Angelo Filipponi - Un' altra storia del cristianesimo

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Caligola il Sublime

Un'altra storia di Caligola


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Caligola il Sublime

Novità dell'opera


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L?opera del Filipponi è essenzialmente storica e linguistica ( cfr. intervista all?autore).

Il lavoro storico inizia dopo che è il presupposto fondamentale cristiano della venuta di Gesù Cristo e della sua crocifissione come fatti che rivelano l'amore di Dio per l'umanità, a cui è promessa la salvezza eterna, è razionalmente messo in discussione.

L'opera di Filipponi è uno studio che precede il presupposto fondamentale cristiano e riconduce l'uomo all'uomo , in senso classico, libero da ogni preconcetto

L'esperienza di vita umana non è quindi più ridotta, secondo la concezione medievale e tridentina ad una vita militante ad un percorso in cui c'è uno stato di belligeranza tra male e bene, con una lotta per entrare in paradiso, grazie al trionfo dell'anima sul peccato, in una coscienza della morte come passaggio o ponte verso il premio eterno o la dannazione.

L'esperienza di vita umana è solo conoscenza e cura dell'uomo, che si riscopre mediaate la parola come parte del logos, della phusis e della storia in una visione divina dell'uomo senza mediazione alcuna: l'uomo deve amare e conoscere effettivamente se steso, esserci nel mondo e nella storia individualmente, cosciente di essere parte di un tutto: non occorre né la grazia di Dio, né tantomeno i sacramenti della Chiesa come il battesimo e la comunione, né la guida morale ecclesiastica, al di là delle deformazioni storiche della istituzione ecclesiale; serve solo una razionale ricerca per una personale esperienza di vita, di creatura umana, infinitamente piccola rispetto all'infinitamente grande, a Dio creatore e padre.

Non c'è alcun interesse nell'opera di Filipponi alla storia del cristianesimo ufficiale, né volontà di rinnovamento ecclesiale ed istituzionale, nè ricerca delle sue fasi storiche nè delle radici del millenarismo né di qualsiasi altra forma cristiana o di pensiero cristiano.

Il lavoro di Filipponi tende solo a ricostruire il periodo in cui si situa la persona fisica di Gesù Cristo ( Jehoshua Barnasha Mashiah), dopo aver ridotto la personalità umano-divina (storicizzata) a quella di un normale uomo del I secolo dopo Cristo ed aver precusatio i termini di Figlio di Dio e di Unto, secondo la concezione aramaica, escatologica ed apocalitica di quell'epoca.

E' insomma una ricerca storica prima ancora del costituirsi del nome di Christianoi, prima del formarsi delle diokeseis cristiane in Asia Minore e della struttura reale della Grande Chiesa del II secolo d. C.

Il lavoro storico, lunghissimo, ha avuto varie fasi: una , propedeutica,è stata fatta, prima, sulla cultura medico-persiana e sulla Bibbia, poi specificamente sull?ellenismo romano, sulla base delle opere di Filone di Alessandria e di Giuseppe Flavio (ed anche del Talmud babilonese) e quindi di tutta l?area culturale classica (sia storica che retorica che filosofica, oltre che economico-sociale), con l?ausilio anche di scienze, quali la numismatica, la papirologia, l?archeologia; un'altra, specifica, infine, per un trentennio è stato centrata sulle Origini del Cristianesimo.

Da questo lavoro trentennale sono venute le seguenti conclusioni (Cfr. Una personale conclusione sul cristianesimo), come risultanza di un?altra lettura della Storia del cristianesimo.

Questa altra lettura della Storia del cristianesimo non ha niente a che vedere con l?impostazione di Samuel Reimarus, né con quella di Georg W.F. Hegel, né di David F. Strauss, né di Ernest Renan, né di Albert Schweitzer, tesi tutti alla contestualizzazione giudaica della figura di Gesù e alla lettura di una figura di Messia, realizzatasi secondo formule ultraterrene, senza distinguere l?apporto culturale sincretistico pagano-misterico, platonico, teurgico, gnostico, anzi fatta con l?inglobare i contributi delle culture vigenti.

La storicità del giudaismo, delle sue vicende e della figura di Gesù veniva vista solo da un?angolazione generica, fatta più per giustificare la storia cristiana che per studiarne la reale consistenza storica.

Inoltre lo studio non è fatto con gli strumenti adatti, per me basilari: quelli di una distinzione tra cultura aramaica e cultura ellenistica giudaica (quella di una torah originaria e della sua esplicazione rabbinica torah al pe? distinta nettamente da quella letta secondo la traduzione dei Settanta e il commento allegorico filoniano ?cristiano), con lingua aramaica da una parte e con quella greca dall?altra.

Senza nulla togliere alla grandezza dell?apporto culturale di tale studio da parte di uomini di tanta cultura, sulla vita di Gesù , anzi riconoscendo la profondità e la potenza di operazioni di molti, specie di P. Wendland , G. Ricciotti, di S. Brandon e R. Bultmann, di E. Kasemann e di E. P. Sanders, di M. Noth, M. Hengel, e di J. Bright , noi crediamo di aver fatto storia cristiana e di aver dato un qualche contributo alla conoscenza della reale figura di Gesù Cristo, grazie anche ai lavori sul giudaismo da parte di uomini, che hanno operato sulla cultura ellenistica in senso letterario, economico-socio-politico ed archeologico.

Noi abbiamo facendo uno studio serio sull?ellenismo e sul giudaismo, abbiamo individuato tre giudaismi in epoca romano-ellenistica, come premessa a tutto il lavoro: giudaismo palestinese, costituito da gruppi ebraici viventi nel territorio della Ioudaea erodiana, puri solo nella Giudea, frammisti ai pagani in tutte le altre regioni (Galilea, Perea, Samaria, Idumea, Decapoli, zona Ituraica , Gaulanitide ecc), di formazione agricola, di lingua aramaica, popolari ed antiromani, ostili agli erodiani e ai sacerdoti, eccitati alla rivolta da farisei e da Esseni; giudaismo partico, costituito da un numeroso gruppo di ebrei, viventi in Mesopotamia, in Adiabene, oltre che in Perside, anch?essi di cultura agricola, di lingua aramaica, popolari ed antiromani in quanto già cittadini della federazione partica, ben integrati nel sistema federativo, specie nel periodo di Artabano III; giudaismo ellenistico, di cultura commerciale, ben integrato nel sistema romano, costituito da giudei di lingua greca, separati dai fratelli aramaici e riconoscenti come capo l?alabarca di Egitto, aventi come centro il tempio di Leontopoli, lettori della traduzione dei Settanta ed interpreti allegorici in senso farisaico del nomos giudaico.

Gli ebrei,ellenisti, di professione emporoi o capeloi, (commercianti all'ingrosso o al minuto) sono quasi esclusivi proprietari del sistema di trapezai banche, alessandrino e con esso sono i dominatori dell?area portuale sia interna che esterna (Sul Mediterraneo e sul Nilo), tendono al proselitismo tramite la tzedaqah (philanthropia ? caritas), formano il numero più grande e ricco del giudaismo e sono filoromani in quanto connessi con la casa giulio-claudia.

Sulla base di tale premessa, abbiamo operato sui seguenti temi:

*La figura di Gesù Cristo Signore:

  • abbiamo rilevato che la figura di Gesù Cristo Signore non è storica, ma è storica quella di Jehoshua Meshiah maran.
  • La tradizione aramaica tramanda la figura umana di Jehoshua Barnasha, quella ellenistica la figura umano-divina di Iesous Khristos Kurios;
  • Le due figure indicano un solo uomo, ma viste in modo diverso: in senso antiromano la prima e in senso filoromano la seconda;
  • Esse vengono lette secondo sistemi opposti, espressioni di due diverse culture: agricola, quella aramaica ; commerciale e trapezitaria, quella ellenistica;
  • Jehoshua Meshiah Maran è effettivo personaggio storico, figlio di Josip (Gesù figlio dell?uomo- Barnasha), nato il 7 a. C. e morto nel 36 d.C. crocifisso, celebrato dalla toledot (storia giudaica), come eroe nazionale;
  • Egli fu qain (architetto) e qanaah (zelota), e maran (re ) dal 32 al 36, e realizzò per breve tempo il sogno del Malkuth ha shemaim (il Regno dei cieli) , come mashiah (messia);
  • Jesous Christos Kurios, invece, è un nome dato allo stesso personaggio in traduzione greca, da Shaul di Tarso, giudeo della tribù di Beniamino, noto come Paulus , artigiano ed emporos, ellenista, civis romanus, fariseo,
  • discepolo di Gamaliel, abile nella interpretazione allegorica. Questi fonde cultura giudaica con il pensiero del medio- platonismo e con la cultura isiaca, creando il Regno di Dio, fondato sulla figura mitizzata di Gesù Cristo Signore, figlio di Dio, risorto dai morti.



    *Il Malkuth ha shemaim il regno dei cieli (il greco e basileia ton ouranon) e la Basileia tou Theou (Il regno di Dio):

    abbiamo rilevato che il primo non è il secondo e lo abbiamo nettamente distinto.

    - I due sintagmi sono espressione di due fasi storiche diverse:

  • la prima ha come protagonista Jehoshua Barnasha e poi suo fratello Jakob (morto nel 62) che nell?attesa del ritorno del fratello, come capo della comunità di Gerusalemme, prepara i fratelli con la preghiera, la penitenza e con l?esercizio militare, a seguito dell?interpretazione essenica della scrittura, alla guerra, e convinto della vittoria sui romani, coinvolge i discepoli che, dopo la sua morte, vanno alla guerra antiromana (66-73 d.C.), che termina con la sconfitta ebraica e con la distruzione del Tempio;
  • la seconda ha come protagonista Paulus che inventa un altro Gesù, sulla base della figura storica di Jehoshua antiromano, trasformata in un filoromano, servo di due padroni (Dio e i romani), teorico di un Regno celeste e di una cultura sincretistica romano-ellenistico-giudaica;
  • Paulus è un eretico giudaico che conia (insieme a Barnaba ) nel 43 d.C., il termine Christianos( cristiano) e come tale è punito varie volte da Jakob anche con la pena di morte.
  • Il suo pensiero si afferma dopo il 70 d.c., dopo la sconfitta, con gli evangelisti (Marco e sopratutto Luca) sulla base di un antico testo di memorie di Matteo, il pubblicano, che aveva stenografato ( avrebbe potuto scrivere con velocità in quanto tachigrafo) i logia del Signore (kurios) di Gesù che aveva potere di maran (re) e, quindi, le prescrizioni, le parole ordinate , i mandata di un re;
  • Il pensiero cristiano è confuso per tutto il I secolo fino ai primi anni del regno di Traiano(98-117) con la cultura giudaica in quanto ha in comune gli stessi riti e le stesse usanze di stampo, però, ellenistico, di lingua greca, non palestinese e partico, di lingua aramaica, da cui è nettamente separato.

  • * Jehoshua qain ,( tecton) una specie di architetto, qanaah. Maran , mashiah:


    abbiamo rilevato che Gesù fu qain, tecton, architetto, non un semplice falegname, fu qanaah fu maran (re) e fu chiamato mashiah

  • Il termine qain evidenzia una classe sociale che in greco designa i tectones , cioè uomini abili a progettare e realizzare lavori di costruzione sia come carpentieri che come muratori, considerati moltissimo dopo le classi privilegiate sacerdotali, superiori a tutti gli altri tecnitai, richiesti nel periodo romano ellenistico, data la mole di costruzioni e la ricerca di nuove tecniche;
  • qanaah corrispondente a zelotes e a sicarius quindi ha valore di partigiano che combatte contro i romani secondo lo schema di una guerriglia montana e desertica o urbana , determinata da santoni (esseni ) e da asceti come Giovanni il Battista, che battezzano, secondo un rito iniziatico penitenziale e militaristico;
  • Jehoshua, in quanto discepolo di Giovanni e in quanto battezzato, ha fatto il suo corso formativo di penitente e di combattente;
  • Maran vale re (Basileus, melek) Il titolo poteva essere dato solo da Roma: indebita era l?acclamazione popolare che con l?elezione regale aveva compiuto un atto di rivoluzione (stasis, novitas) e quindi doveva attendersi la punizione da parte del senato e dell?mperatore che governavano l?impero (La Giudea, Samaria ed Idumea avevano un governo retto dal procuratore romano, che dipendeva dal governatore di Siria, responsabile di tutto il settore orientale)

  • * Gesù e il suo regno effettivo (collocato tra la Pasqua del 32 e la Pasqua del 36 )

    Noi abbiamo rilevato che

  • egli fu proclamato re dal popolo , dopo la morte di Seiano (18 ottobre 31) e dopo la successiva esautorazione di quasi tutti gli amministratori dell?area orientale, specie siriana, bollati come seianei (Pilato, procuratore di Giudea, Erode Antipa re di Galilea e Perea, Norbano Flacco governatore di Siria, incaricato di mantenere l?ordine militare lungo il confine eufrasico).
  • E perciò abbiamo dedutto ed evinto che

  • il regno si poté forse costituire, a seguito di una serie di trattati locali con Izate di Adiabene, con Artabano III, re dei parti e con AretaIV re dei nabatei, grazie anche a ricompattamenti ideologici tra i giudei di Mesopotamia e quelli dell?impero romano ( sia palestinesi che ellenistici della cosiddetta diaspora ), oltre che con i samaritani;
  • Il regno di Jehoshua durò quasi cinque anni, dopo la conquista del tempio, avvenuta con spargimento di sangue, per la presenza della guarnigione romana sulla torre Antonia, sovrastante il tempio e data l?importanza finanziaria del tempio, difeso da sadducei e dalle loro guardie;
  • Il regno dovette essere tranquillo, dopo la conquista avvenuta mediante resa delle singole città, che accoglievano i delegati galilaici, inviati a chiedere l?adesione mediante la formula persiana erodotea (acqua e sale cambiata in acqua e pane) : fu purificato il tempio, si celebrò la pasqua essenica col nuovo calendario solare di 364 giorni, fu giurato il nuovo patto di alleanza con Dio del popolo, come quello di Nehemia;
  • per quasi quattro anni lo stato non ebbe pericoli esterni poiché era connesso con la federazione partica e poiché Tiberio si disinteressava della questione orientale, intento a debellare i suoi nemici interni, seguaci di Seiano e ad organizzare la propria successione;
  • il regno di Jehoshua dovette finire con la spedizione di L. Vitellio, nominato proconsole, dopo E. Lamia (che non era mai partito), ed incaricato di ripristinare l?ordine nella provincia di Siria con un mandato antipartico ed antinabateo;
  • Vitellio, costretto Artabano a difendere i suoi stessi confini con un?abile manovra militare e politica, pressate e costrette le popolazioni scitiche ed iberiche all?invasione del territorio partico, su ordine di Tiberio, concede la tregua al re dei re che, visto il suo territorio occupato ed invaso, chiede un accordo e un trattato, stipulato a Zeugma sull?Eufrate, prima della Pasqua del 36;
  • Partecipa a questo trattato anche Erode Antipa al seguito di Vitellio, che tratta con Artabano, che rinuncia ai territori transeufrasici, dà ostaggi (il figlio Dario e un gigante giudaico di nome Lazar) come garanzia di pace;
  • La clausola di non interferenza nell?orbita romana, voluta dai romani, fu una condanna a morte per il maran Jehoshua, abbandonato al suo destino e per lo stesso Areta IV, rimasto solo oppositore alla romanitas;
  • il caso di Jehoshua diventò una questione interna al mondo romano e quindi Vitellio, dopo aver dato l?ultimatum alla città di Gersusalemme assediata, ricevette dai sadducei e dai farisei, che fecero prigioniero il ribelle messia, che venne fatto crocifiggere: la città fu salva, si ripristinò l?ordine romano, si purificò il tempio e si celebrò la Pasqua sadducea tra il tripudio popolare, alla presenza del governatore.
  • il tradimento di Giuda è un equivoco, dovuto al termine tradere consegnare in latino (la negatività del termine traditor comincia in epoca severiana quando alcuni vescovi e fedeli consegnarono ai magistrati i segni sacri del cristianesimo e quindi tradirono facendo apostasia )
  • Nel caso della consegna di Cristo ad opera di Giuda a Vitellio e a Pilato si tratta di una procedura, a seguito di una richiesta espressa del proconsole romano, che comporta, dopo la resa della città, come ultimo atto di un sinedrio dimissionario, il mandato di dare il reo di crimen ai romani ( il termine prodotes greco non aveva allora nessun rapporto con traditor latino, che aveva valore di uomo che consegna, come nel corrispondente aramaico, dove è marcata la funzione di intermediario- mediatore- ambasciatore in una trattativa )
  • In occidente, dunque, sotto i Severi si indica Giuda Iscariota col termine traditor bollandolo per l?eternità, con l?aggiunta probabile dell?episodio dei trenta denari e della morte;
  • Giuda Iscariota in quell?epoca divenne il simbolo del tradimento, quando invece l?uomo (ish)di Kerioth ebbe l?ncarico dal sinedrio (e forse dallo stesso Messia ) di consegnare il deposto maran ai romani che assediavano la città.


    Abbiamo mostrato, inoltre, che di Vitellio si conoscono

  • due entrate in Gerusalemme ambedue festose: la prima dopo la resa della città quando viene ucciso Gesù e la seconda dopo la guerra iniziata contro Areta IV interrotta per la morte di Tiberio: la nuova entrata in Gerusalemme coincide col giuramento di fedeltà fatto dalla città al nuovo imperatore Caio Caligola, che per primo fu acclamato proprio dai Giudei nella Pasqua del 37
  • E abbiamo rilevato che

  • Vitellio, tornato a Roma con Pilato, destituito, divenne un cortigiano, e creò il modello di cortigiania orientale a Roma, facendo prima il confidente di Caligola e poi di Claudio, con cui fu anche console e da cui ebbe la reggenza imperiale nel periodo della spedizione britannica;

  • *La Iudaea e la nuova sistemazione:

    Abbiamo rilevato che

  • - viene eletto nel periodo di Gaio Caligola Giulio Erode Agrippa, re legittimo di Iturea, Traconitide e Gaulanitide e poi di Perea e Galilea( dopo il processo di Erode Antipa , esiliato con la moglie Erodiade dall?imperatore), mentre veniva conservata la prefettura in Giudea,Samaria ed Idumea sotto Marcello, comandante militare con poteri eccezional;
  • - viene eletto dal 41 lo stesso Giulio Erode Agrippa, dopo la morte di Caligola, re di tutta la Giudea comprendente , tutto l?ex regno di Erode il grande, suo nonno: Claudio in un certo senso premia il giudaismo filoromano dando un re federato con Roma stessa, cambiando la costituzione, accogliendo implicitamente le richieste del popolo che aspirava al Malkuth, con la speranza di placare la sua antiromanità dopo aver ripristinato gli antichi statuti ebraici ad Alessandria e in tutto l?impero.
  • La nuova costituzione ebbe vigore fino al 44, anno della morte di Erode Agrippa: Claudio decise una nuova forma ritornando all?antico con una sottoprefettura, a seguito dei torbidi avvenuti alla morte del suo amico erodiano, convinto della necessità della presenza militare romana in una zona non ancora pacificata.


    *la figura di Giulio Erode Agrippa figlio di Berenice e di Aristobulo, terapeuon di Tiberio il giovane e poi turannodidaskalos, insieme ad Antioco di Commagene, di Caio Caligola, probabilmente filosofo scettico (cfr Scetticismo e tecnicismo nel primo secolo ), amico personale di Claudio e suo elettore nei giorni subito dopo l?uccisione di Caligola, grande re giudaico;


    -abbiamo fatto su Giulio Erode Agrippa molti lavori ed abbiamo concluso che, come scettico, è ancora tutto da scoprire.

    . di lui sono stati visti i rapporti prima con Tiberio,

    - poi con Caligola ,

    - poi con Claudio,

    - ma si sono ricostruiti anche i contesti galilaici e giudaici, nel corso della sua vita da civis, privato, come marito di Cipro, sua parente sempre di linea erodiana e come agoranomos a Tiberiade e come emporos fallito ad Antedone.

    - di lui si è colta l'ambiguita specie negli ultimi atti di Gaio Caligola con un sotteso tradimento, all'atto dlela congiura di Cassio Cherea.


    * La Ioudaea dal 44 al 66

    . abbiamo rilevato che la Ioudaea è una polveriera e che la guerriglia nell?area giudaica dopo la nuova costituzione, si amplificò specie sotto la prefettura di Tiberio Alessandro, un giudeo alessandrino, figlio di Alessandro Lisimaco, alabarca di Egitto e poi di Felice, fratello di Pallante

    . abbiamo esaminato la figura di Jakob e la sua antiromanità ed abbiamo dedotto che questa figura (come anche quella di Jehoshua) debba essere chiarita in senso patriottico e nazionalistico eliminando le incrostazioni religiose (i termini rechabita e nazireo, giusto ed oblias devono avere una nuova connotazione in senso religioso militaristico, senza le sovrastrutture date dalla lettura secondo gli eretici del Regno di Dio) e messa in relazione con i sicari, nel periodo di Felice;

    - abbiamo mostrato che la guerriglia durò fino alla presa di Gerusalemme nel 70, riprese subito dopo e fu attiva anche nel 115-16 in epoca traianea, durando ancora fino alla impresa di Bar Kokba (134-6) in epoca adrianea;


    * Dio-logos, come conquista della cultura giudaico-ellenistica, presente in Aristobulo e Filone Alessandrino

    . abbiamo rilevato che Dio- logos esprime la funzione creatrice divina, distinta da Dio padre.

    Il logos filoniano è conosciuto da Paulus , che lo amplia e giunge a mostrare in senso classico da una parte il macroskosmos universale e da un?altra il mikrokosmos umano fino a fondere tutti i partecipi del kosmos in un unico corpo dei credenti in Cristo che, redenti dal suo sangue, aspirano al regno di Dio, in un mistico abbandono e in una tensione all?unione col proprio creatore.

    Il logos = Christos è in Giustino, intorno alla seconda metà del II secolo sotto Antonino il Pio, in relazione al corpo civile romano considerato vivificato da Christos logos, soter che affratella gli uomini e li libera dal peccato per una dimostrazione di Cristo utile: Christos chrestos(paronomasia ),indica l'utilità del cristianesimo, in un contesto puramente gnostico, dominato da Valentino, in cui si fondono sincretisticamente pitagorismo platonismo, aristotelismo e stoicismo (cfr Alessandro di Afrodisia, Il destino a cura C Natali, Rusconi,1996);

    . abbiamo rilevato che da qui deriva tutto il processo che porterà alla Trinità e alla divinizzazione di Jesous Christos Kurios, Logos distinto da Pneuma agion , nel concilio di Nicea(325) e poi in quella di Costantinopoli (380) in quanto omoousios(soggetto della stessa sostanza) del Padre.


    *La persecuzione neroniana


    Abbiamo rilevato che la persecuzione neroniana è un falso sulla base di errate interpretazioni di Svetonio e di Tacito: Nerone aveva vaga conoscenza dell?eresia cristiana mentre ben conosceva il giudaismo che a corte era rappresentato da sua moglie Poppea (che accolse Giuseppe Flavio e favorì la sua ambasceria richiedente la liberazione dei tre saggi giudei, precedentemente imprigionati )e da altri elementi filogiudaici: per lui i cristiani erano solo una minoranza confusa con i giudei, di nessun rilievo, incalcolabili ed irrilevanti come numero (sebbene forse riconoscibili ed individuabili per il loro rigore religioso e il loro culto nuovo rispetto ai già rigorosi giudei tradizionalisti ellenisti), usati come scaricabarile nell? incendio di Roma, a lui addebitato dal popolo (cfr Tacito Ann.XVI, 38,2; 40,1; Svetonio, Nerone, 38 ;Dione Cassio LXII,16-18 -Dei 14 quartieri romani solo 4 rimasero intatti dopo l?incendio durato forse sei giorni e sette notti ).

    -non esiste alcun atto né decreto né rescritto persecutorio neroniano: l?antefatto a cui si riferiscono apologisti ed Eusebio non ha una base storica; il crimen di Jehoshua di una regalità usurpata era già condanna implicita per i seguaci di uno crocifisso: l?accusa ad un corpuscolo di giudeo-cristiani non avrebbe sciolto l?imperatore dal crimen dell?incendio: invece l?accusa a tutti i giudei romani è plausibile, dato il numero di circa 50000 e considerati i rapporti con il giudaismo palestinese, dominato da Jakob ,allora già in subbuglio e in agitazione, per i rapporti con l'adiabene e con le regioni transeufrasiche, contro le legioni romane (cfr. azione militare di Corbulone cfr. Tacito, Ann. XIII 8,3 e 35 ; 9, 2-3 , XV 3,1 6,1 -2, 10; 16,3, 26,3; Plinio , Nat. Hist. II,180; V. 83; VI,23 e 39 ; Dione Cassio . St. Rom. LXII,19, 22-23)

    - Abbiamo inoltre mostrato che le persecuzioni del I e II secolo (flavie ed antonine ) sono un falso: si tratta solo di ius coercitionis per elementi che non sono patriottici e buoni cives, fautori di una religio insana, giudaica in genere, i cui vertici episcopali (dioiketai,ricchi ammnistratori locali) sono puniti più da amministratori periferici sobillati da masse pagane inferocite a seguito di cataclismi o di guerre, a causa del loro magistero troppo integralista e della loro non partecipazione alla vita cittadina(specie il rifiuto di assunzione della litourgeia degli episkopoi e di arruolamento militare tra gli elementi delle comunità, che oltre tutto versano in floride condizioni finanziarie ed economiche): i pochi capi condannati a morte (Policarpo , Ignazio, Giustino, Ireneo), non autorizzano accuse di persecuzione all'impero romano.

    La lettera di Traiano a Plinio in risposta alla lettera dello scrittore del 112 e il rescritto di Adriano sono manifesti segni non di una persecuzione in un'area ben precisa orientale, ma di un tentativo di richiamare con forza alla moderazione chi è ostinato nella pervivace azione di opposizione all?impero e alle sue legge convinto di appartenere ad un altro regno, seppure celeste, a cui anela rientrare il più presto.

    - I più accaniti agitatori religiosi e i più fanatici, in numero sempre molto ristretto, vengono massacrati non per ordine di funzionari statali ma dalla plebe, che arbitrariamente fa giustizia sommaria, contro lo stesso ordine imperiale: rari sono i casi di giudizi di legati imperiali, che impongono la legge ad uomini gerarchicamente influenti sul numero di cristiani, ancora esiguo (la persecuzione contro i giudei in epoca antonina è ben altra cosa, in quanto presenta stermini di massa ed una volontà imperiale di estirpare chirurgicamente dal proprio grembo il cancro giudaico): le relazioni lettere delle Comunità di Lione e di Vienne (cfr Eusebio St. Eccles. 5,1,1) la Passio di Perpetua e Felicita (6.1) il Martyrium di Policarpo (Eusebio, ibidem (8,3; 9,1) e specie i martiri scillitani, non presentano segni di persecuzione ma evidenziano solo indagini sfuggite al controllo del magistrato.

    - la concessione della cittadinanza a tutti i cives dell'impero nel 212 ad opera di Caracalla evidenzia la realtà delle comunità cristiane e il numero dei partecipanti e quindi c'è una nuova fiscalizzazione civile per le comunità (in cui solo i vertici pagavano le tasse, mentre gli altri erano privi di diritti in quanto assistiti ), ora costrette a stilare liste e a produrre la status individuale di ogni elemento vivente comunitariamente.

    - Tutte le persecuzioni si riducono ad una vera persecuzione sotto Decio (un editto, di cui non c?è traccia) e sotto Valeriano (due editti nel 253 e 258), in cui si ha un decreto con uno spietato tentativo di estirpazione del cristianesimo concepito come mala pianta a causa di una insubordinazione militare di uomini forzatamente arruolati, considerati renitenti pacifisti e disfattisti di fronte al nemico persiano, e per di più, assertori di una civitas ultraterrena, a cui aspirano ricongiungersi con la morte, tramite il martirio: il sistema razionale proprio del logos ellenistico condanna il muthos cristiano e bolla come integralisti e sovversivi i cristiani, un ethnos di origine giudaica, connessa d?altra parte in vario modo e forme diverse con oltre un milione di confratelli dell?area mesopotamica, della stessa lingua, pur scissa nel credi.

    - le persecuzioni sono dettate da un?esigenza difensiva interna antibarbarica e da una volontà di ripristinare il credo pagano arcaico secondo una logica repubblicana per una maggiore coesione di tutti i cives, che devono partecipare attivamente alla difesa dello stato, alla costruzione di un kosmos che andava affrontando crisi economiche e sociali, come risulta da Porfirio (quindici libri contro i cristiani Cfr . Porfirio Storia della Filosofia a cura di A.R. Sodano, Rusconi 1997 e Vangelo di un Pagano, a cura di A. R. Sodano, Rusconi 1993) che, pur essendo amico di Gallieno (260-268), espresse tolleranza, desiderando coesione nell?impero, riconosciuta da Eusebio (St. Eccl. 7,13).

    -le persecuzioni sono un tentativo di ricompattare religiosamente in un unico credo sincretistico i fedeli di tante religioni e di punire quelli che non si integrano nel sistema unitario, desiderosi di una loro autonomia in una coscienza di singolarità e di tipicità fideistica., specie quella genericamente cristiana, sudidivisa in 128 eresie (80 0 88)

    - La persecuzione di Diocleziano rientra nel quadro riformistico dell?impero: la restaurazione dell?impero a cominciare dalla nuova costituzione della tetrarchia si basa sulla sacralità della persona dell?imperator, che assume una nomenclatura divina, sulla nuova amministrazione con ripartizioni territoriali e divisioni del potere politico da quello civile, sul riordino della finanza e del sistema fiscale, in una opposizione ai dioiketai cristiani, episcopoi di ricche diocesi, indipendenti ed autarchici in senso economico e finanziario. Di conseguenza la ristrutturazione dando compattezza all?apparato pagano si scontra con l?ideologia cristiana proprio per una maggiore rigidità di riti e forme cultuali pagane, riportate in auge e fissate secondo perfino un nuovo calendario.

    - La persecuzione iniziale era contro una eresia cristiana, il manicheismo, allignato in Africa e in Egitto

    (La data dell?editto coincide con la vittoria di Galerio sui persiani- Cfr Lattanzio,Ist. Div. V,3,4-ss, dove si parla di Sossiano Ierocle, governatore di Celesiria e di Palmira e poi di Bitinia, che tratta di Cristo capoladrone e di un confronto tra Cristo ed Apollonio di Tiana ed infine della superiorità morale pagana, sulla base di un unico dio creatore e padre di tutti i viventi e di dei a lui asserviti);

    - L?imperatore nel 297 proclama che è grande crimine variare ciò che gli antenati hanno definito (cfr Lex dei sive mosaicarum et romanum legum collatio tit.XV);

    - Più tardi Diocleziano convinto che il cristianesimo fosse di ostacolo alle sue riforme fa una serie di editti che si succedono rapidamente, fatti a seconda delle zone imperiali (4 per l?esattezza, dal 303 al 304) e proibisce il culto cristiano, indice il sequestro dei libri e oggetti sacri, fa distruggere gli edifici sacri, impedisce azioni giuridiche ai cristiani e confisca i beni, imprigiona il clero e, dopo la tortura, manda a morte chi persiste nella fede ed infine obbliga tutti a dare una prova di fedeltà all?imperatore col far sacrificio agli dei, estendendo a tutto l?impero i suoi decreti;

    Questi ebbero vario valore in Occidente ma ebbero potere fino al 311 in Oriente (Massimino lo ribadì nel 306).

    ,

    * l?editto di Licinio 312 e poi quello di Costantino:

    abbiamo rilevato che con questi due editti finisce la persecuzione e si instaura un nuovo corso con il Cristianesimo , considerata religio licita e quindi l'impero di Costantino cristiano , che ingloba le ricche e potenti ecclesiai con i loro beni liquidi, dando in cambio parte del patrimonio pagano sacerdotale e potere politico agli episcopoi nelle poleis dopo aver riconosciuto i titoli di gerarchia cristiana, equioaratia quellei amminsitrativi dei funzionari statali, e quindi stipendiati.

    - abbiamo mostrato che questa ultima fase si basa sulla lettura dell?opera di Eusebio e di Gregorio di Nazianzo ( di Basilio e di Gregoprio di Nissa) sui testi sia del Concilio di Nicea che quello di Costantinopoli. oltre che su quelli di Gerolamo.

    - abbiamo fatto un punto situazionale sull?arianesimo e le correnti religiose dell?epoca circa la divinità o umanità di Gesù.

    La lotta antiariana e i concili di Nicea e di Costantinopoli sono i nuclei di uno studio cristologico e trinitario


    NB.

    In sostanza il Lavoro del Filipponi, storico, tende a mostrare le risultanze del Regno dei Cieli ancora giudaico, nazionalistico, e a circoscrivere il significato originario del sintagma vigente nell? epoca giulio-claudia, proprio di una comunità, popolare e medio sacerdotale, sionista ante litteram, desiderosa di riappropriarsi della terra dei padri, sacra, divina, usurpata dai romani.

    In relazione a tale studio è venuto l?altro studio sul Regno di Dio, considerato frutto proprio di un mistico e di altri giudei, mitici, irrazionalmente tesi a leggere la storia giudaica farisaicamente, mediante interpretazione allegorica, dopo la fine del tempio e la sconfitta militare del 70 e specie dopo il Galuth adrianeo.


    Novità dell'opera

    Premessa


    Ogni ricercatore lavora con poche speranze, ma procede desideroso solo di illustrare ciò che gli è oscuro, e curioso, approfondisce, rilevando ed esplorando ogni dettaglio: le sue conclusioni sono parziali risultanze di una struttura di un immenso sistema, non decifrabile per un uomo.

    Io che ho fatto ricerca storica (dopo un lungo esercizio come linguista e traduttore) convinto solo di fare qualcosa, di portare un contributo di uomo all?humanitas, di dare un frutto di fatica, ho avuto entusiasmo sempre crescente nel lavoro

    Ho evitato di procedere teleologicamente perché ho potuto capire che ogni costruzione prefissata non ha neanche il seme della verità.

    Ho potuto capire a mie spese quanto scarso sia il frutto di una skepsis, non orientata, ma tesa a scoprire il fatto storico, e quanto difficile raggiungere una qualsiasi meta, anche se il campo di indagine è ristretto e il tempo rilevato è limitato: le situazioni da ricostruire, i contesti da referenziare, le culture da esaminare e le tante forze (sociali, economiche, politiche) in gioco si intrecciano si aggrovigliano si sommano per cui ogni lavoro risulta sempre povera cosa, opera di un uomo che può, pur avendo dedicato tutta la vita ,perfino non lasciare alcuna traccia di sé.

    Ho lavorato per oltre trenta anni senza poter frenare la mia curiosità, convinto che il primo problema è nella trasmissione scritta di testi prima all?atto della loro codificazione e valore nel tempo di scrittura, a cui si connette quello della lettura e semantizzazione in relazione al tempo della esegesi ed interpretazione di altri momenti storici.

    Infatti ritengo che sia facile aggiungere qualcosa nel tradurre e che sia facile sbagliare nel trasferimento di senso strettamente letterale da una lingua ad un ?altra: è naturale ed umano pensare quanto pensiamo e credere che quanto traduciamo sia oggettivamente quanto ha pensato in altri tempi l?emittente, di cui conosciamo il contesto.

    Credo impossibile rendere un mondo sepolto in un'altra lingua , nonostante la perfetta conoscenza linguistica e gli studi di supporto storici, economici, culturali fatti per rilevare quel mondo di cui il termine è portatore di significato e valore convenzionale.

    Il mondo giudaico inoltre indica con la lettera (Seraf) l?atto di liberare il metallo dalle scorie e sottende una purificazione attraverso il fuoco nel momento di unire anagrammare e combinare l?insieme della parola significativa.

    La codificazione implicita pitagorico-essenica (che poi sarà cabalistica) non ha niente in comune con la moderna scienza del linguaggio in quanto nelle sue operazioni non va alla ricerca della storia della parola in senso diacronico, ma la libera da ogni storia ed indaga sui segni grafici, numerici e semantici che legano le lettere che le compongono e fa giochi creando nuovi mondi di significati sulla base di aggregazioni di egual valore numerico: suddivisioni,sostituzioni, norme di equivalenze e di intercambiabilità, diventano operazioni possibili che producono una infinità di interpretazioni di una stessa frase e perfino di una stessa parola.

    Perciò nonostante gli sforzi di decondizionamento, non si può leggere un testo allo stesso modo: ogni popolo ha una suo sistema di codificazione e quindi ha bisogno di un sistema diverso di lettura: solo quel popolo lo può leggere interpretare e capire che lo ha generato: tutti gli altri tentativi di decifrazione sono sempre inesatti: rimanere fedeli alla lettera in senso sadduceo era una possibilità di essere pii; andare oltre la lettera e fare esegesi farisaica era un?altra lettura, forse più alta ma certamente più difficile, più enigmatica, meno vera .

    Non si riesce mai a rilevare esattamente la convenzione di un gruppo nell?atto della semantizzazione di un termine, anche il più banale.

    Chi dei miei pochissimi lettori, d?altra parte selezionatissimi, sta comprendendo l?esatto valore di banale collegato col termine banno medievale ?

    Con chi ho una vera comunicazione di questo specifico termine? Con quanti sono in equivoco ?

    Perciò prima di fare lo storico, ho fatto prove di verifica linguistica e ho lavorato sul linguaggio

    Mi sono dedicato, a lungo, al linguaggio, sicuro che in ogni trasmissione di pensiero, nonostante la buona fede dell?emittente e di ogni traduttore, c?è necessariamente l?errore o per difetto o per eccesso,

    Senza dare una valutazione di bugia e di blasfemia, propria dell?ebraismo, ho cercato fedelmente di tradurre in modo da non essere valutato bugiardo se troppo legato alla lettera né blasfemo in caso di aggiunte.

    Decifrare il lessico, rilevare il testo, leggere l?equivoco proprio di ogni termine, definire il piano espressivo e quello dei contenuti, secondo la regola morfo-sintattica, sono state operazioni tecniche, neutre il più possibile, che però hanno permesso di ricercare la storia, falsificata dai vincitori

    La codificazione e semantizzazione antica sono di base retorica perché tendono a cogliere lo stupore del fedele e a provocare smarrimento e turbamento phobos per averne la simpatheia (compartecipazione affettiva).

    Sicuro perciò che ogni dogmatismo nasconda retorica e che comunque nella retorica c?è qualcosa di vero, qualcosa di oggettivo, nascosto sotto lo slogan propagandistico retorico, ho operato molto sulla referenza in modo da referenziare correttamente, dopo aver semantizzato il concetto.

    Il referente dà corpo e sostanza all?idea connessa nell?asse significante ? significato convenzionale: la sua individuazione come immagini reali rimanda ai fenomeni naturali, alla logica e al sistema di significazione di un popolo la cui scrittura è la base effettivamente storica della sua esistenza e del suo tipico esserci nel mondo di relazioni sia interne che esterne sia con gli elementi della propria etnia che con quelli di altre.

    Per meglio referenziare mi sono decondizionato dal classicismo e dalla sua logica ed ho lavorato come banausurgico.

    Mi sono isolato alquanto dagli altri e per di più , sono fuggito in campagna, alternando al lavoro culturale uno artigianale; mettendo insieme artes liberales e sordidae , ho meditato ,dopo la fatica fisica, sulle forme più elementari e genuine del vivere.

    Perciò non ho avuto mai il tempo di alzare la testa dal lavoro e non ho avuto occasioni di relazionare , di confrontarmi se non con coloro che mi avevano preceduto nella ricerca.

    Sono, poi, del tutto incapace di muovermi alla ricerca di sponsor o di qualcuno che possa diffondere le risultanze del mio lavoro, e perciò ho atteso, a lungo, fiducioso che il tempo sia giusto giudice.

    Dopo i lunghi studi sulla Bibbia , sul medismo e sull?ellenismo, ho scritto Una lettura del Padre Nostro, e Jehoshua o Jesous?, mostrando le risultanze storiche sulla figura di Gesù e sulla sua funzione come fondatore del Malkut ha Shemaim (Regno dei Cieli).

    H Basileia ton ouranon, greca, si è evidenziata come un regno del tutto diverso da H basileia tou Theou (Il regno di Dio) ed ho perciò, staccato storicamente i due eventi rilevando due diverse epoche storiche, con due diverse mentalità e culture, giudaica e giudaico-cristiana, in una distinzione del primo cristianesimo rilevato nelle sue due anime, quella gerosolomitana, di Jakob, nazirea e basileica e quella successiva antiochena, di Paolo, nate entrambe dallo stesso fondatore.

    La figura di Jehoshua, aramaica è stata rilevata nella sua vicenda terrena, esaminata nella professione di tecton, nella sua attività costruttiva ( da qui anche lo studio su Tecnicismo e scetticismo nel I secolo).

    Di Jehoshua ho colto la mediazione culturale tra i diversi giudaismi, la consociazione con l?impero parto e con Izate di Adiabene e con Areta IV, e con Artabanom III, la sua ricerca del Malkuth in opposizione ai romani.

    Ho letto la sua epopea armata ricostruendo la conquista di Gerusalemme nella pasqua del 32 a seguito della morte di E. Seiano, il 18 ottobre del 31 e i suoi atti regali più significativi (consacrazione del tempio, il Nuovo patto con Dio, istituzione del pontificato essenico e del calendario solare).

    Ho rilevato anche il periodo di Regno di Jehoshua di circa 5 anni e la sua fine nel 36 ad opera di Lucio Vitellio inviato con un mandato antipartico e antinabateo, da Tiberio a riconquistare la provincia di Siria.

    La figura di Jehoshua, separata da quella di Jesous, è una delle tante che lottano in nome del nazionalismo e dell?integrità di fede contro l?impero romano e contro l?ellenizzazione nell?arco di 200 anni, dal 63 a. c, fino all?impresa di Shimon bar Kokba (135): Giudaismo romano è l?opera inedita, che mostra questa guerra tra Romanitas e giudaismo integralista e legge dall?angolazione dell?impero romano che dava potere al sacerdozio sadduceo e agli erodiani in lotta contro la pars aramaica filoparta che ,comunque, viene illustrata ed illuminata.

    Tutti questi avvenimenti sono stati visti nel quadro di un grandioso e vasto disegno nazionalistico giudaico di cui si rileva la storia fino al Galuth di Adriano, mentre viene seguito anche il corso storico del primo cristianesimo antiocheno, la sua esclusione dalla sinagoga giudaica, la separazione dal giudaismo, la sua vita nell?impero romano, il suo adattamento e il suo ramificarsi nel sistema ellenistico-romano con l?equivoco della persecuzione anticristiana, fino alla vittoria del cristianesimo con Costantino e alla deificazione di Gesù Cristo nel concilio di Nicea.

    Ora, su suggerimento di amici e dei miei figli, cerco di comunicare, tramite il mezzo informatico quanto ho trovato di nuovo, storicamente.

    Nessuno scopre niente, ma ritengo di aver letto qualcosa di nuovo, di aver rilevato, grazie ad un paziente lavoro di traduzione e di commento su Filone, su Giuseppe Flavio e su Clemente Alessandrino, un?altra storia del cristianesimo, vista da un?angolazione diversa.

    Di norma la storia della Bibbia e l?eredità giudaica vengono fatte confluire nel Cristianesimo: io ho fatto storia cercando invece di leggere i reali motivi di una separazione, dopo aver rilevato il quadro di insieme dei fatti storici politici ed economico-sociali, di due religioni, che hanno la comune origine mosaica.

    Mi auguro che dopo di me, tanti altri leggano la storia in modo neutro e scoprano tante altre porzioni di verità, di sapienza.


    Alabarca

    Chi è l'Alabarca?


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    L'alabarca è un discendente di Onia IV (sommo sacerdote fuggito da Gerusalemme in Egitto nel 146 a.c.) sommo sacerdote del tempio di Leontopoli .

    Durante il regno di Tiberio alabarca é Lisimaco Alessandro , fratello di Filone(il filosofo sincretistico ed eclettico alessandrino), e forse di Lisimaco (un naukleros).

    L'alabarca è anche etnarca dei 500.000 giudei ellenisti di Alessadria e di tutti i giudei della diaspora sia egizia che mediterranea (2500000).

    E' padre di Tiberio Alessandro un figlio, che, dopo l'apostasia, fatta carriera militare ,come civis romanus alexandrinus, divenne prefetto della Ioudaea (46-48) e poi governatore di Egitto, e per primo nel 69 d.c. fu elettore di Vespasiano imperatore e con Tito distrusse il tempio.

    E' padre anche di Marco (Alessandro) che sposò Berenice figlia di Erode Agrippa I re di Giudea.

    L'alabarca è esattore delle tasse per i romani ed ha un grande rilievo sul piano finanziario e mercantile in quanto gli oniadi detengono il monopolio degli emporeia e delle trapezai.

    La sua potenza economica grazie anche ai rapporti con Tiberio , con Antonia minor ( di cui cura i beni) è quella di un Rockefeller nonostante la persecuzione di Seiano prima e di Caligola poi, che gli confiscò i beni e lo imprigionò

    Da Claudio fu liberato e riebbe i suoi averi: con la ricostituzione del politeuma alessandrino, riebbe i diritti civili e la carica di esattore delle tasse.

    Morì forse poco prima dell'avvento al trono di Nerone(54 d.C.)

    Nel periodo dei giulio-caludi non solo l'alabarca è ricco, ma anche tutti i giudei ellenistici sono ricchi e potenti tanto da essere l'etnia dominante perfino su quella greco-allessandrina, grazie alla tzedaqah ( alla carità, intesa come atto di giustizia).

    Questa permette la formazione di una complessa catena di emporia e trapeze che si diffonde come una piovra nel bacino del Mediterraneo, in ogni grande o piccolo centro , e si dilata anche nel regno partico e oltre i confini fino a Ceylon, in India e Cina , tramite anche giudei partici, cointeressati al proselitismo e al commercio.

    Il sistema oniade, dopo la persecuzione di Caligola, pur ripristinato da Claudio, entra in crisi perchè impedito nel proselitismo e decade nel periodo Flavio, ma la sua organizzazione amministrativa diventa cardine per le comunità cristiane, che col forzoso e violento obbligo del deposito dei beni riconvertiti in denaro liquido, prosperano autonomamente sotto il controllo dei dioiketai -episcopoi.


    Alabarca

    Teofilo, figlio di Anano I

    Chi è Teofilo del Vangelo di Luca?


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    Teofilo, l?eccellentissimo Teofilo, a cui Luca dedica il suo vangelo (e poi anche Gli atti degli apostoli) è uno sconosciuto per i redattori della Sacra Bibbia (Garzanti 1964).

    Saperlo diventa un problema per noi cristiani: è un figlio di Anano I che, insieme a suo genero Kaifas, fece uccidere, secondo i vangeli, Gesù Cristo ed è fratello di Anano II, che fece uccidere Giacomo, il fratello nella carne di Gesù, il capo della chiesa di Gerusalemme.

    Nel 37 d.C, l?anno dopo la morte di Gesù, L.Vitellio, governatore di Siria, dà la carica di sommo pontefice a Teofilo, al posto di Gionata, suo fratello deposto ( cfr Flavio, Ant. Giud.,XVIII,123)

    Teofilo fu rimosso da Giulio Erode Agrippa, re di Giudea, nel 41 e al suo posto fu fatto sommo sacerdote Simone, figlio di Boetho detto Cantera (Ibidem,XIX,297).

    Probabilmente i Cantera , pur filoromani, essendo ellenizzati, erano maneggevoli tanto da dividere il sommo sacerdozio anche con un rappresenatnte dei seguaci del Malkuth, quel Giacomo il Giusto, che seppe governare per 26 anni barcamenandosi tra Sadducei e Romani, tra il potere sacerdotale e quello prefettizio, rimanendo un saldo difensore del popolo e del piccolo e medio sacerdozio gerosolomitano.

    La morte di Giacomo innescherà un processo antiromano tale da scatenare, grazie ai sicari (una schiera di armati, integralista, da lui formata poco prima del 50) la guerra contro Roma nel 66 d.C.

    Il fatto che Teofilo è definito eccellentissimo significa che vive ancora nell'epoca flavia, in cui si dà quel titolo ad un eques e che non fu ucciso con Anano II dagli zeloti e dagli idumei (cfr Guer. Giud. IV,160 e sgg) ed aveva fatto carriera sotto Vespasiano.

    Perché Luca dedica il libro a Teofilo, chiaramente un giudeo ellenista e sadduceo, della stirpe di Anano? Non lo sappiamo! Dopo il settanta, dopo la distruzione del tempio, tutto è cambiato: i sadducei sono scomparsi e gli zeloti sparsi nel Regno di Partia o nascosti, mentre giudei ellenisti e cristiani avendo preso le distanze dai giudei aramaici, ribelli, cercano di sopravvivere insieme nelle sinagoghe, aumentano lo spirito di tzedaqah (carità), stretti alla legge, seguendo gli uni il riformismo di Zaccai, gli altri l'ideologia di Paolo, già manifesta in alcune chiese.

    Questo nuovo stato di fratellanza, subito dopo la sconfitta, potrebbe aver favorito il rapporto tra Teofilo e Luca, come se le passate vicende piene di odio, fossero dimenticate, di fronte al recente abominio della desolazione, uniti, pur nelle differenze religiose.


    Teofilo, figlio di Anano I

    Giulio Erode Agrippa

    Il successore di Jehoshua re


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    Giulio Erode Agrippa (nato i primi di agosto del 10 a.c. morto nell'agosto del 44 d.c. )figlio di Aristobulo di Erode il grande e di Berenice figlia di Salome, therapeuon -educator di Tiberio il giovane, tyrannodidascalos di Caligola , fratello di latte di Claudio, fu il successore di Jehoshua re.

    Dapprima egli fu fatto re di Iturea, Traconitide, Gaulanitide, Batanea da Caligola poi di Perea e Galilea dopo l'esautorazione di Erode Antipa ed infine re di Giudea Idumea e Samaria da Claudio(41-44).

    Era stato prima del regno un cattivo privato cittadino, scialacquatore di patrimoni,e forse anche filosofo scettico (maestro dei cinque tropoi che portano alla sapienza e assertore dell?epochè) da collocarsi tra Enesedimo e Sesto Empirico.

    Sposato con Cipro, anch'essa della stirpe di Erode il grande (tramite Fasael, figlio del fratello maggiore del gran re , omonimo e di Salampsio ,sua figlia), dopo una vita dissipata a Roma, era tornato in patria ed era stato cortigiano di suo cognato-zio (Erode Antipa, secondo marito di sua sorella Erodiade) ed aveva avuto l'incarico di agoranomos a Tiberiade città fondata nel 26 d. c. dove risiedette a lungo

    Poi, dopo litigi con l'etnarca, prima di partire per Roma fu ad Antedone, dove gli morì il primo figlio giovinetto , senza nome , dove lasciò forse la moglie con quattro figli (Agrippa, Berenice, Drusilla e Mariamne)

    Venuto a Pozzuoli grazie all'aiuto finanziario dell'alabarca, si presentò a Tiberio a Capri e fu fatto da lui educator di Tiberio gemello

    Passato grazie ad Antonia al servizio di Gaio Caligola, fu imprigionato per sei mesi a seguito dell'accusa di Eutiche,fino alla morte di Tiberio(37d.c.)

    Per la sua vicenda di re dell'ex tetrarchia di Filippo , di quella di Erode Antipa e della Ioudaea (37-44) cfr Giudaismo Romano


    Giulio Erode Agrippa

    il buco storico

    il silenzio degli storici


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    C'è un buco storico nella Storia Romana che riguarda un tempo, breve, di circa quattro anni: riguarda il periodo che precede il regno di Gaio Caligola (37-41): non c'è illuminazione diretta degli storici ufficiali per gli anni 32-35 e c'è penombra per il 31 e per il 36-37.

    Inoltre è strano che di Annales di Tacito manchi proprio tutto il regno di Gaio Caligola, oltre ai primi sei anni di Claudio

    Perciò c'è quasi un quindicennio non ben illuminato o meglio lasciato come in ombra, volutament4e: ma chi aveva un interesse a non fare conoscere bene questo periodo?

    E' ancor più strano che l'oscurità riguardi la provincia di Siria e la sottoprovincia di Giudea, abbandonate a se stesse, dopo la morte di Elio Seiano, il potente capo pretoriano tiberiano, il 18 ottobre del 31, poi mediocremente illuminate intorno al 36-7 fino alla morte di Caligola.

    C'è un vuoto di potere in Oriente, che Tiberio non colma, perché impegnato nella repressione dei congiurati, seguaci del ministro ucciso: forse si stabilì (quando ? e da chi? e perché? di non far conoscere i fatti accaduti proprio per mancanza di potere romano, perché la storia che noi conosciamo di Gesù Cristo Signore fu del tutto diversa da come accadde?

    Forse quanto rimasto di Tacito sull'impresa di Lucio Vitellio aumenta il mistero sulla condotta di Artabano e sui suoi alleati, specie Monobazo ed Izate di Adiabene, mentre se ci fosse stato il seguito, avremmo chiarito molti dubbi sull'antisemitismo di Seiano, sulla repressione di Tiberio e sul comportamento di Pilato, conosciuti superficialmente tramite Filone (in modo lacunoso) e tramite Giuseppe Flavio (vistosamente interpolato ed adattato specie nella seconda decade di Antichità Giudaiche e precisamente in parti essenziali del XVIII, XIX e XX)?

    Anche le fonti giudaiche sono equivoche perchè si rifanno a situazioni note e a problemi conosciuti e quindi possono essere facilmente fraintese.

    Non essendoci fatti certi e non conoscendosi effettivamente la politica antigiudaica di Seiano, si fanno congetture ed ipotesi, per cui viene fraintesa anche la successiva politica di Gaio Caligola.

    E' facile quindi trovare nella pazzia dell'imperatore la spiegazione (semplicistica) di tante sofferenze ebraiche, del pogrom alessandrino e di ogni male romano nell'epoca e vedere nella pronoia divina la soluzione di ogni problema, seppure parziale e momentanea, considerato il giudizio negativo su Claudio e poi su Nerone, di una storiografia giudaica e Flavio-antonina.

    La figura, comunque, del re di Giudea Giulio Erode Agrippa (37-41 a.C., tetrarca d'Iturea e di Galilea-Perea sotto Caligola e poi re di tutta la IOUDAEA sotto Claudio), ben conosciuta grazie ai dettagli di Giuseppe Flavio (Ant. Giud.XVIII,143-309, XIX 236-359 ) e di Filone / In Flaccum 24-40; Legatio ad Gaium 261-337), nota da altri storici latini e greci, permette di intravvedere qualcosa del periodo precaligoliano e caligoliano.

    La persecuzione di Tiberio (Seiano), di Caligola, di Claudio (pur dopo la ricostituzione del politeuma giudaico alessandrino e degli statuti giudaici in tutto l'ecumene ) è solo testimonianza ebraica: pochi cenni dell'odio di Caligola per i giudei sono in Svetonio (Caligola), nelle Storie di Tacito (V,9 :dein iussi a C. Caesare effigiem eius in templo locare arma potius sumpsere quem motum Caesaris mors diremit), nel( lacunoso) libro delle Storie di Dione Cassio (LIX).

    Per il resto c'è un buco in Annales di Tacito (mancano i libri VII-XI il V è frammentario, il VI mutilo), e nell'opera di Plinio il Vecchio (non ci sono due libri di De vita Pomponii Secundi, i venti libri Bellorum Germaniae e i trentuno libri di A fine Aufidii Bassi), che doveva essere ben informato, date le testimonianze puntuali di Storia Naturale. Inoltre non ci sono state tramandate le Memorie di Agrippina Minor, anch'esse ricordate da Plinio il Vecchio (St. Nat., VIII,46) e parti di Storia romana (Libri 24) di Appiano Alessandrino (XVIII-XXI Storia egizia e XXII Hecatontaetia) in cui si poteva conoscere la situazione giudaico-alessandrina da parte di un procuratore imperiale, di stirpe alessandrina, di epoca antonina.

    Lavorare su un buco così profondo ha comportato una ricostruzione incerta, comunque probabile, possibile, tanto meno precisa ed attendibile, però, quanto più marcato è il buio delle fonti, anche se squarciato da ricordi di Seneca e di altri (specie i satirici) che vedono in Tiberio, il sadico pervertito, il despota nausato dalla politica, in Caligola il pazzo, in Claudio il servo dei servi, il rimbambito per natura e per le donne, in Nerone l'istrione e il megalomane, in una condanna di tutta la famiglia Giulio-claudia.

    Per me il buco non è un caso, ma è opera di una sapiente, lenta e progressiva cesura da parte di uomini tesi a cancellare la figura umana del Cristo, la sua vera storia, la sua biografia.

    I tagli su questo periodo sono quelli di un potatore esperto, di epoca costantiniana, che vuol fare fruttificare l'albero della storia, in un unico senso: sono, davvero, tagli provvidenziali per una storia teleologica cristiana, basata su un Gesù figlio di Dio: è chiaro che senza il radicamentio in Dio non esiste storia umana di Gesù e che la sua figura è sbiadita, strana, esangue, insomma risulta un'immagine riflessa.

    L'ipotesi del malkuth di Jehoshua mi sembra che colmi il vuoto e spieghi la condotta, strana di Tiberio verso la Siria, a detta di Svetonio (Tiberio ,41 ... lasciò la Spagna e la Siria senza legati consolari con grande vergogna e grande pericolo dell'impero, si disinteressò completamente del fatto che l'Armenia venisse occupata dai parti ... ).

    Flavio (Ant.Giud.,XVIII,88-126) può essere facilmente integrato anche coi pochi dati superstiti di Tacito (in Annales VI,27: tratta di E. Lamia che non partì per la Siria, anche se nominato dopo la morte di Pomponio Flacco, nel 32-33, e dopo l'occupazione dell'Armenia da parte di Monobazo, re di Adiabene) e con quelli di Cassio Dione (Storie, LVIII,2)

    Le ricostruzioni, fatte nel commento del XVIII libro di Antichità Giudaiche di Flavio (sulla spedizione di Lucio Vitellio, governatore di Siria, inviato da Tiberio nel 35 con un mandato antipartico ed antinabateo e sulle sue due entrate in Gerusalemme collegate con le notizie di Tacito e Dione) e in quello di In Flaccum e di Legatio di Filone (in relazione alla struttura di tutta la l'opera comprendente cinque libri, dal titolo, secondo Eusebio, -St. Eccles.II,6-7 - Peri areton) mi confortano in questa ipotesi del malkuth, in attesa di ritrovamenti probanti archeologici o epigrafici o numismatici.


    il buco storico

    ellenizein

    ellenizzazione


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    Ellenizein significa ellenizzare ed ellenizzarsi, diventare greco, comporta la perfetta conoscenza della lingua come unico mezzo per koinonein, per comunicare nel kosmos della basileia ellenistica e l'uso del sistema pratico tradizionale greco che sottende l'avvenuta integrazione culturale.

    Ma cosa pensiamo quando sentiamo dire ellenìzein?

    Pochi hanno le idee chiare: forse solo chi conosce ellenismo (il termine ellenismos deriva da G.Gustavo Droysen che lo coniò sulla base degli Atti degli apostoli che parlano di cristiani ellenisti, distinti dai cristiani giudaici) comprende ideologicamente il significato di un fenomeno che diventa pratica di vita dopo la morte di Alessandro Magno (323 a.C.), dopo l'uso comune di una lingua (dialetktos koiné), in tutto l'ecumene orientale, caduto sotto il potere macedone.

    Esso è una cultura che si esprime chiaramante, dopo la battaglia di Ipso (302 a.C.) tra i diadochi (successori di Alessandro ) e poi dopo Kyropedion (282 a.C.) nell'assetto costituzionale di quattro monarchie fondamentali ( Regno di Siria, Regno di Egitto, Regno di Macedonia, Regno di Pergamo), in cui si attua una politica liberale , basata sulla legge garantita dal basileus, sulla omonoia (concordia). sulla isonomia (parità dei diritti) ,sulla philanthropia (humanitas, coscienza di essere uomo, solidale con gli altri uomini), su un'etica platonico-stoica, centrata sul logos animatore della phusis e sul logos animatore (psuchè,anima, to egenomikon guida del soma, corpo umano,) dell'uomo corporeo, microKosmos, parte del tutto, macrokosmos, al fine di un benessere personale, di una eudaimonia sociale ed universale, in una visione armonica di ogni parte, cosciente di essere razionale e naturale.

    Il vivere secondo ragione e natura è proprio di ogni saggio che tende a conformarsi armoniosamente con il tutto.

    Se si comprende questo modo di pensare, forse si riesce a capire il modo di vivere da greco ,sia in occidente che in oriente , dove il sistema ellenico è veicolato dalla nuova cultura, formatasi dall'incontro di più popoli e da una comunicazione nuova per tutti coloro che aspirano ad uniformarsi secondo la nuova via progressistica, che è anche via di collaborazione e di pacificazione tra le varie etnie, mediante le attività commerciali e finanziarie (emporeuesthai , askein trapezan- mensam exercere), favorite dalla diffusione della dracma.

    Quelli che hanno questa coscienza, di norma, sono aristocratici e cittadini (protoi kai politai) (non popolari e contadini), che, pur vivendo in diverse patrie, hanno la comune coscienza di essere cosmopoliti: perciò ci sono romani, cartaginesi, galli, egizi, cilici, panfili, bitini e perfino sacerdoti giudaici che sono ellenisti cioè greci di cultura, senza esserlo di nascita, che sono razionali e miti, qualità che li distinguono dai barbari, che costituiscono l'altro mondo, connotato da irrazionalismo e da ira e violenza.

    Cosa vuol dire , dunque, ellenizein concretamente per un giudeo,che ha mentalità greca, che si fa greco?

    Significa avere una doppia patria, una doppia nazionalità, una greca ed una universale, frutto di una paideia katholikotera (educazione più universale), in relazione alla paideia specifica della propria stirpe.

    Ellenizein, in quanto comporta un'acquisizione culturale nuova, diventa, quindi, un nuovo modo di vivere con una nuova educazione, oltre a quella patria (secondo la formazione, ricevuta in sinagoga fino ai tredici anni, in relazione alla torah- al nomos, alla legge-), che viene impartita ai giovani nel ginnasio, nell' efebia, a cura di ginnasiarca, per essere neoi ed essere censiti tra i politai (cittadini) della patria in cui si vive: senza questo corso non si era greci e quindi non si poteva partecipare alla vita della città, in cui l'ebreo era nato e viveva.

    Ellenizein significa, però, un cercare di mediare tra le due culture, un mettere insieme il theos (Zeus) con Shaddai (Altissimo) un trovare una sincresi unificante il culto greco con quello ebraico, cucire insieme filosofia pagana e teologia giudaica inconciliabili per gli hasidim (i puri) in quanto la prima tende ad un'eudaimonia umana sulla terra, costruita dall'ingegno personale e l'altra invece accetta e subisce passivamente il volere di Dio, che ha ab aeterno un piano sul fedele, sconosciuto ed inconoscibile per l'individuo.

    Essere methorios filoniano invece è il risultato di una doppia cultura sincretisticamente vissuta, che certamente era un grande problema per ogni individuo e comportava un cedimento della cultura tradizionale (che mal sopportava una ibrida integrazione con altre culture perché rigidamente ancorata alla legge mosaica) e procurava lacerazioni profonde nello spirito di un giudeo della diaspora , necessariamente obbligato a misurarsi con i pagani, con i quali conviveva in ogni città del Mediterraneo e dai quali era odiato per la ricchezza.

    Ellenizzarsi era il prezzo pagato per vivere in mezzo agli altri senza conformarsi, restando sempre ebreo , per mantenere la ricchezza tutelata proprio dai diritti, derivati dall'essere definito greco e dall'essere iscritti tra i cittadini dell'impero romano, dopo la dokimasia( il giudizio dei delegati della comunità cittadina).

    Ellenizein era però, soprattutto, un 'interruzione di comunicazione tra fratelli che si sentivano divisi in quanto uno, quello palestinese era e rimaneva di cultura aramaica ed agricola un ham ha aretz, (popolo della terra), zelante della fede, legato alla legge, mentre l'altro viveva nel benessere, in quanto emporos ed ellenistico, ma aveva un morale equivoca, una fede filosofica: la preghiera dello Shemà era differente per le referenze sottese nei due diversi codici linguistici.

    Ellenizein per un Giudeo era un vivere pericolosamente, un rischiare ogni giorno, avere una spada di Damocle sulla testa perennemente: in Palestina, per il pericolo dei fratelli integralisti; in ogni città del Mediterraneo, per il timore delle classi superiori greche, comercialmente antagoniste, e dell'irrazionalismo delle masse cittadine: bastava un niente (una parola, una falsa notizia, una pestlenza, una carestia, un terremoto, una guerra, un qualsiasi accidenti) a scatenare la folla di nemici, che distruggevano il lavoro di generazioni.

    Perfino in Partia era pericoloso essere ellenizzati perché a Ctesifonte e nelle altre città predominava la cultura mesopotamico-medico-persiana e ,siccome spesso giudaismo era sinonimo di benessere e di commercio, capitavano tumulti popolari che massacravano l'etnia straniera: comunque, gli scontri di culture erano molto più ricorrenti nell'impero romano in cui ,di solito, c'era l'eccidio o espulsione della pars vinta.

    Per un giudeo, dunque, ellenizein nel primo secolo d-C.significava avere un tenore di vita da greco ,seppure mediato e sincretistico, un servire due padroni, un essersi integrato nel sistema greco-romano, pur rimanendo barbarico nell'animo: vivere da greci contraddiceva il pensare da israelita; la cultura della vita e dell'individuo non poteva sposarsi con la cultura della morte e del collettivismo;l a libertà dell'uomo non poteva fondersi con la totale dipendenza da Dio; l'autonomia della filosofia, come episteme, contraddiceva necessariamente la teologia.

    Quanto era faticoso, difficile, equivoco percorrere la via del giudeo ellenista!


    ellenizein

    la tetrarchia di Lisania

    Zenodoro


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    Lisania era figlio di Tolomeo di Menneo, signore di Calcide (un padre che uccise Filippione ,suo figlio, marito di Alessandra, figlia di Aristobulo, e che ne sposò la moglie cfr Flavio Ant.Giud. XIII, 392,XIV,126, ) che , alleato di Aristobulo II , aveva accolto Antigono dopo la morte di suo fratello Alessandro, con le sorelle a corte , aveva fatto una politica antiantoniana e filoparta ed aveva riportato nella sua terra il cognato , all'atto dell'invasione di Pacoro , figlio di Orode,re dei parti.

    Questi aveva conquistato tutta la Fenicia ed era arrivato al Mediterraneo,ma non era padrone del mare per la presenza della flotta antoniana, mentre Barzafrane e Labieno (Ant .Giud.XIV,330, Dione Cassio,XLIX,19-21) agivano nell'interno della Siria e Celesiria .

    Lisania, morto il padre, strinse alleanza con Antigono e lo aiutò a conquistare Gerusalemme e a consolidarsi nel potere,

    facendo,quindi ,una politica avversa ad Antonio.

    Quando,però, Pacoro fu vinto, nel 38 a.c. da Ventidio Basso, che già aveva sconfitto ed ucciso Barzafrane e Labieno ,gli furono imposte ,dopo la vittoria di Gindaro, tributi e condizioni di pace da trattare con Antonio stesso.

    Antonio, vincitore per legatum dei parti, già innamorato di Cleopatra, ucciso Antigono in Antiochia, aveva imposto Erode come sovrano in Giudea ed aveva assegnato in dono a Cleopatra la tetrarchia di Lisania (che , accusato di aver favorito i parti e di aver cospirato contro i romani , era stato ucciso Ant. Giud. XV,92) e territori di Malco, re nabateo (quelli intorno a Damasco).

    I due re pagarono caramente specie Lisania che dovette cedere anche la capitale Abila (di cui si vedono rovine al villaggio chiamato Suk Wady Barada) alla regina egizia.

    Erode ,pur di non dare territori richiesti da Cleopatra ( la zona di Gerico), pagò duecento talenti, versando anche la metà di Malco, che non aveva alcuna intenzione di saldare il debito, per cui il re giudaico gli dichiarò guerra , poco prima della battaglia di Azio(31 a.c.).

    Questa guerra si protrasse per oltre un ventennio e fu contro i nabatei e contro Zenodoro.

    Questi era stato l'amministratore della casa di Tolomeo di Menneo e quindi di suo figlio Lisania ( o ton Lusaniou memisthomenos oikon),che, nel corso e dopo la guerra aziaca ,riprese il controllo della ex tetrarchia di Lisania e la gestiva approfittando della mancanza di autorità romana ed egizia , nel periodo compreso tra il 32 e il 29 e forse fino al 27 , epoca in cui Augusto decise il destino della Celesiria e zone ciseufrasiche e transeufrasiche .

    La zona di Calcide, ai piedi del Libano, con quella di Abila. estesa fino verso il monte Hermon comprendeva parte della fascia orientale settentrionale del Libano attuale, tutta la zona montuosa nordoccidentale compresa l' Iturea (Batanea, Ulatha e Paneas) Gaulanitide, Traconitide, Auranitide e zone dell'alta Galilea,fino alla Decapoli.

    La tetrarchia di Lisania non era piccola e grosso modo poi toccò a Filippo, figlio di Erode il grande, che edificò al centro di questo territorio, Cesarea sotto l'Hermon, alle sorgenti del Giordano, come capitale (cfr Ant. Giud.XVIII,12-28,106).Poi la terarchia ebbe qualche spostamento territoriale verso oriente, e fu data a Erode Agrippa-Ant.Giud 276- ed infine assegnata da Claudio a suo fratello Erode, pur ridotta nelle dimensioni (Ibidem,XX 138).

    Molte di queste zone erano state occupate, quelle transgiordane, da Ianneo( Ant. giud. XIII,393-4,397) che aveva conquistato la Valle detta di Antioco e la fortezza di Gamala e perfino Pella in Decapoli, e le aveva colonizzate insieme con la Perea, più a sud , inviandovi sacerdoti per far adottare i costumi giudaici.

    Zenodoro si oppose ad Erodeil grande, che era stato investito da Augusto come sovrano della ex terrachia di Lisania , con cause e con operazioni militari, impedendone la conquista.

    Erode ebbe il sopravvento nella causa giuridica per l'appoggio sia di Marco Agrippa che di Augusto che nel 20, stando in Siria, in occasione di una ventilata spedizione contro i parti, riconfermò il precedente dono, fatto dopo la guerra aziaca.

    Erode, però, non ne aveva preso militarmente possesso definitivo perché ostacolato da Zenodoro, dagli arabi, dai parti.

    Infatti Zenodoro, non avendo avuto l'appoggio romano, essendo nemico di Erode, cominciò a tessere rapporti diplomatici con i parti e con gli arabi, e fece concessioni di porzioni del territorio a Fraate e vendette l'Auranitide a 50 talenti (ad un un basso prezzo, circa 1.250.000 euro) ai nabatei in modo da poter regnare indisturbato sul restante della tetrarchia.

    Da qui la difficoltà di inglobare il tetrarchia di Lisania da parte di Erode, che, solo nel 12a.C. ,alla morte di Zenodoro, ne entrava in possesso, nominale.

    La zona, infatti, non era di facile controllo sia per la morfologia accidentata del territorio. montuoso, che per la presenza di lestai, ladroni (sul problema lestai-zelotai nel territorio di Lisania -Zenodoro cfr Giudaismo romano).

    L'intervento romano di Varrone , governatore di Siria e poi quello di Senzio Saturnino, incaricati a più riprese di ripulire la zona non dovette avere esito se Erode non ne prendeva possesso ed era tenuto in scacco dai lestai in una regione adatta alla guerriglia.

    La zona per me era covo degli zeloti che protetti dai Parti e dai Nabatei avevano rifornimenti e quindi fomentavano rivolte mantenendo uno stato permanente di guerriglia inestirpabile, perdurato fino alla vicenda di Cristo e poi fino alla guerra del 66-73 d.C.

    Erode forse trovò la soluzione con Zimari, che, cacciato dalla Partia, esule, aveva chiesto ospitalità e una sede per i suoi 500 arcieri e per il centinaio di famigliari mesopotamici babilonesi giudaici che, stanziati ai confini della Traconitide, la controllavano.

    Erode gli concesse Ulhata a nord del lago di Hule e l'eparchia di Batanea, esentò lui e tutta la regione da tasse e da altri obblighi.

    Zimari ne prese possesso ed edificò Bathira: egli fu uno scudo per gli abitanti opposti ai traconiti e per coloro che da Babilonia venivano al tempio di Gerusalemme e fu sempre fedele ad Erode.

    Zimari pacificò la zona,facendo accordi con i lestai , concedendo forse loro delle garanzie, se i suoi figli (Iacimo e Filippo, pur amici dei figli di Erode e dei romani ) poi non tradirono i figli Giuda il gaulanita e tanti altri zeloti.

    Il solo Tiberio Alessandro, figlio dell'alabarca, diventato prefetto di Giudea ,ebbe successo in quella zona e potè prendere ed uccidere Simone e Giacomo, figli di Giuda.

    Qui l'abilità politica e strategica di Erode ( Ant.giud. XVII,23-31) prevalse sul militarismo romano, dapprima facendo concedere parte dell'ex tetrarchia a suo fratello Ferora, che era diventato tetrarca di Perea, poi mediando con i nabatei e i parti, specie dopo il matrimonio di Erode Antipa con Dasha, figlia di Areta IV.

    Il problema degli zeloti, però, non fu risolto e sembra che solo con Agrippa I la zona fu oppressa pesantemente (Ibidem 28) e poi i romani imposero, pur lasciando lo statuto di libere popolazioni, tributi.

    La tetrarchia di Tolomeo di Menneo, di Lisania, di Zenodoro, tenuta da Erode con l'aiuto di Zimari, e di Ferora, divenuta tetrarchia di Filippo, poi di Agrippa I e infine passata sotto i romani , pur con speciali statuti (secondo me) è il covo degli zeloti che gravitano sulla sponda transgiordana e che, animati da santoni del tipo di Giovanni il battista, sono oltranzisti irriducibili contro l'auctoritas romana, inafferabili in quell'intrigo di sentieri montani,di rupi e di caverne e di boscaglia ancora oggi visibili, ben testimoniati da Flavio( Ant. Giud.XV,346-348).


    la tetrarchia di Lisania

    Giacomo e Paolo

    Jakob fratello di Jehoshua e Shaul


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    Cosa predicò Giacomo (Jakob,fratello di Jehoshua), dopo la morte del Meshiah e cosa Paolo (Shaul di Tarso)?

    Ritengo che il pensiero di Giacomo e del Regno dei Cieli sia stato cancellato, dopo la distruzione del tempio di Gerusalemme da giudei ellenisti che, nel periodo Flavio, prendono le distanze dallo zelotismo e dal messianesimo giudaico, a seguito del decreto del sinedrio di Alessandria, che, a malincuore, è costretto, per la propria incolumità, a consegnare i nazirei, condannandoli a morte.

    Il nuovo imperatore, Vespasiano, ha creato la sua fortuna dalla sconfitta giudaica e tutta la cultura romano-ellenistica inneggia alla vittoria, dopo il trionfo sulla Joudaea capta.

    In tale clima di euforia, le sinagoghe romane partecipano alla festa e celano ogni forma di resistenza all'impero romano, rinnegano anche Jehoshua, zelota, qadosh, fondatore del Malkut ha shemaim, timorose di una qualsiasi ritorsione: è ancora recente la indiscriminata repressione claudiana e ancora di più quella neroniana, per non parlare delle punizioni subìte sotto Caligola, Seiano e Tiberio.

    In ambiente flavio, a Roma, dunque, si organizza col vangelo di Marco una risposta giudaica ellenistica, cristiana, utile (khrhstos) alla comunità e con essa si crea la base della buona bugia bella del cristianesimo: si fanno tagli della verità storica, si eliminano i segni dello zelotismo, si cambia la struttura stessa della legge mosaica, si innova sul sabato con la santificazione della domenica (dopo un periodo di celebrazione della cena eucaristica tra la fine del sabato e il giorno iniziale della settimana) e quel che è più grave, si cerca di mascherare l'intervento, preoccupati solo di non lasciare ombra della revisione (cosa che, comunque, viene fatta per gradi nei 26 anni flavi, poi nel II secolo e nel III e marcatamente nel IV secolo, a seguito della impostazione storiografica di Eusebio, in epoca costantiniana, ed infine in quella teodosiana, con Girolamo sotto papa Damaso, divenuta quasi definitiva sotto Teodosio II)

    Marco è un nome che condensa un gruppo di ellenisti abili retoricamente, tanto da essere semplici ed elementari così potenti linguisticamente da apparire analfabeti o appena alfabetizzati - quel gar (infatti) lasciato come appendice dimostrativa e con quei concettucci, popolari e concreti propri della sapienza giudaica, quasi da apologhi fedriani ne è segno e spia-.

    Marco, sulla base dei logia di Matteo, interpretati e riordinati, scrive Euaggelion Jhesou Christou uiou Theou, un vangelo utile conveniente (Khreston).

    L'inizio è connesso con una dimostrazione della divinità, congiunta con l'eliminazione dei dati umani e zelotici, mentre vengono rarefatti quelli familiari e patri e talora perfino annullati, per arrivare a far dire ad un centurione romano, a crocifissione avvenuta, Alethos outos o anthropos uios theou en! (veramente quest'uomo era figlio di Dio! ).

    L'assunto, quindi, è scoperto ed è chiaro: è probabile che tale impostazione sia stata ritoccata varie volte nel corso dei primi tre secoli)

    Rintracciare, invece,il pensiero di Giacomo è arduo, ma si può fare leggendo parallelamente i testi degli oppositori, animati dalla stessa fede, specie di Paolo e di Luca da una parte, e di Marco dall'altra e talora di Matteo stesso, tutti uomini connessi con il sistema capitalistico oniade, alessandrino.

    I dati, che si rilevano da nemici di Jehoshua e di Jakob, da impostori che hanno scritto un altro vangelo mandando un altro messaggio, diverso da quello originario del Regno dei Cieli, sono probabili e possibili, non certamente sicuri: io opero da storico, ricerco là dove mi sembra opportuno ricercare, indago per conoscere qualcosa, non possiedo la verità.

    Dalla lettura delle risultanze si cerca di enucleare l'altra storia, quella cancellata, quella di Jakob, fratello di Jehoshua.

    Dopo la morte di Jehoshua in croce, il giudaismo zelotico ne riconosceva il martirio, lo annoverava tra i suoi grandi e secondo la tradizione, il morto veniva compianto come giusto, santificato, celebrato nelle ricorrenze fissate, e rimpianto.

    La sua azione antiromana era un caposaldo come quella di Ezechia, di Giuda di Sarifeo e di Mattia di Margaloto, di Giuda il gaulanita, di Giovanni Battista e di altri giovani martiri che avevano preferito la morte alla vita in difesa della Legge: la sua giustizia era entrata nella storia del suo popolo: la storia di Jehoshua era già storia, in quanto era stato atteso come Messia. era stato accolto, accettato, seguito in tutta la sua impresa antiromana.

    Era morto ma non era stato dimenticato: anzi la sua celebrazione ora aveva un'altra logica ed un altro significato in senso apocalittico.

    La resurrezione, però, e l'apparizione ad alcuni cambiavano i rapporti consueti e tradizionali di celebrazione: cominciò a serpeggiare la leggenda di un suo ritorno per compiere l'opera incompleta della redenzione del suo popolo, aumentata giorno dopo giorno perché propagata segretamente, tramite le vie proprie dello zelotismo clandestino.

    Il nuovo euaggelion aveva come punti centrali la crocifissione e la resurrezione, che sottendevano l'idea di una necessarietà di morte del Messia per la redenzione definitiva del giudaismo, secondo la logica escatologica ed apocalittica, sviluppatasi sulla scia del Siracide, della lotta antisiriaca prima, e poi antiasmonea ed infine antiromana con le impostazioni farisaiche ed esseniche.

    Jakob/Giacomo, che ha visto suo fratello, risorto, predica questo vangelo e lo testimonia con la sua vita da giusto.

    Egli è a capo della comunità (chiesa ) di Gerusalemme, e sembra svolgere un sacerdozio essenico, seguito dal popolo, costituito dal clero medio basso, dal ceto operaio, mentre sorge ad Antiochia un'altra comunità che predica un altro euaggelion secondo un'altra interpretazione di crocifissione e di risurrezione e che assume per i seguaci di Christos il nome di Khristianoi.

    Jakob ha una sua interpretazione della venuta e della morte di Jehoshua, in relazione allo zelotismo e alla tradizione patria, secondo la propria funzione di padre e di baluardo del popolo.

    Gli atti degli apostoli fanno comparire Jakob inopportunamente dopo la morte di Giacomo, fratello di Giovanni di Zebedeo, detto il maggiore, e lo indicano come capo della comunità gerosolomitana insieme con Pietro e Giovanni , creando confusione poiché c'è un altro parente di Gesù, Giacomo di Cleopha, apostolo detto il minore.

    Si sa che nelle comunità zelotiche vigeva il principio dinastico: Menahem, figlio di Giuda lo rivendica con successo, Jakob è considerato successore legittimo del fratello.

    Jakob, dunque, pur non credente inizialmente nel fratello, divenuto fedele seguace, dopo la morte e resurrezione di Jehoshua, riconosciuto messia venuto, è il capo indiscusso della comunità.

    Per Jakob meshiah non ha lo stesso valore di Christos in quanto ha significato giudaico, palestinese, popolare e sottende una rivoluzione politica contro Roma, voluta da Dio, che ha eletto il popolo giudaico destinato non solo alla indipendenza e alla autonomia, ma alla supremazia sugli altri popoli.

    Christos traduce Meshiah ma diventa con Iesous e Kurios un nome ellenistico, ed ha funzione di cognome tra i pagani, convertiti da Paolo, timorati della legge, che lo spogliano di ogni connotazione giudaica e prescindono dalla sua humanitas e dalla sua opera terrena, attirati anche dal capitalismo giudaico alla compartecipazione agli utili, senza l'obbligo della circoncisione: era un'altra via, scismatica, di vivere la propria fede con una tipica ameicsia, che equivocamente sottendeva un sistema ellenistico di vaga filantropia, ben confuso con quello ebraico,che ne veniva snaturato.Oltre a questo c'è già una differenziazione a partire dal nome di Jehoshua Meshiah in lingua aramaica e di Jesous Christos in lingua koiné, in quanto l'identificazione di Gesù in uno dei due modi è segno di distinzione tra le due comunità e risulta carica di nuove concezioni sulla base della interpretazione di crocifissione e di resurrezione e in relazione ai luoghi di propagazione, rispetto alla comunità di Gerusalemme o di Antiochia.

    Inoltre le due confessioni sottendono sistemi di vita opposti: i giacobiti quello agricolo, riluttanti a fare proselitismo, gli altri quello commerciale e trapezitario, desiderosi di accogliere anche i pagani incirconcisie propensi a snaturarsi nel tentativo di integrazione dei nuovi venuti, a metteere insime Mosé e Gesù, a divinizzare Gesù sulla base della figura mosaica del re, nomotheta, gran sacerdote e profeta (cfr Vita di Mosé fine III Libro) .

    La staurosis divenne simbolo di un martirio nobilitante il giusto Jehoshua, la sua famiglia e i giudei suoi seguaci perché il Meshiah era morto da oppositore, conforme alle regole dello zelotismo e del Regno dei Cieli ed Jakob ebbe il culto della croce (stauros) che rievocava la morte del fratello, martire ad opera dei romani.

    Paolo, invece, deve spiegare la crocifissione ai pagani e agli ellenisti, che vedevano in essa la punizione di un crimen contro l'impero: egli usa skandalon della croce creando una metafora, di difficile lettura, per i gentili conformati al Kosmos imperiale, per spiegare con questo strano sintagma la verità della necessarietà della venuta e della morte di Gesù, un uomo dio, (come Romolo, come Teseo. Prometeo) anche se crocifisso come ribelle di Roma.

    Cercare di spiegare questo è una pazzia, basata sulla trappola della croce.

    Ora, dunque, per Jakob è facile dare speranza a quelli che hanno ancora la speranza di essere liberati e redenti, mentre per Paolo, è complicato spiegare anche agli ellenisti ed ancor di più ai pagani che Cristo crocifisso è il redentore del mondo in quanto Dio, figlio incarnato, logos eterno, venuto per amore sulla terra, per togliere il peccato originale e riscattare col suo sangue l'umanità.

    ma proprio dalal dicciolta e dalla pazzia innovativa grazia al muthos Paolo colpisce il bersaglio del successo ed enfaticamente ed emotivamente attira i pagani in crisi ideologica e i giudei turabati e vilipesi per la sconfitta militare,

    Paolo capisce che è assurdo quanto dice per i gentili che hanno solo alcuni esempi in Prometeo, Osiride, Dioniso, di Dei soteres ed euergetai; nonostante questo con la sua predicazione assurda tende ad arrivare ad una dimostrazione irrazionale ma patetica e credibile per chi non è saggio, in una condanna della saggezza e della razionalità stessa.

    Egli ha coscienza di aver davanti un fruitore, incolto che beve la sua verità , segue la sua logica non razionale, fiducioso in Dio che apre la mente e che educa il suo popolo di insipienti.

    Egli ha bisogno di un'idea geniale, di qualcosa di veramente sublime, che metta insieme in modo sincretistico cultura pagana e cultura giudaica, formule filosofiche platoneggianti e formule pregnostiche giudaiche.

    Per prima cosa, però, deve fare entrare il fruitore del suo messaggio in un'ottica mitica e in una logica mistica rovesciando i criteri di saggezza in relazione alla fede, da fariseo, conformemente ai libri sapienziali: chi crede comprende, non chi è saggio; non capisce chi non crede, anche se saggio, perché è Dio che stravolge la ragione e il piano umano: è Dio che elegge e sceglie il suo fedele e che guida nella scoperta della verità; l'uomo è passivo soggetto di una lettura che avviene in Dio per Dio e con Dio.

    In questa ottica irrazionalistica Paolo cerca, oltretutto, la sua funzione di apostolo.

    Paolo, di proprio, non ha neppure un suo carisma perché non è apostolo né discepolo di Jehoshua, né ha o ha avuto investitura da qualche apostolo né dal capo della comunità e quindi gli è necessaria una investitura divina, essendo privo di una qualsiasi altra terrena: la caduta da cavallo, la visione di Cristo, la cecità sono segni della sua vocazione e della sua nuova fede.

    Da questa sincresi e da questa esigenza funzionale dipende il fascino del pensiero di Paolo.

    Jakob, invece, una volta stabilito che Jehoshua è risorto ed è stato visto da molti, riaccende la fiamma della speranza in una nuova rivoluzione, da preparare.

    Ha solo fede nel ritorno del fratello, destinato a tornare con poteri straordinari e divini per capitanare l'impresa e per completare la sua missione, interrotta dalla morte.

    Senza entrare in merito a questa lettura della resurrezione, Jakob sa cosa fare e come comportarsi: attendere il ritorno del fratello in modo penitenziale e militare secondo le regole escatologiche.

    Egli sa che Dio ha voluto la morte, ha risvegliato il fratello dai morti (anastasis ton nekron), facendolo risorgere: egli ha fede che Dio lo farà trionfare per dare la vittoria al suo popolo: questo disegno è fissato ab aeterno ed è scritto nella sacra scrittura.

    Nella Bibbia ci sono i segni della morte e della resurrezione di Jehoshua, del suo ritorno e della sua vittoria finale: bisogna solo leggerli ed interpretarli.

    Certamente ci fu tra il 37 e 62 , in quel venticinquennio un lungo lavoro scritturale tale da giustificare la morte in croce e la resurrezione con un discorso allegorico (dia symbolon) di tipo filoniano: certamente ci furono uomini incaricati di questa lettura in lingua ebraico-aramaica: i terapeuti, uomini che specificamente in Alessandria erano contemplativi, dediti alla ermeneutica, come il maskil essenico, ebbero ,(forse?) questo incarico.

    La morte come la sua resurrezione, quindi, era stata giustificata secondo la scrittura (toioutos men o bios, toiauth de kai h theleuth... dià ton ieron grammaton mnhmoneuetai, Ibidem): Jehoshua doveva essere martirizzato per i peccati di Israel, ma aveva ancora un compito, quello del ritorno trionfante.

    Jakob, dunque, nell'attesa della parousia deve preparare i suoi con la penitenza, con le armi e lui, l'oblias, è l'esempio vivente della giustizia ebraica, segno di vittoria sui Goyim(pagani), colui che conosce quale sia la porta di Gesù, la retta via.

    Egli come sommo pontefice, essenico, mostra la via secondo le formula giudaica Hesed- Zedek (pietas- caritas), opponendosi anche in modo armato, con i sicari, ai sadducei, a Paolo, agli erodiani divenendo il simbolo dell'opposizione giusta, armata, alla Romanitas, risultando causa indiretta della distruzione del Tempio.

    Diversa è la posizione di Paolo che, essendo vissuto a Tarso in ambiente pagano, è buon conoscitore di riti mistici, tipici della città della Cilicia, ha piena coscienza del culto di Osiride, della sua risurrezione e del regno dei morti, ma ha anche un buona conoscenza del sistema pregnostico giudaico e dei sistemi ermeneutici ellenistici, derivati dal commento della lettura della Bibbia, tradotta dai Settanta (eretica per gli aramaici).

    Ora Paolo, giudeo ellenista, beniaminita, filoromano in quanto appartenenet alla classe dei protoi gerosolomitani, pur sapendo di predicare la resurrezione di uno che è stato crocifisso dai romani come ribelle, trasfigura Gesù in Jesous Christos Kurios e lo deifica in modo geniale, conforme, comunque, alla lezione sincretistica giudaica ellenistica.

    Come?

    Egli è cittadino romano, e come tale, aspira ad una congiunzione con il Kosmos ellenistico come creatura, parte della physis, in armonia col tutto.

    Da giudeo, sa che l'uomo in quanto creatura, figlio di Adamo, fasciato di carne, è atomo di male vivente in una zona tenebrosa di male, il mondo dominato dagli arconti.

    Sa anche che al di sopra del mondo esiste la zona della luce in cui dominano le forze divine del bene, da cui promanano in modi diversi e in forme differenti eoni, entità, divine intermedie, più o meno portatrici di luce, in relazione alla vicinanza con l'Uno.

    L'umanità vive nella zona del male, ma Dio ab aeterno ha stabilito la sua redenzione mediante l'incarnazione storica nella persona di Gesù, morto in croce.

    La sua crocifissione non è un evento compiuto dai romani su un ribelle, solo, ma uccisione di un essere divino, che si è vestito di misere forme umane, in modo da non farsi riconoscere dagli arconti della terra.

    Questi, che conoscevano Gesù come essere divino e che sapevano di una sua venuta terrena e quindi della sua missione di uomo destinato ad essere ucciso per redimere il mondo dal suo peccato originario, dovevano impedirne la realizzazione.

    Gli arconti, ingannati dall'humanitas, lo uccisero, facendo verificare la redenzione, cioè la vittoria delle forze del bene sul male, della luce sulle tenebre.

    Per Paolo, quindi, Dio invia un preesistente essere divino che, crocifisso dagli arconti, ingannati dalla apparenza mortale ed umana di Gesù, opera, grazie al suo sangue sparso per tutti gli uomini, la redenzione.

    Così l'umanità, sia circoncisa che incirconsisa, è salva grazie alla morte in croce di Gesù Cristo, questo essere preesistente divino incarnato, il cui sangue redime l'uomo dalla colpa originale: lo skandalon della croce diventa simbolo stesso della redenzione di ogni uomo.

    In questo modo, secondo formule pregnostiche, di tipo farisaico, connesse con l' escatologia, fusa con forme mistico-misteriche, trasforma Jehoshua meshiah in Gesù Christos divino salvatore dell'umanità.

    Paolo sapendo quanto sia diverso il suo messaggio da quello di Jakob, capisce che non ha possibilità di immettersi nel seno della comunità di Gerusalemme ed inventa la sua missione di inviato direttamente da Dio, che gli ha rivelato il Figlio, il logos.

    Da qui l'anatema di Jakob e di tutti quelli, che sono zelanti della fede e che hanno una logica giudaica: essi considerano il vangelo di Paolo un falso vangelo e, da aramaici, condannano Paolo come menzognero.

    Da qui le tante accuse a Paolo di uomo di menzogna,(come Erode); da qui le tante sofferenze, i rischi di vita, le fustigazioni, la lapidazione e le tribolazioni proprie di un eretico in un sistema chiuso come quello giudaico, valutate come segno di predilezione e di elezione di Dio da colui che subisce i mali e che giunge impudentemente perfino ad assimilarsi a Christos.

    Da qui anche la sua spasmodica ricerca di una accettazione o di un riconoscimento sempre negato, del suo messaggio: la sua stessa autoinvestitura di Apostolo delle genti, riservata a Pietro è sconfessata da Jakob, che, prima, lo richiama pubblicamente, poi lo manda via da Gerusalemme. ed infine, dopo il concilio gerosolomitano poiché Paolo non ha obbedito alla regola della circoncisione per i proseliti pagani, lo fa arrestare e in un certo senso lo toglie di mezzo privandolo della possibilità di attività missionaria (cfr Angelo Filipponi, Jehoshua o Jesous, Maroni 2003) e lo fa perfino lapidare a Listra.

    Jakob e i giudei puri sono per Paolo i lupi rapaci, che egli teme, prima di andare a Gerusalemme: questi ne impediscono l'azione e lo perseguitano, per cui i romani lo salvano dai nemici e lo portano in giudizio.

    Paolo, essendo civis romano, si appella all'imperatore ma resta in prigione in attesa di giudizio definitivo e non può fare proselitismo effettivo (che d'altra parte era stato vietato da Claudio nel 41-cfr Lettera agli Alessandrini).

    Jakob fino alla morte nel 62 dilata il suo vangelo nelle comunità di tipo aramaico ed anche in Alessandria: lo scoppio della guerra e i tragici eventi della distruzione del tempio e della sconfitta militare condanneranno il suo vangelo e renderanno vana l'attesa del ritorno di Jehoshua.

    Per gli integralisti basileici e nazirei, per gli hasidim, la speranza della parousia muore con la sconfitta, ma non è del tutto estinta perché cova ancora sotto le ceneri fino alla rivolta di Shimon bar Kokba (134-135), mentre dalla sconfitta uscirà ingigantita l'idea singolare di Paolo: la sua dottrina del corpo mistico della chiesa, del Kosmos cristiano, lo scandalo della croce come salvezza e redenzione di ogni uomo, la speranza di una vita eterna come cleronomos, eredità per il fedele, saranno i capisaldi di una nuova dottrina, che sarà vincente proprio quando si staccherà del tutto dai vincoli della tradizione giudaica, dalla realtà zelotica e dal Malkut e sarà Cristiana, derivante solo, di nome, da Christos.

    E soprattuto quando il capitalismo oniade sarà stroncato, il cristianesimo ricostruirà la rete commerciale trapezitaria giudaica secondo una nuova tzedaquah e tarsha, come agape e tokos, mantenendo l'organizzazione e la tecnica bancaria, favorito dalla mistione di giudaismo e paganesimo, dalla sincresi in cui scompaiono le diverse matrici secondo la fratellanza.


    Giacomo e Paolo

    Apokalypsis

    Cultura apocalittica


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    Il Siracide (Ecclesiastico, opera forse scritta tra il 190-175) formula la teoria della retribuzione e la basa sul sofer, lo scriba, che dà rilievo al canone legalistico.

    ll sofer è colui che comprende consiglio e scienza / ed indaga nei misteri divini grazie alla musar (paideia, educazione) fondendo saggezza e profetismo, mettendo insieme timore di Dio e Legge.

    Il siracide così rendendo manifesto il valore educativo dell'insegnamento e fondando la gloria divina sulla legge dell'alleanza del signore (39,7,8), dà un ruolo di intreprete allo scriba ed ufficializza così l'esegesi biblica, considerandola ispirata.

    Lo scriba, perciò, diventa colui che scopre, leggendo e studiando i profeti, il piano di Dio su Israel ed in un certo senso lo annuncia, non però come profeta ma come studioso che ha letto nelle sacre lettere il volere di Dio: la lettura della Sapienza e dei Profeti diventa centrale per comprendere il piano di Dio sulla natura e sulla storia.

    Da qui lo studio dei padri, dei profeti come di uomini che hanno in sè già la verità rivelata loro da Dio parzialmente, intravista: Questo è il compito dello scriba.

    Da qui anche la coscienza dello scriba di essere depositario della saggezza tramandata da padre in figlio in una successione ideale, che è anche rivelazione di Dio, che, come dono si offre a chi lo cerca.

    Tahalif (44.17; 46,12.48,8) usato come successione comporta una trasmissione di compiti e funzioni in senso genealogico, magistrale.

    La funzione dello scriba è quella di difendere la tradizione giudaica dalla ellenizzazione in una opposizione di musar a paideia e quindi ha valore apologetico da una parte e di svelamento della verità, di scoprimento della rivelazione, di epifaneia del segreto divino da un'altra, dove la scoperta non è merito di chi cerca, ma premio di Dio che concede per amore.

    Tutti questi concetti sono sottesi in apokalypsis (da apocalypto, svelo, scopro, manifesto, rivelo la cui area lessicale e semantica ben esplorata, dà valenze nuove significative anche sulla funzione del sofer.

    La funzione dello scriba, comunque, non è merito dell'individuo ma di Dio stesso che si mostra e si manifesta tramite la sapienza e i profeti e rivela il suo piano salvifico su Israele: mai l'uomo sarebbe stato in grado di decifrare Dio ineffabile.

    Per il siracide, quindi, lo scriba affidandosi alla legge e a Dio, teme il signore e pratica la legge ed è sapiente in quanto la sapienza è propria di chi teme Dio e pratica la legge.

    Il siracide non si pone il problema deterministico né quello provvidenziale.

    Lui, come poi Filone, si pone solo "filosoficamente" teoricamente quid in terris agendum sit et quid agatur in caelo, indifferente se utrum ommia in universo caeco casu fiant an voluntate divina:a lui è sufficiente l'obbedienza a Dio e alla legge: da Dio, sommo bene, unico capace di distinguere il bene dal male, verrà la retribuzione, a chi è fedele.

    Apokalypsis assume, comunque, il valore effettivo che oggi viene dato con gli hasidim che mi sembra abbiano molto in comune col pensiero di Gesù ben Sirah.

    Essi inizialmente appaiono come assemblea di pii ( synagogè Asidaion- 'adat hasidim I Macc.2,42) costituitasi in appoggio a Mattatia nel 167-6 come partito che lotta in difesa della tradizione comune contro gli ellenisti ed Antioco IV.

    Essi sono operativi in questa epoca ma hanno un' origine più antica ed una preparazione militare già collaudata: si può dire perciò che gli hasidim da oltre una generazione erano più o meno presenti nella storia giudaica e si opponevano all'alto sacerdozio e alla aristocrazia già ellenizzata subito dopo la battaglia del Panion (199 a.c.) , ma erano attivi in epoca tolemaica per oltre un secolo, contro i primi tentativi di ellenizzazione lagide.

    Sembra che dagli hasidim derivano gli esseni che dovettero essere attivi dal 152 a .C. dopo che la carica di sommo sacerdote fu di Gionata e anche i farisei, presenti in epoca asmonea, sotto Giovanni Hircano ed attivi in epoca di Janneo.

    Gli hasidim compaiono, dunque, agli inizi dell' epoca maccabaica, ma essi sono probabilmente la pars eletta del giudaismo dal momento stesso della riforma di Nehemia e di Esra, in opposizione alla pars sacerdotale sadducea, vittoriosa forse col loro aiuto della pars davidida, che si accontentava del culto in una rigida osservanza secondo la spirito formale della lettera della Torah, interessata alla vita terrena.

    Essi, invece, in quanto spirituali, tendenti alla ricerca della perfezione sono l'espressione più pura del rigidismo legalistico e della tradizione escatologica profetica, tesi alla vita contemplativa, alla sfera sprituale.

    Essi diventano lo spirito della legge stessa in occasione dell'ellenizzazione della classe sacerdotale gerosolomitana di Giasone e di Menelao, all'atto della formazione di Gerusalemme Nuova Antiochia, della costituzione del Ginnasio nella città santa e specie nel momento dell'abominio della desolazione(to bdelugma tes eremoseos) del 15 Kislev 167.

    Essi si offrono come martiri (edim), desiderosi di dare la propria vita nella lotta per i valori della tradizione giudaica ora minaccata da Antioco IV e dai sacerdoti corrotti, ellenizzati.

    Nel momento della lotta essi irrigidiscono l'ossequio della legge e, come i soferim, sono i missionari della illuminazione divina sicuri della fede in Dio tanto da preferire la morte piuttosto che profanare il sabato disobbedendo all'ordine del re, fuggendo nel deserto, rispettando anche lì i divieti alimentari.

    L'esempio stesso di Daniele (secondo il testo di quell'epoca) che non si ciba di alimeni impuri e che si isola nella preghiera è tipico della pietas hasidica, che, noltre,ha caratteristiche penitenziali, preannuncianti il giudizio.

    L'invito degli agnelli, hasidici, in I Henoc alle pecore popolo) a conventirsi è segno di una richiesta di cambiare vita e di iniziare un' anakoresis (allontanamento dalla città) con penitenza e addestramento militare, che sarà proprio del farisaismo , del Battista, di uomini che attendono la realizzazione di un Malkuth, convinti di esserne vicini.

    Infatti ogni movimento penitenziale ha una visione storica precisa in quanto, sapendo di aver peccato e quindi di doversi pentire e convertire, ha coscienza di essere nel tempo dell'ira o tempo della sventura, quale mai è stato, da quando esistono i popoli ( Dan12,1 ; I Macc. 9,27)

    In Apocalissi delle dieci Settimane c'è perfino la coscienza nella settima settimana della presenza di una generazione di apostati le cui azioni solo apostasia (I Henoc,93,9) e in questa coscienza storica c' è la confortante visione di JHWH signore della storia, del suo potere sulla storia umana, della sua predilezione verso Israele e della sua liberazione con promessa di instaurare il malkuth universale, cosmico.

    Il sogno di Nabucodonosor, in Daniele, e la sua interpretazione sono da leggersi secondo la pietas hasidica e la visione di prossimo malkuth.

    La statua colossale, che è simbolo dei quattro regni universali con la rappresentazione delle figure allegoriche, con la concezione dei quattro metalli di valore descrescente (oro, argento, bronzo, ferro, indicanti rispettivamente assiri medi persiani, siri) è rappresentazione della storia destinata ad essere giudaica a compiersi come malkuth ebraico.

    Il fatto che il malkuth ebraico, poi, verrà annientato da Roma sarà causa di momentanea sofferenza per i maskilim (i saggi) che vedono imminenti i tempi della venuta del Signore proprio mentre feroce è il potere della bestia romana: Dio ormai sta per compiere il suo piano salvifico perché il potere dell'impero romano è destinato a concludersi a favore del malkuth ha shamaim con l'avvento del mashiah (meshika): resta l'impostazione apocalittica propria dei soferim, degli hasidim degli esseni e dei farisei che vedono Dio signore della Storia e che ritengono che solo nell'obbedienza alla legge è la salvezza di Israele con la gloria eterna.

    L'Apocalisse di Giovanni è una visione con rivelazione, dopo che è stata fatta la situazione delle sette chiese asiatiche, delle cose che dovranno accadere per premunire i fedeli di fronte alle minace delle persecuzione, per infondere coraggio a chi è disorientato dalle tribolazioni presenti dalla contemplazione del trionfo del male: lo scrittore ha fede nell'azione del Cristo, ritornato a compiere il suo compito: egli è convinto che si è alla fine dei tempi e che ci saranno la vittoria finale e l'inastaurazione del regno divino sull'umanità rinnovata, ma sembra chiaro che abbia visto la sconfitta di Shimon Bar Kokba.

    La divisione in due parti (una pastorale ed una profetica) fa risaltare la seconda, rispetto alla prima, in quanto questa incute phobos nel fedele per l'imminenza della realizzazione della nuova Gerusalemme (21, 1-22 ) dopo il giudizio escatologico (cc. 15-20), per l'avvento della BESTIA, per la fine di BABILONIA, per la fine DEL MONDO anticipata da segni premonitori terribili, propri dei giorni dell'ira.

    Giovanni (un giudeo cristiano di epoca gnostica, non certamente l'apostolo prediletto di Gesù ) compie un'azione sincretica fondendo motivi escatologici ed apocalittici sulla scia di Ezechiele e di Daniele come preparazione al ritorno del Cristo trionfante: il linguaggio sibillino, lo stile trascurato, la mistione di simboli allegorici con forme tragiche rendono enigmatico il libro, anche se danno un segreto fascino.

    Ora l'apocalisse giovannea, cristiana, ha in comune con l'apocalisse ebraica l'idea messianica: infatti ambedue vedono la catastrofe nazionale e la fine della storia.

    Mentre l'ebraismo sprofondando nell'abisso della fine della storia, a seguito della distruzione del guscio etnico, cerca, tramite segni tradizionali, profetiche e sapienziali, segrete vie di sopravvivenza e trova una mitica realizzazione come rivelazione di un piano nuovo divino sulle rovine storiche, come innalzamento glorioso e nuova funzione di Sion, in una luce eterna, da cullare in seno, dalle future generazioni, il cristianesimo innestandosi sulla tradizione giudaica, diventa erede di una cultura il cui Kerugma come bandizione della morte e resurrezione del signore, con la predicazione aperta ai gentili, diventa prolifico in seno al sistema ellenistico, specie a seguito della crisi istituzionale e religiosa del mondo romano.

    Dalla morte e dalla resurrezione del Signore deriva la vincente theoria paolina, che ha, però, tutta la pratica religiosa e cultuale della tradizione ebraica come referente.

    Forse la theoria paolina fusa con la (probabile) Palinodia filoniana (o con le sue risultanze) è stata basilare per la formazione del cristianesimo, consolidatosi, sempre più, dall'inizio del II secolo d. C, secondo le formule dioiketiche (amministrative) della struttura trapezitaria ed emporica oniade.

    Essa ha sviluppato i temi ellenistici in una penetrazione nel segreto dell'universo, secondo l'indagine dei sopherim fondendo col platonismo Panezio Posidonio e Seneca.

    Infatti viene conosciuta quae luniversi natura sit , viene indagato quis auctor aut custos eius fuerit e quindi quid sit deus cercando di rilevare totusne in se tendat an etiasm in nos aliquando respiciat,faciata ille quotidie aliquid an semel omnia crevaerit oppure utrum ille pars sit mundi an mundus ipse .

    L'indagine cristiana infine vorrebbe chiudere la disputa filosofica sulla provvidenza (utrum deus mundo ed homini provideat beatam et securam vitam a mortalibus seclusam, degat) dando speranza(elpis) di un continuo e provvidenziale intervento divino per l'uomo, creatura, prediletta rispetto a tutti gli altri esseri del creato, fatta a sua immagine come il Kosmos , figlio effettivo di Dio. Paolo , poi i cappadoci (specie Gregorio di Nazianzo con le Omelie ) e Gregorio di Nissa con la Vita di Mosé , rilevano (seguendo la figura del sommosacerdote che ornato entra nel tempio per offrire le preghiere tradizionali e le offerte sacrificali) come questo sia immagine stessa dell'intero universo grazie alle figure che porta con sé(la tunica simbolo dell'aria, il melograno dell'acqua, i fiori della terra, lo scarlatto del fuoco, l'ephod del cielo e i due smeraldi rotondi su cui appaiono sei incisioni poste sulle spalle, i due emisferi del cielo; le dodici pietre ordinate in tre file di quattro ciascuna sul suo petto rappresentano lo zodiaco e il logheion è l'immagine della ragione che tiene e governa il tutto).

    Dalla interpretazione del testo filoniano Vita di Mosé III.69-70 quasi documentata sulla scia della tradizione cristiana apologetica da parte dei cappadoci deriva oltretutto la teoria trinitaria.

    anagkaion gar en ton ieromenon to tou kosmou patri paraklhto khrestai teleiotato thn arethn uio, pros te amnhstian amarthmaton kai khorhgian aphthonotaton agathon.(era necessario infatti che chi è consacrato al Padre dell'universo si servisse del figlio come aiutante perfetto nella virtù per ottenere il perdono dei peccati e l'abbondanza dei beni).

    Eppure filone era esplicito nella sua formulazione anancastica conclusiva: " forse egli(Mosé) vuole anche anticipare l'insegnamento che colui che serve Dio (ton tou Theou therapeuthn) giustamnete deve cercare di essre degno se non del Creatoredell'Universo almeno dell'Universo stesso di cui indossa l'immagine e di dui deve portare impressa l'effigie nella mentee perciò mutare la sua natura da umana a quella dell'universo e ( se è lecito-thémis- dire così) deve essere un universo in piccolo ((brakhus kosmos eivai) - non è lecito (thémis) mentire a chi parla della verità.

    Il cristianesimo: un misto di ellenismo filoniano e di teorie apocalittiche!


    Apokalypsis

    i due canoni

    differenze di costituzione dei canoni


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    Ad Iammia tra il 70 e 94 d.C si decise il testo della Bibbia masoretica e si rifiutò quello dei Settanta, che era in lingua greca, usato dagli ellenisti.

    Come sacre scritture furono considerate dagli ebrei:

    Torah( Pentateuco: Genesi, Esodo,Numeri, Levitico ,Deuteronomio);

    Nevi'im (Giosué ,Giudici, Samuele I-II, Re I-II, Isaia. Geremia. Ezechiele, 12 profeti minori);

    Ketuvim (agiografi: Salmi di Davide, Proverbi, Giobbe, Cantico dei cantici, Rut, Lamentazioni, Ecclesiaste, Ester, Daniel, Esra, Nehemia Cronache I-II ).

    Il testo delle Sacre scritture, giudaico, viene oggi definito con l'acronimo Tanàch.

    In seguito si costituì la Torah she be 'alpe (torah orale) messa in scritto da Giuda ha Nasi, che raccolse le discussioni rabbinche, che c'erano state dal periodo del tempio fino all'epoca antonina (Midrash) e quelle successive (Talmudim) costituendo due rami, quello "haggadico" (da Haggadah/ narrazione ) e quello" halachico"(da -Halakhah/norma).

    I cristiani antiocheni, invece, già separatisi dai nazirei basileici di Jakob, cioè da quelli della Chiesa gerosolomitana e forse dai mandei, fuggiti in Partia, avevano già, come libri sacri, subito dopo il 70, la Bibbia dei Settanta, le Lettere di Paolo, i tre vangeli sinottici, Lettera di Barnaba , Erma ed Clemente I-II .

    I christianoi , dunque, si appropriarono non solo della Bibbia dei settanta, del metodo del Siracide e di Filone e poi di Flavio, seppure rifiutati come libri impuri dall'ebraismo, che scomunica il cristianesimo antiocheno, già minacciato da altre eresie nel suo interno.

    Gli ebrei aggiungono la Birkat Ha Minim la dodicesima benedizione della Amidah, redatta da Samuel il giovane secondo le indicazioni di Gamaliel I: "Per i calunniatori e per gli eretici non vi sia speranza, tutti si perdano presto, tutti i Tuoi nemici vadano in rovina repentinamente. Tu li annichilirai ai nostri giorni. Benedetto sii Tu o Signore che spezzi gli avversari ed umili i reprobi

    Inoltre essi assumono il testo masoretico in una volontà di distacco definitivo dai Christianoi, minim.

    E'chiaro che i cristiani sono considerato eretici dai giudei al pari di altri alla fine del I secolo, mentre essi considerano già numerosi gli eretici derivati dalla stessa pianta cristiana: Filastrio di Brescia nel quarto secolo enumera 128 eresie (Diversarum hereseon Liber) aumentando il numero già alto ( ottanta) di Epifanio di Salamina (Panarion) degli eretici cristiani, mentre mostra trenta eresie nel credo giudaico.

    Si deve allora pensare chele due confessioni avbiano un proprio testo e l'abbiamo strutturato in "catena ": non c'è dubbio però che i cristiani dipendano dai giudei

    Il testo ebraico, infatti, deriva da masorah ( catena)- ed è in lingua ebraica ed aramaica : esso dà rilievo al Pentateuco (Torah scritta) e con i Talmudim costituisce il fondamento dell'ebraismo, come teoria e pratica.

    Il canone ebraico precede e come catena, semanticamente ,quello cristiano e come termine greco (canon )-che deriva forse da qaneh (canna), uno strumento di misura usata dal falegname lungo circa sei cubiti (6x0,443= mt.2,658)-.

    Del testo canonico, masoretico, si ha conoscenza da parte cristiana con Militone di Sardi nel 170 d.C..

    Questi mostra come il cristianesimo riprenda il Siracide (Gesù ben Sirah , autore del II sec a.C., non compreso nella lista canonica ebraica, che parlava di 12 profeti riuniti, della Legge e di altri libri, complessivamente 22) e Giuseppe Flavio che parla di 24 libri, compila una lista delle Sacre scritture ebraiche.

    Per quanto riguarda il Canone cristiano bibblico, definito entro il II secolo d. C. , ci furono controversie notevoli a partire dall'inizio dello stesso secolo.

    Esso trova una sua codificazione ufficiale solo nel IV secolo e, grazie ai sinodi di Laodicea, Ippona e Cartagine, pur con molte incertezze ed accesi contrasti su molte opere contestate.

    Il canone cristiano risulta, comunque, fissato da Atanasio nel 367 in una lettera ai fedeli di Alessandria, in cui fu accettato in sostanza il canone masoretico, a cui si aggiunsero la Sapienza e il Siracide, Tobia, Giuditta, I e II Maccabei e Baruc (oltre agli altri profeti) e passi aggiunti in Daniele ed Ester: tutti questi libri e passi aggiunti furono chiamati Deuteronomici.

    Per quanto riguarda il canone del Nuovo Testamento, dunque, furono ritenuti canonici: i quattro Vangeli, Atti degli Apostoli e le Lettere di Paolo (Ai romani, I-II ai Corinti, ai Galati, agli Efesini, ai Filippesi, ai Colossesi, I e II ai Tessalonicesi, I e II a Timoteo, a Tito, a Filemone, agli Ebrei), le lettere cattoliche (Lettera di Giacomo, I,II di Pietro, I,II ,III di Giovanni, di Giuda) ed Apocalisse.

    La costituzione del canone è una storia molto lunga e complessa ed è in relazione alle eresie, che anzi determinano la sua formazione: in effetti il canone ha come centrale il pensiero di Paolo.

    In base alle divergenze da tale pensiero il canone si costituisce mano a mano, direi progressivamente per aggiunzioni a cominciare da contrasti con eretici.

    Basilide. uno gnostico, che insegna in Alessandria tra il 117 e il 138 d.C,. parla per primo di ispirazione divina dei libri del Nuovo testamento e crea la base di un intervento divino nella Sacra Srittura Neotestamentaria, anche se non sancita da alcuno concilio.

    Su questa base di rivelazione, eretica, Marcione, altro gnostico, determina una reazione nella Grande Chiesa quando trattando del vangelo di Tommaso e del vangelo della Verità implicitamente fa sorgere il problema della canonicità del testo e dei codici stessi (il codice Alessandrino e quello Sinaitico includono, oltre ad opere canoniche, altre che sono discusse come il Pastore di Erma e l'Epistola di Barnaba).

    Contemporaneamente si sviluppa ad opera di Clemente Alessandrino e di Tertulliano, poi di Origene, la teoria che considera il canone neotestamentario come entità variabile, che può includere opere varie come i Vangeli apocrifi e i Detti del signore, purché abbiano un fine edificatorio, anche se c'era stato Giustino, che aveva sostenuto la necessità di dare rilievo solo ai quattro vangeli.

    Comunque, da Eusebio Storia Ecclesiastica 4,23,11) si sa che a Corinto si leggono le lettere di Clemente papa e che altrove si leggono Didaché, La Lettera di Barnaba, il Pastore di Erma, L'Apocalisse di Pietro (questione già posta da Clemente Alessandrino). e quindi non c'è univocità di lettura.

    Eusebio, però, risulta lo storico che con le sue scelte determina il corso del Cristianesimo nell'età di Costantino, indirizzando in un solo senso, condannando all'oscurità e alla dimenticanza ogni altra forma cristiana o giudaico-cristiana, seguendo (per nostra fortuna) il controverso indirizzo origeniano (Cfr lo storico Cristiano II prefazione al III libro di Giudaismo Romano, opera inedita).

    Dal Codice muratoniano si rileva che a Roma esiste, però, una lista datata tra il II e il IV secolo, che comprende i libri del Nuovo Testamento, senza la Lettera di Giacomo e quella Paolo agli Ebrei.

    Inoltre si sa che ci furono molte controversie sul Vangelo di Giovanni, che fu incluso solo nel 170 da Taziano e sembra che le lettere pastorali di Paolo e la I di Pietro e l'Apocalisse, (seppure con molte contestazioni e ripensamenti) entrarono nel Canone solo agli inizi del regno dei Severi.

    Ancora nel 363 d.C. , nel concilio di Laodicea si discuteva sulla canonicità di Giuda, di I Lettera di Pietro e delle tre Lettere di Giovanni ed era esclusa l'Apocalisse, considerata non canonica, specie dalla chiesa orientale (che fece delle contestazioni fino alla fine del IV secolo).

    La soluzione di Atanasio anche se parzialmente accettata, come elenco generale, fu poi contestata dal sinodo occidentale di Ippona (393) e da quello di Cartagine ( 397).

    Le contestazioni del canone possono essere rilevate, tramite Eusebio, che chiama in Historia Ecclesiastica, Antilegomena gli scritti di cui fa una classifica, distinguendo i testi variamente contestati in epoca costantiniana, dopo aver accertato la canonicità di 4 Vangeli e di Atti degli Apostoli, delle Lettere di Paolo, della I di Giovanni e della I di Pietro e dopo aver messo in disparte L'Apocalisse, seppure ritenuta opera ispirata.

    Eusebio distingue i libri controversi e poi accettati la Lettera di Giuda, di Giacomo, II e III lettera di Giovanni, II di Pietro e dai libri contestati e poi scartati, ma usati come edificazione morale Didaché, Atti di Paolo, Pastore di Erma, Lettera di Barnaba, Apocalisse di Giovanni (riammesasa nel canone) , Vangelo degli ebrei.

    Sono considerati libri non canonici e vietati perché totalmente assurdi ed empi : Vangelo di Pietro, di Tommaso,di Mattia, di Giuda , Atti di Andrea, Atti di Giovanni .

    Uno studio a parte richiederebbe la tradizione delle lettera di Aristea conservata sempre insieme al Pentateuco alessandrino (i Settanta), di cui abbiamo stralci in Flavio (Ant. giud, XII, 11-118): si ritiene utile ai fini della comprensione un'aggiunta umana (tipica dei cristiani) alle opere considerate ispirate dallo Spirito Santo.

    Per me tale sistema aggiuntivo è proprio del primo cristianesimo, spinto da esigenze polemiche e da apologia ad immettere un'azione divina dello Spirito Santo, specie per la fissazione del dogma trinitario.

    Noi rileviamo soltanto che Flavio, parlando degli anziani venuti per tradurre, dice che ad ammirare i 72 i traduttori oltre al re era venuto anche il filosofo Menedemo che riteneva che ogni cosa era retta dalla provvidenza e che era naturale che per opera sua scaturissero la forza e la bellezza del discorso... e che il re aveva imparato da essi come doveva regnare e chiese di porre mano al loro compito senza interruzioni. Essi con somma cura e premura iniziarono la versione e seguitavano dall'alba fino alla nona ora, dedicandosi ogni giorno alla versione delle leggi. Quando la legge fu trascritta e il lavoro del tradurre finì dopo 72 giorni, Demetrio Falereo riunì tutti a Faro, dove essi avevano tradotto, e lesse la traduzione ad alta voce in presenza dei traduttori. Tutta l'essemblea espresse l'approvazione agli anziani ... e tutti, compreso il sacerdote, il più anziano dei traduttori... i capi... della comunità scongiurarono che la versione, così felicemente fatta, dovesse restare così come era senza alterazione.

    Approvata questa idea convennero che qualora qualcuno contestasse che al testo della legge fosse stata fatta qualche aggiunta o che da essa mancasse qualcosa lo annunciasse pubblicamente, fosse esaminato, fosse fatto conoscere e corretto; in questo agirono rettamente: quello, che fu giudicato ben fatto, doveva restare per sempre.

    Giuseppe Flavio accetta la traduzione dei Settanta ma tale traduzione fu condannata dai rabbini (Massakhet Sofferim,7,1-10-). Si riconosce un unico esemplare scritto in ebraico; un giorno accadde che 5 anziani scrissero la legge in greco per il re Tolomeo. Quel giorno fu un giorno triste per Israel come il giorno in cui Israel fabbricò il vitello d'oro perchè la legge non può essere tradotta secondo tutte le esigenze.

    Abbiamo visto che lungo fu il processo per la determinazione della canonicità del testo bibblico e che i cristiani seguirono l'esempio ebraico e che servendosi del canone masoretico, vi aggiunsero qualcosa in modo da cristianizzarlo, in linea con la loro fede trinitaria.

    Con Epifanio vescovo di Salamina, morto nel 403 d.C., in De mensuris et ponderibus già è stato cristianizzato sia Aristea che il Pentateuco e quindi si conclude il processo già avviato di cristianizzazione della Bibbia dei Settanta

    Infatti Epifanio, considerando i settantadue riuniti due a due in cellette, li vedeva ispirati dallo Spirito Santo, cosa che Tertulliano (Apologetico) e lo stesso Girolamo non riconoscono, sancendo il principio che i libri sacri erano ispirati facendo anche esempi con illustri precedenti.

    Già Clemente in Stromateis 1,22 propendeva per l'intervento dello Spirito Santo, in quanto si era rifatto alla Provvidenza del filosofo ebraico Menedemo e specialmente a Filone, a lui caro.

    Questi, pur non parlando esplicitamente di Aristea. raccontava che alcuni dotti, raccoltisi nell'isoletta di Faro , circondati da soli elementi naturali, come se fossero ispirati, spiegarono la lettera della Bibbia, non chi in un modo chi in un altro, ma servendosi tutti delle stesse parole, come se un suggeritore, invisibile, si fosse fatto suono nelle orecchie di ciascuno (Vita di Mosé,II, 26-44).

    Filone si serve del termine upoboleus per indicare suggeritore (Eustazio, 106,12 ) e di enekheo /dètto (Areteo,Peri semeion pathòn,1,6) per indicare la funzione sacrale dell'ermeneuta ebraico.

    E' chiaro che Epifanio, che segue Clemente - da cui forse dipende anche l'aggiunta che i Settanta tradussero, oltre al Pentateuco altri libri facenti parte del canone veterotestamentario, i Profeti ( Stromateis, 1,148)- aggiunge qualcosa di estraneo, pur seguendo il modello.

    Anche Eusebio nella sua Praeparatio doveva entrare in merito alla ispirazione divina dei libri del Pentateuco e dei Profeti

    di cui si parla nella questione sorta nella polemica tra Girolamo ed Agostino: il primo, all'atto della Vulgata ed anche poco prima, metteva in dubbio l'intervento provvidenziale di Dio sui Settanta, convinto, nella sua testarda sicurezza e superbia, ed essendo molto ammirato dalla codificazione ebraico-aramaica, che Dio si riservava di esprimere alcuni concetti solo con le lettere ebraiche (De Civitate Dei XVIII,43).

    Agostino, per conto suo, difendeva la provvidenza di Dio nell'opera dei Settanta e mostrava che proprio perchè quelli erano guidati da Dio potevano non tradurre ciò che lo spirito di Dio riteneva utile non dire in greco in quella sede, poichè lo avrebbe detto nei Profeti.

    Chiaramente Agostino mostrava come giustamente dunque i cristiani preferissero I Profeti alla Legge.

    Un ulteriore passo in senso provvidenziale lo rileviamo nella Lettera di Aristea compresa con l'Ottateuco (Pentatetuco, Giosué, Giudici e Ruth) al principio dei commenti dei padri della Chiesa, formanti una catena che sembra dovuta a Procopio di Gaza, in epoca giustinianea, tanto lodata da Fozio (Amphilochia ,153).

    Da qui si rileva l'avvenuta cristianizzazione della Lettera di Aristea che comporta anche l' ispirazione della Traduzione dei Settanta, la quale comprende anche i Profeti e tutti gli altri libri del Vecchio Testamento.

    Per ultimo voglio far notare come lo stesso Giacomo, il fratello di Gesù, sia stato cristianizzato, nonostante le contestazioni sulla sua lettera ritenuta a lungo non canonica perchè non confacente con lo spirito paolino: non bisogna, però, meravigliarsi di questo: lo Pseudo-Aristea, Siracide, Filone, civis alessandrino, Gesù ebreo, Giacomo sono stati tutti considerati christhianoi.


    i due canoni

    Malkut in In Flaccum?

    Una lettura di In Flaccum


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    Dopo Masada , Flavio (Guer. Giud. VII,407-425) parla di disordini giudaici, avvenuti in ogni città dell'ecumene romano, nel corso della guerra giudaica 66-73 e mostra la situazione in Alessandria, dove qualche tempo dopo, trovarono la morte uomini, che lì si erano rifugiati presso parenti.

    Era accaduto, secondo lo storico, che i sicari, non contenti di essersi salvati, fomentavano rivolte e lotte nella città, esortando alla libertà i cittadini: essi consideravano i romani non superiori militarmente e soprattutto ritenevano Dio solo... signore (theon monon ...despòten).

    Allora alcuni notabili li contrastarono e i sicari li assassinarono, seguitando nella loro predicazione.

    Il sinedrio temendo per la vita della comunità ed avendo paura dell'intervento romano, considera pericolosa la presenza zelotica in città e, memore di fatti precedenti, denuncia la pazzia dei sicari dimostrando la loro esclusiva responsabilità nei recenti disordini.

    Il sinedrio invita il popolo a guardarsi dalle manovre pericolose dei sicari e comanda di consegnarli ai romani ,in ottemperanza alla legge di Claudio agli alessandrini, datata 10 novembre 41 del prefetto L. Aemilius Rectus (cfr Pap.Lond. 1912 publicato da H.G. BELL, Jews and Christians in Egypt , Londra 1924).

    Il senato alessandrino esegue l'ordine di non permettere l'immigrazione in Alessandria di ebrei, provenienti dalla Palestina, evitare così di essere perseguitati con ogni mezzo e di essere tacciati come suscitatori di un morbo comune a tutto il mondo abitato e quindi dimostrare la estraneità alla guerra del giudaismo alessandrino, manifestando concretamente la fedeltà all'impero.

    Il popolo, allora, cattura seicento sicari, riprende quanti erano fuggitti verso Tebe e li consegna ai romani: fu questo un tradimento, necessario per la salvezza della comunità costretta, in un certo senso, ad autopurificarsi, autoflagellandosi, davanti agli altri cittadini alessandrini e al nuovo imperatore.

    La implicita commiserazione per la sorte dei parenti è chiara nella descrizione della morte esemplare zelotica per cui ogni alessandrino (giudeo o pagano) rimane ammirato per la fermezza e la forza di animo o per il fanatismo con cui i sicari andarono a morte: essi non vollero riconoscere Cesare come loro padrone ed accettarono di subire i supplizi e le torture, senza alcun cedimento, dando l'impressione di essere di corpo insensibili e di aver l'anima esultante.

    A Vespasiano l'autopunizione del sinedrio non parve sufficiente se ordinò al governatore Tiberio Giulio Lupo di distruggere anche il tempio di Leontopoli, l'unico luogo rimasto,di culto, di valore universale per il giudaismo.

    Ritengo che questo fatto abbia analogie con quello avvenuto 35 anni prima: l'antefatto del 38 è il regnum di Jehoshua, finito ad opera di Vitellio con l'uccisione del maran, incoronato dai parti, e con la ricostituzione della Ioudaea, sottoprovincia romana e con la pacificazione e il giuramento di fedeltà a Caligola nella Pasqua del 37, subito dopo la morte di Tiberio.

    Era successo che ad Alessandria ci furono disordini per tutto il 37 e inizio 38 a causa della presenza di armi e di zeloti , non denunciati alle autorità romane.

    Inoltre la città aveva formalmente giurato fedeltà a Gaio ma il governatore di Egitto Avillio Flacco (32-38)aveva ritardato di proposito l'invio dello psephisma all'imperatore.

    Siccome il governatore era un tiberiano e quindi propendeva per la successione di Tiberio Gemello ed era connesso con Macrone capo del pretorio, già inimicatosi con Caligola, non è facile capire le motivazioni del ritardo e le intenzioni degli oppositori dell'imperatore.

    Sappiamo solo che Caligola, ottenuta,con l'adozione, la patria potestà, di Tiberio Gemello, lo costringe al suicidio con l'accusa di complotto e forse coinvolge in questo anche Macrone, che viene ucciso: le due morti furono monito per Avillio Flacco che ora, essendo isolato, tende ad ingraziarsi l'imperatore che, però, lo ritiene delatore colpevole della morte della madre e coinvolto nella morte dei fratelli Nerone e Druso.

    Il tentativo di salvarsi di Avillio Flacco è anche un tradimento della sua politica filogiudaica, durata fino all'ultimo anno di governo.

    Egli si appoggia ai cittadini greci di Alessandria, filoimperiali ed autorizza la loro azione antigiudaica dopo la venuta di Erode Agrippa, a cui non viene fatta la normale accoglienza, però, di un rex, socio dell'impero romano, praetor e personale amico dell'imperatore, anzi ne viene fatta la parodia.

    Sorprendono l'atteggiamento del governatore (che fa finta di niente) e il tentativo di eclissarsi di Agrippa fatto passare per Alessandria proprio da un invito-ordine dell'imperatore.

    Flacco, Agrippa e l'imperatore erano a conoscenza della reale situazione alessandrina e del giudaismo ellenistico,compromesso con lo zelotismo palestinese.

    Flacco, equivoco nel suo comportamento di accoglienza, ora per schierarsi con Caligola, fino ad allora non palesemente onorato, si appoggia a Dionisio, ad Isidoro, un capo greco della città e a Lampone, gimnasiarca, dopo aver provocato il risentimento religioso giudaico con l'abolizione del sabato e con l'introduzione di immagini di Cesare nelle sinagoghe cittadine, dopo aver fatto perquisire la case e dopo aver costipato i giudei in una sola zona della città, facendo accalcare nei cimiteri nelle discariche e in zone periferiche, loro che abitavano in tre delle cinque parti di Alessandria, dopo averli privati dei diritti civili.

    L'atimia e la perquisizione nella case, le stragi , le torture sono segni di una punizione ad opera di Flacco, inflitta ai giudei per salvarsi dall'inchiesta di Gaio Caligola, che aveva iniziato la neoteropoiia (cfr.A. Filipponi, Caligola il Sublime,Cattedrale 2008).

    A mio parere il comportamento di Flacco (che viene imitato dal sinedrio del 73 per salvarsi dalla punizione di Vespasiano ) lascia trasparire anche una possibile intesa con il governo di Gerusalemme o di maneggi diplomatici del periodo 32-36 del presunto Malkut.

    Questa connessione tra i due avvenimenti mi fa congetturare che l'acefalia di In Flaccum sia da collegare anche con le probabili lacune XVIII libro di Flavio tra la testimonianza su Gesù e l'episodio di Paolina, poi tra la testimonianza su Giovanni il Battista e la mancata guerra nabatea.

    Il fatto poi che Paolo parli di Apollo (I Corinti 1,13) alessandrino , che predicava il battesimo di Giovanni e che fu convertito al battesimo di Cristo da Aquila e Priscilla (Atti degli Apostoli 18,1-4) intorno al 52, fa pensare ad un superstite di quei nazirei chiamati da Flavio in vario modo (ladri, zeloti, sicari).

    L'incipit di In Flaccum non è possibile specie se lo si compara con quello di Legatio ad Gaium, dove la vicenda umana , vista oscillare tra la phusis e la tyche, tra l'ordine immutabile naturale e il capriccio della sorte, ha soluzioni solo grazie alla pronoia tou Theou

    E' chiaro che mancano intere righe e che la frase che fa da incipit è una risultante conclusiva : ...Secondo dopo Seiano come se avesse ricevuto l'eredità, Avillio Flacco cominciò ad aggredire i Giudei

    Il fatto che Filone congiunga Flacco con Seiano ( che aveva mezzi e potere di gran lunga superiore a quelli di un governatore di provincia) implica la conoscenza dell'azione antisemita del ministro tiberiano e del suo accolito Pilato (come noi abbiamo cercato di ricostruire in altre parte della nostra opera) che avevano determinato la reazione palestinese e il distacco di tutta l'area siriaca dall'imperium e l'instaurazione del malkut in Giudea, dopo la morte del capo pretoriano.

    Probabilmente Filone conosce bene i fatti del Regnum,della fine di Jehoshua e della presenza, tra gli alessandrini, di nazirei, e della reazione popolare antigiudaica alessandrina greca, causata da mancanza di una legge: la perdita dei diritti con i susseguenti avvenimenti e stragi, specie di membri del sinedrio, è un ricordo tangibile per gli archontes del 73, che autorizzano quel tradimento di fratelli, degni di ammirazione, ma necessariamente consegnati al vincitore per salvare la propria cittadinanza e vita, ammaestrati dalla precedente esperienza del 38.

    Inoltre il termine Palinodia (cammino alla rovescia, come ritrattazione di un 'idea precedentemente sostenuta, metanoia)con cui si chiude Legatio e le parole di Eusebio sia in Cronaca (anno XXI di Tiberio) che in Storia Ecclesiatica- II,5,1-7 -( Filone racconta in cinque libri le vicende dei Giudei sotto Gaio e tratta nella stessa opera: della pazzia di Gaio, che si è proclamato Dio ed aveva commesso un numero incalcolabile di violenze , delle tribolazioni sofferte dai giudei nel suo tempo; dell'ambasceria a Roma, di cui fu membro come rappresentante dei suoi concittadini di Alessanbdria e di come presentatosi a Gaio, per difendere le tradizioni paterne, riportò come unico risultato lo scherno e il dileggio e poco mancò che non perdesse la vita.... .. Ma io ometterò quasi tutto il resto del racconto, limitandomi a riferire le parti, da cui risulteranno chiare al lettore le sciagure conseguenti a quanto i giudei hanno osato contro Cristo e che essi subirono contemporaneamente o subito dopo)

    fanno pensare che Filone conosce il disegno che Dio ha su Avillio e su Gaio e che conosce i primi atti del regno di Claudio con cui si cancellano gli atti caligoliani e si ripristina il politeuma alessandrino giudaico con la fine dell'atimia.

    Questo sottende che Dio, essendo giusto punitore dei malvagi persecutori e salvatore del suo popolo, realizza il suo piano salvifico dell'ebraismo, dopo la catastrofe, rivelandosi in modo apocalittico.

    Insomma da Eusebio viene una lezione Apocalittica in senso cristiano, come continuazione della fase escatologica, diversissima dall'impostazione giudaica che rileva le eschata, il baratro della storia umana ed una nuova fase opposta a quella precedente, misteriosa segreta apocalittica.

    Eusebio lo interpreta secondo il modulo cristiano e vede nella palinodia solo ciò che riguarda la comunità cristiana e si dissocia da quella ebraica sfruttando l'analogia delle persecuzioni in senso cristiano, antiebraico.

    E' probabile che, mentre Filone nella sua opera storica, avendo trattato anche della vicenda di Jehoshua, come reazione alla politica antisemita di Seiano e avendo mostrato il male derivato da tale avvenimento a causa delle tragiche conseguenze successive ad Alessandria per la equivoca politica di Flacco (di cui è celebrato da una parte il pentimento e dall'altra la fine) e dell'azione repressiva di Caligola (condannato per la sua theosis) e della perversa natura dei greci alessandrini evidenziava l'attuarsi della provvidenza divina nel primi anni del regno di Claudio, Eusebio, da cristiano, preferisce limitare il suo racconto e mettere in luce le sciagure giudaiche per avvalorare la tesi che queste erano dovute alle azioni fatte contro Cristo.

    Con questa altra palinodia cristiana per me inizia un altro processo con un'altra storia.

    Comunque, se ci sono un inizio acefalo di In Flaccum e una conclusione di Legatio con la promessa di una Palinodia, dobbiamo pensare che Eusebio conosce Peri areton in cinque libri che comprendono quanto già detto come argomento.

    La mia proposta è questa:il primo libro è quello in cui si parla della persecuzione di Seiano e di Pilato, della reazione giudaico palestinese di Jehoshua e del suo regno, della sua sconfitta e crocifissione, dopo la vittoria di L. Vitellio (fatti sottesi in Antichità Giudaiche, XVIII) il secondo é in Flaccum, il terzo è quello in cui si parla della persecuzione di Gaio Caligola in Palestina dopo l'invio di Petronio (Antichità giudaiche XIX), il quarto è Legatio ad Gaium ; il quinto è Palinodia con la trattazione della morte di Gaio Caligola.

    So bene che tale ricostruzione non ha alcuna valenza scientifica, ma neanche ne hanno le altre: quella di Shurer (I, introduzione; II persecuzioni di Seiano e di Pilato: III L'in Flaccum;IV, Legatio; V Palinodia ); quella di

    Massabieau- Cohn che dividono sostanzialmente l'insieme in due parti: ta katà Flaccon( in tre libri) e ta katà Gaion( in due libri)

    Ambedue sono arbitarie, seppure ricostruzioni attendibili e possibili dell'opera di Filone e in relazione al proprio sostrato culturale.

    L'ipotesi poi di Colson che Eusebio non conoscesse la palinodia mi sembra strano, visto che parla di aretologia di tipo giudaico nel cui processo il male subito giustifica la virtù ed autorizza la celebrazione del piano di Dio, attuatosi secondo linee della tradizione espresse già in Ecclesiastico dal Siracide.

    In tutto questo complesso mondo di persecuzione e di palinodia c'è certamente la celebrazione del tou theou dynamis e del piano salvifico divino (oikonomia) in cui entra anche la storia di Giulio Erode Agrippa.


    Malkut in In Flaccum?

    Jehoshua

    Jehoshua o Jesous?


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    * Jehoshua kayin ,( tecton) una specie di architetto, qanah. Maran , mashiah:


    Gesù fu Kayin, non un semplice falegname, fu qanah, zelota,fu maran (re) e fu chiamato mashiah(Meshika)(Christos)

    - Il termine Kayin evidenzia una classe sociale che in greco designa i tectones , cioè uomini abili a progettare e realizzare lavori di costruzione sia come carpentieri che come muratori,considerati moltissimo , dopo le classi privilegiate sacerdotali,superiori a tutti gli altri tecnitai , richiesti nel periodo romano ellenistico ,data la mole di costruzioni e la ricerca di nuove tecniche.

    Forse erano davididi in quanto probabilmente erano qeniti, una stirpe di fabbri (artigiani creativi ,abili ad usare molti materiali che si dicevano discendenti di Caino)

    - qanah corrispondente a zelotes e a sicarius quindi ha valore di partigiano che combatte spinto da uno zelo (o amore geloso, esclusivo) per la propria terra contro invasori e quindi contro i romani ,secondo lo schema di una guerriglia montana e desertica( o anche urbana ) , determinata e mantenuta viva da santoni ( esseni ), da farisei e da asceti come Giovanni il Battista , che battezzano secondo un rito iniziatico penitenziale e militaristico Cfr Flavio,Antichità Giudaiche, XVIII,116-119 e Luca,3.10-16).

    Jehoshua in quanto discepolo di Giovanni ,e in quanto battezzato, ha fatto il suo corso formativo di penitente e di combattente .

    - Maran vale re (Basileus, melek) Il titolo poteva essere dato solo da Roma : indebita era l?acclamazione popolare che con l?elezione regale aveva compiuto un atto di rivoluzione (stasis, novitas) e quindi doveva attendersi la punizione da parte del senato e dell?mperatore che governavano l?impero (La Giudea, Samaria ed Idumea avevano un governo retto dal procuratore romano che dipendeva dal governatore di Siria, responsabile di tutto il settore orientale).


    * Gesù e il suo regno effettivo(collocato tra la pasqua del 32 e la pasqua del 36 )


    - egli fu proclamato re dal popolo , dopo la morte di Seiano (18 ottobre 31) e dopo la successiva esautorazione di quasi tutti gli amministratori dell?area orientale , specie siriana, bollati come seianei (Pilato, procuratore di Giudea, Erode Antipa re di Galilea e Perea, Norbano Flacco governatore di Siria, incaricato di mantenere l?ordine militare lungo il confine eufrasico).

    - E perciò abbiamo dedutto ed evinto che

    . il regno si poté forse costituire a seguito di una serie di trattati locali con Izate di Adiabene , con Artabano III, re dei parti e con Areta re dei nabatei, grazie anche a ricompattamenti ideologici tra i giudei di Mesopotamia e quelli dell?impero romano ( sia palestinesi che ellenistici della cosiddetta diaspora ) oltre che con i samaritani;

    . Il regno di Jehoshua durò quasi cinque anni ,dopo la conquista del tempio , avvenuta con spargimento di sangue per la presenza della guarnigione romana sulla torre Antonia sovrastante il tempio e data l?importanza finanziaria del tempio ,difeso da sadducei e dalle loro guardie;

    . Il regno dovette essere tranquillo, dopo la conquista avvenuta mediante resa delle singole città che accoglievano i delegati galilaici inviati a chiedere l?adesione mediante la formula persiana erodotea (acqua e sale cambiata in acqua e pane ) : fu purificato il tempio, si celebrò la pasqua essenica col nuvo calendario solare di 364 giorni , fu giurato il nuovo patto di alleanza con Dio del popolo come quello di Nehemia;

    .per quasi quattro anni lo stato non ebbe pericoli esterni poiché era connesso con la federazione partica e poiché Tiberio si disinteressava della questione orientale intento a debellare i suoi nemici interni , seguaci di Seiano e ad organizzare la propria successione;

    .Il regno di Jehoshua dovette finire con la spedizione di L. Vitellio, nominato proconsole , dopo E. Lamia( che non era mai partito),ed incaricato di ripristinare l?ordine nella provincia di Siria con un mandato antipartico ed antinabateo(Flavio Antichità Giudaiche, XVIII,90-126, Tacito, Annales, VI,31-38, Svetonio,Tiberio,41,66;Caligola,13; Vitellio,2; Dione Cassio, Storie, LVIII,26,1-4 )

    . Vitellio,costretto Artabano a difendere i suoi stessi confini con un?abile manovra militare e politica , pressate e costrette le popolazioni scitiche ed iberiche all?invasione del territorio partico, su ordine di Tiberio, concede la tregua al re dei re che visto il suo territorio occupato ed invaso, chiede un accordo e un trattato, stipulato a Zeugma sull?Eufrate, prima della Pasqua del 36;

    .Partecipa a questo trattato anche Erode Antipa al seguito di Vitellio che tratta con Artabano ,il quale rinuncia ai territori transeufrasici , dà ostaggi (il figlio Dario e un gigante giudaico di nome Lazar) come garanzia di pace .

    .La clausola di non interferenza nell?orbita romana , voluta dai romani fu una condanna a morte per il maran Jehoshua, abbandonato al suo destino e per lo stesso Areta IV , abbandonato all?ira di Tiberio

    . il caso di Jehoshua diventò una questione interna al mondo romano e quindi Vitellio, dopo aver dato l?ultimatum alla città di Gersusalemme assediata , ricevette dai sadducei e dai farisei, che fecero prigioniero il ribelle messia, che venne fatto crocifiggere: la città fu salva , si ripristinò l?ordine romano , si purificò il tempio e si celebrò la pasqua sadducea tra il tripudio popolare ,alla presenza del governatore.

    . Il tradimento di Giuda è un equivoco, dovuto al termine tradere consegnare in latino(la negatività del termine traditor comincia in epoca severiana quando alcuni vescovi e fedeli consegnarono ai magistrati i segni sacri del cristianesimo e quindi tradirono, facendo apostasia , anche se si usa per tradire prodere e per traditore proditor cfr Gerolamo Epistola a Pammachio 2-3 )

    Nel caso della consegna di Cristo ad opera di Giuda a Vitellio e a Pilato si tratta di una procedura , a seguito di una richiesta espressa del proconsole romano, che comporta ,dopo la resa della città , come ultimo atto di un sinedrio dimissionario, il mandato di dare il reo di crimen maiestatis ai romani (il termine prodotes greco aveva rapporto con proditor e non con traditor che aveva valore di uomo che consegna , come nel corrispondente aramaico, dove è marcata la funzione di intermediario- mediatore- ambasciatore in una trattativa).

    In Occidente, dunque, sotto i Severi i cristiani indicano Giuda col termine traditor bollandolo per l?eternità, con l?aggiunta probabile dell?episodio dei trenta denari e della morte.

    Giuda Iscariota in quell?epoca divenne il simbolo del tradimento , quando invece l?uomo di Kerioth (Iscariota) ebbe l?ncarico dal sinedrio (e forse dallo stesso Messia ) di consegnare il deposto maran ai romani che assediavano la città.

    -Abbiamo mostrato, inoltre. che di Vitellio si conoscono due entrate in Gerusalemme, ambedue festose: la prima, dopo la resa della città, quando viene ucciso Gesù e la seconda dopo la guerra iniziata contro Areta IV, interrotta per la morte di Tiberio: la nuova entrata in Gerusalemme coincide col giuramento di fedeltà fatto dalla città al nuovo imperatore Gaio Caligola, che per primo fu acclamato proprio dai Giudei nella Pasqua del 37.

    E abbiamo rilevato che Vitellio, tornato a Roma con Pilato, destituito, divenne un cortigiano, e creò il modello di cortigiania orientale a Roma , facendo prima il confidente di Caligola e poi di Claudio, con cui fu anche console e da cui ebbe la reggenza imperiale nel periodo della spedizione britannica (Peccato che i suoi Commentari non siano stati tramandati!)

    Probabilmente la repressione di Avillio Flacco, governatore di Egitto (32-38), dell'estate del 38, è conseguenza del Malkut: i giudei alessandrini avendo accolto i parenti fuggiaschi vengono puniti con l'atimia (perdita dei diritti civili) e viene permessa la strage da parte dei greci nemici della etnia giudaica predominante (l'acefalia di In Flaccum e la mancanza di una Palinodia come seguito di Legatio autorizzano tale supposizione, avvalorata anche dall'accenno a Seiano,che aveva perseguitato sumpan ..to ethnos In Flaccum 1)



    Jehoshua

    perfidia giudaica

    giudizio antigiudaico nella Messa


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    Papa Benedetto XVI nel suo Gesù di Nazaret, pur dando rilievo al pensiero di Neusner, non modifica affatto la sua posizione nei confronti di Gesù ebreo, uomo che cerca Israel eterno.

    Il papa non può riconoscere la persona di Gesù come normale giudeo alla ricerca spirituale di una via tradizionale: egli conosce la via cattolica di fede e quindi crede in lui come fondatore di una nuova religione e di conseguenza. pur allineato alla tradizione medievale (da dove proviene il pensiero della perfidia giudaica, dei perfidi giudei, dell'accecamento del popolo giudaico) avendo ristabilito la messa in latino, avrà qualche difficoltà a tagliare totalmente il pesante giudizio sull 'ebraismo, anche se già modificato dal Concilio Vaticano II.

    La storia di questa preghiera antigiudaica codificata e semantizzata per secoli in questo senso è lunga: il pensiero, radicato nei pregiudizi del II e III secolo (aumentati nel IV e V , sedimentati nel VI e VII secolo e presenti nelle Decretali dello Pseudo Isidoro) si è concretizzato col Dictatus Papae e poi con Innocenzo III ed, infine, si è fissato secondo le formule del concilio di Trento ed oggi è parzialmente emendato, ma ancora resiste nella forma originale di condanna antiebraica pontificale, senza più la sostanza concettuale.

    Il testo è nella liturgia del Venerdi Santo e quindi in relazione alla morte di Gesù, addebitata ai perfidi giudei, rei di un deicidio per la loro perfidia congenita: eppure questi erano del tutto incolpevoli di aver ucciso un loro correligionario, che, da giudeo, di fatto aveva inizialmente lottato combattuto e vinto i romani e infine sconfitto dai nemici era stato necessariamente immolato dai capi, sadducei (che pur lo avevano eletto re) per la salvezza di tutto il popolo, dopo l'aut aut dato alla città di Gerusalemme assediata, da Lucio Vitellio, prefetto di Siria.

    Il testo è segno della ambiguità cristiana cattolica, che pur setta ereticale nata dal giudaismo, in nome di un deicidio (inventato successivamente), ha condannato alla dispersione e alla ghettizazione l' unico vero popolo spirituale che ha tracciato nel corso dei secoli una via alternativa alla vita animalesca dell'uomo, corporale, pur con profonde contraddizioni e in modo non sempre lineare, secondo forme costituzionali determinate da dolorose decisioni, laceranti, tipiche di un faticoso cammino verso la luce, intravista secondo la Legge.

    Il testo è condanna del giudaismo, che invece non ha colpa alcuna e non ha ucciso il proprio Christos, ma è stato costretto dalla Romanitas tiberiana vittoriosa alla consegna del maran, re illegittimo: il testo latino, eredità di una tradizione latino-greco- ellenistica è segno del pregiudizio successivo di una definita natura divina di un individuo, all'epoca dei fatti, solo figlio dell'uomo (barnasha), succesivamente definito Dio, della stessa natura del Padre (omoousios )connesso anche con lo Spirito Santo.

    Dopo l'eresia monotelita, si era costituito un forte e saldo sistema cristiano cattolico, che aveva favorito e poi condizionato la formulazione di una cultura antiebraica, di cui questa preghiera della passione di Cristo è espressione: questa formulazione fu sancita dal Concilio di Trento, su proposta di Pio V, e poi parzialmente ridefinita da Giovanni XXIII poco prima del Concilio Vaticano II, in senso di preghiera ecumenica,anche a favore degli ebrei.

    Leggiamo il testo originale: Preghiamo anche per i perfidi giudei perchè il Signore Nostro Dio tolga il velo dai loro cuori in modo che possano conoscere il Nostro Signore Gesù Cristo, Dio onnipotente ed eterno, che non scacci dalla tua misericordia neanche la perfidia giudaica, ascolta le nostre preci che ti rivolgiamo per l'accecamento di quel popolo affinché, riconosciuta la verità della tua luce, che è il Cristo, sia sottratto dalle sue tenebre.

    Il cambiamento con la soppressione di perfidi , perfidia ed accecamento, presente nel messale, italiano, post Vaticano, autorizzato da papa Paolo VI, rivoluziona il testo originale e, già di per se stesso, è bandiera di un altro messagio, venuto fuori dalla politica del II dopoguerra, dopo la condanna del Nazifascismo, dopo la conoscenza dell'eccidio ebraico e la necessità di cambiare rotta nei confronti del giudaismo ora sublimato come martire, riconosciuto universalmente.

    La chiesa cattolica, che nelle formulazioni decretaliste, aveva detto che essa non ha mai errato né mai errerà per tutta l'eternità secondo le sacre scritture, ha dovuto cancellare quanto proclamato per secoli e fare marcia indietro.

    E' questa un' operazione dovuta, come quella della condanna della guerra e del Dio degli eserciti (Deus Sabaoth), tramutato in Dio dell'universo.

    Non sorprende , dunque il nuovo testo della pagina del Venerdi santo, semplificato ed opportunamente corretto: Preghiamo per gli ebrei. Il signore nostro Dio che li scelse primi tra tutti gli uomini ad accogliere la sua parola, li aiuti a progredire sempre nell'amore del suo nome e nella fedeltà alla sua alleanza.

    Non dovrà sorprendere se fra qualche decennio scompaia del tutto la preghiera per gli ebrei: non occorre pregare per gli Ebrei, che pregano per conto proprio già abbastanza e progrediscono da secoli nella via dell'amore e nella fedeltà all'alleanza senza Gesù, con la sola alleanza con Dio!


    perfidia giudaica

    L'Italia dell'analfabetismo

    analfabetismo di ritorno


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    Da un'intervista del 1978 di Mario Gorini ad Angelo Filipponi

    Professore, non le sembra strano che in una società acculturata, si parli di nuovo di analfabetismo?

    A livello superficiale può sembrare paradossale che nelle società di rapido acculturamento, di alto benessere economico, democratiche, ci sia analfabetismo di ritorno, ma se si esamina il fenomeno, a livello profondo, si rileva che sono pochi coloro che detengono il potere culturale e che molti sono dipendenti e che gli uni hanno abilità di lettura e di decisionalità in situazione e gli altri ne sono privi.

    Il fenomeno, infatti, esiste nei contesti industriali, dotati di capillari sistemi informativi, scolastici, televisivi, in cui la suggestione della parola, della logica e della retorica opera una dipendenza, azzerando i processi di difesa in elementi svantaggiati, mal strutturati e difettosamente impostati sul piano linguistico.

    In cosa consiste effettivamente l'analfabetismo di ritorno?

    Non è possibile trattare in un giornale sportivo, come Mariner, locale, un problema così complesso che investe moltissimi campi (famiglia, scuola, istituzioni pubbliche,ecc.) ed interessa molte discipline (psicologia, sociologia economia, pedagogia,storia), comunque, si può parlare di analfabetismo di ritorno quando c'è un'involuzione culturale, quasi un regresso ad uno stato di non crescita culturale, in cui l'individuo matura un sistema acquisitivo cognitivo, che produce una pseudocultura impostata sul piano formale, tesa ad apparire non ad essere, interessata all'immagazzinamento di immagini senza referenza e senza significato, in senso nominale, in una confusione sincretica, con accavallamento di informazioni vuote.

    In tale situazione l'acquisizione passiva, memoriale, frammentaria, senza funzionalità ed operatività, impedisce il passaggio da una fase culturale ad un'altra, producendo dipendenza, non permettendo un autonomo sviluppo della personalità.

    E così... noi vediamo cultura dovunque, siamo tutti scrittori ed oratori, parliamo di problemi di qualsiasi genere in buon italiano (non in dialetto!) in modo corretto, (crediamo) sul piano morfo-sintattico, con molta logicità (pensiamo), mandiamo a scuola i nostri figli, che fanno perfino l'università, si addottorano ed appaiono sapientissimi.

    In pratica, però, noi e i nostri figli sembriamo belli ma non lo siamo, appariamo migliori ma stiamo perdendo il contatto con la realtà, in quanto abbiamo perso le abilità di base, che ci permettevano di vedere, di guardare, di sentire, di ascoltare, di intendere, di leggere come operazione concreta di un processo conoscitivo non solo formale, fonologico e referenziale di una catena linguistica significativa, ma soprattutto come comprensione del messaggio dell'altro, rilevato nelle strutture minime grammaticali sintagmatiche, nell' incidenza e nella ricorrenza di un termine connotatore, nella genesi della logica e del pensiero dell'emittente, in rapporto al suo esistere personale, al suo essere constestuale, alla sua volontà di rapportare e di comunicare nel momento creativo, in quanto risultanza di forze interattive di varia natura.

    Abbiamo perso l'abilità dello scrivere, di saper fare di conto, di valutare, essendo passivi spettatori di programmi televisivi, non partecipi della vita sociale, politica e religiosa, non solidali, né oppositivi, ma solo indifferenti ed egoistici ragazzi, operativo-concreti in senso piagetiano, ci serviamo della parola come veicolo informativo quotidiano, senza comunicazione.

    Professore, da quanto detto sembra che noi procediamo sul piano delle acquisizioni ma in effetti torniamo indietro rispetto perfino ai nostri nonni analfabeti e dipendenti?

    Non è facile determinare se la situazione attuale di analfabetismo di ritorno possa essere definita di involuzione o di non crescita culturale o di stasi critica o di altro, ma certamente non può essere messa in relazione con quella del periodo del subito secondo dopoguerra, connotato da grande acculturamento, impegnato, e da crescita in un momento di rinascita.

    Non voglio neppure parlare di tornare indietro, ma desidero dire che i nostri figli non sanno ascoltare né leggere, né scrivere né fare di conto, ma sembrano saper fare operazioni molto più complesse (usare computers, manipolare video-giochi ecc.)non sanno vedere, né ripetere, né collegare, né coordinare, né collegare, nè coordinare, tanto meno concludere, formulare, dimostrare con argomentazioni, anche se sanno parlare in lingua straniera con proprietà e correttezza.

    Inoltre sicuramente non sanno adattarsi alle situazioni, né superarle in caso di difficoltà, né ingegnarsi o soffrire per la soluzione, mentre sanno riunirisi in gruppi, lamentarsi, gridare, contestare, ditruggere in un'eccitazione collettiva.

    Senza affrontare le responsabilità della famiglia e della scuola lei, professore, crede che i nostri figli possano cambiare?

    A me risulta, dopo anni di insegnamento (Media, magistrali, classico-scientifico) e di sperimentazione linguistica che dalla Riforma della Scuola Media Unificata ad oggi c'è stato un continuo regresso di apprendimento e di insegnamento e che non ci è stata una vera volontà politica di riformare, ma solo di tappare le falle e, a volte, è parso di scorgere una precisa intenzione di mantenere una situazione di alfabetizzazione e di analfabetismo.

    Tra i vertici della scuola e la scuola non c'è collegamento: le circolari sono opera di burocrati, che non conoscono la scuola, il suo funzionamento e la sua funzione e che fanno il loro mestiere, usando un linguaggio sibillino, ambiguo, tipico delle vecchie cancellerie, beneficiando della loro posizione ottocentesca antiquata, essendo eredi di un sistema borbonico-papale, costosissimo, inutile e dannoso ai fini di un funzionamento scolastico reale.

    Anche i sindacati fanno la loro parte nell'aumentare il caos perché cavillando sui termini già criptici, dànno interpretazioni populistiche che aumentano le aspirazioni degli addetti ai lavori, insoddisfatti nelle retribuzioni, impreparati culturalmente sfiduciati di fronte alla richiesta di una nuova scuola, davanti agli alunni, loro giudici, ormai del tutto immotivati allo studio, staccati dalla lezione frontale, priva di interesse.

    Inoltre mi risulta che non esiste una vera programmazione per ogni tipo di scuola, fatta da équipe specializzata, capace di coordinare il lavoro, di dare un segno specifico e tipico all'insegnamento e che i vecchi programmi hanno bisogno di tagli, che nessuno sa fare opportunamente, per cui i contenuti sono invariati da decenni e le lezioni ripetitive.

    I bambini, poi, quando entrano nella scuola elementare hanno già un loro sistema di comunicazione, in quanto ognuno di loro ha già avuto una visione di programmi televisivi di crca 5000 ore, in cui l'occhio si è abilitato a rilevare ciò che è macroscopicamente piacevole, mentre l'orecchio è stato disabituato all'ascolto reale, in uno stato di ricettività passiva.

    Mi risulta anche che lo stesso bambino arriva alla scuola media con circa 2000 parole, quasi tutte conosciute superficialmente senza referenze, con una struttura lessicale morfo-sintattica, inadeguata e sul piano nominale e verbale e su quello dei sistemi sintattici, inabile , quindi, alla costruzione del pensiero, ad una organizzazione tematica ed ad una normale esposizione, essendo incapace perfino di copiare e fare accostamenti logici, in quanto è mnemonico nello studio.

    Mi risulta infine che all'ingresso nelle Scuole Superiori lo stesso elemento presenta un numero di termini di poco più alto di quello precedente, sempre però, senza referenze e significato, che è ancora di più mnemonico, ancora incapace di operare e procedere razionalmente e funzionalmente e nel fare tema e nel leggere un racconto o poesia, inabile nelle conclusioni.

    E mi risulta che agli Esami di Stato molti esaminati non conoscono i significati delle parole chiavi, fanno errori di ortografia o di grammatica, non sanno minimamente dimostrare con argomentazioni né concludere secondo i normali processi di logica e di sintesi. D'altra parte noi insegnanti non possiamo dare abilità e capacità plurime, seppure dobbiamo avere una competenza professionale tale da guidare ed orientare il processo formativo dell'alunno, anche se così svantaggiato.

    Comunque, sarebbe necessario un nuovo sistema di reclutamento del personale docente, che dovrebbe essere formato dall'Università, aggiornato periodicamente, specie sul piano didattico e dovrebbe essere riqualificato nelle sue specifiche competenze sul piano socio-pedagogico-medico e su quello storico-culturale, oltre che letterario e scientifico, in relazione alle discipline. Ritengo, perciò, che, vista la situazione da parte degli alunni e da quella degli insegnanti, oltre che dall'angolazione dirigenziale programmatica e contenustica, la Scuola possa solo peggiorare, in quanto si incancreniranno i problemi e la politica ha interessi a mantenere così gli studenti e gli insegnanti, assistendo gli uni e gli altri senza capire che, così facendo, si azzera la cultura e con essa la vita stessa di una nazione.

    Ritengo, perciò, che, vista la politica, in Italia sia difficile perfino una pur piccola svolta, anche se ci sono deboli segni nel campo della sperimentazione linguistica e si possono cogliere dei nuovi approcci sulla base della lettura testuale e non più della insulsa ricerca, ma sono solo palliativi, irrilevanti in un problema così complesso come quello scolastico. Ogni tentativo serio è stato sempre vanificato da altre politiche, tese a soddisfare ora gli alunni, i genitori, gli insegnanti spinti ad aggiornarsi e a seguire tecniche avanzate sia sul piano delle conoscenze che su quelle della valutazione, in modo da dare una formazione migliore al ragazzo, senza, però, motivarli con una adeguata retribuzione. Comunque, siamo sul piano dello spontaneismo privato e lontani da una rivoluzione scolastica, necessaria ai fini di un effettivo cambio di tendenze di orientamenti e di formazione.


    L'Italia dell'analfabetismo

    Il martire giudaico

    rabbi Aqiva'


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    Il martire ebraico

    Per Filone (De Abrahamo,50,51,201 e De Sacrificiis Abelis et Caini, 6,7,43) Isacco è l?emblema del martire, di colui che testimonia la fede, sacrificando se stesso, accettando di morire.

    Il filosofo considera Isacco l?uomo, tramite il quale, anche Abramo, il padre, testimonia la sua fede come massima fiducia in Dio, suo protettore e suo amico, oltre che garante della sua stirpe (Legum allegoriae,III, 228; De migratione Abrahami 44;De Posteritate Caini,173).

    Filone, comunque, legge Abramo ed Isacco non solo come sacrificante e vittima, ma come padre e figlio, univoci nella volontà di essere fedeli a Dio e perciò martures testimoni della loro fede nel proprio Dio, seppure in forme diverse.

    Il primo, inoltre, avendo la caratteristica del migratore, grazie alla migrazione, ha acquisito la saggezza tanto da essere il filosofo per eccellenza, tanto da essere l?astronomo, colui che indaga il cielo, colui che è ritenuto l?unico capace di vedere e di parlare con Dio, di esserne amico e quindi di sacrificare a lui; il secondo rappresenta, invece, la figura dell?uomo naturalmente perfetto in quanto autodidatta, figlio di Dio e di Sara, la conoscenza, quindi espressione della gioia e della sapienza infusa, naturale espressione di conoscenza, come fede saldissima e come intuizione pura dell?invisibile, tanto da essere la perfezione morale al massimo grado, ma anche la vittima innocente, agnello stesso sacrificale.

    Il sacrificio di Isacco sul monte Moria, accettato dal padre, che non discute sulla volontà di Dio, che esige il figlio come vittima anche se ha promesso varie volte una discendenza sterminata tramite quello stesso figlio unigenito, ora destinato a morte, diventa espressione di martirio e per i figlio e per il padre, uomini di fede cieca.

    Per questo la tradizione talmudica vede come basilare l?agedat Itzaq ( la legatura di Isacco) ai fini della lettura del significato di martirio, che, dunque, è inteso sempre come manifestazione di una volontà di morte o di accettazione della morte in difesa della Legge, da parte di un giovane (uomo) che preferisce la morte alla trasgressione della volontà divina e quindi della Legge: la sua morte in quanto Martirio connota e sottende, perciò, il sacrificio della vita come testimonianza di fede.

    Isacco è prototipo di martirio come anche Abramo, ma Isacco è emblema dello stesso popolo.

    Il mondo giudaico ha molti esempi di martirio sostanzialmente diversi, ma tutti con questa connotazione: il giudaismo di qualsiasi credo ed in qualsiasi epoca, parla esplicitamente di martirio quando c?è un persecutore, un tiranno che, imponendo una legge ingiusta, vuole che ci sia trasgressione della Torah e quindi non lascia al giusto altra via se non il sacrificio della vita.

    C'è, inoltre, implicito in ogni martirio che anche il persecutore o chi ha auctoritas è fedele strumento della volontà di Dio, come conscio o inconscio strumento di una giustizia divina, utile per l'economia della salvezza umana.

    Compito dei saggi è quello di capire in anticipo questa logica divina universale e presentare in situazione di persecuzione il modello di martus da dare al popolo come paradigma, come esempio, in quel particolare momento storico.

    Perciò, a seconda dell?epoca storica e del persecutore, il giudaismo presenta un suo martire che, comunque, ha le stesse caratteristiche in quanto uomo che si oppone all?autorità, preferendo la morte alla vita: i saggi predicando e dando l?esempio, per primi, affrontano coraggiosamente il tiranno e, quindi, ogni conseguenza della loro opposizione; il popolo, specie i giovani, è spinto alla morte dalla volontà di non trasgredire la Legge.

    Si stabilisce, quindi , un vincolo tra i saggi e il popolo indistruttibile che è fecondo al momento della opposizione armata o di passiva accettazione della morte.

    Perciò, ancora, ad ogni rosh hashanah, si legge l?agedat Itzaq che simboleggia il martirio; vengono letti in vari momenti i passi della Bibbia, specie quelli di Esdra e Neemia, quelli di Ester , quelli del I e II Maccabei e varie parti dei Talmudim.

    La tradizione giudaica, comunque, ha anche in Filone e in Giuseppe Flavio, nonostante le differenze con la tradizione Talmudica, molti episodi di martirio, come esempi lodati e dal teologo e dallo storico, in epoca romano-ellenistica, che, pur avendo tradito il giudaismo, tuttavia, erano ammirati di fronte alla determinata volontà di morte del martire giudaico.

    In Sanhedrin (89b Talmud bauli ) si legge che al comando di Dio di legare il figlio, Abramo chiede spiegazioni circa il termine figlio avendo lui, oltre ad Isacco, anche Ismael, natogli da Agar.

    E? una difesa umana, inconscia, tipica di Abramo, padre che sente la lacerazione di fronte alla richiesta divina: a Dio che lo invita a prendere il suo unico figlio il patriarca, pur sollecito, tergiversa e dice che per ogni madre il figlio è unico sia per Sara che per Agar.

    Allora Dio specifica ordinando di prendere il figlio, quello che lui ama.

    Ed Abramo, sempre timoroso e già sofferente per lo strazio del proprio animo, dice che lui ama tutti e due i suoi figli, senza mostrare la sua predilezione, secondo le leggi della umana paternità.

    Allora Dio dice espressamente Va a prendere tuo figlio, il tuo unico, quello che ami, e nomina Isacco.

    Noi leggendo l?episodio narrato dai maestri talmudici, oggi pensiamo al sacrificio di un padre che è comandato di uccidere il proprio figlio, alla sua fede in Dio, che pur ha promesso una generazione infinita grazie al quel figlio, che ora impone che sia immolato: possiamo capire effettivamente la testimonianza di martire e il valore del martirio.

    Da qui possiamo rilevare la differenza con il martirio classicamente connotato dall'angolazione delle auctoritates: nella legatura di Isacco il legatore in quanto sacerdote e tiranno prende coscienza, macerandosi nel dolore, della necessitas sacrificatoria, nell'accettazione del naturale destino di male umano, in ogni altro martirio, invece, esiste una doppia via quella del male e quella del bene in cui, di norma, l'auctoritas pubblica è carnefice e il suddito è vittima che, comunque, si riconciliano all'atto sacrificale: martus e carnefice invertono i ruoli in quanto il primo consegue gloria ed ha ricompensa divina, il secondo denigrazione, rimorso per tutta la vita con punizione finale: il contrasto umano si risolve in Dio che riequilibra ogni cosa col tempo, a tempo opportuno.

    Due diverse visioni di giustizia ebraica: una arcaica mesopotamica ed una moderna romano-ellenistica.

    La legatura di Isacco in Israel ha anche un altro significato, oltre a quello primario dall?angolazione paterna.

    Legatura di Isacco vale martirio per cui il martire equivale a qadosh ed è connesso con Qiddush ha shem (santificazione del Nome) in una santificazione della vittima, del figlio che accetta di immolarsi.

    L?atto di fede di Abramo che lega il figlio come un agnello, lo depone sull?altare sacrificale, intenzionato ad ucciderlo, ha significato di martirio in quanto Abramo è santo come anche il figlio destinato al sacrificio, perché ambedue fidano in Dio: essi sono ambedue martiri, testimoni edim, di timore e di amore verso Dio anche se Isacco, poi, non muore ed Abramo non sacrifica il figlio: il sacrificio è solo una rappresentazione sacrificale di una rito arcaico, forse funzionale in tempi remoti.

    Il martirio giudaico è quindi non una storia del martire ma una fiducia illimitata e cieca in Dio che fa la storia: ogni atto di fede diventa martirio, ogni santificazione del nome di Dio è martirio di fronte ad un' autorità laica, che si contrappone e che vieta il culto divino.

    Capire questo non è facile ma si può, se si legge Sanhedrin, dove viene immaginato il dialogo tra Dio ed Abramo che sintetizza una tradizione precedente culturale, sulla santificazione del Nome e sul martirio; noi cristiani vediamo solo il martirio e quindi chi si sacrifica e l'atto del sacrificio e celebrando chi fa il sacrificio della vita condanniano il persecutore.

    Tutti i martiri giudaici di ogni epoca hanno un comune tratto distintivo nella fede in Dio per cui essi sacrificano la propria vita, ma sono diversi gli uni dagli altri, in quanto hanno ruoli e forme di martirio diversi ed appartengono a classi differenti a seconda anche dei tempi storici.

    Giuseppe Flavio mostra moltissimi dottori e popolani, legati come Isacco, come martiri che vanno al sacrificio della morte con gioia, facendo la storia del popolo di Dio specie in epoca romana, ma rifacendosi anche alle epoche precedenti e soprattutto al momento della desolazione nel periodo Seleucide, sotto Antioco IV Epifane.

    Il periodo che va dal 175 al 164 quando Giuda Maccabeo liberò il tempio dalla profanazione e stabilì 8 giorni di festa di riconsacrazione (festa di Hanukkah, Talmud Shabat 21 B) è memoria eterna di Israel.

    Sarebbe troppo lungo narrare i martiri giudaici nella lotta maccabaica antiseleucide e poi sotto i Romani, dal 63 a.C. al 135 d.C: noi rileviamo alcuni esempi significativi, trascurando qui quelli del periodo maccabaico ed asmoneo, limitandoci solo ad alcuni di quelli di matrice antiroana

    In Ant.Giud., XVII, 149- 159 e in Guer. Giud.I,648-650 , Flavio mostra due uomini istruiti, impareggiabili interpreti delle leggi, uomini cari al popolo in quanto educatori dei giovani e di tutti quelli che amano la virtù, Giuda di Sarifeo e Mattia di Margaloto.

    Al momento della malattia di Erode che aveva fatto porre l?aquila d?oro nel Tempio, essi decisero di distruggere le opere empie del re, che aveva edificato contro le leggi dei padri.

    Perciò convincevano i giovani a distruggerle l'aquila e ad ottenere dalle legge la ricompensa della loro pia opera.

    Essi sono disobbedienti alle autorità civili ed eccitano ad essere fedeli alla legge, affermando che Israele ha dovuto subire queste disgrazie a causa di Erode, che ha disprezzato la legge.

    Erode, nonostante la costruzione del tempio, è filoromano e la sua elezione a re è illegittima per il popolo giudaico, che lo considera uomo di menzogna, perciò, indegno per il sistema aramaico di essere onorato come sovrano, e quindi uomo destinato alla morte, in quanto essere demoniaco, già morto, un morto-vivente.

    Ogni uomo fedele della legge è nemico di Erode (in quanto un suo possibile attentatore) e quindi risulta anche una vittima potenziale del re deciso ad uccidere chiunque gli si opponga.

    I saggi (farisei ed esseni) sono i sobillatori che aizzano contro il regime e contro i romani, protettori del regime erodiano, i fedeli, che accettano il martirio e che si preparano al martirio, dopo atti di purificazione, si immolano per la patria e per la legge.

    L?aquila d?oro fatta innalzare dal re, di notevole valore, era un' offesa alla tradizione patria: la legge, infatti, proibisce non solo di innalzare immagini, ma perfino di farle di qualsiasi materia, ma ancora di più di porle in Gerusalemme, città santa, specie nel tempio (anche se nella facciata esteriore), luogo sacro a Dio.

    Essi ordinano ai discepoli di gettare giù l?aquila anche se, così facendo, avrebbero messo se stessi e gli altri in pericolo di morte, perché essi devono preferire la preservazione e la salvaguardia del sistema di vita dei loro padri alla loro sicurezza personale e quindi desiderare la morte al piacere di vivere.

    Essi dicono: Voi guadagnerete fama e gloria, sarete lodati dai viventi e lascerete un ricordo presente della vostra vita alle future generazioni Ant. Giud. XVII, 152. (Le vostre anime diventeranno immortali e godranno di una felicità perpetua Guer.giud, I, 650).

    E così concludono: chi vive lontano dai pericoli non può evitare la morte naturale così quelli che lottano per la virtù fanno bene ad accettare il loro destino con lode ed onore quando lasciano questa vita: la morte è migliore quando corriamo dietro i pericoli per nobile causa e contemporaneamente otteniamo per i figli, parenti, uomini e donne il beneficio della gloria da noi conquistata.

    Essi sono bruciati dopo essersi difesi davanti al re, dimostrando il loro attaccamento alla fede, essendo esmpio di giustizia.

    Alla morte di Erode c?è guerriglia in tutta la Ioudaea, prima e dopo l?elezione di Archelao a Re di Giudea Idumea e Samaria e alla divisione con i fratelli Erode Antipa ( Galilea e Perea) e Filippo (Iturea, Traconitide Auranitide e Gaulanitide) e con la zia Salome (zona costiera), al momento dell?arrivo in Siria di Quintilio Varo e in Giudea di Sabino.

    Ci sono staseis (tumulti rivoluzionari) in Galilea ad opera di Giuda il gaulanita, il fondatore della setta degli Zeloti, in Idumea, di 2000 uomini militari che si oppongono ad Achiab, in Giudea di Atrongeo, in Perea di Simone che si proclama re coi suoi quattro fratelli.

    Nessuno riconosce l?autorità degli erodiani, tutti, chi in un modo chi in un altro, rifiutano di avere come padrone l?imperatore convinti che solo Dio sia il loro signore: tutti vanno incontro alla morte, pur di rimanere fedeli alle legge e ai costumi paterni: il nazionalismo zelotico è forma di martirio.

    Mentre Sabino fa il censimento-apografè, è osteggiato dagli zeloti che vedono il male nella stessa moneta con la figura dell?imperatore, come più tardi Quirinio che impone la riscossione dei tributi in relazione al censimento: è preferibile la morte alla vita.

    Nel 6 d.C. alla esautorazione di Archelao e al suo esilio a Vienne, la Galilea insorge e Giuda di nuovo è il paladino della riscossa nazionalista integralista, per cui viene martirizzato insieme ai suoi seguaci.

    In Antichità Giudaiche XVIII, 4-8 Flavio, parlando degli zeloti e di Giuda il gaulanita, mostra come questi, insieme al fariseo Sadoc, aveva iniziato la guerriglia intenzionato a ribellarsi e a rendere indipendente la Galilea, contestando la volontà romana di censire il popolo giudaico e di costringerlo al pagamento.

    C?è collaterale al movimento zelotico anche un altro, formato da goetes, uomini dotati di prestigio personale, taumaturgici, capaci di attirare folle e di portarle al martirio: il termine goes ha valore di mago in quanto sottende capacità manipolatorie e proprie di guaritori del fisico e dell?animo.

    Se per Giuda, dottore della legge, il censimento è un ulteriore passo verso la schiavitù, palese nel momento del pagamento per il goes , dopo l?avvenimento del censimento, la lotta antiromana, necessaria, deve essere preparata tramite la metanoia (conversione), una palingenesi (una cambiamento radicale di vita successivo) e una rinascita come segno di un sacrificio da martire.

    Se il linguaggio di Giuda è quello stesso dei precedenti (noi inizieremo a porre le basi della prosperità se avremo successo; in caso contrario avremo guadagnato onore e rinomanza per la nostra nobile aspirazione ed inoltre Dio sarà con noi il migliore aiuto ed egli favorirà l?impresa fino al successo tanto più se aderiremo col cuore e non indietreggeremo di fronte al sangue se sarà necessario) differente è quello di Giovanni il Battista e di Gesù, che sottendono un altro sistema di vita come preparazione alla morte da martire.

    Infatti per Flavio (Ant giud, XVIII,117) Giovanni, uomo buono, esortava i giudei ad una vita corretta, alla pratica della giustizia reciproca , alla pietà verso Dio, invitando a disporsi al battesimo che era ? un preliminare necessario non per guadagnare il perdono dai qualsiasi peccato commesso , ma come di una consacrazione del corpo così che l?anima fosse purificata da una condotta corretta.

    L?azione antierodiana di Giovanni il Battista portava a sedizione perché i giovani così formati, preparati ed addestrati militarmente (cfr Jehoshua o Jesous?) avrebbero potuto distruggere il potere del tetrarca che, quindi, pensò bene di prevenirlo e di imprigionarlo a Macheronte.( Ant.Giud.XVIII,119) per, infine, ucciderlo.

    Anche la comunità di Cafarnao di Gesù, un altro goes, discepolo del precedente, presenta la stesse caratteristiche di quella giovannea di cui ha lo stesso battesimo, come rinascita e tensione ad un?altra vita, come aspirazione al martirio, e come volontà di perdere la propria vita.

    La nostra ricostruzione del Malkuth ha questa connotazione militaristica nel particolare momento storico post seianeo, nel lasso di tempo 31-36.

    In seguito, le ribellioni giudaiche sono continue ed hanno un momento di estrema convulsione in epoca caligoliana.

    Nell?episodio della ribellione contro il decreto di Caligola, che aveva ordinato a Petronio, governatore di Siria, di porre il suo colosso nel tempio di Gerusalemme, tutto il popolo diventa martire ed è disposto al sacrifico della vita.

    Flavio ci mostra una processione popolare zelotica ben organizzata in sei file, che va fino a Tolemaide, dopo aver abbandonato case e campi per supplicare il governatore di non costringere a trasgredire iniquamente la Legge.

    Viene riportata la dichiarazione di un intero popolo che così si oppone all? o antikeimenos Caligola: Se tu ti proponi fermamente di introdurre ed innalzare l?immagine, fallo pure, ma prima devi uccidere noi tutti : per noi non è possibile sopravvivere di fronte ad azioni vietate da decisioni del nostro legislatore e dai nostri antenati, che prescrissero queste misure come leggi morali:.. poiché tu, Petronio, sei deciso a non trasgredire gli ordini di Gaio, noi siamo decisi a non trasgredire le dichiarazioni della legge; noi abbiamo posto la nostra fiducia nelle promesse di Dio e nei travagli dei nostri antenati, che finora non abbiamo mai trasgredito. Non sarà mai che ci inoltriamo in così grande malvagità da trasgredire con le nostre azioni la legge che ci lega al nostro bene, per paura della morte. Per custodire la legge dei nostri padri sopporteremo pazientemente tutto quello che ci aspetta, nella fiducia in tutti coloro, che sono determinati ad azzardare; vi è pure la speranza di prevalere poiché Dio sarà dalla nostra parte, se noi accogliamo il male per la sua gloria. Nelle umane faccende, la fortuna a volte, è da una parte, a volte da un?altra. Inoltre l?obbedienza a te attirerebbe su di noi l?accusa di vigliaccheria poiché equivarrebbe a coprire la nostra trasgressione della legge e allo stesso tempo incorreremmo nella severa collera di Dio: ed egli ai nostri occhi ha un peso assai più grande del potere di Gaio (XVIII,253-268).

    Tutti gli imperatori della casa giulia conoscono il reale pericolo del Giudaismo(Cfr Giudaismo romano, opera inedita,sito). Vitellio, governatore tiberiano lo ha già sperimentato, come prima Varo, Saturnino e Quirino, come i prefetti di Giudea da Coponio a Pilato.

    Petronio, caligoliano, con i suoi dubbi, lo mostra chiaramente: egli vide che non era facile( Ant.Giud. XVIII,269) fiaccare lo spirito giudaico e che per lui sarebbe stato impossibile senza una battaglia portare a termine gli ordini di Gaio ed innalzare la sua immagine. Ed invero sarebbe stato un massacro.

    Radunò, perciò, amici e servi a Tiberiade volendo quivi esaminare da vicino la situazione dei giudei: il consilium praefecti considerava che i giudei sapevano quale rischio corressero ma, nonostante ciò, avevano deciso di affrontare ogni male perché il trasgredire la legge era un male peggiore.

    Filone mostra però anche il rischio dei romani in Legatio ad Gaium (209-218) e così fotografa Petronio, che riflette circa il suo intervento:

    Petronio, conosciuto il contenuto della missiva (di Caligola), rimaneva perplesso e incapace di disobbedire per paura ? infatti sapeva come intollerabile non solo il non fare le cose comandate, ma anche il non farle subito - e tantomeno di indugiare con animo sereno.

    Sapeva infatti che i giudei avrebbero preferito subire piuttosto non una, ma mille morti, se fosse possibile, che accondiscendere a fare ciò che era loro proibito.

    Tutti gli uomini sono rispettosi dei propri costumi, ma specialmente la stirpe giudaica: infatti credono che le loro leggi siano state tramandate da oracoli divini e le imparano fin da bambini e ne portano impresse nei loro animi le immagini,

    poi sempre le studiano e le ammirano, stupiti come manifeste figure e forme, con i loro pensieri.

    Essi, pur essendo rispettosi anche degli stranieri ,non meno di quanto accettano i propri cittadini, però, ritengono come nemici gli altri che operano e vituperano le loro leggi ed aborrono, arricciando il pelo, (phrisso) dal fare qualsiasi cosa vietata dalle leggi, a tal punto che non possono essere indotti a cambiare, neppure con promesse di fortuna e di bene terreno.

    Essi hanno una venerazione per il tempio smisurata ed elevata: prova grandissima è questa. viene decretata morte inflessibile per coloro che oltrepassano i recinti interni ? infatti accolgono nei recinti esterni tutti quelli provenienti da ogni parte ? riservati solo per quelli della stessa razza.

    Petronio pensando fra sé queste cose era lento a intraprendere qualcosa avendo considerato quanto coraggio richiedesse un?azione così grande e avendo convocato, come nel sinedrio, tutti i pensieri del suo animo, interpretava il pensiero di ciascuno (Filone è l?ermeneuta; si ricordi! e perciò fa usare a Petronio gli stessi accorgimenti tecnici) e trovava tutti concordi

    (omognomonountas) : non bisognava innovare sulle cose sacre antiche, primo perché bisogna rispettare il diritto naturale e religioso, poi, perché c?era un pericolo imminente non solo da parte di Dio, ma anche da uomini maltrattati (epereazo): gli si presentava un pensiero della stirpe e di quanto fosse numerosa ( oson estin en poluanthropia . cfr Giudaismo romano, Caligola ed Erode Agrippa), non compresa come le altre, entro i confini di una regione, ma abitante quasi tutto il mondo, sparsa qua e là.

    Infatti è sparsa per tutti i continenti e le isole tanto che non sono di molto inferiori agli indigeni: non sarebbe stato troppo pericoloso affrontare tante diecine di migliaia di nemici? potrebbe capitare che essi che abitano tutte le terre si riuniscano e facciano a gara violenza e potrebbe nascere una guerra insuperabile, senza contare quelli che abitano la Giudea che sono innumerevoli, uomini fisicamente molto prestanti e spiritualmente coraggiosissimi, che hanno scelto di morire piuttosto che abbandonare i costumi patri, spinti da un pensiero, barbarico, per come direbbero alcuni calunniatori, liberale e nobile, per come è realmente.

    Lo atterrivano anche le forze di oltre Eufrate (Gli adiabeni di Izate e i babilonesi di Asineo cfr A. Filipponi, Giudaismo romano, inedito e J.Neusner, A history of the Jews in Babilonia, The parthian Period, 1965. D?altra parte nel 66-70 intervennero sia gli idumei che gli adiabeni in difesa del tempio. Guer. Giud. V,474 ;Ceagiras lo zoppo e suo eroismo;Antichità Giudaiche, XVIII 310-379 e XX 17-96): infatti sapeva che Babilonia e molte altre satrapie erano abitate da Giudei, non solo per sentito dire ma anche per averlo provato poiché da lì venivano inviati messi per il sacro denaro ogni anno, sotto forma di primizie, portanti gran quantità di oro e argento, riunita dai capi, al tempio, facendo cammini impervi accidentati ed aspri , che loro ritengono vie regie perché sembrano guidarli al culto religioso.

    Pertanto, era timoroso, come era naturale, che conosciuta questa nuova dedica, intraprendessero una spedizione, insorti di qua e di là, dopo aver congiunto le milizie e provocassero una sconfitta a loro, chiusi in mezzo e perciò era lento ed indugiava, preso da tali pensieri.

    Di nuovo è tratto da pensieri contrari e dice: è un comando di un signore ancora giovane che giudica utile(sumpheron) qualsiasi cosa egli possa volere, deciso a fare eseguire i decreti fatti una sola volta anche se molto nocivi, come uno che, avendo superato i limiti dell?uomo per superbia e tracotanza, si scrive tra gli dei; su di me pende la pena capitale sia che faccia ciò che mi è comandato che non lo faccia, ma se obbedisco nel corso della guerra l?evolversi sarà incerto; se invece mi oppongo ai decreti, la mia morte sarà spietata e convenuta ad opera di Gaio (Leg. Ad Gaium, 219-221).

    Filone aggiunge che alla guerra erano propensi molti romani suoi collaboratori nella amministrazione della Siria, che sapevano che su di essi il principe avrebbe incrudelito per primi come colpevoli che l?ordine non era stato eseguito.

    Flavio aggiunge:La preparazione della statua offriva spazio per una ricerca più meticolosa -infatti non fu inviata da Roma ? per volontà di Dio, credo, che proteggeva col suo favore i suoi dall?ingiuria- né comandò di prendere quella giudicata la migliore tra quelle di Siria , altrimenti sarebbe sorta rapidamente la guerra per la rapidità della violazione delle leggi.

    Avendo avuto dunque il tempo per la ricerca di un piano utile - infatti casi improvvisi e grandi , qualora capitano congiunti , fiaccano la razionalità - comanda che la preparazione fosse fatta in una delle regioni confinanti .

    Flavio mostra anche lui che la guerra quindi non sarebbe stata solo con i giudei di Palestina ma con tutti i giudei sparsi per il mondo.( Guer. Giud.,II,185-197).

    I notabili ( 273) fecero notare, inoltre, a Petronio che così non si poteva pagare il tributo, visto che non era stata seminata la terra e che quindi non ci sarebbe stato raccolto.

    Inoltre il proconsole di Siria doveva curare il vettovagliamento della flotta, che doveva portare Caligola in Alessandria per il suo trasferimento di capitale e quindi preparare nei porti di attracco le merci: la rivolta ebraica era ancora di più da evitare specie se da solo cinque anni era finita l?insurrezione di Gesù Cristo.

    Chiaramente per Filone e per Giuseppe Flavio i giudei resistenti a Petronio sono martures e quindi qadoshim come lo erano stati Giovanni e Gesù stesso.

    Flavio mostra altri martiri e santi prima della guerra antiromana del 66-73: sono i figli di Giuda Giacomo e Simone morti per la patria, anche se considerati lestai e altri di diversa formazione e anche orientamento politicoe chiama giusto (tzadiq-dikaios) Giacomo il fratello di Gesù, uomco che vivendo nel tempio lo controllava, avendo l'appaogio popolare in gerusalemme e quindi dominava l'area templare : senza di lui la regolarità delle feste gerosolomitane non poteva essre assicurato nonostante le forze militari dello strategos,satellite dei sadducei, nonostante la sorveglianza romana dalla torre Antonia.

    Il potere di Giacomo il giusto sul tempio per 26 anni apre un nuovo scenario nei rapporti con la Romanitas (specie con Fado, Tiberio Alessandro, Cumano, Felice) e coi sadducei anche per la presenza armata violenta dei sicari, martiri messianici, fedelissimi del fratello di Gesù, che dopo la morte del loro capo vanno alla morte, fidando in Dio sicuri nel premio per loro preparato dalla loro morte eroica.

    Giuseppe Flavio dopo la distruzione del tempio e di Geruslemme dà la colpa agli zeloti e ai sicari che hanno gettato questo seme, da cui sorse la lotta tra le fazioni, da cui derivarono massacri di concittadini ragguardevolissimi col pretesto di riordinare la cosa pubblica, anche perché i patrioti erano animati da fede ma anche da privati interessi.

    Lo storico mette insieme sadducei, come Anano di Anano e Gesù figlio di Gamala con patrioti come Eleazar di Giairo, Simone di Ghiora, Giovanni di Giscala, uomini di diverso credo politico, ma tutti oppositori dei romani, tutti integralisti, tutti uomini di Dio, tutti martures, testimoni col loro sacrificio della loro pietas: la morte per la patria è dimostrazione di conoscenza di un piano di Dio a cui non si sottraggono, come invece fece lo storico, che visse, destinato, pur tradendo, a tramandare e quindi ad essere testimone diverso, ma sempre martus nell'economia divina.

    Flavio mette sullo stesso livello anche i sicari sia di Palestina, dopo la sconfitta, che quelli venuti ad Alessandria ed uccisi dai confratelli giudei, che pur li avevano accolti, timorosi della repressione romana, su ordine del sinedrio locale.

    I giudei non avendo alcun padrone mortale professano di avere un solo dio e un solo padrone; perciò non possono accettare l?imperatore romano come altro signore: da qui il disprezzo della propria vita che è connesso con la salvezza della fede e con la certezza del premio eterno da parte di Dio.

    La loro serenità nell?affrontare la morte, come nel caso degli esseni e di tanti altri martiri giudaici diventa esemplare poi per il martire cristiano.

    I cristiani, che sono una setta giudaica, avevano seguito il modello di martiri ebraici che si erano immolati per la libertà dei confratelli, già nella insurrezione contro Traiano al momento dell?attacco a Petra e poi in quello successivo alla Partia, e nella rivoluzione contro Adriano, in epoca di Shimon bar Kokba.

    Questi aveva raccolto i giovani già educati dalla scuola di Jammia e preparati alla resistenza da rabbi Aqiva? e con loro aveva formato bande armate con cui era riuscito ad impadronirsi di parte del territorio Giudaico e a proclamare il Malkut, seguito forse anche dai discepoli di Simeone, patriarca di Gerusalemme, della famiglia di Gesù stesso.

    Rabbi Aqiva fu ucciso dopo la fine della rivoluzione, a seguito della presa di Betar e la sede patriarcale di Gerusalemme non fu più dei famigliari di Gesù e non ebbe più caratteristiche dinastiche.

    Il martirio di rabbi Aqiva, come quello di Giovanni il battista, di Gesù stesso e quello di Giacomo, certamente, è un modello per i cristiani del II secolo, come quello di Policarpo e di Ignazio: Rabbi Aqiva è un personaggio di primissima grandezza nel Giudaismo, è protagonista di tante storie e leggende.

    Dio avrebbe addirittura mandato Mosè alla scuola di rabbi Aqiva! il rabbi sarebbe entrato nel Pardes, nel giardino della mistica, insieme a tre compagni: Ben Azzai, Ben Zomà e Elishà Ben-Abuya.

    Dal trattato talmudico Chaghigà (14b): Ben Azzai guardò e morì; Ben Zomà guardò e impazzì; Elishà Ben-Abuya divenne eretico; l?unico che uscì in pace fu rabbi Aqiva.

    Il racconto, infine, della sua morte lo eleva a modello del martirio ebraico (si ricordi che aveva anche profetizzato la venuta del Messia e che aveva riconosciuto Shimon, figlio delle Stelle come Christos, ungendolo di persona).

    Della sua morte sono state tramandate due versioni, una nel Talmud babilonese e una nel Talmud di Gerusalemme, leggermente diverse.

    Quella tratta dal Talmud di Gerusalemme, trattato Sotà V,5 decrive la comunicazione tra il maestro e il giudice romano, tra un santo di Israele e un romano di pensiero stoico:

    ?Rabbi Aqiva stava subendo l?interrogatorio del crudele [romano] Tinneio Rufo, quando venne l?ora di recitare lo Shemà [preghiera che va recitata ad ore fisse della giornata]. Egli cominciò quindi la recitazione e rise. Rufo lo apostrofò: ?Vecchio, sei forse un mago, o uno che si fa beffe della sofferenza??. Aqiva rispose: ?Maledetto, non sono né un mago né uno che si fa beffe delle sofferenze, ma per tutta la vita ho letto questo versetto: ?Amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima e con tutte le tue forze?; io l?ho amato con tutto il mio cuore e con tutte le mie forze, ma non ho mai avuto la possibilità di adempiere la frase: ?E con tutta la tua anima?. E ora che questa opportunità mi si offre al momento di recitare lo Shemà, io non la prenderò? Per questo [lo] recitavo e ridevo?. Aqiva non fece in tempo a finire che la sua anima spirò?.

    Rabbi Aqiva può giustamente considerarsi il prototipo del martire rabbinico perché muore insegnando.

    Egli esprime compiutamente il pensiero della scuola di Ben Zaccai ,che aveva sostituito al culto del tempio lo studio impostandolo nella ricerca di Dio, come creatore di Storia come colui nel quale si amalgamano passato e presente e dove si chiude ogni circolo di derivazione umana, in una opposizione all'auctoritas romana, forza diabolica.

    La sublimazione di Rabbi Aqivà avviene con la morte.

    Il rabbi muore recitando lo Shemà (secondo l?altra versione) mentre pronuncia la parola ?echad? ? Uno, con la dalet scritta in carattere più grande

    La sua morte assume così un significato ancora più alto, in quanto ha valore simbolico come espressione compiuta del suo misticismo.

    Aqivà dunque riassume in sé tutte le tipologie del martire e di santo in quanto in lui confluiscono le esperienze di quasi due secoli di lotte antiromane.

    Isacco ed Aqivà sono emblemi di Israel eterno.


    Il martire giudaico

    To gumnasion

    Come era un ginnasio?


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    Gumnasion (to) era una vasta area di ogni grande città greca ed ellenistica ( Atene, Alessandria Pergamo, Efeso, ecc) affidata alla cura (epimeleia, epitrope) di un gumnasiarca, le cui funzioni già abbiamo precisato.

    Esso, posto di solito su una collina, era costituito da due quadrilateri, di cui l?uno era più in alto e più piccolo e l?altro, più in basso, ma molto più grande.

    Il primo era di norma un quadrato, il cui perimetro era di quattrocento metri circa, diverso a seconda della misura dello stadio oscillante da città e città.

    Era costituito da un quadriportico, di cui solo il portico a nord aveva una duplice fila di colonne mentre gli altri tre erano semplici, dove, però, c?erano sedili per filosofi maestri letterati che vi facevano scuola.

    Nel portico doppio c?era al centro l?ephebeion un?ampia sala con sedili, usata per la formazione fisico-militare ed anche intellettuale dei giovani di età tra i 18 e 20 anni. Alla sua destra c?era il corukeion dove c ?era il korucos (sacco contenente fichi o farina o grani o arena, una specie di rustico punching bag) con cui si esercitavano i pancraziastai (atleti che lottavano e si colpivano in un genere misto di combattimento di lotta e di pugilato ) e puktai (pugili).

    A fianco di questa stanza c?era il conisterion dove i lottatori già unti e spalmati da allenatori si cospargevano di sabbia e polvere in modo da asciugare il sudore senza avere conseguenze come raffreddori, bronchiti ecc. a fine gara, mentre all?angolo estremo destro c?era il bagno.

    A sinistra dell?ephebeion invece c?era elaiothesion, un ripostiglio dove si conservavano gli oli e gli unguenti per i massaggi fatti dai massaggiatori aleiptai (che potevano essere oltre che spalmatori anche allenatori che, nel frattempo, facevano fare esercizi preparatori). Contiguo a questo era il bagno freddo da cui, mediante un corridoio si arrivava all?angolo estremo sinistro dove c?era il bagno caldo, preceduto da un' anticamera detta propnigeion, che aveva davanti una stufa.

    Tutta l?area interna del quadrilatero era adibita agli esercizi fisici, ma talora anche al gioco della palla.

    Il secondo quadrilatero, di molto più spazioso, era costituito da tre portici e da uno stadio. La sua funzione era certamente per gli atleti corridori, ma anche per il passeggio in quanto era un' area mista di pista, di aiuole e di piante di conseguenza era adibito sia per gare atletiche che per il passeggio dei normali politai (cittadini).

    Di norma un cordolo esterno vicino alle due parti parallele era riservato ai cittadini che passeggiavano, mentre ad un livello più basso (circa mezzo metro) c?era lo Csustòs (dromos) porticato e colonnato coperto con pavimento ben levigato, usato come pista. Internamente ai due portici laterali c?erano aiuole per le passeggiate, tra cui si stendeva un parco formato di solito da platani, attraversato da viali in cui v?erano sedili in muratura . Lo stadio vero e proprio era costituito dallo spazio che si estendeva tra le aiuole e che accoglieva la folla desiderosa di vedere in azione gli atleti.


    To gumnasion

    enthousiasmòs

    scuola ed enthousiasmos


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    Enthousiasmòs comunicativo

    Funzione emotiva e sua utilizzazione pratica


    Situazione

    Passeggiando, un mattino, con un conoscente, parlo con lui ( uomo di cultura) con enthousiasmos di Caligola il sublime, opera storica da presentare all?Auditorium della nostra città ad un pubblico.

    Dico enfaticamente che, pur essendo un storico (grande), linguista conosciuto per titoli e corsi fatti sulla semantica, autore di libri più o meno noti, non ho avuto, comunque, a 70 anni, una vera pubblicazione.

    Anzi mi rammarico che i cinque volumi di Storia, intitolati Giudaismo romano non hanno ancora speranza di pubblicazione e che i romanzi (Mastreià, scritto nel 1994 e specie L?etermo e il regno, opera costruita secondo le regole più sofisticate della narrativa, scritta nel 1999) sono ancora nel cassetto, e specialmente soffro al pensiero di non dover vedere pubblicati Traduzione Note e Commenti di 35 libri di Filone e di 20 Libri di Antichià Giudaiche di Giuseppe Flavio, ed un lIbro di Stromateis di Clemente Alessandrino, frutto di un lavoro quarantennale.

    L?altro improvvisamente mi apostrofa mostrando segni di agitazione, nervosamente: tu vivi male! come fai sentire uno se parli della tua genialità e grandezza? Come tratti l?altro?.

    Rispondo che lui è in equivoco e che in effetti sto mandando un messaggio su una personale frustrazione e delusione in relazione all'età senile.

    Aggiungo che la comunicazione ha un altro circuito e che l'informazione centrale è sulla mia sofferenza, non sulla mia genialità, anche se ho piena coscienza della mia alta preparazione e della mole di lavoro fatto, di cui ho detto soltanto una parte.

    Tutto è vano anzi lui mi consiglia di riesaminare la fettuccia del mio parlato e di pensare alla ?reazione? dell?altro, messo in condizione di inferiorità.

    Mi scuso dicendo che sempre parlo ed ho parlato così entusiasticamente quando sono sul piano emotivo e che distinguo tra i piani comunicativi, ed aggiungo che sono un maestro di comunicazione, che ha insegnato le tecniche della comunicazione (di cui sono prova Leggiamo insieme? Ungaretti e l?Altra lingua l?altra storia) per decenni, avendo fatto corsi per insegnanti di scuola elementare e media ed abilitato, con incarico ministeriale, centinaia di professori (anche) in lingua latina già nel 1976.

    Al sentire il sintagma maestro di comunicazione ancor di più si è innervosito e, visto il turbamento, decido di non dire altro.

    Mi sono allontanato, dopo i saluti, triste, ripensando ad un collega che anni fa in piazza Matteotti, si mise a urlare quando, volendo parlare alla pari con me di letterarietà, improvvisamente, non riuscendo a capire la terminologia tecnica linguistica e il sistema semantico, se ne era andato, imprecando, lasciandomi di stucco, urlando io non capisco i termini!


    Altri ricordi

    Ed ho ripensato a tanti altri episodi, capitatimi a scuola con colleghi, con genitori e con alunni nel corso della mia lunga attività scolastica, agli inizi dell?anno, a causa del lavoro linguistico e del diverso modo di insegnare.

    Neanche voglio ricordare gli scontri durissimi con i presidi, del tutto incapaci di seguire una lezione tecnica e desiderosi di impormi di spiegare come gli altri insegnanti, secondo i programmi: io dicevo solo che, avendo un metodo, seguivo la mia strada e che volevo lavorare in pace e poi, a momento opportuno, avrebbero giudicato dai risultati.

    Dall?esame di tanti situazioni simili, capitatemi ad ogni inizio di anno scolastico, io avevo cercato, dopo lunghe meditazioni, delle strategie di difesa, invitando i genitori degli alunni ad incontri in una saletta di un bar per spiegare il metodo, le sue strutture significative, gli obiettivi e le finalità e il sistema valutativo, pagando le spese di consumazione per tutti.

    Ma, nonostante ciò, una (o due famiglie), contestando il metodo, andava dal preside, da cui ero richiamato a fare scuola secondo norma.

    Convinto di operare per il bene degli alunni e vedendo i risultati, sempre, avevo concluso, esaminando la situazione, che l'errore era nello spostare il punto dalla ricevenza all' emittenza.

    Infatti ritengo ancora che il ricevente crede chi parla simile a sé e perciò interpreta il suo pensiero secondo le sue strutture culturali in quanto emotivamente va oltre il messaggio, in una confusione della funzione emotiva dell?emittente con quella conativa del destinatario.

    Perciò dicevo a colleghi e a genitori che, come non si sentivano offesi da un ingegnere che, avendo fatto il progetto, approvato, in fase di realizzazione, non ammetteva interferenze e suggerimenti strutturali, così non dovevano giudicare me che, in corso di lavoro, non volevo intromissioni, ma dedideravo lavorare serenamente e che, comunque, avrei accettato critiche solo dopo le valutazioni finali, ad anno scolastico terminato.

    Anzi aggiungevo ridendo che quando il vecchio contadino in campagna mi spiegava come si potava, facendo esempi, io, da dilettante, ascoltavo quanto diceva e cercavo di imparare imitando i tagli magistrali da lui fatti, e ne lodavo la sua bravura. Dicevo pure che quando un muratore qualificato di prima mi mostrava come si faceva la volta di un arco, da mezza cucchiara cercavo di rifare, lavorando a lungo, sulla base del suo modello, in modo da impadronirmi con l?esercizio delle sue indicazioni esemplari e gli ero grato per l'insegnamento.

    Di norma invitavo i genitori ( ben acculturati) a seguire il corso delle lezioni dai quaderni dei figli e a studiare insieme a loro le tecniche linguistiche, aiutandoli negli esercizi,e a tenere presente la valutazione di base da me fatta, all'ingresso al Liceo.

    A volte, spazientito, dicevo concordando parzialmente con Schopenhauer, (Der handschriftliche Nachlass, vol.I p.186) (pur dissentendo dalle sue forme estremamente settarie, proprie di un classico, contrarie alla mia natura, comunista, impostata in senso paritario): ?la miserabilità dei più costringe i pochi uomini geniali o meritevoli di atteggiarsi come se ignorassero essi stessi il proprio valore e che di conseguenza non sapessero distinguere la mancanza di valore degli altri, solo a questa condizione la massa è disposta a sopportare i meriti. Da questa necessità ora si è fatta una virtù che si chiama modestia . E? un?ipocrisia che viene scusata dall?altrui miserabilità, la quale vuole essere trattata con riguardo?.


    Valutazione del fatto

    Ho sofferto per qualche minuto per quanto mi è successo di nuovo (a distanza di anni) dopo che, uscito dalla scuola e ritiratomi in campagna, mi sono tenuto a debita distanza dagli altri, pur seguitando a scrivere e a lavorare secondo le tecniche linguistiche. L'episodio mi ha turbato per la presunta invasione di campo, non tanto per l'attacco contro la mia persona, considerata fanatica, offesa già subita, regolare per un profano: ormai sono stabile contro le interpretazioni altrui, invecchiato in questi fraintendimenti specie di colleghi che, non conoscendo la potenza e la ricchezza del linguaggio, usano il lessico confondendo i piani e non hanno competenza referenziale.

    Persone di ben altra cultura si sono offese confrontandosi con me, col mio linguaggio, con le risultanze tecniche, espressione conclusiva formulata di un lungo lavoro!

    Sono cosciente, però, che le risultanze del lavoro, nonostante i frutti non copiosi, sono notevoli: alcuni alunni hanno, dopo anni, ben interiorizzato le lezioni; altri, pur avendo un buon ricordo dei lavori lessicali, morfosintattici e semantici, non sanno operare conformemente, non essendosi esercitati; pochi sono quelli rimasti immuni dal metodo proposto, in quanto per natura afunzionali ed irrazionali.

    Rifarei esattamente quanto ho fatto, ma cercherei forse una maggiore cooperazione coi colleghi, dopo un confronto pacato con le presidenze: comunque, mi dicono i colleghi che ciò anche oggi non sarebbe possibile, nonostante la funzione nuova dei dirigenti in quanto si è acuito il problema della comunicazione tra gli insegnanti (in gara tra loro per la cooperazione, pagata,col preside e col consiglio di Isitituto) e si è moltiplicata la difficolta di comunicazione tra docente e discente.

    Ritengo, comunque, che non sia facile valutare un lavoro continuo e costante, metodico di quaranta anni e che normale sia l'equivoco.

    E nei confronti degli altri, specie degli alunni, ho cercato di capire il perchè dicono quel che dicono e fanno quel che fanno, esaminando attentamente con metodo, lingua ed azioni, stando lontano, distaccato come se fosse estraneo, in una posizione neutrale, di estrema razionalita e di alto tecnicismo.

    Questa posizione di estraneità e di razionalismo, concluso il periodo di lavoro scolastico, aveva determinato un ritiro dalla vita cittadina e dalla politica quotidiana: avevo stabilito la strategia della solitudine e del lavoro in silenzio, senza confronti.

    Un ritiro superbo, potrebbe dire qualcuno.

    Una nuova forma di giudizio da parte di uno che professa l'epoché (astensione di giudizio), potrebbe aggiungere un altro.

    Ma, comunque, di norma, nonostante le condizioni di disagio, superando i contrasti, dialogando con la classe e con alcuni colleghi, avevo capito la differenza delle risposte dei singoli insegnanti, genitori ed alunni e le avevo classificate dopo lunghi esami, al fine di una ?Lezione? positiva e formativa.

    E così avevo formulato un criterio operativo in caso di insegnante ?geniale? che mandava un messaggio nuovo, coinvolgente in modo entusiastico, dando dei precisi preavvertimenti, utili ai fini didattici in un tentativo di formare un linguaggio univoco per un fruttifero lavoro.


    Avvertimenti

    Chi, dotato di enthousiasmos, comunica la propria scoperta, con metodo, deve sapere che necessariamente va incontro a tre situazioni differenti, a causa della recezione imperfetta dei fruitori, connessa con la loro personale cultura e sensibilità, perché il messaggio viene recepito, di norma, in modi diversi, riducibili, comunque, genericamente a tre casi.

    Necessita inzialmente, perciò, un lavoro sulla funzione fatica in modo da rettificare gli inconvenienti circa il canale per la migliore utilizzazione del messaggio, ma soprattutto è opportuno conoscere bene la funzione metalinguistica la quale presiede all' esame e all'analisi di ogni termine della fettuccia comunicativa e che appaia i due codici (quello dell'emittente e quello del destinatario), dopo una perfetta decodificazione e denotazione, in situazione, in relazione al contesto.


    I Caso.

    Se si comunica la propria esperienza sul piano emotivo, l?altro che ascolta, invece di partecipare e porsi sul piano dell?emittente, sentendo la superiorità del messaggio e del parlante, si prostra ponendosi in una condizione di estrema inferiorità, a seguito del paragone che istituisce tra il mondo di chi parla e il proprio mondo e lentamente, tutto preso dalla coscienza della propria (presunta) meschinità, si deprime, non segue, distoglie l?attenzione, e giunge ad un assenteismo apatico.

    Ne deriva che con soggetti simili, già condizionati da autoritarismo paternalistico, è opportuno schematizzare (specie se si trasmette cultura) il discorso, senza enthousiamos, facendo la lezione scheletrica, quasi matematica, basata su un solo termine, scritto alla lavagna in modo impersonale, come mero trasmettitore di sapere.

    Date le coordinate contestuali per la collocazione del termine, spiegatolo etimologicamente in quanto già situato nel sistema ordinato della propria progettazione e programmazione scolastica, come struttura minima, e quindi letto nel sistema generale operativo, vengono aggiunti altri quattro termini, utili ai fini della spiegazione di quello di base, facendo per ognuno la stessa decodificazione in senso denotativo e connotativo, in modo da aggiungere altri particolari a quanto già espresso in un ampliamento dell?area culturale del termine in oggetto, come dati aggiuntivi di varia natura secondo un processo tipico dei campi semantici e della famiglia lessicale per ottenere una vasta area semantica, per una operazione di semantizzazione.

    Fatta poi l?espansione ad ogni singolo termine, con altri iquattro nuclei, fissati con un solo termine ciascuno, fatta la decodificazione allo stesso modo, l?alunno deve tirare le risultanze alla fine del discorso e dare una risposta personale con una propria formulazione finale, da utilizzare per il prosieguo della comunicazione.

    L?alunno così è coinvolto in modo tecnico nelle operazioni di lavoro in quanto deve presentare una personale formulazione di quanto ha compreso, avendo lo schema dei 21 termini (nominalizzati) scritti alla lavagna in modo sintetico-riassuntivo.

    Si evita in questo modo la risposta emotiva (in quanto non ci sono confronti ideologici) e si coinvolge ogni allievo effettivamente nel lavoro.


    II Caso. Se l?emittente comunica e l?altro, ricevente, specie se connotato da entousiasmos, velleitario, non provato dalla costanza e continuità operativa, dal sacrificio ripetitivo esercitativo (o dotato di logicità non ben strutturata, o di intelligenza intuitiva o se mancante di effettive qualità intellettuali, ma ricco di astuzia) segue la logica del parlante in un paragone diretto con sé, come in una sfida, e quando si sente soccombere, schiacciato dal sapere del parlante, in preda ad emozione, giudica negativamente, vuole impedire perfino la parola, in un desiderio rabbioso di chiudere quella comunicazione, avendo rilevato, secondo i suoi parametri, la ?superbia? dell?emittente, misurato come enthousiastikos (divenuto sinonimo di euforico e saputo e simili).

    Soggetti siffatti, a tal punto, si disinteressano del tutto del messaggio ed arrivano non ad un rapporto-incontro,ma ad un rapporto-scontro, in cui rivelano chiaramente il loro disagio, dimostrando che addebitano agli altri ciò che essi stessi hanno e mal giudicano per come sono loro stessi, incapaci di pensare che l?altro, che parla, possa essere diverso da loro (il bue dice cornuto all'asino, la puttana dice prostituta alla mamma di famiglia, ecc.).

    Perciò nella fase esplosiva, tali persone boicottano il parlante, volendolo isolare, cercando di coinvolgere nella distrazione altri, diventando così protagoniste secondo la propria natura di divergenti, con atteggiamenti puerili.

    Se gli alunni di questa tipologia comprendono che non si comunica mescolando le due funzioni e quindi si procede non col confronto e col giudizio ma con l?ascolto e la registrazione mentale dei dati, in modo da capire per prima cosa il messaggio altrui ,?divino?(comunque), perché nuovo, è possibile mettere sullo stesso piano comunicativo i due agenti della comunicazione ed iniziare una vera collaborazione ed avere un reale rapporto comunicativo.

    E?, comunque, un lungo processo di chiarificazione personale, di oggettiva presa di coscienza da parte del divergente, che dall?esame oggettivo del proprio smodato procedere poetico, non logico, registrato come frutto del proprio intuito, da verificare, giunge anche lui a risultanze effettive sulla base di un lungo e paziente lavoro, guidato.

    Capire che ogni risultanza reale è frutto di lavoro non di intuizione diventa il primo passo verso l?erudizione e la formazione culturale.

    Il divergente deve essere seguito, comunque, nella sua divergenza, non ostacolato: di norma ha grandi potenzialità che però devono essere regolate, orientate e fatte confluire in relazione alla creatività del soggetto.

    Nel corso della mia vita ho registrato pochi divergenti, ho preferito lasciarli stare, dando, però, loro abilità tecniche di primo ordine in modo da limitare la loro aggressività, iniziale, ed attenuare l?enthousiasmos (enthousiao sono ispirato da una divinità) e l? euphoria (euphoreo sono ferace) nella fase iniziale e naturalmente ho fatto lezione tecnica e funzionale non emotiva.

    Solo in seguito ho eccitato lo stupore e il sano entusiasmo portandoli lentamente a fasi più alte per gradi: alunni di tale genere, ben guidati, sono ancora oggi i miei migliori allievi, estimatori e collaboratori.


    III Caso. Se l?emittente comunica e il ricevente dotato di enthousiamos, gradualmente sollecitato, ascolta desideroso di capire ulteriormente il messaggio, libero da pregiudizi e da condizionamenti familiari, culturali e religiosi, conscio solo di dover imparare e fiducioso in chi parla, segue il suo processo logico, decodificando seconda norma, e facendo gli opportuni esami morfosintattici, arriva alle stesse risultanze, senza interferire, allora è possibile un proficuo colloquio, che diventa un rapporto in cui la leadership verbale passa da un elemento all?altro, a turno, ambedue abilitati negli stessi processi operativi.

    Allora è possibile operare secondo paradigmi operativi, graduati a seconda delle situazioni e delle intelligenze dei discenti: il rapporto, proficuo, favorisce anche la crescita del docente. in quanto si è nell' area dell'insegnamento-apprendimento.

    La comunicazione è vera comunicazione,è rapporto, cioè un apporto continuo e reciproco, uno scambio di munera (doni) tra due cives paritari che si modificano continuamente, progressivamente.


    enthousiasmòs

    Benedetto XVI e la tradizione origeniana

    Ascetismo geronomiano


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    Il papa nel suo viaggio in Camerun ed Angola ha voluto propagandare l'ideale cristiano ed entrando nel terreno dell'efficacia delle misure sociali, mettendo insieme religione e società, ha parlato del valore della ragione, ridabendo il concetto della religione genuina.

    Egli intende come genuina quella religione che allarga l'orizzonte della comprensione umana e sta alla base di ogni autentica cultura. Essa rifiuta tutte le forme di violenza e di totalitarismo non solo per i principi di fede, ma anche in base alla retta ragione.

    In questa occasione il papa consegna al Presidente delle chiese del continente africano l'instrumentum laboris un documento di lavoro preparatorio dell'assemblea speciale del Sinodo dei vescovi di Africa da tenersi in Ottobre in Vaticano.

    Basilare sembra essere la ragione, un dono di Dio ... elevata mediante la rivelazione e la fede in Dio. Lungi dal pregiudicare la nostra capacità di comprendere noi stessi e il mondo, la dilata, lungi dal metterci contro il mondo, ci impegna in esso.

    Il papa aggiunge: credo che oggi un compito particolarmente urgente della religione è di rendere manifesto il vasto potenziale della ragione umana.

    Naturalmente coerente col suo magistero, il pontefice ha bollato il regno del denaro e le sue infiltrazioni in Africa, condannando tutti coloro che hanno il potere economico e gestiscono i beni.

    In un esame generale dei problemi dell'Africa l' Aids, piaga africana, viene rilevata esattamente e in un 'intervista viene posto il problema della non realistica e non efficace posizione della Chiesa Cattolica in Africa.

    Non è una critica ma solo un'osservazione sulla metodologia della Chiesa, fatta da una voce francese

    ( P. Lombardi: E ora, diamo di nuovo la parola ad una voce francese: è il nostro collega Philippe Visseyrias di France 2:


    Domanda: Santità, tra i molti mali che travagliano l'Africa, vi è anche e in particolare quello della diffusione dell'Aids. La posizione della Chiesa cattolica sul modo di lottare contro di esso viene spesso considerata non realistica e non efficace. Lei affronterà questo tema, durante il viaggio? Très Saint Père, Vous serait-il possible de répondre en français à cette question? )


    (Viene riportata di seguito la risposta, trascritta da Radio Vaticana)

    Questa la risposta del papa: Lei parla bene italiano ? Dunque, io direi il contrario.

    Penso che la realtà più efficiente, più presente, più forte della lotta contro l?Aids sia proprio la Chiesa cattolica, con i suoi movimenti, con le sue diverse realtà. Penso alla Comunità di Sant?Egidio che fa tanto ? visibilmente e anche invisibilmente ? per la lotta contro l?Aids, ai Camilliani, tante altre cose, a tutte le suore che sono a disposizione dei malati ? Il papa. rispondendo, non mette affatto in discussione, dunque, l'operato della Chiesa, ma rilevando l'esatto contrario dice che la Chiesa è la realtà più efficiente, più presente e più forte nella lotta contro l'Aids e porta come prove esemplari l'azione della Comunità S.Egidio e dei Camilliani e delle suore in una (pur giustificata ) esaltazione del lavoro cattolico.

    Poi aggiunge:

    Direi che non si può superare questo problema dell?Aids solo con soldi. Sono necessari, ma se non c?è l?anima che li sappia applicare, non aiutano, non si può superare con la distribuzione di preservativi: al contrario, aumentano il problema.

    Per il papa il problema dell'Aids non si può superare solo con i soldi: egli, pur rilevandone la necessità, anche se non aiutano, se non c' è anima, ritiene che la malattia non si può superare solo con la distribuzione dei preservativi, che invece ne aumentano la gravità.

    E conclude dicendo che la soluzione è duplice, secondo la dottrina della Chiesa, basata sulla umanizzazione della sessualità con due diverse strategie comportamentali (amicizia per i sofferenti e disponibilità al sacrifico verso chi soffre).

    Insomma il male dell'Aids è rapportato con la positività del bene cristiano: al vizio si contrappone la virtù, al male il bene, secondo una logica manichea e con una ideale impostazione caritativa (che copre un giro di affari miliardario e che comporta interventi speculativi di vario genere, velati, come indegni di una moralis autentica).

    Queste le sue parole esatte

    La soluzione può essere solo una duplice: la prima, una umanizzazione della sessualità, cioè un rinnovo spirituale e umano che porti con sé un nuovo modo di comportarsi l?uno con l?altro, e secondo, una vera amicizia anche e soprattutto per le persone sofferenti, una disponibilità, anche con sacrifici, con rinunce personali, per essere con i sofferenti. E questi sono i fattori che aiutano e che portano con sé anche veri e visibili progressi.

    Perciò, direi questa nostra duplice forza di rinnovare l?uomo interiormente, di dargli forza spirituale e umana per un comportamento giusto nei confronti del proprio corpo e dell?altro, e questa capacità di soffrire con i sofferenti, di rimanere presente nelle situazioni di prova. Mi sembra la giusta risposta, e la Chiesa fa questo e così offre un contributo grandissimo ed importante. Ringraziamo tutti coloro che lo fanno).

    Il pontefice ritiene, dunque, che puntare essenzialmente sulla più ampia diffusione dei preservativi non è la via migliore per contrastare il flagello dell'Aids, anche se mostra di aver chiaro il problema africano, di conoscere la moralis del continente, il sistema morale dell'africano, anche perché quotidianamente sommerso da relazioni missionarie e dalla attività di S. Egidio, che aiuta i sieropositvi ed insegna come prevenire il contagio senza far uso del condom.

    L'atteggiamento, quindi, del pontefice è idealista in quanto si rileva su un piano generale il problema che deve essere affrontato alla radice e quindi estirpata l'animalità sessuale africana e corretta secondo le norme cristiane, in una promozione della persona e della figura della donna al fine di formare una societas christiana.

    In effetti la linea del papa è quella origeniana, in relazione con la tradizione ebraica biblica.

    Il papa ha espresso giustamente il suo pensiero in modo razionale, funzionale e non ha certamente negato l'uso dei preservativi, ben memore della lezione di Suor Emmanuelle al papa Giovanni Paolo II, silenzioso di fronte alle affermazioni della religiosa: non so fare altro che dare preservativi, davanti alla proliferazione del male.(Lettera di Suor Emmanuelle a papa Giovanni Paolo II, invitato non solo ad autorizzare ma ad incentivare l'uso dei preservativci agli africani)

    C'è, comunque, un vizio (di forma) connesso con la tradizione cristiano-cattolica, quello di procedere secondo la logica tradizionale per la soluzione di un problema quotidiano, credendo possibile che ci sia effettivamente un nesso profondo tra theoria e prassi e che l'azione in effetti traduca il pensiero in atto: l'uomo non è compreso solo tra bene e male né la sua azione è catalogabile in buona o cattiva ma c'è in ogni atto umano una miriade di soluzioni interne, che hanno una varietà di modi e di comportamenti che oscillano verso una delle due forme, così manicheamente descritte.

    Ne deriva che ogni definizione dell'azione umana è inadeguata ed inesatta, come perciò ogni intervento su di esso, specie se chi interviene è influenzato, condizionato da una tradizione secolare di integralismo religioso in senso antipagano, in una volontà di estremizzare i valori secondo una ragione che giustifica ogni frase dei Vangeli di Christos e delle Lettere di Paolo, ben legata alla cultura biblica ebraica.

    Chiaramente parlare di ragione in questi termini non è ragionevole, necessariamente fa perdere quella immediatezza di intervento, opportuna in situazione, procrastinando i tempi, in una speranza di una palingenesi cristiana africana, di una metanoia (cambio di mentalità) che richiede secoli, dopo un corretto cammino e un avvio, in relazione allo studio situazionale di ogni etnia, rilevata nella sua peculiare natura.

    Parlare di ragione ed affidarsi alla soluzione di un problema sociale e ad ideologie del passato, ad un concezione della religione, del sistema e della vita religiosa, in una proposta sottesa dell'ideale monastico del cristianesimo del IV secolo professato dapprima in modo ereticale dai montanisti e da Origene e poi riproposto da Gerolamo di Stridone al tempo di Damaso e di Siricio, non è attuabile: verginità e castità, due forme puritane ed oltranziste, comuni con alcune frange ebraiche, divenute poi proprie di quasi tutta la cultura islamica, possono significare oggi un attardamento con una inversione eccessivamente tradizionale in modo da radicare ideologicamente l' Africa secondo formule, dimostratesi troppo rigide per l'Occidente anche per la cultura romano-ellenistica e poi bizantina, in una volontà di colonizzarla secondo i nostri stessi errori, già nella sua prima fase cristiana, corrispondente ( superficialmente) a quella geronomiana.

    Benedetto come theologos ha subito il fascino della cultura eremitica della fine del IV e dell'inzio del V secolo, di cui Gerolamo è espressione nonostante la questione delle agapete.

    Questi nella Lettera a Pammachio (2 ) dice: alcuni mi accusano di essere stato eccessivo nei libri contro Gioviniano sia nel lodare le vergini sia nel dileggiare le donne sposate e dicono che equivale in un certo senso ad una condanna del matrimonio esaltare la castità a tal punto che sembri non essere lasciato margine di confronto tra vergine e moglie. Se ben ricordo la questione tra Gioviniano e noi, c''è stata questa disputa: egli considera il matrimonio allo stesso livello della verginità noi lo poniamo al di sotto, egli dice che c'è poca differenza o nessuna noi diciamo che ce ne è molta

    Altrove il santo afferma che egli mostra i tre gradi , quello della verginità. quello della vedovanza e quello della continenza e del matrimonio (seguendo grosso modo Tertulliano, De exortatione castitatis 1), riprendendo Origene, che era giunto alla feroce determinazione dell'evirazione per essere eunuco del Signore, seguendo anche Ambrogio (De viduis,1) ed Agostino e le varie forme di anacorismo e di ascetismo.

    Girolamo nel periodo romano aveva portato avanti un programma ascetico che aveva come base la verginità della donna.

    Contro di Lui un certo Elvidio discepolo di Assenzio vescovo di Milano fino al 374, imitatore di Simmaco, si era opposto in modo netto e lo aveva ostacolato nei suoi disegni di nuova evangelizzazione. Questi aveva cercato di dimostrare che la Madonna era stata vergine con Gesù, ma poi aveva avuto altri figli dal marito.

    Elvidio non voleva far franare tutta la costruzione abbattendo questo dogma (tale dopo il concilio di Efeso) ma voleva mostrare la possibilità di una normale vita alla pari di quella verginale; Gerolamo invece aveva acuito il problema dei montanisti, già amplificato da Tertulliano che, condannando il matrimonio. lo svalutava del tutto nei confronti della verginità elogiata.

    Per questo rigore montanista ed origeniano Gerolamo era stato osteggiato nel periodo romano e per questo egli, rifugiatosi a Bethlem, intorno al 392-3 scrive contro Elvidio e poi attacca anche Gioviniano, che ha scritto un libretto, in cui condanna l?ideale monastico geronimiano, anche se lui stesso vive da monaco.

    Secondo Gioviniano i mezzi per mortificare il corpo e per tendere all?ascetismo sono molti: il monaco non ritiene valida l'anakoresis di Gerolamo specie per la verginità, in quanto considera il matrimonio benedetto da Dio e altra forma di vera e positiva via ai fini della propria salvezza spirituale e giustamente porta a difesa del suo pensiero passi della Bibbia, del Vangelo e delle lettere paoline e della tradizione cristiana.

    Le tesi di Gioviniano sono sostanzialmente: Il cristiano avendo la fede, in quanto battezzato, è già sulla via della salvezza senza doversi preoccupare di essere sposato o essere monaco; dunque il cristiano, battezzato, può anche peccare e deve essere perdonato senza cadere definitivamente sotto il dominio del diavolo diventando captivus diaboli (da cui è derivato il nostro cattivo): il cristiano che si mortifica con sacrifici non è superiore a quello che vive normalmente la sua vita religiosa, procedendo anche con l'errore e vivendo la sua vita sessuale nel sacramento del matrimonio.

    Dio nel giorno del giudizio, infine, non fa differenze a seconda del sistema di vita, ma lo ricompensa egualmente.

    Il pensiero di Gerolamo è nel periodo bethlemita ancora più rigido e duro e perciò la sua risposta in Adversus Jovinianum è rigida e dogmatica, lontana da ogni moderazione, priva di ogni caritas cristiana.

    Infatti il santo ferocemente attacca e condanna Gioviniano considerato un grasso epicureo, simile all' epulone, relagato in mezzo alle fiamme, contrapposto a Lazzaro, immerso nella luce e gioia paradisiaca.

    Il monaco costringe Pammachio a denunciarlo al papa Siricio (successore di Damaso) che segue le sue idee e che

    nel sinodo di Roma lo condanna.

    L?opera di base è tertullianea, come quasi tutte le argomentazioni a favore della verginità ma ha anche un ferocia satirica indegna di un prelato nei confronti dell'eretico(?), sommerso da una fiumana di citazioni bibliche che, comunque, dimostrano la mancanza di prove e la nullità di argomentazioni effettive.

    Da lui si sentono offesi perfino gli amici (Pammachio ritira le copie mentre Domnione lo prega di correggersi) che pur sempre lo sostengono, vista la violenza verbale e e considerata la verginità osannata contro il valore del sacramento del matrimonio.

    In effetti di questo approfitta Pelagio che, giunto a Roma dalla Britannia, predica alla aristocrazia, ottenendo grande successo presso le donne (cfr. Lettere, 50).

    Le risposte di Gerolamo sono rigidissime: la lettura della 49 e della 50 è dura per la ottusa intransigenza del monaco. Anche la lettera a Paolino (53) e quella a Furia (54 sono sulla stessa lunghezza di onda.

    Ancora di più è pesante Adversus Vigilantium, in cui la sua ironia si sposa con l'arroganza della certezza delle sue idee come si rileva anche nella lettera 107 a Leta.

    Il pensiero di Gerolamo pervade anche la corte di Costantinopoli sotto Teodosio II: la sorella Pulcheria è la fedele espressione di una verginità gerononiana.

    La linea dunque tertullianea, origeniana, geronomiana e di frange costintinopolitane ha dominato a lungo ed è ritornata in certe applicazioni tridentine e riproposta in altre post moderniste ed è chiaramente impressa nella formazione di papa Ratzinger.

    Questi nel viaggio in Camerun ha parlato della necessità di una formazione cristiana secono le formule di verginità e di ascetismo quando la situazione africana della popolazione richiede ben altro: cambiare la mentalità africana è un obiettivo a lunga scadenza ma la realtà impone una continua attenzione al progredire dell'Aids e una concreta opera di contenimento e di sbarramento in attesa di un nuovo civis christianus africano: si rischia la fine di una etnia e quindi di operare nel deserto, senza più uomini, se non si trovano efficaci rimedi: ora non è tempo di formazioni, è tempo di interventi medici radicali o di leggi politiche che favoriscano un costante servizio di controllo e una massima attenzione alla potenza del male, da circoscrivere e da ridimensionare, anche grazie ad un aumento di capitali per la ricerca.

    Il discorso di Ratzinger come quello di Gerolamo (su cui ci siamo volutamente dilungati per meglio far comprendere il sistema di ragionare cattolico, puritano) tende a concludere con una domanda: obsecro te quid in hac dissertione peccavi? Ti scongiuro in che cosa errai in questa discussione?

    Il monaco è teorico e pensa teoricamente come Benedetto XVI, sicuro di non peccare : ora non bisogna pensare alle discussioni, ora si deve agire.

    Gerolamo partendo da I Corinti 7,9, già interpretato da Tertulliano in De exortatione castitatis 3,7-10 ? è meglio sposarsi che bruciare? aveva discusso, citando Paolo (vuole che le donne non sposate e le vedove restino senza aver rapporti sessuali e le richiama al suo esempio e le dice felici se rimangono così: ma se non sono in grado di stare in continenza e vogliono estinguere il fuoco della libidine non tanto con la continenza quanto con la fornicazione è meglio per loro sposarsi che bruciare ed aveva aggiunto Dunque è meglio sposarsi perché bruciare è peggio ed aveva precisato Se tu ci avessi insegnato che bruciare o fornicare è un bene allora si anteporrebbe il meglio , ma se bruciare è un male ciò che viene anteposto a questo male non appartiene a quella purezza schietta ed immacolata né a quella beatitudine che viene paragonata agli angeli. Se avessi detto è meglio essere vergine che sposata avrei anteposto al bene il meglio, ma se ho fatto un altro paragone è meglio sposarsi che fornicare lì non ho anteposto al bene il meglio, ma il bene al male e c?è molta differenza tra quel meglio che viene preferito al matrimonio e quel meglio che viene preferito alla fornicazione.

    Gerolamo si pone il problema di Utrum melius non quid restando sul piano teorico senza trattare di interventi concreti ed è preso dalla "discussione" non dal problema e delle sue conseguenze: viene la fine del mondo ( tanto attesa dai primi cristiani!) per estinzione dell'uomo, se tutti sono vergini!

    Gerolamo da retore cerca il meglio tra due cose non fra più e in modo astratto.

    Benedetto XVI allo stesso modo sceglie tra due non fra più e in modo astratto anche lui, credendo come il santo di aver risolto il problema con le indicazioni generali e generalizzate.

    L?Aids non si può superare con la distribuzione dei preservativi, che al contrario aumentano il problema, dice il papa.

    Crede nella umanizzazione della sessualità cioè in un rinnovamento spirituale e umano che porta con sé un nuovo modo di comportarsi l?uno con l?altro, pensando che la vera amicizia con i sofferenti dia un contributo grandissimo e importante.

    Sono però parole belle umanizzazione ed amicizia, nobili ma sempre parole equivoche per giunta, in quanto ognuno dà una sua interpretazione e una propria semantizzaione a seconda della propria ideologia.

    Benedetto XVI, comunque, vede che è meglio dei preservativi l?umanizzazione cristiana della sessualità e quindi un nuovo modo di comportarsi l?uno con l?altro che sottende anche una vera amicizia con le persone sofferenti: la scelta di un comportamento giusto rispetto a quello della scelta ingiusta di dare perservativi.

    Nella sua mente di pontefice educato secondo le strutture diairetiche ed oppositive è chiaro che la verità ha sempre un utrum oppositivo e contrastivo che diventa un aut aut in senso religioso o meglio una scelta tra due cose opposte, un procedere solo su una via, non dare altre possibilità, non adattamenti tali da consentire sia l?una che l?altra e tante altre forme intermedie.

    La logica christiana è sempre un rifiutare qualcosa ed aprirsi ad una sola direzione: questo rigidismo cristiano diventa un pericoloso intransigentismo ed esclusivismo e sottende un integralismo con oltranzismo.

    Gerolamo, come anche Agostino, ha, nonostante le diversità oggettive, un modo di essere sempre alla ricerca di un meditato scarto dell' altra via, il fare storia tagliando un ramo dell?albero come se sempre sorgessero solo due rami come se in natura non ci fosse un germogliare e pullulare multiforme, ma solo uno biforcuto.

    L'ordine, che egli dà , è in relazione alla sua ricerca sulla Bibbia e sui Vangeli e dimostra il diverso grado di acquisizione meritoria . secondo l'esempio di Ambrogio che, diversamente, paragonando vergini e matrimonio parla di frumento ed orzo (De viduis 13,81).

    La conclusione del papa è, comunque, moderata, propria del magistero della chiesa: ricreare la moralitas in relazione alle forze giovani africane.

    C'è implicita forse anche una qualche linea di modernismo?

    Il modernismo condannato dalla Pascendi di Pio X nel 1907 potrebbe aver insegnato qualche valore aggiunto con la volontà di armonizzare tradizione e cultura moderna e potrebbe dare qualche contributo al magistero della Chiesa in questo particolare momento storico tanto critico: un suo recupero potrebbe dare tanto, dopo oltre un secolo di condanna.


    Benedetto XVI e la tradizione origeniana

    semantizzazione

    semantizzare


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    Semantizzare


    Ognuno di noi semantizza (dà significato proprio ad un termine, che fa parte del codice linguistico convenzionale, comune ad un popolo) in relazione alla propria cultura, secondo idee convenzionali stratificate nel lessico, accolte genericamente, senza distinzione e senza riflessione, date come nozioni comuni ed universali come eide (idee) e come forme.

    Di esse avendo una propria rappresentazione immaginosa come eidola, ognuno le traduce in sue personali immagini.

    Il processo linguistico personale di acquisizione funzionale, nella sua convenzionalità, sottende però altri eidola che hanno sostanza (eidos) a seconda delle esperienze individuali di cui il termine è rappresentazione grafica o sonora per chi scrive o parla secendo i canoni di quella comune lingua, già codificata dal gruppo parlante.

    Il sistema convenzionale linguistico ha stabilito certi rapporti che non sono tali, se non in relazione a precise e segnate referenze personali, per cui ognuno dà un significato proprio, connesso con le sue specifice esperienze e crede che quella sia l?idea convenzionale, insita nel termine in questione, secondo l'asse significante-significato.

    Il discorso comunicativo secondo Platone presenta ambiguità ed equivocità di base, insolubile se chi comunica non stabilisce regole semantiche comuni secondo una rigorosa e scientifica oggettività, dopo aver appaiato il proprio codice con il destinatario e connesso, mediante la referenza, al significato il significante linguistico, la cui idea non ha relazioni se non riferite a un patrimonio comune culturale, che ha prodotto quella lingua ed ha permesso quella situazione comunicativa.

    Perciò ogni informazione ed ogni comunicazione hanno valore tra parlanti la stessa lingua, che hanno un codice convenzionale acquisito dalla nascita da ogni individuo di quel gruppo, che ha costituito quel codice: gli altri estranei a quella costruzione possono imparare quel codice ma, avendo un'altra cultura e un altro sistema di vita sotteso, entrano in conflitto in quanto nessun termine di una lingua equivale ad un altro di un altro codice: tra eidos ed eidolon c'è una sostanziale differenza di lettura e di interpretazione per cui ogni traduzione è sbagliata in quanto solo il nativo ha coscienza effettiva del rapporto convenzionale tra la lingua codificata secondo regole morfosintattiche e retoriche e le immagini sottese, relate alla esperienza del gruppo, che ha formalizzato il sistema linguistico.

    Nessuno estraneo a quel sistema linguistico, neanche dopo lunghissimo studio ed esercizio continuato grammaticale e logico, è in grado di tradurre in eide ed eidola quei segni lingusitici in un 'altra lingua che ha un codice diverso differente per strutture e e per logica e, fondamentalmente. per referenza.

    La referenza non è mai univoca in quanto è connessa con i giochi retorici connessi con i segni linguistici del codice convenzionali e con i processi logici proprio della maggiore o minore funzionalità di quel popolo, che ha quella lingua; essa non è solo l'esperienza articolata nel segno convenzionale e nella sua area lessicale della stessa radice ma va oltre il termine e ha una valenza significativa propria dei campi semantici avendo da una parte un'attinenza con il significante e da un'altra con la signficatività.

    Questa doppia valenza signficantica e significativa avendo valore complessivo di area semantica comporta un' ambiguità già nell'ambito stesso della lingua di uno stesso popolo in quanto si ha una stabilità lessicale significantica ma si ha una variabilità significativa personale non univoca, data la diversità di relazione individuale con la realtà.

    Perciò ta onta non sono oggettivamente quelle cose che sono in realtà (ta eont0s onta), ma sono quelle che appaiono ad ogni individuo (ta phainomena) che dà precise propri contenuti in relazione alle personali esperienze usando il medesimo lessico e servendosi di un proprio stile crea sua propria poetica, irripetibile ed unica, tipica di una personalità completa e compiuta che esprime i propri contenuti con un suo sistema tecnico linguistico.

    Nella comunicazione, infatti, ci si accorge dell?equivoco di ogni termine quando ogni incontro con un altro diventa uno scontro in quanto i due che comunicano hanno due livelli differenti culturali e quindi due forme linguistiche differenti anche se parlano la stessa lingua, perché il codice di ognuno si è costituito in relazione ad una specifica semantizzazione individuale, relata alla formazione personale, pur rimanendo nello stesso codice comune, che sottende eide generiche, vaghe.

    Perciò quando dobbiamo parlare, dobbiamo preoccuparci di appaiare il nostro codice a quello dell?altro, stando in ascolto nella fase di ricevenza in modo da capire se le semantizzazioni altrui sono sullo stesso piano, cioè dobbiamo vedere se le immagini sono comuni oppure divergono e come divergono pur usando lo stesso termine.

    Insomma in quei pochi minuti di ascolto dobbiamo rilevare se le cose sottese all'eidos,tradotte in azioni equivalgono alle nostre o sono solo parole di cui l'altro si sreve in senso nominale senza averne effettiva conoscenza.

    Senza questa verifica il parlare è ozioso e risulta una perdita di tempo: i due parlano inutilmente: la comunicazione non avviene perché i due sono su due piani diversi.

    Inoltre semantizzare significa conoscere la realtà che si conosce come espertenza concreta di vita, come patrimonio personale e proprio: solo se l'eesperienza è inttata , non toccata da interpertazioni e da intermediari è reale e vitale ed è cotningente a reali situazioni.

    Ogni conoscenza umana è connessa a due azioni congiunte quella di analisi e di sintesi: diacrisis e syncrisis sono due operazioni che congiunte hanno una efficacia, distinte, danno risultanze parziali, unilaterali.

    Perciò solo se si sa tagliare, dividere, selezionare, analizzare e poi tirare conclusioni e da tante conclusioni arrivare a parziali sintesi si può effettivamente conseguire qualche risultato scientifico conoscitivo, come frutto sintetico parziale suscettibile di ulteriori e progressivi ampliamenti e miglioramenti, prodotto di un lungo e continuato lavoro, risultato di una faticosa askesis (esercizio).

    Le operazioni di temnein (tagliare) e di diairein sono fondamentali per ogni azione conclusiva e sintetica: ogni linguista (per non parlare di Platone, degli stoici , degli epicurei e degli scettici ) è convinto che il linguaggio umano può avere valore solo se si va oltre la convenzione e si scava nell'area semantica di ogni termine: senza la preventiva azione analitica sfugge ad ogni individuo il valore della termine in quanto ognuno di noi, educato alla confusione è rimasto troppo a lungo nella sincresi confusionale in uno stadio tra logos e muthos, quindi in fase irrazionale.

    Ciò è dovuto al fatto che le operazioni di distinzione e di analisi sono fatte al fine contemporaneo di una sostanziale riunificazione ideale, che trova nella riduzione all'unitarietà concettuale grazie alla specifica azione di riportare ogni cosa all'unità (sunagein e sunoran eis en) la sua completa realizzazione, in una concezione mistica.

    Infatti la sostanza materiale e quella logica del termine si fondono e confondono in quanto l'unità dell'en kata ten ulen e dell'en kata ton logon, avendo due ambiti diversi rimandano a due mondi differenti e non si congiungono effettivamente se non nella convenzione formale e perciò il segno linguistico diventa da ambiguo, equivoco, perchè molteplice, data la varietà concettuale e la multiforme lettura.

    Ora la comunicazione di un solo termine non è possibile nemmeno ad uno della stessa lingua, se non si ha in comune la stessa sostanza lessicale, lo stesso eidos (idea) circa quello stesso significante così scritto ed ordinatamente disposto e la stessa referenza connessa con la situazione, in cui si verifica il fatto comunicativo relato ad uno specifico episodio ben definito nel contesto storico e geografico, data la diversità di eidola (immagini).

    La comunicazione diventa ancora più ardua con elementi di diverso codice. già separati da diversità linguistiche e da diversità concettuali.

    Dunque, se è difficile, equivoco, (quasi impossibile) comunicare perfino solo un termine, immaginiamoci quanto sia ancora più arduo comunicare due termini collegati, formanti un sintagma signficativo: per anni ho dovuto lavorare solo su un termine e poi, dopo che si era costituito un vocabolario comune sono passato sul sintagma ed infine sull?enunciato semplice, dopo avere mostrato la struttura profonda e la struttura superficiale dell?enunciato composto e complesso in una semplificazione enunciativa e spesso alla sola nominalizzazione. Ne deriva che sono molto scettico quando parlo in penso sempre di non essere capitoo di essere frainteso per cui riduco all'essenziale la comunicazione anche informativa.

    Nessun emittente è in grado di spiegare ciò che dice ad un destinatario perchè la sua esperienza di vita singola seppure oggettivata, lo rende unico: ha bisogno di effettiva decifrazione e lettura tecnica, cosa che non può avvenire in un incontro personale o in una conferenza o in una comunicazione di massa, dove devono valere la forma e la retorica, in relazione ai fini.

    Equivoco è ogni linguaggio specie se filosofico, artistico, poetico ed anche quello scientifico, nonostante il rigore e l'esattezza matematica, risulta, date le dimostrazioni concettuali, una deformazione della realtà.

    Educare alla lingua tecnicamente e alla semantizzazione in modo da poter conoscere l'altro in relazione alla conoscenza personale ed individuale sono già due momenti formativi innovativi che permettono una comune storia, una comune conoscenza del patrimonio linguistico e della phusis, senza mediazione, come scoperta sempre nuova, come esperienza vitale e come estatica ascesa individuale.

    Sono però solo momenti di un lungo percorso in cui la parola assume un rilievo formativo integrale, in senso mistico.


    semantizzazione

    De optimo genere interpretandi

    La traduzione per Girolamo


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    Girolamo e la traduzione



    La lettera LVII di Girolamo a Pammachio è un vero trattato sulla traduzione.

    Essa si divide in 13 paragrafi

    La lettera è tipica espressione di un? artificialità retorica, in cui è facile rintracciare la formazione di Girolamo, discepolo di Gregorio di Nazianzo e quindi della scuola del Didaskaleion di Alessandria.

    Per dare un segno della retoricità dell?opera di Girolamo mi sembra opportuno rilevare attentamente il sistema di semantizzazione della conclusione connessa con la grammaticizzazione: da una parte, anche se in una porzione limitata, si capisce tutto il sistema operativo del grande interprete e da un?altra la sua logica apocalittica

    La conclusione della lettera si divide in 5 periodi, in cui l?insieme risulta molto organico in quanto il piano di contenuti è ben legato a quello dell?espressione: il santo sintetizza quasi tutto il pensiero in una volontà di scusarsi per la lunghezza della lettera, connessa con la misura del dolore, per essere stato chiamato e definito falsario

    In questa dimostrazione conclusiva evidenzia lo stato di commossa tristezza perché il suo pensiero è stato dilaniato in muliebri dispute: eppure lui ha cancellato l?accusa e non l?ha ricambiata, cristianamente.

    Egli, infatti, è fiducioso nel superiore giudizio di Pammachio, che capisce le querimonie e i preziosi lamenti degli avversari .

    Questo costituisce la pars media del suo pensiero conclusivo.

    La chiusura è, da una parte, in relazione all?incipit e, da un?altra, alla pars media in quanto proclama che ha desiderio di scrivere commentari biblici e non filippiche, insomma egli tende a mostrare la sua superiorità biblica rispetto agli avversari, ciceronianie classici

    Girolamo si pone su un gradino più elevato, come di chi è vicino a morte e non ha più pensieri umani e velleità letterarie mostrando di essere su di un?altra dimensione rispetto agli avversari ma è un artificio letterario): egli è già in attesa della morte e del giudizio divino e perciò fa opera pietosa e non accusatoria.

    Infatti la struttura del sistema conclusivo di Girolamo è costituita da segmenti ben collegati fra loro in modo da produrre un effetto patetico sul lettore e di attirare il consenso universale, congiunto a quello del giudice, scontato, data l?amicizia.

    Da Clemente alessandrino ad Origene ad Eusebio e ai tre cappadoci questo procedimento efficace, ma fittizio, risulta un comune sistema conclusivo in cui la vecchiaia, la morte e il giudizio divino liberano gli scriventi dalla loro umanità e li consacra già all ?eternità.

    Fatta questa premessa al fine di mostrare come Girolamo retoricamente proceda e come sia proiettato in senso spirituale ai fini di una edificazione morale e di una lectio di pietas, iniziamo la lettura della lettera.

    Avvertiamo però che tutta la lettera dice esattamente il contrario di quello che afferma Girolamo: lui vuole dimostrare che è ormai in Dio ed è scevro da affetti umani e libero da ripicche e da protagonismi, ma in effetti lui è irascibile, tutto pervaso di rabbia e tutto preso dal proprio io.

    La lettera si apre con un primo periodo espresso in modo paratattico, con l?anafora di excessi per evidenziare che lui, epistolografo, ha superato la lunghezza di una lettera ma non la misura del dolore espresso antiteticamente col chiasmo mensuram epistulae, doloris modum.

    Il secondo è un periodo complesso in cui egli parla di sé in prima persona (Vocor et dilanior ) in quanto definito falsario e fatto a brandelli tra spole e fusi di donnette ma crea il ritratto di persona che si accontenta di cancellare aspergendo l?accusa ( crimen abluere) senza ricambiarla (referre).

    Il terzo ha valore centrale nella costruzione generale del paragrafo perché l?autore sempre in prima persona si rimette al giudizio di Pammachio invitato a leggere la lettera in greco e in latino a prendere coscienza immediatamente delle ciance degli accusatori e del valore dei rimbrotti.

    Significativo il periodo complesso per la fiducia nel giudizio (arbitrio tuo) per la lettura e per la comprensione delle nenias et querellas, in cui spicca la metafora dell?aggettivo (pretiosas ).

    Il quarto anch?esso complesso è costituito da una proposizione principale mihi sufficit/ mi basta che precisa il punto di vista dell?autore, seguito da una infinitiva (amicum instruxisse carissimum iperbato), in cui instruo non ha solo valore di informare ma anche implica un fare una precisa costruzione logica e pertinente e da un ?altra (in cellulam latitantem diem tantum expectare iudicii ), in cui viene marcata l?attesa in cella soltanto del giorno del giudizio (sempre con iperbato per dare rilievo sia a tantum che ad iudicii ).

    E il quinto conclude, mostrando, sempre in enunciato complesso, il suo desiderio (opto) di scribere commentarios potius scripturarum quam Demostenis et Tullii Philippicas (in forma chiastica), dopo una protasi di I tipo (si fieri potest) e dopo una concessiva (etsi adversariii saevierint/ anche se gli avversari infuriano incrudelendo su di lui )

    La pecorella, a Betlehem, nella sua cella, desidera non scrivere difese contro i nemici, ma commentare la sacra parola: questo il suo reale pensiero, connesso con la volontà di attendere la morte.

    E? un discorso falso di un uomo falso che con la parola si fascia e vive un suo sogno, quello della verginità della donna e del celibato dell?uomo, in attesa della fine del mondo, come già espresso in Apologia a Pammachio lettera 49 ( cfr Benedetto XVI e la tradizione origeniana).

    Ho voluto leggere dalla fine questa lettera per mostrare come Girolamo parli e come scriva in modo da dare il giusto rilievo alle sue parole in un clima come quello del primo effettivo cristianesimo unificato e della coscienza di forzare i tempi per la venuta del Signore.

    Il Girolamo betlemita è convinto del ritorno del signore, della parousia: la divisione dell?impero in due sfere, dopo la morte di Teodosio, la pressione barbarica, la vittoria cristiana in tutta l?ecumene ellenistico, la dogmatizzazione evangelica ormai radicata dopo il concilio di Costantinopoli sono segni di un progressivo avvento del Signore

    Questo clima prepara e giustifica i tempi nuovi cristiani, che sono tempi di reazione antipagana e il grave integralismo religioso imposto dall?élite monastica specie in Oriente dove sono più chiari i segni di un ritorno del signore.

    Allora le persecuzioni antipagane, l?irrigidimento del credo nei confronti degli eretici, la ricerca di una sola fides diventano urgenze in un clima bigotto di cui è emblema la corte di Costantinopoli, dove alla morte dell?imperatore Arcadio, nel corso della reggenza per la minore età di Teodosio II, sempre più si avverte il senso della fine con l?avvento di una mentalità basata sul celibato e sulla verginità, instaurata da Pulcheria e dal suo team, che dominerà anche nel corso del regno del fratello.

    In Occidente, con Roma abbandonata, mentre Ravenna viene potenziata e resa capitale, si determina un nuovo corso storico in cui autorità religiosa ed autorità politica in conflitto saranno gli aghi di una nuova politica, che minerà la compattezza istituzionale occidentale, dove il pontificato romano comincerà la sua reale ascesa già con la potente figura di Damaso, nonostante la sua oscura immagine specie in senso finanziario e bancario.

    Infatti già è potenziata la struttura delle diokeseis con il papa dioichetes, la cui funzione principale è nell?amministrazione dei beni comunitari secondo una formula già funzionante nel III secolo, allineata secondo i canoni della caritas giudaica, della tzedaqah alessandrina, che aveva ben fuso il funzionamento amministrativo con la struttura militaristica: Roma dipende ormai chiaramente dal sistema alessandrino che viene potenziato proprio perché distante dal potere imperiale, seguendo il modello proprio del vescovo di Alessandria.

    Infatti la chiesa di Alessandria e il suo papa hanno una notevole autonomia: Cirillo di Alessandria ha lo stesso comportamento autocratico di Damaso tanto da risultare per la corte costantinopolitana un sovrano indipendente: dominare finanziariamente e violentemente grazie ad uomini armati sembra essere un sistema collaudato, grazie al predominio economico e alla gestione dei parabolani.

    Divenire papa è un grande affare per i cittadini che competono alla carica, come per un regno, ben consapevoli del doppio potere papale, esclusivo a livello locale sia a Roma che ad Alessandria.

    Avere il consenso della corte di Ravenna in Occidente per Roma e quello di Costantinopoli in Oriente per Alessandria è importante ma è più importante per i due papati avere già il controllo del potere finanziario e militare.

    Le eresie da combattere sono in relazione al potere civile ed economico e risultano una opposizione finanziaria e politica più che religiosa e morale: insomma la morale copre la politica.

    Ora la lettera di Girolamo sottende questa operazione e questo pensiero.

    Nel I paragrafo l'autore si difende dall'accusa di Rufino di incompetenza o di falsità (ignorantiam vel mendacium) ed ha la possibilità di dimostrare la sua verità effettiva davanti ad un amico dotto, capace di giudicare - episodio di Paolo e di re Agrippa II.

    Nel II viene mostrato l?episodio da cui derivano le accuse.

    Girolamo mostra che due anni prima della lettera ( scritta nel 395-396) il vescovo Epifanio aveva scritto una missiva per Giovanni, vescovo di Gerusalemme (386-417) in cui lo rimproverava circa alcune opinioni in materia di Fede e lo invitava benevolmente alla penitenza.

    Era questi un origeniano di grande valore, superiore per autorità a Girolamo che viveva a Betlemme.

    Lo scritto era anche piacevole e quindi andava a ruba in Palestina fra i monaci. Allora un suo confratello Eusebio di Cremona, non conoscendo il greco, prega Girolamo di tradurre la lettera in modo da poterla comprendere.

    Girolamo chiama uno stenografo (accito notario), detta in fretta e furia (raptim et celeriter) ed annota a fianco quale senso abbiano i vari paragrafi e, pregato Eusebio di non mostrare la copia con facilità, dato l?uso privato del lavoro, fatto solo per lui.

    Dopo 18 mesi, invece, la lettera passa dalla cassa del monastero di Eusebio a quella di Gerusalemme in quanto uno pseudo monaco o in cambio di denaro o per mala fede, fattosi Giuda traditore(Iudas ?proditor ), rubate le carte e i denari, dà occasione agli avversari di latrare contro di lui.

    Infatti alcuni accusano Girolamo come falsario (Me falsarium) e dicono che non traduce parola per parola ( me verbum non expressisse de verbo) e che ha tradotto carissimo invece di onorevole il termine aidesimotatos (reverendissimo).

    Il secondo paragrafo, dunque, è basilare per la comprensione del dissidio tra Girolamo e i suoi nemici.

    Dal terzo fino al sesto Girolamo si difende in vario modo.

    Dapprima fa una investigazione circa coloro che chiamano malitiam prudentiam e si pone alcuni interrogativi (da dove hanno tratto la lettera? chi l?ha presa? come non si vergognano a parlare, dopo aver fatto un misfatto? Non si può neppure avere segreta una cosa?)

    Segue la minaccia di denunciare i colpevoli perché la legge stabilisce una pena per il delatore, anche se giova al fisco (il profitto piace, l?intenzione dispiace/ lucrum vidilicet placet, voluntas displicet).

    Passa poi a mostrare esempi recenti e poi quelli del passato.

    L?imperatore Teodosio II (408-450) ha condannato l?ex console Esichio perché ha corrotto un segretario violando le carte del Patriarca giudeo Gamaliel, (390-415) che pur era a lui molto ostile.

    Ricorda il maestro dei Falisci, ricorda Fabrizio che rinvia il medico a Pirro e poi medita sulla condizione dei monaci che, pur seguaci di Cristo e viventi in pace, non sanno essere giusti, senza trovarsi in mezzo a guerre: essi cercano il loro utile al pari di ladri, briganti e pirati, come d?altra parte, fecero Kaifas e Annas.

    Passa poi nel 4 alla sfera privata, al sacrosanto diritto di avere una propria intimità e di poter fare azioni segrete e di essere padrone di ogni cosa finché non c?è la pubblicazione e quindi torna a porsi domande sulla non legittimità di azioni. come quella di corrompere servi, di spiare, di penetrare sotto varie forme nell?ambito altrui, come Zeus con Danae, specie se si accusa un altro di essere falsario, essendo (così facendo) di molto peggiori.

    Riflette poi che proprio nell?accusare il traduttore di fare errori o di omettere qualcosa, l?altro crede di non essere, per questo, eretico.

    Ed aggiunge: non dico questo perché so che tu sei eretico ? ma perché è cosa molto stupida che chi è accusato da uno incolpi un altro e col corpo trafitto da ogni parte cerchi sollievo, colpendo chi dorme.

    Nel 5 dopo una precisa distinzione, a seguito della sua proclamazione di tradurre gli autori greci liberamente (non rendendo la parola con la parola ma il senso col senso non verbum e verbo, sed sensum ? de sensu) tra le lettere greche e quelle delle Sacre Scritture, dove anche l?ordine delle parole è un mistero (ubi et verborum ordo mysterium est), afferma di aver seguito in questo l?esempio di Cicerone (traduttore di Protagora di Platone, Economico di Senofonte e le Orazioni di Eschine e Demostene, riportandone anche la prefazione di Academica 3,10. Dice anche di seguire Orazio nell?Ars poetica (133), Terenzio, Plauto e Cecilio.

    Insomma afferma di non curarsi di rendere parola per parola come un fidus interpres ed aggiunge che quella che i suoi maligni denigratori chiamano esattezza di traduzione (veritatem interpretationis), i dotti chiamano kakozelian ed adduce come prova la premessa, che ha fatto per la traduzione al Kronikon di Eusebio, scritta all'epoca di Costantinopoli, quando era discepolo di Gregorio di Nazianzo (380-81): ?E' difficile che uno che segue le linee tracciate da altri non se ne allontani in qualche punto ed è raro che quanto è detto bene in una lingua conservi la stessa bellezza in una traduzione: un concetto è stato espresso ricorrendo ad un solo termine: non ne ho uno mio con cui renderlo e nel tentativo di esprimerne pienamente il senso ,compio a fatica con un giro un breve tratto di strada. Ci sono inoltre le tortuosità degli iperbati le differenze dei casi, la varietà delle figure e da ultimo, per così dire, le caratteristiche peculiari della lingua (vernaculum linguae genus), se traduco alla lettera ne esce un suono assurdo, se, per necessità cambio qualcosa nella costruzione e nel linguaggio sembrerà che io sia venuto meno al mio compito di traduttore ... e se a qualcuno non pare che la grazia di una lingua risulti alterata da una traduzione renda alla lettera Omero in latino e dirò di più lo renda in prosa nella sua lingua originaria: vedrà che la costruzione risulta ridicola e che il più eloquente dei poeti riesce appena a parlare?.

    Sempre sullo stesso tema Girolamo, al fine di dimostrare che lui giustamente traduce non le parole ma i concetti (Non verba sed sententias), riporta la prefazione forse di Evagrio di Antiochia, suo amico, che aveva tradotto Vita Antonii di Atanasio : ?La traduzione letterale di una lingua in un'altra nasconde il senso, come se delle erbe lussureggianti soffocassero il seminato. Il discorso, infatti,quando resta schiavo dei casi e delle figure , protraendosi in lunghi giri, spiega stentatamente ciò che poteva indicare in poche parole. Cercando dunque di evitare questo difetto ho tradotto, su tua richiesta, il Sant 'Antonio in modo tale che niente manchi al senso anche se manca qualcosa delle parole. Altri vadano a caccia di sillabe e di lettere tu cerca i concetti?.

    Per ultimo cita Ilario di Poitiers, molte volte da lui lodato per l'eloquenza, traduttore del Commento a Giobbe di Origene e del Tractatus super salmos.

    Questi non si era, secondo Girolamo, legato alla lettera né tantomeno si era inflitto la tortura di tradurre in modo pedante come fanno i rustici, ma ha preso il senso e lo ha trasferito nella sua lingua victoris iure (secondo il diritto del vincitore).

    Sulla base dell'esempio di Ilario il confessore, Girolamo inizia ad esaminare, come gli scrittori profani ed ecclesiatici abbiano fatto nei testi sacri . Perciò dal 7 a 12 tratta dei sistemi di tradurre le sacre lettere e degli errori commessi o dei necessari cambi o delle omissioni da una parte o da un'altra, insomma della differenza di traduzione tra i vari traduttori della stessa lettera sacra-mysterium. Egli parla così solo per scusarsi o meglio per avere indulgenza della sua non buona traduzione della lettera di Epifanio: lui stesso riconosce le incongrunze tra le fonti bibliche ebraiche e quella dei Settanta e tra queste e gli evangelisti: egli dice che possano accusare di falso i profani, perchè empi, come Celso, Porfirio e Giuliano, ma non i sacerdoti e i monaci che, essendo della stessa fede, devono essere non critici con lui come non lo sono con gli altri, che hanno tradotto.

    Nel 7 Girolamo afferma che i Settanta, gli evangelisti e gli apostoli si comportano nel tradurre allo stesso suo modo. A tal proposito esamina dapprima Marco (5,41) che nella resurrezione della figlia di Giairo dice: Talitha cumi/alzati,fanciulla aggiungendo il suo significato io ti dico: fanciulla, Alzati.

    Egli afferma che non si può accusare di falsario Marco perché aggiunge io ti dico in quanto lo ha fatto per rendere il discorso più enfatico ( emphatikoteron) proprio di chi, parlando, comanda.

    Legge poi l? episodio narrato da Matteo(27,9-10) di Giuda che getta i denari d?argento, con cui poi fu comprato dai sacerdoti il campo del vasaio.

    Allora aggiunge l?evangelista, fu adempiuto quanto era scritto per mezzo del profeta Geremia il quale dice: e presero i trenta denari d?argento, il prezzo del venduto che mercanteggiarono dai figli di Israele e li diedero per il campo del vasaio, come mi aveva ordinato il signore.

    Girolamo dimostra che non esiste in Geremia alcun passo che testimoni ciò, ma esiste in Zaccaria anche se detto in modo diverso e in un contesto del tutto differente. Egli riporta la Vulgata (E dirò loro: se vi pare datemi il mio compenso, oppure dite di no: E pesarono il mio compenso: trenta denari d?argento. E il signore mi disse : Mettili nel crogiuolo e guarda se il metallo è provato , come io sono stato provato da loro : e presi i trenta denari d?argento e li misi nel crogiuolo della casa del mio Signore) e il testo ebraico ( E dissi loro: se è bene ai vostri occhi , portatemi il mio compenso ; se no lasciate stare. E pesarono il mio compenso : trenta denari d?argento. E il signore mi disse: gettala per lo statuario, la bella somma che sono stato valutato da essi: E presi i trenta denari d?argento e li gettai per lo statuario nella casa del signore. Dal confronto allora aggiunge senza entrare in merito alla probatio tipica azione dei nummularii e degli argentarii contro la falsificazione del denario nel peso dell?argento. Girolamo afferma che anche l?evangelista può essere definito falsario perché sbaglia anche il nome : l?evangelista non si curò,comunque, di andare a caccia di parole e di sillabe ma di rendere i concetti dogmatici (sententias dogmatum).

    Analizza poi un altro passo di Zaccaria(11,12-13), seguito secondo l?originale ebraico da Giovanni (19,37) Volgeranno lo sguardo a colui che hanno trafitto. Rileva che c?è discordanza tra i Settanta e l?evangelista da una parte e la versione della vulgata da un'altra, anche se c?è accordo di unità dello spirito ( spiritus unitate ).

    Per Girolamo l?evangelista Matteo (26,31), avendo attribuito le parole del profeta a Dio, è colpevole di sacrilegio secondo quando scrive che il Signore predice agli apostoli la fuga e conferma questo con un passo di Zaccaria (13,7 sta scritto; colpisci il pastore e le pecore si disperderanno).

    Infatti i settanta e il testo ebraico divergono da lui perché mostrano che non Dio ma il profeta prega Dio, suo padre : Colpisci il pastore e si disperderanno le pecore (Zac,13,7).

    Analizzando un altro passo di Matteo che è considerato non veritiero e troppo libero nella resa del testo ebraico evidenzia come su consiglio dell?angelo, Giuseppe fugge in Egitto e viene esortato a rimanerci finché non muore Erode perché così possa adempirsi quanto detto dal signore per mezzo del profeta: Dall?Egitto ho chiamato mio figlio l2,15).

    Per Girolamo i manoscritti della traduzione latina non hanno questo ma queto è nel profeta Osea dove è scritto secondo l?originale ebraico ( 11,1 Poiché israele era fanciullo, io l?ho amato e dall?Egitto ho chiamato mio figilo) e secondo i settanta ( Poiché Israele è un piccolo fanciullo io l?ho amato e dall?Egitto ho chiamato i suoi figli).

    Girolamo si pone il problema se sono da colpire come falsari i traduttori oppure se sono da perdonare secondo la parola di Giacomo fratello nella carne di Cristo in quanto il passo riguarda specificamente il mistero di Cristo (ad Christi maxime pertinet sacramentum), quel Giacomo, poco accetto alla gerarchia della Chiesa( perché poco disposta a riconoscere il rapporto di parentela con Cristo, nociva alla verginità della Madonna) Si cita la lettera di Giacomo che era stata sempre ripudiata e non inserita nei libri canonici, e che solo con Atanasio era stata alla fine accettata con riserva, data la particolare posizione del fratello nella carne di Gesù e considerati i problemi della sua controversia con Paolo e (quel che è più grave) la minaccia alla verginità di Maria (madre non solo del Cristo) (Cfr. Sito I due canoni).

    Comunque,viene citato Giacomo (3,2) prendendo la parte meno significativa del lungo pensiero del Giusto, fratello del Messia.

    Il pensiero di Giacomo tratto dalla sua epistola (3,2) non spiega esattamente quanto vuole dire Girolamo (Tutti sbagliamo in molte cose e se unonopn sbaglia nel parlare costui è un uomo perfetto, capace di tenere a freno tutto il corpo ) , impegnato nella disputa con uomini Logodaedali et fastidiosi aestimatores omnium tractatorum (artisti della parola e giudici fastidiosi di ogni trattato.

    E contro questi lancia una sfida traendo i termini sempre da Matteo (2,23), non fedele nella traduzione: venne ad abitare in una città che è chiamata Nazaret perché si adempisse ciò che è stato detto per mezzo del profeta : sarà chiamato nazareno chiedendo dove effettivamente si legge.

    Egli allora afferma senza alcuna reticenza: sappiamo che si trova in Isaia ( 11,1 secondo la Vulgata(ed uscirà un virgulto dalla radice di Iesse e un fiore spunterà dalla radice) tradotto dall?ebraico(E uscirà un virgulto dalla radice di Iesse e un nazareno crescerà dalla sua radice?. Egli quindi conclude circa l? omissione del passo da parte dei Settanta: Se non è lecito nel tradurre cambiare una parola è sacrilegio avere nascosto o ignorato il mistero(si non licet verbum trasferre pro verbo , sacrilegium est vel celasse vel ignorasse mysterium).

    Nell l'ottavo Girolamo esamina ancora Matteo (1,22-3 tutto questo avvenne perchè si adempisse ciò che era stato detto dal Signore per mezzo del profeta che dice: ecco una vergine avrà nel ventre e partorirà un filgio e di nome lo chameranno Emanuele) e lo mette a confronto con i Settanta(Isaia 7,14) ecco una vergine riceverà nel suo ventre e partorirà un figlio e di nome lo chamerete Emmanuele) la cui traduzione è diversa in due punti riceverà al posto di avrà e chiamerete al posto di chiameranno. E mettendo in relazione i due testi precedenti con quello della Veritas Hebraica (Ecco una vergine-non detto dall'autore- concepirà e partorirà un figlio e di nome lo chamerà Emanuele)senza mostrare il termine almah giovane donna - non betullah-vergine- aggiunge che a chiamarlo così non sara Achaz, che era accusato di mancanza di fede, non saranno i giudei che avrebbero rinnegato il signore ma sarà .. la stessa che lo concepirà, la stessa vergine che lo partorirà. Girolamo qui è veramente un falso che, pur sapendo la verità,la camuffa perché gia impegnato nella dimostarzione della verginità di Maria

    Insiste ad esaminare Matteo (2,5-6), suo bersaglio preferito, circa l'episodio dei Magi e di Erode che, radunati scribi e sacerdoti, indaga sul luogo di mnascita del messia avendone la seguente risposta: A Bethleem di Giuda ; così infatti è scritto nel profeta ; e tu Bethleem, terra di giuda, non sei affatto il più piccolo dei capoluoghi di Giuda, da te infatti nascerà il capo che deve reggere il mio popolo. Confronta il passo con quella dei Settanta(Michea,5,2 E tu, Bethleem , casa di Efrata , sei modesta per contare tra le milel di Giuda; da te uscirà uno per essere principe in Israele) e vede divergenza e nelle parole e nella costruzione .

    Fa poi notare che bisogna stupirsi se si confrontano ambedue con il testo ebraico( Michea,5,2E tu, Bethleem di Efrat, sei piccolina tra le mille di Giuda : da te uscirà colui che deve essre dominatore in Israele ) Rileva poi che a Bethleem considerata dall'evangelista terra di Giuda si oppone di Efrata del testo ebraico e di casa di Efrata dei Settanta. mostra invece la sostanziale opposizione tra tu non sei affatto il più piccolo tra i capoluoghi di Giuda del vangelo rispetto ai settanta sei modesta per contare tra le milele di Giuda e alla veritas Hebraica (sei piccolina tra le mille di Giuda) che nel senso concordano.Spiega poi che l'evangelista dice che Bethleem non è piccolina mentre è scritto che è piccolina e modesta ma tuttaivia da te , per me piccolina e modesta uscuirà il capo di Israele in relazione a quanto detto da Paolo (I Corinti 1,27 Dio ha scelto ciò che nel mondo è debole per confondere ciò che è forte... che deve reggere - o deve pascere- il mio popolo Israele)

    Girolamo sembra far intendere che il passo di Matteo, tradotto, dipenda da quello di Paolo e non viceversa, dando possibilità di ridatare il vangelo matteano (cfr Giacomo e Paolo).

    Completata la critica a Matteo e alla sua traduzione della Bibbia, mostrato che ha fatto ciò non per accusare gli evangelisti (opera questa degli empi Celso, Porfirio e Giuliano) ma solo per accusare di imperizia i miei critici ed ottenere la loro indulgennza (sed ut reprehensores meos arguam imperitiae et impetrem ab eis veniam) che concedono alle Sacre scritture.

    Passa ad esaminare Marco discepolo di Pietro e l'inzio del suo Vangelo ( Inizio del vangelo di Gesà Cristo. Come è scritto nel profeta Isaia: ecco io vi mando il mio angelo davanti a te: egli preparerà la tua strada. Voce di uno che grida nel deserto: preparate la strada del signore raddrizzate i suoi sentieri.

    Girolamo spiega che questo passo non è del solo Isaia ma è una sincresi di due profeti (Malachia ed Isaia) e precisa che Ecco io mando il mio angelo davantioa te : egli preparerà la tua strada è di Malachia (3,1) mentre voce di uno che grida nel deserto ecc. è di Isaia (40,3)

    Si pone il problema di come Marco abbia potuto fare questo (2,25-26) ma solo per chiedere ai suoi detrattori (chiamati imperita praesumptio) di risolvere questo piccolo quesito (hanc quaestiunculam). solo allora egli chiederà scusa per l'errore. Mostra poi Marco che parla del Salvatore che dice ai farisei. non avete mai letto ciò che ha fatto David quando si trovò in difficoltà ed ebbe fame, lui e i suoi compagni, come entrò nella casa di Dio sotto il pontefice Abiathar e mangiò i pani dell'offerta, di cui soltanto ai sacerdoti era permesso cibarsi? Dalla lettura di Samuele del testo ebraico corrispondente al I Re 21,1 della Vulgata e dei Settanta) dimostra che non c'è scritto Abiathar ma Achimelech il sacerdote che poi fu ucciso per ordine di Saul.

    Passa poi a Paolo(I corinti,2,8-9 Se infatti ne avessero avuto consocenza on avrebbero mai crocifisso il signore della gloria. Ma come è scritto,:ciò che occhio non vide, né orecchio udì, né entrò mai in cuore di uomo questo dio ha preparato per coloro che lo amano.

    Qui egli mostra che alcuni (forse Origene) vogliono mostrare che Paolo dipenda da apocrifi, dalle loro follie (deliramenta) e specificamente da Apocalisse di Elia (che è un testo ebraico del III secolo av.C. molto in voga con interpolazioni nel III d.C. in cui si tratta della Rivelazione di Michele circa il futuro e l'Anticristo, del viaggio di Elia in paradiso.e del Messia di nome Winon, che vittorioso contro Gigit, instaura il regno messianico), mentre è chiaramente legato al testo di Isaia ebraico,(64,4 Non l'hanno mai udito né sentito con le loro orecchie, tranne te, o dio, occhio non ha visto ciò che ha preparato per coloro che ti attendono) che non è stato ben reso dai Settanta (Non abbiamo mai udito ed i nostri occhi non hanno mai visto Dio tranne te,e le tue opere sono vere e farai misericordia a color che ti attendono).

    Girolamo invece afferma di comprendere bene da dove prende Paolo e dice; Intelligimus unde sumpsit testimonium anche se l'apostolo non ha reso parola per parola ma parafrasticamente (parafrastikos).

    Questa operazione parafrastica la ripete anche in Lettera ai Romani (9,33) quando cita un passo di Isaia (8,14 non incontrerete un sasso di inciampo ed una pietra di scandalo) discostandosi dalla Vulgata ma rimanendo attaccato al testo ebraico.

    Infatti nei Settanta il senso è opposto Non incontrerete un sasso di inciampo né pietra che vi faccia cadere: Pietro (2,7) concorda e con Paolo e col testo Ebraico : ma per coloro che non credono sasso di inciampo e pietra di scandalo.

    Da qui la conclusione di Girolamo nel 9: da tutti questi esempi è evidente che gli apostoli e gli evangelisti, nel tradurre le antiche scritture hanno ricercato il senso non le parole e che non si sono curati molto della costruzione e dei termini, visto che i concetti erano chiari.

    Nel 10 Girolamo passa a parlare di Luca, discepolo degli apostoli ed evangelista. Questi scrive di Stefano, primo martire, che dice ai giudei Con settantacinque anime Giaocbbe scese in Egitto e lì morirono lui e i nostri padri e furono trasportati in Sichem e furono posti nel sepolcro, che Abramo aveva comprato e pagato in denaro dai figli di Emmor figlio di Sichem.

    Dopo aver mostrato che questo passo è in Genesi 323 dove si parla di Abramo che comprò da Efron l'eteo, figlio di Saar nelle vicinanze di Ebron per quattrocento doppie dracme d'argento una grotta doppia ed il campo che la circondava e che lì seppelli Sara sua moglie. rileva (Genesi 33,18-20) che Giacobbe, tornando dalla Mesopotamia con le sue mogli e i suoi figli pose la tenda davanti a Sichem, città dei sichemiti che è nella terra di Canaan e che lì abitò dopo aver comprato la parte di campagna dove aveva le sue tende, da Emmor, padre di Sichem per cento agnelli e che lì eresse un altare ed invocò il Dio di Israele.

    Dimostra quindi che Abramo non comprò da Emmor padre di Sichem ma da Efron figlio di Saar e che non fu sepolto a Sichem ma ad Ebron nome distorto in Arboc, ed aggiunge che i dodici patriarchi non furono sepolti in Arboc ma in Sichem e che quel campo non fu comprato non da Abramo ma da Giacobbe.

    Dopo tali indicazioni non tira le conclusioni ma invita i detrattori a fare ricerca e a comprendere (quaerant et intelligant)che nelle Scritture non bisogna prendere in considerazione le parole ma il senso.

    Aggiunge poi che il Salmo 21 comincia con le stesse parole dette dal signore sulla croce: Heli Heli lama zabtani(21,2). che vengono tradotte Dio dio mio perché mi hai abbandonato ?

    Precisa che i Settanta hanno aggiunto in mezzo, guardami (respice me 21,2) e chiede ai detrattori che certamente essi lo spiegheranno, dicendo che il senso non ne risente per l'aggiunta di due parole (nihil in sensu damni esse, si duo verba sunt addita)

    Dunque, Girolamo conclude questa volta: Audiant et a me non periclitari ecclesiarum statum, si celeritate dictantis aliqua verba demiserim (Ascoltino che anch'io non ho messo a repentaglio lo stato delle chiese se, dettando in fretta, ho tralasciato qualche parola).

    Nell '11 Girolamo, dopo una premessa specifica, sembra puntare il suo esame sui Settanta ma in effetti attacca la traduzione di Aquila, che nel II secolo, in epoca adrianea, aveva fatto la traduzione della Bibbia. Infatti già nella premessa anticipa il suo pensiero mostrando come i Settanta siano stati liberi nella traduzione ed abbiano omesso a loro arbitrio molte cose, ma i passi negli esemplari sono contrasseganti da Obeli e da asterischi; coi primi i grammatci greci indicano un passo spurio o superfluo mentre con l'asterisco assicurano il lettore della genuinità di un passo incerto.

    Egli comunque rileva che gli ebrei ridono alla lettura di alcuni passi esempio: Beato chi ha discendenza in Sion e famiglia in geruisalemem (Isaia 31,9 )o Hanno creduto che queste cose fossero stabili e non fugaci (Amos 6,5).

    Queste sono giudicate re vera sensus rhetoricus et declamatio tulliana ( rasi davvero retoriche e declamazione ciceroniana)

    Girolamo ha comunque stima della traduzione dei settana che era in voga nelle chiese orientali in cui non c'erano tali aggiunte e tante altre cose simili: egli rileba contraddizioni ed aggiunte o omissioni rispetto al testo ebraico ed afferma che gli occorrerebbero infiniti libri per la dimostrazione di tali aggiunte nel caso che lo volesse fare.

    Egli però dice che ci sono gli asterischi che mettono in guardia e soprattutto la sua traduzioen ed è perciò suffciente che un lettore diligente li confronti con la versione della tradizione: Essa ebbe prevalenza anche al tempo degli apostoli che la usarono nei passi che non si discostano dal testo ebraico.

    E quindi veniva tradotta ogni cosa in quanto Aquila, essendo un proselito giudaico, rendeva in greco specificamente il Vecchio testamento condannato da Origene da Eusebio da Epifanio ed ora da Girolamo per la sua traduzione letterale verbum e verbo senza trascurare neppure l'articolo e il prearticolo, facendo opera troppo pedissequa.

    Egli tentò di tradurre non solo le parole ma anche le etimologie e perciò egli non è accettato dalle Chiese. Infatti dice: "chi potrebbe in luogo di frumento vino ed olio leggere e comprendere parole come cheuma, oporismos, stilpnotes che noi possiamo esprimere con versamento, raccolta di frutti e splendore o dato che gli ebrei hanno non solo gli articoli ma anche i prearticoli potrebbe tradurre come lui, kakozelos (con cattivo gusto) anche le silalbe e le lettere e dire col cielo e con la terra cosa che la lingua latina e greca non possono ammettere" in quanto esse rendono senza con /sun col solo accusativo.

    La sua conclusione è: quante sono le espressioni che in greco risultano felici, ma, una volta tradotte alla lettera, in latino non suonano bene e, al contrario, quelle che piacciono a noi, se vengono tradotte secondo l'ordine delle parole, non piaceranno a loro!

    Nel 12 si rivolge all'amico, il più cristiano di tutti i nobili, il più nobile di tutti i cristiani: a lui sottone le critiche a lui fatte da Rufinoe e dal vescovo di Gerusalemme mostrando quali siano le falsificazioni facendo vedere l'incipit della lettera greca e della sua traduzione e riportando le critiche stesse degli avversari.

    Il testo: edei hmas ,agaphte,mh th oihsei ton klhron pheresthai (la traduzione: sarebbe opportuno ,carissimo, che non non facessimo cattivo uso dell'onore che ci viene dalla condizione nostra di chierici montando in superbia) la critica: " Ecco, quante falsità in un'unica piccola riga! Innazitutto agaphtos è caro non carissimo ; poi oihsis significa opinione non superbia- non ha detto infatti oihmati ma oihsei: il primo termine suona gonfiezza il secondo giudizio - e tutto quel che segue non facessimo uso cattivo dell'onore che ci viene dalla nsotra condizione di chierici montando in superbia è tuo".

    Segue la sua ironica indignatio espressa in vario modo: con sarcasmo definisce Rufino un pilastro delle lettere un Aristarco (famoso grammatico alessandrino) abile a trinciare giudizi su tutti gli scrittori; con ironica allusione alle punizioni sostenute nel tirocinio scolastico ripete una frase di Giovenale ( (1,15 sottratto spesso la mano alla bacchetta); o si finge un pessimo timoniere che si incaglia all'uscita del porto riprendendo un passo di Quintiliano ( IV,1,6 pessimus certe gubernator qui navem dum portu egreditur impegit).

    Poi con malcelata parodia invita Rufino a correggerlo e a tradurre parola per parola riconoscendo che è umano l'errare e che l'errore è tipico di chi è saggio: chiunque tu sia, o censore, ti scongiuro, correggimi tu, o maestro e traduci parola pr parola.

    Aggiunge: avresti dovuto dire: sarebbe stato opportuno, mio caro non essere trascinati dall'opinione dei chierici

    Con un poliptoto (haec hic) mostra che questa è eloquenza plautina, che questa è eleganza attica degna di essere paragonata all'eloquio delle Muse.

    Lui. invece, può dire con un proverbio popolare (ci rimette olio e spese chi manda il bue in palestra ) che ci ha rimesso solo le spese per fare esercizio inutile.

    E' una massima di grande efficacia!


    De optimo genere interpretandi

    Alziamo la testa e guardiamo al cielo

    Forse con Planck nuove risultanze spazio-temporali


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    Alziamo la testa e guardiamo al Cielo

    Lettera al sindaco di S. Benedetto del Tronto per promuovere la cultura scientifica in città, in Provincia e in Regione: forse da un punto nero con Planck ed Herschel verranno una nuova cultura spazio-temporale ed un'altra verità, rilevata quasi al momento della nascita dell'universo.


    Caro Sindaco,

    inizia l?impresa spaziale più grande di ogni tempo il 6 Maggio da Kourou, in Guyana Francese: RENO MANDOLESI, un sambenedettese, ne è il principal investigator.

    Parte Planck insieme ad Herschel, per cartografare l?universo e fotografare la luce, emanata 14 miliardi di anni fa, al momento della sua nascita.

    Il 6 Maggio 2009 inizia l?impresa di Planck e di Herschel.

    Planck è il primo satellite europeo, impegnato per lo studio dell?irradiamento (irraggiamento) microonde cosmico.

    Sarà inviato nello spazio a bordo di un razzo Ariane 5, a partire dalla base di lancio Esa a Korou in Guyana francese.

    Il satellite trasporta due strumenti: lo Strumento alta frequenza (LFI )e lo Strumento bassa frequenza(HFI).

    Insieme questi strumenti vanno a spazzare l?universo alla ricerca di una larga gamma di frequenze con una sensibilità 10 volte superiore a quella delle sonde precedenti.

    L?obiettivo è di cartografare l?irradiamento cosmico di fondo e di analizzare in modo molto preciso le anisotropie (disuguaglianze) di temperatura.

    Queste misure dovrebbero permettere ai ricercatori di decodificare decifrando ampiamente le informazioni sulle proprietà dell?universo e di rivoluzionare tutte le conoscenze della fisica attuale.

    Il principal investigator, guida riconosciuta per 22 Istituti di ricerca internazionale, coordinatore del lavoro di 400 scienziati, di livello mondiale e dello stesso Premio Nobel per la Fisica nel 2006 G.F.Smoot, è Reno Mandolesi, un sambenedettese di 65 anni, nato il 31 Agosto 1944 che, dopo gli studi liceali al locale Istituto Liceo Scientifico, si è laureato in Fisica a Bologna ed è entrato nel CNR, come ricercatore. Sposato con un?insegnante bolognese, Franca Tugnoli (da cui ha avuto una fìglia, Gaia) è stato per anni ad Oxford, ha lavorato nei centri spaziali di tutto il mondo, ha operato presso gli osservatori astronomici del Cile, degli Usa e di altri stati. Ha fatto carriera, lavorando da oltre 12 anni al Progetto Planck, dopo essere divenuto direttore del CNR bolognese, coordinatore europeo e internazionale spaziale.

    Già da anni, mesi ed ora, sempre più di giorno in giorno, per l?avvicinarsi dell?ora del lancio, la cultura bolognese - emiliana segue i passi e gli sviluppi del progetto e celebra la grandezza di un lancio spaziale così eccezionale, fiera che, ad opera di un bolognese ed emiliano, si compia una tale miracolosa opera spaziale.

    Non le pare opportuno, sindaco, di alzare la testa e mettere da parte le piccole beghe cittadine e la battaglia politica e di prendere finalmente coscienza e conoscenza di una così grande impresa spaziale e di far conoscere uno scienziato di fama mondiale, sambenedettese, la cui madre Norma Torzilli, la cui sorella Giuseppina Mandolesi, i cui nipoti Mirko e Lya, il cui cognato vivono a Vicolo Piemonte n.4?

    Un?impresa di questa portata non è mai stata nemmeno concepita da mente umana: lei, come primo cittadino, deve prenderne atto, e favorire la conoscenza di un evento di risonanza mondiale, diffondendo la cultura fisico-astronomica.

    Per una sua personale conoscenza dell?impresa si allegano alcune sintetiche notizie relative Il satellite Planck, il telescopio Herschel, ed informazioni sulle caratteristiche della Missione e sui due strumenti di ricerca ( Low Frequence Instrument LFI e High Frequency Instrument HfI): i suoi collaboratori possono trovare materiale sia presso il sito Reno Mandolesi che presso Planck o Herschel o in altri siti scientifici mondiali, in lingua inglese.

    Fiducioso, anzi sicuro, che si impegnerà nel cercare di promuovere la conoscenza di un così grande evento e di un così emerito concittadino, la saluto cordialmente

    Angelo Filipponi

    S.Benedetto del Tronto, 28 aprile 2009



    Alziamo la testa e guardiamo al cielo

    enthousiasmòs II

    "il rallentato"


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    Non ho esaminato di proposito un caso, a me capitato rare volte (mi sembra, cinque), quello del soggetto "rallentato".

    Il caso riguarda ragazzi, nati da genitori anziani o che hanno subito un forte trauma (coma): sono di grande intelligenza ma non hanno i tempi degli altri alunni, tempi normali di lettura e di acquisizione e comprensione testuale, specie dei messaggi orali.

    Sono. comunque, elementi normali che, pur con questo svantaggio, hanno capacità ed abilità perfino superiori, che permettono una totale acquisizione di qualsiasi insegnamento, in quanto sanno sviluppare autonomamente i dati grazie ad una maggiore indagine analitica.

    Chi comunica con enthousiasmos deve fare molta attenzione a questo particolare caso: perciò ne ho deciso la trattazione a parte per le peculiarità specifiche.

    L'individuazione è semplice: il soggetto attento, meticoloso, appartato, riflessivo abilissimo nelle denotazioni non arriva con gli stessi tempi degli altri compagni alla risultanza conclusiva, giungendo quindi a forme sintetiche e critiche con ritardo.

    Inoltre quando l'insegnante ha già iniziato un altro nucleo, si sente tirare indietro dalle domande del soggetto rallentato che chiede delucidazioni lessicali o semantiche, o ulteriori spiegazioni tecniche su un problema che ha considerato già completato ed archiviato.

    Per me, data la particolarità della mia lezione, divisa in quattro tempi di sette/ otto minuti con un nucleo portato,a conclusione parziale con risultanza conclusiva in un quarto d'ora, non era difficile capire poiché il rallentato iniziava le sue esplorazioni con titubanza quando già era avviato il discorso sul secondo nucleo e destava le risate dei compagni che, seguendo il nuovo corso, lo invitavano a tacere e a non interrompere, desiderosi di apprendere il nuovo messaggio.

    Il doppio passo della classe era evidente e perciò dovevo fermarmi, sorridere e scherzare sulle domande tardive e fare spiegazioni ulteriori, fermando la lezione iniziata.

    Questo si verificava puntualmente ogni ora,due o tre volte e grazie a Dio il ragazzo non si lasciava intimorire dagli altri ed andava per la propria strada, facendo il suo percorso che completava di norma a fine ora con un ulteriore micromessaggio.

    Il soggetto a fine anno risultava sempre tra i migliori, anche se ritardava la lezione e diventava elemento di grande importanza per la classe: l'insegnante infatti decideva la sua strategia operativa in relazione alle risultanze del "rallentato" che d'altra parte dava la possibilità di ulteriori spiegazioni tecniche per i superficiali e per quelli di mediocri capacità intellettive.

    La funzione del soggetto rallentato, sviluppata, autorizzava l'insegnante a lavori di passaggio tra la denotazione e la connotazione e permetteva di fare scattare le intuizioni conclusivo-sintetiche e quindi quelle critiche.

    Comunque, per anni mi sono informato sulla eziologia del fenomeno a livello clinico chiedendo spiegazioni tecniche a psichiatri, a medici, a psicologi ed anche a logopedisti , ma non ha mai avuto un' esauriente risposta né sul motivo, né sulle cause né sugli organi e sulla loro sanità globale.

    Ho rilevato, però, che attendendo, con fiducia, le conclusioni, anche se tardive, il "rallentato" arriva pertinentemente alle risultanze di qualsiasi genere ed anzi devo precisare che le sue risultanze conclusive e i suoi paradigmi sintetico -critici erano migliori degli altri che, in un certo senso, (specie quelli della fascia centrale, normodotati), diventavano perfino dipendenti dalla sua formulazione critica.

    Resta però il disagio dell'attesa per il soggetto, che potrebbe avere problemi psicologici, e per l'insegnante, che potrebbe innervosirsi e non sopportare quel rallentamento continuo di programma e potrebbe condurlo ad etichettare il ragazzo (cosa che fanno d'altra parte subito i compagni) come ritardato, epiteto che, anche se del tutto inesatto e completamente sbagliato è partorito dalla constatazione del fatto e dai dati apparenti che, comunque, sono struttura superficiale di un struttura profonda molto complessa e ricca.

    Nella quotidianità della vita il "rallentato" procede allo stesso modo ed è portato a valutare gli altri come superficiali, provvisori ed inferiori, dal fatto di essere stato a lungo in una condizione di inferiorità ed avendo avuto un maggior tempo di ponderazione.

    Egli ha grande voglia di rivincita e non è affatto comprensivo: a mio parere deve, invece, tenere presente che lui ha sempre il problema di arrivare in ritardo (che resta irrisolvibile) e che gli altri che arrivano per primi ci possono arrivare di norma superficialmente ed asistematicamente.

    Compreso questo, a mio parere il ragazzo deve cercare di non valutare gli altri e lasciare ad ognuno il proprio tempo di acquisizione: solo così il "rallentato" può pareggiare la sua situazione con quella degli altri ed avere un 'autonoma crescita, seguendo un proprio percorso senza competizione, fare la sua strada in modo parallelo. Un pericolo grosso nella pratica,però, esiste : il rallentato se misura col suo ragionamento e con la sua ottica vede l'altro inferiore e lo censura continuamente in quanto ha maggiore capacità di riflessione, ponderazione, tempo, prima di agire e quindi può rilevare quanto sfugge al normale.

    Inolte tali soggetti avendo grande austostima , vivendo una vita di coppia, vivono come il partner ma non confessano il loro segreto disagio pur se non comprendono mai interamente il messaggio dell'altro, che invece procede nella sua esposizione concettuale e perde il proprio interlocutore. Ne deriva che il rallentato fa continue affermazioni inopportune improvvise, sporadiche quasi freddure che gelano l'enthousiasmos comunicativo del compagno o compagna, che può sentirlo come una palla al piede.

    Se però il rallentato comprende la inopportunità diventa muto,si astrae dalla comunicazione costruttiva per cui il partner specie se comprensivo e disponibile ne risulta condizionato tanto da rinuciare alla leadership , lasciando libero il campo per l'espressione del compagno o compagna, che resta invece passivo, attardato.

    La presa di coscienza di questa inopportunità ed inadeguatezza del proprio stato comporta una caduta della austostima e quindi un abbandono della cooperazione e dell 'effttiva produzione: bisogna saperlo attendere e farlo riprendere coi suoi tempi ma nel frattempo si stabilisce un rapporto tra i due attanti non certamente di complicità e di amicizia, ma di strano mutismo collegato a forme di acredine in quanto l'uno diventa il limite dell'altro.

    C'è,comunque, una soluzione parziale al problema : che il rallentato conosca effettivamente il suo stato, si accetti , sorrida della sua reale condizione, scherzi sul suo disagio effettivamente riconosciuto, si astenga dal giudizio dell'altro che è in vantaggio e cerchi di arrivare fino alla fine del messaggio senza tirare parziali conclusioni in itinere,allora il colloquio può essere paritario e costruttivo, favorito dal compagno che ha ridotto il suo messaggio, lo ha frammentato e limitato in sezioni secondo i tempi di acquisizione del partner.

    In questo modo i due, conoscendosi, possono sauddicdere i tempi, comunicare e svolgere una precisa funzione sociale appaiando il loro codice e vivere serenamente senza reciproche critiche ed accuse, considerando normale il loro rapporto.


    enthousiasmòs II

    Morte di Giacomo

    nuova lettura


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    La morte di Giacomo


    Flavio parlando di Anano il giovane ,XX,198 lo definisce di indole franca e molto ardito e lo indica come sadduceo i che insensibile più degli altri, in giudizio.

    Ed insistendo a parlare di Anano II ci mostra l?episodio della finee di Giacomo, avvenuta alla morte di Festo, quando ancora il prefetto nuovo Albino era in viaggio

    Anano convocò i giudici del sinedrio e portò davanti a loro un tale Giacomo , fralello di Gesù soprannominato il Cristo ed altri con l?accusa di aver trasgredito la legge e li consegnò perché fossero lapidati ( XX,200).

    Il fatto è da mettere in relazione con At 12,17;15,13;21,18.

    Le persone più moderate della città si sentirono offese da questo fatto.

    Perciò inviarono segretamente dal re Agrippa II supplicandolo di scrivere una lettera ad Anano

    Il re scrisse ad Anano e gli diceva che il suo primo passo non era corretto e gli ordinava di desistere da ogni ulteriore azione.

    Ed alcuni di loro andarono ad incontrare Albino che era in cammino da Alessandria, informandolo che Anano non aveva alcuna autorità di convocare il Sinedrio senza il suo assenso. Convinto da queste parole Albino inviò una lettera, sdegnata,ad Anano minacciandolo che ne avrebbe pagato la pena dovuta ,

    E il re Agrippa a motivo della sua azione depose Anano dal sommo pontificat, che aveva da tre mesi, sostituendolo con Gesù di Damneo (XX,201-203)

    Viene mostrata la figura astuta del sommo sacerdote Anania e dei suoi figli, che erano filoalbiniani e che portavano via le decime dei sacerdoti che morivano di fame (207).

    In questo periodo intorno al 60 d-C. a Gerusalemme, non in altro luogo, l'azione dei sicari , già nota, quindi, diventa tipica di una rappresaglia.

    I sicari infatti prendono il segretario di Eleazar figlio di Anania , (St. Giud, II) capitano del tempio , un facinoroso, persuasero gli addetti delle cerimonie a non accettare un dono o un sacrificio da parte di uno straniero e quindi a fare guerra ai romani

    Si tratta del sacrificio fatto dai romani o quello fatto per i romani e per l?imperatore al tempio di Dio ? Il sacrifico di romani nel tempio è vietato mentre è accettato quello per il popolo romano e per la salute dell?imperatore : era un modo equivoco di accettare la santità e venerabilità e divinità di Nerone (cfr Legatio ad Gaium, Dramatopoiia)

    Non è possibile datare meglio questi fatti : sembrano però avvenire dopo e non prima della morte di Giacomo.

    Nel 62,però, Eleazar ed Anania pregano Albino di liberare il loro segretario e di dare in contraccambio la libertà a 10 sicari (208): da qui inizia una serie di sequestri a scopo di estorsione e di rivendicazioni contro il sommo sacerdozio

    Poco dopo Gesù di Damneo fu sostituito da Agrippa II con Gesù di Gamaliele e ci fu una lotta tra i due per cui ognuno raccolse una banda con cui si facevano tafferugli mentre Anania con la forza e con i doni corrompeva tutti.

    Anche la nobiltà con Custobar e con Saul raccolsero bande di malviventi ed anch?essi, pur essendo erodiani, imparentati con Agrippa, era sfrenati e pronti a spogliare la proprietà dei più deboli(214).


    Giacomo e gazophulakion Cfr Gesù e il gazophuakion (Giovanni, Gesù e la vedova dei due oboli).

    Conclusione

    Da quel momento la situazione andò sempre più peggiorando in città. Poco più tardi i due fratelli erodiani fuggirono da Gerusalemme ( G.Giud II,356)

    E? da aggiungere ch, alla fine del comando di Albino, i leviti ebbero da re Agrippa II (i cantori degli inni) di poter lasciare l?antico abito e di indossare quello di lino, come chiedevano e ciò era contrario alle leggi (218).

    A seguito della morte di Giacomo si verificarono questi avvenimenti che determinano la rivolta antigiudaica e quindi si può dire giustamente che dopo la morte di Giacomo si va verso la fine di Gerusalemme.

    E? chiaro a questo punto che la figura di Giacomo deve essere riletta in altra chiave come capo dei Sicari e non più come è stata letta dalla tradizione cristiana che l?ha fusa oltretutto con quella del fratello Gesù: la fine di Gerusalemme avvenuta realmente a causa dei Sicari di Giacomo, oltranzisti non può essere tramandata a causa della morte divina di Christos, voluta dai capi ebraici, come vendetta di Dio sul popolo che ha ucciso suo Figlio.

    La morte di Giacomo deve essere letta in relazione agli scritti di Flavio dopo aver eliminato e segregato quanto è scritto dalle fonti cristiane che attingono da una parte all'opera dello storico e da un'altra ad Egesippo e a Clemente Alessandrino che sono strumentalizzati ed usati secondo la storicità prima di Eusebio e poi di Girolamo.

    Il problema di base è nella non credibilità di storici come Eusebio,( ed anche Epifanio ) e Girolamo , retori, settari, del tutto inaffidabili nelle ricostruzioni storiche.

    La versione di Eusebio tratta da ISTITUZIONI (upotupoteis), opera perduta di Clemente Alessandrino, da Egesippo e da Flavio essendo di epoca costantiniana tende a dare una nuova visione ciristiana in Storia Ecclesistica secondo linee antigiacobite in una valutazioen complessiva unitaria delle due figure dei fratelli (Giacomo e Gesù) per una maggiore idealizzaioen della figura del Christos omoousios patros ( Cristo della stessa natura di Dio, padre divino) mentre quella di Epifanio in Aireseis e in De Mensuris et ponderibus resta incerta tra le due figure, pur privilegiando quella di Gesù ormai santificata e divinizzata e quindi lascia intravvedere la grandezza di Jakob, quando invece Girolamo, che tiene presente sia Egesippo che Clemente e lo stesso Eusebio combina il tutto con gli Atti degli Apostoli e con notizie dei Vangeli, relative Gesù, e quindi assorbe nella figura del Christos ANCHE ASPETTI DI QUELLA DEL GIUSTO E DELL'OBLIAS Giacomo, la cui opera scritta e storica vienne offuscata.

    Si tengano presenti da una parte il tempo di Eusebio e di Costantino e da un'altra quello di Teodosio I e quello postteodosiano e i DUE SISTEMI DI VITA: uno proprio di religio licita ed unotipico di religio triumphans e quindi decisa a dominare il paganesimo e la sua cultura.

    Il primo è dominato dalla figura di Eusebio che ha storicizzato secondto formule cristiane costaniniane, senza alcun rispetto dell'Acribeia storica; il secondo da Girolamo, tuppo preso dalla necessarietà del trionfo della verità cristiana

    Sono sottesi, specie nell'opera geronomiana, tutto il clima reazionario dei vincitori cristiani che non si astengono dalle vendette contro i pagani nel loro gretto e meschino integralismo, dopo l'appropriazione delle basiliche e dei loro beni: nel giro di un ventennio viene instaurato il regime cristiano di vita in Oriente già dominante e poi sistematicamente in Occidente. Dopo Teodosio I che, influenzato da Teofilo, papa di Alessandria

    fa chiudere Il Serapeo il 16 giugno del 391 e e che decreta la pena di morte ai pagani, sorpresi a sacrificare agli dei nel 392 e fa finire i giochi di Olimpia nel 393 seguono altri atti antipagani -

    Infatti l'imperatore a Roma, per consiglio di Ambrogio,nel 394, nonostante l'accorata supplica di Simmaco, fa rimuovere dal senato l'altare e la statua della Vittoria, fa abolire il collegio delle vestali, sopprimendo il culto del fuoco sacro, mentre promuove la verginità delle agapete cristiane.

    Con Arcadio ed Onorio e Valentiniano III In occidente e poi con Pulcheria e Teodosio II in Oriente l'impero romano diventa cristiano con una capillare persecuzione dei pagani fatta dagli episcopoi che hanno ecsousia di punire ogni idolatria di uccidere ogni dissidente di distruggere ogni apparato religioso pagano e perfino di annientare ogni ideologia cristiana contraria, in una confisca dei beni immessi nel patrimonio personale degli epitropoi-dioichetai : l'episodio di Ipazia nel 415 è una prova inconfutabile della immoderatio christiana, di cui i parabolani sono solo stolidi esecutori espressione del furore poolare antipagano.....

    In questo perido si costruscono in vario modi le ideologie cristiane con la figura di divina di Cristo, quella Maria deipara (theotocos),quella delle upostaseis trinitarie e di consgeuenze l'asimilazioen tra al fgura di Gesù con quella di Giovanni il battista( un Dio per i mandei) e di Giacomo (un oblias recabita e tzadig per i giudei) la cui morte aveva determianto la fine del Tempio....


    Morte di Giacomo

    Premessa a Peri tes Moseos Kosmopoiias

    Creazione del mondo


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    Peri tes Moseos kosmopoiias (de mundi opificio Mosis)


    Premessa


    Il significato di Kosmopoiia

    Kosmopoiia è termine composto da Kosmos (da Kosmeo ordino ed orno) che vale Mondo ma anche ornamento e da Poiia (che corrisponde a poiema o poiesis e vale costruzione, fabbrica).

    Come nome composto Kosmopoiia è dell?area lessicale di Kosmopoieo (non di quella di kosmogignomai, né di kosmoplasso, né di kosmourgeo ) in quanto sottende un poietes , la cui opera in quanto azione costruttiva, personale, creativa, tipica, è il mondo.

    Perciò l?azione di costruttore (del poietes) in quanto creativa e personale dovrebbe escludere l?azione di un demiourgos, la cui opera implica lavoro manuale per un pubblico, costituito da propri simili, (di cui colui che fa è parte), che gli hanno dato il mandato di fare qualcosa di nuovo.

    La demiourgia, propria di un demiourgos, è mestiere professionale che permette di realizzare, per conto di altri, qualcosa che sia di utilità comune.

    L?uso di Platone del termine sottende e comporta che colui, che svolge azione demiurgica, carica pubblica, in quanto ha capacità creative, diventa krestos utile, data la pratica e la funzione professionale, che risulta buona cosa per la comunità.

    In effetti il poiema personale e creativo caritativo è demiourgia solo nel contesto comunitario quando c?è una politeia (costuzione) e quindi quando esiste la polis e quando ogni componente del sistema è struttura significativa.

    Siamo cioè nella storia con demiourgia, mentre con poiema siamo prima della storia, prima del tempo, prima dello spazio stesso, quando neppure esistono le cose e tantomeno l?uomo.

    La professionalità infatti è caratteristica di una società già organizzata, che si esprime nell?azione sequenziale e nella suddivisione ordinata in momenti specifici di tutto il poiema, di tutto l?opus, sia in Genesi secondo Mosé che in Timeo di Platone e quindi nell'opera di Filone.

    Per comprenderci meglio e per non far sorgere equivoci sul problema, mi sembra opportuno fare l?esempio del fornaio Artopoios (termine anch?esso composto che rimanda ad un poiema sull?artos - ad una cotruzione del pane- azione tipica rispetto a quella dell? artoklasia- spezzamento- o dell?artokopeion- distribuzione dei pani in panetteria-): la sua azione comporta una sapiente regia organizzativa, riduttiva, unilaterale, rispetto a quella universale cosmica, dopo ideazione, a seguito di una volontà creatrice di fare pane, in relazione ad un tessuto di altri professionisti, utili ai fini della realizzazione del piano, dopo le operazioni di raccolta di frumento. di macinatura e di riduzione a farina, seguite da impasto e da lievitatura, in varie fasi, con la formazione di varie forme di pani, poi infornati e cotti, successivamente destinati al consumo proprio o alla vendita.

    L? opera del fornaio, dunque, complessa, frazionata, diventa un?operazione completa di creazione solo a fine impresa, alla cottura e allo sfornamento del pane, alla presenza del prodotto finito, realizzato conformemente a quanto ideato: il buon fine è connesso con la polis in cui vive l?artigiano e per cui opera, come struttura di un sistema funzionale.

    Artopoios, quindi, indica colui che fa il pane, in quanto artista che crea la pagnotta, o oltre forme di pane, dopo una serie di operazioni che portano al risultato della varie confezioni di pani di diversi dimensioni, derivati da una massa informe iniziale: il fornaio, così esaminato, in questo senso, non è artopoles cioè venditore di pane in una artopoiia (intesa come vendita di pane) ma è essenzialmente artopoios, un creatore di pane che può delegare anche un altro al frazionamento, alla distribuzione, alla vendita del prodotto di sua fabbricazione, di sua invenzione.

    L?artopoios è inventore e creatore di una materia, però, come il pane, di un elemento cioè derivato dal frumento, parte del kosmos, su cui agli inizi dei tempi e prima ancora del tempo, fa il suo intervento o kosmopoiòs (il creatore del mondo) che è o kosmopoietés.

    Il termine kosmopoiia, dunque, essendo composto, sottende il valore di poietes e di tutta l?area riferita al Kosmos, oggetto della operazione, creativa, non plastica, né demiurgica.

    Il poietes neanche, perciò, è da mettere in relazione con lo ktistes che è un costruttore. ma solo uno che fonda città, in quanto è un costitutore di colonia (apoikia). Lo ktistes, trasferendo suoi concittadini, che hanno un medesimo sistema culturale, in un ?altra regione, si inserisce in un ambiente nuovo, conservando la propria identità, in un tentativo di speciale integrazione.

    Infatti il verbo ktizo rimanda all'azione di costruire mura, case, città, sottendendo la professione indifferentemente di carpentiere (tekton) o di muratore, architetto in genere (oikodomos ),necessaria ai fini della formazione della nuova apoikia

    Caratteristica dello ktistes è l?abilità di costruttore connessa con quella di conduttore di colonia e di amministratore .

    Ogni Poiia, essendo poiema (o poiesis) sottende, dunque, un poietes che costruisce una fabbrica, la cui funzione non solo è in relazione all?ergon ( lavoro) dell?ammassare e del confezionare ma anche al materiale usato e soprattutto alla ideazione che precede l?azione del fare che in Kosmos, ha valore di ornare e di ordinare, secondo moduli prefissati e preordinati, ideali.

    Kosmopoiia, perciò, non è solo Costruzione del mondo, traduzione letterale del termine,in quanto creazione, né solo fabbrica del mondo, come opificio ( traduzione latina De mundi opificio ), in quanto c?è qualcuno che fa opus, ma è Creazione intesa come principio (reshit) o come al principio dei tempi (bereshit) e agli inizi di ogni cosa, prima del principio stesso, nella fase primordiale e prima ancora dei primordi stessi, quando esiste solo il Nulla.

    Entrare nella fase primordiale del Kosmos, prima del Kosmos, o cercare di afferrare l?idea di quel momento in cui inizia l?esistenza dell?universo è penetrare nel mistero e nel misticismo del silenzio ,prima dell?esistenza del silenzio stesso, nella solitudine spaziale, prima della divisione in spazio, nell?assenza di ogni cosa: il misticismo del Rg-Veda sembra ipotizzare per primo (o forse contemporaneamente agli astrologi sumeri) una specie di acqua primordiale in cui palpita, senza palpito, qualcosa.

    Il cercare di capire l?innografia vedica o i versetti iniziali della Genesi mette in discussione tutta la nostra storia, il nostro metodo operativo, il nostro stesso sistema conoscitivo, le nostre teorie che risultano poca cosa rispetto alla grandezza del big bang iniziale e all? origine stessa del mondo: sono ragionamenti che si rifanno ad altri ragionamenti di altri uomini, che ci hanno preceduto e che hanno parlato di conflagrazioni, di creazioni dal nulla, di sacrificio di Dio, di solitudine divina, di amore divino e di mille altre cose: ragionamenti propri di piccoli uomini, sgomenti davanti all?immensità celeste, fatti per spiegarsi unilateralmente la nostra funzione nel creato e per scoprire, se possibile, qualcosa di diverso e di nuovo.

    Noi uomini, condizionati dalle impostazioni precedenti mistico, mitico-sacerdotali e poetici, non sappiamo liberarci dalla teleologia e ricadiamo sempre nella ricerca di cause procedendo secondo le leggi di causa ed effetto o di successione e siamo presi dalla poeticità dell?immagine e dall? intuizione religiosa perchè succubi del phobos: la paura atrofizza il nostro cervello.

    Ma se ci poniamo,anche se pieni di phobos, come mistici di fronte al Nulla al momento della nascita (e al momento della fine) possiamo forse riconfigurarci il preludio del mondo e forse intuire qualcosa.

    Oppure se ci avviciniamo al Nulla, da uomini di perfetta razionalità, liberi da preconcetti, con la mente tipica dello scienziato, possiamo leggere la genesi del mondo, favoriti dagli strumenti, segni della nostra crescita e della nostra industrializzazione e del nostro progresso.

    Comunque l'uomo ha conseguito risultato sia da mistico che da puro scienziato: con la filosofia ha invece confuso il proprio spirito e lo ha ulteriormente spaventato.

    Secondo le formule ascetico-mistiche infatti i vedici e i sumeri, si misero a guardare il cielo ed iniziarono lo studio dell?universo: questi per prim mostrarono la kosmopoiia secondo innografia sacerdotale, in caratteri sanscriti e cuneiformi,e allo stesso modo fecero ingenuamente e miticamente i sacerdoti egizi, i magi caldaici , gli scribi ebraici, connessi con quelli accadici , assiri, zaratustriani; e con questo criterio guardarono il cielo poi i classici (i greci e latini), gli stessi druidi e poi i bizantini ed gli arabi) e secondo il loro insegnamento noi abbiamo conosciuto la creazione del mondo e su questi parametri noi ragioniamo ,credendo di aver realizzato la massima razionalizzazione possibile, grazie anche alla nostra cultura informatica, espressione scientifica della nostra superiorità culturale attuale.

    Lo scienziato, anche se condizionato dalla storia e dalla cultura precedente, procede invece scientificamente davanti alla creazione, senza minimamente essere scalfito dalla ricerca eziologica, senza problemi teleologici.

    Lo scienziato torna indietro, perfino, nel tempo, posiziona i suoi strumenti di lavoro al centro dell?universo, sente i suoni e i rumori primordiali, ritorna alla fase, in cui il mondo è simile ad un?arancia: vede e sente con occhi ed orecchie infinitamente potenti e misura facendo calcoli di quanta materia sia rimasta di quel brodo primordiale in cui avvenne quella scintilla iniziale.

    L?impresa di Plank ed Herschel del 14 maggio 2009, di fotografare l?universo bambino con lo strumento LFI ( Low Freguence Instrument) mi ha riportato alle sensazioni provate nel ?78, quando tradussi la prima volta la Creazione del mondo di Filone e mi ha fatto risentire il problema delle origini del creato, come attuale, contro tutte le teorie apocalittiche e contro le parousiai escatologiche, contro le pazze idee della fine del Mondo, profetizzata per il 2012.

    L?indagine cosmica attuale è in linea con tutta la serie infinita di esplorazione celesti fatta dai primordi della storia: i mezzi tecnici e i vettori spaziali, però, hanno possibilità effettive di avvicinare il cielo alla terra quasi di congiungerla e quindi di vedere esattamente ciò che è avvenuto e ciò che avviene, quasi in contemporanea, annullando quasi il tempo stesso.

    Il misticismo, in generale, anticipa la scienza in modo incredibile e quasi perfettamente si accorda con le tecnologie del nostro secolo: oggi la misurazione delle anisotropie comporta un tentativo di rilevare il grado di vicinanza al big bang iniziale, e con esso la possibilità reale di poter vedere quel brodo primordiale e di poter sentire quasi il vagito dell?universo e seguirlo nel suo espandersi e farsi: anche i fisici sono costretti a parlare metaforicamente, benché il loro linguaggio sottenda un grande lavoro di numeri, di calcoli, di formule, di studi scientifici!.

    Se allora, duemila anni circa prima di Cristo i mistici del Rgveda e i sumeri coglievano, quasi nello stesso tempo, a seguito di una lunga ascesi e di un processo di estraniazione dal terreno e dal contingente, la realtà siderale e l?inizio dell?universo, secondo formule innografiche e religiose, ora i fisici stanno ad attendere le risultanze del loro lavoro, che vengono studiate in laboratorio, dopo che le fotografie spaziali sono intercettate e trasmesse da enormi antenne planetarie, poste in luoghi strategici, in Australia e in Spagna: gli scienziati, che catalogano e leggono i segni fotografati dallo strumento ultrasensibile di LFI, ed, in un certo senso, sentono i rumori e le musiche siderali, hanno la stessa trepidazione e lo stesso timore di quei mistici che scrutavano il cielo, giorno e notte, e facevano le loro ricerche astrologiche.

    Lo stesso mistero, che la scienza cerca di scoprire con sofisticati congegni esplorativi installati, lassù, al centro dell?universo, dopo che è stato individuato un punto strategico, nella sua infinita grandezza, grazie al vettore spaziale, Ariadne, forse non sarà più misterioso, ma ora sarà intellegibile alla ragione umana, non solo, però, di mistici e di sacerdoti, di classi cioè costituite alla lettura delle sfere celesti, ma di tutti gli uomini, grazie anche ai mezzi di diffusione planetari e ai mass media: grazie alla scienza non sarà più un fatto elitario ma un fenomeno, direi, di massa e quindi di cultura massificata, che sarà l?inizio di una nuova cultura.

    Il nulla iniziale può essere squarciato nella sua nebbia primordiale e sarà ora una conquista razionale e scientifica, non più un? intuizione di mistici vedici, di profeti , di astrologi antichi, di magi caldaici , come quelli dell?enuma anu enlil cioè degli incaricati di leggere giornalmente il cielo e la terra simboleggiati negli Dei Anu ed Enlil, o come gli zaotar zaratustriani o come i Contemplativi giudaici alessandrini.

    Il sistema vedico ha lasciato un numero impressionante di versi e creato un sistema culturale mistico di incomparabile bellezza e di poetica dolcezza, suddiviso in varie parti e sottoparti ed ha mostrato come è iniziato il mondo e come era il mondo prima di esistere ed evidenziato la funzionalità paritaria di ogni vivente, compreso l?uomo, considerato come tutti gli altri esseri, creatura, senza privilegi.

    Quello sumerico fu poi riciclato dagli accadi e dagli assiri, che, convinti della divinità degli astri (al pari della Bibbia, che considera le stelle esseri viventi), trascrissero codificarono e formularono anche loro una creazione del mondo in senso antropico, centralizzato sull?uomo principe del creato, dando possibilità infinite di lettura del cielo e della terra, in modo congiunto, comunque, secondo strutture ancora ben leggibili in uno numero sconfinato di tavolette raccolte a Ninive e Dur Sharrukin, sotto i vari monarchi assiri: da tutti loro derivò quella scuola caldaica, opposta a quella egizia, che fu per secoli in relazione con quella zaratustriana ed ebraica.

    L? infinita documentazione di tavolette, riordinate dal periodo di Sargon II (722-704 a. C.) e di Sennacherib (704-681a.C.) disseminati nei musei delle grandi città europee ed americane è un patrimonio di immenso valore, oggi, abbastanza conosciuto e di grande utilità, specie se comparato con gli altri patrimoni astronomici ed astrologici di altre culture, seppure venate da forme religiose.

    Sono queste tavolette, trovate a Ninive e specie Kuynjik ( Cfr R.F. Harper, Assyrian and Babylonian literature , Londra 1901; Simo Parpola, Letters from assyrian scholars to the Kings Esarhaddon and Assurbanipal, Eisenbrauns, 2007) rendiconti quasi giornalieri dell?andamento degli astri, durante il giorno e durante la notte, inviati da incaricati dal sovrano di leggere ciò che, scritto nel cielo, poi si verifica sulla terra ineluttabilmente.

    La funzione dei vedici non doveva essere diversa da quella sumerica, accadica ed assira: gli astrologi di Assarhaddon (681-669) e di Assurbanipal (668-631) danno un ?idea della conoscenza astrologica e della sua influenza sul destino umano secondo le concezioni religiose: la moralitas e sapienza astrologica diventano espressione di un retto vivere e di un saggio operare di re e di sacerdoti, legislatori che dal cielo traggono le regole per una positiva vita sulla terra.

    Ora sia per i vedici che per gli assiri conformarsi ai voleri celesti è la massima legge di questa ricerca esplorativa astrologica che diventa divinazione che comporta una serie di formazioni di collegi sacerdotali, abili ad esplorare il volere del cielo, del Dio celeste.

    Sacerdoti, magi e legislatori profetici, assumono, perciò, valore immenso nell?antichità.

    Ora la scuola vedica, quella caldaica ed egizia sembrano aver dominato la scena delle osservazioni celesti ed aver influenzato in vario modo sia la speculazione zoroastriana, che quella giudaici e poi greca

    Sulla base di tale osservazione celeste deriva la normativa per l?uomo, la legge, e, quindi, la morale umana: i re mesopotamici, persiani, i comandanti greci e romani basileis ellenistici timorosi del cielo e di Dio, fanno leggere il cielo per conformarsi al volere divino, convinti che gli astri siano esseri viventi che,con la loro razionale disposizione ed armonia, influenzano la vita sulla terra.

    Perciò ogni uomo, dotato di potere politico prima di ogni azione, interroga la classe sacerdotale scriba e magica, in quanto capace di osservare il cielo e quindi di profetizzare, ed agisce in conformità delle risposte: guerra e pace, vita o morte dei sudditi, politica conservatrice o innovatrice sono legati alla interpretazione dei segni celesti e poi dei segni scritti della Legge, fissate da legislatori, anch?essi dotati di potere ermeneutico celeste.

    La pietas dei re e dei capi militari era segno della loro elezione divina e del loro potere sugli altri, espressione del loro radioso destino già segnato nel cielo, già scritto nelle stelle: tutti i grandi della storia, compreso Gesù, sono considerati figli delle stelle, come Shimon bar Kokkeva, ultimo a fregiarsi di questo titolo in epoca adrianea.

    Il mondo antico nella sua stretta connessione con la sapienza magica è religioso, quindi, superstizioso secondo la lettura epicurea razionale, che rileva invece l?indifferenza del cielo e degli dei per le cose umane, di fronte al Kosmos, in quanto esseri assenti ed improvvidi.

    Gli studiosi del destino, umano, specie in epoca romana ebbero un vero e proprio successo, come si rileva da Astronomica di Manilio: la scienza investigativa del cielo predomina su quella degli aruspici, degli auguri, dei flamini e di ogni altro collegio sacerdotale ed in epoca tiberiana assume un suo specifico valore in senso teurgico - come abbiamo dimostrato in Scetticismo e Tecnicismo, opera non pubblicata- come evidenzia in modo specifico Luciano di Samosata nelle sue opere (specie Alessandro o il falso profeta e la Morte di Peregrino)

    La ricerca sulla creazione del mondo coincide con la funzione del?uomo e lo studio della sua eimarmene, la sorte a lui data dagli dei, come destino segnato già negli astri: il conformarsi alla propria sorte è sapienza in epoca classica, l?opposizione è follia.

    Filone, ebreo ellenista, ben conformato con le scuole ebraiche influenzate dalla cultura precedente persiana, assira e quindi accadico-sumerica, ha anche conoscenza della cultura vedica e mostra come Abramo, venuto da Ur, domiciliato a lungo a Carre, sia l?espressione tangibile della superiorità caldaica orientale rispetto a quella egizia (cfr Abramo e la Migrazione di Abramo).

    Una visione univoca della creazione del mondo, vedica, è globalmente di cultura aria, nonostante le posizioni semitiche proprie degli accadi e di ebrei, condizionati dal sistema sumerico.

    on è qui il caso di insistere su questo piano, ma precisiamo che le due impostazioni arie (vediche e sumeriche) sono, comunque, differenti da quelle semitiche (accadi ed ebrei), che influenzano le successive letture platoniche e filoniane, che determinano una cultura agostiniana cristiana, sulla cui scia sussistono tutta la teoria medievale e le successive impostazioni irrazionalistiche.

    C?è, però, al di là delle tipologie etniche, una comune ricerca della creazione del mondo, in tutti i popoli a cominciare dagli arii, che, in sanscrito, hanno lasciato le loro testimonianze sui primordi stessi e prima dei primordi e quindi prima della stessa kosmopoiia.

    I vedici partono dalla coscienza iniziale di un Nulla che improvvisamente si accende di calore e diventa un puntino di luce da cui scaturisce l?universo intero, in una progressione e dilatazione infinita, che diventa Kosmos, un tutto ordinato, secondo forme demiurgiche per le culture semitiche e culture derivate, mentre è solo universo per gli arii.

    La differenza forse è sull?ordine e sull? organizzazione, sulla funzione dell?uomo: i primi hanno la centralità del kosmos, della terra e dell?uomo, gli altri non hanno alcuna centralità e non danno privilegi.

    Il lavoro, che viene proposto, è fatto sulla scia della traduzione dell?opera di Filone, un giudeo ellenista, un oniade, un eclettico un sincretista , un filoromano, un methorios, un rabi, un nabi, un esegeta che legge e commenta la Genesi alla luce della sua concreta esperienza alessandrina e del pensiero platonico, secondo la cultura giudaica cosmopolita.


    Premessa a Peri tes Moseos Kosmopoiias

    Metretica e paideia

    paideia


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    Metretica e paideia

    Prefazione a De vita Mosis

    Peri biou Mouseos I,II,III


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    Vita di Mosé

    di Filone

    Avendo tradotto da Hoeschelius e Turnebus (1614, testo latino greco -escudebat Petrus de la Roviere-) La vita di Mosè in tre libri, mi sono trovato tra le mani Filone, Vita di Mosé a cura di Paola Graffigna, Rusconi,1999, in due libri .

    Avendo letto anche la traduzione di Vita di Mosé di Giulio Ballino (Venezia, Nicolò Beuilacqua,1560) anch'essa divisa in tre libri (I 1-113); II 114-135;III 136-211), mi sono persuaso che i libri dellv ita di Filone siano in effetti tre enon due

    Dopo aver esaminato, attentamente il testo della Graffigna ho fatto alcune considerazioni in quanto avevo tradotto l?opera filoniana nel 1983-4 e l?ho lasciata nel cassetto come tanti altri libri di Filone.

    Paola Graffigna ha fatto un lavoro serio e meticoloso non solo sul piano dell?espressione ma anche su quello dei contenuti: ha qualche incertezza (Forse) solo sul piano storico-contestuale (rilevabile nelle note), mentre ha operato egregiamente nella introduzione inserendo il proprio lavoro nel quadro della critica ufficiale, ben rifacendosi a L. Massebieu ?E Bréhier, Essai sur la Chronologie de la vie e des oeuvres de Philon ( "Revue de l?Histoire des religions",53,1906) e a L.Kohn Einteilung und Chronologie der Schriften Philos ("Philologus", supll. Bd. VII,III,189)

    Il suo è un libro certamente ben scritto e ben tradotto.

    Resto sorpreso, però, che la Graffigna (che fa o faceva parte del gruppo di Reale-Radice) abbia tradotto solo due libri e abbia chiuso il secondo libro con la parte conclusiva del III libro: conosce eppure l'opera omnia di Filone di R. Arnaldez, C. Mondesert, J.Pouilloux( Les oeuvres de Philon d'Alexandrie) e specie il De vita Mosis Paris, 1967).

    Si è perfino posto il problema della Vita di Mosè anche se non ha scavato per cercare altre soluzioni e trovare alternative alle vite agiografiche del legislatore ed è rimasta nel vago, seguendo la tradizione mosaica derivata da Filone stesso, da Flavio e dai padri della Chiesa del IV secolo: eppure ha buona conoscenza sia di V. Nikiprowetzy ( le commentaire de l'écriture chez Philon d?Alexandrie, Leida 1977) che di T. Mangey (da cui ha tratto anche il testo di Vita contemplativa Melangolo,Genova 1992) che si rifaceva sicuramente a Turnebus ed Hoeschelius dai quali deriva ill titolo dell?opera Philonos Ioudaioy peri biou Mouseos oper esti peri theologias kai prophhthas logos I,II, III) oltre che di E.R Goodenough, The politics of Philo Joudaus, New,Haven 1938 e di D.T. Runia, Philoof Alexandria and the Timaeus of Plato, Leiden 1986 e tanti altri critici .

    Il lavoro fatto dal Mangey, di revisione edi interpretazione, è del 1742 (Philonis ioudaei Opera quae reperiri potuerunt omnia. Textum cun Mss. contulit, quamplurima etiam et codd, Vaticano,Mediceo et Bodleiano, scriptoribus item vetustis , necnon catenis graecis, ineditis, adiecit interpretationemque emendavit , universa notis et observationibus illustravit Thomas Mangey London 1742) ed è opera pregevole, anche se derivata e legata a quella precedente del 1613: La Graffigna lo cita spesso in Vita Contemplativa in quanto riprende e sgue la sua "lezione"

    La Graffigna conosce anche la revisione di L. Kohn, S. Reiter e P.Wendland Philonis Alessandrini opera omnia quae supersunt 1898 in tre volumi, poi, continuata fino al 1915, ampliata a 6 volumi. Il loro testo mette insieme per quanto riguarda la vita di Mosé il secondo e terzo libro della tradizione(indicando esattamente II e III libro collegati da / )

    L?autrice rivendica giustamente che in Italia non esistono effettivamente traduzioni con testo greco (quella ottocentesca di S.G. Consolo,stampata a Padova nel 1857, fu criticata, comunque, perché era priva di note e scritta con intento pedagogic e che lei ha tradotto e commentato Filone, facendo anche un lavoro di note, accurato.

    Rileva che Filone è autore scarsamente conosciuto in Italia in quanto manca una edizione completa delle sue opere e mostra che quelle tradotte per lo più mancano di notazioni storiche ?filosofiche, indispensabili per addentrarsi nella complessità dei trattati dell?alessandrino, forse sottendendo nella critica anche l'Universtà Cattolica

    L?autrice infatti precisa ? soltanto il commento permette di cogliere la mistione delle due componenti greca e giudaica della scrittura filoniana, nonché di mettere a confronto i loci paralleli in cui lo stesso tema viene trattato e dunque di verificare la coerenza ( o l ?incorerenza) dell?esegeta?.

    Onore dunque al lavoro di Paola Graffigna.

    Io, però ho una ben altra finale del II libro,( elogio dell'ariston genos anthropon, che solo tra tutti ebbe il dominio su quanto abita la terra in quanto creato come antimimon ...theou dunameos, eikon ths aoratou phuseos emphanhs,aidiou genhth- come imitazione della potenza di Dio immagine visibile della natura invisibile, padre di eterno ) mentre per la fine del III libro ho gli ultimi paragrafi del II libro della Graffigna, ccnfusi con quelli conclusivi del III libro.

    Senza entrare in polemica sono perplesso perché abbiano eliminato il terzo libro

    E' chiaro che lei segue una direttiva (ma di chi? e perché?) ed è allineata secondo la lettura tipica dell'Università Cattolica di Milano

    Penso che abbia fatto tale divisione sulla base, però, solo della lunghezza del II libro che, se fuso col terzo, raggiunge quasi la lunghezza dei paragrafi del primo:infatti ha diviso l?opera in due libri: uno composto di 334 paragrafi e il secondo di 292. Ha forse ripreso il il testo del Mangey, che ha messo insieme le due parti come se fossero un solo libro, oppure quello di Wendland che ha messo II/III?

    Comunque la vita di Mosé constava di tre libri (che ora lo leggiamo in due) : il primo tratta del re , il secondo del legislatore e il terzo del sacerdote.

    Infatti in III,1 si legge: abbaimo già colto due parti della vita di Mosé, quella sul re e sul legislatore bisogna ora aggiungere (prosapodoteon da prosapodidomi. sborso , do in aggiunta E' verbo proprio del trapezites che paga un tokos un interesse) la terza quella sul sacerdozio , (To peri ierosunes) che deve essereaggiunta come funzione più grande e più necessaria per un sommosacerdote.la pietas(ten eusebeian).

    Non ci sono dubbi, quindi, che Filone abbia scritto tre libri e non due sulla Vita di Mosé!.


    La vita di Mosé di Gregorio di Nissa


    Il testo di Filone del 1614 è tridentino cioè ha l' imprimatur della commissione pontifica (excudebat Petrus dela Roviere, un coraggioso ginevrino non smepre allineato con la Chiesa- cfr frontespizio)

    Certamente la vita di Mose è una sorta di manifesto programmatico di vita e fede giudaica ma è anche espressione della teologia di un popolo : non è qui il caso che si metta a confornto la varia opinione delgi studiosi sulla formazione e sull?inserimento dell?opera nel quadro dell?opera omnia di Filone .

    Le tesi di l Massebieau e di E- Bréhier e quell di L. Cohn e quelle di E. R. Goodenough e di B. Boitte sono discutibili ma una cosa è certa : Filone propone un modello ebraico di vita sulla base della vita totale di Mose re, nomotheta sacerdote e profeta (III libro, ultima riga in connessione con l?inizio dello stesso libro).

    Filone deve giustificare al mondo romano la vita del giudeo e la sua funzione nel mondo romano,dopo che l?alessandrinismo giudaico ha conquistato il mondo in senso economico con gli oniadi specie dopo la minaccia di Caligola alla sua stessa esitenza, a seguito della nuova costituzione giudaica secondo il volere di Claudio,

    Noi,invece, oggi leggiamo Filone solo come ce lo ha tramandato Gregorio di Nissa nella sua opera su Mosé, che vuole imporre il cristianesimo come religione ufficiale in epoca teodosiana, mostrando la grandezza di MoSé e quindi di Cristo re, legislatore e sacerdote, in opposizione alla cultura pagana... ...


    Prefazione a De vita Mosis