Il quadrante della vedova

Marco 12,41-44 tratta di una vedova che mette in una  shupharot del gazophulakion due spiccioli /leptà, equivalenti ad quadrante cioè 1/4 di asse (una moneta del valore  di 50 centesimi di euro, cioè di circa mille vecchie lire)

Gesù – questa è la mia ricostruzione del fatto – si trovava nel cortile delle  donne, una zona  che era  separata dal cortile degli israeliti da un muretto ed aveva all’intorno delle colonne, che sorreggevano il matroneo, da cui  si poteva assistere ai sacrifici e alle funzioni del tempio. In questi portici  c’erano 13 bossoli /buche, a forma di corno, disposti in modo che chi passava poteva deporre monete, che calavano giù  ed arrivavano nella stanza del tesoro.

Un fedele, circonciso – era vietata severamente  ai non circoncisi entrare sia nel cortile degli ebrei che in quello della donne, pena la morte: un’iscrizione sulle monumentali porte di ingresso del  tempio vietava l’accesso ai pagani- poteva andare al cortile degli israeliti  dal cortile delle donne, mediante 15 gradini.

Dai bossoli il denaro, dunque,  confluiva, da varie parti, a seconda della disposizione  dei corni,  nella vasta sala del gazophulakion come elemosina  o come tributo per il tempio (la doppia dracma): questo
costituiva il tesoro del tempio dove c’erano addetti al raggruppamento delle singole  entrate, in relazione alle porte di ingresso del tempio  e dove  c’erano depositi pubblici statali con  proprio sigillo, ma anche  di  comunità distinte per segni,  e  perfino di conti  privati, custoditi in sacchetti, dopo che le monete erano state accertate nella loro  autenticità di conio- date le tante contraffazioni- e contrassegnate con il timbro templare   con certificato di probatio,  che attestava  che i saggiatori l’avevano provato e comprovato  (solo allora il deposito era definito  pecunia clusa et obsignata).

Insomma,  il gazophulakion era una banca/trapeza (cfr. A. Petrucci, Mensam exercere, Studi sull’impresa finanziaria romana , Iovine , Napoli 1991), la banca più grande  degli ebrei – perfino di quella di Alessandria-  ed aveva  molti gestori,  con un tamias, responsabile,  di stirpe sacerdotale,  che  -di solito- era collegato con lo strategos, di nomina del sinedrio, ambedue.

Gesù, dunque, era davanti al  gazophulakion.

Perché un profeta, un maestro, un uomo  spirituale  sta davanti al gazaphulakion?  Strano!

Ancora di più mi sorprende che stia seduto proprio davanti  alle bocche del Gazophulakion.

Se fosse un re ed avesse potere censorio, invece, avrebbe anche un significato lo stare presso una delle 13 supharot?!

Comunque, qualsiasi cosa stesse facendo nel tempio, Gesù che stava seduto (kathisas katenanti tou gazophulakiou –  proprio di fronte al tesoro- katenanti  fa supporre una volontà di inquisire ,come anche etheoorei)  esaminava, non stava a guardare, da curioso,  il modo come  l’ochlos popolo  gettasse denaro nel tesoro!.

Marco  parla dell’obolo ( è moneta greca del valore simile al quadrante latino) della vedova,  dopo il tributo a Cesare, a seguito della confutazione dell’errore dei sadducei sulla resurrezione (ouk estin theos nekroon alla zoontoon : polu planaste/ è dio non dei morti ma dei viventi: errate molto), della proclamazione dell’amore del prossimo come primo comandamento, della propria proclamazione come Messia, Signore più che  Figlio di Davide in una correzione della lettura degli scribi, apostrofati come uomini che amano passeggiare in lunghe vesti, rivere saluti nelle piazze  avere i primi seggi nelle sinagoghe , i primi posti nei conviti, divorare le case delle vedove,  fare ostentazione delle lunghe preghiere.

Il  racconto di Marco, quindi, è nodale  in quanto subito  dopo  l’evangelista fa un discorso escatologico, mostrando l’inizio dei dolori e il vertice della tribolazione (tutti termini  spie dell’avvenuta  distruzione del tempio e della città)  per giungere a focalizzare la venuta del Figlio dell’uomo  sconosciuta  a tutti (perfino agli angeli e  allo stesso Figlio) e nota solo  al Padre, per cui  c’è l’esortazione a vegliare  con l’uso  di tre termini  blepete, agrupneite… grhgoreite (anafora  di quest’ultimo con  poliptoto /ina grhgorhi).

Noi abbiamo parlato a lungo di discorsi apocalittici ed escatologici e rinviamo ad altri studi ( Apokalupsiscuriosità– ed altrove ), qui mi preme  rilevare che lo studio sulla vedova  da parte di un maran/ re, che esamina i suoi sudditi (specie sadducei e scribi, filoromani)  versare nel tesoro del tempio, ha un altro valore rispetto a quello dato dalla tradizione…

Dopo la purificazione del tempio, il maran può aver chiesto un contributo ai suoi sudditi ?…come Oro alla patria di Mussolini, fissato per la Giornata della fede il 18 Dicembre 1935?!…

Chi attende ancora la venuta del Signore, come parousia/ritorno, presenza divina, invece,  intorno alla fine del primo secolo d.C. , mira a  risolvere tutto in  un ammaestramento morale secondo quanto detto da Christos  che rileva  come la vedova  (definita non khhra ma auth h ptookhh),   anche se poveretta,  ha gettato  più di tutti (pleion pantoon ebalen toon ballontoon ), dando  una spiegazione divina –  solo un dio può vedere quanto versato e sapere la verità!- di quanto dato da tutti gli altri  (to perisseuon il superfluo) , rispetto al  versato dalla vedova che ha dato tutto ciò che ha, cioè tutta quanta la sua vita/ panta osa eiken, olon ton bion auths.

La conclusione di Marco è, dunque, che la poveretta dà tutto ciò che ha, mentre  tutti gli altri solo il superfluo, in una esaltazione dei poveri  rispetto  ai ricchi (condannati!), degli ultimi rispetto ai primi, in un rovesciamento delle situazioni, secondo la retorica delle antitesi.

Una facile lezione morale, amici cristiani,  puzza -tanto- di inganno, da parte del  nuovo sacerdozio christianos!

Gesù. Meshiah aramaico, methorios , politikos

Gesù fu un messia aramaico, methorios e politikos.

Ho già trattato il problema della regalità di Gesù aramaica,  e quindi del Makuth ha shemaim, ed ho puntualizzato la funzione methoria dei giudei ellenisti, oniadi,  in relazione al sistema trapezitario ed emporico (Cfr. Jehoshua o Iesous? Maroni,2003).

O methorios, da una parte, ed o politikos, da un’altra, sono due  tipici aggettivi  sostantivati che  sono stati  da me per anni connessi alla figura dell’ellenista giudaico- alessandrino, di cultura greca, in particolar modo all‘alabarca di Egitto, espressione di un’attività commerciale e politica  dell’ebreo nell’impero romano. In quest’ultimo decennio, ristudiando e rivedendo  la situazione del Malkuth alla luce delle indicazioni di Marco ( e di Matteo), mi sembra di poter/dovere correggere  la radicale impostazione precedente in senso aramaico del Messia  nel  corso del suo Regno, imprecisato nella sostanza, anche se determinato nella cronologia. 

Se si legge Marco (11,12,13)  è possibile rilevare da una parte l’aspetto della novitas  di Gesù aramaico,  che ha preso il tempio, che ha una sua neoteropoiia/politica nuova, dopo una stasis/rivolta vittoriosa, ma  non precisa la  provenienza della sua exousia/potere/ potestas, mentre ambiguamente  specifica, secondo i criteri zelotici, il suo pensiero  antiromano, senza provocare  dilacerazioni tra i suoi seguaci e senza tagliarsi i ponti per una ricucitura politica con la romanitas dominante, di cui c’è  traccia in ta Kaisaros apodote Caisari kai ta tou Theu Theooi, in un servizio  apparente a due padroni.

Gesù, methorios e politikos  è compatibile  nel periodo 32-36, in un momento in cui l’impero romano non si interessa alla situazione dell’area siriaca e siro-palestinese, mentre  l’impero parthico  sostiene il messianesimo, utile ora alla sua espansione fino al Mediterraneo in una ripresa della politica di Pacoro del 40-38 av. C., in un recupero dell’eredità achemenide e seleucide,

Il messianesimo giudaico autorizzava  Artabano III, collegato con Areta IV, re dei nabatei  e con Monobazo ed Izate,  re dell’Adiabene ad un  intervento militare antiromano  per la riconquista dell’Armenia e della Siria e della Celesiria  e alla definitiva rottura della siepe antoniana dei regni vassalli e delle tetrarchie, imposti dai romani alle popolazioni aramaiche (specie quelle di Erode Antipa, di Filippo)  e all’ abolizione  della provincia  di Siria e  della sotto provincia di Iudaea

A vittoria  conseguita,…  instaurato il malkuth,  purificato il tempio… il regnare era oltremodo difficile per il Messia:  c’erano problemi logistici di collegamento tra gli aramaici di due imperi diversi e c’erano  controversie decennali tra aramaici e  pagani greci e gli stessi giudeo- ellenisti,  c’erano perfino incompatibilità  religiose e commerciali tra i giudei ellenisti e i  greci pagani.

Il regno del Messia,  ricavato entro i limiti del confine romano, era di popolazione mista,  con una popolazione non inferiore ai 1.800.000, di cui gli aramaici formavano un nucleo compatto di 600.000  persone, ma la maggioranza era  quella costituita da  giudeo ellenisti e  da pagani (specie nelle due tetrarchie erodiane e in  Decapoli ,e lungo il litorale mediterraneo), mentre ancora  le forze parthiche occupavano la Siria e l’Armenia ed arrivavano fino al Mediterraneo…

Inoltre gli aramaici non predominavano nemmeno in Gerusalemme e nella Giudea, data l’alta presenza di giudei ellenisti che formavano la classe  dominante sacerdotale sadducea, gli erodiani e gli scribi, che   avevano il supporto dei sebasteni, truppe erodiane consociate come auxilia ai  milites romani,  che, inoperosi, erano nei castra  dislocati in molte postazioni non distanti dall’Eufrate. Inoltre tutta la regione della Giudea  era collegata  con quella di Samaria, di religione   scismatica,  che aveva  una propria Bibbia (Pentateuco e libro di Giosuè) e  con l’Idumea , che,  pur divisa tra aramaici e greci, aveva un consistente gruppo di  elementi di sicuro affidamento messianico, come anche la Perea e la stessa Galilea, da cui era partito il movimento, vincente,  di insurrezione messianica…

Le forze, dunque, del Messia, seppure insediato in Gerusalemme e  nel Tempio, non permettevano un governo della città  e delle zone occupate, circonvicine, secondo la rigida applicazione legalistica della Musar, cultura  aramaica: il sinedrio messianico doveva essere di  varia composizione e comprendeva sadducei,  farisei ed esseni,  erodiani e naziroi galilaici di varia estrazione sociale,  ed era subentrato a quello sciolto,  dominato dai sadducei e dagli erodiani  e  controllato dalle  potenti famiglie di Anano I  e del genero Kaifas (collegato con i cinque cognati,  Eleazar, Teofilo, Gionata, Mattia, Anano II – Per Flavio- che si meraviglia del fortuna del vecchio,  Ant. Giud. XX, 9.1 Anano fu molto fortunato . Infatti cinque suoi figli , dopo che lui aveva goduto dell’ufficio per un periodo piuttosto lungo, sono stati sommi sacerdoti-) e di Anania Boeto Canthera.

Infine il Regno secondo i confini erodiani  (cioè fascia costiera, l’ex tetrarchia di Filippo, la zona transgiordana)  era da conquistare,  come anche il titolo di maran  senza il riconoscimento di Tiberio  (come anche quello di Basileus con  il consenso di Roma)…

Essere Messia  comportava un tenere a freno i vincitori aramaici sia gerosolomitani, che galilaici che parthici,  e quindi  venire a patti con  gli  stessi sostenitori, limitati nella loro esuberanza vittoriosa, e nelle pretese di ricompensa legittima con le funzioni governative e le cariche  (cfr. Marco,10, 35-45), delusi nella spartizione del potere: Il pensiero riportato dall’evangelista non corrisponde alla situazione di accadimento ma  è  collegato con quella di scrittura domizianea ed ha valore anagogico e morale, in una   contrapposizione tra potere pagano dispotico,  per honores  e quello messianico per servitium /diakonia (cfr. l’uso di diakonos  in relazione a doulos   e il poliptoto diakonethhnai – diakonhsai al fine di mostrare l’exemplum di chi dà la vita per il riscatto di molti).

E contemporaneamente sottendeva curare i vinti  sadducei e erodiani e scribi, filoromani e i romani stessi  in quanto bisognava rispettare i greci e specie i giudeo-greci  che si erano arresi senza spargimento di sangue e che  si erano consegnati alla clemenza del vincitore  ed aumentare i rapporti con i giudei ellenisti specie di Egitto e di Cirenaica che avevano finanziato l’impresa, considerato l’immobilismo di Tiberio…

Il messia sapeva bene che le truppe romane erano  e nelle  regioni  a lui nominalmente sottoposte e  in Siria, dove il  contingente era  maggiore, anche se   le truppe  ora erano disorganizzate e  senza capi , specie, dopo la morte di Pomponio Flacco e la mancata rapida sostituzione da parte di Tiberio, più interessato all’eliminazione fisica  dei seguaci di Elio Seiano, -che aveva gestito la questione mediorientale, ed aveva posto  in Iudaea un suo uomo di fiducia, Ponzio Pilato- …

Ben si conosceva l’ attendismo  fatalistico  del vecchio imperatore, la politica, lenta nella rimozione dei  governatori. Tiberio raccontava l’apologo del ferito e delle mosche,  sentenziando che per un ferito era meglio sopportare le mosche vecchie che  ucciderle, perché, morte quelle che avevano a sazietà  succhiato sangue, sarebbero venute altre fameliche, avide: l’imperatore considerava i suoi governatori specie di nomina senatoria, agli inizi del mandato, avidissimi,  che però, si spegnevano col tempo, perché avevano raggiunto la sazietà  e potevano tornare dall’incarico provinciale con molte ricchezze tanto che, partiti poveri,  tornavano ricchi... (Cfr. Flavio ,Ant. Giud., XVIII,174-176). Celebre la  sua  massima:  è proprio di un buon pastore tosare il  gregge, non scorticarlo/ Boni pastoris tondère pecus, non deglùbere  (Svetonio,Tiberio XXXII).

La politica aramaica, immitis,  senza praoths,  barbaricamente violenta, di aggressione, non era possibile  come non era possibile seguire l’exemplum di Giovanni il battista,  la cui rigida vita di recabita, imponeva una dura osservanza della legge, una palingenesis una nuova vita col battesimo di purificazione ad Al Karrar (Betania oltre il Giordano), dopo un’attesa penitenziale ed addestramento militare: il messia, invece, doveva coniugare le tante anime dell’ebraismo e quelle  ellenistiche della società pagana,  per cui blanda era la sua interpretazione legalistica…

Infatti  Matteo (oltre che in 26,6 e sgg   circa il puro ed impuro ed unzione)   in 15,1 mostra, prima, che i discepoli di Gesù non seguono la tradizione degli antichi e nel mangiare  e nel lavarsi  e nell’onorare il padre e la madre  e poi  mette in evidenza Gesù che  definisce i  farisei ciechi e guide di ciechi...  Marco  aggiunge  in 18, 1 sgg un attacco dei seguaci di Giovanni, oltre che dei farisei, sul digiuno  non osservato dai discepoli del Signore   e in genere sul mangiare e bere con i peccatori, specie  con i pubblicani e specificamente  viene condannato lo sperpero,  in casa di Simone il lebbroso, di  unguento di nardo  e della rottura del vaso di alabastro  del costo complessivo di 300 denarii  (6000 euro circa;   si pensi  che a Giuda  vengono dati  30 denarii  circa 600 euro- il valore di un denario è di  quattro sesterzi  cioè di 16 assi; si noti che  con due assi si  può comprare un kg. di pane)

Insomma sembra che Gesù abbia un’altra gestione politica rispetto alla tradizione farisaica e alla  impostazione aramaica, giovannea, e che la sua deviazione sia  scandalosa e perciò marcata da oppositori seppure della sua stessa fazione….

Voleva forse  indicare altre possibilità, oltre a quella aramaica, ai suoi discepoli, pur rimanendo saldo il principio di fede giudaico e mosaico   di Dio solo padrone e padre di Israel ?.

Fu  quella stessa pretoria e censoria  di Erode Agrippa, convinto assertore di  una politica filoromana,  entro cui, però, doveva trovare spazio il giudaismo ellenizzato con le connessioni all’istanza messianica  aramaica !

Fu quella stessa  politica di Giacomo,  che nella sua figura di recabita e di  giusto tzadik, di baluardo del popolo aramaico  si faceva garante con i governatori filogiudaici (Fado, Tiberio Alessandro, Felice ) del comune  affare delle festività  ebraiche, assicurate nella loro regolarità,  lasciando aperto e il canale ellenistico e  quello aramaico, finché, cessata la collaborazione censoria e finanziaria  coi romani -ormai decisi ad estirpare   il cancro aramaico  ed ebraico ellenistico- riprendeva decisamente la politica  militaristica, esclusivamente aramaica, facendo sequestri ed  attentati  contro sadducei ed erodiani e contro i nemici romani.

La sua morte risultava  per Giuseppe Flavio l’inizio della fine del Tempio di Gerusalemme e di Gerusalemme stessa:  il giudaismo aramaico, fusosi con quello adiabene e mesopotamico, collegato con  quello idumeo, galilaico,  peraita e con gli ebrei scismatici  alessandrini  più intransigenti,-che erano stati rovinati della politica finanziaria dell’ultimo Nerone,- andavano alla  guerra contro i romani convinti che Davide  avrebbe vinto Golia  e che i più deboli avrebbero superato i più forti, sicuri che a Dio niente era impossibile e  che perciò  si sarebbe verificato miracolosamente  l’evento salvifico …

Si potrebbe,  dunque, inferire che  da Gesù derivi una doppia via operativa, mediante  due metodi diversi in relazione  alle 613 prescrizioni della legge utili  (sebbene in modi differenti)   a conseguire il benessere dell’anima e  quello del corpo?.

Ora,  siccome il popolo non ha la capacità di percepire  la natura delle cose spirituali, espresse in  forma esplicita o forma metaforica, allora per ogni massa occorre fare le correzioni delle condizioni di esistenza,   cosa che si consegue solo con l’eliminazione dei torti reciproci,  da una parte,  impedendo all’individuo  di compiere la propria volontà e  allontanando  le mete alla portata delle specifiche capacità, costringendo a fare quanto è utile alla collettività e, da un’altra , formando costumi utili alla comunità  tali da rendere la città ordinata.

Il benessere dell’anima non si consegue se non si raggiunge quello del corpo: si vuol dire cioè che bisogna assicurare lo stare bene  nella migliore salute, avendo tutte le cose necessarie a vivere  (casa  famiglia, cibo, denaro,  ogni cosa buona ed  utile al soddisfacimento degli appetiti umani)  non solo per un individuo o gruppo familiare ma per una comunità politica, perché l’uomo  è un animale  per natura  razionale  e politico, un vivente consociato che pensa prima alla propria sussistenza personale  poi a quella dei famigliari ed infine agli altri, come prossimo, facente parte dell comunità,  con cui condividerà  le cose, anche se  teso ad un  vantaggio, comunque,  sempre proprio.

Il benessere dell’anima  è di ben altra forma,  in quanto si cerca iniziando il proprio percorso  purificandosi col rifiuto  della pars corporale  (tengo presente il sistema sia degli Esseni che dei Terapeuti che  si disfano di ogni patrimonio e lo cedono a  parenti)  allontanandosi dagli altri e vivendo in comunità o in solitudine, tendendo  a sviluppare la razionalità  in atto, con un intelletto in atto, in un’ ansia e volontà di conoscere  tutto ciò che è possibile e tutti gli enti, in ragione  della perfezione ultima/teleioosis ,  che non consta di azioni o di costumi, ma solo di opinioni, come risultanze di una speculazione razionale  e  come conferma  di uno studio fatto.

Maimonide,  a proposito della legge e della perfezione ultima,  dice: la legge di Mosè nostro maestro  ci dà il vantaggio  di entrambe le perfezioni insieme: ossia crea le condizioni  migliori in cui  gli uomini possano vivere   gli uni con gli altri,  eliminando l’ingiustizia, e concedendo un carattere  nobile e virtuoso, così che gli abitanti del paese possano sopravvivere e perpetuarsi  secondo un unico ordine, affinché ciascuno  di essi raggiunga la sua perfezione prima, e le credenze  e le opinioni  corrette con le  quali  si raggiunge la perfezione ultima  (Cfr.la Guida dei perplessi, a cura di M. Zonta, Utet,,2013).

Quindi per Gesù maran  assicurare la giustizia  con tutte le condizioni politiche  è il primo compito, anche se  impossibile da realizzare in una comunità  composita, per dare un benessere corporale  …

La musar contempla di  fondere  le due perfezioni dando rilievo prioritario a quella corporale senza la quale non è pensabile nemmeno l’intelligibile benessere spirituale,,.

La paideia insegna philanthropia, ad essere uomo, ad  amare l’uomo come altro se stesso (Homo sum: humani nihil  a me alienum puto  Terenzio, Eautontimoroumenos ,77) in un adattamento  in situazione  e  a superare la prova/ ostacolo in relazione al proprio ingegno,  ad essere faber del proprio destinovivendo  moderatamente, secondo natura e  ragione, conseguendo uno stato  di eudaimonia in quanto anhr theios, capace di discernere tra le cose che esistono, e quelle  che dipendono da noi,  quelle che non dipendono da noi, servendosi della proairesis.

Questa  distingue, secondo la cultura stoica, i  fatti nostri  e li sottopone ad un razionale controllo  (giudizio di valore, impulso ad agire , desiderio, avversione, amore e ed ogni altro sentimento) da quelli non nostri  ( i nostri averi, le opinioni che gli altri hanno di noi, la cariche pubbliche ,  qualsiasi cosa  che non dipenda da noi esseri umani, ma da cause esterne).

Ora, Gesù regnando su ebrei e pagani, con un Tempio da gestire, un tesoro senza pari, con alleati armati  entro i propri confini e con nemici invasori, vinti, ma ancora sul proprio territorio, doveva per forza  praticare una politica di moderazione, quindi impostata sulla metrioths e non sulla ferocia barbarica.

Noi abbiamo cercato con pazienza, in tanti anni di  studio, i segni di una politica nei vangeli sinottici di  un Gesù Methorios, uomo al confine tra due regni, un aramaico moderato, che ha insegnato una doppia via, una seguita dal fratello Jakobos,  quella naziroa del Malkuth ha shemaim, ed una da Shaul  Paulus ed evangelisti,  che  hanno,  poi,  a seconda delle  situazioni,  sviluppato  in modo personale, l’eredità politica e  spirituale del  Maran, Re/Maestro, martire aramaico.

Da lui dunque derivano  e la via seguita da Giacomo  e dagli aramaici, che vanno ciecamente, fiduciosi solo  in Dio, alla guerra, alla distruzione  del Tempio , ed arrivano, dopo la rivolta del 115-116, allo sterminio con Shimon bar Kokba –  e quella dei Christianoi antiocheni e di Paolo che, seguendo la metriotes, fondendo  musar e paideia, tradizione ebraica e pagana, rompendo con la sinagoga- inquisita  e condannata dalle autorità- hanno una loro possibilità di sopravvivenza nel territorio romano, nonostante le differenze di lettura,  a seguito di skimmata ed erides ecclesiali, della medesima lezione del Signore e sopravvivono secondo  una propria gerarchia, greca, in relazione alle zone di diffusione della Basileia tou Theou.

Giacomo, dopo un lungo periodo di connessione con i prefetti romani,  irrigidisce la sua politica, specie negli ultimi anni di governatorato di Felice  nell’interpretazione integralista mesopotamica  del pensiero del fratello  a seguito della scoperta dei piani di distruzione romana dell‘ etnos giudaico,  mentre Paolo  e gli evangelisti  seguono l’indirizzo moderato di comunione tra giudei e pagani e  costituiscono   su una struttura retorica  una nuova base teologale e celebrano il mito di Gesù (figlio di Dio e di una Vergine, che,   venuto in terra  per redimere il mondo  dal peccato originale, ucciso dal suo stesso popolo,  risuscita)  e lo rievocano  con riti  come modello di vita e lo considerano nomos empsuchos.

Vediamo, dunque, come Gesù sia stato per ambedue le vie una guida ..

Non è facile seguire la doppia indicazione di Gesù (cosa  che richiede esami tecnici linguistici e storici):  in questa sede portiamo solo alcuni esempi di moderazione  politica che ci autorizzano a definire il Messia o politikos  Cfr A Filipponi, Giuseppe o il Politico , eBook Narcissus 2011) e trascuriamo tanti altri.

Scegliamo, tra i tanti,  due episodi, quelli più famosi, tratti da Marco.

ll  primo  (11,27) racconta di Gesù  che, tornato a Gerusalemme per la terza volta, passeggia nel Tempio  (viene usato il termine peripateo , aristotelico che indica un camminare e discutere con altri  forse nel cortile dei gentili  ), come uomo, che vincitore, domina la scena  col suo seguito di naziroi…

Il passeggiare  sottende  che già ha fatto l’ingresso trionfale, davidico, in città, seduto su un puledro, tra gli osanna popolari, ma a sera del giorno del 7 nisan, periblepsamenos tauta avendo attentamente guardato intorno le cose, ecselthen eis Bhthanian metà toon doodeka uscì in direzione di Betania con i dodici.

 Peripatein sottende anche  il possesso del tempio  da cui ha scacciato quelli che comprano e vendono, avendo rovesciato i tavoli  dei trapeziti, cambiavalute, e  banchi dei venditori di colombe  facendo da despoths queste azioni e rimproverando,  secondo i logia di Isaia (56,7) e di Geremia (7,11)  che il tempio è diventato una spelonca di ladri  quando è un luogo di preghiera ed impedendo di portare oggetti attraverso l’area templare.

L’evangelista, quindi, implicitamente  dichiara che Gesù ha svolto la sua funzione militare avendo non solo  exousia  strategikh/potestas praetoria ma anche h toon dhmàrchoon exousia / potestas  tribunicia.

Queste cose erano state fatte  (si rilevi che poieoo è verbo molto difficile da intendere  e che ha molti valori dal generico fare a creare di Dio kosmopoihths)  il giorno 8  di Nisan e i  sommi sacerdoti e gli scribi volevano ucciderlo, quando Gesù era nel cortile degli ebrei, ma temevano la folla: Gesù era andato via ed era tornato otan opse  egeneto, quando giunse la sera,  in una zona tra Betfage e Betania, il suo centro militare operativo.

Il giorno dopo , 9 Nisan,  stando Gesù nel cortile  dei gentili (non era entrato ancora in quello degli ebrei), mentre passeggia (con la Thiara parthica?!),  si presentano i sommi sacerdoti, gli scribi e gli anziani, insomma il sinedrio al completo, filoromano e chiedono: en poia ecsousia (dativo singolare, con alfa ed iota sottoscritto) tauta poieis; con quale potere  fai questo? ed aggiungono per meglio precisare la domanda  h tis soi edooken thn ecsousian tauthn ina tauta poihis /o chi ti ha dato il potere di fare questo?,

La domanda, pur duplice, è una in quanto la seconda è pura richiesta del nome del datore di ecsousia, che tutti conoscono, ma  non dicono e vogliono invece che Gesù lo dica espressamente.

Insomma si fa una richiesta ufficiale: chi rompe l’ordine stabilito nel  tempio stesso? con quale autorità lo faccia? Qui non si parla di autorità religiosa, di parola, di  disputa …

Le due precise domande sono fatte a chi ha turbato la normalità commerciale del tempio e quindi sottendono  la presenza armata  di chi ha preso militarmente  il tempio,  annientando anche la guarnigione romana sulla Torre Antonia e le truppe  templari  col loro strategos.

La prima domanda sottende che Gesù ha  potestas  sul popolo (ochlos) – i leviti, il piccolo  e medio sacerdozio, gli artigiani  e i militari zelotai   che l’acclamano meshiah  e che  riconoscono in lui i segni della elezione divina  dellunto del signore; la seconda è in relazione all‘ecsousia politico-militare, tipica del popolo romano cioè dell’imperatore e del senato -dai quali dipende la provincia di Iudaea col Tempio di Gerusalemme-  e fa intendere  che si conosce  il  sostegno straniero (quello di Artabano III e di Areta IV) e si vuole una dichiarazione  pubblica della  reale autorità messianica.

Dunque il sinedrio  esige  una  risposta  politica, pubblica,  da chi ha interrotto la normalità del Tempio gestito dai sadducei, protetto dai milites e  dal diritto/ Ius romano.

Gesù si mostra o politikos , un politico abile nella comunicazione, diplomatico: non risponde alle domande, ma ne fa un’altra marcando sempre il termine  ecsousia  e pone una condizione, (con un periodo ipotetico di II tipo) in tono imperativo: se mi risponderete, vi dirò con quale potere faccio queste cose: to baptisma to Jooannou ecs ouranou hn h ecs anthroopoon; apokrithte moi/ il battesimo diGiovanni era dal Dio o dagli uomini? rispondetemi.

E’ una sfida al sinedrio!  c’è coscienza  da parte del Messia di avere in pugno la situazione politica e di essere il vincitore, a cui i settanta  devono piegarsi, allinearsi, inchinarsi – anche perché rischiano la vita – e dichiarare ouk oidamen/non sappiamo, costretti a professarsi ignoranti  davanti al popolo e quindi  a rassegnare le dimissioni…

E’ la massima umiliazione per un sophisths: un maestro di vita  che non sa, perde  il diritto di guidare ed ogni dignità, che deriva dalla  saggezza profetica!…

E’  ammissione pubblica di non aver riconosciuto i segni della missione divina di Giovanni, della sua ecsousia celeste,  di averlo lasciato solo davanti al potere romano ed erodiano, di averlo così condannato a morte …

Il ragionamento del sinedrio, anche se  individuale,   presuppone già nel verbo dialogizoo una febbrile attività interiore razionale, al fine di una soluzione possibile  all’aut aut  del Christos,  con la pressione imperativa dell’immediatezza della risposta.

La coscienza che qualsiasi  delle due risposte sarebbe stata non giusta  ed avrebbe avuto ripercussioni sulla stessa  incolumità sinedriale, aumenta l’incertezza  dei singoli e determina la confessione di ignoranza, unica possibilità di reale salvezza.

Infatti per l’evangelista  ognuno degli oppositori,  che pur desiderano la risposta ufficiale, da inviare  al senato e all’imperatore  romano, ha la coscienza di correre un pericolo mortale o da parte del Messia o da parte del popolo: dire che il battesimo di Giovanni era dal cielo significava  ammettere  davanti al Signore, annunciato dal precursore, la propria colpa e  confessare di  non essere uomini di Dio, ma suoi nemici e quindi  giustificare la condanna a morte in quanto menzogneri; dire che derivava dagli uomini, equivaleva ad  una condanna alla lapidazione popolare  perché Giovanni era considerato propheths.

Un vero politico è Gesù che realizza i sogni dei suoi seguaci aramaici, vedere umiliati e rei confessi i nemici, ma  moderato nella vendetta, come un ellenista  che si rifugia  nel rifiuto di comunicazione con uomini non degni, menzogneri! Infatti dice: neanche io dico con quale autorità faccio queste cose.

Matteo (21,23-27)e Marco  dicono sostanzialmente lo  stesso pensiero e  scrivono la stesse parole  oude egoo legoo umin en poia ecsousia tauta poioo, mentre Luca (2.1-8) fa una premessa  su Gesù che in quei giorni istruisce il popolo nel tempio ed annuncia la buona novella, per cui il resto del racconto, seppure simile a quello degli altri evangelisti,  assume un valore solo morale.

Il secondo episodio (Mc12,13-17), è quello che più di ogni altro mi ha fatto perdere sonno (cfr. Il tributo a Cesare in Jehoshua o Iesous ? cit. pp. 173-179)

Il vecchio sinedrio non ha  più potere in Gerusalemme  e Gesù ne sta formando  uno nuovo.

Da oppositori nascosti, dopo la paura del precedente incontro,  vengono inviati al Signore/Despoths  farisei (di cui non si conosce il preciso indirizzo- di norma  i farisei sono molto fedeli al Messia-) ed erodiani, intenzionati a comprometterlo ulteriormente  coi romani.

Questo è l’effettivo valore della  proposizione finale ina auton agreusoosin logooi in quel cotesto e in quel contesto: il verbo agreuoo è dell’area semantica della pesca ( o caccia)  ed indica un pescatore/cacciatore agreus  che con rete  (o amo o laccio) fa preda (agreuma): quindi qui si vuole prendere  al laccio il Messia  con qualche parola (logos)  da riferire ai mandanti romani.

I richiedenti sono politici, uomini che sanno conquistare  il proprio interlocutore  con la retorica ed usare la  captatio benevolentiae  e che lo chiamano maestro (didaskalos /rabbi non è dell’epoca tiberiana!) Despoths /maran, affermando di sapere (oidamen) che lui è  alethhs (non menzognero),  che non guarda in  faccia  gli uomini   e che segue la via  di Dio secondo verità: essi, seppure retoricamente, prima professano di riconoscerlo come Messia e poi chiedono: ecsestin  dounai khnson kaisari  h ou;  doomen h mh doomen;

La domanda è come quella di Gesù precedente: si può rispondere solo si o no  e la risposta ha valore di una dichiarazione di guerra se negativa, se è positiva ha valore di  negazione dell’impresa  messianica, di fine  del Malkuth ha shemaim e ritorno alla normalità di soggezione alla romanità con la conseguenza della lapidazione del menzognero che ha tradito le attese popolari.  

Diamo o non diamo ? come congiuntivo esortativo, in forma interrogativa ha  significato pratico finanziario  che necessita di un’azione concreta di sborsare telein  (non dounai azione sponta nea!)quanto dovuto al senato e all’imperatore: o si dà il dovuto a Cesare  e si  torna sotto il controllo della  censura romana e dei pubblicani;  o non si dà  il denario perché già moneta impura  in quanto ha l’effigie di Cesare, non toccabile per il giudeo puro ,  che non si serve del denario o, caso mai , usa siclo e suz  (con l’implicito ritorno dei banchi dei cambiavalute) e si riprende lo stato di belligeranza, dopo la pausa della purificazione del tempio…

Dato l’uso della prima  persona plurale doomen h doomen? sottende un ravvicinato colloquio tra chi chiede  e chi deve rispondere, un guardarsi negli occhi di emittente e ricevente e tutti quelli che seguono le due parti   coinvolte emotivamente nella stessa drammatica azione, e risulta un confronto, quasi un diretto incontro-scontro, tra  avversari (non nemici)…

Sono, dunque, concrete domande in relazione al modo di comportamento quotidiano coi pubblicani,  che implicano la volontà di conoscere il  reale pensiero del Meshiah,  che ha ecsousia tamieutikh potere censorio…

Bisogna vedere  che Gesù  sta  col nuovo  strategos del tempio e con il tamias  amministratore  e quindi anche col suo clero fedele di esseni  che, hanno sostituito i sadducei. Non  deve sorprendere in tale situazione la richiesta di portare un denario  al suo interlocutore, che è in febbrile attesa con gli altri farisei, intenzionati, anche secondo Matteo,  a prenderlo in trappola mediante la parola (Pagideusoosin en logooi)!

Il problema sulla liceità  del tributo romano e sul dovere giudaico del pagamento comporta da una parte l’esclusione  dal cleronomos  dei figli con  scelta di un altro popolo eletto e da un’altra la fine del pensiero theocratico  di Dio Padrone unico di Israel, proprio ora che c’è il Meshiah, che è stato instaurato il Malkuth ha shemaim...

Ogni uomo presente nel cortile degli  gentili si attende, invece,  un solenne pronunciamento e quindi che il meshiah  sancisca definitivamente  il diritto ebraico del cleronomos  ed abolisca  il dovere pagare il tributo ai romani, come aveva fatto Giuda il gaulanita….

Gesù, incurante dell’ipocrisia farisaica  e della malizia,  comanda che gli sia portato il denario per vederlo (pherete moi dhnarion ina idoo).

Gesù osserva, (senza toccarlo) il denario  con la testa di Tiberio laureata e volta a destra, e  legge l’iscrizione TICAESAR DIVI C AUG. F AUGUSTUS  e forse (per prendere tempo) vede (dopo averlo fatto girare)  anche il retro con la figura di Tiberio che guida una quadriga   e che ha nella mano destra un ramo d’alloro  e nella  sinistra uno scettro con aquila,  con sotto scritto  gli anni  del pontificato massimo  e quelli del suo regno.

La domanda tinos h eikoon kai h epigraphh; di chi è questa immagine e l’iscrizione ?, scontata,  è stata per secoli  letta dai Christianoi come fatta non secondo l’epoca  tiberiana,  ma  secondo  quella flavia quando il tempio non esisteva più  e già Vespasiano aveva  stabilito un nuovo tributo  fiscus iudaicus da versare conglobato, nel fisco imperiale …

La valenza significativa è diversa  a seconda dei tempi, specie se c’è stata la stasis vittoriosa messianica: non si può leggere la  risposta di Gesù come accettazione del potere romano  e come suddivisione di campi  come  frase  che sancisce  un doppio servitium ad una doppia autorità,  distinta in una umana e in una divina, paritariamente, da parte di un Messia, spirituale, figlio di Dio; si deve leggere invece  come una risposta di un politikos che nel  contesto templare,  da Meshiah,  che è entrato trionfalmente in città ed ha preso il tempio, ed ora, dopo la purificazione, in un clima festoso,  mostra  clemenza e moderazione, a vittoria conseguita.

La richiesta del denario è in relazione alla già studiata risposta, spettacolare,  tanto da destare meraviglia  in tutti (ecsethaumazon), come segno di una diplomazia politica, tesa a non  tagliare ogni ponte  col potente nemico, momentaneamente sconfitto, date le infinite risorse finanziarie economiche e militari  dell’ imperium romano…

C’è coscienza della propria precaria situazione regale, methoria rispetto ai Parthi e ai romani…

C‘è una logica  di rispetto per i romani, con una coscienza della propria propria  missione ancora da ultimare;  rinviare, quindi, è atto  astuto  che permette d i  soprassedere  e procrasticare  circa la liceità e il  gioco -antitetico – del pagare (telein ) o non pagare.

Da  politikos,  Gesù  sa bene che il suo Malkuth  è uno stato vassallo, associato all’impero parthico, non riconosciuto da Roma  e quindi è abile a lasciarsi uno spazio  diplomatico per eventuale tregua  in attesa di  avvenimenti, da opportunista eukairos,  capace di tranquillizzare i  suoi irriducibili galilei  integralisti con un sguardo di intesa e di complicità, negante perfino  quanto si dice espressamente per convenienza politica: la parola contraddice l’azione e l’azione la parola.

D’altra arte non si espone coi suoi detrattori politici  che cercano  materiale  orale da inviare  al senato romano e all’imperatore, come atto di accusa  connesso con  gli accadimenti dei giorni pasquali: la sua  doppiezza nasconde sotto  l’ufficialità del detto ambiguo  tutta la tradizione di odio aramaico  secolare  contro Roma, sottesa  nello Shema  basata sul  timore di un solo signore, immortale .

Il breve scambio  domanda-risposta  tra il Messia e l’interlocutore sintetizza la conclusione rapida della discussione  e la tronca  (Tinos h eikoon auth kai epigraphh?.. Kaisaros)  bruscamente – con tono autoritario – una doppia frase iussiva, strutturata secondo una perfetta simmetria  con ellissi  di apodote nel secondo membro  della proposizione coordinata che  è giustamente diventata apoftegma  di rara efficacia morale, mirabile per la società cristiana- abile opportunisticamente  a servire ora l’uno ora l’altro- .Ta kaisaros apodote Kaisari, kai ta tou theou tooi theooi è ancora oggi di attualità…

Dunque, si può dire che Gesù dimostra ha una sua abilità politica, congiunta ad una  retorica basata sul gioco dell’equivoco e   dell’ambiguo,

Gesù  segue il modello di Areta IV, che agli inizi del regno, domina sui nabatei senza il  riconoscimento romano, poi si avvicina a loro tanto da essere riconosciuto come socius  ed infine  accoglie come ospite e Petra sia Germanico, che ha  imperium proconsulare maius per  l’Oriente,   che Pisone, governatore di Siria, anche se rimane sempre ambiguo nella sua politica?

L a politica di Gesù e quella di Areta IV possono essere in relazione specie dopo la fine del matrimonio venticinquennale di sua  figlia Dasha, ripudiata da   Erode Antipa, per sposare sua nipote  Erodiade sorella di Erode Agrippa, a seguito della decapitazione di Giovanni?..

Il vecchio monarca  seguace  del Giovanni il battista fu  guida politica anche per Gesù?: Tiberio inviando nel 35 in Siria  Lucio Vitellio gli dà mandato di punire Artabano  III e di portargli  vivo o morto la testa di  Areta….

Gesù, o politikos, inoltre non si vede  nel colloquio con Pilato? cfrMatteo 27,11; Marco 5, 2-15 , LUCA 23, 2-5.  Alla domanda  del procuratore  Su  ei o basileus toon iudaioon; tu sei il re dei giudei? Gesù risponde su legeis tu dici  (cf.  Pilato in Jehoshua o Iesous?pp.231-235, cit) da aramaico  atta amarta/tu dicis (latino) ribadendo quanto detto dall’inquisitore senza intenzione personale di positiva dichiarazione:  il giudeo sa quanto è inviso il termine basileus in Roma e quanto complesso sia invece il termine meshiah per un goy/pagano, che non può  comprendere la struttura intima della connessione di ieroosunh sacerdozio  con l’unzione regale  giudaica…

 

Betsaida o Cafarnao?

Per un pescatore aramaico era più conveniente vivere a Betsaida o  a Cafarnao, in epoca Tiberiana?

Betsaida, era, sotto il regno di Erode il Grande 38 a. C. -4 a.C,  un paese, i cui  abitanti erano  quasi tutti  agricoltori e i pochi, che facevano i pescatori,  stentavano a campare.

I pescatori erano  ebrei  di lingua aramaica,  che avevano una barchetta, lasciata sulla spiaggia,  fissata alla meglio, ed avevano legami stretti con le popolazioni della Traconitide e della  Gaulanitide  e tramite queste, con i correligionari  Parthi, stanziati oltre Il confine dell’Eufrate.

Probabilmente a Betsaida  i giudei erano analfabeti ed avevano solo una tradizione orale biblica (Torah she be’alpé): avevano avuto un’istruzione sommaria ad opera di  maestri  di sinagoga, dal periodo di Giovanni Hircano, (re asmoneo dal 134-al 104 a.C) che avevano fissato  le prescrizioni  più importanti, che venivano  ricordate nel corso delle preghiere giornaliere dal Kohen ( per pregare bisogna essere in almeno dieci persone-minian-, oltre a colui che intona Shema , Israel, Adonai elohenu, Adonai echad )…

I giudei, pescatori,  stazionavano  sempre sulla rive del lago di Gennezaret, che  era abbastanza lontano dalle case (circa 2 km) e  normalmente depositavano il pescato  nell’altra sponda, oltre il Giordano,  dove correligionari compravano il loro pesce perché formavano una comunità  ebraica,   che  aveva depositi  per l’affumicatura,  per la essiccatura e per l’imbarilamento.

Alla morte  di Erode il Grande,   Betsaida era toccata in eredità  a Filippo, il figlio di Cleopatra gerosolomitana, che  aveva avuto Traconitide, Iturea, Paneas, Auranitide e Gaulanitide;   ad Erode Antipa figlio di Maltace samaritana, erano capitate Galilea e Perea,   col titolo di Tetrarca  per entrambi , mentre  Archelao altro figlio di Maltace,  oltre il titolo di Etnarca,  aveva il potere su ogni altra parte della provincia di Iudaea, tranne la costa mediterranea, concessa a Salome, sorella del grande Re.

Questa divisione divenne un male per i pescatori di Betsaida specie dopo che Archelao nel 6 d. C. fu esautorato da Augusto,  che  creò la  sotto provincia di Iudaea, (Idumea, Samaria e Samaria ) alle dipendenze di  un procuratore imperiale, sottoposto al Prefetto di Siria.

Ora i pescatori dovevano pagare  se volevano passare il confine  del Giordano,  perché entravano sotto la tetrarchia di Erode Antipa,  che imponeva una tassa, concordata  col procuratore romano,il quale aveva stanziato  una guarnigione militare all’uscita da Cafarnao,  per proteggersi da pericolose congiunzioni ed alleanze tra aramaici , vista la rivolta di Giuda il Gaulanita, di recente repressa.

I pescatori dovevano pagare una tassa  quando si  attraversava il confine tra la tetrarchia di  Erode Antipa e quella di Filippo  al centurione, comandante della postazione.

Andrea e Simone,  figli di Giona (Johanan), oltre a Filippo, aramaici,  emigrarono da Betsaida, quando il paese s’ingrandì e  divenne Iulia, una città costruita per ordine del tetrarca,  divisa  in cardo e decumanus , come  i castra romani,  chiamata così in onore di Giulia Livia moglie di Augusto, morta nel 29 d.C,  dove confluirono molti  ellenizzati, chiamati dal Tetrarca  a colonizzare la sua città, come stava facendo il suo fratellastro con Tiberiade, chiamata così in onore di Tiberio,  quasi nello stesso periodo.

Mentre nelle due sponde del Lago ferveva il lavoro di costruzione delle due capitali, -ordinate dai figli  di Erode  come esaltazione del nomen di  Roma e come gratitudine  per la  domus  imperiale –  e le città prendevano forma ad opera dei qainiti,- mastri muratori che operavano con le loro squadre, pagate in sesterzi,   a dimostrazione dell’avvenuta ellenizzazione della zona-, i figli di Johna con Filippo  passarono dall’altra parte del lago.

I tre emigrarono  anche per convenienza, oltre che per la necessità di separazione dai goyim,- considerata l’integrità morale dell’aramaico  galilaico- e si stanziarono a Cafarnao, divenendo sudditi di Erode Antipa e non pagavano più il pedaggio sul pescato.

Erode Antipa intorno al 26 d.C. tendeva anche lui ad ellenizzare il suo popolo di Galilei e di Peraiti (abitanti di Perea) e perciò, dopo la costruzione della sua capitale e del trasferimento degli archivi da Sepphoris, aveva  costituito  nuovi  grandi depositi  sia  a Cafarnao che a Tarichea/Magdala per  la conservazione del pesce, messo in barili,  affumicato o in salamoia.

Il Giordano alla confluenza col lago  ora era il confine settentrionale    tra le due Tetrarchie erodiane, e a Cafarnao c’era la sede degli uffici doganali (Mt 9,9)  con una piccola guarnigione  militare alle dipendenze di un centurione  (Mt 8,5), che controllava le carovane che venivano dal Monte Hermon. e da Cesarea di Filippo (Banias), dove c’era il santuario di Pan,  in marmo bianco, dedicato da Erode il Grande ad Augusto.

La facciata  del tempio, che era  su una sporgenza rocciosa  su cui erano scavate una grotta  e tre nicchie (in quella centrale c’erano iscrizioni), potrebbe essere quella rappresentata nelle monete, coniate da Filippo   col frontone,  sostenuto da quattro colonne … Ora, nella nuova sede,  i figli di Giona e l’amico, nonostante l’aramaicità, conclamata,  risiedevano con le rispettive famiglie vicino al lago  ed erano in rapporti con ellenizzati (anche loro   già   dovevano essere uomini ellenizzati, considerati i nomi specie di Andrea e di Filippo, -ma anche quello di Petros Cepha -).

Il trasferimento, anche se non si sa l’esatta epoca,   sembra, dunque,  essere più motivato da interesse che da  fattori religiosi, più da una esigenza  sociale che  di una ricerca  spirituale  in uomini che cercavano di sopravvivere  in uno stato di  chiara povertà ed anelavano ad un miglioramento del tenore di vita, considerate le famiglie dei tre, che formavano un nucleo di almeno  quindici  persone ( se è vero che Pietro aveva- secondo la tradizione cristiana-   con sé moglie e cinque figli !), visto il transito di persone  e di carri, scortati da milizie  parthiche – secondo trattati tra Il re dei re e l’imperatore romano –  per il trasporto della doppia dracma al Tempio e il libero  passaggio di pellegrini, considerata   l’attività commerciale di Cafarnao e  la presenza di una sinagoga,  rispetto al sistema agricolo della vecchia Betsaida.

La posizione geografica , a nord ovest del lago,   ai confini tra la tribù di Zabulon e Neftali,  faceva  di Cafarnao uno snodo stradale di grande rilievo  nella Via del Mare  che  congiungeva Damasco col Mediterraneo.

Già Isaia (9,1, ) (Il popolo che camminava nelle tenebre / vide un grande splendore /su chi abitava in una regione caliginosa  rifulse la luce ) per la tradizione cristiana  prevedeva l’irradiazione  dell’idea messianica da Cafarnao, da cui sarebbe sorta la luce  proprio dalle tenebre del paganesimo galilaico.

Così  J.Murphy- O’Connor, La terra santa , CED 1996, p..2O5 descrive  Betsaida.

Il sito si trova a 750 metri a nord dell’incrocio per Betsaida  sul lato ovest  della strada 888… (area destinata da un parco nazionale).. si tratta di una casa  di 430 metri  risalente al II secolo av.C.-I sec. d.C.,costruita intorno ai tre lati di un cortile lastricato  metri 13,5 X7 : vi sono quattro piccole stanze dalla parte nord, una cucina con due forni  dalla parte est  ed una sola grande stanza dalla parte sud . Sparsi in queste stanze  sono stati ritrovati un amo da pesca pesi di piombo per le reti, ed un ago di bronzo curvo  che potrebbe essere  stato usato per fare o riparare una vela. E’  difficile non concludere che  quella fosse una casa  di una famiglia di pescatori.

Anche Marco (1.16) tratta  di famiglie di pescatori sia a Betsaida che  a Cafarnao (Kaphernaum). Non c’è da stupirsi, dunque,se più nuclei familiari vivano in una stessa casa  di simili dimensioni e con un cortile lastricato di metri 94,5.

Marco 2.1 e Matteo 9.1 sembrano considerare Cafarnao come la  città di Gesù, destinata ,  comunque,  a precipitare  all’inferno  per la sua incredulità ai miracoli  (Matteo 11,23, Luca 10,15)...

Il paese si estendeva lungo il fronte del lago  per circa 500 metri e doveva   essere, comunque, povero  perché popolato  da agricoltori e in maggioranza   da pescatori  che, nonostante la cooperativa, erano schiacciati dalla concorrenza con Magdala/Tarichea a sud del Lago.

Forse per questo motivo  la sinagoga fu fatta da un pagano, quel Cornelio centurione,  di cui parla Matteo 9,9., un militare di stanza nella zona da anni (la ferma all’epoca era di 26 anni),  un convertito un circonciso, uno strano miles, che  serviva due padroni (Jhwh e l’imperatore)   che amava  la Torah,  senza disdegnare il suo dovere nei confronti dell’impero, in un zona  dove lo spirito guerriero  antiromano  era alimentato  dai Farisei che predicavano il Timore di Dio, ricordando  che l’ebreo  aveva un solo Signore,  immortale!

La zona era sicuramente dominata da ebrei  aramaici   prima della fine del Tempio, ma anche dopo il 70 d.C,  nel periodo  che precede l’impresa di Shimon bar Kokba (132-135) e  pur dopo, fino all ‘epoca di Teodosio, considerati i rapporti con l’area mesopotamica…

Non è da accettare, comunque,  la notizia del 374 di  Epifanio di Salamina (315-403)  che in De Ponderibus et mensuris – ed. Migne II ,259-60 (dove tratta  nella terza parte delle località cristiane, -cosa che ribadisce in Panarion cassetta di medicazione, in cui mostra  60 eresie cristiane e 20 precristiane-)  scrive:  a Cafarnao  si proibiva  di vivere  e  si vietava perfino l’accesso ai gentili, ai samaritani e ai  cristiani.  Forse il cristiano- la cui prima opera  è tramandata  totalmente solo in siriaco,  mentre in greco esistono la I parte e frammenti della II -, si riferisce   solo al periodo traianeo ed adrianeo  perché i testi rabbinici  poi parlano  di normali relazioni fra ebrei e le altre popolazioni…

Infatti si sa che la città si estese, dopo la galuth adrianea, – molti giudei di Iudaea  si  stabilirono a Cafarnao –  verso la collina  e ciascuno aveva i suoi luoghi sacri come testimonia Egeria (una ricca ispanica o gallica)  nel resoconto della sua visita al paese fra il 381 e 384 in Itinerarium Aegeriae (o Peregrinatio Aeteriae):  a Cafarnao la casa del principe degli apostoli è stata trasformata in una chiesa che possiede  ancora i propri muri originali…Lì c’è anche la sinagoga  dove il signore guarì un uomo posseduto dal demonio.  L’ingresso è in cima di molti gradini ed è fatto di pietra lavorata …

La condizione di vita galilaica era  mutata, comunque,  dopo la morte di Filippo, con Erode Agrippa, nominato  prima tetrarca da Caligola  al posto dello zio, e poi dopo la nomina a tetrarca di Galilea e Perea,  Rex Iudaeae ad opera di Claudio, che così  riuniva tutti i territori dell’ex regno di Erode il grande  e quindi esentava  da tasse tutti i suoi concittadini. (Cfr. Giudaismo romano,II ).

Per oltre tre anni (41-44) la comunità di Cafarnao,  sotto l’amministrazione di Erode Agrippa, dovette fiorire,  dato il libero commercio tra le parti riunite  del mondo giudaico e i rapporti sia con la Nabatea e le altre province vicine, interessate e al pescato e al sale e al commercio di  balsami  di Gerico, trasportati da barche galilaiche.

Il commercio fu meno fiorente  solo rispetto al  periodo 32- 36 d.C. all’epoca del Meshiah: dopo l’evento del Malkuth  ha shemaim, con Jehoshua maran/re  per quasi 5 anni a Gerusalemme, dopo la resa di ogni città lungo il percorso, dopo la pacifica entrata e la conquista del tempio, nonostante la difesa dei milites della fortezza Antonia  ( Cfr.  Jehoshua o Jesous? ) Cafarnao  e la sua Comunità erano  celebrate come la luce  nelle tenebre, come  un’apokàlupsis / rivelazione per l’oikoumenh romano-ellenistica  ed i pescatori del lago divennero i protagonisti del messianesimo  e tutti  volevano avere relazioni con loro, da ogni parte  e dai confratelli di Parthia e da quelli ellenistici sparsi nell’impero romano …

Il regno di Jehoshua fu un affare per i galilei  e per ogni abitante di Cafarnao, anche se il messia si lamentò molto  di loro increduli  e disse secondo Matteo 11,21 : Guai  a te, Corazain; Guai a te,  Betsaida   e 11,23 Guai a te Cafarnao, forse che fino al cielo sarai innalzata? fino all’inferno sarai precipitata!- ripreso poi da Luca 10, 13-15: Gesù bolla  le città  mettendole in confronto con Tiro e Sidone, località pagane fenicie, note per il commercio e soprattutto con Sodoma già punita da Dio ..

Anche quello di Agrippa prometteva bene …perché assicurava un nuovo sistema di rapporti con i vicini ed eliminava la concorrenza…

Il re, ebreo di Gerusalemme, erede degli asmonei e degli erodiani, nonostante la filoromanità,  (era civis/Poliths, praetor/strategos    Basileus/ rex,  summachos/ socius,  dell’impero romano, fratello di latte dell’imperatore  Claudio)  era  uomo di mediazione- sebbene accusato anche lui di menzogna-: cercava un sistema nuovo di regno  cercando di essere equidistante tra gli aramaici e i romani facendo leva sulla pars moderata ellenistica sadducea, senza però  condannare gli aramaici, seguaci del Christos,  come Iakobos  il Giusto, riconosciuto nella sua funzione e nel suo ufficio di  controllore del gazophulakion, nella sua  pratica templare col titolo  sacerdotale, seppure condiviso con quello proprio dei sadducei,  accettando il doppio  sistema  del calendario  solare  e lunare…

Probabilmente Agrippa  inaugurò con Giacomo un costume di collaborazione al fine di favorire lo svolgimento delle feste  a Gerusalemme, così da  spartire, in proporzione, i guadagni  che provenivano dal flusso di pellegrini che affluivano da ogni parte del mondo romano e da quello parthico  e perfino dall’Arabia meridionale e dall’India.

Era  un profitto di grande portata, un utile grande per il re e per il sacerdozio templare: era come un giubileo  (specie per la Pasqua e per la festa dei Tabernacoli) che richiamava folle sterminate  di fedeli che riempivano gli csenodochia / gli alberghi, le case private,  i paesi intorno a  Gerusalemme, che entravano nel Tempio, per fare  offerte  doni.,  per portare greggi, buoi … insomma era un  enorme affare per il sacerdozio e per il re, per tutti …

Il piano, che fu  concordato da  Agrippa con Jakobos, fu la base di una trattazione tra il fratello di Gesù  e  i nuovi governatori romani, di origine ebraica ( Cuspio Fado, Tiberio Alessandro, Felice,) ed anche con gli altri ( Porcio Festo e Lucceio Albino) inviati da Claudio prima e poi da Nerone, dopo l’immatura morte del sovrano ebraico  …

Agrippa, comunque, non poteva  non punire quelli che si erano  troppo esposti e compromessi come kanahim Zelotai, e perciò li condannò a morte, salvando qualcuno, che si pentì,  come Shimon Pietro,  che  fu  liberato dal carcere,  mentre fece decapitare  perché civis, Jaqob fratello di Johanan, figlio  di Zebedeo, un ricco armatore nauarchos  ed  emporos,  noto  per la azioni militari  antiromane, nel corso delle operazioni rivoluzionarie  messianiche. e fece morire  con una morte gloriosa, dignitosa, gli altri oppositori.

Nell’anfiteatro di Cesarea Marittima, infatti, indisse  combattimenti fra confratelli, zeloti,  divisi in gruppi, come gladiatori,  come in un suicidio di massa, come esaltazione del valore di gruppo e riconoscimento militare  da parte del sovrano,  che  ambiguamente e politicamente salvava la faccia con l’imperatore: sapeva che per  i romani quel che contava era l’applicazione della lex,- la condanna a morte  dei nemici- con la confisca dei beni giudaici e   vi aggiungeva il divertimento  allestito per i goyim pagani, greci.

Erode Agrippa ben Aristobulo,  -che era stato, a corte, a Tiberiade,  presso la sorella Erodiade, moglie e nipote del tetrarca philadelphos, con la sua famiglia, come addetto ai mercati e che  aveva conosciuto anche il Meshiah, – non poteva dimenticarsi del suo popolo  e  non  sentirsi vincolato dal patto eterno con Jhwh.

Agrippa  conosceva bene la comunità di pescatori di Cafarnao  e perfino Matthaios il pubblicano che era al suo servizio diretto ..

Dell’amore per la torah del sovrano  nessuno dubitava in Iudaea: lo provava la sua preghiera al Tempio quotidiana, lo dimostrava la sua offerta mensile ai sacerdoti, lo comprovavano le donazioni al gazophulahkion, l’assistenza ai poveri della città e la sua dikaiousune, ma soprattutto la sua politica a favore dell’elemento ebraico con le consociazioni coi  re filogiudaici o giudaici,  come difesa contro il prepotere del Governatore di Siria Vibio Marso…

Erode Agrippa era sempre apparentemente ligio alla romanitas anche se  la sua politica era equivoca ed  ambigua: era  un ebreo opportunista;   anche se filoromano  impegnato politicamente restava sempre ebreo, come ogni erodiano, dilacerato nel suo dolore nel mettere a morte tanti compatrioti valorosi, eroi degni di  memoria, giusti da onorare pubblicamente anche nella morte: era un’ostentazione amara della tragedia  di un popolo …

Infine tutti avevano  conosciuto  la  sua  devozione verso  Caligola, la sua perorazione per il suo popolo perché non fosse costretto a dover scegliere tra l’imperatore e Dio, la sua preghiera di non fare l’affronto ad un popolo amico di porre nel Tempio di Gerusalemme,  antico e sacro, una statua- seppure statua dell’imperatore-:  sarebbe stato sacrilegio per lui, figlio di sommi sacerdoti  e di re, come per il suo genos intero.

Era risaputo che  Agrippa era malato di cuore e che l’emozione mista a phobos/paura  gli aveva fatto perdere i sensi  e che l’imperapore stesso, commosso,  comandò di riportarlo in lettiga a casa sua e di curare la salute  dell’amico didaskalos maestro,  che pur aveva osato sfidarlo coram populo e coram principis consilio.Cfr Legatio ad Gaium

Ancora di più era nota agli aramaici la sua azione di sostegno  a corte per Petronio Turpiliano, governatore  di Siria che  doveva eseguire l’ordine di installare il colosso di Caligola nel tempio di Gerusalemme  e di fare  stragi  e di deportare l’intera popolazione aramaica   in caso di ribellione…

A Petronio incerto sul da farsi  si presentarono i giudei ( un popolo intero in processione  con le mogli e i figli nella pianura di Tolemaide)  supplicando in favore delle leggi patrie e di se stessi -Guerra Giudaica II,10,3-e mostrando i colli  preferendo morire piuttosto che tradire la legge mosaica, offrendosi come agnelli per ilsacrificio, tanto che il governatore, turbato, dopo aver convocato il suo consilium, visto che  gli ebrei si erano accampati e non tornavano a casa per seminare  disse: preferisco correre  il rischio e  con l’aiuto di Dio convincerò Cesare  avrò la gioia di essere salvo insieme con voi, o se egli si adirerà,  sarò pronto a dare la vita  per un così grande numero di persone ibidem II,10,20…

Non certamente, però, conoscevano che Agrippa aveva congiurato contro Caligola ed era stato un  promotore della sua morte…

Comunque, ora con Claudio, anche se gli ebrei non dovevano più fare proselitismo, erano liberi e non pagavano più tasse ai romani  ma solo davano la doppia dracma al tempio…

Anche se Erode Agrippa era per gli aramaici, il loro re – che avevano avuto accanto  quando svolgeva la sua funzione di agoranomos a Tiberiade per  ordine del cognato Erode Antipa – restava per loro  sempre un re dipendente da Roma, ma giudeo, comunque,  che poteva  favorire in qualche modo i confratelli e ricordare il Meshiah , suo predecessore nel Malkuth…

E Cafarnao restava la sede di un movimento messianico, da cui sarebbe venuta una luce perenne…altri uomini, come Teuda, avrebbero promesso  di redimere il popolo …

Dunque, amici, era meglio vivere a Cafarnao o a Betsaida per un un aramaico come  Cefa/Simon Pietro?

 

Oralità e scrittura dei Vangeli

 

 

Per la genesi  dei Vangeli, a  nostro parere, non bisogna più stare a ragionare secondo la logica ottocentesca  sinottica, né secondo quella della theoria di  Quelle /sorgente, elaborata agli inizi del Novecento, né secondo  quella più recente delle due fonti,  ma bisogna tenere presente un lungo periodo di oralità dalla morte di Gesù Mashiah/Christos, un eroe nazionale aramaico,  celebrato in due diversi modi (e da una tradizione aramaico-ebraica gerosolomitana  e da una ebraico-ellenistica antiochena ed alessandrina.

J.J. Griesbach (1745-1812) per primo considera i Vangeli leggibili unitariamente e li definisce sinottici (sunoptikos da sunopteon -oraoochi ha una visione d’insieme o chi è perspicace, in quanto è capace di vedere l’insieme), presupponendo che il messaggio evangelico sia unitario  e di univoca lettura.

Chiaramente gli scrittori ottocenteschi e novecenteschi non hanno la corretta  visione del  fenomeno del cristianesimo primitivo e non fanno  la distinzione in Malkuth ha shamaim- un regno secondo lingua e cultura aramaica-  e in   Basileia tou Teou – un regno   secondo lingua e cultura greca – e perciò non considerano affatto  la lezione ebraico-aramaica,  la sua storia di duecento anni di  lotte staseis antiromane, che comprende  tutto il periodo che va da Pompeo Magno  a Shimon bar Kokba (63 a.C. -135 d. C. ), ma leggono allegoricamente parole e fatti di un Gesù, figlio di Dio, di una figura astorica, secondo la tradizione cristiana.

Si parte, dunque, solo  da una lettura del fenomeno greco e si trascura quello ebraico-siriaco-aramaico, non avendo i precisi contorni della figura ebraico -aramaica di Jehoshua,  di Iaqob,  di Shimon e della comunità aramaica di Gerusalemme,  cancellata come nome, essendo scomparsa la regione stessa della  Giudea anche  come entità geografica con la  repressione di Adriano, a seguito della galuth/dispersione ebraica,-  da non confondere con la diaspora ellenistica-.

Personalmente, invece, distinguo  i due mondi, quello ebraico-aramaico,  basato su una diversa concezione del vedere, puntata  su un diverso sistema di staticità (i cui termini sono ‘amidah/stare  saldo generico, precisato da nasav stare eretto e da yasav essere eretto che si rappresenta come sur roccia intesa come coltelli di roccia di granito ) e su  una  concezione sensibile  di bene  e di male (tov wa ra ) e di  una, ontologica, intellegibile, di  vero e falso ( ‘emet  wa sheqer),  e specie di una diversa idea di  visione.

Su un’ altra visione,- propriamente ebraica,  basata su vedere  ra’ah  su  guardare hibbit  e  su avere una visione  hazah    in modo differenziato- si possono indicare vari gradi di osservazione  fisica ma anche  designare  una percezione intellettuale tanto  da avere la forma/temunah  (come vera natura di Dio- Num.12,8) in seguito ad un aprirsi  degli organi  a cui è tolto il velo  così da leggere  oltre la vista sensibile (paqah), in un cosciente andare  verso Dio, in un approssimarsi ed avvicinarsi nuovo, rispetto a quello materiale, in un sollevamento verso l’alto ram, in un alzarsi  qimah grazie al cuore lev, centro sensibile affettivo infi’al-  su  cui poggia  la spiritualità aramaica, tipica della tradizione culturale mesopotamica.

Il Davar  sottende al significato primario di  parola, anche quello di azione  e prudenza in quanto  il dire amirah (o parlare dibbur ) accompagnato da spirito (ruach)  è base della ricerca intensa dell’uomo  ( cfr. Levitico 10, 16 dorosh darash fece pure continue ricerche) ( cfr. Proverbi16,10-11,  oracolo  sulle labbra del re, nel giudizio non prevalicherà la sua bocca/ peso e bilance giuste sono di Jhwh, opere sue sono tutti i pesi della borsa) che diventa saggio  (proprio perché umile), in una progressiva formazione: musar è la formazione culturale di un sofer, che si  esprime nell’ azione giusta, saggia.

Ora il progressivo salire ‘alah,  introdotto da Paolo e da Luca indica eccellenza e grandezza, che sono  attributi di Dio, per cui Gesù Christos  diventa con un graduale processo, figlio di Dio, in senso mosaico,  nel corso di tre secoli, passando da eroe  ad aner theios,  a semieroe divino , a dio minore  fino all’assimilazione con il Theos Upsistos, fino ad essere considerato  una sostanza ousia divina, un nome esplicito (Shem meforash)  di cui si celebrano tre upostaseis persone,  consustanziali.

La lettura paolina ebraico-ellenistica, christiana, portata avanti dalla tradizione antiochena,  letterale, mista con quella allegorico-morale alessandrina, contrasta con quella ebraico- aramaica.

I termini, infatti,  (sottesi ) qarav avvicinarsi, nagah toccare  e nagash  venire vicino indicano  anche dopo, oltre un millennio,  per Maimonide, non solo una prossimità spaziale,  ma anche una congiunzione della scienza  con il suo oggetto, in quanto si assimila la scienza ad un corpo che si avvicina ad un altro corpo. cfr.  Guida dei perplessi,  a cura di Mauro Zonta, Utet, 2013, p.114, per cui sembra che si possa dire  che  essere saldi, vedere e avvicinarsi  diventano espressione di un’altra  cultura, di un mondo di puri e perfetti sacerdoti, timorosi e zelanti di fede, coscienti  di essere figli di Dio, eredi del Regno, (come furono i naziroi)  irriducibili guerrieri, che preferiscono morire  piuttosto che infrangere la Torah, imitando gli Esseni, sterminati dalla decima legione di Vespasiano.

Quindi nella narrazione del  Malkuth ha shemaim è scritta  la storia di uomini che  lottano insieme col Mashiah  contro l’imperium romano, convinti di fare la storia voluta da Dio,  ispirata e condotta da lui per la realizzazione del piano divino, conformati alla sua sua parola e quindi  educati secondo musar.

La storia di Gesù greco, invece,  è Basileia tou Thèou, la cui vita  e le cui parole sono state scritte, dopo un lungo periodo di oralità, da uomini che vogliono consolidare il pensiero ebraico ellenistico di Paolo, che risulta elemento cardine  della formulazione di questo secondo regno, filoromano, basato su una paideia greca, una graduale formazione  ed educazione del fanciullo, secondo  anche la precettistica  della metrioths di Platone  e di Isocrate, centrata  sul polìths e sulla politeia, secondo il valore di autonomia e di democrazia confusa con la sapienza biblica nella lecsis filoniana.

Interprete di questa altra storia  è Eusebio di Cesarea (265-340 d.C.) – che  confonde e poi fonde i due regni mostrando la storia delle ecclesiai  al fine di  segnare i fondatori  di  Antiochia (Pietro Shimon) e di Alessandria  (Marco ), le due sedi  dominanti anche per la diversa tradizione di lecsis  secondo lettera e secondo allegoria, tramandando il percorso di una chiesa  di Gerusalemme rimasta pura fino alla Galuth adrianea, cancellata  nella sua aramaicità e sostituita con un’altra, greca,  senza alcuna continuità linguistica ecclesiale e  culturale.

Eusebio  raccoglie l’eredità  ecclesiale  del maestro Panfilo di Cesarea Marittima,  i tanti frammenti ebraici, ebraico- cristiani, e pagano-cristiani  del II e III secolo con le infinite sfaccettature ereticali, dovute alla  diversa collocazione geografica orientale, oltre a quelli di qualche nucleo occidentale  di scarsa consistenza numerica,  come Roma, Pozzuoli, Vienne, Lione ecc., dove ci  sono sedi coloniali episcopali come succursali di metropoli  orientali (Antiochia e d Efeso). Nel III secolo  e specie nel IV secolo, dopo la fondazione di Costantinopoli, Eusebio ha un seguito  anche nei patriarchi costantinopolitani e in  altri orientali (specie  i  cappadoci  Basilio, Gregorio di Nazianzo e Gregorio di Nissa) ed  occidentali come Ambrogio,  Girolamo ed Agostino,  che  si impegnano quasi in gara, in epoca teodosiana, per segnare secondo la logica christiana  di Teodosio, la funzione della chiesa costantinopolitana, in onore della nuova Roma imperiale,  voluta da Costantino.

In questa impostazione  cristiana  vengono fatto confluire  i due regni in  una cristianizzazione di  tutto il sistema ebraico,  fonte della matrice culturale cristiana antiochena, che ingloba il Malkuth aramaico ormai scomparso   e con esso  Gesù e  Giacomo, suo fratello, la lettera di Aristea, le opere di  Filone alessandrino, Seneca,  Giuseppe Flavio, i modelli  di vita pratica ed ascetica, gli esseni e i terapeuti, metabolizzando anche pitagorismo, stoicismo,  platonismo e neoplatonismo.

Col concilio di Costantinopoli, nell’ottobre dl 381, concluso il processo di deificazione – ektheosis di Gesù, chiuso il discorso trinitario, pur mantenendo l’unità di Dio, con upostaseis/persone  ed ousia/sostanza, costituita la teologia cristologica, il cristianesimo divenuto religio triumphans, regola i conti col paganesimo e con l’ebraismo, specie in Alessandria  con Teofilo e Cirillo, sulla scia dell’insegnamento  di Atanasio Cfr. www.angelofilipponi.com I due canoni.

In un lasso di tempo  relativamente breve, quello compreso tra il Concilio di Nicea  del 325 e quello di Costantinopoli, in nemmeno 56 anni,  il cristianesimo, riunificate le diversissime anime ereticali   provinciali, nate dall’assenza di una centralità dottrinale, a causa delle molteplici tradizioni evangeliche orali e scritte esistenti, scoordinate anche per la  distanze geografiche delle aree cristiane nell’immenso impero romano,  chiuse ed isolate dalla maggioranza pagana, grazie al patrocinio del tredicesimo apostolo, l’imperatore Costantino,   fedele del Christos, deus sebhaot, unifica il suo credo,  già inficiato dalla eresia di Ario, che, comunque,  ha la meglio negli ultimi anni costantiniani e sotto il regno dei suoi figli, specie di Costanzo II.

Insomma si vuole dire che  nei tre Vangeli  detti sinottici  c’è una doppia storia e che una cosa è  la concezione di vita ebraico- aramaica ed una  quella di stampo giudaico- romano-ellenistico.

Esemplare è il termine genealogia  genehlogiai /toledot di Matteo differente da Biblos geneseoos Ihsou Khristou: ambedue  indicano  diverse letture di un fenomeno non univoco, uno di matrice ebraico -aramaico ed uno di matrice  greca, andati avanti   secondo processi  retorici in relazione alla diversità di un’ ideologia teologale  giudaica  e di una cultura  platonico-stoica ellenistica.

Dunque, una è  la genesi delle  parole  e dei fatti  di Gesù, cioè la genesi dei Vangeli,  propagandati da quelli che andarono  secondo Marco  a predicare a tutta la creazione  pashi thi ktizei  il Vangelo la buona novella di uno, morto, risorto, salito al Cielo e seduto alla destra di Dio Padre (I-e II conclusione del vangelo di Marco): questa potrebbe essere quella del proto Marco, aramaica, basata sulle parole, con qualche episodio della vita-scritta poco prima o poco dopo la morte di Giacomo,  connessa con Paolo e per lui basilare,  visto il rapporto di Marco con Pietro- ; un’altra è la genesi  di un Vangelo, quello di Matteo, la cui stesura iniziale, aramaica, sui Detti del Signore potrebbe avere una sua collocazione perfino prima della distruzione di Gerusalemme, subito dopo il quinquennio di potere del re unto /maran Mashiah, il cui ampliamento con la Vita di Gesù, successiva, potrebbe essere stato scritto tra  il massacro  degli esseni e  la distruzione del Tempio in quanto  il modello di martirio, – per la presenza  di dolore/ esev, –  è utile ai combattenti aramaici proprio per la stessa concezione di vittima  del Christos.

Comunque, la forma della sezione Jhwh dice  che equivale a logia del  signore della koiné  cioè quella di un nabi -corrispondente a propheths-, forse  scritta  in poesia (o in prosa ? anche questo non si sa) ,  è davar, parola oracolare, poetica,  come i salmi Tehillim o tefillot e i proverbi – che sono una forma di similitudine gnomica  multiforme,  detta mashal – mentre la narrazione  della vita  doveva essere in prosa.

Quindi, dopo  un momento di oralità  comune (non si sa per quanto tempo) per i due Regni, anche se hanno due diverse odoi e due diverse concezioni, si costituisce un corpus scritto aramaico,  in qualche modo  connesso  con la scuola di Jammia di Johanan Ben Zaccai, mentre l’altro mantiene un più lungo periodo di oralità  e poi  inizia una fase di scrittura  con Marco, quel  Proto Marco, considerato nella teoria delle due fonti quasi  un’altra Q, databile tra le due opere di Giuseppe Flavio- Guerra giudaica del 74  ed Antichità Giudaica del 94-  di cui il vangelo del Marco, che noi conosciamo,  è un successivo rifacimento di epoca  traianea: il primo  sottende  un corpo letterario ebraico- aramaico  delle parole di Gesù  a cui si aggiunge la vita storica di Gesù come paradigma di uomo di lavoro, di combattente e di martire come Messia/Christos  vinto ma destinato al ritorno, secondo la volontà di Dio, il cui piano eterno deve essere compiuto.

E’ questo  un materiale  oralmente trasmesso da padre in figlio  per quasi un sessantennio sulla base della scrittura aramaica matthaica  di parole divine tradotte come logia dai christianoi, presenti come termine già in Filone e in Flavio specie in la Vita di Mosé,  tipico dell’area semantica oracolare, connessa con la profezia.

E’ un processo che segue la vita della sinagoga e del didaskaleion fino al momento del distacco dall’ebraismo, alla fine del I secolo;  da allora inizia una trascrizione evangelica, di cui Luca è espressione concreta, propria di un ellenista acculturato, che redige per scritto la tradizione evangelica, secondo la sua propria cultura e professione, senza  neanche entrare in merito a quanto scrive, senza capire il valore  sotteso delle parole stesse di un’altra cultura, in quanto ha un proprio telos/fine, come, d’altra parte, Marco.

Infatti per Luca la fede è salvezza  8,48 , 17,19 ecc, ma la salvezza ha valore di vita Hayyim rispetto  alla morte mawet: l’evangelista segue solo la lezione di Paolo che  con la fede e con la preghiera pensa di rendere operosa la salvezza del Christos morto e risorto, lui stesso paradigma di vita eterna.

Luca non intende, in quanto greco, il significato del plurale  di vivo hay  che  comprende nella pluralità l‘essenza della vita  che sottende e  chi cresce e  ha sensazione, ma anche chi è mobile vivente  ed anche chi si riprende da una malattia: insomma  all’evangelista  sfugge il valore  del  termine  che indica un  essere che ha carne viva, respira e compie azioni da vivente, le cui conoscenze corrette sono espresse come vita,  al contrario di quelle scorrette, indicate come morte Cfr. Proverbi 8,35 giacché chi trova me trova la vita e riceverà favore da Jhwh; Proverbi 4,20-22  figlio mio, presta attenzione ai miei discorsi, alle mie parole inclina le r tue orecchie, non si dipartano dai tuoi occhi, custodiscili in mezzo al tuo cuore, perché la vita sono essi  per chi li trova…

Per l’evangelista, paolino, il sistema cristiano trasforma con l’agape amore  il mondo perché Gesù è odos, aletheia e bios (via, verità e vita) secondo la retorica romano-ellenistica e secondo la logica dell’oikonomia divina che travolge e sconvolge il  mondo della creatura  in un totale rovesciamento, per cui  all’uomo resta solo la speranza  in Dio che concede  in un altro regno la soluzione di ogni umano problema con il premio eterno ad un mortale.

L’evangelista, dunque, segue, comunque,  da una parte la sapienza secondo Proverbi 2, 3,4 ,  che invita a non uscire  dalla retta via, che esorta  alla carità verso il prossimo, alla vita tranquilla  e alla giustizia e da un’altra  si regola con abilità  secondo la paideia greca , avendo  i piedi su due staffe, servendosi di due padroni usando  scaltramente, a sua discrezione, ora una cultura ora un’altra, risultando efficace, funzionale e  dilettevole.

Dunque, bene vita e male morte sono  nel discorso evangelico espressioni metaforiche tanto da poter dire  che i giusti  anche da morti sono vivi,  mentre i malvagi sono morti anche da vivi,  in una  sottensione di  due diverse culture, che hanno differenti parametri valutativi

Eusebio, che riprende la tradizione evangelica, e che ha forti perplessità,  dopo circa due secoli, ad accettare la testimonianza  di Papia di Ierapolis – un cristiano nato  nella seconda metà del I secolo e morto nella prima metà del II secolo,  scrittore di  un’opera esegetica sui detti del signore Logioon kuriakoon- ecshghsis,   connessa con la tradizione  orale dei presbiteri   e con quella  di Filippo e delle sue figlie, attivi nell’area geropolitana, di cui sono citati frammenti  evangelici  di Marco e di Matteo, nonostante  che sia considerato  discepolo di Giovanni,  millenarista  e  maestro di Ireneo-  accoglie, invece, la fonte di Egesippo (Hist. Eccl.. 3,11,1), di cui sono note le molte incongruenze  ed alcune  notizie su Giacomo (2.23,6) rivelanti un differente Regno rispetto alla Basileia tou Theou,  propugnata da un Giovanni,  il cui messaggio  è di molto diverso da quello degli altri tre evangelisti.(Marco Luca e Matteo), la cui lezione giustamente è detta, comunque, secondo Matteo (Kata Matthaion ).

Non si tratta di Matteo, però,  del codice Muratoniano (documento che contiene la lista dei libri del nuovo testamento- datata forse 150 d.C–  scoperta da Ludovico Antonio Muratori  nel 1740 nella Biblioteca Ambrosiana di Milano).

Inoltre  il logion Freer – Cfr. B.   Mariani, Enciclopedia cattolica -sembra alludere a  un Marco  successivo,   non databile esattamente.  
Infine il vangelo di  Giovanni, -che  non è  certamente Giovanni il discepolo prediletto, ma  è uomo di età adrianea  (un discepolo omonimo o un altro  Giovanni) che scrive intorno al 130  epoca in cui oggi si colloca il papiro 457 del Fayum (Ossirinco) della biblioteca di Roland Ryland pubblicato da C.H.   Roberts , contenente un brano giovanneo, in cui si parla del dialogo di Gesù con Pietro, –presenta connotazioni chiaramente gnostiche che lo fanno datare   nel periodo  di Basilide e Valentino.

Infatti si può arguire che quanto scritto ad Efeso  fosse in circolazione da poco anche in Egitto e in Africa: studi paleografici hanno fissato la datazione non oltre il 150 d.C e non prima del 130 d.C.  con l’oscillazione di un ventennio, considerati il papiro, la grafia e il sistema a colonne.
Perciò i redattori della Nuovissima versione della Bibbia dai testi originali  ritengono  che  si sono succeduti più stadi ma non ne precisano i termini storici.
Di conseguenza noi cerchiamo, data la frammentarietà di notizie,  di rilevare i periodi  su un piano storico per quanto ci è possibile,  e di mostrare secondo un certo ordine  e di  precisare in relazione  ai testi  in nostro possesso.

Precisiamo per quelli che non conoscono il mio pensiero  su Gesù, qenita, kanah e meshiah /Maran.

La vita storica di Gesù  che va dal 7 a.C fino alla Pasqua del 36 (cfr. A FILIPPONI, Nascita di Gesù in Jehoshua o Iesous?  Maroni, 2003) è  tutta da documentare secondo fatti accaduti realmente come le parole veramente dette alla presenza dei cosiddetti discepoli (apostoli)  dopo un lavoro sulla tradizione evangelica, nel quadro di una belligeranza ininterrotta tra il giudaismo e la romanitas, nel contesto di una reale  proclamazione di un malkuth e del riconoscimento  della venuta del Messia: è un periodo sconosciuto nonostante i tanti scritti, di cui niente è effettivamente certo in quanto tutto è stato letto in una chiave religiosa e mitica, poiché alonato da un senso di divino, dato come credibile,  non comunque  razionalizzabile e quindi custodito come tesoro intoccabile ed inguardabile, come segreto, non esplorabile in quanto mistero.

Secondo il mio parere, i logia del Signore e il bios di Gesù Christos, per come diciamo noi oggi,   sono  inizialmente guide e vie  per la  perfezione  e la formazione morale e pratica di un combattente  kanah  ebraico zeloths  antiromano, per quanto dice  Giuseppe Flavio in greco  in Guerra Giudaica  e  in Antichità Giudaica, che  usa il termine  anche lhsths per indicare ladro, ma  sottende il significato di un armato antiromano,  guidato da esseni o da maghi goeths, aramaico per formazione e per lingua, impegnato in azioni sia contro gli erodiani e sadducei  e i sebasteni  samaritani che contro i milites romani controllori della provincia della Iudaea. convinto di fare la volontà divina perché conformato secondo la musar ebraica.

Insomma tutto questo corpus letterario sottende inizialmente un popolo in ribellione contro  il dominio romano; Roma ha un  controllo, diretto   in Idumea Samaria e  Giudea  ad opera di un procuratore  – con  circa una legione e mezza con postazioni a Cesarea Marittima, sulla Fortezza Antonia sopra al tempio di Gerusalemme, e con un reparto di cavalleria  alla periferia di Cafarnao  in Galilea-  coadiuvato dal prefetto di Siria che controlla le quattro legioni sull’Eufrate  e i contingenti militari ausiliari, forniti da reguli  socii dell’impero romano. I figli di Erode il Grande (Erode Antipa, tetrarca di Galilea e di Perea,  e Filippo  di Iturea, Traconitide, Batanea, Paneas Auranitide Gaulanitide) hanno truppe proprie e fanno leve per dare auxilia truppe ausiliarie  ai romani, che a volte hanno anche la cooperazione di sebasteni samaritani e degli strategoi templari che gestiscono le milizie del Tempio.  Truppe militari vengono fornite anche dai re di Cappadocia, del Ponto, di Bitinia  e di Armenia, filoromani, impegnati a difendere il fronte eufrasico, estremo baluardo  orientale dell’imperium romano.

A questo imponente schieramento di forze antiaramaiche contro l’impero di Artabano III, re dei re di Parthia, si oppongono le forze zelotiche  che possono fare solo una guerriglia  in regioni impervie montuose, boscose,(cfr.  Tetrachia di Lisania ) in Galilea, in Iturea, Gaulanitide e Traconitide e in zone desertiche , dislocate non lontane dal confine parthico. Eppure  nonostante la scarsa consistenza numerica  e la difficile vita di banditi, protetti dalla popolazione locale aramaica, data la  lotta per quasi  due secoli, la continua stasis giudaico-aramaica  risulta un cancro da estirpare già per i Giulio Claudii, e diventa, dopo la parentesi  dei Flavi-che pur avevano distrutto il Tempio-  per gli antonini  una necessitas storica  quasi un dovere,  l’annientare il genos  ebraico, con estirpazione della radice  e   dei segni visibili  del culto stesso di Jhwh e del nome stesso di Sion/Gerusalemme.

Gli aramaici,  dunque,   connessi con la tradizione ebraica dei discepoli di Ben Zaccai, prescrittiva ed orale, hanno  bisogno dopo la morte di Iaqob, la fine dei esseni e  la distruzione del tempio,  non solo delle  parole del signore ma anche di esempi concreti  di  vita  che potevano anche essere  presi dalla parte scismatica ebraica  alessandrina che, dopo la costrizione flavia  e la forzata concessione sinedriale della condanna a morte di molti  fuorusciti naziroi  da Gerusalemme, è solidale con l’ebraismo gerosolomitano aramaico, seppure sterminato col consenso ebraico ellenistico.   Gli alessandrini, al di là del  traumatico editto del sinedrio necessario per l’incolumità della città,  ammirati dall’eroismo aramaico, esaltato nei loro scritti, hanno un rapporto più stretto,  da quel momento, con correligionari, in nome della  comune Legge  mosaica. Le discussioni rabbiniche di Iammia  sono lette e confrontate con quelle alessandrine  e cirenaiche  e creano un corpus letterario orale per oltre un quarantennio, in cui  c’è una pacificazione generale, seppure con screzi dottrinali,   non solo tra le differenti anime ebraiche, ma anche tra queste e la romanitas e  i greci.

In un clima di apparente filoromanità,  in cui  cova  l’odio zelotico antiromano,   si costituisce  parte di quella Torah she be ‘alpe  (torah orale) che poi sarà  messa in scritto da Giuda ha Nasi,  come  raccolta unitaria  anche di tutte le altre  discussioni rabbiniche, tenutesi   dal periodo del tempio fino all’epoca di Antonino il Pio e Marco Aurelio  (Midrash). Da qui, grazie ai commenti (pesharim) dei tannaim,  si costituiscono i Talmudim (Jerushalmi e Bauli) formando due rami,  quello  “haggadico” (da Haggadah/ narrazione ) e  quello” halachico”(da -Halakhah/norma), secondo due diverse letture ed interpretazioni, una narrativa ed una legalistica.
I cristiani, antiocheni, invece, -già separatisi dai naziroi basileici di Jakob, cioè  da quelli della Chiesa gerosolomitana e forse dai mandei, fuggiti  in Parthia ( che avevano lo stesso codice ebraico scritto, masoretico)- avevano già, come libri sacri, subito dopo il 70, la Bibbia dei Settanta, le Lettere di Paolo, i tre vangeli sinottici, Lettera di Barnaba, Erma e Clemente I-II .
I christianoi,  dunque, si appropriano non solo della Bibbia dei settanta, del metodo divisorio, del sistema pesher tipico  della Sapienza, dei Salmi e Proverbi, ma anche dell’opera del Siracide, di Filone e poi di Flavio, seppure rifiutati  come libri  menzogneri, impuri dall’ebraismo, che scomunica il cristianesimo antiocheno, già minacciato da altre eresie nel suo interno.
Gli ebrei  aggiungono  proprio allora la Birkat Ha Minim  la dodicesima benedizione della Amidah, redatta da Samuel il giovane, secondo le indicazioni di Gamaliel I: “Per i calunniatori e per gli eretici non vi sia speranza, tutti si perdano presto, tutti i Tuoi nemici vadano in rovina repentinamente. Tu li annichilirai ai nostri giorni. Benedetto sii Tu o Signore che spezzi gli avversari ed umili i reprobi.
Inoltre essi, (compresi i seguaci di Giacomo) pregano così contro i Christianoi, ed assumono  ufficialmente il testo masoretico in una volontà di distacco definitivo dai Christianoi, minim, che seguono il Testo dei Settanta e la lettura di Filone.

Per me anche Filone di De vita Contemplativa e  di Quod omnis probus inizialmente   fonte comune per rabbini ebraici naziroi e christianoi in quanto,   propositore  di   una doppia via per chi  vuole conoscere Dio, mostra come chi ha scienza e timore di Dio  occupa il posto/magon  degli avi e che ha diritto al trono/kisse che è eterno dando modelli di vita mediante la  pratica essenica e  la theoria  contemplativa Terapeutica.  Poi,  sebbene tutto questo costituisca  un corpus unitario  di base terapeutico- essenico  su cui si forma una  primissima tradizione orale, utile per tutti le radici ebraiche, la storia  divide gli ebrei aramaici , compresi i naziroi,  dai christianoi, che separati ideologicamente dagli ebrei, sanno vivere vicino ai greci, goyim pagani.

Invece  gli ebrei ellenistici  cominciano ad avvicinarsi sempre più al radicalismo ed oltranzismo aramaico per motivi politici, amministrativi e  ed economici e quindi si staccano definitivamente da Filone e dalla Bibbia dei Settanta, inficiata nella lettera dalla paideia ellenica.

I Christianoi antiocheni, vivono separati  e  sono ben distinti da Traiano-   come si vede  nella lettera di Plinio all’imperatore – dagli ebrei, che ora sono perseguitati  e perché aramaici e perché ellenizzati  oppositori però alle auctoritates locali  a  causa del decadere delle loro azioni finanziarie, non più sostenute dalla politica romana, ormai vicina ai banchieri pagani, danneggiate ulteriormente dalla nuova famiglia regnante  filellena, dopo il tracollo in epoca flavia.

Inoltre  gli aramaici ora  sparsi in Partia, e specificamente  in  Mesopotamia e in Assiria e in Perside, ma  in maggioranza     propagatisi in Alessandria  e Cirene,  portano il contributo della loro formazione  e cultura ai confratelli ellenisti in territorio romano con mesopotamizzazione, che sottende odio contro Roma e fratellanza con i Parthi.

Eppure l’ amministrazione dei governatori romani, che  pur applicano la legge di Nerva(96-98), giusto imperatore che ha abolito l’obolo ebraico cancellando la tassa flavia,  risulta per gli ebrei ellenisti  rapace   in relazione alle loro attuali situazioni commerciali, di sopravvivenza,  e perciò  attendono in uno stato di quasi miseria  il compimento del Malkuth, come un ripristino della loro antica  condizione sociale.

I rabbini  di  Iudaea e quelli ellenisti ora hanno una voce comune e sono apparentemente pacifici in attesa dell’evento messianico,  del ritorno del Meshiah, avendo cancellato parzialmente  la memoria di quello  vinto e crocifisso,  atteso invece, ancora,  dai naziroi gerosolomitani.

Una nuova ondata di Messianesimo si abbatte in tutto l’oriente mentre i giovani sono segretamente arruolati ed addestrati  e sono formati secondo le prescrizioni della torah e formati dottrinalmente  con la davar scritta,  secondo moduli apocalittici ed escatologici.

In effetti nei primi anni del principato di Traiano la teoria apocalittica e escatologica si sviluppa come concezione della fine dell’ira di Dio dopo  le tante prove subite e patite  da Israel peccatore e come avvento di un Nuovo Messia  in quanto è giunta l’ora del Signore.

Gli aramaici, dunque, hanno due differenti letture una propria dei  giacomiti , la cui Bibbia siriaca, autorizza un’interpretazione  di ritorno del signore per l’instaurazione definitiva del regno, mentre gli altri aramaici di Parthia  e di Giudea, non naziroi,  hanno una  visione  di vittoria di Sion su Roma con la venuta di un Nuovo Meshiah  invincibile.(cfr Apocalisse di Baruc  e IV libro di Esdra  con l’immagine  vittoriosa del Leone messia  sull‘aquila imperiale sconfitta ).

Le comunità ebraiche  di Mesopotamia, di Cipro,  di Cirene e di Egitto iniziano ad essere in fibrillazione al momento della spedizione antinabatea, come già prima intorno al 101,  alla morte di Erode Agrippa II , quando questi lascia in eredità a Traiano il suo regno, cosa che  autorizza l’imperatore a congiungere l’area giudaica con quella sinaitica ed egizia, con l’annessione del Regno di Nabatea  tanto da poter dire che ormai il Mediterraneo è  mare nostrum.

Dunque,tra il 101 e il105, epoca della annessione della Nabatea  da parte di Traiano, intenzionato ad aprirsi la via pelusiaca per avere l’appoggio della flotta romana,  che doveva essere  forza ausiliare  alle legioni   sul Mar  Rosso,  sul golfo di Aqaba  e perfino su quello Persico, all’occorrenza- in quanto la Parthia non aveva un contingente marittimo –   e ad avere libero il passaggio dall’ Armenia minor, obbligatorio secondo i piani di Cesare, di Germanico e di Caligola, per un’invasione del territorio parthico.

Eusebio parla  di Papia   che  con  l’esegesi dei logia del signore,- già scritti in aramaico da Matteo –   afferma che  gli altri evangelisti scrissero come potevano sulla base matthaica senza indicare l’esatto tempo, dopo la fase orale.

Bisogna pensare perciò che la testimonianza papiana sottenda un lavoro già compiuto da Matteo aramaico  prima del periodo compreso tra  il 105 e  il 115 d.C. e perciò è possibile  inferire che  Matteo greco, il proto Marco e  e Luca scrivano  per integrare la tradizione orale  con quella scritta delle Lettere di Paolo   in modo da formare un corpus greco per i Christianoi di Antiochia, anche per meglio distinguersi dai naziroi e  dagli ebrei,  in un momento storico grave  perché la parentela religiosa  è  un percolo per la loro incolumità. E’ un momento veramente gifficile, il più   delicato della storia romana, tanto traumatico per la romanitas quanto per l’ebraismo aramaico, che, congiunto con quello ellenistico si macchia di orribili misfatti, dolorosi ad ammettersi anche a distanza di secoli, indegni di un popolo sacerdotale, eletto...

Credo di poter mostrare la gravità   rilevando con Cassio Dione , LVIII,28,29,30 la situazione tragica ad Antiochia dove è Traiano nel 115 d.C., pronto per la partenza per la spedizione parthica.

Un terremoto catastrofico in città è  interpretato dai giudei come i partecipazione di Jhwh alla guerra contro i Romani,  come presagio della  sconfitta romana,  come segno della venuta prossima del Messia: per  loro il cataclisma diventa  come una chiamata alla armi al suono del corno shofar.

La campagna parthica di Traiano comincia bene con vittorie  in Assiria e  poi  con una navigazione sicura sul Tigri (mentre una parte naviga  sull’Eufrate, dopo la conquista di Nisibis ad opera di Lusio Quieto)  grazie ai battellieri giudaici  che sembrano  collaborare  con l’esercito romano e con le truppe di invasione socie.

Sbarcato l’esercito  non lontano dalla confluenza dei due fiumi, nelle vicinanze di Seleucia, Traiano  entra invitto nella capitale Ctesifonte, mentre Lusio Quieto avanza verso il delta  paludoso fino al Golfo Persico…

Non è chiaro cosa succeda, ma quando Traiano insedia come Re dei re Partamaspate, la situazione si capovolge, forse per la sconfitta dell’esercito schierato  fuori delle mura  ad opera della cavalleria catafratta…

La reazione parthica è totale  nella bassa Mesopotamia a causa di un  violento contrattacco giudaico,  che divide l’esercito in due tronconi  una guidato da Traiano e l’altro da Adriano e  Cornelio Palma  Cfr J. BENNETT, Traian optimus princeps, Bloomington,2001)

Separatamente si cerca di prendere le navi sull’Eufrate e sul Tigri per  il ritorno in Patria e questo aggrava ulteriormente la ritirata anche per la defezione  dei battellieri ebraici, che  cessano la collaborazione con i milites, incalzati dalla cavalleria parthica  e  svantaggiati in una pianura aperta, nonostante la presenza dei cavalieri mauri di Quieto, tornato con l’esercito decimato da malattie (dalla malaria) privo di rifornimento e impossibilitato a prendere  Hatra  …

Alla fine del 116  si viene a conoscenza della ribellione ebraica e delle stragi fatte a Cirene e a  Salamina di Cipro dai  Giudei  e Traiano  è sollecitato a tornare ad Antiochia, da dove dirigere le operazioni  contro i rivoltosi di Egitto, di Cirenaica e di Cipro.   Vengono accelerate le marce ( si passa da magnis itineribus a maximis itineribus) guidate  da Publilio Celso e da Avidio Nigrino, pur se si è in zone desertiche.

Il titolo di Particus, già acquisito da Traiano, proclamato dalle truppe imperator,   sottende ora una sconfitta, in quanto  l’esercito  che avanza è decimato dalla cavalleria parthica  completamente ricompattata nel nome del nuovo re, anche se  nominato dai Romani, ma ora riconosciuto universalmente i da ogni suddito …

La morte di Traiano  a Selinunte di Cilicia   ha come conseguenza la necessaria cessione dell’Armenia e  della neo provincia di Mesopotamia, già del tutto riconquistata dai Parthi: Adriano ora imperatore,  sancisce un dato di fatto e ripristina lo status antecedente l’impresa parthica.

Inoltre poco dopo la congiura di  Quieto  e di Nigrino, di  Palma  e Celso,  si manifestano  segni di un malcontento militare  per l’ inattesa conclusione dell’impresa parthica  e per il ripristino dell’ordine nell’imperium romano già alla fine del 118, senza aver punito debitamente i Giudei, responsabili del fallimento della politica  imperialistica, che, comunque, restano cives  anche se  sotto oculata sorveglianza . cfr  M . GRANT,  The Antonines: the roman empire in transition London 1996,  mentre le città non lontane dal fronte  eufrasico sono adeguatamente fortificate come ad esempio Gerasa/ Jerash.,

Il rescritto di Adriano  a Gaio Minucio Fundano, governatore di Asia dal 122 al 123,  riportato da Eusebio (Hist. Eccl. IV,9,1-3),   già in Giustino, Apologia, XVIII, 3-5  è in linea con quello traianeo sotteso alla risposta dell’imperatore a  Plinio il giovane, legatus   Augusti pro praetore  in Bitinia  e Ponto  cfr. Epistula X,96 -97  in quanto  fotografa i necessari  e differenziati interventi sugli ebrei e sui christianoi.

I giudei, circoncisi e separati dai goyim/pagani, aramaici o ellenistici, sono vigilati speciali, mentre i cristiani ben integrati tra le popolazioni locali, amati e rispettati per la tendenza alla riunione pacifica e all‘agape fraterna, anche se, data la comunione dei beni, pagano le tasse  alle autorità regionali non individualmente  per capita, ma per etnos associato nella persona dell’epitropos o episcopos o epimeleths, con titoli  differenziati  a seconda della grandezza dell’ecclesia.

Nel rescritto si sottende che l’ebreo  deve essere investigato nella proprietà e nel suo culto di latria  e perseguito  sulla base di un  semplice accusa, mentre per  il Christianos  oltre all’accusa di un accusatore, perseguibile penalmente  in caso di infondatezza delle,  prove procedurali, non basta il nomen ipsum ma sono necessarie le documentazioni  dei flagitia coehrentia nomini   cioè  non c’è  punizione per il nome stesso, ma per  le colpe connesse al nome. Plinio  Ep.X,96.

Comunque, Traiano indica una procedura , a cui si attiene anche Adriano, e impone  che non li si deve ricercare; qualora vengano denunciati e riconosciuti colpevoli, li si deve punire, ma in modo tale che colui che avrà negato di essere cristiano e lo avrà dimostrato con i fatti, cioè rivolgendo suppliche ai nostri dei, quantunque abbia suscitato sospetti in passato, ottenga il perdono per il suo ravvedimento. Quanto ai libelli anonimi, essi in circolazione, non devono godere di considerazione in alcun processo; infatti è prassi di pessimo esempio, indegna dei nostri tempi. Ep. X,97.

Chiaramente gli imperatori antonini indagano  il christianos che pur ha una radice ebraica, ma sono indulgenti  anche se richiedono in pratica  qualche manifesto segno (grano di incenso offerto in pubblico). come riconoscimento del numen dell’imperatore e di Roma: in sostanza sembrano più inclini a perdonare che a punire il cristiano, mentre sono determinati a perseguire l’ebreo  indistintamente.

Dunque se è chiara la situazione  che precede la nuova ed ultima  insurrezione giudaica,  quella di Shimon bar Kokba,  si può forse far rilevare che in un clima di sorveglianza stretta  da parte delle auctoritates provinciali romane verso l’elemento ebraico, sia compatibile la presenza di una scrittura aramaica  sulla vita e sulle parole del Meshiah.

Quindi  tutte le prescrizioni della  torah  con gli huqqim disposizioni e con i mishpatim giudizi connessi con le profezie oracolari mosaiche mostrate  da Iaqob e  fuse con le  prescrizioni del  malkuth del fratello – le cui parole oracolari e i cui decreti  sono da seguire con scrupolo da tutti i seguaci che proprio nell’attesa del ritorno aumentano il timore di Dio, seguendo il modello di vita di Gesù, morto e risorto, legge vivente ora…

Ne consegue che, vivente ancora Jakobos, sulla base della celebrazione del martirio di Gesù si era costituto un racconto della vita, della passione,  morte  e resurrezione del fratello, dapprima orale ma poi, dopo la strage degli esseni, con la memoria annuale non solo del Meshiah ma anche dei nuovi martiri,  si costituì una sorta di narrazione scritta  con prescrizioni giuridiche, in assenza del tempio, letta in riunioni  più o meno segrete, data la vigilanza romana.

Dopo secoli non è possibile determinare se  il testo esiste già al trasferimento a Pella, considerato poi che al ritorno a Gerusalemme  gli aramaici gerolosomitani sono  ancora connessi con i confratelli giudaici  e  che avessero collegamenti con Ben Zaccai  tanto da essere uniti nella lotta coi romani al momento dell’annessione della Nabatea e ancora di più  nel corso della guerra di Kitos o se la  codificazione scritta  è connessa con gli avvenimenti antonini.

Questo scritto è quello stesso di  Papia, di cui parla Eusebio?

Certamente questo  corpus  fu comune agli aramaici di Giacomo e  a quelli di Parthia nel clima bellico traianeo  e poi in quello della repressione adrianea.

Allora bisogna  presupporre  tra gli ultimi anni del I secolo e i primi cinque anni del II secolo, una scrittura greca evangelica kata Marcon, kata Matthaion, kata Lukan, di cui non si conosce l’esatto momento di redazione!

Infatti da Giustino  in poi è possibile trovare segni di Vangeli scritti in varie ecclesiai in greco – perfino quello giovanneo- nel corso di tutto il II secolo e prima metà del terzo secolo.

Eusebio in Historia Ecclesiastica 5,10 parla di Panteno e mostra come in Alessandria sia presente ancora il vangelo di Matteo aramaico, ma circolano  anche quello di Marco e di Luca  e Matteo greco secondo Ammonio alessandrino,  mentre  in altre parti dell’mondo romano Taziano, nato in Assiria nel 120 e morto forse nel 180,  cerca di comporre un Vangelo unitario nella sua opera Diatesseroon, detta anche  Armonia, perché fa il tentativo di unificare , armonizzando le tante e diverse tradizioni -anche orali- greche, pur già scritte.

Queste sono le sue precise parole: Un uomo celeberrimo per la sua cultura, di nome Panteno, dirigeva allora la scuola dei fedeli di quella città, dato che per antica usanza esisteva presso di loro una scuola di dottrina sacra: essa si è conservata fino a noi, e abbiamo saputo che è tenuta da uomini abili nella parola e nello studio delle cose divine. Si narra che il suddetto Panteno si sia distinto tra i più brillanti di quel tempo, in quanto proveniente dalla scuola filosofica dei cosiddetti Stoici. Si dice quindi che mostrò un tale ardore nella sua fervidissima disposizione per la parola divina, da essere designato araldo del Vangelo di Cristo alle nazioni d’Oriente, giungendo sino all’India. V’erano infatti, v’erano ancora a quei tempi, numerosi evangelisti della parola, che avevano cura di portare zelo divino ad imitazione degli apostoli per accrescere ed edificare la parola divina.
Anche Panteno fu uno di loro, e si dice che andò tra gli Indiani, dove trovò, come narra la tradizione, presso alcuni del luogo che avevano imparato a conoscere Cristo, che il Vangelo secondo Matteo aveva preceduto la sua venuta: tra loro, infatti, aveva predicato Bartolomeo, uno degli apostoli, che aveva lasciato agli Indiani l’opera di Matteo nella scrittura degli Ebrei, ed essa si era conservata fino all’epoca in questione.
Panteno, comunque, dopo numerose imprese, diresse infine la scuola di Alessandria, commentando a viva voce e con gli scritti i tesori dei dogmi divini.

Da quanto detto da Eusebio il vangelo aramaico di Matteo, portato da Bartolomeo in India ( non si sa se l’apostolo fa un viaggio marittimo con navi – sul mar Rosso  da  Clisma fino ad Aden per costeggiare l’Arabia ed arrivare  fino a Barigaza- o se ci viene, via  terra, dalla Perside; la prima è più trafficata data la presenza di  192 navi che fanno il tragitto  mensile  per India, la seconda è tipica degli ebrei della zona della bassa Mesopotamia e  della regione intorno a Susa),   si può arguire  per prima cosa che poco dopo la distruzione di Gerusalemme  alcuni  aramaici dopo Masada, si dirigono, oltre che ad Alessandria anche  in Arabia e  in Babilonia. Inoltre  si evince  che Panteno  ritrova lo scritto aramaico  tra le popolazioni indiane  e lo riporta ad Alessandria ( e poi  non se ne  ha più notizie- pare-).

Da altre fonti si conosce  che in India centrale c’è una fioritura di naziroismo dopo la galuth adrianea, come anche in Arabia  più  in quella centrale che  lungo la coste  e del mar Rosso e dell’ oceano indiano- compreso il golfo di Oman: sono attestati naziroi perfino all’epoca di Maometto…

Questa codificazione aramaica  costituisce  un corpus unitario  di base terapeutico- essenico, portato avanti dai Terapeuti di Alessandria  rimasti puri fino al tempo di Sinesio (Cfr. www.angelofilipponi.com Il vescovo Sinesio) su cui si forma una  primissima tradizione orale, christiana antiochena  anche dopo la violenta scomparsa ad opera della decima legione romana degli esseni, recuperati poi nel II secolo,   e dopo  la distruzione del Tempio…di cui si ha traccia implicita in Clemente Alessandrino (Stromateis , 1,21,147 ) in Origene ( Comm. in Matteo, 1) e forse in Tertulliano (De carne Christi, 22)che parlano già di un Vangelo di Matteo scritto in greco  e ne riportano l ‘ incipit …

Dopo la codificazione scritta greca, la varietà dei vangeli è in relazione alle tante e differenti aree di  predicazione cristiana, in Oriente e in Occidente, in cui appaiono modifiche, aggiunte  e  cambi strutturali con  formule  utili  per la definizione della  regalità, della cristologia e del mistero trinitario e talora  si costituiscono perfino  Nuovi Vangeli, attribuiti ad Apostoli …

Il primo,a detta di Eusebio, che li  certifica e li cataloga  facendo precise enucleazioni sarebbe stato un Ammonio di Alessandria   contemporaneo di Ammonio Sacca, il filosofo, maestro di Plotino…

In Eusebio come  in Atanasio , comunque, sono presenti i segni  di una avvenuta  evangelizzazione  cristiana, ma anche di una incertezza sul criterio di autenticità e su quello di classificazione…

Il sistema classificatorio  arriva fino a Isidoro di Siviglia, la cui esposizione sottende una precisa eredità ariana, quella della cultura visigotica, inficiata dall’evangelizzazione anche nestoriana monofisita,  in Spagna….

Isidoro in De canonibus evangeliorum  dice: 1. Canones Evangeliorum Ammonius Alexandriae primus excogitavit, quem postea Eusebius Caesariensis secutus plenius conposuit. Qui ideo facti sunt, ut per eos invenire et scire possimus qui reliquorum Evangelistarum similia aut propria dixerunt.

2. Sunt autem numero decem, quorum primus continet numeros in quibus quattuor eadem dixerunt: Matthaeus, Marcus, Lucas, Iohannes. Secundus, in quibus tres (eadem dixerunt): Matthaeus, Marcus, Lucas.Tertius, in quibus tres: Matthaeus, Lucas, Iohannes. Quartus, in quibus tres: Matthaeus, Marcus,Iohannes.

3, Quintus, in quibus duo: Matthaeus, Lucas. Sextus, in quibus duo: Matthaeus, Marcus.Septimus, in quibus duo: Matthaeus, Iohannes. Octavus, in quibus duo: Lucas, Marcus. Nonus, inquibus duo: Lucas, Iohannes.

4. Decimus, in quibus singuli eorum propria quaedam dixerunt.Quorum expositio haec est. Per singulos enim Evangelistas numerus quidam capitulis adfixus adiacet, quibus numeris subdita est aera quaedam mineo notata, quae indicat in quoto canone positus sit numerus, cui subiecta est aera.

5. Verbi gratia: Si est aera .., in primo canone; si secunda, in secundo; si tertia, in tertio; et sic per ordinem usque ad decimum perveniens. Si igitur, aperto quolibet Evangelio, placuerit scire qui reliquorum Evangelistarum similia dixerunt, adsumes adiacentem numerum capituli, et requires ipsum numerum in suo canone quem indicat,ibique invenies quot et qui dixerint; et ita demum in corpore inquisita loca, quae ex ipsis numeris indicantur, per singula Evangelia de eisdem dixisse invenies.

In epoca visigotica grande era  la confusione, nonostante i canoni, i raggruppamenti, le divisioni, le logiche differenziate semantiche!.

Riassumiamo  e concludiamo.

Si era costituita  in epoca flavia una doppia tradizione  quella  aramaica, orale, che serpeggiava, si  vivificava e si rianimava col paradigma dei martiri nella lotta clandestina contro i Romani e che, finita dopo il settanta, iniziava un nuovo reclutamento militare collegato con quello dottrinale di Johanan ben Zaccai e  con  i discepoli del maestro /Rabbi ,  formatore di altri rabbi …Era una scuola o che tramandava  tramite Rabbi la legge mosaica secondo il costume essenico,  mantenendo la tradizione giudaico-aramaica…

Accanto si era costituita un’altra tradizione, greca  ad Antiochia, che    enucleava il suo messaggio sulla morte e resurrezione del Christos, destinato a tornare come nikeths , trionfatore che riuniva tutte le stirpi del giudaismo ellenistico  e i pagani convertiti, secondo il pensiero di Paolo  e secondo il contributo della scuola alessandrina e di quella  antiochena, in senso allegorico. e in senso letterale…

La  prima aveva come emblema il Messia  risorto propagandato  oralmente da Giacomo   che  proclamava il malkuth  ha Shemaim, destinato a trionfare al ritorno  prossimo del fratello; la seconda era di stampo paolino, una Basileia tou Theou, scismatica  che visse, senza essere mai accettata per qualche tempo vicino alla sinagoga ebraica …

Perciò non esiste  un nucleo evangelico scritto né in aramaico né in greco in quanto ci sono due diverse  di  una tradizione orale aramaica ed una  ellenistica secondo Giacomo e secondo Paolo.. .

La tradizione aramaica per prima  passa dalla fase orale a scritta per necessità politico-storica, poiché i capi aramaici hanno fatto  una scelta in senso mosaico ebraico e quindi hanno rifiutato la linea ereticale paolina, dopo il Settanta, specie nella  Chiesa di Gerusalemme, nonostante la vigilanza romana e l’incipiente persecuzione imperiale .

Ne deriva che è possibile  parlare di un vangelo scritto aramaico ma non di un vangelo greco  che invece deve essere  collocato entro il ventennio tra la stesura di Guerra  giudaica e Antichità Giudaica , contemporanea al Bios flaviano,  che potrebbe essere  il modello da   imitare  per i letterati Christianoi, che avrebbero potuto servirsi anche della fonte scritta  aramaica …

Aggiungo  che sono  propenso, perciò, a datare la scrittura  greca di una originaria fonte Q  solo tra il 74 e il 94 d.C ..   e a considerare il Proto Marco,  subito dopo la fonte,  negli ultimi anni di Domiziano, mentre i testi che noi abbiamo -escluso Giovanni – sono compresi tra l’ epoca  nerviana e l ‘annessione della Nabatea …Dunque questa è la storia, o meglio questa –  dovrei dire – è la risultanza storica di anni di studio.

E i miei parenti ed amici cristiani dicono  che credono in Gesù Cristo  e non sanno distinguere il Cristo da Dio:  sono veramente credenti  cristiani cattolici?

Recitano il Credo  ogni domenica e vanno settimanalmente al rito eucaristico a nutrirsi del Corpus Christi. Perché? non lo so.

Parabola del fariseo e del pubblicano

Gesù può aver detto la parabola del Fariseo e del pubblicano?. Non credo e non certo come la scrive Luca.

Perché? diranno molti cristiani.

Per due motivi.

Primo, perché i personaggi non  sono realmente storici, ma sono inventati sulla base dell’osservazione della vita ecclesiale, di una provincia romana  di fine primo secolo: né Gesù, né i due protagonisti della parabola, il fariseo e il pubblicano, sono figure vere, ma costruite ed assimilate con  altre  di epoca successiva. Infatti il tempio, che è il santuario ebraico per eccellenza, non più esistente  in epoca flavia,  equivale ad  un locale  di  riunione  e di preghiera in una città orientale, pensato da Luca come ambiente e contesto simile, in cui creare una  situazione con l’episodio dei due oranti.  esaminati nella specifica superbia  del fariseo, puro,   e nella umiltà del pubblicano, peccatore. La parabola è un‘inventio di Luca come anche la valutazione da parte di Gesù, che fa la dieghesis narrazione.
Secondo, perché la parabola di Luca ha un telos, un fine prefissato che è conforme al pensiero di Paolo, che deve essere diffuso contro  quello espresso da Yaqob Iakobos Giacomo e i suoi seguaci aramaici, -già sconfitti dai romani, che hanno distrutto il Tempio -(Cfr. Giacomo e Paolo), pronti a nuove staseis rivolte.

La sua scrittura ha un fine dimostrativo,  già chiaro nella premessa alla parabola stessa del Fariseo e del pubblicano, esplicito nella conclusione e nell’ apoftegma finale (Lc. 18,9-14), che è una ripetizione di 14,11.perché chi si esalta, sarà umiliato e chi si umilia sarà esaltato.  

La parabola di Luca,  scritta dopo oltre cinquanta anni  dalla morte del Christos, ha la struttura di una favola  di Fedro, esopiana,   con una conclusione pertinente  morale.

La premessa (Per certuni, poi, che dentro di sé erano persuasi di essere giusti e disprezzavano gli altri,  disse questa parabola) è simile a quella della parabola precedente del Giudice iniquo (Raccontava poi loro una parabola sul dovere che avevano di pregare sempre, senza perdersi di animo -18,1 come assicurazione  che Dio renderà  loro giustizia con sollecitudine  anche se c’è il dubbio che il figlio dell’uomo al suo ritorno   troverà la fede sulla terra).

Dunque, Luca ha uno scopo, quello di invitare i fedeli della ecclesia christiana  alla preghiera, alla fede,  alla fiducia nella pronoia divina  che risolve ogni problema con la peripeteia e con l’improvviso  e tragico capovolgimento, per cui i primi saranno gli ultimi e gli ultimi i primi, in quanto ciò che è impossibile agli uomini  è possibile a Dio ( Lc.18,27) .

Luca in effetti predica il vangelo di Paolo: la salvezza  si consegue con la preghiera e con la fede ed è un dono di Dio, non un merito  individuale umano.

Luca scrive quando l’essenismo  con il fariseismo è un vago ricordo nelle ecclesiai cristiane, specie in Macedonia e Tracia, anche se in Galilea, Gaulanitide, Traconitide ed altrove ancor  sono presenti  gli zelanti della Torah che eseguono  i  precetti dei rabbi della scuola di Iammia, che mantengono vivo lo spirito del pensiero  farisaico ed anche se  l’haburah con edah, costituita da Yaqob, ancora funziona.

Ma seguitiamo a  leggere  e cerchiamo di capire la parabola.  Gesù, secondo Luca  disse questa parabola per certuni  che dentro di sé  erano persuasi  d’essere giusti e disprezzavano gli altri, mostrando i protagonisti: due uomini  salirono al tempio per pregare, l’uno era fariseo, l’altro pubblicano... evidenziando il fariseo che,   ritto in piedi pregava fra sé così: O dio, ti ringrazio che non sono come gli altri uomini, rapaci, ingiusti,  adulteri anche come quel pubblicano. Digiuno due volte alla settimana e pago la decima di tutto quel che compero.

Solo uno, che narra dopo la distruzione del tempio, può avere un incipit di tale genere parabolico: ritenere gli ebrei   quelli che hanno una concezione farisaica  di giustizia, collegata con l’idea di un popolo eletto,- che, avendo  un culto threschia, esclusivo, per un solo dio e padrone, disprezza non solo i culti di tutti gli altri popoli pagani, ma anche le comunità cristiane,- è  spia di un’antitesi tra la tzedaqah della sinagoga e l‘agaph /caritas  dell’ecclesia cristiana, non più, comunque,  in territorio siro-palestinese, ma  in ogni città orientale.

Il fariseo diventa figura antipatica, disgustosa davanti a Dio  per la superbia dell’eletto ed è  prototipo di tutto il popolo ebraico condannato già dall‘auctoritas senatoriale e flavia, sorvegliato  per la sua perfidia integralista, già taeterrimus per Tacito.

Luca scrittore di epoca flavia dovrebbe sapere (dovrebbe averlo sentito dire da Saul/Paolo o da altri di  stirpe ebraica)  che un esseno o un terapeuta, uomini di formazione farisaica,  mangiava ogni tre giorni e quindi digiunava  2 volte a settimana, anche se la Torah  imponeva una volta all’anno nel giorno della Espiazione ( Levitico 16,29; 23,27; Numeri 29,7). Inoltre si sapeva che  il fariseo era  ligio a pagare le decime perché diffidava  del venditore (impuro) che tendeva a non pagarla.

L’ evangelista è teso ad opporre i due caratteri, per creare  contrastivamente  una rete di antipatia  per il primo e  per formare un alone di simpatia per il secondo.

Infatti contrappone  al fariseo il pubblicano, un  appaltatore  di imposte seduto a to teloneion, al banco, cioè un teloonhs (teloonhths -telos ooneomai ) da tutti conosciuto come arpaks rapace, perché esattore,  in  Giudea  considerato un apostata o uomo bollato da anathema, di solito  filoromano, un ebreo romanizzato con doppio nome come Levi/Matthaios, emblema dei pagani  moichoi  adulteri ed adikoi ingiusti: Non sa Luca che neanche il teloonhs può entrare nel tempio  e che  deve stare a distanza di metri da un puro, regolata secondo la prescrizione della  Legge, all’atto della condanna!.

Il pubblicano,invece, diventa per l’evangelista  elemento positivo, simpatico  e caro proprio per la sua coscienza di essere peccatore in quanto creatura, a cui va la solidarietà di ogni  uomo mortale.

Luca  così scrive: il Pubblicano invece si teneva lontano  e non osava neppure alzare gli occhi al cielo, ma si batteva il petto dicendo: Signore, abbi pietà di me, peccatore.

ll pubblicano, peccatore  secondo lo schema paolino cristiano, di uomo mortale che vive nel peccato e che solo con la preghiera e con la fede si redime grazie al sangue di Cristo,  tanto da  essere degno di risuscitare e di avere il premio della vita eterna, è il modello del fidelis, che è umile,  creatura di fronte al creatore, cosciente del suo peccare. 

Il pubblicano amartolos, (uno che commette amarthma in quanto è peccatore perché riscuote il denaro per conto del romano  e maneggia le monete stesse con l’effigie dell’imperatore, diventa  non colui che  rimette il debito estinguendo il dovuto to opheleimenon (to khreos) come Zaccheo, ma è uomo giustificato per la sua umiltà e preghiera (congiunta alla Fede nel Christos ).

Luca, dunque, con il rovesciamento delle due figure, rinnega il giudaismo, esalta la romanitas e vede la salvezza per l’uomo secondo il  disegno salvifico di Paolo, romano -ellenistico,  basato non sull’uomo faber suae quisque fortunae, ma sul  Theos che sovverte la sorte umana  ed attua la sua oikonomia divina imperscrutabile.

Luca, dunque, testimonia  il baratro che si è aperto tra la sinagoga e  l‘ecclesia, in epoca flavia, poco prima o poco dopo il distacco  tra  i due credi, verso la fine del I secolo dopo Cristo, quando ancora il ramo  nazireo è  ancora nell ‘albero giudaico come Malkuth ha shamaim, ancorato alla Torah mosaica, -diversamente dalla Basileia tou Theou/il regno di Dio  antiocheno  che invece ha rotto ogni rapporto con la tradizione gerosolomitana ortodossa,- destinato ad  andare verso altre insurrezioni e verso il suo stesso sterminio sotto  Adriano.

Luca non sa (finge di non sapere) , però, che la preghiera ebraica si fa in piedi  e che ogni ebreo aspira ad essere giusto  e fa opere di giustizia, convinto di servire e di temere il suo Signore,  che lo ha eletto, in quanto  figlio, erede del Regno: la puntualizzazione (ritto in piedi e la preghiera di ringraziamento per essere diverso rispetto agli altri uomini)  dall’ angolazione  ebraica  non  rende ripugnante il fariseo, che è uomo distinto proprio per la sua fede collegata con le opere, elemento  leale e coerente  nel suo modus operandi,  tipico di eroe che muore per la patria  e per la sua fede, ma lo sublima.

I due per Luca antiocheno sono due caratteri giudaici, uno spocchioso, cosciente dello zelo  per la legge, l’altro umile e dimesso, sicuro di essere un reietto rispetto ad ogni puro giudeo: da parte dell’evangelista si  arcaicizza di proposito e si  falsifica la storia  di Gesù eroe popolare, di stampo farisaico, morto da puro ebreo.

Gesù, invece, è visto da Luca (da Paolo), anche  se scandalo della croce,   come un saggio sophos, alonato di divinità, capace di  predicare la remissione dei peccati, di  affermare che il pubblicano peccatore scese a casa sua  giustificato. Luca si è servito di  salire anabainesin ‘alah  e di scendere katabainein yarad così per mostrare solo che il tempio è in alto e che  la casa del peccatore è in basso: l’evangelista non sa che nel primo c’è sotteso tutto un mondo di  ascensione sublime  con esercizio che indica eccellenza e grandezza verso cui tende il  fedele, mentre lo scendere  indica il tragitto opposto, secondo un sistema di allegoria, tipicamente farisaico.

Luca,  dunque, descrive non il reale fariseo e il vero pubblicano, ma  due cristiani: uno spocchioso  che in piedi prega, convinto di essere un santo; l’ altro che  è umile, è cosciente del suo peccato e crede in Dio. E così avendo mostrato due tipi opposti,l’evangelista applica la regola paolina della metamorfosi  per  attuare la metabolh il cambiamento, in nome di Dio,  che  abbatte il superbo ed innalza il debole.

La conclusione di un  Gesù astorico, secondo Luca, è questa:  vi dico che quest’ultimo scese a casa giustificato, al contrario del primo. Di quale Gesù parla Luca (o chi per lui)? , di quale fariseo? o di quale pubblicano?

Solo Filone avrebbe potuto  illuminarci davvero perché contemporaneo di Gesù, ma la sua fonte non ha lasciato tracce né sulle  parole né sul bios del Signore, neanche  ci è giunta una goccia della sua acqua. Eppure Filone ha parlato di ameicsia non mescolanza, di una  sorta di separazione e distinzione farisaica ed ha proposto due modelli di vita ebraica di sicura radice farisaica, quella attiva degli esseni e quella contemplativa dei terapeuti, da cui risulta chiara, bella, virtuosa l’airesis setta dei Farisei.   Anche Saul Paolo, un cristiano ellenizzato dal doppio nome, che si è sempre professato  e vantato fariseo  e discepolo di Gamaliel-ma è un uomo di menzogna, condannato alla fustigazione e poi  a morte dal sinedrio e da Yaqob/Iakobos, fratello del signore  perché non obbediente alla legge,  e alla prescrizione  sulla Casherut – tiene in grande onore la figura del fariseo,  come ogni altro ebreo dell’ epoca che precede la distruzione del Tempio.

Giuseppe Flavio, figlio di Mattatia,- che è un  contemporaneo di Gesù,  parente degli Anano, meglio di tutti  potrebbe darci qualche indicazione anche se per dovere di suddito e per gratitudine verso i Flavi suoi padroni, scrive  Guerra Giudaica  nel 74  ed Antichità Giudaica nel 94, mantenendosi necessariamente nei binari della lealtà all’imperatore, senza però celare la verità storica,  facendo l’apologia giudaica senza offuscare il valore dell’imperium romano, risultando, però, ambiguo ed equivoco in questa contraddizione concettuale,   utile, comunque,   al fine della trasmissione  dell’eredità culturale sacerdotale ebraica – sembra smentire Luca e la sua cristiana interpretazione.

Lui è storico ufficiale dell’impero romano, autorizzato alla lettura della sua opera, impegnato nella esaltazione dei Flavi, pagato per la celebrazione del mito soterico di Vespasiano   e dei suoi figli, salvatori dell’impero romano, pacificatori dell’oikoumene, ripristinatori dell’ordo kosmico, dopo il disordine della guerra civile  dell’anno 69, a seguito della morte di Nerone.

Guerra Giudaica (a cura di Giovanni Vitucci, Mondadori 1974) II,14  così descrive la setta dei  farisei,- che  lo storico dice di aver scelto, pur essendo di stirpe sacerdotale, di una della migliori famiglie, dopo il sodalizio con Banno nel deserto, in considerazione della virtù-: essi godono fama di interpretare correttamente  le leggi, costituiscono la setta più importante  ed attribuiscono ogni cosa  al destino e a dio; ritengono che l’agire bene o male  dipende in massima parte dagli uomini,  ma che in ogni cosa ha  parte il destino ; che l’anima è immortale, ma soltanto quella dei buoni passa in un altro corpo,mentre quella dei malvagi  sono punite con un castigo senza fine…i farisei sono legati da scambievole  amore  e perseguono la concordia  entro la comunità .

In  Antichità giudaica XVIII 12-15 (Angelo Filipponi, Antichità Giudaica, XVIII, E book Simplicissimus , 2012) Flavio dice:

I  Farisei hanno un sistema di vita semplice e non concedono niente alle mollezze: seguono con autorità quanto la loro dottrina trasmette giudicando buono ciò che bisogna dettare considerandolo degno di contesa.Tengono in onore i più anziani,  non essendo orgogliosi in niente altro se non coraggiosi, di fronte alle  risposte di coloro che ostacolano  il loro parere. Essi ritengono che ogni cosa avvenga per destino, senza però negare il libero arbitrio, in quanto sono contenti che ci sia mistione di potere tra Dio e il magistero del destino: gli uomini, virtuosi e malvagi  devono stare con propri meriti Essi hanno la speranza della immortalità delle anime (Essi hanno speranza che le anime abbiano una forza immortale) e che sotto terra ognuno avrà un’adeguata dimora, a seconda del merito e in relazione alla virtù e al vizio, che alcune anime saranno chiuse in eterne prigioni e che altre invece potranno ritornare in vita. Per questo essi risultano molto graditi al popolo, ogni preghiera e tutti i riti cultuali divini sono svolti conformemente alle loro prescrizioni; la loro virtù fu così lodata dalle  popolazioni(cittadinanze)  che  li seguivano per la pratica, perché ritenuti  migliori  nel sistema di vita e nelle regole.

Perciò bisogna  concludere  secondo pertinenza  che in epoca di Gesù  il fariseismo era una setta che insegnava la resurrezione,  la stretta osservanza delle regola ma soprattutto ogni fariseo sapeva come agire di fronte ai sadducei,  sacerdoti e loro avversari, come combattere   i romani,  come comportarsi coi  pubblicani dando regole di comportamento pratico. Insomma  i farisei erano maestri  di giustizia, laici , ed una loro frangia  era la setta degli esseni .

Gesù, ebreo, il Christos Messia,  mai avrebbe  potuto mostrare una simile figura di fariseo, un  giusto come suo fratello Giacomo,  che predicava il Malkuth ha shemaim, la sua prossima venuta e il valore delle opere e non delle Parole !.

Cosa  diranno di questa lettura i miei amici e parenti cristiani? mi auguro solo che abbiano almeno qualche dubbio sui Vangeli e sulla ispirazione dello Spirito Santo!

Io lavoro, essi credono! Cosa? Non lo so.

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Un’ordalia nel 1498, a Firenze!

Francescani e domenicani in una sfida… mortale

Firenze  7 aprile 1498: Un’ordalia, un giudizio di Dio!
Che Vergogna per gli umanisti!
7 aprile 1498 un francescano e un domenicano a Firenze, in Piazza della signoria, si sfidano ad un’ordalia di fuoco.
I priori hanno concesso l’area della piazza ed hanno allestito il teatro della sfida, facendo  una piattaforma di legno  alta oltre due metri, di circa trenta metri di lunghezza e di sei di larghezza : i quattro lati a mò di recinto, erano  fatti di mattoni verdi, crudi, sovrapposti, di altezza di poco più di 30 centimetri.
I due contendenti arrivavano dai propri monasteri di S. Croce l’uno e di S. Marco l’altro: uno è lo sfidante il francescano Giuliano Rondinelli, che ha assunto l’incarico  e si è “sacrificato” al posto di Fra Francesco da Puglia, che aveva lanciato la sfida, contro i savanaroliani;   l’altro è Fra Domenico da Pescia, che gareggia per l’onore di Fra Gerolamo Savonarola.
Dovevano fare il percorso senza bruciarsi: risultava vincitore chi usciva vivo da quell’inferno!
Savanarola  guidava la Repubblica di Firenze,  che si era costituita dopo la morte di Lorenzo il Magnifico e  la venuta di Carlo VIII in Italia.
Fra Gerolamo  con la sua visione apocalittica aveva profetizzato gli eventi ed aveva attaccato la politica di Rodrigo Borgia
(Alessandro VI, successore di Innocenzo VIII Cybo) inimicandosi così col papato, da cui precedentemente aveva  avuto autorizzazione per l’indipendenza del Convento di S. Marco e per il raggruppamento di tutti  i monasteri domenicani sotto la sua tutela, grazie al cardinale Oliviero Carafa.
In città si erano costituite due fazioni/ partes quella dei Palleschi a favore dei  Medici e  quella dei Piagnoni a favore del frate  che aveva  perfino messo al rogo tutti  i libri considerati “mondani” cioè non utili alla moralizzazione dei cives e che aveva intensificato la sua azione nelle prediche, quaresimali, contro il papa simoniaco.
Alessandro VI, dopo le ammonizioni, rituali, aveva scomunicato il frate che aveva insistito nella sua azione antipapale  nei suoi commenti  alla Bibbia, mostrando come la vigna del Signore era desolata e in mani sacrileghe.
Pochi giorni prima della sfida era giunto un breve  papale con cui si condannava al fuoco l’eretico Fra Gerolamo.
In questa situazione di grave lotta civile tra le due opposte fazioni, bisognava dimostrare che il domenicano  era nel giusto perché fautore e cavaliere di Dio per Fra Gerolamo   giusto, santo  e profeta, mentre il  Francescano Fra Giuliano  affrontava il martirio  competendo  per dimostrare il contrario che cioè Fra Gerolamo era un falso profeta degno di essere condannato: Dio doveva dimostrare  chi dei due fosse nel giusto, salvandolo dal fuoco.
I due frati erano pronti per passare a piedi nudi e fare il percorso, senza bruciare,  grazie a Dio che avrebbe protetto il giusto.
Come finisce la disputa?
Con un acquazzone tale che  spegne il fuoco.
I due concorrenti sono tenuti in sospeso dai priori che li sentono discutere teologicamente e fanno questioni di ogni genere, timorosi dell’ordalia: l’uno, più motivato al martirio,  è sulla piazza; l’altro è dentro il palazzo della Signoria, con i notabili.
Dapprima i francescani  rifiutano la cappa  di fra Domenico inadatta per l’ordalia,  perché stregata  e fatta con incantesimo, poi   hanno dubbi sugli abiti stessi, per cui  il frate  è spogliato di quelli che porta  ed  ha abiti da un altro domenicano,  ed infine   sollevano obiezioni sulla  distanza che deve  esserci tra il  domenicano e Fra Savonarola,  capace di magie  perché dotato di poteri diabolici.
I francescani,  inoltre,  contestano Fra Domenico  che vuole portare  il crocifisso  ed anche l’ostia consacrata, ritenendo la croce una protezione e  il corpo di Cristo non  bruciabile: per loro si fa  cosa iniquissima e contro la chiesa se si procede secondo il volere del domenicano.
I francescani da parte loro cercano di far passare tempo e di spingere i domenicani ad iniziare per primi la gara: la dilazione sembra  fatta  in relazione al mutamento delle nuvole e al peggioramento del tempo sopra Firenze.
Fra Domenico, savanaroliano,  sembra l’unico deciso ad entrare sui carboni, mentre il Rondinelli, forse impaurito dal fuoco, è tenuto prudentemente in attesa, comunque,  forse, all’occasione,  sarebbe stato capace anche di morire martire.
Cavilli religiosi, comunque  dall’una e dall’altra parte, prima della purificazione… dell’acqua e della fine  definitiva della disputa!
La folla, tutta maschile, era in fibrillazione (Le donne i bambini assistevano dalle finestre e dai tetti della piazza), le due fazioni, armate, erano all’erta, mentre la signoria aveva disposto un suo esercito per evitare gli scontri e le violenze.
Un  temporale con lampi e tuoni   spegne il fuoco: Dio non vuole quella prova: questo sanciscono, concordi,  domenicani e francescani e le auctoritates presenti,  che, tutti inzuppati di pioggia, tornano ai loro conventi e case.
La razionale Firenze, patria di Lorenzo il Magnifico, morto da pochi anni, domicilio  di Pico della Mirandola (anche lui  morto da poco, seguace del Frate che aveva visto la sua anima salva in Purgatorio) e di  Poliziano, letterato  devoto e di Michelangelo religiosissimo,  mostra con questa ordalia una diversa realtà di fine quattrocento, tutta  ancora medievale, solo in apparenza umanistico-rinascimentale.
Il povero  Fra Gerolamo Savanarola,  quasi un mese dopo, il 23 maggio,  fu bruciato vivo, con due  confratelli!

Viene eseguita la condanna papale .

Trionfa Alessandro VI con la sua politica a Firenze e suo figlio Cesare si crea uno stato indipendente nel Centro Italia  grazie al  potere paterno…

Un’altra lettura di “I dieci lebbrosi”

Luca  narra la guarigione di 10 lebbrosi in 17,11-19.

Il racconto di Luca non è una testimonianza  di un miracolo paradoxon, di Gesù, che si trova a passare, al confine  tra la terra di Samaria e quella di Galilea, mentre va  a Gerusalemme,  ma  è spia di un telos,  quello lucano, di mostrare  cioè la riconoscenza di un Samaritano -rispetto all’ingratitudine degli altri nove, giudei – e la sua fede nel  Regno  di Christos venuto.

Il racconto di Luca non è storia, ma è una dihghsis  narrazione di un normale scrittore ellenistico, impegnato cristianamente secondo la scuola antiochena: Luca non conosce  la toledot giudaica e neanche la torah/nomos legge, sia giudaica che samaritana…

D’altra parte già  Luca aveva parlato della guarigione di  un solo lebbroso in 5, 12-16 , raccontata anche da Marco 1,40-45 e da Matteo 8 1-4.

Dunque, il  racconto  di un Gesù Methorios- che  con una comitiva attraversa il confine tra Galilea e Samaria per prendere decisamente il cammino lungo il Giordano fino a Gerico, prima di salire alla Città Santa-  fa parte del sondergut lucano, di quel materiale speciale tipico del mestiere di Luca medico e scrittore,  che ha lo skopos di rivalutare la cultura e il popolo samaritano, coinvolto nella stessa comune sconfitta, dopo la distruzione del tempio, dopo la fine di Simon Mago a seguito del pagamento della doppia dracma al  tempio di Zeus, a Roma, di tutta la Iudaea capta  (Idumea, Samaria e Giudea) secondo gli ordini di Vespasiano (69-79 d.C).

Nel disegno lucano grande rilievo ha la parabola del buon samaritano 10.30-37, paradeigma di uomo che ama il prossimo, esempio di uno che  ha compassione/eleos,  che  si ferma, anche se ha impegni di lavoro,  vedendo un altro soffrire, perché ferito da lesthai/ladri, che si accosta premurosamente,   che fascia le ferite, che  versa sopra olio e vino, che  lo fa montare sulla sua cavalcatura,  che lo conduce all’albergo/csenodochion, che  cava  dalla borsa due denari,(8 sesterzi  cioè 32 assi, poco meno di 40 Euro), che  li dà all’albergatore,  a cui affida il ferito, con la raccomandazione di  curarlo,  aggiungendo  che al ritorno restituirà (il verbo sottende  che c’è già rapporto  tra i due) quanto avrà speso di più.

Per capire quanto il samaritano dà concretamente all’albergatore  aggiungo per il mio lettore che un romano compra con  due assi  un kg.di pane  (poco più di un due Euro ) e con  un sesterzio cioè con  quattro assi  (quattro/ cinque euro circa )  può scopare una  scadente  prostituta.

E’ un racconto ellenistico, filantropico, comunitario  che tratta di un civis romano incappato nei briganti,  che turbano l’ordine del Kosmos imperiale in Iudaea nei trenta chilometri circa, che dividono Gerusalemme (città a 750 metri  sul livello del mare)   da Gerico (località a 250 metri sotto il livello del Mare), lungo sentieri  tortuosi, impervi, aridi e desertici, a volte dirupati…

C’è sottesa  la denuncia del precedente sistema di vita,  giudaico, (anche se Luca, probabilmente,  non lo sa!), perché non associa a lesthai  gli zeloti, i partigiani, integralisti  religiosi  antiromani del periodo  erodiano e posterodiano …

Chiaramente, comunque,  Luca marca i semeia di un comportamento caritatevole nei confronti di uno sconosciuto da parte di un samaritano  che, secondo Giovanni (4,9), è animato da ostilità  verso gli ebrei, che lo considerano eretico e scismatico.

L’attenzione alle azioni del samaritano è in relazione  contrapposta al comportamento dell’élite sacerdotale ebraica  (sacerdoti e leviti)  condannata perché  gira alla larga (antiparerchomai  significa passo oltre e vado dalla parte opposta),  anche se non più esistente perché non esiste più il tempio…

La domanda di Gesù al dottore della legge- uno scriba, un fariseo, un laico  che chiede  cosa fare per ottenere la vita eterna -è volta da Luca non nella direzione della legge  mosaica e quindi secondo le Scritture  (Deuteromio.6,5 e Levitico 19,18)  a dire cioè amerai il signore Dio tuo da tutto il tuo cuore , con tutta la tua anima e con tutta la tua forza, con tutta la tua mente  e il  prossimo tuo come te stesso, ma a referenziare  con un esempio pratico l’idea astratta di prossimo/o pelas,  secondo parabola...

Infatti Luca  fa rispondere il dottore della legge a Gesù – che chiede Chi di questi tre (Sacerdote, Levita, Samaritano)  è  stato prossimo  di colui che incappò nei predoni?- : Chi gli ha usato misericordia.

Chiaramente  il telos di Luca è quello di un cambio di destinatari  e di fruitori del Vangelo: non più gli ebrei (sacerdoti e leviti, sadducei e farisei) ma samaritani (e pagani) sono ora i cleronomoi  gli eredi del pathr, senza il patriottico hmoon (Lc.11,1-4) molto diverso da quello di Matteo  (Cfr. Una lettura del “padre nostro “)…

In questo disegno lucano la Guarigione dei dieci lebbrosi   è un altro segno dell’intento sotteso di Luca, già mostrato nella parabola della dramma perduta 15,8-10,   del figliuol prodigo 1511-32, del fattore infedele 16,1-12, e del  ricco eupolone e del povero Lazzaro 16 19-31., della scelta dei posti al banchetto 14,7-11.

Prima di parlare del paradoxon  del miracolo della guarigione dalla lebbra,-  su cui non entriamo in merito- è opportuno chiarire che secondo la legge  giudaica, il lebbroso, guarito,  deve essere reintegrato nella società dei viventi,  e deve avere una certificazione  per poter  abbandonare l ‘isolamento (o la vita comunitaria con altri lebbrosi) da un sacerdote  da presentare al suo eparco/nomarco, capo civile della zona di residenza.

Detto questo, il racconto lucano ha una sua logica,  non di un uomo vivente nel  periodo prima della distruzione del tempio (70 d. C) ma  di uno  che  vive e scrive nell’epoca dei Flavi.  

Infatti Luca  fa dire a  Gesù (morto nel 36 d.C.), uomo  conforme alla Legge: andate e mostratevi ai sacerdoti  dimostrando  che  conosce  l’obbligo per un giudeo di purificazione e di espiazione  secondo la valutazione sacerdotale.

Il seguito del racconto,invece, tratta del ritorno di uno, -un samaritano, che, vistosi  guarito,  torna indietro, glorifica Dio a gran voce-  si prostra con la faccia a terra- fa la proskinesis che si deve ad un re o a un Dio –  ringrazia  (impossibile,  in situazione di fatto, la vicinanza ai piedi di qualcuno, da parte di un lebbroso,  senza una certificazione legittima sacerdotale, pena la morte!) il maestro, che dice: non furono mondati tutti e dieci. Dove sono gli altri nove?  e che aggiunge: non s’è trovato alcuno che tornasse per rendere gloria a Dio, se non  questo straniero.

Non sono  congruenti i due enunciati iniziali  e tanto meno l’aggiunta! un Gesù, Christos o no, dopo aver obbedito alla Torah, non può parlare in questo modo.

Gesù,  Christos , attivo tra terzo e quarto decennio del I secolo  in terra  giudaica  avrebbe dovuto sapere che la prescrizione della legge impediva il ritorno ai 9 giudei per almeno otto giorni!

Quel Gesù, secondo noi, in quell’epoca, non può non conoscere  la procedura per la reintegrazione sociale  secondo le forme e le disposizioni mosaiche,  che impongono purificazione ed espiazione dei peccati-dopo i giorni di cammino da luogo di residenza dei lebbrosi al Tempio-  tramite la figura del sacerdote e poi dell’addetto ufficiale  politico!

D’altra parte lo dice espressamente… ogni giudeo dell’epoca conosce il Levitico e la procedura (da seguire per la lebbra)  per  la purificazione e per l’espiazione.

Non per nulla minuziosa è la prescrizione  per la riammissione  di un lebbroso in comunità in Levitico  13,1-59  e 14 1-56, da cui stralciamo alcune prescrizioni, che riguardano  il purificatore e  il purificando.

Il sacerdote   per la purificazione –  dopo aver costatato la guarigione     ordinerà di portare: due uccelli vivi e puri, del legno di cedro, del panno scarlatto e dell’issopo…  e fatte i sacrifici  necessari, inizierà il  rito di espiazione al cospetto di Jhwh… e dopo  le operazioni richieste … gli permetterà di  entrare nell’accampamento o città nel luogo dove abita, dopo l’autorizzazione del  toparco, senza entrare in casa o tenda…(da purificare anche esse) per sette giorni.

All’ottavo giorno  il purificando, (a seconda delle sue possibilità)   prenderà un agnello per il sacrificio di riparazione, l’offrirà ….prenderà anche un decimo  di un’efa  (13kg, quindi 1,3Kg) di fior di farina intrisa in olio, come oblazione e un log di olio,   due tortorelle o due colombi, di cui uno come sacrificio  di espiazione e l’altro come olocausto…

Non ho la minima voglia  di mostrare i tanti atti rituali che sono compiuti dal sacerdote  per la purificazione di un lebbroso, mi preme però, far capire che Luca o non  conosce il costume,  pur facendo parlare Gesù  in tal senso, oppure non essendoci più il sacerdote sadduceo ( essendo  stato distrutto  il Tempio) segue la sua logica di Christianos antiocheno, del periodo flavio,  desideroso solo di mostrare  la fede in Christos.

Ecco dunque il  vero messaggio di Luca : La fede nel Cristo venuto è salvezza per il samaritano e per tutti gli uomini che credono nel suo messaggio secondo Paolo e Luca, ma non per gli ebrei.

Invece  la lettura del passo evangelico, se in linea con i tempi di Gesù  sarebbe stata diversa e non  ci sarebbe stata possibilità di mostrare la gratitudine  di un samaritano, anche lui vincolato dalla stessa legge  – anche se legge  propria di scismatici, ma univoca per la procedura della lebbra – e costretto a seguire il rituale di reintegrazione sociale con altri sacerdoti, quelli del Monte Garizim, vincolati anch’essi  dalla Bibbia Samaritana (che comprende oltre al Pentateuco- Genesi, Esodo, Levitico, Numeri e Deuteronomio-anche Giosuè) …

In epoca Flavia tutto è azzerato : un narratore, di formazione  ellenistica, può dare significato nuovo ed aggiungere altri  valori, secondo il proprio credo e la propria inventiva  creativa …

All’epoca , la condizione di Samaria  è diversa rispetto  all’Idumea e alla Giudea,  molto più coinvolte nella guerra giudaica,   perché tutelata maggiormente da Roma, data la consistenza dell’elemento militare,  sicuramente  filoromano  da quasi un secolo, da quando Erode fondò Sebaste in onore dOttaviano, Augusto/Sebastos, e netta è la distinzione tra l’ebreo vinto infidus,  taeterrimus  secondo Tacito, perfidus nella sua accezione negativa, e il samaritano  quasi un confederato, un auxiliarius  sebastenus nell’esercito romano….

Da questa angolazione il passo di Luca  ha altro valore e significato: il ritorno del samaritano è quindi  segno di gratitudine   di un individuo che diventa simbolo di un popolo  che venera il Christos venuto, come benefattore e  come Dio …

Luca, comunque,  non ha buone conoscenze né giudaiche né samaritane, ma  solo generiche  informazioni bibliche derivate (sembra)  da 2 Re  5, 14-17 , dove viene presentata una figura parallela a quella del Samaritano: un lebbroso, un militare,  lo straniero Naaman il siro, che  quando si vede risanato, torna dal profeta Eliseo, pieno di fede verso l’unico Dio, dopo che si è lavato sette volte nel Giordano secondo l’ordine del profeta …

Luca è un ellenista che ama inventare  parabole, fare aggiunzioni, propagandare il Christos– in quanto  discepolo di Paolo- uomo dio venuto, ucciso dai romani, risuscitato, destinato a tornare  presto  per instaurare il Regnum

Il fatto del Miracolo dei dieci lebbrosi, quindi,  per come  scritto,  è una riqualificazione dei samaritani, che divenuti da barbari-scismatici e quasi idolatri,  assimilati agli assiri, ai babilonesi, ai persiani,  ai siriaci   considerate le tante deportazioni dal periodo di Sargon- cives romani, degni di essere nel Kosmos imperiale, perché conformati all’imperium, alla iustitia  e pax  romana…

la tetrarchia di Lisania

Zenodoro

Lisania era  figlio di Tolomeo di Menneo, signore di Calcide che, alleato di Aristobulo II, suo suocero, aveva accolto Antigono, dopo la morte di suo fratello Alessandro, con le sorelle  a corte.
Tolomeo era stato un padre spietato, che aveva fatto uccidere l’altro figlio Filippione, a cui era stata  concessa come sposa Alessandra, sorella di Antigono, per sposarla a sua volta (cfr.Flavio Ant.Giud. XIII, 392,XIV,126).
Aveva fatto una politica antiantoniana e filoparthica ed aveva riportato nella sua terra Antigono, promettendo ulteriori aiuti, all’atto dell’invasione di Pacoro, figlio di Orode, re dei parthi.
Questi aveva conquistato tutta la Fenicia ed era arrivato al Mediterraneo, ma non era padrone del mare per la presenza della flotta antoniana, mentre Barzafrane e Quinto Labieno, figlio di Tito Labieno  (Ant .Giud.XIV,330,  Dione Cassio, Storie XLIX,19-21)  agivano nell’interno della Siria e Celesiria.
Lisania, alla morte del padre, alleatosi con Antigono, lo aiutò a conquistare  Gerusalemme e a consolidarsi nel potere, facendo, quindi, una politica avversa ad Antonio, secondo la tradizione familiare.
Quando, però, Pacoro fu vinto, nel 38 a.C.  da Ventidio Basso, che già aveva sconfitto ed ucciso Barzafrane e Labieno, gli furono imposte, dopo la vittoria di Gindaro, gravi  tributi:  le condizioni di pace,  trattate con Antonio stesso, furono pesanti.
Antonio, vincitore per legatum dei parthi, già innamorato di Cleopatra, ucciso Antigono in Antiochia, aveva imposto Erode come sovrano in Giudea ed aveva assegnato  in dono alla regina egizia  la tetrarchia di Lisania (che, accusato  di aver favorito i parthi  e di aver cospirato contro i romani, era stato ucciso   Ant. Giud.  XV,92) ed alcuni territori di Malco, re nabateo (quelli intorno a Damasco).
I due re pagarono caramente specie Lisania, che, prima di morire, dovette cedere anche la capitale Abila  (di cui si vedono rovine al villaggio, oggi  chiamato Suk Wady Barada, a 20 km da Damasco) alla regina egizia.
Erode, pur socius  dei romani  dovette pagare  per non dare territori  richiesti  da Cleopatra (la zona di Gerico): diede infatti  duecento talenti, versando anche la metà di Malco,  che non aveva alcuna intenzione di saldare il debito.
Il re giudaico, in quanto fiduciario del triumviro, dichiarò guerra a Malco, poco prima della battaglia di Azio (31 a.C.).
Questa guerra si protrasse per oltre un ventennio e fu contro i nabatei e contro Zenodoro, che  era stato  l’amministratore della casa di Tolomeo di Menneo  e quindi di suo figlio Lisania (o ton  Lusaniou memisthomenos oikon).
Questi  nel corso e  dopo la guerra aziaca, riprese il controllo della ex tetrarchia di Lisania e la gestiva approfittando della mancanza di autorità romana ed egizia, nel periodo compreso tra il  32  e  il 29  e forse, fino al 27 a.C.,  epoca in cui Augusto decise il destino della Celesiria e  delle zone  ciseufrasiche e transeufrasiche.
La zona  di Calcide, ai piedi del Libano, con quella di Abila,  estesa  fino  verso il monte Hermon  comprendeva  parte della fascia orientale settentrionale del Libano attuale, tutta la zona montuosa  nordoccidentale compresa l’ Iturea (Batanea, Ulatha e Paneas) Gaulanitide, Traconitide, Auranitide e  zone dell’alta Galilea, fino alla Decapoli.
La tetrarchia di Lisania non era una  piccola  regione e per di più  non omogenea, difficile  a gestirsi, data la diversità di popolazioni, considerate le differenze morfologiche e la mancanza di una capitale unitaria: essa,  grosso modo (tolta la parte settentrionale del  Libano) poi toccò a Filippo,  figlio di Erode il grande,  che edificò al centro di questo territorio, Cesarea  sotto l’Hermon, alle sorgenti del Giordano,  dando così  una  nuova capitale (cfr Ant. Giud.XVIII,12-28,106).
Poi la tetrarchia ebbe qualche spostamento territoriale verso oriente, dopo la separazione coi territori nord-ovest (aggregati, forse,  alla Siria)  e fu data a Erode Agrippa-Ant.Giud  XVIII, 276- ed infine  assegnata da Claudio  a suo fratello Erode, pur ridotta nelle dimensioni (Ibidem,XX 138) territoriali,  limitati alla zona di Calcide. Per questo motivo  il fratello di Erode Agrippa I viene chiamato Erode di Calcide.
Molte di queste zone erano state occupate, quelle transgiordane, da Iamneo ( Ant. giud. ,XIII,393-4,397). che aveva conquistato  tra l’altro la Valle detta di Antioco e la fortezza di Gamala e perfino Pella in Decapoli, e le aveva  colonizzate  insieme con la Perea( che è  più a sud), inviandovi sacerdoti,  per far adottare i costumi giudaici.
Zenodoro, comunque,  si oppose ad Erode il grande, che era stato investito  da Augusto come sovrano della ex tetrachia di Lisania, con cause e con operazioni militari, impedendone la conquista.
Erode ebbe il sopravvento nella causa giuridica per l’appoggio sia di Marco Agrippa  che di Augusto, il quale,  nel 20a.C. , stando in Siria,  in occasione di una ventilata spedizione  contro i parthi, riconfermò il precedente dono, fatto dopo la guerra aziaca.
Erode, però, non ne aveva preso militarmente  possesso definitivo perché ostacolato da Zenodoro, dagli arabi, dai parthi.
Infatti Zenodoro, non avendo avuto l’appoggio romano, essendo nemico di Erode, cominciò a tessere rapporti diplomatici con i parthi e con gli arabi, e  fece  concessioni di porzioni  del territorio a Fraate e  vendette l’Auranitide a 50 talenti (ad un basso prezzo, circa 1.250.000 euro)  ai nabatei, in modo da poter regnare indisturbato  sul restante della tetrarchia.
Da qui la difficoltà di inglobare il tetrarchia di Lisania da parte di Erode, che, solo nel 12 a.C. , alla morte di Zenodoro, ne entrava in possesso, nominale.
La zona, infatti,  non era di facile controllo sia per la morfologia accidentata del territorio.  montuoso, che per la presenza di lestai, ladroni (sul problema lestai-zelotai nel territorio di Lisania -Zenodoro  cfr. Giudaismo romano I parte).
L’intervento romano di Varrone, governatore di Siria e poi quello di  Senzio Saturnino, incaricati a più riprese  di ripulire la zona non dovette avere esito se Erode non ne prendeva possesso ed era tenuto in scacco dai lestai in una regione adatta alla guerriglia.
La zona  per me era covo  degli zeloti  che, protetti dai Parthi e dai Nabatei, avevano rifornimenti e quindi fomentavano rivolte  mantenendo  uno stato permanente di guerriglia, inestirpabile, perdurato fino alla vicenda di Cristo e poi fino alla guerra del 66-73 d.C.
Erode ( forse)trovò la soluzione con Zimari, che, cacciato dalla Parthia, esule, aveva chiesto ospitalità e una sede per i suoi 500 arcieri e per il centinaio di famigliari mesopotamici  babilonesi giudaici  che, stanziati ai confini della Traconitide, la controllavano.
Erode gli concesse Ulhata a nord del lago di Hule e l’eparchia di Batanea,  esentò lui e tutta la regione  da tasse e da altri obblighi.
Zimari  ne prese possesso ed edificò Bathira: egli  fu uno scudo per  gli abitanti,  opposti  ai traconiti, e per coloro che da Babilonia venivano al tempio di Gerusalemme e fu sempre fedele ad Erode.
Zimari pacificò la zona, facendo accordi con i lestai, concedendo forse loro delle garanzie, se i suoi figli (Iacimo e Filippo, pur amici dei figli di Erode e dei romani ) poi non tradirono i figli Giuda il gaulanita e tanti altri zeloti.
Il solo Tiberio Alessandro, figlio dell’alabarca, diventato prefetto di Giudea, ebbe successo in quella zona e poté prendere ed uccidere Simone e Giacomo,  figli di Giuda.
Qui l’abilità politica e strategica  di Erode (Ant.giud., XVII,23-31) prevalse sul militarismo romano, dapprima facendo concedere parte dell’ex tetrarchia a suo fratello Ferora, che era diventato tetrarca  di Perea, poi  mediando con i nabatei e i parthi, specie dopo il matrimonio di Erode Antipa con Dasha, figlia di Areta IV.
Il problema degli zeloti, però, non fu risolto  e sembra che solo con Agrippa I  la zona fu oppressa pesantemente (Ibidem, 28) . In seguito  i romani imposero,  pur lasciando lo statuto di libere popolazioni,  tributi agli abitanti.
La tetrarchia di Tolomeo di Menneo, di Lisania, di Zenodoro,  tenuta da Erode  con l’aiuto di Zimari, e di Ferora, divenuta  tetrarchia di Filippo, poi di Agrippa I e infine passata sotto i romani, pur con  speciali statuti è il covo degli zeloti che gravitano sulla sponda transgiordana, alla sorgente ( nord est e nord ovest ) e che, animati da santoni del tipo di Giovanni il battista,  sono  oltranzisti irriducibili contro l‘auctoritas romana, inafferrabili in quell’intrigo di sentieri montani, di rupi e di caverne e di boscaglia ancora oggi visibili, ben testimoniati da Flavio (Ant. Giud., XV,346-348).

 

Methorios

il banchiere tra due stati

Methorios

Il termine methorios è usato in diversi significati in autori  di epoche differenti: Tucidite  alla fine del V secolo,   Filone  nel periodo di Tiberio e Giuseppe Flavio in epoca flavia.

Tucidide usa il termine, unito a  h gh , per indicare che la terra di Egina  è  methoria,  cioè un avamposto Spartano contro Argo e contro Atene in cui gli egineti, filospartani, sono protetti dagli  Spartani ed hanno un comandante spartano.
Per methorios, dunque,  si intende una terra di confine tra due popoli in opposizione.
Il termine, invece, è usato, dopo secoli, in età ellenistica, in Filone di Alessandria  in quanto  il giudaismo,  in epoca giulio- claudia, è genos di confine,  ai margini dell’impero romano e confinante con quello parthico, con cui ha stretti legami per agkhisteia, suggeneia  e phratria per vincoli cioè di parentela e di affinità linguistica e religiosa  per cui esiste un popolo aramaico, come se  fosse un’unica etnia.
Questa, vivendo sotto l’impero romano e sotto quello parthico, territorialmente  suddivisa, ha le stesse usanze,  le stesse leggi, lo stesso sistema  di vita tribale agricolo ed una comune lingua, l’aramaico.
Quella, però, dell’impero romano ha due sistemi differenti  uno aramaico come quello parthico  e un altro ellenistico,  basato sul commercio e quindi diverso, pur nella comune fede ebraica mosaica.
Ne deriva, perciò. che la popolazione giudaica, poluanthropica  in epoca romano-ellenistica, risulta divisa in una pars aramaica di circa 1.600.000 (1.000.000 di Parti e 600.000 palestinesi) e 2.500.000 ellenisti.
La prima vive secondo dikaiousunh  ( Filone, Quod omnis Probus,  159) e secondo areth/virtù ( Praem., 15), conformata alla legge di Mosè, secondo le norme del Dio di Abramo, di Isacco e di Giacobbe, con cui ha una particolare relazione con un patto eterno; la seconda è un ethnos misto, contrassegnato da pleonecsia /cupidigia,  in quanto  cerca  di più  il personale guadagno (Spec. 4,5)  e vive secondo una pratica di vita mediana così da servire due padroni (Dio e i romani), pur coscienti di essere ancora   una stirpe sacerdotale, amata da un pateer provvidente, che è numen confuso con il theos  romano-ellenistico…
Filone in Vita Mosis I 324 mostra  come il genos ebraico sia  per natura isotimos , paritario,   anche se evidenzia che ci sono alcuni che nella divisione delle terre bramano di più,  andando oltre i limiti  e le misure stabilite  per mantenere il kosmos  e per l’equilibrio intimo e per  la convivenza sociale.

Il filosofo rivela di conseguenza la presenza di anisotes ineguaglianza ((De Vita contemplativa, 70)  con  l’atacsia disordine con indisciplina  oltre  che di adikia  ingiustizia e di akolasia sregolatezza in opposizione a soophrosunh….
Non è, comunque, facile delineare l’area geografica  parthico-palestinese, entro cui ci sono zone interamente pagane con popolazione di diversi credi, mentre è più facile rilevare la comune matrice oltranzista (fondamentalista, direi)…
Quale  sia esattamente la zona abitata al confine dai giudei non è facile rilevarlo, anche se si conosce, grosso modo,  tutto il territorio di confine lungo l’Eufrate: essa comprende un’ampia zona non ben delimitata ed abitata, a macchia, da ebrei  che hanno fatto proselitismo, da secoli e che si sono diffusi al di qua e al di là dell’Eufrate, più a Nord che a sud: la ricostruzione di queste zone giudaiche  intorno ad un centro specifico potrebbe essere un grande lavoro al fine di capire la funzione di Methorios e la diversa applicazione differenziata  del Tokos (interesse) tra fratelli e  tra ebrei e pagani nelle zone di confine.
Una zona  dovrebbe essere quella  intono a Nisibi  e Neerda  lungo il corso del fiume, fino alla confluenza dei due fiumi, a Ctesifonte e Seleucia  con una popolazione ebraica  superiore a quella dei  giudei di Palestina …
Dalla fine del III secolo a.C. è attestata una famiglia, quella dei Tubiadi che svolge una funzione methoria  di raccordo  e di unità tra il popolo diviso nel territorio, seppure tenuto legato  da convenzioni specie religiose,  ed unito dal tempio di Gerusalemme fino alla distruzione del Tempio…
Filone probabilmente ha di mira il potere dei Tubiadi che avevano tentato di creare un stato cuscinetto tra Siria e  Egitto nella zona dell’ Ammanitide, ( Flavio, Ant Giud. XII, 230.233)  di cui oggi si hanno le rovine in Araq el Emir (un impianto monumentale comprendente  un lago artificiale, grandi saloni, parchi, grotte scavate  nella roccia e una rocca Birta – in aramaico –swr– torre in greco= phrourion)….
Probabilmente Giuseppe ed Hircano  uomini della tradizione giudaica egizio -tolemaica, sopportati da Antioco III e da Seleuco  avevano costruito una loro sede templare con trapeza  in concorrenza con quella gerosolomitana .(cfr M. Hengel,Giudaismo ed ellenismo, Paideia ,2001,  555-562)…
Nel caso di ritrovamento di monete, come Jehud  di Elefantina si potrebbe meglio sapere le relazioni tra i due stati ,come si rileva tra Nubia ed Egitto. Cfr. A. Vincent , Religion des Judeo-Arameans d’Elephantine  i937, 562 ss passim…
Comunque, allo stato attuale è solo ipotizzabile la volontà di creazione di uno stato  di confine, la cui grandezza non è conosciuta  e di cui non è neanche pensabile una ulteriore estensione al territorio palestinese, saldamente in mani romane, seppure  sia arguibile uno stato filoromano methorios come l’Armenia minor, al di qua e al di là dell’Eufrate, come forse doveva essere quello di Erode il grande, se ci fosse stata la conquista della Parthia nel 20 a.C…
I ritrovamenti del Papiro Rainer  e i papiri di Zenone mostrano come i telonai che derivano dalla cleruchia  tolemaica di Tobia  agiscano a Tiro e a Gaza  ed evidenziano rapporti  e probabili collegamenti col tempio di Gerusalemme, oltre a quello con la Birsa: sono telonai di origine sicuramente giudaica? E’ certo che essi sono attivi e a fianco o di Giuda maccabeocontro i siriaci, da cui sono sterminati (sembra)  tutti quelli  che sono tra i tubiadi ( Oi ontes ent tois Toubiou) , nonostante un’azione protettiva del capo giudaico a Xaraxs … Il legame militare e finanziario-economico tra i maccabei e i tubiadi non sarebbe spiegabile, se non ci fosse un medesimo credo religioso con un comune linguaggio …
Inoltre bisogna ben capire la funzione del giudaismo nel regno di Parthia, nel periodo di occupazione romana della Iudaea,  nel quadro della confederazione di stati parthici: i giudei sono diffusi in ogni stato confederativo con maggiore o minore  popolazione  ed hanno in alcuni un grande rilievo, in altri minore,  in altri  quasi nullo e quindi  svolgono un ruolo diverso in Mesopotamia rispetto a quello svolto in Adiabene, Armenia Minor e Perside…
Neanche si conosce il funzionamento del sistema amministrativo parthico che, però, dovrebbe perdurare in  quello  lagide  in alcuni stati e  in quello seleucide in altri: si sa, comunque, che  per un certo periodo è solo seleucide fino a Antioco Epifane IV  che desidera estenderlo a tutta la Celesiria  o in territori semiautonomi, secondo i principi ellenistici.
Queste zone, cadute , poi, sotto gli asmonei sono  ritenute autonome  sotto Pompeo e Gabinio: non si conoscono se i diritti sono vecchi, cioé quelli acquisiti sotto i lagidi e sotto i seleucidi e mantenuti sotto gli asmonei…
Di una cosa si è certi che nella zona molte città hanno diritti ibridi poi codificati in epoca romana,  ma la loro tradizione è  quella ellenistica .
cfr.  Flavio che cita Strabone  (Ant giud. 14,75-78 ,   e Flavio stesso  Guerra Giudaica  1 ,156-166),..

Inoltre, si sa che in Palestina quattro etnie  (giudei, idumei, gazei e azotei)  vivono mescolati ai siri , celesiri e fenici.
Dalla corrispondenza di Zenone Cfr papiri di Zenone in A Momigliano, I tubiadi nella preistoria  del moto maccabaico in Atti della reale accademia delle scienze di Torino  ,67 (1931/2) 174 s.) si rileva l’apparato amministrativo in Idumea, mentre  si conosce un gruppo di giudei sotto i Tolomei  considerato come somata laika eleuthera.
Mentre la funzione del tempio di Gerusalemme è da stabilire se è secondo la struttura vecchia  tolemaica o quella lagide prima della grande  crisi di Giasone 175 a.C….
Ora, comunque sia la questione, Filone in epoca  tiberiana e Caligoliana considera il termine Methorios  come basilare in senso giudaico e dà significato  secondo la valenza già acquisita in epoca lagide, seleucide ed asmonea.
La comprensione può essere difficile, ma diviene possibile se si tiene presente la cura/epimeleia di una basileia nei confronti del tempio e dei templi in genere.
Filone sposta ora in una nuova situazione storica  quella dell’universalismo romano quiritario, connesso con la basileia romana secondo le impostazione di Areio Didimo,  che ha visto in Augustus Sebastos, Zeus, venerabile come datore di vita e come adresteia sorte stessa eimarmene,  e per di più nomos empsuchos  per tutti i cittadini dell’ecumene….
Ora Filone vedendo la situazione giudaica compromessa nel dopo Seiano (dopo il 18 Ottobre 31 ), rivendica un ruolo per il giudaismo ellenistico, distaccandosi per quanto è possibile dal giudaismo palestinese ormai schierato in senso antiromano…
Se suo nipote  Tiberio Giulio Alessandro si schiera totalmente da parte romana apostatando, lui tende invece ad una azione methoria  dopo aver mostrato la singolare impostazione methoria del giudaismo ellenistico nel suo insieme con l’ idea  di uno stato cuscinetto tra Barbaroi e  Romanitas ellenizzata.
Sulla base degli esempi dei Tubiadi e di suoi antenati oniadi propone questa nuova forma  methoria a cui dà anche specificamente un valore morale  secondo una linea di interpretazione etica in relazione a Mosè stesso theophiles / philotheos  complementari per l’unità della figura  stessa del profeta-sacerdote,  legislatore e basileus.
Egli è diviso tra l’amore  verso Dio e amore verso il popolo  e nell’incertezza è a metà tra due opposti oosper epi plastiggos     (come in una bilancia ) Vita di Mosè, III,153.
Filone sembra congiungere varie forme della cultura giudaica e le ingloba in una propria sincresi  che potrebbe essere originale ai fini d in un’ armonizzazione ed integrazione   con  la romanitas, specie nel momento critico dell’impero di Caligola.
Filone, perciò, si pone da una parte secondo la struttura greca e da un’altra secondo quella della tradizione di Neemia ed Esra , essendo lui stesso, erede della famiglia oniade,  methorios tra due culture differenti  e quindi vuole essere mediatore culturale, sacerdotale, pontefice e sviluppa la theoria dell ‘ameicsia  tipica del sacerdozio mosaico…

Filone aggiunge che il sacerdozio mosaico sottende un sacerdozio universale di tutta la la stirpe giudaica che, essendo  intermedio, svolge una funzione di congiunzione tra Dio e il popolo/ l’uomo  in genere laico.

La funzione ripresa dal cristianesimo  col suo papato cattolico romano e dalla cultura occidentale, di razza  bianca, diventa theoria delle élites di inizio Novecento  (Cfr. L’altra lingua l’altra storia), che autorizza il colonialismo, in una ripresa dell’elezione ebraica …

Il termine methorios  sottende una  ben precisa  struttura organizzativa giudaica ellenistica quella della trapeza,  dell’emporion, e della sua dislocazione in terra al confine,  dopo apoikia, dopo aver mandato una colonia, come già fatto in epoca lagide e in epoca seleucide, in epoca asmonea  e  come facevano  a loro modo gli erodiani, insomma l ‘élite della società giudaica ellenizzata che viveva in mezzo ,tra i goyim e che  si era adattata, in modo methorios, facendo effettivamente  gli intermediari  finanziari
Ho potuto rilevare che  Roberto Radice e forse ancora di più  la Kraus Reggiani abbiano intuito qualcosa del  valore di Methorios  proprio perché  più attenti al lavoro di traduzione  e più legati al testo del direttore Giovanni Reale , hanno letto con qualche altra valenza il termine (Cfr Filone,  Commentario allegorico  alla Bibbia, Rusconi 1994) …
Specie in De Iosepho, comunque,  Filone mostra la funzione  methoria  proprio del sacerdozio sadduceo e di tutte le forme derivate  da quella dei Tubiadi e degli oniadi evidenziano il ruolo politico

(25.148. Certo in modo simbolico si dice salire sul secondo dei carri regali per questo motivo. Il politico è detto secondo del re (ta deutereia pheretai  basileos).Infatti non essendo né privato né re è al confine tra i due (methorios), migliore di un privato cittadino per potere,inferiore di un re assoluto, soggetto a un popolo re, per il quale preferisce fare ogni cosa con fede pura e lealissima.)…
Fatta questa premessa tra le due letture di base del termine cerchiamo di capire da dove effettivamente sia derivato il termine nella concezione giudaica e chi per primo tra i giudei  lo abbia usato: senza dubbio i tubiadi prima  e poi gli oniadi hanno dato il significato in senso commerciale in quanto hanno svolto una precisa funzione in zone di confine., sia tra i Parthi e  romani,  che in zone dell’India…
Gli oniadi, poi, avendo fatto apoikia e quindi vivendo in mezzo a pagani, esercitando l’usura  hanno svolto in epoca romana  una precisa funzione di intermediario finanziario ai confini tra l’impero romano e zone semi barbariche in cui esisteva  una moneta diversa, applicando forme diverse di interesse  in relazione al cambio…

Gli oniadi , inoltre, essendo elementi sacerdotali, connessi politicamente con i vincitori, dovunque si trovino,e facendo proselitismo fino agli inizi del regno di Claudio, hanno piena coscienza  della propria elezione  e della loro funzione culturale in quanto  figli unici del Theos pathr,  signore dell’universo

Perciò, si può dire in conclusione che Il termine  Methorios, pur comparendo  in Tucidide  nel suo significato di base, diventa  espressione di un nuovo valore solo in Filone.
Lo  storico greco, antico,  dà , dopo la denotazione  geografico-storica, una connotazione logistico-militare.
Il filosofo giudaico, ermeneuta, esegeta biblico,  erede di una famiglia sacerdotale (che  ha  esperimentato  col sistema templare  trapezitario  ebraico, il compito di  appaltare  di phorologein  la riscossione dei tributi  per i  dominatori lagidi e seleucidi, prima, e , poi,  per gli asmonei e per gli ultimi Tolomei  ed infine per i romani,  congiunto con quello di collettivizzare  in luoghi di raccolta e di smistare con  carovane i depositi bancari  fino al Tempio di Gerusalemme,(derivati dall’ ingente massa annuale della doppia dramma, di ogni giudeo ) dà un valore  nuovo,  aggiungendo  un significato morale ad un termine  proprio del codice militare e fiscale.
Gli studiosi, specialisti,  forse, non congiungendo opportunamente l’area semantica di methorios, ed  avendo conoscenze solo teologiche di Filone,  rilevano  il valore  lessicale e l’area allegorico- analogico-simbolico-anagogica  e concludono quindi in senso  etico…
Filone,  in un’ epoca come quella Tiberiana e Caligoliana, quando critica è la situazione di tutta l ‘etnia ebraica, colpita  a morte nel suo sistema emporico e trapezitario ecumenico, sia  nella madre patria della Giudea che  nelle sedi mediterranee della Diaspora ellenistica usa il termine, a mio parere, in modo da mostrare la funzione oniade nelle zone di confine: è una difesa  (un ‘apologia) morale  che copre, sottendendo  la ragnatela bancaria e il sistema emporico giudaico, di uomini  ricchissimi, cives romani  divenuti csenoi  ed epeludes, non più  epitimoi  perché colpiti da atimia ..
Methorios, methoria, methorion, dunque,   è un aggettivo certamente  usato  da Tucidide.(460/456-395/390 a. C.) in La  Guerra del Peloponneso  due  volte, mentre è variamente usato con significato, diverso da Filone.
In II,27 lo storico ateniese dice: H de Thureatis ge methoria  tes Argeias kai Lakonikes estin/ la terra Tureatide è  confinante tra Argolide e Laconia.
Il termine ha un particolare rilievo per lo stato di ostilità continua tra la due regioni e per la situazione, creatasi nel corso della guerra peloponnesiaca,  per cui gli abitanti di Egina, scacciati dagli ateniesi, perché rei di avere causato la guerra in Locride, erano stati condotti in quella terra, per ripopolarla, dagli spartani, memori del loro aiuto nel precedente terremoto e nella rivolta degli Iloti.
Nella seconda citazione Tucidide (IV,56) parlando dei fatti  del 425 anno, in cui Brasida, dopo al sconfitta di Sfacteria, stabilisce di fare la spedizione in Calcidica  nel momento in cui  c’è l’occupazione di Tirea, il capoluogo della zona methoria  e oltre alla  cattura dello spartano Patroclo, ferito.
Lo storico intende, dunque,  con gh methoria  indicare la terra di Cinuria- Tureatide  posta al confine tra Laconia ed Argolide, marcando la difficile situazione di una zona  posta tra due stati in conflitto, e rilevando la sua funzione difensiva per la Laconia e quindi per Sparta.
Filone Alessandrino (30/25 a.C- 42/43 d.C.) usa il termine Methorios varie volte,    dà di norma una valenza significativa morale, mentre parla della figura di progrediente  in relazione al bios di Abramo e  specie di  Giacobbe per  mostrare la singolarità dell’ebreo, di un uomo che cerca e vede Dio, di uomo che combatte con Dio in una continua skepsis, secondo linee ascetiche,  in una visione ecumenica.
Su questa base  semantica Filone attualizza il termine in epoca caligoliana e lo vede nella sua crisi  e lo connota come methorios ,uomo al confine tra Romanitas e Parthia: infatti l’ebreo è da una parte romano-ellenistico e da un’altra mesopotamico, integralista ed incapace di mediare e  di mettere insieme due culture oppositive. Per Filone, invece, l’ebreo methorios è chi corre il rischio di essere bruciato tra i due estremismi, ma è anche il  saggio  che sa congiungere i due opposti e  lanciare ponti in  modo da svolgere la sua funzione di mediazione non solo culturale ma anche economico-finanziaria.

Il compito del methorios diventa difficile ed eroico  quando domina il fanatismo religioso , quando ci sono scissioni/skimmata , erides contese  e  staseis , quando c’è guerra/polemos nell’anima ebraica, dilacerata tra la cultura occidentale romana e quella orientale parthica…
Nei conflitti  tra Romanitas e Parthia  si è rilevato  puntualmente in Giudaismo Romano   un tradimento ebraico: dall’impresa antipartica  di Crasso a quella di Antonio, dalla ventilata guerra di Augusto ai Parthi nelle 20 av. C., alla volontà di invasione da parte di Caligola fino alla guerra di Traiano nel 116.
Sempre i romani sono sconfitti perché con l’esercito romano ci sono i giudei che,essendo inizialmente methorioi, poi passano dalla parte dei Parthi  dimostrando coi fatti la loro reale appartenenza al mondo mesopotamico barbarico: i battellieri ebraici che imbarcano a Nord l’esercito romano e lo portano fino alla pianura mesopotamica  in epoca traianea, dopo la sconfitta romana ad opera della cavalleria catafratta parthica, non fanno risalire i soldati romani sulle loro barche e quindi rendono manifesta la sconfitta e penosa la ritirata di Adriano  mentre Traiano è malato…
Il solo Ventidio Basso, un legatus antoniano,  ebbe la meglio sui Parthi  nel 38 av.C. perché non volle la mediazione ebraica né alcun aiuto, rifiutando perfino le guide e vinse a Gindaro, grazie ad una sua specifica scelta militare e alla capacità di evitare lo scontro con la cavalleria catafratta nemica …
Il termine Methorios, dunque, per me   è basilare per la costruzione di una nuova figura di ebreo, vilipeso perché privo di diritti civili nel mondo romano, nel periodo seianeo e caligoliano,  perché considerato gente  xenofoba,  taeterrima, perfida,  secondo una connotazione dovuta più all’integralismo palestinese che  a quella degli ellenisti,  seppure  odiosi  alle altre nazionalità con cui convivono alla pari nel Kosmos romano, perché ricchissimi ed avidi esattori della domus Giulio-claudia, che hanno organizzato un grandioso sistema trapezitario grazie all’abilità nella  riscossione dei tributi…
Nelle due opere storico-politiche In Flaccum e Legatio ad Gaium,  ed anche in De Iosepho e nelle Vite di Abramo e di Mosé, in particolare, è possibile rilevare il valore completo di methorios, seppure espresso solo in senso morale…

Ci piace  a questo punto precisare  questo ultimo punto rilevato nell’opera filoniana.
Noi riportiamo,  perciò, due puntuali citazioni di Filone, da cui si evince  la lettura di methorios come elemento  intermedio posto al limite tra due estremi, in cui il suo etimo  semanticamente diventa tipico  nei rapporti intercorrenti tra Dio ed uomo come  ricerca di equilibrio tra materia e divinità,  come  via intermedia propria di una methodos , che dovrebbe dare stabilità all’ uomo che cerca Dio  nella giungla materiale diairetica di bene/male , di sensibile/ soprasensibile di transeunte /eterno, di mortale /immortale,  di umano/ divino.
In De opificio,  135  si legge : l’uomo è al confine tra  la natura mortale e la natura immortale  perché partecipa  anancasticamente  dell’una e dell’altra in quanto creato insieme mortale ed immortale, mortale nel corpo ed immortale nella mente…
In quasi tutta l’opera di Filone è presente questa impostazione  apologetica  in una considerazione simbolica secondo l’esegesi biblica del giudeo  “spiritalis”, come i farisei e  gli esseni e, specie i contemplativi ( De Vita contemplativa)   in un rovesciamento della figura dell’ebreo/ivri – chi vede Dio   Israel , in sacerdote e quindi persona sacra che aspira a congiungersi con Dio.
Questa impostazione apologetica è ancora più palese è  in  De Somniis II,229-230:e in Peri  ths Moseos kosmopoiias , 105
Filone mostra la mente del saggio,  distaccata dalle tempeste e dalle guerre e  la vede  approdata  alla serenità in una pace profonda, come tipica di un  essere  inferiore a Dio,  ma superiore all’uomo
In questa visione Filone  è connesso con la lezione epicurea propria della Lettera  a Meneceo: ouden eoike tooi thnetooi,  anthropos   o zoon en tois athanatois agatois.
La precisazione che fa è la seguente: l’uomo di valore occupa una posizione methoria  in quanto  non è Dio  né uomo, ma un essere  legato ad ambedue  gli estremi, alla specie mortale per la sua condizione  di uomo, a quella immortale  per la sua virtù.
Da una parte  il valore epicureo, a seconda del  libero arbitrio umano,  può portare alla perfezione o alla abiezione, in relazione al  prevalere  della virtù o delle passioni; da un’altra, la via è quella dello spoudaios, del saggio che tende progressivamente al sommo bene  seguendo il paradigma di Abramo, di Isacco, Giacobbe e  specie di Mosè che è la sintesi dell’uomo perfetto(teleios).
Filone, dunque, con  methorios esprime la concezione di filosofo posto al confine tra la paideia greca e la musar aramaica, di mediatore culturale,  nella certezza della centralità  della  lettura biblica, simbolica in una sincresi di  Socrate e di Tare, padre di Abramo.
Questa fusione culturale seppure sincretica, tra cultura greca e cultura aramaica mediata dal giudaismo ellenistico, specie alessandrino, e dalla sua oikos (domus ) Oniade che aveva profonde connessione con i Tubiadi, è dominante nel periodo flavio, quando il giudaismo subisce limitazioni e viene fatto scadere in senso commerciale: il declino trapezitario  giudaico in epoca antonina produrrà staseis e neoterismoi e favorirà il ricongiungimento tra aramaici ed ellenisti, specie nella rivolta di Shimon bar Kokba…
Finito il successo dei methorioi  che, in epoca diversa, avevano fatto la storia  tra i due imperi.  ora l’ebraismo era giunto al massimo parossismo tanto da commettere misfatti inauditi: stragi a Cirene e a Cipro nella guerra di Kitos…

Eppure da Cesare  fino a Nerone  i methorioi, specie alessandrini, manovrati dagli oniadi,  erano stati utili intermediari che appaltando la gestione della riscossione dei tributi, per i romani, fecero l’ epopea mercantilistica  ebraica, maggiore di quella fatta precedentemente  al soldo dei lagidi  dal terzo secolo  fino al  II e al I secolo. in ogni parte del mondo essi cambiavano valute, in India come nel cuore dell’Africa, sulla costa atlantica come su quella della palude Meotide o su quella Caspia ,  le loro trapezai erano una garanzia per i popoli barbaroi, essendo  in relazione anche ai diversi cambiamenti politici e ai grandi rivolgimenti storici.
Essi con il sistema bancario  connesso col proselitismo grazie alle alle apoikiai (colonie),  formavano un élite di naucleroi, di emporoi, di kapeloi  ben serviti da una schiera di trapezitai e loro agenti  che timbravano e marchiavano i i tributi per il Tempio di Gerusalemme Essi per oltre un secolo erano i  rappresentanti del comemrcio ellenistico e specificamente erano cives romani  in terre lontane  riuscendo a prosperare  anche dopo la fine dei regni ellenistici, col vincitore romano, e ad aumenatre  il loro impero finanziario, che  anzi viene decuplicato nel periodo di Augusto e il primo Tiberio…
I giudei ellenisti  anche se si opponevano come scismatici al Tempio di Gerusalemme, massima trapeza, il cui controllo era necessariamente in mano romana grazie al fedele servizio dei sadducei,  avendo perfino un proprio Tempio a Leontopoli e trapezai in ogni  parte del mondo perfino oltre i limiti dell’impero romano e di quello parthico, erano l’avanguardia dell’esercito romano stesso , costituendo la base per l’ ellenizzazione, per la penetrazione nelle remote plaghe dell’India e della Cina, dell’Africa, delle fredde isole del Nord Europa
Methorios, però, risulta ambiguo proprio per la doppia nazionalità dell’ebreo che oltre alla cittadinanza del luogo di domicilio ha la cittadinanza di Gerusalemme, una cittadinanza katholikotera (più universale)  segno di diversità e di separazione rispetto alle altre etnie…

Comunque  ci teniamo a concludere definitivamente con  Filone, che  in De Iosepho ,148 sviluppando il tema della morale come politica e fissando le funzioni del politico e del suo rapporto col sovrano, con il privato e col popolo, precisa la funzione intermedia del Methorios  congiunto con o politikos (vir civilis).
Egli mostra Giuseppe salente sul secondo carro e quindi come colui che fa le seconde parti rispetto al faraone (o politikos ta deutereia pheretai basileos) quindi come un uomo non privato né re, ma methorios  tra i due  in quanto è superiore al privato ma inferiore al re per comando assoluto (autecsusion), che si serve del popolo re,  a favore del  quale  preferisce fare ogni cosa  con fede pura e che serve lealmente il sovrano…

Il Methorios di  Filone  risulta, allora, eguale a quello di Flavio Bios , 22, 105 kai de pempsantes  pros Ihsoun ton archilesten eis ten Ptolemaidos methorian, upeschonto dosein  pollà chremata ..  Cosi avendo inviato un messaggio a Gesù il capo brigante, nella terra di confine di Tolemaide  promisero di dargli molte ricchezze … uomo che vive in una terra di confine -dove si scontrano due auctoritates  quella romana e quella di un’ecsousia di un capobrigante  cioè di una zona franca, dove  esiste solo un potere locale,- in cui il trapezita  è garanzia di un superiore potere economico e finanziario…

La chiesa cattolica romana è erede di tale cultura methoria: il  pontificato  svolgendo la sua funzione sacerdotale, ha vanificato dapprima la potestas imperiale  di Roma, perché demoniaca,  poi il potere politico regale popolare, del popolo- re, minando ogni democrazia, creando la massima ingiustizia sociale  sulla base di un  privilegio  ebraico, di un Theos pathr provvidente…che ha un patto di alleanza col suo popolo, bianco, ebraico cristiano …

Retorica e cristianesimo

Ha ragione Nietzsche?

Secondo Nietzsche (Umano, troppo Umano) “l’origine del cristianesimo sta nel progetto di spacciare la sconfitta storica di Gesù, la sua morte ignominiosa sulla croce in una vittoria in un altro mondo”
Il filosofo vede, dunque, il cristianesimo come “sviluppo e prosecuzione dell’ebraismo” e considera i cristiani come uomini che “incapaci di accettare la realtà della morte del Christos, ne stravolgono l’insegnamento in senso morale” secondo la lettura allegorica farisaica e vi introducono la prospettiva del peccato, della colpa, dell’aldilà, concetti del tutto estranei ad un ebreo di quell’epoca.

E’ dunque, il cristianesimo un fenomeno, letto tragicamente,  secondo i canoni della retorica dove i fatti vengono mutati nel loro contrario, in un sistema ordinato secondo i criteri di verisimiglianza, in modo da sbalordire lo spettatore (il fedele) che rileva l’azione con mutamento (metabolh), unito a peripeteia?
Se esaminiamo i termini secondo la logica della Poetica di Aristotele (1452a 11ss ) si rileva che peripéteia è il termine centrale in una situazione mutata, passata improvvisamente da un male ad un bene, da forma, dominata da forze negative, inaspettativamente rovesciatasi tanto che, nella tragedia. si richiede l’intervento miracoloso del deus ex machina.

Il passaggio da un fatto con mutamento può avvenire secondo normale anagnoresis/riconoscimento, ma diventa miracoloso e paradossale quando si ha la peripeteia.
Il termine indica  uno straordinario mutamento situazionale, un accadimento improvviso, imponderabile, in quanto sul soggetto agente piomba addosso (peripiptoo)un accadimento improvviso che stravolge ogni cosa, in quanto si passa esattamente al contrario di quanto si poteva prevedere umanamente.
C’è in peripeteia sottesa l’azione di un Dio pater provvidente che, avendo un suo piano sul soggetto, lo realizza in modo imprevedibile, secondo una conclusione in linea con la sua oikonomia divina.

Dunque la peripeteia è un segno dell’intervento di un Dio che stravolge la storia ed avvia il suo fedele passivo, ad una sorte nuova, migliore, facendolo passare da uno stato di massima afflizione ad uno di massima felicità, dando così un compenso eterno ad un mortale che segue la sua volontà ed accetta lo stato di miseria di vita umana secondo le regole, imposte dai sacerdoti, che sono i medium (pontefici) di questo passaggio e che autorizzano coi sacramenti il graduale trasferimento dalla vita alla morte, dall’infelicità dello stato umano e terreno ad una felicità di uno stato ultraumano e celeste.

Insomma secondo il pensiero cristiano bisogna essere macerati in un ingranaggio di dolore ed arrivare ad una catastrophé tale da produrre catarsi/purificazione per conseguire poi il passaggio allo stato contrario grazie all’intervento di Dio: non c’è salvezza senza questo passaggio; non nasce la vita se non con la morte, non si sale in cielo senza la sofferenza terrena…

Il cristianesimo ha banalizzato il sistema della tragedia greca e lo ha reso popolare, anzi ha fatto si che ogni uomo debba subire la massima forma di dolore o sofferenza o afflizione terrena per aver un premio infinitamente maggiore in un altro mondo, come compenso del quotidiano travaglio di vita: dare eternità di vita come promessa per una vita effimera, dominata dal male, sofferto rassegnatamente …
E’ questo proprio il metodo dei Theourgoi/ teurgi – di cui parla Giamblico (245-325 d.C.) specie nel III e IV libro di Misteri degli egiziani – la cui funzione tra gli uomini è utile per la conoscenza del futuro.

Essi insegnano una pratica di vita ascetica progressiva…
I cristiani in epoca costantiniana e poi teodosiana, influenzati o condizionati dal pensiero del filosofo platonico mettono insieme Theamata theia (visioni divine) e theoreemata episteemonika (osservazioni scientifiche) proprie dei teurgi in modo che Christos sia chreestos /utile perché l’élite sacerdotale sia guida morale pari ai maestri di Teurgia.

I sacerdoti come i teurgi, quindi, cercano un metodo di conoscenza irrazionalistico, teologico da una parte e da un’altra uno razionale epistemico, capovolgendo ogni sistema ed ogni struttura con la duplice loro via di indagine logica e mitica…secondo procedimenti retorici, basati  sull’asse metaforico mediante la similitudine, -che passa  direttamente  alla metafora (esempio: donna splendida  come il sole, soppressione di splendida e come e quindi  risultanza di assimilazione dei due termini apparentemente di aree diverse ed incomunicabili, La  donna è  sole) – o su quello simbolico ed allegorico, dove il secondo termine, quello di paragone può diventare e soggetto mediante inversione o rimanere predicato nominale   in quanto sono equiparate le due sostanze reali (sole e donna), poeticamente e religiosamente,  in quanto   ambedue sono sumbolon  ed hanno infinite possibilità di scambio ed autorizzano alleegoria, un dire diverso da quello  che deve essere inteso (esempio  agnello divino = Dio/agnello),  specie nel corso della ripetizione rituale  e cultuale, specie se  in sette o in folle  di fedeli, riuniti in manifestazioni sacre, presiedute da sacerdoti ….
Dunque, Nietzsche ha ragione?….
Non è proprio come dice Nietzsche, ma il filosofo aveva ben individuato il problema ed aveva visto la derivazione dall’ebraismo del cristianesimo cioè del Regno di Dio, come di una cellula ebraica antiochena, anche se non rilevava la differenza con l’altra del tutto ebraica e rimasta pura, quella del Regno dei Cieli, confusa poi, dopo la vittoria definitiva del cristianesimo, con l’altro Malkuth/regno…

Nietzsche ha certamente capito la funzione del sacerdozio, simile a quella dei rabbini del periodo talmudico, che facendo la peripeteia promettono un eterno premio al mortale che soffre e vive la quotidianità di vita nella sofferenza: lui autore di La nascita della Tragedia e professore di greco ha piena coscienza dei termini e mostra la funzione arbitraria di una classe intermedia sacerdotale tra uomo e Dio tanto avida da svolgere un ruolo tra i credenti e la divinità, convinta di operare per il bene dell’uomo, in attesa della fase del suo adultismo

La funzione methoria/mediatrice del pontefice, come quella del rabbino e come quella del teurgo, ha in comune lo stesso procedimento, quello della peripéteia: l’inganno/panourgia è nel capovolgimento delle strutture: Paolo di Tarso ne è il sublime interprete.
E’, dunque, il cristianesimo (il Regno di Dio) davvero una forma ebraica ed ellenistica, (costituita da retori fruitori di doppia cultura che già nell’ambiguità del nome si classificano) che trova la sua applicazione nella peripeteia, in una sincresi forzosa di elementi giudaici e di formule ellenistiche?

Secondo me, questo è il cristianesimo, ma non so se è “la più nichilista di tutte le religioni ” o è “una religione, come le altre”, che si basa su un popolo -bambino che crede alle parole di chi ha privilegi, in quanto clero, che capovolge ogni sistema e lo stravolge in nome di Dio, facendo il proprio interesse.

So, però, che il clero oniade (discendente da Onia III), alessandrino, imitando la perfezione/teleioosis di Mosè, con la sua attività bancaria e con la sua perfetta economia- penetrata in ogni parte dell’impero romano- ha, comunque, creato questo sistema religioso.  Esso, più di quello gerosolomitano, più di quello essenico, incorporatosi nel sistema romano ellenistico, prima nel II secolo  e poi come fenomeno cristiano con Costantino ed infine con  Teodosio, si è sempre più radicato tra i vari popoli…, approfittando del nomen di Roma,  eterna in Occidente e in Oriente,…grazie  anche ad un’ educazione impartita fin dalla prima infanzia …

Un Dio tragico: aprosdoketon e peripeteia in Historia

Un Dio tragico

Pasa episteemh khoorizomenh dikaiosunhs kai ths allhs areths, panourgia, all’ou sophia phainetai/ ogni sapere, disgiunto da giustizia e da altra virtù,  sembra raggiro, non sapienza.  Fozio,Gnoomai 245.

Ho sempre pensato che il Dio cristiano abbia più una connotazione militaristica e tragica -in quanto è un dio arcaico ebraico- che quella universalistica e provvidenziale, successiva, della filosofia platonico/stoica….

Costantino, imperatore d’Occidente, vincitore nikeths  su Licinio, imperatore d’Oriente, capace di riunire l’impero romano,  è personaggio controverso, data la sua nascita bastarda, vista la sua educazione militare, considerata la sua ferocia:  vede solo nel Theos , Jhwh sebaoth  dio degli eserciti,  il proprio numen tutelare, come Christos giovanneo…

Perciò, l’imperatore, sotto il consiglio dei suoi intellettuali (specie Osio di Cordova e  Lattanzio) innesta,  grazie anche allo storico Eusebio di Cesarea, il cristianesimo sulla tradizione  giudaica biblica, già collaudata, dopo Marcione,  che ne era stato fiero oppositore sulla linea della paternità divina, congiunta con la metrioths/moderazione ellenistica…

Il Theos  giudaico del Vecchio Testamento è crudele e spietato contro i nemici, ma è anche un dio tragicamente assetato di sangue, direi, sadico, desideroso di sconvolgere i piani del razionalismo della creatura umana, che procede secondo logos  nella costruzione della storia privata e collettiva.

Con thaumasia/miracoli  e terata/ prodigi  il theos scardina la normalità di vita,  sconvolge ed abbatte il regolare flusso  temporale di vita, storico,   e lo snatura.
La divinità non solo sconvolge i piani umani, ma improvvisamente li capovolge,  dimostrando di essere il solo padrone della storia  e lo fa secondo canoni propri della tragedia, avendo bisogno di vittime

L’uomo, entusiasta, teso verso l’alto,   stordito dalla katastrophh, è costretto a ridimensionare i suoi piani di elevazione  spirituale, e si prostra riverente davanti alla grandezza del numen e alla sua epiphaneia, e alla natura stessa, simbolo della divinità, in una volontà di purificazione della propria  ubris/superbia  di creatura rispetto al creatore…

Questo avviene non solo nei processi  storici  e nelle vite di grandi personaggi, ma anche negli  accadimenti naturali  come maremoti,  terremoti,  eruzioni di vulcani, inondazioni,  glaciazioni,  e nelle staseis  rivolgimenti sociali e politici o come le rivoluzioni popolari, i cambiamenti cruenti di governo, le formazioni di stati  ecc…

Non solo ai vertici  delle gerarchie sociali e politiche, laiche ed ecclesiastiche, ma anche a livello popolare  il theos applica la sua legge  indistintamente  accomunando tutti i mortali, nati per morire.

Ogni creazione stessa  umana  è labile, transitoria, destinata a crollare, comunque sia la costruzione, già inficiata  dalla sua stessa materialità e dai limiti del costruttore stesso, nonostante la  riconosciuta geniale perizia…

Il theos esprime con il cambiamento improvviso la sua legge provvidenziale, imperscrutabile,  rivelando un altro disegno diverso da quello umano, un‘altra storia…

Ma la provvidenza/pronoia, che stabilisce l’ oikonomia tou theou, esiste veramente in quanto esiste un Dio creatore  del to olon  universo, e del to pan,  il mondo conosciuto  terreno, ellenistico e barbarico  costituito da tutti  viventi  (piante ed animali)?

Si parla, comunque,  di un Theos ellenico,  dei contadini della beozia dell’Vlll secolo,  di Esiodo che  parte dal Kaos (Teogonia 116- prootista Kaos geneto,)-  che però  dipende  dai  culti accadici ed hurriti,  derivati, anche loro, dal RgVeda…

Esiste, dunque,  kosmos con armonia / un sistema costruito ordinatamente  e meravigliosamente dalla mente del Theos,  a vantaggio  dell ‘uomo, razionale e loquace,  principe rispetto agli altri elementi irrazionali  e muti  del creato?

Ma,  ci può essere armonia con kosmos, se c’è privilegio dell’uomo e dell’ebreo-cristiano  sugli altri ?!

Non ci sarebbe omonoia, neanche se imposta  dall’alto, ma solo principato di una specie . La pronoia di un Dio, giusto  distributore  di sorti,  potrebbe non esserci perché esiste l’irrazionale anagkh del destino,  da cui dipende la vita dei viventi in Natura, indistinti, capaci  da soli, secondo processi evolutivi, di organizzarsi in relazione agli ambienti  e ai climi e al suolo stesso  e alle diverse latitudini.

Potrebbe valere solo h eimarmene sorte, destinata ad ognuno di noi, senza intervento di nessun daimon, regolata automaticamente  senza merito e casualmente,  tipica dell’uomo e  di ogni vivente di ogni parte del mondo e dell’universo?

Se il pianeta Terra  è, nel sistema solare, con la sua Luna,  solo una pars minima del Creato, galattico ed extragalattico, costituito da miliardi di astri, non certamente esseri angelici,-come riteneva il mondo antico- ma mondi  dotati di energia vitale, infinitamente più grandi del nostro stesso intero sistema solare,  perfino nei buchi neri, come possiamo avere ancora una concezione ellenistica tolemaica, anche se  aggiornata in senso copernicano ed einsteiniano, basilare per i sistemi religiosi occidentali cristiani?

Tra  i tanti  elementi  antitetici, contrastivi e  contraddittori,  connotanti il sistema retorico classico-giudaico cristiano, teso  verso la spiritualità come elevazione morale,  ektheosis/ indiamento e  telioosis/ perfezione,  disgiunta nettamente dalla realtà  umana popolare, volgare e materialistica,  discriminata come ilica, mi piace sottolineare  come il Dio cristiano operi secondo i processi dell’aprosdoketon  e della peripeteia, che sono fenomeni retorici, propri  del romanzo e della tragedia.

Aprodookhton da aprosdokao esprime un valore di inatteso, inaspettato ed imprevisto e si dice di qualcosa – che l’uomo, pur nella sua razionalità e normalità, non può prevedere – che capita improvvisamente non solo come calamità naturale, ma come evento  straordinario privato.

Infatti l’uomo costruendo, in modo personale, se stesso e facendo un suo percorso, fabbrica un  futuro, poco a poco, e vede giorno dopo giorno la sua opera crescere  come cultura individuale, come  famiglia, come  relazione sociale, come  possibilità di proiezioni  in varie direzioni, anche in senso  commerciale, secondo la logica dell’aspettativa umana, connessa con il naturale evento di successione cronologica, come se fosse possessore del suo tempo, pur breve, avendo, comunque,  moderata fiducia  e  speranza compatibile con l’età, nella convinzione di un’eternità genetica.

Così facendo, pur senza salti utopici, l’uomo, arrogantemente usurpa, si dice, natura e tempo, quasi fosse superbo della sua personale  costruzione, convinto del suo genio creativo,  che è risultanza di una vita realmente vissuta e di una continuità di lavoro, come se fosse realmente pars divina,  perché educato religiosamente  come figlio di Dio, padre,  di cui  ha  sacro timore, secondo la tradizione giudaica.

Il mondo classico parla, allora, di phtonos theoon, invidia degli dei e il cristianesimo di vendetta di Dio sul superbo arrogante.

In latino  il concetto  retorico di aprosdoketon  è espresso come fulmen in clausola o come in cauda venenum, come se l’autore – di solito è  Marziale  che lo usa –  facesse un’operazione di una stoccata conclusiva finale, come  di un fulmineo colpo  di un gladiatore che chiude definitivamente la partita proprio quando stava per soccombere, come di uno scorpione che, alla fine, vince colpendo col suo mortale veleno caudale.

I latini sono uomini convinti di essere ognuno faber suae quisque fortunae, anche se rilevano la disgrazia di Emilio Paolo vincitore fortunato a Pidna, trionfante su Filippo V, re di Macedonia, rimasto senza figli maschi, pochi giorni dopo il suo trionfo (due gli morirono naturalmente  e gli altri  legalmente perché erano stati adottati da famiglie prestigiose)…

Dunque, aprosdoketon è usato  specialmente nell’epilogo di un epigramma e di una vicenda comica o tragica   e  vale in effetti come una battuta finale inaspettata, paradossale, che stupisce il lettore o lo spettatore che ne rimane sbigottito: l’ekplecsis  è lo stato finale di chi, colpito, resta intontito come fuori di sé per qualche attimo, tanto che  l’autore del Peri upsos  parla di Ekstasis/ fuoruscita di mente.

Il Dio cristiano per i Padri Orientali ed Occidentali, nutriti di Paolo e della sapienza evangelica,  fa la storia dell’uomo a suo piacimento ed arbitrio e porta a giusto compimento ogni cosa, facendo partorire dal male il bene, dando funzione all’inetto, dando potere al debole  sovvertendo ogni valore e considerazione umana razionale.

Dio, secondo Paolo ( 1 Corinzi)  confonde i sapienti, abbatte i potenti ed innalza gli umili…perciò per l’uomo adamitico esiste la morte,  per l’uomo che vive di Cristo esiste la resurrezione. Cristo fu risvegliato dai morti  ed anche il cristiano lo sarà. Come per un uomo esiste la morte così per un Uomo (cristiano) esiste la risurrezione…Tutto si muta,  tutto finisce, tutto si consuma, la stessa conoscenza katarghthhsetai si dissolverà….

Per i Vangeli il cielo e la terra passeranno, le mie parole non passeranno Luca 21,33; gli ultimi diventeranno primi e i primi diventeranno ultimi Matteo 20,16 …

E’ una visione escatologica ed apocalittica, propria di scrittori giudaico-cristiani, ed anche platonico-stoici, che, comunque, hanno una elpis, quella di un’altra vita utraterrena, un regno dei cieli come dimora dei giusti,  che la  conquistano con una  vita di sacrifici e di dolore,  a seguito di profonde lacerazioni  materiali,  pur circondati dal  male  e fiduciosi in Dio Padre, che sarà il giudice  che ricompenserà il breve soggiorno infelice con la beatitudine eterna.

Ora  per noi cristiani la Storia  con le sue peripeteiai, le improvvise mutazioni situazionali,  è nelle mani di Dio,  che ne  è il vero costruttore, il vero faber, unico artefice,  che  guida la nave tra le onde del mare, da esperto pilota,  mentre l’uomo creatura si illude di essere creativo costruttore, artefice della sua vita, di saper navigare il male esistenziale …

Peripeteia -deriva da peripiptoo che vale  cado circondato ( sottende  “da nemici “o “da onde del mare” , o “da fuoco”, da altri elementi pericolosi).

Dunque, peripeteia  rimanda all’idea di un qualcosa, in cui si piomba,  cadendo circondati tanto da non poterne uscire, se non dopo lungo tempo di permanenza, in uno stato di sofferenza,  e grazie a fortunate coincidenze…

Perciò, si può dire, generalizzando, che i due termini rivelano, insieme a tanti altri, il sistema retorico classico giudaico-cristiano, di cui sono strutture minime; si passa poeticamente  cioè dalla similitudine  alla metafora e religiosamente  al gioco simbolico ed allegorico  sulla base di due termini che sono messi insieme arbitrariamente, in quanto appartenenti a due aree semantiche diverse.

L’artificialità classica  poetica, se diventa consuetudine di vita mediante canto o rappresentazione  e  risulta rito ripetuto,  specie da masse guidate da un sacerdote,  trasforma i due termini da elementi complementari e  formali in sostanze reali assimilate e divinamente congiunte  in un unicum…

Gesù è per il cristiano nella quotidianità di vita come la manna nel deserto, …Gesù  è manna eterna rispetto alla manna caduca terrena,... Col rito della memoria dell’ultima cena,  Gesù diventa il pane della vita, data la continuità rituale , la ripetitività del fatto in comunità ecclesiali e il predominio culturale della romanitas, anche se in forme cristiane…

Perciò, la coscienza terrena quotidiana del male, che circonda  la luce come tenebra  e con  esso  la non presenza della dike giustizia, dell’armonia, del kosmos,  ha conformato l’uomo in senso manicheo... chiuso tra Dio e il suo antagonista, simbolo di luce e di vita il primo, di tenebra e di morte il secondo…

Allora, così circondato, io-mortale – a cui il sapere sacerdotale, teologale, scisso da giustizia, sembra un raggiro e non sapienza– sono incline a pensare non a un Dio ordinatore, pater, costruttore,  venuto perfino a salvarmi su questa terra,  a redimermi da peccati originali,  ma al Caos datore di  Bios vita e  di amore, nel suo vortice senza principio e senza fine, in cui si scontrano  e  si fondono gli opposti nel magma del divenire, in senso vitalistico infinito, autogenerantesi, in una continuità creativa.

La presenza oggettiva di male  come ingiustizia, come mancanza di armonia e kosmos  mi turba  tanto da farmi pensare che ogni disarmonia,  ogni forma ed ogni suo contrario, convivano in un unicum informe con tutte le forme difformi, ibride, innaturali, mostruose, prima ancora delle  idee  rappresentative  del mondo  terreno, secondo ottica antropologica, prima degli inizi dei tempi, come trionfo del Caos.

Un ribollire caotico di pulsioni primordiali  è  preferibile, come concezione,  ad un kosmos classico giudaico/cristiano…

D’altra parte classicismo e giudaismo hanno creato i miti  con la tragedia, col romanzo, con la Sapienza,  con la Bibbia,  con ogni forma letteraria collegata con la cultura manichea, antitetica,  e con essa la  retorica della theoria, che risulta una spettacolarizzazione di ogni cosa naturale, capace di attirare  e dilettare  e di insegnare l’esercizio   della mimesis/ imitazione dei modelli,  paradigmi di vita teatrali.

Ambedue, comunque, dipendono  culturalmente, data la vicinanza geografica dalla civiltà accadico-hurrita, influenzata dal RgVeda induista.

Genesi 1-2   sembra  dipendere da un testo cuneiforme del XIII secolo che tratta di tre re degli dei – Alalus, Anu e Kumarpi prima del sorgere del tempo cfr P. MERIGGI,in Atenaeum XXXI,1953,pp.101-103 , come  anche Esiodo per la nascita di Urano, Crono e Zeus :  in principio Elohim creò il cielo e la terra. E la terra era deserta e vuota e le tenebre erano sulla superficie dell’abisso  e lo spirito di Elohim aleggiava sulla superficie delle acque…

La cultura ebraica, con Elohim (al plurale-gli dei), rimanda ad una  base politeista mesopotamica, e si lega al mondo vedico…

In Rg.,X,129, infatti, si legge Cfr. R.PANIKKAR, I Veda,BUR,2001):

in principio non vi era essere né non essere / non vi era l’aria né ancora il cielo al di là/ che cosa lo avvolgeva? dove? Chi lo proteggeva?/ c’era l’acqua insondabile e profonda?//non vi era morte, allora, né immortalità/di notte e di giorno non vi era alcun segno/l’Uno (tad ekam) respirava  senza respiro, per impulso proprio/oltre a quello, non vi era assolutamente nient’altro.// Tenebra vi era,  Tutto avvolto di tenebra / e tutto era Acqua indifferenziata. Allora/ quello che era nascosto dal Vuoto, quell’Uno, emergendo/agitandosi, mediante il potere dell’Ardore, venne in essere/ in principio Amore sorse...cfr.  www.angelofilipponi.com Creazione del mondo.

Anche, dunque, il mondo classico giudaico-cristiano sembra rifarsi ai primordi, al Caos,  in cui ogni uomo è stato  informe  e a cui  personalmente, alla fine della vita, desidero rituffarmi, nel magma fluidico dell’essere,  indistintamente, nel vuoto assoluto,  io con Stefano, mio nipote autistico, in un abbraccio informale, impossibile nella realtà…

 

Corpus Domini 1264

 

 

Transiturus de hoc mundo  è  la bolla papale, del 1264 , che istituisce  la Festa con la processione del Corpus domini  e completa il lungo processo dottrinale sulla  transustanziazione, trasformazione oltre la sostanza  del pane e del vino  in Corpo e sangue del Cristo, sancita come dogma dal  IV Concilio Lateranense del 1215, controversa  fino  ad allora  …

L’ultima grande controversia con disputa accademica c’era stata tra Berengario di Tours (1098-1188) e  Lanfranco di Bec in Normandia, poi arcivescovo di  Canterbury.

L’uno in De sacra cena adversus Lanfrancum  affermava, nel 1147, che il pane e il vino sono simboli e  non reale corpo  e sangue di Cristo come sosteneva l’altro, il suo avversario, sulla base di Paolo e di Giovanni evangelista .

Berengario fu condannato in vari Concili e alla fine  fu costretto a ritrattare  anche se per lui Matteo Marco e Luca dopo la celebrazione  del mysterium eucaristico. neppure aggiungevano fate questo in memoria di me…

ll papa  Urbano IV , Jacques Pantaléon,   istituì , dunque,  la festa del Corpus domini, la fissò per il giovedì che segue la domenica della Pentecoste   ed affidò l’ufficio rituale della solennità a Tommaso di Aquino (1225-1274), un domenicano allora in convento ad Orvieto…

Due eventi sono alla base di tale festività: uno storico, la battaglia di Montaperti , 4 settembre del 1260, vinta dai Ghibellini  senesi contro i guelfi fiorentini; uno  mitico-religioso del miracolo di Bolsena.

E’ opportuno spiegare i due eventi contestualizzandoli, da una parte nell’Italia centrale, in Toscana,  lacerata tra ghibellini, filo -svevi e guelfi, filo-angioini, in un revisione seria non solo dei fatti avvenuti  in quel quattrennio , specie religiosi,  ma anche  dei ruoli e delle funzioni degli uomini, implicati nella storia…

Alessandro IV (1256-61)  è  papa  favorevole ai fiorentini e contrario ai senesi, ostile  alla politica  imperiale  di Manfredi, figlio di  Federico II e di Bianca Lancia , molto legato con  i diplomatici  di Luigi IX e di suo  fratello Carlo di Angiò  e profondamente connesso con i movimenti religiosi gallicani…

Alla sua morte nel 1261,  i cardinali  presenti ( circa otto o nove) ,  sono lontani da  Roma, -dominata dalle potenti famiglie romane, che insieme col popolo dovrebbero, secondo lo statuto di papa Gregorio VII,   ratificare la nomina ufficiale, fatta dai cardinali, nonostante le tante elezioni illegittime – e risiedono  ad Orvieto  e non riescono a puntare decisamente su  un nome.

Dopo lunghe e vane trattative due cardinali, Riccardo Annibaldi e Giovanni Gaetano Orsini, indirizzano gli altri sulla persona di un prelato non facente parte del collegio cardinalizio, il patriarca di Gerusalemme.

Questi, venuto  da Viterbo ad Orvieto, per relazionare sulla situazione della città santa,  -ormai circondata dagli Ayyubidi  egizi , rinvigoriti dopo la vittoria sui crociati di Luigi IX,  non più protetta dalle navi  dei genovesi e dei veneziani, in lotta fra loro per interessi commerciali- è sorpreso dalla nomina, ma accetta.

L’eletto, proclamato papa  dopo molte reticenze, è un francese che viene chiamato Urbano IV e prosegue nella linea politica del suo predecessore.

Questi, legato da decenni alla politica  del re di Francia e  favorevole al riformismo religioso francese,  è  incline a considerare il sacramento della Eucarestia  sulla base teologica del pensiero  di Tommaso come  essenziale per il cristiano che,  grazie alla  transustanziazione  – cioè alla trasformazione  e al vero passaggio, ad opera dello Spirito Santo, dalla sostanza naturale della  materia del pane e del vino alla sostanza del  corpo e del sangue  di Christos, -può nutrirsi  con un cibo divino e vivere divinamente.

Per  Tommaso (De venerabili sacramento altaris), infatti, non solo  la sostanza del pane  rimane  intatta,   pur trasformata in Cristo, pur restando integri gli accidenti e le qualità del pane ,  ma anche resta unitaria  come corpo di Cristo, anche se il pane si duplica o si fraziona in parti  per la distribuzione ai fedeli e a causa del frazionamento, fatto dal sacerdote …

La bolla papale e la  politica romana  sono tipica espressione della superiorità  del guelfismo con gli eserciti in formazione di Carlo d’Angiò, grazie ai banchieri toscani,  destinati alla vittoria a Benevento (1266) e  sottendono l’investitura angioina, nel Meridione d’Italia  a scapito degli  svevi  e una serie di dispute teologiche,  anche se già sopite, dopo l’ultimo concilio lateranense.

Eppure  Giovanni (Vangelo, 13,1-20 )   durante la lavanda dei piedi, nell’ultima cena , mostra il Cristo,  che invita i discepoli a lavarsi i piedi reciprocamente, senza fare distinzioni e dice : upodeigma gar  edooka umin  ina, kathoos  egoo epoihsa, umin kai umeis poihte/io infatti vi ho dato un esempio  perché ,come ho fatto io, facciate anche voi… Si noti che in questa sede   viene usato upodeigma che vale  modello, esemplare  per chi imita nel rifare le stesse azioni.

Giovanni (6,1-14) in altra situazione, dopo la moltiplicazione dei pani dopo il monstrum del camminare sulle acque,  mostra  Gesù che parla  del pane della vita  ricordando a chi lo segue : voi mi cercate non perché avete visto prodigi,  ma perché avete mangiato dei pani  e vi siete saziati : procuratevi non il cibo che si consuma  ma il cibo che dura per la vita eterna. quello che vi darà il figlio dell’uomo, perché il padre, Dio, segnò lui col suo sigillo…

Giovanni seguita, mettendosi dalla parte dei discepoli, che chiedono  di quel pane che scende dal cielo e che dà la vita al mondo ed  aggiunge che  Gesù , tra i mormorii della folla, dice: io sono il pane della vita,  chi viene a me non avrà più fame e chi crede in me non avrà  più sete …  io sono il pane disceso dal cielo  e ribadisce, mentre crescono i mormorii  6,48 : chi crede ha la vita eterna.  Io sono il pane della vita, i vostri padri mangiarono  la manna del deserto  e morirono . Questo è il pane che scende dal cielo perché chi lo mangia non muoia. Io sono il pane vivo disceso dal cielo. Se uno mangia questo pane, vivrà in eterno. E il pane che darò io  è la mia carne  per la vita del mondo. A queste parole, sorte questioni,  Gesù così risponde: se non mangiate la carne del Figlio dell’uomo e non  bevete il suo sangue non avete la vita in voi . Chi mangia la mia carme  e beve il mio sangue ha la vita eterna ed  io lo risusciterò. nell’ultimo giorno… 

Poi Gesù, rispondendo ai giudei che dicono che i loro padri mangiarono la manna come pane venuto dal cielo e morirono, afferma: in verità in verità vi dico: se non mangiate  la carne del figlio dell’uomo e non bevete il suo sangue  non avete la vita in voi. Chi mangia la mia carne  e beve il mio sangue  ha la vita eterna ed io lo risusciterò  nell’ultimo giorno. Infatti la mia carne  è vero cibo  e il mio sangue è vera bevanda  Chi mangia la mia carne  e beve il mio sangue dimora  in me ed io in lui. Come il padre  che vive, ha mandato me ed io vivo  a causa del Padre, così chi mangia me, vivrà anche lui a causa di me….53-58 

Ancora di più  nel corso dei secoli  ci sono  contrasti   sulla tradizione eucaristica  di Ireneo (130-202) e di altri , che poggiano la loro  lettura  più che  sulla base di Luca 22,7-38 ,  di Marco 14,12-25 e Matteo, 26,17-29,   su quella di Paolo 1 Cor.,11,23-26.

I tre evangelisti, sinottici, infatti,  hanno, grosso modo,  la stessa terminologia, ma non hanno fate questo in memoria di me: preso del pane e, benedettolo,  lo spezzò e dandolo ai discepoli, disse: prendete e mangiate: questo è il mio corpo  Poi, preso il calice,  dopo avere reso grazie, lo diede  loro dicendo:  Bevetene tutti poiché questo è il sangue dell’alleanza  che viene versato per molti  a remissione dei  peccati.

 Dunque, solo Paolo racconta il fatto della cena del signore 1Cor.11,17-34 nel quadro di una situazione  difficile, in cui sono necessari rimproveri per i dissensi e per le depravazioni  dei Corinzi, indicazioni prescrittive precise sul matrimonio e sul celibato  e sull’uso delle carni sacrificate per gli idoli, in una volontà di proporre un modello di vita (siate imitatori  miei, come anch’io lo sono di Cristo/ mimetai mou ginesthe, kathoos kagooo Khristou).

Tutto il discorso, comunque,  è in relazione alla volontà di  riportare l’ordine nella assemblea  tanto  che il tarsense aggiunge:  Gesù prese del pane e dopo aver reso grazie/ eucharisthsas,  lo spezzò e disse: questo è il mio corpo per voi /touto mou estin to sooma to uper umoon;  fate questo in mia memoria  /touto poieite  eis emhn anamnhsin. Ed ancora  Paolo narra che Gesù, dopo aver fatto altrettanto col calice, dopo aver cenato dice :questo calice è il nuovo patto ,nel mio sangue; fate questo ogni volta che bevete, in mia memoria/eis emhn anamnhsin (anadiplosi)

Il successivo discorso è connesso col telos /fine che è quello di dare la prescrizione di riunirsi  per mangiare insieme e di aspettarsi l’un l’altro… perché chi indegnamente beve il sangue mangia il corpo  sarà colpevole del sangue e del corpo del Signore e di invitare  chi ha fame a  mangiare a casa propria  affinché voi,-discepoli- non cadiate in un crimine  condannabile/ ina mh eis crima sunerchhsthe.

Altri avevano letto i passi paolini  senza andare oltre l’interpretazione metaforica, sulla scia dei Padri orientali  perché  temevano di cadere  se si procedeva secondo allegoria,  in forme di antropofagismo pagano o di finire in riti misterici come quello dionisiaco o orfico.

Urbano IV,  avendo conosciuto l’insegnamento della tradizione orientale  aveva, pur seguendo Tommaso, preferito  chiamare la festa del  Corpo del signore e non  dell’Eucarestia, conscio  che non si doveva definire per metonimia   la manifestazione  completa del mysterium  della transustanziazione  con  il  ringraziamento che   è  pars accessoria del tutto sostanziale cioè della trasformazione del pane e del vino  in corpo e sangue del Cristo, nonostante che conoscesse perfettamente  il valore di ekchunoo –  spargo e diffondo il sangue di una vittima  sacrificale   e il problema di uper polloon (o polloisper molti .

Inoltre il papa, molto favorevole  a considerare il sacramento eucaristico  come  il patto nuovo di alleanza -kainh diathekh,- connesso   con la Pasqua (morte e resurrezione del Cristo) e con la Pentecoste (discesa dello Spirito santo),  si collegava alla tradizione francese  in quanto era molto devoto di   Giuliana de Cornillon (1192-1258), una  mistica  morta in odore di santità,  che in vari momenti della vita aveva  avuto visioni, Famosa quella della luna piena, listata di nero ed ancora  di più quella di Cristo che le chiedeva di impegnarsi a far istituire la festa dell’eucarestia, che in  Troyes e in altre zone, specie Liegi, veniva già celebrata, pur senza l’autorizzazione papale…

L’evento di Bolsena  viene a fagiolo,  risulta  una manna per Urbano IV !

Era accaduto che, nella primavera del 1263, un sacerdote boemo, Pietro da Praga, in pellegrinaggio a Roma, si era fermato a Bolsena e, nel celebrare la messa, ebbe dubbi sul dogma della transustanziazione,  Il prete, spiegato il corporale  in nove parti ( è  quel  tovagliolo quadrato  di lino posto sopra il calice! )  vide l’ostia sanguinare  sul corporale e subito l’avvolse in esso  e fuggì in sacrestia. Nel tragitto caddero delle gocce sul pavimento ed alcune sui gradini.

Il papa apre subito un ‘inchiesta sotto la direzione del vescovo di Orvieto per chiarire ogni momento del fatto , subito ritenuto reale dalla pars guelfa…

L’inchiesta  è subito chiusa e l’evento è giudicato soprannaturale  da Urbano IV, che – considerato il suo rafforzamento come pontefice dopo l’elezione di molti cardinali francesi, vista la vicinanza del  grande teologo aquinate , vincitore nelle tante diatribe parigine,  stimate veritiere le profetiche visioni di Giuliana –  rileva il piano provvidenziale, come applicazione dell’oikonomia tou theou, come avvento di una nuova epoca , quella del trionfo del guelfismo,-che sancisce la fine del ghibellinismo, e scrive  con tono enfatico la bolla… La festa, dopo la morte del papa …  dopo breve tempo decade…e viene rivitalizzata nel concilio di Vienne nel 1314 ,,,e resta molto controversa fino al Concilio di Trento 1545-1563, quando viene di nuovo imposta …

Amici miei, Betto e Tonino, Emma e Gianna, non è preferibile documentarsi e sapere ( e poi, magari, credere!)  al credere  ciecamente, senza alcuna  informazione?

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“Filioque” e il concilio di Toledo

Il III concilio di Toledo e Homelia de Triumpho ecclesiae ob conversionem Gothorum (CPL 1184) sono basilari per la cultura  cristiana occidentale , che completa il pensiero sulla ekporeusis processione dello Spirito Santo,  che viene definito come Persona  che procede dal Padre e dal Figlio.

Nel vangelo di  Giovanni 15,26 si  trova scritto  o para tou patros ekporeuetai e si parla , in epoca antonina , dello  Pneuma Agion/ Spirito Santo .

Viene usato  da Giovanni  il termine ekporeuomai (non ekporeuoo) per intendere che dal Padre  deriva, in quanto inviato, lo Spirito, da leggersi in chiave gnostica e plotiniana , secondo emanazione…

La lettura giovannea  è resa bene ad opera dei padri consiliari a Nicea  ma poi  è modificata sostanzialmente  nelle precisazioni  del concilio  di Costantinopoli  che sono aggiunzioni dottrinali a seguito dello studio di uomini, come i cappadoci, e specie di Gregorio di Nazianzo.

Questi  in due Orazioni  (31 e 41) affronta il problema ed è chiaramente in grave difficoltà nello spiegare ad oppositori ariani e ad altri eretici, che lo  Spirito  Santo deriva dal Padre tramite il figlio usando all’attivo e al passivo il verbo ekporeuoo,/procedo .

Da ekporeuoo si forma il sostantivo, derivato, ekporeusis, come da procedo latino deriva  il nome processio…

Girolamo  ed Agostino  accettano la lezione orientale, senza entrare in merito all’equivoco e all’anfibolia  terminologica, dato il diverso valore di procedo e di processio.

 Procedo , in latino,  non  ha esattamente lo stesso  valore di  Ekporeuoo nè  quello di ekporeuomai in greco, e  il termine processio latino a Roma, in Italia e in Occidente   non è neanche simile a ekporeusis che vale  il procedere  cioè la processione, la derivazione come marcia di un popolo che precede  un personaggio importante ( di norma un governatore provinciale inviato dal senato e dall’ imperatore o  il pontifex maximus nello svolgimento dei riti pagani;  a Costantinopoli ,  Nuova Roma, e in Oriente, invece   la processione è un fatto religioso cristiano,  come celebrazione di un rito o come festosa partecipazione popolare ad un avvenimento religioso o spirituale cristiano…

Sulla  differenza tra processio in latino e ekporeusis in greco ci sono molti problemi culturali in relazione ad una terminologia ambigua, volutamente lasciata equivoca per lasciare insoluta la questione, grazie all’uso di sinonimi.

Neanche è possibile capirsi tra cristiani cattolici occidentali  cristiani ed ortodosso orientali: lo Spirito procede dal Padre attraverso il Figlio (dià tou uiou),  per gli ortodossi che si oppongono agli ariani  e che così spiegano  la processione dal Padre e dal Figlio, senza intaccare l’unità della Trinità , sulla base di un unico principio divino…

Questo si chiarìsce parzialmente  al concilio di Firenze 1439 senza risolvere  la questione, per l’imperizia  tecnica dei latini che ostentavano il principio del Filioque del concilio di Toledo e seguivano la tesi di  Leandro di Siviglia , sostenuta da papa Gregorio Magno…
A Nicea si era stabilito che lo Spirito santo procedeva dal Padre  secondo la traduzione latina (ex patre procedit).

A Toledo invece Leandro ed Isidoro,creando un rito nuovo cattolico in opposizione all’arianesimo, da cui si allontanava Recaredo I nel 589, aggiungevano arbitrariamente Spiritus sanctus ex patre filioque procedit. traducendo il testo greco secondo il significato  generale greco…

La questione  della disparità di significato non era sfuggita già  a Fozio (820-893) che nella  I elezione a Patriarca e poi nella II elezione tra le varie controversie con la Chiesa Romana -che si riteneva   primate dei cinque patriarcati – sulla base teodosiana, poneva oltre al celibato e all’eucarestia il problema semantico di  processione, divenuta per Gregorio di Nazianzo  lithos proskommatos  …kai petra skandalou /sasso di inciampo, pietra dello scandalo (Orazione 41,7)

Il santo prima invita   (in effetti ordina) a  confessare la trinità( thn Triada omologhsate) , poi  cerca di  spiegare lo Spirito Santo come  Dio  che ispira   a tutti la parola divina…

Cerulario ancora di più nel contrasto con il cardinale Umberto di Silva Candida, rappresentante papale,  nel 1054 ,  latore della scomunica di Leone IX,  ribadisce che lo Spirito Santo non procede dal Figlio ma solo dal Padre… contro la tesi  dello stesso  Gregorio di Nazianzo.. . che mostra la sua  tesi trinitaria  e fermamente rileva l’ousia dello Spirito Santo upostasis come il Pather e lo Uios  sia nella orazione 31 che nella 41, dove parla della  Pentecoste,  della discesa del Paraclito  come fuoco sugli apostoli, riuniti nel cenacolo, 50 giorni dopo la Pasqua …

Diverse sono le situazioni e le motivazioni di Gregorio  rispetto a quelle di Leandro e di Papa Gregorio Magno…

Per Leandro i la professione di fede  costantinopolitana fatta da Recaredo e dal suo popolo di Goti ,ariano, sottendeva un  Gloria Patri et Filio et Spiritui Sancto invece dell’ariano Gloria Patri per Filium in Spiritu Sancto …

Il vescovo di Siviglia doveva cambiare la formula per dare l’idea unitaria della Trinità , e fare in  modo da eliminare definitivamente le tracce dell’arianesimo  e  di ridurre al minimo le diatribe con l’ortodossia, data la non partecipazione del popolo al mysterium teologale  e la sua passiva accettazione, al contrario,  dei riti del segno della croce e della glorificazione dei  nomina divini…

Il patriarca di Costantinopoli, invece, diversamente dal vescovo  ispanico  si  trovava, poco prima del Concilio, nel 380,   nel  vivo della lotta con gli ariani e doveva  mostrare ancora il valore della Trinità  e del significato del Corpo del  Christos , del reale contenuto del sette e del 49 +  1  e del miracolo continuo della Pentecoste  nel fedele cristiano…

La  definizione dello Spirito santo  è una necessitas… e nonostante questo suo attenersi scrupolosamente alla verità christiana , è costretto alle dimissioni…

La figura dello Spirito Santo, rimasta imprecisata a Nicea, ma ora a Costantinopoli   precisata  da Gregorio  di Nazianzo,  autore dell’orazione Peri tou agiou pneumatos 31,  1-33,  resta, comunque, un ostacolo per l’unita dei cristiani…

Gregorio, anche se  grande retore, abile  a trattare la differenza tra ousia ed upostasis, a mostrare Dio uno e trino, ad evidenziare che la divinità è incompleta senza il riconoscimento dello Spirito Santo,  che è sostanza divina, che procede  ingenerato, increato… chiaramente si arrampica sugli specchi continuamente, ma procede nella sua  trattazione teologica  e specie sulla ekporeusis ..

Il discepolo di Proeresio (276-368 d. C.),  l’ amico di Basilio e compagno di studi di Giuliano l’apostata, è convinto di saper vedere le relazione di conoscenza del  Padre, generante Logos con  quella  di amore tra il Padre e  Figlio, generante Pneuma  Agion...ma non convince i suoi avversari… e nemmeno noi: il suo parlare è un parlare bello, risulta una theoria, uno spettacolo. ben rappresentato, un sermo ben argomentato, .. non certamente  alethhs…

Inoltre è  un episcopos,  esaltato  patriarca di Costantinopoli,  che  pontifica in senso dottrinale, cosciente che le tre upostaseis  formano un unicum,  tanto che la consustanzialità non implica necessariamente  la connumerazione  (cioè  1+1+1 non fa 3, ma  fa 1)…

Gregorio è così bravo in quanto  capace di trovare  sia nel Vecchio che nel Nuovo Testamento  l’immagine dello Spirito Santo,  che ora, come presidente del Concilio , detta  quattro aggiunzioni conciliari  mediante l’anafora insistita  di to: circa l’essere signore   e il dare vita (to kurion kai to zooopoion),  circa il procedere dal padre (to ek patros ekporeuomenon); circa l’adorazione e la glorificazione col Padre; (to sun patri sumproskunoumenon kai sundocsazomenon) e circa la sua ispirazione anche nell’ orazione 41 trattando della  Pentecoste parla dello Spirito santo …

Qual era il logion originario del “Sale”?

Voi siete il sale della terra

Voi siete il sale della terra  è l‘incipit attuale del logion di Matteo (5,13).
Sale della terra è un sintagma che è metafora in quanto il discepolo di Gesù è come il sale che rende saporita ogni cosa sulla terra.
La sottesa  similitudine  autorizza a dire che chi segue Gesù, oltre ad essere beato (makarios), è anche sale della terra e luce del mondo oscuro (logion successivo).
Ne risulta che le beatitudini (Matteo,5,3-12) e l’essere sale e luce sono  collegati insieme ed hanno un significato congiunto, costruito successivamente, quando già era stata costituita la Chiesa: la pericope è espressione retorica di una costruzione teologica legata ad un ambiente e ad un società che hanno bisogno ed interesse tali da creare una “sentenza”, sulla base di un logion di Matteo, preesistente
Ora personalmente ritengo  che al momento della stesura tachigrafica di Matthaios e quindi  all’atto del discorso di Gesù (maran  o aspirante meshiah, prima  del regno o durante il periodo della regalità )  le beatitudini non erano così enucleate, ma erano del tutto sparse, come anche le maledizioni
Bisogna pure pensare che l’essere sale non era in relazione diretta con l’essere luce?
E’ probabile che  tutto inizialmente forse  era distinto e separato ed erano solo  logia che esprimevano i detti del Signore ( non kurios ma despotes, in quanto basileus-maran) in tipici momenti della sua storia  di uomo privato e di re, non di un Maestro.
Nella seconda metà del II secolo, invece,  quando viene costruita la Chiesa (grande) e c’è la necessità di opporre i veri discepoli a quelli gnostici, la vera dottrina a quella gnostica di Valentino e Basilide (forse ad Alessandria) viene fuori la funzione del macarismo con i compiti del cristiano, inteso come apostolo-inviato, che deve essere sale della terra e luce del  mondo…
Dunque, tra la scrittura matthaica con una precisa semantizzazione basileica (in lingua aramaica con un’utenza palestinese -parthica)   e la riscrittura con nuova semantizzazione  (con la  lingua koinh, in relazione alla nuova utenza ellenistica ) c’è una diversa  impostazione in quanto i fruitori sono differenti ed hanno una logica opposta, collegata con le diverse realtà  sociali e storiche…

Ora il bacino di utenza è tutta l’area commerciale, non solo mediterranea ma anche quella del Mar Nero e del Bosforo cimmerio ….
I fruitori invece aramaici, che  erano nel periodo dell’attesa del malkuth o lo avevano realizzato, erano makarioi  e si sentivano sale della terra in quanto avevano condito (thabal condire),  dando sapore, grazie  alla regalità messianica, ad ogni cosa  terrena  ed, avendo il Meshiah, attendevano gli eventi escatologici e la realizzazione eterna d’Israel: essi puri e  lucenti, come gli esseni, avevano vinto le tenebre (e la Romanitas)  vedevano splendere  in alto come  su un candelabro  Gerusalemme radiosa e luminosa, dominante su tutti i popoli vinti…
I cristiani ellenisti, dopo l’evento della sconfitta di Shimon bar Kokba (Giustino, Dialogo di Trifone), nel momento gnostico, fondono insieme  i logia matthaici. creando una nuova legge,  che doveva essere  un sostituto/ tupos  del messia, legge vivente (nomos empsuchos) e creano secondo formule asseverative, come risultanze sintetiche di un lungo lavoro tecnico retorico, l’ideale del buon cristiano  e ne  scrivono i compiti e le specifiche funzioni, in relazione alla missione dei discepoli del Kurios-signore che ha dato loro il kerugma della diffusione evangelica, in precisi luoghi e in particolari situazioni sociali …
Allora tutto il logion del sale ha significato a seconda della lettura e degli utenti: la  comprensione del periodo ipotetico della possibilità  di II tipo con la protasi  ean ..moranthh (qualora diventerà insipido –thaphal-) e con l’apodosi con che cosa si salerà?, non è facile capire, ma si può afferrare se si ha presente il tanto sale  del Mar Morto inutilizzabile  (o quello della Mareotide alessandrina o del Lago Salato della Licaonia-Tuz Goelu- ), calpestato  da cristiani locali,  i cui capi sentono la necessità di fissare, di organizzare nuclei semantici e di schematizzare contenuti teologici ..o quella della palude Meotide (Mar d’Azov)….
Il sale ha valore  ai fini del condire i cibi  e, quindi,  se il cristiano/sale diventa  insipido e stolto (moraino vale sono moros cioè pazzo, stolto, insipido, sciapo, stupido), non ci sarà la salatura della terra, non ci sarà la luce nel mondo), non avendo funzione, sarà gettato per terra e  calpestato.
E’ chiaro che il logion non è quello originario, ma è quello ricostruito da cristiani ellenisti che,  vista la fine del giudaismo romano, la galuth, hanno un ricordo della escatologia e del messianesimo e vivono il momento apocalittico, dello svelamento, cosci della necessità della funzione cristiana di essere sale e luce, in una separazione netta dalla cultura giudaica e da quella gnostica.
Certamente il testo originario, che Panteno ritrovò in India, con questo specifico logion,  aveva ben altro valore  in senso messianico, entusiastico, trionfalistico: in esso non c’era nemmeno la possibilità di diventare nabal (stolto), in quanto Thaphal: tutti erano makarioi  (compreso  Levi- Matthaios che registra il pensiero regale), euforici  per la realizzazione del malkuth, in quella Pasqua essenica  del 32 d.C ,  pochi mesi dopo la morte di Elio Seiano…
Allora i seguaci mangiavano insieme pane e sale e non avevano contese per il primato, ma erano eguali uniformati ad essere bambini (talja’- piccolo di donna o di pecora) ed avevano la pace, quella  propria dei vittoriosi, di coloro che avevano vinto ed attendevano l’ultima ora e il trionfo  definitivo del resto d’Israel …
Dunque, nella fase escatologica Sale originario  è collegato con pace, in quella apocalittica sale è connesso con discordia, lotte per il primato, con la possibilità di diventare insipido e quindi  di deviare dalla retta via  e con la necessità di essere o di tornare ad essere  pedion  e diaconos (bambino e servo),  se si vuole entrare nel regno dei Cieli…
A me risulta , perciò, che ci sono due  logiche, del tutto diverse, a seconda dei tempi e che la stessa figura del Signore (Kurios e despoths) è cambiata  in quanto essa ed è diventata quella del Maestro (didaskalos/ rabi), che, secondo il pensiero di Clemente Alessandrino,  ammaestra i mathetas/apostolous  che formano il fedele

 

La cultura dell’infanzia

Colere infantem

Professore, perché non è stato mai trattato effettivamente il tema di  La cultura  dell’infanzia in Italia né  quello sui modi di concepire il ragazzo?

Non si può dire che non ci sia una cultura dell’Infanzia in Italia, anzi si può dire che il tema è antico  in quanto trattato dai greci e, poi, dai latini.
La metafora colere infantem/coltivare l’infante il non parlante  rimanda ad una coltivazione  del bambino  considerato come una piantina.  L’immagine è tipica del registro agricolo,  centrato su colere,  che sottende studium (amore e specifico interesse)  e cura (amore preoccupato ed ansioso) e su infans, inteso non solo nella fase iniziale  afantica  ma anche quella fantica  fino alla pubertà, secondo le linee proprie della pedagogia greca e di Quintiliano.
Anzi bisogna affermare che sempre si è discusso,  parlato della cultura dell’infanzia, limitatamente all’educazione, basata giustamente sull’educare (educere ad ) come processo modificante, che porta  progressivamente dal non conoscere al  conoscere,  procedendo sulla base dell’errore  per dare correttezza grazie anche all’esercizio,  sotto la guida di un ductor, maestro, secondo linee di unitarietà, dinamicità, priorità, prospettività.  Se, dunque, da una parte, c’è stata un’attenzione alla cultura dell’infanzia, da un’altra, in un certo senso,  bisogna confessare  che non esiste una vera cultura dell’infanzia  in quanto, nonostante il rispetto al pensiero quintilianeo, espresso con Maxima debetur reverentia puero, l’insegnamento  è stato  un insegnare, mediante signa,  propri dell’adulto, che guida, in un unilaterale lavoro secondo il sistema conformato e convenzionale sociale, economico, politico,  teso a formare mediante modelli preesistenti il discepolo. conformandolo nella cultura  esistente,  in aggiunta e in rapporto con il condizionamento del contesto e dei media secondo un’impostazione  specifica dell’erudizione (e.rudis passare dalla rozzezza alla civiltà, dall’informe struttura giovanile al sistema della maturità moderato). 
Praticamente non si rispetta l’infante, ma lo si condiziona creando un esemplare della stessa conformazione dell’adulto in quanto si ritiene giusta la definizione del giovane immaturo e dell’adulto maturo, secondo una tradizione marcatamente maschilista e senile.
Sembra che solo in questo ultimo ventennio, almeno sul piano teorico, in Italia si sia entrati correttamente nella cultura dell’infanzia, grazie specialmente ai contributi dell’antropologia, dell’etologia, della linguistica (in senso semantico, e socio-psico-semiologico), della epistemologia e della docimologia: da queste scienze viene la lezione tecnica sullo studio e sulla cura dell’infante.
Lo studio sistemico del bambino (anche in senso neuropsichico ed auxologico), la sperimentazione sulle aree affettive, motorie, cognitive, sociali, l’osservazione sistematica  dei comportamenti  a seconda della fascia di età in relazione ad un processo auxo-socio-psichico  e soprattutto il rilievo dato al linguaggio, come chiave di lettura  dell’universo infantile, autorizzano in situazione una operatività sulla base di una diagnosi  valutativa (riferita ad un’ anamnesi specifica) che permette un costante orientamento  operativo e formativo, in rapporto all’effettivo sistema culturale informativo, senza modelli, ma solo con paradigmi esemplari. In tal senso si è sviluppato anche in Italia un processo culturale  puerocentrico, non una cultura infantile. Questa si basa sulla conoscenza del bambino, visto come costruttore fantastico e sentimentale di un mondo, esaminato dall’angolazione ludica puerile, senza l’ottica funzionale adulta, il quale si muove per conoscere sé  e il proprio corpo, socializza per porsi in un continuum ludico,  che, però, avendo già i segni della funzionalità  e della razionalità, non deve essere turbato   da interferenze dell’ adultismo, specie se coercitive.

Che cosa comporta, professore, una cultura dell’infanzia così intesa?

Comporterebbe (meglio usare il condizionale che traduce la non possibilità di attuazione sul piano operativo  con le sottese frustrazioni di questi ultimi anni)  un radicale cambiamento  del sistema politico (anch’esso vecchio e modellato su criteri da una parte comunisti togliattiani e quindi sovietici, e da un’altra liberale e quindi anglosassone  ed americano) sociale-cristiano (caritativo ed assistenziale), culturale e scolastico in quanto una microstruttura, affetta da malattia,  non può essere curata settorialmente  con interventi locali e puntuali poiché è segno di un sistema malato,  che, perciò, deve essere integralmente sanato. Ora il sistema scolastico, malato, infettato ulteriormente dagli altri sistemi,  con cui interagisce, non favorisce il tentativo, necessariamente teorico, di pochi che procedono paradigmaticamente in situazioni concrete, ma parziali e limitate, operando, seppure efficacemente, in condizioni di disagio. Inoltre per la nascita di una cultura (risultanza di un processo eruditivo, educativo, formativo, come somma di competenze , abilità e capacità, esplicate sul piano pratico in situazioni oggettive, coerentemente  ad una decisionalità per una ruolizzazione) necessita  la compresenza di forze interattive  già ruolizzate e mature, capaci di orientare grazie ad operazioni docimologiche, strutturali sistemiche. Ora, col bambino coagiscono ed interagiscono famiglia, società, scuola, stato  con compiti, considerati diversi, ma in effetti eguali se si tiene presente il fine  educativo e/o formativo, specie se il procedimento è univoco sul piano dell’unitarietà metodologica.
Ne consegue che nel momento operativo scolastico (sia strutturale che sistemico) le singole fasce,  turbate nella loro sfera,  operano saltuariamente ed irrazionalmente,  impedendosi reciprocamente, non raggiungendo gli obiettivi, disperdendosi in un lavoro settoriale, burocratico e quotidiano: una prova è il consiglio di classe dove le  componenti genitori, alunni, insegnanti, si fronteggiano su posizioni diverse, senza avere la coscienza del loro ruolo specifico, dei compiti, delle funzioni in una libertà di metodo (utile ai fini del pluralismo democratico!) e varietà procedurale, con l’esigenza di una scansione programmatica e di rilievi esterni d’ordine disciplinare.

E’ dunque da ipotizzare  una nuova tipologia di insegnamento?

Ritengo che non si possa insegnare se non si stacca nettamente l’alunno, la scuola e la cultura dell’infanzia dall’ambito della città (intesa come il mondo delle interferenze politiche sociali economiche ecc) e non si situi in zone lontane dalla cultura ufficiale, convenzionale, conformata dell’adulto: ci vogliono strutture ed edifici scolastici lontani dalla vita cittadina, dove far crescere la pianta dell’anthropos, secondo le concezioni umane funzionali razionali scettiche: molti conoscono i miei progetti di scuola separata  in zone agricole, in immense aree  sia per i ragazzi (3-13) che per giovani (15-18).
Comunque. a mio parere,  se si fa un’analisi  superficiale sulla scuola e si procede statisticamente  va a finire che la scuola italiana è una delle migliori in Europa perché  conforme ai suoi compiti primari  di formazione e di educazione generale e capace di dare, a certi livelli, possibilità occupazionali e professionali come per il passato.
Se si fa uno studio  serio e mirato  alle singole strutture e poi si valuta l’intero sistema  di insegnamento-apprendimento si rileva un disagio in tutti gli operatori scolastici, una crisi culturale, un malessere diffuso.
L’insegnante in un sistema  basato sullo scambio culturale in un continuo passaggio dalla fase di ricevenza a quella di emittenza  e viceversa  in una variabilità situazionale,  è vittima incolpevole.
Egli è stato abilitato all’insegnamento senza la necessaria preparazione pedagogica, psicologica,  docimologica per cui la sua possibilità di insegnamento (dal tardo latino insignare incidere, imprimendo signa, segni  come marchi  di riconoscimento sul bestiame in un codice agricolo) non marchia alunni, che  sono di un altro codice.
Inoltre né l’insegnante né l’alunno conoscono la comunicazione che sottende un processo  non direttivo, ma paritario, che trasforma la superiorità dell’adulto, che imprime segnali, in cooperazione e cogestione, sulla base di dati informativi in uno scambievole aiuto in una interazione psico-sociale, in un ritrovamento dei comportamenti  individuali dei singoli giovani cointeressati  all’argomento e al problema, tesi a passare  da uno stato di dipendenza  a quello della partecipazione, al fine di consentire, non assentire.
D’altra parte con la comunicazione la competenza si sostituisce alla superiorità  gerarchica, in quanto non c’è lezione con l’insegnamento tradizionale di un lector medievale.
Questi aveva abilità  di lettura  ed insegnava  tramite la conoscenza  delle Sacre Scritture  in un tentativo  di tradere la cultura del passato al presente per un’ attualizzazione  concreta: l’insegnante, invece,  ha la docenza,  cioè  una risultanza  di conoscenze  interrelate  in una visione sincronica, che ne sottende una diacronica,  con valutazione dell’asse unitario sincronico-diacronico, per una proiezione  possibile  in un sistema ordinato,  le cui strutture funzionali  si esprimono in una fusione operativa  continua nella prassi  quotidiana.
La docenza implica un’informazione ampia e rielaborata  personalmente data per una ricerca oggettiva  regolata, a seconda  delle esigenze  dell’alunno e della classe,  già tramata in uno schema  paradigmatico e sintagmatico, metodologico, che autorizza una decisionalità in situazione lavorativa, tagli, riconversioni (specie in caso di errori e deviazioni tematiche e procedurali).
Di conseguenza la docenza comporta  professionalità di chi docet  insegna, svolgendo una funzione educativa di avvio, di guida di orientamento nella ricerca del Sàpere (esperienza conoscitiva, intesa come crescita  dell’essere, individuale, che assapora , provando ciò che càpita).
Docere diventa così un insegnare pratico  in quanto  autorizza  a mostrare i passi da fare, la via da seguire  marcando i signa  le orme  spiegando il percorso  formando un iter  sempre nuovo  in un’ evidenziazione  delle abilità decisionali in rapporto alla situazione  storico-socio-economico-politica, culturale e letteraria, in relazione all’altro viandante , nel rispetto della contestualità altrui e per un vantaggio personale: esso è anche segno di autorevolezza di un’ auctoritas riconosciuta.
Docere è segnare  i connotatori, dopo aver fatto la situazione  in una ricostruzione  del sistema-struttura  per fare un punto situazionale  al fine di un intervento costruttivo sull’altro, sulla base della conoscenza scolastica.L’insegnante però , formatosi crocianamente (magari) attento talvolta  al nesso opera -ambiente, segue, a volte l’angolazione desanctisiana e gramsciana e crede di poter dare la sua preparazione  scolastico-nominale, come informazione, all’alunno. Non riesce, però, in tale operazione perché,  avendo  tale formazione e seguendo i programmi ancora gentiliani, non ha effettiva competenza  (come sistema di conoscenze acquisite sul piano lessico-morfosintattico, su quello semantico e referenziale – e tanto meno una abilità esecutiva  che  permetta  di fare una situazione storica  tale da confrontare col presente,  in modo da fare proiezioni per un intervento costruttivo).
Egli non ha una professionalità come il medico che dall’esame mediante anamnesi  e da quello diretto  strutturale in situazione,  può diagnosticare  e dare una terapia  su base probabilistica,tuzioristica, in relazione al quadro  contingente delle analisi cliniche: non è abilitato ad un lavoro sistemico-strutturale  e tanto meno ad una valutazione con giudizio epistemico,  essendo preso dal nominalismo e dal nozionismo ideologico. E’ abituato, in una continua  ripartizione  dei programmi ministeriali, a procedere  in un faticoso, quanto inutile  lavoro di manovalanza intellettuale, che lo costringe ad obbedire a certe scadenze trimestrali o quadrimestrali e a dare “quantità  informativa”. Non ha neppure possibilità effettive di programmare, progettare, pianificare,  seppure si parli di attività curricolare, di interdisciplinarità e nei collegi dei docenti e nei consigli di classe. Demotivato e poco pagato assiste passivamente, nonostante qualche incentivazione orale del preside o di colleghi più velleitari e spontaneistici, comunque, delusi dalla scuola e dal sistema governativo, che privilegia categorie  più produttive.
L’insegnante, non essendo orientato pedagogicamente e didatticamente fa scuola insegnando ciò che sa e ciò che deve insegnare, secondo tradizione, senza una logica costruttiva, senza attenzione all’alunno, senza porsi il problema educativo: egli è sul piano dell’informazione emotivamente spontaneo, cosciente di essere in una condizione di sottoproletariato letterato,  costretto a svolgere un ruolo senza funzione, disturbato dai mass media, dalla famiglia, dalla chiesa, dai sindacati, dal collegialismo e dall’assemblearismo.

Il povero insegnante  è trascinato all’apatia  dalla monotonia ripetitiva, agitato dal velleitarismo aggiornativo di dilettanti formatori ministeriali, profumatamente pagati,  sindacalizzati: è ucciso nel suo elementare lavoro dalla pubblicazione specialistica propagandante una riforma scolastica mai attuata.

Reclutato secondo forme concorsuali  facilmente pilotabili e con logiche clientelari partitiche, l’insegnante si presenta  all’opinione pubblica  con la tipologia di buon uomo connotato di buona cultura generale, senza una funzione sociale, in un momento di alta specializzazione e di ricercata produzione dove ogni imbecille  che opera con impegno  su una sola cosa raggiunge il massimo,  data la  semplicità del prodotto.
Espressione vecchia del sistema agricolo paesano  il professore intruppato vive la sua esperienza scolastica  senza confronto e senza  personalità: gli errori del sistema scolastico (verticismo burocratico, impostazione ancora crociana e gentiliana, assemblearismo senza la competenza individuale, la collegialità senza la pianificazione  soggettiva, l’obiettivismo senza l’oggettivismo, la sconnessione strutturale , il maggioritarismo come espressione della minoranza, l’oclocrazia come regime ecc.) sono spia di una situazione critica molto più complessa statale  ed istituzionale,  che condiziona  il professore che  può solo professare  la sua nominale conoscenza,  inadeguata ai tempi.
Ormai l’insegnante è considerato come colui che insegna perché non sa fare niente e perciò la scuola è diventata il rifugio di tutti i perdenti, gli scansafatiche, delle donne  in cerca di una funzione, insomma un immenso teatrino dove si recita un ruolo  di docenza senza saperla professare ed ognuno recita a modo suo.
Non è, però, il caso di generalizzare: ci sono molti insegnanti che lavorano  seriamente specie gli uomini (meno le donne che salvo poche, vanno a  scuola per ben altri motivi), non  sono docenti gli ingegneri, gli architetti, psicologi,  dottori in discipline  giuridiche o  i  tecnici e i commercialisti, revisori di conti ecc., uomini che hanno uno stipendio in più,ma non sanno neanche cosa vuol dire insegnare, come tutti i professori impegnati in politica.

Se necessita una nuova docenza  con un nuovo insegnante,  non è necessario anche un nuovo alunno, che abbia un diverso rapporto  col professore?

Secondo me, per ottenere un nuovo rapporto tra le parti del sistema  scolastico,  specie tra alunno ed insegnante e tra alunno ed alunno  e tra alunno e famiglia, è necessaria la comunicazione,  intesa come azione del comunicare ( da cum munus) come procedimento verbale  che intercorre tra emittente e ricevente,  tramite un canale, in un contesto, con un codice, comune,  per l’invio di un messaggio, connotato sulla base lessicale  da due valenze significative, compito e dono in reciprocità.
La comunicazione rientra  nell’area semantica aristocratica in quanto munus è termine  che sottende da una parte il compito  del nobile (militare e  sacerdotale)  e dall’altra  il dono è espressione comunicativa  di due patroni  secondo le formule della munificentia sul piano della paritarietà.
Ora la nostra società di base agricola acculturata secondo linee americane, industrializzata rapidamente,  evidenzia la crisi di valori  specie nel linguaggio misto.
Esso, essendo una risultanza confusa di cultura  agricola e  industriale, risulta una strana lingua  usata da soggetti né agricoli né industriali, che vivono senza una propria cultura.
Il linguaggio presenta forme  della tradizione  operativa paterna  con parametri  valutativi immediati, derivati dalla funzionalità industriale   propria della  organizzazione sistemica.  in cui si vive
Inoltre esso  ha in sé la presunzione  di chi  non comunica  perché  non ascolta e  non ha rispetto dell’altro  che in situazione ha possibilità paritarie e competenze  medesime  per la soluzione del problema, in un’arroganza di modi, senza più la docilità contadina.
Nel rapporto tra insegnante ed alunno i due  hanno il ruolo di emittente e di ricevente  a seconda delle situazioni  che autorizzano l’interscambio  in quanto l’uno assume la leadership verbale  a seconda della competenza  mentre l’altro interiorizza nell’ascolto il messaggio ricevuto per rimandarlo in relazione alla sua ricchezza  cambiato e modificato  alla luce delle sue valutazioni e del suo patrimonio culturale in un processo educativo senza fine.
Il rapporto perciò è connotato da un continuo flusso di pensiero  interpersonale  per un obiettivo comune  da conseguire  dalle persone  interessate, in un’interazione di modi e di piani senza la gerarchia, in relazione alla competenza.
Ciò avviene però solo in un rapporto connotato da rispetto e da empateia:  ora, il rapporto sta diventando sempre più problematico per la disistima dei docenti e per la  sfrenatezza dei ragazzi abituati ad avere quanto vogliono, ad essere protagonisti  anche nel male: il processo educativo diventa sempre più difficile e la stessa comunicazione è considerata  espressione di debolezza davanti  all’arroganza giovanile, volgare  perfino nelle manifestazioni  verbali.

E la famiglia come si immette nel rapporto comunicativo tra insegnante ed alunno?  

La famiglia,  disagiata, ha demandato in questi ultimi tempi l’educazione ai professori  e sembra non volere entrare  nella operatività della sfera dell’insegnante, mentre quella agiata segue e complica la vita dell’insegnante con le sue interferenze  ostacolando il lavoro.

La famiglia non dovrebbe entrare nel campo tecnico didattico-metodologico, dove l’insegnante dovrebbe fare le sue sperimentazioni e  svolgere il suo compito servendosi anche dell’ausilio della famiglie e delle istituzioni in senso formativo,  dove  è necessario  procedere di pari passo  secondo la stessa metodologia  per meglio definire la personalità dell’allievo.

Certamente la famiglia può, là dove è possibile,  entrare anche in merito scolastico, ma  deve assecondare il processo educativo   in modo da coadiuvare  il docente ( senza interferire in problemi tecnici  e valutativi) o il preside sulla gestione scolastica specie in caso di autonomia, data la rappresentanza del consiglio di istituto.
In conclusione  il carrozzone della scuola, anche con una cultura dell’infanzia  all’italiana, può andare avanti  con un qualche successo perfino in Europa?
Noi italiani siamo i maestri di un vivere equivoco e contraddittorio e sappiamo lentamente  seguire gli altri e avviarci verso  una certa correttezza  formale e quindi scolasticamente  forse potremo anche allinearci  ma scieremo  come quelli che non hanno i fondamentali  e che spesso sono pericolosi  sulle piste per sé e per gli altri, se non procederemo con metodo.

 

Un prefetto tiberiano

A.Avillio Flacco

Aulo Avillio Flacco, fu governatore dopo Ibero, che aveva sostituito brevemente Vitrasio Pollione (Dione Cassio,St. LVIII,19,6) uomo probabilmente di Seiano  e governò  Alessandria e  Egitto dal 32  fino al 38.
Flacco, dopo essere stato uno del seguito di Tiberio, tra i consiglieri finanziari e tributari, fu inviato in Egitto in quanto suo fedelissimo ed abile  amministratore, iure gladii, con funzioni giudiziarie e militari.
Come tale fu eccezionale,  date le capacità di intelligenza e di perseveranza, di rapidità intuitiva ed abilità realizzativa, considerate le doti di perfetto oratore, perspicace osservatore, conoscitore di uomini  ed interprete sapiente  di parole , di fatti: tale giudizio è di  Filone, suo nemico, e perciò le lodi sono reale riconoscimento del suo valore.
Egli fu rapido ad entrare nella difficile ragnatela  amministrativa dello stato egizio  e nel complicato sistema  ancora lagide di  equivoca comprensione per un romano.
L’errore rilevato da Tiberio Alessandro,  giudeo apostata, un  suo successore  come prefetto di Egitto nel 69 d.c. di aver riscosso i tributi senza computare le immunità prediali, deve farci pensare che Filone può aver  amplificato l’operato di Flacco, ma non intacca il sostanziale precedente giudizio.
D’altra parte Filone procede in questo modo (e lo dichiara apertamente) per  evidenziare con  la pars destruens del suo discorso le accuse di eccidio giudaico (cfr.  Flac. 6-8 cfr  CIG-corpus iscriptionum graecarum- III,4957) e marcare il suo radicale cambiamento, degno di punizione.
Flacco, impratichitosi, dunque,  della normativa del  sistema tributario e finanziario egizio, grazie all’apporto dei funzionari alessandrini, costituito da una massa di scribi, la semplificò mantenendo i migliori dei numerosissimi segretari, ufficiali e   cancellieri giudiziari, sapendo gestire con integrità , seppure con un certo dispotismo, i tanti impiegati della tesoreria alessandrina e  delle segreterie  dell’ex regno tolemaico. Specificamente aveva dignità  regale nel reggere lo stato, ben commisurata con la forma esteriore; sapeva giudicare  con l’aiuto di funzionari in carica; non si faceva intimorire dai violenti;  impediva le riunioni di popolazione promiscua e tumultuosa specie se organizzata, secondo  summorie, che venivano sciolte d’autorità e fermezza, in caso di tensioni.
Anche sul piano militare Flacco  assicurò una regolare funzionalità, dopo aver dato al paese e alla città una perfetta osservanza  della legalità sociale: ricostituì le truppe,  dando un nuovo assetto  in relazione alla  città e al territorio egizio,  faceva esercitazioni continue,  tenendo in allenamento le truppe di  fanteria, di cavalleria e di armati alla leggera .
Pur esigendo  obbedienza ai capi  nei militari non graduati,  li proteggeva dalle angherie degli ufficiali superiori, che tendevano ad appropriarsi degli stipendi  dei subalterni ed inculcava loro il senso di dovere  in ogni situazione e specialmente educandoli alla  neutralità, in faccende estranee al servizio  e nella tutela della pace, secondo la logica di Seiano.
Accanto a Flacco  come cancelliere era Lampone  e come funzionario  popolare Isidoro  che rimasero correttamente al loro posto fino all’avvento del regno di Caligola e alle  sue prime azioni in senso popolare e militare, e furono strumento del prefetto.
Il nostro esame tende a rilevare  il carattere  e  del governatore e quello dei due, la loro funzione e il loro specifico compito nell’entourage del governatore in carica, senza entrare specificamente in merito al problema giudaico e senza valutare moralmente, per cercare di capire non solo il mondo giudaico alessandrino e le ultime fasi del regno tiberiano, ma anche il complesso mondo ellenistico in genere e quello  della diaspora giudaica e  del sistema imperiale romano ecumenico, di cui Flacco e  gli altri uomini sono solo un esempio di funzionalità. in una situazione difficile quale quella della successione dinastica, come conclusione di una lotta tra i due partiti, quello  giulio  e quello claudio, schierati a favore di Gaio Caligola  (meris… ton theton, la parte degli adottati)  e di Tiberio Gemello (meris… ton gnesion, la parte dei legittimi per nascita) e all’inizio di un contrasto tra il giovane monarca e la famiglia, il senato e la classe equestre.
Nell’esaminare la complessa vicenda e i personaggi, attori della politica alessandrina, si apre un altro grandioso scenario quello di Roma, sotteso alle notizie filoniane, in cui gli avvenimenti della morte di Tiberio e della successione di Caligola  con il successivo omicidio del coerede Tiberio Gemello  e poi del capo dei pretoriani, Macrone, e del princeps senatus Silano determinano un cambiamento totale di politica e di amministrazione in Alessandria e  in ogni città dell’impero, dove  i partiti filogiuli e filoclaudi si contendono il primato cittadino, ad di là delle divisioni etniche e delle suddivisioni interne alle stesse etnie: dalla capitale le notizie  dell’avvento al trono  del nuovo imperatore con l’instaurazione della sua neoteropoiia,  palese già alla fine del 38, irradiandosi per il mondo romano, diffondono il messaggio  dell’inizio di un’era nuova.
I governatori delle province, specie di quelle imperiali, Siria e Giudea ed Egitto, sono maggiormente interessati al cambiamento di regime e  cercano di adeguarsi al  regime imposto dal figlio di Germanico, espressione delle forze popolari e  militari.
Flacco, che era stato  un  governatore tiberiano, filoclaudio, che aveva accusato Agrippina , madre di Caligola, e determinato la morte non solo di lei ma anche dei due fratelli, Nerone e Druso, sorpreso dalla elezione del nuovo imperatore, amareggiato dalla uccisione del coerede nipote diretto dell’ex imperatore,  da lui favorito,  annichilito dalla morte di Macrone, suo protettore, e poi da quella di  Silano  con cui era collegato,  colpito da queste mazzate  aveva disperato della sua salvezza, nonostante l’amnistia e la distruzione degli incartamenti  relativi le cause del periodo di Tiberio.
Quindi Flacco,  dal momento della nomina di Caligola ad imperatore  e del suo riconoscimento a Roma il 28 marzo 37  fino al compleanno  del 31 agosto del 38,  fu in grande ansia ma  ebbe tempo di manovra per difendersi da accuse possibili.
Le notizie  negative,  progressive, dopo un intervallo di otto mesi, compresa la malattia di Gaio,   avevano dato tempo e possibilità di autodifesa, in caso di accuse contro la sua persona e il suo mandato di governatore.
Egli sicuramente preparò un piano che doveva essere suffragato dalla testimonianza del senato alessandrino e dai rappresentanti popolari di Alessandria, oltre che dai cives romani alessandrini.
Il caso dei cinque magistrati e di curatores viarum , vittime di Caligola  e quello   di Gaio Calvisio Sabino, tornato dalla Pannonia (Dione, St. LIX, 18,4), che aveva governato,   costretto a suicidarsi  e quello di Tizio Rufo ( Ibidem 18,5)   dovevano avere impaurito ancor di più il governatore di Egitto.
La persecuzione di uomini del ceto senatorio e equestre accentuò ulteriormente la paura di Flacco, che dovette anche predisporre ogni cosa per la divinizzazione di Drusilla, la sorella di Caligola morta il 10 giugno, che  fu venerata come Panthea (Dione, St. LIX,11).
Filone, senza informarci sulle condizioni della madrepatria Gerusalemme, sugli avvenimenti accaduti nell’ex regno erodiano e sull’azione militare di  Lucio Vitellio, governatore di Siria, accenna  solo ad una reazione antigiudaica di Pilato, (Leg.301) fa la situazione del giudaismo ellenistico sia di Alessandria, che di Egitto che di tutta la diaspora, evidenziando che  non era stato inviato  il decreto del sinedrio, in cui si facevano le congratulazioni  per il regno a Gaio e le felicitazioni  in relazione a quanto fatto e testimoniato nella città santa nella Pasqua del 37  (Ant giud. XVIII,  Leg.231-2) per la malevolenza  di Flacco, che non aveva  fatto il suo dovere e che poi fu svolto in ritardo da Erode Agrippa, che lo inoltrò,  diciotto mesi  dopo, con le scuse per il ritardo. (In Flaccum, 93, 103).
Noi sappiamo che Caligola  aveva iniziato una campagna antiaristocratica  tale da sminuire la  auctoritas  senatoria ed equipararla , ironicamente,  quasi a quella del suo cavallo Incitato  tanto che  gli storici  a quel punto cominciano a considerare l’imperatore pazzo come se il suo regno fosse finito alla fine del 38.
In effetti la volontà di Caligola di annientare il senato era connessa con la posizione infida di quel consesso; il giovane imperatore era uomo di grande intelligenza, di  dissimulazione e simulazione e secondo Flavio (Ant.Giud, XIX,208) valentissimo oratore espertissimo della lingua greca e latina, sapeva come rispondere a discorsi pronunciati da altri, dopo lunga preparazione, e mostrarsi presto e più persuasivo anche quando si dibattevano argomenti di grande interesse: e  risultava  tanto abile  perché egli aveva in questo una attitudine naturale,  potenziata da una pratica acquisita con il continuo esercizio.
Egli era stato per 6 anni presso Tiberio a Capri a scuola di recitazione e di simulazione, secondo i modelli di Augusto e di Tiberio, mentre madre e fratelli venivano condannati e mai si era lasciato sfuggire una parola compromettente, mai un gesto sconsiderato (Tacito, Annales, VI,20,1); aveva accettato sempre ogni azione di suo padre adottivo, memore degli insegnamenti  della  bisnonna Livia e della nonna Antonia.
Caligola, dopo il discorso del 1 luglio del 37, al suo primo consolato,  divenuto programmatico  sia per lui che per il senato, che stabilì per decreto che le parole dette  fossero rilette ogni anno (Cassio Dione, St.,LIX,6,7), in cui aveva condannato le azioni di Tiberio  rimproverate dall’aristocrazia, eseguite, comunque , e con cui  pur mostrando condiscendenza verso il senato, era stato tanto abile da smascherare il comportamento pavido ed infido senatorio.
Aveva  poi mostrato  la sua intelligenza superiore e  rapidità di  decisione  nel momento della malattia, quando nominò Drusilla, che si era separata da Cassio Longino e si era sposata con Marco Emilio Lepido, erede dei suoi beni e dell’impero (Svetonio, Caligola,24,1) proprio quando aveva visto Macrone e Silano spostarsi verso il coerede tiberiano Tiberio Gemello, per loro unica alternativa al morente imperatore.
La successiva eliminazione dei tre e la sua accusa verso il senato doppiogiochista,  inchiodato alle sue  responsabilità, evidenziavano  il piano di un governo assoluto, la ricerca di uno spazio totale  per  governare senza il senato, solo con il sostegno popolare e  militare: non per nulla era  solito ripetere, secondo Svetonio, il verso omerico uno sia il capo, uno il re (Iliade,2,204).
Egli  gradualmente  minava il  prestigio senatorio costringendo i senatori ad indebitarsi con allestimenti di giochi  popolari e col fare le campagne elettorali, dopo che aveva ripristinato  le elezioni dei magistrati da parte dei comizi (che erano state abolite) in quanto  cardine dell ‘ordinamento politico repubblicano.
Era questa una strategia  attuata al fine di impoverire il ceto senatorio e rimpolparlo con uomini novi che potevano comprare sia il titolo equestre che quello senatorio, e che, provenendo dalle province, erano più malleabili, meno pretenziosi e  più fidati, certamente non infidi e non portati alla congiura, dati i rapporti di dipendenza  con il princeps.
In effetti Caligola avendo  un team giovane  di rilievo in questo periodo composto, oltre che dai famigliari Lepido e dalle tre sorelle, dai re Erode Agrippa  ed Antioco di Commagene,  tyrannodidascaloi / maestri di tirannia,(Dione Cassio,St. LIX,24,1), puntava anche su  uomini come Callisto,  Pallante, Protogene, Elicone, liberti della nonna Antonia di pieno affidamento  ed amministratori capaci, scaltriti da un lungo esercizio commerciale.
In questa fase Caligola obbligava chiunque ad avere coerenza  pratica  così da mantenere quanto detto o giurato, cosciente che lealtà  sia coincidenza tra il piano espressivo  e quello operativo: non per nulla  obbligò Afranio Potito ad uccidersi perché aveva promesso di sacrificare la vita se l’imperatore guariva e  Atanio Secondo a combattere nell’arena  per la promessa fatta per la sua guarigione.
E’ chiaro che Caligola  accentrando in sé non solo il potere ma distribuendo le cariche in modo  clientelare  aveva tolto la possibilità di reclutamento ai senatori di clientes  obbligando loro stessi ad essere suoi clientes con la salutatio: chi non osservava tale dovere e o chi non veniva ricambiato, praticamente era un uomo morto.
L’uso della salutatio diventava un vincolo sicuro di amicizia, che toglieva inoltre il rapporto tra le varie famiglie aristocratiche ora  in lotta per essere vicine al nuovo imperatore, anche se costrette ad un’azione servile, a riconoscersi inferiori rispetto all’autocrator.
Inoltre Caligola era un anomalista  cioè seguace di  un sistema  letterari- opposto a quello  analogista- , basato sul sublime , includente un modus vivendi  opposto a quello convenzionale e normale, come espressione istintuale, secondo norme di creatività e genialità (cfr  Pseudo-Longino, Peri Ypsous,8)
Caligola mostrava il sublime in sé , nelle sue costruzioni, nel suo vincere terra mare e cielo, nel suo essere unico rispetto a tutti gli altri: la salutatio  matutina da  forma aristocratica usata da ogni nobile famiglia per la tutela della clientela,  diveniva forma unica imperatoria,  che comportava omaggio dovuto al solo princeps ( che neppure riceveva , ma delegava i suoi rappresentanti per tale ufficio) patronus.
In effetti  Gaio riprendeva il sistema già adottato da  Tiberio e Seiano che avevano obbligato la nobiltà alla salutatio a contendersi questo favore del princeps, facendola rimanere per giorni in attesa.
La salutatio però comportava per Caligola l’esigenza di una dimora di una domus aurea  , che non aveva a Roma per accogliere  in modo magnifico  i tanti che si sarebbero presentati  a salutare l’autocrator.
Da qui la magnificenza  delle sue costruzioni in ville nei dintorni della città e in Campania, seguendo il modello di Tiberio, prima di stabilire la propria residenza, non essendo ancora certo di quella romana sul Palatino.
Sembrava che lui volesse  assoggettare la natura,  realizzare l’irrealizzabile,  in quanto tendeva  all’adrepebolon ( Peri ypsous,8)  Svetonio (Caligola,37,3)  vennero gettate dighe nel mare  tempestoso e profondo, furono tagliate rupi di selce durissima  elevate pianure all’altezza di montagne …livellate le cime più alte a forza di scavi e tutto ciò avveniva  con incredibile rapidità.
La singolarità della sua figura e delle sue azioni e dei suoi viaggi doveva essere rilevata  come quella della sua donna  e dei suoi amici, invidiata ed emulata  dagli aristocratici che, imitando, dovevano impoverirsi e quindi dovevano essere sostituiti da uomini novi provinciali.
Le sue navi avevano poppe ornate di gemme  e vele dai colori sgargianti,  in cui c’era un grande numero di terme, portici, sale da pranzo,  ma anche una immensa varietà di viti ed alberi da frutto . Con navi  di tal genere  navigava lungo le coste della Campania (Svetonio, Cal. 37,29),e le sue spese dovevano essere eccezionali, sia per i pranzi inimitabili per portate, qualità e quantità di cibi, anomali rispetto al sistema normale culinario, fuori cerimoniale, tanto da sbalordire la pur decadente aristocrazia che, per imitarlo, si indebitava  per un pranzo da offrire all’imperatore: Caligola faceva  servire pietanze  coperte di sfoglie d’oro, beveva perle preziose sciolte nell’aceto,  faceva banchetti di oltre 10 milioni di sesterzi , sperperava a volte in pranzi  le tasse di tre province,  faceva indossare gioielli alla  moglie (Lollia Paolina) di 40.000.000 di sesterzi.
Nei primi mesi Caligola sperperò circa 2.000.700.000 sesterzi (Svetonio, Caligola,37) l’eredità di Tiberio e 90.000.000 del suo stesso patrimonio: per queste ingenti spese l’imperatore  aveva accanto a sé molti trapezitai alessandrini, dipendenti propri dell’alabarca di Egitto, che era  l’amministratore dei beni della nonna (Flavio Ant. Giud.XIX,276.) amico di vecchia data di Claudio, probabilmente cittadino romano, come poi suo figlio Tiberio Alessandro.
Chiaramente Caligola così vivendo nel lusso più smodato  costringeva l’aristocrazia all’imitazione e quindi alla rovina allorché era incaricata di allestire una cena per il principe: ci volevano vari argentarii per finanziare  una tale impresa: nessun senatore ,che aveva un patrimonio minimo , quaranta volte minore della parure di Paolina , poteva competere con la forma imperiale a cui, comunque, doveva attenersi, se voleva invitare l’imperatore.
Se da una parte il suo comportamento anomalista lo distaccava dal senato, l’ amore per le corse  di cavalli per i combattimenti e per le rappresentazioni teatrali, essendo un  comune ideale per la gioventù e per la plebe, che sempre di più lo seguivano (anche perché era cancellata  l’etichetta e quindi più facile l’incontro e il suo rapporto) lo avvicinava al suo popolo …
Filone  che  non parla di questo  cambiamento a Roma, da cui venivano echi secondo la lettura  critica sacerdotale dei giudei delle sinagoghe romane, ostili a tale sconvolgenti ed innaturali atti, vede solo la trasformazione che avviene in Alessandria nel comportamento del governatore e nel nuovo rapporto stabilitosi tra il prefetto e i caporioni popolari.
Egli afferma che improvvisamente c’è una cambiamento di direzione amministrativa in quanto Flacco, da retto governatore diventa inetto e insicuro e per di più risulta  un fantoccio dominato dai due  alessandrini, popolari, che, essendo espressione della massa popolare,  gli   impongono  di procedere in senso antigiudaico (Flac. ,41)…
A dire il vero il prefetto si serve dei  caporioni e finge di essere da loro dominato: egli infatti fa ordinare ad Isidoro perfino una protesta con accuse contro di lui dal ceto più umile della città.
Insomma il piano antiebraico veniva realizzato, ma il prefetto  doveva rimanere esente da colpe: i colpevoli erano già pronti.
Filone  sembra invece credere a questo rovesciamento teatrale , proprio della peripeteia tragica,  e  nella descrizione di questi tre personaggi   mostra come sia stato  modificato il carattere del governatore rilevando la sua paura e la sua depressione.
Filone indulge al tragico, non è  storico; Filone dà una verità letta dall’angolazione giudaica nobiliare, doppiochista, abile a tenere la posizione ambigua, pronta per la scelta più redditizia.
I  mestatori alessandrini , comunque,   sono collegati con altri elementi  attivi alla corte di Caligola, probabilmente  Elicone,  una specie di ciambellano factotum sempre presente in ogni momento della vita quotidiana del sovrano (Legatio,166-178) ed inizialmente anche  col governatore.
Questi capirono che  era imminente una persecuzione contro gli ebrei e che si riprendeva la persecuzione secondo le linee già indicate da Seiano e  fecero piani in relazione all’azione permissiva  di Gaio nei confronti di servi, che facevano delazione contro i padroni. (Flavio, Ant. giud. XIX,1-3): l’azione contro tutto il popolo giudaico sta per iniziare  (sumpan.. to ethnos Filone, In Flaccum,1) e Flacco coordina il suo operato parziale (merei  Ibidem) contro i giudei alessandrini, esteso  anche a quei luoghi dove può arrivare la sua auctoritas.
Perciò  Avillio Flacco , coinvolto,  da buon governatore tiberiano divenne spietato  aguzzino degli ebrei, per mostrarsi zelante nella  accettazione della neoteropoiia caligoliana  per farsi perdonare le colpe avute  contro la famiglia giulia, l’appartenenza al partito filoclaudio, appoggiando  all’improvviso il partito popolare e militare alessandrino e i suoi caporioni che promettevano di assisterlo con tutto il popolo e  il senato cittadino in caso di  denunce contro la sua persona.
La condizione di sudditanza di Flacco é spiegabile  anche perché  Caligola, divorziato da Orestilla,  dopo la morte della sorella, sua amante,   dopo il viaggio in Sicilia, e la costruzione del porto di Reggio  come scalo intermedio tra Alessandria e Roma delle merci di grano,  inizia a colpire i consolari accusati di tradimento (Dione Cassio, St., LIX,11)
Insomma gli alessandrini avevano saputo della volontà di Gaio  di cambiare totalmente politica interna ed estera, specie dopo il nuovo  matrimonio  con Lollia Paolina (Dione Cassio, St.,LIX,12,1) , momento in cui  vengono esautorate implicitamente le sorelle, Agrippina e Livilla, poi esiliate, determinando un altro cambio di team, in cui rimanevano solo i liberti.
La  nuova situazione romana era ben  conosciuta  ad Alessandria, da parte greca e da parte greco-giudaica,  come anche la politica estera: i piani di Caligola di fare una doppia spedizione (una germanica ed una partica) dovevano servire  per avere una gloria militare  per debellare il potente consesso senatorio e liberarsene del tutto.
Quella germanica già era nell’aria alla fine del 38 e quella partica era stata  anticipata dalla elezione di  Erode Agrippa a re di Iturea e regioni limitrofe, di  Antioco  a re di Commagene e dei figli  di Coti      (Ibidem,12,2) a re di Ponto e  di Tracia ,  dopo che Vitellio aveva ripristinato l’ordine in Siria ed al suo posto era stato inviato Petronio Turpiliano ( Flavio ,Guer. giud. II,10, 1-5;Ant. giud.XVIII,262 ss  Filone Leg.207-260): bisognava estirpare i collegamenti che c’erano  tra lo zelotismo palestinese e quello partico, limitare il potere finanziario ed economico dei giudei ellenisti della diaspora, al cui centro era il giudaismo alessandrino, riprendendo la politica seianea antigiudaica.
Inoltre era ventilata anche l’idea di un suo abbandono di Roma e di un viaggio che poteva essere definitivo  in quanto si diceva che aveva intenzione di guidare il mondo da Alessandria, riprendendo il disegno di Cesare e quello del suo bisnonno Antonio, accarezzato anche da suo padre Germanico, sempre però dopo l’impresa germanica.
L’azione di  ripristino della  giustizia in Alessandria, quindi,  non aveva gran valore per Caligola  per il quale solo contava  l’allineamento alla sua politica interna ed estera.
Questo  cercarono di far capire al governatore  Lampone ed Isidoro: il vecchio sistema era finito, tutto era cambiato ed un nuovo ciclo iniziava.
Da qui  il via libera al popolo di Alessandria che può attaccare quei giudei della medio bassa borghesia, non ellenizzati, che abitavano in due quartieri della città: l’assalto fu su questa parte della città integralmente giudaica, non su quella parte degli altri tre quartieri dove i giudei vivevano misti ai greci.
Filone parla del sequestro di 400 case (Flac.94) e di  ammassamento della popolazione giudaica in una zona ristretta di un  quartiere  e quindi tratta della strage fatta su una parte della popolazione giudaica e su una parte del sinedrio (38 membri) e specificamente di tre membri sinedriali,  di cui fa i nomi.
Filone descrive la tragica sofferenza giudaica rilevando tre fasi di progressiva ostilità  nel comportamento antipopolare giudaico del governatore:  la prima in cui si  facevano trapelare le sue intenzioni ostili  velatamente  nel corso dei processi, nel rifiutare colloqui con i giudei , nell’accogliere solo formalmente Giulio Erode Agrippa  re e famigliare di Gaio, facendo finta di  ignorare le beffe fatte  al suo indirizzo   e la parodia del suo incoronamento e del suo rango pretorio;
la seconda fase  come profanazione delle sinagoghe con l’installazione della statua di Panthea Drusilla probabilmente e non di Gaio, non ancora deificato,   trascurando la possibile reazione dei giudei non solo di Alessandria e di  Egitto (un milione ) ma di tutta la diaspora (1’500000) e delle ripercussioni negative in ogni città, dove la popolazione giudaica era diffusa;  la terza fase come  abolizione della posizione giuridica tramite l‘atimia  per cui i giudei divennero  stranieri (csenoi) ed estranei al paese ( epelydes Flacc. 53-54) per cui i greci potevano darsi al saccheggio  anche delle case, rovinare il florido commercio ebraico,   abolire quindi  la costituzione augustea  imprigionando  membri del sinedrio, facendo stragi, crocifissioni torture, dopo aver ghettizzata la popolazione giudaica in un settore di un solo quartiere e il più piccolo.
Ma una parte del giudaismo la più numerosa è salva: il prefetto  si serve di essa che è tra i notabili della città in quanto è pars ellenizzata  aristocratica  sacerdotale, oniade, di cui fa parte Filone,la sua  famiglia  quella di suo fratello  Alessandro, quella di tutti i discendenti di Onia IV ( come  i discendenti della  famiglia di Boetho  suocero di Erode il grande) che formano l’élite di Alessandria, costituita da uomini dell’alta finanza (trapezitai), da capitalisti                 (poristai), da armatori (naukleroi) e da  grandi commercianti (emporoi), dominatori dei due porti alessandrini, ben collegati con gli argentarii romani, congiunti perfino con Antonia minor, la nonna di Caligola.
Anche questi avevano i loro informatori che facevano conoscere la situazione romana e la politica internazionale caligoliana: Filone quindi conosceva quello che conoscevano i caporioni e lo stesso Flacco, ma Filone in In Flaccum fa l’apologia del giudaismo e dice quello può dire,   marcando tutta la sofferenza giudaica: la sua ambasceria  a Gaio consisteva infatti nel racconto di ciò che aveva sofferto l’ebraismo (a epàthomen) e nella dimostrazione della legittimità  dei diritti giudaici (dìkaia).
E tra questi diritti egli  ricorda che Flacco lese  quello sinedriale,  quello di fustigazione  e quello della sospensione delle pene al momento della celebrazione del compleanno di Caligola, il 31 agosto.
Prima di quella festa, Flacco ordinò  ai soldati facendo quindi un’operazione militare, non più solo popolare, la perquisizione delle case giudaiche nei quartieri  per ricercare le armi che non erano state trovate ma che  erano state trovate precedentemente tra gli egizi e tra i giudei egizi, quelli delle case sequestrate.
Filone ci tiene a precisare sulla illegittimità delle azioni di Flacco  e precisa che  il Sinedrio era stato istituito da Magio Massimo (Flac,74) quando era governatore per la seconda volta,  su ordine di Augusto che riconosceva i diritti già accordati dai Lagidi.  Magio dopo che era stato governatore tra il 3 e 10 d.c. fu di nuovo governatore dopo Aquila (Ant. giud, XIX,283), che aveva governato l’Egitto dal 10 al 12 e  perciò Augusto  autorizzò formalmente il funzionamento del  sinedrio nel 13 ,  confermando la  carica del genarca-etnarca, probabilmente quella del  padre di Filone,  nelle sue funzioni amministrativo-giudiziarie e religiose,  poi riconfermato  da Gaio Galerio (Seneca, ad Helviam matrem, 19,4-6)  che governò per 16 anni.
Dalla lettera di Aristea (oggi riconosciuta come opera del II secolo  av.C.(310)  da Antichità giudaiche  (XII,108 e XIV, 117 in cui si riporta un passo di Strabone  che parla delle funzioni amministrative giudiziarie ed archivistiche, propria dell’alabarca)  si evince che gli oniadi avevano  anche una funzione religiosa, data la carica sommo-sacerdotale  del primogenito della  stirpe degli oniadi, celebrante nel tempio di Leontopoli.
Inoltre  Filone precisa che la fustigazione in uso era di due tipi : quella della flagellazione degli egizi, fatta con frusta particolare e da esecutori diversi e quella degli alessandrini sia greci che giudaici con spate e fatta da agenti di polizia  alessandrini  (spatafori) in quanto cittadini liberi.
Filone inoltre precisa che  era norma  per un  governatore  durante il genetliaco di un  elemento della domus augusta  non punire alcun condannato ma dedicarsi solo alla festa; Flacco, invece, oltre a punire chi non era colpevole, punì anche durante la festa, anzi ne fece uno spettacolo di festa, senza rispettare la santità del genetliaco.
Infatti  dall’alba per tre o quattro ore della mattinata  senza concedere l’ammistia di un giorno, senza far togliere i morti dalla croce,  organizzò la festa facendo  appendere altri  vivi  dopo averli fatti flagellare in pieno teatro e torturati col fuoco e col ferro davanti a  spettatori , che godevano  dapprima della vista di giudei fustigati, impiccati,  messi alla ruota,  brutalmente sfigurati  e portati alla morte, passando attraverso l’orchestra e poi dell’esibizione di danzatori, mimi flautisti  e di attori teatrali in genere.
Filone però parla solo di  ebrei che vivevano nei due quartieri separati, che dovevano essere filopalestinesi e collegati con parenti  della  Giudea: su questi  e sulle loro case si  sorvola e solo  in occasione delle perquisizione delle case dei nobili, non toccati dalla atimia si parla della  ricerca di presenza di armi  nelle case, dove non potevano essere, data la loro filoromanità.
L‘atimia, dunque, toccò solo i giudei che avevano diritto ad una cittadinanza di semplice alessandrino,quei  giudei, cioè, che vivevano da tempo in Alessandria  con diritti di  residenza  propria degli egizi alessandrini, non greci.
Nessun governatore poteva azzardarsi a toccare l’aristocrazia giudaica alessandrina ellenizzata, iscritta perfino nelle tribù e nei demi cittadini,da decenni: l’atimia, perciò,  colpisce solo i giudei alessandrini non ellenizzati indiziati e perseguiti anche per il sospetto di tenere le armi nascoste  e di essere  collegati  con lo zelotismo palestinese.
L’ intervento finale  di Flacco, infatti, fu militare  e questa volta sulla pars aristocratica, sulle abitazioni non sequestrate: i militari di Casto cercavano armi che non furono trovate ma poi come suole accadere  quando ci sono di mezzo i soldati, ci andarono di mezzo le donne non solo quelle giudee ma anche altre donne di altra etnia  che portate nell’agorà, furono distinte dando loro da mangiare carne di maiale e punite quelle che non la mangiavano.
Da Filone, che pur legge con animo di parte, ci vengono date indicazioni sul modo di procedere di Flacco e dei capi popolari alessandrini che avevano promesso al governatore di salvarlo dalla inimicizia di Gaio.
Il cambiamento, dunque, di Flacco  appare  netto: non è più un giudice imparziale ma  un giudice dispotico, caligoliano, che condanna senza processo, assumendo  contemporaneamente le vesti di accusatore, di nemico, di testimone, di giudice, di esecutore della condanna.
I  tre capi popolari sembrano  condizionare Flacco,  visto ormai  governatore  degradato,  non più padrone del campo; essi appaiono come i manovratori della situazione   mentre   Alessandria appare   città non più governata, in preda a stragi  di cittadini; questa Alessandria doveva essere  per Filone la patrona del suo governatore!.
Filone  bolla Dionisio come demagogo,  Lampone come scribacchino e ladro, Isidoro come  intrigante arruffapopolo, ed, insieme, li considera  un branco di malfattori.
La descrizione dei  responsabili dei mali giudaici è tipica della narrazione satirica giudaica  ora smodata,  nonostante i tentativi di compostezza e di  misura, propri di uno che vuole essere spoudaios , asteios. kosmios, ma è incapace di contenere la propria eccitazione e il proprio disgusto, di fronte a tanta barbarie.
Lampone è ben delineato , caratterizzato nella sua personalità di scriba corrotto  che probabilmente scoperto in seguito  come cancelliere, era stato   accusato da Flacco stesso  di frode contro lo stato che era un crimen maiestatis in quanto perpetrato contro i beni e la persona dell’imperatore  poiché l’Egitto era un bene familiare imperiale.
Nel processo di due anni  Lampone si era trovato a mal partito dovendo pagare  gli avvocati e perciò aveva denunciato, in momenti in cui la causa era a suo favore, che lui era stato rovinato nel suo patrimonio dal fatto di essere stato costretto ad assumere  la funzione di Gimnasiarca,  che comportava molte spese per rifare i ginnasi, ricostruire le palestre pagare i gumnastai e i tanti operai che svolgevano lavori  di manutenzione, in una giustificazione della sua tirchieria o a dimostrazione della sua non floridezza finanziaria.  Egli adduceva  come pretesto che non  possedeva averi sufficienti  per svolgere quel compito che richiedeva tante spese, eppure,prima del processo,  aveva sempre manifestato  di essere molto facoltoso  anche se nella dokimasia (nella verifica dei beni che si faceva  prima che qualcuno svolgesse una funzione statale), era risultato non ricchissimo, ma che si era arricchito con azioni illegali.
Egli come grammatokuphoon, scriba, a contatto diretto con i governatori  durante i processi registrava  le accuse  e, come avente tale funzione, le presentava. Egli aveva così l’opportunità di cassare  le cose dette o di ometterle  a suo piacere,  non inserendo termini e, se possibile,  cambiare le lettere  su e giù per il testo,  facendo operazioni di trasformazione, di cambiamento , rovesciamento, correzione e   in relazione a quanto fatto, si faceva pagare  per lettera o per apice, adulterata.
Per questo il popolo  lo chiamava calamosfactes (colui che uccide con la penna) in quanto uccideva  moltissimi  con le lettere che scriveva , rendendo così i vivi più disgraziati dei morti.
Infatti quelli che potevano vincere e godersela, a causa sua, invece, subivano la sconfitta e la povertà,  poiché i loro avversari pagavano lui  che capovolgeva la situazione,  dando i beni altrui a buon mercato.
Ciò era possibile perché i governatori  non potevano ricordare quanto scritto, data la mole delle pratiche sbrigate  in una provincia così grande  dove le cause si accatastavano le une sulle altre, e considerata la varia natura causidica  e il computo dei tributi e delle rendite, il cui esame richiedeva più di un anno. Lampone così sfruttava la lungaggine delle procedure e la dimenticanza dei giudici e scriveva tra i vinti  coloro che dovevano vincere e  faceva risultare quelli che dovevano perdere tra i vincitori, dopo aver preso somme di denaro.
Isidoro è anche lui ben tratteggiato nella sua funzione di agitatore di masse e di sindacalista  sempre pronto a favorire e a parteggiare o per le masse, specie greche o, ma anche per quelle egizie e delle minoranze  etniche  residenti ed avventizie.
Egli non era un funzionario effettivo, ma era anche lui un uomo dell’entourage del prefetto o meglio individuo utile  al suo  servizio, senza carica ufficiale.
Egli era per natura malvagio e facinoroso, molto abile a  creare tumulti e rivoluzioni, se non c’erano, e a fomentarli e ingigantirli, una volta scoppiati.
Egli amava circondarsi di una moltitudine disordinata e confusa  in cui convivevano elementi vari di origine servile  organizzati secondo la simmoria.
Era questa una organizzazione tipicamente ateniese,  poi divenuta tipica di ogni città del Mediterraneo di tutte le città greche  dell’impero romano, compresa Alessandria.
Ad Atene si soleva formare gruppi di 1200 uomini,  suddivisi in corpuscoli di 20 membri (due ogni tribù)  di 60 uomini ognuno. Ad Alessandria, dove la popolazione era molto eterogenea,  forse il numero era doppio o triplo, a seconda  delle classi.
Forse Filone propende per un numero di 2400 unità  ( anche se non si può scartare un numero  di molto superiore  a quello delle  simmorie ateniesi  (Flac. 143 ).
In effetti si formavano squadre di migades  (misti  greco-egizi, o di varia etnia)  e di sugkludes (plebei di norma egizi) oltre forse a greci puri, sempre pronti agli ordini di Isidoro.
Questi gruppi, comunque, erano dominati da  Isidoro che li gestiva  manovrando l’associazione come voleva, subordinandola a volte anche ai piani del prefetto.
Egli aveva questa opportunità in quanto la città era piena di  thiasoi , che  lui controllava in ogni senso.
Il thiasos  in epoca ellenistica era  una comunità, tipo le nostre confraternite, di fedeli di uno stesso dio,di norma Dioniso,  che celebravano  con danze, sacrifici, processioni e riti.

Siccome si riunivano periodicamente  in sinodi (concili, assemblee , club)  che formavano anche una corporazione e che stabiliva  i riti da farsi, le cerimonie, le feste, le date   e siccome   ogni cerimonia si concludeva con  banchetti, in cui  non c’era niente di buono, per un ebreo, ma solo vino schietto,  dove c’erano ubriachi, insolenti e violenti, i thiasoi venivano visti negativamente dai giudei,  anche se erano  occasione di integrazione sociale e di comunicazione, seppure con qualche violenza.
L’angolazione di Filone è quella di  De Vita contemplativa (75  ss) dove vengono comparati questi thiasoi  ( sinodoi e  clinai)  dei greci ed egizi con la  sinagoga greca e con cena giudaica.
In queste riunioni e banchetti  Isidoro era  il capo, salutato con vari nomi  (sumposiarckhos, klinarches, taracsipolis) ed era obbedito da tutti  quelli che facevano quanto egli ordinasse.
Isidoro era personaggio compromesso con il governatore, che aveva organizzato perfino le accuse allo stesso Flacco da parte degli spalmatori degli atleti e degli addetti alle pulizie  probabilmente in combutta con Lampone.
Isidoro, che inizialmente era in una qualche considerazione, vistosi non più stimato, si era messo in contrapposizione .
Perciò assoldò  uomini che ungevano gli atleti e che facevano  i banditori  e li convocò al ginnasio, avuta l’autorizzazione di Lampone, facendo riferimento ad Elicone, fece accusare variamente il governatore.
Mi sembra che questa  operazione sia gestita dagli agitatori popolari  ma in effetti  sia concordata col prefetto, che così viene  discolpato pubblicamente dell’eccidio giudaico: certamente il prefetto garantisce loro l’incolumità in qualche modo e li paga per l’ulteriore servizio.
Flacco, però, forse non sapeva che questi erano al soldo di altri, come Elicone  e Pallante (Dione Cassio, St.,LX,30,6b), che sapevano che la sorte di Flacco ormai era segnata.
Il governatore, allora, saputo che la città era sdegnata e che mal sopportava che il nome di Alessandria fosse disonorato, convocò i magistrati cittadini e tutto il popolo.
Vennero i capi (tra questi l’élite giudaica) ed anche tutta la cittadinanza greca, meno quella che doveva essere inquisita  per i tafferugli, i latrocini , le distruzioni, le stragi giudaiche.
Flacco fece disporre su tribune tutti i  provocatori e quelli che avevano fatto la protesta contro di lui in modo che fossero ben visti,
Interrogati davanti a tutti; ed essii confessarono che l’autore di ogni cosa era stato Isidoro, che li aveva assoldati.
Dopo che Isidoro fu riconosciuto colpevole  si discusse sulle proposte fatte contro di lui   o di privazione dei diritti civili o di esilio o di morte: all’unanimità Isidoro fu condannato a morte.
Egli però si sottrasse all’arresto con la fuga e Flacco lo lasciò andare convinto che così non ci sarebbero stati in città  lotte e  sedizioni.
Quando Flacco, poi, viene arrestato e portato a Roma davanti all’imperatore,  ha come accusatori proprio Lampone ed Isidoro: le loro accuse erano ininfluenti alla già premeditata condanna  che Caligola aveva inflitto  al suo nemico, delatore della sua famiglia.
Filone può allora di nuovo vedere il disegno divino rilevando la nuova peripeteia: due sudditi accusatori del loro prefetto,  due servi contro il padrone.
Lo scrittore giudeo è veramente un interprete, un ermeneuta  che legge sempre oltre la lettera e vede come in Dio tutto si armonizzi e che il piano provvidenziale si compie inesorabilmente.
L’eccidio di Alessandria,  voluto da Flacco, che aveva sfruttato i caporioni greco- alessandrini, divulgato dalla fama portata dai marinai e dai trapezitai, dalle navi alessandrine, accese un incendio in tutto il Mediterraneo, sia in Occidente che in Oriente.
Isidoro era stato l’untorello manovrato dal governatore che   credendo di salvarsi facendo la volontà di Caligola, anticipatamente, e dando all’opinione pubblica il capro espiatorio, sperava in una totale assoluzione per i servizi allo stato.
I giudei, oltre alle perdite umane,  erano rovinati nelle attività finanziarie e bancarie  e nel commercio; la loro secolare  tendenza   ad isolarsi e separarsi non era bastata ad Alessandria a quella pars giudaica, zelante di fede.
I giudei della medio-bassa borghesia cittadina  pagarono  anche per quei fratelli  che  erano invidiati, data la  loro immensa ricchezza, dai greci  alessandrini,  che volevano equiparare i loro diritti e le loro forze con l’etnia giudaica predominante in Alessandria, inattaccabile perché ellenizzata, romanizzata, probabilmente spregiudicata ed  atea come i sadducei.
I giudei credenti e zelanti di fede, non potendo partecipare alla vita delle sette dionisiache, orgiastiche,  per espressa proibizione della legge,  guardavano con sospetto  e con apprensione ogni riunione e  festa,  da cui  normalmente derivavano guai per loro che necessariamente erano guardinghi e sempre in uno stato di allerta.
Nel 38  d.C. troppe forze concorrevano al loro male, non solo un governatore indiziato o in procinto di essere accusato  dall’imperatore stesso.
Inoltre  nel periodo seianeo (dal  23 d.C. al 18 ottobre 31 d.C. )  essi erano memori delle persecuzioni  subite sotto Vitrasio Pollione, che aveva vietato di riunirsi in sinagoga e di fare proselitismo  e proibito di santificare il sabato  (Filone, de Somniis, II,123 ss).
Perciò essendo permesse le riunioni alle altre etnie e vietate le loro, i giudei  giudicavano moralisticamente le loro  riunioni sante  e quelle degli altri empie: una scarsa  soddisfazione!
Al di là dell’impostazione moralistica filoniana,  nell’ estate  38  (dalla morte di Drusilla alla festa delle sukkoth, inizio dell’autunno)  Flacco e i tre caporioni  determinarono la strage dei giudei, propagandando nel mondo romano l’antisemitismo e creando focolai di disordini e lotte cittadine in ogni città dell’impero, che perdureranno anche con maggiore consistenza per tutto il regno di Caligola e che avrebbero  dovuto avere come soluzione definitiva  o l’eccidio o la deportazione di tutti i giudei di Palestina.
Per me c’è sotto  questi avvenimenti alessandrini qualcosa altro, un evento che  si era verificato sotto Pilato e che aveva prodotto uno scompenso in tutto il mondo della diaspora: un giudeo prima di tutto  ha come patria Gerusalemme e poi la  città in cui è nato e vive, guarda e segue quanto avviene nella Città santa.
La sconfitta dei nazirei e  la crocifissione del loro capo  avevano diffuso in tutto l’ecumene  l’odio contro Roma anche dopo la pacificazione e l’elezione di Giulio Erode Agrippa a re.
Alessandria, la città con maggior numero di Giudei, con due diverse situazioni giuridiche  è la prima a pagare, nonostante il formale atto di ossequio  e nonostante la filoromanità della classe dirigente alessandrina giudaica.
La morte di Caligola e l’avvento al trono di Claudio riporteranno la  concordia nel mondo romano e il ripristino dello statuto augusteo in Alessandria dopo il decreto imperiale all’inizio del nuovo principato, conosciuto come lettera di Claudio agli alessandrini (Ant. Giud., XIX,278-291, Pap. Lond. 1912, in CPG- corpus papirorum iudaicorum-pubblicato da V.A Tcherikover, Arvad University Press I.1937).
Se si legge attentamente la lettera di Claudio agli alessandrini si capirà  che Claudio  vuole chiudere gli occhi sui responsabili ed invita gli alessandrini nella loro totalità, greci, egizi ed ebrei (ortodossi e scismatici, di costituzione giudaico-egizia e  greco-giudaica) alla omonoia (concordia)  come se inviasse un monito ai greci alessandrini  al fine di far loro rispettare la tradizione ebraica  secondo il decreto di Augusto da lui confermato .In effetti, egli, pur riconfermando lo status giudaico precedente, dopo aver valutato i  fatti e deciso in modo inappellabile  il suo verdetto sulle due  parti contendenti  da lui ascoltate,restringe  e limita il decreto augusteo.
Infatti Claudio  impone agli ebrei  un  divieto, quello di ellenizein ( di ellenizzarsi, cioè di diventare greci,di frequentare il ginnasio, di  partecipare agli agoni  presieduti dai gimnasiarchi) in quanto già godono di un loro politeuma e non devono andare oltre i loro diritti , che sono eccessivi, in quanto vivono in una città  altrui (en allotria polei)
Infine  Claudio impone, temendo che in Alessandria aumenti la popolazione giudaica,  che finisca l’ immigrazione  proveniente dalla Palestina o da altre parti di Egitto.
La conclusione è minacciosa: se gli ebrei  non faranno così , li perseguiterò con ogni mezzo  come propagatori di una malattia comune a tutto il mondo abitato
Così ordina Claudio, amico e fratello di latte di Giulio Erode Agrippa, suo patrono ed elettore nei giorni successivi alla morte di Caligola,  amico dell’alabarca Alessandro, sommo sacerdote scismatico di Leontopoli,  fidato procuratore dei suoi beni e di quelli di  sua madre, forse il capo trapezita di Pallante, suo ministro….

 

Pazzesco di Luca Mastrantonio

Una lingua pazzesca!

Pazzesco Dizionario ragionato  dell’italiano esagerato

Pressato da amici, mi sono sorbito, alla Palazzina Azzurra, come digestivo, per quasi un’ora, la presentazione di Pazzesco, un saggio linguistico- letterario, di Luca Mastrantonio  e poi la premiazione dell’editor Jacopo De Michelis, insieme  ad uno sparuto  gruppo di uditori, disattenti.

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Paradosis ed endeicsis

a Paradosis ( consegna) e  l’endeicsis (denuncia)  di Gesù Cristo

Dalle notizie evangeliche risulta che Gesù vive una vita misteriosa e nascosta fino a trenta anni e che, poi, si rivela facendo uno o più viaggi a Gerusalemme, dove, dopo denuncia e consegna ad opera del clero giudaico all’autorità romana, viene ucciso.
Viene celata (sembra) la regalità, una notizia, volutamente nascosta, sulla vita di Gesù, una figura di uomo, che non è descritta in modo completo, in quanto coloro che scrivono in epoca flavia, a distanza di oltre quaranta anni, hanno  interesse solo a rendere saldo un culto e riti, già consolidati dalla pratica, e lasciano senza luce storica i fatti riguardanti  il fondatore, che assume valore maggiore, proprio dall’ambiguità, dall’equivoco, dal muthos.
Comunque, gli scrittori lasciano dei segni storici palesi perché non possono tralasciare due elementi della storia, che erano rimasti impressi nella collettività giudaica sia aramaica che ellenistica: il crimen contro l’impero romano del Messia  e  la paradosis  con l’endeicsis all’autorità romana,  da parte dei capi di Gerusalemme.
Nostro intento è quello di far emergere la regalità, da una parte,  mediante queste due verità celate, esaminate come risultanze evangeliche storiche e, da un’altra, rilevare  l’impostazione dei vangeli canonici, all’ atto della scrittura, con il Kerugma  con la predicazione della morte e resurrezione, congiunta con la giustizia del governo romano e con la perfidia giudaica: noi siamo interessati solo dalla falsificazione dei termini, non da scrupolo religioso.
Noi cerchiamo di studiare i termini, che hanno diverso valore nell’epoca dei fatti, rispetto  a quella dell’epoca di scrittura evangelica: insomma diciamo che c’è stata falsificazione, pur se si lascia intatto (o quasi) il segno linguistico come significante,  che, però, è stato rivestito con referenze nuove, attuali, di un significato aggiuntivo, tipico di un altro tempo,  rispetto a quello storico di accadimento.
Essendo caduti gli ideali del precedente periodo, cambiati i valori di un malkuth (regno), conclusosi tragicamente, divenuto esemplare e per aramaici e per ellenisti, a seconda delle diverse letture interpretative, la missione stessa  degli apostoloi (inviati), che ebbero il mandato di seguitare il compito, fu cambiata: non più la predicazione del messaggio di un  prossimo regno, ormai impossibile ed irrealizzabile, ma  di un‘attesa escatologica ed apocalittica di un regno messianico, predicato da un Gesù–dio, divenuto redentore del mondo e modello di humanitas.
Su questa base, secondo la lettura paolina, i  discepoli degli apostoloi distaccarono  la sostanza del pensiero dalla storia e dalla vicenda reale e  predicarono la morte e la resurrezione del Christòs  insomma,passarono dal piano militare, ormai finito,  al piano spirituale e morale,  trasformando lo zelotismo in pratica religiosa con il Kerugma, separandosi dal giudaismo aramaico e perfino da quello  ellenistico, occidentalizzandosi e romanizzandosi.
Questo è  un processo lungo, che dura dall’ epoca flavia a quella antonina, mentre infuria ancora la lotta contro la romanitas  in senso aramaico, che condurrà, dopo altre peripezie, dolorose,  alla Galuth (all’esilio, alla cacciata, all’espulsione dall’ impero), dopo la fine, tragica anch’ essa,  dell’impresa di Simone Bar Kokba (134-36) .
Il vangelo di Marco comporta una volontà di segretare fatti palesi, il preciso skopos  di essere contraddittorio nel proclamare lo scandalo della  croce con la rivelazione del Christòs, nel fare la volontà di Dio,  che esige adesione di fede  e sottomissione al mistero,  sulla base del modello di Jesous  Christos Kurios , re unto, ma vissuto, per suo volere,  nel nascondimento, in modo umile, considerato come un romanizzato, trinome, espressione del nomos empsuchos (Legge vivente), legge scritta e non scritta.
Il pensiero di Marco, autore popolare, levita, piccolo sacerdotale, di cultura aramaica,  immaginoso,  puerile, dal linguaggio elementare e dalla forma paratattica, propria di un non ellenizzato (o di uno appena alfabetizzato, che ha appreso i primi rudimenti della koiné), dissociato culturalmente e dai  giudei ellenisti e dagli aramaici puri, è semplice: proclamare il Christos  ucciso dai suoi stessi connazionali,  secondo il dettato  paolino ( la morte e resurrezione del Signore  e lo scandalo della Croce).
La semplicità di Marco ha, però, efficacia  per l’immediatezza del racconto, per la stupefatta  partecipazione, per l’adesione ai miracoli e alla divinizzazione del Christos ed attira il lettore  proprio perché riduce tutto a narrazione apparente, senza meditazioni e senza polemiche: l’evangelista  è parabolicamente entusiastico, fedele, miticamente persuaso di avere la verità esemplata più nelle azioni, che diventano  agrafa, parole non scritte, nuovo nomos, quasi un altro codice  rispetto al nomos mosaico,  un sistema paradossale  teorico-pratico cristiano, da dare ai fedeli pagani e giudeo-cristiani, romani ed occidentali (modellato paradigmaticamente sul bios, mitico, di Abramo di Filone), basato sull’ esempio vivente di Jesous.
Noi propendiamo nella individuazione dell’evangelista Marco per quel Giovanni Marco  (Atti degli Apostoli, 12,12-25; 15,37), chiamato anche Giovanni (Ibidem,13,5-13) o Marco (15,39), conosciuto anche perché collaboratore di Paolo, da cui si separò (Ibidem, 15,36-39)  per qualche tempo, per, poi, esserne di nuovo compagno a Roma ( Paolo, Col.,4,10; Filemone,24,9  e 2 Tim. 4,11) e come discepolo di Pietro, da cui è trattato familiarmente , e filiarmente  (I Pietro, 5,13) .
Siamo  d’accordo con la tradizione di Eusebio, che, riprendendo Papia, vescovo di Ierapoli,  (Storia Eccl.,III,39,15)   dice che  fu interprete di Pietro e che scrisse con esattezza, ma senza ordine,  tutto ciò che ricordava  delle parole e delle azioni  del Signore.
Egli, secondo la testimonianza di Papia, non ci  ingannò  scrivendo  quanto ricordava  in relazione alla lezione  di Pietro, che insegnava, adattandosi  ai vari bisogni degli uditori,  e non si curava  di dare una composizione ordinata delle parole del signore (logia) .
Anche Ireneo  (Adversus Haereses, III.1,1)  e  Tertulliano (Adversus Marcionem, 4,5) e  Clemente Alessandrino (Strom., 1) riportano che  Marco scrisse come discepolo di Pietro.
Perciò Marco  sottende, da una parte, il pensiero petrino attualizzante, e da un’altra, quello paolino  presentandosi come genuino e popolare nell’ inizio di ogni periodo  con  Kai euthus ( e subito) , scrivendo per latini  a cui spiega il greco (non per nulla ci sono latinismi 12,42: la vedova gettò due lepta o estin ekodràntes/quadrante; e i soldati  condussero Gesù nel cortile; eso tes aules, o estin praitorion/pretorio 15,16) o servendosi dell’aramaico, sua lingua naturale , dopo averlo tradotto in greco. Il gar di Marco – con cui si chiude il suo testo inconcluso–  ripetuto, stucchevolmente , secondo il parlato aramaico asindetico, deittico e ripetitivo, palese nei Talmudim,  non solo ha valore di spiegazione dei fatti e dei detti al posto  di una congiunzione dichiarativa, ma ha funzione di rendere l’affermazione personale conclusiva e sentenziale.
Yohanan  Marco, se è lui lo scrittore del tipo di  Shimon Pietro, Shaul Paolo,  Levi Matteo, Iosip Flavio, uomini di cultura mista, la cui convinzione apparentemente semplicistica è meditata  ed è data in relazione all’utenza, si avvale,comunque,  del contributo di uomini di mestiere, di grammatici e retori, scaltriti nell’ uso dei termini e quindi di un’area  letteraria flavia, connessa con quella dello storico (cfr Angelo Filipponi , Commento al I libro di Antichità Giudaiche, angelofilipponi.com).
Inoltre, Marco, forse,  è  il kolobodaktulos, cioè il  levita e sacerdote del tempio, che non volle servire e perciò si mutilò il pollice:  è un uomo di parte e, quindi, capace di compiere azioni estreme,  pur di salvaguardare il proprio pensiero e la propria fede; potrebbe essere un estremista,  come Origene,  che si autoevirò per essere tra i primi del Regno del Signore.
Marco conosce quasi certamente La guerra giudaica di Giuseppe Flavio(VII,2,2) : non può essere un caso che ripeta leukous endiduske  khitoniskous kai porphuran  emperonesamenos  khlamida (si avvolse in tunichette bianche  e fermatovi sopra  un mantelletto di porpora): egli adatta, aggiusta e contamina la cattura di Gesù con quella di  Simone di Ghiora capo dei rivoluzionari insieme a Giovanni di Giscala.
Marco conosce anche il gioco alessandrino di Karabas, descritto da Filone in In Flaccum  come parodia della regalità giudaica  da parte greco-romana.
Marco è per noi  acrimonioso nei confronti del confratelli giudaici aramaici,  dai quali forse diverge per la strategia militaristica  (12,10-11; 13 1-37; 14,57-72.) e perciò, dopo la distruzione del tempio ha possibilità di schierarsi in senso cristiano, libero dai giuramenti, e  perfino da quegli ellenisti,  specie alessandrini, che credevano solo nel vangelo di Giovanni Battista  e nel suo battesimo.
Matteo,  rispetto  a Marco ha altra cultura ed altra impostazione, quella teologica, filoniana, con riflessione biblica, comune anche a Marco,  che è segnata  nel Vangelo greco, ma doveva essere stato diverso in quella sua scrittura aramaica dei logia, ricordati  di Papia  nell’opera  Esposizione dei discorsi del Signore  pubblicata nel 110 d.C. ( Eusebio St. Eccl. III,38,16),  da cui sorsero  poi i vangeli cristiani.
Levi Matthaios, un altro ellenista, un ellenizzato, tachigrafo, pubblicano, telones,  scrisse  in dialetto ebraico-aramaico coordinando i logia (oracoli) del signore : ciascuno poi li interpretò  come poté.
Il termine  logia sia per Filone (Vita di Mosé specie nel III  è ricorrente logion) che per gli Atti  (7,38 ) hanno valore profetico mosaico e quindi connessi con la Torah, come oracoli legati alla legge di Mosè, non  esterni alla legge, non nuovi, ma come forse commenti scritti alla presenza del rab- maran, rimasti così fino a dopo  il 70, in cui  Marco e Matteo stesso, in una nuova situazione storica, aggiungono elementi e fatti, in relazione alle parole che, comunque, cambiano di significato.
Il Kerugma matthaico, predicato per i  connazionali aramaici e poi  anche per i giudei  ellenisti (Ireneo, Adv. Haer, III,1,1;  Eusebio St.Eccl., III,24,6 , Clemente Alessandrino, Paedagogos, II,1,36 ) dopo  viaggi apostolici  in Ponto, Persia e forse India (dove Panteno alla fine del II secolo ritrovò i Logia originali) non è quello di Marco:  è un contenuto,  già predisposto in relazione alle lettere di Paolo e a tutto l’annuncio evangelico, secondo il canone, veterotestamentario, dei Settanta, già interpretato da Filone, secondo Sapienza e  profeti, e secondo  quello neotestamentario, esclusi Giovanni e  Giacomo.
Certamente i logia, nel testo matteano attuale, hanno grande rilievo e rivelano il Regno dei cieli  quello zelotico, originario, ma essi hanno ben sotteso il regno messianico, a cui ogni uomo è chiamato a partecipare, inteso poi come Regno di Dio, secondo interpretazione sovrumana e celeste, distinto dal Regnum romano: essi infatti occupano i tre quinti del bios, mentre  fatti e miracoli (2/5) fanno da contorno e a volte da spiegazione concreta  all’ anima, costituita dai discorsi (5-7; 10;13; 18;  23-25;9) infarciti di salmi, di  detti  sapienziali, di oracoli dei profeti e specie di Isaia, (53) al fine della dimostrazione della necessarietà del patire del Christos non più re, ma uomo  sofferente, agnello condotto al macello.
L’autore, chiaramente ebraico,  parla dei pubblicani, di farisei, e di tutte le caste sacerdotali, parla della casa ebraica, di città santa, di  luogo santo,  conosce usi, tradizioni, parole gergali e soprattutto collega la torah con la predicazione del Vangelo,  cioè, mentre annuncia la venuta del Messia,  figlio di David,  rileva le varie predizioni,  tramite la lettura dei profeti,  ne  mostra le ragioni per cui  giustamente Gesù  sia l’atteso,  anche se rifiutato dai confratelli.
Soprattutto i logia parlano espressamente di  Il Regno dei Cieli, intendendo, però, non il Malkuth ha shamaim, cancellato, come pensiero, dopo la distruzione del tempio, ma il regno messianico,  a cui ogni uomo deve partecipare,  ed  afferma la davidità del Messia , attraverso la Genealogia (I,2,16) dimostrando come il Christos compia le profezie, dando il via alla interpretazione  del cristianesimo, come  compimento e completamento dell’ebraismo,  creando le basi per il Nuovo Testamento come punto di arrivo del Vecchio testamento…
il logion matthaico  dell’ultima cena  e specie quello del sangue versato per molti  risulta un’aggiunta successiva quando al suo significato si dava l’idea di universalità in relazione al pensiero di  Paolo  che trasforma il calice dell’alleanza in un  calice  di nuova forma di alleanza (1 Cor. 11,25;  1 Corinti 10,16; col. 1,20; Ef.1,7 Rom.3,25 Ebr 5,13-20;10,19;12,14;13,12). D’altra parte il testo di Marco 14,24  (touto estin to aima  mou ths diathhkhs to ekkhuvvoimenon peri polloon –  ben connesso con Mt  26,26-29; Lc.22,15-20)  non ha  uper ton pantoon  per(a favore di)  tutti (pro omnibus) in quanto il sangue versato è per molti  (Pro multis) e per voi (pro vobis)   amici e discepoli.
Gesù, che si sacrifica per i suoi,  al fine di evitare la distruzione della città assediata,  è un martus giudaico, come poi lo sarà Shimon bar Kokba  col suo rabbi Aqiva (cfr Martire giudaico, Temi).
Anche Origene in Principi tende a dare l’idea di universalità al sacrificio di Gesù. La sua consegna  ai Romani invece ebbe un altro valore  quello di risparmiare il saccheggio della città e quindi  di salvare il salvabile. specie i discepoli che consegnandolo si sarebbero potuti salvare…
Egli, infatti, usa le espressioni: tutto questo avvenne  affinché si adempisse ; così si adempì (1,22; 2.15; 2.17-23 ; 4.14 ed altrove): sua la colpa (o chi per lui rivide i suoi scritti, in seguito) di aver dimostrato la perfidia giudaica,  di quei confratelli che  osteggiarono il Cristo  non volendolo riconoscere  e nonostante i segni palesi,  lo perseguitarono e lo uccisero,  dopo averlo proclamato re.
Da qui non solo deriva l’endeicksis con la paradosis di Gesù ai romani, ma anche e soprattutto  la condanna ebraica alla reità della uccisione di un uomo-dio (27,25 Il popolo tutto quanto rispose: il sangue suo su di noi e sui nostri figli) e  quasi l’assoluzione a Pilato, che  si lava le mani  dicendosi innocente del sangue di questo giusto ed ammonendo il popolo Ve la vedrete voi! Insomma, Matteo ha la colpa della secolare ed ingiusta persecuzione cristiana agli ebrei e della assoluzione dell’impero romano: ha rovesciato la  storia, romanizzandola, grecizzandola, paganizzandola, da telones!
Luca,  invece, scrisse il vangelo per i pagani convertiti, in Acaia, col proposito di contrapporre per i fedeli greci,  la verità alle favole degli eretici,  (Ireneo, Adversus Haer., III,1,1; Tertulliano, Adversus Marcionem  IV,5 ;  Origene, In Lucam Hom.1 ; Eusebio, St. eccl. II,4,4-6).
Tutti, più o meno. convengono nelle stesse  notizie, confermate anche dal Canone muratoniano e dal Prologo antimarcionita  ambedue del primo decennio della seconda metà del II secolo: Luca fu siro antiocheno, un medico, compagno di Paolo, scrittore anche di Atti degli apostoli.
Chiaramente il vangelo di Luca ha valore apologetico ed è paolino, come impostazione, in quanto ha cari i temi della giustificazione per fede e l’universalismo della salvezza (Cfr Qual è il sondergut di Luca e di Matteo ?).
Senza prendere in considerazione il vangelo di Giovanni che è di epoca gnostica e quindi lontano dai tempi Flavi, noi consideriamo solo  le risultanze evangeliche sinottiche dei tre evangelisti, di cui abbiamo dato qualche indicazione.
Perciò abbiamo diviso le  risultanze   di un lungo lavoro di esame in a. storiche  e b. mitiche e poi  ne abbiamo dimostrato la storicità e la miticità in opposizione anche alle varie teorie e alla  formgeschichte e redaktiongeschichte . …

Cirillo e Porfirio

Cyrillus contra Iulianum

Della Philosophos Istoria di Porfirio si conoscono alcuni frammenti, tratti da Cyrillus contra Iulianum.( 4,11-12, 14, 18-22)  per il quarto libro.
Per la conoscenza degli altri tre libri dell’opera, però, siamo debitori principalmente a Suda (framm.2,3,7- per il I e II libro)  a Teodoreto (framm. 13,15-16 e 11-12 ) per il terzo …
Anche Eusebio dà il suo contributo  (frammenti 25-29 ) al fine di conoscere l’opera di Porfirio, ma come già gli altri autori cristiani per tracciare un profilo negativo della  filosofia porfiriana…

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La traduzione e Girolamo

De optimo genere interpretandi

Girolamo e la traduzione
La lettera LVII  di Girolamo a Pammachio è un vero trattato sulla traduzione.
Essa si divide  in 13 paragrafi
La lettera è tipica  espressione di un’artificialità retorica, in cui è facile rintracciare la formazione di Girolamo, discepolo  di  Apollinare di Laodicea e di  Gregorio di Nazianzo  e quindi indirettamente della scuola origeniana del Didaskaleion di Alessandria.
Per dare un segno paradigmatico della retoricità dell’opera di Girolamo mi sembra opportuno  rilevare il sistema di semantizzazione della conclusione, connessa con la grammaticizzazione: da una parte -anche se in una porzione limitata -si capisce  il sistema operativo del grande interprete e da un’altra la sua logica apocalittica.

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Nifo o Machiavelli?

Chi ha copiato? Nifo o Machiavelli?

Nifo o Machiavelli?

Nel corso del mio lavoro di storico mi sono incontrato in tante conclusioni astoriche, in tanti giudizi assurdi, tirati col senno del poi da uomini considerati esperti.

Ho considerato, perciò, i  tanto stimati esperti solo parolai e i grandi comunicatori di massa affabulatori e non seri  operatori della storia.

Per me fare storia vuol dire ricostruire esattamente un ‘epoca in ogni settore di vita  e perfino riprodurre la quotidianità in modo da veder scorrere la regolarità di normale flusso vitale come in un corpo vivente. 

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Filone cristiano o Cristo filoniano? Ta kata Seianon

Perchè Filone non parla di Cristo?

Filone, pur conoscendo Gesù Cristo, non ne parla nella sua monumentale opera.
Neppure è possibile avere la sicurezza che Filone e il Christos si conoscano perché l’opera  Peri Toon Aretoon, in cui il theologos avrebbe potuto parlarne, ci è giunta priva di tre libri, e specificamente di quello dove probabilmente avrebbe dovuto trattare del bios del Signore.
Noi cristiani, inoltre, abbiamo fatto christianos Filone, e nemmeno abbiamo preso in considerazione che Christos potesse  essere stato filoniano, cioè  uomo seguace del pensiero legalistico oniade  e perfino capace di realizzarlo secondo la prospettica scismatica  emporistica, comunitaria propria dei discendenti di Onia IV.
Al di là di come è andata effettivamente la storia cristiana, a noi si propone il problema dei motivi per cui Filone non parla di un evento così importante per il giudaismo in epoca tiberiana.

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Agli amici e parenti, cristiani

Il mio essere anthropos e il loro cristianesimo (anche con Francesco)

Il mio essere anthropos e il cristianesimo dei miei amici e parenti.

Per almeno quaranta anni mi sono proposto come paradigma operativo, come exemplum di un vivere quotidiano faticoso, tormentato, proprio di chi ricerca un’autenticità personale e, contemporaneamente, un Dio nascosto – la cui presenza ha rasserenato il mio iter-.
Ho cercato vie alternative, facendo tortuosi percorsi ed ho girovagato, prima di orientarmi verso una salita  zigzagata, facendo, però, un’ apparente, inutile, fatica sisifea, degna, comunque,  di  essere ripetuta in quanto prodotto di una reale esperienza.
Non ho, quindi, pretesa alcuna di essere profeta  e non credo di avere una missione sacerdotale e nemmeno una funzione,  ma solo ho coscienza di poter indicare una methodos, un’altra via.

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Il messia mancato

Il fallimento del messianesimo

Ho cercato per anni di ricostruire la situazione ebraica della Pasqua del 36 d.C. e quella del settembre del 1666 per capire come un popolo di grande spiritualità possa essere rimasto,  di fronte ad un episodio di morte o di apostasia del proprio Messia.
Quale sentimento possa essersi provato, quale delusione dopo tanti anni, decenni, secoli  di attesa, proprio quando si è giunti alla liberazione, alla redenzione!.

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Apokatastasis ed Origene

La natura ed Origene

Apokatastasis ed Origene
E’ possibile ipotizzare razionalmente un kosmos ordinato secondo regole razionali, secondo logos in un’ oikonomia divina?
La phusis è figlia di Dio unigenita,  dicono i platonici e gli stoici (o meglio il figlio unigenito del theos è h phusis ).
Bene.
Ma c’è veramente ordine nel Kosmos, nell’uomo e in ogni vivente? oppure to pan è un insieme in cui esistono forze contrapposte o parallele o miste ed è geneticamente quello che è, cioè un magma indefinito, una materia /Ulh che si riproduce sempre  identicamente a se stessa, secondo un processo causale e casuale, ma anche secondo un proprio sistema di genomi,  secondo leggi fisiche chimiche, biochimiche elettrochimiche?

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La morte di un Dio

Roma, 24 gennaio 41: morte di Caligola Theòs

La morte di un Dio
Flavio  (Ant. giud., XIX,211) dopo aver parlato della congiura e della morte di  Gaio Caligola, conclude dicendo che il sovrano  aveva trattato con amore e rispetto i suoi amici Agrippa ed Antioco turannodidaskaloi, poi era diventato demokraticotatos molto democratico e si era allontanato dalla sua stessa  paideia e  docsa, nobiliare,  propria del perfetto Basileus/re  e
i suoi amici, perciò,  volta l’amicizia in odio, tramarono e l’uccisero.

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L’Italia dell’analfabetismo

Analfabetismo di ritorno

Da un’intervista del 1978 di Mario Gorini ad Angelo Filipponi
Professore, non le sembra strano che in una società acculturata, si parli di nuovo di analfabetismo?
A livello superficiale  può sembrare paradossale  che nelle società di rapido acculturamento, di alto benessere economico, democratiche, ci sia analfabetismo di ritorno, ma se si esamina il fenomeno, a livello profondo, si rileva che sono pochi coloro che detengono il potere culturale e che molti sono dipendenti e che gli uni hanno abilità di lettura e di decisionalità in situazione e gli altri ne sono privi.

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I due canoni

Differenze di costituzione dei canoni

Ad Iammia,  tra il 70 e 94 d.C.,  si decise il testo della Bibbia masoretica ( quella che oggi   diciamo Bibbia Stuttgartensia, cioè la versione a stampa del codice masoretico di Leningrado  redatto tra il VI e IX  d.C. dai custodi della masorah tradizione della scuola di Tiberiade che succede a quella di  Johanan Ben Zaccai) e si rifiutò quello dei Settanta, che era in lingua greca, usato dagli ellenisti.
Come sacre scritture furono considerate dagli ebrei:
Torah ( Pentateuco: Genesi, Esodo, Numeri, Levitico, Deuteronomio);
Nevi’im (Giosué ,Giudici, Samuele I-II, Re I-II, Isaia. Geremia. Ezechiele, 12 profeti minori);
Ketuvim (Agiografi: Salmi di Davide, Proverbi, Giobbe, Cantico dei cantici, Rut, Lamentazioni, Ecclesiaste, Ester, Daniel, Esra, Nehemia Cronache I-II ).

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Premessa a Ma,Gesù chi veramente sei stato?

Ma, Gesù, chi veramente sei stato?

 

1. Premessa
Fare luce su Jesous Christos Kurios per me è stato l’assillo della vita da quando bambino recitavo le preghiere e non capivo ciò che dicevo in latino,  da quando mi dissero che Dio si riposò il settimo giorno ed avevo la domenica come giorno festivo e non il sabato come era scritto nella Bibbia, da quando mi parlarono di un Gesù falegname che, però, era rabbì, e predicavano un Dio Veterotestamentario creatore crudele e selettivo e  un  Dio Neotestamentario Padre buono e misericordioso, da quando mi facevano cantare Deus Sebaoth/ dio degli eserciti, poi cambiato in Dio dell’universo.

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Nuova scuola

Scuola come officina-meccanica  per la formazione di persona creativa.

Perché non vendere tutti gli istituti scolastici? sono vecchi e non funzionali
Perché  col loro ricavato non si  inizia la costruzione di nuovi complessi, polifunzionali in aree agricole? costano poco o niente
Lo stato guadagnerebbe di certo tra  vendita di aree ed  edifici urbani ed acquisti di aree agricole da convertire in aree edificabili per edilizia scolastica!
Necessita una legge regionale? si faccia al più presto!
La nuova scuola potrebbe dare un nuovo volto all’Italia, spinta al rinnovamento culturale e ad una nuova politica,  grazie anche ad una ripresa economico-finanziaria !

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Una matassa aggrovigliatissima

Trovare il bandolo!

Ma, Gesù, chi veramente sei stato?

 

Fare luce su Jesous Christos Kurios per me è stato l’assillo della vita da quando bambino recitavo le preghiere e non capivo ciò che dicevo in latino,  da quando mi dissero che Dio si riposò il settimo giorno ed avevo la domenica come giorno festivo e non il sabato come era scritto nella Bibbia, da quando mi parlarono di un Gesù falegname che, però, era rabbì, e predicavano un Dio Veterotestamentario creatore crudele e selettivo e  un  Dio Neotestamentario Padre buono e misericordioso, da quando cantavo Deus Sebaoth/ dio degli eserciti, poi cambiato in Dio dell’universo. 
Capire  un Dio come quello del Vecchio Testamento, spietato, il dio di Abramo di Isacco e di Giacobbe e poi di Mosè, della Legge, di David e dei suoi discendenti, divenuto poi Dio sacerdotale,  proprio del prescrittivismo di Nehemia e di Esdra e infine un Dio nazionalistico, costitutore di un messianismo escatologico,  sviluppatosi  in senso contraddittorio (asmoneo, romano-erodiano, antiromano e filopartho,  templare fino al 70 d.C. ed antiantonino) contrapposto quasi a quello Neotestamentario, è stato difficile.
Capire il piano salvifico (oikonomia della salvezza) di un Dio che inviò il figlio unigenito sulla Terra a farsi uccidere dai romani, nemici del suo popolo, prediletto,per riscattare col suo sangue  il genere umano  dal peccato, grazie alla sua resurrezione,  per me è stato sempre un assurdo, non un mysterion (come quello, Trinitario, e  come quello di una vergine – madre) specie dopo che ho appreso qualche lingua antica e ne ho fatto forse un buon uso.
Un assurdo!  un qualcosa che è non conforme a ragione e a logica!
Ho rinunciato a capire il fatto religioso in sé e non ho voluto pensare neppure ad idee sottese alla fede e  nemmeno ai temi generali sull’uomo e sulla natura: ho voluto ricostruire un uomo nuovo sul piano concreto e realistico ed  ho voluto vivere secondo natura e ragione, in modo classico, secondo  il lavoro, mettendo insieme la quotidianità prima del pensiero, prima dell’ideazione.
Mi sono tassativamente  precluso, inizialmente, ogni argomento e di Filosofia e di Teologia, desiderando fare un percorso terra terra, prima di razionalizzare, senza essere filosofo o teologo, temendo ambedue le posizioni, come sovrastrutture di pensiero: per me chi pensa non ha fede, chi ha fede non pensa e chi non pensa e non ha fede  lavora e costruisce realmente, mettendo un mattone dopo l’altro (mi si perdoni la metafora della costruzione) ordinatamente con continuità, con tenacia e secondo precise regole professionali e lascia un segno del suo passaggio (non importa quanto grande e quanto piccolo o se insignificante).
Ho voluto,  così vivendo, storicizzare effettivamente (historein) e comprendere il sistema di vita greco, quello romano, quello romano- ellenistico e con esso la politica, il diritto, il commercio, la societas, il mondo maschile e quello femminile e la funzione della religio classica.
Ho voluto capire la tipicità del popolo giudaico e la sua peculiarità religiosa e quindi studiare la classe elitaria sacerdotale e il sistema biblico, seguito nel corso dei secoli fino all’epoca romana e le necessarie e opportunistiche forme di adattamento, a seconda delle dominazioni, in un tentativo di conservare la legge patria e il suo monoteismo.
Da qui la necessità di rilevare le differenze e le diversità del sistema razionale e naturale, rispetto a quello giudaico palestinese ed aramaico, esclusivamente religioso, per penetrare nella cultura ellenistica del periodo del primo cristianesimo, dell’epoca giulio-claudia.
Così facendo, ho operato solo storicamente ed ho lavorato impegnandomi a tradurre autori classici, di norma citati dai compilatori di storia, ma effettivamente poco conosciuti come testo, dopo aver fatto critica testuale, avendo acquisito buone abilità di lettura,  non solo dei codici, ma anche dei messaggi: è stato questo un lungo esercizio, che ha autorizzato una nuova comunicazione e un nuovo rapporto con l’altro (dopo educazione e formazione paritaria).
Ed allora ho dovuto molto soffrire perché solo se rimanevo sul piano informativo avevo, pur con qualche equivoco di trasmissione, un regolare rapporto sulla base di una normalità di lessico e di una convenzionalità linguistica, al di là della personale cultura.
Non era possibile una reale comunicazione come trasmissione di pensiero e di idee in quanto l’altro capiva solo quello che voleva capire e non era in grado di leggere, dopo l’ascolto, correttamente l’enunciato altrui perché non educato sul piano lessicale  morfosintattico e semantico, anche se scolarizzato e perfino laureato e perché cadeva in equivoco, dopo pochi termini, fraintendendo subito, anche perché impegnato già nella risposta, ed essendo incapace di una decodificazione e di una precisa denotazione, tutto preso emotivamente nel suo personale pensiero. 
Ne derivava che non c’era un reale rapporto, cioè un scambio reciproco di munera doni (cum  e munus questa è l’etimo di comunicazione)  tra due elementi paritari (emittente e destinatario) che vogliono dirsi qualcosa di nuovo in una situazione determinata, in un preciso contesto, utilizzando la lingua ufficiale, senza disturbi palesi nel canale, volendo ambedue la soluzione di un problema comune.
In un’ Italia  dove il 71 % dei cittadini non sa leggere correttamente un articolo, un giornale e tanto meno un libro, non è possibile quindi comunicare qualcosa di nuovo sul piano storico ed è,  direi, impossibile fare un punto situazionale, in senso religioso o toccare un argomento religioso, in modo critico: tutto è fede, tutto è un credo intoccabile: per i cristiani, poi, anche se non praticanti, non bisogna parlare male dei santi e tanto meno toccare la figura di Cristo.
I cristiani sono come Pietro l‘Aretino (secondo l’epitafio di Paolo Giovio): di tutti disse male fuorché di Cristo, scusandosi col dire: “non lo conosco”.
Il cristiano cattolico non legge la Bibbia né i vangeli, ma li sente settimanalmente in Chiesa,  se ci va,  e crede ripetendo quanto ha appreso prima e dopo l’infanzia, senza razionalizzare.
Per lui pensare è credere, praticare la filosofia è una via per la Teologia, sottoporre la ragione al mysterion.
Neanche si pone il problema che essere filosofi esclude essere teologi.
Perciò, per anni, mi sono tenuto lontano e dai cristiani e dai filosofi e dai teologi: conscio di avere un lessico diverso e un’altra lingua, pur parlando la comune lingua nazionale, ho preferito, data la non conformità dei contenuti e dei referenti, non parlare affatto.
E se parlo,  ho colloquiato, rimanendo sul piano informativo anche con i componenti, pur laureati e professionisti, della mia famiglia e con i miei amici e paesani.
Solo in questi ultimi anni sto parlando con altri ma solo quando ho una risultanza sicura di lavoro e trasmetto le risultanze, dopo lunghe operazioni pratiche, tanto da poter dire che parlo solo se ho già fatto, se cioè ho costruito qualcosa e sulla base della costruzione, cerco di formulare tecnicamente  per poi spiegare quanto ho disposto in ordine con un preciso lessico ed ho selezionato come pensiero, passando dalla prassi alla teoria.
Ho operato allora solo su problemi concreti, di vita quotidiana e di lavoro umile e popolare oltre che di argomenti di politica e società romana e greca,  studiando attentamente gli usi e i costumi, il tipico modo di vivere di un pater familias,  l’economia di una domus, per definire il suo oikos, il sistema matrimoniale, le parentele, il sistema statale l’organizzazione civile e politica, il sistema viario romano, quello militare e portuale, quello dei pesi e delle misure e delle monete, il fisco e l’erario, il modo di costruire romano e romano-ellenistico e tutto il sistema medico, quello  poliorcetico, banausurgico scientifico senza trascurare le artes liberales  in un tentativo di comprensione della funzionalità delle singole strutture,  in un rilievo degli archontes e delle communitates: ho dato così referenza reale al mio pensiero che quindi non è rimasto solo sul piano significante–significato ma ha avuto concreti valori ideologici.
Non ho fatto spettacolo: per la trasmissione di pensiero è stato un male ma è stato un bene per la comprensione effettiva dei fatti storici: se avessi trasmesso tramite visione spettacolare tramite cinèmi segni in movimento visivo avrei dato immagini diverse dal reale proprio della teoria e dello spettacolo; se avesse cinematografato la storia non avrei fatto storia ma avrei dato l’immagine della  storia, la cui comprensione si è verificata avendo materializzato e referenziato ogni suo contenuto in modo anche operativo.
In altra sede è da fare questa precisazione,  per ora l’aver fatto confluire  in me, soggetto, studioso, la cultura  delle artes liberales, aristocratiche e quella delle artes sordidae, popolari, ha determinato una nuova acquisizione ed un’ humanitas propria, con un’altra lettura dei codici e della tradizione letteraria e culturale.
Insomma ho lavorato non solo in senso liberalis ma anche sordidus secondo le artes della nobiltà  e della manovalanza  in modo da cogliere il valore delle masse popolari  e con esse il significato reale delle mensae (trapezai- banche) degli operatori finanziari ed economici e i trasferimenti di capitali e le costituzioni di apoikiai/colonie nel Mediterraneo e il fermento reale dei porti, dei mercati e le differenze tra colonie fenicie, greche e giudaiche.
Ho così fatto emergere la vita di un popularis, vulgaris,  quella di un  eques o  di un patrizio, le  carriere  politiche  e contemporaneamente quelle dei militari  con gli stipendi, rilevando  la potestas di un pater familias, di un legatus, di un augure  di un aruspice di un pontifex maximus. Insomma ho cercato di vedere la realtà di una quotidianità di vita romano-ellenistica  per la comprensione dell’epoca imperiale e la diversità da quella aramaica dal confronto stesso delle lingue e dei loro significati in relazione a lemmi diversi, ma equivalenti o equipollenti, dello stesso periodo storico.
Nello stesso tempo ho voluto far vedere il sistema di vivere diverso di un giudeo aramaico e di un giudeo ellenista, facendo un preciso confronto di vita quotidiana, rilevando il sistema agricolo del primo, collegato col mondo parto e quello commerciale del secondo, connesso con il kosmos romano e con la domus augusta.
Il primo è fenomeno tipicamente palestinese e parto, mosaico, legalistico e sacerdotale, comunitario (Qehillà ed ‘Edah) secondo la lettura dei targumim (spiegazioni della Bibbia masoretica) propria della musar/cultura aramaica, l’altro è fenomeno ellenistico costituitosi in relazione alla potenza sacerdotale degli oniadi di Alessandria  (proseuchai e didaskaleia) e al politeuma giudaico alessandrino,.
Il primo è integralista e chiuso nel suo sistema legalistico, antiromano, in lotta perfino con gli stessi confratelli scismatici; il secondo è filantropico ed aperto alla novitas, e da esso è partita la colonizzazione di tutto il Mediterraneo in senso trapezitario e commerciale, conformato al sistema di vita ellenistico, in un tentativo di integrazione sociale metropolitano del giudaismo che, in lingua greca,  ha volgarizzato i concetti platonici fusi col Pentateuco, dopo la traduzione della Bibbia ad opera dei Settanta e dopo una strana sincresi culturale ad opera di dottori della legge, ellenizzati, anche se ligi alle regole della lettura biblica secondo i parametri comuni del  fariseismo, (interpretazione dia sumbulon-allegorica) in senso antisacerdotale gerosolomitano del sistema letterale sadduceo.
Ho così scritto i tre libri (due pubblicati ed uno lasciato incompleto) di Giudaismo romano, da cui è derivato il rilievo di una guerra  bisecolare tra il Kosmos romano, di cultura commerciale ellenica, e la società di cultura parthica barbarica, insomma di una lotta di un popolo di frontiera che ambiva essere partho invece che romano e che, in nome di una comune religione, credo e lingua, rivendicava la sua appartenenza alla Parthia.
Ho potuto constatare in questo lavoro la lotta di un integralismo aramaico, ricco di figure di maghi goetes,  di maestri sophistai,  di sette  (aireseis) anche armate,  tra cui gli zeloti ( e poi i sicari) che  si opponevano a Roma mentre la pars dirigente (i capi protoi  sia in senso sadduceo che erodiano) erano favorevoli ai romani che avevano dato uno statuto ai giudei palestinesi, in una suddivisione  tale da essere meglio dominata, specie dopo l‘apographé  l’iscrizione e la apotìmesis(pagamento delle tasse cioè dopo il censimento.
Nel contempo ho rilevato l’adesione e la volontà di integrazione del giudaismo ellenistico col sistema romano imperiale a cominciare dalla guerra Egizia di Giulio Cesare per tutto il corso della storia della famiglia Giulio-claudia, salvo il particolare momento caligoliano.
Il giudaismo, di lingua greca, aveva una sua cultura sincretistica,  in cui aveva fuso un giudaismo farisaico tipico ed era servo di  due padroni, l’imperatore e Dio, mettendo insieme cultura tradizionale mosaica e Platone, leggendo la Bibbia dei Settanta in modo originale e commentandola  secondo linee, che oggi chiamiamo filoniane, cioè  proprie della teoria allegorica di Filone di Alessandria, un discendente di Onia IV  capace di mettere insieme anche il commento ad Omero al fine di evidenziare la superiorità culturale mosaica e divina.
Ora i due gruppi di Giudei, quello aramaico e quelle ellenistico, avendo, dunque, due sistemi di vita opposti si evidenziavano  nella pratica di vita: i primi erano morti di fame  che vivevano di stenti e speravano in un capovolgimento totale della situazione che poteva verificarsi solo con la Venuta del Signore,  del Messia che avrebbe fatto grande Israel e avrebbe fatto risplendere Gerusalemme e perciò attendevano in armi  ed erano in continuo fermento, in una stasis/rivolta continua, appoggiati dai correligionari parthici;  i secondi invece ricchi e dominatori di ogni forma economica in quanto detenevano il potere portuale in ogni città specie in Alessandria ed erano l’élite  rispetto perfino ai greci e agli egizi. in ogni grande città orientale, dove costituivano l’elemento di innovazione e di progresso, ma erano odiati per la superiorità indiscussa della stirpe  anche perché avevano la protezione imperiale.
Il dominio delle banche e degli emporia, il potere assoluto dei naucleroi appaltatori navali di origine ebraica nei porti, l’esazione delle tasse  e per i romani e per il tempio, davano  agli alabarca oniadi una superiorità indiscussa non solo sui giudei ma anche su tutti gli abitanti delle coste del Mediterraneo.
Il giudaismo ellenistico avendo il sicuro favore della domus augusta  e quindi una civitas (politeia) tale da vivere come oggi  gli ebrei negli Stati Uniti, doveva subire anche l’odio e i rancori dei popolari aramaici, che sputavano al loro passaggio come se fossero  non ebrei  specie nel periodo delle feste gerosolomitane quando  entravano nelle loro sinagoghe, quando portavano le ceneri e le ossa dei loro morti nei terreni patri delle campagne circonvicine, quando ostentavano la ricchezza dei loro abiti o il lusso dei loro alberghi cittadini, quando facevano le elemosine o quando versavano mine nel gazophulakion e si pomponeggiavano nel recinto dei gentili: per gli aramaici tutto ciò che era ellenistico era male e la  ricchezza sterco di Belial; per loro gli alessandrini come anche i  cirenaici, i ciprioti e gli stessi antiocheni ed efesini e perfino tutti quegli ellenistici che avevano sinagoghe, xenodochia e cimiteri in città erano oggetto di odio al pari dei sadducei e degli erodiani che, da corrotti  filoromani, corrompevano i puri e i giusti.
Ho scritto allora il volume sul Cristianesimo come religio derivata dagli ellenisti, costituitasi ad Antiochia, come comunità scismatica ebraica mista con pagani,  staccata dai basileici di Giacomo, che portava avanti il Regno dei Cieli,  inserita nel contesto pagano del I secolo, secondo una lezione filoniana poi paolina, sviluppatasi  prevalentemente in Asia minore e in Grecia, poi,dopo il periodo flavio in Alessandria e in Africa  nel II e III secolo, praticata  e corretta, in opposizione alle formule ereticali dell’adozionismo, del  docetismo e dello gnosticismo, del donatismo, nel contempo della pratica comune predominante di riti politeistici, e poi, come religio licita  dilacerata da skhismata e da erides, autorizzata in un sistema ancora pagano dominante ed infine come religio absoluta, trionfante, capace di imporre le sue leggi e il suo sistema religioso alle altre confessioni perseguitate e annientate (ebraismo, paganesimo ed arianesimo)  sulla base dei decreti di Teodosio I, di Arcadio e dei figli (Teodosio II  e Pulcheria) in epoca teodosiana prima e poi bizantina.
Dunque, il giudaismo ellenistico era parte inizialmente ben integrata nel  tessuto del corpo romano in senso politico e sociale, economico e finanziario grazie all’apporto degli oniadi di Alessandria che costituivano come un regno ebraico nel sistema romano, armoniosamente fuso con la politica romana cesariana, augustea e tiberiana,  da cui era stata favorita nella sua espansione commerciale in uno sviluppo della tzedaqah.
I giudei ellenisti, essendo di cultura del tutto opposta ai barbari aramaici, avevano però, nella propria cultura ellenica una contraddittoria posizione che, da una parte, li legava al sistema romano e,da un’altra alla madre patria, al tempio e a  Gerusalemme anche se erano scismatici ed avevano un proprio tempio a Leontopoli: il loro ebraismo era certamente superiore alla filoromanità, come dimostrano nell’epoca  di Caligola -che li inquisisce, li rende apolidi atimioi, e quindi inquilini, senza diritti civili, abbandonandoli alle rapine dei greci e degli egizi alessandrini nel 38 d. C. – e nella politica antipalestinese imperiale  della Neoteropoiia e dell’ Ectheosis. Siccome essi avevano il testo della Bibbia in Greco, avevano anche maestri/didaskaloi,  che leggevano in greco e che creavano un’altra legge mosaica come loro lettura simbolica della lettera del Testo e si opponevano alla Bibbia masoretica, la cui lettura ad opera dei sopherim/ dottori, dava risultanza diversa, di cui i targumim  erano forme prescrittive,  che si traducevano in opposizione agli ellenisti e al mondo romano, considerato intruso ed indegno di calpestare il suolo sacro di Sion. Gerusalemme e il suo tempio erano, però, un immenso affare per Romani ed ellenisti che, quindi, cooperavano con i sommi sacerdoti e creavano le basi di una reale solidarietà,  che, invece, venne rotta dagli aramaici e dai seguaci di Giacomo fratello di Gesù, considerati negativamente da Flavio (Lestai, zeloti, sicari).
Avendo tradotto Filone (opera omnia), Giuseppe Flavio (Antichità giudaiche)  e Clemente Alessandrino (Stromateis I)  ho necessariamente fatto critica testuale e quindi ho operato sul testo greco sia filoniano che flaviano, che clementino, dopo aver lavorato sui diversi contesti ed epoche ed ho rilevato continue modifiche, aggiunzioni e interpolazioni varie, anche perché inizialmente ero alla ricerca del vero testo del Padre nostro di Matteo e di Luca (considerata la differente lunghezza testuale) e  dei termini esatti detti dal Signore, i Logia,  secondo quanto si diceva che Matteo avesse originariamente trascritto, come  tachigrafo, in aramaico, secondo Papia di Ierapolis e poi secondo la lezione tramandata da Panteno, che li aveva ritrovati integri in India.
Di questi  logia si hanno forse anche in Marco (10-15) delle  porzioni, teoriche,  unite ai fatti del viaggio a Gerusalemme di Gesù, della sua entrata in città, del possesso implicito del tempio e del Malkuth sotteso,  della reazione sadducea dopo forse 5 anni di predominio parthico,  e del nuovo assetto politico cittadino e della passione e morte del maran- melek-Basileus, a seguito del ritorno del legittimo governo romano.
Il lavoro di critica testuale è sempre un gran busillis  ed è un’operazione complicata anche per una normale poesia e per la valutazione di un poeta o di uno scrittore, figuriamoci su un  testo sacro come Bibbia o come i Vangeli.
Fare critica testuale e fare lettura del sacro è interpretare e fare esegesi ed è un compito a cui bisogna prepararsi fin da ragazzi, avere perizia tecnico-formale e abilità semantica conquistate dopo lungo esercizio, a cui bisogna essere educati e formati in modo specialistico ed avere plurime competenze non solo quelle linguistiche e storiche, anche paleografiche, epigrafiche in genere,  anche se non bisogna essere necessariamente doctores in sacra pagina ed aver superato gli esami di baccellierato secondo il sistema  esegetico medievale, connesso con l’ispirazione dello Spirito Santo e con la conoscenza dei Padri della Chiesa e con la preghiera serafica cfr. angelofilipponi.com  esegesi biblica.
Non è neanche il caso che mi addentri sul sistema semantico, centrato sul significato (collegato col referente) che è, comunque, un lavoro complesso di ricerca, prima sul testo e sulle epoche di scrittura e sui passaggi del sistema di tradizione, poi sul sistema specifico di scrittura sul piano grafico, non solo sull’ordo grafico delle lettere  (data anche la scarsa preparazione degli amanuensi specie occidentali (esempio  quelli di Vivarium di Cassiodoro)  rispetto a quelli dei didaskaleia di Alessandria e di Cesarea di Cappadocia: sto parlando di perizia tecnica di uno scriba nel servirsi di papiri o di pergamene, di  tipi di scritture  (onciale maiuscolo o minuscolo) di differenze sul sistema grammo- morfo-sintattico, diverso, a seconda delle epoche  di letterarietà delle scuole orientali, in senso paleografico.
Non si possono nemmeno paragonare le scuole orientali di trasmissione con  quelle occidentali  in epoca bizantina, come nel Medioevo non c’era paragone tra gli scriptoria arabi ed ebraici, quasi simili, e quelli cristiani ancora barbarici, sia  quelli benedettini che quelli di Cluny che di Citeaux, sul piano dell’espressione (una lettera di Bernardo a Pietro il Venerabile svela la chiara inferiorità culturale cristiana proprio nel rimprovero fatto al cluniacense di invitare elementi estranei, di superiore cultura pericolosi per la loro fede): Le operazioni sul codice dei primi sono di estrema fedeltà, quelle dei secondi di grande provvisorietà, per non dire, di massima infedeltà, considerato il dogmatismo religioso e il fanatismo barbarico integralista cristiano.
C’è un abisso culturale tra la civiltà araba ed ebraica, coesistenti e conviventi liberamente,  da una parte,  e quella cristiana, tetragona nelle sue certezze teologali, da un’altra, ancora nel XII secolo.
Insomma ritengo che in un lavoro testuale solo un’operazione unitaria, che tenga presente il piano espressivo e quello dei contenuti possa conseguire qualche risultanza tale da autorizzare un successivo lavoro condotto allo stesso modo in un sicuro padroneggiamento di quel codice, in cui il testo è scritto per dare quel significato reale, oggettivo, scientificamente tuzioristico, che è quel determinato messaggio veicolato con quel preciso lessico in quel particolare momento storico.
Eppure, nonostante gli sforzi , pur essendomi logorato nel corso della mia vita  non sono -devo confessarlo-  arrivato a qualcosa di effettivamente concreto e certo:  infatti ad una spiegazione probabile tecnica può seguire un’altra non meno probabile  anch’essa possibile e quindi facilmente contrastata da avversari: non ho in mano nulla , dunque, di certo anche perché  bisogna ricostruire la situazione di partenza di scrittura e quella di manipolazione, quindi rilevare attentamente e contemporaneamente due particolari momenti storici, con due diversi significati, sottesi al medesimo testo o al testo alterato (cosa non facile a farsi).
Di conseguenza sono stato sempre costretto a tenere presente un testo, ma a vederne anche un altro possibile, in una determinata situazione e poi a leggerne un altro in una situazione politica successiva,  in cui c’era stata la probabile aggiunta e interpolazione: con una certa  sicurezza, comunque, si potrebbe dire che né la Bibbia né i Vangeli  sono ispirati dallo Spirito santo e che la figura di Jesous Christos Kurios è costruita  (cfr Christopoiia e Theopoiia di Gesù) sulla base di una reale esistenza di un uomo saggi/o anhr sophos, di professione  tecton,  non  rabbi, che fece azioni miracolose erga paradoksa e che fu denunciato e consegnato ai romani dopo aver attuato per breve tempo il Malkuth, come maran  favorito dall’elemento parto, a seguito di una ribellione antiromana che distaccò in epoca tiberiana la regione dall’imperium. Ed inoltre ritengo che a poco valga il parlare di ispirazione, sul testo originale, dello Spirito Santo (una Persona della Trinità da definire nella sua ousia/entità!) quando non si ha il testo originale, ma si hanno solo copie differenti, contrastanti, interpolate o rimaneggiate, espressione di precise umanità individuali di epoche diverse.
Dunque, non essendoci una certezza di  testo iniziale, non è facile neppure vedere la interpolazione o le differenze o le discrepanze  tra i testi evangelici che, comunque, sono tutti differenti e tipicamente umani  e, perciò,  rimandano a ben diversi momenti storici, a proprie culture e a specifici registri e non hanno alcuna comune valenza unitaria, se  non quella data da varie mani a cominciare dal II secolo, in una continuità di aggiunzioni e di soppressioni a seconda delle necessità culturali dell’epoca.
Dunque il testo in epoca Flavia aveva un suo significato, in epoca Antonina un altro in epoca Severiana un altro.
Inoltre l’interpolazione, la soppressione e l’aggiunzione erano diverse a seconda del periodo di vita cristiana in un habitat pagano e diverso era il rilievo in relazione alle correnti letterarie e culturali di una civiltà politeista in fermento e tesa verso un misticismo sincretistico: ogni cambio di termine era in funzione o ad eresie interne al giudaismo o al cristianesimo stesso,  in una difesa di una figura già santificata e idealizzata secondo i canoni paolini  cioè di un Christos venuto sulla terra mandato dal padre per liberare l’uomo dal peccato originale, morto e risorto per la nostra stessa futura resurrezione, dopo il suo ritorno; il telos era quello di aver un modello da imitare e da seguire nel breve percorso terreno di vita in attesa di un premio eterno dopo la resurrezione finale.
Perciò  mi sono sentito spesso inadeguato al lavoro e del tutto stupido a voler portare avanti un discorso  così complesso, così superiore alle forze umane, per di più  velato  ed oscurato nel corso di tanti secoli col concorso di tante migliaia di uomini (e donne) di fede  irrazionalistica e di asceti desiderosi di un premio eterno, promesso da un uomo-dio venuto sulla terra per la loro redenzione, offertosi come modello di virtù nel fare la volontà del Padre, somma perfezione.
Un lavoro continuato per secoli fatto da uomini –che, in buona fede, hanno operato per il bene della Chiesa, sacrificando la propria vita, cercando una santità di vita- diventa  un inaccessibile monte,  di cui le Meteore, l’Agion Oros,  il Vaticano sono  solo una manifestazione, con  un enigma mostruoso, non decifrabile.
Non è opera di un uomo poter districare il grande intreccio culturale e letterario di molti secoli; ci vorrebbe un’équipe di specialisti – associati ed operanti  insieme per generazioni –   che, ben coordinati,  potrebbero forse cavare  un ragno dal buco! ma sarebbe anche un’impresa pazzesca che potrebbe aver successo solo se ci fosse continuità di studi e di indirizzo (e di potere politico) per secoli!
Perciò spesso mi sono definito pazzo nel mio lavoro e  ho considerato inutile la mia  competenza, sterile il mio tentativo, sprecata la mia fatica, come quando, facendo un muro di grandi dimensioni  non arrivo mai alla fine e vedo solo parziale realizzazione di un segmento operativo, pur avendo in mente il quadro di insieme: solo dopo anni vedo la realizzazione conforme, data la  continuità e la  tenacia costruttiva  nonostante la lentezza di costruzione, relativa all’unicità del mastro!(cfr. E.Boook Narcissus, Mastreià,2011).
Comunque, sono quasi certo che il Cristianesimo Primitivo era fenomeno insignificante e non registrabile nei confronti del giudaismo e della stessa corrente  basileica giacomita, attiva in epoca neroniana fino alla fine della guerra 66-73: Sembra che la parabola del chicco di senapa e l’episodio del  fico senza frutto siano da leggere in relazione al ritorno del figlio dell’uomo quaranta anni dopo (- una generazione secondo la Bibbia-) (Mathete thn parabolhn  Mc., 11,12-14; e 13,28-32)  secondo l’interpretazione di Christianoi di epoca antonina.
A mio parere il cristianesimo antiocheno ha un suo elementare significato culturale iniziale e pochissimo rilievo nel quadro del giudaismo (che comprende la linea diretta dei basileici), ed è ancora poca cosa,  nonostante la predicazione scismatica di Paulus-Shaul, elemento di grave disturbo dottrinale, però, sotto controllo  da aprte degli ellenisti giudaici e da parte di Giacomo e del giudaismo ortodosso, che, dopo richiami verbali e punizioni corporali e la stessa lapidazione, fallita, a Listra, accettano 40 uomini  congiurati per ucciderlo, disposti a sacrificare la propria vita.
Fino al 58 d.C.  Paolo e i christianoi erano strani timorati di Dio, che si congiungevano troppo con i gentili ed erano ancora accolti  nel Tempio, quindi erano considerati giudei ellenisti, ancora accettabili secondo la legge e quindi avevano in comune la sinagoga ebraica e, dopo la protezione romana ed erodiana e l’appello a Roma del cittadino romano tarsense, in Occidente, forse si attuò qualche cambio o innovazione rituale: solo dopo la distruzione del tempio, nel periodo di  Tito e Domiziano, si ha  una qualche novitas comunitaria,  tipica di christianoi, il cui pensiero è quello platonico filoniano, con la mediazione sincretistica paolina.
Si tenga presente che per di più il cristianesimo è suddiviso già in tante eresie in relazione alle località anatoliche in cui è attecchito o in alcune città portuali greche o ioniche, dove sono irrilevanti sia come numero che come entità sociale.
Due erano  le correnti  predominanti nel mare giudaico, alla fine del periodo flavio: quella basileica  intorno a Giacomo e  poi ai suoi discepoli (che portavano avanti il malkuth  ha shemaim in attesa del ritorno di Gesù e con questa speranza alimentavano odio e volontà di rivincita contro i romani  prima e dopo la distruzione del tempio  fino all’ insurrezione dell’epoca di Traiano e alla Galut ebraica al tempo  di Adriano) e quella paolina ed apostolica che, dopo essersi separata dalla sinagoga giudaica aveva sintetizzato superficialmente un pensiero filoniano, derivato dalla  lettura della Bibbia dei Settanta,con l’aggiunta di una  Nuova Cena pasquale  e di un nuovo Sabato nel giorno della Domenica, con riti misti ellenistici, in una rievocazione della morte e della resurrezione del fondatore Christos, uomo-dio risuscitato dai morti dal Padre.
Il giudeo aramaico nel periodo antonino, dopo Adriano, era scomparso come dissolto nell’impero, rimaneva solo di quanto era giudaico qualche nobile giudeo ellenistico  che non aveva  più  alcun rilievo anche se qualcuno aveva una sua personale auctoritas  (Jehudah ha Nasi)  nella corte antonina, ma ormai il mito commerciale oniade si era concluso, proprio quando cominciava la sua affermazione una sua radice cristiana, uscita con una certa sicurezza  dai contrasti interni ereticali, specie con lo gnosticismo, che venne subito perseguitata da Marco Aurelio.
L’azione di Marco Aurelio è chiara nel 177- 8 e fa i primi veri martiri a Lione   nel Ponto ed altrove,  ma la motivazione è militare in quanto i cristiani (molto suddivisi) sono renitenti alla leva, professandosi elementi di un altro Regno a cui aspirano tornare subito, e cercano fanaticamente la morte, proprio in un momento di grave crisi economica e di attacchi barbarici ai confini danubiani. (cfr. Giudaismo romano III)
Perciò lavorando sul piano storico e sulla ricerca di fonti originarie non ho voluto leggere il messaggio di amore giudaico-cristiano poiché rilevavo sempre stragi guerre sedizioni  attacchi da una parte e, da un’altra, un’azione commerciale con volontà di kerdos, ophelos e soprattutto l’opportunismo ebraico,  in un sistema politico e militare di grande ferocia, barbarico, e mi sono impegnato in minimi lavori sul nome di Gesù, sugli uomini del suo tempo sia giudei che romani che partici,  sugli attrezzi del suo mestiere, sui luoghi dove era stato, dove aveva fatto le sue possibili costruzioni, sul gazophulakion, sulle trapezai ellenistiche, su sopherim,/sophistai, sulle monete dell’epoca sui guadagni degli operai, sulle comunità ebraiche.
E mi sono arrovellato a tradurre, a mettere note e a commentare per la comprensione di qualche secondario elemento della storia di quel periodo.
E per meglio operare ho ridotto il tempo o l’arco di tempo di indagine come se fosse quello centrale per l’uomo e mi sono documentato, come meglio ho potuto, con i mezzi a mia disposizione, scarsi,  per capire se era successo veramente qualcosa tra il 18 ottobre 31 e  la primavera dl 36 d. C.(cfr. Jehoshua o Jesous?, Maroni,2003)
Con  metodo ho letto la storia, non solo romana in latino e in greco ma anche quella giudaica e quella partica servendomi di molti fonti e ho zumato sempre sullo stesso periodo facendo spostamenti tematici  a ritroso  verso il periodo augusteo e quello  repubblicano da una parte e  verso Caligola Claudio e Nerone, da un’altra segnando anche le vicende del regno parto e di quello Nabateo, rilevando contemporaneamente  tra i diversi giudaismi  due forme  operanti nel mondo romano, una transeufrasica in territorio parto, seguendo le varie comunità giudaiche e poi giudaico- cristiane e infine solo quelle cristiane nel corso dell’impero Flavio, antonino, severiano e della decadenza fino a Diocleziano e all’epoca dei costantiniani e poi dei teodosiani, .senza trascurare la nuova costituzione e le nuova forza dell’impero persiano dopo la fine di quello parto, come oppositore alla potenza romana.
Così facendo  ho rilevato nel Cristianesimo due Regni , di cui ho fatto la diversa storia uno il  Malkuth ha shemaim fino al 135 d.C., l’altro il Regno di Dio, per come si è configurato  in epoca gnostica,  e come si è formato in varie situazioni, in relazione alle direttive imperiali, a seconda delle persecuzioni del III secolo e di quella dei primi anni del IV secolo, come  avendo avuto fortuna di sopravvivere fino a Costantino, seppure suddiviso in molte e contrastanti  eresie, unificatosi  dopo la grave crisi ariana,  ha avuto pieno potere e quindi ha conseguito un suo status formale, dopo aver creato  Christos Theos, la Trinità e  migliorato le forme cultuali, grazie al favore imperiale e all’uso dei templi pagani cristianizzati e alla persecuzione e degli ebrei e degli eretici e soprattutto dei pagani.
Ma seguendo questo processo storico  è d’obbligo la lettura di apologisti e padri della chiesa: questi si copiano e si favoriscono a vicenda, creando un reticolo protettivo così perfetto che nessuno ormai può scalfirlo, e tentare di negare la storicità e il valore universale di tale religio costituitasi con il lavoro continuo di tante menti eccezionali  che hanno operato al fine della supremazia del credo cristiano, in una lenta e progressiva rilettura del Vecchio e Nuovo Testamento codificato e ricodificato  (se copia) a seconda della necessitas del momento, da cui dipendeva l’aggiunzione e o la soppressione al fine di chiarire o chiarirsi il problema testuale sorto.
Devo dire che la matassa  giudaico- cristiana è così intrigata ed aggrovigliata che più si tira un filo e più si stringono i nessi ed è certamente più grande di ogni matassa aggrovigliata da me vista da bambino.
E ne ho visto tante di matasse, anche quella matassa di lana di mia nonna che  noi bambini aggrovigliavamo volendo aiutarla a dipanare  nelle rigide sere accanto al fuoco, dopo che si era fatta la tosatura delle pecore e la filatura e che le matasse dormivano nelle ceste, ordinatamente.
La grande cesta con le tante ordinate matasse era una comoda poltrona per noi nipoti che ci giocavamo dentro e  tirando i fili ora di una matassa ora di un’altra creavamo un inestricabile intrico di nodi, un groviglio terrificante per la vecchia, al solo vederlo.
La nonna, dopo l’arrabbiatura iniziale, ci dava un paio di colpetti sulla gambe con la  verghetta, propria della vergara e ci cacciava dicendo ad ognuno severamente : va, bello di nonna,  da mamma tua e poi, dopo torna: troverò io il bandolo!
Allora prendeva uno sgabello e si sedeva davanti alla cesta e diceva fra sé: come le ho fatte, così le dipanerò.
Noi bambini, dopo qualche oretta, tornavamo davanti al cammino grande, centrale, della casa e vedevamo la nonna, soddisfatta a sedere  vicino al fuoco, che aveva “ricapato” tutte le matasse ed  le aveva disposto ordinatamente ed aveva fatto tanti  gomitoli  ben ordinati e aveva riposto tutto  nella grande cesta messa sotto la tavola della cucina comune, con una scritta Guai a chi tocca! sotto quel tavolo, dove mangiavano insieme cinque famiglie: Nonna  aveva riportato  dagli Sati Uniti  a Folignano, la terra di suo marito, le figlie che erano nate  a Weheling (West Virginia) ed aveva un qualcosa di pragmatico nel suo operare funzionale.
Ora io ho smesso di tirare i vari fili di una matassa aggrovigliata da bambini (tali sono tutti i dogmatici) per secoli che più tiravano acqua al loro mulino e più serravano i fili e  li aggrovigliavano, volendo dare spiegazioni tecniche nella loro non scientificità e nella volontà di scoprire la verità,  rivelata da Dio e siccome non avevano gli strumenti, più operavano e più  la nascondevano, non avendo, oltre tutto,  il testo originale ispirato.
Ora ho trovato (mi sembra, ma è Vero?) dopo oltre quaranta anni il bandolo della  matassa dopo tanta ricerca: è questo il  premio a tanta pazienza! Ho avuto fortuna come la nonna Angelina.
Ritengo che  la falsa  attribuzione  di  Sophistes a  Jesous Christos corrispondente a quella  di  Rabbi a Jehoshua Mashiah  anche se aggiustata in senso divino e  trinitario  ha in se stessa il bandolo della matassa da sbrogliare:  se si falsifica il termine Rabbi/sopisths/didaskalos  mediante accertamenti e studi, cadono tutti gli altri aggiustamenti e tutte le operazioni di supporto fatte, non servono più  tutte le aggiunzioni  e non hanno più valore neppure le soppressioni o il non detto, o il sotteso, nel corso dei secoli.
A nostro parere, essendo stati costretti in molte riprese  a fare aggiustamenti su grandi fronti,  sulla divinità di Gesù e poi sulla Trinità e sulla natura umana e divina, sulla  verginità della Madonna, sulla volontà umana e divina,  non hanno fatto attenzione al termine Rabbi/sophistes  fin dagli inizi e lo hanno lasciato in sospeso,  non corretto adeguatamente,  perché preoccupati di dare divinità a quel Gesù uomo, credendo che  con la divinizzazione si completa ogni cosa e tutto si può aggiustare:  i vari concili fatti erano in relazione al problema del momento e quindi anche essi non  hanno tenuto presente Rabbi : un Dio è rabbi, ma non in Giudea dove non può esserci un tale problema: JHWH è ed è ineffabile!
Non ho messo il soggetto dei vari enunciati, lasciato indeterminato come è stato indeterminato il tempo, il luogo e i tanti nomi di coloro che hanno operato, sofferto sacrificato la stessa vita  per il bene della Chiesa e ne hanno avuto onori gloria e riconoscimenti  nel corso della loro esistenza  e dopo morte la corona della santificazione come riconoscimento dell’ottenuto premio eterno paradisiaco!
A tanti beati, bambini, noi abbiamo opposto una razionalità adulta  mai convinta di sé, sempre incerta e dubbiosa.
Ora solo osiamo pensare di aver forse capito qualcosa e di aver forse sbrogliato la matassa aggrovigliatissima.
Noi insomma  riteniamo che, se si toglie al rabbi Gesù la qualifica indebita della professione di Rabbi come propria apposizione,  ed indichiamo la sua reale  professione  di mastro/tektoon /falegname/ architetto/ Kain su cui possiamo anche discutere, non si può dire niente di quello ch abbiamo detto per secoli sul personaggio Gesù:  si sfilano i vari fili della doctrina cristiana, venendo meno i capisaldi della cristianità, crollando tutta l’impalcatura e la copertura fideistica mentre rimane  soltanto l’impostazione giudaico-ellenistica.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

I vangeli

Per una datazione dei Vangeli

Si possono, nel complesso,  considerare  e rilevare sinteticamente,  quattro momenti  storici nella redazione letteraria di Le parole e  dei fatti  del bios di Gesù, ossia nella genesi dei Vangeli,  durante il secondo cinquantennio del I secolo?

Secondo noi da parte di  un aramaico (o di un giudeo ellenista) è possibile  fare un’ operazione letteraria (orale o scritta? ) solo dopo un quindicennio circa, dalla morte di Gesù, in cui oralmente  viene ricordata drammaticamente  la storia dell’eroe e vengono propagandate poeticamente  le sue  parole entro i circuiti ristretti dell’integralismo zelotico.

E ciò si può  realmente comprendere : 1. se si tiene presente il contesto galilaico-peraico  e quello di Iudaea nel periodo dell’impresa messianica, e,  subito dopo, fino alla morte di  Giulio Erode Agrippa I; 2.  se si conosce la nuova politeia successiva fino alla distruzione del Tempio, autonoma, anche se sotto il patronato del governatore di Siria,  voluta dai romani.

Infine si può intendere la diffusione scritta dei vangeli  solo se si ha chiara  coscienza della situazione giudaica sotto i Flavi e sotto i primi antonini, dopo il  declassamento dell’etnia giudaica .Cfr. Oralità e scrittura dei Vangeli…

Complessivamente, si potrebbe dire, allora,  che la scrittura  dei Vangeli, sinottici, sul piano letterario, greco, è una costruzione artificialis,  successiva  rispetto a due redazioni diverse, in due tempi,  in aramaico, sulle parole oracolari  e sulla vita del martire galilaico.

La redazione greca, letteraria, cioè scritta secondo le formule ellenistiche col sistema retorico greco e col vocabolario della Bibbia dei Settanta,  connesso con il commento di Filone,  è differente, da una parte, per i vangeli sinottici, e, da un’altra,  diversa come linguaggio e temi per il Vangelo di Giovanni: essa sottende un lungo periodo di oralità e un altro di scrittura in altra lingua, secondo la musar aramaica, per  una memorizzazione dei detti del Signore e per una rievocazione mitica, commossa dell’ impresa del Meshiah, morto e risuscitato dai morti…

La redazione greca ha somiglianze lessicali e morfosintattiche  più con Archeologia Giudaica  (Contra Apionem e Vita) che con  Guerra giudaica, più  con il Manuale  di Epitteto  che con  Bioi e Moralia di   Plutarco e con Morte di Peregrino di Luciano, mentre quello giovanneo è da leggere tenendo d’occhio   Moralia (il Volto dell luna- nascita dell anime-) di Plutarco e il pensiero spirituale /pneumatico di Luciano di Samosata …

In effetti, al di là delle analisi tecniche dei testi, per noi è significativo, come fase iniziale di approccio culturale,  l’incipit del Pater hmoon matthaico  proprio di una tradizione giudaico- aramaica  del Malkuth, ( cfr. Una lettura del Padre nostro), in cui si rivendica il rapporto esclusivo tra padre e figlio dell’ebreo, mentre  quello lucano del solo Pater  è tipico della tradizione ellenistica.

Ambedue sottendono, comunque,  due diverse concezioni di basileia: il primo contiene il  concreto attuarsi e reale compimento del Regno/malkuth, in cui il presente è inizio del futuro, in quanto tempo di realizzazione effettiva; il secondo  ha in sé la fissazione del tempo venuto ,su cui si innestano  l’escatologia e l’apocalisse  secondo una oikonomia divina, in quanto Dio compie la sua opera  a tempo opportuno secondo la sua volontà.

Ne deriva che  il malkuth ha shemaim è nella presenza della shekinah divina e nella parousia giacomita,  implicante il ritorno del Meshiah vivente,  mentre  la basileia tou theou, greca, sottende una cristologia in nuce  implicita in Marco e Matteo, di cui, però, ci sono molti segni, espliciti nella redazione scritta del Vangelo di Luca  e di quella successiva di Giovanni …

Si può dire, comunque, che i  quattro momenti  sono  visti a seconda della situazione generale dell’impero romano, in relazione alla propagazione del  vangelo antiocheno, distinto da quello  genericamente ellenistico,  contrapposto a quello aramaico nazireo-gerosolomitano, iniziato col malkuth ha shemaim?

Certo.

Noi abbiamo fatto storia romana congiunta con quelle ebraica  e rilevato due  Regni distinti, quello del Malkuth e quella della basileia ellenistica, con Giacomo, da una parte, e  con tutto il mondo aramaico  giudaico e quello parthico e, da un’altra,  con  Filone, Paolo e gli  evangelisti, congiunti alla Romanitas e alla paideia greca, specie nell’esame della ecclesia antiochena e della sua divulgazione…

Si è considerato in questo periodo, il rilievo di Filone con l’apporto  methorios e politikos,  durante il trentennio 38-68  di Saulos Paulos?  Si è indagato  sul singolo contributo di ognuno dei tre  evangelisti sinottici nell’ambito della propria sfera di influenza nel periodo successivo la distruzione del Tempio, specie  nel ventisettennio flavio (69-96) oltre che nel primo ventennio di quello antonino (97-118)?

Non solo si è cercato di evidenziare il valore fondante di Filone per il cristianesimo antiocheno e per l’amministrazione diocesana cristiana ma anche l’apporto  economico finanziario e politico  facilmente rilevabile dall’opera di Saulos Paulos tarsense e si è  colto l’aspetto socio-culturale, che è basilare nel passaggio tra la monarchia flavia e quella antonina, in una Roma ormai tesa verso una nuova fase  di ellenizzazione,  per una rinnovata politeia imperiale, elettiva ( cfr. Il cristianesimo primitivo senza Filone era poca cosa).

Se il primo coincide con la vita storica di Gesù ed è quello che vede l’origine stessa dei fatti e delle parole, alla presenza dei seguaci, poi chiamati apostoloi/discepoli, inviati a bandire il kerugma della buona notizia del regno venuto, bisogna accertare i fatti storici e rilevare la reale figura di Gesù  storico e le parole veramente dette, dopo aver precisato la sua professione, la presunta regalità, a seguito del riconoscimento essenico della sua unzione di guida del movimento messianico, in un contesto antiromano, proprio dell’ ambiente aramaico, nella Iudaea dell’ultimo Tiberio, quando già operano politicamente in Oriente con imperium proconsulare maius  il prefetto del pretorio Macrone e il principe ereditario Gaio Cesare Germanico Caligola…

E’ uno studio già fatto e precisato storicamente tra il 18 ottobre del 31 e la pasqua del 36 d.C. secondo la vigente datazione cristiana , aumentata per errori cronologici di quattro anni…

Il secondo periodo, se è quello della comunità primitiva, che si risolleva dall’ekplessis della morte del Meshiah e del conseguente lungo pianto funebre,  è segnato dalla propaganda della resurrezione  dai morti e dall’attesa/parousia del ritorno del  Signore,  quando i discepoli, ispirati dallo Spirito santo, calato su di loro nella Pentecoste (del 37 o del 38? ), iniziano a  raccogliere, a  fissare e trasmettere oralmente un pensiero secondo le opere  del Maestro in relazione ad una lezione orale aramaica duratura per decenni, prima  sotto il magistero di Giacomo, fratello di Gesù, in relazione al davar della tradizione (nei ventisei anni di exousia/ potere   sacerdotale, imprecisato), poi secondo i detti oracolari di Matthaios …

Il terzo, connesso col secondo ed aggrovigliato come un rigoglioso cespuglio ereticale, in forma di polloni alla  base del tronco nazireo, è  il periodo  dell’apostolato di Saulos-Paulos civis romano, visionario, mistico, misterico, ellenista tarsense, fariseo, strano philosophos, esponente di una diatriba cinica, col suo mantelletto e  bastone di viandante, guaritore taumaturgico, un goes  più che un sophisths, sempre contestato e continuamente punito e da autorità ebraiche e da quelle romane. E’ una fase trentennale di un ‘apostolato compromesso dall’irregolarità del personaggio  ambiguo, portato a mirabili antitesi, innovatore, sentimentale, contestato sia da giudeo- aramaici che da  giudeo-ellenisti, tanto da subire persecuzioni che tra l’altro- oltre alle ripetute punizioni con 39 vergate e ad una lapidazione-  lo portano a due processi a Roma, dove il suo passaggio risulta  di breve durata e di scarso valore,  nonostante la morte per decapitazione  sotto Tigellino e Nerone…

Il suo nome, infatti, è oscurato già alla fine del I secolo in epoca flavia  e la sua lettera ai Romani sembra essere dell’inizio del II secolo, in epoca traianea  o adrianea…

Il fatto che Paolo  sia capace di rilevare l‘oikonomia divina  e quindi di dare  la possibilità di una lettura in senso profetico di una futura struttura ecclesiale romana lascia perplessi sia per la parte dottrinale che  per quella morale e sorprende per la precisione terminologica…

Inoltre la giustificazione che avviene per mezzo della fede, indistintamente,  per pagani e per  ebrei, perché la salvezza viene da Dio,  in una visione universale di Abramo, padre di tutti i credenti, in una liberazione generale dalla schiavitù del peccato, è una soluzione di un problema successivo, di altra epoca…

Perciò è difficile non dubitare dell’autenticità della lettera  e non mettere in discussione il dato della tradizione  cristiana che Febe,  diaconessa del porto  corinzio di Cencre, abbia portato a Roma la lettera scritta  nell’invernata degli anni 57-58, mentre Paolo dovrebbe stare  in Macedonia…

Lo stesso Paolo  che afferma , da emittente, che neanche avrebbe  dovuto rivolgersi ai Romani, perché  la chiesa non è  da lui fondata  e  nemmeno conosciuta,  non è credibile, perché è un soggetto   che non si serve della reticenza,  come  anche il saluto a persone a lui note- una trentina rispetto ad una popolazione di oltre 1 milione e mezzo di abitanti pagani, compresi i 50.000 ebrei- non ha valore indicativo e probante, ai fini della comunicazione epistolare…

Sorprende, quindi, la giustificazione gratuita  senza le opere secondo la normativa  mosaica,  che fa pensare ad una lotta coi seguaci di Giacomo e ad una probabile successiva introduzione,  nel corpo della lettera, di una fratellanza universale nel nome  di Abramo secondo il pensiero occidentale di Girolamo e di Agostino…

Questo, però, fa trasparire  la presenza di un ‘aggiunta del Signore al materiale iniziale di una probabile lettera di Paolo, recuperato, poi indirizzata ai Romani in epoca di Domiziano,( o ancora più tardi)   mentre cresce la figura di Petros Kefa, alonato,  e la sua missione romana ed occidentale  ricomincia ad avere un qualche valore   con il rilievo dei segni della decapitazione di Paolo sull’Ostiense,  sotto il regno di Adriano, perdurante  fino agli inizi del Regno dei Severi  ed  ha un nuovo significato di evangelizzazione orientale  nelle  grandi città dell’impero, specie ad Alessandria…

Secondo noi, la rivalutazione di Saulos Paulus a Roma,  potrebbe essere  avvenuta più  nell’epoca di Callisto e di Ippolito romano che in  quella di Damaso, dato lo stretto rapporto  della colonia romana con le metropoli orientali, nel II secolo…

Senza tentare  di trovare soluzioni, ma  rilevando solo una differenza di pensiero della tradizione paolina,  secondo la lettura di Origene…riteniamo  possibile qualche aggiustamento tematico e morale  in un momento di crisi  religiosa, capitata nel contesto romano nel passaggio dagli antonini ai severi…

Comunque, in quell’epoca si fa rivivere la attività itinerante di Paolo, imitata, per le province orientali,  e perfino viene ripreso ed esaltato  il tentativo negli ultimi anni neroniani di una svolta verso occidente,   il suo amore per il rischio  nei  viaggi, la sua fede incrollabile nel suo mandato personale e nell’investitura divina; vengono rilevati  i tradimenti dei compagni di viaggio,  il rovesciamento culturale col paradosso e con l’elogio della pazzia,   che diventano per i didaskaleia alessandrini e per Origene,  espressione di una ricerca sublime di un mistico esaltato, da connettere con la tradizione giudaica esegetica filoniana.

Nel complesso tutto questo  mondo evangelico con Filone e col ripescato Paolo si precisa alla fine del  regno di Domiziano e agli inizi del principato antonino, mentre  a Roma si forma il mito di Pietro, a cui si comincia  congiungere sotto Antonino il Pio e Marco Aurelio  la figura magico-cinica di Paolo, con un riconoscimento della sua missione apostolica tra i pagani e giudeo-ellenisti, distinta da quella petrina, ancora legata alle sedi orientali, specie Efeso ed Antiochia… Questo quarto momento è connesso con le pullulazioni della setta christiana nel bacino del Mediterraneo e nell’interno anatolico e macedonico  e perfino balcanico, mentre si precisa in epoca gnostica un altro pensiero cristiano, quello giovanneo efesino apocalittico, che circola  insieme con le tante  proliferazioni  di scritti  apocrifi , specie in Egitto, lungo le due maggiori linee nilotiche,  così da costituire una nucleo  disarmonico scritturale, non omogeneo, ma tale da  indicare il corpus di una  tradizione evangelica con  metodo relativo, corrispondente al fine che ciascuna ecclesia  si prefigge secondo canoni propri di ogni scrittore, condizionato dalla cultura locale periferica  …

Si ritiene  che ad una fase iniziale orale,  senza scrittura sia in aramaico che in greco,  segue una fase di scrittura  evangelica  sinottica greca unitaria (cfr. J.J.GRIESBACH in Oralità e scrittura dei Vangeli), a cui succede, dopo qualche tempo, la fase d’insieme, di compimento e di perfezionamento di un tal Giovanni che manda un ulteriore messaggio diverso rispetto a quello unitario degli altri evangelisti (Marco Luca e Matteo), la cui lezione giustamente è detta secondo Matteo (Kata Matthaion ecc)…
Giovanni( non certamente Giovanni il discepolo prediletto)  scrive intorno al 130  epoca in cui oggi si colloca il papiro del Fayum (Ossirinco) della biblioteca di Roland Ryland publicato da C.H. Roberts  contenente un brano proprio di Giovanni in cui si parla del dialogo di Gesù con Pietro (Gio. 18,31-38)…

Infatti si può arguire che  quanto scritto ad Efeso sia in circolazione da poco anche in Egitto e in Africa;in quanto   Studi paleografici  hanno fissato la datazione non oltre il 150 d.C e non prima del 130 d.C. in circa un ventennio,  in considerazione  del papiro usato, della grafia e del sistema a colonne.. ..
Perciò i redattori della Nuovissima versione della Bibbia dai testi originali (gennaio 1983) ritengono invece che  si sono succeduti tre stadi anche se non ne  sanno precisare i termini storici e tanto meno i reali contenuti, in quanto trascurano il dato storico del  Malkuth...Noi cerchiamo, a differenza loro,  di rilevare i periodi e di mostrare secondo ordine, in modo di  precisare i singoli momenti storici  e rinviamo alle nostre analisi  sia a Giudaismo romano che ad Jehoshua o Iesous?, a Ma, Gesù  chi veramente sei stato ? e a  Per una conoscenza del Primo cristianesimo .
La vita storica di Gesù  che va dal 7 a.C fino alla Pasqua del 36 è  tutta da documentare secondo fatti accaduti realmente ele sue  parole, se  veramente dette alla presenza dei cosiddetti discepoli (apostoli) devono essere ricollegate nella sede contestuale di origine altimenti il valore cambia  nel quadro di una belligeranza ininterrotta tra il giudaismo e la romanitas, della proclamazione di un malkut e di una venuta del Messia : è un periodo sconosciuto, nonostante i tanti scritti di cui niente è effettivamente certo in quanto tutto è stato letto in una chiave religiosa e mitica, poiché alonato da un senso di mistero e di divino, dato come certo e credibile non razionalizzabile e quindi custodito come tesoro intoccabile, segreto….

Lo studio per la la datazione reale dei vangeli in nostro possesso, attualmente sulla base storica, su quella letteraria e culturale, potrebbe  produrre come risultanza:   Marco –  distinto dal Protomarco databile tra il 74-94 come il Matteo di cui parla Papia, aramaico, scritti dopo un lungo periodo di vita nell ‘oralità gerosolomitana, con due differenti codici, il primo  circa  la Vita  e l’altro circa le Parole  – e Matteo greco  risultano tra la fine  dell’impero flavio e l’inizio degli antonini, mentre Luca ( o chi altro  ha rivisto e pubblicato l’opera del medico antiocheno ) è da collegarsi con gli ultimi anni di vita di Giulio Erode Agrippa II…

Un discorso a parte merita Giovanni, di cui abbiamo già  detto in altra sede…

Rita Levi Montalcini: un’italiana, un’ebrea, una donna

Ha cento anni, ma è la più giovane delle donne ebree italiane, delle italiane, delle israeliane e di ogni donna del mondo: ha la giovinezza tipica di ogni idealista, che non invecchia mai perché è sempre impegnato in pensieri eterni e vive di beni immortali.
Ha vinto la morte lei, ebrea sefardita, pur educata secondo i principi maschilisti.

Lei  ribelle e divergente, è stata sempre  alla ricerca di un’ autenticità personale, volendosi laureare in medicina, in un ‘epoca, in cui la donna era destinata a rimanere in casa, a cucinare, a crescere figli, ad essere solo moglie e madre, volendo seguire le orme del suo maestro, Giuseppe Levi, volendo essere completamente se stessa, libera di essere padrona di sé ( compos sui), di dimostrare di essere curatrice di se stessa (epimeletes eautou), per gignoskein eauton (conoscere se stessa).

Ha vinto la morte lei, costretta dal regime fascista ad emigrare in Belgio, a lavorare in casa, ad accettare l’invito dell’Istituto di neurologia dell’università di Bruxelles fino al 1940, a tornare clandestina in Italia nell’astigiano e a lavorare con laboratori di fortuna sul sistema nervoso negli embrioni di pollo, fino ad operare sui meccanismi specifici di formazione del sistema nervoso dei vertebrati, in una conquista della propria autonomia classica e della methodos connessa con la musar(cultura) ebraica.

Ha vinto la morte lei con la sua passione per la ricerca, a cui ha dedicato gli anni migliori della vita, isolandosi e rinunciando alle gioie della normalità di vita, di amore comune, di maternità, tesa a conseguire qualcosa di nuovo, ad inseguire il sublime l’adrepebolon, il suo Israel eterno, a seguire Giacobbe in una scalata infinita ed eterna verso l’alto (Dio Upsistos, Shaddai) .

Lei ha cercato la vita vera nella dura, caparbia e continua sfida con se stessa, passando dalla erudizione giovanile, alla cultura della maturità e alla scientificità epistemica rimanendo sempre giovane, connotata da uno slancio verso l’alto, nell’impegno al Dipartimento di Zoologia della Washinton University, in Missouri.

Lei ha cercato la vita vera in trenta anni di ricerca senza avere riconoscimenti, senza essere sostenuta da nessuno, senza conforto alcuno, paga del lavoro.

Lei si è eternata nella solitudine di quel lavoro maniacale, ossessivo, idealmente prolifico, creando la corazza del militante, plasmando il simbolo dell’ eroe, formando l’emblema del martire in sé giovane, ricercatrice, indomabile specie negli insuccessi continui, abile a proporsi nuovi stimoli grazie alla capacità di riiniziare e di riprendere il lavoro, a riinventarsi, quasi a rinascere, dopo l’abbandono delle vie esplorate, di acquisire infine un nuovo metodo, personale, utile non solo ai fini euristici, ma esemplare per chi ricerca.

Lei si è eternata con questa nuova forma di ascetismo, di esercizio continuo, che rende unica la personalità di chi lavora e la santifica perché fuori da ogni processo speculativo,da ogni propaganda e partito: lei è diventata modello di vita per tutti quelli che cercano e vivono nel lavoro e diventa monito severo per tutti i fannulloni, per i venditori di fumo, per i virtuosisti del pallone, per le civetterie delle miss, per i programmi delle tv spazzature.

La sua scoperta del fattore di crescita nervoso noto come NGF (Nerve Growth Factor) nella differenziazione delle cellule nervose sensoriali e simpatiche dopo la ricerca sulla molecola proteica e sul suo meccanismo di azione, viene riconosciuta solo nel 1986, a 77 anni.

La sua ricerca non è più un sogno di una ricercatrice, giovanile, ma una realtà scientifica tanto che lei ebrea italiana è insignita del Premio Nobel per la medicina insieme al biochimico Stanley Cohen (Usa) con la seguente motivazione: La scoperta del NGF all’inizio degli anni cinquanta è un esempio affascinante di come un osservatore acuto possa estrarre ipotesi valide da un apparente caos. In precedenza i neurobiologi non avevano idea di quali processi intervenissero nella corretta innervazione degli organi e tessuti dell’organismo.

A 77 anni, finalmente, dopo un lungo percorso, dove errori e speranze si fondono in una unione ideale derivata da diacrisis e sugcrisis continue, da analisi e da sintesi congiunte in un parto continuato, infinito, lei ebrea martire, militante di sinistra, santificata dalla sua  fatica, ha il riconoscimento mondiale del suo lavoro.

Rita Levi Montalcini è la vera eroina del nostro tempo, la vera miss, la vera vincitrice di tutti gli spot pubblicitari, l’emblema femminile per ogni popolo, l’esempio di immortalità ebraico classico cristiano, la sintesi più alta di epistemologia platonica e di ideale aristotelico-cristiano, di cultura universale.

Per 23 anni ha seguitato nel suo lavoro come se fosse una donna comune presso l’Istituto di Neurobiologia del CNR, operando ancora come presidente dell’Istituto dell’Enciclopedia italiana, come membro delle accademie più titolate italiane, pontificie, statunitensi (Accademia nazionale dei Lincei,Accademia Pontificia Accademia Nazionale delle scienze dei XL, La National Academy of Sciences la Royal Society ,) come senatore a vita, eletto dal Presidente Ciampi.

Rita Levi Montalcini, nonostante le lauree honoris causa (università di Uppsala-Svezia,  Bocconi -Milano, St Mary Usa Weizmann-Rehovot -Israele- e i premi per la ricerca (Saint Vincent, Il Feltrinelli, Albert Lasker) è e rimane la tipica ricercatrice comune italiana, bandiera per le tanti ricercatrici sconosciute e di tanti giovani ricercatori.

Da ricercatrice comune, grazie alla sua eccezionale tempra di combattente e di lavoratrice Rita Levi Monltalcini è diventata la ricercatrice per eccellenza, la donna più prolifica d’Italia , la miss più bella, la eroina di tanti film di sacrificio e di amore, perché studiosa, spoudaia, propagatrice di una nuova tzedaqah.

Da Quotidiano.it ( 21 Aprile 2009)

Angelo Filipponi – Un' altra storia del cristianesimo