da Pompeo Magno  a Shimon bar Kokba (63 a.C. -135 d. C. ), ma leggono allegoricamente parole e fatti di un Gesù, figlio di Dio, di una figura astorica, secondo la tradizione cristiana.

Si parte, dunque, solo  da una lettura del fenomeno greco e si trascura quello ebraico-siriaco-aramaico, non avendo i precisi contorni della figura ebraico -aramaica di Jehoshua,  di Iaqob,  di Shimon e della comunità aramaica di Gerusalemme,  cancellata come nome, essendo scomparsa la regione stessa della  Giudea anche  come entità geografica con la  repressione di Adriano, a seguito della galuth/dispersione ebraica,-  da non confondere con la diaspora ellenistica-.

Personalmente, invece, distinguo  i due mondi, quello ebraico-aramaico,  basato su una diversa concezione del vedere, puntata  su un diverso sistema di staticità (i cui termini sono ‘amidah/stare  saldo generico, precisato da nasav stare eretto e da yasav essere eretto che si rappresenta come sur roccia intesa come coltelli di roccia di granito ) e su  una  concezione sensibile  di bene  e di male (tov wa ra ) e di  una, ontologica, intellegibile, di  vero e falso ( ‘emet  wa sheqer),  e specie di una diversa idea di  visione.

Su un’ altra visione,- propriamente ebraica,  basata su vedere  ra’ah  su  guardare hibbit  e  su avere una visione  hazah    in modo differenziato- si possono indicare vari gradi di osservazione  fisica ma anche  designare  una percezione intellettuale tanto  da avere la forma/temunah  (come vera natura di Dio- Num.12,8) in seguito ad un aprirsi  degli organi  a cui è tolto il velo  così da leggere  oltre la vista sensibile (paqah), in un cosciente andare  verso Dio, in un approssimarsi ed avvicinarsi nuovo, rispetto a quello materiale, in un sollevamento verso l’alto ram, in un alzarsi  qimah grazie al cuore lev, centro sensibile affettivo infi’al-  su  cui poggia  la spiritualità aramaica, tipica della tradizione culturale mesopotamica.

Il Davar  sottende al significato primario di  parola, anche quello di azione  e prudenza in quanto  il dire amirah (o parlare dibbur ) accompagnato da spirito (ruach)  è base della ricerca intensa dell’uomo  ( cfr. Levitico 10, 16 dorosh darash fece pure continue ricerche) ( cfr. Proverbi16,10-11,  oracolo  sulle labbra del re, nel giudizio non prevalicherà la sua bocca/ peso e bilance giuste sono di Jhwh, opere sue sono tutti i pesi della borsa) che diventa saggio  (proprio perché umile), in una progressiva formazione: musar è la formazione culturale di un sofer, che si  esprime nell’ azione giusta, saggia.

Ora il progressivo salire ‘alah,  introdotto da Paolo e da Luca indica eccellenza e grandezza, che sono  attributi di Dio, per cui Gesù Christos  diventa con un graduale processo, figlio di Dio, in senso mosaico,  nel corso di tre secoli, passando da eroe  ad aner theios,  a semieroe divino , a dio minore  fino all’assimilazione con il Theos Upsistos, fino ad essere considerato  una sostanza ousia divina, un nome esplicito (Shem meforash)  di cui si celebrano tre upostaseis persone,  consustanziali.

La lettura paolina ebraico-ellenistica, christiana, portata avanti dalla tradizione antiochena,  letterale, mista con quella allegorico-morale alessandrina, contrasta con quella ebraico- aramaica.

I termini, infatti,  (sottesi ) qarav avvicinarsi, nagah toccare  e nagash  venire vicino indicano  anche dopo, oltre un millennio,  per Maimonide, non solo una prossimità spaziale,  ma anche una congiunzione della scienza  con il suo oggetto, in quanto si assimila la scienza ad un corpo che si avvicina ad un altro corpo. cfr.  Guida dei perplessi,  a cura di Mauro Zonta, Utet, 2013, p.114, per cui sembra che si possa dire  che  essere saldi, vedere e avvicinarsi  diventano espressione di un’altra  cultura, di un mondo di puri e perfetti sacerdoti, timorosi e zelanti di fede, coscienti  di essere figli di Dio, eredi del Regno, (come furono i naziroi)  irriducibili guerrieri, che preferiscono morire  piuttosto che infrangere la Torah, imitando gli Esseni, sterminati dalla decima legione di Vespasiano.

Quindi nella narrazione del  Malkuth ha shemaim è scritta  la storia di uomini che  lottano insieme col Mashiah  contro l’imperium romano, convinti di fare la storia voluta da Dio,  ispirata e condotta da lui per la realizzazione del piano divino, conformati alla sua sua parola e quindi  educati secondo musar.

La storia di Gesù greco, invece,  è Basileia tou Thèou, la cui vita  e le cui parole sono state scritte, dopo un lungo periodo di oralità, da uomini che vogliono consolidare il pensiero ebraico ellenistico di Paolo, che risulta elemento cardine  della formulazione di questo secondo regno, filoromano, basato su una paideia greca, una graduale formazione  ed educazione del fanciullo, secondo  anche la precettistica  della metrioths di Platone  e di Isocrate, centrata  sul polìths e sulla politeia, secondo il valore di autonomia e di democrazia confusa con la sapienza biblica nella lecsis filoniana.

Interprete di questa altra storia  è Eusebio di Cesarea (265-340 d.C.) – che  confonde e poi fonde i due regni mostrando la storia delle ecclesiai  al fine di  segnare i fondatori  di  Antiochia (Pietro Shimon) e di Alessandria  (Marco ), le due sedi  dominanti anche per la diversa tradizione di lecsis  secondo lettera e secondo allegoria, tramandando il percorso di una chiesa  di Gerusalemme rimasta pura fino alla Galuth adrianea, cancellata  nella sua aramaicità e sostituita con un’altra, greca,  senza alcuna continuità linguistica ecclesiale e  culturale.

Eusebio  raccoglie l’eredità  ecclesiale  del maestro Panfilo di Cesarea Marittima,  i tanti frammenti ebraici, ebraico- cristiani, e pagano-cristiani  del II e III secolo con le infinite sfaccettature ereticali, dovute alla  diversa collocazione geografica orientale, oltre a quelli di qualche nucleo occidentale  di scarsa consistenza numerica,  come Roma, Pozzuoli, Vienne, Lione ecc., dove ci  sono sedi coloniali episcopali come succursali di metropoli  orientali (Antiochia e d Efeso). Nel III secolo  e specie nel IV secolo, dopo la fondazione di Costantinopoli, Eusebio ha un seguito  anche nei patriarchi costantinopolitani e in  altri orientali (specie  i  cappadoci  Basilio, Gregorio di Nazianzo e Gregorio di Nissa) ed  occidentali come Ambrogio,  Girolamo ed Agostino,  che  si impegnano quasi in gara, in epoca teodosiana, per segnare secondo la logica christiana  di Teodosio, la funzione della chiesa costantinopolitana, in onore della nuova Roma imperiale,  voluta da Costantino.

In questa impostazione  cristiana  vengono fatto confluire  i due regni in  una cristianizzazione di  tutto il sistema ebraico,  fonte della matrice culturale cristiana antiochena, che ingloba il Malkuth aramaico ormai scomparso   e con esso  Gesù e  Giacomo, suo fratello, la lettera di Aristea, le opere di  Filone alessandrino, Seneca,  Giuseppe Flavio, i modelli  di vita pratica ed ascetica, gli esseni e i terapeuti, metabolizzando anche pitagorismo, stoicismo,  platonismo e neoplatonismo.

Col concilio di Costantinopoli, nell’ottobre dl 381, concluso il processo di deificazione – ektheosis di Gesù, chiuso il discorso trinitario, pur mantenendo l’unità di Dio, con upostaseis/persone  ed ousia/sostanza, costituita la teologia cristologica, il cristianesimo divenuto religio triumphans, regola i conti col paganesimo e con l’ebraismo, specie in Alessandria  con Teofilo e Cirillo, sulla scia dell’insegnamento  di Atanasio Cfr. www.angelofilipponi.com I due canoni.

In un lasso di tempo  relativamente breve, quello compreso tra il Concilio di Nicea  del 325 e quello di Costantinopoli, in nemmeno 56 anni,  il cristianesimo, riunificate le diversissime anime ereticali   provinciali, nate dall’assenza di una centralità dottrinale, a causa delle molteplici tradizioni evangeliche orali e scritte esistenti, scoordinate anche per la  distanze geografiche delle aree cristiane nell’immenso impero romano,  chiuse ed isolate dalla maggioranza pagana, grazie al patrocinio del tredicesimo apostolo, l’imperatore Costantino,   fedele del Christos, deus sebhaot, unifica il suo credo,  già inficiato dalla eresia di Ario, che, comunque,  ha la meglio negli ultimi anni costantiniani e sotto il regno dei suoi figli, specie di Costanzo II.

Insomma si vuole dire che  nei tre Vangeli  detti sinottici  c’è una doppia storia e che una cosa è  la concezione di vita ebraico- aramaica ed una  quella di stampo giudaico- romano-ellenistico.

Esemplare è il termine genealogia  genehlogiai /toledot di Matteo differente da Biblos geneseoos Ihsou Khristou: ambedue  indicano  diverse letture di un fenomeno non univoco, uno di matrice ebraico -aramaico ed uno di matrice  greca, andati avanti   secondo processi  retorici in relazione alla diversità di un’ ideologia teologale  giudaica  e di una cultura  platonico-stoica ellenistica.

Dunque, una è  la genesi delle  parole  e dei fatti  di Gesù, cioè la genesi dei Vangeli,  propagandati da quelli che andarono  secondo Marco  a predicare a tutta la creazione  pashi thi ktizei  il Vangelo la buona novella di uno, morto, risorto, salito al Cielo e seduto alla destra di Dio Padre (I-e II conclusione del vangelo di Marco): questa potrebbe essere quella del proto Marco, aramaica, basata sulle parole, con qualche episodio della vita-scritta poco prima o poco dopo la morte di Giacomo,  connessa con Paolo e per lui basilare,  visto il rapporto di Marco con Pietro- ; un’altra è la genesi  di un Vangelo, quello di Matteo, la cui stesura iniziale, aramaica, sui Detti del Signore potrebbe avere una sua collocazione perfino prima della distruzione di Gerusalemme, subito dopo il quinquennio di potere del re unto /maran Mashiah, il cui ampliamento con la Vita di Gesù, successiva, potrebbe essere stato scritto tra  il massacro  degli esseni e  la distruzione del Tempio in quanto  il modello di martirio, – per la presenza  di dolore/ esev, –  è utile ai combattenti aramaici proprio per la stessa concezione di vittima  del Christos.

Comunque, la forma della sezione Jhwh dice  che equivale a logia del  signore della koiné  cioè quella di un nabi -corrispondente a propheths-, forse  scritta  in poesia (o in prosa ? anche questo non si sa) ,  è davar, parola oracolare, poetica,  come i salmi Tehillim o tefillot e i proverbi – che sono una forma di similitudine gnomica  multiforme,  detta mashal – mentre la narrazione  della vita  doveva essere in prosa.

Quindi, dopo  un momento di oralità  comune (non si sa per quanto tempo) per i due Regni, anche se hanno due diverse odoi e due diverse concezioni, si costituisce un corpus scritto aramaico,  in qualche modo  connesso  con la scuola di Jammia di Johanan Ben Zaccai, mentre l’altro mantiene un più lungo periodo di oralità  e poi  inizia una fase di scrittura  con Marco, quel  Proto Marco, considerato nella teoria delle due fonti quasi  un’altra Q, databile tra le due opere di Giuseppe Flavio- Guerra giudaica del 74  ed Antichità Giudaica del 94-  di cui il vangelo del Marco, che noi conosciamo,  è un successivo rifacimento di epoca  traianea: il primo  sottende  un corpo letterario ebraico- aramaico  delle parole di Gesù  a cui si aggiunge la vita storica di Gesù come paradigma di uomo di lavoro, di combattente e di martire come Messia/Christos  vinto ma destinato al ritorno, secondo la volontà di Dio, il cui piano eterno deve essere compiuto.

E’ questo  un materiale  oralmente trasmesso da padre in figlio  per quasi un sessantennio sulla base della scrittura aramaica matthaica  di parole divine tradotte come logia dai christianoi, presenti come termine già in Filone e in Flavio specie in la Vita di Mosé,  tipico dell’area semantica oracolare, connessa con la profezia.

E’ un processo che segue la vita della sinagoga e del didaskaleion fino al momento del distacco dall’ebraismo, alla fine del I secolo;  da allora inizia una trascrizione evangelica, di cui Luca è espressione concreta, propria di un ellenista acculturato, che redige per scritto la tradizione evangelica, secondo la sua propria cultura e professione, senza  neanche entrare in merito a quanto scrive, senza capire il valore  sotteso delle parole stesse di un’altra cultura, in quanto ha un proprio telos/fine, come, d’altra parte, Marco.

Infatti per Luca la fede è salvezza  8,48 , 17,19 ecc, ma la salvezza ha valore di vita Hayyim rispetto  alla morte mawet: l’evangelista segue solo la lezione di Paolo che  con la fede e con la preghiera pensa di rendere operosa la salvezza del Christos morto e risorto, lui stesso paradigma di vita eterna.

Luca non intende, in quanto greco, il significato del plurale  di vivo hay  che  comprende nella pluralità l‘essenza della vita  che sottende e  chi cresce e  ha sensazione, ma anche chi è mobile vivente  ed anche chi si riprende da una malattia: insomma  all’evangelista  sfugge il valore  del  termine  che indica un  essere che ha carne viva, respira e compie azioni da vivente, le cui conoscenze corrette sono espresse come vita,  al contrario di quelle scorrette, indicate come morte Cfr. Proverbi 8,35 giacché chi trova me trova la vita e riceverà favore da Jhwh; Proverbi 4,20-22  figlio mio, presta attenzione ai miei discorsi, alle mie parole inclina le r tue orecchie, non si dipartano dai tuoi occhi, custodiscili in mezzo al tuo cuore, perché la vita sono essi  per chi li trova…

Per l’evangelista, paolino, il sistema cristiano trasforma con l’agape amore  il mondo perché Gesù è odos, aletheia e bios (via, verità e vita) secondo la retorica romano-ellenistica e secondo la logica dell’oikonomia divina che travolge e sconvolge il  mondo della creatura  in un totale rovesciamento, per cui  all’uomo resta solo la speranza  in Dio che concede  in un altro regno la soluzione di ogni umano problema con il premio eterno ad un mortale.

L’evangelista, dunque, segue, comunque,  da una parte la sapienza secondo Proverbi 2, 3,4 ,  che invita a non uscire  dalla retta via, che esorta  alla carità verso il prossimo, alla vita tranquilla  e alla giustizia e da un’altra  si regola con abilità  secondo la paideia greca , avendo  i piedi su due staffe, servendosi di due padroni usando  scaltramente, a sua discrezione, ora una cultura ora un’altra, risultando efficace, funzionale e  dilettevole.

Dunque, bene vita e male morte sono  nel discorso evangelico espressioni metaforiche tanto da poter dire  che i giusti  anche da morti sono vivi,  mentre i malvagi sono morti anche da vivi,  in una  sottensione di  due diverse culture, che hanno differenti parametri valutativi

Eusebio, che riprende la tradizione evangelica, e che ha forti perplessità,  dopo circa due secoli, ad accettare la testimonianza  di Papia di Ierapolis – un cristiano nato  nella seconda metà del I secolo e morto nella prima metà del II secolo,  scrittore di  un’opera esegetica sui detti del signore Logioon kuriakoon- ecshghsis,   connessa con la tradizione  orale dei presbiteri   e con quella  di Filippo e delle sue figlie, attivi nell’area geropolitana, di cui sono citati frammenti  evangelici  di Marco e di Matteo, nonostante  che sia considerato  discepolo di Giovanni,  millenarista  e  maestro di Ireneo-  accoglie, invece, la fonte di Egesippo (Hist. Eccl.. 3,11,1), di cui sono note le molte incongruenze  ed alcune  notizie su Giacomo (2.23,6) rivelanti un differente Regno rispetto alla Basileia tou Theou,  propugnata da un Giovanni,  il cui messaggio  è di molto diverso da quello degli altri tre evangelisti.(Marco Luca e Matteo), la cui lezione giustamente è detta, comunque, secondo Matteo (Kata Matthaion ).

Non si tratta di Matteo, però,  del codice Muratoniano (documento che contiene la lista dei libri del nuovo testamento- datata forse 150 d.C–  scoperta da Ludovico Antonio Muratori  nel 1740 nella Biblioteca Ambrosiana di Milano).

Inoltre  il logion Freer – Cfr. B.   Mariani, Enciclopedia cattolica -sembra alludere a  un Marco  successivo,   non databile esattamente.  
Infine il vangelo di  Giovanni, -che  non è  certamente Giovanni il discepolo prediletto, ma  è uomo di età adrianea  (un discepolo omonimo o un altro  Giovanni) che scrive intorno al 130  epoca in cui oggi si colloca il papiro 457 del Fayum (Ossirinco) della biblioteca di Roland Ryland pubblicato da C.H.   Roberts , contenente un brano giovanneo, in cui si parla del dialogo di Gesù con Pietro, –presenta connotazioni chiaramente gnostiche che lo fanno datare   nel periodo  di Basilide e Valentino.

Infatti si può arguire che quanto scritto ad Efeso  fosse in circolazione da poco anche in Egitto e in Africa: studi paleografici hanno fissato la datazione non oltre il 150 d.C e non prima del 130 d.C.  con l’oscillazione di un ventennio, considerati il papiro, la grafia e il sistema a colonne.
Perciò i redattori della Nuovissima versione della Bibbia dai testi originali  ritengono  che  si sono succeduti più stadi ma non ne precisano i termini storici.
Di conseguenza noi cerchiamo, data la frammentarietà di notizie,  di rilevare i periodi  su un piano storico per quanto ci è possibile,  e di mostrare secondo un certo ordine  e di  precisare in relazione  ai testi  in nostro possesso.

Precisiamo per quelli che non conoscono il mio pensiero  su Gesù, qenita, kanah e meshiah /Maran.

La vita storica di Gesù  che va dal 7 a.C fino alla Pasqua del 36 (cfr. A FILIPPONI, Nascita di Gesù in Jehoshua o Iesous?  Maroni, 2003) è  tutta da documentare secondo fatti accaduti realmente come le parole veramente dette alla presenza dei cosiddetti discepoli (apostoli)  dopo un lavoro sulla tradizione evangelica, nel quadro di una belligeranza ininterrotta tra il giudaismo e la romanitas, nel contesto di una reale  proclamazione di un malkuth e del riconoscimento  della venuta del Messia: è un periodo sconosciuto nonostante i tanti scritti, di cui niente è effettivamente certo in quanto tutto è stato letto in una chiave religiosa e mitica, poiché alonato da un senso di divino, dato come credibile,  non comunque  razionalizzabile e quindi custodito come tesoro intoccabile ed inguardabile, come segreto, non esplorabile in quanto mistero.

Secondo il mio parere, i logia del Signore e il bios di Gesù Christos, per come diciamo noi oggi,   sono  inizialmente guide e vie  per la  perfezione  e la formazione morale e pratica di un combattente  kanah  ebraico zeloths  antiromano, per quanto dice  Giuseppe Flavio in greco  in Guerra Giudaica  e  in Antichità Giudaica, che  usa il termine  anche lhsths per indicare ladro, ma  sottende il significato di un armato antiromano,  guidato da esseni o da maghi goeths, aramaico per formazione e per lingua, impegnato in azioni sia contro gli erodiani e sadducei  e i sebasteni  samaritani che contro i milites romani controllori della provincia della Iudaea. convinto di fare la volontà divina perché conformato secondo la musar ebraica.

Insomma tutto questo corpus letterario sottende inizialmente un popolo in ribellione contro  il dominio romano; Roma ha un  controllo, diretto   in Idumea Samaria e  Giudea  ad opera di un procuratore  – con  circa una legione e mezza con postazioni a Cesarea Marittima, sulla Fortezza Antonia sopra al tempio di Gerusalemme, e con un reparto di cavalleria  alla periferia di Cafarnao  in Galilea-  coadiuvato dal prefetto di Siria che controlla le quattro legioni sull’Eufrate  e i contingenti militari ausiliari, forniti da reguli  socii dell’impero romano. I figli di Erode il Grande (Erode Antipa, tetrarca di Galilea e di Perea,  e Filippo  di Iturea, Traconitide, Batanea, Paneas Auranitide Gaulanitide) hanno truppe proprie e fanno leve per dare auxilia truppe ausiliarie  ai romani, che a volte hanno anche la cooperazione di sebasteni samaritani e degli strategoi templari che gestiscono le milizie del Tempio.  Truppe militari vengono fornite anche dai re di Cappadocia, del Ponto, di Bitinia  e di Armenia, filoromani, impegnati a difendere il fronte eufrasico, estremo baluardo  orientale dell’imperium romano.

A questo imponente schieramento di forze antiaramaiche contro l’impero di Artabano III, re dei re di Parthia, si oppongono le forze zelotiche  che possono fare solo una guerriglia  in regioni impervie montuose, boscose,(cfr.  Tetrachia di Lisania ) in Galilea, in Iturea, Gaulanitide e Traconitide e in zone desertiche , dislocate non lontane dal confine parthico. Eppure  nonostante la scarsa consistenza numerica  e la difficile vita di banditi, protetti dalla popolazione locale aramaica, data la  lotta per quasi  due secoli, la continua stasis giudaico-aramaica  risulta un cancro da estirpare già per i Giulio Claudii, e diventa, dopo la parentesi  dei Flavi-che pur avevano distrutto il Tempio-  per gli antonini  una necessitas storica  quasi un dovere,  l’annientare il genos  ebraico, con estirpazione della radice  e   dei segni visibili  del culto stesso di Jhwh e del nome stesso di Sion/Gerusalemme.

Gli aramaici,  dunque,   connessi con la tradizione ebraica dei discepoli di Ben Zaccai, prescrittiva ed orale, hanno  bisogno dopo la morte di Iaqob, la fine dei esseni e  la distruzione del tempio,  non solo delle  parole del signore ma anche di esempi concreti  di  vita  che potevano anche essere  presi dalla parte scismatica ebraica  alessandrina che, dopo la costrizione flavia  e la forzata concessione sinedriale della condanna a morte di molti  fuorusciti naziroi  da Gerusalemme, è solidale con l’ebraismo gerosolomitano aramaico, seppure sterminato col consenso ebraico ellenistico.   Gli alessandrini, al di là del  traumatico editto del sinedrio necessario per l’incolumità della città,  ammirati dall’eroismo aramaico, esaltato nei loro scritti, hanno un rapporto più stretto,  da quel momento, con correligionari, in nome della  comune Legge  mosaica. Le discussioni rabbiniche di Iammia  sono lette e confrontate con quelle alessandrine  e cirenaiche  e creano un corpus letterario orale per oltre un quarantennio, in cui  c’è una pacificazione generale, seppure con screzi dottrinali,   non solo tra le differenti anime ebraiche, ma anche tra queste e la romanitas e  i greci.

In un clima di apparente filoromanità,  in cui  cova  l’odio zelotico antiromano,   si costituisce  parte di quella Torah she be ‘alpe  (torah orale) che poi sarà  messa in scritto da Giuda ha Nasi,  come  raccolta unitaria  anche di tutte le altre  discussioni rabbiniche, tenutesi   dal periodo del tempio fino all’epoca di Antonino il Pio e Marco Aurelio  (Midrash). Da qui, grazie ai commenti (pesharim) dei tannaim,  si costituiscono i Talmudim (Jerushalmi e Bauli) formando due rami,  quello  “haggadico” (da Haggadah/ narrazione ) e  quello” halachico”(da -Halakhah/norma), secondo due diverse letture ed interpretazioni, una narrativa ed una legalistica.
I cristiani, antiocheni, invece, -già separatisi dai naziroi basileici di Jakob, cioè  da quelli della Chiesa gerosolomitana e forse dai mandei, fuggiti  in Parthia ( che avevano lo stesso codice ebraico scritto, masoretico)- avevano già, come libri sacri, subito dopo il 70, la Bibbia dei Settanta, le Lettere di Paolo, i tre vangeli sinottici, Lettera di Barnaba, Erma e Clemente I-II .
I christianoi,  dunque, si appropriano non solo della Bibbia dei settanta, del metodo divisorio, del sistema pesher tipico  della Sapienza, dei Salmi e Proverbi, ma anche dell’opera del Siracide, di Filone e poi di Flavio, seppure rifiutati  come libri  menzogneri, impuri dall’ebraismo, che scomunica il cristianesimo antiocheno, già minacciato da altre eresie nel suo interno.
Gli ebrei  aggiungono  proprio allora la Birkat Ha Minim  la dodicesima benedizione della Amidah, redatta da Samuel il giovane, secondo le indicazioni di Gamaliel I: “Per i calunniatori e per gli eretici non vi sia speranza, tutti si perdano presto, tutti i Tuoi nemici vadano in rovina repentinamente. Tu li annichilirai ai nostri giorni. Benedetto sii Tu o Signore che spezzi gli avversari ed umili i reprobi.
Inoltre essi, (compresi i seguaci di Giacomo) pregano così contro i Christianoi, ed assumono  ufficialmente il testo masoretico in una volontà di distacco definitivo dai Christianoi, minim, che seguono il Testo dei Settanta e la lettura di Filone.

Per me anche Filone di De vita Contemplativa e  di Quod omnis probus inizialmente   fonte comune per rabbini ebraici naziroi e christianoi in quanto,   propositore  di   una doppia via per chi  vuole conoscere Dio, mostra come chi ha scienza e timore di Dio  occupa il posto/magon  degli avi e che ha diritto al trono/kisse che è eterno dando modelli di vita mediante la  pratica essenica e  la theoria  contemplativa Terapeutica.  Poi,  sebbene tutto questo costituisca  un corpus unitario  di base terapeutico- essenico  su cui si forma una  primissima tradizione orale, utile per tutti le radici ebraiche, la storia  divide gli ebrei aramaici , compresi i naziroi,  dai christianoi, che separati ideologicamente dagli ebrei, sanno vivere vicino ai greci, goyim pagani.

Invece  gli ebrei ellenistici  cominciano ad avvicinarsi sempre più al radicalismo ed oltranzismo aramaico per motivi politici, amministrativi e  ed economici e quindi si staccano definitivamente da Filone e dalla Bibbia dei Settanta, inficiata nella lettera dalla paideia ellenica.

I Christianoi antiocheni, vivono separati  e  sono ben distinti da Traiano-   come si vede  nella lettera di Plinio all’imperatore – dagli ebrei, che ora sono perseguitati  e perché aramaici e perché ellenizzati  oppositori però alle auctoritates locali  a  causa del decadere delle loro azioni finanziarie, non più sostenute dalla politica romana, ormai vicina ai banchieri pagani, danneggiate ulteriormente dalla nuova famiglia regnante  filellena, dopo il tracollo in epoca flavia.

Inoltre  gli aramaici ora  sparsi in Partia, e specificamente  in  Mesopotamia e in Assiria e in Perside, ma  in maggioranza     propagatisi in Alessandria  e Cirene,  portano il contributo della loro formazione  e cultura ai confratelli ellenisti in territorio romano con mesopotamizzazione, che sottende odio contro Roma e fratellanza con i Parthi.

Eppure l’ amministrazione dei governatori romani, che  pur applicano la legge di Nerva(96-98), giusto imperatore che ha abolito l’obolo ebraico cancellando la tassa flavia,  risulta per gli ebrei ellenisti  rapace   in relazione alle loro attuali situazioni commerciali, di sopravvivenza,  e perciò  attendono in uno stato di quasi miseria  il compimento del Malkuth, come un ripristino della loro antica  condizione sociale.

I rabbini  di  Iudaea e quelli ellenisti ora hanno una voce comune e sono apparentemente pacifici in attesa dell’evento messianico,  del ritorno del Meshiah, avendo cancellato parzialmente  la memoria di quello  vinto e crocifisso,  atteso invece, ancora,  dai naziroi gerosolomitani.

Una nuova ondata di Messianesimo si abbatte in tutto l’oriente mentre i giovani sono segretamente arruolati ed addestrati  e sono formati secondo le prescrizioni della torah e formati dottrinalmente  con la davar scritta,  secondo moduli apocalittici ed escatologici.

In effetti nei primi anni del principato di Traiano la teoria apocalittica e escatologica si sviluppa come concezione della fine dell’ira di Dio dopo  le tante prove subite e patite  da Israel peccatore e come avvento di un Nuovo Messia  in quanto è giunta l’ora del Signore.

Gli aramaici, dunque, hanno due differenti letture una propria dei  giacomiti , la cui Bibbia siriaca, autorizza un’interpretazione  di ritorno del signore per l’instaurazione definitiva del regno, mentre gli altri aramaici di Parthia  e di Giudea, non naziroi,  hanno una  visione  di vittoria di Sion su Roma con la venuta di un Nuovo Meshiah  invincibile.(cfr Apocalisse di Baruc  e IV libro di Esdra  con l’immagine  vittoriosa del Leone messia  sull‘aquila imperiale sconfitta ).

Le comunità ebraiche  di Mesopotamia, di Cipro,  di Cirene e di Egitto iniziano ad essere in fibrillazione al momento della spedizione antinabatea, come già prima intorno al 101,  alla morte di Erode Agrippa II , quando questi lascia in eredità a Traiano il suo regno, cosa che  autorizza l’imperatore a congiungere l’area giudaica con quella sinaitica ed egizia, con l’annessione del Regno di Nabatea  tanto da poter dire che ormai il Mediterraneo è  mare nostrum.

Dunque,tra il 101 e il105, epoca della annessione della Nabatea  da parte di Traiano, intenzionato ad aprirsi la via pelusiaca per avere l’appoggio della flotta romana,  che doveva essere  forza ausiliare  alle legioni   sul Mar  Rosso,  sul golfo di Aqaba  e perfino su quello Persico, all’occorrenza- in quanto la Parthia non aveva un contingente marittimo –   e ad avere libero il passaggio dall’ Armenia minor, obbligatorio secondo i piani di Cesare, di Germanico e di Caligola, per un’invasione del territorio parthico.

Eusebio parla  di Papia   che  con  l’esegesi dei logia del signore,- già scritti in aramaico da Matteo –   afferma che  gli altri evangelisti scrissero come potevano sulla base matthaica senza indicare l’esatto tempo, dopo la fase orale.

Bisogna pensare perciò che la testimonianza papiana sottenda un lavoro già compiuto da Matteo aramaico  prima del periodo compreso tra  il 105 e  il 115 d.C. e perciò è possibile  inferire che  Matteo greco, il proto Marco e  e Luca scrivano  per integrare la tradizione orale  con quella scritta delle Lettere di Paolo   in modo da formare un corpus greco per i Christianoi di Antiochia, anche per meglio distinguersi dai naziroi e  dagli ebrei,  in un momento storico grave  perché la parentela religiosa  è  un percolo per la loro incolumità. E’ un momento veramente gifficile, il più   delicato della storia romana, tanto traumatico per la romanitas quanto per l’ebraismo aramaico, che, congiunto con quello ellenistico si macchia di orribili misfatti, dolorosi ad ammettersi anche a distanza di secoli, indegni di un popolo sacerdotale, eletto...

Credo di poter mostrare la gravità   rilevando con Cassio Dione , LVIII,28,29,30 la situazione tragica ad Antiochia dove è Traiano nel 115 d.C., pronto per la partenza per la spedizione parthica.

Un terremoto catastrofico in città è  interpretato dai giudei come i partecipazione di Jhwh alla guerra contro i Romani,  come presagio della  sconfitta romana,  come segno della venuta prossima del Messia: per  loro il cataclisma diventa  come una chiamata alla armi al suono del corno shofar.

La campagna parthica di Traiano comincia bene con vittorie  in Assiria e  poi  con una navigazione sicura sul Tigri (mentre una parte naviga  sull’Eufrate, dopo la conquista di Nisibis ad opera di Lusio Quieto)  grazie ai battellieri giudaici  che sembrano  collaborare  con l’esercito romano e con le truppe di invasione socie.

Sbarcato l’esercito  non lontano dalla confluenza dei due fiumi, nelle vicinanze di Seleucia, Traiano  entra invitto nella capitale Ctesifonte, mentre Lusio Quieto avanza verso il delta  paludoso fino al Golfo Persico…

Non è chiaro cosa succeda, ma quando Traiano insedia come Re dei re Partamaspate, la situazione si capovolge, forse per la sconfitta dell’esercito schierato  fuori delle mura  ad opera della cavalleria catafratta…

La reazione parthica è totale  nella bassa Mesopotamia a causa di un  violento contrattacco giudaico,  che divide l’esercito in due tronconi  una guidato da Traiano e l’altro da Adriano e  Cornelio Palma  Cfr J. BENNETT, Traian optimus princeps, Bloomington,2001)

Separatamente si cerca di prendere le navi sull’Eufrate e sul Tigri per  il ritorno in Patria e questo aggrava ulteriormente la ritirata anche per la defezione  dei battellieri ebraici, che  cessano la collaborazione con i milites, incalzati dalla cavalleria parthica  e  svantaggiati in una pianura aperta, nonostante la presenza dei cavalieri mauri di Quieto, tornato con l’esercito decimato da malattie (dalla malaria) privo di rifornimento e impossibilitato a prendere  Hatra  …

Alla fine del 116  si viene a conoscenza della ribellione ebraica e delle stragi fatte a Cirene e a  Salamina di Cipro dai  Giudei  e Traiano  è sollecitato a tornare ad Antiochia, da dove dirigere le operazioni  contro i rivoltosi di Egitto, di Cirenaica e di Cipro.   Vengono accelerate le marce ( si passa da magnis itineribus a maximis itineribus) guidate  da Publilio Celso e da Avidio Nigrino, pur se si è in zone desertiche.

Il titolo di Particus, già acquisito da Traiano, proclamato dalle truppe imperator,   sottende ora una sconfitta, in quanto  l’esercito  che avanza è decimato dalla cavalleria parthica  completamente ricompattata nel nome del nuovo re, anche se  nominato dai Romani, ma ora riconosciuto universalmente i da ogni suddito …

La morte di Traiano  a Selinunte di Cilicia   ha come conseguenza la necessaria cessione dell’Armenia e  della neo provincia di Mesopotamia, già del tutto riconquistata dai Parthi: Adriano ora imperatore,  sancisce un dato di fatto e ripristina lo status antecedente l’impresa parthica.

Inoltre poco dopo la congiura di  Quieto  e di Nigrino, di  Palma  e Celso,  si manifestano  segni di un malcontento militare  per l’ inattesa conclusione dell’impresa parthica  e per il ripristino dell’ordine nell’imperium romano già alla fine del 118, senza aver punito debitamente i Giudei, responsabili del fallimento della politica  imperialistica, che, comunque, restano cives  anche se  sotto oculata sorveglianza . cfr  M . GRANT,  The Antonines: the roman empire in transition London 1996,  mentre le città non lontane dal fronte  eufrasico sono adeguatamente fortificate come ad esempio Gerasa/ Jerash.,

Il rescritto di Adriano  a Gaio Minucio Fundano, governatore di Asia dal 122 al 123,  riportato da Eusebio (Hist. Eccl. IV,9,1-3),   già in Giustino, Apologia, XVIII, 3-5  è in linea con quello traianeo sotteso alla risposta dell’imperatore a  Plinio il giovane, legatus   Augusti pro praetore  in Bitinia  e Ponto  cfr. Epistula X,96 -97  in quanto  fotografa i necessari  e differenziati interventi sugli ebrei e sui christianoi.

I giudei, circoncisi e separati dai goyim/pagani, aramaici o ellenistici, sono vigilati speciali, mentre i cristiani ben integrati tra le popolazioni locali, amati e rispettati per la tendenza alla riunione pacifica e all‘agape fraterna, anche se, data la comunione dei beni, pagano le tasse  alle autorità regionali non individualmente  per capita, ma per etnos associato nella persona dell’epitropos o episcopos o epimeleths, con titoli  differenziati  a seconda della grandezza dell’ecclesia.

Nel rescritto si sottende che l’ebreo  deve essere investigato nella proprietà e nel suo culto di latria  e perseguito  sulla base di un  semplice accusa, mentre per  il Christianos  oltre all’accusa di un accusatore, perseguibile penalmente  in caso di infondatezza delle,  prove procedurali, non basta il nomen ipsum ma sono necessarie le documentazioni  dei flagitia coehrentia nomini   cioè  non c’è  punizione per il nome stesso, ma per  le colpe connesse al nome. Plinio  Ep.X,96.

Comunque, Traiano indica una procedura , a cui si attiene anche Adriano, e impone  che non li si deve ricercare; qualora vengano denunciati e riconosciuti colpevoli, li si deve punire, ma in modo tale che colui che avrà negato di essere cristiano e lo avrà dimostrato con i fatti, cioè rivolgendo suppliche ai nostri dei, quantunque abbia suscitato sospetti in passato, ottenga il perdono per il suo ravvedimento. Quanto ai libelli anonimi, essi in circolazione, non devono godere di considerazione in alcun processo; infatti è prassi di pessimo esempio, indegna dei nostri tempi. Ep. X,97.

Chiaramente gli imperatori antonini indagano  il christianos che pur ha una radice ebraica, ma sono indulgenti  anche se richiedono in pratica  qualche manifesto segno (grano di incenso offerto in pubblico). come riconoscimento del numen dell’imperatore e di Roma: in sostanza sembrano più inclini a perdonare che a punire il cristiano, mentre sono determinati a perseguire l’ebreo  indistintamente.

Dunque se è chiara la situazione  che precede la nuova ed ultima  insurrezione giudaica,  quella di Shimon bar Kokba,  si può forse far rilevare che in un clima di sorveglianza stretta  da parte delle auctoritates provinciali romane verso l’elemento ebraico, sia compatibile la presenza di una scrittura aramaica  sulla vita e sulle parole del Meshiah.

Quindi  tutte le prescrizioni della  torah  con gli huqqim disposizioni e con i mishpatim giudizi connessi con le profezie oracolari mosaiche mostrate  da Iaqob e  fuse con le  prescrizioni del  malkuth del fratello – le cui parole oracolari e i cui decreti  sono da seguire con scrupolo da tutti i seguaci che proprio nell’attesa del ritorno aumentano il timore di Dio, seguendo il modello di vita di Gesù, morto e risorto, legge vivente ora…

Ne consegue che, vivente ancora Jakobos, sulla base della celebrazione del martirio di Gesù si era costituto un racconto della vita, della passione,  morte  e resurrezione del fratello, dapprima orale ma poi, dopo la strage degli esseni, con la memoria annuale non solo del Meshiah ma anche dei nuovi martiri,  si costituì una sorta di narrazione scritta  con prescrizioni giuridiche, in assenza del tempio, letta in riunioni  più o meno segrete, data la vigilanza romana.

Dopo secoli non è possibile determinare se  il testo esiste già al trasferimento a Pella, considerato poi che al ritorno a Gerusalemme  gli aramaici gerolosomitani sono  ancora connessi con i confratelli giudaici  e  che avessero collegamenti con Ben Zaccai  tanto da essere uniti nella lotta coi romani al momento dell’annessione della Nabatea e ancora di più  nel corso della guerra di Kitos o se la  codificazione scritta  è connessa con gli avvenimenti antonini.

Questo scritto è quello stesso di  Papia, di cui parla Eusebio?

Certamente questo  corpus  fu comune agli aramaici di Giacomo e  a quelli di Parthia nel clima bellico traianeo  e poi in quello della repressione adrianea.

Allora bisogna  presupporre  tra gli ultimi anni del I secolo e i primi cinque anni del II secolo, una scrittura greca evangelica kata Marcon, kata Matthaion, kata Lukan, di cui non si conosce l’esatto momento di redazione!

Infatti da Giustino  in poi è possibile trovare segni di Vangeli scritti in varie ecclesiai in greco – perfino quello giovanneo- nel corso di tutto il II secolo e prima metà del terzo secolo.

Eusebio in Historia Ecclesiastica 5,10 parla di Panteno e mostra come in Alessandria sia presente ancora il vangelo di Matteo aramaico, ma circolano  anche quello di Marco e di Luca  e Matteo greco secondo Ammonio alessandrino,  mentre  in altre parti dell’mondo romano Taziano, nato in Assiria nel 120 e morto forse nel 180,  cerca di comporre un Vangelo unitario nella sua opera Diatesseroon, detta anche  Armonia, perché fa il tentativo di unificare , armonizzando le tante e diverse tradizioni -anche orali- greche, pur già scritte.

Queste sono le sue precise parole: Un uomo celeberrimo per la sua cultura, di nome Panteno, dirigeva allora la scuola dei fedeli di quella città, dato che per antica usanza esisteva presso di loro una scuola di dottrina sacra: essa si è conservata fino a noi, e abbiamo saputo che è tenuta da uomini abili nella parola e nello studio delle cose divine. Si narra che il suddetto Panteno si sia distinto tra i più brillanti di quel tempo, in quanto proveniente dalla scuola filosofica dei cosiddetti Stoici. Si dice quindi che mostrò un tale ardore nella sua fervidissima disposizione per la parola divina, da essere designato araldo del Vangelo di Cristo alle nazioni d’Oriente, giungendo sino all’India. V’erano infatti, v’erano ancora a quei tempi, numerosi evangelisti della parola, che avevano cura di portare zelo divino ad imitazione degli apostoli per accrescere ed edificare la parola divina.
Anche Panteno fu uno di loro, e si dice che andò tra gli Indiani, dove trovò, come narra la tradizione, presso alcuni del luogo che avevano imparato a conoscere Cristo, che il Vangelo secondo Matteo aveva preceduto la sua venuta: tra loro, infatti, aveva predicato Bartolomeo, uno degli apostoli, che aveva lasciato agli Indiani l’opera di Matteo nella scrittura degli Ebrei, ed essa si era conservata fino all’epoca in questione.
Panteno, comunque, dopo numerose imprese, diresse infine la scuola di Alessandria, commentando a viva voce e con gli scritti i tesori dei dogmi divini.

Da quanto detto da Eusebio il vangelo aramaico di Matteo, portato da Bartolomeo in India ( non si sa se l’apostolo fa un viaggio marittimo con navi – sul mar Rosso  da  Clisma fino ad Aden per costeggiare l’Arabia ed arrivare  fino a Barigaza- o se ci viene, via  terra, dalla Perside; la prima è più trafficata data la presenza di  192 navi che fanno il tragitto  mensile  per India, la seconda è tipica degli ebrei della zona della bassa Mesopotamia e  della regione intorno a Susa),   si può arguire  per prima cosa che poco dopo la distruzione di Gerusalemme  alcuni  aramaici dopo Masada, si dirigono, oltre che ad Alessandria anche  in Arabia e  in Babilonia. Inoltre  si evince  che Panteno  ritrova lo scritto aramaico  tra le popolazioni indiane  e lo riporta ad Alessandria ( e poi  non se ne  ha più notizie- pare-).

Da altre fonti si conosce  che in India centrale c’è una fioritura di naziroismo dopo la galuth adrianea, come anche in Arabia  più  in quella centrale che  lungo la coste  e del mar Rosso e dell’ oceano indiano- compreso il golfo di Oman: sono attestati naziroi perfino all’epoca di Maometto…

Questa codificazione aramaica  costituisce  un corpus unitario  di base terapeutico- essenico, portato avanti dai Terapeuti di Alessandria  rimasti puri fino al tempo di Sinesio (Cfr. www.angelofilipponi.com Il vescovo Sinesio) su cui si forma una  primissima tradizione orale, christiana antiochena  anche dopo la violenta scomparsa ad opera della decima legione romana degli esseni, recuperati poi nel II secolo,   e dopo  la distruzione del Tempio…di cui si ha traccia implicita in Clemente Alessandrino (Stromateis , 1,21,147 ) in Origene ( Comm. in Matteo, 1) e forse in Tertulliano (De carne Christi, 22)che parlano già di un Vangelo di Matteo scritto in greco  e ne riportano l ‘ incipit …

Dopo la codificazione scritta greca, la varietà dei vangeli è in relazione alle tante e differenti aree di  predicazione cristiana, in Oriente e in Occidente, in cui appaiono modifiche, aggiunte  e  cambi strutturali con  formule  utili  per la definizione della  regalità, della cristologia e del mistero trinitario e talora  si costituiscono perfino  Nuovi Vangeli, attribuiti ad Apostoli …

Il primo,a detta di Eusebio, che li  certifica e li cataloga  facendo precise enucleazioni sarebbe stato un Ammonio di Alessandria   contemporaneo di Ammonio Sacca, il filosofo, maestro di Plotino…

In Eusebio come  in Atanasio , comunque, sono presenti i segni  di una avvenuta  evangelizzazione  cristiana, ma anche di una incertezza sul criterio di autenticità e su quello di classificazione…

Il sistema classificatorio  arriva fino a Isidoro di Siviglia, la cui esposizione sottende una precisa eredità ariana, quella della cultura visigotica, inficiata dall’evangelizzazione anche nestoriana monofisita,  in Spagna….

Isidoro in De canonibus evangeliorum  dice: 1. Canones Evangeliorum Ammonius Alexandriae primus excogitavit, quem postea Eusebius Caesariensis secutus plenius conposuit. Qui ideo facti sunt, ut per eos invenire et scire possimus qui reliquorum Evangelistarum similia aut propria dixerunt.

2. Sunt autem numero decem, quorum primus continet numeros in quibus quattuor eadem dixerunt: Matthaeus, Marcus, Lucas, Iohannes. Secundus, in quibus tres (eadem dixerunt): Matthaeus, Marcus, Lucas.Tertius, in quibus tres: Matthaeus, Lucas, Iohannes. Quartus, in quibus tres: Matthaeus, Marcus,Iohannes.

3, Quintus, in quibus duo: Matthaeus, Lucas. Sextus, in quibus duo: Matthaeus, Marcus.Septimus, in quibus duo: Matthaeus, Iohannes. Octavus, in quibus duo: Lucas, Marcus. Nonus, inquibus duo: Lucas, Iohannes.

4. Decimus, in quibus singuli eorum propria quaedam dixerunt.Quorum expositio haec est. Per singulos enim Evangelistas numerus quidam capitulis adfixus adiacet, quibus numeris subdita est aera quaedam mineo notata, quae indicat in quoto canone positus sit numerus, cui subiecta est aera.

5. Verbi gratia: Si est aera .., in primo canone; si secunda, in secundo; si tertia, in tertio; et sic per ordinem usque ad decimum perveniens. Si igitur, aperto quolibet Evangelio, placuerit scire qui reliquorum Evangelistarum similia dixerunt, adsumes adiacentem numerum capituli, et requires ipsum numerum in suo canone quem indicat,ibique invenies quot et qui dixerint; et ita demum in corpore inquisita loca, quae ex ipsis numeris indicantur, per singula Evangelia de eisdem dixisse invenies.

In epoca visigotica grande era  la confusione, nonostante i canoni, i raggruppamenti, le divisioni, le logiche differenziate semantiche!.

Riassumiamo  e concludiamo.

Si era costituita  in epoca flavia una doppia tradizione  quella  aramaica, orale, che serpeggiava, si  vivificava e si rianimava col paradigma dei martiri nella lotta clandestina contro i Romani e che, finita dopo il settanta, iniziava un nuovo reclutamento militare collegato con quello dottrinale di Johanan ben Zaccai e  con  i discepoli del maestro /Rabbi ,  formatore di altri rabbi …Era una scuola o che tramandava  tramite Rabbi la legge mosaica secondo il costume essenico,  mantenendo la tradizione giudaico-aramaica…

Accanto si era costituita un’altra tradizione, greca  ad Antiochia, che    enucleava il suo messaggio sulla morte e resurrezione del Christos, destinato a tornare come nikeths , trionfatore che riuniva tutte le stirpi del giudaismo ellenistico  e i pagani convertiti, secondo il pensiero di Paolo  e secondo il contributo della scuola alessandrina e di quella  antiochena, in senso allegorico. e in senso letterale…

La  prima aveva come emblema il Messia  risorto propagandato  oralmente da Giacomo   che  proclamava il malkuth  ha Shemaim, destinato a trionfare al ritorno  prossimo del fratello; la seconda era di stampo paolino, una Basileia tou Theou, scismatica  che visse, senza essere mai accettata per qualche tempo vicino alla sinagoga ebraica …

Perciò non esiste  un nucleo evangelico scritto né in aramaico né in greco in quanto ci sono due diverse  di  una tradizione orale aramaica ed una  ellenistica secondo Giacomo e secondo Paolo.. .

La tradizione aramaica per prima  passa dalla fase orale a scritta per necessità politico-storica, poiché i capi aramaici hanno fatto  una scelta in senso mosaico ebraico e quindi hanno rifiutato la linea ereticale paolina, dopo il Settanta, specie nella  Chiesa di Gerusalemme, nonostante la vigilanza romana e l’incipiente persecuzione imperiale .

Ne deriva che è possibile  parlare di un vangelo scritto aramaico ma non di un vangelo greco  che invece deve essere  collocato entro il ventennio tra la stesura di Guerra  giudaica e Antichità Giudaica , contemporanea al Bios flaviano,  che potrebbe essere  il modello da   imitare  per i letterati Christianoi, che avrebbero potuto servirsi anche della fonte scritta  aramaica …

Aggiungo  che sono  propenso, perciò, a datare la scrittura  greca di una originaria fonte Q  solo tra il 74 e il 94 d.C ..   e a considerare il Proto Marco,  subito dopo la fonte,  negli ultimi anni di Domiziano, mentre i testi che noi abbiamo -escluso Giovanni – sono compresi tra l’ epoca  nerviana e l ‘annessione della Nabatea …Dunque questa è la storia, o meglio questa –  dovrei dire – è la risultanza storica di anni di studio.

E i miei parenti ed amici cristiani dicono  che credono in Gesù Cristo  e non sanno distinguere il Cristo da Dio:  sono veramente credenti  cristiani cattolici?

Recitano il Credo  ogni domenica e vanno settimanalmente al rito eucaristico a nutrirsi del Corpus Christi. Perché? non lo so.

Parabola del fariseo e del pubblicano

Gesù può aver detto la parabola del Fariseo e del pubblicano?. Non credo e non certo come la scrive Luca.

Perché? diranno molti cristiani.

Per due motivi.

Primo, perché i personaggi non  sono realmente storici, ma sono inventati sulla base dell’osservazione della vita ecclesiale, di una provincia romana  di fine primo secolo: né Gesù, né i due protagonisti della parabola, il fariseo e il pubblicano, sono figure vere, ma costruite ed assimilate con  altre  di epoca successiva. Infatti il tempio, che è il santuario ebraico per eccellenza, non più esistente  in epoca flavia,  equivale ad  un locale  di  riunione  e di preghiera in una città orientale, pensato da Luca come ambiente e contesto simile, in cui creare una  situazione con l’episodio dei due oranti.  esaminati nella specifica superbia  del fariseo, puro,   e nella umiltà del pubblicano, peccatore. La parabola è un‘inventio di Luca come anche la valutazione da parte di Gesù, che fa la dieghesis narrazione.
Secondo, perché la parabola di Luca ha un telos, un fine prefissato che è conforme al pensiero di Paolo, che deve essere diffuso contro  quello espresso da Yaqob Iakobos Giacomo e i suoi seguaci aramaici, -già sconfitti dai romani, che hanno distrutto il Tempio -(Cfr. Giacomo e Paolo), pronti a nuove staseis rivolte.

La sua scrittura ha un fine dimostrativo,  già chiaro nella premessa alla parabola stessa del Fariseo e del pubblicano, esplicito nella conclusione e nell’ apoftegma finale (Lc. 18,9-14), che è una ripetizione di 14,11.perché chi si esalta, sarà umiliato e chi si umilia sarà esaltato.  

La parabola di Luca,  scritta dopo oltre cinquanta anni  dalla morte del Christos, ha la struttura di una favola  di Fedro, esopiana,   con una conclusione pertinente  morale.

La premessa (Per certuni, poi, che dentro di sé erano persuasi di essere giusti e disprezzavano gli altri,  disse questa parabola) è simile a quella della parabola precedente del Giudice iniquo (Raccontava poi loro una parabola sul dovere che avevano di pregare sempre, senza perdersi di animo -18,1 come assicurazione  che Dio renderà  loro giustizia con sollecitudine  anche se c’è il dubbio che il figlio dell’uomo al suo ritorno   troverà la fede sulla terra).

Dunque, Luca ha uno scopo, quello di invitare i fedeli della ecclesia christiana  alla preghiera, alla fede,  alla fiducia nella pronoia divina  che risolve ogni problema con la peripeteia e con l’improvviso  e tragico capovolgimento, per cui i primi saranno gli ultimi e gli ultimi i primi, in quanto ciò che è impossibile agli uomini  è possibile a Dio ( Lc.18,27) .

Luca in effetti predica il vangelo di Paolo: la salvezza  si consegue con la preghiera e con la fede ed è un dono di Dio, non un merito  individuale umano.

Luca scrive quando l’essenismo  con il fariseismo è un vago ricordo nelle ecclesiai cristiane, specie in Macedonia e Tracia, anche se in Galilea, Gaulanitide, Traconitide ed altrove ancor  sono presenti  gli zelanti della Torah che eseguono  i  precetti dei rabbi della scuola di Iammia, che mantengono vivo lo spirito del pensiero  farisaico ed anche se  l’haburah con edah, costituita da Yaqob, ancora funziona.

Ma seguitiamo a  leggere  e cerchiamo di capire la parabola.  Gesù, secondo Luca  disse questa parabola per certuni  che dentro di sé  erano persuasi  d’essere giusti e disprezzavano gli altri, mostrando i protagonisti: due uomini  salirono al tempio per pregare, l’uno era fariseo, l’altro pubblicano... evidenziando il fariseo che,   ritto in piedi pregava fra sé così: O dio, ti ringrazio che non sono come gli altri uomini, rapaci, ingiusti,  adulteri anche come quel pubblicano. Digiuno due volte alla settimana e pago la decima di tutto quel che compero.

Solo uno, che narra dopo la distruzione del tempio, può avere un incipit di tale genere parabolico: ritenere gli ebrei   quelli che hanno una concezione farisaica  di giustizia, collegata con l’idea di un popolo eletto,- che, avendo  un culto threschia, esclusivo, per un solo dio e padrone, disprezza non solo i culti di tutti gli altri popoli pagani, ma anche le comunità cristiane,- è  spia di un’antitesi tra la tzedaqah della sinagoga e l‘agaph /caritas  dell’ecclesia cristiana, non più, comunque,  in territorio siro-palestinese, ma  in ogni città orientale.

Il fariseo diventa figura antipatica, disgustosa davanti a Dio  per la superbia dell’eletto ed è  prototipo di tutto il popolo ebraico condannato già dall‘auctoritas senatoriale e flavia, sorvegliato  per la sua perfidia integralista, già taeterrimus per Tacito.

Luca scrittore di epoca flavia dovrebbe sapere (dovrebbe averlo sentito dire da Saul/Paolo o da altri di  stirpe ebraica)  che un esseno o un terapeuta, uomini di formazione farisaica,  mangiava ogni tre giorni e quindi digiunava  2 volte a settimana, anche se la Torah  imponeva una volta all’anno nel giorno della Espiazione ( Levitico 16,29; 23,27; Numeri 29,7). Inoltre si sapeva che  il fariseo era  ligio a pagare le decime perché diffidava  del venditore (impuro) che tendeva a non pagarla.

L’ evangelista è teso ad opporre i due caratteri, per creare  contrastivamente  una rete di antipatia  per il primo e  per formare un alone di simpatia per il secondo.

Infatti contrappone  al fariseo il pubblicano, un  appaltatore  di imposte seduto a to teloneion, al banco, cioè un teloonhs (teloonhths -telos ooneomai ) da tutti conosciuto come arpaks rapace, perché esattore,  in  Giudea  considerato un apostata o uomo bollato da anathema, di solito  filoromano, un ebreo romanizzato con doppio nome come Levi/Matthaios, emblema dei pagani  moichoi  adulteri ed adikoi ingiusti: Non sa Luca che neanche il teloonhs può entrare nel tempio  e che  deve stare a distanza di metri da un puro, regolata secondo la prescrizione della  Legge, all’atto della condanna!.

Il pubblicano,invece, diventa per l’evangelista  elemento positivo, simpatico  e caro proprio per la sua coscienza di essere peccatore in quanto creatura, a cui va la solidarietà di ogni  uomo mortale.

Luca  così scrive: il Pubblicano invece si teneva lontano  e non osava neppure alzare gli occhi al cielo, ma si batteva il petto dicendo: Signore, abbi pietà di me, peccatore.

ll pubblicano, peccatore  secondo lo schema paolino cristiano, di uomo mortale che vive nel peccato e che solo con la preghiera e con la fede si redime grazie al sangue di Cristo,  tanto da  essere degno di risuscitare e di avere il premio della vita eterna, è il modello del fidelis, che è umile,  creatura di fronte al creatore, cosciente del suo peccare. 

Il pubblicano amartolos, (uno che commette amarthma in quanto è peccatore perché riscuote il denaro per conto del romano  e maneggia le monete stesse con l’effigie dell’imperatore, diventa  non colui che  rimette il debito estinguendo il dovuto to opheleimenon (to khreos) come Zaccheo, ma è uomo giustificato per la sua umiltà e preghiera (congiunta alla Fede nel Christos ).

Luca, dunque, con il rovesciamento delle due figure, rinnega il giudaismo, esalta la romanitas e vede la salvezza per l’uomo secondo il  disegno salvifico di Paolo, romano -ellenistico,  basato non sull’uomo faber suae quisque fortunae, ma sul  Theos che sovverte la sorte umana  ed attua la sua oikonomia divina imperscrutabile.

Luca, dunque, testimonia  il baratro che si è aperto tra la sinagoga e  l‘ecclesia, in epoca flavia, poco prima o poco dopo il distacco  tra  i due credi, verso la fine del I secolo dopo Cristo, quando ancora il ramo  nazireo è  ancora nell ‘albero giudaico come Malkuth ha shamaim, ancorato alla Torah mosaica, -diversamente dalla Basileia tou Theou/il regno di Dio  antiocheno  che invece ha rotto ogni rapporto con la tradizione gerosolomitana ortodossa,- destinato ad  andare verso altre insurrezioni e verso il suo stesso sterminio sotto  Adriano.

Luca non sa (finge di non sapere) , però, che la preghiera ebraica si fa in piedi  e che ogni ebreo aspira ad essere giusto  e fa opere di giustizia, convinto di servire e di temere il suo Signore,  che lo ha eletto, in quanto  figlio, erede del Regno: la puntualizzazione (ritto in piedi e la preghiera di ringraziamento per essere diverso rispetto agli altri uomini)  dall’ angolazione  ebraica  non  rende ripugnante il fariseo, che è uomo distinto proprio per la sua fede collegata con le opere, elemento  leale e coerente  nel suo modus operandi,  tipico di eroe che muore per la patria  e per la sua fede, ma lo sublima.

I due per Luca antiocheno sono due caratteri giudaici, uno spocchioso, cosciente dello zelo  per la legge, l’altro umile e dimesso, sicuro di essere un reietto rispetto ad ogni puro giudeo: da parte dell’evangelista si  arcaicizza di proposito e si  falsifica la storia  di Gesù eroe popolare, di stampo farisaico, morto da puro ebreo.

Gesù, invece, è visto da Luca (da Paolo), anche  se scandalo della croce,   come un saggio sophos, alonato di divinità, capace di  predicare la remissione dei peccati, di  affermare che il pubblicano peccatore scese a casa sua  giustificato. Luca si è servito di  salire anabainesin ‘alah  e di scendere katabainein yarad così per mostrare solo che il tempio è in alto e che  la casa del peccatore è in basso: l’evangelista non sa che nel primo c’è sotteso tutto un mondo di  ascensione sublime  con esercizio che indica eccellenza e grandezza verso cui tende il  fedele, mentre lo scendere  indica il tragitto opposto, secondo un sistema di allegoria, tipicamente farisaico.

Luca,  dunque, descrive non il reale fariseo e il vero pubblicano, ma  due cristiani: uno spocchioso  che in piedi prega, convinto di essere un santo; l’ altro che  è umile, è cosciente del suo peccato e crede in Dio. E così avendo mostrato due tipi opposti,l’evangelista applica la regola paolina della metamorfosi  per  attuare la metabolh il cambiamento, in nome di Dio,  che  abbatte il superbo ed innalza il debole.

La conclusione di un  Gesù astorico, secondo Luca, è questa:  vi dico che quest’ultimo scese a casa giustificato, al contrario del primo. Di quale Gesù parla Luca (o chi per lui)? , di quale fariseo? o di quale pubblicano?

Solo Filone avrebbe potuto  illuminarci davvero perché contemporaneo di Gesù, ma la sua fonte non ha lasciato tracce né sulle  parole né sul bios del Signore, neanche  ci è giunta una goccia della sua acqua. Eppure Filone ha parlato di ameicsia non mescolanza, di una  sorta di separazione e distinzione farisaica ed ha proposto due modelli di vita ebraica di sicura radice farisaica, quella attiva degli esseni e quella contemplativa dei terapeuti, da cui risulta chiara, bella, virtuosa l’airesis setta dei Farisei.   Anche Saul Paolo, un cristiano ellenizzato dal doppio nome, che si è sempre professato  e vantato fariseo  e discepolo di Gamaliel-ma è un uomo di menzogna, condannato alla fustigazione e poi  a morte dal sinedrio e da Yaqob/Iakobos, fratello del signore  perché non obbediente alla legge,  e alla prescrizione  sulla Casherut – tiene in grande onore la figura del fariseo,  come ogni altro ebreo dell’ epoca che precede la distruzione del Tempio.

Giuseppe Flavio, figlio di Mattatia,- che è un  contemporaneo di Gesù,  parente degli Anano, meglio di tutti  potrebbe darci qualche indicazione anche se per dovere di suddito e per gratitudine verso i Flavi suoi padroni, scrive  Guerra Giudaica  nel 74  ed Antichità Giudaica nel 94, mantenendosi necessariamente nei binari della lealtà all’imperatore, senza però celare la verità storica,  facendo l’apologia giudaica senza offuscare il valore dell’imperium romano, risultando, però, ambiguo ed equivoco in questa contraddizione concettuale,   utile, comunque,   al fine della trasmissione  dell’eredità culturale sacerdotale ebraica – sembra smentire Luca e la sua cristiana interpretazione.

Lui è storico ufficiale dell’impero romano, autorizzato alla lettura della sua opera, impegnato nella esaltazione dei Flavi, pagato per la celebrazione del mito soterico di Vespasiano   e dei suoi figli, salvatori dell’impero romano, pacificatori dell’oikoumene, ripristinatori dell’ordo kosmico, dopo il disordine della guerra civile  dell’anno 69, a seguito della morte di Nerone.

Guerra Giudaica (a cura di Giovanni Vitucci, Mondadori 1974) II,14  così descrive la setta dei  farisei,- che  lo storico dice di aver scelto, pur essendo di stirpe sacerdotale, di una della migliori famiglie, dopo il sodalizio con Banno nel deserto, in considerazione della virtù-: essi godono fama di interpretare correttamente  le leggi, costituiscono la setta più importante  ed attribuiscono ogni cosa  al destino e a dio; ritengono che l’agire bene o male  dipende in massima parte dagli uomini,  ma che in ogni cosa ha  parte il destino ; che l’anima è immortale, ma soltanto quella dei buoni passa in un altro corpo,mentre quella dei malvagi  sono punite con un castigo senza fine…i farisei sono legati da scambievole  amore  e perseguono la concordia  entro la comunità .

In  Antichità giudaica XVIII 12-15 (Angelo Filipponi, Antichità Giudaica, XVIII, E book Simplicissimus , 2012) Flavio dice:

I  Farisei hanno un sistema di vita semplice e non concedono niente alle mollezze: seguono con autorità quanto la loro dottrina trasmette giudicando buono ciò che bisogna dettare considerandolo degno di contesa.Tengono in onore i più anziani,  non essendo orgogliosi in niente altro se non coraggiosi, di fronte alle  risposte di coloro che ostacolano  il loro parere. Essi ritengono che ogni cosa avvenga per destino, senza però negare il libero arbitrio, in quanto sono contenti che ci sia mistione di potere tra Dio e il magistero del destino: gli uomini, virtuosi e malvagi  devono stare con propri meriti Essi hanno la speranza della immortalità delle anime (Essi hanno speranza che le anime abbiano una forza immortale) e che sotto terra ognuno avrà un’adeguata dimora, a seconda del merito e in relazione alla virtù e al vizio, che alcune anime saranno chiuse in eterne prigioni e che altre invece potranno ritornare in vita. Per questo essi risultano molto graditi al popolo, ogni preghiera e tutti i riti cultuali divini sono svolti conformemente alle loro prescrizioni; la loro virtù fu così lodata dalle  popolazioni(cittadinanze)  che  li seguivano per la pratica, perché ritenuti  migliori  nel sistema di vita e nelle regole.

Perciò bisogna  concludere  secondo pertinenza  che in epoca di Gesù  il fariseismo era una setta che insegnava la resurrezione,  la stretta osservanza delle regola ma soprattutto ogni fariseo sapeva come agire di fronte ai sadducei,  sacerdoti e loro avversari, come combattere   i romani,  come comportarsi coi  pubblicani dando regole di comportamento pratico. Insomma  i farisei erano maestri  di giustizia, laici , ed una loro frangia  era la setta degli esseni .

Gesù, ebreo, il Christos Messia,  mai avrebbe  potuto mostrare una simile figura di fariseo, un  giusto come suo fratello Giacomo,  che predicava il Malkuth ha shemaim, la sua prossima venuta e il valore delle opere e non delle Parole !.

Cosa  diranno di questa lettura i miei amici e parenti cristiani? mi auguro solo che abbiano almeno qualche dubbio sui Vangeli e sulla ispirazione dello Spirito Santo!

Io lavoro, essi credono! Cosa? Non lo so.

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Un’ordalia nel 1498, a Firenze!

Francescani e domenicani in una sfida… mortale

Firenze  7 aprile 1498: Un’ordalia, un giudizio di Dio!
Che Vergogna per gli umanisti!
7 aprile 1498 un francescano e un domenicano a Firenze, in Piazza della signoria, si sfidano ad un’ordalia di fuoco.
I priori hanno concesso l’area della piazza ed hanno allestito il teatro della sfida, facendo  una piattaforma di legno  alta oltre due metri, di circa trenta metri di lunghezza e di sei di larghezza : i quattro lati a mò di recinto, erano  fatti di mattoni verdi, crudi, sovrapposti, di altezza di poco più di 30 centimetri.
I due contendenti arrivavano dai propri monasteri di S. Croce l’uno e di S. Marco l’altro: uno è lo sfidante il francescano Giuliano Rondinelli, che ha assunto l’incarico  e si è “sacrificato” al posto di Fra Francesco da Puglia, che aveva lanciato la sfida, contro i savanaroliani;   l’altro è Fra Domenico da Pescia, che gareggia per l’onore di Fra Gerolamo Savonarola.
Dovevano fare il percorso senza bruciarsi: risultava vincitore chi usciva vivo da quell’inferno!
Savanarola  guidava la Repubblica di Firenze,  che si era costituita dopo la morte di Lorenzo il Magnifico e  la venuta di Carlo VIII in Italia.
Fra Gerolamo  con la sua visione apocalittica aveva profetizzato gli eventi ed aveva attaccato la politica di Rodrigo Borgia
(Alessandro VI, successore di Innocenzo VIII Cybo) inimicandosi così col papato, da cui precedentemente aveva  avuto autorizzazione per l’indipendenza del Convento di S. Marco e per il raggruppamento di tutti  i monasteri domenicani sotto la sua tutela, grazie al cardinale Oliviero Carafa.
In città si erano costituite due fazioni/ partes quella dei Palleschi a favore dei  Medici e  quella dei Piagnoni a favore del frate  che aveva  perfino messo al rogo tutti  i libri considerati “mondani” cioè non utili alla moralizzazione dei cives e che aveva intensificato la sua azione nelle prediche, quaresimali, contro il papa simoniaco.
Alessandro VI, dopo le ammonizioni, rituali, aveva scomunicato il frate che aveva insistito nella sua azione antipapale  nei suoi commenti  alla Bibbia, mostrando come la vigna del Signore era desolata e in mani sacrileghe.
Pochi giorni prima della sfida era giunto un breve  papale con cui si condannava al fuoco l’eretico Fra Gerolamo.
In questa situazione di grave lotta civile tra le due opposte fazioni, bisognava dimostrare che il domenicano  era nel giusto perché fautore e cavaliere di Dio per Fra Gerolamo   giusto, santo  e profeta, mentre il  Francescano Fra Giuliano  affrontava il martirio  competendo  per dimostrare il contrario che cioè Fra Gerolamo era un falso profeta degno di essere condannato: Dio doveva dimostrare  chi dei due fosse nel giusto, salvandolo dal fuoco.
I due frati erano pronti per passare a piedi nudi e fare il percorso, senza bruciare,  grazie a Dio che avrebbe protetto il giusto.
Come finisce la disputa?
Con un acquazzone tale che  spegne il fuoco.
I due concorrenti sono tenuti in sospeso dai priori che li sentono discutere teologicamente e fanno questioni di ogni genere, timorosi dell’ordalia: l’uno, più motivato al martirio,  è sulla piazza; l’altro è dentro il palazzo della Signoria, con i notabili.
Dapprima i francescani  rifiutano la cappa  di fra Domenico inadatta per l’ordalia,  perché stregata  e fatta con incantesimo, poi   hanno dubbi sugli abiti stessi, per cui  il frate  è spogliato di quelli che porta  ed  ha abiti da un altro domenicano,  ed infine   sollevano obiezioni sulla  distanza che deve  esserci tra il  domenicano e Fra Savonarola,  capace di magie  perché dotato di poteri diabolici.
I francescani,  inoltre,  contestano Fra Domenico  che vuole portare  il crocifisso  ed anche l’ostia consacrata, ritenendo la croce una protezione e  il corpo di Cristo non  bruciabile: per loro si fa  cosa iniquissima e contro la chiesa se si procede secondo il volere del domenicano.
I francescani da parte loro cercano di far passare tempo e di spingere i domenicani ad iniziare per primi la gara: la dilazione sembra  fatta  in relazione al mutamento delle nuvole e al peggioramento del tempo sopra Firenze.
Fra Domenico, savanaroliano,  sembra l’unico deciso ad entrare sui carboni, mentre il Rondinelli, forse impaurito dal fuoco, è tenuto prudentemente in attesa, comunque,  forse, all’occasione,  sarebbe stato capace anche di morire martire.
Cavilli religiosi, comunque  dall’una e dall’altra parte, prima della purificazione… dell’acqua e della fine  definitiva della disputa!
La folla, tutta maschile, era in fibrillazione (Le donne i bambini assistevano dalle finestre e dai tetti della piazza), le due fazioni, armate, erano all’erta, mentre la signoria aveva disposto un suo esercito per evitare gli scontri e le violenze.
Un  temporale con lampi e tuoni   spegne il fuoco: Dio non vuole quella prova: questo sanciscono, concordi,  domenicani e francescani e le auctoritates presenti,  che, tutti inzuppati di pioggia, tornano ai loro conventi e case.
La razionale Firenze, patria di Lorenzo il Magnifico, morto da pochi anni, domicilio  di Pico della Mirandola (anche lui  morto da poco, seguace del Frate che aveva visto la sua anima salva in Purgatorio) e di  Poliziano, letterato  devoto e di Michelangelo religiosissimo,  mostra con questa ordalia una diversa realtà di fine quattrocento, tutta  ancora medievale, solo in apparenza umanistico-rinascimentale.
Il povero  Fra Gerolamo Savanarola,  quasi un mese dopo, il 23 maggio,  fu bruciato vivo, con due  confratelli!

Viene eseguita la condanna papale .

Trionfa Alessandro VI con la sua politica a Firenze e suo figlio Cesare si crea uno stato indipendente nel Centro Italia  grazie al  potere paterno…

Un’altra lettura di “I dieci lebbrosi”

Luca  narra la guarigione di 10 lebbrosi in 17,11-19.

Il racconto di Luca non è una testimonianza  di un miracolo paradoxon, di Gesù, che si trova a passare, al confine  tra la terra di Samaria e quella di Galilea, mentre va  a Gerusalemme,  ma  è spia di un telos,  quello lucano, di mostrare  cioè la riconoscenza di un Samaritano -rispetto all’ingratitudine degli altri nove, giudei – e la sua fede nel  Regno  di Christos venuto.

Il racconto di Luca non è storia, ma è una dihghsis  narrazione di un normale scrittore ellenistico, impegnato cristianamente secondo la scuola antiochena: Luca non conosce  la toledot giudaica e neanche la torah/nomos legge, sia giudaica che samaritana…

D’altra parte già  Luca aveva parlato della guarigione di  un solo lebbroso in 5, 12-16 , raccontata anche da Marco 1,40-45 e da Matteo 8 1-4.

Dunque, il  racconto  di un Gesù Methorios- che  con una comitiva attraversa il confine tra Galilea e Samaria per prendere decisamente il cammino lungo il Giordano fino a Gerico, prima di salire alla Città Santa-  fa parte del sondergut lucano, di quel materiale speciale tipico del mestiere di Luca medico e scrittore,  che ha lo skopos di rivalutare la cultura e il popolo samaritano, coinvolto nella stessa comune sconfitta, dopo la distruzione del tempio, dopo la fine di Simon Mago a seguito del pagamento della doppia dracma al  tempio di Zeus, a Roma, di tutta la Iudaea capta  (Idumea, Samaria e Giudea) secondo gli ordini di Vespasiano (69-79 d.C).

Nel disegno lucano grande rilievo ha la parabola del buon samaritano 10.30-37, paradeigma di uomo che ama il prossimo, esempio di uno che  ha compassione/eleos,  che  si ferma, anche se ha impegni di lavoro,  vedendo un altro soffrire, perché ferito da lesthai/ladri, che si accosta premurosamente,   che fascia le ferite, che  versa sopra olio e vino, che  lo fa montare sulla sua cavalcatura,  che lo conduce all’albergo/csenodochion, che  cava  dalla borsa due denari,(8 sesterzi  cioè 32 assi, poco meno di 40 Euro), che  li dà all’albergatore,  a cui affida il ferito, con la raccomandazione di  curarlo,  aggiungendo  che al ritorno restituirà (il verbo sottende  che c’è già rapporto  tra i due) quanto avrà speso di più.

Per capire quanto il samaritano dà concretamente all’albergatore  aggiungo per il mio lettore che un romano compra con  due assi  un kg.di pane  (poco più di un due Euro ) e con  un sesterzio cioè con  quattro assi  (quattro/ cinque euro circa )  può scopare una  scadente  prostituta.

E’ un racconto ellenistico, filantropico, comunitario  che tratta di un civis romano incappato nei briganti,  che turbano l’ordine del Kosmos imperiale in Iudaea nei trenta chilometri circa, che dividono Gerusalemme (città a 750 metri  sul livello del mare)   da Gerico (località a 250 metri sotto il livello del Mare), lungo sentieri  tortuosi, impervi, aridi e desertici, a volte dirupati…

C’è sottesa  la denuncia del precedente sistema di vita,  giudaico, (anche se Luca, probabilmente,  non lo sa!), perché non associa a lesthai  gli zeloti, i partigiani, integralisti  religiosi  antiromani del periodo  erodiano e posterodiano …

Chiaramente, comunque,  Luca marca i semeia di un comportamento caritatevole nei confronti di uno sconosciuto da parte di un samaritano  che, secondo Giovanni (4,9), è animato da ostilità  verso gli ebrei, che lo considerano eretico e scismatico.

L’attenzione alle azioni del samaritano è in relazione  contrapposta al comportamento dell’élite sacerdotale ebraica  (sacerdoti e leviti)  condannata perché  gira alla larga (antiparerchomai  significa passo oltre e vado dalla parte opposta),  anche se non più esistente perché non esiste più il tempio…

La domanda di Gesù al dottore della legge- uno scriba, un fariseo, un laico  che chiede  cosa fare per ottenere la vita eterna -è volta da Luca non nella direzione della legge  mosaica e quindi secondo le Scritture  (Deuteromio.6,5 e Levitico 19,18)  a dire cioè amerai il signore Dio tuo da tutto il tuo cuore , con tutta la tua anima e con tutta la tua forza, con tutta la tua mente  e il  prossimo tuo come te stesso, ma a referenziare  con un esempio pratico l’idea astratta di prossimo/o pelas,  secondo parabola...

Infatti Luca  fa rispondere il dottore della legge a Gesù – che chiede Chi di questi tre (Sacerdote, Levita, Samaritano)  è  stato prossimo  di colui che incappò nei predoni?- : Chi gli ha usato misericordia.

Chiaramente  il telos di Luca è quello di un cambio di destinatari  e di fruitori del Vangelo: non più gli ebrei (sacerdoti e leviti, sadducei e farisei) ma samaritani (e pagani) sono ora i cleronomoi  gli eredi del pathr, senza il patriottico hmoon (Lc.11,1-4) molto diverso da quello di Matteo  (Cfr. Una lettura del “padre nostro “)…

In questo disegno lucano la Guarigione dei dieci lebbrosi   è un altro segno dell’intento sotteso di Luca, già mostrato nella parabola della dramma perduta 15,8-10,   del figliuol prodigo 1511-32, del fattore infedele 16,1-12, e del  ricco eupolone e del povero Lazzaro 16 19-31., della scelta dei posti al banchetto 14,7-11.

Prima di parlare del paradoxon  del miracolo della guarigione dalla lebbra,-  su cui non entriamo in merito- è opportuno chiarire che secondo la legge  giudaica, il lebbroso, guarito,  deve essere reintegrato nella società dei viventi,  e deve avere una certificazione  per poter  abbandonare l ‘isolamento (o la vita comunitaria con altri lebbrosi) da un sacerdote  da presentare al suo eparco/nomarco, capo civile della zona di residenza.

Detto questo, il racconto lucano ha una sua logica,  non di un uomo vivente nel  periodo prima della distruzione del tempio (70 d. C) ma  di uno  che  vive e scrive nell’epoca dei Flavi.  

Infatti Luca  fa dire a  Gesù (morto nel 36 d.C.), uomo  conforme alla Legge: andate e mostratevi ai sacerdoti  dimostrando  che  conosce  l’obbligo per un giudeo di purificazione e di espiazione  secondo la valutazione sacerdotale.

Il seguito del racconto,invece, tratta del ritorno di uno, -un samaritano, che, vistosi  guarito,  torna indietro, glorifica Dio a gran voce-  si prostra con la faccia a terra- fa la proskinesis che si deve ad un re o a un Dio –  ringrazia  (impossibile,  in situazione di fatto, la vicinanza ai piedi di qualcuno, da parte di un lebbroso,  senza una certificazione legittima sacerdotale, pena la morte!) il maestro, che dice: non furono mondati tutti e dieci. Dove sono gli altri nove?  e che aggiunge: non s’è trovato alcuno che tornasse per rendere gloria a Dio, se non  questo straniero.

Non sono  congruenti i due enunciati iniziali  e tanto meno l’aggiunta! un Gesù, Christos o no, dopo aver obbedito alla Torah, non può parlare in questo modo.

Gesù,  Christos , attivo tra terzo e quarto decennio del I secolo  in terra  giudaica  avrebbe dovuto sapere che la prescrizione della legge impediva il ritorno ai 9 giudei per almeno otto giorni!

Quel Gesù, secondo noi, in quell’epoca, non può non conoscere  la procedura per la reintegrazione sociale  secondo le forme e le disposizioni mosaiche,  che impongono purificazione ed espiazione dei peccati-dopo i giorni di cammino da luogo di residenza dei lebbrosi al Tempio-  tramite la figura del sacerdote e poi dell’addetto ufficiale  politico!

D’altra parte lo dice espressamente… ogni giudeo dell’epoca conosce il Levitico e la procedura (da seguire per la lebbra)  per  la purificazione e per l’espiazione.

Non per nulla minuziosa è la prescrizione  per la riammissione  di un lebbroso in comunità in Levitico  13,1-59  e 14 1-56, da cui stralciamo alcune prescrizioni, che riguardano  il purificatore e  il purificando.

Il sacerdote   per la purificazione –  dopo aver costatato la guarigione     ordinerà di portare: due uccelli vivi e puri, del legno di cedro, del panno scarlatto e dell’issopo…  e fatte i sacrifici  necessari, inizierà il  rito di espiazione al cospetto di Jhwh… e dopo  le operazioni richieste … gli permetterà di  entrare nell’accampamento o città nel luogo dove abita, dopo l’autorizzazione del  toparco, senza entrare in casa o tenda…(da purificare anche esse) per sette giorni.

All’ottavo giorno  il purificando, (a seconda delle sue possibilità)   prenderà un agnello per il sacrificio di riparazione, l’offrirà ….prenderà anche un decimo  di un’efa  (13kg, quindi 1,3Kg) di fior di farina intrisa in olio, come oblazione e un log di olio,   due tortorelle o due colombi, di cui uno come sacrificio  di espiazione e l’altro come olocausto…

Non ho la minima voglia  di mostrare i tanti atti rituali che sono compiuti dal sacerdote  per la purificazione di un lebbroso, mi preme però, far capire che Luca o non  conosce il costume,  pur facendo parlare Gesù  in tal senso, oppure non essendoci più il sacerdote sadduceo ( essendo  stato distrutto  il Tempio) segue la sua logica di Christianos antiocheno, del periodo flavio,  desideroso solo di mostrare  la fede in Christos.

Ecco dunque il  vero messaggio di Luca : La fede nel Cristo venuto è salvezza per il samaritano e per tutti gli uomini che credono nel suo messaggio secondo Paolo e Luca, ma non per gli ebrei.

Invece  la lettura del passo evangelico, se in linea con i tempi di Gesù  sarebbe stata diversa e non  ci sarebbe stata possibilità di mostrare la gratitudine  di un samaritano, anche lui vincolato dalla stessa legge  – anche se legge  propria di scismatici, ma univoca per la procedura della lebbra – e costretto a seguire il rituale di reintegrazione sociale con altri sacerdoti, quelli del Monte Garizim, vincolati anch’essi  dalla Bibbia Samaritana (che comprende oltre al Pentateuco- Genesi, Esodo, Levitico, Numeri e Deuteronomio-anche Giosuè) …

In epoca Flavia tutto è azzerato : un narratore, di formazione  ellenistica, può dare significato nuovo ed aggiungere altri  valori, secondo il proprio credo e la propria inventiva  creativa …

All’epoca , la condizione di Samaria  è diversa rispetto  all’Idumea e alla Giudea,  molto più coinvolte nella guerra giudaica,   perché tutelata maggiormente da Roma, data la consistenza dell’elemento militare,  sicuramente  filoromano  da quasi un secolo, da quando Erode fondò Sebaste in onore dOttaviano, Augusto/Sebastos, e netta è la distinzione tra l’ebreo vinto infidus,  taeterrimus  secondo Tacito, perfidus nella sua accezione negativa, e il samaritano  quasi un confederato, un auxiliarius  sebastenus nell’esercito romano….

Da questa angolazione il passo di Luca  ha altro valore e significato: il ritorno del samaritano è quindi  segno di gratitudine   di un individuo che diventa simbolo di un popolo  che venera il Christos venuto, come benefattore e  come Dio …

Luca, comunque,  non ha buone conoscenze né giudaiche né samaritane, ma  solo generiche  informazioni bibliche derivate (sembra)  da 2 Re  5, 14-17 , dove viene presentata una figura parallela a quella del Samaritano: un lebbroso, un militare,  lo straniero Naaman il siro, che  quando si vede risanato, torna dal profeta Eliseo, pieno di fede verso l’unico Dio, dopo che si è lavato sette volte nel Giordano secondo l’ordine del profeta …

Luca è un ellenista che ama inventare  parabole, fare aggiunzioni, propagandare il Christos– in quanto  discepolo di Paolo- uomo dio venuto, ucciso dai romani, risuscitato, destinato a tornare  presto  per instaurare il Regnum

Il fatto del Miracolo dei dieci lebbrosi, quindi,  per come  scritto,  è una riqualificazione dei samaritani, che divenuti da barbari-scismatici e quasi idolatri,  assimilati agli assiri, ai babilonesi, ai persiani,  ai siriaci   considerate le tante deportazioni dal periodo di Sargon- cives romani, degni di essere nel Kosmos imperiale, perché conformati all’imperium, alla iustitia  e pax  romana…

la tetrarchia di Lisania

Zenodoro

Lisania era  figlio di Tolomeo di Menneo, signore di Calcide che, alleato di Aristobulo II, suo suocero, aveva accolto Antigono, dopo la morte di suo fratello Alessandro, con le sorelle  a corte.
Tolomeo era stato un padre spietato, che aveva fatto uccidere l’altro figlio Filippione, a cui era stata  concessa come sposa Alessandra, sorella di Antigono, per sposarla a sua volta (cfr.Flavio Ant.Giud. XIII, 392,XIV,126).
Aveva fatto una politica antiantoniana e filoparthica ed aveva riportato nella sua terra Antigono, promettendo ulteriori aiuti, all’atto dell’invasione di Pacoro, figlio di Orode, re dei parthi.
Questi aveva conquistato tutta la Fenicia ed era arrivato al Mediterraneo, ma non era padrone del mare per la presenza della flotta antoniana, mentre Barzafrane e Quinto Labieno, figlio di Tito Labieno  (Ant .Giud.XIV,330,  Dione Cassio, Storie XLIX,19-21)  agivano nell’interno della Siria e Celesiria.
Lisania, alla morte del padre, alleatosi con Antigono, lo aiutò a conquistare  Gerusalemme e a consolidarsi nel potere, facendo, quindi, una politica avversa ad Antonio, secondo la tradizione familiare.
Quando, però, Pacoro fu vinto, nel 38 a.C.  da Ventidio Basso, che già aveva sconfitto ed ucciso Barzafrane e Labieno, gli furono imposte, dopo la vittoria di Gindaro, gravi  tributi:  le condizioni di pace,  trattate con Antonio stesso, furono pesanti.
Antonio, vincitore per legatum dei parthi, già innamorato di Cleopatra, ucciso Antigono in Antiochia, aveva imposto Erode come sovrano in Giudea ed aveva assegnato  in dono alla regina egizia  la tetrarchia di Lisania (che, accusato  di aver favorito i parthi  e di aver cospirato contro i romani, era stato ucciso   Ant. Giud.  XV,92) ed alcuni territori di Malco, re nabateo (quelli intorno a Damasco).
I due re pagarono caramente specie Lisania, che, prima di morire, dovette cedere anche la capitale Abila  (di cui si vedono rovine al villaggio, oggi  chiamato Suk Wady Barada, a 20 km da Damasco) alla regina egizia.
Erode, pur socius  dei romani  dovette pagare  per non dare territori  richiesti  da Cleopatra (la zona di Gerico): diede infatti  duecento talenti, versando anche la metà di Malco,  che non aveva alcuna intenzione di saldare il debito.
Il re giudaico, in quanto fiduciario del triumviro, dichiarò guerra a Malco, poco prima della battaglia di Azio (31 a.C.).
Questa guerra si protrasse per oltre un ventennio e fu contro i nabatei e contro Zenodoro, che  era stato  l’amministratore della casa di Tolomeo di Menneo  e quindi di suo figlio Lisania (o ton  Lusaniou memisthomenos oikon).
Questi  nel corso e  dopo la guerra aziaca, riprese il controllo della ex tetrarchia di Lisania e la gestiva approfittando della mancanza di autorità romana ed egizia, nel periodo compreso tra il  32  e  il 29  e forse, fino al 27 a.C.,  epoca in cui Augusto decise il destino della Celesiria e  delle zone  ciseufrasiche e transeufrasiche.
La zona  di Calcide, ai piedi del Libano, con quella di Abila,  estesa  fino  verso il monte Hermon  comprendeva  parte della fascia orientale settentrionale del Libano attuale, tutta la zona montuosa  nordoccidentale compresa l’ Iturea (Batanea, Ulatha e Paneas) Gaulanitide, Traconitide, Auranitide e  zone dell’alta Galilea, fino alla Decapoli.
La tetrarchia di Lisania non era una  piccola  regione e per di più  non omogenea, difficile  a gestirsi, data la diversità di popolazioni, considerate le differenze morfologiche e la mancanza di una capitale unitaria: essa,  grosso modo (tolta la parte settentrionale del  Libano) poi toccò a Filippo,  figlio di Erode il grande,  che edificò al centro di questo territorio, Cesarea  sotto l’Hermon, alle sorgenti del Giordano,  dando così  una  nuova capitale (cfr Ant. Giud.XVIII,12-28,106).
Poi la tetrarchia ebbe qualche spostamento territoriale verso oriente, dopo la separazione coi territori nord-ovest (aggregati, forse,  alla Siria)  e fu data a Erode Agrippa-Ant.Giud  XVIII, 276- ed infine  assegnata da Claudio  a suo fratello Erode, pur ridotta nelle dimensioni (Ibidem,XX 138) territoriali,  limitati alla zona di Calcide. Per questo motivo  il fratello di Erode Agrippa I viene chiamato Erode di Calcide.
Molte di queste zone erano state occupate, quelle transgiordane, da Iamneo ( Ant. giud. ,XIII,393-4,397). che aveva conquistato  tra l’altro la Valle detta di Antioco e la fortezza di Gamala e perfino Pella in Decapoli, e le aveva  colonizzate  insieme con la Perea( che è  più a sud), inviandovi sacerdoti,  per far adottare i costumi giudaici.
Zenodoro, comunque,  si oppose ad Erode il grande, che era stato investito  da Augusto come sovrano della ex tetrachia di Lisania, con cause e con operazioni militari, impedendone la conquista.
Erode ebbe il sopravvento nella causa giuridica per l’appoggio sia di Marco Agrippa  che di Augusto, il quale,  nel 20a.C. , stando in Siria,  in occasione di una ventilata spedizione  contro i parthi, riconfermò il precedente dono, fatto dopo la guerra aziaca.
Erode, però, non ne aveva preso militarmente  possesso definitivo perché ostacolato da Zenodoro, dagli arabi, dai parthi.
Infatti Zenodoro, non avendo avuto l’appoggio romano, essendo nemico di Erode, cominciò a tessere rapporti diplomatici con i parthi e con gli arabi, e  fece  concessioni di porzioni  del territorio a Fraate e  vendette l’Auranitide a 50 talenti (ad un basso prezzo, circa 1.250.000 euro)  ai nabatei, in modo da poter regnare indisturbato  sul restante della tetrarchia.
Da qui la difficoltà di inglobare il tetrarchia di Lisania da parte di Erode, che, solo nel 12 a.C. , alla morte di Zenodoro, ne entrava in possesso, nominale.
La zona, infatti,  non era di facile controllo sia per la morfologia accidentata del territorio.  montuoso, che per la presenza di lestai, ladroni (sul problema lestai-zelotai nel territorio di Lisania -Zenodoro  cfr. Giudaismo romano I parte).
L’intervento romano di Varrone, governatore di Siria e poi quello di  Senzio Saturnino, incaricati a più riprese  di ripulire la zona non dovette avere esito se Erode non ne prendeva possesso ed era tenuto in scacco dai lestai in una regione adatta alla guerriglia.
La zona  per me era covo  degli zeloti  che, protetti dai Parthi e dai Nabatei, avevano rifornimenti e quindi fomentavano rivolte  mantenendo  uno stato permanente di guerriglia, inestirpabile, perdurato fino alla vicenda di Cristo e poi fino alla guerra del 66-73 d.C.
Erode ( forse)trovò la soluzione con Zimari, che, cacciato dalla Parthia, esule, aveva chiesto ospitalità e una sede per i suoi 500 arcieri e per il centinaio di famigliari mesopotamici  babilonesi giudaici  che, stanziati ai confini della Traconitide, la controllavano.
Erode gli concesse Ulhata a nord del lago di Hule e l’eparchia di Batanea,  esentò lui e tutta la regione  da tasse e da altri obblighi.
Zimari  ne prese possesso ed edificò Bathira: egli  fu uno scudo per  gli abitanti,  opposti  ai traconiti, e per coloro che da Babilonia venivano al tempio di Gerusalemme e fu sempre fedele ad Erode.
Zimari pacificò la zona, facendo accordi con i lestai, concedendo forse loro delle garanzie, se i suoi figli (Iacimo e Filippo, pur amici dei figli di Erode e dei romani ) poi non tradirono i figli Giuda il gaulanita e tanti altri zeloti.
Il solo Tiberio Alessandro, figlio dell’alabarca, diventato prefetto di Giudea, ebbe successo in quella zona e poté prendere ed uccidere Simone e Giacomo,  figli di Giuda.
Qui l’abilità politica e strategica  di Erode (Ant.giud., XVII,23-31) prevalse sul militarismo romano, dapprima facendo concedere parte dell’ex tetrarchia a suo fratello Ferora, che era diventato tetrarca  di Perea, poi  mediando con i nabatei e i parthi, specie dopo il matrimonio di Erode Antipa con Dasha, figlia di Areta IV.
Il problema degli zeloti, però, non fu risolto  e sembra che solo con Agrippa I  la zona fu oppressa pesantemente (Ibidem, 28) . In seguito  i romani imposero,  pur lasciando lo statuto di libere popolazioni,  tributi agli abitanti.
La tetrarchia di Tolomeo di Menneo, di Lisania, di Zenodoro,  tenuta da Erode  con l’aiuto di Zimari, e di Ferora, divenuta  tetrarchia di Filippo, poi di Agrippa I e infine passata sotto i romani, pur con  speciali statuti è il covo degli zeloti che gravitano sulla sponda transgiordana, alla sorgente ( nord est e nord ovest ) e che, animati da santoni del tipo di Giovanni il battista,  sono  oltranzisti irriducibili contro l‘auctoritas romana, inafferrabili in quell’intrigo di sentieri montani, di rupi e di caverne e di boscaglia ancora oggi visibili, ben testimoniati da Flavio (Ant. Giud., XV,346-348).

 

Methorios

il banchiere tra due stati

 

Il termine methorios è usato in diversi significati in autori  di epoche differenti: Tucidite  alla fine del V secolo,   Filone  nel periodo di Tiberio e Giuseppe Flavio in epoca flavia.

Tucidide usa il termine, unito a  h gh , per indicare che la terra di Egina  è  methoria,  cioè un avamposto Spartano contro Argo e contro Atene in cui gli egineti, filospartani, sono protetti dagli  Spartani ed hanno un comandante spartano.
Per methorios, dunque,  si intende una terra di confine tra due popoli in opposizione.
Il termine, invece, è usato, dopo secoli, in età ellenistica, in Filone di Alessandria  in quanto  il giudaismo,  in epoca giulio- claudia, è genos di confine,  ai margini dell’impero romano e confinante con quello parthico, con cui ha stretti legami per agkhisteia, suggeneia  e phratria per vincoli cioè di parentela e di affinità linguistica e religiosa  per cui esiste un popolo aramaico, come se  fosse un’unica etnia.
Questa, vivendo sotto l’impero romano e sotto quello parthico, territorialmente  suddivisa, ha le stesse usanze,  le stesse leggi, lo stesso sistema  di vita tribale agricolo ed una comune lingua, l’aramaico.
Quella, però, dell’impero romano ha due sistemi differenti  uno aramaico come quello parthico  e un altro ellenistico,  basato sul commercio e quindi diverso, pur nella comune fede ebraica mosaica.
Ne deriva, perciò. che la popolazione giudaica, poluanthropica  in epoca romano-ellenistica, risulta divisa in una pars aramaica di circa 1.600.000 (1.000.000 di Parti e 600.000 palestinesi) e 2.500.000 ellenisti.
La prima vive secondo dikaiousunh  ( Filone, Quod omnis Probus,  159) e secondo areth/virtù ( Praem., 15), conformata alla legge di Mosè, secondo le norme del Dio di Abramo, di Isacco e di Giacobbe, con cui ha una particolare relazione con un patto eterno; la seconda è un ethnos misto, contrassegnato da pleonecsia /cupidigia,  in quanto  cerca  di più  il personale guadagno (Spec. 4,5)  e vive secondo una pratica di vita mediana così da servire due padroni (Dio e i romani), pur coscienti di essere ancora   una stirpe sacerdotale, amata da un pateer provvidente, che è numen confuso con il theos  romano-ellenistico…
Filone in Vita Mosis I 324 mostra  come il genos ebraico sia  per natura isotimos , paritario,   anche se evidenzia che ci sono alcuni che nella divisione delle terre bramano di più,  andando oltre i limiti  e le misure stabilite  per mantenere il kosmos  e per l’equilibrio intimo e per  la convivenza sociale.

Il filosofo rivela di conseguenza la presenza di anisotes ineguaglianza ((De Vita contemplativa, 70)  con  l’atacsia disordine con indisciplina  oltre  che di adikia  ingiustizia e di akolasia sregolatezza in opposizione a soophrosunh….
Non è, comunque, facile delineare l’area geografica  parthico-palestinese, entro cui ci sono zone interamente pagane con popolazione di diversi credi, mentre è più facile rilevare la comune matrice oltranzista (fondamentalista, direi)…
Quale  sia esattamente la zona abitata al confine dai giudei non è facile rilevarlo, anche se si conosce, grosso modo,  tutto il territorio di confine lungo l’Eufrate: essa comprende un’ampia zona non ben delimitata ed abitata, a macchia, da ebrei  che hanno fatto proselitismo, da secoli e che si sono diffusi al di qua e al di là dell’Eufrate, più a Nord che a sud: la ricostruzione di queste zone giudaiche  intorno ad un centro specifico potrebbe essere un grande lavoro al fine di capire la funzione di Methorios e la diversa applicazione differenziata  del Tokos (interesse) tra fratelli e  tra ebrei e pagani nelle zone di confine.
Una zona  dovrebbe essere quella  intono a Nisibi  e Neerda  lungo il corso del fiume, fino alla confluenza dei due fiumi, a Ctesifonte e Seleucia  con una popolazione ebraica  superiore a quella dei  giudei di Palestina …
Dalla fine del III secolo a.C. è attestata una famiglia, quella dei Tubiadi che svolge una funzione methoria  di raccordo  e di unità tra il popolo diviso nel territorio, seppure tenuto legato  da convenzioni specie religiose,  ed unito dal tempio di Gerusalemme fino alla distruzione del Tempio…
Filone probabilmente ha di mira il potere dei Tubiadi che avevano tentato di creare un stato cuscinetto tra Siria e  Egitto nella zona dell’ Ammanitide, ( Flavio, Ant Giud. XII, 230.233)  di cui oggi si hanno le rovine in Araq el Emir (un impianto monumentale comprendente  un lago artificiale, grandi saloni, parchi, grotte scavate  nella roccia e una rocca Birta – in aramaico –swr– torre in greco= phrourion)….
Probabilmente Giuseppe ed Hircano  uomini della tradizione giudaica egizio -tolemaica, sopportati da Antioco III e da Seleuco  avevano costruito una loro sede templare con trapeza  in concorrenza con quella gerosolomitana .(cfr M. Hengel,Giudaismo ed ellenismo, Paideia ,2001,  555-562)…
Nel caso di ritrovamento di monete, come Jehud  di Elefantina si potrebbe meglio sapere le relazioni tra i due stati ,come si rileva tra Nubia ed Egitto. Cfr. A. Vincent , Religion des Judeo-Arameans d’Elephantine  i937, 562 ss passim…
Comunque, allo stato attuale è solo ipotizzabile la volontà di creazione di uno stato  di confine, la cui grandezza non è conosciuta  e di cui non è neanche pensabile una ulteriore estensione al territorio palestinese, saldamente in mani romane, seppure  sia arguibile uno stato filoromano methorios come l’Armenia minor, al di qua e al di là dell’Eufrate, come forse doveva essere quello di Erode il grande, se ci fosse stata la conquista della Parthia nel 20 a.C…
I ritrovamenti del Papiro Rainer  e i papiri di Zenone mostrano come i telonai che derivano dalla cleruchia  tolemaica di Tobia  agiscano a Tiro e a Gaza  ed evidenziano rapporti  e probabili collegamenti col tempio di Gerusalemme, oltre a quello con la Birsa: sono telonai di origine sicuramente giudaica? E’ certo che essi sono attivi e a fianco o di Giuda maccabeocontro i siriaci, da cui sono sterminati (sembra)  tutti quelli  che sono tra i tubiadi ( Oi ontes ent tois Toubiou) , nonostante un’azione protettiva del capo giudaico a Xaraxs … Il legame militare e finanziario-economico tra i maccabei e i tubiadi non sarebbe spiegabile, se non ci fosse un medesimo credo religioso con un comune linguaggio …
Inoltre bisogna ben capire la funzione del giudaismo nel regno di Parthia, nel periodo di occupazione romana della Iudaea,  nel quadro della confederazione di stati parthici: i giudei sono diffusi in ogni stato confederativo con maggiore o minore  popolazione  ed hanno in alcuni un grande rilievo, in altri minore,  in altri  quasi nullo e quindi  svolgono un ruolo diverso in Mesopotamia rispetto a quello svolto in Adiabene, Armenia Minor e Perside…
Neanche si conosce il funzionamento del sistema amministrativo parthico che, però, dovrebbe perdurare in  quello  lagide  in alcuni stati e  in quello seleucide in altri: si sa, comunque, che  per un certo periodo è solo seleucide fino a Antioco Epifane IV  che desidera estenderlo a tutta la Celesiria  o in territori semiautonomi, secondo i principi ellenistici.
Queste zone, cadute , poi, sotto gli asmonei sono  ritenute autonome  sotto Pompeo e Gabinio: non si conoscono se i diritti sono vecchi, cioé quelli acquisiti sotto i lagidi e sotto i seleucidi e mantenuti sotto gli asmonei…
Di una cosa si è certi che nella zona molte città hanno diritti ibridi poi codificati in epoca romana,  ma la loro tradizione è  quella ellenistica .
cfr.  Flavio che cita Strabone  (Ant giud. 14,75-78 ,   e Flavio stesso  Guerra Giudaica  1 ,156-166),..

Inoltre, si sa che in Palestina quattro etnie  (giudei, idumei, gazei e azotei)  vivono mescolati ai siri , celesiri e fenici.
Dalla corrispondenza di Zenone Cfr papiri di Zenone in A Momigliano, I tubiadi nella preistoria  del moto maccabaico in Atti della reale accademia delle scienze di Torino  ,67 (1931/2) 174 s.) si rileva l’apparato amministrativo in Idumea, mentre  si conosce un gruppo di giudei sotto i Tolomei  considerato come somata laika eleuthera.
Mentre la funzione del tempio di Gerusalemme è da stabilire se è secondo la struttura vecchia  tolemaica o quella lagide prima della grande  crisi di Giasone 175 a.C….
Ora, comunque sia la questione, Filone in epoca  tiberiana e Caligoliana considera il termine Methorios  come basilare in senso giudaico e dà significato  secondo la valenza già acquisita in epoca lagide, seleucide ed asmonea.
La comprensione può essere difficile, ma diviene possibile se si tiene presente la cura/epimeleia di una basileia nei confronti del tempio e dei templi in genere.
Filone sposta ora in una nuova situazione storica  quella dell’universalismo romano quiritario, connesso con la basileia romana secondo le impostazione di Areio Didimo,  che ha visto in Augustus Sebastos, Zeus, venerabile come datore di vita e come adresteia sorte stessa eimarmene,  e per di più nomos empsuchos  per tutti i cittadini dell’ecumene….
Ora Filone vedendo la situazione giudaica compromessa nel dopo Seiano (dopo il 18 Ottobre 31 ), rivendica un ruolo per il giudaismo ellenistico, distaccandosi per quanto è possibile dal giudaismo palestinese ormai schierato in senso antiromano…
Se suo nipote  Tiberio Giulio Alessandro si schiera totalmente da parte romana apostatando, lui tende invece ad una azione methoria  dopo aver mostrato la singolare impostazione methoria del giudaismo ellenistico nel suo insieme con l’ idea  di uno stato cuscinetto tra Barbaroi e  Romanitas ellenizzata.
Sulla base degli esempi dei Tubiadi e di suoi antenati oniadi propone questa nuova forma  methoria a cui dà anche specificamente un valore morale  secondo una linea di interpretazione etica in relazione a Mosè stesso theophiles / philotheos  complementari per l’unità della figura  stessa del profeta-sacerdote,  legislatore e basileus.
Egli è diviso tra l’amore  verso Dio e amore verso il popolo  e nell’incertezza è a metà tra due opposti oosper epi plastiggos     (come in una bilancia ) Vita di Mosè, III,153.
Filone sembra congiungere varie forme della cultura giudaica e le ingloba in una propria sincresi  che potrebbe essere originale ai fini d in un’ armonizzazione ed integrazione   con  la romanitas, specie nel momento critico dell’impero di Caligola.
Filone, perciò, si pone da una parte secondo la struttura greca e da un’altra secondo quella della tradizione di Neemia ed Esra , essendo lui stesso, erede della famiglia oniade,  methorios tra due culture differenti  e quindi vuole essere mediatore culturale, sacerdotale, pontefice e sviluppa la theoria dell ‘ameicsia  tipica del sacerdozio mosaico…

Filone aggiunge che il sacerdozio mosaico sottende un sacerdozio universale di tutta la la stirpe giudaica che, essendo  intermedio, svolge una funzione di congiunzione tra Dio e il popolo/ l’uomo  in genere laico.

La funzione ripresa dal cristianesimo  col suo papato cattolico romano e dalla cultura occidentale, di razza  bianca, diventa theoria delle élites di inizio Novecento  (Cfr. L’altra lingua l’altra storia), che autorizza il colonialismo, in una ripresa dell’elezione ebraica …

Il termine methorios  sottende una  ben precisa  struttura organizzativa giudaica ellenistica quella della trapeza,  dell’emporion, e della sua dislocazione in terra al confine,  dopo apoikia, dopo aver mandato una colonia, come già fatto in epoca lagide e in epoca seleucide, in epoca asmonea  e  come facevano  a loro modo gli erodiani, insomma l ‘élite della società giudaica ellenizzata che viveva in mezzo ,tra i goyim e che  si era adattata, in modo methorios, facendo effettivamente  gli intermediari  finanziari
Ho potuto rilevare che  Roberto Radice e forse ancora di più  la Kraus Reggiani abbiano intuito qualcosa del  valore di Methorios  proprio perché  più attenti al lavoro di traduzione  e più legati al testo del direttore Giovanni Reale , hanno letto con qualche altra valenza il termine (Cfr Filone,  Commentario allegorico  alla Bibbia, Rusconi 1994) …
Specie in De Iosepho, comunque,  Filone mostra la funzione  methoria  proprio del sacerdozio sadduceo e di tutte le forme derivate  da quella dei Tubiadi e degli oniadi evidenziano il ruolo politico

(25.148. Certo in modo simbolico si dice salire sul secondo dei carri regali per questo motivo. Il politico è detto secondo del re (ta deutereia pheretai  basileos).Infatti non essendo né privato né re è al confine tra i due (methorios), migliore di un privato cittadino per potere,inferiore di un re assoluto, soggetto a un popolo re, per il quale preferisce fare ogni cosa con fede pura e lealissima.)…
Fatta questa premessa tra le due letture di base del termine cerchiamo di capire da dove effettivamente sia derivato il termine nella concezione giudaica e chi per primo tra i giudei  lo abbia usato: senza dubbio i tubiadi prima  e poi gli oniadi hanno dato il significato in senso commerciale in quanto hanno svolto una precisa funzione in zone di confine., sia tra i Parthi e  romani,  che in zone dell’India…
Gli oniadi, poi, avendo fatto apoikia e quindi vivendo in mezzo a pagani, esercitando l’usura  hanno svolto in epoca romana  una precisa funzione di intermediario finanziario ai confini tra l’impero romano e zone semi barbariche in cui esisteva  una moneta diversa, applicando forme diverse di interesse  in relazione al cambio…

Gli oniadi , inoltre, essendo elementi sacerdotali, connessi politicamente con i vincitori, dovunque si trovino,e facendo proselitismo fino agli inizi del regno di Claudio, hanno piena coscienza  della propria elezione  e della loro funzione culturale in quanto  figli unici del Theos pathr,  signore dell’universo

Perciò, si può dire in conclusione che Il termine  Methorios, pur comparendo  in Tucidide  nel suo significato di base, diventa  espressione di un nuovo valore solo in Filone.
Lo  storico greco, antico,  dà , dopo la denotazione  geografico-storica, una connotazione logistico-militare.
Il filosofo giudaico, ermeneuta, esegeta biblico,  erede di una famiglia sacerdotale (che  ha  esperimentato  col sistema templare  trapezitario  ebraico, il compito di  appaltare  di phorologein  la riscossione dei tributi  per i  dominatori lagidi e seleucidi, prima, e , poi,  per gli asmonei e per gli ultimi Tolomei  ed infine per i romani,  congiunto con quello di collettivizzare  in luoghi di raccolta e di smistare con  carovane i depositi bancari  fino al Tempio di Gerusalemme,(derivati dall’ ingente massa annuale della doppia dramma, di ogni giudeo ) dà un valore  nuovo,  aggiungendo  un significato morale ad un termine  proprio del codice militare e fiscale.
Gli studiosi, specialisti,  forse, non congiungendo opportunamente l’area semantica di methorios, ed  avendo conoscenze solo teologiche di Filone,  rilevano  il valore  lessicale e l’area allegorico- analogico-simbolico-anagogica  e concludono quindi in senso  etico…
Filone,  in un’ epoca come quella Tiberiana e Caligoliana, quando critica è la situazione di tutta l ‘etnia ebraica, colpita  a morte nel suo sistema emporico e trapezitario ecumenico, sia  nella madre patria della Giudea che  nelle sedi mediterranee della Diaspora ellenistica usa il termine, a mio parere, in modo da mostrare la funzione oniade nelle zone di confine: è una difesa  (un ‘apologia) morale  che copre, sottendendo  la ragnatela bancaria e il sistema emporico giudaico, di uomini  ricchissimi, cives romani  divenuti csenoi  ed epeludes, non più  epitimoi  perché colpiti da atimia ..
Methorios, methoria, methorion, dunque,   è un aggettivo certamente  usato  da Tucidide.(460/456-395/390 a. C.) in La  Guerra del Peloponneso  due  volte, mentre è variamente usato con significato, diverso da Filone.
In II,27 lo storico ateniese dice: H de Thureatis ge methoria  tes Argeias kai Lakonikes estin/ la terra Tureatide è  confinante tra Argolide e Laconia.
Il termine ha un particolare rilievo per lo stato di ostilità continua tra la due regioni e per la situazione, creatasi nel corso della guerra peloponnesiaca,  per cui gli abitanti di Egina, scacciati dagli ateniesi, perché rei di avere causato la guerra in Locride, erano stati condotti in quella terra, per ripopolarla, dagli spartani, memori del loro aiuto nel precedente terremoto e nella rivolta degli Iloti.
Nella seconda citazione Tucidide (IV,56) parlando dei fatti  del 425 anno, in cui Brasida, dopo al sconfitta di Sfacteria, stabilisce di fare la spedizione in Calcidica  nel momento in cui  c’è l’occupazione di Tirea, il capoluogo della zona methoria  e oltre alla  cattura dello spartano Patroclo, ferito.
Lo storico intende, dunque,  con gh methoria  indicare la terra di Cinuria- Tureatide  posta al confine tra Laconia ed Argolide, marcando la difficile situazione di una zona  posta tra due stati in conflitto, e rilevando la sua funzione difensiva per la Laconia e quindi per Sparta.
Filone Alessandrino (30/25 a.C- 42/43 d.C.) usa il termine Methorios varie volte,    dà di norma una valenza significativa morale, mentre parla della figura di progrediente  in relazione al bios di Abramo e  specie di  Giacobbe per  mostrare la singolarità dell’ebreo, di un uomo che cerca e vede Dio, di uomo che combatte con Dio in una continua skepsis, secondo linee ascetiche,  in una visione ecumenica.
Su questa base  semantica Filone attualizza il termine in epoca caligoliana e lo vede nella sua crisi  e lo connota come methorios ,uomo al confine tra Romanitas e Parthia: infatti l’ebreo è da una parte romano-ellenistico e da un’altra mesopotamico, integralista ed incapace di mediare e  di mettere insieme due culture oppositive. Per Filone, invece, l’ebreo methorios è chi corre il rischio di essere bruciato tra i due estremismi, ma è anche il  saggio  che sa congiungere i due opposti e  lanciare ponti in  modo da svolgere la sua funzione di mediazione non solo culturale ma anche economico-finanziaria.

Il compito del methorios diventa difficile ed eroico  quando domina il fanatismo religioso , quando ci sono scissioni/skimmata , erides contese  e  staseis , quando c’è guerra/polemos nell’anima ebraica, dilacerata tra la cultura occidentale romana e quella orientale parthica…
Nei conflitti  tra Romanitas e Parthia  si è rilevato  puntualmente in Giudaismo Romano   un tradimento ebraico: dall’impresa antipartica  di Crasso a quella di Antonio, dalla ventilata guerra di Augusto ai Parthi nelle 20 av. C., alla volontà di invasione da parte di Caligola fino alla guerra di Traiano nel 116.
Sempre i romani sono sconfitti perché con l’esercito romano ci sono i giudei che,essendo inizialmente methorioi, poi passano dalla parte dei Parthi  dimostrando coi fatti la loro reale appartenenza al mondo mesopotamico barbarico: i battellieri ebraici che imbarcano a Nord l’esercito romano e lo portano fino alla pianura mesopotamica  in epoca traianea, dopo la sconfitta romana ad opera della cavalleria catafratta parthica, non fanno risalire i soldati romani sulle loro barche e quindi rendono manifesta la sconfitta e penosa la ritirata di Adriano  mentre Traiano è malato…
Il solo Ventidio Basso, un legatus antoniano,  ebbe la meglio sui Parthi  nel 38 av.C. perché non volle la mediazione ebraica né alcun aiuto, rifiutando perfino le guide e vinse a Gindaro, grazie ad una sua specifica scelta militare e alla capacità di evitare lo scontro con la cavalleria catafratta nemica …
Il termine Methorios, dunque, per me   è basilare per la costruzione di una nuova figura di ebreo, vilipeso perché privo di diritti civili nel mondo romano, nel periodo seianeo e caligoliano,  perché considerato gente  xenofoba,  taeterrima, perfida,  secondo una connotazione dovuta più all’integralismo palestinese che  a quella degli ellenisti,  seppure  odiosi  alle altre nazionalità con cui convivono alla pari nel Kosmos romano, perché ricchissimi ed avidi esattori della domus Giulio-claudia, che hanno organizzato un grandioso sistema trapezitario grazie all’abilità nella  riscossione dei tributi…
Nelle due opere storico-politiche In Flaccum e Legatio ad Gaium,  ed anche in De Iosepho e nelle Vite di Abramo e di Mosé, in particolare, è possibile rilevare il valore completo di methorios, seppure espresso solo in senso morale…

Ci piace  a questo punto precisare  questo ultimo punto rilevato nell’opera filoniana.
Noi riportiamo,  perciò, due puntuali citazioni di Filone, da cui si evince  la lettura di methorios come elemento  intermedio posto al limite tra due estremi, in cui il suo etimo  semanticamente diventa tipico  nei rapporti intercorrenti tra Dio ed uomo come  ricerca di equilibrio tra materia e divinità,  come  via intermedia propria di una methodos , che dovrebbe dare stabilità all’ uomo che cerca Dio  nella giungla materiale diairetica di bene/male , di sensibile/ soprasensibile di transeunte /eterno, di mortale /immortale,  di umano/ divino.
In De opificio,  135  si legge : l’uomo è al confine tra  la natura mortale e la natura immortale  perché partecipa  anancasticamente  dell’una e dell’altra in quanto creato insieme mortale ed immortale, mortale nel corpo ed immortale nella mente…
In quasi tutta l’opera di Filone è presente questa impostazione  apologetica  in una considerazione simbolica secondo l’esegesi biblica del giudeo  “spiritalis”, come i farisei e  gli esseni e, specie i contemplativi ( De Vita contemplativa)   in un rovesciamento della figura dell’ebreo/ivri – chi vede Dio   Israel , in sacerdote e quindi persona sacra che aspira a congiungersi con Dio.
Questa impostazione apologetica è ancora più palese è  in  De Somniis II,229-230:e in Peri  ths Moseos kosmopoiias , 105
Filone mostra la mente del saggio,  distaccata dalle tempeste e dalle guerre e  la vede  approdata  alla serenità in una pace profonda, come tipica di un  essere  inferiore a Dio,  ma superiore all’uomo
In questa visione Filone  è connesso con la lezione epicurea propria della Lettera  a Meneceo: ouden eoike tooi thnetooi,  anthropos   o zoon en tois athanatois agatois.
La precisazione che fa è la seguente: l’uomo di valore occupa una posizione methoria  in quanto  non è Dio  né uomo, ma un essere  legato ad ambedue  gli estremi, alla specie mortale per la sua condizione  di uomo, a quella immortale  per la sua virtù.
Da una parte  il valore epicureo, a seconda del  libero arbitrio umano,  può portare alla perfezione o alla abiezione, in relazione al  prevalere  della virtù o delle passioni; da un’altra, la via è quella dello spoudaios, del saggio che tende progressivamente al sommo bene  seguendo il paradigma di Abramo, di Isacco, Giacobbe e  specie di Mosè che è la sintesi dell’uomo perfetto(teleios).
Filone, dunque, con  methorios esprime la concezione di filosofo posto al confine tra la paideia greca e la musar aramaica, di mediatore culturale,  nella certezza della centralità  della  lettura biblica, simbolica in una sincresi di  Socrate e di Tare, padre di Abramo.
Questa fusione culturale seppure sincretica, tra cultura greca e cultura aramaica mediata dal giudaismo ellenistico, specie alessandrino, e dalla sua oikos (domus ) Oniade che aveva profonde connessione con i Tubiadi, è dominante nel periodo flavio, quando il giudaismo subisce limitazioni e viene fatto scadere in senso commerciale: il declino trapezitario  giudaico in epoca antonina produrrà staseis e neoterismoi e favorirà il ricongiungimento tra aramaici ed ellenisti, specie nella rivolta di Shimon bar Kokba…
Finito il successo dei methorioi  che, in epoca diversa, avevano fatto la storia  tra i due imperi.  ora l’ebraismo era giunto al massimo parossismo tanto da commettere misfatti inauditi: stragi a Cirene e a Cipro nella guerra di Kitos…

Eppure da Cesare  fino a Nerone  i methorioi, specie alessandrini, manovrati dagli oniadi,  erano stati utili intermediari che appaltando la gestione della riscossione dei tributi, per i romani, fecero l’ epopea mercantilistica  ebraica, maggiore di quella fatta precedentemente  al soldo dei lagidi  dal terzo secolo  fino al  II e al I secolo. in ogni parte del mondo essi cambiavano valute, in India come nel cuore dell’Africa, sulla costa atlantica come su quella della palude Meotide o su quella Caspia ,  le loro trapezai erano una garanzia per i popoli barbaroi, essendo  in relazione anche ai diversi cambiamenti politici e ai grandi rivolgimenti storici.
Essi con il sistema bancario  connesso col proselitismo grazie alle alle apoikiai (colonie),  formavano un élite di naucleroi, di emporoi, di kapeloi  ben serviti da una schiera di trapezitai e loro agenti  che timbravano e marchiavano i i tributi per il Tempio di Gerusalemme Essi per oltre un secolo erano i  rappresentanti del comemrcio ellenistico e specificamente erano cives romani  in terre lontane  riuscendo a prosperare  anche dopo la fine dei regni ellenistici, col vincitore romano, e ad aumenatre  il loro impero finanziario, che  anzi viene decuplicato nel periodo di Augusto e il primo Tiberio…
I giudei ellenisti  anche se si opponevano come scismatici al Tempio di Gerusalemme, massima trapeza, il cui controllo era necessariamente in mano romana grazie al fedele servizio dei sadducei,  avendo perfino un proprio Tempio a Leontopoli e trapezai in ogni  parte del mondo perfino oltre i limiti dell’impero romano e di quello parthico, erano l’avanguardia dell’esercito romano stesso , costituendo la base per l’ ellenizzazione, per la penetrazione nelle remote plaghe dell’India e della Cina, dell’Africa, delle fredde isole del Nord Europa
Methorios, però, risulta ambiguo proprio per la doppia nazionalità dell’ebreo che oltre alla cittadinanza del luogo di domicilio ha la cittadinanza di Gerusalemme, una cittadinanza katholikotera (più universale)  segno di diversità e di separazione rispetto alle altre etnie…

Comunque  ci teniamo a concludere definitivamente con  Filone, che  in De Iosepho ,148 sviluppando il tema della morale come politica e fissando le funzioni del politico e del suo rapporto col sovrano, con il privato e col popolo, precisa la funzione intermedia del Methorios  congiunto con o politikos (vir civilis).
Egli mostra Giuseppe salente sul secondo carro e quindi come colui che fa le seconde parti rispetto al faraone (o politikos ta deutereia pheretai basileos) quindi come un uomo non privato né re, ma methorios  tra i due  in quanto è superiore al privato ma inferiore al re per comando assoluto (autecsusion), che si serve del popolo re,  a favore del  quale  preferisce fare ogni cosa  con fede pura e che serve lealmente il sovrano…

Il Methorios di  Filone  risulta, allora, eguale a quello di Flavio Bios , 22, 105 kai de pempsantes  pros Ihsoun ton archilesten eis ten Ptolemaidos methorian, upeschonto dosein  pollà chremata ..  Cosi avendo inviato un messaggio a Gesù il capo brigante, nella terra di confine di Tolemaide  promisero di dargli molte ricchezze … uomo che vive in una terra di confine -dove si scontrano due auctoritates  quella romana e quella di un’ecsousia di un capobrigante  cioè di una zona franca, dove  esiste solo un potere locale,- in cui il trapezita  è garanzia di un superiore potere economico e finanziario…

La chiesa cattolica romana è erede di tale cultura methoria: il  pontificato  svolgendo la sua funzione sacerdotale, ha vanificato dapprima la potestas imperiale  di Roma, perché demoniaca,  poi il potere politico regale popolare, del popolo- re, minando ogni democrazia, creando la massima ingiustizia sociale  sulla base di un  privilegio  ebraico, di un Theos pathr provvidente…che ha un patto di alleanza col suo popolo, bianco, ebraico cristiano …

Retorica e cristianesimo

Ha ragione Nietzsche?

Secondo Nietzsche (Umano, troppo Umano) “l’origine del cristianesimo sta nel progetto di spacciare la sconfitta storica di Gesù, la sua morte ignominiosa sulla croce in una vittoria in un altro mondo”
Il filosofo vede, dunque, il cristianesimo come “sviluppo e prosecuzione dell’ebraismo” e considera i cristiani come uomini che “incapaci di accettare la realtà della morte del Christos, ne stravolgono l’insegnamento in senso morale” secondo la lettura allegorica farisaica e vi introducono la prospettiva del peccato, della colpa, dell’aldilà, concetti del tutto estranei ad un ebreo di quell’epoca.

E’ dunque, il cristianesimo un fenomeno, letto tragicamente,  secondo i canoni della retorica dove i fatti vengono mutati nel loro contrario, in un sistema ordinato secondo i criteri di verisimiglianza, in modo da sbalordire lo spettatore (il fedele) che rileva l’azione con mutamento (metabolh), unito a peripeteia?
Se esaminiamo i termini secondo la logica della Poetica di Aristotele (1452a 11ss ) si rileva che peripéteia è il termine centrale in una situazione mutata, passata improvvisamente da un male ad un bene, da forma, dominata da forze negative, inaspettativamente rovesciatasi tanto che, nella tragedia. si richiede l’intervento miracoloso del deus ex machina.

Il passaggio da un fatto con mutamento può avvenire secondo normale anagnoresis/riconoscimento, ma diventa miracoloso e paradossale quando si ha la peripeteia.
Il termine indica  uno straordinario mutamento situazionale, un accadimento improvviso, imponderabile, in quanto sul soggetto agente piomba addosso (peripiptoo)un accadimento improvviso che stravolge ogni cosa, in quanto si passa esattamente al contrario di quanto si poteva prevedere umanamente.
C’è in peripeteia sottesa l’azione di un Dio pater provvidente che, avendo un suo piano sul soggetto, lo realizza in modo imprevedibile, secondo una conclusione in linea con la sua oikonomia divina.

Dunque la peripeteia è un segno dell’intervento di un Dio che stravolge la storia ed avvia il suo fedele passivo, ad una sorte nuova, migliore, facendolo passare da uno stato di massima afflizione ad uno di massima felicità, dando così un compenso eterno ad un mortale che segue la sua volontà ed accetta lo stato di miseria di vita umana secondo le regole, imposte dai sacerdoti, che sono i medium (pontefici) di questo passaggio e che autorizzano coi sacramenti il graduale trasferimento dalla vita alla morte, dall’infelicità dello stato umano e terreno ad una felicità di uno stato ultraumano e celeste.

Insomma secondo il pensiero cristiano bisogna essere macerati in un ingranaggio di dolore ed arrivare ad una catastrophé tale da produrre catarsi/purificazione per conseguire poi il passaggio allo stato contrario grazie all’intervento di Dio: non c’è salvezza senza questo passaggio; non nasce la vita se non con la morte, non si sale in cielo senza la sofferenza terrena…

Il cristianesimo ha banalizzato il sistema della tragedia greca e lo ha reso popolare, anzi ha fatto si che ogni uomo debba subire la massima forma di dolore o sofferenza o afflizione terrena per aver un premio infinitamente maggiore in un altro mondo, come compenso del quotidiano travaglio di vita: dare eternità di vita come promessa per una vita effimera, dominata dal male, sofferto rassegnatamente …
E’ questo proprio il metodo dei Theourgoi/ teurgi – di cui parla Giamblico (245-325 d.C.) specie nel III e IV libro di Misteri degli egiziani – la cui funzione tra gli uomini è utile per la conoscenza del futuro.

Essi insegnano una pratica di vita ascetica progressiva…
I cristiani in epoca costantiniana e poi teodosiana, influenzati o condizionati dal pensiero del filosofo platonico mettono insieme Theamata theia (visioni divine) e theoreemata episteemonika (osservazioni scientifiche) proprie dei teurgi in modo che Christos sia chreestos /utile perché l’élite sacerdotale sia guida morale pari ai maestri di Teurgia.

I sacerdoti come i teurgi, quindi, cercano un metodo di conoscenza irrazionalistico, teologico da una parte e da un’altra uno razionale epistemico, capovolgendo ogni sistema ed ogni struttura con la duplice loro via di indagine logica e mitica…secondo procedimenti retorici, basati  sull’asse metaforico mediante la similitudine, -che passa  direttamente  alla metafora (esempio: donna splendida  come il sole, soppressione di splendida e come e quindi  risultanza di assimilazione dei due termini apparentemente di aree diverse ed incomunicabili, La  donna è  sole) – o su quello simbolico ed allegorico, dove il secondo termine, quello di paragone può diventare e soggetto mediante inversione o rimanere predicato nominale   in quanto sono equiparate le due sostanze reali (sole e donna), poeticamente e religiosamente,  in quanto   ambedue sono sumbolon  ed hanno infinite possibilità di scambio ed autorizzano alleegoria, un dire diverso da quello  che deve essere inteso (esempio  agnello divino = Dio/agnello),  specie nel corso della ripetizione rituale  e cultuale, specie se  in sette o in folle  di fedeli, riuniti in manifestazioni sacre, presiedute da sacerdoti ….
Dunque, Nietzsche ha ragione?….
Non è proprio come dice Nietzsche, ma il filosofo aveva ben individuato il problema ed aveva visto la derivazione dall’ebraismo del cristianesimo cioè del Regno di Dio, come di una cellula ebraica antiochena, anche se non rilevava la differenza con l’altra del tutto ebraica e rimasta pura, quella del Regno dei Cieli, confusa poi, dopo la vittoria definitiva del cristianesimo, con l’altro Malkuth/regno…

Nietzsche ha certamente capito la funzione del sacerdozio, simile a quella dei rabbini del periodo talmudico, che facendo la peripeteia promettono un eterno premio al mortale che soffre e vive la quotidianità di vita nella sofferenza: lui autore di La nascita della Tragedia e professore di greco ha piena coscienza dei termini e mostra la funzione arbitraria di una classe intermedia sacerdotale tra uomo e Dio tanto avida da svolgere un ruolo tra i credenti e la divinità, convinta di operare per il bene dell’uomo, in attesa della fase del suo adultismo

La funzione methoria/mediatrice del pontefice, come quella del rabbino e come quella del teurgo, ha in comune lo stesso procedimento, quello della peripéteia: l’inganno/panourgia è nel capovolgimento delle strutture: Paolo di Tarso ne è il sublime interprete.
E’, dunque, il cristianesimo (il Regno di Dio) davvero una forma ebraica ed ellenistica, (costituita da retori fruitori di doppia cultura che già nell’ambiguità del nome si classificano) che trova la sua applicazione nella peripeteia, in una sincresi forzosa di elementi giudaici e di formule ellenistiche?

Secondo me, questo è il cristianesimo, ma non so se è “la più nichilista di tutte le religioni ” o è “una religione, come le altre”, che si basa su un popolo -bambino che crede alle parole di chi ha privilegi, in quanto clero, che capovolge ogni sistema e lo stravolge in nome di Dio, facendo il proprio interesse.

So, però, che il clero oniade (discendente da Onia III), alessandrino, imitando la perfezione/teleioosis di Mosè, con la sua attività bancaria e con la sua perfetta economia- penetrata in ogni parte dell’impero romano- ha, comunque, creato questo sistema religioso.  Esso, più di quello gerosolomitano, più di quello essenico, incorporatosi nel sistema romano ellenistico, prima nel II secolo  e poi come fenomeno cristiano con Costantino ed infine con  Teodosio, si è sempre più radicato tra i vari popoli…, approfittando del nomen di Roma,  eterna in Occidente e in Oriente,…grazie  anche ad un’ educazione impartita fin dalla prima infanzia …

Un Dio tragico: aprosdoketon e peripeteia in Historia

Un Dio tragico

Pasa episteemh khoorizomenh dikaiosunhs kai ths allhs areths, panourgia, all’ou sophia phainetai/ ogni sapere, disgiunto da giustizia e da altra virtù,  sembra raggiro, non sapienza.  Fozio,Gnoomai 245.

Ho sempre pensato che il Dio cristiano abbia più una connotazione militaristica e tragica -in quanto è un dio arcaico ebraico- che quella universalistica e provvidenziale, successiva, della filosofia platonico/stoica….

Costantino, imperatore d’Occidente, vincitore nikeths  su Licinio, imperatore d’Oriente, capace di riunire l’impero romano,  è personaggio controverso, data la sua nascita bastarda, vista la sua educazione militare, considerata la sua ferocia:  vede solo nel Theos , Jhwh sebaoth  dio degli eserciti,  il proprio numen tutelare, come Christos giovanneo…

Perciò, l’imperatore, sotto il consiglio dei suoi intellettuali (specie Osio di Cordova e  Lattanzio) innesta,  grazie anche allo storico Eusebio di Cesarea, il cristianesimo sulla tradizione  giudaica biblica, già collaudata, dopo Marcione,  che ne era stato fiero oppositore sulla linea della paternità divina, congiunta con la metrioths/moderazione ellenistica…

Il Theos  giudaico del Vecchio Testamento è crudele e spietato contro i nemici, ma è anche un dio tragicamente assetato di sangue, direi, sadico, desideroso di sconvolgere i piani del razionalismo della creatura umana, che procede secondo logos  nella costruzione della storia privata e collettiva.

Con thaumasia/miracoli  e terata/ prodigi  il theos scardina la normalità di vita,  sconvolge ed abbatte il regolare flusso  temporale di vita, storico,   e lo snatura.
La divinità non solo sconvolge i piani umani, ma improvvisamente li capovolge,  dimostrando di essere il solo padrone della storia  e lo fa secondo canoni propri della tragedia, avendo bisogno di vittime

L’uomo, entusiasta, teso verso l’alto,   stordito dalla katastrophh, è costretto a ridimensionare i suoi piani di elevazione  spirituale, e si prostra riverente davanti alla grandezza del numen e alla sua epiphaneia, e alla natura stessa, simbolo della divinità, in una volontà di purificazione della propria  ubris/superbia  di creatura rispetto al creatore…

Questo avviene non solo nei processi  storici  e nelle vite di grandi personaggi, ma anche negli  accadimenti naturali  come maremoti,  terremoti,  eruzioni di vulcani, inondazioni,  glaciazioni,  e nelle staseis  rivolgimenti sociali e politici o come le rivoluzioni popolari, i cambiamenti cruenti di governo, le formazioni di stati  ecc…

Non solo ai vertici  delle gerarchie sociali e politiche, laiche ed ecclesiastiche, ma anche a livello popolare  il theos applica la sua legge  indistintamente  accomunando tutti i mortali, nati per morire.

Ogni creazione stessa  umana  è labile, transitoria, destinata a crollare, comunque sia la costruzione, già inficiata  dalla sua stessa materialità e dai limiti del costruttore stesso, nonostante la  riconosciuta geniale perizia…

Il theos esprime con il cambiamento improvviso la sua legge provvidenziale, imperscrutabile,  rivelando un altro disegno diverso da quello umano, un‘altra storia…

Ma la provvidenza/pronoia, che stabilisce l’ oikonomia tou theou, esiste veramente in quanto esiste un Dio creatore  del to olon  universo, e del to pan,  il mondo conosciuto  terreno, ellenistico e barbarico  costituito da tutti  viventi  (piante ed animali)?

Si parla, comunque,  di un Theos ellenico,  dei contadini della beozia dell’Vlll secolo,  di Esiodo che  parte dal Kaos (Teogonia 116- prootista Kaos geneto,)-  che però  dipende  dai  culti accadici ed hurriti,  derivati, anche loro, dal RgVeda…

Esiste, dunque,  kosmos con armonia / un sistema costruito ordinatamente  e meravigliosamente dalla mente del Theos,  a vantaggio  dell ‘uomo, razionale e loquace,  principe rispetto agli altri elementi irrazionali  e muti  del creato?

Ma,  ci può essere armonia con kosmos, se c’è privilegio dell’uomo e dell’ebreo-cristiano  sugli altri ?!

Non ci sarebbe omonoia, neanche se imposta  dall’alto, ma solo principato di una specie . La pronoia di un Dio, giusto  distributore  di sorti,  potrebbe non esserci perché esiste l’irrazionale anagkh del destino,  da cui dipende la vita dei viventi in Natura, indistinti, capaci  da soli, secondo processi evolutivi, di organizzarsi in relazione agli ambienti  e ai climi e al suolo stesso  e alle diverse latitudini.

Potrebbe valere solo h eimarmene sorte, destinata ad ognuno di noi, senza intervento di nessun daimon, regolata automaticamente  senza merito e casualmente,  tipica dell’uomo e  di ogni vivente di ogni parte del mondo e dell’universo?

Se il pianeta Terra  è, nel sistema solare, con la sua Luna,  solo una pars minima del Creato, galattico ed extragalattico, costituito da miliardi di astri, non certamente esseri angelici,-come riteneva il mondo antico- ma mondi  dotati di energia vitale, infinitamente più grandi del nostro stesso intero sistema solare,  perfino nei buchi neri, come possiamo avere ancora una concezione ellenistica tolemaica, anche se  aggiornata in senso copernicano ed einsteiniano, basilare per i sistemi religiosi occidentali cristiani?

Tra  i tanti  elementi  antitetici, contrastivi e  contraddittori,  connotanti il sistema retorico classico-giudaico cristiano, teso  verso la spiritualità come elevazione morale,  ektheosis/ indiamento e  telioosis/ perfezione,  disgiunta nettamente dalla realtà  umana popolare, volgare e materialistica,  discriminata come ilica, mi piace sottolineare  come il Dio cristiano operi secondo i processi dell’aprosdoketon  e della peripeteia, che sono fenomeni retorici, propri  del romanzo e della tragedia.

Aprodookhton da aprosdokao esprime un valore di inatteso, inaspettato ed imprevisto e si dice di qualcosa – che l’uomo, pur nella sua razionalità e normalità, non può prevedere – che capita improvvisamente non solo come calamità naturale, ma come evento  straordinario privato.

Infatti l’uomo costruendo, in modo personale, se stesso e facendo un suo percorso, fabbrica un  futuro, poco a poco, e vede giorno dopo giorno la sua opera crescere  come cultura individuale, come  famiglia, come  relazione sociale, come  possibilità di proiezioni  in varie direzioni, anche in senso  commerciale, secondo la logica dell’aspettativa umana, connessa con il naturale evento di successione cronologica, come se fosse possessore del suo tempo, pur breve, avendo, comunque,  moderata fiducia  e  speranza compatibile con l’età, nella convinzione di un’eternità genetica.

Così facendo, pur senza salti utopici, l’uomo, arrogantemente usurpa, si dice, natura e tempo, quasi fosse superbo della sua personale  costruzione, convinto del suo genio creativo,  che è risultanza di una vita realmente vissuta e di una continuità di lavoro, come se fosse realmente pars divina,  perché educato religiosamente  come figlio di Dio, padre,  di cui  ha  sacro timore, secondo la tradizione giudaica.

Il mondo classico parla, allora, di phtonos theoon, invidia degli dei e il cristianesimo di vendetta di Dio sul superbo arrogante.

In latino  il concetto  retorico di aprosdoketon  è espresso come fulmen in clausola o come in cauda venenum, come se l’autore – di solito è  Marziale  che lo usa –  facesse un’operazione di una stoccata conclusiva finale, come  di un fulmineo colpo  di un gladiatore che chiude definitivamente la partita proprio quando stava per soccombere, come di uno scorpione che, alla fine, vince colpendo col suo mortale veleno caudale.

I latini sono uomini convinti di essere ognuno faber suae quisque fortunae, anche se rilevano la disgrazia di Emilio Paolo vincitore fortunato a Pidna, trionfante su Filippo V, re di Macedonia, rimasto senza figli maschi, pochi giorni dopo il suo trionfo (due gli morirono naturalmente  e gli altri  legalmente perché erano stati adottati da famiglie prestigiose)…

Dunque, aprosdoketon è usato  specialmente nell’epilogo di un epigramma e di una vicenda comica o tragica   e  vale in effetti come una battuta finale inaspettata, paradossale, che stupisce il lettore o lo spettatore che ne rimane sbigottito: l’ekplecsis  è lo stato finale di chi, colpito, resta intontito come fuori di sé per qualche attimo, tanto che  l’autore del Peri upsos  parla di Ekstasis/ fuoruscita di mente.

Il Dio cristiano per i Padri Orientali ed Occidentali, nutriti di Paolo e della sapienza evangelica,  fa la storia dell’uomo a suo piacimento ed arbitrio e porta a giusto compimento ogni cosa, facendo partorire dal male il bene, dando funzione all’inetto, dando potere al debole  sovvertendo ogni valore e considerazione umana razionale.

Dio, secondo Paolo ( 1 Corinzi)  confonde i sapienti, abbatte i potenti ed innalza gli umili…perciò per l’uomo adamitico esiste la morte,  per l’uomo che vive di Cristo esiste la resurrezione. Cristo fu risvegliato dai morti  ed anche il cristiano lo sarà. Come per un uomo esiste la morte così per un Uomo (cristiano) esiste la risurrezione…Tutto si muta,  tutto finisce, tutto si consuma, la stessa conoscenza katarghthhsetai si dissolverà….

Per i Vangeli il cielo e la terra passeranno, le mie parole non passeranno Luca 21,33; gli ultimi diventeranno primi e i primi diventeranno ultimi Matteo 20,16 …

E’ una visione escatologica ed apocalittica, propria di scrittori giudaico-cristiani, ed anche platonico-stoici, che, comunque, hanno una elpis, quella di un’altra vita utraterrena, un regno dei cieli come dimora dei giusti,  che la  conquistano con una  vita di sacrifici e di dolore,  a seguito di profonde lacerazioni  materiali,  pur circondati dal  male  e fiduciosi in Dio Padre, che sarà il giudice  che ricompenserà il breve soggiorno infelice con la beatitudine eterna.

Ora  per noi cristiani la Storia  con le sue peripeteiai, le improvvise mutazioni situazionali,  è nelle mani di Dio,  che ne  è il vero costruttore, il vero faber, unico artefice,  che  guida la nave tra le onde del mare, da esperto pilota,  mentre l’uomo creatura si illude di essere creativo costruttore, artefice della sua vita, di saper navigare il male esistenziale …

Peripeteia -deriva da peripiptoo che vale  cado circondato ( sottende  “da nemici “o “da onde del mare” , o “da fuoco”, da altri elementi pericolosi).

Dunque, peripeteia  rimanda all’idea di un qualcosa, in cui si piomba,  cadendo circondati tanto da non poterne uscire, se non dopo lungo tempo di permanenza, in uno stato di sofferenza,  e grazie a fortunate coincidenze…

Perciò, si può dire, generalizzando, che i due termini rivelano, insieme a tanti altri, il sistema retorico classico giudaico-cristiano, di cui sono strutture minime; si passa poeticamente  cioè dalla similitudine  alla metafora e religiosamente  al gioco simbolico ed allegorico  sulla base di due termini che sono messi insieme arbitrariamente, in quanto appartenenti a due aree semantiche diverse.

L’artificialità classica  poetica, se diventa consuetudine di vita mediante canto o rappresentazione  e  risulta rito ripetuto,  specie da masse guidate da un sacerdote,  trasforma i due termini da elementi complementari e  formali in sostanze reali assimilate e divinamente congiunte  in un unicum…

Gesù è per il cristiano nella quotidianità di vita come la manna nel deserto, …Gesù  è manna eterna rispetto alla manna caduca terrena,... Col rito della memoria dell’ultima cena,  Gesù diventa il pane della vita, data la continuità rituale , la ripetitività del fatto in comunità ecclesiali e il predominio culturale della romanitas, anche se in forme cristiane…

Perciò, la coscienza terrena quotidiana del male, che circonda  la luce come tenebra  e con  esso  la non presenza della dike giustizia, dell’armonia, del kosmos,  ha conformato l’uomo in senso manicheo... chiuso tra Dio e il suo antagonista, simbolo di luce e di vita il primo, di tenebra e di morte il secondo…

Allora, così circondato, io-mortale – a cui il sapere sacerdotale, teologale, scisso da giustizia, sembra un raggiro e non sapienza– sono incline a pensare non a un Dio ordinatore, pater, costruttore,  venuto perfino a salvarmi su questa terra,  a redimermi da peccati originali,  ma al Caos datore di  Bios vita e  di amore, nel suo vortice senza principio e senza fine, in cui si scontrano  e  si fondono gli opposti nel magma del divenire, in senso vitalistico infinito, autogenerantesi, in una continuità creativa.

La presenza oggettiva di male  come ingiustizia, come mancanza di armonia e kosmos  mi turba  tanto da farmi pensare che ogni disarmonia,  ogni forma ed ogni suo contrario, convivano in un unicum informe con tutte le forme difformi, ibride, innaturali, mostruose, prima ancora delle  idee  rappresentative  del mondo  terreno, secondo ottica antropologica, prima degli inizi dei tempi, come trionfo del Caos.

Un ribollire caotico di pulsioni primordiali  è  preferibile, come concezione,  ad un kosmos classico giudaico/cristiano…

D’altra parte classicismo e giudaismo hanno creato i miti  con la tragedia, col romanzo, con la Sapienza,  con la Bibbia,  con ogni forma letteraria collegata con la cultura manichea, antitetica,  e con essa la  retorica della theoria, che risulta una spettacolarizzazione di ogni cosa naturale, capace di attirare  e dilettare  e di insegnare l’esercizio   della mimesis/ imitazione dei modelli,  paradigmi di vita teatrali.

Ambedue, comunque, dipendono  culturalmente, data la vicinanza geografica dalla civiltà accadico-hurrita, influenzata dal RgVeda induista.

Genesi 1-2   sembra  dipendere da un testo cuneiforme del XIII secolo che tratta di tre re degli dei – Alalus, Anu e Kumarpi prima del sorgere del tempo cfr P. MERIGGI,in Atenaeum XXXI,1953,pp.101-103 , come  anche Esiodo per la nascita di Urano, Crono e Zeus :  in principio Elohim creò il cielo e la terra. E la terra era deserta e vuota e le tenebre erano sulla superficie dell’abisso  e lo spirito di Elohim aleggiava sulla superficie delle acque…

La cultura ebraica, con Elohim (al plurale-gli dei), rimanda ad una  base politeista mesopotamica, e si lega al mondo vedico…

In Rg.,X,129, infatti, si legge Cfr. R.PANIKKAR, I Veda,BUR,2001):

in principio non vi era essere né non essere / non vi era l’aria né ancora il cielo al di là/ che cosa lo avvolgeva? dove? Chi lo proteggeva?/ c’era l’acqua insondabile e profonda?//non vi era morte, allora, né immortalità/di notte e di giorno non vi era alcun segno/l’Uno (tad ekam) respirava  senza respiro, per impulso proprio/oltre a quello, non vi era assolutamente nient’altro.// Tenebra vi era,  Tutto avvolto di tenebra / e tutto era Acqua indifferenziata. Allora/ quello che era nascosto dal Vuoto, quell’Uno, emergendo/agitandosi, mediante il potere dell’Ardore, venne in essere/ in principio Amore sorse...cfr.  www.angelofilipponi.com Creazione del mondo.

Anche, dunque, il mondo classico giudaico-cristiano sembra rifarsi ai primordi, al Caos,  in cui ogni uomo è stato  informe  e a cui  personalmente, alla fine della vita, desidero rituffarmi, nel magma fluidico dell’essere,  indistintamente, nel vuoto assoluto,  io con Stefano, mio nipote autistico, in un abbraccio informale, impossibile nella realtà…

 

Corpus Domini 1264

 

 

Transiturus de hoc mundo  è  la bolla papale, del 1264 , che istituisce  la Festa con la processione del Corpus domini  e completa il lungo processo dottrinale sulla  transustanziazione, trasformazione oltre la sostanza  del pane e del vino  in Corpo e sangue del Cristo, sancita come dogma dal  IV Concilio Lateranense del 1215, controversa  fino  ad allora  …

L’ultima grande controversia con disputa accademica c’era stata tra Berengario di Tours (1098-1188) e  Lanfranco di Bec in Normandia, poi arcivescovo di  Canterbury.

L’uno in De sacra cena adversus Lanfrancum  affermava, nel 1147, che il pane e il vino sono simboli e  non reale corpo  e sangue di Cristo come sosteneva l’altro, il suo avversario, sulla base di Paolo e di Giovanni evangelista .

Berengario fu condannato in vari Concili e alla fine  fu costretto a ritrattare  anche se per lui Matteo Marco e Luca dopo la celebrazione  del mysterium eucaristico. neppure aggiungevano fate questo in memoria di me…

ll papa  Urbano IV , Jacques Pantaléon,   istituì , dunque,  la festa del Corpus domini, la fissò per il giovedì che segue la domenica della Pentecoste   ed affidò l’ufficio rituale della solennità a Tommaso di Aquino (1225-1274), un domenicano allora in convento ad Orvieto…

Due eventi sono alla base di tale festività: uno storico, la battaglia di Montaperti , 4 settembre del 1260, vinta dai Ghibellini  senesi contro i guelfi fiorentini; uno  mitico-religioso del miracolo di Bolsena.

E’ opportuno spiegare i due eventi contestualizzandoli, da una parte nell’Italia centrale, in Toscana,  lacerata tra ghibellini, filo -svevi e guelfi, filo-angioini, in un revisione seria non solo dei fatti avvenuti  in quel quattrennio , specie religiosi,  ma anche  dei ruoli e delle funzioni degli uomini, implicati nella storia…

Alessandro IV (1256-61)  è  papa  favorevole ai fiorentini e contrario ai senesi, ostile  alla politica  imperiale  di Manfredi, figlio di  Federico II e di Bianca Lancia , molto legato con  i diplomatici  di Luigi IX e di suo  fratello Carlo di Angiò  e profondamente connesso con i movimenti religiosi gallicani…

Alla sua morte nel 1261,  i cardinali  presenti ( circa otto o nove) ,  sono lontani da  Roma, -dominata dalle potenti famiglie romane, che insieme col popolo dovrebbero, secondo lo statuto di papa Gregorio VII,   ratificare la nomina ufficiale, fatta dai cardinali, nonostante le tante elezioni illegittime – e risiedono  ad Orvieto  e non riescono a puntare decisamente su  un nome.

Dopo lunghe e vane trattative due cardinali, Riccardo Annibaldi e Giovanni Gaetano Orsini, indirizzano gli altri sulla persona di un prelato non facente parte del collegio cardinalizio, il patriarca di Gerusalemme.

Questi, venuto  da Viterbo ad Orvieto, per relazionare sulla situazione della città santa,  -ormai circondata dagli Ayyubidi  egizi , rinvigoriti dopo la vittoria sui crociati di Luigi IX,  non più protetta dalle navi  dei genovesi e dei veneziani, in lotta fra loro per interessi commerciali- è sorpreso dalla nomina, ma accetta.

L’eletto, proclamato papa  dopo molte reticenze, è un francese che viene chiamato Urbano IV e prosegue nella linea politica del suo predecessore.

Questi, legato da decenni alla politica  del re di Francia e  favorevole al riformismo religioso francese,  è  incline a considerare il sacramento della Eucarestia  sulla base teologica del pensiero  di Tommaso come  essenziale per il cristiano che,  grazie alla  transustanziazione  – cioè alla trasformazione  e al vero passaggio, ad opera dello Spirito Santo, dalla sostanza naturale della  materia del pane e del vino alla sostanza del  corpo e del sangue  di Christos, -può nutrirsi  con un cibo divino e vivere divinamente.

Per  Tommaso (De venerabili sacramento altaris), infatti, non solo  la sostanza del pane  rimane  intatta,   pur trasformata in Cristo, pur restando integri gli accidenti e le qualità del pane ,  ma anche resta unitaria  come corpo di Cristo, anche se il pane si duplica o si fraziona in parti  per la distribuzione ai fedeli e a causa del frazionamento, fatto dal sacerdote …

La bolla papale e la  politica romana  sono tipica espressione della superiorità  del guelfismo con gli eserciti in formazione di Carlo d’Angiò, grazie ai banchieri toscani,  destinati alla vittoria a Benevento (1266) e  sottendono l’investitura angioina, nel Meridione d’Italia  a scapito degli  svevi  e una serie di dispute teologiche,  anche se già sopite, dopo l’ultimo concilio lateranense.

Eppure  Giovanni (Vangelo, 13,1-20 )   durante la lavanda dei piedi, nell’ultima cena , mostra il Cristo,  che invita i discepoli a lavarsi i piedi reciprocamente, senza fare distinzioni e dice : upodeigma gar  edooka umin  ina, kathoos  egoo epoihsa, umin kai umeis poihte/io infatti vi ho dato un esempio  perché ,come ho fatto io, facciate anche voi… Si noti che in questa sede   viene usato upodeigma che vale  modello, esemplare  per chi imita nel rifare le stesse azioni.

Giovanni (6,1-14) in altra situazione, dopo la moltiplicazione dei pani dopo il monstrum del camminare sulle acque,  mostra  Gesù che parla  del pane della vita  ricordando a chi lo segue : voi mi cercate non perché avete visto prodigi,  ma perché avete mangiato dei pani  e vi siete saziati : procuratevi non il cibo che si consuma  ma il cibo che dura per la vita eterna. quello che vi darà il figlio dell’uomo, perché il padre, Dio, segnò lui col suo sigillo…

Giovanni seguita, mettendosi dalla parte dei discepoli, che chiedono  di quel pane che scende dal cielo e che dà la vita al mondo ed  aggiunge che  Gesù , tra i mormorii della folla, dice: io sono il pane della vita,  chi viene a me non avrà più fame e chi crede in me non avrà  più sete …  io sono il pane disceso dal cielo  e ribadisce, mentre crescono i mormorii  6,48 : chi crede ha la vita eterna.  Io sono il pane della vita, i vostri padri mangiarono  la manna del deserto  e morirono . Questo è il pane che scende dal cielo perché chi lo mangia non muoia. Io sono il pane vivo disceso dal cielo. Se uno mangia questo pane, vivrà in eterno. E il pane che darò io  è la mia carne  per la vita del mondo. A queste parole, sorte questioni,  Gesù così risponde: se non mangiate la carne del Figlio dell’uomo e non  bevete il suo sangue non avete la vita in voi . Chi mangia la mia carme  e beve il mio sangue ha la vita eterna ed  io lo risusciterò. nell’ultimo giorno… 

Poi Gesù, rispondendo ai giudei che dicono che i loro padri mangiarono la manna come pane venuto dal cielo e morirono, afferma: in verità in verità vi dico: se non mangiate  la carne del figlio dell’uomo e non bevete il suo sangue  non avete la vita in voi. Chi mangia la mia carne  e beve il mio sangue  ha la vita eterna ed io lo risusciterò  nell’ultimo giorno. Infatti la mia carne  è vero cibo  e il mio sangue è vera bevanda  Chi mangia la mia carne  e beve il mio sangue dimora  in me ed io in lui. Come il padre  che vive, ha mandato me ed io vivo  a causa del Padre, così chi mangia me, vivrà anche lui a causa di me….53-58 

Ancora di più  nel corso dei secoli  ci sono  contrasti   sulla tradizione eucaristica  di Ireneo (130-202) e di altri , che poggiano la loro  lettura  più che  sulla base di Luca 22,7-38 ,  di Marco 14,12-25 e Matteo, 26,17-29,   su quella di Paolo 1 Cor.,11,23-26.

I tre evangelisti, sinottici, infatti,  hanno, grosso modo,  la stessa terminologia, ma non hanno fate questo in memoria di me: preso del pane e, benedettolo,  lo spezzò e dandolo ai discepoli, disse: prendete e mangiate: questo è il mio corpo  Poi, preso il calice,  dopo avere reso grazie, lo diede  loro dicendo:  Bevetene tutti poiché questo è il sangue dell’alleanza  che viene versato per molti  a remissione dei  peccati.

 Dunque, solo Paolo racconta il fatto della cena del signore 1Cor.11,17-34 nel quadro di una situazione  difficile, in cui sono necessari rimproveri per i dissensi e per le depravazioni  dei Corinzi, indicazioni prescrittive precise sul matrimonio e sul celibato  e sull’uso delle carni sacrificate per gli idoli, in una volontà di proporre un modello di vita (siate imitatori  miei, come anch’io lo sono di Cristo/ mimetai mou ginesthe, kathoos kagooo Khristou).

Tutto il discorso, comunque,  è in relazione alla volontà di  riportare l’ordine nella assemblea  tanto  che il tarsense aggiunge:  Gesù prese del pane e dopo aver reso grazie/ eucharisthsas,  lo spezzò e disse: questo è il mio corpo per voi /touto mou estin to sooma to uper umoon;  fate questo in mia memoria  /touto poieite  eis emhn anamnhsin. Ed ancora  Paolo narra che Gesù, dopo aver fatto altrettanto col calice, dopo aver cenato dice :questo calice è il nuovo patto ,nel mio sangue; fate questo ogni volta che bevete, in mia memoria/eis emhn anamnhsin (anadiplosi)

Il successivo discorso è connesso col telos /fine che è quello di dare la prescrizione di riunirsi  per mangiare insieme e di aspettarsi l’un l’altro… perché chi indegnamente beve il sangue mangia il corpo  sarà colpevole del sangue e del corpo del Signore e di invitare  chi ha fame a  mangiare a casa propria  affinché voi,-discepoli- non cadiate in un crimine  condannabile/ ina mh eis crima sunerchhsthe.

Altri avevano letto i passi paolini  senza andare oltre l’interpretazione metaforica, sulla scia dei Padri orientali  perché  temevano di cadere  se si procedeva secondo allegoria,  in forme di antropofagismo pagano o di finire in riti misterici come quello dionisiaco o orfico.

Urbano IV,  avendo conosciuto l’insegnamento della tradizione orientale  aveva, pur seguendo Tommaso, preferito  chiamare la festa del  Corpo del signore e non  dell’Eucarestia, conscio  che non si doveva definire per metonimia   la manifestazione  completa del mysterium  della transustanziazione  con  il  ringraziamento che   è  pars accessoria del tutto sostanziale cioè della trasformazione del pane e del vino  in corpo e sangue del Cristo, nonostante che conoscesse perfettamente  il valore di ekchunoo –  spargo e diffondo il sangue di una vittima  sacrificale   e il problema di uper polloon (o polloisper molti .

Inoltre il papa, molto favorevole  a considerare il sacramento eucaristico  come  il patto nuovo di alleanza -kainh diathekh,- connesso   con la Pasqua (morte e resurrezione del Cristo) e con la Pentecoste (discesa dello Spirito santo),  si collegava alla tradizione francese  in quanto era molto devoto di   Giuliana de Cornillon (1192-1258), una  mistica  morta in odore di santità,  che in vari momenti della vita aveva  avuto visioni, Famosa quella della luna piena, listata di nero ed ancora  di più quella di Cristo che le chiedeva di impegnarsi a far istituire la festa dell’eucarestia, che in  Troyes e in altre zone, specie Liegi, veniva già celebrata, pur senza l’autorizzazione papale…

L’evento di Bolsena  viene a fagiolo,  risulta  una manna per Urbano IV !

Era accaduto che, nella primavera del 1263, un sacerdote boemo, Pietro da Praga, in pellegrinaggio a Roma, si era fermato a Bolsena e, nel celebrare la messa, ebbe dubbi sul dogma della transustanziazione,  Il prete, spiegato il corporale  in nove parti ( è  quel  tovagliolo quadrato  di lino posto sopra il calice! )  vide l’ostia sanguinare  sul corporale e subito l’avvolse in esso  e fuggì in sacrestia. Nel tragitto caddero delle gocce sul pavimento ed alcune sui gradini.

Il papa apre subito un ‘inchiesta sotto la direzione del vescovo di Orvieto per chiarire ogni momento del fatto , subito ritenuto reale dalla pars guelfa…

L’inchiesta  è subito chiusa e l’evento è giudicato soprannaturale  da Urbano IV, che – considerato il suo rafforzamento come pontefice dopo l’elezione di molti cardinali francesi, vista la vicinanza del  grande teologo aquinate , vincitore nelle tante diatribe parigine,  stimate veritiere le profetiche visioni di Giuliana –  rileva il piano provvidenziale, come applicazione dell’oikonomia tou theou, come avvento di una nuova epoca , quella del trionfo del guelfismo,-che sancisce la fine del ghibellinismo, e scrive  con tono enfatico la bolla… La festa, dopo la morte del papa …  dopo breve tempo decade…e viene rivitalizzata nel concilio di Vienne nel 1314 ,,,e resta molto controversa fino al Concilio di Trento 1545-1563, quando viene di nuovo imposta …

Amici miei, Betto e Tonino, Emma e Gianna, non è preferibile documentarsi e sapere ( e poi, magari, credere!)  al credere  ciecamente, senza alcuna  informazione?

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“Filioque” e il concilio di Toledo

Il III concilio di Toledo e Homelia de Triumpho ecclesiae ob conversionem Gothorum (CPL 1184) sono basilari per la cultura  cristiana occidentale , che completa il pensiero sulla ekporeusis processione dello Spirito Santo,  che viene definito come Persona  che procede dal Padre e dal Figlio.

Nel vangelo di  Giovanni 15,26 si  trova scritto  o para tou patros ekporeuetai e si parla , in epoca antonina , dello  Pneuma Agion/ Spirito Santo .

Viene usato  da Giovanni  il termine ekporeuomai (non ekporeuoo) per intendere che dal Padre  deriva, in quanto inviato, lo Spirito, da leggersi in chiave gnostica e plotiniana , secondo emanazione…

La lettura giovannea  è resa bene ad opera dei padri consiliari a Nicea  ma poi  è modificata sostanzialmente  nelle precisazioni  del concilio  di Costantinopoli  che sono aggiunzioni dottrinali a seguito dello studio di uomini, come i cappadoci, e specie di Gregorio di Nazianzo.

Questi  in due Orazioni  (31 e 41) affronta il problema ed è chiaramente in grave difficoltà nello spiegare ad oppositori ariani e ad altri eretici, che lo  Spirito  Santo deriva dal Padre tramite il figlio usando all’attivo e al passivo il verbo ekporeuoo,/procedo .

Da ekporeuoo si forma il sostantivo, derivato, ekporeusis, come da procedo latino deriva  il nome processio…

Girolamo  ed Agostino  accettano la lezione orientale, senza entrare in merito all’equivoco e all’anfibolia  terminologica, dato il diverso valore di procedo e di processio.

 Procedo , in latino,  non  ha esattamente lo stesso  valore di  Ekporeuoo nè  quello di ekporeuomai in greco, e  il termine processio latino a Roma, in Italia e in Occidente   non è neanche simile a ekporeusis che vale  il procedere  cioè la processione, la derivazione come marcia di un popolo che precede  un personaggio importante ( di norma un governatore provinciale inviato dal senato e dall’ imperatore o  il pontifex maximus nello svolgimento dei riti pagani;  a Costantinopoli ,  Nuova Roma, e in Oriente, invece   la processione è un fatto religioso cristiano,  come celebrazione di un rito o come festosa partecipazione popolare ad un avvenimento religioso o spirituale cristiano…

Sulla  differenza tra processio in latino e ekporeusis in greco ci sono molti problemi culturali in relazione ad una terminologia ambigua, volutamente lasciata equivoca per lasciare insoluta la questione, grazie all’uso di sinonimi.

Neanche è possibile capirsi tra cristiani cattolici occidentali  cristiani ed ortodosso orientali: lo Spirito procede dal Padre attraverso il Figlio (dià tou uiou),  per gli ortodossi che si oppongono agli ariani  e che così spiegano  la processione dal Padre e dal Figlio, senza intaccare l’unità della Trinità , sulla base di un unico principio divino…

Questo si chiarìsce parzialmente  al concilio di Firenze 1439 senza risolvere  la questione, per l’imperizia  tecnica dei latini che ostentavano il principio del Filioque del concilio di Toledo e seguivano la tesi di  Leandro di Siviglia , sostenuta da papa Gregorio Magno…
A Nicea si era stabilito che lo Spirito santo procedeva dal Padre  secondo la traduzione latina (ex patre procedit).

A Toledo invece Leandro ed Isidoro,creando un rito nuovo cattolico in opposizione all’arianesimo, da cui si allontanava Recaredo I nel 589, aggiungevano arbitrariamente Spiritus sanctus ex patre filioque procedit. traducendo il testo greco secondo il significato  generale greco…

La questione  della disparità di significato non era sfuggita già  a Fozio (820-893) che nella  I elezione a Patriarca e poi nella II elezione tra le varie controversie con la Chiesa Romana -che si riteneva   primate dei cinque patriarcati – sulla base teodosiana, poneva oltre al celibato e all’eucarestia il problema semantico di  processione, divenuta per Gregorio di Nazianzo  lithos proskommatos  …kai petra skandalou /sasso di inciampo, pietra dello scandalo (Orazione 41,7)

Il santo prima invita   (in effetti ordina) a  confessare la trinità( thn Triada omologhsate) , poi  cerca di  spiegare lo Spirito Santo come  Dio  che ispira   a tutti la parola divina…

Cerulario ancora di più nel contrasto con il cardinale Umberto di Silva Candida, rappresentante papale,  nel 1054 ,  latore della scomunica di Leone IX,  ribadisce che lo Spirito Santo non procede dal Figlio ma solo dal Padre… contro la tesi  dello stesso  Gregorio di Nazianzo.. . che mostra la sua  tesi trinitaria  e fermamente rileva l’ousia dello Spirito Santo upostasis come il Pather e lo Uios  sia nella orazione 31 che nella 41, dove parla della  Pentecoste,  della discesa del Paraclito  come fuoco sugli apostoli, riuniti nel cenacolo, 50 giorni dopo la Pasqua …

Diverse sono le situazioni e le motivazioni di Gregorio  rispetto a quelle di Leandro e di Papa Gregorio Magno…

Per Leandro i la professione di fede  costantinopolitana fatta da Recaredo e dal suo popolo di Goti ,ariano, sottendeva un  Gloria Patri et Filio et Spiritui Sancto invece dell’ariano Gloria Patri per Filium in Spiritu Sancto …

Il vescovo di Siviglia doveva cambiare la formula per dare l’idea unitaria della Trinità , e fare in  modo da eliminare definitivamente le tracce dell’arianesimo  e  di ridurre al minimo le diatribe con l’ortodossia, data la non partecipazione del popolo al mysterium teologale  e la sua passiva accettazione, al contrario,  dei riti del segno della croce e della glorificazione dei  nomina divini…

Il patriarca di Costantinopoli, invece, diversamente dal vescovo  ispanico  si  trovava, poco prima del Concilio, nel 380,   nel  vivo della lotta con gli ariani e doveva  mostrare ancora il valore della Trinità  e del significato del Corpo del  Christos , del reale contenuto del sette e del 49 +  1  e del miracolo continuo della Pentecoste  nel fedele cristiano…

La  definizione dello Spirito santo  è una necessitas… e nonostante questo suo attenersi scrupolosamente alla verità christiana , è costretto alle dimissioni…

La figura dello Spirito Santo, rimasta imprecisata a Nicea, ma ora a Costantinopoli   precisata  da Gregorio  di Nazianzo,  autore dell’orazione Peri tou agiou pneumatos 31,  1-33,  resta, comunque, un ostacolo per l’unita dei cristiani…

Gregorio, anche se  grande retore, abile  a trattare la differenza tra ousia ed upostasis, a mostrare Dio uno e trino, ad evidenziare che la divinità è incompleta senza il riconoscimento dello Spirito Santo,  che è sostanza divina, che procede  ingenerato, increato… chiaramente si arrampica sugli specchi continuamente, ma procede nella sua  trattazione teologica  e specie sulla ekporeusis ..

Il discepolo di Proeresio (276-368 d. C.),  l’ amico di Basilio e compagno di studi di Giuliano l’apostata, è convinto di saper vedere le relazione di conoscenza del  Padre, generante Logos con  quella  di amore tra il Padre e  Figlio, generante Pneuma  Agion...ma non convince i suoi avversari… e nemmeno noi: il suo parlare è un parlare bello, risulta una theoria, uno spettacolo. ben rappresentato, un sermo ben argomentato, .. non certamente  alethhs…

Inoltre è  un episcopos,  esaltato  patriarca di Costantinopoli,  che  pontifica in senso dottrinale, cosciente che le tre upostaseis  formano un unicum,  tanto che la consustanzialità non implica necessariamente  la connumerazione  (cioè  1+1+1 non fa 3, ma  fa 1)…

Gregorio è così bravo in quanto  capace di trovare  sia nel Vecchio che nel Nuovo Testamento  l’immagine dello Spirito Santo,  che ora, come presidente del Concilio , detta  quattro aggiunzioni conciliari  mediante l’anafora insistita  di to: circa l’essere signore   e il dare vita (to kurion kai to zooopoion),  circa il procedere dal padre (to ek patros ekporeuomenon); circa l’adorazione e la glorificazione col Padre; (to sun patri sumproskunoumenon kai sundocsazomenon) e circa la sua ispirazione anche nell’ orazione 41 trattando della  Pentecoste parla dello Spirito santo …

Qual era il logion originario del “Sale”?

Voi siete il sale della terra

Voi siete il sale della terra  è l‘incipit attuale del logion di Matteo (5,13).
Sale della terra è un sintagma che è metafora in quanto il discepolo di Gesù è come il sale che rende saporita ogni cosa sulla terra.
La sottesa  similitudine  autorizza a dire che chi segue Gesù, oltre ad essere beato (makarios), è anche sale della terra e luce del mondo oscuro (logion successivo).
Ne risulta che le beatitudini (Matteo,5,3-12) e l’essere sale e luce sono  collegati insieme ed hanno un significato congiunto, costruito successivamente, quando già era stata costituita la Chiesa: la pericope è espressione retorica di una costruzione teologica legata ad un ambiente e ad un società che hanno bisogno ed interesse tali da creare una “sentenza”, sulla base di un logion di Matteo, preesistente
Ora personalmente ritengo  che al momento della stesura tachigrafica di Matthaios e quindi  all’atto del discorso di Gesù (maran  o aspirante meshiah, prima  del regno o durante il periodo della regalità )  le beatitudini non erano così enucleate, ma erano del tutto sparse, come anche le maledizioni
Bisogna pure pensare che l’essere sale non era in relazione diretta con l’essere luce?
E’ probabile che  tutto inizialmente forse  era distinto e separato ed erano solo  logia che esprimevano i detti del Signore ( non kurios ma despotes, in quanto basileus-maran) in tipici momenti della sua storia  di uomo privato e di re, non di un Maestro.
Nella seconda metà del II secolo, invece,  quando viene costruita la Chiesa (grande) e c’è la necessità di opporre i veri discepoli a quelli gnostici, la vera dottrina a quella gnostica di Valentino e Basilide (forse ad Alessandria) viene fuori la funzione del macarismo con i compiti del cristiano, inteso come apostolo-inviato, che deve essere sale della terra e luce del  mondo…
Dunque, tra la scrittura matthaica con una precisa semantizzazione basileica (in lingua aramaica con un’utenza palestinese -parthica)   e la riscrittura con nuova semantizzazione  (con la  lingua koinh, in relazione alla nuova utenza ellenistica ) c’è una diversa  impostazione in quanto i fruitori sono differenti ed hanno una logica opposta, collegata con le diverse realtà  sociali e storiche…

Ora il bacino di utenza è tutta l’area commerciale, non solo mediterranea ma anche quella del Mar Nero e del Bosforo cimmerio ….
I fruitori invece aramaici, che  erano nel periodo dell’attesa del malkuth o lo avevano realizzato, erano makarioi  e si sentivano sale della terra in quanto avevano condito (thabal condire),  dando sapore, grazie  alla regalità messianica, ad ogni cosa  terrena  ed, avendo il Meshiah, attendevano gli eventi escatologici e la realizzazione eterna d’Israel: essi puri e  lucenti, come gli esseni, avevano vinto le tenebre (e la Romanitas)  vedevano splendere  in alto come  su un candelabro  Gerusalemme radiosa e luminosa, dominante su tutti i popoli vinti…
I cristiani ellenisti, dopo l’evento della sconfitta di Shimon bar Kokba (Giustino, Dialogo di Trifone), nel momento gnostico, fondono insieme  i logia matthaici. creando una nuova legge,  che doveva essere  un sostituto/ tupos  del messia, legge vivente (nomos empsuchos) e creano secondo formule asseverative, come risultanze sintetiche di un lungo lavoro tecnico retorico, l’ideale del buon cristiano  e ne  scrivono i compiti e le specifiche funzioni, in relazione alla missione dei discepoli del Kurios-signore che ha dato loro il kerugma della diffusione evangelica, in precisi luoghi e in particolari situazioni sociali …
Allora tutto il logion del sale ha significato a seconda della lettura e degli utenti: la  comprensione del periodo ipotetico della possibilità  di II tipo con la protasi  ean ..moranthh (qualora diventerà insipido –thaphal-) e con l’apodosi con che cosa si salerà?, non è facile capire, ma si può afferrare se si ha presente il tanto sale  del Mar Morto inutilizzabile  (o quello della Mareotide alessandrina o del Lago Salato della Licaonia-Tuz Goelu- ), calpestato  da cristiani locali,  i cui capi sentono la necessità di fissare, di organizzare nuclei semantici e di schematizzare contenuti teologici ..o quella della palude Meotide (Mar d’Azov)….
Il sale ha valore  ai fini del condire i cibi  e, quindi,  se il cristiano/sale diventa  insipido e stolto (moraino vale sono moros cioè pazzo, stolto, insipido, sciapo, stupido), non ci sarà la salatura della terra, non ci sarà la luce nel mondo), non avendo funzione, sarà gettato per terra e  calpestato.
E’ chiaro che il logion non è quello originario, ma è quello ricostruito da cristiani ellenisti che,  vista la fine del giudaismo romano, la galuth, hanno un ricordo della escatologia e del messianesimo e vivono il momento apocalittico, dello svelamento, cosci della necessità della funzione cristiana di essere sale e luce, in una separazione netta dalla cultura giudaica e da quella gnostica.
Certamente il testo originario, che Panteno ritrovò in India, con questo specifico logion,  aveva ben altro valore  in senso messianico, entusiastico, trionfalistico: in esso non c’era nemmeno la possibilità di diventare nabal (stolto), in quanto Thaphal: tutti erano makarioi  (compreso  Levi- Matthaios che registra il pensiero regale), euforici  per la realizzazione del malkuth, in quella Pasqua essenica  del 32 d.C ,  pochi mesi dopo la morte di Elio Seiano…
Allora i seguaci mangiavano insieme pane e sale e non avevano contese per il primato, ma erano eguali uniformati ad essere bambini (talja’- piccolo di donna o di pecora) ed avevano la pace, quella  propria dei vittoriosi, di coloro che avevano vinto ed attendevano l’ultima ora e il trionfo  definitivo del resto d’Israel …
Dunque, nella fase escatologica Sale originario  è collegato con pace, in quella apocalittica sale è connesso con discordia, lotte per il primato, con la possibilità di diventare insipido e quindi  di deviare dalla retta via  e con la necessità di essere o di tornare ad essere  pedion  e diaconos (bambino e servo),  se si vuole entrare nel regno dei Cieli…
A me risulta , perciò, che ci sono due  logiche, del tutto diverse, a seconda dei tempi e che la stessa figura del Signore (Kurios e despoths) è cambiata  in quanto essa ed è diventata quella del Maestro (didaskalos/ rabi), che, secondo il pensiero di Clemente Alessandrino,  ammaestra i mathetas/apostolous  che formano il fedele

 

La cultura dell’infanzia

Colere infantem

Professore, perché non è stato mai trattato effettivamente il tema di  La cultura  dell’infanzia in Italia né  quello sui modi di concepire il ragazzo?

Non si può dire che non ci sia una cultura dell’Infanzia in Italia, anzi si può dire che il tema è antico  in quanto trattato dai greci e, poi, dai latini.
La metafora colere infantem/coltivare l’infante il non parlante  rimanda ad una coltivazione  del bambino  considerato come una piantina.  L’immagine è tipica del registro agricolo,  centrato su colere,  che sottende studium (amore e specifico interesse)  e cura (amore preoccupato ed ansioso) e su infans, inteso non solo nella fase iniziale  afantica  ma anche quella fantica  fino alla pubertà, secondo le linee proprie della pedagogia greca e di Quintiliano.
Anzi bisogna affermare che sempre si è discusso,  parlato della cultura dell’infanzia, limitatamente all’educazione, basata giustamente sull’educare (educere ad ) come processo modificante, che porta  progressivamente dal non conoscere al  conoscere,  procedendo sulla base dell’errore  per dare correttezza grazie anche all’esercizio,  sotto la guida di un ductor, maestro, secondo linee di unitarietà, dinamicità, priorità, prospettività.  Se, dunque, da una parte, c’è stata un’attenzione alla cultura dell’infanzia, da un’altra, in un certo senso,  bisogna confessare  che non esiste una vera cultura dell’infanzia  in quanto, nonostante il rispetto al pensiero quintilianeo, espresso con Maxima debetur reverentia puero, l’insegnamento  è stato  un insegnare, mediante signa,  propri dell’adulto, che guida, in un unilaterale lavoro secondo il sistema conformato e convenzionale sociale, economico, politico,  teso a formare mediante modelli preesistenti il discepolo. conformandolo nella cultura  esistente,  in aggiunta e in rapporto con il condizionamento del contesto e dei media secondo un’impostazione  specifica dell’erudizione (e.rudis passare dalla rozzezza alla civiltà, dall’informe struttura giovanile al sistema della maturità moderato). 
Praticamente non si rispetta l’infante, ma lo si condiziona creando un esemplare della stessa conformazione dell’adulto in quanto si ritiene giusta la definizione del giovane immaturo e dell’adulto maturo, secondo una tradizione marcatamente maschilista e senile.
Sembra che solo in questo ultimo ventennio, almeno sul piano teorico, in Italia si sia entrati correttamente nella cultura dell’infanzia, grazie specialmente ai contributi dell’antropologia, dell’etologia, della linguistica (in senso semantico, e socio-psico-semiologico), della epistemologia e della docimologia: da queste scienze viene la lezione tecnica sullo studio e sulla cura dell’infante.
Lo studio sistemico del bambino (anche in senso neuropsichico ed auxologico), la sperimentazione sulle aree affettive, motorie, cognitive, sociali, l’osservazione sistematica  dei comportamenti  a seconda della fascia di età in relazione ad un processo auxo-socio-psichico  e soprattutto il rilievo dato al linguaggio, come chiave di lettura  dell’universo infantile, autorizzano in situazione una operatività sulla base di una diagnosi  valutativa (riferita ad un’ anamnesi specifica) che permette un costante orientamento  operativo e formativo, in rapporto all’effettivo sistema culturale informativo, senza modelli, ma solo con paradigmi esemplari. In tal senso si è sviluppato anche in Italia un processo culturale  puerocentrico, non una cultura infantile. Questa si basa sulla conoscenza del bambino, visto come costruttore fantastico e sentimentale di un mondo, esaminato dall’angolazione ludica puerile, senza l’ottica funzionale adulta, il quale si muove per conoscere sé  e il proprio corpo, socializza per porsi in un continuum ludico,  che, però, avendo già i segni della funzionalità  e della razionalità, non deve essere turbato   da interferenze dell’ adultismo, specie se coercitive.

Che cosa comporta, professore, una cultura dell’infanzia così intesa?

Comporterebbe (meglio usare il condizionale che traduce la non possibilità di attuazione sul piano operativo  con le sottese frustrazioni di questi ultimi anni)  un radicale cambiamento  del sistema politico (anch’esso vecchio e modellato su criteri da una parte comunisti togliattiani e quindi sovietici, e da un’altra liberale e quindi anglosassone  ed americano) sociale-cristiano (caritativo ed assistenziale), culturale e scolastico in quanto una microstruttura, affetta da malattia,  non può essere curata settorialmente  con interventi locali e puntuali poiché è segno di un sistema malato,  che, perciò, deve essere integralmente sanato. Ora il sistema scolastico, malato, infettato ulteriormente dagli altri sistemi,  con cui interagisce, non favorisce il tentativo, necessariamente teorico, di pochi che procedono paradigmaticamente in situazioni concrete, ma parziali e limitate, operando, seppure efficacemente, in condizioni di disagio. Inoltre per la nascita di una cultura (risultanza di un processo eruditivo, educativo, formativo, come somma di competenze , abilità e capacità, esplicate sul piano pratico in situazioni oggettive, coerentemente  ad una decisionalità per una ruolizzazione) necessita  la compresenza di forze interattive  già ruolizzate e mature, capaci di orientare grazie ad operazioni docimologiche, strutturali sistemiche. Ora, col bambino coagiscono ed interagiscono famiglia, società, scuola, stato  con compiti, considerati diversi, ma in effetti eguali se si tiene presente il fine  educativo e/o formativo, specie se il procedimento è univoco sul piano dell’unitarietà metodologica.
Ne consegue che nel momento operativo scolastico (sia strutturale che sistemico) le singole fasce,  turbate nella loro sfera,  operano saltuariamente ed irrazionalmente,  impedendosi reciprocamente, non raggiungendo gli obiettivi, disperdendosi in un lavoro settoriale, burocratico e quotidiano: una prova è il consiglio di classe dove le  componenti genitori, alunni, insegnanti, si fronteggiano su posizioni diverse, senza avere la coscienza del loro ruolo specifico, dei compiti, delle funzioni in una libertà di metodo (utile ai fini del pluralismo democratico!) e varietà procedurale, con l’esigenza di una scansione programmatica e di rilievi esterni d’ordine disciplinare.

E’ dunque da ipotizzare  una nuova tipologia di insegnamento?

Ritengo che non si possa insegnare se non si stacca nettamente l’alunno, la scuola e la cultura dell’infanzia dall’ambito della città (intesa come il mondo delle interferenze politiche sociali economiche ecc) e non si situi in zone lontane dalla cultura ufficiale, convenzionale, conformata dell’adulto: ci vogliono strutture ed edifici scolastici lontani dalla vita cittadina, dove far crescere la pianta dell’anthropos, secondo le concezioni umane funzionali razionali scettiche: molti conoscono i miei progetti di scuola separata  in zone agricole, in immense aree  sia per i ragazzi (3-13) che per giovani (15-18).
Comunque. a mio parere,  se si fa un’analisi  superficiale sulla scuola e si procede statisticamente  va a finire che la scuola italiana è una delle migliori in Europa perché  conforme ai suoi compiti primari  di formazione e di educazione generale e capace di dare, a certi livelli, possibilità occupazionali e professionali come per il passato.
Se si fa uno studio  serio e mirato  alle singole strutture e poi si valuta l’intero sistema  di insegnamento-apprendimento si rileva un disagio in tutti gli operatori scolastici, una crisi culturale, un malessere diffuso.
L’insegnante in un sistema  basato sullo scambio culturale in un continuo passaggio dalla fase di ricevenza a quella di emittenza  e viceversa  in una variabilità situazionale,  è vittima incolpevole.
Egli è stato abilitato all’insegnamento senza la necessaria preparazione pedagogica, psicologica,  docimologica per cui la sua possibilità di insegnamento (dal tardo latino insignare incidere, imprimendo signa, segni  come marchi  di riconoscimento sul bestiame in un codice agricolo) non marchia alunni, che  sono di un altro codice.
Inoltre né l’insegnante né l’alunno conoscono la comunicazione che sottende un processo  non direttivo, ma paritario, che trasforma la superiorità dell’adulto, che imprime segnali, in cooperazione e cogestione, sulla base di dati informativi in uno scambievole aiuto in una interazione psico-sociale, in un ritrovamento dei comportamenti  individuali dei singoli giovani cointeressati  all’argomento e al problema, tesi a passare  da uno stato di dipendenza  a quello della partecipazione, al fine di consentire, non assentire.
D’altra parte con la comunicazione la competenza si sostituisce alla superiorità  gerarchica, in quanto non c’è lezione con l’insegnamento tradizionale di un lector medievale.
Questi aveva abilità  di lettura  ed insegnava  tramite la conoscenza  delle Sacre Scritture  in un tentativo  di tradere la cultura del passato al presente per un’ attualizzazione  concreta: l’insegnante, invece,  ha la docenza,  cioè  una risultanza  di conoscenze  interrelate  in una visione sincronica, che ne sottende una diacronica,  con valutazione dell’asse unitario sincronico-diacronico, per una proiezione  possibile  in un sistema ordinato,  le cui strutture funzionali  si esprimono in una fusione operativa  continua nella prassi  quotidiana.
La docenza implica un’informazione ampia e rielaborata  personalmente data per una ricerca oggettiva  regolata, a seconda  delle esigenze  dell’alunno e della classe,  già tramata in uno schema  paradigmatico e sintagmatico, metodologico, che autorizza una decisionalità in situazione lavorativa, tagli, riconversioni (specie in caso di errori e deviazioni tematiche e procedurali).
Di conseguenza la docenza comporta  professionalità di chi docet  insegna, svolgendo una funzione educativa di avvio, di guida di orientamento nella ricerca del Sàpere (esperienza conoscitiva, intesa come crescita  dell’essere, individuale, che assapora , provando ciò che càpita).
Docere diventa così un insegnare pratico  in quanto  autorizza  a mostrare i passi da fare, la via da seguire  marcando i signa  le orme  spiegando il percorso  formando un iter  sempre nuovo  in un’ evidenziazione  delle abilità decisionali in rapporto alla situazione  storico-socio-economico-politica, culturale e letteraria, in relazione all’altro viandante , nel rispetto della contestualità altrui e per un vantaggio personale: esso è anche segno di autorevolezza di un’ auctoritas riconosciuta.
Docere è segnare  i connotatori, dopo aver fatto la situazione  in una ricostruzione  del sistema-struttura  per fare un punto situazionale  al fine di un intervento costruttivo sull’altro, sulla base della conoscenza scolastica.L’insegnante però , formatosi crocianamente (magari) attento talvolta  al nesso opera -ambiente, segue, a volte l’angolazione desanctisiana e gramsciana e crede di poter dare la sua preparazione  scolastico-nominale, come informazione, all’alunno. Non riesce, però, in tale operazione perché,  avendo  tale formazione e seguendo i programmi ancora gentiliani, non ha effettiva competenza  (come sistema di conoscenze acquisite sul piano lessico-morfosintattico, su quello semantico e referenziale – e tanto meno una abilità esecutiva  che  permetta  di fare una situazione storica  tale da confrontare col presente,  in modo da fare proiezioni per un intervento costruttivo).
Egli non ha una professionalità come il medico che dall’esame mediante anamnesi  e da quello diretto  strutturale in situazione,  può diagnosticare  e dare una terapia  su base probabilistica,tuzioristica, in relazione al quadro  contingente delle analisi cliniche: non è abilitato ad un lavoro sistemico-strutturale  e tanto meno ad una valutazione con giudizio epistemico,  essendo preso dal nominalismo e dal nozionismo ideologico. E’ abituato, in una continua  ripartizione  dei programmi ministeriali, a procedere  in un faticoso, quanto inutile  lavoro di manovalanza intellettuale, che lo costringe ad obbedire a certe scadenze trimestrali o quadrimestrali e a dare “quantità  informativa”. Non ha neppure possibilità effettive di programmare, progettare, pianificare,  seppure si parli di attività curricolare, di interdisciplinarità e nei collegi dei docenti e nei consigli di classe. Demotivato e poco pagato assiste passivamente, nonostante qualche incentivazione orale del preside o di colleghi più velleitari e spontaneistici, comunque, delusi dalla scuola e dal sistema governativo, che privilegia categorie  più produttive.
L’insegnante, non essendo orientato pedagogicamente e didatticamente fa scuola insegnando ciò che sa e ciò che deve insegnare, secondo tradizione, senza una logica costruttiva, senza attenzione all’alunno, senza porsi il problema educativo: egli è sul piano dell’informazione emotivamente spontaneo, cosciente di essere in una condizione di sottoproletariato letterato,  costretto a svolgere un ruolo senza funzione, disturbato dai mass media, dalla famiglia, dalla chiesa, dai sindacati, dal collegialismo e dall’assemblearismo.

Il povero insegnante  è trascinato all’apatia  dalla monotonia ripetitiva, agitato dal velleitarismo aggiornativo di dilettanti formatori ministeriali, profumatamente pagati,  sindacalizzati: è ucciso nel suo elementare lavoro dalla pubblicazione specialistica propagandante una riforma scolastica mai attuata.

Reclutato secondo forme concorsuali  facilmente pilotabili e con logiche clientelari partitiche, l’insegnante si presenta  all’opinione pubblica  con la tipologia di buon uomo connotato di buona cultura generale, senza una funzione sociale, in un momento di alta specializzazione e di ricercata produzione dove ogni imbecille  che opera con impegno  su una sola cosa raggiunge il massimo,  data la  semplicità del prodotto.
Espressione vecchia del sistema agricolo paesano  il professore intruppato vive la sua esperienza scolastica  senza confronto e senza  personalità: gli errori del sistema scolastico (verticismo burocratico, impostazione ancora crociana e gentiliana, assemblearismo senza la competenza individuale, la collegialità senza la pianificazione  soggettiva, l’obiettivismo senza l’oggettivismo, la sconnessione strutturale , il maggioritarismo come espressione della minoranza, l’oclocrazia come regime ecc.) sono spia di una situazione critica molto più complessa statale  ed istituzionale,  che condiziona  il professore che  può solo professare  la sua nominale conoscenza,  inadeguata ai tempi.
Ormai l’insegnante è considerato come colui che insegna perché non sa fare niente e perciò la scuola è diventata il rifugio di tutti i perdenti, gli scansafatiche, delle donne  in cerca di una funzione, insomma un immenso teatrino dove si recita un ruolo  di docenza senza saperla professare ed ognuno recita a modo suo.
Non è, però, il caso di generalizzare: ci sono molti insegnanti che lavorano  seriamente specie gli uomini (meno le donne che salvo poche, vanno a  scuola per ben altri motivi), non  sono docenti gli ingegneri, gli architetti, psicologi,  dottori in discipline  giuridiche o  i  tecnici e i commercialisti, revisori di conti ecc., uomini che hanno uno stipendio in più,ma non sanno neanche cosa vuol dire insegnare, come tutti i professori impegnati in politica.

Se necessita una nuova docenza  con un nuovo insegnante,  non è necessario anche un nuovo alunno, che abbia un diverso rapporto  col professore?

Secondo me, per ottenere un nuovo rapporto tra le parti del sistema  scolastico,  specie tra alunno ed insegnante e tra alunno ed alunno  e tra alunno e famiglia, è necessaria la comunicazione,  intesa come azione del comunicare ( da cum munus) come procedimento verbale  che intercorre tra emittente e ricevente,  tramite un canale, in un contesto, con un codice, comune,  per l’invio di un messaggio, connotato sulla base lessicale  da due valenze significative, compito e dono in reciprocità.
La comunicazione rientra  nell’area semantica aristocratica in quanto munus è termine  che sottende da una parte il compito  del nobile (militare e  sacerdotale)  e dall’altra  il dono è espressione comunicativa  di due patroni  secondo le formule della munificentia sul piano della paritarietà.
Ora la nostra società di base agricola acculturata secondo linee americane, industrializzata rapidamente,  evidenzia la crisi di valori  specie nel linguaggio misto.
Esso, essendo una risultanza confusa di cultura  agricola e  industriale, risulta una strana lingua  usata da soggetti né agricoli né industriali, che vivono senza una propria cultura.
Il linguaggio presenta forme  della tradizione  operativa paterna  con parametri  valutativi immediati, derivati dalla funzionalità industriale   propria della  organizzazione sistemica.  in cui si vive
Inoltre esso  ha in sé la presunzione  di chi  non comunica  perché  non ascolta e  non ha rispetto dell’altro  che in situazione ha possibilità paritarie e competenze  medesime  per la soluzione del problema, in un’arroganza di modi, senza più la docilità contadina.
Nel rapporto tra insegnante ed alunno i due  hanno il ruolo di emittente e di ricevente  a seconda delle situazioni  che autorizzano l’interscambio  in quanto l’uno assume la leadership verbale  a seconda della competenza  mentre l’altro interiorizza nell’ascolto il messaggio ricevuto per rimandarlo in relazione alla sua ricchezza  cambiato e modificato  alla luce delle sue valutazioni e del suo patrimonio culturale in un processo educativo senza fine.
Il rapporto perciò è connotato da un continuo flusso di pensiero  interpersonale  per un obiettivo comune  da conseguire  dalle persone  interessate, in un’interazione di modi e di piani senza la gerarchia, in relazione alla competenza.
Ciò avviene però solo in un rapporto connotato da rispetto e da empateia:  ora, il rapporto sta diventando sempre più problematico per la disistima dei docenti e per la  sfrenatezza dei ragazzi abituati ad avere quanto vogliono, ad essere protagonisti  anche nel male: il processo educativo diventa sempre più difficile e la stessa comunicazione è considerata  espressione di debolezza davanti  all’arroganza giovanile, volgare  perfino nelle manifestazioni  verbali.

E la famiglia come si immette nel rapporto comunicativo tra insegnante ed alunno?  

La famiglia,  disagiata, ha demandato in questi ultimi tempi l’educazione ai professori  e sembra non volere entrare  nella operatività della sfera dell’insegnante, mentre quella agiata segue e complica la vita dell’insegnante con le sue interferenze  ostacolando il lavoro.

La famiglia non dovrebbe entrare nel campo tecnico didattico-metodologico, dove l’insegnante dovrebbe fare le sue sperimentazioni e  svolgere il suo compito servendosi anche dell’ausilio della famiglie e delle istituzioni in senso formativo,  dove  è necessario  procedere di pari passo  secondo la stessa metodologia  per meglio definire la personalità dell’allievo.

Certamente la famiglia può, là dove è possibile,  entrare anche in merito scolastico, ma  deve assecondare il processo educativo   in modo da coadiuvare  il docente ( senza interferire in problemi tecnici  e valutativi) o il preside sulla gestione scolastica specie in caso di autonomia, data la rappresentanza del consiglio di istituto.

In conclusione  il carrozzone della scuola, anche con una cultura dell’infanzia  all’italiana, può andare avanti  con un qualche successo perfino in Europa?

Noi italiani siamo i maestri di un vivere equivoco e contraddittorio e sappiamo lentamente  seguire gli altri e avviarci verso  una certa correttezza  formale e quindi scolasticamente  forse potremo anche allinearci,  ma scieremo  come quelli che non hanno i fondamentali  e che spesso sono pericolosi  sulle piste per sé e per gli altri, se non procederemo con metodo.

 

Un prefetto tiberiano- A.Avillio Flacco

A.Avillio Flacco

Aulo Avillio Flacco, fu governatore dopo Ibero, che aveva sostituito brevemente Vitrasio Pollione (Dione Cassio,St. LVIII,19,6) uomo probabilmente di Seiano  e governò  Alessandria e  Egitto dal 32  fino al 38.
Flacco, dopo essere stato uno del seguito di Tiberio, tra i consiglieri finanziari e tributari, fu inviato in Egitto in quanto suo fedelissimo ed abile  amministratore, iure gladii, con funzioni giudiziarie e militari.
Come tale fu eccezionale,  date le capacità di intelligenza e di perseveranza, di rapidità intuitiva ed abilità realizzativa, considerate le doti di perfetto oratore, perspicace osservatore, conoscitore di uomini  ed interprete sapiente  di parole , di fatti: tale giudizio è di  Filone, suo nemico, e perciò le lodi sono reale riconoscimento del suo valore.
Egli fu rapido ad entrare nella difficile ragnatela  amministrativa dello stato egizio  e nel complicato sistema  ancora lagide di  equivoca comprensione per un romano.
L’errore rilevato da Tiberio Alessandro,  giudeo apostata, un  suo successore  come prefetto di Egitto nel 69 d.c. di aver riscosso i tributi senza computare le immunità prediali, deve farci pensare che Filone può aver  amplificato l’operato di Flacco, ma non intacca il sostanziale precedente giudizio.
D’altra parte Filone procede in questo modo (e lo dichiara apertamente) per  evidenziare con  la pars destruens del suo discorso le accuse di eccidio giudaico (cfr.  Flac. 6-8 cfr  CIG-corpus iscriptionum graecarum- III,4957) e marcare il suo radicale cambiamento, degno di punizione.
Flacco, impratichitosi, dunque,  della normativa del  sistema tributario e finanziario egizio, grazie all’apporto dei funzionari alessandrini, costituito da una massa di scribi, la semplificò mantenendo i migliori dei numerosissimi segretari, ufficiali e   cancellieri giudiziari, sapendo gestire con integrità , seppure con un certo dispotismo, i tanti impiegati della tesoreria alessandrina e  delle segreterie  dell’ex regno tolemaico. Specificamente aveva dignità  regale nel reggere lo stato, ben commisurata con la forma esteriore; sapeva giudicare  con l’aiuto di funzionari in carica; non si faceva intimorire dai violenti;  impediva le riunioni di popolazione promiscua e tumultuosa specie se organizzata, secondo  summorie, che venivano sciolte d’autorità e fermezza, in caso di tensioni.
Anche sul piano militare Flacco  assicurò una regolare funzionalità, dopo aver dato al paese e alla città una perfetta osservanza  della legalità sociale: ricostituì le truppe,  dando un nuovo assetto  in relazione alla  città e al territorio egizio,  faceva esercitazioni continue,  tenendo in allenamento le truppe di  fanteria, di cavalleria e di armati alla leggera .
Pur esigendo  obbedienza ai capi  nei militari non graduati,  li proteggeva dalle angherie degli ufficiali superiori, che tendevano ad appropriarsi degli stipendi  dei subalterni ed inculcava loro il senso di dovere  in ogni situazione e specialmente educandoli alla  neutralità, in faccende estranee al servizio  e nella tutela della pace, secondo la logica di Seiano.
Accanto a Flacco  come cancelliere era Lampone  e come funzionario  popolare Isidoro  che rimasero correttamente al loro posto fino all’avvento del regno di Caligola e alle  sue prime azioni in senso popolare e militare, e furono strumento del prefetto.
Il nostro esame tende a rilevare  il carattere  e  del governatore e quello dei due, la loro funzione e il loro specifico compito nell’entourage del governatore in carica, senza entrare specificamente in merito al problema giudaico e senza valutare moralmente, per cercare di capire non solo il mondo giudaico alessandrino e le ultime fasi del regno tiberiano, ma anche il complesso mondo ellenistico in genere e quello  della diaspora giudaica e  del sistema imperiale romano ecumenico, di cui Flacco e  gli altri uomini sono solo un esempio di funzionalità. in una situazione difficile quale quella della successione dinastica, come conclusione di una lotta tra i due partiti, quello  giulio  e quello claudio, schierati a favore di Gaio Caligola  (meris… ton theton, la parte degli adottati)  e di Tiberio Gemello (meris… ton gnesion, la parte dei legittimi per nascita) e all’inizio di un contrasto tra il giovane monarca e la famiglia, il senato e la classe equestre.
Nell’esaminare la complessa vicenda e i personaggi, attori della politica alessandrina, si apre un altro grandioso scenario quello di Roma, sotteso alle notizie filoniane, in cui gli avvenimenti della morte di Tiberio e della successione di Caligola  con il successivo omicidio del coerede Tiberio Gemello  e poi del capo dei pretoriani, Macrone, e del princeps senatus Silano determinano un cambiamento totale di politica e di amministrazione in Alessandria e  in ogni città dell’impero, dove  i partiti filogiuli e filoclaudi si contendono il primato cittadino, ad di là delle divisioni etniche e delle suddivisioni interne alle stesse etnie: dalla capitale le notizie  dell’avvento al trono  del nuovo imperatore con l’instaurazione della sua neoteropoiia,  palese già alla fine del 38, irradiandosi per il mondo romano, diffondono il messaggio  dell’inizio di un’era nuova.
I governatori delle province, specie di quelle imperiali, Siria e Giudea ed Egitto, sono maggiormente interessati al cambiamento di regime e  cercano di adeguarsi al  regime imposto dal figlio di Germanico, espressione delle forze popolari e  militari.
Flacco, che era stato  un  governatore tiberiano, filoclaudio, che aveva accusato Agrippina , madre di Caligola, e determinato la morte non solo di lei ma anche dei due fratelli, Nerone e Druso, sorpreso dalla elezione del nuovo imperatore, amareggiato dalla uccisione del coerede nipote diretto dell’ex imperatore,  da lui favorito,  annichilito dalla morte di Macrone, suo protettore, e poi da quella di  Silano  con cui era collegato,  colpito da queste mazzate  aveva disperato della sua salvezza, nonostante l’amnistia e la distruzione degli incartamenti  relativi le cause del periodo di Tiberio.
Quindi Flacco,  dal momento della nomina di Caligola ad imperatore  e del suo riconoscimento a Roma il 28 marzo 37  fino al compleanno  del 31 agosto del 38,  fu in grande ansia ma  ebbe tempo di manovra per difendersi da accuse possibili.
Le notizie  negative,  progressive, dopo un intervallo di otto mesi, compresa la malattia di Gaio,   avevano dato tempo e possibilità di autodifesa, in caso di accuse contro la sua persona e il suo mandato di governatore.
Egli sicuramente preparò un piano che doveva essere suffragato dalla testimonianza del senato alessandrino e dai rappresentanti popolari di Alessandria, oltre che dai cives romani alessandrini.
Il caso dei cinque magistrati e di curatores viarum , vittime di Caligola  e quello   di Gaio Calvisio Sabino, tornato dalla Pannonia (Dione, St. LIX, 18,4), che aveva governato,   costretto a suicidarsi  e quello di Tizio Rufo ( Ibidem 18,5)   dovevano avere impaurito ancor di più il governatore di Egitto.
La persecuzione di uomini del ceto senatorio e equestre accentuò ulteriormente la paura di Flacco, che dovette anche predisporre ogni cosa per la divinizzazione di Drusilla, la sorella di Caligola morta il 10 giugno, che  fu venerata come Panthea (Dione, St. LIX,11).
Filone, senza informarci sulle condizioni della madrepatria Gerusalemme, sugli avvenimenti accaduti nell’ex regno erodiano e sull’azione militare di  Lucio Vitellio, governatore di Siria, accenna  solo ad una reazione antigiudaica di Pilato, (Leg.301) fa la situazione del giudaismo ellenistico sia di Alessandria, che di Egitto che di tutta la diaspora, evidenziando che  non era stato inviato  il decreto del sinedrio, in cui si facevano le congratulazioni  per il regno a Gaio e le felicitazioni  in relazione a quanto fatto e testimoniato nella città santa nella Pasqua del 37  (Ant giud. XVIII,  Leg.231-2) per la malevolenza  di Flacco, che non aveva  fatto il suo dovere e che poi fu svolto in ritardo da Erode Agrippa, che lo inoltrò,  diciotto mesi  dopo, con le scuse per il ritardo. (In Flaccum, 93, 103).
Noi sappiamo che Caligola  aveva iniziato una campagna antiaristocratica  tale da sminuire la  auctoritas  senatoria ed equipararla , ironicamente,  quasi a quella del suo cavallo Incitato  tanto che  gli storici  a quel punto cominciano a considerare l’imperatore pazzo come se il suo regno fosse finito alla fine del 38.
In effetti la volontà di Caligola di annientare il senato era connessa con la posizione infida di quel consesso; il giovane imperatore era uomo di grande intelligenza, di  dissimulazione e simulazione e secondo Flavio (Ant.Giud, XIX,208) valentissimo oratore espertissimo della lingua greca e latina, sapeva come rispondere a discorsi pronunciati da altri, dopo lunga preparazione, e mostrarsi presto e più persuasivo anche quando si dibattevano argomenti di grande interesse: e  risultava  tanto abile  perché egli aveva in questo una attitudine naturale,  potenziata da una pratica acquisita con il continuo esercizio.
Egli era stato per 6 anni presso Tiberio a Capri a scuola di recitazione e di simulazione, secondo i modelli di Augusto e di Tiberio, mentre madre e fratelli venivano condannati e mai si era lasciato sfuggire una parola compromettente, mai un gesto sconsiderato (Tacito, Annales, VI,20,1); aveva accettato sempre ogni azione di suo padre adottivo, memore degli insegnamenti  della  bisnonna Livia e della nonna Antonia.
Caligola, dopo il discorso del 1 luglio del 37, al suo primo consolato,  divenuto programmatico  sia per lui che per il senato, che stabilì per decreto che le parole dette  fossero rilette ogni anno (Cassio Dione, St.,LIX,6,7), in cui aveva condannato le azioni di Tiberio  rimproverate dall’aristocrazia, eseguite, comunque , e con cui  pur mostrando condiscendenza verso il senato, era stato tanto abile da smascherare il comportamento pavido ed infido senatorio.
Aveva  poi mostrato  la sua intelligenza superiore e  rapidità di  decisione  nel momento della malattia, quando nominò Drusilla, che si era separata da Cassio Longino e si era sposata con Marco Emilio Lepido, erede dei suoi beni e dell’impero (Svetonio, Caligola,24,1) proprio quando aveva visto Macrone e Silano spostarsi verso il coerede tiberiano Tiberio Gemello, per loro unica alternativa al morente imperatore.
La successiva eliminazione dei tre e la sua accusa verso il senato doppiogiochista,  inchiodato alle sue  responsabilità, evidenziavano  il piano di un governo assoluto, la ricerca di uno spazio totale  per  governare senza il senato, solo con il sostegno popolare e  militare: non per nulla era  solito ripetere, secondo Svetonio, il verso omerico uno sia il capo, uno il re (Iliade,2,204).
Egli  gradualmente  minava il  prestigio senatorio costringendo i senatori ad indebitarsi con allestimenti di giochi  popolari e col fare le campagne elettorali, dopo che aveva ripristinato  le elezioni dei magistrati da parte dei comizi (che erano state abolite) in quanto  cardine dell ‘ordinamento politico repubblicano.
Era questa una strategia  attuata al fine di impoverire il ceto senatorio e rimpolparlo con uomini novi che potevano comprare sia il titolo equestre che quello senatorio, e che, provenendo dalle province, erano più malleabili, meno pretenziosi e  più fidati, certamente non infidi e non portati alla congiura, dati i rapporti di dipendenza  con il princeps.
In effetti Caligola avendo  un team giovane  di rilievo in questo periodo composto, oltre che dai famigliari Lepido e dalle tre sorelle, dai re Erode Agrippa  ed Antioco di Commagene,  tyrannodidascaloi / maestri di tirannia,(Dione Cassio,St. LIX,24,1), puntava anche su  uomini come Callisto,  Pallante, Protogene, Elicone, liberti della nonna Antonia di pieno affidamento  ed amministratori capaci, scaltriti da un lungo esercizio commerciale.
In questa fase Caligola obbligava chiunque ad avere coerenza  pratica  così da mantenere quanto detto o giurato, cosciente che lealtà  sia coincidenza tra il piano espressivo  e quello operativo: non per nulla  obbligò Afranio Potito ad uccidersi perché aveva promesso di sacrificare la vita se l’imperatore guariva e  Atanio Secondo a combattere nell’arena  per la promessa fatta per la sua guarigione.
E’ chiaro che Caligola  accentrando in sé non solo il potere ma distribuendo le cariche in modo  clientelare  aveva tolto la possibilità di reclutamento ai senatori di clientes  obbligando loro stessi ad essere suoi clientes con la salutatio: chi non osservava tale dovere e o chi non veniva ricambiato, praticamente era un uomo morto.
L’uso della salutatio diventava un vincolo sicuro di amicizia, che toglieva inoltre il rapporto tra le varie famiglie aristocratiche ora  in lotta per essere vicine al nuovo imperatore, anche se costrette ad un’azione servile, a riconoscersi inferiori rispetto all’autocrator.
Inoltre Caligola era un anomalista  cioè seguace di  un sistema  letterari- opposto a quello  analogista- , basato sul sublime , includente un modus vivendi  opposto a quello convenzionale e normale, come espressione istintuale, secondo norme di creatività e genialità (cfr  Pseudo-Longino, Peri Ypsous,8)
Caligola mostrava il sublime in sé , nelle sue costruzioni, nel suo vincere terra mare e cielo, nel suo essere unico rispetto a tutti gli altri: la salutatio  matutina da  forma aristocratica usata da ogni nobile famiglia per la tutela della clientela,  diveniva forma unica imperatoria,  che comportava omaggio dovuto al solo princeps ( che neppure riceveva , ma delegava i suoi rappresentanti per tale ufficio) patronus.
In effetti  Gaio riprendeva il sistema già adottato da  Tiberio e Seiano che avevano obbligato la nobiltà alla salutatio a contendersi questo favore del princeps, facendola rimanere per giorni in attesa.
La salutatio però comportava per Caligola l’esigenza di una dimora di una domus aurea  , che non aveva a Roma per accogliere  in modo magnifico  i tanti che si sarebbero presentati  a salutare l’autocrator.
Da qui la magnificenza  delle sue costruzioni in ville nei dintorni della città e in Campania, seguendo il modello di Tiberio, prima di stabilire la propria residenza, non essendo ancora certo di quella romana sul Palatino.
Sembrava che lui volesse  assoggettare la natura,  realizzare l’irrealizzabile,  in quanto tendeva  all’adrepebolon ( Peri ypsous,8)  Svetonio (Caligola,37,3)  vennero gettate dighe nel mare  tempestoso e profondo, furono tagliate rupi di selce durissima  elevate pianure all’altezza di montagne …livellate le cime più alte a forza di scavi e tutto ciò avveniva  con incredibile rapidità.
La singolarità della sua figura e delle sue azioni e dei suoi viaggi doveva essere rilevata  come quella della sua donna  e dei suoi amici, invidiata ed emulata  dagli aristocratici che, imitando, dovevano impoverirsi e quindi dovevano essere sostituiti da uomini novi provinciali.
Le sue navi avevano poppe ornate di gemme  e vele dai colori sgargianti,  in cui c’era un grande numero di terme, portici, sale da pranzo,  ma anche una immensa varietà di viti ed alberi da frutto . Con navi  di tal genere  navigava lungo le coste della Campania (Svetonio, Cal. 37,29),e le sue spese dovevano essere eccezionali, sia per i pranzi inimitabili per portate, qualità e quantità di cibi, anomali rispetto al sistema normale culinario, fuori cerimoniale, tanto da sbalordire la pur decadente aristocrazia che, per imitarlo, si indebitava  per un pranzo da offrire all’imperatore: Caligola faceva  servire pietanze  coperte di sfoglie d’oro, beveva perle preziose sciolte nell’aceto,  faceva banchetti di oltre 10 milioni di sesterzi , sperperava a volte in pranzi  le tasse di tre province,  faceva indossare gioielli alla  moglie (Lollia Paolina) di 40.000.000 di sesterzi.
Nei primi mesi Caligola sperperò circa 2.000.700.000 sesterzi (Svetonio, Caligola,37) l’eredità di Tiberio e 90.000.000 del suo stesso patrimonio: per queste ingenti spese l’imperatore  aveva accanto a sé molti trapezitai alessandrini, dipendenti propri dell’alabarca di Egitto, che era  l’amministratore dei beni della nonna (Flavio Ant. Giud.XIX,276.) amico di vecchia data di Claudio, probabilmente cittadino romano, come poi suo figlio Tiberio Alessandro.
Chiaramente Caligola così vivendo nel lusso più smodato  costringeva l’aristocrazia all’imitazione e quindi alla rovina allorché era incaricata di allestire una cena per il principe: ci volevano vari argentarii per finanziare  una tale impresa: nessun senatore ,che aveva un patrimonio minimo , quaranta volte minore della parure di Paolina , poteva competere con la forma imperiale a cui, comunque, doveva attenersi, se voleva invitare l’imperatore.
Se da una parte il suo comportamento anomalista lo distaccava dal senato, l’ amore per le corse  di cavalli per i combattimenti e per le rappresentazioni teatrali, essendo un  comune ideale per la gioventù e per la plebe, che sempre di più lo seguivano (anche perché era cancellata  l’etichetta e quindi più facile l’incontro e il suo rapporto) lo avvicinava al suo popolo …
Filone  che  non parla di questo  cambiamento a Roma, da cui venivano echi secondo la lettura  critica sacerdotale dei giudei delle sinagoghe romane, ostili a tale sconvolgenti ed innaturali atti, vede solo la trasformazione che avviene in Alessandria nel comportamento del governatore e nel nuovo rapporto stabilitosi tra il prefetto e i caporioni popolari.
Egli afferma che improvvisamente c’è una cambiamento di direzione amministrativa in quanto Flacco, da retto governatore diventa inetto e insicuro e per di più risulta  un fantoccio dominato dai due  alessandrini, popolari, che, essendo espressione della massa popolare,  gli   impongono  di procedere in senso antigiudaico (Flac. ,41)…
A dire il vero il prefetto si serve dei  caporioni e finge di essere da loro dominato: egli infatti fa ordinare ad Isidoro perfino una protesta con accuse contro di lui dal ceto più umile della città.
Insomma il piano antiebraico veniva realizzato, ma il prefetto  doveva rimanere esente da colpe: i colpevoli erano già pronti.
Filone  sembra invece credere a questo rovesciamento teatrale , proprio della peripeteia tragica,  e  nella descrizione di questi tre personaggi   mostra come sia stato  modificato il carattere del governatore rilevando la sua paura e la sua depressione.
Filone indulge al tragico, non è  storico; Filone dà una verità letta dall’angolazione giudaica nobiliare, doppiochista, abile a tenere la posizione ambigua, pronta per la scelta più redditizia.
I  mestatori alessandrini , comunque,   sono collegati con altri elementi  attivi alla corte di Caligola, probabilmente  Elicone,  una specie di ciambellano factotum sempre presente in ogni momento della vita quotidiana del sovrano (Legatio,166-178) ed inizialmente anche  col governatore.
Questi capirono che  era imminente una persecuzione contro gli ebrei e che si riprendeva la persecuzione secondo le linee già indicate da Seiano e  fecero piani in relazione all’azione permissiva  di Gaio nei confronti di servi, che facevano delazione contro i padroni. (Flavio, Ant. giud. XIX,1-3): l’azione contro tutto il popolo giudaico sta per iniziare  (sumpan.. to ethnos Filone, In Flaccum,1) e Flacco coordina il suo operato parziale (merei  Ibidem) contro i giudei alessandrini, esteso  anche a quei luoghi dove può arrivare la sua auctoritas.
Perciò  Avillio Flacco , coinvolto,  da buon governatore tiberiano divenne spietato  aguzzino degli ebrei, per mostrarsi zelante nella  accettazione della neoteropoiia caligoliana  per farsi perdonare le colpe avute  contro la famiglia giulia, l’appartenenza al partito filoclaudio, appoggiando  all’improvviso il partito popolare e militare alessandrino e i suoi caporioni che promettevano di assisterlo con tutto il popolo e  il senato cittadino in caso di  denunce contro la sua persona.
La condizione di sudditanza di Flacco é spiegabile  anche perché  Caligola, divorziato da Orestilla,  dopo la morte della sorella, sua amante,   dopo il viaggio in Sicilia, e la costruzione del porto di Reggio  come scalo intermedio tra Alessandria e Roma delle merci di grano,  inizia a colpire i consolari accusati di tradimento (Dione Cassio, St., LIX,11)
Insomma gli alessandrini avevano saputo della volontà di Gaio  di cambiare totalmente politica interna ed estera, specie dopo il nuovo  matrimonio  con Lollia Paolina (Dione Cassio, St.,LIX,12,1) , momento in cui  vengono esautorate implicitamente le sorelle, Agrippina e Livilla, poi esiliate, determinando un altro cambio di team, in cui rimanevano solo i liberti.
La  nuova situazione romana era ben  conosciuta  ad Alessandria, da parte greca e da parte greco-giudaica,  come anche la politica estera: i piani di Caligola di fare una doppia spedizione (una germanica ed una partica) dovevano servire  per avere una gloria militare  per debellare il potente consesso senatorio e liberarsene del tutto.
Quella germanica già era nell’aria alla fine del 38 e quella partica era stata  anticipata dalla elezione di  Erode Agrippa a re di Iturea e regioni limitrofe, di  Antioco  a re di Commagene e dei figli  di Coti      (Ibidem,12,2) a re di Ponto e  di Tracia ,  dopo che Vitellio aveva ripristinato l’ordine in Siria ed al suo posto era stato inviato Petronio Turpiliano ( Flavio ,Guer. giud. II,10, 1-5;Ant. giud.XVIII,262 ss  Filone Leg.207-260): bisognava estirpare i collegamenti che c’erano  tra lo zelotismo palestinese e quello partico, limitare il potere finanziario ed economico dei giudei ellenisti della diaspora, al cui centro era il giudaismo alessandrino, riprendendo la politica seianea antigiudaica.
Inoltre era ventilata anche l’idea di un suo abbandono di Roma e di un viaggio che poteva essere definitivo  in quanto si diceva che aveva intenzione di guidare il mondo da Alessandria, riprendendo il disegno di Cesare e quello del suo bisnonno Antonio, accarezzato anche da suo padre Germanico, sempre però dopo l’impresa germanica.
L’azione di  ripristino della  giustizia in Alessandria, quindi,  non aveva gran valore per Caligola  per il quale solo contava  l’allineamento alla sua politica interna ed estera.
Questo  cercarono di far capire al governatore  Lampone ed Isidoro: il vecchio sistema era finito, tutto era cambiato ed un nuovo ciclo iniziava.
Da qui  il via libera al popolo di Alessandria che può attaccare quei giudei della medio bassa borghesia, non ellenizzati, che abitavano in due quartieri della città: l’assalto fu su questa parte della città integralmente giudaica, non su quella parte degli altri tre quartieri dove i giudei vivevano misti ai greci.
Filone parla del sequestro di 400 case (Flac.94) e di  ammassamento della popolazione giudaica in una zona ristretta di un  quartiere  e quindi tratta della strage fatta su una parte della popolazione giudaica e su una parte del sinedrio (38 membri) e specificamente di tre membri sinedriali,  di cui fa i nomi.
Filone descrive la tragica sofferenza giudaica rilevando tre fasi di progressiva ostilità  nel comportamento antipopolare giudaico del governatore:  la prima in cui si  facevano trapelare le sue intenzioni ostili  velatamente  nel corso dei processi, nel rifiutare colloqui con i giudei , nell’accogliere solo formalmente Giulio Erode Agrippa  re e famigliare di Gaio, facendo finta di  ignorare le beffe fatte  al suo indirizzo   e la parodia del suo incoronamento e del suo rango pretorio;
la seconda fase  come profanazione delle sinagoghe con l’installazione della statua di Panthea Drusilla probabilmente e non di Gaio, non ancora deificato,   trascurando la possibile reazione dei giudei non solo di Alessandria e di  Egitto (un milione ) ma di tutta la diaspora (1’500000) e delle ripercussioni negative in ogni città, dove la popolazione giudaica era diffusa;  la terza fase come  abolizione della posizione giuridica tramite l‘atimia  per cui i giudei divennero  stranieri (csenoi) ed estranei al paese ( epelydes Flacc. 53-54) per cui i greci potevano darsi al saccheggio  anche delle case, rovinare il florido commercio ebraico,   abolire quindi  la costituzione augustea  imprigionando  membri del sinedrio, facendo stragi, crocifissioni torture, dopo aver ghettizzata la popolazione giudaica in un settore di un solo quartiere e il più piccolo.
Ma una parte del giudaismo la più numerosa è salva: il prefetto  si serve di essa che è tra i notabili della città in quanto è pars ellenizzata  aristocratica  sacerdotale, oniade, di cui fa parte Filone,la sua  famiglia  quella di suo fratello  Alessandro, quella di tutti i discendenti di Onia IV ( come  i discendenti della  famiglia di Boetho  suocero di Erode il grande) che formano l’élite di Alessandria, costituita da uomini dell’alta finanza (trapezitai), da capitalisti                 (poristai), da armatori (naukleroi) e da  grandi commercianti (emporoi), dominatori dei due porti alessandrini, ben collegati con gli argentarii romani, congiunti perfino con Antonia minor, la nonna di Caligola.
Anche questi avevano i loro informatori che facevano conoscere la situazione romana e la politica internazionale caligoliana: Filone quindi conosceva quello che conoscevano i caporioni e lo stesso Flacco, ma Filone in In Flaccum fa l’apologia del giudaismo e dice quello può dire,   marcando tutta la sofferenza giudaica: la sua ambasceria  a Gaio consisteva infatti nel racconto di ciò che aveva sofferto l’ebraismo (a epàthomen) e nella dimostrazione della legittimità  dei diritti giudaici (dìkaia).
E tra questi diritti egli  ricorda che Flacco lese  quello sinedriale,  quello di fustigazione  e quello della sospensione delle pene al momento della celebrazione del compleanno di Caligola, il 31 agosto.
Prima di quella festa, Flacco ordinò  ai soldati facendo quindi un’operazione militare, non più solo popolare, la perquisizione delle case giudaiche nei quartieri  per ricercare le armi che non erano state trovate ma che  erano state trovate precedentemente tra gli egizi e tra i giudei egizi, quelli delle case sequestrate.
Filone ci tiene a precisare sulla illegittimità delle azioni di Flacco  e precisa che  il Sinedrio era stato istituito da Magio Massimo (Flac,74) quando era governatore per la seconda volta,  su ordine di Augusto che riconosceva i diritti già accordati dai Lagidi.  Magio dopo che era stato governatore tra il 3 e 10 d.c. fu di nuovo governatore dopo Aquila (Ant. giud, XIX,283), che aveva governato l’Egitto dal 10 al 12 e  perciò Augusto  autorizzò formalmente il funzionamento del  sinedrio nel 13 ,  confermando la  carica del genarca-etnarca, probabilmente quella del  padre di Filone,  nelle sue funzioni amministrativo-giudiziarie e religiose,  poi riconfermato  da Gaio Galerio (Seneca, ad Helviam matrem, 19,4-6)  che governò per 16 anni.
Dalla lettera di Aristea (oggi riconosciuta come opera del II secolo  av.C.(310)  da Antichità giudaiche  (XII,108 e XIV, 117 in cui si riporta un passo di Strabone  che parla delle funzioni amministrative giudiziarie ed archivistiche, propria dell’alabarca)  si evince che gli oniadi avevano  anche una funzione religiosa, data la carica sommo-sacerdotale  del primogenito della  stirpe degli oniadi, celebrante nel tempio di Leontopoli.
Inoltre  Filone precisa che la fustigazione in uso era di due tipi : quella della flagellazione degli egizi, fatta con frusta particolare e da esecutori diversi e quella degli alessandrini sia greci che giudaici con spate e fatta da agenti di polizia  alessandrini  (spatafori) in quanto cittadini liberi.
Filone inoltre precisa che  era norma  per un  governatore  durante il genetliaco di un  elemento della domus augusta  non punire alcun condannato ma dedicarsi solo alla festa; Flacco, invece, oltre a punire chi non era colpevole, punì anche durante la festa, anzi ne fece uno spettacolo di festa, senza rispettare la santità del genetliaco.
Infatti  dall’alba per tre o quattro ore della mattinata  senza concedere l’ammistia di un giorno, senza far togliere i morti dalla croce,  organizzò la festa facendo  appendere altri  vivi  dopo averli fatti flagellare in pieno teatro e torturati col fuoco e col ferro davanti a  spettatori , che godevano  dapprima della vista di giudei fustigati, impiccati,  messi alla ruota,  brutalmente sfigurati  e portati alla morte, passando attraverso l’orchestra e poi dell’esibizione di danzatori, mimi flautisti  e di attori teatrali in genere.
Filone però parla solo di  ebrei che vivevano nei due quartieri separati, che dovevano essere filopalestinesi e collegati con parenti  della  Giudea: su questi  e sulle loro case si  sorvola e solo  in occasione delle perquisizione delle case dei nobili, non toccati dalla atimia si parla della  ricerca di presenza di armi  nelle case, dove non potevano essere, data la loro filoromanità.
L‘atimia, dunque, toccò solo i giudei che avevano diritto ad una cittadinanza di semplice alessandrino,quei  giudei, cioè, che vivevano da tempo in Alessandria  con diritti di  residenza  propria degli egizi alessandrini, non greci.
Nessun governatore poteva azzardarsi a toccare l’aristocrazia giudaica alessandrina ellenizzata, iscritta perfino nelle tribù e nei demi cittadini,da decenni: l’atimia, perciò,  colpisce solo i giudei alessandrini non ellenizzati indiziati e perseguiti anche per il sospetto di tenere le armi nascoste  e di essere  collegati  con lo zelotismo palestinese.
L’ intervento finale  di Flacco, infatti, fu militare  e questa volta sulla pars aristocratica, sulle abitazioni non sequestrate: i militari di Casto cercavano armi che non furono trovate ma poi come suole accadere  quando ci sono di mezzo i soldati, ci andarono di mezzo le donne non solo quelle giudee ma anche altre donne di altra etnia  che portate nell’agorà, furono distinte dando loro da mangiare carne di maiale e punite quelle che non la mangiavano.
Da Filone, che pur legge con animo di parte, ci vengono date indicazioni sul modo di procedere di Flacco e dei capi popolari alessandrini che avevano promesso al governatore di salvarlo dalla inimicizia di Gaio.
Il cambiamento, dunque, di Flacco  appare  netto: non è più un giudice imparziale ma  un giudice dispotico, caligoliano, che condanna senza processo, assumendo  contemporaneamente le vesti di accusatore, di nemico, di testimone, di giudice, di esecutore della condanna.
I  tre capi popolari sembrano  condizionare Flacco,  visto ormai  governatore  degradato,  non più padrone del campo; essi appaiono come i manovratori della situazione   mentre   Alessandria appare   città non più governata, in preda a stragi  di cittadini; questa Alessandria doveva essere  per Filone la patrona del suo governatore!.
Filone  bolla Dionisio come demagogo,  Lampone come scribacchino e ladro, Isidoro come  intrigante arruffapopolo, ed, insieme, li considera  un branco di malfattori.
La descrizione dei  responsabili dei mali giudaici è tipica della narrazione satirica giudaica  ora smodata,  nonostante i tentativi di compostezza e di  misura, propri di uno che vuole essere spoudaios , asteios. kosmios, ma è incapace di contenere la propria eccitazione e il proprio disgusto, di fronte a tanta barbarie.
Lampone è ben delineato , caratterizzato nella sua personalità di scriba corrotto  che probabilmente scoperto in seguito  come cancelliere, era stato   accusato da Flacco stesso  di frode contro lo stato che era un crimen maiestatis in quanto perpetrato contro i beni e la persona dell’imperatore  poiché l’Egitto era un bene familiare imperiale.
Nel processo di due anni  Lampone si era trovato a mal partito dovendo pagare  gli avvocati e perciò aveva denunciato, in momenti in cui la causa era a suo favore, che lui era stato rovinato nel suo patrimonio dal fatto di essere stato costretto ad assumere  la funzione di Gimnasiarca,  che comportava molte spese per rifare i ginnasi, ricostruire le palestre pagare i gumnastai e i tanti operai che svolgevano lavori  di manutenzione, in una giustificazione della sua tirchieria o a dimostrazione della sua non floridezza finanziaria.  Egli adduceva  come pretesto che non  possedeva averi sufficienti  per svolgere quel compito che richiedeva tante spese, eppure,prima del processo,  aveva sempre manifestato  di essere molto facoltoso  anche se nella dokimasia (nella verifica dei beni che si faceva  prima che qualcuno svolgesse una funzione statale), era risultato non ricchissimo, ma che si era arricchito con azioni illegali.
Egli come grammatokuphoon, scriba, a contatto diretto con i governatori  durante i processi registrava  le accuse  e, come avente tale funzione, le presentava. Egli aveva così l’opportunità di cassare  le cose dette o di ometterle  a suo piacere,  non inserendo termini e, se possibile,  cambiare le lettere  su e giù per il testo,  facendo operazioni di trasformazione, di cambiamento , rovesciamento, correzione e   in relazione a quanto fatto, si faceva pagare  per lettera o per apice, adulterata.
Per questo il popolo  lo chiamava calamosfactes (colui che uccide con la penna) in quanto uccideva  moltissimi  con le lettere che scriveva , rendendo così i vivi più disgraziati dei morti.
Infatti quelli che potevano vincere e godersela, a causa sua, invece, subivano la sconfitta e la povertà,  poiché i loro avversari pagavano lui  che capovolgeva la situazione,  dando i beni altrui a buon mercato.
Ciò era possibile perché i governatori  non potevano ricordare quanto scritto, data la mole delle pratiche sbrigate  in una provincia così grande  dove le cause si accatastavano le une sulle altre, e considerata la varia natura causidica  e il computo dei tributi e delle rendite, il cui esame richiedeva più di un anno. Lampone così sfruttava la lungaggine delle procedure e la dimenticanza dei giudici e scriveva tra i vinti  coloro che dovevano vincere e  faceva risultare quelli che dovevano perdere tra i vincitori, dopo aver preso somme di denaro.
Isidoro è anche lui ben tratteggiato nella sua funzione di agitatore di masse e di sindacalista  sempre pronto a favorire e a parteggiare o per le masse, specie greche o, ma anche per quelle egizie e delle minoranze  etniche  residenti ed avventizie.
Egli non era un funzionario effettivo, ma era anche lui un uomo dell’entourage del prefetto o meglio individuo utile  al suo  servizio, senza carica ufficiale.
Egli era per natura malvagio e facinoroso, molto abile a  creare tumulti e rivoluzioni, se non c’erano, e a fomentarli e ingigantirli, una volta scoppiati.
Egli amava circondarsi di una moltitudine disordinata e confusa  in cui convivevano elementi vari di origine servile  organizzati secondo la simmoria.
Era questa una organizzazione tipicamente ateniese,  poi divenuta tipica di ogni città del Mediterraneo di tutte le città greche  dell’impero romano, compresa Alessandria.
Ad Atene si soleva formare gruppi di 1200 uomini,  suddivisi in corpuscoli di 20 membri (due ogni tribù)  di 60 uomini ognuno. Ad Alessandria, dove la popolazione era molto eterogenea,  forse il numero era doppio o triplo, a seconda  delle classi.
Forse Filone propende per un numero di 2400 unità  ( anche se non si può scartare un numero  di molto superiore  a quello delle  simmorie ateniesi  (Flac. 143 ).
In effetti si formavano squadre di migades  (misti  greco-egizi, o di varia etnia)  e di sugkludes (plebei di norma egizi) oltre forse a greci puri, sempre pronti agli ordini di Isidoro.
Questi gruppi, comunque, erano dominati da  Isidoro che li gestiva  manovrando l’associazione come voleva, subordinandola a volte anche ai piani del prefetto.
Egli aveva questa opportunità in quanto la città era piena di  thiasoi , che  lui controllava in ogni senso.
Il thiasos  in epoca ellenistica era  una comunità, tipo le nostre confraternite, di fedeli di uno stesso dio,di norma Dioniso,  che celebravano  con danze, sacrifici, processioni e riti.

Siccome si riunivano periodicamente  in sinodi (concili, assemblee , club)  che formavano anche una corporazione e che stabiliva  i riti da farsi, le cerimonie, le feste, le date   e siccome   ogni cerimonia si concludeva con  banchetti, in cui  non c’era niente di buono, per un ebreo, ma solo vino schietto,  dove c’erano ubriachi, insolenti e violenti, i thiasoi venivano visti negativamente dai giudei,  anche se erano  occasione di integrazione sociale e di comunicazione, seppure con qualche violenza.
L’angolazione di Filone è quella di  De Vita contemplativa (75  ss) dove vengono comparati questi thiasoi  ( sinodoi e  clinai)  dei greci ed egizi con la  sinagoga greca e con cena giudaica.
In queste riunioni e banchetti  Isidoro era  il capo, salutato con vari nomi  (sumposiarckhos, klinarches, taracsipolis) ed era obbedito da tutti  quelli che facevano quanto egli ordinasse.
Isidoro era personaggio compromesso con il governatore, che aveva organizzato perfino le accuse allo stesso Flacco da parte degli spalmatori degli atleti e degli addetti alle pulizie  probabilmente in combutta con Lampone.
Isidoro, che inizialmente era in una qualche considerazione, vistosi non più stimato, si era messo in contrapposizione .
Perciò assoldò  uomini che ungevano gli atleti e che facevano  i banditori  e li convocò al ginnasio, avuta l’autorizzazione di Lampone, facendo riferimento ad Elicone, fece accusare variamente il governatore.
Mi sembra che questa  operazione sia gestita dagli agitatori popolari  ma in effetti  sia concordata col prefetto, che così viene  discolpato pubblicamente dell’eccidio giudaico: certamente il prefetto garantisce loro l’incolumità in qualche modo e li paga per l’ulteriore servizio.
Flacco, però, forse non sapeva che questi erano al soldo di altri, come Elicone  e Pallante (Dione Cassio, St.,LX,30,6b), che sapevano che la sorte di Flacco ormai era segnata.
Il governatore, allora, saputo che la città era sdegnata e che mal sopportava che il nome di Alessandria fosse disonorato, convocò i magistrati cittadini e tutto il popolo.
Vennero i capi (tra questi l’élite giudaica) ed anche tutta la cittadinanza greca, meno quella che doveva essere inquisita  per i tafferugli, i latrocini , le distruzioni, le stragi giudaiche.
Flacco fece disporre su tribune tutti i  provocatori e quelli che avevano fatto la protesta contro di lui in modo che fossero ben visti,
Interrogati davanti a tutti; ed essii confessarono che l’autore di ogni cosa era stato Isidoro, che li aveva assoldati.
Dopo che Isidoro fu riconosciuto colpevole  si discusse sulle proposte fatte contro di lui   o di privazione dei diritti civili o di esilio o di morte: all’unanimità Isidoro fu condannato a morte.
Egli però si sottrasse all’arresto con la fuga e Flacco lo lasciò andare convinto che così non ci sarebbero stati in città  lotte e  sedizioni.
Quando Flacco, poi, viene arrestato e portato a Roma davanti all’imperatore,  ha come accusatori proprio Lampone ed Isidoro: le loro accuse erano ininfluenti alla già premeditata condanna  che Caligola aveva inflitto  al suo nemico, delatore della sua famiglia.
Filone può allora di nuovo vedere il disegno divino rilevando la nuova peripeteia: due sudditi accusatori del loro prefetto,  due servi contro il padrone.
Lo scrittore giudeo è veramente un interprete, un ermeneuta  che legge sempre oltre la lettera e vede come in Dio tutto si armonizzi e che il piano provvidenziale si compie inesorabilmente.
L’eccidio di Alessandria,  voluto da Flacco, che aveva sfruttato i caporioni greco- alessandrini, divulgato dalla fama portata dai marinai e dai trapezitai, dalle navi alessandrine, accese un incendio in tutto il Mediterraneo, sia in Occidente che in Oriente.
Isidoro era stato l’untorello manovrato dal governatore che   credendo di salvarsi facendo la volontà di Caligola, anticipatamente, e dando all’opinione pubblica il capro espiatorio, sperava in una totale assoluzione per i servizi allo stato.
I giudei, oltre alle perdite umane,  erano rovinati nelle attività finanziarie e bancarie  e nel commercio; la loro secolare  tendenza   ad isolarsi e separarsi non era bastata ad Alessandria a quella pars giudaica, zelante di fede.
I giudei della medio-bassa borghesia cittadina  pagarono  anche per quei fratelli  che  erano invidiati, data la  loro immensa ricchezza, dai greci  alessandrini,  che volevano equiparare i loro diritti e le loro forze con l’etnia giudaica predominante in Alessandria, inattaccabile perché ellenizzata, romanizzata, probabilmente spregiudicata ed  atea come i sadducei.
I giudei credenti e zelanti di fede, non potendo partecipare alla vita delle sette dionisiache, orgiastiche,  per espressa proibizione della legge,  guardavano con sospetto  e con apprensione ogni riunione e  festa,  da cui  normalmente derivavano guai per loro che necessariamente erano guardinghi e sempre in uno stato di allerta.
Nel 38  d.C. troppe forze concorrevano al loro male, non solo un governatore indiziato o in procinto di essere accusato  dall’imperatore stesso.
Inoltre  nel periodo seianeo (dal  23 d.C. al 18 ottobre 31 d.C. )  essi erano memori delle persecuzioni  subite sotto Vitrasio Pollione, che aveva vietato di riunirsi in sinagoga e di fare proselitismo  e proibito di santificare il sabato  (Filone, de Somniis, II,123 ss).
Perciò essendo permesse le riunioni alle altre etnie e vietate le loro, i giudei  giudicavano moralisticamente le loro  riunioni sante  e quelle degli altri empie: una scarsa  soddisfazione!
Al di là dell’impostazione moralistica filoniana,  nell’ estate  38  (dalla morte di Drusilla alla festa delle sukkoth, inizio dell’autunno)  Flacco e i tre caporioni  determinarono la strage dei giudei, propagandando nel mondo romano l’antisemitismo e creando focolai di disordini e lotte cittadine in ogni città dell’impero, che perdureranno anche con maggiore consistenza per tutto il regno di Caligola e che avrebbero  dovuto avere come soluzione definitiva  o l’eccidio o la deportazione di tutti i giudei di Palestina.
Per me c’è sotto  questi avvenimenti alessandrini qualcosa altro, un evento che  si era verificato sotto Pilato e che aveva prodotto uno scompenso in tutto il mondo della diaspora: un giudeo prima di tutto  ha come patria Gerusalemme e poi la  città in cui è nato e vive, guarda e segue quanto avviene nella Città santa.
La sconfitta dei nazirei e  la crocifissione del loro capo  avevano diffuso in tutto l’ecumene  l’odio contro Roma anche dopo la pacificazione e l’elezione di Giulio Erode Agrippa a re.
Alessandria, la città con maggior numero di Giudei, con due diverse situazioni giuridiche  è la prima a pagare, nonostante il formale atto di ossequio  e nonostante la filoromanità della classe dirigente alessandrina giudaica.
La morte di Caligola e l’avvento al trono di Claudio riporteranno la  concordia nel mondo romano e il ripristino dello statuto augusteo in Alessandria dopo il decreto imperiale all’inizio del nuovo principato, conosciuto come lettera di Claudio agli alessandrini (Ant. Giud., XIX,278-291, Pap. Lond. 1912, in CPG- corpus papirorum iudaicorum-pubblicato da V.A Tcherikover, Arvad University Press I.1937).
Se si legge attentamente la lettera di Claudio agli alessandrini si capirà  che Claudio  vuole chiudere gli occhi sui responsabili ed invita gli alessandrini nella loro totalità, greci, egizi ed ebrei (ortodossi e scismatici, di costituzione giudaico-egizia e  greco-giudaica) alla omonoia (concordia)  come se inviasse un monito ai greci alessandrini  al fine di far loro rispettare la tradizione ebraica  secondo il decreto di Augusto da lui confermato .In effetti, egli, pur riconfermando lo status giudaico precedente, dopo aver valutato i  fatti e deciso in modo inappellabile  il suo verdetto sulle due  parti contendenti  da lui ascoltate,restringe  e limita il decreto augusteo.
Infatti Claudio  impone agli ebrei  un  divieto, quello di ellenizein ( di ellenizzarsi, cioè di diventare greci,di frequentare il ginnasio, di  partecipare agli agoni  presieduti dai gimnasiarchi) in quanto già godono di un loro politeuma e non devono andare oltre i loro diritti , che sono eccessivi, in quanto vivono in una città  altrui (en allotria polei)
Infine  Claudio impone, temendo che in Alessandria aumenti la popolazione giudaica,  che finisca l’ immigrazione  proveniente dalla Palestina o da altre parti di Egitto.
La conclusione è minacciosa: se gli ebrei  non faranno così , li perseguiterò con ogni mezzo  come propagatori di una malattia comune a tutto il mondo abitato
Così ordina Claudio, amico e fratello di latte di Giulio Erode Agrippa, suo patrono ed elettore nei giorni successivi alla morte di Caligola,  amico dell’alabarca Alessandro, sommo sacerdote scismatico di Leontopoli,  fidato procuratore dei suoi beni e di quelli di  sua madre, forse il capo trapezita di Pallante, suo ministro….

 

Pazzesco di Luca Mastrantonio

Una lingua pazzesca!

Pazzesco Dizionario ragionato  dell’italiano esagerato

Pressato da amici, mi sono sorbito, alla Palazzina Azzurra, come digestivo, per quasi un’ora, la presentazione di Pazzesco, un saggio linguistico- letterario, di Luca Mastrantonio  e poi la premiazione dell’editor Jacopo De Michelis, insieme  ad uno sparuto  gruppo di uditori, disattenti.

Continua la lettura di Pazzesco di Luca Mastrantonio

Paradosis ed endeicsis

a Paradosis ( consegna) e  l’endeicsis (denuncia)  di Gesù Cristo

Dalle notizie evangeliche risulta che Gesù vive una vita misteriosa e nascosta fino a trenta anni e che, poi, si rivela facendo uno o più viaggi a Gerusalemme, dove, dopo denuncia e consegna ad opera del clero giudaico all’autorità romana, viene ucciso.
Viene celata (sembra) la regalità, una notizia, volutamente nascosta, sulla vita di Gesù, una figura di uomo, che non è descritta in modo completo, in quanto coloro che scrivono in epoca flavia, a distanza di oltre quaranta anni, hanno  interesse solo a rendere saldo un culto e riti, già consolidati dalla pratica, e lasciano senza luce storica i fatti riguardanti  il fondatore, che assume valore maggiore, proprio dall’ambiguità, dall’equivoco, dal muthos.
Comunque, gli scrittori lasciano dei segni storici palesi perché non possono tralasciare due elementi della storia, che erano rimasti impressi nella collettività giudaica sia aramaica che ellenistica: il crimen contro l’impero romano del Messia  e  la paradosis  con l’endeicsis all’autorità romana,  da parte dei capi di Gerusalemme.
Nostro intento è quello di far emergere la regalità, da una parte,  mediante queste due verità celate, esaminate come risultanze evangeliche storiche e, da un’altra, rilevare  l’impostazione dei vangeli canonici, all’ atto della scrittura, con il Kerugma  con la predicazione della morte e resurrezione, congiunta con la giustizia del governo romano e con la perfidia giudaica: noi siamo interessati solo dalla falsificazione dei termini, non da scrupolo religioso.
Noi cerchiamo di studiare i termini, che hanno diverso valore nell’epoca dei fatti, rispetto  a quella dell’epoca di scrittura evangelica: insomma diciamo che c’è stata falsificazione, pur se si lascia intatto (o quasi) il segno linguistico come significante,  che, però, è stato rivestito con referenze nuove, attuali, di un significato aggiuntivo, tipico di un altro tempo,  rispetto a quello storico di accadimento.
Essendo caduti gli ideali del precedente periodo, cambiati i valori di un malkuth (regno), conclusosi tragicamente, divenuto esemplare e per aramaici e per ellenisti, a seconda delle diverse letture interpretative, la missione stessa  degli apostoloi (inviati), che ebbero il mandato di seguitare il compito, fu cambiata: non più la predicazione del messaggio di un  prossimo regno, ormai impossibile ed irrealizzabile, ma  di un‘attesa escatologica ed apocalittica di un regno messianico, predicato da un Gesù–dio, divenuto redentore del mondo e modello di humanitas.
Su questa base, secondo la lettura paolina, i  discepoli degli apostoloi distaccarono  la sostanza del pensiero dalla storia e dalla vicenda reale e  predicarono la morte e la resurrezione del Christòs  insomma,passarono dal piano militare, ormai finito,  al piano spirituale e morale,  trasformando lo zelotismo in pratica religiosa con il Kerugma, separandosi dal giudaismo aramaico e perfino da quello  ellenistico, occidentalizzandosi e romanizzandosi.
Questo è  un processo lungo, che dura dall’ epoca flavia a quella antonina, mentre infuria ancora la lotta contro la romanitas  in senso aramaico, che condurrà, dopo altre peripezie, dolorose,  alla Galuth (all’esilio, alla cacciata, all’espulsione dall’ impero), dopo la fine, tragica anch’ essa,  dell’impresa di Simone Bar Kokba (134-36) .
Il vangelo di Marco comporta una volontà di segretare fatti palesi, il preciso skopos  di essere contraddittorio nel proclamare lo scandalo della  croce con la rivelazione del Christòs, nel fare la volontà di Dio,  che esige adesione di fede  e sottomissione al mistero,  sulla base del modello di Jesous  Christos Kurios , re unto, ma vissuto, per suo volere,  nel nascondimento, in modo umile, considerato come un romanizzato, trinome, espressione del nomos empsuchos (Legge vivente), legge scritta e non scritta.
Il pensiero di Marco, autore popolare, levita, piccolo sacerdotale, di cultura aramaica,  immaginoso,  puerile, dal linguaggio elementare e dalla forma paratattica, propria di un non ellenizzato (o di uno appena alfabetizzato, che ha appreso i primi rudimenti della koiné), dissociato culturalmente e dai  giudei ellenisti e dagli aramaici puri, è semplice: proclamare il Christos  ucciso dai suoi stessi connazionali,  secondo il dettato  paolino ( la morte e resurrezione del Signore  e lo scandalo della Croce).
La semplicità di Marco ha, però, efficacia  per l’immediatezza del racconto, per la stupefatta  partecipazione, per l’adesione ai miracoli e alla divinizzazione del Christos ed attira il lettore  proprio perché riduce tutto a narrazione apparente, senza meditazioni e senza polemiche: l’evangelista  è parabolicamente entusiastico, fedele, miticamente persuaso di avere la verità esemplata più nelle azioni, che diventano  agrafa, parole non scritte, nuovo nomos, quasi un altro codice  rispetto al nomos mosaico,  un sistema paradossale  teorico-pratico cristiano, da dare ai fedeli pagani e giudeo-cristiani, romani ed occidentali (modellato paradigmaticamente sul bios, mitico, di Abramo di Filone), basato sull’ esempio vivente di Jesous.
Noi propendiamo nella individuazione dell’evangelista Marco per quel Giovanni Marco  (Atti degli Apostoli, 12,12-25; 15,37), chiamato anche Giovanni (Ibidem,13,5-13) o Marco (15,39), conosciuto anche perché collaboratore di Paolo, da cui si separò (Ibidem, 15,36-39)  per qualche tempo, per, poi, esserne di nuovo compagno a Roma ( Paolo, Col.,4,10; Filemone,24,9  e 2 Tim. 4,11) e come discepolo di Pietro, da cui è trattato familiarmente , e filiarmente  (I Pietro, 5,13) .
Siamo  d’accordo con la tradizione di Eusebio, che, riprendendo Papia, vescovo di Ierapoli,  (Storia Eccl.,III,39,15)   dice che  fu interprete di Pietro e che scrisse con esattezza, ma senza ordine,  tutto ciò che ricordava  delle parole e delle azioni  del Signore.
Egli, secondo la testimonianza di Papia, non ci  ingannò  scrivendo  quanto ricordava  in relazione alla lezione  di Pietro, che insegnava, adattandosi  ai vari bisogni degli uditori,  e non si curava  di dare una composizione ordinata delle parole del signore (logia) .
Anche Ireneo  (Adversus Haereses, III.1,1)  e  Tertulliano (Adversus Marcionem, 4,5) e  Clemente Alessandrino (Strom., 1) riportano che  Marco scrisse come discepolo di Pietro.
Perciò Marco  sottende, da una parte, il pensiero petrino attualizzante, e da un’altra, quello paolino  presentandosi come genuino e popolare nell’ inizio di ogni periodo  con  Kai euthus ( e subito) , scrivendo per latini  a cui spiega il greco (non per nulla ci sono latinismi 12,42: la vedova gettò due lepta o estin ekodràntes/quadrante; e i soldati  condussero Gesù nel cortile; eso tes aules, o estin praitorion/pretorio 15,16) o servendosi dell’aramaico, sua lingua naturale , dopo averlo tradotto in greco. Il gar di Marco – con cui si chiude il suo testo inconcluso–  ripetuto, stucchevolmente , secondo il parlato aramaico asindetico, deittico e ripetitivo, palese nei Talmudim,  non solo ha valore di spiegazione dei fatti e dei detti al posto  di una congiunzione dichiarativa, ma ha funzione di rendere l’affermazione personale conclusiva e sentenziale.
Yohanan  Marco, se è lui lo scrittore del tipo di  Shimon Pietro, Shaul Paolo,  Levi Matteo, Iosip Flavio, uomini di cultura mista, la cui convinzione apparentemente semplicistica è meditata  ed è data in relazione all’utenza, si avvale,comunque,  del contributo di uomini di mestiere, di grammatici e retori, scaltriti nell’ uso dei termini e quindi di un’area  letteraria flavia, connessa con quella dello storico (cfr Angelo Filipponi , Commento al I libro di Antichità Giudaiche, angelofilipponi.com).
Inoltre, Marco, forse,  è  il kolobodaktulos, cioè il  levita e sacerdote del tempio, che non volle servire e perciò si mutilò il pollice:  è un uomo di parte e, quindi, capace di compiere azioni estreme,  pur di salvaguardare il proprio pensiero e la propria fede; potrebbe essere un estremista,  come Origene,  che si autoevirò per essere tra i primi del Regno del Signore.
Marco conosce quasi certamente La guerra giudaica di Giuseppe Flavio(VII,2,2) : non può essere un caso che ripeta leukous endiduske  khitoniskous kai porphuran  emperonesamenos  khlamida (si avvolse in tunichette bianche  e fermatovi sopra  un mantelletto di porpora): egli adatta, aggiusta e contamina la cattura di Gesù con quella di  Simone di Ghiora capo dei rivoluzionari insieme a Giovanni di Giscala.
Marco conosce anche il gioco alessandrino di Karabas, descritto da Filone in In Flaccum  come parodia della regalità giudaica  da parte greco-romana.
Marco è per noi  acrimonioso nei confronti del confratelli giudaici aramaici,  dai quali forse diverge per la strategia militaristica  (12,10-11; 13 1-37; 14,57-72.) e perciò, dopo la distruzione del tempio ha possibilità di schierarsi in senso cristiano, libero dai giuramenti, e  perfino da quegli ellenisti,  specie alessandrini, che credevano solo nel vangelo di Giovanni Battista  e nel suo battesimo.
Matteo,  rispetto  a Marco ha altra cultura ed altra impostazione, quella teologica, filoniana, con riflessione biblica, comune anche a Marco,  che è segnata  nel Vangelo greco, ma doveva essere stato diverso in quella sua scrittura aramaica dei logia, ricordati  di Papia  nell’opera  Esposizione dei discorsi del Signore  pubblicata nel 110 d.C. ( Eusebio St. Eccl. III,38,16),  da cui sorsero  poi i vangeli cristiani.
Levi Matthaios, un altro ellenista, un ellenizzato, tachigrafo, pubblicano, telones,  scrisse  in dialetto ebraico-aramaico coordinando i logia (oracoli) del signore : ciascuno poi li interpretò  come poté.
Il termine  logia sia per Filone (Vita di Mosé specie nel III  è ricorrente logion) che per gli Atti  (7,38 ) hanno valore profetico mosaico e quindi connessi con la Torah, come oracoli legati alla legge di Mosè, non  esterni alla legge, non nuovi, ma come forse commenti scritti alla presenza del rab- maran, rimasti così fino a dopo  il 70, in cui  Marco e Matteo stesso, in una nuova situazione storica, aggiungono elementi e fatti, in relazione alle parole che, comunque, cambiano di significato.
Il Kerugma matthaico, predicato per i  connazionali aramaici e poi  anche per i giudei  ellenisti (Ireneo, Adv. Haer, III,1,1;  Eusebio St.Eccl., III,24,6 , Clemente Alessandrino, Paedagogos, II,1,36 ) dopo  viaggi apostolici  in Ponto, Persia e forse India (dove Panteno alla fine del II secolo ritrovò i Logia originali) non è quello di Marco:  è un contenuto,  già predisposto in relazione alle lettere di Paolo e a tutto l’annuncio evangelico, secondo il canone, veterotestamentario, dei Settanta, già interpretato da Filone, secondo Sapienza e  profeti, e secondo  quello neotestamentario, esclusi Giovanni e  Giacomo.
Certamente i logia, nel testo matteano attuale, hanno grande rilievo e rivelano il Regno dei cieli  quello zelotico, originario, ma essi hanno ben sotteso il regno messianico, a cui ogni uomo è chiamato a partecipare, inteso poi come Regno di Dio, secondo interpretazione sovrumana e celeste, distinto dal Regnum romano: essi infatti occupano i tre quinti del bios, mentre  fatti e miracoli (2/5) fanno da contorno e a volte da spiegazione concreta  all’ anima, costituita dai discorsi (5-7; 10;13; 18;  23-25;9) infarciti di salmi, di  detti  sapienziali, di oracoli dei profeti e specie di Isaia, (53) al fine della dimostrazione della necessarietà del patire del Christos non più re, ma uomo  sofferente, agnello condotto al macello.
L’autore, chiaramente ebraico,  parla dei pubblicani, di farisei, e di tutte le caste sacerdotali, parla della casa ebraica, di città santa, di  luogo santo,  conosce usi, tradizioni, parole gergali e soprattutto collega la torah con la predicazione del Vangelo,  cioè, mentre annuncia la venuta del Messia,  figlio di David,  rileva le varie predizioni,  tramite la lettura dei profeti,  ne  mostra le ragioni per cui  giustamente Gesù  sia l’atteso,  anche se rifiutato dai confratelli.
Soprattutto i logia parlano espressamente di  Il Regno dei Cieli, intendendo, però, non il Malkuth ha shamaim, cancellato, come pensiero, dopo la distruzione del tempio, ma il regno messianico,  a cui ogni uomo deve partecipare,  ed  afferma la davidità del Messia , attraverso la Genealogia (I,2,16) dimostrando come il Christos compia le profezie, dando il via alla interpretazione  del cristianesimo, come  compimento e completamento dell’ebraismo,  creando le basi per il Nuovo Testamento come punto di arrivo del Vecchio testamento…
il logion matthaico  dell’ultima cena  e specie quello del sangue versato per molti  risulta un’aggiunta successiva quando al suo significato si dava l’idea di universalità in relazione al pensiero di  Paolo  che trasforma il calice dell’alleanza in un  calice  di nuova forma di alleanza (1 Cor. 11,25;  1 Corinti 10,16; col. 1,20; Ef.1,7 Rom.3,25 Ebr 5,13-20;10,19;12,14;13,12). D’altra parte il testo di Marco 14,24  (touto estin to aima  mou ths diathhkhs to ekkhuvvoimenon peri polloon –  ben connesso con Mt  26,26-29; Lc.22,15-20)  non ha  uper ton pantoon  per(a favore di)  tutti (pro omnibus) in quanto il sangue versato è per molti  (Pro multis) e per voi (pro vobis)   amici e discepoli.
Gesù, che si sacrifica per i suoi,  al fine di evitare la distruzione della città assediata,  è un martus giudaico, come poi lo sarà Shimon bar Kokba  col suo rabbi Aqiva (cfr Martire giudaico, Temi).
Anche Origene in Principi tende a dare l’idea di universalità al sacrificio di Gesù. La sua consegna  ai Romani invece ebbe un altro valore  quello di risparmiare il saccheggio della città e quindi  di salvare il salvabile. specie i discepoli che consegnandolo si sarebbero potuti salvare…
Egli, infatti, usa le espressioni: tutto questo avvenne  affinché si adempisse ; così si adempì (1,22; 2.15; 2.17-23 ; 4.14 ed altrove): sua la colpa (o chi per lui rivide i suoi scritti, in seguito) di aver dimostrato la perfidia giudaica,  di quei confratelli che  osteggiarono il Cristo  non volendolo riconoscere  e nonostante i segni palesi,  lo perseguitarono e lo uccisero,  dopo averlo proclamato re.
Da qui non solo deriva l’endeicksis con la paradosis di Gesù ai romani, ma anche e soprattutto  la condanna ebraica alla reità della uccisione di un uomo-dio (27,25 Il popolo tutto quanto rispose: il sangue suo su di noi e sui nostri figli) e  quasi l’assoluzione a Pilato, che  si lava le mani  dicendosi innocente del sangue di questo giusto ed ammonendo il popolo Ve la vedrete voi! Insomma, Matteo ha la colpa della secolare ed ingiusta persecuzione cristiana agli ebrei e della assoluzione dell’impero romano: ha rovesciato la  storia, romanizzandola, grecizzandola, paganizzandola, da telones!
Luca,  invece, scrisse il vangelo per i pagani convertiti, in Acaia, col proposito di contrapporre per i fedeli greci,  la verità alle favole degli eretici,  (Ireneo, Adversus Haer., III,1,1; Tertulliano, Adversus Marcionem  IV,5 ;  Origene, In Lucam Hom.1 ; Eusebio, St. eccl. II,4,4-6).
Tutti, più o meno. convengono nelle stesse  notizie, confermate anche dal Canone muratoniano e dal Prologo antimarcionita  ambedue del primo decennio della seconda metà del II secolo: Luca fu siro antiocheno, un medico, compagno di Paolo, scrittore anche di Atti degli apostoli.
Chiaramente il vangelo di Luca ha valore apologetico ed è paolino, come impostazione, in quanto ha cari i temi della giustificazione per fede e l’universalismo della salvezza (Cfr Qual è il sondergut di Luca e di Matteo ?).
Senza prendere in considerazione il vangelo di Giovanni che è di epoca gnostica e quindi lontano dai tempi Flavi, noi consideriamo solo  le risultanze evangeliche sinottiche dei tre evangelisti, di cui abbiamo dato qualche indicazione.
Perciò abbiamo diviso le  risultanze   di un lungo lavoro di esame in a. storiche  e b. mitiche e poi  ne abbiamo dimostrato la storicità e la miticità in opposizione anche alle varie teorie e alla  formgeschichte e redaktiongeschichte . 

  1. Dai vangeli (Marco 14,15,16; Matteo 26,27,28, Luca “1 22,23,24) si hanno le seguenti risultanze circa la figura di Gesù, un individuo conosciuto come Messia (Cristo), del quale si cela un episodio caratterizzante, il regno, sul quale gira tutta la narrazione di un viaggio a Gerusalemme dalla Galilea, di cui si parla e per cui si parla.

1. I sommi sacerdoti, gli scribi e gli anziani, due giorni prima della Pasqua  complottano contro Gesù al fine di prenderlo e di ucciderlo, dopo che ne hanno visto l’acclamazione regale da parte del popolo, la sua potenza, e la  manifestazione autoritaria nel tempio.

2.Essi  trovano un suo discepolo, un certo Giuda Iscariota, disposto a tradirlo (Matteo 26,14-16; Luca 22,3-6;e Marco 14.10.11).

3. Gesù fu arrestato nell’orto dei Getsemani, fu legato  e portato a casa dell’ex sommo sacerdote Anano, suocero dei Kaifas, sommo pontefice del momento.

  1. Egli ebbe un processo sommario da alcuni membri del sinedrio la sera stessa; rispose alla domanda: Tu sei il Christos, figlio del benedetto? : io sono, aggiungendo una frase del salmo 110 (Mc 14,62 Mt 25,65 Lc 22,69) vedrete il figlio dell’uomo seduto alla destra della potenza e venire sulle nubi del cielo; gli inquisitori senza sentire altri testimoni, il mattino, lo giudicarono davanti al sinedrio riunito e poi, legato, lo consegnarono (paredokan) a Pilato, governatore di Giudea.
  2. Fu inquisito come re dei giudei da Pilato e fu beffeggiato dai soldati e poi condannato a morte e condotto alla crocifissione (insieme a molti dei suoi).
  3. Morì sulla croce di venerdi e fu sepolto in fretta e furia, comunque, con i dovuti onori funebri.
  4. Anche donne osservavano, da lontano, la crocifisione: Maria di Magdala, Maria madre di Gioseto e di Giacomo, e Salome.
  5. Il cadavere, regalato da Pilato a Giuseppe di Arimatea, euchemon bouleutes (un membro autorevole sinedriale), che ne aveva fatto richiesta, tratto già dalla croce, avvolto in un lenzuolo, fu deposto e messo in un sepolcro scavato nella roccia,  al cui ingresso fu fatto rotolare un masso. Dai vangeli (stessi passi) si hanno altre risultanze di tipo concettuale non fattuale, collegate con l’episodio taciuto e con l’impostazione generale, delle tre opere congiunte, come se fossero state scritte per cucire insieme i dati mancanti e per dare sostanza ad un pensiero e ad un culto, già affermato nel corso di due generazioni, dopo la crocifissione del Messia, la cui figura viene necessariamente modificata, nei nuovi contesti:

9 Il sepolcro, il giorno dopo il sabato, fu trovato vuoto.

  1. Gesù fu visto come risorto.
  2. I suoi discepoli ebbero la missione di predicare (Kerugma) la morte e resurrezione del maestro.
  3. Egli fu assunto in cielo e si sedette alla destra di Dio.

La comprensione del messaggio delle  prime otto risultanze, a distanza di secoli, non è facile, come sembra, perché i riferimenti sono vaghi, perché si parla di un malkuth  (basileia), già implicito in Meshiah (Christos) unto, cambiato da terreno a divino perché la generica paradosis (consegna) ed endeicsis (denuncia) di un giudeo, catturato e processato dal Sinedrio gerosolomitano, ad una autorità superiore, romana, che condanna  alla morte per crocifissione, uno reo di un crimen, risultano strane in un ambiente, dominato dallo zelotismo, in uno stato di belligeranza permanente per quasi duecento anni.

La persona incriminata e la natura del crimen cambiano in relazione al contesto storico: il Gesù crocifisso con la triplice iscrizione del crimen sopra la croce in  aramaico, greco e latino, è visto in modo diverso in quanto la lettura, all’epoca dei fatti, ha un altro valore, rispetto all’epoca della scrittura.

Ne consegue che la difficoltà è nel rilevare la precisa epoca dei fatti col crimen reale  e con la reale figura del protagonista della storia, separata da quella interpretativa successiva: il come vissero la vicenda gli spettatori è una cosa, un’altra come la narrarono i discepoli di chi vide, dopo che il tempo aveva portato altre sofferenze,  la distruzione e la fine del Tempio stesso e dopo che il patriottismo e l’integralismo erano stati vinti dalle armi romane e da Vespasiano e da Tito, che trionfarono sulla Ioudaea capta  e costruirono il loro stesso principato su questa impresa.

Questo lavoro di ricostruzione deve essere essenzialmente storico perché il personaggio è storico, come la sua impresa, necessariamente lasciata da coloro, che hanno scritto, perché documento storico, a cui, però, hanno dato una alonatura e una sacrosantità, differente, in relazione al culto e ai riti ormai esistenti in epoca flavia, nell’accettazione, ora necessaria, dell’auctoritas imperiale della nuova dinastia, che traeva proprio dall’impresa giudaica la sua fortuna.

Perciò, noi operiamo, dapprima, nella fase storica e poi cerchiamo di leggere i testi evangelici dopo aver capito la storia, come era stata celebrata nella tradizione giudaica, come toledoth, in relazione al contesto giudaico palestinese aramaico e a quello ellenistico greco, in un momento giulio-claudio, specifico del regno di Tiberio, riguardante il periodo 32-36, dilatato poi fino alla fine del Regno di  Giulio Erode Agrippa (agosto 44): infatti il lavoro è nella definizione dei fatti del crimen e della morte di Gesù, nella Pasqua del 36.

Tutto questo è da ritenersi parte integrante della storia ebraica  e quindi di una vicenda realmente accaduta nel 36 al momento dei fatti avvenuti, registrati  dalla toledot giudaica e da quella romana ed ellenistica (esemplare in tale senso è Flavio, storia giudaica,  IV,4 discorso di Anano e di Gesù di Gamala, fatto molti anni dopo,  – che mostrano  i sadducei che convincono il popolo, in un momento di grave crisi, a consegnare  gli zeloti, per salvare la comunità).

La comprensione del messaggio delle altre quattro risultanze è ancora più complessa perché alla morte accertata, dopo l‘episodio del buon ladrone, si fa seguire il ritrovamento del sepolcro vuoto dell’incontro di discepoli con un Gesù risorto, che  conferisce la missione di predicare la sua morte e  la sua resurrezione ad opera di Dio, prima di salire al cielo e  di assidersi alla destra del Padre.

Questa parte appartiene ad un’altra  tradizione, formatasi  al momento  della scrittura dei Vangeli che noi già in altra sede abbiamo considerato scritti  tra il 74 e 94 fra le  due opere maggiori  di Giuseppe Flavio, Storia Giudaica ed Antichità Giudaiche (Cfr prefazione a Giudaismo e Romano e al I libro di Antichità giudaiche  angelofilipponi.com).

Queste altre notizie non sono dati storici ma aggiunte, interpretazioni, ricostruzioni tipiche di discepoli, che hanno mitizzato la storia della morte ed hanno apportato modifiche a figure esistite, trasformate ai fini di una maggiore credibilità del messaggio, in un nuovo contesto, a seguito di avvenimenti epocali, la distruzione del tempio e il trionfo flavio sulla Ioudaea capta.

I problemi, che ostacolano la comprensione di queste due  parti e dei loro complessi enunciati, da noi così schematicamente sintetizzati, riguardano in una prima fase di lettura delle prime risultanze, la figura dell’ inquisito e degli inquisitori giudaici, quella del governatore romano, il luogo e il tempo,  in cui avvenne la consegna, dopo la denuncia, da parte di ebrei, di un ebreo, chiamato Mashiah–Christos, a Pilato.

Se ricreiamo la situazione reale, a partire dal punto situazionale dell’arresto di Gesù, dopo aver mostrato  precisamente la Pasqua di un determinato anno, forse la lettura dei fatti e dei personaggi coinvolti,  può essere più piana e facile.

Da storici propendiamo per la Pasqua del 36, come anno di morte di Jehoshua, e per gli avvenimenti di quell’anno seguiamo lo storico giudaico Giuseppe Flavio (cfr.Vita, opera e pensiero in I libro Antichità Giudaiche  angelofilipponi.com).

Secondo Flavio (Ant. Giud., XVIII, 90) Lucio Vitellio venne in Giudea, salì a Gerusalemme, dove si celebrava la  festa della Pasqua.

Vitellio fu ricevuto fastosamente (megaloprepos) in modo magnifico: mai nessun governatore di Siria veniva accolto con onori a Gerusalemme, solo Augusto e  Vipsanio Agrippa avevano avuto onori da Erode il Grande, non dalla popolazione: Gerusalemme era vietata ad ogni occhio profano, il suolo sacro della città non doveva essere calpestato da piedi stranieri, da uomini non circoncisi, specie nell ‘area del tempio: su ogni porta minacciosa e solenne una iscrizione vietava l’ingresso nel vestibolo stesso: Medena allogene eisporeuesthai entòs tou peri to ieron truphaktou kai peribolu, os d’an lephthè, eauto aitios estai dià to ecsakolouthein thanaton/nessun straniero varchi la transenna di recinzione del tempio. Chi verrà preso, sarà responsabile per se stesso della morte, che ne seguirà.  Flavio St. Giud, VI,124 e Cfr. E.J. BICKERMAN, The Warning Inscription of Herod’s Temple, “ J:Q. R.” XXXVII,1946-7).

Qui, invece, veniva condotto in processione Lucio Vitellio, dopo che fu  scortato per oltre 30 stadi (mt 5.550), con tutti gli onori come un vincitore, clemente: una simile accoglienza per un romano non c’era mai stata!

Megaloprepos sottende l’idea di una folla festante che stende mantelli e rami di alberi, tagliati, per la via, e che canta salmi (cfr Mt., 21,1-9; Mc., 11,1-11; Lc.,19,29-38).

Vitellio ridusse del tutto le tasse dei prodotti agricoli a quelli, che abitavano intorno alla città e, soprattutto, concesse che fosse tenuta dai sacerdoti la stola e gli altri ornamenti sacerdotali, custoditi nella Torre Antonia, che era sopra il tempio.

Flavio è costretto a fare la storia della stola, ripartendo da Hircano II (che, poco prima del 63 a.C., aveva costruito una stanza per passare direttamente nel Tempio, già ornato, degli abiti sacerdotali),bfino ad Erode.

Flavio aggiunge che nel frattempo Tiberio aveva ordinato a Vitellio di fare un trattato con Artabano, che aveva preso l’Armenia, e che lo aveva autorizzato ad avanzare ed osare di più, ma gli imponeva di non firmare il trattato, se non prima di aver ricevuto il figlio in ostaggio (Svetonio, Tiberio,4,1; Tacito Annales, VI,27; Flavio, Ant.Giud. XVIII, 88-126; Dione Cassio, St.Rom.,  LVIII,2).

Dalla notizia di Flavio si evince che Tiberio esige dal legatus una penetrazione offensiva al fine di imporre un trattato al re dei re, capo della federazione partica.

E’ chiaro che l’imperatore vuole il ripristino dello status quo dopo aver spaventato il nemico con la potenza delle armi romane e che, dopo aver piegato Artabano, ci siano anche atti di formale omaggio all’auctoritas imperiale, da parte delle popolazioni limitrofe ciseufrasiche, che avevano tradito.

E’plausibile, dunque, ritenere che Vitellio doveva avere segni di filoromanità  da parte del sinedrio gerosolomitano, dominato dai sadducei  filoromani: la  consegna del messia è l’atto dovuto di filoromani che, come segno tangibile di pacificazione e di amnistia,  ebbero la  riconsegna della stola  con tutte le vesti sacerdotali, custodite nella torre Antonia, dove di nuovo veniva imposta una guarnigione romana di 600 uomini.

L’impresa di Vitellio aveva determinato l’entrata in Gerusalemme, che era stata  un’azione romana antiebraica per ripristinare l’ordine nella città santa, turbato precedentemente.

L’entrata in Gerusalemme, pacifica, festosa aveva prodotto un nuovo orientamento del sacerdozio sulla scia della politica di Erode il Grande, che aveva potenziato l’edificio di Hircano II, adibito come camera per il rivestimento del sommo sacerdote, in una torre di sorveglianza sovrastante il tempio, con guarnigione romana, che aveva in sua mano l ‘arredo sacerdotale.

Erode aveva fatto costruire la fortezza Antonia perché temeva il popolo e le sue sedizioni, come d’altra parte, i sacerdoti filoromani che, anche loro, avevano paura della sedizione popolare, specie in occasione delle feste, in cui a Gerusalemme convenivano da ogni parte dell’ecumene romano e da quello partico, famiglie giudaiche, zelanti di fede ed integraliste, miste ad altre moderate, che però, venivano coinvolte, accese e condizionate dalla presenza armata romana, proprio sopra al Tempio.

Non per nulla Flavio volendo spiegare il motivo della riconsegna della stola, mostra la funzione della torre Antonia, quella di prevenire che il popolo non  faccia stasis, novitas secondo i latini, neoterismòs  per i greci .

Flavio insiste per spiegare che Vitellio dà ordine al phrourarchos (il comandante della fortezza phrourion) di non ingerirsi nelle questioni religiose  e quindi  sulle modalità di uso, sui tempi di  utilizzo della stola, sottendendo che c’è stato il ripristino del corpo di guardia, probabilmente ucciso e quindi assente  per un periodo: a noi sembra che un nuovo epitropos dà un nuovo mandato ad un nuovo comandante e quindi instaura un nuovo clima di collaborazione con il sommo sacerdozio.

Flavio parlando di cose  (fortezza) e di persone ormai non più esistenti,  a  persone che neanche sanno gli avvenimenti e neppure conoscono le tradizioni patrie, ormai finite, ha bisogno di precisare e di chiarire: per questo, da uomo di famiglia sacerdotale, fa la storia della stola e delle sue vicissitudini, convinto di fare la storia del sacerdozio giudaico e quindi dell’élite giudaica, scomparsa con la fine del tempio.

Nel tempo, sembra dire Flavio, in cui  Vitellio entra in Gerusalemme, Tiberio ordina di fare guerra ad Artabano:  de kai per noi diventano centrali per la nostra indagine. De kai hanno valore continuativo e quindi conclusivo, oppure esplicativo e rinforzativo se usati insieme per determinare un’idea precedentemente espressa o sottintesa, in forma ricapitolativa e, perciò, assumono significato di frattempoinoltre, infine, dunque.

Noi diamo valore di frattempo in quanto leggiamo che già Vitellio aveva  fatto qualcosa prima di quella azione in Gerusalemme, cioè il trattato sul ponte dell’Eufrate, conosciuto come  Zeugma (che è quasi un isolotto dove erano i piloni portanti centrali del ponte –gephura-), da noi datato nella seconda meta di marzo del 36, considerato anteriore alla sua entrata nella città santa, arresasi prima della Pasqua, tardiva quell’anno (metà aprile). E’ probabile che, mentre Vitellio era sull’Eufrate, un suo legatus, avendo circondato Gerusalemme, ne abbia chiesto la resa, ottenuta al momento dell’arrivo del governatore di Siria in città.

Noi, seguendo anche Tacito, che ricapitola quae duabus aestatibus gesta coniunxi (Annales,VI, 38.1) l’impresa di Lucio Vitellio (Ibidem, 31-38), riteniamo che lo storico voglia sintetizzare, da una parte, quanto fatto da Vitellio secondo il mandato di Tiberio, che gli aveva ordinato di fare guerra ad Artabano e  ad Areta e di ripristinare tutta quella zona in una volontà di  ristabilire lo status quo armeno, turbato da Monobazo e da Izate, alleati di Artabano, e di ripristinare l’ordine in Ioudaea turbato da anni.

Forse Tacito nel fare il riassunto dipende proprio dai Commentarii di Lucio Vitellio  che naturalmente sono scomparsi e di loro circola solo qualche notizia.

De kai, quindi, ha valore riassuntivo rispetto all’azione di conquista di Gerusalemme,  forse ultimo atto di un’operazione di repressione e di ripristinamento giudaico costituzionale: per noi, infatti, si tratta di una entrata da vincitore da parte del procuratore di Siria, dopo che il sinedrio ha accolto un ultimatum di resa, secondo l’aut aut romano o consegna del  capo della stasis (rivoluzione) o distruzione della città.

Per meglio entrare in merito all’assedio e alla resa di Gerusalemme ricordiamo l’exemplum di Antigono, a cui si rifanno gli evangelisti, che conoscono la storia giudaica e sanno come i romani puniscono chi si proclama re o chi è proclamato re dai parti e quindi non ha il riconoscimento del senato e dell’imperatore romano.

L’episodio di Antigono, figlio di Aristobulo II, nominato re da Pacoro, figlio di Orode II re dei re della Partia, chiarisce il tradimento giudaico della pars aristocratica e la spietata esecuzione romana come prassi  nei confronti di un usurpatore, sorto da una sedizione.

Antigono nel 37 a.C.morì ad Antiochia, dopo che  era stato eletto maran dai parti, che lo avevano insediato a Gerusalemme, a seguito di una grandiosa spedizione di conquista di tutta l’area siriaca ed asiatica, assegnata ad Antonio, dopo il secondo triumvirato e poi, dal trattato di Brindisi (da Scodra, Illirico, fino all’Eufrate  cfr.  Appiano  Guerra civile, 5,65).

Tutta questa area era in subbuglio perché c’era stata la guerra civile tra i cesaricidi e i triumviri, che si era risolta con la vittoria di Filippi nel 42 (3-23 Ottobre): due grandi eserciti fratricidi rispettivamente di 17 legioni e di 19 legioni, per un complessivo di 200000 uomini, si erano affrontati con quattro comandanti prestigiosi, Cassio e Bruto da una parte ed Ottavio ed Antonio dall’altra.

La pacificazione, comunque, non c’era stata: infatti c’erano scontri tra gli uomini dei cesaridi in fuga, riuniti da Tito Quinto Labieno, che, inviato dal re dei parti a chiedere aiuto, lo aveva ottenuto tardivamente.

Orode II aveva ritenuto opportuno entrare in merito alla guerra fratricida, dopo  Filippi, persuaso da Labieno-meirakion euerethiston kai anoias pleres7ragazzo pieno di inventiva e di pazzia  (Strabone, XIV)-, ad invadere la regione asiatica e la Siria  perché ormai i romani si erano massacrati a vicenda: egli inviò suo figlio Pacoro, giovane filelleno, conosciuto per la sua praotes e per la dikaiousune,  alla conquista dell’ area siriaca e dando mandato a  Labieno di occupare la provincia asiatica in quanto  il sovrano rivendicava l’eredità seleucide ed ora approfittava della debolezza della repubblica romana dilacerata  da guerre intestine, ancora dopo la sconfitta dei Cesaricidi.

Infatti Sesto Pompeo si opponeva ai triumviri con successo in Occidente, essendo padrone del Mediterraneo e i parti, già vincitori dei romani e di Crasso nel 53 a.C. a Carre, ora avevano, grazie anche al tradimento di Labieno, fondate ragioni di riconquistare tutta l’area orientale (cfr. Appiano,  Ibidem; Dione Cassio, St. Rom., XLVIII,39-41; e XLVIIII ,19-21;  Plutarco, Antonio, 35-36-37) ed  avevano fatto una grandiosa propaganda, attirando dalla propria parte i greci  ed anche i giudei  che, d’altra parte, erano per lingua aramaici come loro, presso cui, inoltre, era una numerosa colonia.

Pacoro, dunque, grazie all’aiuto del romano Labieno e del parto  Barzafane  (cfr. A FILIPPONI, Giudaismo romano, cit.) aveva condotto prigioniero Hircano II, sommo sacerdote ed etnarca della Giudea, asmoneo filoromano, a Babilonia e aveva dato la corona ad Antigono, che quindi fu riconosciuto  maran legittimo, in quanto asmoneo, ma era  illegittimo per i romani perché senza autorizzaione senatoria, perché  eletto dal popolo: i romani avevano come collaboratori e soci la classe sacerdotale e quella  aristocratica.

Labieno, dopo i primi successi su Decidio Saxa, si era proclamato Imperator particus, ma fu  ucciso da Ventidio Basso, che lo aveva vinto sul monte Tauro.

E  Pacoro, che era venuto in suo soccorso, fu sorpreso dalla tattica del legatus di Antonio, che  ripristinò l’ordine in tutta la zona orientale,  mandando in giro per le città la testa di Pacoro,  amato per il suo ellenismo (Dione Cassio, Ibidem 20;  Flavio Ant. Giud, XIV, 468-486), seguito anche da tutte le città asiatiche e siriache, considerato un liberatore dai popoli, soggetti ai romani.

Il senato romano aveva considerato Antigono re illegittimo  ed aveva eletto al suo posto re Erode, figlio di Antipatro, un epitropos idumeo (messo da Cesare come garante militare, protettore di  Hircano  II),  che era fuggito da Gerusalemme ed era andato da Cleopatra e, grazie a lei, era venuto a Roma,  a chiedere aiuto ed assistenza,  a seguito dell’impresa di Pacoro.

Il  Senato, grazie ad Antonio  e ad Ottaviano, ora riappacificati,  aveva non solo fatto re un privato, passando sopra i diritti legittimi della dinastia asmonea, ma aveva dato ad Erode il mandato di assalire Gerusalemme insieme a Sossio, legatus di Antonio: questi con imprecisate truppe di fanteria, con 6000 cavalieri ed auxilia (truppe ausiliarie provenienti dalla Siria) avevano assediato la capitale della Giudea, mentre già tutte le città dell’ Asia e della Siria si erano arrese a Ventidio Basso, a cui avevano tributato onori come delegato di Antonio, in attesa del triumviro e delle sue volontà (cfr. A. FILIPPONI, Giudaismo romano, cit).

I giudei, popolari, assediati, si difesero cercando di impedire il vettovagliamento ai nemici  e lottando con accanimento, ma  i romani, dopo aver disposto tre linee di terrapieni e portato le macchine  d’assedio, cominciarono a scavare sotterranei.

I Giudei, pur assediati, circondati da così grande esercito, angustiati dalla fame e dalla mancanza di necessario, in quanto correva proprio allora l’anno sabatico, pur fiduciosi in Dio, subirono la conquista della città: dapprima entrarono nelle mura 20 uomini  scelti, poi le centurie di Sossio: il primo muro fu preso dopo 40 giorni, il secondo in quindici,  alcuni portici intorno al tempio furono bruciati; poi, presa la Città bassa,  i giudei si erano ritirati nel recinto interno del tempio  e nella Città Alta.  Alla caduta della città ci fu una grande strage: furono scannati a mucchi sulle strade  nelle case e mentre cercavano rifugio nel tempio: non ci fu pietà né per bambini né per donne né per vecchi; allora Antigono, senza tener conto del suo antico stato  né del presente, discese dalla torre Baris  e si gettò ai piedi di Sossio,  che lo schernì e lo chiamò Antigona  e poi  lo tenne  prigioniero.

Erode al vedere il saccheggio, preoccupato perché i romani volevano entrare nel tempio per dare uno sguardo al tempio e alle cose sacre, ma in effetti per depredarlo, supplicò, pregò i capi romani di non fare una simile azione empia  e costrinse gli altri con le armi e con le minacce ad allontanarsi dall’area sacra.

Fece poi capire a Sossio che se i romani avessero svuotato la città della sua ricchezza e dei suoi uomini, lo avrebbero lasciato re di un deserto e che egli avrebbe considerato anche la sovranità di tutta l’ecumene una ben misera ricompensa di fronte all’eccidio di tanti  cittadini.

Sossio, da romano avido, volle che Erode pagasse di persona allora il mancato saccheggio della città: Erode accettò  e pagò di borsa sua,  diede splendidi regali ai soldati, fece doni ancora più grandi agli ufficiali e al comandante regali grandiosi .

La città era stata presa 27 anni dopo il 63,  anno della prima profanazione romana ad opera di Pompeo, sotto il consolato di Marco Agrippa e di Caninio Gallo,  nella 185 Olipiade, nel 37 a.C.

Anche la morte di Antigono ha qualcosa in comune con quella di Christos: Antigono fu portato ad Antiochia, capitale della prefettura di Siria. Erode, temendo che Antigono potesse giustamente rivendicare davanti al senato la sua dignità regale, essendo l’ultimo asmoneo, legittimo re,  seppure riconosciuto solo dai parti,  pagò Antonio perché lo uccidesse e cosi fu fatto finire dopo 126 anni il potere degli Asmonei. Antonio pensava di tenerlo fino al suo trionfo, ma quando capì che la nazione giudaica, era dominata dal popolo, che era favorevole ad Antigono e non ad Erode, decise di ucciderlo, facendogli tagliare la testa, non conoscendo altro mezzo per tenere buoni gli ebrei.

La notizia è confermata da Strabone, che mostra l’attaccamento della nazione ad Antigono e la volontà di mantenerlo nello stato regale  e di non considerare affatto Erode,  neanche a costo di fustigazioni (Flavio,  Ant. Giud., XV,I,1-8).

Lo stesso storico in Storia Giudaica aggiunge che mai un re fu  trattato così dai romani (I,18,2), cosa confermata da Plutarco (Antonio, 36,4 ) e da Dione Cassio (St.Rom, XLIX,22,6) che parla di uccisione, dopo che fu legato ad un palo e flagellato pubblicamente (emastigosen  stauro prosdesas ), e riferisce quasi le stesse parole dello storico giudaico (o medeis  Basileus upo ton Romaion  epeponthei ibidem 8).

Abbiamo voluto ricordare questo antecedente perché ci sembra  che gli evangelisti lo abbiamo tenuto presente all’atto della scrittura e perché tutto era iniziato dall’invasione dell ‘Armenia  ad opera dei Parti.

Dopo la vicenda di Pacoro le popolazioni dell’Armenia  erano  state risucchiate nell’impero romano ed avevano avuto una certa stabilità grazie all’intervento di eserciti romani, che avevano  voluto e protetto la dinastia regnante degli Artassidi.

Già con Tigrane III,  figlio di Artavaside/Artavaste  II (fatto prigioniero da Antonio  e giustiziato ad Alessandria d’Egitto dalla regina Cleopatra nel 30) era cominciata una fase nuova di sudditanza ( Cfr. A.FILIPPONI, Giudaismo romano, cit.).

Il re venne portato a Roma dall’Egitto e crebbe sotto la protezione di Augusto.

La dinastia degli Artassidi  fu testimone di  una altalena di vicende, di influenze, di ingerenze straniere ora da parte romana ora parthica: suo padre Artavaside II era stato emblema di questo continuo conflitto di interessi ed era rimasto sempre in bilico tra l’alleanza con Romani e con Parti, dovendo fare una politica camaleontica tanto da subirne tragiche conseguenze ad opera dei romani.

Tigrane III era al centro tra due partiti, quello filoromano e quello filopartico e a seconda del prevalere di uno si aveva l’ingerenza ora dell’impero romano ora di quello partico.

L’incoronazione di suo fratello Artaxias II fu il frutto dell’ingerenza dei Parti sul trono di Armenia e della vittoria del partito filopartico  che subito fu ribaltata da quella romana che lo elesse  re  d’Armenia, dopo l’uccisione del fratello.

Ottaviano in questa precisa fase del conflitto fra Romani e Parti, per il controllo dell’Armenia,  pensò di risolvere l’instabilità del regno insediando un sovrano legittimo locale, che, però, fosse fedele al volere di Roma, ritenendo Tigrane,  un candidato di rilievo,  perché  cresciuto a Roma.

Ottaviano incaricò Tiberio, di insediare Tigrane IV, nel 20 av. C., dopo una sommossa locale.

La politica augustea , che  favoriva  i sovrani legittimi, non diede al regno alcuna stabilità: dopo Tigrane III anche  suo figlio Tigrane IV e sua sorella Erato non ebbero fortuna.

A seguito di relazioni coi Parti il regno di Tigrane IV segnò il fallimento della politica romana di stabilizzare e garantire il proprio potere in Armenia tramite la protezione della dinastia legittima degli Artassidii.

Il fallimento era dovuto parzialmente alle continue ingerenze, dirette e indirette, dei Parti, rivali di Roma, che contendevano al dominatore romano il controllo dell’Armenia e del suo territorio.

Esso segnò anche, con  la fine della dinastia degli Artassidi sul trono del regno d’Armenia, la fine stessa del protettorato di Roma, interessata a contrapporsi all’impero parthico, impegnato a difendersi dall’espansionismo romano.

Ottaviano Augusto inviò  di nuovo in Armenia  Tiberio, lo stesso che aveva compiuto la missione per insediare al trono Tigrane IV e destituire suo fratello Tigrane III, per porre sul trono un cugino di Tigrane, col nome di Artavaside /Artavaste III.

Erato e Tigrane IV, favoriti da Fraate III, sobillarono i nobili ed il popolo armeno contro il nuovo sovrano parthico, insediandosi nuovamente sul trono per un brevissimo periodo (dal 2 a.C. all’1 a.C.): Augusto, allora, dopo aver fatto il I trattato di Zeugma, con Gaio Giulio Cesare  insediò sul trono un nobile di origine Meda di nome Ariobarzane di Atropatene, e alla morte del  nuovo sovrano dopo breve tempo, come suo successore venne eletto suo figlio, con il nome di Artavaside/Artavaste  IV.

Questo, essendo straniero, non fu ben  accolto dalla nobiltà armena che  ordì una congiura e dopo breve tempo uccise il giovane.

Ad Augusto non restò che abbandonare la tattica di insediare una nuova dinastia, non autoctona, e fece eleggere nuovo sovrano d’Armenia un presunto discendente della dinastia legittima Artasside, con il nome di Tigrane V.

L’equilibrio, peraltro mai stabile, con la nobiltà armena, era ormai spezzato ed una nuova sommossa permise ad Erato di tornare al trono come legittima erede della dinastia nazionale Artasside nell’ 11 d.C. per breve tempo, fino al 12.

Ci fu però una nuova sommossa, nazionalistica, per cui Erato perse il trono, allora Roma  decise, in nome di una politica nuova di  alleanza  tra  Romani e Parti, per cui si concordò   di affidare il regno d’Armenia a Vonone I, figlio del sovrano di Partia, secondo le norme stabilite nel trattato di Zeugma, firmato da Fraate e da Gaio Giulio Cesare, figlio di Agrippa, erede al trono di Augusto.

Alla morte di Orode III, Vonone fu eletto re di Parthia ma a lui fu opposto dalla  aristocrazia parthica (che rifiutava un re romanizzato, vissuto a Roma, con costumi ellenistici) Artabano, un principe arsacide di parte materna, che conquistò il potere nel 10 d.C.,  dopo una guerra civile.

Vonone  andò in esilio  in Siria nel 12 d.C.,  col suo tesoro, e, protetto dai romani visse come un sovrano  finché, pur essendo sotto la protezione di  Gneo Calpurnio Pisone,  non fu ucciso.

L’impero romano fu per oltre un secolo impelagato, dunque,  nella soluzione del problema armeno, in quanto la zona era altamente strategica, punto di passaggio e di confluenza, che metteva in comunicazione due mari e che bloccava le migrazioni delle popolazioni barbare e semibarbare delle steppe (iberi, albani, alani, sarmati, sciti, saci).

Anche  Artabano  aveva lo stesso problema che era stato  proprio del regno parthico  e che aveva necessità di controllo di quella regione dominata dagli artassidi.

Si era, perciò, stabilito forse nel trattato di Zeugma (Velleio Patercolo, Storia, II, 94)  per una tacita convenzione, sulla base dello status quo del momento,  che l’Armenia Maior  fosse parthica, appannaggio del principe ereditario del re dei Parti, mentre l’Armenia Minor fosse romana.

Tiberio all’inizio del suo impero, aveva cercato di stabilizzare la zona, dando un  potere speciale  (cfr Velleio Patercolo, Storia, II, 94,4),  a Germanico, fatto tornare dalla Germania, dopo avergli tributato il trionfo, per risolvere definitivamente il problema armeno, ora di nuovo insoluto per le mire di Artabano.

La possibilità di insediare sul trono d’Armenia Zenone, figlio di  Polemone del Ponto uno dei sovrani più fedeli di Roma, sembrò una soluzione perfetta.

Tiberio e Germanico  credettero di aver trovato una soluzione  formando una nuova dinastia, che avrebbe potuto garantire la presenza di un re, capace di reggere uno dei punti cardini dell’Oriente.

Come  Vonone, che si trovava in esilio, Zenone di Ponto, cioè  Artaxias III, era un giovane cresciuto in modo ellenistico,  amava i modi tipici della cultura  romana (caccia, libagioni, lusso) e perciò era divenuto  popolare in Armenia  ed era stato accettato anche dal re dei Parthi, vincolato dal trattato con il legatus di Tiberio.

Germanico  incoronò personalmente il giovane Zenone nel 18 d.C.  nella capitale Artashat, acclamato dal popolo armeno.

L’elezione di Artaxias III fu anche il frutto di un preciso accordo tra Germanico ed i parthi.

Germanico aveva concordato con Artabano che i  Parti non avrebbero più dovuto interferire con la politica interna del regno d’Armenia, se  veniva  esiliato  Vonone I.

I due accettarono  il patto e Germanico  inviò in esilio Vonone, nemico di Artabano, in Cilicia, presso  Silano Cretico (parente dello stesso dux),  dove morì nel tentativo di fuggire.

Sotto il regno di Artaxias III l’Armenia visse finalmente un periodo di prosperità e di stabilità per ben 16 anni, ovvero fino alla sua morte nell’anno 34 d.C..

Morto Artaxias,  Artabano, rotti gli accordi  stipulati con Germanico, impose sul trono d’Armenia Arsace, suo primogenito  portando a termine il suo disegno di destabilizzazione romana, iniziato dopo le incursioni di Monobazo di Adiabene in territori armeni, sotto pressioni del Gran Re.

Artabano  si era interessato all’ Armenia e ai  problemi della Palestina,  subito  dopo la morte di Germanico, quando  aveva favorito l’elemento zelotico contro i romani e contro  Erode Antipa e Filippo, tetrarchi filoromani, finanziando i gruppi eversivi e organizzandoli  anche grazie alla politica di fratellanza giudaica: l’impero parto aveva una grande colonia giudaica e nella confederazione partica c’erano re giudaici come Monobazo ed Izate e capi giudaici di grande valore come Asineo ed Anileo.

Artabano, perciò, aveva favorito la rivolta antiromana,  secondo Tacito: egli aveva destabilizzato l’impero romano nell’area siriaca e  in Armenia, dopo la morte di Artaxias II, ed aveva rivendicato perfino  il tesoro di Vonone (Annales, VI,31).

Per capire il pensiero di Tacito, bisogna integrarlo con quello Velleio Patercolo, di Flavio e di Svetonio, oltre che  con  Dione Cassio, dai quali possiamo comprendere che  le  4 legioni, di stanza al confine, erano tenute  in scacco da  Arsace, figlio di Artabano, che aveva preso il potere in Armenia,  dopo  avere riunito la Minore con la Maggiore, favorito da Monobazo  re di Adiabene, iniziando in effetti le ostilità con Roma.

Il problema armeno era diventato difficile, ma, solo dopo la morte di Artaxia III,  si complicò  ulteriormente  perché i tentativi romani di stabilizzazione  erano  falliti  a causa  delle ingerenze partiche.

Il problema era stato sempre difficile  fin dagli inizi quando i romani si scontrarono con Tigrane I alleato di Mitridate.

Le due regioni armene  avevano avuto un regno unitario grazie a Tigrane I,  ma con l’arrivo degli eserciti di Lucullo nel 68 a.C. e poi di quello di  Pompeo nel 66 a.C. l’Armenia era  stata suddivisa  nel corso della guerra mitridatica, in cui Roma aveva affermato la superiorità delle sue armi, già chiara dal periodo Sillano.

L’Armenia maior e minor  erano due regioni Causasiche: la prima ad ovest dell’ Eufrate  era delimitata a nord dalle catene partiche e a sud dal Tauro armeno  e andava dall’Azerbaijian ad est  fino al litorale  sud-occidentale del Caspio (Mare Hircano) , la seconda ad est dell’Eufrate, giungeva fino al Caucaso  era popolata da grandi città greche (Nicopoli, Sebastia) e da genti armene della regione Hamshen.

Tutta la regione  nel suo insieme aveva grande importanza strategica,  essendo posta tra i due mari  e  facendo da cuscinetto  tra le  popolazioni  nordiche barbariche degli Alani, Sarmati, Iberi  Albani e  Sciti e i due imperi (quello romano e quello partico), che si congiungevano alla base della regione armena.

Questi, ambedue, aspiravano al suo controllo non solo per ripararsi dalle incursioni barbariche ma anche per ulteriori conquiste  territoriali:  l’impero parthico   con la conquista dell’Armenia, dopo la morte di Germanico, svincolato da ogni trattato con Tiberio, si  salvaguardava dall’incursioni  barbariche e si proteggeva anche dall’impero romano.

Questo, invece, senza l’Armenia era a contatto diretto con l’impero parthico e con le popolazioni scitiche,  di cui temeva le penetrazioni in Siria e in Asia,  anche se  aveva ottenuto il controllo del Mar d’Azov, grazie ai trattati col Regno  del Bosforo cimmerico.

Ora, Artabano, dal 25 d.C., aveva avuto come interlocutore un ministro di Tiberio, quel Seiano che aveva fatto la politica Orientale e poi  il suo sostituto Macrone  e Tiberio sembrava disinteressarsi di tutta quella ampia regione e delle sue ripercussioni, specie nel 33-4, anno della morte del Governatore di Siria  Pomponio Flacco.

Perciò Artabano  nel periodo 31-36 cercò di destabilizzare ulteriormente  l’impero romano, favorendo una politica filogiudaica e mettendo in subbuglio il giudaismo, in quanto a Seleucia aveva imposto Asineo ed Anileo due giudei (Ant. Giud., XVIII, 310-379) contro la stessa nobiltà persiana, e aveva inoltre, invaso anche  l’Armenia Minore.

Quando Artabano si era divisa l’Armenia minore con Monobazo di Adiabene, Tiberio  non ebbe neppure una reazione, a detta di Svetonio, che parla dal lato militare diretto: l’imperatore, non potendo inviare un consolare, specie dopo la morte del governatore di Siria, in effetti, diplomaticamente, aveva agito in quanto gli aveva contrapposto per la riconquista della regione, Mitridate re degli Iberi, dopo averlo riconciliato con Farasmane suo fratello.

E nel frattempo Artabano diede forze necessarie per la riconquista ad Orode, altro figlio,  che doveva impedire il collegamento degli avversari e impedire la loro avanzata entro il territorio  parthico.

Tiberio favorì  il collegamento di Farasmane con gli Albani e con i Sarmati  e con il loro aiuto  attaccò gli armeni, impedendo il congiungimento con le forze partiche, il cui arrivo fu  rallentato anche dalla stagione estiva e dalle inondazioni causate dai venti etesi (Ibidem, 33). 

Ne derivò che Farasmane, appoggiato da ausiliari, provocava a battaglia Orode, privo di alleati,  quelli inviati in ritardo da suo fratello Arsace; e poiché questi cercava di evitarlo, lo molestava, minacciava con la cavalleria il suo campo, disturbava i  foreggiatori e spesso lo accerchiava  con postazioni armate,  assediandolo, finché i Parthi non avvezzi a tollerare provocazioni, si strinsero intorno al principe, invocando il combattimento. Tutta la loro forza era nella cavalleria; Farasmane invece aveva anche valide fanterie …Ci fu uno scontro tra albani ed iberi  e Farasmane da una parte e Orode e i parti dall’altra; ci fu perfino un duello tra i due capi: Artabano avrebbe voluto punire Farasmane e si accingeva a farlo, ma Vitellio, raccolte le sue legioni,  fece spargere la voce che anche lui avrebbe invaso la Mesopotamia.

Artabano temendo una guerra con i romani, avendo ostili i popoli della sua confederazione ed essendo insicuro nella sua stessa corte,  in quanto Sinnace trascinò alla rivolta anche suo padre Abdagese ed altri, che maturavano quel disegno in segreto e che i continui disastri avevano incoraggiato all’azione (Ibidem 36,2), pensò bene di fare il trattato con Tiberio.

Egli, secondo Flavio, accortosi che molti parenti ed amici erano stati corrotti da Vitellio ed attentavano alla sua vita  e convinto che la congiura sarebbe riuscita  perché il numero di traditori aumentava,  fuggì verso le satrapie superiori (Ant. Giud., XVIII, 99-100).

I romani avevano tentato di sostituire lo stesso Artabano con un re della stirpe di Fraate su richiesta della nobiltà medo-persiana detentrice del potere interno: Tiberio, ora libero nella sua azione,  grazie alla risoluzione del problema dinastico e,  dopo la  fine  dei processi di lesa maestà  contro i seianei,  ordinava a Lucio Vitellio (padre del futuro imperatore) di ripristinare l’autorità romana sull’area.

Su questo trattato c’è incertezza sia sull’anno che sul rappresentante partho: da Tacito sembra che Vitellio abbia avuto rapporto diretto con Tiridate, non con Artabano; gli altri storici invece parlano di un incontro a Zeugma del legatus con Artabano stesso.

Flavio, Ant Giud., XVIII, 97-98 spiega che alle offerte di denaro di Tiberio ai re degli Iberi e degli Albani per indurli a muovere guerra ad Artabano, questi diedero agli alani (altri popoli caucasici) il libero transito  per le loro  terre  aprendo le porte  del Caspio…Così l’Armenia fu di nuovo tolta ai parthi e nel loro paese si estese la guerra:  morì la migliore nobiltà e tutte le loro cose si rovesciarono; il figlio del re cadde ucciso con molte diecine di migliaia  di uomini…

Il trattato per Tacito,  comunque, fu fatto: Vitellio condusse il nerbo delle truppe   e delle forze ausiliarie all’Eufrate, fece dei sacrifici  come anche Tiridate (sacrificò un cavallo)… si costruì un ponte di barche e si fece passare l’esercito  dei parti: c’erano anche Ornospade, che era stato (haud inglorius auxiliator, Annales, VI, 37,3) aiutante  di Tiberio, da cui aveva  avuto la cittadinanza romana  nella guerra dalmatica  (Svetonio, Tiberio,9) , Sinnace e Abdagese.

Vitellio impose il trattato, secondo Tacito, mostrando la superiorità delle armi romane  ed ammonì  Tiridate e i capi a non dimenticare di aver avuto come avo Fraate e di essere stato allevato da Cesare , duplice titolo di gloria per lui; ammonì gli altri a non tralasciare l’ossequio verso il re, il rispetto verso di noi, l’onore personale e la fedeltà alla parola data (Vitellius ostentasse romana arma satis ratus monet Tiridaten promoresque, hunc Phraatis avi et altoris Caesaris quae utrubique pulchra memenerit, illos, obsequium in regem, reverentiam in nos, decus quisque suum et fidem retinerent -Ibidem, 37,4-).

Giuseppe Flavio (Ant. Giud.XVIII,101-3) parla, invece, di Vitellio e di Artabano che si incontrano:  Vitellio ed Artabano si incontrarono sull’Eufrate., Si gettò un ponte sul fiume  ed Artabano e Vitellio si incontrarono al centro,  ognuno con la sua guardia del corpo.  Giunti al termine degli accordi, il tetrarca Erode diede una festa  sotto la tenda, fatta innalzata da lui in mezzo al ponte con grande spesa, Artabano inviò suo figlio Dario  a Tiberio, come ostaggio, e con lui molto doni, tra cui un uomo alto sette cubiti, di stirpe giudea, di nome Eleazar, il quale per la eccezionale statura era detto Gigante. Sistemati questi affari, Vitellio tornò ad Antiochia ed Artabano a Babilonia. 

La campagna, dunque, condotta brillantemente da Vitellio, si concluse con un completo successo, ben valutato anche da Tacito, che, poi, da un giudizio negativo sulla sua successiva vita da cortigiano nel periodo di Caligola e di Claudio.

Artabano, di nuovo, fu attaccato dai suoi nemici di corte, fu abbandonato dai suoi sostenitori, e dovette fuggire ad Oriente.

Dobbiamo pensare che la situazione parta fu per qualche mese incerta e caotica per la presenza di due sovrani, ma la situazione si precisò ben presto.

Tiridate, una volta preso possesso del regno, non potè rimanervi a lungo, a causa della rivalità con i nobili, per la sua sudditanza a Roma.

Infatti egli non piacque nè a Tiberio né ai suoi alleati persiani: si era attirato l’inimicizia non solo di Tiberio, ma anche di Sinnace e di Abdo (Flavio, Ibidem).

Egli, d’altra parte, era un romanizzato come già Fraate,  inviato da Tiberio e morto  prima ancora di prendere il regno, odiato dai nazionalisti, che favorirono Artabano che ebbe così modo di riappropriarsi del suo regno, valendosi dell’aiuto di un esercito, composto essenzialmente di uomini della tribù dei Dahan, ottenendo l’approvazione dei Parti.

Flavio, probabilmente, segue questa tesi che cioè i parti lo accolsero dopo i primi contatti tra Vitellio e Tiridate che fece un pretrattato in cui il Legatus  considerava il romanizzato come un sovrano semindipendente e perciò lo cacciarono e richiamarono Artabano per un  foedus  aequum tra due stati  di pari grado.

La  posizione di Artabano  nei confronti di Roma rimaneva, comunque, estremamente precaria, in quanto sebbene non avesse inizialmente incontrato resistenza dalla parte avversa  (essendo Tiridate fuggito in Siria), non era, comunque, in grado di intraprendere con successo una campagna contro Vitellio, dopo l’invasione degli Iberi e delle altre popolazioni barbariche e la perdita della Armenia.

Perciò Artabano  concluse quindi di lì a poco (nel 36) il trattato di Zeugma , nel quale rinunciava alle sue mire espansionistiche, avendo un peso internazionale diverso rispetto a Tiridate,  re fantoccio.

Poco dopo tuttavia venne deposto nuovamente, in quanto la nobiltà  non aveva accettato il trattato in cui la supremazia romana era di nuovo imposta e fu  proclamato re un certo Cinnamo.

Artabano si rifugiò presso un suo vassallo, il re dell’Abiadene,  Izate (Ant Giud, XX,54) grazie al quale ritornò definitivamente al potere   facendo amnistia anche allo stesso usurpatore, che gli si era arreso spontaneamente  e regnò fino alla morte ancora per quasi due anni fino al 40 d.C..

Qusti fatti sono letti da Flavio che fa una certa confusione , come abbiamo rilevato in Giudaismo romano (Cfr. A. GARZETTI, La data dell’incontro all’Eufrate di Artabano III e Lucio Vitellio legato di Siria, in Studi in “ onore di Calderini e R .Paribeni” Vol. I 1956 pp 211-229) specie per quanto riguarda le congiure interne  al regno di Partia.

La relazione dell ‘impresa di Vitellio  fu fatta e  dal procuratore  di Siria e da Erode Antipa che come tetrarca, alleato,  aveva seguito il governatire fino all’Eufrate, come abbiamo visto.

Non sappiamo vedere la funzione di Erode Antipa accanto all’esercito e al governatore di Siria: probabilmente si era mosso per la morte contemporanea di Artaxias III  e di suo fratello Filippo, tetrarca dell’ex regno di Lisania, forse partendo dalla roccaforte di Macheronte o di Masada.

Il tetrarca della Galilea e Perea non doveva essere solido nel suo regno  in una terra in cui era stato proclamato il Malkuth ha shemaim subito dopo la presa dell’Armenia da parte di Artabano, prima dell’arrivo di Vitellio, che dovrebbe essere arrivato a Cesarea marittima non prima dell’ estate del 35.

Gesù era Galileo ed Erode poteva essere stato allontanato dalla capitale Tiberiade da un’ insurrezione popolare: Il regno dei Cieli avrebbe potuto comportare anche un rivoluzione in Galilea, da  cui  il messia era partito  per la conquista di Gerusalemme: il tetrarca si era salvato, dopo l’eccidio della guarnigione di Cafarnao, e si era  rifugiato in una delle roccaforti erodiane, come aveva fatto Pilato stesso, che si era arroccato a Cesarea Marittima, dopo la presa probabile della torre Antonia e la strage della guarnigione romana.

Erode Antipa con le legioni romane aveva fatto il viaggio fino all’Eufrate, lungo  oltre 500 km, portando un suo esercito, insieme a quello di altri reguli,  al fine di imporsi nell’ex tetrarchia di Lisania o per sé  o per la vedova Salome sua figliastra e pronipote, sposata da suo fratello Filippo poco prima di morire, oltre che per ripristinare l’ordine in Armenia e in tutta la zona.

Inoltre Erode Antipa, che conosceva il doppio mandato di Vitellio e contro  il re di parti e contro Areta IV, pensava forse di potersi vendicare di quest’ultimo con cui aveva  questioni di confine e per  problemi a seguito del suo  ripudio dell’ ex moglie Dasha, figlia del nabateo, la cui dote traconita  doveva essere riconquistata.

In questo contesto storico e politico il messaggio di Il regno dei cieli è vicino è  vincente in terra giudaica e a Gerusalemme tra il 32  e il 36: i giudei partici e quelli palestinesi già collegati ora hanno anche l’appoggio dei moderati ellenisti, che pur  convivono con i greci e col sistema imperiale romano  e ne traggono notevoli benefici commerciali. L’avvento del Regno dei cieli e la consacrazione del Messia uniscono il mondo ebraico, anche quello diasporico: l’anima giudaica rimane indelebilmente giudaica sempre, perché è spirituale.

In ogni parte del mondo si trovi il giudeo, guarda a Gerusalemme specie nel momento della realizzazione delle profezie messianiche.

Pilato, prefetto  di Ioudaea (Giudea, Samaria e Idumea) e il tetrarca di Galilea e Perea e quello di Iturea avevano sempre temuto l’ingerenza militare di Artabano, ma in quel tempo messianico tutto l’assetto romano è naufragato.

Pilato (governatore dal 26 d.C) era stato sempre un perfetto prefetto, inviato da Seiano,  probabilmente contrario al partito  giulio (di Agrippina e di Caligola) a volte perfino era andato oltre il mandato tiberiano ed era stato inflessibile e duro contro i Giudei coadiuvato da Erode Antipa, ma la sua azione più dura e repressiva, la fece contro i samaritani, poco prima della Pasqua del 36.

Noi riteniamo che a Pilato era sfuggita del tutto la situazione dopo il 32, la Pasqua, in cui Gesù si proclamò maran, e costrinse il prefetto a rinchiudersi a Cesarea e ad abbandonare al suo destino la torre Antonia  come già aveva fatto Erode Antipa con la guarnigione di Cafarnao:  Gesù dovette tenere solo la Giudea e forse anche porzioni  della Galilea e il controllo parziale  della Perea,  ma la Samaria era rimasta sotto i romani  perché dall ‘epoca di Erode, Sebaste, la città capoluogo della regione era stata sempre filoromana, ma, in quei cinque anni  di  potere regale di Gesù, forse i samaritani si volevano riunire ai Giudei, favoriti da una politica unitaria messianica e  perciò, furono sorpresi da Pilato, che ne fece  una carneficina a Tirathana.

La situazione, dunque, in Palestina tra il 32 e 35 doveva essere caotica: l’inerzia di Tiberio  era mal valutata da tutti i greci di quell’area  e la ribellione della Giudea era diventata un focolaio per tutti gli altri che aspiravano ad  avere l’indipendenza, ma la presenza degli eserciti romani, seppure senza capi e senza mandati ufficiali,  impedivano la riunione delle singole parti:  era aumentato il caos dopo la morte di Filippo e  quella di Artaxias  per la maggiore congiunzione di forze tra Artabano III ed Areta IV, i nemici di Tiberio.

La venuta di Vitellio in Giudea, quindi, fa pensare ad un ristabilimento dell’ordine e ad una ristrutturazione della politica precedente: insomma Tiberio aveva deciso di ripristinare l’ordine nella provincia di Siria e nella sottoprovincia di Ioudaea e di punire la politica di ingerenza di Artabano e quella di Areta IV di Petra.

La classe  sommosacerdotale sadducea, gli erodiani e gli scribi sono filoromani e quindi gestiscono il potere  e la ricchezza del tempio, avendo la maggioranza nel sinedrio; all’arrivo di Vitellio sia che venisse da Nord o da Sud, con le truppe congiunte di Pilato o con quelle  Siriache  il  malkuth del maran illegittimo è finito, e la ribellione interna  sadducea determina la fine, che si verifica all’atto dell’ultimatum romano, sotto le mura di Gerusalemme, assediata.

Giuseppe Flavio ci descrive l’assedio di Gerusalemme nel quinto libro di Storia Giudaica  e le sue notizie colliminano con quelle di Tacito (Hist.,V,12,3); da queste possiamo comprendere la preoccupazione da parte degli giudei assediati, convinti dell’impossibilità di sfuggire alla punizione romana.

Nella primavera, prima  della Pasqua, dunque, del 36 la città si arrende e consegna il suo maran  ai romani: era la soluzione migliore in quella situazione ormai favorevole ai romani in tutta l’area armena, siriaca e palestinese.

Tutte queste notizie ci spostano in un altro orizzonte, utile ai fini della nostra indagine e ci aiutano a  meglio capire il motivo di una accoglienza ad un nemico, così fastosa.

Noi reteniamo che nella Pasqua del 32 Gesù era entrato a Gerusalemme dopo una marcia trionfale iniziata  dalla Galilea accolto dalla popolazione festante  che lo aveva acclamato re, in quanto già riconosciuto Meshiah-Christos,  figlio di David.

Questo antefatto comporta un’altra spiegazione  in quanto da quasi un secolo i giudei palestinesi  (popolo, piccolo e medio sacerdozio, leviti e farisei) aramaici, conformati al pensiero escatologico ed apocalittico, credevano nella venuta di un Messia, che avrebbe sconfitto il popolo romano e avrebbe stabilito il patto eterno nuovo con Dio nel tempio.

I palestinesi, convinti che il tempo era venuto  grazie ad eventi grandiosi nel quadro dell’impero romano diviso in partes, in lotta fra filogiuli e filoclaudi, dopo la conclusione  tragica  della vicenda del potente capo pretoriano  Elio Seiano, inquisito ed ucciso,  avevano proclamato il malkuth ha shamaim  e si erano ribellati alla autorità romana, sostenuti da Artabano, re dei parti.

Proprio quando l’impero romano  attraversava la grave crisi a seguito della sventata  congiura antitiberiana in un momento difficile per la lotta alla successione tra  Caligola e Tiberio Gemello, sostenuti il primo dall’esercito e dal popolo e  il secondo dal senato  ed equites (cfr. A FILIPPONI, Caligola il sublime, opera inedita e  Giudaismo romano, opera inedita, angelofilipponi.com).

La reazione tiberiana  non ci fu, subito, contro il mondo giudaico e siriaco perché  l’imperatore era impegnato nella conservazione del potere imperiale prima e, poi, nel difficile compito della successione.

Egli fu  duro ed inflessibile  nei confronti prima dei seianei e poi del partito  giulio dopo il 18 ottobre del 31, morte di E. Seiano, capo pretoriano, che  era riuscito a salire tutti i gradi  degli honores fino ad avere la tribunicia potestas e l’imperium proconsulare maius per l’Oriente  tanto da  determinare una politica antigiudiaca, di cui Pilato era stato espressione violenta.

Siccome il potere di Seiano era stato grandissimo (Cfr Inizio acefalo di In Flaccum di Filone Alessandrino, angelofilipponi.com ), Pilato e lo stesso Erode Antipa, essendo sue pedine, avevano agito secondo le sue direttive, esasperando l’elemento non solo giudaico antiromano, ma perfino quello, da decenni filoromano, samaritano, che forniva truppe sebastene ausiliarie. Tiberio, ora, era sotto l’influenza di Macrone, nuovo capo dei pretoriani, e di Caligola (cfr Caligola il Sublime, cit.):  questi furono esautorati e tenuti in disparte in attesa di giudizio mentre, nel frattempo, era morto,  Pomponio Flacco  per morte naturale,  fedelissimo governatore, tiberiano, di Siria.

Impegnato nella feroce repressione in Roma e nell’impero, Tiberio tralasciò il problema siriaco e giudaico e non diede mandato al pur nominato Elio Lama (cfr.Angelo Filipponi, Giudaismo romano cit., cfr. Tacito Annales VI,28,2), per cui la Palestina e la Siria rimasero sotto l’influenza di Artabano, che aveva autorizzato Monabazo di Adiabene ad occupare l’Armenia Minore, avendo dato auctoritas regia a suo figlio Arsace.

In effetti Tiberio sembrava che avesse trascurato il problema, ma aveva già tessuto relazioni diplomatiche  con Alani Sarmati Sciti Iberi Albani,  facendo concessioni  e regali come abbiamo visto.

Tiberio aveva atteso tempi migliori per un intervento,come era nel suo stile di dux prudens, mentre a Roma deplorava che dovesse pregare consolari a mettersi a capo di legioni contro Artabano.

Anche la politica interna al suo stato nel settore orientale siriaco  e palestinese, essendo affidata a Pilato, dopo la morte di Flacco, si era rivelato un disastro tanto da essere fortemente irritato contro di lui (Filone, Legatio ad Gaium) che seguitava in una lotta di provocazione contro il giudaismo secondo l’impostazione ricevuta precedentemente da Seiano, ora forse suggerita da Macrone.

Quella zona aveva davvero bisogno di essere ristrutturata, a partire dall’Armenia Maior e  Minor; l’azione antiromana di Artabano era stata  sapiente dalla morte di Seiano ed aveva più o meno connesso tutta la regione cuacasica, ciseufrasica e transeufrausica, la Celesiria e la stessa Palestina  nella sua orbita, approfittando del fatto che quelle popolazioni parlassero la stessa lingua, aramaica ed erano della stessa tradizione medico-persiana, collegata anche da numerosi gruppi giudaici che erano entro i confini dell’impero romano  e in quello partico.

Gesù un davidida, un architetto, conosciuto non solo per la sua ablità tecnica e per i thaumasia (miracula) un discepolo di Giovanni il Battista (un goes, famoso per la sua singolare vita e per i suoi numerosi discepoli, armati, dopo il battesimo, ucciso da Erode Antipa),  eletto mashiah  dagli  esseni, riconosciuto universalmente dal mondo giudaico aramaico ed ellenistico, provocò un’ondata nazionalistica così grandiosa da sconvolgere l’assetto mediorientale dell’impero romano, favorito da Areta IV (che aveva debita di gratitudine nel salvataggio della figlia, ripudiata da Erode Antipa e che era  un fedele  credente in Giovanni e nella sua missione e  poi in quella del discepolo) e da Artabano III, e forse da Asineo, satrapo di Mesopotamia, oltre che Monobazo ed Elena di Adiabene.

Egli si autoprolama re, maran e dopo una marcia di 10 giorni, durante la quale manda messaggeri alle città e ai sinedri chiedendo di essere accolto e quindi l’autorizzazione a passare indisturbato nei territori giunge a Gerusalemme e viene accolto trionfalmente.

Dopo la purificazione del tempio che sottende la presa della fortezza Antonia e quindi la strage dei romani, probabilmente segue il rituale purificativo di Ezra e viene ristabilito il nuovo patto con Dio, mentre aiuti finanziari e militari giungono da ogni parte del mondo  sia partico che ellenistico: la realizzazione del malkuth dovette essere un evento  di valore mondiale e quindi di immensa risonanza.

La venuta del Messia e la concreta realizzazione del Malkuth ha shemaim  impressionarono il mondo intero anche perché il giudaismo tendeva di nuovo a Gerusalemme da ogni parte dell’ecumene, in un ritorno alla patria, terra dei padri ora libera ed autonoma sotto un re davidico: noi abbiamo come confronto solo l’episodio di Zevì Shabbatai (1626-1676), e quello della odierna attesa della ricostruzione del tempio di Salomone, come inizio di tempi nuovi: il clima di speranza che si accende, diventa una mania  irrefrenabile che comporta un esodo da ogni parte per ritornare alla terra santa, un vendere le proprie cose, un lasciare le proprie città, un portare con sé i propri  averi, riconvertiti in oggetti preziosi, per essere presenti al fatto gerosolomitano per partecipare all’instaurazione del malkuth: 2.500.000 di ellenisti e 1.000.000 di aramaici partici, oltre  quelli dispersi fuori  del mondo conosciuto, in Seria, in India a Ceylon, in Nubia, sono coinvolti in questa impresa, sconvolti da questa impresa,  che prelude alla Apocalisse e prepara l’escata, le ultime cose in cui  Dio crea  il regno messianico: pentimento–teshuvah, manifestazioni di gioia, digiuni, bagni rituali, ogni forma di preghiera, diventano normali inizi di una purificazione, partenze da ogni porto occidentale e ondate di ritorni da ogni terra orientale ed occidentale: tutti in una frenesia generale, vogliono favorire il Messia, combattere ed essere presente nel giorno del Signore: la lotta con le forze del male (Arconti di  Paolo, le qelippot), deve essere unitaria; in ognuno è la convinzione che l’esercito messianico, avendo l’aiuto divino, è invincibile.

I cives dell’impero romano stessi  sono sconvolti da questo esodo in quanto molte città si dimezzano perché i giudei si separano nettamente dai gerim e goyim, lasciando tutto, abbandonando le loro attività, case ed ogni altro bene immobile: i porti occidentali ed africani furono presi di assalto e le stesse strade romane erano piene di carovane, di gruppi di uomini alleluianti che tornavano in patria: il fenomeno non poteva essere fermato dai governatori locali, data la consistenza numerica dei giudei.

Sul piano politico, grazie all’appoggio del re dei Parti, si ricrea la situazione del periodo di Antigono (favorito dall’impresa di Pacoro, figlio di Orode, conclusasi con la  vittoria di Ventidio Basso e con l’uccisione del re illegittimo ad opera di Marco Antonio ad Antiochia nel 37 a.C.), ma sul piano morale non si ha altro precedente: l’evento dovette rimanere nella mentalità giudaica a lungo, se poi i giudei  attenderanno la parousia del Signore, insieme con i Cristiani,  fino al 70 e poi da soli con i nazirei, giacomiti, crederanno nel suo ritorno  fino al 136 d.C. ed oltre, considerato che la famiglia di Gesù è inquisita fino a Conone sotto Decio (249-251d.C.).

Il meshiah, quindi, creato un nuovo sacerdozio, quello essenico, protetto dalla  finanza alessandrina, probabilmente, e dai sussidi di tutti ellenisti ed aramaici, adottato il calendario solare,  riconsacrato il tempio col rito di purificazione, fatta una solenne adunanza  per la lettura della legge,  compiuta una cerimonia espiatoria,  purificò e riconsacrò il tempio  e quindi, il quattordicesimo giorno del  primo mese  (Nisan),  celebrò la prima Pasqua nel 32 d.C., in Gerusalemme, libera dai romani (cfr. Giudaismo romano, cit ).

Egli potè governare per tutto il 32 , 33, 34, 35 e solo  nel marzo del 36 con l’arrivo di Lucio Vitellio tutto si capovolgeva e la Giudea tornava in fibrillazione perché si riaccendevano  le speranze dei sadducei, degli erodiani e degli scribi che, erano rimasti senza autorità e con i diritti limitati, simili a quelli dei leviti, ridotti di rango nell’attività templare.

Infatti nel 35 Tiberio avendo risolto i problemi imperiali e fatti cessare i processi di lesa maestà,  aveva anche concluso le stragi dei giuli e quindi, con la doppia adozione di Caligola e Tiberio  Gemello, aveva  così fatto tacere i lamenti  del partito giulio, accontentato, perché aveva seguito il mandato di successione augusteo, che imponeva un elemento della famiglia di Germanico come successore accanto a quello delle linea claudia (cfr. Caligola il Sublime, cit.).

Inoltre, il vecchio imperatore invia in Palestina con un doppio mandato Lucio Vitellio contro Artabano III e contro Areta IV, convinto che una volta, debellati gli antagonisti maggiori, i re locali  sarebbero caduti  facilmente  a causa delle fazioni avverse, opposte.

Vitellio facendo pressione, grazie alla diplomazia tiberiana, già attiva  tra gli albani e i Saci, sulle popolazioni scitiche al nord, nella zona del Kurdistan attuale li spinse  con la forza e con il denaro contro il confine partico; Artabano inviò un esercito comandato da Arsace suo figlio con 100000 uomini, ma fu sconfitto.

La disfatta costrinse il re dei re al trattato di Zeugma in cui dovette pagare indennizzi di guerra e dare ostaggi e  sgombrare dall’area cisufrasica facendo ripristinare lo status quo (come abbiamo visto).

Il piccolo regno di Gesù, in quanto sottoprefettura di Ioudaea, ora è ricaduto sotto la diretta amministrazione romana, come prima del 32, e Gerusalemme, assediata, subisce  l’ultimatum romano: o si arrende concedendo i capi della sedizione o sarà distrutta con la strage della popolazione.

In questa situazione tragica, di capitolazione e di resa, si verifica l’entrata in Gerusalemme di Vitellio: il governatore di Siria viene accolto festosamente dal popolo, che è ora dominato dai sacerdoti sadducei dagli erodiani e dagli  scribi, che hanno formato un nuovo sinedrio, il quale probabilmente  ha  decretato, pur con  grande dolore e tra contrasti,  la  paradosis del Christos all’autorità romana.

I vangeli  mostrano Gesù arrestato e portato di fronte ad Anano I e alla sua famiglia, di sera e poi al sinedrio, di mattino: ciò sottende un’operazione all’insaputa del popolo e quindi contro la volontà dei più ardenti seguaci.

Nel processo contro la sua azione messianica non gli furono trovate colpe, nonostante gli accusatori e i delatori, ma il sinedrio  decise  la  paradosis di Gesù Christos, un uomo giusto, all’autorità romana dopo che sommo sacerdote, scribi ed anziani avevano complottato al fine di prenderlo ed ucciderlo,  pur timorosi di una sommossa del popolo  (Mc. 14,1-2  thorubos tou laou).

I Vangeli, così dicendo,  condannano lo stesso Sinedrio, responsabile della paradosis e della enedeicsis, ingiusta, eppure avevano già detto che Gesù era entrato già  a Gerusalemme,  salutato come un re  ed era stato accolto in un tripudio di festa popolare e che aveva  dimostrato di avere anche una ecsousia profetica, dopo aver cacciato i profanatori dal tempio.

Probabilmente il sinedrio che denuncia e consegna  è diverso da quello che accoglie e che festeggia il Christos in Gerusalemme: ora, se la pasqua è quella del 36 i componenti del sinedrio  sono nuovi perché quelli del precedente sono stati esautorati ed arrestati, come fautori del Messia.

Questi, nuovi, a maggioranza, hanno considerato decaduto Gesù come re e  quindi hanno  deciso di prenderlo e di ucciderlo, consegnandolo ai romani dopo denuncia, cioè dopo aver decretato l’illegittimità della sua azione,  della costituzione del malkuth ha shemaim.

Ora noi sappiamo tramite Filone (In Flaccum  inizio acefalo e Legatio ad Gaium ) che il Sinedrio di Alessandria si comportò in modo solidale con gli zeloti, fuggiti ad Alessandria. Infatti furono nascoste le loro armi e furono protetti col silenzio,  mentre i romani cercavano le armi e i fuggiaschi da Gerusalemme, seguaci del Malkuth, scampati alla sommaria giustizia di Pilato e di Vitellio.

Da Flavio sappiamo poi che, nel dopo settanta ad Alessandria, si verificò la stessa cosa ma gli alessandrini,  coscienti delle cose che avevano patito nella dura reazione caligoliana, ebbero un diverso comportamento: il sinedrio votò contro gli zeloti e  i sicari, ne  favorì la  cattura e li consegnò alle autorità romane  che li torturarono e li uccisero,  mentre gli altri giudei soffrivano di aver dovuto, per salvarsi, fare la delazione (cfr. Giudaismo romano,cit; Caligola il sublime,cit.; e commento al XVIII libro di Antichità giudaiche, oltre la traduzione di In FlaccumLegatio ad Gaium).

Perciò, sulla base della esemplarità della situazione alessandrina,  riteniamo  che la minoranza sadducea, scriba ed erodiana tenuta  in soggezione nel periodo del Malkuth trionfante,  riprese il potere, all’arrivo degli eserciti romani e destabilizzò il  regnum  del maran e decretò la festa per l’arrivo del procuratore di Siria, dopo averlo accolto in città (che,come compenso, secondo la clementia, fece concessioni favorevoli ai sacerdoti, come abbiamo detto, e ripristinò lo status quo)  determinando con quell’atto la morte del Messia, ora rinnegato.

Tutto ricominciò come prima della impresa di Gesù, come era avvenuto nel 6-7 dopo Cristo come era avvenuto nel 4 a.C.  alla morte di Erode: l’impero romano ristabiliva il suo ordine e la sua giustizia, dando rilievo ai sadducei, agli scribi e agli anziani e tenendo soggetto il popolo.

L’élite giudaica aveva fiutato i tempi nuovi della romanitas: l’avvento di Caligola,  l’ordo nuovo, il Regno saturnio, una nuova era di pace e di benessere, assicurata dal figlio di Germanico: ormai Tiberio malato era prossimo alla morte e lo stesso Vitellio non  avrebbe portato a termine neppure l’impresa contro Areta IV.

Lo stesso governatore si era mostrato ancora di più filogiudaico, accogliendo perfino le proposte dei capi di non passare nella loro terra sacra con le insegne, ma di deviare  per le terre samaritane e perciò, l’anno dopo, Gerusalemme, conosciuta la morte di Tiberio e la salita al trono di Gaio Caligola, di nuovo accolse il governatore di Siria  che da Gerusalemme mandò un segnale di pacificazione generale per tutto l’ebraismo non ancora ripresosi dalla sconfitta e dagli aneliti messianici, propagandando il regno saturnio caligoliano.

Ora, dunque, due propagande si avvicendano una valevole per tutto l’impero, quella del tempo suturnio, a contrapposizione dell’ideale messianico ormai frantumato e annichilito, specie nel clima di una perenne felicità, instaurata dal regno di Caligola, l’altra solo  per i giudei increduli di fronte alla realtà dei fatti, alla morte del Christos, impegnata nella interpretazione dei segni, secondo la lettura di Isaia.

JHWH stesso parla:

non ha bellezza, né splendore / perché lo ammirassimo / né amabile aspetto né prestanza/ Oggetto di sprezzo e reietto dagli uomini / uomo di dolori sperimentato dalla sofferenza / e come uno davanti a  cui ci si nasconde la faccia: / spregevole, nulla, lo stimammo / portò i nostri dolori, noi l’abbiamo stimato un percosso,/un colpito da Dio ed umiliato / Ma egli è stato trafitto a causa delle nostre colpe / è stato fiaccato a causa delle nostre  inquità! il castigo esemplare che ci rende la pace è su di lui / e per mezzo delle sue piaghe ci è data la guarigione / noi tutti come pecorelle ci sviammo / ci volgemmo ognuno alla propria strada / e JHWH fece cadere su di lui, l’iniquità di noi tutti. / Fu angariato e lui si umiliò e non aprì bocca/ come agnello fu condotto al macello / e come una pecorella davanti ai suoi tosatori / è muta e non apre bocca… (53. 1-13)

L’interpretazione essenica e teraupetica del passo fu quella del Servo di Dio, (in seguito  sarà quella del lamed vau, del trentaseiesimo destinato a morte per gli altri), di chi, offrendosi in espiazione per i peccati altrui, sarà coronato di trionfo (11-12) e sarà il capo dei credenti per sempre: perciò gli attribuirò le moltitudini delle genti / e dei possenti dividerà le spoglie / per il fatto che si sacrificò fino alla morte / e fu annoverato tra  gli scellerati  quando egli sopportava il peccato delle moltitudini /  e supplicava per i trasgressori.

Mentre subito dopo la morte di Jehoshua tutti aspettavano il suo ritorno,  chi in un modo chi in un altro a seconda della cultura di appartenenza, qualcuno cominciò (come Paolo) ad applicare i versi successivi della Nuova Gerusalemme (Isaia, 54) alla Chiesa.

Da qui il cambiamento di lettura e di impostazione tra i seguaci di Christos, tra gli aramaici e gli ellenisti: gli uni erano  fiduciosi in un ritorno, parousia del maestro-re che sarebbe venuto con forze ultraterrene e che avrebbe sterminato i romani,  costituendo la Nuova Gerusalemme, eterna; gli altri  attendevano il suo ritorno alla fine dei tempi,  quando Gesù, uomo dio, che si era caricato il peso dei peccati umani e che aveva redento col suo sangue  tutti, ebrei e non ebrei, avrebbe distinto dopo il giudizio i buoni dai cattivi, dando premi e castighi a seconda delle azioni conformi o non conformi al suo exemplum.

Sono due diverse letture ed interpretazioni di uno stesso brano di Isaia: Giacomo, il fratello di Gesù (Mc., 6,3-4; Mt. 13,55-56; Galati, 1,18-19; 2,9; Atti degli Apostoli, 1,14 12,17; 15,13;21,18;  Flavio, Ant. Giud., X,200; Eusebio, St. Eccl.,1, 12,5; 2,23,25) e i seguaci del Malkuth, seguitando a vivere seguendo le orme terrene e militaristiche di Christos, sarebbero rimasti nella via della clandestinità, in una segreta preparazione alla guerra; gli altri, invece, si sarebbbero separati lentamente dai confratelli, distaccandosi dal ceppo giudaico, pur rimanendo attaccati alle radici del nomos ebraico e dopo il settanta, con la costituzione di un preciso canone evangelico, kerigmatico, avrebbero creato il cristianesimo, come noi oggi lo viviamo, secondo la tradizione romano-ellenistica, in un rifiuto totale e categorico del giudaismo ormai senza tempio e destinato alla Galuth.

La chiesa (non è qui il caso di lavorare sulla nascita di questo termine)  è Nuova Gerusalemme decisa a conciliare humanitas con misticismo filoniano-platonico-paolino, pratica e teoria classica, secondo la methodos ellenistica giudaica sincretistica, adattata alla risultanza di moralitas romana occidentale, pagana, nella scelta della centralità dell’eredità di Roma, dopo la separazione dalla Sinagoga.

A distanza di secoli noi non siamo in grado di ricreare quel clima,  formatosi dopo la morte di Gesù Cristo, né di seguirne le vicende  fino al momento della scrittura evangelica, che fu una nuova evangelizzazione in epoca flavia connessa con la fine del tempio, legata da una cooperazione con la Romanitas e ad un rifiuto della stessa origine ebraica.

E’ quasi impossibile ricostruire quel clima in cui, i cristiani,  dopo il trauma della distruzione del tempio, uomini, abituati a convivere seppure con notevole differenze, coscienti di essere uniti dalla comune base giudaica si separarono definitivamente  dal giudaismo, di cui erano una setta ereticale.

Ma ancora di più più arduo rilevare la separazione dai nazirei, fratelli nati dalla stesso parto, seguaci e parenti del Messia, che ne seguivano la storia, non lo spirito, ormai larve pure di una comunità destinata alla fine,  esangue  a causa della  selezione degli eletti, davidici e  giudaici di stretta osservanza, aramaici, e specialmente  a causa della sede  stessa gerosolomitana, ormai periferica, dopo la fine del tempio, all’ecumene.

Possiamo, però, rilevare che  le risposte sono diverse a seconda della lettura di quella morte: i primi, giacomiti, fedeli ai principi mosaici, giudaici, anche loro vivono l’evento dell’attesa del Signore e del suo  ritorno (cfr. Il vangelo di Giacomo in Jehoshua o Jesous?, Maroni 2003); i secondi, che poi si chiameranno cristiani,  ellenisti, accettando l’interpretazione del servo di Dio di Isaia,  attendono il ritorno di Cristo, sempre più assimilato al Logos e a  Dio  e formano una nuova religione.

All’ euforia  dei giudei ellenisti per l’ elezione di Gaio Caligola, segno di una nuova era per il mondo romano occidentale e per quello romano ellenistico segue lo sgomento della nuova persecuzione antigiudaica, feroce, estesa a tutto l’impero  ancora più acuta sul territorio giudaico, quando è palese l ‘ektheosis imperiale  con la neoteropoiia, la nuova politica.

Questa fase vissuta da entrambi gli schieramenti nell’angoscia di un possibile annientamento della radice  giudaica di qualsiasi  credo, di sradicamento della pianta giudaica in ogni parte del mondo  è resa da Filone  in Peri Areton ( nelle due opere susperstiti di questa opera, che doveva constare  di cinque libri).

Filone mostra la grande illusione ebraica ellenistica dopo la bufera del periodo 25-31, del 32-36 e  del phobos mortale dell ebraismo di fronte alla divinità di Caligola: la varie gradazioni di spavento fino al terrore e alla certezza della fine  dell’ethnos  sono perfettamente rese da Filone, che precedentemente ne aveva esaltato la figura e lodato la grandezza.

Lo scrittore alessandrino sa rendere  quell’iniziale momento magico e divino, sublime, del Kronikon bion (Legatio ad Gaium, 13) , che pur doveva essere contrapposto al regno messianico: quel tacere sui fatti gerosolomitani e sull’illusione messianica, quanto male ha fatto! (ma Filone ha veramente taciuto oppure gli è stata messa la museruola! ed  è stato addomesticato successivamente!).

Chi non si sarebbe meravigliato, e sorpreso, vedendo Gaio, che, dopo la morte di Cesare Tiberio, aveva preso l’impero della terra e del mare, che era in un periodo di grande tranquillità e che aveva un  buon ordinamento?

Chi vedendo l’impero  unito in ogni parte   in un consenso universale a settentrione e a meridione, ad oriente come ad occidente – essendo d’accordo la stirpe  barbarica con la greca, e quella greca con quella barbarica, convivendo amichevolmente   soldati e cittadini,  per un comune possesso  e  godimento della pace – (questi e quelli in reciproca pace godere insieme di rapporti e commerci) non sarebbe stato ammirato e sorpreso?

Chi non sarebbe stato ammirato e sorpreso di una fortuna così grande e appena narrabile, accumulatasi grazie ad un’unica eredità, di beni infiniti, di tesori zeppi d’oro ed argento, in parte  come materiale grezzo (puro e non lavorato), in parte segnato come moneta, in parte  come  ornamento vistoso per coppe ed altri utensili che sono utili per l’ostentazione?

Chi, inoltre, non sarebbe stato ammirato e sorpreso  per le milizie di fanteria, di cavalleria, navali e  per le  rendite che affluivano come da una fonte con un  perpetuo tributo  e per il potere non  su moltissime ed essenziali  parti dell’ecumene , di  tutto il mondo  propriamente detto abitabile, limitato da due fiumi, Eufrate e Reno, separante il secondo dai Germani e da feroci altri popoli e il primo dai Parti e dalle genti sarmatiche e scitiche, che  non sono  certo meno miti di quelle germaniche  ma,  per la terra, per così dire,  quella da oriente ad occidente, bagnata dall’Oceano e comprendente alcune parti oltre Oceano?

Il popolo romano godeva le proprie feste in pace con tutta l’Italia e con tutte le province europee ed asiatiche…   Tutti erano  compiaciuti  non perché speravano che avrebbero avuto possesso ed uso dei beni pubblici e privati  ma perché pensavano  di avere già la pienezza  di una fortuna  che era in attesa della  felicità. Se ciò talora prima era accaduto sotto qualche imperatore, allora in effetti sembrava che i romani non già avessero speranze, ma tenessero l’usofrutto dei beni pubblici e privati.

Dunque,  era possibile vedere per le città solo altari, vittime, sacrifici, uomini vestiti di bianco, coronati, sereni,  mostranti  bontà  nei  volti  ilari, dovunque, feste, celebrazioni solenni nazionali, gare musicali , corse ippiche, feste orgiastiche, feste  notturne, con  flauti e cetra, diletti, condoni di debiti, tregue e divertimenti vari per ogni sensazione.

Allora non c’era nessuna distinzione tra ricchi e poveri, né tra illustri ed umili, né tra creditori e debitori, né tra  padroni e servi perché il tempo pareggiava i diritti tanto che si credeva che si fosse verificato quel secolo di Saturno, descritto dai poeti come favola mitica: così grande era l’abbondanza, così fortunata la raccolta annuale, così eccezionale la felicità e sicurezza, che erano in tutte le famiglie e in tutta la popolazione, di notte, come di giorno, che si verificarono  in modo continuato ed ininterrotto nei primi eterni sette mesi.

Filone (Ibidem,8-13) mostrando, dopo la morte di Tiberio, il sorgere di  una nuova epoca, rivela la nuova illusione da parte degli ellenisti, quasi un cambiamento epocale, durato, però, per sette, otto mesi, grazie all’avvento al trono di Gaio Caligola figlio di Germanico: i giudei  di Gerusalemme per primi conoscono l’inizio del suo regno e lo  festeggiano sacrificando a Dio insieme a Vitellio, che fa la nuova entrata a Gerusalemme ad un anno di distanza, dopo che è stato sollecito ad accettare  le richieste giudaiche di non passare nel loro territorio, sacro, ed ha fatto  deviare per la pianura di Samaria, le aquile e i segni imperiali, seguendo il consiglio del Sinedrio gerosolomitano.

Filone mostra la delusione subito dopo la malattia dell’imperatore  e il terrore, con cui il mondo intero attende le fasi dell’acuirsi della malattia, del suo esaurirsi e l’immensa gioia popolare per la guarigione: l’impero tratteneva il respiro nell’attesa dell’evento della guarigione dell’imperatore, giovane Augusto, salvatore del mondo: solo il giudaismo aramaico non partecipa ma è costretto a dare segni di passiva accettazione, mentre quello ellenistico è preso dalla illusione dell’ideale principe, venuto a redimere il mondo romano,  a dare stabilità ad ogni essere, a  creare un nuova età dell’oro.

All’ottavo mese, però, Gaio fu colpito da una grave malattia perché aveva mutato il razionale  vitto, di cui si serviva con una certa frugalità  sotto Tiberio, e che, perciò, era  piuttosto salutare  in un lusso smodato: infatti beveva vino in quantità, cercava ghiottonerie, non placava il desiderio neanche a ventre pieno.

Si aggiungevano, inoltre, bagni poco opportuni e poi vomiti e di nuove bevute, piaceri del ventre e di quelli sotto il ventre: egli faceva ginnastica erotica con donne e ragazzi e prendeva ogni altra cosa atta a distruggere il corpo e l’animo e i legami esistenti in ambedue.

La paga della temperanza è la  forza con la sanità, dell’ intemperanza, invece, la fiacchezza con la malattia, che  porta alla morte.

La fama di questa malattia si divulgò, quando ancora il mare era adatto alla navigazione; – infatti era l’inizio dell’autunno, che è quasi l’ultima navigazione per chi ritorna ai propri porti e rade,  da tutti gli empori, specie per quelli che non amano svernare in terre straniere- subito tutti,  partecipi,  mutarono quella vita serena  precedente  in tristezza ed improvvisamente tutte le case e città si riempirono  di preoccupazione e di  tristezza, eguagliando la tristezza la letizia di prima, e passando così all’opposto.

Infatti insieme  a lui erano malate anche tutte le province e, direi, in modo più grave di quella che aveva colpito Gaio: quella di cui languiva  lui riguardava  solo il corpo, quella di quelle,  invece, era totale e di ogni tipo, di vigore spirituale, di pace, di speranza  e di possesso e di godimento di beni.

Veniva alla memoria  quanti e quali mali nascessero dall’anarchia: carestia, guerre, tagli di foreste,  devastazioni territoriali, espulsioni di coloni, confische dei beni,  imprigionamenti, timore di schiavitù o di morte, pericoli di cui non c’era nessun medico e si aveva  un solo rimedio, che Gaio riavesse la salute.

Pertanto, quando la malattia cominciò  a diminuire, in breve seguirono le manifestazioni di congratulazioni provenienti perfino dagli estremi territori -niente è infatti più veloce della fama- ogni città, era in attesa, sospesa,  avida sempre di notizie migliori,  finché non ricevette la buona notizia che Cesare si era ristabilito del tutto: e come se essi stessi avessero riacquistato la salute, tutti gli abitanti del continente e delle isole, ritornarono di nuovo alla gioia. Nessuno  infatti ricorda che mai ci fu una così grande gioia di un qualsiasi popolo o regione per il recupero della salute del proprio principe, quanta allora ci fu per la salute di Gaio in tutto il mondo, appena riprese il comando e  si cominciò a riprendere dalla debolezza.

Essi che non conoscevano la verità, godevano come se allora per la prima volta incominciassero a mutare la vita selvaggia e naturale in sociale e civile e a  migrare dal deserto, dalle tane, dalle falde dei monti  alle città fortificate e dopo una vita passata senza maestro, ad obbedire sotto un prefetto,  ad un pastore e mandriano  di gregge migliore.

La mente umana, infatti,  vede male, né comprende che cosa sia veramente utile potendo servirsi  di più dell’immagine e del vaticinio  che della scienza. Pertanto non molto dopo, subito quello sperato salvatore, beneficentissimo, che avrebbe dovuto inondare l’Europa e l’Asia con nuove fonti di felicità, destinate a giovare privatamente, ciascuno e pubblicamente tutti, a cominciare dalla propria casa secondo il proverbio”a cominciare dal lare“ (dal focolare domestico), sfociò in crudeltà o piuttosto mostrò chiaramente quanto fino ad allora aveva dissimulato…

Il giudaismo, secondo Filone (Ibidem, 14-24), scopre la nuova realtà dell’impero giulio-claudio ostile, ferocemente ostile non solo agli aramaici ma anche agli ellenisti: la coesione tra un prefetto inquisito, connesso al popolo alessandrino, e l’imperatore, determina il pogrom alessandrino e con esso inizia un graduale sistema di distruzione dell’ethnos, colpito al cuore con la voluta  installazione del colosso di Caligola nel tempio di Gerusalemme (dopo l’avvenuto insediamento nella grande Sinagoga alessandrina, capace di contenere 100.000 fedeli)  e nel decreto imperiale antigiudaico di  annientamento dei palestinesi,  in caso di rifiuto.

Questa mirata azione, connessa con la soluzione del problema della successione. grazie alla morte di Tiberio Gemello e con lui la distruzione del senato, dei cavalieri, adombrata con la morte di Giunio Silano e di Macrone (cfr Caligola il Sublime, cit),  favorisce  l’inventio della pazzia di Caligola, la cui azione già doveva essere letta negli ultimi atti, compiuti  da Vitellio in terra palestinese.

Già l’azione contro i samaritani (che avevano appoggiato probabilmente Jehoshua),  i quali erano stati puniti da Pilato, su mandato di Vitellio, che ne fece una strage  e rese possibile il passaggio delle truppe e la deviazione dalle terre giudaiche, è opera di Macrone e di Caligola: Tiberio, che ordinò che Pilato fosse inquisito e condotto a Roma per essere giudicato per mal governo  compì, con questa azione, uno dei suoi ultimi atti imperiali, dal letto di morte, sotto la spinta del successore.

La situazione non era mutata in terra palestinese, se non marginalmente: a Gerusalemme,  in Giudea  Samaria ed Idumea, che costituivano la Ioudaea, dopo un anno, fatta eccezione per Kaifas destituito da Vitellio: tutto era ancora stabile in Perea  e Galilea, sotto Erode Antipa, anche lui, però, incerto nel potere perché minato già da suo nipote–cognato Erode Agrippa, che inizia la sua ascesa regale, essendo stato fatto da Caligola re di Iturea e zone limitrofe nell’ex tetrarchia di Filippo, nonostante le lamentele del tetrarca (cfr. Caligola il sublime, cit).

Caligola, finito il periodo delle feste, caduto malato e poi guarito, cominciò una  progressiva azione di riforma dello stato, i cui obiettivi erano l’abbattimento della ‘élite  senatoria e l’annientamento  della organizzazione  economico- finanziario-religiosa giudaica.

Nel disegno di Caligola il giudaismo aramaico doveva essere  annientato, data la sua recrudescenza periodica e considerata la differenza culturale con gli integralisti giudaici e con esso quello ellenistico doveva essere, prima limitato nel suo potere finanziario ed economico, stroncato  nel suo proselitismo e distrutto nel suo impero commerciale: il giovane imperatore, dopo avere fatto fuori Macrone, suo suocero  Silano e suo cugino-figlio, per consolidare il suo principato, ritiene opportuno destabilizzare i senatori e il senato e gli equites sostituendoli con i ministeriales, liberti che già operavano  alle dipendenze della domus giulio-claudia, come magistri (servi) addetti alle corrispondenza, alle finanze, alla economia e alla diplomazia, a capo di ministeri  già funzionanti in epoca tiberiana.

Dopo la prima fase, molto dispendiosa, per accattivarsi il favore militare e popolare, il principe cambia totalmente  politica  e diventa fiscalissimo e in questa attività colpisce i giudei che, grazie all’appoggio ininterrotto di Augusto e di Tiberio, avevano creato col proselitismo una rete finanziaria e commerciale,  che copriva l’intero ecumene.

Caligola, colpendo gli equites, colpiva anche i giudei e le loro molteplici attività  distruggendo il loro capitalismo, incentrato sul sistema  bancario.

La sua azione parte da una inquisizione sulle armi in Alessandria,  iniziata da uno zelante Prefetto come Avillio Flacco, un perfetto governatore tiberiano, che, temendo di esserre inquisito da Caligola perche delatore della madre, non avendo più il sostegno di Macrone, di Silano e del suo partito tiberiano, appoggia l’elemento greco di Alessandria contro i Giudei, e li priva, col tacito consenso di Caligola, dei loro diritti civili, facendoli precipitare da cives –politai ad inquilini  csenoi epeludes.

L’atimia determina la fine del commercio giudaico, prosperato per decenni dal periodo di Cesare e e  poi di Antonio e Cleopatra, divenuto grandioso fenomeno con Augusto ed anche con Tiberio pur con qualche limitazione e condanna.

Il processo antigiudaico era iniziato nel periodo seianeo 26-31, era poi rimasto latente, fino alla morte di Tiberio ed era riesploso nella primavera del 38 ad Alessandria per poi seguitare fino alla morte di Caligola: questo quindicennio è segnato da  persecuzioni, quella di Seiano, Flacco e di Caligola di cui Filone  ha  rilevato tragicamente  i momenti con la sua opera Peri areton, di cui ci sono rimaste solo In Flaccum  e Legatio ad Gaium.

La ricostruzione di quest’opera composta di cinque libri in cui sono trattati i fatti capitati ai giudei (a epathomen/quelle cose che noi soffrimmo), probabilmente divisa in modo da rilevare il crescendo di tragedie culminate con la volontà di sterminio totale  da parte di Caligola, che impone l’erezione del suo colosso nel tempio di Gerusalemme al governatore di Siria Petronio Turpiliano, come atto di profanazione della santità templare e come sua personale manifestazione divina dopo la sua ektheosis, autorizza il collegamento tra i fatti di Palestina e la costituzione del malkuth, con l’impresa di Vitellio, con l’agitazione e sommessa di tutto il mondo giudaico della diaspora al  momento della creazione del regno messianico e  della  sconfitta e morte del Christos e quelli alessandrini, permettendo congiunzioni politiche  proprie della neoteropoiia caligoliana(Cfr. Caligola il sublime, cit).

La neoteropoiia, tolta la pazzia caligoliana, una storiella ridicola, costruita dalla propaganda giudaica congiunta con quella senatoria ed equestre antigiulia, ripresa poi dalla dinastia flavia ed antonina, ai fini di una propria giustificazione di potere, è una politica di straordinario valore innovativo, basato sull’adesione popolare e militare, grazie ai meriti militari del domus giulia  (Cesare, Augusto, Druso, Germanico), tesa alla ektheosis, dopo la distruzione del ceto senatorio ed equestre, e dopo la sostituzione ai vertici amministrativi provinciali con un gruppo di  liberti amministratori pubblici, a seguito della costituzione di un sistema fiscale, che sopprimeva quello erariale e quindi considerava eguali tutti i cives, isonomici, dopo l’ eliminazione di ogni privilegio sia di classe che di stirpe, che di religione (Cfr. Caligola il sublime, cit).

Il giudaismo, che usciva da una delusione così profonda della falsificazione del suo Christos, non ancora ripresosi dallo stordimento della fine del malkuth, incapace di reagire, specie quello palestinese, di fronte al pericolo della profanazione del tempio, ha una supina accettazione, basata sulla cessazione dei lavori agricoli e sull’esodo  composto, rituale: esso va in processione, a sei file a Tiberiade, ben guidato da elementi moderati, come i sadducei, rimettendosi alla clemenza dell’imperatore e del suo rappresentante, il nuovo governatore di Siria, Petronio Turpiliano (Flavio, Ant.Giud.,  XVIII, 261) preferendo la   morte collettiva alla profanazione del tempio.

Quello diasporico, visto naufragare il proprio impero emporico e finanziario, dopo l’atimia, cerca una difesa in Dio, consapevole, inoltre, della volontà di Caligola di trasferire la propria capitale ad Alessandria e quindi di gestire l’impero proprio dalla capitale del giudaismo, sede della centrale finanziaria giudaica, già compromessa.

In questa situazione di estremo pericolo per il giudaismo universale, ben temeva Petronio le congiunzioni tra i tre giudaismi (quello palestinese, quello aramaico partico e  quello diasporico),  la ricchezza della finanza  giudaica ellenistica che, se messa al servizio del militarismo aramaico, avrebbe potuto sconvolgere il mondo e determinare un nuovo conflitto con la Partia e rivoluzioni interne all‘impero romano stesso, data la consistenza numerica in ogni città dell’elemento giudaico.

ll giudaismo ellenistico aveva mostrato non solo potenza finanziaria ed economica per il patrimonio  bancario e per il dominio sui porti del Mediterraneo, specie di Alessandria, e per le connessioni e ramificazioni in ogni centro anche piccolo di tutto l’Occidente e l’Oriente, ma ora essendo congiunto con quello aramaico minacciato nella sua sede centrale di Gerusalemme, poteva innescare un batteria di rivolte, capace di minacciare l’ordine e rompere l’eirene stessa dell’impero romano.

Il pogrom dell’estate del 38 e la difficile situazione antisemita mantenuta per tutto il regno di Caligola fino alla sua morte, nonostante l’azione di difesa di Erode Agrippa, divenuto anche re di Galilea e di Perea,determinano uno sconvolgimento nell’impero, generale, reso ancora più tragico dal clima di felicità, inaugurato nel periodo saturnio dal regno  di Caligola.

Solo la morte di Caligola salvò dalla punizione di esilio in massa  per il rifiuto di portare il colosso nel tempio e fece cessare le agitazioni  in ogni città in quanto i greci vincitori, insicuri degli eventi  e sulla successione  rimasero perplessi di fronte alla mostruosità dell’uccisione del sovrano e quindi le Boulai cittadine non ebbero tempo di votare le acquisizioni indebite, gli espropri e quindi di incamerare i beni giudaici.

Con la nomima di Claudio ad imperatore e quindi con la non interruzione dinastica, i greci frenarono la loro azione antigiudaica e gli ebrei respirarono in attesa di un editto imperiale di ripristino della situazione precedente, fiduciosi in un atto di clemenza del nuovo imperatore, che doveva seguitare nella linea economica della sua domus  secondo i  prostagmata lagidi,  accettati da Augusto.

Se, da una parte, la situazione cambia, resta, per, la necessità di non seguitare nel proselitismo, altrimenti l’imperatore punirà il giudaismo (Editto di  E. Retto o lettera agli alessandrini cfr. Giudaismo romano, cit. e Legatio ad Gaium, cit.), ritenuto come peste dell’impero.

Il giudaismo ellenistico respira, mantiene il suo status nel periodo di Claudio e di Nerone anche per la protezione di Poppea, ma, dovunque, nelle singole città, ricorrentemente si verificano scontri tra greci e giudei: Antiochia e Cesarea Marittima mostrano  come il  sistema di vita ellenistico non più  protetto, ma solo parzialmente assicurato dall’autorita centrale romana, sia, ora, privato di auctoritas locale  e perciò vulnerabile, specie dopo la morte di Erode Agrippa I (Cfr Caligola il sublime, cit e Giudaismo romano, I parte,cit).

Alla sua morte, infatti, essendo ripristinato il vecchio statuto sulla Giudea e data la prefettura a Cuspio Fado e quella di Siria a Cassio Longino (Flavio, Ant. Giud., XX, 1-14), ci furono ribellioni in Perea e la questione della veste sacerdotale, che di nuovo fu appannaggio dei romani.

Fado e Longino si accordarono, facendo un patto con i sacerdoti, che tumultuavano insieme col popolo e chiesero che, se essi davano ostaggi, potevano inviare una commissione ed ambasceria a Claudio per la richiesta della veste.

Claudio, per amore del figlio di Agrippa I (Agrippa II ) e dei suoi fratelli Erode ed Aristobulo,  permise che la veste fosse in mano giudaica e specificamente di Erode  re di Calcide, che ottenne l’autorità sul tempio, sul vasellame sacro e sull’elezione del sommo sacerdote (Ibidem, 16).

Gli episodi di Cesarea e di Antiochia sono esemplari in questo senso ed evidenziano la stato di rappresaglia nell’interno di città proprio a causa della presenza giudaica: la situazione in Ioudaea divenne tragica alla morte di Erode Agrippa nell’agosto del 44, anno in cui fu acuta la carestia (Cfr. Flavio, Giudaismo romano, cit.)

La Ioudaea, con parte della Perea e della Galilea era, ora, sotto il potere diretto di Roma: Claudio non aveva voluto dare a Agrippa II il potere neppure di una parte del regno paterno, vista la giovane età (17 anni), gli concesse solo parziale potere su zone ituraiche, mentre a Erode, fratello di Agrippa I venne dato il regno di Calcide (poi  concesso, alla sua morte, al figlio di Agrippa I)…

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Cirillo e Porfirio

Cyrillus contra Iulianum

Della Philosophos Istoria di Porfirio si conoscono alcuni frammenti, tratti da Cyrillus contra Iulianum.( 4,11-12, 14, 18-22)  per il quarto libro.
Per la conoscenza degli altri tre libri dell’opera, però, siamo debitori principalmente a Suda (framm.2,3,7- per il I e II libro)  a Teodoreto (framm. 13,15-16 e 11-12 ) per il terzo …
Anche Eusebio dà il suo contributo  (frammenti 25-29 ) al fine di conoscere l’opera di Porfirio, ma come già gli altri autori cristiani per tracciare un profilo negativo della  filosofia porfiriana…

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La traduzione e Girolamo

De optimo genere interpretandi

Girolamo e la traduzione
La lettera LVII  di Girolamo a Pammachio è un vero trattato sulla traduzione.
Essa si divide  in 13 paragrafi
La lettera è tipica  espressione di un’artificialità retorica, in cui è facile rintracciare la formazione di Girolamo, discepolo  di  Apollinare di Laodicea e di  Gregorio di Nazianzo  e quindi indirettamente della scuola origeniana del Didaskaleion di Alessandria.
Per dare un segno paradigmatico della retoricità dell’opera di Girolamo mi sembra opportuno  rilevare il sistema di semantizzazione della conclusione, connessa con la grammaticizzazione: da una parte -anche se in una porzione limitata -si capisce  il sistema operativo del grande interprete e da un’altra la sua logica apocalittica.

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Nifo o Machiavelli?

Chi ha copiato? Nifo o Machiavelli?

Nifo o Machiavelli?

Nel corso del mio lavoro di storico mi sono incontrato in tante conclusioni astoriche, in tanti giudizi assurdi, tirati col senno del poi da uomini considerati esperti.

Ho considerato, perciò, i  tanto stimati esperti solo parolai e i grandi comunicatori di massa affabulatori e non seri  operatori della storia.

Per me fare storia vuol dire ricostruire esattamente un ‘epoca in ogni settore di vita  e perfino riprodurre la quotidianità in modo da veder scorrere la regolarità di normale flusso vitale come in un corpo vivente. 

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Filone cristiano o Cristo filoniano? Ta kata Seianon

Perchè Filone non parla di Cristo?

Filone, pur conoscendo Gesù Cristo, non ne parla nella sua monumentale opera.
Neppure è possibile avere la sicurezza che Filone e il Christos si conoscano perché l’opera  Peri Toon Aretoon, in cui il theologos avrebbe potuto parlarne, ci è giunta priva di tre libri, e specificamente di quello dove probabilmente avrebbe dovuto trattare del bios del Signore.
Noi cristiani, inoltre, abbiamo fatto christianos Filone, e nemmeno abbiamo preso in considerazione che Christos potesse  essere stato filoniano, cioè  uomo seguace del pensiero legalistico oniade  e perfino capace di realizzarlo secondo la prospettica scismatica  emporistica, comunitaria propria dei discendenti di Onia IV.
Al di là di come è andata effettivamente la storia cristiana, a noi si propone il problema dei motivi per cui Filone non parla di un evento così importante per il giudaismo in epoca tiberiana.

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Agli amici e parenti, cristiani

Il mio essere anthropos e il loro cristianesimo (anche con Francesco)

Il mio essere anthropos e il cristianesimo dei miei amici e parenti.

Per almeno quaranta anni mi sono proposto come paradigma operativo, come exemplum di un vivere quotidiano faticoso, tormentato, proprio di chi ricerca un’autenticità personale e, contemporaneamente, un Dio nascosto – la cui presenza ha rasserenato il mio iter-.
Ho cercato vie alternative, facendo tortuosi percorsi ed ho girovagato, prima di orientarmi verso una salita  zigzagata, facendo, però, un’ apparente, inutile, fatica sisifea, degna, comunque,  di  essere ripetuta in quanto prodotto di una reale esperienza.
Non ho, quindi, pretesa alcuna di essere profeta  e non credo di avere una missione sacerdotale e nemmeno una funzione,  ma solo ho coscienza di poter indicare una methodos, un’altra via.

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Il messia mancato

Il fallimento del messianesimo

Ho cercato per anni di ricostruire la situazione ebraica della Pasqua del 36 d.C. e quella del settembre del 1666 per capire come un popolo di grande spiritualità possa essere rimasto,  di fronte ad un episodio di morte o di apostasia del proprio Messia.
Quale sentimento possa essersi provato, quale delusione dopo tanti anni, decenni, secoli  di attesa, proprio quando si è giunti alla liberazione, alla redenzione!.

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Apokatastasis ed Origene

La natura ed Origene

Apokatastasis ed Origene
E’ possibile ipotizzare razionalmente un kosmos ordinato secondo regole razionali, secondo logos in un’ oikonomia divina?
La phusis è figlia di Dio unigenita,  dicono i platonici e gli stoici (o meglio il figlio unigenito del theos è h phusis ).
Bene.
Ma c’è veramente ordine nel Kosmos, nell’uomo e in ogni vivente? oppure to pan è un insieme in cui esistono forze contrapposte o parallele o miste ed è geneticamente quello che è, cioè un magma indefinito, una materia /Ulh che si riproduce sempre  identicamente a se stessa, secondo un processo causale e casuale, ma anche secondo un proprio sistema di genomi,  secondo leggi fisiche chimiche, biochimiche elettrochimiche?

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La morte di un Dio

Roma, 24 gennaio 41: morte di Caligola Theòs

La morte di un Dio
Flavio  (Ant. giud., XIX,211) dopo aver parlato della congiura e della morte di  Gaio Caligola, conclude dicendo che il sovrano  aveva trattato con amore e rispetto i suoi amici Agrippa ed Antioco turannodidaskaloi, poi era diventato demokraticotatos molto democratico e si era allontanato dalla sua stessa  paideia e  docsa, nobiliare,  propria del perfetto Basileus/re  e
i suoi amici, perciò,  volta l’amicizia in odio, tramarono e l’uccisero.

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L’Italia dell’analfabetismo

Analfabetismo di ritorno

Da un’intervista del 1978 di Mario Gorini ad Angelo Filipponi
Professore, non le sembra strano che in una società acculturata, si parli di nuovo di analfabetismo?
A livello superficiale  può sembrare paradossale  che nelle società di rapido acculturamento, di alto benessere economico, democratiche, ci sia analfabetismo di ritorno, ma se si esamina il fenomeno, a livello profondo, si rileva che sono pochi coloro che detengono il potere culturale e che molti sono dipendenti e che gli uni hanno abilità di lettura e di decisionalità in situazione e gli altri ne sono privi.

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I due canoni

Differenze di costituzione dei canoni

Ad Iammia,  tra il 70 e 94 d.C.,  si decise il testo della Bibbia masoretica ( quella che oggi   diciamo Bibbia Stuttgartensia, cioè la versione a stampa del codice masoretico di Leningrado  redatto tra il VI e IX  d.C. dai custodi della masorah tradizione della scuola di Tiberiade che succede a quella di  Johanan Ben Zaccai) e si rifiutò quello dei Settanta, che era in lingua greca, usato dagli ellenisti.
Come sacre scritture furono considerate dagli ebrei:
Torah ( Pentateuco: Genesi, Esodo, Numeri, Levitico, Deuteronomio);
Nevi’im (Giosué ,Giudici, Samuele I-II, Re I-II, Isaia. Geremia. Ezechiele, 12 profeti minori);
Ketuvim (Agiografi: Salmi di Davide, Proverbi, Giobbe, Cantico dei cantici, Rut, Lamentazioni, Ecclesiaste, Ester, Daniel, Esra, Nehemia Cronache I-II ).

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Premessa a Ma,Gesù chi veramente sei stato?

Ma, Gesù, chi veramente sei stato?

 

1. Premessa
Fare luce su Jesous Christos Kurios per me è stato l’assillo della vita da quando bambino recitavo le preghiere e non capivo ciò che dicevo in latino,  da quando mi dissero che Dio si riposò il settimo giorno ed avevo la domenica come giorno festivo e non il sabato come era scritto nella Bibbia, da quando mi parlarono di un Gesù falegname che, però, era rabbì, e predicavano un Dio Veterotestamentario creatore crudele e selettivo e  un  Dio Neotestamentario Padre buono e misericordioso, da quando mi facevano cantare Deus Sebaoth/ dio degli eserciti, poi cambiato in Dio dell’universo.

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Nuova scuola

Scuola come officina-meccanica  per la formazione di persona creativa.

Perché non vendere tutti gli istituti scolastici? sono vecchi e non funzionali
Perché  col loro ricavato non si  inizia la costruzione di nuovi complessi, polifunzionali in aree agricole? costano poco o niente
Lo stato guadagnerebbe di certo tra  vendita di aree ed  edifici urbani ed acquisti di aree agricole da convertire in aree edificabili per edilizia scolastica!
Necessita una legge regionale? si faccia al più presto!
La nuova scuola potrebbe dare un nuovo volto all’Italia, spinta al rinnovamento culturale e ad una nuova politica,  grazie anche ad una ripresa economico-finanziaria !

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Caro Professore

Caro Professore,

ho sempre voluto scriverLe, ma non l’ho mai fatto prima per la paura di non trovare le parole giuste per esprimere quanto di positivo penso di Lei, per la consapevolezza dei miei limiti e della mia inferiorità nei Suoi confronti, che mi paralizza.

Ho deciso di farlo oggi, di getto, sia quel che sia, perché ne sento la necessità irrefrenabile, perché devo lasciarLe qualcosa di mio. So che Lei mi vuole bene e che perdonerà questa mia impudenza, che Le farà tenerezza.

Io devo ringraziarLa. Lei, tanti anni fa, quand’ero ragazzo, mi ha cambiato la vita. Mi ha indicato la via, mi ha dato gli strumenti per capire tante cose e scegliere.

Io La penso spesso e La cito spesso, come si fa per i filosofi e i grandi pensatori. E mi sono sempre sentito e mi sento niente di fronte a Lei, alla Sua incredibile intelligenza e cultura e sono sempre rimasto amareggiato nel vedere il Suo sconforto per non aver ottenuto i riconoscimenti che pure avrebbe dovuto ottenere.

Comunque, Lei, Professore, è un grande. Non c’è nessuno come Lei in Italia e forse nel mondo.
Lei è una delle menti più brillanti che ci siano mai state e il genere umano Le dovrebbe essere grato per il lavoro che ha fatto e per le cose che ha rivelato.

Quando leggo quello che Lei ha scritto non mi capacito, come tutti, e non posso credere che un uomo abbia potuto fare studi come quelli che Lei ha fatto.
Purtroppo, leggerLa è il più delle volte disarmante, perché è talmente grande la Sua opera e talmente alto il Suo livello che non ci si può che arrendere.

Ogni volta ci riprovo, a fatica, per cercare di entrare un po’ di più in quello che Lei ha scritto e tentare di capire qualcosa. Ciclicamente riprendo i Suoi saggi, ad esempio Jehoshua o Jesous l’avrò letto almeno tre volte, ma sono ancora molto lontano dal capire. Mi ci vorrebbe un’altra vita.E mi rammarico per non riuscire ad afferrare appieno il Suo pensiero, perché penso che arrivarci sarebbe per me carpire qualcosa di più del segreto della vita e, forse, essere più felice.

Quello che resta, però, è il Suo dito puntato verso la giusta direzione. Per me leggerLa è un ristoro, come un caldo abbraccio. Quando rileggo i Suoi romanzi mi sento al sicuro. Il Suo doppio decalogo è sempre lì, a ricordarmi all’occorrenza come comportarmi nella vita. Ed è un vero piacere leggere i Suoi articoli “di attualità”, per me più comprensibili, quando con estrema facilità liquida certi personaggi del nostro quotidiano, nella politica e nella cultura.
Scriva Professore, scriva ancora, perché io La leggerò e rileggerò sempre.E stia tranquillo: una bava di lumaca Lei l’ha lasciata, eccome!
Un caro saluto
Giovanni

 

Quale futuro?

Angelo Filipponi, dopo aver terminato il saggio L’altra lingua l’altra storia, scrisse nel 1995,  Quale Futuro?, un articolo inserito dall’editore nel Libro con la seguente premessa.

Se conosceremo la nostra storia, se impareremo a leggere, se daremo peso al nostro voto, noi tutti avremo un futuro nuovo, certamente migliore.

Leggiamolo insieme!?.

 

Come il bambino, condizionato dal proprio contesto sociale al momento dell’acquisizione del linguaggio, non riuscirà, poi, né da adolescente né da adulto a decondizionarsi – se non a prezzo  di grandi sacrifici e con grande forza di volontà e costanza, nonostante l’aiuto di un orientatore semantico e psichiatra-  così noi italiani  di cultura mediterranea e cristiana, militaristica, siamo storicamente costretti a rimanere attardati culturalmente nonostante  l’industrializzazione e la computerizzazione post-industriale.

La nostra storia condiziona  la cultura industriale, limita il nostro progresso, impedisce la nostra autonoma crescita. La situazione di un popolo di ex contadini, alfabetizzati male, educati secondo una tradizione estranea, di norma sincretici, talora operativi concreti, è quella  di dipendenza padronale.  Anche se non c’è più il padrone-barone,  c’è un gruppo organizzato di qualsiasi matrice politica o economica o finanziaria: è sufficiente un’organizzazione sistemica  funzionale  per essere padrone e per avere un popolo di dipendenti. 

I sistemi politici (di stampo sovietico o americano, di tipo liberale o fascista o di altro indirizzo) hanno dominato in Italia dalla fine della seconda guerra mondiale  fino a Tangentopoli, usando procedure  quasi simili, al di là delle ideologie  umanitarie, liberiste e liberali. Non è il caso di esaminarle, basterà solo dire che l’organizzazione  stessa partitica era garanzia di potere, di immunità, di ricchezza:  il politico era padrone del sistema  e perciò dettava le leggi in campo sociale, economico e  finanziario: la sua pratica era morale.

Le fonti del sistema governativo erano da una parte  la struttura verticistica e dall’altra l’orizzontalità dei pari grado secondo le formule proprie delle monarchie assolute: il papato  era il modello per tutti di efficienza, di sistema  organizzativo, di funzionalità operativa, di retorica verbale, di prassi etica (non quello riformato giovanneo, ma quello ancora di stampo tridentino). 

La scoperta del  malessere italiano  ad opera  dei Giudici  fino ad allora relegati  nell’ombra  secondo i dettami  costituzionali, ma in effetti dipendenti  dal sistema politico e con esso compromessi, determina una conflittualità tra magistratura ( o meglio tra alcuni pool manovrati da forze nuove, appoggiate dalla cultura di sinistra, potente propagatrice della cultura  partitica e della democrazia occidentale) e partiti, che si risolve in un caotico scontro di competenze, in una continua invasione di campo, in una chiara anarchia, nel momento della denuncia della fine della I Repubblica. Le votazioni dimostrano chiaramente l’immaturità  del popolo italiano,  analfabeta di  ritorno, che non avendo capacità di operare  collegamenti ed associazioni, non sapendo  fare storia, non è capace di interpretare le informazioni né di capire i messaggi  nel loro insieme.

La vittoria di Forza Italia e del Polo di Destra,che comprende e La Lega e A.N. ed alcun frammenti dell Vecchia  Democrazia Cristiana, sancisce la Leadership di Silvio Berlusconi.

La ” forza” di Berlusconi non è stata tanto la sua opposizione alla sinistra, quanto la sua presentazione come nuova contro il vecchio sistema politico, come diversa nelle procedure  e nel metodo, nella concreta realizzazione operativa.

Ingigantito, manager mitizzato, alonato  dai mass media  dalle reti televisive  di personale proprietà, Silvio Berlusconi, craxiano, è diventato di colpo il magico conduttore politico, il conducator manageriale, la sicura guida dell’Azienda Italia, presidente vincente capace di vincere come il suo Milan Europeo e Mondiale, primo ministro di un governo popolare in senso maggioritario, abile nell’applicare il sistema industriale nella conduzione statale!.

La scelta dei collaboratori, il reclutamento degli addetti all’organizzazione, la gestione privata e personale dello stato, lo stesso linguaggio  padronale e il  formalismo hanno continuamente dimostrato  e confermato la sua  novità politica  come  mancanza  di una solida preparazione politica e culturale, come segno  di una provvisorietà e superficialità operativa sconfinata, seppure comparata  con quella degli ultimi governi  della nostra infelice democrazia, in una palese smentita  degli slogan propagandistici.

Se il potere di Berlusconi derivava  dall’opposizione al male generico partitico, la sua fine implica ( al di là dei limiti decisionali e della mancanza assoluta  di una linea finanziaria ed economica reale ) una transizione  necessaria tra la Repubblica  e la nuova Repubblica da formare, che sarà molto lunga  e molto più difficile di  quanto possa credersi e sperarsi. La compresenza di uomini del passato, l’alternanza politica  con incapaci, compromessi palesemente, la garanzia stessa  di legittimità lasciata a Scalfaro, la conflittualità tra governo e magistratura, la indefinitezza dei ruoli e la ingovernabilità di un paese, economicamente avanzato,  socialmente  cresciuto ed orientato  ormai, nonostante i condizionamenti,  verso la vera industrializzazione culturale,  evidenziano una crisi politica  che non si risolve con le esortazioni di uomini, con l’eliminazione di partiti o col cambio di nomi, ma può essere normalizzata e superata solo con la crescita culturale della massa, educata alla lettura e alla prassi  decisionale, oltre che al rigore metodologico  e sistemico, sulla base della storia.

La facilità con cui si creano miti in Italia, propria del Classicismo, del Medioevo. del  Rinascimento e del Risorgimento, del Fascismo   e della liberazione – l’eroe, il santo, il cortigiano, il patriota,  il camerata hanno la stessa connotazione fabulistica, sulla base di un reale successo personale moltiplicato dalla poesia – è segno di un’anima popolare  non ancora razionalizzata.

I miti nascono sempre in situazioni di crisi, in momenti conflittualità e sono necessari perle parti in lotta, ma esprimono la puerilità e fantasticità popolare: sono testimonianza  di una confusione trasformata a volte  in prassi artigiana.

Ora la nostra  situazione culturale autorizza la creazione infantile  di uomini simboli, di eroi che combattono  per la distruzione del male, di Ercoli capaci di liberarci dai mostri, oppure permette visioni bibliche con l’arcangelo Gabriele in lotta col diavolo o ipotizza santi che sconfiggono  terremoti, pesti e carestie, taumaturgi e  benefattori dell’umanità, assistiti da Dio: La matrice classico-cristiana, specifica del Medioevo, ci unisce al mondo mediterraneo e ci accomuna  alla cultura araba,  che presenta le stesse connotazioni  diali classico-religiose ed evidenzia strutture oppositive.

Non è qui il caso di mostrare come l’integralismo arabo lotti, oggi, per il mantenimento  di una società feudale, per un  sistema medievale  e per una cultura islamica pura  a difesa della tradizione culturale, unica possibilità di stabilità non solo religiosa.

L’azione del Centro islamico di salvezza determina la politica in Algeria, come opposizione ad ogni novità industriale, come lotta contro la demonicità americana.

La religione, come centro di potere, dal quale si irradiano tutti  i fenomeni culturali e come punto di convergenza  di ogni elemento, come  sistema appreso dal gruppo social e grazie a simboli, veste allegorica  di una realtà superiore, quale realtà distintiva  di una storia popolare, prodotto di un’azione anche umana, condiziona il pensiero degli uomini  e di popoli, tesi ad un’autonomia culturale. Perciò la cultura islamica trasmessa geneticamente tramite le componenti biologiche, ambientali, psicologiche e storiche, strutturata in modo capillare intorno al sistema,  esprime il processo storico  di adattamento essenziale  alla sopravvivenza in specifici  contesti (specie nordafricano o mediorientale) come unica risposta di masse  semianalfabete o appena alfabetizzate  secondo schemi religiosi.

La cultura araba, ondeggiante tra nomadismo ed agricoltura, classicamente composta sulla base del substrato ellenistico e bizantino, è così efficace da mantenere uniti popoli, da regolare la condotta popolare ed individuale, da creare un sistema  secolare organizzato, poetico ed  irrazionalistico, umano e naturale.

D’altra parte la stessa cultura cristiana, cattolica, nonostante l’opposizione,  avente lo stesso ambiente mediterraneo, seppure nord-occidentale, con quella copta-ortodossa,  nord-orientale,   ha svolto e svolge  parallelamente la stessa funzione,  come erede,  da una parte, del sistema  latino-ellenistico,come coagulante delle spinte  barbariche  germaniche e da un’altra di quello ellenistico-bizantino, ariano, e si è strutturata  come sistema omnicomprensivo  secondo processi adattivi secolari, tipici, per la sopravvivenza di popoli e di individui.

Ora popoli ed individui, pur nel sistema collettivistico, possono apprendere unitariamente  altra cultura, come forma diversa  mediante processi dinamici  di inculturazione e di socializzazione.

Inoltre la variabilità culturale  mostra chiaramente come ogni individuo o popolo si differenzi di fronte ad una stessa domanda e come nessuno risponda  in modo eguale  alla stessa sollecitazione, sia linguisticamente  che praticamente.

Infine  si rileva che le risposte  sono variabili in relazione  al numero dei soggetti, interessati.

Perciò, essendo innato il tentativo  di adattamento  al sistema e quindi essendo diversa la forza necessaria  per una espressione creativa, personale, è chiaro che ciascuno  cerchi con l’inculturazione e con la socializzazione  vie nuove  per una  propria funzione contro il sistema condizionante.

Ora il sistema religioso islamico, corrotto  da una cultura estranea, a causa della migrazione  dalla Africa Settentrionale  in Francia ed in Europa  è disgregato nelle sue intime connessioni  dalla tradizione nei suoi  valori essenziali, a contatto con non  credenti /meslim.

Da qui il vuoto  culturale di individui  vuoti in se stessi, privi di identità socio-culturale, non autonomi.  La massa di credenti è annichilita a contatto con la cultura occidentale,  industrializzata; gli altri, acculturati o clero, dànno risposte  differenziate in  relazione alla formazione, alla propria cultura e famiglia. Comunque, alcuni, quelli razionali, pur clero, pur critici di fronte alla cultura tradizionale, restano legati al sistema e cercano parziali aggiunzioni  per modifiche sovrastrutturali, compatibili: pochissimi, accettando entusiasticamente il nuovo,  operano da apostoli e profeticamente lottano  per un processo di sostituzione  a tempo lungo, senza attendersi  processi sincretici in cui, lentamente, col tempo, il diverso (l’altro)  si innesta nel vecchio, apportando modifiche strutturali e quindi sistemiche.

In Algeria  la lotta tra il Fronte  di Liberazione nazionale  e il FIS  è determinata   dallo scontro tra gli innovatori occidentali (che, industrializzati, a contatto  con la cultura francese  contro cui hanno combattuto e vinto, in una rivendicazione nazionalistica, giusta , desiderosa dia accelerare i tempi  di deculturazione e di sostituzione, hanno sperperato il loro patrimonio  di merito come partigiani  e come liberali) e gli integralisti ( che, timorosi di estinzione della loro cultura natia, reagiscono per non perdere  la loro possibilità di sopravvivenza  islamica, in stretta relazione e connessione  con la predicazione di imam  e con lo spirito coranico).

Se la storia civile diventa espressione naturale di una conflittualità culturale in Algeri, come in Egitto, In Iran,  e in ogni sistema islamico,- diversa è  la rivendicazione statale di Al Fatah  di una  Palestina autonoma, libera nel suo territorio cisgiordano dalle milizie israeliane, indipendente, giustamente riconosciuta, (finalmente!)  nei suoi diritti ad  Oslo –   in Italia la battaglia democratica  è, invece, il segno  di una conflittualità che degenera  e porta ad altre forme  di combattimento, essendo simile la situazione religiosa  che implica, al di là  delle differenze storiche e fideistiche, una similare struttura  economica, sociale e militare.

La nostra cultura cristiano-mediterranea  e quella araba medievale  sono espressione di un ritardo culturale  storico non sanabile  con un “salto” culturale ( che diventa solo un fatto strutturale che non produce incisioni  sulla natura popolare).

La recente storia  insegna che in Italia è ancora profonda la ricerca di santi, di eroi, di uomini carismatici di domini, di principes, di padroni   a cui affidare  la gestione dello stato  e l’amministrazione della familia! 

Noi italiani  non siamo ancora maturi, efficienti, autosufficienti, ma siamo bambini abili forse a costruire singolarmente o   artigianalmente e familiarmente qualcosa, ma dipendiamo dal padrone!

La secolare dipendenza dalla Chiesa  e dai baroni  ha un significato profondo, come lo è  per il mondo arabo in cui   sono significativi l’organizzazione islamica e il  sistema  verticistico: le differenze sono piccole, direi irrilevanti e dovute solo alle diverse professioni religiose e  ai contesti ambientali. I popoli  mediterranei, europei ed africani, tutti  ellenizzati e romanizzati  omogeneamente, compresi la Turchia, La Siria e il Libano, Israele e Palestina e   Giordania, sono culturalmente medievali, masse costruite fideisticamente, con una tradizione più  o meno secolare, più o meno forte, con punte massime in certi momenti storici, ma tutte accomunate e radicate con la religione:  i cattolici con la cultura medievale tridentina, gli ortodossi con  le strutture  bizantine foziane e i musulmani col puritanesimo islamico.

Ora  la cultura cristiana medievale  tridentina, come anche le altre forme, è  dogmatica, verticistica, aristocratica, antipopolare, nonostante la caritas che è  solo un’ espressione di  elemosina: le sue strutture strategiche  sono quelle dei sistemi  autoritari, antilibertari.

In tali sistemi la massa non è uscita ad adultismo, né mai lo potrà perché la Chiesa ha proposto e propone  classicamente solo modelli di santità diversi a seconda dei tempi  con una precisa alonatura, mediante uno specifico sistema  di acculturamento ( ora ripreso  dalle Tv  e dai Mass media in genere). La  massa dei fideles cristiani europei, non solo mediterranei, ha bisogno di imitare, di seguire exempla per un iter purificativo collettivo, non personale. Perciò la Chiesa propone  ancora itinera di santità flessibili, creando beati quelli che possono essere di esempio a porzioni di popolo.

Una tale  organizzazione, seguita per secoli,  lascia un condizionamento, quasi un marchio  che, per essere decondizionato e lavato,  ha bisogno, dopo la presa di coscienza  e il positivo orientamento, dello stesso tempo  più un terzo (per i cattolici 450 circa  più 150= 600 anni !??): sono perciò tempi lunghissimi, che nessuno di noi  vedrà e  e neppure i nostri figli e i figli dei  figli perché  sopravvive anche il sistema  condizionante  con altri uomini ed altre strutture, sempre imperante: le masse devono prima rompere   la formazione magmatica ed individualizzarsi  a gruppi per essere avviate,  a corpuscoli, o individualmente,  in relazione alla propria tipicità,  in senso positivo.

Comunque l’Italia attuale, al di là del lungo decondizionamento, – avendo toccato il fondo con l’esaltazione dei politici,  degli eroi della democrazia repubblicana, pagati, celebrati, alonati dall’opinione pubblica  e dalla  massa di semianalfabeti, dai mezzi di comunicazione, coscienti solo di un malessere generale, fatalisticamente accettato come fenomeno naturale, permesso da Dio- è caduta in piedi, miracolosamente ed è ripartita intronata, disorientata : al posto dei vecchi politici ci sono i  loro ex sostenitori, proteiformi managers, avvicendati dalle  lobby.

Il governo Amato è stato da una parte l’ultimo, dall’altra l’inizio di una conversione finanziaria , meglio di un’inversione continuata col ministero Ciampi, nella volontà di una rivalutazione del sistema  economico  svalutato, emblema  e segno visibile di uno sfascio  costituzionale politico di immense dimensioni.

La proposizione ad eroe nazionale, un po’ pazzo, un po’ serio, è iniziata con le picconate di Cossiga, che, specie, all’estero,  attaccava il sistema italiano, di cui era presidente e garante, mostrando la propria impotenza di fronte ad un regime  partitico clientelare e ad una organizzazione  mafiosa politico-religiosa.

Il grande picconatore sardo era  per il popolo  l’eroe, capace di smantellare  col suo protagonismo senile il regime della I Repubblica  di cui era stato grande elettore, protettore e gladiatore convinto.   Questa, comunque, non poteva cadere se non con la denuncia della  Banca Tedesca  che rilevava la debolezza della lira italiana e quindi affossava  l’economia e la millantata industrializzazione.

Nel giro di un paio di anni la lira  perdeva  1/3 del suo valore  sconvolgendo l’opinione  pubblica, producendo un trauma nella massa di risparmiatori, lentamente portati alla miseria  con l’abnorme tassazione.

La lezione impartita da parte germanica, già tesa alla riunificazione, l’emergere prepotente della figura di Bossi, nuovo eroe lombardo, nuovo  Alberto da Giussano contro i teutonici, ma anche nuovo longobardo  contro i Romani meridionali, determinano sconvolgimenti nei partiti, attriti,cadute di potere  tra cui trova spazio  l’azione di Mani pulite, di giudici, che dànno inizio a Tangentopoli.

Nel clima giuridico  s’impone per la sua popolarità  marcata di molisano  meridionale che diventa espressione di una volontà  di pulizia morale.

La massa, che vede Di Pietro nuovo S. Michele che attacca il drago  partitico  e che, incolume, vince, rimanendo immacolato, vota, però,  in un clima di palingenesi politica  e sociale per un altro eroe, Silvio Berlusconi.

La conflittualità tra l’eroe al potere, il presidente vincente – tradito da Bossi, boicottato da  Scalfaro, inquisito da Di Pietro (che fa il gran rifiuto teatralmente, uscendo in punta di piedi dalla scena politica!?), simbolo  del nuovo corso-e il mostro dell’opposizione, metà grifone cristiano, metà ateo caprone infernale,  è la nuova epopea, cantata con termini epici retoricamente elaborati da telegiornali nazionali.

La massa popolare, bestemmiando, segue  le solite peripezie,  i soliti salti,  e ribaltoni, i soliti giochi partitici  politici: niente è cambiato in Italia: il bizantinismo determina ancora la situazione caotica italiana germanica!.

Non saranno i Cossiga, i Bossi  i Berlusconi, i Di Pietro,  a cambiare l’Italia e a portarla in Europa e nel Mondo, nel posto primario  che le compete,  ma noi tutti, se conosceremo la nostra storia, se impareremo a leggere , se daremo  peso al nostro voto  garantiti da una nuova costituzione.

   Nasce un’epoca nuova con una nuova scuola(!), con una  nuova costituzione repubblicana(!), con uno stato Europeo, autonomo, in una Confederazione  politica europea(!)?

La massa italiana ancora legata ai sindacati, alla chiesa, alla politica, ai politici collusi col potere finanziario, con quello religioso e mafioso, rimane sottomessa, incapace di una rivoluzione sociale, democratica repubblicana, ancora bambina di fronte all’adultismo politico sindacale religioso,  postdemocristiano e postsovietico!.

Finché mafia meridionale, holding americane,  welfare caritativa  ed assistenziale,  il cristianesimo col suo apparato vaticano  filantropico,  avranno nel sistema politico i loro vertici  di riferimento,  l’Italia o berlusconiana o sinistrorsa,  pur con  con varie modifiche e cambiamenti camaleontici, manterrà le sue strutture amministrative, indenne, nonostante le migrazioni numerose   dell’Est ex sovietico e quelle  dei flussi migratori africani!.

Solo quando finirà il castelletto bancario dei vecchi,- il risparmio di una vita di sacrificio,   tipico dei nonni e padri che non hanno saputo educare i propri figli all’autonomia personale, perché fiduciosi  nel progresso, ancora convinti della superiorità dell’élite  bianca cristiana ed Europea occidentale- di fronte ad una situazione di effettiva miseria,  la massa, pur se analfabeta di ritorno, nonostante laurea e diploma popolari, è costretta ad una revisione, a tagliare nettamente  tra passato e presente, a decidere un voto di contestazione  rivoluzionario, ad azzerare la politica  e i politici degradati, uniti dalla mafia  verticistica, di qualsiasi matrice.

Mi  auguro che il nuovo corso, nato da una esperienza diretta di pessima politica ed amministrazione sia atto consapevole  di volontà di distacco sia da destra che da sinistra, dalle ideologie e dai sistemi mafiosi  e risulti inizio di un avviamento operativo secondo una metanoia  di vera innovazione,  senza  più connessione con  il perbenismo  formale partitico e i vincoli  delle vecchie utopie  novecentesche,  e sia  un cambiamento rivoluzionario  neoteropiia  che cancelli il senato, la figura del vecchio politico demagogo,  la mistione  deleteria tra Stato italiano  e Vaticano- uno Stato  cancro per Roma e per l’Italia-.

Sulla base di questa discontinuità si crei un nuovo Stato italiano , europeo  anche con frontiere molto più ampie di quelle attuali, (compresa Turchia e Russia ) sulle comuni basi  ellenistico -bizantine (anche islamiche).

Noi, che siamo stati per secoli abili a sopravvivere anarchicamente, da soli,  senza governo,  e capaci di creare, seppure confusamente  strutture proprie  di autoconservazione grazie al lavoro  e alla solidarietà, pur nella pazzia ed invidia paesana, faremo  la nostra  storia razionalmente, nonostante lo stress psicofisico,  le depressioni e l’impoverimento  progressivo, e  riusciremo, grazie al sacrificio  necessario per il nostro riscatto e  per un reale progresso  proprio, senza  la dipendenza da altri, a crescere  e a spostarci  dalla iniziale fase di  discontinuità,  e ad orientarci, pur tra le diverse vie, positivamente, secondo le direttive della nostra classica e rinascimentale  tradizione,  tanto da costituire metodologicamente sistemi articolati  di base artigiana, seppure diversi da quelli  antitetici tradizionali, ed  integrarci nella cultura industriale mondiale.

Allora la storia non sarà più di altri, ma sarà nostra e scandirà  i nostri passi, le nostre cadute  e i nostri progressi: la volgare lingua, italiana, segnerà i nostri contributi culturali, come testimonianza  della mediterraneità ed europeità, con termini tecnici di un mito progressivo popolare.

 

 

 

Frontone e gli Antonini

Da L’altra lingua l’altra storia (Demian, 1995), capitolo sesto L’altra Italia p.101: Abbiamo accettato di essere dei culturali e così ci siamo confinati  nella posizione, che ci  attribuivano coloro che si dichiaravano o consideravano se stessi dei politici (E. Vittorini, Menabo).

Ma, ora diciamo Basta! Siamo tutti politici !(Ibidem, La nuova Italia democratica del Duemila, p.122).

 

Ho sempre saputo che accanto alla domus giulio-claudia ci sono i migliori retori  ellenistici e ho proclamato giustamente Gaio Caligola sublime, interprete perfetto dell’ opera del Peri upsous, coeva.
Ho anche affermato che Flavi e Antonini con i loro letterati hanno combattuto una mostruosa battaglia diplomatica e propagandistica  impossibile contro la  grandiosità, eccezionalità,  superiorità della famiglia giulio-claudia  e contro il suo patrimonio culturale: ogni battaglia era persa. Solo la maldicenza aveva qualche risultato: la deformazione della figura di Tiberio, l’invenzione della pazzia di Caligola, della seminfermità  di Claudio, dell’istrionicità di Nerone potevano  alleggerire la sconfitta del confronto (Cfr. A. Filipponi, Caligola il sublime,  Cattedrale 2008).

I letterati flavi, quelli antonini e quelli severiani, hanno tre modi diversi di  confrontarsi  e di paragonarsi, secondo, comunque, una  propria logica di consacrazione ufficiale,  in relazione ai rispettivi tempi di scrittura.

Cerchiamo, quindi, di fare un lavoro storico (e storiografico) serio, su queste tre famiglie  al fine di definire  oggettivamente, per quanto è possibile, secondo logica tuzioristica,  il reale apporto della domus giulio-claudia rispetto alla Res publica, nella situazione  successiva alla battaglia di Azio…

Il problema del passaggio dalla Costituzione repubblicana a quella  Augusta/monarchica  l’abbiano esaminato in tanti altri lavori   (Giudaismo romano, Caligola il sublime,  ecc) e lo abbiamo valutato come fenomeno necessario ed utile  anche per equiparare la cultura occidentale a quella orientale, secondo un progetto. realizzato prima da Giulio Cesare e  poi da Ottaviano Augusto…

I flavi, secondo noi,  sfruttano il soterismo orientale,  consacrando il numen di Vespasiano, come Serapide  in Egitto, che riporta definitivamente la pace dopo il fatale 69,  ripristinando   con le truppe di Tiberio Alessandro,  di  Gaio Muciano  e di Antonio Primo il kosmos, turbato dalla fine della casata giulio-claudia  e finito nel caos  di una lotta fratricida  tra Galba, Otone e Vitellio.

Il regnare  di Vespasiano e dei suoi figli, dopo la domus  augusta, non è  cosa facile: bisogna giustificare il diritto di successione al potere di una famiglia non fortunata, ma meritevole dell‘imperium per elezione divina.

Il ventisettennio flavio di regime (69-96 d. C.)  è  secondo la volontà degli dei, che hanno punito gli eccessi  della domus dominante e hanno premiato la domus sabina, conservatrice, occidentale, vincitrice della guerra giudaica e della guerra civile,   capace di riportare l’ordine e la pace in Occidente con gli eserciti orientali: è una coniuratio orientale opposta a quella occidentale di Ottaviano, come una rivincita antoniana ed egizia!

Negli  anni di guerra giudaica Vespasiano conosce il messianesimo,  secondo la musar aramaica, volgarizzata ed ellenizzata poi da Giuseppe figlio di Mattatia,  interprete, uomo di famiglia sommo sacerdotale da parte paterna  (Cfr. Bios) e asmoneo da parte materna, fatto prigioniero ad Iotapata, come comandante,  responsabile militare della Galilea.

Il Legatus romano apprende da lui  il valore del Messia, allora propagato in terra  giudaica   e mesopotamica   in una versione come venuta del Meshiah/ Christos  o in altra altra, tipica gerosolomitana,  come  suo ritorno/ parousia, vittorioso,  trionfale.

Giuseppe, pur formatosi aramaicamente  secondo il pensiero  degli esseni,  pur  seguace della setta farisaica  e dell’asceta  Banno, avendo già i germi dell’ellenizzazione sacerdotale propria dei sadducei,  filoromani, educati da oltre  due secoli alla paideia,  tradisce il messianesimo aramaico poiché ben conosce la superiorità militare romana ( cfr. Discorso di Agrippa II, Guer. Giud., II, 345-404)  mediante l’espediente sacerdotale della rivelazione e manifestazione del disegno divino: mentre i compagni  si uccidono, sacrificando la vita in nome del martirio  zelotico, lui, rabbi farisaico,  con un altro, si consegna ai romani e a Vespasiano, predicendo un ambiguo Khresmos, attualizzato, secondo un ermhneuma  personale,

Giuseppe  Flavio  in Guerra giudaica III, 401, infatti, scrive, rilevando l‘arcano divino:  su Kaisar, Ouespasiane, kai autokratoor, su kai pais o sos autos. Desmei  de me nun asphalesteron kai threi seautooi. Despoths  men gar ou monon emou su, Kaisar, alla  kai ghs kai thalasshs kai pantos  anthoopoon genous. Egoo d’epi  kai timoorian deomai phrouras meizonos ei kataskhediazoo kai theou./ tu, Vespasiano, sarai Cesare e imperatore, tu e tuo figlio. Fammi ora legare  ancora più forte  e custodiscimi per te stesso, perché tu, o Cesare, non sei soltanto il mio padrone, ma il padrone anche della terra,  del mare  e di tutto il genere degli uomini ed io chiedo di essere punito con una prigionia più rigorosa se sto scherzando anche con Dio.

Il sommo sacerdote, secondo V.  Ussani (Rendiconti  Pontificia Accademia  Archeologica,X 1934 p.157 sgg. e volume II p.665) nel fare la conta,  sbaglia  per ingannare i compagni di Iotapata, come risulta anche in Traduzione slava (cfr. Eisler).

Vespasiano è, dunque, l’eletto del theos di Israele, che ha un piano  divino e lo manifesta a Giuseppe, destinato al martirio,  in sogno, stanco della strage degli amici,  a cui dà virtù profetica: E’ un‘elezione doppia -quella dell’ermeneuta e quella del legatus neroniano- da parte del Theos upsistos/Shaddai, chresth/utile per l’universalismo romano e per  l’etnos giudaico, che deve accettare la superiorità militare  e  la nuova  oikonomia divina, che con la nike/vittoria  sancisce il diritto dei vincitori sui vinti, in una superiore imperscrutabile visione della storia.

Il legatus neroniano non deve credere di avere davanti un  aichmalooton/prigioniero, ma un aggelos /nunzio di cose maggiori /meizonoon,  in quanto inviato in anticipo da Dio / upo theou  propempomenos, conscio dell’applicazione della legge mosaica, che impone il martirio del comandante:  la notizia è un segreto per il  dux,   che  lo estende anche al figlio Tito e ad altri due ufficiali.

Si è nel mysterium, nell’ area sacrale di un’epiphania segreta!

Giuseppe,  prima della rivelazione, fa tre domande: 1. Mi mandi a Nerone?! 2.  Perché /Ti gar?   seguono nel testo puntini …  3. Quelli successori dopo Nerone resteranno fino a quando?/ oi meta Nerona mechri sou diadochoi menousin;

Il testo è corrotto ed incerta la posizione di  mechri sou, per cui non è facile stabilire  una reale datazione, possibile, se si pensa che subito dopo Iotapata,  Vespasiano trasferisce, dopo due giorni,  l’esercito a Tolemaide, dopo un’altra giornata di marcia  (solo 15 km dividono le due città!)  e si stabilisce a Cesarea  Marittima, dove arriva  a seguito di altri 3 o 4 giorni di marcia, essendo  le due località  abbastanza  distanti.

Al di là della precisa datazione della profezia,  avvenuta, comunque,  prima della morte di Nerone (8 giugno 68), forse quando Vespasiano è a Cesarea nel mese di luglio del 67 (Iotapata è presa dopo circa 47 giorni di assedio, il 1 Luglio!)  la notizia ha grande valore,  in quanto rivela quanto accade esattamente, due anni dopo,  il  1 luglio del 69, la consacrazione del dux ad autokratoor a Berito e  poi ad Antiochia.

Per il momento un dux, prudens, come Vespasiano, essendo la situazione incerta dopo la morte di Nerone, invia Tito  a rendere omaggio a Galba  per avere disposizioni sulla guerra in Giudea, accompagnato dal re Agrippa II e da sua sorella Berenice, con la quale già sembra convivere.

In Acaia i due sanno dell’uccisione di Galba (dopo soli sette mesi e sette giorni di regno), e dell’acclamazione a imperatore del suo rivale Otone su nomina dei pretoriani e quindi dell’elezione  successiva di Vitellio ad opera delle truppe germaniche.

Agrippa decide di proseguire perRoma, senza preoccuparsi del cambiamento intervenuto, mentre Tito,  richiamato dal padre, meglio informato sulla situazione da suo fratello, Flavio Sabino – che è a Roma come praefectus urbi dal 56 d.C. fino alla morte nel dicembre del 69  ad opera di Vitellio,  in modo quasi ininterrotto- torna in Siria e  lo raggiunge  a Cesarea, ancora incerto sulla accettazione della designazione imperiale dei militari  siriani e  giudaici.

I due, padre e figlio,  col loro consilium di legati,   decidono di sospendere le operazioni militari contro i Giudei, in attesa di conoscere  gli sviluppi della guerra civile a Roma.

Nonostante  la  reticenza/aposioophsis, Vespasiano, alla fine,   accetta l’elezione ad imperatore solo dopo la proclamazione  delle truppe di Egitto di  Giulio Tiberio Alessandro,  governatore  e figlio dell’alabarca  Giulio Alessandro,  concordi con quelle di Siria e con quelle di Mesia.

Il successivo trasferimento da Antiochia ad Alessandria, dopo aver spedito  in Italia, via terra, le truppe di Antonio Primo e  quelle di Muciano  contro Vitellio, è in relazione ad una logistica  impostazione militare, di supporto alla  guerra  civile tra Oriente ed Occidente, dopo la fine di Otone.

Conosciuta la  morte di  Vitellio a seguito della  sconfitta di Bedriaco nel dicembre del 69 e poi dei tafferugli, verificatisi  a Roma contro Flavio Sabino e Domiziano, suo figlio,  Vespasiano assume di fatto  il potere assoluto in Alessandria, intenzionato a  tornare a Roma agli inizi della primavera.

Dopo aver inviato Tito con nuove truppe alla conquista di Gerusalemme, veleggia per Roma,  dove entra i primi di maggio del 70,  poco prima della distruzione del Tempio.

Il Messia, dunque,  venuto dall’Oriente a salvare il mondo romano dalla catastrofe, ad invertire la rotta assolutistica neroniana, a riportare la libertas democratica, a ripristinare l’accordo tra potere regnante e senato,  è Vespasiano.

Flavio mostra con i fatti che  che Vespasiano è il redentore e pacificatore del mondo, non il Messia  proclamato dai saggi di Israele  (VI,312).

Si parla di un Khrhsmos amphibolos/ un’ambigua profezia,  trovata nelle sacre  scritture, che predice  la venuta di  uno proveniente dal paese giudaico,  destinato a comandare il mondo (arcsei  ths oikoumenhs).

Per Flavio, dunque, i suoi connazionali ebraici – che riferiscono tale notizia al messianesimo – si sbagliano perché il  Theos  ha stabilito nella sua  oikonomia  l’egemonia di Vespasiano, acclamato imperatore in  Oriente, riconosciuto ora in Occidente e stanziato a Roma.

Flavio giustifica la fuga del Dio verso Occidente  riprendendo l’idea del ritorno in Occidente di Dioniso con Ottaviano, collegando la  fortuna di Ottaviano, poi  Augusto, con quella di Vespasiano Soothr.

Egli rettifica che l’adventus augusti, cioè di un imperatore, riferito a Vespasiano,  è voluto da Dio , che ha eletto  Roma come sede, destinando alla distruzione il tempio di Gerusalemme, non più suo luogo sacro e   l’abbandono   definitivo  della stirpe giudaica,  non più erede, essendosi scambiato il cleronomos: Esaù (il pagano) e non Giacobbe/Irael (il vedente)  è il legittimo erede! Roma è la nuova Gerusalemme!

L’opera del Regime  di Giuseppe Flavio, (Guerra Giudaica, in 7 libri), pubblicata nel 74,  è come un manifesto del  governo legittimo in contrapposizione a quanti interpretano male la profezia.  portando a rovina e allo sterminio la loro patria: la  sua opera tende a mostrare come Roma sia  l’ eletta al dominio universale e che la domus Flavia   è la depositaria del Cleronomos.

L’astuto sacerdote, tradendo, è cosciente  di ciò  che vuole  dimostrare  in senso  giudaico-ellenistico, avendo intenzione di comunicare anche a giudei romani quanto già scritto in aramaico per i barbari mesopotamici  ebraici senza la retorica greca, solo secondo acribeia e ricerca dell’alhtheia: suo skopos iniziale  è collaborare  per salvare il salvabile – così da impedire  la distruzione del tempio,  bollare la stoltezza correligionaria (prefazione Guerra Giud., I, 1-3;  VII,455)- e poi per accettare la volontà divina di abbandonare il popolo eletto definitivamente.

In effetti Giuseppe di  Mattatia  non è il profeta  -lo è  Johanan ben Zaccai, fuggito da Gerusalemme,  il cui vaticinio come venuta o  ritorno del Signore è collegabile con  l’attesa dei cristiani poi di Antiochia -.

Giuseppe, ora divenuto  liberto Flavio, invece, si fa  garante del vaticinio riferito pubblicamente dopo  solo il 1 luglio  del 69, essendo desideroso di esaltare la grandezza dell‘imperator  e il suo orgoglio patriottico nazionalistico in una volontà di rispetto per la verità storica, in opposizione alla storiografia greca,  biasimata perché genere misto  di retorica e poesia (Contra Apionem, 1,26 sgg.),  teso all‘effetto (logoon dunamis).

E’ chiaro che gli storici successivi, Tacito  (Historiae I,10,3, II,1,2,  V 13,2) e anche  Svetonio  (Vespasiano, 4-9 ed infine  Cassio Dione, St.Rom.,  LXXVI,1,4) dipendono in gran parte  da Flavio.

La domus flavia è stata  mostrata, dunque, in Guerra giudaica come  una dinastia  plebea,  sabina, proveniente da Cotilia, rispetto  a quella popularis cesariana e claudia aristocratica,  che ha un gravis dux di 60 anni e due giovani di grande avvenire, come  Tito e Domiziano, nota come  rispettosa  del senato e della sua auctoritas  tradizionale, in linea con le  rivendicazioni  precedenti  d’epoca caligoliana e poi  neroniana, contraria all’assolutismo imperiale.

Il momento flavio risulta  una rivalutazione in senso  senatorio e sembra dare  rilievo  al ceto equestre, determinando una rivoluzione  nel sistema di rapporto tra corte e cittadino.

La corte  premia lo scrittore, servile, lo promuove nelle cariche amministrative, che diventa segretario, distinto a seconda delle funzioni svolte …

L’indirizzo flavio,  favorevole al ceto equestre,  determina uno stravolgimento della stessa storiografia in quanto  vengono fuori  funzionari amministrativi e militari nuovi con un ampliamento di potere a scapito della classe senatoria aristocratica, detentrice, fino ad allora, del potere della storiografia, annalistica.

Perciò i flavi, sfruttando il filone  della valutazione negativa della domus dominante, dopo il saccheggio degli archivi giulio-claudi,  inclinano a riportare in auge i letterati che rimpiangono la Libertas democratica, specie nella trattazione del tema delle guerre civili: viene fatta una revisione con soppressione dei testi filogiulio-claudi e  con esaltazione di quelli  ostili repubblicani, che denigrano ogni figura imperiale, esaminata nel suo  tipico aspetto negativo, ad eccezione di  Giulio Cesare e di Giulio Cesare Ottaviano Augusto.   Vengono amplificate  e propagandate le spintrie di Tiberio e le pazzie di Caligola, derisi la mente svampita e  il vizio del gioco di Claudio, la teatralità tragica di Nerone col matricidio e uxoricidio, con l’incendio di Roma.

Nonostante la parodia della domus, le predizioni di un futuro regno in Gerusalemme (nonnulli nominatim  regnum Hierosolymorum. Svetonio, Nerone, XI),  Nerone  è l’incubo dei flavi ( Svetonio, Nerone LVII e Domiziano, XIV) perché presente nella memoria popolare – che lo  crede vivo- tanto che Domiziano, avendo timori di congiure,  fa uccidere il segretario Epafrodito considerato  in adipiscenda morte  manu eius adiutus , aiutante con le proprie mani a dare la morte all’imperatore, come  reo di lesa maestà!

In questo clima revisionistico Aulo Cremuzio Cordo è il simbolo dell’opposizione alla domus Giulio Claudia, magistralmente ripreso come denuncia di orientamento senatorio  da parte di Tacito.

Gli annales di Cordo,  suicida, processato e condannato sotto Tiberio ad opera di Elio  Seiano, sono una dimostrazione del  sentimento repubblicano, che inneggiano all’ultimo  dei Repubblicani, Cassio, e alla morte di Cicerone.

Eppure, anche se conservati per breve tempo sotto Caligola,  non ci sono tramandati  come  esempio di storiografia repubblicana, perché non utili ai fini flavi ed antonini.

I Flavi riprendono e tramandono invece  la parabola  della vita umana di Seneca il Vecchio scrittore di Historiae (Ab initio bellorum civilium)  che, dopo aver mostrato l’inizio regale di Roma come infanzia e puerizia sotto i re,  l’adolescenza nel periodo della prima repubblica  mostra la  sua maggiore età, erudita,  al momento del preferire l’obbedienza  più alle leggi che ai re. Si fa l’elogio della maturità repubblicana secondo la stesse direttive di  Panezio e di Polibio nell’epoca della  conquista mediterranea,  mentre si condannano le divisioni e  le guerre civili del periodo graccano, poi  di Mario e  di Silla, di Cesare e Pompeo e di Ottaviano ed Antonio,  e si rilevano il logorio e lo sfinimento senile delle genuine forze  repubblicane.

Il sorgere dell’impero è considerato  momento di  senile  decadenza in quanto lo stato, indebolito, non sa reggersi da solo ma ha bisogno di  regnanti.

Da qui la  sottesa denuncia politica  di Seneca padre,  del rimpianto della libertà sotto il  principato  di Augusto, Tiberio e Caligola, contrassegnato da violente congiure, tipiche  dell’animus aristocratico.

Non è da escludere un antimperialismo  in Fenestella (autore di Annales ) e  in  Aufidio Basso, le cui Historiae, nonostante l’epicureismo, presentano venature di pensiero filosenatorio…

La coscienza di Roma caput mundi,  divina, implicita in questi scrittori repubblicani,  risulta un’accusa contro i giulio-claudi che, invece, hanno seguito l’indirizzo della basileia ellenistica e hanno divinizzato il princeps al fine  di uniformare ed assimilare l’autokrator dotato di potestas tribunitia e dell’exousia/Imperium  proconsulare  con l’assolutismo regio orientale di Diodoro Siculo e di Dionisio di Alicarnasso,  Nicola di Damasco,  che preferiscono il modello seleucide  e  lagide.

I flavi,  inoltre, dando rilievo a  questa letteratura di opposizione  conservano, comunque,  quella  che,  pur censurata, è in voga nel periodo Giulio-claudio (Velleio Patercolo, Valerio Massimo  e Pompeo Trogo)…

Infine i flavi  riprendono le monografie  di  Lucio Vitellio e di Domizio   Corbulone e sviluppano le biografie  di Seneca per il padre e  di Plinio il vecchio per l’amico Pomponio Secondo,  in cui è palese una volontà senatoria di rendere sacra la  memoria dei martiri della libertà repubblicana (Catone uticense, Trasea Peto, Elvidio Prisco), in una celebrazione degli esitus illustrium virorum.

Perfino inglobano i memorialisti e gli automemorialisti della casata Giulio-claudia, come Tiberio, Claudio,  Agrippina Minor per rilevarne i difetti dalla loro rappresentazione stessa di vita quotidiana, in relazione agli interessi economici, alla geografia del Kosmos romano e alla loro testimonianza diretta, biasimata.

Giuseppe Flavio è  un giudeo ellenizzato,  che sintetizza tutto questo fenomeno letterario in  Guerra giudaica, opera utile inizialmente per il principato

Se i flavi  combattono una battaglia contro la precedente dinastia, per avere consensus popolare, senza riuscirci –  Nerone è creduto  ancora vivo e pronto a riprendere il potere e le fonti dicono che ricompare varie volte  in epoca flavia- , gli antonini,  dopo essersi opposti a Domiziano – congiunto col despoths divino Caligola e con lo stesso Nerone- iniziano una propaganda basata sulla omissione  di dati in senso stilistico frontoniano, in una condanna dell’ultimo Domiziano, connessa con l’opera di Antichità Giudaica e Bios e Contro Apione dello stesso autore giudaico, che cambia registro ed inclina verso un’altra revisione storica,  che confluisce nel filone  della scuola di Frontone, tipica della seconda sofistica, risultando, da una parte, apologia dell’antichità  giudaica e, da un’altra ricerca del ruolo  elitario nel Kosmos romano dell’ esautorato sacerdozio ebraico

Domiziano, seguendo l’esempio caligoliano dei procuratores e trascurando i patres, avidi amministratori, ripristina  il ministero del fisco (a rationibus) –  assumendo prima Claudio poi Fortunato Attico e registrando le finanze – quello ab epistulis  della corrispondenza epistolare, affidato a Titinio Capitone, un vero segretario con funzioni politiche  sia estere che interne, quello  a cognitionibus  con un incaricato ai processi, quello a libellis (Entello) utile per le petizioni, quello a studiis per la cura degli archivi.

Domiziano rimane ambiguo a lungo  con l’utilizzo, sporadico, del senato, destituito nei suoi poteri,  fino al 94, mantenuta attiva  la tassa annua di due dracme  come fiscus iudaicus, per i giudei e per giudeo-cristiani  e per i timorati della legge, condannati a morte  Flavio Clemente, suo cugino,  ed Acilio Glabione, ex console,  inclini  a seguire  costumi ebraici, esiliando avversari e filosofi…

L’opera di Giuseppe Flavio diventa così emblematica del nuovo corso  storico in cui tacere è una norma per non parlare  del presente, poi sfruttata dai frontoniani, mentre si esalta l’elitarismo  sacerdotale che,  pur sconfitto,  cerca di mantenere intatto il suo sacro  prestigio.

Il non parlare, come omissione sottesa e voluta,  diventa silenzio sulla politica in quanto esemplare deterrente, non degno di imitazione,  per un Plutarco  che, pur lodando la grande natura/Megalopsuchia del soggetto, caratterizza il personaggio, controverso e passionale, nella parabola del declino morale, oggetto di odio e di amore.

D’altra parte  Svetonio e Tacito, mettendo in contrasto la magnanimità, registrata come immoderata, con l’ars  hanno due comportamenti nei confronti delle opere,  rimanendo legati più o meno a Plinio il giovane…

Svetonio, poi, collegato con Septicio Claro, prefetto del pretorio cade in disgrazia (Historia Augusta . Sparziano, Hadrianus ,11,3 Septicio  Claro praefecto praetorio et Suetonio Tranquillo  epistularum a magistro multisque aliiis – a studiis et a bybliotechis- quod apud Sabinam  uxorem in usu eius familiarius  se tunc egerant, quam reverentia  domus aulicae  postulabat,  successores dedit- Adrianus -), ma la sua opera rimane filoantonina…

Ci sembra che E. Cizek  (Structures et Idéologie dans le vies des douze Césars de Suetone, Bucarest -Paris  1977, p.178) abbia colto il reale senso della  storiografia svetoniana e quella di opposizione degli antonini, rilevata   in un  bibliotecario, ducenarius,( ben pagato)  raccomandato da Plinio il giovane,  a cui non piace il sistema giulio-claudio e che ha ripugnanza delle personalità di Caligola e di Nerone  e  non ha cuore  il modello di principato da essi  esaltato, contrastante col senato.

Infatti Svetonio  segue la direzione del senato e della concordia ordinum  come adesione alle tendenze moderate  dei senatori, da un lato, e dei cavalieri dall’altro, realizzabili e compatibili nel quadro di una monarchia  moderata.

Ne consegue che  Svetonio, nonostante la sua ammirazione per le theorie politiche ciceroniane, vedendo il principato di Domiziano, secondo l’impostazione divina caligoliana e neroniana, diventa fautore di una monarchia rinsaldata, che, senza  curare la libertas , si mostra attenta a non ledere i diritti  e gli interessi dei senatori, specie conservatori.

Tacito va oltre lo sforzo politico culturale della tradizione senatoria in quanto, rilevato il cambio di fisionomia senatorio, costituito prevalentemente da esponenti della borghesia italica e provinciale (specie gallo-ispana ed africana), aliena dalle esibizioni di grandiosità e stravaganze precedenti ed ancorata invece ad ideali di  austerità e moralità, ben disposta  a collaborare col principato, non più ferocemente autocratico, dopo la parentesi dell’ultimo  Domiziano, si uniforma  al gusto  letterario della corte imperiale, che detta le norme in quanto unico centro reale di  di elaborazione  culturale.  Tacito  è l’emblema  di una corte burocratizzata  dalla presenza nei ruoli chiave  amministrativi  di personaggi dell’ordine equestre  e di funzionari tecnici, già collaboratori flavi, la cui politica è mantenuta anche sotto i primi antonini: perseguitare i filosofi ancora legata alla libertas  e favorire una letteratura  classicistica, politicamente neutrale (come quella di Plinio il vecchio e di Quintiliano), assicurando prosperità economica e  tranquillità interna.

Traiano appare il garante di tale politica, e, anche se governa in maniera monarchica, si mostra come princeps nei rapporti col senato tanto che al momento dell’ ascesa di Adriano, non esiste opposizione interna, anche perché nessuno, se non i funzionari di corte  conoscono esattamente gli esiti della  politica estera,  delle imprese militari, tutte alonate secondo la propaganda  africana antonina, asiatica

Bisogna anche marcare il fatto di una massificazione della letteratura  sotto la nuova sofistica e rilevare come la società  benestante  sia consumatrice di prodotti  letterari, tramite romanzi,  letture di poesie e tramite le recitationes nei cenacoli, specie di Roma e delle metropoli dell’impero,  insomma, fare un punto sul fenomeno di una letteratura di intrattenimento…

Il fenomeno di dare munera  come cariche amministrative e militari è tipico degli Antonini e poi anche dei Severi ed è congiunto con il panegirico del sovrano, giusto come amministratore, perfetto ed invincibile come dux, divino e paterno in ogni azione…

I nuovi sofisti imitano il modello di  Frontone, che comunque, non vuole creare una metodologia  sull’eloquenza, ma piuttosto aver rilievo su propri  discepoli, che non sono solo rhetores  eloquenti ma sono governatori e perfino imperatori.

D’altra parte anche lui fa carriera politica (triumviro capitale, questore in Sicilia, edile della plebe e pretore, consul suffectus e proconsole -nominale-di Asia),  sfruttando anche  il panegyrikos ,(panegyris  vale adunanza popolare  festiva) – il logos  tenuto di fronte all’okhlos per celebrare la iustitia e il merito del sovrano-, come ogni altro sofista dell’epoca latino e greco, come Apuleio  che,  però, ha carica municipale a Cartagine, come Erode Attico che è consul designatus nel 143 ed altri.

Secondo noi Frontone,  come uomo e come oratore, essendo molto legato alla parola,  ha perfettamente coscienza della sottensione nel significante non solo di significato ma anche della referenza,   avendo una vera e propria area di significazione in un ben preciso  contesto, in una proiezione  semantica, connessa con la reale  pratica di vita, in specifica situazione: è un linguista ante litteram, nonostante l’accentuata enfasi e  il sofisticato gioco retorico.

Frontone non è un letterato che gioca, comunque,  retoricamente col termine,  vuoto, ma ha significato come sostanza concettuale e res, in quanto pratica concreta di vita, essendo  il primo  tra i latini a rilevare il rapporto profondo tra res e verba  e a privilegiare il factum come  verum, gli acta  come sicure parole.

Si tenga presente che la formazione letteraria e culturale di Frontone  avviene in Alessandria,  dove si fa esercizio retorico tecnico sia sul valore reale che su quello esegetico del testo greco di Omero!

Ad Alessandria  lo scrittore completa i suoi studi  tanto che, quando si trasferisce nei primi anni dell’impero di Adriano a Roma,  diventa subito il più celebre avvocato ed oratore, un maestro di eloquenza capace di comprare  i  costosissimi Giardini di Mecenate  ed è notato  nel 138 dall’imperatore – che gli affida  M. Annio Vero,  futuro Marco Aurelio-, e  nel 143  da Antonino il Pio, che gli dà l’incarico di precettore di L. Ceonio Commodo, il futuro Lucio Vero.

Egli risulta l‘artefice di una nuova retorica che deve sorprendere il lettore-ascoltatore, attraverso l’inatteso, attirare l’interlocutore allibito  e vinto dall’ars  del maestro, che è seguito ed amato.

Nessun discepolo  invidia il maestro, che sa amabilmente mostrare i signa del suo insegnamento, tecnico, frutto di molto lavoro, che si traduce  in opus  sulla base di precisi acta, di cui i verba sono come vessilli /Vexilla indicatori, bandiere da seguire ed amare, come il vessillifero.

La nuova arte oratoria, comunque,  non è  un prodotto popularis ma è  una teknh rivolta ad un pubblico dotto, capace di intendere i riferimenti letterari e arcaici del retore che la pratica, abile a suscitare ekplessis e a commuovere e portare all’empatheia.

L‘uso proprio dei termini,  la perizia nella strutturazione tecnica  della frase, il ricorso ai lemmi arcaici, ben esaminati nella loro radice ellenica  o latina, grazie all’abilità etimologica e filologica, sono segni di una accurata ricerca dell’ enunciato comunicativo, formulato dopo lungo studio, in modo funzionale perfetto in ogni singola parte,  al fine di sorprendere l’altro e di attirarlo non solo al proprio pensiero ma  al rispetto reciproco e all’amore, tramite una reale reciproca comunicazione tra paritari, che possono stabilire un rapporto comune   di vita.

Il verbum è vitale, la parola è viva, verbum è factum:  con Frontone  si è operata la sintesi di parola-opera, di logos- praxis!

La scuola frontoniana  equivale a principato elettivo, a classe dirigente imperiale, ad un cenacolo imperante, senza l’equivoco della parola e  senza l’invidia popularis: Frontone è la tromba imperiale. o meglio l’eloquenza è la tromba dell’imperatore. 

E’ questo il miracolo antonino e frontoniano!

Cerchiamo di capire  leggendo l’epistolario libro II, 1-30  con le  risposte del discepolo Lucio Vero, impegnato nell’impresa  parthica, tenendo presente che Frontone vuole mostrare la funzionalità dell’eloquenza e del suo metodo, e la validità del principato antonino, evidenziando la sua perizia nell’esercizio e  la sua professionalità  di formatore ed implicitamente facendo il panegirico della sua ars e di sé uomo ed artista, cortigiano.

Frontone, dopo un incipit tipico della reticenza cortigiana, dice: penserai  forse che io elogi ora le tue virtù belliche, le tue imprese e i tuoi piani militari. A questi fatti, per quanto bellissimi, ottimi ed importantissimi  verso lo stato e l’impero del popolo romano, io nel godere di imprese tanto grandi, prendo quella parte di letizia che spetta a me come agli altri. Invece dalla tua  eloquenza, che tu mostrasti  nelle lettere scritte al senato  io, hic/ qui, traggo il mio trionfo.

Lo scrittore partecipa alle imprese come ogni altro uomo,  prendendo quella  porzione di piacere propria di ogni romano, ma ha coscienza di trionfare  proprio per le lettere scritte al senato secondo  la sua precettistica di eloquenza, convinto  di aver ricevuto (anadiplosi di recepi) e di aver e tenere (habeo et teneo) omnem abs te  cumulatam  parem gratiam  (iperbato) una ricompensa adeguata da te e sovrabbondante tanto da poter uscire di vita  con gioia  avendo percepito un prezzo grande per l’opera  avendo lasciato un gran monumento ad eterna gloria personalemagno operae meae pretio percepto magnoque monumento ad aeternam gloriam  relicto-.

Si rilevi la struttura  dei due ablativi assoluti, disposti secondo parallelismo simmetrico, in iperbato,  con anadiplosi di magno con variante nel primo membro  di pretio,  anticipato da operae mae, e nel secondo membro ad aeternam gloriam, posticipato  rispetto a monumento!.

La conclusione, dopo aver evidenziato la sua gratitudine personale e il suo trionfo, serve a mostrare ulteriormente la sua funzione magistrale  resa chiaramente con la positio princeps  di magistrum   separato da tuum dal me,  in un collegamento dell’io  e  tu (poliptoto sotteso  di tuum) con anafora di aut  in quanto tutti sanno o  pensano o credono a voi: tutto è sempre al suo giusto posto, secondo  regola e secondo  verità conformemente alla morale del  principato antonino!.

Frontone, anche  se il testo è mutilo, sembra  mostrare che  come rhetor  abbia insegnato,  cogliendo il fiore della sapienza (carpo florem sapientiae) in quanto vestigator atque indagator  atque exercitator per Lucio Vero, che segue col fratello l’eloquenza,  con cui domina i sudditi, servendosi della lecsitheeria/ caccia alla parola.

Il retore mostra, poi, che ai figli dei re  è destinato dal grembo materno il potere  in quanto  ottengono l’impero per mano della levatrice (opstetricis manu imperium adipiscuntur cfr. ibidem. 5) volendo significare  che la monarchia  ereditaria (quella arcaica romana, quella giulio-claudia e quella flavia) trasmette il trono in relazione al locus paternus   o alla fortuna secondo il nitrito dei cavalli (Dario  tra i Persiani ), o il volo degli avvoltoi ( Romolo e Remo tra i cives arcaici).

Nel principato elettivo, invece, anche se  il potere può essere tolto con inganni e congiure  e  quindi trasferito, l‘eloquenza, come base formativa,  rimane  e non può essere trasferita  ad altri.

Infatti il retore aggiunge che  il potere antonino è adottivo ed ha la tromba come vessillo  in quanto Dio  tonante come Zeus  affinché col fragore delle nubi e col rombo delle tempeste,  quali voci divineprotegga dal disprezzo  il suo altissimo impero (ibidem 11) e poi ne  tesse le lodi, in un’assimilazione dell‘imperator con l’eloquenza:  igitur  si verum imperatorem generis humani  quaeritis, eloquentia vestra  imperat, eloquentia  mentibus dominatur: ea metum incutit, amorem conciliat,  industriam excitat, inpudentiam  extinguit, virtutem cohortatur, vitia confutat, suadet, mulcet, docet, consolatur.(ibidem 12)

Ora, per Frontone, Marco Aurelio e Lucio Vero devono  omettere eloquentiam ed imperare  con la tromba,  devono cioè conquistare l’Armenia  e  fare la guerra parthica.

Come propagandare la guerra parthica?!

Per prima cosa fare la situazione, poi capire  il problema, infine intervenire militarmente  in modo da  avere una soluzione definitiva, oscurando i meriti di ogni precedente condottiero e tacendo di quelli, che recentemente hanno fatto l’impresa.

Perciò  Frontone, che pur ha scritto De bello parthico, commissionatogli da  Lucio Vero, capito qual è  il problema, sottende ogni antefatto, consapevole che, se i romani fossero   rimasti fermi alle imprese di Lucullo e Pompeo  ed avessero posto il confine all’Eufrate, la Parthia non sarebbe stato un problema in quanto la monarchia arsacide,  lacerata al  suo interno da  un assetto feudale, perché confederazione di stati  autonomi  retti dal re dei re- alla cui morte  avvengono periodicamente stragi di pretendenti in relazione al costituirsi di fazioni- si  sarebbe gradualmente, naturalmente  estinta.

Certamente sa che la volontà di conquista militare di Licinio Crasso -che  pensa alla ricchezza delle vie per la Cina e per l’India -e la sua sconfitta a Carre hanno determinato una reazione  nazionalistica,  diventata  quasi un puntiglio militaristico da parte del Senato, desideroso di affermare la supremazia militare in Oriente, grazie anche al dominio  navale di gran parte del Mediterraneo.

Perciò, non gli sono sconosciuti  i piani di invasione di Cesare  prima e quelli di Antonio che, in più riprese, compie un’impresa fortunata  tramite  il legatus Ventidio Basso e le altre due  direttamente, con alterne vicende, cercando di imporre  i diritti del militarismo ai Parthi, che si difendono, avendo anche loro una tradizione militare,  forgiatasi nel lungo periodo di lotte antiseleucidi.

Non ignora che il fenomeno parthico è fuso con quello giudaico, in quanto  gli ebrei hanno una consanguineità etnica  e una stessa lingua aramaica, comune con i parthi transeufrasici: attaccare la Parthia significa essere in guerra con i Giudei, che sono ambigui in relazione ad una pars aramaica e ad una  filoromano-ellenistica mediterranea!.

Sa bene che i giulio-claudi, che conoscono  la situazione  e la  zona  oltre l’Eufrate, fanno una politica  di diplomazia,  basata su trattati, accontentandosi di avere ostaggi, sicuri della lenta e progressiva  fine stessa dell’impero parthico.

Su tutta questa intrigata situazione Frontone  tace   e rileva  non giustamente  la mancanza  di una propaganda   effettiva in Roma repubblicana, connessa con un commendator capace di fare propagazione culturale  tanto da  sminuire l’impresa di Ventidio Basso vincitore a Gindaro nel 38 a.C. ( cfr. Erode Basileus ), il cui trionfo  ha bisogno di un’orazione di Sallustio, presa in prestito e di un   Cocceio Nerva, un poeta elegiaco, neoterico, che  commendavit  facta in senatu verbis rogaticiis raccomandò in senato le imprese con parole raccogliticce, come  voti raccolti da un rogator/ scrutatore. 

Frontone  per magnificare la sua epoca sminuisce l’eloquenza di epoca ciceroniana repubblicana nel corso del Trionfo del legatus piceno, tacendo  circa la grande cultura alessandrina cesariana!

Sa, quindi, che l’uso è alessandrino e che già esiste un apparato cesariano che poi sarà ottavianeo ed antoniano  proprio dei populares!

Frontone tace, ma conosce il significato e il valore della propaganda augusta/sebasth, di cui  non parla  poiché è desideroso  di esaltare l’eloquenza della sua epoca.

Secondo il retore, dopo il passaggio dalle magistrature  annuali a Cesare e poi ad Ottaviano e a Tiberio, lo stato non ha avuto uomini capaci di eloquio degni di un imperator!.

Infatti Tiberio ne conservò qualche residuo ormai languente, però,  e in via di estinzione/ non nihil  reliquiarium iam et vietarum et tabescentium … superfuisse (ibidem 13). Gli imperatori che  seguirono  fino a Vespasiano non furono meno spregevoli  per le parole  di quanto fossero disgustosi  per costumi e deprecabili  per i delitti (ibidem).

Frontone si chiedenon avevano imparato (non dedicerant)  l’eloquio, ergo, cur imperabant? / dunque, perché comandavano?

Sembra dire che non si possa comandare coi gesti come gli attori (ut istriones) né a cenni  come i muti (ut muti) né per interprete come i barbari (ut barbari)! Per lui  non sono imperatores quelli che non sanno parlare con parole proprie!

L’ oratore aggiunge:  Gli imperatori romani  fino a Cocceio Nerva, che adotta Traiano, non sono in grado di rivolgersi con un discorso al popolo o al senato,  né  di comporre un editto, né un’epistola con parole proprie  Frontone, precisando i termini  impero – che non esprime solo potere ma anche comando, in quanto la forza dell’autorità si esercita comandando e vietando -ed imperatore  – che è chi sa elogiare il ben fatto e biasimare il mal fatto e sa esortare al valore e distogliere dall’errore- conclude il suo discorso dimostrando che gli imperatores, che delirano in preda ad una malattia e che  comandano  con parole non proprie, sono flauti, muti, se non c’è il fiato di un altro.

Così si ragiona in epoca antonina!

Seguiamo  (per capire meglio) il parlare di Lucio Vero che chiede al suo maestro  di scrivere storia  secondo metodo,  sul De bello Parthico   anche se noi sappiamo che l’imperatore nella sua  richiesta  segue lo schema  della lettera di Cicerone a Lucceio (Ad familiares 5,12)  e   della lettera di Plinio a Tacito (7,33).

Lucio Vero ha la stessa coscienz  nei confronti di Frontone,  di  quella che ha Plinio verso Tacito, convinto di presagire che le Storie del maestro saranno immortali (historias tuas immortales futuras).

Dunque, l’imperatore parla dapprima della documentazione da inviare al maestro per farlo entrare in merito al problema, necessaria,  comprese le sue disposizioni e le pitture  e il suo diario  sui costumi  degli uomini e sui sentimenti/ mores hominum et sensum eorum,  insomma, tutto il materiale  consistente in un fregio  continuo su un volumen  che si srotola a mò di colonna coclide, con  mappe topografiche.

L’imperatore,  dopo aver precisato di non trascurare le sue orazioni al senato, le arringhe ai soldati e i colloqui coi barbari /sermones cum barbarisservilmente, aggiunge:  quod si me quoque voles aliquem commentarium  facere, designa mihi qualem velis  faciam et, ut iubes, faciam/che se vorrai anche che io faccio un diario,  dimmi cosa vuoi che io faccia ed io farò come comandi!  

Inoltre dice,  scusandosi  di passargli avanti, mentre mostra i suoi effettivi desideri: una sola cosa voglio, non certo insegnare, io discepolo al mio maestro, ma suggerire al tuo giudizio. Fermati a lungo sulle cause  e sui primi episodi di guerra ed anche su ciò che in nostra assenza è stato fatto male / unam rem volo, non quidem demonstrare  discipulus magistro, sed existimandum dare. Circa causas ed initia belli  diu commoraberis  etiam  ea que  nobis absentibus male gesta sunt.

Aggiunge:arriverai senza fretta a trattare delle mie imprese. Ritengo necessario inoltre che risulti chiaro come i Parthi, prima del mio arrivo ci fossero superiori, in modo che sia ben evidente  ciò che io ho fatto/Tarde ad nostra venies. Porro necessarium puto quanto ante  meum adventum superiores Parthi fuerint, dilucere ut  quantum nos egerimus appareat.

Conclude, portando l’esempio di Tucidide: vedrai tu stesso che sia  opportuno condensare, come fece Tucidide per le vicende dei cinquanta anni, anche se dovrai rifarti un pò indietro, senza però dare a quei fatti  l’ampiezza che darai ai miei/An igitur debeas, quo modo penthkontaetian Thoukudidhs  explicuit, illa  omnia corripere,  an vero paulo altius dicere, nec tamen ita ut mox nostra dispandere, ipse despicies. 

In definitiva l’ imperatore dice al suo maestro, alternando l’io  privato al noi imperiale: insumma meae res gestae  tantae  sunt, quantae sunt scilicet, quoiquoi modi sunt, tantae autem videbuntur, quantas tu eas videri voles/ insomma le mie imprese  sono naturalmente  quel che sono, di qualunque entità siano, però, appariranno  grandi quanto tu vorrai che appaiano.

Quanta potenza la scrittura di Frontone ha nel II secolo! quanto valore ha la cultura letteraria!.

Cambia la storia!?

La campagna parthica  di Traiano prima e quella di  Lucio Vero, non  s certamente superiore a quella di  Antonio (e del Legatus Ventidio Basso),  risultano invece un trionfo, perfino la ritirata di Quieto ed Adriano -che salvarono il salvabile, quando l’imperatore era malato e destinato a morte-  un’impresa eccezionale  la conquista di Ctesifonte e della vicina Seleucia, essendo taciuti i retroscena, i morti, le disavventure, i tradimenti. le tragedie militari,  gli incendi!

La cultura di corte propaganda univocamente quanto è necessario per il buon nome di Roma e del suo imperatore, magnificati  quando si vince una scaramuccia, messo sotto silenzio quanto  di negativo accada!.

ll  II secolo  è davvero il secolo della mistificazione ed amplificazione,  della manipolazione di fatti e del silenzio del dissenso, mentre le arti, concordi, celebrano ognuna secondo i propri canoni, la grandezza imperiale antonina! ( Cfr E .Havelock e J.Hershbell, Arte e comunicazione nel mondo antico, Laterza 1981).

La celebrazione ufficiale, con riti  protocollari, si ripercuote sui viaggi degli imperatori, seguiti da folle immense festanti  che acclamano e che propagandano il nomen imperiale, sublimato.

Il viaggio di Lucio Vero, che  assume il comando dell’Impresa Parthica  nel 162  e poi il suo stanziamento ad Antiochia  con gli spostamenti a Laodicea e a Dafne,  a primavera e in estate,  è trionfale in ogni porto, in ogni città,  in cui si giunge, come anche quello di Marco Aurelio lungo le strade d’Italia, per arrivare a Brindisi con Faustina e la figlia Lucilla, che deve raggiungere il suo sposo ad Efeso.

Un evento memoriale è il matrimonio ad Efeso,  all’arrivo di Lucilla   che si sposa con Lucio Vero, anche lui giunto col suo corteo principesco.

Eppure siamo nel clima di una campagna militare, condotta per legatos , il cui dux subito  risulta vincitore in Armenia e prende il titolo di Armeniacus , dopo la presa di Artaxata e l’insediamento del nuovo re della zona, Giulio Soemo, ex console romano, di origine forse giudaica, costretto in quanto tributario, al vettovagliamento e alle spese di  viaggio dell’esercito diretto verso la Parthia  prima e poi verso la Media.

E’ facile la manipolazione delle notizie nel secondo secolo, essendo unico il centro di  diffusione, quello intorno al Princeps, costituito da una corte viaggiante, fastosa e dai monumenti disseminati  nell’impero (come quelli di Gerasa, ricostruita da Adriano  con teatro, ippodromo,  con la piazza ovale, colonnata  ecc.)

Frontone può giocare sulle notizie  del governatore di Cappadocia, Sedacio Severiano, suicida dopo la sconfitta subita  dai Parthi, che mettono in fuga anche il governatore di Siria.

Lucio Vero, uomo prestante,  raffinato e dissoluto, secondo la Historia Augusta, non  si sposta dalla Siria e riceve solo notizie dell’andamento della spedizione  ben condotta Avidio Cassio, dux dell III legione gallica,  che penetra in Mesopotamia e giunge fino a Ctesifonte  e a Seleucia, città poste sulle  due  sponde del Tigri  e le brucia, determinando  reazioni militari incontrollabili e  una peste  che sconvolgerà per anni  la regione.

Lucio Vero,  ogni mese,  ha  relazioni sulla situazione da corrieri  che informano, mostrando anche le carte che segnalano  il cammino dell’esercito e del  dux , che si allontana  dalla zona meridionale malarica e pestilenziale e che  procede verso la Media , riportando notevoli successi.

Dunque, Frontone deve solo  narrare, da lontano,  i fatti come imprese   di Lucio Vero , dopo i disastri dei precedenti condottieri, da condividere con Marco Aurelio  e giustificare il titolo di Parthicus  maximus,  mostrando il merito del suo discepolo, come se fosse stato lui il dux e non Avidio Cassio e gli altri legati che vincono realmente scampando non solo ai nemici ma anche alla febbre malarica, alle dissenterie e  alla peste.!

La sua  ars, comunque,   non è  vuota espressione  o sibillina affermazione, ma è  un complesso armonioso, che sottende la manifestazione di una maturità  professionale  come tipica conquista di un animo raffinato, sensibile ed affabile, philostorgos, desideroso di una reale comunicazione,  con  l’altro,  educato secondo lo stesso sistema di erudizione linguistica, già di per se stesso separato dal popolo, il cui linguaggio è quello  elementare della  pratica quotidianità.

Il retore ha di mira solo chi può ascoltare e non guarda  nessun altro,  specie se non fruitore del suo banchetto verbale ,e che poi sappia comunicare ad un altro suo simile per creare un alone di consenso!

La simplicitas frontoniana con la delicatezza dei sentimenti è espressione di artificialità tecnica ma anche di  una comunicazione nobiliare,  superiore, tra eletti, destinati alla guida del popolo,  come del clero  tra  i propri  eletti rispetto al vulgus, non fruitore.

Ritengo giusto quanto afferma A. Garzetti- L’impero da Tiberio  agli antonini,  Bologna 1960, p.470- che cioè la corte di Antonino il Pio è lo specchio limpido di un ambiente   in cui   si esplicano  semplicità di tratto e sincerità dei rapporti e che Frontone  rileva  nel suo Epistolario il nuovo atteggiamento verso la natura,  gli uomini  e le cose osservate, secondo un lusus  dilettevole e piacevole, quasi  di esercitazione artificiosa, non privo, comunque, di  sentimenti familiari, fraterni  per Quadrato, paterni per Grazia, moglie di  Aufidio Vittorino, unica figlia superstite delle sei, nate.

Che cosa significa?

Significa che la Nuova sofistica  avendo  in comune un lessico, un linguaggio e un frasario  selettivo in senso arcaico e repubblicano, concilia  il logos  arcaico e repubblicano con la pracsis  quotidiana ed   invia un reale  messaggio unitario e chrhstos  per la cerchia di lettori di quel contesto di corte, che è un  gruppo dirigente  a tutti i livelli da quelli  amministrativi  a quelli  militari e  municipali, che fa la storia dell’impero, sotto ogni forma culturale.

Non è, dunque, un fenomeno letterario di astratta eloquenza, tipico di una corte decadente, che invece risulta  un crogiuolo,  in cui si fonde materiale diverso per lingua, razza e costume e moralità e cultura,   dove si forma un sistema  tecnico-scientifico non staccato dall’arcaicità repubblicana,   che può apparire  superficiale  ed estremamente  affettato e mieloso, mentre è  di fatto  un permanente  strumento di ricerca della reale situazione, tramite il gioco verbale sia greco che latino, le due anime dell’impero tendenti ad un unicum linguistico secondo i gusti  dell’uditorio (auditores oblectare ).

I letterati ( prosatori poeti, giuristi, storici,  geografi, sacerdoti, ierofanti) si uniformano veramente  allo stesso codice, anche se trattano temi  ed interessi diversi ed anche se le loro ispirazioni  tendono a fini diversi: ispanici, afri, galli, italici,  achei, siriaci, asiatici , egizi, ebrei,  sacerdoti di divinità  orientali, hanno il culto del nomen di Roma e del suo numen e coniugano il verbo latino  in una volontà  di costituzione di una comune patria, dove  regna la pace  col benessere  economico,  assicurata  dal principato elettivo antonino.

I panegirici dei tanti autori  non esprimono enfaticamente solo  consenso al principato, ma risultano manifesti dell’ideologia  del momento specifico traianeo, adrianeo  ed antonino in genere come invito diretto  al principe a seguitare nella via  di intesa e collaborazione senatoria  diventando  espressione formale dell’impero  esercitato dalla burocrazia  amministrativa identificata nell’imperatore, che è garante dello stato  con le sue campagne militari coi suoi provvedimenti  verso i cittadini, con la sua semplicità di vita e familiare, coi tentativi di migliorare le condizioni sociali.

Ogni letterato  rispetta il campo delle competenze specifiche altrui ed opera serenamente  e concordemente con gli altri  per il bene della communitas romana: già nel II secolo esiste una theoria delle élites, che poi sarà ecclesiale  e pontificale romana, che ha il principato sugli altri esseri umani, secondo  una volontà Divina creatrice,  per elezione  genetica, logico-razionale, rispetto alla massa di bruti  da dominare.

Frontone scrive  cinque  libri lettere  per Marco Aurelio  discepolo, e quattro  per Marco Aurelio imperatore e due per Lucio Vero imperatore.,mandando un unico messaggio utile per la formazione dell’imperator /autocrator, nobile modello per l’humanitas romana di qualsiasi razza nelle diverse latitudini.

Marco Aurelio, invece,  scrittore di Eis auton, usando la lingua greca e non il latino già entra in dissenso col suo maestro, che ha scelto la lingua ciceroniana per il suo messaggio ecumenico cattolico, nonostante la perfetta conoscenza della koinh e diventa equivoco nella sua opera sia come regolatore del Kosmos che come uomo alla ricerca di se stesso, secondo i canoni socratico-platonici e  secondo l’etica  posidoniana stoica, senza l’utilitarismo  aristotelico: vuole essere  voce debole di flauto non tromba.

La voce imperiale deve essere “tromba”,  cioè dare ordini  validi per tutti, uniformemente sudditi, come fa la tromba per l’esercito, non può essere flauto, strumento  flebile e delicato, non utile per un imperatore, la cui auctoritas non può essere scalfita  neppure dalla apparenza  modesta di fronte al popolo e al senato,  che hanno bisogno del  sostegno della  forza insita nel tono imperioso.

Il consiglio di Frontone è  quello non di comandare con le parole  non proprie  e deboli come  flauti,  ma con la potenza dell’ elocutio, come tromba militare, che porta ad impetus  vittoriosi in ogni senso.

Marco Aurelio,  credendo di crescere  con la filosofia, dopo aver ricevuto la perfetta impostazione linguistica frontoniana,  è costretto ad ammettere la grandezza del metodo del maestro , esperto non di parole ma di uomini e cose, mentre lui  risulta astratto di fronte alla realtà  sociale,  civile militare   e pur credendo di giungere all’alhtheia,  neanche misura,nella sua intimistica ricerca,  il baratro in cui precipita l’impero romano, non più stabile di fronte ai barbari, insicuro perfino al suo interno, culturalmente  involuto  dalla nascente religio christiana, economicamente distrutto  sul piano commerciale  dalle difficoltà di  rapporti tra le partes, sia per le pestilenze, che per le penetrazioni barbariche lungo il Danubio , nel Ponto Eusino e nel Mare Eritreo   ( fr. Volcazio Gallicano, un autore di Storia Augusta in  Avidio Cassio  1,8   mostra le beffe degli avversari  sull’imperatore, chiamato vecchiarella filosofa,  mentre precisa le critiche dei cittadini  migliori circa la conduzione dell’impero –Ibidem, 14,5-): c’è come una  predizione circa  la fine stessa della patria comune  a causa della  clementia imperiale, che risulta voce debole contro i  disonesti, anche se condannati,  flauto nella guerra contro i Quadi e Marcomanni, conquistatori.

L’inversione di marcia del Filosofo, che torna all’ovile frontoniano, non dà i frutti sperati perché l’imperatore è in una involuzione senile conservatrice, repubblicana,  incapace di raccogliere le forze  orientali e quelle occidentali in un sacrificio reale per una causa comune  sia contro  i barbari che contro l’ideologia dei christiani   renitente alla leva, fedifraghi  e  convinti  solo di far parte di un altro regno, pur godendo, da parassiti i  vantaggi della protezione romana imperiale, specie ai confini.

L’imperatore non ha coscienza, neanche se ha il  contributo della sua efficiente burocrazia,  della situazione storica e della economia reale e dello sperpero finanziario delle province, non più controllate dal fisco imperiale, specie dopo  la morte del fratello Lucio Vero, suo genero e dopo la  rivolta di  Avidio Cassio, a seguito dell’impossibilità di fronteggiare il pericolo  danubiano e parthico, le convulsioni popolari giudaico-cristiane,  le pestilenze, le  epidemie e i cataclismi.

Morto Commodo, dopo la fase di transizione grave per l’impero p a causa  della presenza di tanti imperatori, lo scontro si risolve con la vittoria di Settimio Severo su Didio Giuliano

Questi, alla morte di Pertinace  con cui è già stato console, è nominato imperatore  per aver offerto 25000 sesterzi ai pretoriani ( (Historia Augusta)  riconosciuto dal senato, ma  non dal popolo. La sua auctoritas è contestata  dagli eserciti delle province  di Britannia (Clodio Albino), della  Siria (Pescennio Nigro) e dell’Illirico (Settimio Severo).

Questo ultimo  avanza  in Italia  e Didio, già in dissenso coi pretoriani, pur avendo il supporto della flotta  di Ravenna, pur avendo   tentato di  consociarsi con il pretendente avversario,  è  ucciso  il 1 giugno del 193.

Settimio Severo, di Leptis Magna in Africa  come i grandi retori (Apuleio  Frontone, Minucio  e Tertulliano) dell’epoca, ha subito l’entusiastica acclamazione della cultura che  inneggia alla sua vittoria e crede in un ripristino della  potenza imperiale sulla scia della  precedente dinastia antonina, minimamente intaccata dalla politica di potenza e dall’assolutismo divino di Commodo, che ha tentato di  arginare la grave crisi economica e finanziaria, ereditata dal padre  insieme  con le guerre  con Quadi e Marcomanni, ormai dilaganti.

I frontoniani della novella sofistica sono concordi nel ritenere che  i Severi, se innestati i sul ceppo del principato antonino e sullo stesso nomen, abbiano possibilità di creare una nuova dinastia, specie se benedetta dal sacerdozio  della famiglia siriaca di Giulia Domna, dopo una riforma del corpo dei pretoriani, a seguito di un potenziamento  del militarismo   illirico-danubiano.

I retori, quindi,  concordano nella conservazione della linea antonina, giustificando il potere dei Severi come dono degli dei ma anche come elezione di patroni protettori dell’imperium come Augusto dominus despoths  agli inizi del principato: Giulia Domma  Augusta e Mater castrorum  diventa il simbolo di un dominatus  con una religio  di pietas sincretica, di cui il padre Giulio Bassiano, seguace del dio El Gabal, di Emesa, è il garante, mentre i l’imperatore è dominus e deus  dei romani.

Neanche  Bassiano Caracalla, che governa dal 198 al 217, dopo la ConstItutio antoniana con cui equipara i cives romani liberi e  d elimina le differenze tra Honestiores  ed  Humiliores,  pur con i gravi errori in politica estera data la sua volontà di emulazione di Alessandro Magno,  riesce a scalfire il dominatus  tipico dei severi-antonini specie dopo il miglioramento delle condizioni dell’esercito, pagato con un alto salario, nonostante l’ aggravamento della situazione finanziaria,- di cui l’antoniano è chiara espressione di un declassamento economico- crescente poi sotto Eliogabalo ( 217-222) ed Alessandro Severo (222-235) …

Non abbiamo affatto intenzione di mostrare il significato del valore del sistema  dei Severi, che hanno necessitas di agganciarsi da una parte alla  cultura romano-italica per un ritorno alle origini repubblicane  e quindi alla domus giulio-claudia e a quella Flavia  e da un’altra tenersi legati  al sistema orientale  asiatico e  siriaco, che economicamente sostiene il peso dell’impero.

Personalmente, ai fini del presente lavoro,  mi preme mostrare, senza trattare  la retorica dell’epoca, specie  quella dei  Filostrato  e dell’ambiente di corte,(cosa  già fatta),  il particolare modo di scrivere di Dione Cassio,  che nel  LII  libro di Storia romana  interrompe la narrazione annalistica  consueta  e si sofferma sull’anno 29  a.C. per esporre la relazione  di un dibattito  probabilmente svoltosi tra Ottaviano  ed i suoi due migliori consiglieri, Agrippa e  Mecenate.

Il tema è quello  della forma di governo da adottare, dopo il ritorno dall’Egitto dove iI  triumviro, ora unico e nikeths,  ha lasciato i segni di una precisa regalità connessa con quella macedonica lagide e con quella faraonica.

Sembra che Dione  voglia mostrare  come, dopo la guerra civile,  Ottaviano  sia esemplare e per gli antonini  e per i severi- anche loro a seguito di una guerra civile – come civis che  decide di scegliere la forma monarchica  secondo la  precettistica di Mecenate e   di scartare come  inadeguata  quella democratica, suggerita da Marco Agrippa, in un rifiuto del sistema tirannico, sebbene teso verso una soluzione di un accentramento autoritario personale.

Il  lavoro di Dione è in relazione alla tragica situazione del dopo Commodo e alla giustificazione della monarchia di Settimio Severo   prima e poi di Caracalla e di Alessandro Severo.

Il dominatus – Cfr. Dione Cassio, STor. Romana LXXVII, 18, 2; LXXVIII, 4, 2 3- come istituto,  sottende che l’imperatore non è più un privato gestore dell’impero per  conto del Senato, ma è  unico e vero dominus,- che ha potere dal militarismo, la cui funzione nell’impero  è socialmente attiva  ed è legalizzata  giuridicamente e religiosamente  – e deus, secondo le sincresi  della Novella  sofistica, abilissima  nel gioco retorico e filosofico, nel clima di una cultura ormai neoplatonica e gnostica, in cui cerca di trovare spazio l’apologia christiana alessandrina ed africana.  

 

 

 

Fatti, non Parole!

Logos de anagkastikos, ou men stochastikos

Chi si sente grande e gode dei favori popolari neanche vede  il popolano, bisognoso, implorante,  che gli sta davanti, in attesa!? 

 

Il mio metodo è  frutto di logos, un processo razionale di risultanza, che ha una deterministica necessitas, in cui, di norma, l’intuizione è possibilità di colpire il bersaglio/stochos e di fare goal, non una realtà procedurale.

Infatti procedo dopo aver fatto e, quindi, dopo aver visto il risultato dell’azione,  tanto da poter codificare come anankasticos il tutto, tuzioristicamente probabile, anche se non oggettivo, né scientifico, comunque,  controllabile e verificabile.

Se, invece, procedo per intuizione, posso indovinare quanto succede avendo abilità di sagacia e di penetrazione  razionale, in relazione ad una logica  discorsiva conclusiva, che,  però, non è autorizzata al giudizio  dalla valutazione, ma  solo da un eccesso di fantasia.

Dunque, la docimologia può avere bisogno di una intuizione nel discorso, ma poi deve procedere solo su una deterministica relazione fattuale storica, senza la quale ogni dato è fantastico

Chi è stochastikos passa da una intuizione ad un’altra senza verifica e procede in senso platonico-ellenico e  crede secondo parametri neoplatonici  romano -ellenistici,  creando un’ermhneusis fabulistica perfino sulla base lessicale filologica e forma un corpus religioso fenomenico, con la retorica, sfruttando l’ekplhssis popolare e il paradosso fenomenale.

Lo storico  prammatico di derivazione greca o greco-ellinistica, sia latino che ellenico, avendo bisogno di mecenati, che politicamente sorreggono la basileia, (Cfr.Dione Cassio, Storia Romana, 1-40)  e quindi, facendo consensus,  formano una Constitutio ecclesiale religiosa che è basilare per ogni  monarchia assoluta…

Lo storico prammatico  ha avuto grande successo nella storia  proprio come scrittore di  opus rhetoricum maxime…

Tiene conto delle notizie  e va dietro a fonti più volgarmente note e non ne esamina  la fides: parla di acribeia ma non è acribhs, parla di alhtheia ma non è alhthhs.

Storici così impostati sono lontani dall’autenticità, come oggetto di studio, ma ricercano una vaga alhtheia  secondo criteri di acribeia generalizzata, non  degeneralizzata.

Sono uomini di parte che non sottopongono ad una analisi critica né loro stessi né le notizie trasmesse sull’argomento.

Ne  deriva  che quello che un tempo appariva alhtheia diventa improvvisamente muthos,  pur restando integra la fides religiosa col paradossale mysterium

Le theoriai  basate sul logos e  non sull‘ergon, sono belle, ma non vere, e sono basate sulla  stupita meraviglia/ ekplhxis  e tendono all’utile/ khrhstoths, specie se hanno una patina di arcaicità.

Il loro successo dipende dalla fusione di  miscère dulce et utile  tipico contributo di un cortigano che  serve il padrone papa e   l’aristocrazia fruitrice ( sia  raffinata che incolta ), proprio delle poetiche delle Controriforma  cattolica, di politici, letterati,  segretarii, impegnati nel mantenere la pietas religiosa  nel popolo, povero, ignorante, bestialmente nutrito di slogan pittorici, artistici,  letterari.

Nei mercati e nelle fiere e nelle solennità festive, sono pagati   banditori  religiosi, e nelle basiliche quaresimalisti, oratori prezzolati dai vescovi, che desiderano  richiamare  frotte di laici per la preparazione all’evento Pasquale, alla celebrazione della Morte e Resurrezione del Christos …

Iesous Chrhstos  di Svetonio – Claudio XXIII,4, impulsore Chresto…-  potrebbe valere Christos, – ma anche non significarlo, data la già avvenuta morte da oltre un decennio, al di là della  funzionalità diversa del verbo Khraomai e Khrioo,  perché utile ai fini religiosi tanto che  l’inglese J. Bale  (The pageant of Popes, 1555) poté far dire a Leone X  in una Lettera al cardinale Bembo,  poco dopo  la sua elezione nel 1513 ( o ad un suo fratello)  Historia docuit quantum nos iuvasse  illa de Jesu Christo fabula …

Per lo storico prammatico, stochastikos, tutto  fa brodo, purché  si riconoscano i pregi letterari e politici...ai fini di una carriera … La corte  premia lo scrittore  servile, lo promuove nelle cariche  amministrative, che diventa segretario , distinto a seconda delle funzioni…

Quanto è difficile il lavoro di chi seriamente deve  ricercare qualcosa e deve fare etimologia, cioè  trovare esattamente l’etoimos/il reale- in quanto cosa preparata effettivamente per il passato e per il presente,  senza deviazioni ideali,  che potrebbero dare vantaggi individuali ed autorizzare altri pensieri impropri  e senza certezze – convinto solo della possibilità dell’errore e di dover subire giuste critiche … utili per crescere  in autonomia ed autenticità personale! ….

Gli storici Classici fino a Guicciardini e a Sarpi e  i commentatori  Cinquecenteschi dell’Ars Poetica di Orazio trattano del modo di poetare e mostrano come la poesia sia frutto di ingenium ed ars,  evidenziando quale sia  il vero, sia storico che poetico, pur se si adattano al verisimile,   cercando  di attirare con il dilettevole il lettore  e contemporaneamente  tentando di  essere utile  tendono al fine della formazione del civis, ora cortigiano, secondo i principi aristotelici, fusi con quelli platonici (Cfr A. Filipponi, L’altra lingua l’altra storia, Demian Teramo 1995)…

Da lavori su  Antonio Sebastiani Minturno (1500-1574),  Benedetto Varchi (1503-1565),  Alessandro Piccolomini (1505-1870) e Ludovico Castelvetro (1505-1570)  viene una lezione sulla distinzione di vero storico e vero poetico, sulla  funzione dell’arte,  che,  dopo il concilio di Trento 1545-1563, dominata dal moralismo cattolico, decade a causa della necessità di uniformarsi ai canoni  decretati e fissati dalla  tradizione cristiana cattolica, secondo gli schematismi  catecumenali.

Resta aperta solo la via dell’artificio artistico col trionfo del barocco, mentre l’artista, non più libero nella sua espressione,   si vende per il  proprio particulare al committente,  sovrano assoluto,  sia re  che papa, rimanendo ancorato al soglio regale e pontificio, fino alla rivoluzione francese ….

Gilgamesh

Caro Mattia, ti voglio raccontare la favola di Gilgamesh re di Uruk, oggi Warka (Diwaniyah), una città della Bassa Mesopotamia (Iraq) non lontana da Umma,  vicino a Nassiryah. E’ un’opera scritta in  cuneiforme, prima sumerico, poi accadico, molti molti secoli fa, migliaia di anni prima di Cristo.

Allora, oltre cinquemila anni fa,  la città era la più grande del mondo e lì viveva un popolo, i Sumeri, che non conoscevano il peccato, ma solo gli dei  del cielo e la terra, dove i regnanti combattevano fra loro    e disputavano per costruire il tempio, luogo di incontro tra il mortale e l’immortale,

Il tempio  dur.an.ki  era la casa della la casta sacerdotale, destinata a fare sacrifici e riti propiziatori per gli altri uomini!

Perché, nonno, mi vuoi raccontare ora, che sto facendo storia  romana,  Gilgamesh?

Mattia, la vuoi la favola?!

Me la potevi raccontare  quando facevo Sumeri, Assiri, Babilonesi?

Mattia, la vuoi sentire o no  la favola di Gilgamesh?

Va bene, Nonno !  Raccontala….

Ci sono molte versioni  di questa favola,  a seconda dei tempi di narrazione, dell’importanza dei  dominatori di quella terra (Sumeri, Accadi, Neo sumeri,  Assiri, Babilonesi,  Persiani, Macedoni);  nonno ti racconta quella narrata forse  da Beroso, nato a  Babilonia, greco, attivo  nel III secolo av. C., scrittore di Babilioonikà in tre libri.

Lo scrittore,  vivente ad Antiochia, presso  Antioco II (261-246 a.C.), faceva l’interprete e il consulente militare, ma era anche un sacerdote caldeo, un astronomo, capace di predire il futuro sulla base delle conoscenza degli astri, delle costellazioni, abile lui stesso ad osservare i fenomeni  celesti  nel corso dell’allineamento in Capricorno.

La sua opera è giunta a frammenti  ed è citata da autori  ebraici e cristiani, come  esempio di  favola/muthos, rispetto alla verità/ aletheia giudaico-cristiana.

La favola di Gilgamesh in Beroso doveva avere un particolare rilievo nel I e II libro di Babilioonikà  subito dopo la trattazione della creazione del mondo  tanto da  dovere essere una testimonianza dell’antichità della religione sumerica, precedente quella di ogni altro popolo, compreso l’egizio e l’ebraico.

Caro Mattia, c’era una volta  in una regione posta tra il Tigri e l’Eufrate, quasi alla confluenza tra i due fiumi, una grandissima città, chiamata Uruk.

Viveva Gilgamesh ad Uruk, dove regnava con intelligenza, ma in modo spietato sui propri sudditi, che  soffrivano per la sua crudeltà.

Era un essere  gigantesco, che aveva una complessione fisica  che gli permetteva di essere anfibio, cioè di respirare aria e ma anche di vivere sotto acqua,   di  rimanere alla luce del giorno ma anche nel più profondo buio.

In relazione a  questa doppia natura, Gilgamesh aveva  una potenza di molto superiore a quella umana degli altri.

Allora i sudditi  pregavano il Dio  di inviare in loro soccorso uno pari a Gilgamesch in modo da contrastarlo in qualche modo.

La dea A.ru.ru dàva vita ad un essere,  En.ki.du, dai tratti umani incerti, dotato anche lui  di  una doppia natura, più ferina che ittica, che viveva nelle foreste in mezzo ad animali, di cui era  amato e riverito protettore.

Il mostruoso individuo veniva attirato ad Uruk presso una ierodula, una specie di strega e sacerdotessa, che lo trasformava in un vero uomo, comunque gigantesco,  tanto da non essere più riconosciuto dagli animali, che si rifugiavano, timorosi,  nelle foreste.

Enkidu, seguendo la maga, veniva in città ed incontrava  Gilgamesh ed iniziava un combattimento  che seminava distruzione,  dovunque, data la mole dei due  antagonisti, che, comunque, pur lottando, scherzavano fra loro  e ridevano  e, alla fine, cedevano ad una sincera amicizia, destinata a durare per sempre.

Nonno, i due diventano, amici  ed insieme che fanno?

Mattia,  i due  si allontanano dalla civiltà della città   e vanno alla  ricerca di imprese gloriose, essendo giganti, di cui non si conosceva neanche  se la reale provenienza era  terrena o celeste o marina.

Tra le tante imprese, fatte da loro,  mi piace narrare quella contro il gigante Hum.ba.ba,  nota in ambiente accadico, qualche secolo dopo.

Era  Hum.ba. ba un essere potentissimo, incaricato di custodire la foresta dei Cedri.

Gilgamesh ed En.ki.du  lo vincevano  dopo lungo combattimento e lo sottomettevano al loro volere: i due  discutevano sulla sua sorte, incerti sul cosa farne, ora che non era più pericoloso.

Gilgamesh, razionalmente,  riteneva che Hum.ba.ba vinto e chiedente di vivere,  doveva essere risparmiato;   Enkidu, essere primordiale, non pensante, passionale,  decideva di ucciderlo, trascinando l’amico, che pure intuiva  il valore di morte e di simbolo del cedro, segno di lunghissima vita o di immortalità o di armonia. insita  nel gigante sconfitto, elemento naturale.

Hum.ba.ba  era  a suo modo  l’unione di cielo e terra,  forza primigenia, simbolo dell’eternità stessa del cedro,  il cui Me/destino si compiva, ma non finiva,  diventando, al di là della morte, una forza vitale in un processo di  permanente risurrezione mediante nuove forme di vita.

Infatti, mentre i due mangiavano, poco dopo, ricompariva Hum.ba.ba per dividere il cibo  con loro,  per una specie di comunione,  in un banchetto simbolico cosmico, come se si volesse indicare  un ciclo triplice  di rinascita, di  trasformazione e di perpetuazione di vita.

Nonno, non capisco tutto quello che vuoi dire, ma comprendo che ogni elemento ha una sua  vita ed è  partecipe della vita universale.

E che  succede, Nonno?

Interveniva, allora, Inanna, divinità del mattino,  della luce e della forza  nella sua massima espressione  di  violenza amorosa  che, innamorata di Gilgamesh, lo dichiarava eroe,  come riconoscimento della sua bellezza e del  valore e si contrapponeva  a sua sorella  Eresh.ki.gal, dea della morte e signora degli inferi.

La dea proclamava il suo amore per l’eroe che invece la rifiutava e si allontanava.

Gilgamesh conosceva  le innumerevoli avventure  amorose della dea, che  agiva crudelmente  coi suoi amanti, che  finivano tutti tragicamente  in un  buio senza fine, misterioso.

Inanna, adirata per il rifiuto,   pregava il dio An, suo padre,  di scatenare il Toro celeste contro i due amici e di punirli.

I due  vincevano,  dopo un lungo combattimento, il Toro celeste e lo facevano a pezzi  e, inorgogliti, sfidavano la dea, contro cui Enkidu scagliava una zampa del toro, ed incalzandola giungeva fino  ad un contatto con lei,  tanto che  improvvisamente, come fulminato,  si afflosciava,  senza vita, essendo compiuto il suo Me/destino.

Davanti al cadavere dell’amico e alla sua rigidità, Gilgamesh scopriva la morte e, straziato dal dolore,  davanti al corpo, muto per la paura,  prendeva coscienza della necessità di  sfuggire alla sorte mortale e di cercare l’immortalità.

Nonno, solo alla morte di Enkidu, scopre il valore  della condizione dell’uomo e  il significato dell’immortalità?

Si. Mattia

Enkidu è un altro se stesso  e perciò  l’eroe capisce  la morte, sentendola vicina, parte della sua vita  stessa.

E che fa, allora, Nonno?

Gilgamesh sa che Enlil,  il dio dell tempeste, il supremo,  ha  distinto   An cielo  da Ki  terra ed  ha voluto un legame tra i due per gli uomini, il tempio,  e che ha imposto  lo sterminio degli esseri umani, che infastidiscono il suo sonno, col diluvio,  ed ha premiato  con l’immortalità solo Zi.ud.sud.du,  salvato da Enki  signore della terra  e dell’intelligenza,  grazie all’uso di  un’arca.

Perciò, Gilgamesh, sa che   gli uomini,  i semi e gli animali, posti nell’arca, salvatisi dal diluvio,   hanno ripopolato la terra  e da loro conosce  che  il patriarca vive  isolato dagli altri in una landa misteriosa e desolata ai confini del mondo.

Ed  allora  Gilgamesh va alla ricerca  dell’uomo che ha visto il diluvio e si è salvato -chiamato anche Utnapishtim –  in un viaggio interminabile.

L’ eroe compiva così  numerose imprese, Mattia,  incredibili, rimanendo anche mesi sotto acqua,  prima di incontrare  Zi.ud.sud.du l’uomo dalla vita di lunghissimi giorni.

Questi abitava in una zona, in cui non c’erano vie,  né acque, né  alcun accesso e perciò l’eroe rimaneva spesso  pensieroso ed incerto se  cessare la sua  ricerca dell’immortalità, ma faceva sempre prevalere la volontà di  finire l’impresa, quando ricordava il corpo immoto di Enkidu.

Un giorno scoprì,  sotto i suoi piedi,  una voragine e da lì trovò il pertugio che, dilatandosi,  per strani viottoli,  con molti giri, quasi concentrici,  giunse improvvisamente davanti al Vegliardo…

Gilgamesh  implorava il vecchio, dalla barba bianca ma aitante come un giovane atleta,  che a lui fosse data la possibilità di non morire, affermando che aveva fatto  un percorso impossibile e di non aver lasciato tracce del suo passaggio.

Zi.ud.sud.du non diceva niente, ma  gli diede una pianta marina; poi con un cenno lo licenziò e gli fece capire con segni che lontano da lui  avrebbe dovuto conservarla, per mangiarla al momento opportuno, per avere la giovinezza, quando avvertiva i segni della vecchiaia .

Felice, Gilgamesh affrontava il viaggio di ritorno, ma durante il tortuoso cammino tra i tanti meandri sotterranei,  muovendosi a stento, s’imbatteva con un serpente che gli rubava la pianta e la mangiava  sotto gli occhi increduli dell’eroe.

E che fece Gilgamesh, nonno ?

Niente.

Vide solo il serpente che cambiava pelle e  ne prendeva  una nuova, prima di fuggire!

Sconsolato,  prese atto che  a lui non restava altro che la condizione umana e che presto il suo Me destino si sarebbe compiuto, come per Enkidu.

E tornò ad Uruk e regnò con dolcezza e giustizia  sugli altri uomini, suoi sudditi,  con cui aveva un comune destino di morte.

Nonno, mi è piaciuta la favola di Gilgamesh!

Quando la mie cugine, Sara ed Alice,  saranno più grandi la racconterò anche a loro, in attesa di poterla narrare, in modo più semplice,  a mio fratello Stefano.

Per una promozione di Ma,Gesù, chi veramente sei stato?

Per una promozione di  “Ma, Gesù chi veramente sei stato?”

 

“Con il libro “Ma, Gesù, chi veramente sei stato?” – spiega Angelo Filipponi –   si vuole ricucire lo strappo secolare tra Giudaismo e Cristianesimo  e dare reali possibilità di dialogo, sulla scia delle formulazioni del Concilio Vaticano II alle tre confessioni monoteistiche, compreso l’Islamismo, che  ha in Abramo e in Gesù due figure, che risultano cardini fondamentali  nel Corano.
La volontà di rendere umana la figura di Gesù è un’esigenza prioritaria per un dialogo interconfessionale: bisogna, perciò,  lavorare sul fatto culturale non su quello religioso, facendo storia romana e storia di una provincia romana, quella di Siria con la sotto provincia di Ioudaea, aramaica, collegata e con la comunità della diaspora ellenistica, mediterranea, e con quella   a confine con l’impero parthico, dove vivono altri giudei della stessa lingua e religione.

In questa operazione è fondamentale la distinzione tra Gesù uomo, Qain, kanah,  Meshiah, Maran da Gesù rabbi, redentore dell’umanità, figlio di Dio, persona della Trinità.
Senza di questa, Gesù il fratello grande /maggiore, saggio, ebreo, che ha un posto di rilievo nella storia giudaica  e perfino nella fede di Israel, ha funzioni e meriti improponibili per un sereno dialogo, perché non poté, nella situazione ebraica e romana di quel tempo determinato, insegnare a pregare, a digiunare,  ad amare il prossimo, a comprendere il significato del sabato, il regno di Dio e quello del giudizio: “egli fece qualcosa, ma  non  insegnò”.

“Se si vuole accettare il suo presunto insegnamento, – prosegue l’autore –  bisogna rivalutarlo, dopo lungo esame testuale e critico  e poi accettarlo ed inziare il colloquio con le altre confessioni, specie quella ebraica, da cui è nato il Cristianesimo.

Si potrà, allora, dire che Gesù ha una sua misura umana con connotati ebraici e che la chiesa e i concili sono altra cosa e si potrà aggiungere che allora la mano di Gesù è una mano fraterna, senza parlare di Messia e di stimmate.
Sia dunque un Jesus of culture non un Jesus of religion: su questa strada noi cristiani abbiamo moltissimi fratelli giudei (e forse musulmani)”.

“Ma, Gesù, chi veramente sei stato?” è un’opera assolutamente  nuova per l’originalità dell’indagine linguistica e storica e per le risultanze sul Primo Cristianesimo. Segue l’introduzione dello stesso Angelo Filipponi.

“Dopo molti anni di ricerca sul bios di Jesous Christos Kurios e sui logia matthaici ho sentito la necessità di indicare vie di lavoro su due comunità, quella del Malkuth ha Shemaim (Basileia toon ouranoon /regno dei cieli) aramaica e quella della Basileia tou Theou /regno di dio, ellenistica, giudaico-pagana e mostrarne due diversi percorsi, dal momento stesso della morte del Signore: la prima si era conclusa con la  comune Galut ebraica  nel 135 d.C. sotto Adriano; la seconda, invece,  era risultata  vincitrice sul paganesimo, dopo varie vicende, con Costantino prima e poi,  usciva trionfante, con Teodosio e la sua discendenza.
Durante questo lavoro, nel lungo studio sui testi,  mi è sembrato utile, ai fini unitari della ricerca sul Christos, esaminare il reale valore del termine Rabbi/ Rabbuni/didaskalos/maestro e la sua possibile attribuzione come ” titolo”  ad un Qenita/ tektoon/falegname/carpentiere architetto/ mastro, in terra giudaica.
Ora nel fare questa azione di divulgazione mediante un libretto ( in cui ho raccolto altri articoli conosciuti del sito www.angelofilipponi.com ) mi sono prefisso di mostrare e dimostrare che:

  1. Gesù non è stato un Rabbi, ma solo un Qain/ mastro/Tektoon (e quindi rilevare la sua alfabetizzazione e il suo livello culturale in relazione al suo status di giudeo galilaico, aramaico di lingua);
  2. Gesù non ha potuto costituire, di conseguenza, un pensiero autonomo teologico,  ma neppure parlare circa il divino né dire parabole o inventare preghiereavere discepoli, pronunciare semplici enunciati come io sono la via, la verità, la vita (Gio.14.6), né discutere con i dottori;
  3. Gesù ha, però, fatto paradoxa erga che noi diciamo miracoli (monstra),  perché lo consideriamo poihths – creatore del mondo,  in quanto logos-verbum del Padre, ma tutto ciò è senno del poi: queste opere paradossali  gli servirono solo per essere conosciuto e diventare maran/basileus.
    In questo opuscoletto non entro in merito al Malkuth/ basileia, né al periodo di realizzazione, né alla durata, né alle condizioni che lo permisero, in un clima antiromano e filoparto (Cfr. “Jehoshua o Jesous?”, Maroni 2003 e “Giudaismo romano II” eBook Narcissus 2011).

Il testo Ma, Gesù , chi veramente sei stato? , edito da eBook Narcissus, è in vendita a soli 6,49 euro.

 

La morte di Alessandra

 

Morte di Alessandra

 

Dopo lo strangolamento di Mariamne, la corte di Erode non è più la stessa.

Sono finiti i litigi e gli scontri, e perfino i pettegolezzi: non esistono più due partes ostili, che hanno ciascuna una vita propria di relazioni; ora domina un rigido protocollo che regola  visite, colloqui, ricevimenti, feste    e banchetti nella reggia, ora ristrutturata.

Non c’è più traccia di vita galante intorno al re e al trono, in mancanza della regina; solo in occasione di visite di  monarchi stranieri si rivede una  certa vivacità cortigiana, senza allegria/euphrosunh.

Anche per l’arrivo di Archelao di Cappadocia, fraterno amico del re,  non si fa festa, ma solo ricevimento ospitale: la moglie  con la figlia Glafira, col seguito di cavalieri e di dame,  non consola ma rattrista Erode, circondato  da Alessandra  e da Alessandro ed Aristobulo in vesti funebri.

Perfino lo scambio dei doni tra i due re e le loro famiglie è una cerimonia, dovuta, una festa preparata, come il banchetto sontuoso rigidamente allestito secondo la casheruth ebraica, servito da servi e paggetti tristi, anche nelle vesti.

Eppure i sovrani di Cappadocia, intenzionati ad incontrare Ottaviano sulla costa, hanno deviato per un saluto ad Erode e per la sua famiglia in lutto!. Certo la famiglia si sta ricompattando in nome dei piccoli orfani da educare insieme con i precettori, secondo le regole della dinastia asmonea, concorde nel seguire la paideia greca e la musar aramaica, conformemente alla formazione greca, ma anche a quella rabbinica.

Si sono riunite insieme per questo skopos  Alessandra e Cipro e con loro le fedeli dame asmonee e quelle idumee – tra cui Doris e Salome- ed hanno stabilito di essere conformi alla doppia tradizione,  in modo da formare  ragazzi ebrei capaci di integrarsi nel sistema culturale romano-ellenistico sotteso alla koinh dialetktos/ lingua comune.

Il rabbino e il therapeuoon devono insieme operare per dare la migliore formazione, quella di un saggio alessandrino, conformato alla ameicsia, cioè ad  una cultura mista che, però, permette la separazione dai goiym, senza escludere l’ascesi verso Dio, in quanto è risultanza operativa,  frutto di philosohoi, che hanno adottato una methodos per vivere in mezzo ad idolatri, mantenendo integro il tipico sistema ebraico basato sull’amore e timore di Dio e  sulla venerazione del  suo nome santo.    

Erode stesso approva ed anzi anticipa la notizia che ha intenzione  di inviare, a tempo debito, a Roma i suoi due figli presso Asinio Pollione o  Valerio Messala.

Le idumee in questo periodo, che dura circa sei/sette mesi,  appaiono, agli inizi, più serene ed appagate ora che Alessandra è vicina a loro,  alla pari, quasi sorella,  senza le altezzosità di una volta.

Dopo la sua commedia  per la condanna di Mariamne, la regina ha vissuto giorni di tristezza  profonda: le è stato difficile vivere in angoscia e depressione per circa un mese in un,o stato di lutto, passando da una volontà di sfregiarsi per la vergogna  e il desiderio  di fustigarsi per il pentimento.

Perciò  è  grata  per il sostegno ricevuto e per l’accoglienza  nel circolo delle relazioni idumee, a cui si è adeguata anche nel vestire: lei, che vestiva da domina romana, a fronte scoperta, con orecchini d’oro e con gioielli al collo, con i capelli  arricciati  che le scendevano sulle spalle,  ora  mette gli abiti come quelli di Cipro e delle sue ancelle, coperte nel capo fino ai piedi e con una veletta sul volto,  che lascia liberi solo gli occhi, secondo la rigida tradizione aramaica.

Erode, perfino,  si stringe alle donne e ai parenti e gira di tanto in tanto  dalla parte dei piccoli orfani, muto, facendo carezze non sempre accettate, talora accompagnate da pianti isterici e da grida di rimprovero delle vecchie nei confronti dei nipoti piagnucolosi.

Il re sta vivendo un momento di cupa solitudine: a sera si sente  solo nel vedovo letto, quando è più forte la mancanza della sua donna invocata e rimpianta.

La reggia, di giorno,  senza Mariamne, non ha luce,  non  dà niente al re che comincia a diradare le udienze,  a non presentarsi al consiglio  dei dioichetai/amministratori, alle feste d’inizio mese, a non curare gli affari pubblici,  trascurati tanto da non nominare nemmeno un sostituto.

Per Erode Mariamne era la regina legittima, la sua regina, di cui si sentiva  suddito e come uomo e come re, devoto, di cui  cercava di essere  ministro degno e zelante, desideroso di essere riconosciuto nel suo lavoro e premiato!

La sua vita per un decennio era stata un servizio: ogni atto  del suo regno, ogni legge, ogni cerimonia, ogni festa, ogni evento era per un abbraccio, per un bacio, per un cenno di approvazione, per finire con una esaltante unione dei corpi nel regio talamo!.

Per Erode la sua vita con Mariamne era un canto, ma diventava il più sublime dei canti,  il suo shir shirim, ogni volta che la regina asmonea era solidale nella sua politica ed  era festosa per i suoi  successi!.

Ora, invece, senza Mariamne, alzarsi il mattino è noia, le ore sono monotone, ogni azione è vana e vuota di significato.

Flavio così puntualizza il dolore del re – Ant. Giud., XV,240-: il desiderio del re si accese ancora più forte perché tale era stato anche prima, come abbiamo riferito. Essendo il suo amore  per lei  non privo di passione  e non derivando da una lunga convivenza, ma essendo stato fin dall’inizio  molto veemente e la libertà della coabitazione non avendo frenato neppure la continua crescita, ora più che mai  era preda di essa, quasi si trattasse di una punizione divina per la morte di Mariamne,  e si sentiva dalla sua bocca il nome della moglie  e si udivano  fortissimi lamenti.

Lo scrittore (Ibidem) aggiunge che fantasticava ogni genere di  distrazioni possibili, abbandonandosi a banchetti e a gozzoviglie, ma nulla di tutto ciò lo sollevava.

L’autore, come scrittore di muthos, mostra le sofferenze dell’innamorato, che spasima senza la sua amata: è un topos letterario, sfruttato, data la realtà della tragedia e del vero sentimento amoroso del re!

La depressione è al massimo grado se Erode comanda ai servi di far chiamare Mariamne come se fosse ancora viva e capace di prestare loro attenzione!

Erode, allora, stando in questa situazione, decide di andare nel deserto, che  è luogo di pentimento per ogni ebreo, desideroso di essere solo e di purificarsi dai propri peccati: si ricordi che Erode  ha amici tra gli esseni, uomini da lui rispettati ed amati, a lui, comunque,  fortemente avversi perché philoromaios e philhllhn, cioè usurpatore del titolo regale col sostegno di Roma e re che ha tradito la tradizione aramaica a favore di quella greca, avendo introdotto giochi e pratiche straniereIbidem 267- . L’andare nel deserto doveva essere, secondo il giudizio essenico, atto penitenziale ma diventa per lui un esercizio di caccia, come un allenamento militare  che lo solleva, ma secondo Flavio- ibidem 244- ciò non durò per molti giorni.

Si è già trasferito a Samaria, che dista una giornata di cammino da Gerusalemme, ma in quel luogo che gli ricorda il suo matrimonio non trova serenità,  anche se lì aveva usato allora la strategia, nella convinzione della sicura vittoria con l’altezzosa asmonea, della sopportazione e pazienza, sottesa al detto latino  despice ac suspice/ guarda dall’alto in basso con disprezzo e guardami con sospetto!

Per lui, militare, cosciente della vittoria finale, a letto, Karteria kai praooths/ la pazienza con mitezza  era una gioiosa attesa della deditio/resa!

Erode è un soldato romano, abile a fare col grande scudo rettangolare la testudo in modo da avvicinarsi al nemico impunemente, facendo agmen quadratum  presentando una protezione pergolata a carapace  per gettare al momento opportuno, il grido di combattimento ed alzare improvvisamente gli scudi e scagliare lance contro l’incauto nemico.

Quante vittorie il re aveva riportato dopo lunga sopportazione  sull’altera  regina asmonea!

Ora, però,  bisogna vivere e non sa  vivere senza Mariamne!

Alla sua personale sofferenza si aggiunge anche  il grido di dolore del suo popolo, provato prima dal terremoto ed ora dalla peste come conseguenza del primo, affrontato senza le necessarie attenzioni igieniche: gli giungono, infatti, messaggeri che gli riferiscono di una epidemia di peste /loimoodhs nosos, nella vallata del Giordano.

Temendo per la sua stessa vita, fa  circoscrivere un’ampia zona intorno alla città con pali muniti di  cartelli scritti in latino e greco Apàge, Noctua/ àpage,  glaucs/ vattene, Gufo e con una serie di cippi e di segni apotropaici o funghi  priapei per tenere lontano il malocchio!.

Avendo paura ordina di pregare Dio di contenere la sua giusta ira  e di tenersi lontano dal suo popolo, sventurato.

La peste avanza invece e miete vittime anche lungo la vallata del Mar Morto e poi sulla costa.

Ancora di più sente su di lui  la mano  di Dio che lo punisce ed applica la sua mhnis/collera dia thn gegenhmenhn paranomian en thi Mariamnhi   per l’iniquità perpetrata nei confronti di Mariamne!.

Ancora di più  si convince dell’ira di Dio, vaticinata  dai santi esseni,  specie quando cade malato di una malattia mortale, di cui i medici non trovano le medicine adatte per la guarigione.

Per Flavio -ibidem 245- la sua malattia nosos consiste in una infiammazione e  suppurazione della cervice  con perdita improvvisa temporanea  di coscienza/ flogoosis kai  pusis tou iniou  kai ths dianoas apeellagh.

Gli storici si sono affannati a dimostrare che Erode ebbe ictus o paralisi, progressive,  disturbi psichici, comunque,  dovuti a depressione e stress.

Di certo c’è una sintomatologia che può autorizzare una diagnosi di ictus cerebrale  momentaneo e parziale con perdita di memoria.

Flavio-ibidem 245/246- aggiunge: nessuno dei rimedi provati gli era di giovamento, anzi l’effetto era opposto. Tutti  i medici che gli erano intorno ritennero cosa migliore assecondare ogni suo desiderio, chi perché la malattia  era resistente ad ogni farmaco somministrato, chi perché il re non era in grado di seguire una dieta diversa da quella a cui l’obbligava la malattia, affidando alla fortuna la tenue speranza di guarigione che dipendeva dal suo tenore di vita /to duselpi ths soothrias en ecsousiai ths diaiths anatithentes thi tukhhi.  

In questo periodo di assenza di Erode, Alessandra nota che Custobar/Kos(t)obaros/Costubar, marito di Salome è ora più deferente e gentile, ossequioso come un tempo nei suoi confronti e che perfino Dositheo,  tenutosi a lungo alla larga, ora  tende ad avvicinarsi insieme ad  altri.

Questi, amici di Erode, sono con lui a Samaria, ma tornano a Gerusalemme spesso dalle loro donne e portano cattive notizie.

Dai famigliari di Erode trapelano notizie circa la sua salute, amplificate dalla servitù: Il re è malato! Il re è malato di una malattia mortale!

Alessandra, a Gerusalemme, a corte, avuta conferma della esattezza della malattia, riaccende nel suo cuore la speranza di regnare davvero e ringrazia Adonai di essersi ricordato di lei, finalmente. La donna ha bisogno di uomini che l’aiutino a lottare non solo per lei ma anche per i figli di Mariamne,  legittimi eredi. Non è difficile pensare  alle persone, a cui chiede  aiuto e consiglio !

Flavio-(ibidem 247-248)scrive: Alessandra, che stava invece a Gerusalemme, sentendo in che stato si trovava Erode, si affrettò a prendere il controllo delle  guarnigioni; queste erano due:  una  è della città  e una del tempio e queste chi ce le aveva, diventava signore dei giudei; infatti senza queste non si faceva sacrificio, cosa che pareva impossibile che non si facesse,  in quanto sceglievano piuttosto di morire che non adempiere al solito culto della pietà religiosa.

Flavio, dunque,  spiega  che  una volta prese le due fortezze, quella che  sovrasta la città e la Baris, che è sopra il tempio, si è padroni di Gerusalemme e quindi della regione giudaica Lo storico  elenca i motivi che sono due: uno di ordine logistico strategico ed uno tipico della natura del giudeo che  ha pietas e  perciò deve fare sacrifici al suo Dio e, in caso di impedimento,  preferisce dare la propria vita.

Perciò Flavio aggiunge, dopo aver rilevato la sua fretta e  una volontà di anticipare possibili complotti (ibidem 249-250):

Alessandra parlò ai comandanti di ta phrouria/fortezze dicendo che  dovevano lasciare a lei e ai figli di  Erode, a  meno che non volessero  darle a qualcun altro, desideroso di farsi signore dopo la morte del re.

 Secondo Flavio essi ascoltarono non certamente con benevolenza/ouk epieikoos quei discorsi, perché , già fedeli per il passato al re, ora erano più restii per odio verso Alessandra,  e perché pensavano  che non era bene, essendo ancora vivo Erode, di perdere la speranza.  E fra questi,  che  erano amici del re, c’era uno, di nome Achiab, suo cugino.

Alessandra,  certamente,  non è bene consigliata  a fare  discorsi di tale genere  con  toni  autoritari ai phrourarchoi, uomini  di nomina regia, e parenti, quando è ancora vivo Erode e pecca di mancanza di to epieikes, risultando inopportuna, ingiusta  e precipitosa anche se sembra presentarsi come tutrice e garante  per i figli di Mariamne e di Erode, in difesa dei loro diritti  alla successione contro  eventuali aspiranti al trono.

Nel discorso è implicita la presenza di altri, che possono aspirare alla successione, che potrebbero essere il figlio di Doris,  Antipatro, o  parenti ambiziosi del re, come Custobar.

Forse l’uomo in ombra è proprio Custobar, che sa bene dell’odio/misos  di tutti nei confronti di Alessandra, scaduta specie dopo il suo atteggiamento da commediante avuto durante il processo della figlia, che aspira  da tempo a neoterismos.

Se suo  è consiglio, comunque, non porta bene né alla regina né a lui.   Se invece Costubar fa esporre  la regina per nascondere il suo complotto, allora la sua operazione è geniale.

L’uomo è un politico, opportunista,  e la sua impresa non riesce  a causa della scaltrezza della moglie che  rivela tutto al fratello malato e lo denuncia a Ferora e ad altri, neutralizzando la sete di potere del marito.

Infatti Flavio  dapprima scrive:  Subito furono inviati alcuni a  far conoscere ad Erode il discorso di Alessandra. Ed egli senza indugio comandò che  fosse uccisa.

Dunque,  Alessandra, accusata di tradimento da Achiab, che è certamente collegato con Ferora e il clan idumeo,   senza processo viene condannata a morte verso la fine  dell’anno 28, da un Erode ancora non ben ristabilito dalla malattia.

Flavio poi  mostra quanto accade dopo la morte di Alessandra rivelando il complotto di  Custobar che  da tempo trama ai danni di Erode   in quanto non si sente inferiore  perché archoon, né  uomo di minore ricchezza e potenza tra gli idumei , per cui crede di avere gli stessi titoli per aspirare al comando di Erode.

Infatti Flavio insiste sul termine Archoon  che in Idumea non vale semplice arconte o magistato ma indica persona che primeggia con potere sacerdotale e politico ed è princeps  e despoths equivalente a Basileus delle monarchie ellenistiche con exousia cultuale.

Lo storico nel mostrare  il valore  Costubar  rispetto ad Erode  coniuga il verbo archoo molte volte  – facendo poliptoto – in modo da mettere in confronto i due, come se fossero antagonisti.

A seguito, comunque, della morte di Alessandra,  e dell’inchiesta  per scoprire i complici della regina,  vien fuori l’esistenza di una ragnatela di aramaici filoasmonei, ben mimetizzati, che hanno protetto in segreto  uomini  creduti morti da Erode, capaci di destabilizzare il regno.

A questo segue la notizia improvvisa del ripudio di Costubar ad opera di Salome, sua moglie, cosa insolita, illegale, non conforme alla legge giudaica.

Il ripudio è collegato all’accusa di tradimento  nei confronti del marito che insieme ad altri  progettano una rivolta.

E’ probabile che tale azione sia stata inizialmente  concordata con Alessandra, che contemporaneamente avrebbe dovuto occupare le due fortezze  e quindi assumere il potere regio per i nipoti Alessandro e Aristobulo.

Salome prova la sua accusa con un fatto antecedente di 12 anni quando i figli di Baba, affidati a suo marito sono stati non soppressi ma mantenuti in vita, nonostante il loro aiuto ad Antigono, il re asmoneo.

Flavio (ibidem 259-260) così scrive dopo avere mostrato screzi e dissapori tra i due coniugi: la donna inviò a Costubar un documento di ripudio sciogliendo il matrimonio che non era conforme alla legge giudaica. Infatti presso di noi è permesso fare questo solo all’uomo e  alla dona divorziata neppure è permesso di  sposarsi di nuovo,  per conto proprio senza l’assenso del primo marito. Salome invece scegliendo di non seguire le regole del suo popolo, di sua propria autorità,  ripudiò il suo matrimonio dicendo al fratello che si era separata da suo marito per lealtà verso di lui, affermando che  aveva scoperto  che suo marito  con Antipatro,  Lisimaco e con Dositheo  progettavano una rivolta  e come prova dell’ accusa portava  il fatto che i figli di Baba da dodici anni  erano tenuti in salvo  da Custobar; e  la cosa stava proprio così. 

La rivelazione sorprende Erode essendo per lui la notizia inaspettata: anzi il re precedentemente secondo Flavio (Ibidem 261) aveva fatto qualcosa contro di loro  ritenendo il loro comportamento a lui contrario, ma ora da molto tempo gli erano usciti dalla memoria.

Ma chi sono i figli di Baba?

Premetto che ho ripreso questo  XV  libro  dopo oltre trenta anni, per una revisione generale testuale e per scrivere, oltre alle note ,  Alessandra, suocera di Erode. Preciso che ho sempre pensato che la trascrizione di Barbaba sia al posto di Barabba con aferesi di aleph /alfa, secondo la lettura greca destrorsa bar(a)bab. Rettifico affermando che, comunque, non ho mai trovato nei codici  conferma a quanto dico neppure in quelli di B. Niese e di A. Naber (cfr.  Flavius Josephe I et II Les Antiquités  juives, Livres I a III introduction, texte, traduction et notes par Etienne Nodet, ‘Editions Du Cerf 1993).

Sono, dunque, i  figli di  Padre, certamente uomini superiori  In Idumea per autorità ad Antipatro, padre di  Erode, e a Custobar, legati  al culto di Cose, quindi figli di  un sommo sacerdote con potere politico, idumeo, vinto da Giovanni Hircano, che impone il culto giudaico.

Sembra quindi che Custobar gerarchicamente è inferiore al Padre, pur essendo anche lui sacerdote del culto di tale Dio idumeo.

La notizia  è di Flavio: i suoi antenati erano sacerdoti di Cose  che dagli idumei era ritenuto Dio; in seguito Hircano (Giovanni)  mutò il loro modo di vivere  facendo adottare i costumi e le leggi dei giudei .(ibidem 254). Lo storico parla dei figli di Baba per mostrare la figura di Custobar  come un capo idumeo  che mal sopporta il dominio di Erode  e che in segreto ne mina il potere, rimanendo legato alla famiglia asmonea. Flavio, seguendo una fonte filoerodiana, quella di Nicola di Damasco, tratteggia  il personaggio come  ambizioso e desideroso di novità perché di ordine sacerdotale,  un conservatore dei culti precedenti la conquista  giudaica e perciò  rileva: Custobar non voleva limitare le sue speranze  ed aveva per  questo buoni motivi, la nascita e la ricchezza  acquisita con  la continua e spudorata ricerca di vergognosi profitti.

Lo storico aggiunge perfino: e non era poco quello che egli aveva in mente!.

Infatti, dapprima, è pretendente alla mano di Salome,  rimasta vedova dopo l’uccisione di Giuseppe, e da Erode, che da poco ha preso il potere a Gerusalemme,   ha come moglie la sorella  e il  titolo di governatore/ archoon dell’Idumea e di Gaza, probabilmente intorno al 35 a.C.

Secondo Flavio Custobar   accolse  con gioa questi favori  che erano al di là di ogni  sua spettativa  ed innalzato al di sopra della sua fortuna,  poco alla volta,  andò oltre  ogni limite : riteneva non giusto  eseguire gli ordini di Erode, che pur era comandante/archoon, e adottare i costumi dei giudei da parte degli idumei, anche se soggetti a loro(Ibidem 255 ):

Perciò è probabile che Custobar avendo una volontà di potere autonoma fosse prima collegato con Antigono e poi segretamente  con Alessandra, durante il regno di Erode.

Comunque la sua condotta non è  di un fedele  suddito in quanto da  aramaico e filoparthico, contesta  il  potere di Erode  e  non ritiene giusto adottare i costumi giudaici   e neanche essere come idumeo  soggetto ai giudei.

Perciò Flavio (ibidem256) dice: inviò messaggeri a Cleopatra  dicendo che l’Idumea  era sempre appartenuta  ai suoi antenati  e che  era quindi giusto che  lei chiedesse ad Antonio   questa regione  ed affermò che gli stesso  era pronto a trasferire  a lei la sua lealtà.

Lo storico spiega che non fa questo  per desiderio di essere suddito di Cleopatra  ma perché pensa  che sottraendo l’Idumea ad Erode  può diventare lui signore  della regione e raggiungere traguardi maggiori.

Erode, dopo che Antonio nega la regione a   Cleopatra, a Laodicea, avendo saputo del rapporto epistolare con la regina di Egitto,e conosciuto tutto l’intrigo,   vuole uccidere Costubar ma per supplica della sorella, sua  moglie, e della madre  gli concesse la vita  e il perdono, ma, da quel momento, lo  guardò con sospetto per il crimine compiuto.

Dunque, Erode, riavutosi a stento dalla malattia, pur indebolito di animo e di corpo, trovava dovunque cose mal fatte e manchevoli  e cercava pretesti  in ogni causa per  punire  che gli capitava. Sembra che ora Flavio segua un’altra fonte, avversa ad Erode, visto secondo un’ottica senile, degli ultimi anni di Regno.

Comunque, il ghet, il  libello di ripudio, della sorella  e l’accusa provata  con la mancata uccisione dei figli di Baba, determinano  la fine di Custobar,  reo di disobbedienza al proprio re per i fatti di 12 anni prima,  ed ora del complotto con Alessandra.

Erode varie volte  avrebbe voluto  punire i figli di Baba  perché erano uomini che avevano un comportamento contrario a lui , ora però  anche  se se n’era dimenticato, – il re soffre di amnesie!- la faccenda viene a galla con l’accusa  di sua sorella!.

Questo è Il racconto è di Flavio : Quando Antigono era re e le forze di  Erode assediavano  la città di Gerusalemme e sotto la spinta della miseria  che colpiva gli assediati  molti ricorrevano per aiuto ad Erode  e ponevano in lui le loro speranze, i figli  di Baba, invece ,che godevano  di un’alta posizione  ed avevano un grande influsso sulle masse  restavano leali ad Antigono, parlavano sempre male di Erode ed esortavano il popolo  a mantenersi dalla parte del re, il cui potere veniva dalla nascita  Tale era la politica di questi che  pensavano che ciò fosse vantaggioso. 

Lo storico aggiunge:  Dopo la presa della città,  quando Erode controllava ogni cosa,  Custobar aveva il compito di chiudere le uscite  e custodire al città  per impedire la fuga dei cittadini che erano in debito o che seguivano una politica di opposizione verso il re. Siccome Custobar sapeva che  i figli di Baba  erano stimati ed onorati da tutti, pensando che, se li avesse salvati,  avrebbero avuto parte importante ad ogni cambiamento  di governo, li allontanò dal pericolo  e li nascose nella sua regione. 

Ora, dunque, i fatti dicono che Custobar non è stato fedele ad Erode, il quale per lui e i figli di Baba e gli altri seguaci del dio Kos(T)e non è degno di regnare  perché non ha  i diritti di nascita.

Custobar ancora di più è  infedele perché  precedentemente  Erode avendo sospetto della cosa, aveva  indagato su di lui, che  però lo rassicurò  giurando  che non sapeva assolutamente nulla di quegli uomini ed inoltre il re avendo promesso una ricompensa  per ogni informazione su di loro   ed avendo fatto compiere ogni genere di ricerche,  Costubar non si decise  a confessare  poiché era convinto  che avendo negato una volta,  non sarebbe rimasto impunito  se fossero stati trovati  ed era obbligato a tenerli  nascosti  non solo per lealtà verso di loro,  ma anche per necessità.

Ora, però, Erode informato da Salome che deve provare coi fatti quanto dice  mandò sul luogo, nel quale quelli si trovavano,  e li fece trucidare.

Lo storico conclude che  della famiglia di Hircano non rimase vivo nessuno, pur sapendo dei figli di Mariamne (Ibidem 266 ).

Così,  dopo questa strage, Erode decide  di  uccidere i suoi amici e famigliari, Custobar, Lisimaco, Antipatro detto Gadia e anche Dositheo.

La nuova strage  secondo Flavio avrebbe chiuso per sempre il problema dei rapporti con la stirpe asmonea, ma non è così.

Erode non ha ucciso tutti quelli della famiglia di Hircano  perché ci sono figli di Mariamne che hanno il dovere della vendetta, avendo   succhiato odio fin da bambini contro di lui, loro padre, distruttore della loro famiglia da parte materna !

Il regno, che sembra completamente in mano di Erode  perché non ci sono  più uomini che possono  contrastare  le sue  azioni,  non è affatto sicuro, nonostante la fiducia in lui di Roma, di Ottaviano e di Marco Vipsanio Agrippa.

Giulio Erode in Giudea resta sempre un re illegittimo che compie azioni illegali  perché non conformi alla tradizione giudaico-aramaica, in quanto  non ha il potere, conforme alla  volontà/ thelhma  di Dio.

La morte di Mariamne

Ho fatto tutto quello che ho fatto, prima. guardando, esaminando e studiando ogni struttura minima del sistema ammirato, poi.  facendo esercizio, sbagliando, rifacendo, autocorreggendomi in un continuum ripetitivo, inesauribile, con lo skopos della perfezione teleioosis, più sul piano utilitaristico che su quello ornamentale, infine. accontentandomi di quanto so fare ed è nelle mie possibilità fisico-tecniche artigianali, come risultanza tuzioristica, seria, di un povero uomo, di una creatura mortale, senza dogmatismi.

 

Morte di Mariamne

 

Flavio scrive:  era donna  ottima  per padronanza di sé e magnanimità, ma aveva il difetto dell’intemperanza e per natura propendeva alla lite, data l’ambiziosa volontà di prevalere (Ant Giud., XV,237).

L’autore mostra, da una parte, l’educazione/paideia aristocratica liberale, la cui  nobiltà ha il pregio dell‘egkrateia e della megalepsuchia e, da un’altra, la naturale mancanza di to epeikes, congiunta col carattere di persona propensa al voler sempre vincere/ to philonikon. 

Lo storico, dunque,  sottende in questo giudizio la formazione liberale di una donna di famiglia regale e la presenza di precettori therapeuontes, che creano la base di una cultura aristocratica, collegata con gli studi enciclici, sviluppante parrhesia/ la libertà di parola, connessa con la coscienza di nobiltà che si esprime nella moderazione  e nella munificenza perfetta, nel clima di fortuna familiare, ma inadeguata e nefasta in caso di cambio di sorte e perdita di potere.

Infatti ta egkuklia comprendono, oltre i diritti comuni di tutti i politai, il corso di scienze e di arti (mathhmata) che ogni cittadino libero deve compiere, prima di entrare nella vita civile e fare parte della società politica.

Essendoci stato l’avvicendamento tra gli asmonei e gli erodi ad opera dei romani -che, avendo vinto i Parthi (precedenti  legittimi elettori, considerata la supremazia nell’area eufrasica  del re dei re), hanno ora  il diritto di dare la basileia ad uomini di fiducia-  Alessandra, superstite filoparthica, è a corte sopportata più per il matrimonio di Mariamne con Erode che per il valore della stirpe, ormai senza ricchezza e senza cariche, con il solo nominale prestigio.

Ora la famiglia asmonea, in una tale nuova situazione, avrebbe dovuto studiare una strategia per sopravvivere e  per passare indenne tra i pericoli di una corte, in cui predomina l’elemento filoromano, di cultura idumea e nabatea,  in relazione  alla prima moglie di Erode,  Doris – di cui non si sa neppure se vive nello stesso ambiente, seppure in posizione secondaria, rispetto all’altra nuova moglie, – col proprio figlio Antipatro, coccolato certamente  dalla nonna Cipro e dalla zia Salome, partecipi, pur donne, del consilium principis.

Invece Mariamne e la madre disdegnano perfino il contatto con le donne della famiglia del re, che agli inizi, fresco sposo e nuovo re, è innamorato della moglie, la quale non dà per quasi un anno e mezzo segni di maternità.

La giovane sposa, che è molto legata alla storia della sua infelice famiglia,  poi,  piange la morte del fratello, si lamenta di essere sorvegliata con la madre da Giuseppe, vivendo, in assenza del marito, un delicato momento tra dolori, ansie, incertezze, sobillata ed aizzata da Alessandra – che si sente ancora legittima regina e non ha la coscienza di essere diventata suddita del genero, nonostante le umiliazioni e le  continue sconfitte- ed è  sempre  mal vista e non accettata dal clan idumeo, fin dai primi mesi di matrimonio, che l’accusa di sterilità.

Per una donna  di nobile nascita, che, pur amatissima dal marito, risulta  subito cattiva, per il suo carattere arrogante e liberale,  non è facile  mantenere il controllo di fronte a gente più matura che provoca ad arte, che paga cortigiani per farla esplodere in una comunicazione superba con espressioni alterate di disprezzo verso la stirpe inferiore degli idumei, più abile nel litigio – Ant Giud XV,237-.

E’ probabile che Mariamne , esacerbata e provocata,  abbia detto quanto poi dicevano i suoi figli, Alessandro ed Aristobulo, venti anni dopo, ad Antipatro, figlio primogenito  di Erode, che insieme a tutti gli altri erodiani,  ostacolavano i loro diritti alla successione, cioè di fare diventare scritturale di villaggio ogni idumeo di corte in relazione allo stato presente e all’educazione ricevuta -Ant giud, XVI, 203-.

Mariamne, nella sua guerra privata con le donne  idumee  alteramente  le invita a deporre gli abiti regali e a mettere gli stracci come divisa di una professione servile.

Lo storico, dunque, considera Mariamme una donna cattiva perché viziata dall’educazione regia impartita dalla famiglia, asmonea, secondo le regole della basileia ellenistica  e  quindi la giudica  colpevole  in quanto incapace di venire a patti con la realtà di una corte idumea e nabatea  illegittimamente regnante, di origine  certamente non nobiliare, ma neanche plebea, perché ricca e benestante secondo la logica arcaica tribale mesopotamica.

Per lo storico Mariamne è ancora di più resa  kakh  dal marito che, adorandola, l’autorizza ad essere regina e a comportarsi in modo scontroso a seconda dell’umore, non solo con i cortigiani e con i parenti acquisiti- specie con la madre e con la sorella del re- ma anche con lui in quanto lo vede suddito d’amore e ritiene che  mai da lui potrebbe avere una qualche reazione irrazionale ed imprevista, dato l’innamoramento, e tanto meno subire un qualcosa di grave o avere la paura di affrontare un minimo pericolo.

Forte di avergli dato altri quattro figli, dopo la nascita desideratissima del primo maschio nel 35, la regina impone una dittatura più sul re che sulla corte: la sua indiscussa bellezza fisica e la nobiltà comportamentale -Ibidem 237 –  sono baluardo e difesa insormontabile di una donna razionalissima ed anaffettiva  davanti ad  Erode, re sentimentale, passionale, acquietato sessualmente, a precise scadenze!

La donna non conosce,  però, la perfidia della  stirpe  né la natura di Erode, suo marito, la sua  ambizione, pertinacia,  arrivismo  e opportunismo, la megalomania  -Ant Giud., XVI, 150-159.

Erode  è altalenante nella furia sentimentale, capace di innalzare alle stelle ma anche di gettare alle stalle  quanto  ha di più caro e sacro, feroce nella determinazione  barbarica e quindi funesto nell’ira improvvisa, nonostante la coscienza dei sicuri pentimenti e dell’incapacità di vivere senza Mariamne.

Nei casi di cecità assoluta e di irrazionalismo bestiale non c’è freno per Erode ed allora non serve  né bellezza né nobiltà: alla bia non c’è rimedio!

Ho voluto precisare questo aspetto  in quanto ho letto il rimprovero di Alessandra   verso la figlia bollata come kakhn kai akhariston nei confronti del marito.

I due aggettivi si completano nel ritratto  di  persona scaduta dai canoni della rettitudine di comportamento della basileia in quanto la kakia/cattiveria indica uno status di decadimento volgare di un’ aristocratica rabbiosa coi populares, mentre l’akharistia connota l’ingratitudine nel rapporto con un uomo innamorato e disponibile  ai capricci di una  moglie giovane, definito euergeths.

Alessandra, infatti, rileva, in una situazione di gravissimo pericolo anche per lei, depressa,  che secondo l’etica regale, in relazione al rapporto tra moglie e marito, sua figlia subisce cose giuste per siffatti atti audaci e temerari/ dikaia paskhein epi toioutois tolmhmasis  dicendo che ou gar ameipsasthai  deontoos  toon pantoon autoon euergeths/ non c’è modo di contraccambiare adeguatamente un benefattore grandioso.

La regina  afferma che la figlia non si è comportata in modo conforme all’educazione ricevuta,  i cui cardini sono agathia ed eukharistia, avendo lei compiuto atti temerari ed osato eccessivamente, approfittando della generosità del marito euergeths: la madre condanna così a morte la figlia e la insulta!  C’è ostentata teatralità  al fine di un calcolo personale e politico, per salvaguardare egoisticamente se stessa e dissociarsi dalla condotta della figlia, in una connessione improvvisa con l’opposto clan idumeo, da sempre ostile!: a tanto porta la paura della morte, anche in un animo nobile!

Mi è sembrato necessario, prima di riprendere la narrazione precisa dei fatti del Bios del grande Re, fare questa premessa  alla morte di Mariamne, sia per comprendere la donna ventottenne, nel suo pieno fulgore di bellezza,   che Alessandra,  domina di circa 45 anni, maturata nel dolore e nella rabbia repressa di vittima rispetto al fortunato genero, protetto da Dio,  in quanto politicamente sconfitta.

Secondo Flavio, Erode,  tornato dal suo viaggio trova  la corte divisa tra le donne asmonee – sempre più convinte di dovere predominare, ( la madre per la sua alterigia  regale, la figlia. oltre che per la nobiltà, anche per l’ascendente che ha sul suo uomo,  conosciuto nella sua passione amorosa e nel suo sentimento)- e le idumee agguerrite per i successi del parente.

Il pettegolezzo è una norma nelle corti, ma in quella di Erode ha maggiore rilievo perché i due gruppi si odiano profondamente e cercano un motivo per fare esplodere il rancore represso dall’una  e dall’altra parte.

Per fortuna di Erode  la situazione non precipita  e resta inalterata       per un mese dal momento del suo ritorno.

Un nuovo evento  attira  i cortigiani, divisi nella gioia alcuni e nel compianto gli altri:  la vittoria di Ottaviano e la morte di Antonio e di Cleopatra.

Erode si è barcamenato nei litigi tra le due partes,  sopportando e mitigando le opposte richieste delle due famiglie, rimanendo in una posizione di moderata tolleranza ed ora partecipa alla festa per la vittoria del suo  nuovo patronus, anche se  in cuore suo è turbato ed ha molti motivi di rimpiangere il povero Antonio.

La convocazione  in Egitto da  parte dell’ autocratoor è, comunque, una liberazione   e risulta un lieto evento, che lo libera da quel covo di vipere, che è la sua corte.

Si dovrebbe essere intorno alla fine di settembre del 30, quando ancora Ottaviano va alla ricerca di Cesarione. Flavio scrive che Erode allora si affrettò ad incontrare Cesare e lasciò gli affari privati così com’erano.

Lo storico aggiunge: quando arrivò in Egitto, prese a discutere degli affari con Cesare con una maggiore libertà come un vecchio amico, e gli furono concessi favori molto grandi (Ibidem 217).

Erode , dunque,  avendo  stabilito a  Rodi buoni rapporti diplomatici con  Ottaviano, è rimasto in relazione con lui  tramite messaggeri e lettere e perciò, diventato amico philos, si comporta  nel parlare con maggiore libertà /metà pleionos parrhsias eis logous .

Si sa che Ottaviano regalò quattrocento galati,  che erano stati  guardie del corpo di Cleopatra; gli restituì il territorio che gli era stato tolto  a causa di  lei, aggiungendo, inoltre,  al suo regno Gadara, Hippo, Samaria, e  Gaza marittima, Ioppe e Torre di Stratone (Ibidem) .

Non si sa quanto tempo il re rimanga in Egitto, ma non sembra molto perché  Ottaviano parte da Alessandria a metà ottobre.

Flavio sinteticamente scrive: Avute queste cose ed accompagnato Cesare fino ad Antiochia, ritornò indietro e quanto più felicemente faceva le cose fuori di casa, tanto più era travagliato in casa, specie con la moglie, di cui pareva che fosse stato molto felice, poiché l’amò non meno di quelli che sono famosi nelle storie d’amore.

Lo storico sottende,  da una parte,  un viaggio durato oltre un mese, in cui Erode scorta l’autocrator, cavalcando al suo fianco, ammirato e splendidamente vestito (lamproteros), pagando le spese del viaggio fino ad Antiochia  per poi ritornare a Gerusalemme,  e da un’altra  mette in opposizione la felicità del viaggio nel rapporto con estranei col travaglio in casa a causa dei contrasti coniugali, nonostante un gamos eutuchhs.

Flavio parla a lungo di questo matrimonio, che ha dato  cinque figli (Alessandro, Aristobulo, Salampsio, Cipro ed un figlio) e che ha procurato   eudaimonia  ai due sposi,  protagonisti di una vicenda d’amore, degna di dihghsis/narrazione!.

Lo scriba greco usa i termini dell’istoria erootos per mostrare Erode come personaggio di un romanzo ellenistico, come Dafni  di Longo e come Cherea di Caritone.

Flavio (o meglio chi scrive in greco per lui!) conosce certamente il muthos erootikos, fiorente come genere letterario già nel I secolo e ancora di più nel II, in quanto il suo linguaggio retorico è vicino a quello di Il romanzo di Calliroe di Caritone  e forse anche alle Storie di Apollonio di Tiana di Filostrato.

Flavio scrive – Ibidem 218-: eroota gar oudenos elattoo toon istoroumenoon epeponthei metà tou dikaiou  ths Mariamnhs /  infatti aveva patito  giustamente  un passione amorosa per Mariamne non inferiore a nessuno di quelli di cui si raccontano storie.

Il termine Orgh di Cherea- che dà un calcio violento (Caritone di Afrodisia  il romanzo di Calliroe,  a cura di Renata Roncali Bur1996,  elaktise I,  IV,12)  al ventre della moglie uccidendola (all’apparenza)-  indica una improvvisa rabbia furiosa e potrebbe essere  quella stessa di Erode  che, agitato, condanna a morte Mariamne .  Secondo Flavio  Egli amò Mariamne secondo merito, in quanto  era tra le altre cose casta e fedele, anche se aveva il difetto della naturale molestia femminile e dell’eccessiva libertà di parola, data la sua coscienza di essere la regina  rispetto al civis idioths,  suo suddito, per di più  servo di amore, in quanto innamorato pazzo.

Infatti la donna domina il marito  in quanto sa come prenderlo  come maschio e come re, e lo assoggetta ai suoi voleri coram populo, davanti a tutta la corte e specie di fronte al clan idumeo e nabateo, che venera il tradizionale maschilismo,  paternalismo e  autoritarismo regio.

In un clima di sospetti e di insinuazioni da parte delle donne  idumee – ridotte al silenzio e costrette a tramare insidie e a vedere il trionfo di Mariamne, prolifica e festeggiata ad ogni parto- passato circa un anno dal ritorno dall’Egitto, scoppia la tempesta tanto più forte per quanto è stata tenuta sotto controllo.

Il periodo, in cui  si acuisce la sfida tra le due  famiglie dovrebbe essere tra il gennaio del 29 a.C.  ed inizio marzo del 28, un  tempo  di circa 14 mesi, alla cui fine  Mariamne viene strangolata per ordine del marito.

La donna  in questi lunghi mesi  è attaccata, spiata e messa sotto osservazione dalle donne idumee,  decise ad annientarla, tese a cercare il minimo pretesto per incriminarla e farla inquisire dal marito, che  a sua volta  è seguito da servi, da spie,  da ministri che, leggendo ogni smorfia,  ogni gesto, ogni comportamento per la definizione delle azioni successive, in modo da prevenirlo e da determinarne giudizio, riportano fedelmente a Salome e  a Cipro ogni dettaglio, registrato.

In questo assedio Mariamne  trascorre mesi, dopo che Erode è tornato da Cesare: la colpa varie volte viene velata dal re, ma poi diventa  un’accusa  effettiva in una precisa occasione.

Flavio (Ibidem, 222-223) scrive: Erode a mezzodì voleva riposarsi e si presentò da sua moglie, spintovi dall’amore che le portava. Entrò, ma non giacque con lei perché la donna lo cacciò rinfacciandogli la morte del padre(Nonno) e del fratello. Perciò essendo Erode molto sdegnato e disposto a punirla, Salome, sorella del re, sentito questo, mandò il coppiere regale a dirgli che Mariamne aveva preparato una bevanda- farmakon- per eccitarlo ad amarla di più.

ll servo riferisce l’accaduto e le donne, idumee – forse anche Doris e  la moglie di Fasael, oltre alla vecchia Cipro-  fanno scattare il loro piano per rovinare definitivamente la  giovane donna, ritenendo  finalmente giunto il giorno della vendetta sulla base di un filtro d’amore, di un pharmacon, come prova di un’accusa di veneficio, mista ad un ventilato adulterio.

La donna, innervosita da tante pedinamenti e da tanti rumores/ voci pettegole ed ingiuste contro di lei, onesta, è astiosa nei confronti di Erode anche lui stretto tra odio ed amore  e  costretto a passare da uno stato di tranquillità e ad uno di sdegno.

Il  rifiuto di prestazione sessuale  da parte della regina  è un atto di stizza che diventa poi un’ accusa contro il re,- uccisore tra l’altro anche del nonno- che,  per non reagire esce indispettito dalla camera, seguito dallo sguardo attento della servitù.

Nel complesso, comunque,  il re  da tempo avrebbe voluto punire  l’orgoglio della moglie  che ancora occupava parte dei suoi sentimenti, dopo 10 anni dal matrimonio,  ma non aveva la forza di disfarsi della donna. In conclusione l’avrebbe punita  volentieri, ma temeva  che con la morte di lei, involontariamente avrebbe inflitto  una punizione più grande a lui che a lei (Ibidem, 212).

Lo storico non è più storico ma  narratore  ellenistico del  muthos erootos che segue i canoni delle vicende amorose dei protagonisti con intrighi di corte e con la  manifestazione epiphaneia dei sentimenti più intimi di Erode, non più compos sui.

Erode è visto dilacerato tra to stugein  e to stergein, tra il disgusto dispettoso-che lo fa sputare per l’odio rabbioso- e la tenerezza  di un abbraccio con amoroso trasporto di innamorato, da un autore che usa  l’ allitterazione di st iniziale e di g(ein) finale per evidenziare il contrasto tra odio ed amore, che sottende l’opposizione asprezza-dolcezza.

Lo scrittore  legge la situazione dall’angolazione delle donne  idumee, represse ed ostili, che, trovata l’occasione ottima per vincere  sparlavano  spettegolando/dielaloun  spargendo non piccole calunnie ou mikrais… diabolais  per fomentare in Erode  misos omou kai zelotupian/ odio insieme a gelosia (ibidem 212-213).

La pars idumea, e specie la perfida Salome, approfitta del momento, vedendo il nervosismo nel  volto stesso del re,  gli invia un coppiere /oinokhoon addestrato per questa operazione,  a denunciare  Mariamne con molta cautela, in relazione al comportamento di Erode.

Ecco quanto scrive in discorso indiretto Flavio a proposito del  filtro d’amore- pharmakon,  che fa scoppiare la tempesta, tenuta a lungo sotto controllo (ibidem224):

Se il re ne fosse turbato e chiedesse che tipo di bevanda fosse, dicesse…  Pharmakon, che ella aveva chiesto di dare al re, ma se non si turbasse, non  gli dicesse altro perché Mariamne non era in pericolo.

Detto questo, lo mandò a parlare ad Erode. Costui facendo finta di parlare di cose importanti affermava che Mariamne gli aveva dato del denaro perché gli somministrasse una bevanda affinché  l’amasse di più. (Ibidem, 225)

Il coppiere  è uomo ammaestrato da Salome a seguitare solo se vede Erode partecipe della rivelazione a seguito del termine pharmakon – equivoco, anche per la sospensione (dopo legein…)  presente nel testo, come significato  in greco in quanto vale cosa giovevole o malefica, in relazione al contesto -: il re era commosso ed eccitato e, quello seguitò a dire che era  pharmakon ciò che lei gli ordinava di dare,  ma non sapendo il suo effetto, lo aveva manifestato a lui affinché  gliene mostrasse gli effetti.

Erode, allora, fa  chiamare l’eunuco/ eunoukhon di Mariamne, il più fedele, quello senza  il quale la donna non fa niente ed ordina di  torturarlo.

Perciò il re, che prima era furibondo, udite queste cose, divenne molto più turbato, tormentava l’eunuco che era fedelissimo a Mariamne per sapere del pharmakon, sapendo bene che tale cosa non poteva essere procurata senza di lui.

L’eunuco, che era partecipe dei segreti, non disse niente del farmaco, ma manifestò che l’odio rancoroso/ ekhthos derivava da quelle cose che aveva detto Soemo (ibidem 227).

Il sentire nome di Soemo, unito a quello della moglie, fa impazzire Erode, che  mentre ancora l’altro, torturato,  sta parlando,  sbraita e  grida che Soemo era stato sempre fedelissimo a lui e al regno e mai avrebbe dovuto tradire le sue istruzioni, a meno che non avesse spinto troppo in là la sua intimità con Mariamne ( Ibidem 228).

L’uso del verbo proerkhomai (che vale vado avanti, progredisco, faccio passi avanti gradatamente  in un discorso o in una comunicazione)  fa pensare che Flavio indichi che Soemo abbia tentato approcci  personali, durante la sua assenza, con Mariamne in quanto aggiunge ulteriormente paraiteroo (comparativo assoluto di pera), che significa troppo avanti (troppo oltre) nel rapporto comunicativo.

Insomma le donne idumee fanno sospettare Erode che la moglie possa averlo anche  tradito con Soemo (c’è un figlio, senza nome,  tra i figli di Mariamne!).

Erode, esagitato,  comanda che Soemo sia  arrestato ed ucciso immediatamente, ma  riserva un diverso trattamento a Mariamne e perché consorte e perché asmonea, temendo il giudizio di romani, presenti a corte e l’odio popolare.

Flavio dice:  concesse alla moglie un processo/crisin, dopo aver riunito  gli uomini  più vicini a lui  e presentò un’accusa ben formulala  e dettagliata  contro di lei su filtri e su farmaci, allestiti da lei (ibidem, 229). Erode, in quanto sovrano assoluto, nominato da Roma, ha autorità completa nel suo regno e non deve giustificare la sua azione: questo aveva sancito Antonio davanti a Cleopatra, a Laodicea, affermando che ogni re  è libero nel suo regno, altrimenti che re è!

I presenti  e i suoi consiglieri, formanti il suo consilium principis, pur edotti  giuridicamente,  emettono sentenza di morte contro ogni tradizione giuridica, specie quella ebraica mosaica (cfr. Il giudice di Filone alessandrino) impauriti  a causa dell’agitazione di Erode e delle sue violente escandescenze.

Flavio così scrive, quasi per correggere l’immediata illegittima condanna, a  seguito di una pacata riflessione:  Dopo la sentenza  e a lui e ad alcuni  presenti  sembrò bene non  dover procedere con troppo fretta alla esecuzione,  ma di rinchiuderla in una delle  fortezze del regno.( Ibidem, 230).

Il consiglio, in un momento di calma, persuade probabilmente  il re rientrato in sé,  a non avere fretta nell’eliminazione di una donna a lui cara – della cui mancanza potrebbe soffrire, dato l’intenso amore ancora palese verso di lei -.

L’intervento di Salome, – che è tra i consiglieri del re insieme ad altri membri della sua famiglia – decisa a mettere a morte la regina, risulta  un avvertimento politico per il fratello – che deve temere i  sudditi aramaici finché vivono gli asmonei, loro legittimi sovrani – convince Erode della necessitas della immediata morte di Mariamne.

La mia traduzione di Flavio  in discorso diretto rende bene la malvagia  intenzione  di Salone che impone  di fare eseguire la sentenza, se vuole regnare senza rivolte:   se lei rimane in vita, guardati dalle insurrezioni del popolo/tas tarachas tou plethous!.

 Flavio descrive, infine,  lo spettacolo della morte di Mariamne  mostrando la commozione generale  della corte, senza cenno ad Erode, la  serenità della regina,  che va  a morte  conforme alla sua paideia regale  e per contrasto la metanoia improvvisa, imprevista  della madre Alessandra,  anch’ essa accusatrice.

E’ una dihgesis   drammatica,  lunga ( Ibidem 232-239), retorica e tecnica, propria di uno buon  scrittore  ellenistico, che segue la fonte di Nicola di Damasco, uomo presente a corte come therapeuoon di Alessandro ed Aristobulo, i piccoli figli di 8 e 6 anni  .

I termini usati, specie per mostrare il  cambiamento improvviso di Alessandra, -che presa da  phobos (sotteso, non esplicito nel testo),    si accinge  a recitare la parte di accusatrice  per salvare se stessa, cosciente che su di lei  incombe ora la morte, dopo le parole di Salome-  segnano i  momenti significativi della tragedia asmonea e della madre e della figlia.

In effetti i termini rivelano il tracollo psico- fisico di Alessandra, fino ad allora spietata antagonista di Erode  per la supremazia, nonostante le sconfitte,  con l’esplodere dell’egoistica volontà di vivere, come  istinto di sopravvivenza, nel balzare su, da isterica, /ekpedhsasa e nel rinfacciare/ loidoroumenh  alla figlia la non conformità di vita rispetto all’educazione ricevuta, proprio lei, che con un comportamento indecoroso vuole  ingannare  da commediante / kathupokrinasthai  askhhmonos gli  altri  cortigiani.

La donna suntheoorhsasa ton kairon,  studiata attentamente e razionalmente la situazione, venutagli meno la forza di combattere all’improvviso, come spossata, crolla per paura, e cambia strategia istantaneamente e passa dalla parte del vincitore e si accanisce contro la figlia condannata, delle cui azioni lei è certamente correa, Lo spettacolo è indecente, indecoroso, vergognoso davanti alla corte  di idumei, di aramaici, di romani, di cortigiani e di servi,  da parte di un regina madre, indegna di una figlia condannata a morte,  silenziosa e dignitosa nell’avviarsi al luogo dello strangolamento.

I termini tecnici usati da Flavio segnano i momenti salienti della tragedia  di  due infelici  donne, da cui una esce sublimata,  anche se  morta, l’altra, distrutta moralmente, pur rimanendo viva.

Flavio (ibidem,232) spiega: vista la situazione e avendo ben poca speranza  di sfuggire ad un trattamento simile  da parte di Erode,  cambiò la sua attitudine in una maniera sconveniente, in modo  opposto alla sua  precedente arroganza/enantioos pros to prooton thrasos lian aprepoos meteballeto.

Dopo l’esame dalla sua angolazione dei rapporti  sbagliati della figlia col marito, giunge a compiere atti indegni, oltraggiandola  e strappandole i capelli – Ibidem234 –

Flavio aggiunge mettendo in contrasto tramite mende il comportamento della madre e della figlia, seguendo il giudizio unanime degli spettatori : pollh  men oos eikos,  kai para  toon alloon  h katagnoosis hn  ths  apreppous prospoihseos, mallon de enephanh  par’auths ths apollumenhs/c’era molta disapprovazione con condanna, come era naturale, da parte degli altri, di tale indecorosa simulazione mentre da parte della condannata  apparve  la dignità…

Ed infine, secondo  lo scrittore,  Mariamne, senza pronunciare una parola, senza mostrare turbamento davanti alla sceneggiata, dimostra fermezza di spirito, nonostante il vergognoso comportamento  materno.

Flavio, nella conclusione,  anche se  tende  a fissare il significato del silenzio, unito alla  sprezzante nobiltà del carattere di Mariamne, chiusa in sé, crea la tipologia della martire (utilizzata poi  dai cristiani), che davanti al tiranno  sacrifica la propria vita: andò  a morte calma, intrepida, senza cambiare colore e fino all’ ultimo diede manifesti segni  della sua nobiltà  a chi la guardava.

Lettere di Cleopatra ad Alessandra

La morte di Cleopatra

Lettere  di Cleopatra ad Alessandra

I. Kleopatra  Alecsandrai (dativo) khairein

Tu mi parli di Tuchh, narrandomi  tutto ciò che di male (e di bene) ti capita,  cioè quod  infelix et infaustum fit in opposizione a quod felix et faustum est, e credi di lottare con un destino crudele, contro cui il tuo volere razionale nulla può, per cui ti senti, per le sventure, miserabile e degna di compassione da parte di altri che hanno verso di te, da un lato,  sumpatheia e, da un altro, empatheia.

Contemporaneamente mi parli della tua infelicità, come meritata, in quanto porzione di sorte- moira- voluta dal Theos  che fa la storia tua e del tuo popolo e che ha una sua oikonomia di pathr, secondo imperscrutabili disegni divini, che si sviluppano e si attuano  tragicamente  mediante peripeteiai  e aprosdokhton improvvisi, sconvolgendo il razionale e naturale mondo umano.

Tu giudea, monoteista, figlia di sommi sacerdoti, erede di un popolo di philosohoi, che vive del timore di Dio e del suo nome santo, pensi davvero che debba scontare colpe per purificare te e la tua stirpe dai peccati amarthmata e quindi di dover fare penitenza?

Tu scrivi questo a me, regina di politeisti, che credono nelle forze primigenie  naturali  tanto da autorizzare la costituzione su base teologica del potere /kratos ad opera di letterati e di sacerdoti, che, avendo anche  exousia, sono abili a tenere a freno col paradosso il popolo ignorante: lo dici a me nuova Iside, Hator madre, pronta per un’ altra vita?

Tu piangi la morte di tuo padre Hircano, un vecchio di ottanta anni,  noto per la moderazione, perché ucciso da Erode un civis romano, che ha compiuto, in ricompensa dei tanti benefici ricevuti, un’azione non giusta né pia.

Il tuo logos  è basato  sulla condizione  dell’uomo -maschio o femmina- di un essere nato per morire, costretto a vivere, soggetto a fortuna, cioè  al caso che gira la ruota  della vita dell’individuo, dei popoli e dell’universo stesso creato.

Nessuno è padrone di sé, amica mia: siamo tutti, al di là della propria funzione di monarca, di privato, di servo, soggetti ad anagkh: ognuno di noi, nascendo, ha il suo destino, che fatalisticamente si compie.

Per me, educata secondo paideia  greca e cultura egizia al timore degli dei patri sia antropomorfici che zooantropomorfici, il vivere è necessitas mortale come h anagkh diamonoon o come h ek theoon anagkh, in quanto capace di  permeare la materia, che si deteriora con gli anni.

Nonostante il condizionamento religioso infantile, io so, da ente divino/ oon divino, comunque,  risolvere, capire e razionalmente accettare tutto ciò che accade, diversamente dagli occidentali romani, che hanno fiducia di essere padroni di sé nell’ essere ciascuno fabbro della sua fortuna/ suae faber quisque fortunae,  al di là della continua verifica dell’evolversi ineluttabile degli eventi.

Il sistema mio, ereditato da una tradizione millenaria congiunta con quella  greco-macedonica  da Tolomeo soter alla funzione ecumenica di Alessandro, è segno e risultanza divina di un metodo di adattamento alla realtà umana di creatura e all’armonia cosmica, in relazione alla maestà  faraonica regia.

Anche tu, come me,  penso che sappia vivere e morire in quanto accettiamo naturalmente  e razionalmente il destino di vita e di morte di ogni creatura, solo il romano invece vive nella presunzione dell’ eternità della stirpe, di superiorità rispetto a tutti i popoli, convinto di avere la funzione di sottomettere gli altri e di essere costruttore di una catena genetica infinita, che è il corpo unico della  Romanitas trionfante e catholikh/universale, che è il Kosmos, unitario, nato dal contributo di tutte le parti viventi,  in una visione supernazionale , che non tiene conto della fragilità dell’individuo, operoso per il bene comunitario.

Ogni civis,  facendo  la storia di Roma Aeterna, si eterna!; questo è  l’insegnamento,  ricevuto da  Cesare,  per il piccolo Cesare!

Per il senato romano conta Roma non la persona del civis romano, vale solo il divenire eterno e divino della Romanitas, il culto della dea Roma!. 

Perciò , io Cleopatra ho già organizzato  serenamente la mia morte, trasferendomi nel mio Mausoleo, non ancora finito, ma pronto ad accogliermi come Iside.

Da moglie di Cesare, da compagna di Antonio, da romanizzata, salvo mio figlio Cesarione, legittimo erede del Divus Iulius, l’emblema stesso dell’eternità di Roma, come l’eletto proclamato dalle genti, esaltato dalla theoria dei dotti del Museo, che l’hanno opposto di diritto al figlio adottivo di uno stesso Pater.

La vittoria di Ottaviano è effimera ed è su Antonio e su di me: Cesarione è libero, forte, invitto: la ricchezza dei faraoni, da me conservata segretamente per lui, e il genio di Cesare non potranno non sconfiggere Ottaviano signore di breve durata dell’ oikoumenh!

Il regno di mio figlio, dei miei nipoti, pronipoti,  sarà universale secondo i sogni di Cesare! Mio figlio è Cesare Alessandro!

Antonio, invece, da romano, magnanimo e da militare valoroso ha cercato prima la morte combattendo,  sfidando  perfino a duello il suo avversario  e poi si è gettato nella mischia con la fanteria contro la cavalleria di Cornelio Gallo, il sostituto ottavianeo di Pinario Scarpo, capo delle legioni  di Libia,  riportando un effimero successo tanto, comunque,  da premiare il  migliore, a sera, incoronandolo e dandogli una corazza e un elmo d’oro.

Il mattino successivo, dopo la notte di festeggiamenti, tutti i soldati, romani,  hanno disertato, compreso il premiato!.

Eppure il povero caro Antonio si  era illuso di poter far tornare con lui anche i milites di Gallo che, comunque, non aveva fatto toccare né raccogliere i biglietti di propaganda antoniana, scagliati con frecce, ed  aveva impedito col suono delle trombe di sentire la voce del vecchio imperator .

Antonio, dopo aver  lasciato una guarnigione a Porta Luna, in crisi ad una grave depressione,  è tornato a corte.

Siccome il 14  di gennaio è il suo compleanno,  l’ ho  festeggiato, dopo averlo coccolato, onorandolo come  mio signore e celebrando con ogni sfarzo la festa. Ho perfino trascurato il mio genetliaco, per suo amore!

Antonio ha cominciato,  allora, a bere insieme ad altri, riuniti nell’ associazione di Compagni di morte, di amici destinati al suicidio/sunapothanoumenoi.

Per giorni è andato a Faro e un giorno ha voluto vedere i suoi marinai, anche loro votati alla morte, desiderosi di combattere davanti a lui.

 Salutano lui come imperator, che li guarda orgoglioso dalla cima della torre del Faro; sciolte le vele vanno gridando contro la flotta nemica, ma improvvisamente alzano i remi e si salutano  con gli altri marinai delle navi opposte!

 Dopo questo fatto, Antonio non è tornato a corte, ma è rimasto a Faro in solitudine: Trascorreva lì i suoi giorni  fuggendo il consorzio umano, e diceva che apprezzava  e voleva imitare la vita dell’ateniese Timone, ritenendo di aver sofferto vicissitudini simili: anche lui offeso e trattato con ingratitudine dagli amici, per questo diffidava di tutti gli uomini e li aveva in odio.

In questo  periodo abbiamo saputo del tradimento di Alexa di Laodicea e di Erode, tuo genero.

Né io né Antonio ci siamo meravigliati del tradimento di Giulio Erode, un cane fedele  e mieloso, se il padrone è vicino, scodinzolante, servizievole, sempre vicino a chi comanda, troppo zelante come socius!

Un opportunista/ eukairos non può lasciarsi sfuggire l’occasione di saltare sul carro del  vincitore, se  si sente accarezzato, anche se sente ancora il caldo richiamo del vecchio padrone!

Da Alexa non me lo sarei aspettato: era un discepolo di Timagene, un retore famoso per la  parrhsia; era  amico di  Antonio fin da giovane; era di gran lunga il più influente  tra i greci /pleiston ellhnoon duntheis: io lo consideravo il miglior strumento per convincere il mio amato  perché capace di distoglierlo dai buoni propositi nei confronti di Ottavia, avendo per me un’ammirazione cieca ed una venerazione profonda !

Tu certamente l’avrai conosciuto, cara Alessandra, a  corte, da Erode : Antonio lo aveva inviato perché lo distogliesse dal cambiamento /ths metabolhs ephecsoon: solo lui l’avrebbe potuto fare!

Ha osato, invece, presentarsi da Giulio Cesare con Erode, fidando in lui. Erode pensa a sé e non gli è stato di nessun aiuto: è stato arrestato, portato  prigioniero a  Laodicea, fatto uccidere ed ha pagato per il suo tradimento verso di me  e verso Antonio, suo benefattore.  

Che dire ancora, cara Alessandra, ognuno crea a modo suo un proprio sistema di difesa umano verso la Tukhh:  tu , io, Antonio poniamo vane palizzate contro il destino al quale, si dice, anche gli  dei  come un semplice ebreo, come un greco o egiziano, come un romano, non possono non  inchinarsi.

Io ho pensato anche alla fuga ed ho fatto lavorare intensamente architetti ed operai per completare l’istmo intorno ad Arsinoe- Clima, proseguendo un ‘impresa grande  nobile ed ardita, iniziata dalla mia stirpe.

Eppure neanche questa è riuscita; tutto è vano ed inarrestabile quando la ruota corre veloce dall’alto: è frantumato il mio thelema di trasportare le navi, la flotta intera  sull’istmo così da farle navigare  nel golfo arabico, nella speranza di poter andare ad abitare in un paese straniero, portando forze e ricchezze sufficienti  per sfuggire alla  schiavitù e alla guerra. L’istmo che divide il Mare  Eritreo dal mare antistante l’Egitto, che sembra fare da confine  tra l’Asia e l’Africa,  è  di  100 stadi  nel punto più stretto tra i due mari: gli arabi di Malco e gli ebrei di Erode, come demoni, hanno bruciato le mie navi ed hanno precluso questa ultima via.

Ed  Antonio, non potendo morire  da valoroso in battaglia come i suoi gladiatori, -avrebbe tanto voluto  esser loro accanto e spronarli  fino alla fine gloriosa-  ha  dovuto proteggere Alessandria, sebbene invano!- ha impresso e scolpito, comunque,  ognuno di loro nel suo cuore e li compiange!

 Neanche sente chi gli consiglia di far finire la ierogamia, di  tornare dalla sua Ottavia e dalle piccole Antonie e lo esorta ad uccidere Cleopatra!.

Avrebbe una vita tranquilla ad Atene,  se mi uccide!  Avrebbe  regni per i figli se uccide il mostro!.

Antonio fa lo stupido e ride, da  ebete,  come un vecchio bambino, come uno dei vostri terapeuti, immerso già nell’eternità!

Sorridente, va dritto, a piedi, senza scorta, al Ginnasio, per svolgere la funzione di  gumnasiarcha supremo: ha stabilito per marzo–aprile, nel periodo delle Antesterie, un tempo festoso per i viventi inimitabili /amimhtobioon,  di iscrivere tra gli efebi Cesarione, mio figlio e di Cesare, ed Antillo, anticipando  i tempi per il figlio suo e di Fulvia.

Il giorno dopo quel grande evento, ho stabilito di stare una giornata intera con mio figlio, come madre e regina col figlio re, in una comunicazione più di sguardi  che di parole, più di azioni che di logoi.

 Ho contemplato  Tolomeo Cesare XV  con l’Ureo, col serpente  sacro d’oro, vestito con praetexta orlata col laticlavio!.Un faraone imperator!

L’ho salutato alla romana, l’ho baciato all’egizia; poi abbiamo banchettato io e lui, Cleopatra mhthr  e il neos Kaisar, in allegria, mentre giovani donne  danzano e cantano, invocando l ‘Eutuchia, l’ Amore e la Gloria. Abbiamo bevuto e gettato le coppe alle nostre spalle, come segno augurale.

 A sera si è licenziato da me e dalle donne  per ricomparire vestito da Tribuno, inviato con messaggi e lettere creditizie sigillate col doppio sigillo, quello di Cleopatra e quello di Tolomeo  Cesare, in Nubia, come una recluta in incognito,  per destinazione ignota, con mandata segreti.  

L’ho visto in tutta la sua bellezza e altezza, nella sua vitalità atletica, vero figlio di Cesare, anche nell’aspetto!.

 

  II. Kleopatra  Alecsandrai  khairein

Ti lamenti della sorte, insicura del futuro tuo e di quello di tua figlia, cercando comprensione (forse solidarietà) in una che non ha più nessun potere, costretta  a vivere per il trionfo del Vincitore.

Ormai un esercito sta penetrando da Pelusio ed un altro urge intorno a Porta Luna  di Alessandria sotto il comando di Cornelio Gallo, che attende l’ordine di entrare e di congiungersi.

All’insaputa di Antonio ho ceduto Pelusio e così facendo  ho già aperto  Porta Sole, inviando al Vincitore perfino uno scettro d’oro, una corona d’oro e un seggio regale,  pure d’oro, come segno di resa, di richiesta di trattativa diplomatica sulla base della cessione del trono.

Non ho avuto risposta. Antonio, per conto suo, ha mandato Antillo con una delegazione romana,   senza Cesare Tolomeo- perché malato?!- per un’intesa in nome della stessa famiglia Iulia.

Ottaviano è già alle porte di Alessandria e si è commosso al vedere il giovane figlio di Antonio, ma non ha trattato con lui! Questa è la mia situazione. Un’attesa  di entrare nel Mausoleo, mia tomba! Attendo non la conquista di Alessandria, ma messaggi cifrati di salvezza per mio figlio, lontano dalla patria!

E tu piangi per le tue disgrazie? 

E tu, piangendo,  preghi, e, disperata,  gridi in aramaico, in una raddoppiata invocazione di supplice: Eloi! Eloi! Lemà sabacthani! /Dio, Dio, perché mi hai abbandonato! Reciti la parte  iniziale del salmo di David il grande: lontano dalla mia salvezza/ sono le voci del mio ruggito. Mio Dio/ invoco di giorno/ e  tu non mi rispondi/ nelle ore della notte / e non ho pace.

Io ti dico, cara Alessandra, di non disperare e te lo dico col Canto dell’Arpista egizio: Osiride, che ha il cuore tranquillo non ascolta  le lamentazioni, non sono esse che liberano l’uomo dall’altro mondo.  Iside nemmeno è ascoltata…  Tutto è distrutto, tutto è finito: il male che batte il paese non ha fine. La morte, solo rifugio, quest’oggi,  è  davanti a me  come quando un uomo aspira a rivedere il suo focolare dopo aver passato numerosi anni in prigionia…. Rallegra il tuo cuore  perché ti è salutare l’oblio

Tu mi parli, cara Alessandra, delle tue sventure personali, familiari e patrie, marchi le tue sofferenze  e quelle di tua figlia Mariamne  e ti lamenti della sorte meimarmenh e dell’insensatezza di Tuchh  e dell’oikonomia segreta del tuoTheos upsistos, il venerato Shaddai

Deplori l’arroganza di tuo genero Erode,  che  ti tiene prigioniera  e che abusa, anche se innamorato,  dell’amore di tua figlia, costretta  a vivere accanto ad un rudis popularis e alla sua famiglia volgare!.

Tu mi scrivi che Erode ora  è più potente di prima e che la sua insolente superbia ora  condiziona la tua Mariamne, che non trova soluzione  al suo vivere. Erode è stato reintegrato nel suo regno ed è tornato  a corte con una concessione di Ottaviano e con  un decreto del senato romano: il favore di Adonai  è su di lui, che scampa sempre ai pericoli, anzi ne trae sempre vantaggi.

Lascia da parte la rabbia, giusta:essa frantuma  e sbriciola la tua anima. Accetta serenamente come Giobbe quanto accade  e fa scivolare la pioggia sul tuo mantello.

Tu parli di un Theos che  assiste  Erode e che invece ha abbandonato la tua famiglia da  ebrea vittima, simile  all’unto del signore sofferente, al Messia, agnello sacrificale  che porta su di sé i peccati del Mondo!

 Alecsandra, Alecsandra, il dolore ebraico, come  la tua stessa condizione di assuefazione dolorosa,  non è uno status reale, ma una lunga sofferenza come un’agonia prolungata all’infinito.

E’ poca cosa questa, o Alecsandra, e non ha niente di divino:  è solo una lunghissima alternanza, comunque,  casuale, insolita!

Piccoli e grandi sono niente agli occhi dell’Altissimo, come le loro storie felici o infelici: sono formiche schiacciate sotto il piede di un uomo che cammina,; sono  case inghiottite dal vortice di un fiume in piena, sono città popolose nel centro di un cratere di un sisma.

Ed io, Cleopatra? Chi sono? una piccola greco-egizia, prossima a morte, che si crede Dea!

Io cosa dovrei dire e fare? dovrei uccidere secondo Ottaviano, mio figliastro  signore, Antonio, mio signore marito!

 Ascolta! Cara.

Mi ha inviato un giovine di nome Tirso, in apparenza e a parole belloccio e fiero del suo compito:  con lui dovrei regnare! Con lui come sostituto nel talamo di Antonio, a me legato da sacri vincoli e da catene invisibili ai profani!.

Un liberto, non privo di intelligenza, abile a parlare  in modo persuasivo, troppo giovane per trattare con una donna  altera e straordinariamente superba!

Un meirakion  tremante di fronte a una regina adulta, nuda, che avanza verso di lui, vogliosa: per la paura il suo uccellino si nasconderebbe nel ventre!

Thanatos è liberatore della mia vicenda, altrimenti  per me c’è lo scempio di una regina  legata al carro del trionfo di Ottaviano, il figlio adottivo di Cesare, col quale io, regina trionfai un giorno, a Roma,  su mia sorella, sotto lo sguardo severo di Calpurnia, la moglie romana del dictator!

Questa è la sorte di me donna e di me regina:  per chi nasce sovrana  essere mortale  non è solo dover soffrire  e morire ma  è soprattutto saper uscire teatralmente dalla vita, come divinità.

Il tuo Theos pather ha ora nascosto il suo volto, ma ricompare  talora per lenire la tua sofferenza.

Il mio Diònisos, invece  se ne è andato definitivamente col suo corteo di Satiri ed ha lasciato Alessandria: l’ho avvertito  questa notte  e mi sono svegliata di colpo, con un dolore nel petto.

Sento ancora  un frastuono mentre la città è immersa nel sonno, nel silenzio e nella  paurosa attesa  del futuro, improvviso, che risulta un suono misto armonioso di  vari strumenti, fuso con  un clamore di folla,  unito a grida  e danze di satiri, quasi fosse un corteo dionisiaco, che si snoda tumultuante. E sembra che proceda attraverso il centro dalla città verso la porta esterna, rivolta dalla parte di nemici  e che là il tumulto, dopo aver raggiunto il massimo grado, cessa.

Il sangue mi si gela, il silenzio blocca il mio respiro, non so né pensare né dire qualcosa.     

Alle prime ore dell’alba Ottaviano, trionfante, è entrato da Porta Sole, orientale,  con l’esercito, ed ha atteso al Gimnasio, dopo aver fatto poco più di una metà dell’odos principale della città, mentre dall‘altra  Porta orientale, festoso, Cornelio Gallo ha fatto i suoi dodici stadi per ricongiungersi col suo imperator.

Si è compiuto il destino di Alessandria lagide!.

 

III. Kleopatra  Alecsandrai Khairein

Alecsandra,  amica mia, questa è l’ultima lettera che ti invio: Ottaviano  mi ha preso prigioniera perfino nel mio Mausoleo.  Ora attendo l’atto finale  della mia sorte.

Ero già chiusa nel Mausoleo a  Lochias, decisa a morire, avendo saputo da un primo messaggero che  mio figlio Cesarione  viveva  in  sicurezza in una località segreta: volevo insegnare ad Antonio la via da seguire per morire dignitosamente, mostrare l’impavidità  di una regina di fronte a Thanatos, di una femmina cosciente di essere presto al cospetto di Anubi, dare l’esempio al  maschio civis romano, solo col gladio da configgere con bestiale ferocia  nelle proprie carni.  

Avevo saputo che Antonio avevo chiesto ad Eros, un suo fidato servo, di mantenere la  promessa fattagli di ucciderlo, qualora glielo avesse chiesto. Avevo sentito dire che  l’uomo, sguainata la spada, la sollevò come per colpire il suo dux, ma appena lui volse indietro la faccia, colpì invece se stesso.

Antonio invece già scosso dal suicidio di Eros, ascoltò, in silenzio, il racconto della mia morte , dettagliatamente descritta secondo le mie direttive  dai miei fedeli servi, opportunamente  inviati da lui.

Antonio, rotto il silenzio, disse: Brava Cleopatra !, Che cosa aspetti ancora Antonio? la sorte/h tukhh ti ha sottratto l’unico  ed ultimo pretesto per amare la vita!. Poi, dopo un pò aggiunse: Bravo Eros  non potendolo fare tu, mi hai insegnato  cosa devo fare io!.

  E subito si colpì  al ventre  e si lasciò cadere su un piccolo letto, ma non aveva  dato un colpo tale da provocare morte istantanea.

 L’emorragia, però,  era cessata  dopo che si era coricato; allora  si riprese un po’ e chiese ai presenti di finirlo.

Tutti fuggirono dalla stanza, mentre Antonio  gridava e si dibatteva.

Saputo questo, cara Alecsandra, ho inviato  il mio segretario, Diomede, con l’ incarico di portarlo nel Mausoleo.

Quando ha sentito la mia voce è rimasto sorpreso, stordito a  vedermi affacciata alla finestra del Mausoleo.

Ho ordinato di portarlo fin sotto il grande portone, senza aprirlo per timore dei romani.

Io stessa con le mie ancelle, facendo sforzi congiunti,  l’ho tirato su,  in alto, lentamente,  dentro il Mausoleo.

L’ho visto cosparso di sangue  ed agonizzante , con le mani tese verso di me.

Mi sono seduta a terra l’ho accolto tra le braccia, sdraiato  sopra le  mie gambe.

Mi sono chinato su di lui baciandolo;  mi sono strappato le vesti, battendomi il petto, graffiandomelo. Gli ho asciugato il sangue, l’ ho chiamato signore, marito imperatore /despothn , andra , autocratoora.

Alecsandra , davanti a lui morente ,  mi sono dimenticata di ogni mio male, pensando alla sua sofferenza e ho sentito chiedere tra i lamenti vino per la sete o per la speranza di morire prima!?.

Allora lui mi ha guardato e con voce flebile mi ha consigliato di  pensare alla mia salvezza, invitandomi a fidarmi solo di Proculeio e mi ha esortato a non piangere per le presenti vicissitudini e a considerarlo fortunato per la sorte  avuta, in quanto è stato epiphanestatos anthroopoon genomenos /il più illustre tra gli uominikai pleiston iskhusas/avendo  avuto un potere grandissimo  ed è stato  sconfitto in modo non ignobile da romano, ad opera di un romano / kai nun ouk  agennoos romaios  upo romaioon kraththeis. 

E’ Morto  così Antonio!

Ho saputo da Decelio, incaricato da me a portare la spada  ad Ottaviano per notificare la sua morte, che questi si è  ritirato  in un angolo e ha pianto, a lungo, l’uomo che è stato suo parente,  collega nel governo, compagno  di tanti combattimenti ed imprese.

Poi  Ottaviano è tornato lo scaltro dioikeths  ed abile politico che non si lascia sfuggire l’occasione  propizia per incorporare le mie ricchezze  e per prendere viva  me per  il suo trionfo.

Ha inviato  Proculeio al Mausoleo con l’intento di farmi prigioniera, e con l’ordine di impedire che io mi uccida e di scovare i miei tanti depositi finanziari e i miei tesori, salvaguardandoli dal fuoco.

Ho capito, nonostante il consiglio di Antonio, di non potermi fidare di Proculeio, ministro fedele ad Ottaviano,e  mi sono ulteriormente rinchiusa nelle parti più interne del Mausoleo,  col cadavere diell’amato,  profumato con tutte le essenze più preziose.

Allora Proculeio mi ha raggirato con uno stratagemma: mentre sto discutendo con  Cornelio Gallo che  prolunga il colloquio, sulle condizioni di resa della città  da una fessura   del Mausoleo, essendo il legatus sopra  una scala, dalla parte opposta Proculeio con un’altra  scala  entra attraverso quella finestra  aperta- da cui  è stato fatto passare  Antonio-  ed è sceso con due aiutanti verso di me ancora parlante.

Ho sentito  solo il grido di Carmione: infelice Cleopatra sei presa viva!

Poi sono stata affidata  alla custodia di Epafrodito, che ha il compito   sorvegliarmi a vista,  di concedere quanto mi necessita  e di preoccuparsi che io resti viva, pena la morte.

Prima hanno frugato  le mie vesti  e dalla cintura hanno tolto lo spadino, hanno  toccato la mia persona in ogni parte,  esplorando perfino la mia bocca alla ricerca di armi o di veleno.

Sono rimasta  prigioniera in attesa di eventi,  per tre giorni, mentre sento grida di giubilo: il popolo applaude il nikeths,  lo chiama  despoths, soothr , euergeths. La  Città è salva perché destinata ad essere proprietà privata dell’autokratoor come l’Egitto

Mi hanno, invece,  riferito che Ottaviano ha salvato Alessandria dalla rapina militare e dalla distruzione in onore di Alessandro,  per la bellezza  e grandezza dei monumenti  e per amicizia con Arieo Didimo.

Arieo, simbolo della cultura del Museo e dell‘akharestia degli intellettuali,  per primo tra gli alessandrini,  è salito sul carro del vincitore, pronto con tutti gli altri membri, accademici, a fare la propaganda sebasta  per Giulio Cesare Ottaviano,  a mettersi al servitium di Roma.

Ora che  ho svolto con le mie ancelle le esequie per Antonio,   mi accingo a morire.   Non ho voluto nella stanza romani che, comunque, sono in quella accanto!

Mi è giunto un  secondo corriere  senza messaggio, che per me significa  sicura salvezza e libertà di Cesarione in terra straniera.

A lui consegno questa  lettera  per te, amica  mia, mentre sento i passi dell’uomo che ci porta la coena.

Solo  dopo,  mi sdraierò sul letto ed Ira e Carmione mi prepareranno per l’incontro con Iside e con Hathor, che mi scorteranno da Anubi.

Errooso kai khaire

 

 

Giulio Erode e Giulio Cesare Ottaviano

 

Giulio Erode e  Giulio Cesare Ottaviano

 Con la battaglia di Azio, la sconfitta di Antonio significa  per Erode precipitare in un baratro, in un vano tentativo di appiglio,  un incubo notturno, alla ricerca affannosa di un’ancora di salvezza, di una luce: il re giudaico è tale più  per volontà di Antonio che  per un decreto del Senato!.

Il triumviro, dominus dell’Oriente,  andando oltre il decreto del senato del 40,  ha ucciso il legittimo monarca Antigono, filoparthico, aramaico, per dare il titolo a  Giulio Erode, dopo aver preso  Gerusalemme tramite il Legatus Sossio/Sosio, al di là dei suoi meriti personali e di quelli paterni nei confronti non solo della sua  persona di triumviro, ma anche di quella di  Cesare e della Res publica romana.

Senza il patronus un re cliens non ha il suo referente politico, né ha più un’area di potestas e quindi auctoritas né sul Tempio né su Gerusalemme,  né nella corte  con le sue due famiglie divise, né coi protoi giudaici e col sinedrio, volti verso il nuovo dominus dell’impero romano e  tanto meno col popolo, che  è da sempre filoasmoneo, aramaico, antiromano.

La vittoria di Ottaviano, neanche preventivata, data la superiorità navale  e quella terrestre di Antonio, è per lui un terremoto politico, superiore al sisma catastrofico naturale, una punizione divina, che rovescia il normale ordo razionale umano e rovina la sua personale costruzione, facendo franare, alla base, il suo Regno.

Bisogna ricostruire tutto, a cominciare dalle amicizie, dopo averle ben ponderate, rovesciare le relazioni umane, perfino cambiando i contatti con le donne asmonee e con gli altri monarchi delle zone vicine, adeguarsi al loro stesso sistema procedurale, entrare in rapporto diretto col nuovo governatore di Siria: la corruzione con migliaia di talenti potrebbe non essere utile senza la sicurezza dei passaggi nelle mani realmente amiche, senza la certezza dell’approdo nelle casse di Ottaviano, ora stanziato a Samo.

Correre a Samo, facendo un iter di oltre 2000 km  quasi 11000 stadi, via terra, come anche via mare,  non sarebbe stato fruttuoso: avrebbe dovuto poi aspettare il suo turno  dopo avere chiesto udienza, a seguito di un‘ottenuta convocazione: Erode è un avversario politico, convertito dopo la vittoria, che chiede il perdono, facendo la proskunesis, come un cliens!.

Erode comprende che  deve solo attendere l’occasione propizia  e la convocazione  ufficiale del Vincitore.

Quindi  Erode  attiva il suo servizio di spie, di  emissari, di ambasciatori e ripristina i contatti tramite i piccioni viaggiatori  di suo padre per  conoscere gli eventi prima degli altri, specie per sapere i fatti prima di Alessandra  che ha buoni rapporti epistolari sia con Roma che con Alessandria, e con Ottavia e Giulia Livilla e con Cleopatra.

Dal 2 settembre a dicembre del 31 ha le orecchie aperte in attesa di un evento  che gli dia la possibilità di una sua  azione  a favore  di Ottaviano  e nel frattempo ha propagandato  la sua  separazione netta da Antonio e Cleopatra.

Questa sua scelta, pur dolorosa, fa volgere, per contrapposizione, verso la pars antoniana, anche se  perdente,  le  regine asmonee, che, ancora di più offese dopo la morte di Hircano, sono ambigue quotidianamente con lui, equivoche  nel loro carteggio e con l’egizia e con le romane, controllate nelle parole, misurate dai loro scribi.

 

Erode, ucciso HIrcano, secondo Flavio –ibidem, 183-  è in pensiero, essendo stato convocato poco prima della fine dell’inverno,  perché deve affrontare il lungo viaggio per Rodi  e non sa la data di ritorno e neppure se ritorna sano e salvo a casa: non si attendeva da Cesare niente di bene in quanto lui era stato amico di Antonio e sospettava di Alessandra che potesse prendere occasione per muovere il popolo contro di lui  e fare sedizioni nel regno.

Erode sa che deve tenere lontane le sue due famiglie, ostili fra loro, sistemare il regno in modo che nessuno si possa impossessare delle redini del comando, tenute da suo fratello Ferora, tutore dei suoi figli Alessandro e Aristobulo, oltre che di Antipatro, suo primogenito,  vivente con la madre Doris, prima moglie, ora riunita con la famiglia  idumea, che controlla tutte le fortezze militari di Gerusalemme e di Giudea, pronto ai suoi ordini  ad inviare denaro, mezzi, vettovagliamento  muli e cammelli per l’attraversata del deserto da parte dell’esercito romano e a coordinare anche i rifornimenti di acqua da parte nabatea.

Erode sa che Ottaviano intende prendere l’Egitto passando per Pelusio, dopo un tragitto di una quindicina di giorni, a partire da Ascalona ed entrare in città da Porta Sole.

Flavio così scrive- ibidem184/185- : affidò ogni cosa a Ferora, suo fratello e pose Cipro sua madre e sua sorella (Salome) e tutta la famiglia in Masada, raccomandando di prendere il potere, se sentisse di qualche pericolo, incombente su di lui. Pose la moglie Mariamne – che non poteva comunicare con la madre e la sorella, in quanto sue nemiche – con Alessandra in Alessandreion e lasciò come tesoriere/tamias Giuseppe e l’Itureo Soemo, suoi fedeli amici da tempo, ed allora,  sotto forma di onore e di amore, come loro guardie.

Lo storico aggiunge –ibidem 186-: A questi aveva ordinato che se sentivano qualche cosa pericolosa  circa lui, le uccidessero entrambe e, insieme a Ferora, suo fratello, conservassero il regno ai suoi figli.

Per Flavio, quindi, Erode lascia solo la fortezza di Alexandreion ad Alessandra che rimane comunque sotto custodia in quanto il tamias Tesoriere  Giuseppe e il phrourarco Soemo, che sono amici di Erode, hanno disposizioni di uccidere le regine  in caso di cattive notizie.

Lo storico aggiunge –ibidem, 187- : Lasciati questi ordini, egli andò in fretta a Rodi per incontrare Cesare.

Viene usato il termine prima  speudoo  e poi  epeigomai per indicare l’essere frettoloso  come  stato ansioso di Erode  nel primo,  come fretta reale, nel secondo,  di incontrare  il vincitore Ottaviano, da cui dipendono vita e  corona.

Da quanto seguita a dire lo storico sembra che Ottaviano sia nel capoluogo omonimo di Rodi dove riceve il re giudaico, di nuovo semplice civis, in attesa della sentenza dell’autokrator:   quando la sua nave giunse in città, depose la corona,  senza però diminuire in niente altro la sua dignità. Quando arrivò il momento dell’udienza,  ebbe licenza di comunicare con lui e mostrò piuttosto chiaramente la sua grandezza conservando l’onore della sua maestà.

Non si piegò né a preghiere, come si fa in tali situazioni, né a richieste come se non lo dovesse per i suoi errori, fidando, comunque, senza scusarsi, della ragione da lui usata nei suoi atti.

Erode secondo Flavio- Ibidem189 –proclama subito  la sua amicizia per Antonio  Senza alcun dubbio io sono stato amicissimo di Antonio ed ho agito sotto suo ordine  perché ottenesse il totale potere, ma non sono stato nel suo esercito perché ero occupato nella scaramuccia contro gli arabi, tuttavia gli avevo mandato denaro e grano,  anche se questi erano un contributo più modesto di quanto avrebbe dovuto fare.

Il re giudaico parla a lungo di Antonio come suo benefattore  e di un dovere verso l’amico di prender parte ai suoi pericoli, rischiando con tutto quello che ha, con la vita,  personalmente, e con i suoi averi, senza mai abbandonarlo.

Aggiunge che  soprattutto è rimasto fino alla fine buon consigliere/ sumboulos di Antonio  suggerendogli che l’unica via per salvare  se stesso, senza perdere il suo potere  era di uccidere Cleopatra  –Ibidem191-.

Flavio riporta perfino le parole di Erode, come  segno che la sua storia deriva dai Registri di  Memorie/Upomnemata  personali, raccolte da Nicola di Damasco, nel periodo in cui  questi è maestro dei suoi figli: se si fosse sbarazzato di lei, gli sarebbe stato possibile  mantenere il suo potere  e più facilmente avrebbe  trovato il modo  di giungere ad un’intesa/ sumbasis  con te invece che mantenerti nemico -Ibidem 192-.

La conclusione, nobile,  del re di fronte ad Ottaviano è la seguente:  Se, essendo in collera con Antonio, condanni  anche il mio affetto verso di lui, io non rinnegherò mai quanto ho fatto fino ad oggi, né mi vergogno di parlare apertamente della fides verso di lui. Se tu non tieni conto delle apparenze ed  esamini il comportamento con i benefattori  e la tipologia della mia amicizia,  comparata con l’esperienza di quanto è passato,  potrai davvero conoscermi: infatti col solo cambiamento del nome avrai in me l’esempio del vero “ideale” di una stabile amicizia – Ibidem 193 -.

E’ chiaro che già Ottaviano conosce da lettere tutto questo e ha sotto gli occhi il rapporto inviatogli da Quinto Didio sull’aiuto ricevuto da  Erode nell‘affaire dei gladiatori e nella  distruzione delle navi di Cleopatra, fatta insieme con  Malco. Perciò Ottaviano  incassa i doni e gli 800 talenti, di cui ha bisogno per l’invasione dell’ Egitto, elogia  per il suo comportamento dignitoso  Erode, che gli assicura anche l’aiuto- un incarico gravoso per qualsiasi re, più pesante per il re giudaico che ha subìto un sisma catastrofico- con carovane di cammelli e muli, carichi di acqua  e di viveri, nel tragitto difficile della durata di oltre 10 giorni per un esercito da Ascalona  verso Pelusio  in una zona desertica.

Perciò, secondo Flavio da uomo onorevole e splendido/ philotimos kai lampros Ottaviano  gli concede la sua benevolenza,  invitandolo ad essere amico come lo è stato con Antonio, gli rimette la corona in testa,  reintegrandolo nel regno più stabilmente di prima.

Infatti il re giudaico ottiene  per l’interesse della sicurezza del suo trono  un nuovo decreto del  senato con una sua personale concessione dell’imperator,  utile per i suoi discendenti e per la successiva elezione dei governatori di Giudea, quando questa sarà annessa al territorio romano, divenendo quasi un feudo personale dei Giuli, come l’Egitto.

L’argentarius Ottaviano ha fatto i suoi affari con rimettere il diadema ad Erode!

E’ probabile che i due  facciano il viaggio  verso L’Egitto via  Cipro, costeggiando la Caria, la Licia, la Panfilia, la Licaonia e l’Isauria  per sbarcare Erode in un porto fenicio o a Tolemaide,  mentre  Ottaviano si dirige verso Dafne ed Antiochia da dove iniziare a  dirigere le operazioni belliche.

Erode  è autorizzato a tornare al suo regno alla fine di marzo, i primi di aprile , dopo circa tre mesi di assenza,  dopo promessa  di ritrovarsi a Tolemaide  ai primi di maggio per l’invasione  dell’Egitto con tutto l’occorrente per il viaggio nel deserto (guide, carovane di cammelli, acqua, viveri,  denaro).

Erode torna felice a corte per il successo avuto  e per lo scampato pericolo, ma al ritorno dal suo viaggio marittimo  la famiglia, ora riunita, a corte   è turbata mentre Alessandra e Mariamne sono furiose contro di lui/khalepoos  ekhousas – Ibidem 202-

Secondo Flavio -ibidem 203-: le donne  erano convinte, come era naturale sospettare, che  erano state sistemate nella fortezza  non per la loro incolumità fisica,  ma per essere mantenute in custodia  e senza alcuna autorità sugli altri o su se stesse.

Erode  si accorge che Mariamne  è ancora di più arrabbiata, quando il re desidera  avere un rapporto con lei, che resta fredda, insensibile, rancorosa.  

Lo storico scrive: anzi Mariamne  considerava l’amore del re niente altro che un pretestuoso bisogno, una finzione per il proprio interessato piacere. Si tormentava perché a causa sua  lei non avrebbe  avuto alcuna speranza di sopravvivere  anche se lui fosse andato incontro  a grandi guai  e si ricordava  delle istruzioni   precedentemente date a Giuseppe.-Ibidem 204-

Erode, dunque , risulta di nuovo incapace di gestire la situazione  familiare  a causa dell’ostilità delle due  partes, l’una che vede sfumate per sempre le proprie speranze di regno, l’altra che pensa concretamente di predominare a corte,  rilegando le asmonee, in un ruolo di prigioniere, ridando fiducia alla prima moglie e ai diritti di primogenito del giovane Antipatro.

In questo clima di nervosismo, pettegolezzi e invidie,  il re non può godersi  i festeggiamenti per gli onori riceviti dai romani e  la sua nuova, maggiore libertà di azione che lascia storditi quelli che  si aspettavano  l’opposto, come se  col favore di Dio, lui scampasse sempre ai pericoli  in una maniera sempre più brillante- ibidem 198-

Flavio, che pur conosce l’anatheema degli esseni,  insiste nel verificare come il Dio assista Erode, lo  protegga e lo faccia uscire dalla prova del fuoco ringiovanito!

Comunque, prepara i rifornimenti dovuti ai romani  per la spedizione in Egitto e si presenta a Tolemaide, alla data stabilita, secondo gli ordini, col suo apparato regale   

Flavio – Ibidem, 199- così scrive:  quando Cesare arrivò  Erode lo accolse a Tolemaide con tutta la magnificenza regale / pashi thi basilikhi therapeiai ed ospitò il suo esercito dando il benvenuto con doni ed abbondanza di provvigioni/ ksenia kai toon epithdeioon aphtonian.

E poi aggiunge-Ibidem– : Egli tu annoverato tra i più leali  amici di Cesare   e cavalcava  con lui che passava in rassegna  le truppe ed alloggiò  sia lui che i suoi amici  in cento cinquanta stanze (androosin), allestite con ricca magnificenza per il loro  confortevole benestare.

 Oltre al denaro,  Erode rifornisce  i romani di ogni cosa necessaria per l’attraversamento del deserto tanto da avere l’ammirata   gratitudine  dei soldati che, avendo perfino il vino, durante la marcia  ritengono che il re abbia fatto più di quanto avrebbe potuto e dovuto in quanto il servizio era grande e splendido.

Lo storico allora chiude elogiando la sua azione:  Cesare si convinse ancora di più  della sua lealtà e devozione  ma ciò che  portò ad accrescere  di più  il credito fu il fatto  di aver adeguato  la sua generosità al bisogno del momento.

Non si sa se Erode- nessuna fonte lo mostra attivo ad Alessandria- accompagni solo fino a Pelusio o che partecipi alla spedizione   per l’ assedio della città  dopo il passaggio del confine, anche se si conosce che l’esercito romano entra  da Porta Sole, orientale, e da Porta Luna, occidentale,  per incontrarsi al Ginnasio,  quasi al centro dell’odos principale .

 

E‘ credibile che il re torni indietro e  ritorni a corte  a Gerusalemme dove trova lo stesso clima , anche nei momenti di intimità con Mariamne che,  insieme alla madre, spera, gufando,  negli insuccessi politici del re in modo da proporre  la propria  candidatura di regina.

Mariamne , poi  secondo Flavio – ibidem 208 -: nel suo risentimento si meravigliava come non avessero mai  fine i pericoli che da Erode la sovrastavano  ed essendo risentita  pregava  che egli non ottenesse da Cesare  alcun trattamento favorevole  perché la sua  vita con lui sarebbe stata  intollerabile  se avesse avuto successo.

Perciò le donne  sono sempre più vicine a Soemo, che è incline a cedere credendo nelle loro possibilità  e convinto di non dover subire danno in considerazione del folle amore di Erode per la moglie, in caso contrario.

Infatti, Soemo, secondo Flavio,  fu fedele  al re solo agli inizi, quando  eseguiva  tutte le istruzioni ricevute, ma in seguito  persistendo le donne  con promesse e regali gradatamente  si diede per vinto  e finalmente svelò le istruzioni  del re soprattutto indotto dalla  convinzione  nella probabilità   che sarebbe sfuggito  ai pericoli  che gli potevano venire da parte del re e che avrebbe fatto molto picare alle  donne.

Erode, invece,  ha un successo superiore al credibile e  lo comunica alla moglie,  appena giunto,  desideroso non solo di condividere l’evento con lei ma anche  di abbracciarla e fare l’amore.

Di Erode tutti gli storici rilevano il profondo amore per Mariamne!

Mariamne, invece di rallegrarsi,  pareva  più abbattuta che felice e  le fu impossibile nascondere i suoi sentimenti, a causa del suo disprezzo verso il marito  e della superiorità dei propri antenati, ma al suo abbraccio lei mandò un sospiro di disapprovazione  e diede chiarissimi segni  mostrando che era dispiaciuta  più che compiaciuta dei racconti che lui faceva,  tanto che ad Erode venne un sospetto, connesso alla costatazione ovvia, che lo contristò profondamente.

 Flavio marca – ibidem 210- oute… khairein  mallon h khalepoos  pherein    non rallegrarsi rispetto  al subire contristata la situazione del successo del marito

Erode pur offeso dal comportamento irrazionale ed altezzoso della moglie, sapendo di amarla,  si contiene,  convinto che se  avesse  ecceduto nel punire,  lui sarebbe risultato la vera vittima.

Comunque , giunge a corte la notizia della fine della guerra e dell’imminente  ritorno ad Antiochia  di Ottaviano, vincitore,  e della morte di Antonio e di  Cleopatra, già nota alle due regine, che hanno una corrispondenza segreta con la regina egizia.

Erode, dovendo fornire il mezzi per il nuovo viaggio di Ottaviano  e del suo esercito,  si affretta  ad incontrare Cesare in Egitto e  a lasciare  da parte i suoi affari privati.

Sembra che in questa occasione Giulio Erode vada realmente in Egitto.

Secondo Flavio, mentre Erode sta per andare all’incontro con Ottaviano, Mariamne – Ibidem.212 – portò da lui  Soemo e riconobbe la sua gratitudine per la cura che aveva avuto di  lei  e chiese al re di affidargli il governo di un distretto.

Erode, fatta la concessione a Soemo, per amore della moglie,  fa il suo viaggio in Egitto e discute con Ottaviano  degli affari con una certa libertà come con un vecchio amico.

Erode ha molti doni,  tra cui quattrocento Galati che erano stati  guardie  del corpo di Cleopaptra, da Ottaviano che gli restituì il territorio che gli era stato tolto da lei  ed inoltre aggiunse al suo  Gadara, Hippo, Samaria, e sulla costa  Gaza,  Antedone,  Ioppe e Torre di Stratone.

 Ottenuti questi territori, Erode  risulta re  ancora più famoso degli altri sovrani,   resta al fianco di Ottaviano, che passa  di nuovo attraverso il suo territorio fino ad Antiochia.

Scortatolo fino al confine,  dopo due mesi dalla partenza, torna indietro per ritornare a Gerusalemme.

Angelo Filipponi – Un' altra storia del cristianesimo