Angelo Filipponi - Un' altra storia del cristianesimo

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Giuseppe Flavio. AntichitàGiudaiche, XVIII a cura di Angelo Filipponi

Antichità Giudaiche, XVIII


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Giuseppe Flavio. AntichitàGiudaiche, XVIII a cura di Angelo Filipponi

Per una conoscenza del primo cristianesimo

Primo cristianesimo


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Per una conoscenza del primo cristianesimo


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Premessa


Ogni ricercatore lavora con poche speranze, ma procede desideroso solo di illustrare ciò che gli è oscuro, e curioso, approfondisce, rilevando ed esplorando ogni dettaglio: le sue conclusioni sono parziali risultanze di una struttura di un immenso sistema, non decifrabile per un uomo.

Io che ho fatto ricerca storica (dopo un lungo esercizio come linguista e traduttore) convinto solo di fare qualcosa, di portare un contributo di uomo all?humanitas, di dare un frutto di fatica, ho avuto entusiasmo sempre crescente nel lavoro

Ho evitato di procedere teleologicamente perché ho potuto capire che ogni costruzione prefissata non ha neanche il seme della verità.

Ho potuto capire a mie spese quanto scarso sia il frutto di una skepsis, non orientata, ma tesa a scoprire il fatto storico, e quanto difficile raggiungere una qualsiasi meta, anche se il campo di indagine è ristretto e il tempo rilevato è limitato: le situazioni da ricostruire, i contesti da referenziare, le culture da esaminare e le tante forze (sociali, economiche, politiche) in gioco si intrecciano si aggrovigliano si sommano per cui ogni lavoro risulta sempre povera cosa, opera di un uomo che può, pur avendo dedicato tutta la vita ,perfino non lasciare alcuna traccia di sé.

Ho lavorato per oltre trenta anni senza poter frenare la mia curiosità, convinto che il primo problema è nella trasmissione scritta di testi prima all?atto della loro codificazione e valore nel tempo di scrittura, a cui si connette quello della lettura e semantizzazione in relazione al tempo della esegesi ed interpretazione di altri momenti storici.

Infatti ritengo che sia facile aggiungere qualcosa nel tradurre e che sia facile sbagliare nel trasferimento di senso strettamente letterale da una lingua ad un ?altra: è naturale ed umano pensare quanto pensiamo e credere che quanto traduciamo sia oggettivamente quanto ha pensato in altri tempi l?emittente, di cui conosciamo il contesto.

Credo impossibile rendere un mondo sepolto in un'altra lingua , nonostante la perfetta conoscenza linguistica e gli studi di supporto storici, economici, culturali fatti per rilevare quel mondo di cui il termine è portatore di significato e valore convenzionale.

Il mondo giudaico inoltre indica con la lettera (Seraf) l?atto di liberare il metallo dalle scorie e sottende una purificazione attraverso il fuoco nel momento di unire anagrammare e combinare l?insieme della parola significativa.

La codificazione implicita pitagorico-essenica (che poi sarà cabalistica) non ha niente in comune con la moderna scienza del linguaggio in quanto nelle sue operazioni non va alla ricerca della storia della parola in senso diacronico, ma la libera da ogni storia ed indaga sui segni grafici, numerici e semantici che legano le lettere che le compongono e fa giochi creando nuovi mondi di significati sulla base di aggregazioni di egual valore numerico: suddivisioni,sostituzioni, norme di equivalenze e di intercambiabilità, diventano operazioni possibili che producono una infinità di interpretazioni di una stessa frase e perfino di una stessa parola.

Perciò nonostante gli sforzi di decondizionamento, non si può leggere un testo allo stesso modo: ogni popolo ha una suo sistema di codificazione e quindi ha bisogno di un sistema diverso di lettura: solo quel popolo lo può leggere interpretare e capire che lo ha generato: tutti gli altri tentativi di decifrazione sono sempre inesatti: rimanere fedeli alla lettera in senso sadduceo era una possibilità di essere pii; andare oltre la lettera e fare esegesi farisaica era un?altra lettura, forse più alta ma certamente più difficile, più enigmatica, meno vera .

Non si riesce mai a rilevare esattamente la convenzione di un gruppo nell?atto della semantizzazione di un termine, anche il più banale.

Chi dei miei pochissimi lettori, d?altra parte selezionatissimi, sta comprendendo l?esatto valore di banale collegato col termine banno medievale ?

Con chi ho una vera comunicazione di questo specifico termine? Con quanti sono in equivoco ?

Perciò prima di fare lo storico, ho fatto prove di verifica linguistica e ho lavorato sul linguaggio

Mi sono dedicato, a lungo, al linguaggio, sicuro che in ogni trasmissione di pensiero, nonostante la buona fede dell?emittente e di ogni traduttore, c?è necessariamente l?errore o per difetto o per eccesso,

Senza dare una valutazione di bugia e di blasfemia, propria dell?ebraismo, ho cercato fedelmente di tradurre in modo da non essere valutato bugiardo se troppo legato alla lettera né blasfemo in caso di aggiunte.

Decifrare il lessico, rilevare il testo, leggere l?equivoco proprio di ogni termine, definire il piano espressivo e quello dei contenuti, secondo la regola morfo-sintattica, sono state operazioni tecniche, neutre il più possibile, che però hanno permesso di ricercare la storia, falsificata dai vincitori

La codificazione e semantizzazione antica sono di base retorica perché tendono a cogliere lo stupore del fedele e a provocare smarrimento e turbamento phobos per averne la simpatheia (compartecipazione affettiva).

Sicuro perciò che ogni dogmatismo nasconda retorica e che comunque nella retorica c?è qualcosa di vero, qualcosa di oggettivo, nascosto sotto lo slogan propagandistico retorico, ho operato molto sulla referenza in modo da referenziare correttamente, dopo aver semantizzato il concetto.

Il referente dà corpo e sostanza all?idea connessa nell?asse significante ? significato convenzionale: la sua individuazione come immagini reali rimanda ai fenomeni naturali, alla logica e al sistema di significazione di un popolo la cui scrittura è la base effettivamente storica della sua esistenza e del suo tipico esserci nel mondo di relazioni sia interne che esterne sia con gli elementi della propria etnia che con quelli di altre.

Per meglio referenziare mi sono decondizionato dal classicismo e dalla sua logica ed ho lavorato come banausurgico.

Mi sono isolato alquanto dagli altri e per di più , sono fuggito in campagna, alternando al lavoro culturale uno artigianale; mettendo insieme artes liberales e sordidae , ho meditato ,dopo la fatica fisica, sulle forme più elementari e genuine del vivere.

Perciò non ho avuto mai il tempo di alzare la testa dal lavoro e non ho avuto occasioni di relazionare , di confrontarmi se non con coloro che mi avevano preceduto nella ricerca.

Sono, poi, del tutto incapace di muovermi alla ricerca di sponsor o di qualcuno che possa diffondere le risultanze del mio lavoro, e perciò ho atteso, a lungo, fiducioso che il tempo sia giusto giudice.

Dopo i lunghi studi sulla Bibbia , sul medismo e sull?ellenismo, ho scritto Una lettura del Padre Nostro, e Jehoshua o Jesous?, mostrando le risultanze storiche sulla figura di Gesù e sulla sua funzione come fondatore del Malkut ha Shemaim (Regno dei Cieli).

H Basileia ton ouranon, greca, si è evidenziata come un regno del tutto diverso da H basileia tou Theou (Il regno di Dio) ed ho perciò, staccato storicamente i due eventi rilevando due diverse epoche storiche, con due diverse mentalità e culture, giudaica e giudaico-cristiana, in una distinzione del primo cristianesimo rilevato nelle sue due anime, quella gerosolomitana, di Jakob, nazirea e basileica e quella successiva antiochena, di Paolo, nate entrambe dallo stesso fondatore.

La figura di Jehoshua, aramaica è stata rilevata nella sua vicenda terrena, esaminata nella professione di tecton, nella sua attività costruttiva ( da qui anche lo studio su Tecnicismo e scetticismo nel I secolo).

Di Jehoshua ho colto la mediazione culturale tra i diversi giudaismi, la consociazione con l?impero parto e con Izate di Adiabene e con Areta IV, e con Artabanom III, la sua ricerca del Malkuth in opposizione ai romani.

Ho letto la sua epopea armata ricostruendo la conquista di Gerusalemme nella pasqua del 32 a seguito della morte di E. Seiano, il 18 ottobre del 31 e i suoi atti regali più significativi (consacrazione del tempio, il Nuovo patto con Dio, istituzione del pontificato essenico e del calendario solare).

Ho rilevato anche il periodo di Regno di Jehoshua di circa 5 anni e la sua fine nel 36 ad opera di Lucio Vitellio inviato con un mandato antipartico e antinabateo, da Tiberio a riconquistare la provincia di Siria.

La figura di Jehoshua, separata da quella di Jesous, è una delle tante che lottano in nome del nazionalismo e dell?integrità di fede contro l?impero romano e contro l?ellenizzazione nell?arco di 200 anni, dal 63 a. c, fino all?impresa di Shimon bar Kokba (135): Giudaismo romano è l?opera inedita, che mostra questa guerra tra Romanitas e giudaismo integralista e legge dall?angolazione dell?impero romano che dava potere al sacerdozio sadduceo e agli erodiani in lotta contro la pars aramaica filoparta che ,comunque, viene illustrata ed illuminata.

Tutti questi avvenimenti sono stati visti nel quadro di un grandioso e vasto disegno nazionalistico giudaico di cui si rileva la storia fino al Galuth di Adriano, mentre viene seguito anche il corso storico del primo cristianesimo antiocheno, la sua esclusione dalla sinagoga giudaica, la separazione dal giudaismo, la sua vita nell?impero romano, il suo adattamento e il suo ramificarsi nel sistema ellenistico-romano con l?equivoco della persecuzione anticristiana, fino alla vittoria del cristianesimo con Costantino e alla deificazione di Gesù Cristo nel concilio di Nicea.

Ora, su suggerimento di amici e dei miei figli, cerco di comunicare, tramite il mezzo informatico quanto ho trovato di nuovo, storicamente.

Nessuno scopre niente, ma ritengo di aver letto qualcosa di nuovo, di aver rilevato, grazie ad un paziente lavoro di traduzione e di commento su Filone, su Giuseppe Flavio e su Clemente Alessandrino, un?altra storia del cristianesimo, vista da un?angolazione diversa.

Di norma la storia della Bibbia e l?eredità giudaica vengono fatte confluire nel Cristianesimo: io ho fatto storia cercando invece di leggere i reali motivi di una separazione, dopo aver rilevato il quadro di insieme dei fatti storici politici ed economico-sociali, di due religioni, che hanno la comune origine mosaica.

Mi auguro che dopo di me, tanti altri leggano la storia in modo neutro e scoprano tante altre porzioni di verità, di sapienza.


Alabarca

Chi è l'Alabarca?


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L'alabarca è un discendente di Onia IV (sommo sacerdote fuggito da Gerusalemme in Egitto nel 146 a.C.) sommo sacerdote del tempio di Leontopoli.

Durante il regno di Tiberio, alabarca é Alessandro, fratello di Filone (il filosofo sincretistico ed eclettico alessandrino), e forse di Lisimaco (un naukleros).

L'alabarca è anche etnarca dei 500.000 giudei ellenisti di Alessadria e di tutti i giudei della diaspora sia egizia che mediterranea (2.500000).

E' padre di Tiberio Alessandro un figlio, che, dopo l'apostasia, fatta carriera militare ,come civis romanus alexandrinus, divenne prefetto della Ioudaea (46-48) e poi governatore di Egitto, e per primo nel 69 d.C. fu elettore di Vespasiano imperatore e con Tito distrusse il tempio.

E' padre anche di Marco (Alessandro) che sposò Berenice figlia di Erode Agrippa I re di Giudea.

L'alabarca è esattore delle tasse per i romani ed ha un grande rilievo sul piano finanziario e mercantile in quanto gli oniadi detengono il monopolio degli emporeia e delle trapezai.

La sua potenza economica, grazie anche ai rapporti con Tiberio, con Antonia minor (di cui è Therapeuon cioè curator dei beni) è quella di un Rockefeller nonostante la persecuzione di Seiano prima e di Caligola poi, che gli confiscò i beni e lo imprigionò

Da Claudio fu liberato e riebbe i suoi averi: con la ricostituzione del politeuma alessandrino, riebbe i diritti civili e la carica di esattore delle tasse.

Morì forse poco prima dell'avvento al trono di Nerone (54 d.C.)

Nel periodo dei giulio-claudi non solo l'alabarca è ricco, ma anche tutti i giudei ellenistici sono ricchi e potenti tanto da essere l'etnia dominante perfino su quella greco-allessandrina, grazie alla tzedaqah (alla carità, intesa come atto di giustizia).

Questa permette la formazione di una complessa catena di emporia e trapeze che si diffonde come una piovra nel bacino del Mediterraneo, in ogni grande o piccolo centro, e si dilata anche nel regno partico e oltre i confini fino a Ceylon, in India e Cina , tramite anche giudei partici, cointeressati al proselitismo e al commercio.

Il sistema oniade, dopo la persecuzione di Caligola, pur ripristinato da Claudio, entra in crisi perchè impedito nel proselitismo e decade nel periodo Flavio, ma la sua organizzazione amministrativa diventa cardine per le comunità cristiane, che, col forzoso e violento obbligo del deposito dei beni riconvertiti in denaro liquido, prosperano autonomamente sotto il controllo dei dioiketai -episcopoi.


Alabarca

Paideia e gimnasiarca

Gimnasiarca


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La paideia ellenistica si basava sul ginnasio (to gymnasion) come luogo per gli esercizi fisici e come scuola, di solito privata e, talora, municipale.

I gymnasia erano in ogni città dell'impero romano, specie in Oriente, che, a seconda della grandezza ne aveva più di uno (Atene ne aveva tre famosi Lyceo, Academia e Kynosarges; Roma stessa ne aveva alcuni, in cui oltre all'attività sportiva si faceva attività letteraria e filosofica-Cicerone De div.1.5,8- ).

Il Gymnasiarca svolgeva la funzione di sovrintendente ai corsi di attività ginniche e presiedeva ai programmi, ne controllava lo svolgimento ad opera dei gymnastai (maestri).

La gumnosiarchia (come la choregia, lampadarchia, estiasis, architheoria e Trierarchia - in Atene-) era una leitourgia (un servizio) reso allo stato da politai (cittadini ) facoltosi.

Di norma la carica del gymnasiarca era politica e propria di un ricco cittadino, che finanziava il corso di studio dei giovani di una città, coordinava gli altri gimnasiarchi delle varie zone cittadine, in una grande città (come Alessandria, Efeso, Antiochia), sosteneva le spese delle feste ed, a volte, si assumeva, perfino, l'onere del costruire parti del Ginnasio o di ristrutturarlo, purché ogni cittadino avente 5 talenti (circa 180.000 euro) lo aiutasse nelle spese di gestione in proporzione del reddito.

Perfino Antonio, il triumviro, era stato gymnasiarca e, per amore di Cleopatra, aveva avuto il titolo (Dione Cassio, St. Rom, L,5).

La paideia era in tre corsi: uno per i ragazzi da 7 a 14-5 anni; uno per gli adolescenti (16-17 anni-), uno per l'efebia (18-20) e dopo tale età, variabile da città a città, si diventava neoi.

Conseguito lo status giovanile, si faceva un vero e proprio addestramento militare prima dell'arruolamento.

Ogni corso aveva propri educatori e programmi, basati sulle arti liberali con attività musicale nel primo stadio, poi in fasi diverse, iniziava l'addestramento atletico-militare, che si completava nel periodo giovanile.

Tale preparazione creava il polites, che prima subiva una valutazione con dokimasia (in cui si verificavano l'età e la condizione civile libera) poi faceva il giuramento e quindi veniva iscritto nel registro dei cittadini.

Dopo la morte di Alessandro si era polìtes non per il fatto di essere di stirpe greca, ma per la spiritualità e mentalità greca (dianoia) in quanto partecipe della paideia, che significava che il polites aveva una educazione civile (cioè aveva praotes mitezza e philanthropia umanità) avendo cultura tale da reagire con razionalità ed autocontrollo ad ogni avversità e perciò aveva comportamenti moderati e risultava superiore al barbaro, che, invece, era crudele, sfrenato, facile all'ira.

Eratostene (in un discorso In difesa di Alessandro) distingueva gli uomini non per stirpe ma solo per arete (virtù) o per kakia (malvagità) volendo significare che la paideia, già di per se stessa, produce giustizia, tensione al bene della propria comunità, in quanto orienta l'individuo alla socializzazione, con l'uso della parola, sottendendo, però, il giudizio di buono per il greco e di cattivo per il barbaro.

Filone, da giudeo, pur dividendo il mondo in due parti (quelli appartenenti al kosmos romano- ellenistico e gli altri, barbari) resta nella stessa impostazione eratosteniana, anche se allarga l'orizzonte a quelli di lingua koiné, già unificati ed affratellati da Roma sotto una comune lex et iustitia.

Il filosofo giudaico è convinto che la paideia vada oltre il diritto di nascita e formi uomini di mentalità filantropica e liberale diversamente dall' altra cultura, quella barbarica, connotata da irrazionalità, disumanità, violenza e quindi tende ad opporre le due culture in relazione alla diversa formazione e, forse, fa distinzione perfino tra mondo giudaico palestinese e mondo giudaico ellenistico, in una sottesa dimostrazione delle differenze culturali, implicite nel giudaismo.

Filone, di stirpe oniade, integrato nel sistema commerciale romano-ellenistico, fa parte del Kosmos ed è kosmios, diversamente dai giudei palestinesi, che, essendo di cultura agricola, parlano aramaico, hanno una cultura diversa in quanto mesopotamici, anelanti alla ricongiunzione con i confratelli del regno di Partia, ostili alla Romanitas.

Se si capisce questo nodo e lo si legge correttamente, sono comprensibili l'antiromanità del giudaismo palestinese, che lotta per quasi duecento anni contro Roma (63 a.C.-136 d.C.) e la filoromanità degli oniadi, dei sadducei e degli erodiani e di conseguenza le due diverse figure di Giacomo, fratello di Gesù e Paolo di Tarso, espressione concreta di queste due opposte culture.


Paideia e gimnasiarca

il buco storico

il silenzio degli storici


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C'è un buco storico nella Storia Romana, che riguarda un tempo, breve, di circa quattro anni: riguarda il periodo che precede il regno di Gaio Caligola (37-41): non c'è illuminazione diretta degli storici ufficiali per gli anni 32-35 e c'è penombra per il 31 e per il 36-37.

Inoltre è strano che di Annales di Tacito manchi proprio tutto il regno di Gaio Caligola, oltre ai primi sei anni di Claudio.

Perciò c'è quasi un quindicennio, non ben illuminato o meglio lasciato come in ombra, volutamente: ma chi aveva un interesse a non fare conoscere bene questo periodo?

E' ancor più strano che l'oscurità riguardi la provincia di Siria e la sottoprovincia di Giudea, abbandonate a se stesse, dopo la morte di Elio Seiano, il potente capo pretoriano tiberiano, il 18 ottobre del 31, poi mediocremente illuminate intorno al 36-7 fino alla morte di Caligola.

C'è un vuoto di potere in Oriente, che Tiberio non colma, perché impegnato nella repressione dei congiurati, seguaci del ministro ucciso: forse si stabilì (quando? e da chi? e perché?) di non far conoscere i fatti accaduti proprio per mancanza di potere romano, perché la storia che noi conosciamo di Gesù Cristo Signore fu del tutto diversa da come accadde?

Forse quanto rimasto di Tacito sull'impresa di Lucio Vitellio aumenta il mistero sulla condotta di Artabano e sui suoi alleati, specie Monobazo ed Izate di Adiabene, mentre se ci fosse stato il seguito, avremmo chiarito molti dubbi sull'antisemitismo di Seiano, sulla repressione di Tiberio e sul comportamento di Pilato, conosciuti superficialmente tramite Filone (in modo lacunoso) e tramite Giuseppe Flavio (vistosamente interpolato ed adattato specie nella seconda decade di Antichità Giudaiche e precisamente in parti essenziali del XVIII, XIX e XX)!?

Anche le fonti giudaiche sono equivoche perchè si rifanno a situazioni note e a problemi conosciuti e quindi possono essere facilmente fraintese.

Non essendoci fatti certi e non conoscendosi effettivamente la politica antigiudaica di Seiano, si fanno congetture ed ipotesi, ( (Cfr. Un prefetto Tiberiano, angelofilipponi.com ) per cui viene fraintesa anche la successiva politica di Gaio Caligola.

E' facile, quindi, trovare nella pazzia dell'imperatore la spiegazione (semplicistica) di tante sofferenze ebraiche, del pogrom alessandrino(cfr Una strage di Giudei in epoca alessandrina, E.Book Narcissus, Ottobre 2911) e di ogni male romano nell'epoca e vedere nella pronoia divina la soluzione di ogni problema, seppure parziale e momentanea, considerato il giudizio negativo su Claudio e poi su Nerone, di una storiografia giudaica e flavio-antonina.

La figura, comunque, del re di Giudea Marco Giulio Erode Agrippa (37-41 a.C., tetrarca d'Iturea e di Galilea-Perea sotto Caligola e, poi. re di tutta la IOUDAEA, sotto Claudio), ben conosciuta grazie ai dettagli di Giuseppe Flavio (Ant. Giud., XVIII,143-309, XIX 236-359 ) e di Filone In Flaccum 24-40; Legatio ad Gaium 261-337), nota da altri storici latini e greci, permette di intravvedere qualcosa del periodo precaligoliano e caligoliano.

La persecuzione di Tiberio (Seiano), di Caligola, di Claudio (pur dopo la ricostituzione del politeuma giudaico alessandrino e degli statuti giudaici in tutto l'ecumene ) è solo testimonianza ebraica: pochi cenni dell'odio di Caligola per i giudei sono in Svetonio (Caligola), nelle Storie di Tacito (V,9: dein iussi a C. Caesare effigiem eius in templo locare arma potius sumpsere quem motum Caesaris mors diremit), nel (lacunoso) LIX)l ibro delle Storie di Dione Cassio .

Per il resto c'è un buco in Annales di Tacito (mancano i libri VII-XI, il V è frammentario, il VI mutilo), e nell'opera di Plinio il Vecchio (non ci sono due libri di De vita Pomponii Secundi, i venti libri Bellorum Germaniae e i trentuno libri di A fine Aufidii Bassi), che doveva essere ben informato, date le testimonianze puntuali di Storia Naturale.

Inoltre non ci sono state tramandate le Memorie di Agrippina Minor, anch'esse ricordate da Plinio il Vecchio (St. Nat., VIII,46) e parti di Storia romana (Libri 24) di Appiano Alessandrino (XVIII-XXI Storia egizia e XXII Hecatontaetia) in cui si poteva conoscere la situazione giudaico-alessandrina da parte di un procuratore imperiale, di stirpe alessandrina, di epoca antonina.

Lavorare su un buco così profondo ha comportato una ricostruzione incerta, comunque probabile, possibile, tanto meno precisa ed attendibile, però, quanto più marcato è il buio delle fonti, anche se squarciato da ricordi di Seneca e di altri (specie i satirici) che vedono in Tiberio, il sadico pervertito, il despota nausato dalla politica, in Caligola il pazzo, in Claudio il servo dei servi, il rimbambito per natura e per le donne, in Nerone l'istrione e il megalomane, in una condanna di tutta la famiglia Giulio-claudia.

Inoltre chi poteva essere meglio informato di Lucio Vitellio (scrittore di De Vitellii Commentariis) sul Regno di Jehoshua? Solo Tertulliano in De Anima.46,7 parla della esistenza di questo scritto di Vitellio. Ma è autentica questa citazione? Che fine ha fatto

poi il De Vitellii Commentariis?: nessuno ne ha più parlato.

Per me il buco non è un caso, ma è opera di una sapiente, lenta e progressiva cesurada parte di uomini tesi a cancellare la figura umana del Christos, la sua vera storia, la sua biografia.

I tagli su questo periodo sono quelli di un potatore esperto, di epoca costantiniana, che vuol fare fruttificare l'albero della storia, in un unico senso: sono, davvero, tagli provvidenziali per una storia teleologica cristiana, basata su un Gesù logos, figlio di Dio: è chiaro che senza il radicamentio in Dio non esiste storia umana di Gesù e che la sua figura è sbiadita, strana, esangue, insomma risulta un'immagine riflessa.

L'ipotesi del malkuth di Jehoshua mi sembra che colmi il vuoto e spieghi la condotta, strana di Tiberio verso la Siria, a detta di Svetonio (Tiberio,41 ... lasciò la Spagna e la Siria senza legati consolari con grande vergogna e grande pericolo dell'impero, si disinteressò completamente del fatto che l'Armenia venisse occupata dai parti ... ).

Flavio (Ant.Giud.,XVIII, 88-126) può essere facilmente integrato nche coi pochi dati superstiti di Tacito (in Annales VI,27: tratta di E. Lamia che non partì per la Siria, anche se nominato dopo la morte di Pomponio Flacco, nel 33, e dopo l'occupazione dell'Armenia da parte di Monobazo, re di Adiabene) e con quelli di Cassio Dione (Storie, LVIII,2).

Le ricostruzioni, fatte nel commento del XVIII libro di Antichità Giudaiche di Flavio (sulla spedizione di Lucio Vitellio, governatore di Siria, inviato da Tiberio nel 35 d.C. con un mandato antipartico ed antinabateo e sulle sue due entrate in Gerusalemme collegate con le notizie di Tacito e Dione) e in quello di In Flaccum e di Legatio di Filone (in relazione alla struttura di tutta la l'opera comprendente cinque libri, dal titolo, secondo Eusebio-St. Eccles.II,6-7 - Peri areton) mi confortano in questa ipotesi del malkuth, in attesa di ritrovamenti probanti archeologici o epigrafici o numismatici.


il buco storico

ellenizein

ellenizzazione


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Ellenizein significa ellenizzare ed ellenizzarsi, diventare greco, comporta la perfetta conoscenza della lingua (come unico mezzo per koinonein, per comunicare nel kosmos della basileia ellenistica) e l'uso del sistema pratico tradizionale greco. che sottende l'avvenuta integrazione culturale.

Ma cosa pensiamo quando sentiamo dire ellenìzein?

Pochi hanno le idee chiare: forse solo chi conosce ellenismo (il termine ellenismos deriva da G.Gustavo Droysen che lo coniò sulla base degli Atti degli apostoli che parlano di cristiani ellenisti, distinti dai cristiani giudaici) comprende ideologicamente il significato di un fenomeno che diventa pratica di vita dopo la morte di Alessandro Magno (323 a.C.), dopo l'uso comune di una lingua (dialetktos koiné), in tutto l'ecumene orientale, caduto sotto il potere macedone.

Esso è una cultura che si esprime chiaramante, dopo la battaglia di Ipso (302 a.C.) tra i diadochi (successori di Alessandro ) e poi dopo Kyropedion (282 a.C.) nell'assetto costituzionale di quattro monarchie fondamentali (Regno di Siria, Regno di Egitto, Regno di Macedonia, Regno di Pergamo), in cui si attua una politica liberale, basata sulla legge garantita dal basileus, sulla omonoia (concordia). sulla isonomia (parità dei diritti), sulla philanthropia (humanitas, coscienza di essere uomo, solidale con gli altri uomini), su un'etica platonico-stoica, centrata sul logos animatore della phusis e sul logos animatore (psuchè,anima, to egemonikon guida del soma, corpo umano,) dell'uomo corporeo, microKosmos, parte del tutto, macrokosmos, al fine di un benessere personale, di una eudaimonia sociale ed universale, in una visione armonica di ogni parte, cosciente di essere razionale e naturale.

Il vivere secondo ragione e natura è proprio di ogni saggio, che tende a conformarsi armoniosamente con il tutto.

Se si comprende questo modo di pensare, forse si riesce a capire il modo di vivere da greco, sia in occidente che in oriente, dove il sistema ellenico è veicolato dalla nuova cultura, formatasi dall'incontro di più popoli e da una comunicazione nuova per tutti coloro che aspirano ad uniformarsi secondo la nuova via progressistica, che è anche via di collaborazione e di pacificazione tra le varie etnie, mediante le attività commerciali e finanziarie (emporeuesthai, askein trapezan- mensam exercere), favorite dalla diffusione della dracma.

Quelli che hanno questa coscienza, di norma, sono aristocratici e cittadini (protoi kai politai) non popolari e contadini, che, pur vivendo in diverse patrie, hanno la comune coscienza di essere cosmopoliti: perciò ci sono romani, cartaginesi, galli, egizi, cilici, panfili, bitini e perfino sacerdoti giudaici che sono ellenisti cioè greci di cultura, senza esserlo di nascita, che sono razionali e miti, qualità che li distinguono dai barbari, che costituiscono l'altro mondo, connotato da irrazionalismo e da ira e violenza.

Cosa vuol dire, dunque, ellenizein concretamente per un giudeo, che ha mentalità greca, che si fa greco?

Significa avere una doppia patria, una doppia nazionalità, una greca ed una universale, frutto di una paideia katholikotera (educazione più universale), in relazione alla paideia specifica della propria stirpe.

Ellenizein, in quanto comporta un'acquisizione culturale nuova, diventa, quindi, un nuovo modo di vivere con una nuova educazione, oltre a quella patria (secondo la formazione, ricevuta in sinagoga fino ai tredici anni, in relazione alla torah- al nomos, alla legge-), che viene impartita ai giovani nel ginnasio, nell' efebia, a cura di ginnasiarca, per essere neoi ed essere censiti tra i politai (cittadini) della patria in cui si vive: senza questo corso non si era greci e quindi non si poteva partecipare alla vita della città, in cui l'ebreo era nato e viveva.

Mi sono sempre chiesto come un giudeo possa entrare nell' efebia ed integrarsi nello statuto del cittadino, cosa che avveniva durante la festa delle Apaturie, secondo il sistema attico-ionico. Questa festa culminava, al terzo giono, detto Koureotis, con una cerimonia d'iscrizione dei giovani, censiti per la guerra, in cui si faceva un sacrificio ad Artemide, detto Koureion, durante il quale c'era l'offerta dei capelli di ogni neos.

Forse c'era una qualche dispensa per il giudeo circonciso che, in alternativa, faceva un sacrificio al suo dio o pagava denaro per la festa pagana: non ci sono però decreti in tal senso ma solo prostagmata invitanti i governatori e città dell'imperium romano a fare concessioni generiche gli ebrei e a volte anche a proteggerli dai pagani (Cfr. Flavio, Ant.Giud. XIV, 185-323).

Ellenizein significa, però, un cercare di mediare tra le due culture, un mettere insieme il theos (Zeus) con Shaddai (Altissimo) un trovare una sincresi unificante il culto greco con quello ebraico, cucire insieme filosofia pagana e teologia giudaica.

Questa sintesi non era concepibile per ogni amante della legge e risultava inconciliabile con la tardizione per gli hasidim (i puri) in quanto la concliazione tendeva ad un'eudaimonia umana sulla terra, costruita dall'ingegno personale e la separazione netta e recisa consisteva nel subire passivamente il volere di Dio, che ha ab aeterno un piano sul fedele, sconosciuto ed inconoscibile per l'individuo.

Quindi se si voleva rimanre nella retat via del giudaismo non bisognava ceracre nemmeo i compromessi e le scorciatoie legalistiche.

Essere methorios filoniano invece è il risultato di una doppia cultura sincretisticamente vissuta, che certamente era un grande problema per ogni individuo e comportava un cedimento alle prescrizioni e un distacco dalla cultura tradizionale (che mal sopportava una ibrida integrazione con altre culture perché rigidamente ancorata alla legge mosaica) e procurava lacerazioni profonde nello spirito di un giudeo della diaspora, necessariamente obbligato a misurarsi con i pagani, con i quali conviveva in ogni città del Mediterraneo e dai quali era odiato per la ricchezza.

Ellenizzarsi era il prezzo pagato per vivere in mezzo agli altri senza conformarsi, restando sempre ebreo, per mantenere la ricchezza tutelata proprio dai diritti, derivati dall'essere definito greco e dall'essere iscritti tra i cittadini dell'impero romano, dopo la dokimasia (il giudizio dei delegati della comunità cittadina).

Bisognava pagare per essree accettati nella loro diversità, bosognava corrompere per essere alla pari degli altri greci.

Ellenizein era però, soprattutto, un'interruzione di comunicazione tra fratelli che si sentivano divisi in quanto uno, quello palestinese era e rimaneva di cultura aramaica ed agricola un ham ha aretz, (popolo della terra), zelante della fede, legato alla legge, mentre l'altro viveva nel benessere, in quanto emporos ed ellenistico, ma aveva un morale equivoca, una fede filosofica: la preghiera dello Shemà era differente per le referenze sottese nei due diversi codici linguistici.

Ellenizein per un Giudeo era un vivere pericolosamente, un rischiare ogni giorno, avere una spada di Damocle sulla testa perennemente: in Palestina, per il pericolo dei fratelli integralisti; in ogni città del Mediterraneo, per il timore delle classi superiori greche, commercialmente antagoniste, e dell'irrazionalismo delle masse cittadine: bastava un niente (una parola, una falsa notizia, una pestilenza, una carestia, un terremoto, una guerra, un qualsiasi accidenti) a scatenare la folla di nemici, che distruggevano il lavoro di generazioni.

Perfino in Partia era pericoloso essere ellenizzati perché a Ctesifonte e nelle altre città predominava la cultura mesopotamico-medico-persiana e, siccome spesso giudaismo era sinonimo di benessere e di commercio, capitavano tumulti popolari che massacravano l'etnia straniera: comunque, gli scontri di culture erano molto più ricorrenti nell'impero romano in cui, di solito, c'era l'eccidio (o espulsione) della pars vinta.

Per un giudeo, dunque, ellenizein nel primo secolo d-C. significava avere un tenore di vita da greco, seppure mediato e sincretistico, un servire due padroni, un essersi integrato nel sistema greco-romano, pur rimanendo barbarico nell'animo: vivere da greci contraddiceva il pensare da israelita; la cultura della vita e dell'individuo non poteva sposarsi con la cultura della morte e del collettivismo; la libertà dell'uomo non poteva fondersi con la totale dipendenza da Dio; l'autonomia della filosofia, come episteme, contraddiceva necessariamente la teologia.

Quanto era faticoso, difficile, equivoco percorrere la via del giudeo ellenista!


ellenizein

Giacomo e Paolo

Jakob fratello di Jehoshua e Shaul


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Cosa predicò Giacomo (Jakob, fratello di Jehoshua), dopo la morte del Meshiah e cosa Paolo (Shaul di Tarso)?

Ritengo che il pensiero di Giacomo e del Regno dei Cieli sia stato cancellato, dopo la distruzione del tempio di Gerusalemme da giudei ellenisti che, nel periodo Flavio, prendono le distanze dallo zelotismo e dal messianesimo giudaico, a seguito del decreto del sinedrio di Alessandria, che, a malincuore, è costretto, per la propria incolumità, a consegnare i nazirei, condannandoli a morte.

Il nuovo imperatore, Vespasiano, ha creato la sua fortuna dalla sconfitta giudaica e tutta la cultura romano-ellenistica inneggia alla vittoria, dopo il trionfo sulla Joudaea capta.

In tale clima di euforia, le sinagoghe romane partecipano alla festa e celano ogni forma di resistenza all'impero romano, rinnegano anche Jehoshua, zelota, qadosh, fondatore del Malkut ha shemaim, timorose di una qualsiasi ritorsione: è ancora recente la indiscriminata repressione claudiana e ancora di più quella neroniana, per non parlare delle punizioni subìte sotto Caligola, Seiano e Tiberio.

In ambiente flavio, a Roma, dunque, si organizza col vangelo di Marco una risposta giudaica ellenistica, cristiana, utile ( Khristos /khrhstos) alla comunità e con essa si crea la base della buona bugia bella del cristianesimo: si fanno tagli della verità storica, si eliminano i segni dello zelotismo, si cambia la struttura stessa della legge mosaica, si innova sul sabato con la santificazione della domenica (dopo un periodo di celebrazione della cena eucaristica tra la fine del sabato e il giorno iniziale della settimana) e quel che è più grave, si cerca di mascherare l'intervento, preoccupati solo di non lasciare ombra della revisione (cosa che, comunque, viene fatta per gradi nei 27 anni flavi, poi nel II secolo e nel III e marcatamente nel IV secolo, a seguito della impostazione storiografica di Eusebio, in epoca costantiniana, ed infine in quella teodosiana, con Girolamo sotto papa Damaso, divenuta quasi definitiva sotto Teodosio II)

Marco è un nome che condensa un gruppo di ellenisti abili retoricamente, tanto da essere semplici ed elementari così potenti linguisticamente da apparire analfabeti o appena alfabetizzati - quel gar (infatti) lasciato come appendice dimostrativa e con quei concettucci, popolari e concreti propri della sapienza giudaica, quasi da apologhi fedriani ne è segno e spia-.

Marco, sulla base dei logia di Matteo, interpretati e riordinati, scrive Euaggelion Jhesou Christou uiou Theou, un vangelo utile conveniente (Khreston).

L'inizio è connesso con una dimostrazione della divinità, congiunta con l'eliminazione dei dati umani e zelotici, mentre vengono rarefatti quelli familiari e patri e talora perfino annullati, per arrivare a far dire ad un centurione romano, a crocifissione avvenuta, Alethos outos o anthropos uios theou en! (veramente quest'uomo era figlio di Dio! ).

L'assunto, quindi, è scoperto ed è chiaro: è probabile che tale impostazione sia stata ritoccata varie volte nel corso dei primi tre secoli.

Rintracciare, invece, il pensiero di Giacomo è arduo, ma si può fare leggendo parallelamente i testi degli oppositori, animati dalla stessa fede, specie di Paolo e di Luca da una parte, e di Marco dall'altra e talora di Matteo stesso, tutti uomini connessi con il sistema capitalistico oniade, alessandrino.

I dati, che si rilevano da nemici di Jehoshua e di Jakob, da impostori che hanno scritto un altro vangelo mandando un altro messaggio, diverso da quello originario del Regno dei Cieli, sono probabili e possibili, non certamente sicuri: io opero da storico, ricerco là dove mi sembra opportuno ricercare, indago per conoscere qualcosa, non possiedo la verità.

Dalla lettura delle risultanze si cerca di enucleare l'altra storia, quella cancellata, quella di Jakob, fratello di Jehoshua.

Dopo la morte di Jehoshua in croce, il giudaismo zelotico ne riconosceva il martirio, lo annoverava tra i suoi grandi e secondo la tradizione, il morto veniva compianto come giusto, santificato, celebrato nelle ricorrenze fissate, e rimpianto.

La sua azione antiromana era un caposaldo come quella di Ezechia, di Giuda di Sarifeo e di Mattia di Margaloto, di Giuda il gaulanita, di Giovanni Battista e di altri giovani martiri che avevano preferito la morte alla vita in difesa della Legge: la sua giustizia era entrata nella storia del suo popolo: la storia di Jehoshua era già storia, in quanto era stato atteso come Messia. era stato accolto, accettato, seguito in tutta la sua impresa antiromana.

Era morto ma non era stato dimenticato: anzi la sua celebrazione ora aveva un'altra logica ed un altro significato in senso apocalittico.

La resurrezione, però, e l'apparizione ad alcuni cambiavano i rapporti consueti e tradizionali di celebrazione: cominciò a serpeggiare la leggenda di un suo ritorno per compiere l'opera incompleta della redenzione del suo popolo, aumentata giorno dopo giorno perché propagata segretamente, tramite le vie proprie dello zelotismo clandestino.

Il nuovo euaggelion aveva come punti centrali la crocifissione e la resurrezione, che sottendevano l'idea di una necessarietà di morte del Messia per la redenzione definitiva del giudaismo, secondo la logica escatologica ed apocalittica, sviluppatasi sulla scia del Siracide, della lotta antisiriaca prima, e poi antiasmonea ed infine antiromana con le impostazioni farisaiche ed esseniche.

Jakob/Giacomo, che ha visto suo fratello, risorto, predica questo vangelo e lo testimonia con la sua vita da giusto.

Egli è a capo della comunità (chiesa ) di Gerusalemme, e sembra svolgere un sacerdozio essenico, seguito dal popolo, costituito dal clero medio basso, dal ceto operaio, mentre sorge ad Antiochia un'altra comunità che predica un altro euaggelion secondo un'altra interpretazione di crocifissione e di risurrezione e che assume per i seguaci di Christos il nome di Khristianoi.

Jakob ha una sua interpretazione della venuta e della morte di Jehoshua, in relazione allo zelotismo e alla tradizione patria, secondo la propria funzione di padre e di baluardo del popolo.

Gli atti degli apostoli fanno comparire Jakob inopportunamente dopo la morte di Giacomo, fratello di Giovanni di Zebedeo, detto il maggiore, e lo indicano come capo della comunità gerosolomitana insieme con Pietro e Giovanni , creando confusione poiché c'è un altro parente di Gesù, Giacomo di Cleopha, apostolo detto il minore.

Si sa che nelle comunità zelotiche vigeva il principio dinastico: Menahem, figlio di Giuda lo rivendica con successo, Jakob è considerato successore legittimo del fratello.

Jakob, dunque, pur non credente inizialmente nel fratello, divenuto fedele seguace, dopo la morte e resurrezione di Jehoshua, riconosciuto messia venuto, è il capo indiscusso della comunità.

Per Jakob meshiah non ha lo stesso valore di Christos in quanto ha significato giudaico, palestinese, popolare e sottende una rivoluzione politica contro Roma, voluta da Dio, che ha eletto il popolo giudaico destinato non solo alla indipendenza e alla autonomia, ma alla supremazia sugli altri popoli.

Christos traduce Meshiah ma diventa con Iesous e Kurios un nome ellenistico, ed ha funzione di cognome tra i pagani, convertiti da Paolo, timorati della legge, che lo spogliano di ogni connotazione giudaica e prescindono dalla sua humanitas e dalla sua opera terrena, attirati anche dal capitalismo giudaico alla compartecipazione agli utili, senza l'obbligo della circoncisione: era un'altra via, scismatica, di vivere la propria fede con una tipica ameicsia, che equivocamente sottendeva un sistema ellenistico di vaga filantropia, ben confuso con quello ebraico,che ne veniva snaturato. Oltre a questo c'è già una differenziazione a partire dal nome di Jehoshua Meshiah in lingua aramaica e di Jesous Christos in lingua koiné, in quanto l'identificazione di Gesù in uno dei due modi è segno di distinzione tra le due comunità e risulta carica di nuove concezioni sulla base della interpretazione di crocifissione e di resurrezione e in relazione ai luoghi di propagazione, rispetto alla comunità di Gerusalemme o di Antiochia.

Inoltre le due confessioni sottendono sistemi di vita opposti: i giacobiti quello agricolo, riluttanti a fare proselitismo, gli altri quello commerciale e trapezitario, desiderosi di accogliere anche i pagani incirconcisi e propensi a snaturarsi nel tentativo di integrazione dei nuovi venuti, a mettere insieme Mosé e Gesù, a divinizzare Gesù sulla base della figura mosaica del re, nomotheta, gran sacerdote e profeta (cfr Vita di Mosé fine III Libro) .

La staurosis divenne simbolo di un martirio nobilitante il giusto Jehoshua, la sua famiglia e i giudei suoi seguaci perché il Meshiah era morto da oppositore, conforme alle regole dello zelotismo e del Regno dei Cieli ed Jakob ebbe il culto della croce (stauros) che rievocava la morte del fratello, martire ad opera dei romani.

Paolo, invece, deve spiegare la crocifissione ai pagani e agli ellenisti, che vedevano in essa la punizione di un crimen contro l'impero: egli usa skandalon della croce creando una metafora, di difficile lettura, per i gentili conformati al Kosmos imperiale, per spiegare con questo strano sintagma la verità della necessarietà della venuta e della morte di Gesù, un uomo dio, (come Romolo, come Teseo e come Prometeo) anche se crocifisso come ribelle di Roma.

Cercare di spiegare questo è una pazzia, basata sulla trappola della croce.

Ora, dunque, per Jakob è facile dare speranza a quelli che hanno ancora la speranza di essere liberati e redenti, mentre per Paolo, è complicato spiegare anche agli ellenisti ed ancor di più ai pagani che Cristo crocifisso è il redentore del mondo in quanto Dio, figlio incarnato, logos eterno, venuto per amore sulla terra, per togliere il peccato originale e riscattare col suo sangue l'umanità.

Ma proprio da questa insania innovativa, connessa al muthos Paolo colpisce il bersaglio del successo ed enfaticamente ed emotivamente attira i pagani in crisi ideologica e i giudei turbati e vilipesi per la sconfitta militare.

Paolo capisce che è assurdo quanto dice per i gentili che hanno solo alcuni esempi in Prometeo, Osiride, Dioniso, di Dei soteres ed euergetai.

Nonostante questo, con la sua predicazione assurda tende ad arrivare ad una dimostrazione irrazionale ma patetica e credibile per chi non è saggio, in una condanna della saggezza e della razionalità stessa: La verità è possesso degli incolti grazie a Dio che rovescia la sua grazia sui piccoli e non sui superbi: Dio, ineffabile, si concede solo alle creature deboli, stupide.

Paolo ha coscienza di aver davanti un fruitore, incolto che beve la sua verità, segue la sua logica non razionale, fiducioso in Dio, che apre la mente e che educa il suo popolo di insipienti.

Egli ha bisogno di un'idea geniale, di qualcosa di veramente sublime, che metta insieme, in modo sincretistico, cultura pagana e cultura giudaica, formule filosofiche platoneggianti e formule pregnostiche giudaiche.

Per prima cosa, però, deve fare entrare il fruitore del suo messaggio in un'ottica mitica e in una logica mistica rovesciando i criteri di saggezza in relazione alla fede, da fariseo, conformemente ai libri sapienziali: chi crede comprende, non chi è saggio; non capisce chi non crede, anche se saggio, perché è Dio che stravolge la ragione e il piano umano: è Dio che elegge e sceglie il suo fedele e che guida nella scoperta della verità; l'uomo è passivo soggetto di una lettura che avviene in Dio per Dio e con Dio.

In questa ottica irrazionalistica Paolo cerca, oltretutto, la sua funzione di apostolo, lui beniaminita , imparentato con gli erodiani, ricco emporos tarsense, capace di coordinare uomini grazie anche alla sua civitas romana!.

Irrazionalismo e romanitas sono elementi fondanti del pensiero paolino!(cfr. A.Filipponi, Jehoshua o Jesous?, Maroni 2003)

Paolo, di proprio, non ha neppure un suo carisma perché non è apostolo né discepolo di Jehoshua, né ha o ha avuto investitura da qualche apostolo né dal capo della comunità e quindi gli è necessaria una investitura divina, essendo privo di una qualsiasi altra terrena: la caduta da cavallo, la visione di Cristo, la cecità sono segni della sua vocazione e della sua nuova fede.

Da questa sincresi e da questa esigenza funzionale dipende il fascino del pensiero di Paolo.

Jakob, invece, una volta stabilito che Jehoshua è risorto ed è stato visto da molti, riaccende la fiamma della speranza in una nuova rivoluzione, da preparare (cfr Regola della guerra In Manoscriti di Qumran -a cura di Luigi Moraldi- Tea,1996).

Ha solo fede nel ritorno del fratello, destinato a tornare con poteri straordinari e divini per capitanare l'impresa e per completare la sua missione, interrotta dalla morte.

Senza entrare in merito a questa lettura della resurrezione, Jakob sa cosa fare e come comportarsi: attendere il ritorno del fratello in modo penitenziale e militare secondo le regole escatologiche.

Egli sa che Dio ha voluto la morte, ha risvegliato il fratello dai morti (anastasis ton nekron), facendolo risorgere: egli ha fede che Dio lo farà trionfare per dare la vittoria al suo popolo: questo disegno è fissato ab aeterno ed è scritto nella sacra scrittura.

Nella Bibbia ci sono i segni della morte e della resurrezione di Jehoshua, del suo ritorno e della sua vittoria finale: bisogna solo leggerli ed interpretarli.

Certamente ci fu tra il 37 e 62 , in quel venticinquennio un lungo lavoro scritturale tale da giustificare la morte in croce e la resurrezione con un discorso allegorico (dia symbolon) di tipo filoniano: certamente ci furono uomini incaricati di questa lettura in lingua ebraico-aramaica: i terapeuti, uomini che specificamente in Alessandria erano contemplativi, dediti alla ermeneutica, come il maskil essenico, ebbero, (forse?) questo incarico (Cfr Vita contemplativa, traduzione, commento e note, opera non edita, angelofilipponi.com )

La morte come la sua resurrezione, quindi, era stata giustificata secondo la scrittura (toioutos men o bios, toiauth de kai h theleuth... dià ton ieron grammaton mnhmoneuetai, Ibidem): Jehoshua doveva essere martirizzato per i peccati di Israel, ma aveva ancora un compito, quello del ritorno trionfante.

Jakob, dunque, nell'attesa della parousia deve preparare i suoi con la penitenza, con le armi e lui, l'oblias, è l'esempio vivente della giustizia ebraica, segno di vittoria sui Goyim (pagani), colui che conosce quale sia la porta di Gesù, la retta via(cfr Regola della Comunità in Manoscritti di Qumran, cit).

Egli come sommo pontefice, essenico, mostra la via secondo le formula giudaica Hesed- Zedek (pietas- caritas), opponendosi anche in modo armato, con i sicari, ai sadducei, a Paolo, agli erodiani divenendo il simbolo dell'opposizione giusta, armata, alla Romanitas, risultando causa indiretta della distruzione del Tempio.

Diversa è la posizione di Paolo che, essendo vissuto a Tarso, in ambiente pagano, è buon conoscitore di riti mistici, tipici della città della Cilicia, ha piena coscienza del culto di Osiride, della sua risurrezione e del regno dei morti, ma ha anche un buona conoscenza del sistema pregnostico giudaico e dei sistemi ermeneutici ellenistici, derivati dal commento della lettura della Bibbia, tradotta dai Settanta (eretica per gli aramaici).

Ora Paolo, giudeo ellenista, beniaminita, filoromano in quanto appartenente alla classe dei protoi gerosolomitani, pur sapendo di predicare la resurrezione di uno che è stato crocifisso dai romani come ribelle, trasfigura Gesù in Jesous Christos Kurios e lo deifica in modo geniale, conforme, comunque, alla lezione sincretistica giudaica ellenistica.

Come?

Egli è cittadino romano, e come tale, aspira ad una congiunzione con il Kosmos ellenistico come creatura, parte della physis, in armonia col tutto.

Da giudeo, sa che l'uomo in quanto creatura, figlio di Adamo, fasciato di carne, è atomo di male vivente in una zona tenebrosa di male, il mondo dominato dagli arconti.

Sa anche che al di sopra del mondo esiste la zona della luce in cui dominano le forze divine del bene, da cui promanano in modi diversi e in forme differenti eoni, entità, divine intermedie, più o meno portatrici di luce, in relazione alla vicinanza con l'Uno.

L'umanità vive nella zona del male, ma Dio ab aeterno ha stabilito la sua redenzione mediante l'incarnazione storica nella persona di Gesù, uomo-dio, morto in croce.

La sua crocifissione non è un evento compiuto dai romani su un ribelle, solo, ma uccisione di un essere divino, che si è vestito di misere forme umane, in modo da non farsi riconoscere dagli arconti della terra.

Questi, che conoscevano Gesù come essere divino e che sapevano di una sua venuta terrena e quindi della sua missione di uomo destinato ad essere ucciso per redimere il mondo dal suo peccato originario, dovevano impedirne la realizzazione.

Gli arconti, ingannati dall'humanitas, lo uccisero, facendo verificare la redenzione, cioè la vittoria delle forze del bene sul male, della luce sulle tenebre:una storia come quella di Codro re ateniese! Una storia carica di significati allegorici!

Per Paolo, quindi, Dio invia un preesistente essere divino che, crocifisso dagli arconti, ingannati dalla apparenza mortale ed umana di Gesù, opera, grazie al suo sangue sparso per tutti gli uomini, la redenzione.

Così l'umanità, sia circoncisa che incirconsisa, è salva grazie alla morte in croce di Gesù Cristo, questo essere preesistente divino incarnato, il cui sangue redime l'uomo dalla colpa originale: lo skandalon della croce diventa simbolo stesso della redenzione di ogni uomo.

In questo modo, secondo formule pregnostiche, di tipo farisaico, connesse con l' escatologia, fusa con forme mistico-misteriche, trasforma Jehoshua meshiah in Gesù Christos divino salvatore dell'umanità.

Paolo sapendo quanto sia diverso il suo messaggio da quello di Jakob, capisce che non ha possibilità di immettersi nel seno della Havurat di Gerusalemme (Cfr Regola della Comunità,Ibidem) ed essere uno dell'edah ebraica (cfr Regola dell' Assemblea ibidem) ed inventa la sua missione di inviato direttamente da Dio, che gli ha rivelato il Figlio, il logos.

Da qui l'anatema di Jakob e di tutti quelli, che sono zelanti della fede e che hanno una logica giudaica: essi considerano il vangelo di Paolo un falso vangelo e, da aramaici, condannano Paolo come menzognero.

Da qui le tante accuse a Paolo di uomo di menzogna,(come Erode); da qui le tante sofferenze, i rischi di vita, le fustigazioni, la lapidazione e le tribolazioni proprie di un eretico in un sistema chiuso come quello giudaico, valutate come segno di predilezione e di elezione di Dio da colui che subisce i mali e che giunge impudentemente perfino ad assimilarsi a Christos.

Da qui anche la sua spasmodica ricerca di una accettazione o di un riconoscimento sempre negato, del suo messaggio: la sua stessa autoinvestitura di Apostolo delle genti, riservata a Pietro è sconfessata da Jakob, che, prima, lo richiama pubblicamente, poi lo manda via da Gerusalemme. ed infine, dopo il concilio gerosolomitano poiché Paolo non ha obbedito alla regola della circoncisione per i proseliti pagani, lo fa arrestare e in un certo senso lo toglie di mezzo privandolo della possibilità di attività missionaria (cfr Angelo Filipponi, Jehoshua o Jesous?,cit.) e lo fa perfino lapidare a Listra.

Jakob e i giudei puri sono per Paolo i lupi rapaci, che egli teme, prima di andare a Gerusalemme: questi ne impediscono l'azione e lo perseguitano, per cui i romani lo salvano dai nemici e lo portano in giudizio.

Paolo, essendo civis romano, si appella all'imperatore ma resta in prigione in attesa di giudizio definitivo e non può fare proselitismo effettivo (che d'altra parte era stato vietato da Claudio nel 41-cfr Lettera agli Alessandrini).

Jakob fino alla morte nel 62 dilata il suo vangelo nelle comunità di tipo aramaico ed anche in Alessandria: lo scoppio della guerra e i tragici eventi della distruzione del tempio e della sconfitta militare condanneranno il suo vangelo e renderanno vana l'attesa del ritorno di Jehoshua.

Per gli integralisti basileici e nazirei, per gli hasidim, la speranza della parousia muore con la sconfitta, ma non è del tutto estinta perché cova ancora sotto le ceneri fino alla rivolta di Shimon bar Kokba (134-135), mentre dalla sconfitta uscirà ingigantita l'idea singolare di Paolo: la sua dottrina del corpo mistico della chiesa, del Kosmos cristiano, lo scandalo della croce come salvezza e redenzione di ogni uomo, la speranza di una vita eterna come cleronomos, eredità per il fedele, saranno i capisaldi di una nuova dottrina, che sarà vincente proprio quando si staccherà del tutto dai vincoli della tradizione giudaica, dalla realtà zelotica e dal Malkut e sarà Cristiana, derivante solo, di nome, da Christos.

E soprattutto quando il capitalismo oniade sarà stroncato, il cristianesimo ricostruirà la rete commerciale trapezitaria giudaica secondo una nuova tzedaquah e tarsha, come agape e tokos, mantenendo l'organizzazione e la tecnica bancaria, favorito dalla mistione di giudaismo e paganesimo, dalla sincresi, in cui scompaiono le diverse matrici, secondo la fratellanza.


Giacomo e Paolo

i due canoni

differenze di costituzione dei canoni


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Ad Iammia tra il 70 e 94 d.C si decise il testo della Bibbia masoretica e si rifiutò quello dei Settanta, che era in lingua greca, usato dagli ellenisti.

Come sacre scritture furono considerate dagli ebrei:

Torah( Pentateuco: Genesi, Esodo, Numeri, Levitico, Deuteronomio);

Nevi'im (Giosué ,Giudici, Samuele I-II, Re I-II, Isaia. Geremia. Ezechiele, 12 profeti minori);

Ketuvim (agiografi: Salmi di Davide, Proverbi, Giobbe, Cantico dei cantici, Rut, Lamentazioni, Ecclesiaste, Ester, Daniel, Esra, Nehemia Cronache I-II ).

Il testo delle Sacre scritture, giudaico, viene oggi definito con l'acronimo Tanàch.

In seguito si costituì la Torah she be 'alpe (torah orale) messa in scritto da Giuda ha Nasi, che raccolse le discussioni rabbinche, che c'erano state dal periodo del tempio fino all'epoca di Antonino il Pio e Marco Aurelio (Midrash).

Da qui grazie ai commenti (pesharim) dei tannaim si costituirono i Talmudim (Jerushalmi e Bauli) costituendo due rami, quello "haggadico" (da Haggadah/ narrazione ) e quello" halachico"(da -Halakhah/norma) secondo due diverse letture ed interpretazioni, una narrativa ed una legalistica.

I cristiani antiocheni, invece, già separatisi dai nazirei basileici di Jakob, cioè da quelli della Chiesa gerosolomitana e forse dai mandei, fuggiti in Partia, avevano già, come libri sacri, subito dopo il 70, la Bibbia dei Settanta, le Lettere di Paolo, i tre vangeli sinottici, Lettera di Barnaba, Erma e Clemente I-II .

I christianoi, dunque, si appropriarono non solo della Bibbia dei settanta, del metodo divisorio, del sistema pesher tipico della Sapienza, dei Salmi e Proverbi, ma anche dell'opera del Siracide , di Filone e poi di Flavio, seppure rifiutati come libri impuri dall'ebraismo, che scomunica il cristianesimo antiocheno, già minacciato da altre eresie nel suo interno.

Gli ebrei aggiungono la Birkat Ha Minim la dodicesima benedizione della Amidah, redatta da Samuel il giovane, secondo le indicazioni di Gamaliel I: "Per i calunniatori e per gli eretici non vi sia speranza, tutti si perdano presto, tutti i Tuoi nemici vadano in rovina repentinamente. Tu li annichilirai ai nostri giorni. Benedetto sii Tu o Signore che spezzi gli avversari ed umili i reprobi

Inoltre essi, compresi i seguaci di Giacomo) assumono il testo masoretico in una volontà di distacco definitivo dai Christianoi, minim.

E'chiaro che i cristiani sono considerato eretici dai giudei al pari di altri alla fine del I secolo, mentre essi considerano già numerosi gli eretici derivati dalla stessa pianta cristiana: Filastrio di Brescia (330-404 d.C.) enumera 128 eresie (Diversarum hereseon Liber) aumentando il numero già alto (ottanta) di Epifanio di Salamina-315-403- (Panarion) degli eretici cristiani, mentre mostra trenta eresie nel credo giudaico.

Si deve allora pensare che le due confessioni abbiano un proprio testo e l'abbiamo strutturato in "catena ": non c'è dubbio però che i cristiani dipendano dai giudei.

Il testo ebraico, infatti, deriva da masorah ( catena)- ed è in lingua ebraica ed aramaica: esso dà rilievo al Pentateuco (Torah scritta) e con i Talmudim costituisce il fondamento dell'ebraismo, come teoria e pratica.

Il canone ebraico precede e come catena, semanticamente, quello cristiano e come termine greco (canon )-che deriva forse da qaneh (canna), uno strumento di misura usata dal falegname lungo circa sei cubiti (6x0,443= mt. 2,658)-.

Del testo canonico, masoretico, si ha conoscenza da parte cristiana con Militone di Sardi nel 170 d.C.,la cui opera è molto controversa.

Questi mostra come il cristianesimo riprenda il Siracide (Gesù ben Sirah, autore del II sec a.C., non compreso nella lista canonica ebraica, che parlava di 12 profeti riuniti, della Legge e di altri libri, complessivamente 22) e Giuseppe Flavio che parla di 24 libri, compila una lista delle Sacre scritture ebraiche.

Per quanto riguarda il Canone cristiano bibblico, definito entro il II secolo d. C. , ci furono controversie notevoli a partire dall'inizio dello stesso secolo.

Esso trova una sua codificazione ufficiale solo nel IV secolo e, grazie ai sinodi di Laodicea, Ippona e Cartagine, pur con molte incertezze ed accesi contrasti su molte opere contestate.

Il canone cristiano per il Vecchio Testamento risulta, comunque, fissato da Atanasio nel 367 in una lettera ai fedeli di Alessandria, in cui fu accettato in sostanza il canone masoretico, a cui si aggiunsero la Sapienza e il Siracide, Tobia, Giuditta, I e II Maccabei e Baruc (oltre agli altri profeti) e passi aggiunti in Daniele ed Ester: tutti questi libri e passi aggiunti furono chiamati Deuteronomici.

Per quanto riguarda il canone del Nuovo Testamento, dunque, furono ritenuti canonici dal patriarca di Alessandria: i quattro Vangeli, Atti degli Apostoli e le Lettere di Paolo (Ai romani, I-II ai Corinti, ai Galati, agli Efesini, ai Filippesi, ai Colossesi, I e II ai Tessalonicesi, I e II a Timoteo, a Tito, a Filemone, agli Ebrei), le lettere cattoliche (Lettera di Giacomo, I,II di Pietro, I,II ,III di Giovanni, e quella di Giuda) ed Apocalisse.

La costituzione del canone è una storia molto lunga e complessa ed è in relazione alle eresie, che anzi determinano la sua formazione: in effetti il canone ha come centrale il pensiero di Paolo.

In base alle divergenze da tale pensiero il canone si costituisce mano a mano, direi progressivamente per aggiunzioni a cominciare da contrasti con eretici.

Basilide. uno gnostico, che insegna in Alessandria tra il 117 e il 138 d.C,. parla per primo di ispirazione divina dei libri del Nuovo testamento e crea la base di un intervento divino nella Sacra Srittura Neotestamentaria, anche se non sancita da alcuno concilio.

Su questa base di rivelazione, eretica, Marcione, altro gnostico, determina una reazione nella Grande Chiesa quando trattando del vangelo di Tommaso e del vangelo della Verità implicitamente fa sorgere il problema della canonicità del testo e dei codici stessi (il codice Alessandrino e quello Sinaitico includono, oltre ad opere canoniche, altre che sono discusse come il Pastore di Erma e l'Epistola di Barnaba).

Contemporaneamente si sviluppa ad opera di Clemente Alessandrino e di Tertulliano, poi di Origene, la teoria che considera il canone neotestamentario come entità variabile, che può includere opere varie come i Vangeli apocrifi e i Detti del signore, purché abbiano un fine edificatorio, anche se c'era stato Giustino, che aveva sostenuto la necessità di dare rilievo solo ai quattro vangeli, poi ripreso e sostenuto da Ireneo (Contro le Eresie,3,11,8) che ancisce sulla base delle quattro regioni del mondo e dei quattro venti, la necessarietà di quattro vangeli come colonne e sostegno della Chiesa.

Comunque, da Eusebio (Storia Ecclesiastica 4,23,11) si sa che a Corinto si leggono le lettere di Clemente papa e che altrove si leggono Didaché, La Lettera di Barnaba, il Pastore di Erma, L'Apocalisse di Pietro (questione già posta da Clemente Alessandrino) e quindi non c'è univocità di lettura.

Eusebio, però, risulta lo storico che con le sue scelte determina il corso del Cristianesimo nell'età di Costantino, indirizzando in un solo senso, condannando all'oscurità e alla dimenticanza ogni altra forma cristiana o giudaico-cristiana, seguendo (per nostra fortuna) il controverso indirizzo origeniano (Cfr lo storico Cristiano II prefazione al III libro di Giudaismo Romano, opera inedita).

Dal Codice muratoniano si rileva che a Roma esiste, però, una lista datata tra il II e il IV secolo, che comprende i libri del Nuovo Testamento, senza la Lettera di Giacomo e quella di Paolo agli Ebrei.

Inoltre si sa che ci furono molte controversie sul Vangelo di Giovanni, che fu incluso solo nel 170 da Taziano e sembra che le lettere pastorali di Paolo(A Filemone e a Tito) e la I di Pietro e l'Apocalisse, (seppure con molte contestazioni e ripensamenti) entrarono nel Canone solo agli inizi del regno dei Severi.

Ancora nel 363 d.C. , nel concilio di Laodicea si discuteva sulla canonicità di lettera di Giuda, di I Lettera di Pietro e delle tre Lettere di Giovanni ed era esclusa l'Apocalisse, considerata non canonica, specie dalla chiesa orientale (che fece delle contestazioni fino alla fine del IV secolo).

La soluzione di Atanasio anche se parzialmente accettata, come elenco generale, fu poi contestata dal sinodo occidentale di Ippona (393) e da quello di Cartagine (397).

Le contestazioni del canone possono essere rilevate, tramite Eusebio, che chiama, in Historia Ecclesiastica, Antilegomena gli scritti di cui fa una classifica, distinguendo i testi variamente contestati in epoca costantiniana, dopo aver accertato la canonicità di 4 Vangeli e di Atti degli Apostoli, delle Lettere di Paolo, della I di Giovanni e della I di Pietro e dopo aver messo in disparte L'Apocalisse, seppure ritenuta opera ispirata.

Eusebio distingue i libri controversi e poi accettati, la Lettera di Giuda, di Giacomo, II e III lettera di Giovanni, II di Pietro e dai libri contestati e poi scartati, ma usati come edificazione morale Didaché, Atti di Paolo, Pastore di Erma, Lettera di Barnaba, Apocalisse di Giovanni (riammesasa nel canone) , Vangelo degli ebrei.

Sono considerati libri non canonici e vietati perché totalmente assurdi ed empi : Vangelo di Pietro, di Tommaso, di Mattia, di Giuda, Atti di Andrea, Atti di Giovanni .

Uno studio a parte richiederebbe la tradizione delle lettera di Aristea conservata sempre insieme al Pentateuco alessandrino (i Settanta), di cui abbiamo stralci in Flavio (Ant. giud, XII, 11-118): si ritiene utile ai fini della comprensione un'aggiunta umana (tipica dei cristiani) alle opere considerate ispirate dallo Spirito Santo.

Per me tale sistema aggiuntivo è proprio del primo cristianesimo, spinto da esigenze polemiche e da apologia ad immettere un'azione divina dello Spirito Santo, specie per la fissazione del dogma trinitario.

Noi rileviamo soltanto che Flavio, parlando degli anziani venuti per tradurre, dice che ad ammirare i 72 i traduttori, oltre al re era venuto anche il filosofo Menedemo che riteneva che ogni cosa era retta dalla provvidenza e che era naturale che per opera sua scaturissero la forza e la bellezza del discorso... e che il re aveva imparato da essi come doveva regnare e chiese di porre mano al loro compito senza interruzioni. Essi con somma cura e premura iniziarono la versione e seguitavano dall'alba fino alla nona ora, dedicandosi ogni giorno alla versione delle leggi. Quando la legge fu trascritta e il lavoro del tradurre finì dopo 72 giorni, Demetrio Falereo riunì tutti a Faro, dove essi avevano tradotto, e lesse la traduzione ad alta voce in presenza dei traduttori. Tutta l'essemblea espresse l'approvazione agli anziani ... e tutti, compreso il sacerdote, il più anziano dei traduttori... i capi... della comunità scongiurarono che la versione, così felicemente fatta, dovesse restare così come era senza alterazione.

Approvata questa idea, convennero che, ualora qualcuno contestasse che al testo della legge fosse stata fatta qualche aggiunta o che da essa mancasse qualcosa lo annunciasse pubblicamente, fosse esaminato, fosse fatto conoscere e corretto; in questo agirono rettamente: quello, che fu giudicato ben fatto, doveva restare per sempre.

Giuseppe Flavio accetta la traduzione dei Settanta ma tale traduzione fu condannata dai rabbini (Massakhet Sofferim, 7,1-10-). Si riconosce un unico esemplare scritto in ebraico; un giorno accadde che 5(cinque) anziani scrissero la legge in greco per il re Tolomeo. Quel giorno fu un giorno triste per Israel come il giorno in cui Israel fabbricò il vitello d'oro perchè la legge non può essere tradotta secondo tutte le esigenze.

Abbiamo visto che lungo fu il processo per la determinazione della canonicità del testo bibblico e che i cristiani seguirono l'esempio ebraico e che servendosi del canone masoretico, vi aggiunsero qualcosa in modo da cristianizzarlo, in linea con la loro fede trinitaria.

Con Epifanio vescovo di Salamina, morto nel 403 d.C., in De mensuris et ponderibus già è stato cristianizzato sia Aristea che il Pentateuco e quindi si conclude il processo già avviato di cristianizzazione della Bibbia dei Settanta

Infatti Epifanio, considerando i settantadue riuniti due a due in cellette, li vedeva ispirati dallo Spirito Santo, cosa che Tertulliano (Apologetico) e lo stesso Girolamo non riconoscono, sancendo il principio che i libri sacri erano ispirati, facendo anche esempi con illustri precedenti.

Già Clemente in Stromateis 1,22 propendeva per l'intervento dello Spirito Santo, in quanto si era rifatto alla Provvidenza del filosofo ebraico Menedemo e specialmente a Filone a lui caro.

Questi, pur non parlando esplicitamente di Aristea. raccontava che alcuni dotti, raccoltisi nell'isoletta di Faro, circondati da soli elementi naturali, come se fossero ispirati, spiegarono la lettera della Bibbia, non chi in un modo chi in un altro, ma servendosi tutti delle stesse parole, come se un suggeritore, invisibile, si fosse fatto suono nelle orecchie di ciascuno (Vita di Mosé,II, 26-44).

Filone si serve del termine upoboleus per indicare suggeritore (Eustazio di Antiochia, De engastrimuto,106,12 ) e di enekheo /dètto (Areteo, Peri semeion pathòn,1,6) per indicare la funzione sacrale dell'ermeneuta ebraico.

E' chiaro che Epifanio, che segue Clemente - da cui forse dipende anche l'aggiunta che i Settanta tradussero, oltre al Pentateuco altri libri facenti parte del canone veterotestamentario, i Profeti (Stromateis, 1,148)- aggiunge qualcosa di estraneo, pur seguendo il modello.

Anche Eusebio nella sua Praeparatio doveva entrare in merito alla ispirazione divina dei libri del Pentateuco e dei Profeti

di cui si parla nella questione sorta nella polemica tra Girolamo ed Agostino: il primo, all'atto della Vulgata ed anche poco prima, metteva in dubbio l'intervento provvidenziale di Dio sui Settanta, convinto, nella sua testarda sicurezza e superbia, ed essendo molto ammirato dalla codificazione ebraico-aramaica, che Dio si riservava di esprimere alcuni concetti solo con le lettere ebraiche (De Civitate Dei XVIII,43).

Agostino, per conto suo, difendeva la provvidenza di Dio nell'opera dei Settanta e mostrava che proprio perchè quelli erano guidati da Dio potevano non radurre ciò che lo spirito di Dio riteneva utile non dire in greco in quella sede, poichè lo avrebbe detto nei Profeti.

Chiaramente Agostino mostrava come giustamente dunque i cristiani preferissero I Profeti alla Legge.

Un ulteriore passo in senso provvidenziale lo rileviamo nella Lettera di Aristea compresa con l'Ottateuco (Pentateuco, Giosué, Giudici e Ruth) al principio dei commenti dei padri della Chiesa, formanti una catena che sembra dovuta a Procopio di Gaza, in epoca giustinianea, tanto lodata da Fozio (Amphilochia,153).

Da qui si rileva l'avvenuta cristianizzazione della Lettera di Aristea che comporta anche l' ispirazione della Traduzione dei Settanta, la quale comprende anche i Profeti e tutti gli altri libri del Vecchio Testamento.

Per ultimo voglio far notare come lo stesso Giacomo, il fratello di Gesù, sia stato cristianizzato, nonostante le contestazioni sulla sua lettera ritenuta a lungo non canonica perchè non confacente con lo spirito paolino: non bisogna, però, meravigliarsi di questo: lo Pseudo-Aristea, Siracide, Filone, civis alessandrino, Gesù ebreo, Giacomo sono stati tutti considerati christhianoi.


i due canoni

Jehoshua

Jehoshua o Jesous?


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* Jehoshua fu kayin ,( tecton) una specie di architetto, qanah. Maran , mashiah e non fu Rab(rabbi, rabbuni) né figlio di Dio


Gesù fu Kayin, non un semplice falegname, fu qanah, zelota, fu maran (re) e fu chiamato mashiah(Meshika)(Christos)

- Il termine Kayin evidenzia una classe sociale che in greco designa i tectones, cioè uomini abili a progettare e realizzare lavori di costruzione sia come carpentieri che come muratori, considerati moltissimo, dopo le classi privilegiate sacerdotali, superiori a tutti gli altri tecnitai, richiesti nel periodo romano ellenistico, data la mole di costruzioni e la ricerca di nuove tecniche.

Forse erano davididi in quanto probabilmente erano qeniti, una stirpe di fabbri (artigiani creativi, abili ad usare molti materiali che si dicevano discendenti di Caino)

- qanah corrispondente a zelotes e a sicarius (successivamente), quindi, ha valore di partigiano che combatte, spinto da uno zelo (o amore geloso, esclusivo) per la propria terra contro invasori e quindi contro i romani, secondo lo schema di una guerriglia montana e desertica (o anche urbana), determinata e mantenuta viva da santoni ( esseni ), da farisei e da asceti come Giovanni il Battista , che battezzano secondo un rito iniziatico penitenziale e militaristico (Cfr Flavio, Antichità Giudaiche, XVIII,116-119 e Luca,3.10-16).

Jehoshua in quanto discepolo di Giovanni, e in quanto battezzato, ha fatto il suo corso formativo di penitente e di combattente.

- Maran vale re (Basileus, melek) Il titolo poteva essere dato solo da Roma: indebita era l?acclamazione popolare che con l?elezione regale aveva compiuto un atto di rivoluzione (stasis, novitas) e quindi doveva attendersi la punizione da parte del senato e dell?imperatore che governavano l?impero (La Giudea, Samaria ed Idumea avevano un governo retto dal procuratore romano che dipendeva dal governatore di Siria, responsabile di tutto il settore orientale).

Il titolo regale, inoltre, è dato probabilmente da Artabano III. re di Partia e quindi Gesù era re illegittimo come Antigono che era stato eletto da Pacoro nel 38 a,C. ( al contrario di Erode re legittimo eletto nello stesso tempo da Antonio e Ottaviano)


* Gesù e il suo regno effettivo (collocato tra la pasqua del 32 e la pasqua del 36 )


- egli fu proclamato re dal popolo, con il riconoscimento e il benestare di Artabano III, dopo la morte di Seiano (18 ottobre 31) e dopo la successiva esautorazione di quasi tutti gli amministratori dell?area orientale, specie siriana, bollati come seianei (Pilato, procuratore di Giudea, Erode Antipa re di Galilea e Perea, Pomponio Flacco governatore di Siria, incaricato di mantenere l?ordine militare lungo il confine eufrasico).

- E perciò

. il regno si poté forse costituire a seguito di una serie di trattati locali con Izate di Adiabene, con Artabano III, re dei parti e con Areta re dei nabatei, grazie anche a ricompattamenti ideologici tra i giudei di Mesopotamia e quelli dell?impero romano ( sia palestinesi che ellenistici della cosiddetta diaspora ) oltre che con i samaritani;

. Il regno di Jehoshua durò quasi cinque anni, dopo la conquista del tempio, avvenuta con spargimento di sangue per la presenza della guarnigione romana sulla torre Antonia, sovrastante il tempio, e data l?importanza finanziaria del tempio, difeso da sadducei e dalle loro guardie;

. Il regno dovette essere tranquillo, dopo la conquista, avvenuta mediante resa delle singole città, che accoglievano i delegati galilaici, inviati a chiedere l?adesione, mediante la formula persiana erodotea (acqua e sale cambiata in acqua e pane): fu purificato il tempio, si celebrò la pasqua essenica col nuovo calendario solare di 364 giorni, fu giurato il nuovo patto di alleanza con Dio del popolo, come quello di Nehemia;

. Il regno per quasi quattro anni non ebbe pericoli esterni poiché era connesso con la federazione partica e poiché Tiberio si disinteressava della questione orientale, intento a debellare i suoi nemici interni, seguaci di Seiano e ad organizzare la propria successione;

. Il regno di Jehoshua dovette finire con la spedizione di L. Vitellio, nominato proconsole, dopo E. Lamia (che non era mai partito),ed incaricato di ripristinare l?ordine nella provincia di Siria con un mandato antipartico ed antinabateo (Flavio Antichità Giudaiche, XVIII,90-126, Tacito, Annales, VI,31-38, Svetonio,Tiberio,41,66; Caligola,13; Vitellio,2; Dione Cassio, Storie, LVIII,26,1-4 )

. Vitellio, costretto Artabano a difendere i suoi stessi confini con un?abile manovra militare e politica, pressate e costrette le popolazioni scitiche ed iberiche all?invasione del territorio partico, su ordine di Tiberio, concede la tregua al re dei re che, visto il suo territorio occupato ed invaso, chiede un accordo e un trattato, stipulato a Zeugma sull?Eufrate, prima della Pasqua del 36;

. Partecipa a questo trattato anche Erode Antipa al seguito di Vitellio, che tratta con Artabano, il quale rinuncia ai territori transeufrasici, dà ostaggi (il figlio Dario e un gigante giudaico di nome Lazar) come garanzia di pace. La clausola di non interferenza nell?orbita romana, voluta dai romani fu una condanna a morte per il maran Jehoshua, abbandonato al suo destino e per lo stesso Areta IV, lasciato all?ira di Tiberio;

. il caso di Jehoshua diventò una questione interna al mondo romano e quindi Vitellio, dopo aver dato l?ultimatum alla città di Gersusalemme, assediata, ricevette dai sadducei e dai farisei, che fecero prigioniero il ribelle messia, che venne fatto crocifiggere: la città fu salva, si ripristinò l?ordine romano, si purificò il tempio e si celebrò la pasqua sadducea tra il tripudio popolare, alla presenza del governatore.

. Il tradimento di Giuda è un equivoco, dovuto al termine tradere consegnare in latino (la negatività del termine traditor comincia in epoca severiana quando alcuni vescovi e fedeli consegnarono ai magistrati i segni sacri del cristianesimo e quindi tradirono, facendo apostasia) si usa per tradire/ prodere e per traditore/proditor(cfr. Gerolamo Epistola a Pammachio 2-3 );

Nel caso della consegna di Cristo ad opera di Giuda a Vitellio e a Pilato si tratta di una procedura, a seguito di una richiesta espressa del proconsole romano, che comporta, d po la resa della città, come ultimo atto di un sinedrio dimissionario, il mandato di dare il reo di crimen maiestatis ai romani (il termine prodotes greco aveva rapporto con proditor e non con traditor, che aveva valore di uomo che consegna, come nel corrispondente aramaico, dove è marcata la funzione di intermediario- mediatore- ambasciatore in una trattativa).

In Occidente, dunque, sotto i Severi i cristiani indicano Giuda col termine traditore bollandolo per l?eternità, con l?aggiunta probabile dell?episodio dei trenta denari e della morte.

Giuda Iscariota in quell?epoca divenne il simbolo del tradimento, quando invece l?uomo di Kerioth (Iscariota) ebbe l?ncarico dal sinedrio (e forse dallo stesso Messia ) di consegnare il deposto maran ai romani, che assediavano la città, essendo ormai finito il potere del Khristos/Messia;

-Di Vitellio si conoscono due entrate in Gerusalemme, ambedue festose: la prima, dopo la resa della città, quando viene ucciso Gesù e la seconda dopo la guerra iniziata contro Areta IV, interrotta per la morte di Tiberio: la nuova entrata in Gerusalemme coincide col giuramento di fedeltà fatto dalla città al nuovo imperatore Gaio Caligola, che fu acclamato proprio dai Giudei per primi nella Pasqua del 37.

Vitellio, tornato a Roma con Pilato, destituito, divenne un cortigiano, e creò il modello di cortigiania orientale a Roma, facendo prima il confidente di Caligola e poi di Claudio, con cui fu anche console e da cui ebbe la reggenza imperiale nel periodo della spedizione britannica (Peccato che i suoi Commentarii non siano stati tramandati!)

Probabilmente la repressione di Avillio Flacco, governatore di Egitto (32-38), dell'estate del 38, è conseguenza del Malkuth: i giudei alessandrini avendo accolto i parenti fuggiaschi vengono puniti con l'atimia (perdita dei diritti civili) e viene permessa la strage da parte dei greci nemici della etnia giudaica predominante (l'acefalia di In Flaccum e la mancanza di una Palinodia come seguito di Legatio autorizzano tale supposizione, avvalorata anche dall'accenno a Seiano,che aveva perseguitato sumpan ..to ethnos In Flaccum 1)

* Jehoshua Rabbi e figlio di Dio.

. Gesù non fu un rabbi (con questo titolo ci è stata tramandata la figura di Gesù secondo gli Evangelisti che hanno ripreso la figura di Socrate (469-399 a.C.) che, comunque, non fu maestro neppure lui e che non ebbe discepoli - cfr. Platone, Apologia di Socrate 21 ...e maestro non lo sono stato mai di nessuno, solo che non ho impedito a nesuno, giovane o vecchio di ascoltarmi, se voleva quando parlavo o attendevo al mio compito ..io mi offro egualmente al ricco e povero perché possano interrogarmi e rispondere alle mie domande ... io non ho mai promesso di insegnare nulla a nessuno...) e lo stesso Flavio nel XVIII di Ant. Giud., scrivendo in epoca domizianea, parla di sophos e non di sophisths, termine in cui poteva anche sottendere Rab (Rabbi, Rabbuni), già usato da Yohanan Ben Zaccai e dai suoi discepoli fino a Rab Aqiva e discepoli.(cfr Ma, Gesù, chi veramente sei stato? e.Book Narcissus,2012)...

. Gesù non fu Figlio di Dio, sintagma successivo al fine al Tempio quando si cominciò ad usare la terminologia di Morte di un Dio attribuita a Caligola e poi a Domiziano, ambedue imperatori Theoi ed infine a Commodo e a Caracalla, anche loro, pur essendo l'uno antonino e l'altro severo, giunti al titolo di Theos, secondo la titolatura ellenistica, uccisi violentemente...

L'usurpazione del titolo avviene per gradi e si radica nella mentalità popolare cristiana insieme a quello di rabbi nel corso del II e III secolo quando l'impero romano sempre più intensifica la sua azione per dare divinità all'imperatore nomos empsuchos/legge vivente, autokrator, sothr ed evergeths fino alla costituzione della Tetrarchia di Diocleziano.(cfr. La morte di un Dio e cfr. uios monogenhs angelofilipponi.sito) ..


Jehoshua

perfidia giudaica

giudizio antigiudaico nella Messa


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Papa Benedetto XVI nel suo Gesù di Nazaret, pur dando rilievo al pensiero di Jacob Neusner, non modifica affatto la sua posizione nei confronti di Gesù ebreo, uomo che cerca Israel eterno.

Il papa non può riconoscere la persona di Gesù come normale giudeo alla ricerca spirituale di una via tradizionale: egli conosce la via cattolica di fede e quindi crede in lui come fondatore di una nuova religione e, di conseguenza, pur allineato alla tradizione medievale (da dove proviene il pensiero della perfidia giudaica, dei perfidi giudei, dell'accecamento del popolo giudaico) avendo ristabilito la messa in latino, avrà qualche difficoltà a tagliare totalmente il pesante giudizio sull 'ebraismo, anche se già modificato dal Concilio Vaticano II.

La storia di questa preghiera, antigiudaica, codificata e semantizzata per secoli in questo senso è lunga: il pensiero, radicato nei pregiudizi del II e III secolo (aumentati nel IV e V, specie con Giovanni Crisostomo, in Costantinopoli e con Cirillo in Alessandria, sedimentati nel VI e VII secolo, presenti nelle Decretali dello Pseudo Isidoro) si è concretizzato col Dictatus Papae (Gregorio VII,1075) e poi con Innocenzo III ed, infine, si è fissato secondo le formule del Concilio di Trento ed oggi è parzialmente emendato, ma ancora resiste nella forma originale di condanna antiebraica, pontificale, senza più la sostanza concettuale.

Il testo è nella liturgia del Venerdi Santo e quindi in relazione alla morte di Gesù, addebitata ai perfidi giudei, rei di un deicidio per la loro perfidia congenita: eppure questi erano del tutto incolpevoli di aver ucciso un loro correligionario, che, da giudeo, di fatto aveva inizialmente lottato combattuto e vinto i romani ed, infine, sconfitto dai nemici era stato necessariamente immolato dai capi, sadducei (che pur lo avevano eletto maran/ re) per la salvezza di tutto il popolo, dopo l'aut aut dato alla città di Gerusalemme assediata, da Lucio Vitellio, prefetto di Siria.

Il testo è segno dell' ambiguità cristiana (cattolica), che pur setta ereticale, nata dal giudaismo, in nome di un deicidio (inventato successivamente, in quanto Gesù risulta Dio dopo il 325), ha condannato alla dispersione e alla ghettizazione l' unico vero popolo spirituale che ha tracciato nel corso dei secoli una via alternativa alla vita animalesca dell'uomo, corporale, pur con profonde contraddizioni e in modo non sempre lineare, secondo forme costituzionali, determinate da dolorose decisioni, laceranti, tipiche di un faticoso cammino verso la luce, intravista secondo la Legge.

Il testo è condanna del giudaismo, che, invece, non ha colpa alcuna e non ha ucciso il proprio Christos, ma è stato costretto dalla Romanitas tiberiana vittoriosa alla consegna del maran, re illegittimo: il testo latino, eredità di una tradizione latino-greco- ellenistica è segno del pregiudizio successivo di una definita natura divina di un individuo, all'epoca dei fatti, solo figlio dell'uomo (barnasha), successivamente definito Dio, della stessa natura del Padre (omoousios), connesso anche con lo Spirito Santo, sulla base di interpretazioni allegoriche filoniane.

Dopo o nel corso dell'eresia monotelita, grazie a Massimo il confessore, si era costituito un forte e saldo sistema cristiano cattolico (a Roma ormai non più sede dell'impero, ma ancora velleitaria nemica di Costantinopoli), che aveva favorito e poi condizionato la formulazione di una cultura antiebraica, di cui questa preghiera della passione di Cristo è espressione: questa formulazione fu sancita dal Concilio di Trento, su proposta di Pio V, in un clima antiorintale ed antislamico, e poi parzialmente ridefinita da Giovanni XXIII poco prima del Concilio Vaticano II, in senso di preghiera ecumenica, anche a favore degli ebrei.

Leggiamo il testo originale: Preghiamo anche per i perfidi giudei perchè il Signore Nostro Dio tolga il velo dai loro cuori in modo che possano conoscere il Nostro Signore Gesù Cristo, Dio onnipotente ed eterno, che non scacci dalla tua misericordia neanche la perfidia giudaica, ascolta le nostre preci che ti rivolgiamo per l'accecamento di quel popolo affinché, riconosciuta la verità della tua luce, che è il Cristo, sia sottratto dalle sue tenebre.

Il cambiamento con la soppressione di perfidi, di perfidia e di accecamento, presente nel messale, italiano, post Vaticano, autorizzato da papa Paolo VI, rivoluziona il testo originale e, già di per se stesso, è bandiera di un altro messagio, venuto fuori dalla politica del II dopoguerra, dopo la condanna del Nazifascismo, dopo la conoscenza dell'eccidio ebraico e la necessità di cambiare rotta nei confronti del giudaismo, ora sublimato come martire, riconosciuto universalmente.

La chiesa cattolica, che, nelle formulazioni decretaliste, aveva detto che essa non ha mai errato né mai errerà per tutta l'eternità secondo le sacre scritture, ha dovuto cancellare quanto proclamato per secoli e fare marcia indietro.

E' questa un' operazione dovuta, come quella della condanna della guerra e del Dio degli eserciti (Deus Sabaoth), tramutato in Dio dell'universo.

Non sorprende, dunque, il nuovo testo della pagina del Venerdi santo, semplificato ed opportunamente corretto: Preghiamo per gli ebrei. Il signore nostro Dio, che li scelse primi tra tutti gli uomini ad accogliere la sua parola, li aiuti a progredire sempre nell'amore del suo nome e nella fedeltà alla sua alleanza.

Non dovrà sorprendere se fra qualche decennio scompaia del tutto la preghiera per gli ebrei: non occorre pregare per gli Ebrei, che pregano per conto proprio già abbastanza e progrediscono da secoli nella via dell'amore e nella fedeltà all'alleanza senza Gesù, con la sola alleanza con Dio!


perfidia giudaica

Metretica e paideia

paideia


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Metretica e Paideia

Nel mondo classico l'impostazione socratica, antisofistica, aveva portato Platone (ed Aristotele) a formulare la teoria della metretica, della concezione dell'uomo come misura di ogni cosa, della misurazione oggettiva perfino dell'areth e a credere di poter educare secondo una paideia come se esistesse una scienza effettiva di educazione, applicabile all'uomo e a tutto il Kosmos.

I filosofi sanno solo filosofeggiare e i loro criteri di normalità sono solo convenzioni statali, cioè norme di stato, legiferate, divenute funzionali ai fini di una logica classica, utile in relazione ad un ordinato kosmos politico, di base aristocratico esteso al popolo: ogni modello perciò diventa espressione di un ideale di armonia, che congiunge non solo forme concrete come moneta, usi del vivere quotidiano, cibo, società, costumi, ma anche forme astratte come bellezza, virtù , saggezza, e che si realizza in paideia e politeia, catalogabili come forme concrete.

In effetti si stabilisce una norma, un kanon, e sulla base di una concezione generalizzata di Kosmos, si legifera arbitrariamente e poi si procede secondo mimesis in una imitazione dei paradigmi formulati e graduati su anthropos su una figura ideale di anthropos, visto come creatura (maschile o femminile) dotata di una scintilla del logos creatore del theos, sebastos, degno di riverenza.

L'impostazione specie aristotelica basata sulla misura, sulla proprorzione, su categorie, e sulla mimesis ha determinato e condizionato la cultura classica ( tutto da rivedere e ricorreggere) ellenistica e quindi quella cristiana e di conseguenza il nostro umanesimo e rinascimento e quindi tutta la cultura occidentale...

Perciò ogni forma di misurazione (ergon tou metrein) misura tutto cio che è misurabile ( to metrhton) ed ogni cosa misurata in modo confacente e normale secondo misura (mhtrioos) diventa virtù metrioths, in quanto sophrosunh (saggezza): ma è vero una tale sistema di misurazione proporzionale?...

Nel corso della mia vita lavorando, specie con i giovani, ho potuto constatare che niente è misurabile oggettivamente e scientificamente e tantomeno l'uomo (l'animale o il vegetale), ma solo cio che è stabilizzato, fissato in un tempo e in un luogo e determinato per convenzione come materiale inerte e passivo, statico, privo di dunamis

Nenache se concepissimo l'uomo come inanimato bloccato in quella stasi per essere passato ad un'analisi come se si potesse fermare il flusso di un fiume in un preciso momento e punto del suo corso per rilevarne la portata o altro (purezza dell'acqua, colore, potenza ecc)noi potremmo misurare , m solo constatare quanto avviene in quel preciso istante : ogni essere vivente non è mai misurabile neanche in se stesso, né confrontabile con altri eguali o differenti e tanto meno con diversi, data la sua continua trasformazione e considerato la stessa sua tipicità formale, la sua essenza statica nella sua corporea mutabilità...

Ogni forma di misurazione è un limite e risulta un impegno umano operativo per uno stop istantaneo per una fotografia situazionale per una verifica oggettiva scientifica del fluire del tempo nell'individuo, comparabile forse in seguito: la norma quindi potrebbe essere solo qualcosa da definire per un istante per cui si può dire convenzionalmente qualcosa sul soggetto che vive e si può creare una serie di categorie contrastive (bellezza bruttezza; altezza piccolezza; bontà cattiveria; giustizia ingiustizia; verità falsità, ecc ) che, procedendo su una linea oppositiva. non tiene presente le infinite varianti intermedie che hanno un valore immenso poichè o zoon il vivente non è ninte di quanto si dice in modo manicheo, ma è tutto quanto si può dire di un vivente in quanto è elemento della phusis (unica nella sua infinita variabilità) e parte del kosmos (unica espresione vivente di una varietà infinita di componenti), in cui non esiste la dualità contrastiva...

L'estetica classica ad esempio si basa sulla concezione della bellezza ( disgiunta e divisa dalla bruttezza che ha le caratterstiche opposte) e crea modelli di armonia dal periodo omerico Achille-Tersite l'uno nobile kalos kai agathos l'altro popolare aiskhros-kakos in relazione al canone di misurazione e di proporzione connesso alla signorilità dei modi cittadini rispetto alle fome non urbane ed agresti, meglio rilevato dalla finezza dei tratti personali e dall'abbigliamento secondo parametri aristocratici propri di uan cultura gentilizia di matrice ancora minoica.

La successiva canonizzazione ad opera di Policheto e di Lisippo traduce in formule classiche l'idea di bellezza dell'eroe congiunto con la pietas divina secondo la poesia di Pindaro e le norme tragiche di Eschilo, Sofocle ed Euripide, riprese dalla cultura romano ellenistica.

Essa è ancora vigente secono la tradizione greco-latina che, dopo la parentesi medievale, si è di nuovo sviluppata nel periodo umanistico-rinascimentale per avere una nuova fioritura in epoca neoclassica....

Policleto (480-409 a.C.) dunque, misurava il corpo umano (dopo un'indefinita ricerca di corpi e di membra, esaminate) nella sua opera (di cui non abbiamo traccia alcuna) Kanon, mettendo in relazione il fisico umano (anthropos) e Kosmos ( cioè la phusis ogni cosa che è generata) secondo linee ornamentali ma anche funzionali, secondo perfezione in modo da creare per quanto possibile un soggetto dedicato agli dei- una statua di eroe che fosse proporzionata secondo la statura media umana, seppure aumentata in relazione alla maestosità e grandezza della maestà divina del Theos.

Anthropos era una miniatura della divinità e come tale la mitologia aveva perfino tramandato rapporti tra elementi umani e dei.

La divisione canonica in 7 teste e mezza (i piedi) in relazione alla lunghezza di un corpo, ritenuto armonioso solo se conforme alla norma imperante, olimpica, degli atleti, ebbe valore sulla base convenzionale di una misurazione approssimata della testa umana (compresi i capelli).

Per Lisippo, un secolo dopo circa, nel corso dell'epopea greco-macedonica di Alessandro Magno la divisione era invece di otto teste.

Le due formulazione erano in relazione alla civiltà mediterranea e quindi alle conoscenze geografiche di una cultura il cui mondo era circoscritto e che conderava kosmios (solo ciò che era ellenico e che in epoca lisippea già ampliava il suo orizzonte verso oriente) e barbaros ogni altro elemento.

Leonardo poi con l'uomo vitruviano sulla base di oggettive sperimentazioni e ricerche anche su cadaveri riprendendo l'osservazione anatomica dei medici ellenistici, di Dino del Garbo e di Cecco D'Ascoli inscrisse il suo uomo in un quadrato circoscritto da un cerchio. volendo significare che c'è geometria funzionale e cosmica nell'uomo...

I greci soli avevano la metrioths e quindi la sophroosunh mentre i barbari (ogni altro popolo non greco) non avendo la praoths/mitezza ma l'irascibilità, erano selvaggi e quindi potevano essere smisurati in tutto (esempio i ciclopi omerici), sproporzionati fisicamente come anche spiritualmente..

Per la monetazione e la legislazione i greci stabiliscono criteri basilari per una corretta funziionalita economica e legislativa secondo le stesse formule diali in un'opposizione con i barbari, pur riconscendo che quanto era misura per loro non lo era per gli altri in una svalutazione del loro steso pensiero e in una comprensione di una possibile altra forma di valutazione e di oggettiva formazione....

Cosa vado dicendo! dico che l'uomo non può essere uomo se si misura perchè misurare già è un limite e non si sa in base a che cosa e il giudicare normale è già una convenzione che diventa una norma cioè un qualcosa che legalmente viene fissato e deteminato per legge in quanto tale...

Misurazione concreta ad esempio sulla montea è anch'essa diversa a seconda delle città ( in uno stato repubblicano) e diventa univoca in Basileiai e in imperi come quello persiano o romano , ma presenta sempre un dato non oggettivo e connesso con l'ente che finanzia e che tutela la zecca...

Il valore di una moneta è in relazione alla politica ma anche in relazione al peso e alla materia di cui è fatta la moneta ed è proporzionale al peso in oro o in argento( se misto con n altri materiali di contrasto) e perfino alla circolazione: una cosa è il valore di una moneta locale ellenica un'altra su una suoperficie di oltre tre milioni di Km quadrati di superficie ( Atene e la confederazione di Delo è territoriamente poco rispetto all'immensità del territorio persiano ma è quasi equivalente a Sparta e ai suoi confederati della lega peloponnesiaca)..

In epoca achemenide una cosa è il il darico persiano ed una la dracma nelle sue diverse velenze elleniche: sono due normali monete, ma il valore anche se fossero dello stesso anno dello stesso materiale e delllo stesso peso in quantità eguali esse hanno valore diverso a seconda del numero delle popolazioni che li usano e del valore dato dalle fonti emittente (la boulh ateneiese clistenica e Dario) ed anche le due zecche hanno ben altro lavoro e si differenziano non solo per il numero degli addetti ma anche per la lavorazione , data anche differenziazione dei multipli delle due monete, più o mneo usati da popolazioni diverse....

La misurazione per quanto riguarda l'altezza di un uomo è possibile, ma diventa norma solo se si è normalmente alti ed allora si finice in una logica propria di un popolo e varia a secoda di chi misura in relazione ai parametri di misurazione (ad esempio mediterranea o germanica, o partica)

Per i parti che vivono praticamente a cavallo su cui fanno tutto, la valutazione dell'altezza è diversa da quella dei germani e dei romani proprio per questa peculiarità etnica...

Il romano Augusto -che nella rappresentazione secondo la monumentalità romano- ellenisitica era di altezza divina, riperendeva il modello di Alessandro( un picoletto rispetto ad Efestione modello per pittori e scultori che facevano l'ideale ritratto del monarca) era idealizzato in relazione al sebastos theos, al soter e all'eurgeths- era invece un uomo medio, alto 5 piedi e un dodrante, era quindi vicino ad un metro e settanta ma aveva bisogno di sottotacchi e tacchi per raggoiungere effetivamente tale misura e per alzarsi di fronte ad uomini come Cesare, o come i membri della famiglia claudia -Tiberio Druso - .

Egli comunque era alto in relazione alla romanitas, alla statura media di un romano 5 piedi e 3 quarti di dodrante, ma era un piccolino rispetto alla media di una gallo e di un germano che raggiungeva come minimo i sei piedi, cosa natutale anche per i parti, per gli egizi e i nubiani e tanti popoli Sahariani.

La misurazione della bellezza e dell' intelligenza, forza, virtù e qualità in genere è solo una valutarzione proporzionale che è indice di una corrispondenza tra le parti e di un 'armonia che nella società mediterranea è quella che porta al modus....

Ritengo perciò che non esista normalità se noi non eliminiamo l'idea di misurazione oggettiva, basata sui criteri logici specie della cultura classica che si basa fondamemtalmente sulla theoria che è un forma di spettacolo anzi la massima forma di spettacolarizzazione: solo se la normalità è in relazione a quanto è utile a chi è misurato, allora essa ha valore ed è quindi di valore essenzialmente pratico e non estetico....

La stessa cosa bisogna dire se si parla di educazione, di paideia (e di politeia come già abbiamo mostrato) non esiste una mediocritas in paideia, esiste solo la paideia in relazione all'individuo ben educato e funzionale al suo modo di vivere e che è tale da non essere da altri nè misurato nè valutato: l'uomo è quello che è e vive secodno il suo proprio sistema senza guardare gli altri ,facendo la propria corsa su se stesso...

L'impostazione di Isocrate e quella filosofica greca contrastano dunque con quella persiana e con quella romana sia repubblicana che imperiale: ogni paideia esprime un uomo diverso a seconda dell' esigenza del momento storirco e della politica che riprende e rielabora la propria tradizione...

Nel periodo di Caligola così si dice di un giovane già colto, ben educato secondo la paideia dove è evidenziato il lavoro anche fisico (ponein) della formazione letteraria e culturale: neanias t'hdh kai paideian ekpeponhkoos epi pleiston (Flavio, Ant.giud.XVIII,206) cioè giovane che aveva gia esercitato le arti liberali al massimo grado.

La formazione nel periodo imperiale era paideia, una educazione da parte di maestri di un libero, ingenuus / eleutheros , che era autonomos, dedito agli studi liberali come occupazione spoudh con lo stesso zelo con cui un operaio banausos lavora.....

L'educazione la greco-latina può essere sintetizzata da Filone e da Quintiliano in modo da avere un' idea del lungo esercizio pratico da fare per conseguirla..

Il termine artes liberales sono lo sviluppo di quella scienza dell'educazione a tutto campo che fu l'enkyclis o paideia greca un gruppo di discipline che servono a preparare l'uomo libero alla filosfia ..

Filone ha dato un grande contributo alla diffusione della cultura educativa greca (Cfr.A. FILIPPONI. De Ioseph)... Cicerone per primo tra i latini ha usato il termine artes liberales liberandole dalle artes sordidae ma non ha rilevato nè il piano effettivo delle artes né il loro reale contenuto per lo meno non ne ha fissato i limiti. Solo quando con eruditi come Varrone e grammatici come Donato e Prisciano si costituiscono le norme divisorie e quindi si ha la definizione di Trivium . grammatica retorica e dialettica - e di quadrivium geometria, aritmetica, astronomia e musica la doctrina christiana agostiniana ha una base per un suo reale attecchiemnto nel sistema romano-ellenistico , grazie anche al contributo di Boezio di Marziano Capella oltre a Cassiodoro e a Isidoro di Siviglia...

La paideia ...


Metretica e paideia

anacoretismo giudaico e cristiano

Terapeuti e monaci antoniani


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Anacoretismo giudaico e cristiano

Quando i primi monaci egizi, come Antonio abate, e poi come Ammonio e Pacomio, secondo Atanasio (Vita di Antonio) e secondo Girolamo ( Vita di Paolo, di Antonio e di Ilarione) decisero di essere monaci e padri del deserto avevano già presente un modello quello Dei Terapeuti di Alessandria, dei mille cari a Dio (cfr. Filone, Vita contemplativa), celibi, poveri ed asceti.

L'esistenza dei terapeuti in Alessandria è documentata fino al V secolo d.C. (cfr. Sinesio di Cirene, Elogio della calvizie,15 ) in un'epoca ormai di dominio cristiano in Egitto.

Mio intento è capire se i Terapeuti erano al tempo considerati cristiani o come una colonia cristiana, secondo quanto afferma Eusebio ( St. Ecclesiastica, I) o se essi erano ancora giudei ben distinti dai cristiani.

In secondo luogo cerco di comprendere se il luogo, in cui vivono i Terapeuti, è lo stesso dei monaci di Celle, da dove venivano i famigerati parabolani di Cirillo, uomini pronti alla morte per il trionfo del cristianesimo, che, già, era religione imperante in Alessandria e nel mondo romano, dopo l'editto di Teodosio il grande.

In relazione alle risposte bisogna dare senso e significato all'anacoretismo cristiano e alla sua connessione diretta con il Terapeutismo giudaico.

La storia lausiaca di Palladio (Diacono di Costantinopoli), dedicata a Lauso, gran ciambellano (praepositus sacri cubiculi) di Teodosio II, pubblicata nel 420, e La storia dei monaci in latino di Rufino e Le Istituzioni e Le conferenze di Cassiano (che aveva soggiornato in Egitto dal 385 al 400) sembrano non disconoscere il contributo degli anacoreti ebraici e il loro sistema di vita e quindi sembrano avere nella giusta considerazione il fenomeno giudaico, ancora esistente. seppure perseguitato.

E quindi come deve essere valutata la notizia di Eusebio di un secolo circa prima sulla fondazione e costituzione dei terapeuti ad opera di Marco Evangelista, primo vescovo cristiano alessandrino?

Per ora sospendiamo la ripsota e la valutazione e procediamo nel lavoro

Per Lucien Regnault (la Vita quotidiana dei padri del deserto, Edizioni Piemme, 1994) i monaci cristiani, andando oltre il pensiero anacoretico giudaico, basato essenzialmente sulla vita comunitaria e sul commento biblico,si allontanarono dalle originarie sedi vicine ad Alessandria e si spinsero nel cuore del deserto, proprio per differenziarsi dagli anacoreti giudaici, che vivevano ai limiti della città di Alessandria, in una separazione dalla vita cittadina e in un tentativo di sfuggire alle tentazioni della gloria umana.

Personalmente ritengo che questa sia la vera distinzione tra i due monachesimi in quanto l'anacoretismo cristiano è teso alla imitazione di Cristo, perpetua, fondamentale nella scelta di Antonio e poi degli altri monaci, mentre quello giudaico era solo una separazione (anakhoresis) , in senso farisaico, per la retta interpretazione della Legge (sia nella lettura del testo dei Settanta che di quello masoretico), fatta da asceti che sviluppavano le virtù anacoretiche, anche se vivevano da celibi, accanto a monache vergini, che potevano partecipare al loro ministero, in un muto ascolto.

Inoltre il fenomeno cristiano sembra tipico dell'anima egizia e sembra essere inizialmente proprio della crisi sociale dell'Egitto in epoca dioclezianea.

La notizia di Sinesio sul terapeuta, che era stata rasato e tosato alla morte e che un anno dopo, aveva invece capelli e barba, datata 395 (anno di scrittura del libro sinesiano) non solo mostra che vi sono ancora, dopo la fine dei giuochi olimpici (394) , dopo gli ultimi attacchi alla cultura pagana, in un sistema cristiano, anacoreti giudaici, ma anche che vivono accanto gli uni agli altri, nonostante l'integralismo cristiano antipagano ed antigiudaico.

Il verbo, comunque, usato da Sinesio- retore raffinato, sofista impareggiabile, discepolo di Ipazia, vescovo cristiano semipagano, marito di una cristiana (370-413)- Diathruleo spargo la voce e divulgo in modo da assordare e da sbalordire gli altri, in una campagna di informazione capillare tanto che, intronando le orecchie, giunga fino in profondità, fa pensare ad uno stato non solo di convivenza, ma di rivalità tra le due comunità.

Sinesio avrebbe potuto dire in tanti altri modi la notizia con altri verbi senza sottendere una rivalità con acrimonia sottesa a diathrulein.

Per noi, dunque, Sinesio ha coscienza che vi sono due ancoretismi e che questi sono in contrasto, smentendo in un certo senso Eusebio che invece aveva detto che i Terapeuti erano stati formati da Marco evangelista, vescovo di Alessandria e che quindi, scorrettamente, aveva già unificato le due forme anacoretiche.

Prima, comunque, di affrontare i due problemi ci sembra opportuno mostrare il sistema eremitico cristiano che, affermatosi in epoca di persecuzione, si era poi perfezionato quando il cristianesimo è imperante in tutto l'impero e la sua religiosistà è statale.

Dobbiamo, quindi, dire che vi sono due forme di anacoretismo in Egitto: una rimasta fedele alla forma iniziale ed un'altra, mutata, successiva; la priam come fenomeno di fuga dalla civiltà corrotta e pagana alal ricerca di un paradiso sulal terra come anticipo del premio eterno; la seconda come formazione per la tutela della fides e doctrina christiana con intenti di dvulgazione critaina forzata e con piani sistematici di persecuzione, armata, contro i pagani, grazie al debole potere della magistratura laica sovrastasta e dominata da quella religiosa, favorita dalla corte imperiale costantinopolitana.

Il sistema di vita cristiano, perciò, risulta diverso man mano che gli anacoreti cristiani avanzano nel deserto e diventano uomini del deserto e padri del deserto, che non hanno più rapporti con la comunità cittadina e quindi con la gerarchia episcopale: il nostro lavoro tende a verificare il reale sistema di vita e il tipo di cristianesimo vissuto in questi due diversi momenti, rilevato nella prima metà del IV secolo e specificamente alla fine del secolo ed all' inizio del V secolo.

Dall'esame di questi due momenti viene fuori la differenza sostanziale tra l'anacoretismo giudaico e quello cristiano, che assume (solo allora) le sue specifiche peculiarità.

La comunità di Nitria, di Celle, di Scete (Wati el Natrun) sono le comunità privilegiate nel IV secolo rispetto a quelle del Monastero di S Antonio o di S Paolo nella Tebaide, lungo la via che porta al Mar Rosso, mentre meno seguite quelle del deserto di Calcide in Siria.

Le vite di Paolo, di Ilarione e di Malco di Girolamo hanno solo un valore indicativo, relativo al periodo di scrittura compreso tra il 388 e il 391 nel clima di una contesa dottrinale sulla Verginità, di cui la vita di Malco è una vera apologia, da connettere con la lettera XXII del Santo Ad Eustochio.

D'altra parte sia La vita di Paolo che quella di Antonio e specie quella di Ilarione sembrano una continua fuga verso il deserto in un allontanamento dalla vita cittadina, dai cittadini, dalla corte, che vogliono tributare onore alla santità riconosciuta dei monaci, non più liberi di servire il signore e di seguirne effettivamente la sua vita ascetica.

Fuggire nel deserto diventa una rinuncia alla vita e alla gloria umana, divenuta difficile proprio nel periodo in cui c'è il potere imperiale cristiano, che ha determinato sulla terra un marciume (Vita di Malco) ed ha permesso un sistema meretricio come quello delle agapete, anche se propone la verginità e castità.

Il potere imperiale cristiano teodosiano si basa sulla vita cristiana ancorata sull'esempio di Cristo, in una negazione della vita terrena a favore di una sublimazione della natura umana, in una coscienza di un prossimo ritorno del Signore, in una distruzione della fonte della vita sessuale, intesa come forma demoniaca e in una proclamazione dell'ideale stesso cristiano, la cui forza ora era solo nel monachesimo, quello veramente eremitico, basato sulla compartecipazione in relazione alla vita delle formiche secondo il detto di Salomone (Proverbi, VI,6): tutti lavorano in un insieme e non c'è niente che sia di proprietà di nessuno e ma tutto è di tutti (Vita di Malco) in una visione di operatività, senza amore, come puro dovere; una massa operaia, operosa per i vertici specie clericali, fruitori effettivi del lavoro incessante continuo di uomini che vivono senza patria, senza amore, senza ideali reali, se non quello di un 'elpis paradisiaca: una irrazionale insania diventa una moda utile ad una gerarchia religiosa che domina a corte e che ha condizionato il sistema imperiale, già vincolato dal rigido ideale cristiano, integralista.

Fuggire nel deserto ed essere formiche sono due formule di una stessa moralitas, che si esprime in un rifiuto della vita, cristianizzata, organizzata da Teodosio e dalla sua stirpe sia in Oriente che in Occidente: essere monaco è prima di tutto rinunciare ad essere civis romanus e quindi diventare civis di un'altra patria al fine di conseguire, già sulla terra, un premio che sarà possesso eterno dopo la morte.

La corte costantinopolitana, dominata da eunuchi e da prelati come Nettario e Giovanni Crisostomo, è un convento, dove la pietas religiosa scandisce i tempi della giornata della corte, dove i problemi religiosi diventano urgenze politiche, dove diaconesse eredi di ricchissime fortune (come Olimpiade) hanno potere non solo sull'imperatore ma anche sui prelati intenzionati entrambi ad averne l'eredità patrimoniale, dove gli intrighi politici sono connessi con quelli cultuali, di episcopoi che non stanno nelle loro sedi, ma vivono da cortigiani, avidi, con incarichi vari, nominali.

Rutilio Namaziano in de reditu scrive nel 416 d.C. dimostrando la sua avversione al fenomeno, tipica di un pagano colto, amante della vita e della luce, del progresso e della civiltà secondo formule razionali : «Avanzando sul mare ecco apparire la Capraia: l?isola è tutta uno squallore, piena di uomini nemici della luce. Con nome greco si chiamano ?monaci? perché vivono isolati dal mondo. Temono i doni della fortuna e nello stesso tempo ne gustano i danni. Ma è giusto essere volontariamente disgraziati per non diventare disgraziati? Che follia stolta e perversa è mai questa che, per paura dei mali, non si possano tollerare i beni?».

Il poeta latino condanna il sistema monacale, amando la forma consociata e il kosmos romano-ellenistico, convinto che questa sia una aberrazione, certo della non utilità sociale di uomini neri, amanti delle tenebre.

Eppure proprio nel momento dell'eschaton, a seguito della presa di Roma ad opera di Alarico, della paura dell'imminenza della fine del mondo si attende il ritorno del Signore; allora diventano fondamentali l'anakhoresis e la verginità, in una coscienza nuova di una preparazione all'incontro con Dio, giusto dispensatore di gloria per i suoi fedeli cristiani, che disprezzano la vita cercano la morte e, così vivendo, creano una tipologia di santità, da imitare.

Rinunciare ai beni terreni, nascondersi nel deserto sempre più lontano dalla civiltà umana e rifiutare ogni gioia della vita, vivendo in uno stato di verginità perpetua, creando l'ideale di sposo della chiesa per i maschi e sposa di Cristo per le donne, in un sacrificio della propria humanitas è la pazzia propagandata del nuovo cristianesimo dell'inizio del V secolo.

Non solo uomini ma anche donne di grande nobiltà e ricchezza, come Melania Seniore e sua nipote, come Paola e sua figlia che (vedove o vergini) aspirano ad essere vere spose di Cristo, seguendo l'indirizzo di papi e di monaci abili ad accarezzare le orecchie di donne nobili ( ad scalpendas aures).

Diventa emblematica la frase di Gesù in Il giovane ricco (Matteo,19,16-22. Marco,10,17-27 Luca, 18,18-27 va, vendi tutto quello che hai, dallo ai poveri ed avrai un tesoro in cielo) e diventa esemplare l'esortazione alla vigilanza (Matteo, 24,36-51 Marco 23,32-37; Luca,21,34-36) con la parabola matteana delle dieci vergini ( 25 1-13 ).

In questo periodo teodosiano sembra esserci anche l'uso di Skandalon (Matteo 18,6-7, Marco 9, 35-48 Luca 9,46-48 e 13,4-7): l'uso del nome e del verbo sembra derivare da Paolo e non viceversa: ne è prova l'interpolazione dei due versetti 45-46 mancanti nei Codici Sin BCLA,1,28,118 251.

Questi due versetti sono solo in D TH E FG nella Siriaca e nella Vulgata ma come 43 e 45, anche se Scandalizzare è in Ecclesiastico 9,5 23,8 35,15 ed anche in Daniele 11, 41.

Comunque, si rinvia ad un altro studio su Skandalon, scandalon staurou, che è in Curiosità (archivio) dove si precisa anche la relazione con il periodo storico, a partire da I Corinti (1,18-31).

Dunque in epoca teodosiana viene perfino rifiutato il modello del quarto secolo del monachesimo di Ammonio (e quello di Macario ) che a Wadi el Natrun avevano costituito la comunità santa di cenobiti, che a Scete e a Celle e Nitria ebbero i loro centri in una zona non lontano dall'attuale El Barnugi a sud ovest a circa 15 chilometri da Damanhur (capoluogo del governatorato di Beheira).

Filone situa su una collina sopra il lago Mereotide la colonia dei terapeuti che si erano stabiliti in quel sito ( non altrimenti precisato) a causa della sicurezza del luogo, della temperatura equilibrata dell?atmosfera, degli effluvi del lago, del clima molto salubre (VITA CONTEMPLATIVA 22-23).

F Daumas- P. Miquel (Philon d'Alexandrie, De vita contemplativa, Introduction, Notes, texte grec, trad. Francese, Cerf, Paris 1963) localizzano questo luogo tra il lago Mareotide e il mare, non lontano da Alessandria, dal lato ovest davanti alla villa/città di Taposiride, regione in cui erano stati innalzati numerosi monasteri, costruiti forse proprio sul luogo dove si erano domiciliati i terapeuti.

Sono forse i monasteri di Celle o limitrofi , quelli che nel periodo di Macario il Grande si costituirono accanto a quelli dei Terapeuti e poi, dopo la loro scomparsa, dalla zona forzosa, si cristianizzarono o sono altri del tutto nuovi, di cui noi non abbiamo avuto traccia ?

Comunque, in quel sito si sono trovate, lungo la costa, mura e reperti, che sono di quell'epoca.

In effeti dal V secolo i monaci cristiani mirano al cuore del deserto, cercando le terre non abitabili in modo da vivere una vita isolata in rapporto diretto con Dio stesso, tramite la natura, desiderando posporre a tutti i piaceri del mondo la spaventosa nudità della solitudine, la tristezza desolata delle sabbie (Cassiano Conf. 24,2).

Non tutti abbandonano il sito, anche se c'è il fenomeno di allontanarsi ulteriormente dalal città e di immergersi nel deserto...

Eppure il fenomeno era nato tra gli egizi, fra cui c'era stata la massima mortalità ad opera delle persecuzioni di Diocleziano e di Massimiano ed era divenuto popolare nella zona alessandrina ed aveva spinto uomini di origine contadina, di forte complessione fisica a ritirarsi nel deserto come iniziale allontamento dalla città dove c'era l'auctoritas romana.

Adattandosi al clima di Scete, avendo fatto delle costruzioni, i monaci diedero la possibilità ad altri egizi, stanchi del vivere cittadino e ad altri cives stranieri di cercare l'ideale monastico ormai divenuto una moda, dopo le scelte di Ammonio e Macario Alessandrino: in questa zona mantennero il sistema di vita contadino sotto una auctoritas religiosa, costituita dall'abbas, vivendo anche allegramente e socievolmente, secondo il costume agricolo egizio, pur avendo molti un passato diverso (Antonio aveva ereditato 300 arure di terra- più di 1000 ettari-; Paolo si era allontanato da casa dopo aver trovato la moglie con un altro uomo; Ammonio e Macario erano mummificatori in quanto commerciavano con balsami e natran; alcuni erano carpentieri - Giovanni di Licopoli- altri commercianti -Apollonio)- altri, come Apelle, fabbri ed inoltre c'erano schiavi scribi, calligrafi ed uomini istruiti come Abba Giuseppe, c'erano perfino dei briganti , come Patermuzio.

Il sopraggiungere, però, di uomini da altre regioni non africane, come Evagrio ed Arsenio, determinava una nuova forma di monachesimo che vedeva, secondo il modello ebraico, demoniaca la donna e funesta ogni forma sessuale, anche se venivano accettate le donne come monache e madri del deserto.

Alla base c'era la promessa evangelica della ricompensa alla loro sofferenza e al sacrificio: Il Signore non solo avrebbe centuplicato il merito individuale ma vrebbe premiato il suo fidelis monaco con una ricompensa eterna alla sua fatica, al suo dovere compiuto nel segreto del deserto, valutando i segni del martirio impressi in ogni anacoreta, che, così disprezzando la vita, avrebbe avuto, essendo morto in una terra desertica, un tesoro eterno nel paradiso ...


anacoretismo giudaico e cristiano

Ario ed Atanasio

Due letture ed interpretazioni diverse di una stessa fonte (Filone di Alessandria)


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ARIO (256-336) ED ATANASIO (295-373)

Ario ed Atanasio appartengono a due epoche diverse e vivono, però, dal 304 d.C nella stessa città ad Alessandria, dove le culture greche latine giudaiche siriache, libiche ed egizie si incontrano e si scontrano, si rinnovano e si consolidano, quasi in un naturale crogiuolo e dove per secoli si erano fusi e confusi popoli in un amalgama indissolubile e si erano costituiti i sistemi culturali polietnici, sorti grazie al diritto comune romano, nel nome di Roma, pur in un cambio d?auctoritas imperiale a seguito dell?avvicendarsi delle domus regnanti.

I due, per oltre un trentennio, si contrastano, avendo due formazioni diverse, due modi di vita differenti e e due caratteri opposti: Ario di formazione culturale ellenistica. sincretico e moderato, capace di far convivere paganesimo cristianesimo ebraismo e, anche dopo la scelta cristiana, disponibile ad accomodamenti e a conglobamenti, al di là delle scissioni scismatiche, da sempre conviventi nell?anima cristiano-ebraica e compresenti da tempo in Alessandria; Atanasio, integralista cristiano ortodosso, fanatico e perfido nella sua cieca fede cristiana trinitaria, rigido ed ottuso nell?obbedienza ai vertici clericali (specie a Pietro I e ad Alessandro), è un focoso testimone di un oltranzismo e di un conservatorismo in quanto incarna quasi tutte le virtù e i vizi del civis alessandrino borioso, invidioso ed ostilissimo verso tutti gli altri, che hanno diverse mentalità, sicuro della personale superiorità culturale e della campanilistica grandezza cittadina.

Inoltre mentre Ario è uomo dell'impero romano convinto che la costituzione romana è madre per tutte le forme religiose e sicuro del suo eclettismo ellenistico è aperto verso ogni soluzione, Atanasio specie dopo gli editti congiunti di Galerio e Costantino, e di Licinio, ha una concezione del cristianesimonon di religio licita e quindi paritaria rispetto agli altri credi, ma ha la pretesa che la theologia christiana è una doctrina sacra e superiore nei confronti dei pagani e degli ebrei.

Infine mentre Ario rimane ordinatamente al suo posto, in modo subordinato e coerente, Atanasio avendo fatto carriera, ha un potere in Alessandria tale che ritiene giusta la sopraffazione rispetto agli ebrei, agli scismatici e agli eretici considerando il suo ruolo come investito da una duplice missione, quella di purificare il campo del signore e di convertire i pagani con ogni mezzo.

Il primo matura nel III secolo, in un clima di gcrisi sociele e politica e di incertezza ideologica perfino in snenso cristiano innestando sulla cultura libico- africana il pensiero classico asiatico- siriaco, specie antiocheno, vivendo le sue esperienze retoriche, letterarie ed umane in un ambiente giudaico-cristiano ma anche pagano, in una società dove il formalismo tecnico e il sistema letterale di lettura erano accettati sia dai cristiani che sia pagani, che avevano coordinato la lezione sadducea e quella aristotelica propagando un?episteme scientifica, metodica ed ordinata.

Ario seguendo la scuola antiochena e l'impostazione di Alessandro di Afrodisia , aristotelica, crea un sistema di originale lettura biblica anticipando di moltissimi secoli i procedimenti letterali, storici della scuola di S Vittore fondata nel 1108 da Guglielmo di Champeaux.

Il secondo matura nel seno della cultura ebraico-cristiana seguendo la tradizione cristiana, del Didaskaleion, dopo che il cristianesimo è diventato religio licita diviene paladino dell?ortodossia, anche come capo della cohors cristiana a fianco di Alessandro che, da una parte, seguitava la lotta contro Melezio di Licopoli e il suo clero di lapsi e, da un?altra, ne apriva un?altra contro Ario e i sostenitori dell?unicità di Dio.

Ario non è un innovatore, ma solo un razionale interprete della storia e della cultura, sincretistica, attento osservatore dei fenomeni evoluzionistici, dovuti alle ricorrenti persecuzioni nell?ultimo sessantennio e coerente con le sue idee, ha il coraggio di opporsi all' arrogante gerarchia clericale alessandrina e a quella laica temporale imperiale, convinto solo dell?unicità di Dio, unico dogma della sua cultura.

Ario, in quanto eretico è stato per secoli bollato come un sovvertitore del cristianesimo, come un operatore di scismi, un seminatore di zizzania, come un eversivo, quando invece fu un uomo pacifico amante della concordia, desideroso di vivere fraternamente nel rispetto reciproco delle proprie idee, convinto che le sue opinioni valevano come quelle degli altri e che, comunque, non dovevano mai diventare bandiera, anche se più probabili di quelle altrui, in quanto frutto della speculazione umana e quindi suscettibili di errore poichè erano pensiero di una creatura.

Ario creatura intuisce un Jeosus Christos creatura rilevando l'infinita distanza tra l'umano e il divino tra l'uomo e il theos: la non accettazione della Divinità e Trinità di Dio, d'altra parte successive come formulazione nicena alla sua reale formazione, viene perfino umilmente limitata , circoscritta, e lentamente ricondotta nella direzione voluta dall'autorità alessandrina, a cui si sottomette docilmente.

In Ario non c'è la certezza dottrinale dogmatica né la pertinacia superba di un eretico, ma solo formale ossequio all'autorità pur nella coscienza di una propria personale reale e possibile opinione.

Il pensiero di Ario è una risultanza senile di un lungo esercizio (askhsis), quasi un naturale sviluppo sincretico di tutta la cultura orientale in cui sono confluiti, accanto alla lettura personale di Filone, il platonismo, l' aristotelismo, il cristianesimo, nelal sua sostanziale impostazione sincretistica del terzo secolo, conditi secondo le formule migliori dello scetticismo.

Atanasio invece è dogmatico ed ciecamente obbediente all?auctoritas episcopale, schematico, apparentemente inflessibile, un testone incapace di riflessione nella sua rigidità mentale, caparbio esecutore, dopo ogni decisione,: non sa far tesoro delle sue stesse esperienze negative e degli esili, convinto nelle sue certezze di essere un martire, un vero testimone di Cristo, e pur nell' umilismo del linguaggio, un autentico faro di luce per i cristiani, dovunque si trovi.

Ario, comunque, dopo il contatto con la comunità cristiana antiochena, giunto ad Alessandria aveva confrontato la propria erudizione letterale e la propria tecnica ermeneutica con quella dei Didaskaleia alessandrini, che, numerosi, erano accanto alle sinagoghe giudaiche, non ancora distinte da quelle cristiane e perciò raggruppavano solo ebrei e cristiani.

D?altra parte in Alessandria rimanevano ancora i Terapeuti, gli asceti contemplativi, che insegnavano il sistema di lettura

che insegnavano il sistema di lettura allegorica ed anzi erano stati i modelli per i didaskaleia di Panteno, Clemente Alessandrino e lo stesso Origene e che ancora erano i maestri di ermeneutica sotto Pietro I di Alessandria all?epoca della lotta con Melezio, nel corso della IV persecuzione di Diocleziano del 305.

Gli scontri tra Melezio vescovo di Licopoli e Pietro I, papas di Alessandria avevano prodotto lo scisma della Chiesa alessandrina costringendo Ario, uomo pacifico e moderato, alla scelta del campo meleziano, senza, comunque, incorrere in sanzioni disciplinari: la pacatezza dei modi e la metrioths indussero anzi il prelato amministratore della più grande diocesi egizia che comprendeva una vastissimo territorio, inglobante anche parti della Cirenaica, suddiviso secondo gerarchie episcopali) a concedergli il diaconato.

La sua carriera ecclesiastica seguitò sotto il papato di Achilla e poi di Alessandro, subito dopo l?editto di Milano, in cui si prevedeva che fosse lecito il culto cristiano alla pari di quello pagano.

La controversia meleziana non rientrava nella legalità cristiana anche perché il problema sussisteva da oltre cinquanta anni: infatti il problema dei lapsi si rinnovava ad ogni persecuzione, a cominciare da Massimino il Trace, sotto Decio e sotto Valeriano e poi sotto Claudio II ed Aureliano ed infine sotto Diocleziano: la terra d?Africa aveva lasciato irrisolto il caso dei transfugi e degli apostati, nonostante l?impegno e la saggezza di Cipriano.

Il problema degli "scivolati", era molto dibattuto in Africa e teneva in sospeso quei cristiani che, impauriti, all?atto della professione di fede, richiesta dal governatore romano, avevano apostatato.

Erano molti i cristiani che, già divisi in molteplici sette, non avendo un preciso ordinamento né veri capi, isolati nella persecuzione, avevano ceduto al momento del pericolo della vita e avevano preferito la vita alla morte.

Essere torturato e condannato come nemico dello stato, diventare spettacolo pubblico, perdere i diritti civili tra gli insulti e gli sputi popolari, tutto questo significava testimoniare il nome di Cristo, questo voleva dire essere cristiani, questo era marturion per un civis.

Vivere nascostamente la fede cristiana per molti era un essere in communitas e in diokesis, philosophari, fare la caritas svolgere un servizio rituale nuovo, quello dell'eucarestia, inneggiando allo scandalo della Croce, a Christos, un semidio che aveva dato la vita e col suo sangue aveva costruito una nuova Humanitas ed aveva dato speranze di resurrezione e di un premio eterno, con la sua stessa resurrezione.

Molti cives superficialmente avevano accettato il credo cristiano ed avevano seguito le regole cristiane, diverse, a seconda delle confessioni e dei luoghi: era già una moda filosofica seguire la via retta e il modello proposto da Paolo.

Ora lo scandalo della croce nel corso delle persecuzioni diventava una prova, peirasmos, con cui si verificava la bontà del denario cristiano, della moneta corrente, convalidata dal saggiatore governativo, epitropos, che convalidava la civitas di ogni membro dell?ecumene romano ellenistico, facente parte dell?impero romano: essere cristiani e professarsi christianoo (christiani) significava essere esclusi dalla communitas romana incorrere nell?atimia, e quindi essere affidati al carnefice.

Martire e confessore sono termini usati con valore positivo e con alonature differenti dopo la vittoria del cristianesimo, ma all?atto dell?indagine governativa il christianos era solo con se stesso senza alcuna protezione comunitaria e senza sostegno: di fronte all?aut aut di Decio(249-251) e poi di tutti gli altri imperatori persecutori c?era solo il martirio o la vergogna dell?abiura.

O si rimaneva civis o non si era più civis: Roma imperiale in questo modo richiedeva una nuova iscrizione civile (apographh) con pagamento immediato (apotimhsis).

Era un modo deciso di scovare i cristiani e di appropriarsi delle loro ricchezze comunitari, di cui il dioiketes amministratore era il custode e garante con i vertici diocesani, del complesso sistema finanziario costituito da trapezai (banche), di succursali, di depositi bancari e di aziende affiliate corporativistiche, coordinate secondo il modello oniade, dopo il fallimento della struttura alessandrina emporica nel periodo flavio.

Nel corso delle persecuzioni, perciò, non solo i laici ma anche il clero aveva apostatato: questo era un pericolo per la stabilità della organizzazione e della strutturazione episcopale e diocesana (amministrativo-finanziaria).

Avvenuto il concilio di Nicea, Costantino confina Ario in Illiria, ma si circonda di ariani come Eusebio di Nicomedia che lo erudisce sull'unità ed unitarietà di Dio, senza però riuscire effettivamente a modificare il pensiero imperiale.

La proclamazione ed elezione di Atanasio a papas di Alessandria nel 328 però coincide con il richiamo di Ario: Costantino vuole tentare una mediazione, desiderando un'unificazione dei vari credi o per lo meno di quei due credi risultati dominanti nel corso del Concilio niceno.

I caratteri dei due prelati sono tali da mostrare a Costantino la via successiva da seguire, quella ariana, non solo perché sempre più dominato dal vescovo di Nicomedia, ma per opportunità politica: il modo conciliante di Ario e quello arrogante del vescovo alessandrino convincono l'imperatore ad una brusca virata in senso religioso, negli ultimi anni di regno: l'arianesimo al posto del cattolicesimo ortodosso.

Da questo nuovo atteggiamento di Costantino deriva quindi il primo esilio di Atanasio che, essendo amico di Apollinare di Laodicea è costretto ad affrontare il tema del rapporto tra carne e logos in Gesù Christos .

Siccome Apollinare sostiene che il logos si unisca in Christos alla carne umana assumendo quelle funzioni che in un uomo comune sono svolte dalla psuché/anima Atanasio rileva che ciò si vena di arianesimo in quanto si assegna al Verbo un'attività corrispondente alla natura di un essere creato non veramente divino.

Perciò Atanasio nel concilio di Alessandria mostra come il suo amico combatta l'arianesimo ma in un certo senso aderisca alle dottrine dell'unione del Logos alla carne, incapace di vedere come il logos di natura divina possa unirsi ad una natura umana nella sua completezza, soggetta al peccato.

Il peccato c'è solo se c'è la volontà che è divina per Atanasio: perciò si pone l problema del come possono sussistere due volontà contrastanti e due nature diverse nello stesso essere.

Ma per Atanasio diventa insostenibile la redenzione e specie il modo con cui si può essere verificata.

Di conseguenza ammette che la sua realizzazione della redenzione umana si avveri solo se si accetta tra logos e carne una unione perfetta inscindibile con una totale assunzione da parte del verbo dell'umanità incompleta una sola persona/ upostasis con una sola reale natura/ousia.

La sottile divisione di Apollinare tra corpo/ soma vivente grazie alla anima vitale psichica che presiede alla vita animale, e la nous/ mente porta Atanasio a considerare ciò che dice Paolo che poneva il contrasto tra carne e spirito e da ciò deriva la sua coscinza di dire che il Christos è come nous /logos o spirito in un corpo umano e quindi ritiene che l'incarnazione è atto volontario di Dio una kenosis cioè uno svuotamento autonomo in una sottomissione a tutte le limitazioni della sua umanità.

In caso contrario Gesù-dio sarebbe stato soggetto al peccato e quindi non sarebbe di natura divina , ma un essere misto.

Atanasio- che conosce le obiezioni di Eustazio e di Diodoro , uomini convinti che non si può sottrarre la mente al Christos senza negarne la umanità- perciò è ambiguo ed incerto nel suo pensiero ma è rigidamente blindato in sé e rimane così finché non c'è l'intervento di papa Damaso che condannò l?apollinarismo nei sinodi romani del 368 e 369.

Questi a Roma aveva ricevuto Vitale ch era amico di Apollinare e di Melezio ma era accostato a Paolino era stato ben accolto.

Damaso poi su istigazione di Epifanio di Salamina si documentò meglio sulla situazione e sul credo di Apollinare e di Vitale che furono condannati a Roma e poi anche ad Alessandria nel 378 e infine ad Antiochia 379 .

Quando poi nel 381 gli apollinaristi furono definitivamente condannati come eretici, essi si impegnarono in una propaganda tale che non si astennero da falsificazioni di scritti specie di padri ortodossi, a cominciare da Gregorio di Nazianzo.

Molti testi furono dunque falsificati mediante aggiunzioni apollinariste di termini o d i enunciati o soppressioni di lemmi o di intere frasi proprio quando il cristianesimo era dominante e Teodosio aveva diviso il mondo non solo in area politiche e territoriali occidentale ed orientale anche in due grandi pontificati quello della vecchia Roma e quello costantinopolitano della Nuova Roma.
















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Ario ed Atanasio

Monogenes (uios) Theou è Christos o l'universo?

L'universo o Christos è monogenes Theou?


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Monogenes/ unigenito, collegato a Patros (del padre) nel Prologo giovanneo (14 e 18), è termine noto nella cultura classica ed ellenistica ricorrente in Filone e nella sua opera che lo usa sempre riferendosi all'universo.

Nel secondo secolo ha valore gnostico ed è in relazione ad una letteratura visionaria, apocalittica, epifanica. irrazionalistica

Giovanni infatti riprende un inno preesistente probabilmente gnostico in cui si parlava di Cristo Dio inteso come logos mediatore della creazione e principio di vita che era venuto sulla terra solo per dare la propria vita.

La sua funzione, non essendo stata intesa realmente, ma fraintesa in quanti alcuni lo accettavano ed altri lo respingevano pur essendo fonte di vita, rivelazione e grazia.

Di questa veniva fatta la celebrazione nel nome dell'unigenito del padre nel cui seno il logos era.

Questo pensiero insito nell'inno preesistente veniva congiunto con la testimonianza di Giovanni il battista :

infatti vi sono intercalati due brani, in cui l'evangelista (O chi per lui ) mostra la funzione di testimone del Battista non più dell'avvento del Messia ma del Verbo.

Non è difficile comprendere che nel prologo giovanneo c'è il passaggio da una dottrina ad un'altra, a seguito della fine dei sogni messianici, naufragati con la sconfitta di Shimon Bar Kokba e con la distruzione di Gerusalemme, con la Galuth ebraica: il cristianesimo, fino ad allora ancora connesso, sepppure debolmente, in alcune zone, col giudaismo, ora cerca definitivamente una propria via nel Logos, in Christos Logos, in cui sopravvive il Messia in senso spirituale.

E' questa una linea irrazionalistica molto sfruttata da un sistema platoneggiante che tende ad una metafisica, intesa non più in senso theologicos spirituale, ma, come superamento dei nomoi phusikoi, volta alla ricerca di una nuova metretica, lontano dalla realtà della misurazione normale, basata sul numero e sulla figura geometrica, in una via ultaterrena in una dimensione microbiologica, in cui le leggi non sono simili a quelle delle vita vita animale, apparente.

si fa una lettura specifica in un esame di ogni vita associativa minima (quella di di termiti, formiche ed api ) e si rivela un sistema non umano ma mortale di un superorganismo.

Specie i neoplatonici sembrano anticipare concezioni ardite microbiologiche, come se fossero intraviste, nella vita superoganizzata delle societates di microinsetti o di animaletti appena percepibili cioè di piccolissimi elementi quasi non percepibili, non ben misurabili ad occhio nudo, tanto da ritenerli fenomeni di un sistema diverso dalla norma.

Per contrasto gli speculatori filosofici arrivano ad ipotizazre stesse regole nel superorganismo celeste, dimora di un theos costruttore, da cui iniziano a rilevare anche involontariamente i processi fisici, microbiologici e stellari oltre a quelli "pensabili" sottmarini, in una intuizione cellulare e microcellulare.

Il theos nascosto nella natura, in qualsiasi dimensione sia, è visto come animatore del tutto anche se si rileva che la struttura microbiologica nella sua infinita complessità di elementi( che hanno funzioni diverse a seconda del compito svolto e deii fini per cui operano nel lavoro associato ) sfugga ad una possibile sistemazione in relazione alla presenza di forze esterne, di un organizzatore seppure divino: ogni cellula ha in in se stessa il suo telos con un processo vitalistico autonomo che si riproduce in altre forme.

Comunque, il mondo antico classico del II secolo pur derivando da formule filoniane, sembra cercare un'altra metretica, un altro sistema di relazione e di valutazione in tutto ciò che è piccolisimo e sembra ipotizzare una stessa vita non solo nei sistemi cellulari microbiologici sia dell'aria che dei corpi piccolissimi, composti, ma anche nelle armonie spaziali e siderali.

La speculazione ellenistica, coeva, stoica, medioplatonica chiara in Plutarco e manifesta in Luciano di Samosata mostra che il termine monogenes è tipico per indicare l'universo, che è figlio di Dio, in cui viventi esseri sono le stelle e gli spiriti stessi manifestazione della luce cosmica....

Essendo incapaci di misurazione effettiva ipotizzano armonie astrali e creano il modello paradisaico con la presenza divina già conosciuta in epoca sumerico-accadica, assiro-persiana, da cui si rileva la differenza di cieli e di cielo nel mondo giudaico. Oi ouranoi cieli sede di Dio shaddai/altissimo, sono altra cosa rispetto ad o ouranos che è la rakiqa /il firmamento visibile e naturale come sfera che circonda il mondo terreno, soggetto alle leggi fisiche, diversamente da quello uranico al plurale che ha nomoi propri.

Ora Filone in Vita di Mosé III,68- 69 (II 134.135) parlando dell'entrata nel tempio del sommo sacerdote vestito del logeion e dell' efod per offrire sacrifici e pregare con i simboli dell'universo , tanto da far entrare con lui nel santuario il Kosmos stesso, afferma: anagkaion gar hn ton ieromenon too tou kosmou patri paraklhtoo khresthai teleiotattoo thn arethn uioo pros te amnhstian amarthmatoon kai khorhgian aphthoonatatoon agathon/ era infatti necessario che chi è consacrato al padre del Kosmos si servisse del figlio come patrono, perfetto nella virtù per l'amnestia (per il perdono totale) dei peccati e per l'accaparramento dei più abbondanti beni...

Ed aggiunge che visto che non è possibile imitare il padre creatore, si cerchi almeno di imitare l'universo (di cui il sommo sacerdote porta i segni scolpiti e nel suo abito ) essendo lui in questo modo, una copia, in piccolo, del Kosmos stesso ((brachus kosmos eivai)...

Spiegare quanto pensa Filone non è semplice: il kosmos umano, animale e vegetale è un musterion come quello divino quindi ineffabile: oggi noi con la scienza sperimentale potremmo chiarire a Filone come ogni essere vivente sulla terra è in un certo senso imparentato e che il segreto della vita, biologicamente parlando, è eguale per tutti quelli che vivono in uno stesso ambiente e sistema, che cioè ognuno o infinitesimale insetto visibile o formica o uomo e albero, o qualsiai materiale ha in sé diecine di miliardi cellule che hanno istruzioni diverse a seconda della posizione in cui sono, in modo da nascere, crescere e riprodursi ( e apparentemente morire) senza intermediari esterni, in quanto dotato di un orologio proprio, che scatta al momento opportuno infallibilmente. Noi oggi parliamo di DNA composto da soli 4 carqtteri- A,G, C,e T che creano un testo unitario lineare leggibile, in cui ogni elemnto ha un patrimonio genetico suo irripetibile, tipico, per cui può vivere riprodursi e completare ogni fase del suo ciclo, mediane processi automatici non psichici, ma elettro-chimici ...

Noi oggi sappiamo leggere (ancora puerilmente -meglio infantilmente-) i nostri codici genetici, ma quando avremo letto da adulti il testo non solo degli individui ma anche del macroskosmos la realtà non sarà più quel fenomeno fisico della nostra tradizione e noi saremo divini senza il bisogno di una presenza divina ed allora le locuzioni essere a somiglianza di Dio o essere figlio di Dio e perfino essere Gesù figlio di Dio saranno solo metafore vecchie di un testo umano storico di età antiche...

E Filone?

E Filone che parla di natura come figlio unigenito di Dio, eguale a se stesso è un profeta/nabi: la natura vogliamo chiamarla Dio, chiamiamola Dio, ma non dobbiamo pensare ad un Dio in natura, immante, ma neppure ad una singolarità personale e ad un'anima o ad un'autenticità dell'io, secondo la concezione platonico-filoniana: ritengo che Heinstein quando disse non credo che Dio giochi a dadi non abbia pensato ad un dio il cui figlio unigenito fosse Logos, poihths...


Monogenes (uios) Theou è Christos o l'universo?

Origene e Paolo

origenismo


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Origene commenta ed interpreta le seguenti lettere di Paolo: 1 Corinzi, Efesini, Colossesi, 1 Tessalonicesi, Tito, Filemone ed Ebrei

Quindi possiamo dire che l'alessandrino commenta solo una metà del corpus paolino; eppure nella Lettera a Paola (Ep.33,4) Gerolamo dà notizie diverse rispetto ai commenti di Origene a Paolo: forse questi si rifà ad una Vita di Panfilo eusebeiana e perciò le sue informazioni sono di seconda mano e non sicure in quanto Eusebio, come storico, non è certamente una fonte attendibile.

Comunque, a noi il problema interessa superficialmente in quanto nostro specifico interesse è il modo (tropos) di commentare e d' interpretare di Origene oltre alla ricerca del testo originario di Paolo, al fine di constatare se ci sono discrepanze testuali tra il testo attuale e quello del tempo di scrittura (intorno al 210 d.C. circa) in cui l'esegeta fa la sua analisi.

Il sistema di esegesi di Origene è basilare per il commento biblico ed è guida per ogni commentatore successivo, esempio per i patres della Chiesa, che ne sono i veri fondatori

Ad un esame superficiale sembra che Origene proceda più secondo il senso letterale-carnalis che su quello allegorico spiritualis in modo diverso di quanto fa nei commenti di Matteo e in altre opere come in I principi: è solo una sensazione, non è reale perché è unico ed unitario il suo sistema di lettura.

Paolo, comunque, è per Origene già un modello come lo è Filone di Alessandria: dall'alessandrino e da Paolo derivano le sue idee esegetiche già esplicate da Panteno e da Clemente.

La lettura di Paolo da parte di Origene non è certamente quella gnostica di Marcione di Sinope (85-160), in quanto l'alessandrino deriva da una cultura diversa, essendosi formato sulla scia dei maestri del Didaskaleion, e dipende , specie nella fase iniziale, dalla lezione magistrale alessandrina seguendo rigidamente l'allegoresi filoniana(Cfr.Angelo Filipponi, De Joseph) .

Marcione, invece, aveva magnificato il tentativo di Paolo di ridimensionare la Legge Giudaica e di sovrapporre alla legge la figura di Jesous Christos Soter, a seguito della anastasis ton nekron ( resurrezione dai morti che è in effetti un risveglio anegersis )

Su questa base l'eretico aveva costituito una teologia dualistica fin dal 144 d.C, proprio a Roma in opposizione al credo cattolico ed aveva proposto il rifiuto del Vecchio Testamento:

egli infatti opponeva il dio della vendetta e della guerra dell'antico Testamento al Dio buono e misericordioso del Nuovo Testamento, padre del Figlio unigenito, Gesù Messia e quindi poneva in modo contrastivo ed antitetico il dio creatore e Dio padre: da qui la sua selezione anche dei Testi del Nuovo Testamento: solo il Vangelo di Luca ed alcune lettere di Paolo, rilette in senso gnostico, diventavano basilari (fondanti) per il cristianesimo.

Marcione apparve a molti come il vero seguace di PAOLO, l'unico capace di interpretarlo e di imitarlo, anche se poi lo fraintese in quanto seguì una propria via, quella gnostica.

Origene, dunque, ha un sistema di lettura diverso da Marcione perchè ha un'altra cultura e formazione che lo autorizza in un senso, in modo da avere altre soluzioni e risultanze (cristologiche).

Egli ha una sua interpretazione di Paolo, letto in una Alessandria severiana, in cui i cristiani e gli ebrei vivevano ancora insieme ed ancora si confrontavano sui testi sacri, pur formando due comunità diverse, si rispettavano in quanto nate da una stessa radice, educate secondo lo schema di lettura dello stesso maestro Filone di Alessandria, caro allora ad ambedue le parti religiose. secondo un metodo non dissimile da quello dei terapeuti, attestati fino al periodo di Sinesio (inizio V secolo).....

Il ruolo di Filone in Alessandria unificava e, in un certo senso, teneva legate le due pur differenti comunità: l'allegoresi era comune perchè l'educazione di cristiani e di ebrei era stata comune nei didaskaleia alessandrini: accanto alla sinagoga (quasi 50 all'epoca di Filone) si erano formate e costituite eccklesiai cristiane (cfr Anania e Saffira) che in un certo senso avevano cristianizzato il giudaismo filoniano e lo studiavano nei didaskaleia, comune palestra per i fedeli di ambedue le confessioni...

Non si si sa esattamente se in epoca severiana i cristiani studiavano insieme ad Ebrei nei Didaskaleia ebraici : ci sono dubbi se ci fossero anche didaskaleia effettivamente cristiani o se maestri giudaici si alternavano nelle lettura a maestri khristianoi o se erano indipendenti

Di sicura c'era una tradizione comune ebraica, quella filoniana

Essendoci una sprorporzione culturale e una tradizione di lettura ebraica infinitamente superiore rispetto a quella cristiana ritengo, comunque, che il comune(?) studio al didaskaleion era dominato dall'elemento giudaico che permetteva (diremmo) l'audizione e la scuola a giovani cristiani accanto a maestri cristiani, che forse potevano prendere di tanto in tanto la parola....

Una metropoli come Alessandria aveva certamente la comunità ebraica più popolosa e ricca rispetto a quella cristiana anche se questa aveva perso quel rilievo e valore che aveva avuto sotto i Giulio-Claudi nel periodo dei Flavi e degli antonini ma il suo credito doveva essere ancora grande, rispetto alle altre etnie...

Forse nel periodo di Panteno cominciarono ad esserci didaskaleia solo cristiani, ma dovevano essere molto limitati rispetto a quelli giudaici predominanti: solo con Clemente si era stabilito un tipico sistema di lettura, forse elitario in relazione alla suddivisione clementina pneumatica, come se si dovesse formare un elemento pneumatico privilegiato rispetto agli ilici e agli psichici..

Quando Origene, giovanissimo diviene maestro nel didaskaleion, necessariamente segue l'indirizzo e l'orientamento

di una didacsis ( insegnamento) già collaudata.

Perciò la lettura di Paolo è in relazione a un tale sistema interpretativo... tanto che Girolamo (Commentarii in Hieremiam 5, 27SS). dice allegoricus semper interpres et delirat et in hoc loco lo definisce eretico, falso anche se ne rileva la cultura e la potenza intellettiva.

Origene in effetti è geniale ma ha anche l'eredità alessandrina già patrimonio culturale di ogni orientale grazie al neoplatonismo filoniano che, fuso con i commenti di Clemente, suo maestro, gli dà auctoritas nella lettura biblica e nella interpretazione paolina.

I frutti maggiori li raccoglie una volta trasferitosi a Cesarea marittima (dopo la sua espulsione da Alessandria nel 232) dove si impegna nel lavoro, in un tentativo di precisare la sintassi e il pensiero di Paolo (cfr. Pauli opera ommia ,I,II,II,IV A. CRAMER Oxford,1841-44 rist.anast, Hildsheim) prima e poi a Cesarea di Cappadocia...

Origene in quella epoca ha già chiaro che un'ecclhsia senza divisione ci può essere solo se non ci sono skhismata dottrinarie in qunto tutti sono d'accordo "sumphonontes " to ortho logo kai ekklhsiastiko dogmati peri te Patros kai Uiou, kai agiou Pneumatos.

Si è già stabilito, dunque, in ambiente alessandrino il sistema trinitario, che poi sarà meglio perfezionato e diventerà basilare per tutte le numerose comunità disperse e differenti che si uniformeranno, in sintonia con la lezione del Didaskaleion di Alessandria e poi di Cesarea di Cappadocia...

Origene, come già Ireneo, però, ritiene che la Sacra scrittura è ispirata ed unificata dallo Spirito Santo ed è quindi di origine divina: il compito iniziale dell'esegeta é " trarre dagli aspetti umani dei compositori reali quanto lo Spirito ha loro dettato"

L' esegesi origeniana consiste nel ricercare l'economia divina nell'opera umana degli scribi biblici (vetero e neotestamentari):e quindi utilizza la grammatica e la perizia linguistica nell'indagine sull'autore.

In effetti Origene in questo studio opera come operavano i grammatici alessandrini pagani su Omero che leggevano Omero mediante Omero.

Origene contemporaneamente segue l'esempio e i modelli dei rabbini che interpretano la Bibbia mediante la Bibbia. Dopo l'operazione umana sullo scriba si cerca l'autore divino delle scritture secondo un procedimento comune anche ad Agostino (La dottrina, II,5,6) "scoprire i pensieri e le intenzioni di quanti l'hanno messa per iscritto e tramite loro scoprire la volontà di Dio " in modo anche da rilevare l'ammaestramento di Dio e l'apprendimento umano (Ireneo, Contro le eresie II,28,3)

Origene si spiega ancora meglio quando invita a passare da una fase ad un'altra cioè dal senso litteralis a quello spiritualis: "veniamo alla realtà" ( Comm., al Cantico dei Cantici, II,7,2) precisando che "bisogna entrare nella stanza del Re"...

Nel fare questa operazione si stacca nettamente e dai pagani e dagli ebrei in quanto la sua ricerca è finalizzata a ritrovare Christos di cui è piena per lui ogni pagina biblica: Cristo, per Origene accorda le più disparate sinfonie che possano derivare dai tanti passi biblici ed anche omerici che trovano nel suo nome l'armonia (armonizo= congiungo).

Origene, clementino, dunque, tiene presente che nell'esegesi si debba considerare l'ispiratore divino che ha invaso l'animo dell'entusiastico scriba, che è solo la canna vuota che, comunque, ha un suo valore di risonanza: diversa è la canna diverso è il suono.

Lo studio quindi verte sull'enthousiasmos, sulla divina ispirazione e possesso di Dio sulla creatura incosciente ed invasata, la cui ricerca diventa reale solo se il ricercatore esegeta ha fede, prega ed ha subìto già una profonda metanoia, tipica delle conversioni a Christos, come quella di Paolo....

Christos, quindi, in quanto logos (parola di Dio ) diventa il centro della indagine che necessariamente obbliga a separare la ricerca spirituale da quella grammaticale fissata sulla lecsis sullo studio della lettera.

I due modi sono eredità di Filone, di un Filone già cristianizzato, che ha letto Christos-logos, Verbum : di Filone si conosce solo quanto è già divenuto patrimonio di Panteno e di Clemente, non le sue continue distinzioni divisioni e sottogliezze "teologali", proprie di un disceplo dei contemplativi anche se corrotto dal platonismo: scavare il pozzo di Giacobbe nella traduzione dei Settanta ha esito diverso dallo scavare masoretico: nell'una non esiste il trovare l'acqua da parte dei servi, nell'altra si trova l'acqua.

Dallo studio della profondità abissale come in quella celeste c'è la realtà del nomos degli ebrei, c'è nei Settanta il logos dei cristiani....

i cristiani credendo nella scrittura in senso filoniano, cercano il volto di Christos al posto della legge e rifiutano, pur utilizzando la retorica, il sofisma delle parole, che, comunque, non bandiscono.

Per Origene la lettura spirituale della BIBBIA diventa un' indagine, al di la della lettera, sulla legge, sui profeti , sui salmi e sui proverbi (sulla Sapienza in genere) e sullo stesso Cantico dei cantici per trovare la chiave della scrittura, che è Christos.

Le scritture infatti annunciano il Cristo e sono una testimoninza di lui : per origene (commento al Salmo 1 :Le parole divine dicono che le divine scritture sono chiuse a chiave sigillate; chiuse dalla chiave di Davide).

Ora il percorso dell'esegeta è quindi quello di ricercare Cristo nell'antico testamento alla luce delle parole e delle azioni chiuse nei vangeli

Origene afferma che, così facendo, si toglie il velo e si può vedere il Cristo che sale sulle colline dei profeti: da qui l'esigenza cristiana nel II secolo di difendere il vecchio testamento, rifiutato da Marcione, e di vedere il Nuovo testamento come realizzazione tramite il Cristo della verità neotestamentaria.

Senza il vangelo accettato nella sua santità e veridicità lessicale, totale, che è il basilare e centrale nucleo di tutto, ogni lettura diventa espressione umana falsa. Senza christos e senza il vangelo, quello derivato dagli apostoli(non quello ebionita o quella di Giovanni dei Valentiniani )non è possibile esegesi...

Eppure l'esegesi origeniana, pur condannando la cultura pagana e quella ebraica, ne segue anche la tradizione esegetica omerica e quella biblica ebraica e si conforma su di essa sulla base dell' ameicsia filoniana , tenendosi in una posizione intermedia (methoria) ... non per nulla il figlio di Agar Ismael è methorios, pareco, figlio a meta tra quello legittimo e quello spurio, espressione di una sapienza enciclica, propeduetica alla vera sapienza (cfrFilone. Il connubio con gli studi preliminari,V, 20-24). Lesegesi patristica è eteleologica cioè è un a lettura pastorale tesa a invitare il lettorew alla compresnione dell averità dello Spirito a sguire il Christos ad assecondare il piano di Dio Il fine quindi è quello dell'utilità per il bene ecclesiale comunitario, di portare ogni uomo alla conversione a migliorare la vita cristiana . E' una parenesi con volontà di moralizzare in sneso apostolico sulla base di uan vera interopretazione e di uan tardizione di verità

Da una parte dunque èrivolta ai figli già partecipi del mistero e da un'altra a quelli che devono essere attirati nella luce della verità e quindi c'è contempoiranemanre la denigrazione del vangelo ddi Marcione e dei valentiniani e degli ebioniti, ma anche della lettura pagana in una condanna del razionalismo di Celso ..

E il testo di Paolo ? che funzione ha in un discorso teleologico?....

Le lettere paoline (così come sono in Origene) sono un altro vangelo, un vangelo aggiunto , un'aggiunta del signore, una methodos, propria di un apostolo, testimone di una tradizione a cui non appartiene, ma di sicura ispirazione divina, vero documento nonostante le controversie con Giacomo: la tradizione alessandrina ha cancellato dal 70 tutta la linea giacomita, integralista,aramaica, ed ha creato un'alternatica romano-ellenistica secondo l'ameicsia filoniana sviluppando il pensiero paolino della centralità del Christos morto per l'uomo,( redento col suo sangue) risorto, simbolo della ascensione al padre, guida nell' emigrazione terrena...


Origene e Paolo

anania e saffira

Una comunità oniade a Gerusaleme?


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L'episodio di Anania e Saffira (Atti degli apostoli, 5,1-11) è molto significativo per la comprensione del Primissimo cristianesimo, quello successivo la morte di Jehoshua (da datare tra il 37-44 e sicuramente prima della morte di Giulio Erode Agrippa, nel quadro di una persecuzione tutta da definire da parte di un re ebraico, socio dell'impero romano), prima ancora della costituzione del gruppo antiocheno di Christianoi.

L'episodio rientra nel quadro del malkut ha shemaim (Regno dei cieli) non di quello del Regno di Dio (cfr Angelo Filipponi, Jehoshua o Jesous?, Maroni, 2005).

Come poi fu letto l'episodio, dopo circa cinquanta anni, da Luca (? o quello che chiamiamo Luca) è ancora tutto da capire: in un nuovo sistema politico e in un nuovo habitat la morte di Anania e di Saffira diventa un esempio per i cristiani che volevano apparire caritatevoli e che mentivano in quanto ancora attaccati al denaro, in un momento in cui le havurot (cfr. Qehillà di Cafarnao in Giudaismo romano II, opera inedita ) si erano ben stabilizzate, dopo la distruzione del Tempio, in terre pagane, secondo normative giudaico-cristiane, che solo sostituivano il rito del seder con la cena evangelica.

Una cosa è narrare i fatti durante il regno di Agrippa (la cui morte è descritta in Atti degli apostoli,12,20-24) una cosa narrare l'episodio in epoca flavia (69-96) (cfr. prefazione a I libro di Antichità Giudaiche -angelofilipponi.com ora E.Book Narcissus).

Inoltre Luca (o chi per lui ) non ha i requisiti dello storico, proprio perché semantizza in un'epoca diversa da quella di accadimento e perché non ha le caratteristiche dello storico classico, ma quello dello storico cristiano (cfr prefazione alla III parte di Giudaismo Romano- angelofilipponi.com).

Infatti il suo sistema sincretico di narrare e di fare storia mitizzata tende più a stupire il lettore e a convincerlo della verità e bontà della sua religio e a dire che Khristos è Krhstos per l'impero romano che a documentare i fatti: non imita nemmeno il sistema giudaico della toledoth ormai in voga a Roma, grazie all'opera di Giuseppe Flavio, che aveva narrato in sette libri la Storia Giudaica e che stava scrivendo in 20 libri Antichità giudaiche, aiutato da scribi ellenistici ben retoricizzati.

Luca ha bisogno di mythos per narrare e per scrivere storicamente e deve necessariamente aggiungere termini che non esistono all'epoca dei fatti e deve sopprimerne altri che potevano essere indicativi di una diversa realtà.

Luca è cristiano antiocheno e la sua opera è tipica di una città (che ha una sua tradizione antigiudaica ed è espressione di filoromanità) destinata ad essere, secondo gli oracula sibillina, annientata: un terremoto e il ferimento di Traiano, presente per caso in città (cfr Apocalisse di Baruc ed Ascensione di Isaia) scatenano la furia dei giudei, la cui reazione feroce esplode in Cirenaica e poi a Cipro e in Egitto, al momento stesso dell'invasione traianea della Mesopotamia.

Antiochia prima e Roma poi sono le due metropoli odiate dai Giudei che, credendo nel Messia, ritengono giunto il tempo del Signore e massacrano i pagani, giungendo ad efferatezze raccapriccianti (cfr. Angelo Filipponi, Giudaismo Romano, III parte).

La lettura lucana antiochena, litteralis, assume un valore nuovo, in senso anagogico e moralis.

Anania e Saffira, che depongono il denaro, frutto della vendita di un loro podere, desiderosi di vivere in comunità, sono considerati intorno agli anni ottanta-novanta come persone dominate da pleonecsia ed aischrokerdeia, quindi cattive (prigioniere di Satana) ed intenzionate ad ingannare lo Spirito Santo, quando invece i due vecchi, bisognosi di protezione avevano fatto il sacrificio di vendere il loro terreno, in un momento storico critico (di massima desolazione) quale quello successivo il Malkut fallito, ed avevano portato il ricavato, sottraendone una minima parte per le loro necessità senili.

I due vecchi, in effetti, erano veri giudei, che avevano creduto nel Meshiah ed avevano sofferto e soffrivano per la sua morte e per la fine delle illusioni messianiche.

Essi, forse, non ben informati sulla rigida osservanza dei giakobiti (i seguaci di Giacomo, fratello nella carne del Signore) non fiduciosi, comunque, nel patronato né degli Anano nè di Anania, l'ex sommopontefice, nè degli erodiani, si erano iscritti alla comunità ed avevano intenzione di partecipare all'('edah) assemblea e di vivere secondo le leggi comunitarie, da buoni patrioti (zelotai).

Insomma i due vecchi avevano fatto una scelta di campo nell'ambito delle lotte interne al tempio e si erano schierati con la comunità più oltranzista, quella giakobita, secondo la tradizione popolare giudaica, in una volontà di vivere religiosamente e piamente gli ultimi anni, assistiti da confratelli, in un desiderio di cooperare fattivamente al bene comunitario, in relazione alla loro professione e mestiere: non è escluso che erano genitori di zelotai combattenti, fatti uccidere da Giulio Erode Agrippa nei giochi dell'anfiteatro di Cesarea Marittima.

Essi erano, quindi, non solo antisadducei ma anche antierodiani e perciò avevano bisogno di protezione e l'avevano trovata in Jakob il Giusto, fratello del Signore crocifisso.

Luca nemmeno accenna a tutto questo (o forse nemmeno lo sa esattamente): usa in epoca domizianea una terminologia non storica cioè non quella propria del tempo di accadimento, ma quella tipica di una fides romana quando già è in nuce la divisione trinitaria, cristiana (Padre, Figlio, Spirito santo) quando il cristiano si è già distinto dall'ebreo, quando già c'è opposizione tra Regno dei cieli e Regno di Dio.

Questo fa spostare l'epoca di semantizzazione, quindi, di scrittura degli Atti degli Apostoli in epoca domizianea e forse anche in quella dei primi antonini (Nerva e Traiano).

Il fatto, invece, accadde quando la comunità gerosolomitana, dopo la morte di Gesù, ancora con le stesse regole di Kaphernaum, aveva un gruppo dirigente (qahal) come quello essenico ed aveva come capo Jakob, che aveva le sue guardie del tempio, i cosiddetti sicari, che dovevano garantire il regolare funzionamento templare ed anche l' accesso dei neofiti alla comunità e in caso di disobbedienza, punire con la morte ad un cenno del capo.

La storicità di Luca, dunque, è tutta da provare e da dimostrare come è da stabilire l'effettiva datazione degli Atti degli apostoli, opera composita, non omogenea (cfr D. Marguerat, La primiere histoire du Christhianisme. Les Actes des Apotres, Paris Cerf,1999).

Di certo si può dire che Luca, da parte sua, narra fatti senza inquadrarli e da un'altra, aggiunge elementi al momento della scrittura e della semantizzazione: egli mette insieme due diversi modi di vivere in comunità, sottesi: uno del periodo di Agrippa ed uno storicamente molto posteriore.

Sono due diversi sistemi di tzedaqah (caritas, come atto di giustizia) che comportano due diversi modi di vivere uno in patria (o precisamente in Gerusalemme o in Partia) ed uno in tutto il territorio romano: uno tradizionale ed uno ellenistico, uno basato sulla vita comunitaria agricola e fraterna; una basata sul kerdos comunitario, sul profitto, sul tokos e quindi venato da aischrokerdia.

Quindi, bisogna ritrovare il momento storico del fatto e poi il momento storico della lettura del fatto da parte di uomini che, sconfitti dall'impero romano, dispersi, ora dovevano riorganizzarsi, seguendo lo stesso esempio della scuola di Jammia di Jahanan ben Zaccai.

E' necessario, però, comprendere prima come era effettivamente la comunità gerosolomitana nel periodo di Jehoshua vivente e, subito dopo, nel periodo jakobita fino al 62.

La comunità in quel tempo aveva un suo funzionamento sulla base di una rigorosa obbedienza ai capi, specie subito dopo la morte di Jehoshua: il disobbediente era punito con la pena di morte all'istante, sgozzato come un agnello: era una reazione crudele all'insuccesso del Malkut, un segno di paura di una comunità in pericolo, data anche la persecuzione di Erode Agrippa I che governava come filoromano...

La regola fondamentale della comunità era l'obbedienza cieca ai capi, che iniziava con l'atto di offerta del ricavato della vendita dei propri beni immobili, davanti al consiglio ristretto di mebaqer, con o senza la presenza del capo-comunitario.

Era forse questa comunità iniziale come quella di Kaphernaum integralista ed antiromana? o come quella essenica agricola conservatrice della tradizione, vivente secondo una pratica integralista della più rigida osservanza legalistica ebraica? o come quella contemplativa dei terapeuti egizi alessandrini dediti alla contemplazione e al commento biblico?

o come quella di altre comunità come quella oniade di massima organizzazione amministrativa, trapezitaria, emporica, diffusasi nel bacino del Mediterraneo con una infinità di apoikiai (colonie succursali) vincolate da caritas?

o come quella, antica, tubiade, di strutturazione economico-militare, ubicata in zone non urbane, aventi ambedue, seppure methoriai, in comune, la pratica del seder pasquale, la preghiera rituale e lo shabat?

O forse una comunità mista con caratteri anche templari militaristici, ma anche economici?

Solo se si tengono presenti queste operazioni preliminari storiche e si conosce esattamente la tipologia comunitaria dei seguaci di Jakob, successore di Jehoshua, e la sua funzione "sacerdotale" e templare, voluta da Erode Agrippa I, è possibile, per noi, leggere ed interpretare correttamente i passi 2,42-47 e 4,22-25 (cfr Giudaismo romano II parte)....

La lettura e l'interpretazione generica, fatte dal medico Luca, scrittore di bios, storico, proprie della tradizione cristiana non sono accettabili, perché l'autore confonde i due piani storici ed perché astrae dalle realtà storiche diverse ( una precedente la guerra giudaico-romana e l'altra successiva la distruzione del Tempio, evento incalcolabile nella psiche giudaica) e perché non tiene conto dei sistemi rigidi comunitari vigenti nelle diverse epoche....

Nel periodo flavio la comunità si era trasformata, non potendo più vivere con le strutture precedenti perché sotto osservazione dei pagani e dei governatori romani, che di mal occhio vedevano i raggruppamenti ritenuti pericolosi per lo stato perché di ideologia antiromana e considerati di scarsa utilità per il fisco imperiale, in quanto l'epitropos (dioichetes, epimeletes, episcopos, chiamati con vario nome a seconda delle zone o della tipicità fideistica o ereticale cristiana) pagava, solo lui (forse col suo staff dirigenziale) mentre era immune da tassazione ogni adepto "fidelis".

Un imperatore come Vespasiano tirchio e fiscalissimo (mulio- mulattiere per i romani, kubiosactes-venditore di cubetti di tonno per gli alessandrini cfr Svetonio, Vespasiano,xxv) che aveva costretto i giudei a pagare a Roma la doppia dracma, (fiscus ioudaicus), dovuta al tempio, mal digeriva il sistema di pagamento comunitario, che era un mascheramento di humanitas e di caritas, secondo le norme assistenziali giudaiche e lo sottoponeva ad una severa inquisizione annuale: un gruppo comunitario di oltre 10'000 persone pagava probabilmente solo l'un per mille e non dichiarava mai l'entità del suo capitale di base né le entrate di denaro fresco e di uomini inglobati come fideles.....

Era, inoltre, oscuro per le autorità romane il sistema con cui la comunità assicurava la vita a tanta gente, anche se si conoscevano i mestieri e le attività svolte dal gruppo (cfr Giudaismo Romano II parte)...

Luca aveva un solo esempio biblico di condanna a morte di un uomo che aveva nascosto qualche cosa interdetta dai capi, quello di Acan, figlio di Carmi (Giosué,7,1-26) che confessò di avere preso, durante il saccheggio di Gerico, come bottino "un magnifico mantello di Sennaar, 200 sicli di argento, un lingotto d'oro di cinquanta sicli" e perciò, siccome "aveva trasgredito l'alleanza col signore ed aveva commesso una grande infamia" venne bruciato lui con tutta la sua famiglia e i suoi beni ed animali...

Luca applica la stessa sentenza di Giosué e quindi Pietro non guarda al reato (minimo) ma solo alla falsità dei due coniugi.

Luca, dunque, non conosce neppure la Regola della comunità di Qumran (VI, 18-24) che così recita: se tra loro c'è qualcuno che mente a proposito dei beni ed egli ne è conscio, lo escluderanno di mezzo alla purificazione dei molti per un anno e sarà privato di un quarto del suo pane (cfr L. Moraldi, I manoscritti del Qumran,Tea, 1995): se l'avesse conosciuta, avrebbe inventato una soluzione meno crudele o avrebbe mascherato l'episodio in altro modo e non avrebbe fatto morire quasi contemporanemante i due vecchi "con un colpo divino "(non credibile), ma avrebbe dilazionato almeno la morte dei due ....

Lo storico cristiano, dunque, senza entrare nella storia, ci narra la tragedia di due vecchi, colpiti da Dio, tramite il giudizio di Pietro che, nuovo Giosuè, esegue la sentenza celeste...

L'Haburah cristiana flavia aveva ancora mantenuto la struttura di quella del Regno dei Cieli? Essendo diverso il funzionamento amministrativo, è improbabile una condanna morte e/o perfino una punizione corporale.

Luca ha letto (o ha sentito) del sistema punitivo giakobita e lo ha tramandato (incautamente): ... l'evangelista non è certo un fidelis della storia!

Comunque, il funzionamento religioso rituale era forse rimasto lo stesso, seppure si era differenziato a seconda delle eresie ebraiche specie per i contrasti, sorti nel seno giudaico tra i fideles puritani ebraici e gli scismastici cristhianoi, antiocheni, che ancora avevano in comune le stesse sinagoghe nelle metropoli e si distinguevano solo nelle province...

E' chiaro, dunque, che bisogna distinguere, dividere, separare, precisare i vari momenti e le diverse proposizioni culturali nel seno dello stesso giudaismo, prima di leggere Luca e l'episodio di Anania e Saffira....


anania e saffira

Esegesi biblica

un'altra esegesi biblica


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Noi siamo giunti ad un'altra lettura biblica e ad un'altra esegesi dopo un lungo e paziente lavoro di ricerca: rifiutiamo non solo la lecsis filoniana e quella patristica e quella medievale, ma perfino quella dell'umanesimo, della riforma e quella illuministica e positivistica e modernista, ed anche quella contemporanea.

Noi, avendo ricostruito la storia romana, quella giudaica (cfr Giudaismo romano), vediamo la figura del Christos solo in senso umano, storico: la nostra lettura è litteralis e, perciò falsifichiamo lo stesso contenuto dei Vangeli...

Le nostre risultanze storiche sul Regno dei Cieli e sul Regno di Dio ci autorizzano a vedere e a rilevare solo interpolazioni e aggiunzioni o sovrapposizioni nei Vangeli sinottici (Marco Matteo e Luca) in senso prima escatologico e poi apocalittico e a considerare il vangelo di Giovanni di matrice gnostica e quindi lontanissimo dagli altri vangeli...

Abbiamo rilevato nel II secolo, accanto all'impostazione di Basilide e di Marcione, in senso antibiblico, un filone specifico simbolico, quello di Melitone di Sardi che si serve di un tipologia cristocentrica come principio basilare di interpretazione dell'Antico Testamento, connessa anche con Ichthus/pesce.

La sua Clavis scripturae ( H Graphoon Cleis), in latino, forse non rende la realtà dell'equivalente scritto greco originale, di cui restano frammenti, ma è utile ai fini di una lettura spirituale e simbolica che doveva essere parallela a quella del Didaskaleion alessandrino ed aveva molto in comune con il pensiero di Giustino e di Ireneo, specie per quanto riguarda il Figlio di Dio secondo la carne, i numeri, le creature superiori, il mondo e le sue parti, gli alberi sterili ecc ....

Il testo latino di Chiave, manoscritto di Clermont, evidenzia, inoltre, una relazione diretta con la traduzione dei Settanta (la vulgata geronimiana) secondo il modello greco usato anche da Filone...

Lo scontro tra la lettura antiochena e quella alessandrina (due scuole che riprendevano le due impostazioni giudaiche sadducee e farisaiche) per noi è solo una testimonianza del lungo lavoro cristiano di accomodamento e di aggiustamento dottrinale e liturgico della Grande Chiesa, che si consolida in modo diverso, grazie al ricorso all'esegesi filoniana e quindi grazie alla continuità di lettura alessandrina didascalica fino ad Origene, il più più alto esempio della speculazione allegorica, da cui, tramite i cappadoci (da cui lo stesso Girolamo, Rufino e Agostino) deriva tutta l'impostazione cattolica del logos, dello Spirito e quindi della Trinità (cfr. angelofilipponi.com, Origene e Paolo; cfr. Giacomo e Paolo) ...

Non bisogna quindi partire da preconcetti come sacralità del testo o come ispirazione divina del testo o come accettazione del testo e della sua tradizione, come intangibile ed immutabile, ma indagare, in ogni caso di testo artificialis, cioè di costruzione letteraria, che risulta sempre equivoca ..

Tutto questo deriva da un'impostazione di Agostino che, dopo un periodo di accettazione delle artes liberales (De ordine) le limita in un'adesione alla frase paolina (I Cor. , 8,1) la scienza gonfia la carità edifica, intenzionato a costituire una doctrina Christiana.

Agostino chiarisce infatti con le Retractactiones il suo pensiero, mostrando da una parte la sua volontà di interrompere la tradizione antica come propedeutica alla conoscenza e alla filosofia e, da un'altra, mostra il suo passaggio dalla filosofia alla Sapienza e da questa a Dio (Theologia).

Così facendo autorizza uno studio della theologia capace di ridurre a scienza sacra ogni elemento estraneo e trasformare in fides ogni razionalità ed allora la stessa quaestio diventa oziosa ricerca perchè ogni disegno sistematico frutto di analisi concettuali e dimostrazione razionale fondata su dati esperienziali fisici confluiscono nel discorso divino e sono doctrina christiana. Insomma i procedimenti argomentativi o spiegano il mysterion, l'arcanum teologico o, in caso contrario, c'è l'eresia...

Il rifiuto delle artes liberales, agostiniano, comunque è motivato dal fatto che la realtà umana è una cosa, quella divina un'altra per cui il cristiano che non vive per un regnum terreno ma per un definitivo regnum celeste deve indagare con un metodo diverso da quello razionale pagano, la cui formazione era solo logica e liberale...

Agostino a parole rifiuta il sistema umano e naturale ma di fatto lo usa e se ne serve: la sua logica naturalis è basilare ai fini del mysterion la cui definizione è mediante l'apparato della creazione e della funzionalità della creatura . ..

Boezio è però il filosofo che congiunge fides e ratio in quanto tutto ha valore in quanto esiste il creatore, da cui derivano creato e creatura ed ogni forma di rapporto esistenzialeha ragione di essere in questa logica di provvidenza paterna divina e di amore filiale umano: da lui (De hebdomatibus )si giunge alle proposizioni di Anselmo e al programma di una fede che cerca l'intelletto in quanto la scienza teologica, avendo come oggetto Dio, causa di tutto, è la vera disciplina speculativa che ha alla base nel credo cristiano e nell'idea cristiana di Dio la verità rivelata. La quaestio così posta secondo le formule boeziane non è indagine di verità ma è via ben fissata sulla scia delle argomentazioni dei padri della Chiesa per conseguire ulteriori asserti di fede come risultato di un procedimento apodittico e non è mai quindi una methodos per la ricerca dell verità (già conosciuta) ma per un suo maggiore consolidamento.

La quaestio come esito di due modi di leggere contrapposti è solo esercizio scolastico su un unico problema discusso, diversificato da due contendenti, chiusi però nello stesso ambito e legati agli stessi procedimenti, bili comunque a far valere le rationes anche se opposte. La conoscenza delle diverse forme di rationes determinano la conclusione già conosciuta della quaestio che è banco di prova per formulare altro lessico riferito a quello della tradizione patristica.. A mio parere il cristianesimo usa le stesse tecniche di lettura letierale giudaica( Peshat) e segue i modelli di quella allegorica del midrash che aveva creato un'altra torah con il commento continuato ...In effetti le Rationes (comunes, propriae e translatae) hanno la medesima funzione dei midrashim anche se si servono di un apparato diverso in quanto le prime sono tipiche della artes liberales, le seconde proprie della theologia e le altre specifiche di un'esegesi scaltrita da tanti auctores a partire da Filone specie, dopo la lezione di Origene e dei Cappadoci.. -Le rationes communes (loci retorici ), theoremata (geometrici), axiomata musicales propositiones, dialettiche ecc., anche se sono connesse con tutte le esplicazioni naturales, portano tutte alle definizioni teologiche dei patres della tradizione cristiana- : non si approda a niente se non ad un ribadimento della verità di fede...

Al di là del recupero della razionalità, in connessione delle artes liberales, dal periodo carolino fino all'undicesimo secolo, il ritorno ad una filosofia, in funzione ancillare rispetto alla teologia e le riflessioni sulla autocostituzione in scienza della teologia nel XII secolo, sottendono una volontà metodica e un' intensa attività per la formulazione definitiva della scienza teologale.

Eppure in tale fervore di studi si delinea chiara la presenza di due indirizzi, potrei dire, due metodi: uno dialettico che si avvale degli strumenti logici della grammatica e di una scienza, o meglio, di una filosofia del linguaggio ante litteram; ed un altro apodittico, che si basa su formulazioni categoriche e dogmatiche...

Nonostante la volontà di razionalizzare permane la superiorità dogmatica teologica, per cui le formulazioni oscilleranno, confuse dal diverso suggerimento interno e, solo quando verranno imposte regole e norme, quali l'accettazione dei testi dei padri della chiesa, la conoscenza dell'errore degli scritti degli eretici, dei testi dei concili e della liturgia, e la necessarietà della preghiera nel corso dello studio per avere l'assistenza dello spirito santo, l' askesis per essere penetrato ed invaso dal divino spirito ecc., si ha realmente una scientificità dottrinale specifica in relazione alla unilaterale stessa costituzione del nucleo di verità precostituite e fissate, insomma si fissano i paletti entro cui fare scienza ...

Allora si cerca, con questa theoria specializzata e apparentemente scientifica, di procedere, secondo l'orientamento fissato, verso la conoscenza del mysterion.

Comunque, fra queste due linee metodologiche scorrerà in modo equivoco ed ambiguo il fiume della lettura biblica della Chiesa, la cui interpretazioni della sacra pagina e le cui analisi bibliche diventano sempre più una ripetizione di vecchi valori concettuali, utili, data la varietà retorica, solo per le prediche di parroci di campagna...

Non, dunque, la ratio ma la fides diventa fondamentale per un cristiano intento alla lettura biblica...

Da parte nostra siamo convinti che ogni testo sia solo testo, e che anche quello che è riconosciuto come il più santo e sacro, debba essere esaminato nella sua forma originale e poi valutato, oltre la letterarietà successiva, dopo averlo immesso nella cultura come manifestazione artistica di quell'epoca determinata.

Ne deriva che lo scoprire il testo originale comporta la scoperta del genere letterario, determinato nelle situazioni e nei modi propri di una specifica comunità ed anche lo studio dell'origine di quel tipico racconto.

La lettura è, dunque, un lavoro di recupero di situazioni di base e poi di situazioni nuove in cui si sviluppa il fenomeno letterario con la nuova semantizzazione rispetto a quella originale: occorrono due livelli operativi, uno quello dell'epoca di avvenimento fattuale ed uno quello di scrittura.

Solo chi ha la compresenza dei due livelli ha qualche possibilità di autentica lettura e di comprensione e dell'evento e del racconto dell'evento; perciò, si deve tenere presente ogni operazione semantica e del momento fattuale e del momento scritturale.

Se è vero che il fatto, codificandosi in HISTORIA O MUTHOS, ha solo valore di accadimento e di legenda (come cose da leggersi) non di verità, perché ha in sé solo il puro evento visto e commentato dai partecipanti o da quelli che sentirono ed amplificarono le cose in relazione alla loro passionalità e al grado di impatto sentimentale, è indubbio che a tavolino, a distanza di tempo, al momento della scrittura molto diversi sono gli atteggiamenti e i condizionamenti sociali, artistici e letterari, specie dopo la decantazione della ufficialità, connessa con la lunghezza di tempo e di stratificazione culturali.

Inoltre la ripresa dei fatti, rimasti mitizzati dall'oralità, tramandati in modo leggendario di padre in figlio, solennizzati da rituali familiari, e da riunioni tribali, all'atto di una rigenerazione o rivendicazione politica, fatta da un gruppo dirigente, potente per mezzi e per propaganda, come affermazione di identità etnico-nazionalistica, diventa bandiera che si costituisce di una serie di slogans più o meno prescrittivi, formanti catene, la cui trasmissione viene affidata ad un potere sacerdotale, poetico, che crea l'apparato liturgico, ripetitivo.

La continuità della ripetizione comporta una stratificazione culturale che diventa tradizione sacra, in relazione alla lunghezza temporale, anche per i meriti della retoricità sottesa e/o della grandezza letteraria di scrittori, la cui opera anonima o volutamente coperta, diventa espressione popolare, di una coscienza romantica popolare.

Neanche, dunque, può essere accettata la questione del "Sitz im Leben" che pur rileva l'idealità del genere letterario, sottesa, e che evidenzia con Dibelius e Bultmann la profonda unione di letteratura e sociologia, alla ricerca dello stile di un popolo o di quella comunità, che partorisce quel prodotto...

Il testo è il testo: da uomini, critici, dobbiamo leggere facendo tutte le operazioni linguistiche adatte all'accertamento della orginalità, prima ancora della valutazione, senza timori e tantomeno con ossequio verso le lettere, di cui non esiste sacralità, perchè esse sono prodotto umano, di altri uomini, che hanno fatto la storia letteraria, con ben precisi e determinati fini.

La teleologia di ogni scrittore deve essere scoperta altrimenti il testo manda messaggi equivoci e la lettura diventa ambigua: preliminare è il lavoro di ricerca teleologica, connessa con quella dell'originalità testuale: un lavoro serio che non parta da queste premesse non ha possibilità di scientificità e di serietà storica, e, direi, è del tutto inutile ai fini della conoscenza: ripete quanto già è stato detto da altri...

Perciò per noi è necessario prima di ogni cosa stabilire i valori esatti, univoci, di culturale e di letterario, di artistico, prima di operare tecnicamente su un qualsiasi testo di un qualsiasi autore, di una determinata epoca, prodotto in un certo ambiente da uomini specifici, viventi una reale vita, quella del loro tempo, dominato da ideologie ...

Noi non abbiamo sicurezze, ma siamo sicuri solo di non dovere mai congiungere quel tempo studiato a quello nostro attuale e di dover scoprire i nessi che congiungono (armonizzano) testo e teleologia: le modifiche testuali sono in relazione ai fini ideologici (alla cultura del tempo di risemantizzazione)...

Serve la conoscenza non l'imitazione: la mimesis classica è theoria e sottende, da una parte, scienza che comporta anagogismo e, da un'altra, moralizzazione, sempre, comunque, in forme spettacolari...

Sembra che Loisy (Cfr. IL vangelo e La chiesa; Vangeli sinottici) intuisca questa profonda relazione di testo spettacolare anche se non lo riesce a sviscerare e a dividerlo, cosa che osa fare padre M.Joseph Lagrange (cfr.Vangelo secondo Marco) che vede compatibile la realtà storica con la parte redazionale della leggenda evangelica.

Ancora meglio operano M.E.Boismard e P. Benoit (cfr Synopse des quatre Evangiles en francais) che cercano la tipicità dei singoli autori anche se restano imbrigliati nel loro sistema cattolico di lettura, dando, comunque, un grande contributo alla lettura storica testuale e alle diverse epoche di redazione strutturale...

In questo senso, maggior rilievo, a mio parere devono aver H.Conzelmann e G. Bornkamm, che risultano abilissimi nello scovare nuclei, avverbi, costruzioni, e formule ripetitive che mostrano particolari sistemi di specifici momenti o di determinate culture nel quadro del sistema culturale imperiale romano o centrale o periferico, nell'area orientale mediterranea, specie cittadino (metropolitano) ellenistico...

L'esegesi biblica, dunque, sia veterotestamentaria che neotestamentaria, libera da ogni sacralità e da divina ispirazione sia solo litteralis, un'operazione umana fatta su un testo umano...

Oggi d'altra parte non ci vuole il passaggio per gradi accademici come nel Medioevo,prima di iniziare la lettura della Bibbia e per nostra fortuna non ci sono magistri tali da valutare i baccellieri biblici o quelli sententiarii e nemmeno un magister in sacra pagina che osi leggere seriamente (neanche Vito Mancuso!) secondo le procedure antiche: ci vogliono insomma uomini novi che sappiano realmente leggere, non theologoi e neppure philosophoi, ma solo filologi esperti di linguistica e di semeiologia....

La stessa lettura di Filone e dei padri della chiesa deve essere valutata criticamente secondo nuovi valori critici...


Esegesi biblica

Basta con Benigni maitre a penser, esegeta, professore

Inno di Mameli


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Basta con Roberto Benigni professore!

Avendo scritto il 22 settembre del 2000 Il commento a L?Inno di Mameli per mio cugino, Gabriele Tondi, un italiano emigrato in Venezuela nel 1952, in cui mostravo come era avvenuto Il Risorgimento italiano in senso liberale e non popolare, sentendomi smentire da Roberto Benigni, comico a me molto caro per le sue doti di attore e di humanitas, oltre che per i comuni ideali, non ho potuto non dire basta con l?equivoco risorgimentale.

Troppa gente parla senza sapere e guadagna senza merito!

Ho detto basta anche con Roberto Benigni professore!


Commento de L?Inno di Mameli per Gabriele Tondi, mio cugino .

a) Il destinatario

Gabriele, nato nel 1934, partito a diciotto anni per il Venezuela, non conosce bene l?Inno di Mameli, anche se sa le prime righe, come tutti, pur avendo ricevuto l?educazione linguistica e nazionalistica, ancora fascista, degli anni quaranta e cinquanta, pur avendo frequentato l?avviamento professionale ad Ascoli.

Emigrato nel 1952 come il padre (che era partito, come muratore nel 1948 e si era domiciliato a Maracaibo) giovanissimo si è sposato, ha avuto quattro figli -due dei quali sono tornati in Italia (Euquerio e Lupita) dai parenti, hanno studiato a S. Benedetto del Tronto., e, ritornati in Venezuela, si sono laureati-.

Gabriele, a contatto con gli spagnoli e con i venezuelani, ha mantenuto il suo spirito nazionalistico ed anzi ha sviluppato un grande sentimento nazionale ed ha nell?Inno e nella bandiera i simboli della propria italianità, in relazione all?insegnamento ricevuto in famiglia, a scuola secondo l?ideale fascista del ministro Bottai (Carta della Scuola).

L?inno nazionale, però, l?ha sempre cantato per come l?aveva imparato nel corso delle manifestazioni scolastiche, ma non l?ha mai ben capito.

Ora, tornato per un breve periodo in Italia dopo 48 anni e constatando la mancanza assoluta di patriottismo in tutto il Piceno e in Italia non capisce neppure cosa sia avvenuto nel corso di quasi cinquanta anni e si meraviglia di tutto.

Vedendo la trasformazione di Folignano (divenuto da paesetto quasi una cittadina) di Ascoli, di S.Benedetto del Tronto, vedendo la ricchezza e il benessere dovunque, notando l' assoluta libertà dei giovani, rivedendo i suoi antichi amici del tutto americanizzati, si meraviglia e rimane sconcertato: li aveva lasciati semianalfabeti, agricoltori, morti di fame ed ora li ritrova di cultura industriale ed anglosassonizzati che parlano di tutto con competenza e sembrano parlamentari, tutti politici, tutti sportivi, tutti uomini di bar, critici, delusi e scontenti, però, nonostante le belle case ed auto, e il tenore alto di vita.

Gabriele si sente quasi straniero in patria: tutti sono cambiati, solo lui, emigrante, è rimasto come prima.

Assistendo ad una partita della Nazionale in Tv pochi cantano l?inno e quelli che cantano lo cantano per scherzo, lui,invece, lo canta ancora con la stessa enfasi dei primi anni cinquanta, crede nella sua italianità e nei valori italiani.

Comunque al di là della sua delusione verso i suoi compagni di un tempo, sente il bisogno di capire l?inno per una sua esigenza personale come riaggancio e ritorno al suo mondo natio e come volontà di affermare la propria italianità nel contesto venezuelano, convinto della grandezza dell?Italia e della sua funzione tra le principali potenze mondiali: ha seguito le varie fasi dell?affermazione dell?Italia con orgoglio, dall?estero: il boom industriale, l?ascesa economica tra le nazioni più industrializzate del mondo, la sua vittoria mondiale dell?82; gli è sfuggito il fenomeno delle Brigate Rosse, di Tangentopoli, avendo seguito l?ideale nazionalistico.

Perciò, venuto a trovarmi, durante una sua visita in Italia, mi ha pregato di spiegargli l?Inno nazionale in modo da confrontarsi con gli amici spagnoli e venezuelani, che tante volte gli avevano chiesto precise spiegazioni testuali.

Non ho potuto non fargli questo piacere, dato il suo ingenuo nazionalismo, il suo ancora acceso campanilismo, e gli ho promesso di mettere per scritto il commento dell?inno, deridendo amichevolmente la sua paesanità e scherzando, da insegnante, sul mio europeismo e cosmopolitismo.

A dire il vero il suo modo ingenuo di parlare un italiano dialettale, tipico degli anni postbellici con tutto il sistema di valori cattolico patriottico fascista mi colpisce e mi fa riflettere sul nostro cammino di americanizzati e anglosassonizzati nel lungo periodo di guerra fredda, in cui noi italiani ci siamo schierati in opposti fronti, tra uomini di mentalità comunista e altri di mentalità democratica cristiana, come se ci fossimo dimenticati della nostra italianità e facessimo il tifo nella sfida tra gli americani e i sovietici.

E neppure dopo la fine del comunismo, dopo la caduta del muro di Berlino, siamo stati in grado di recuperare la nostra identità nazionale ma ci siamo barricati dietro le due ideologie e sistemi politici, piangendoci addosso, lamentandoci, mentre il craxismo e il berlusconismo andavano già imponendo i loro regimi comportamentali, nel naufragio del pensiero cristiano- cattolico e nella crisi decadente dei valori morali.(cfr A Filipponi, L?altra lingua l?altra storia, Demian 1995)

A Gabriele, perciò, faccio notare quanto noi italiani siamo cambiati, anche se appariamo una nazione tra le più potenti in senso economico e gli rivelo che la nuova generazione non ha più niente( o quasi) di nazionale e che, tramontato il sistema agricolo, l? industrializzazione e la computerizzazione hanno reso i nostri figli estranei alla cultura italiana.

Infatti i giovani, pur laureati, parlano una lingua vuota, priva di reali contenuti , senza referenze, e non hanno più niente della nostra italianità. Le nostre parole sono ancora autentiche, quelle loro sono senza significato reale: non è solo uno scontro generazionale ma scontro di due culture (quella agricola e quella industriale) una collegata ancora al sostentamento dignitoso, l?altra tesa al business.

Inoltre dopo il sessantotto, caduta l?auctoritas paterna, si è costituita una classe politica arrogante, maneggiona senza scrupoli e senza i valori tradizionali, tesa solo al successo e al guadagno, che ha privilegiato chi non lavora a chi lavora, mescolandosi con i sistemi mafiosi e malavitosi in genere, specie dopo la fine del comunismo e della democrazia stessa.

Si è passati da uno scandalo ad un altro, in cui la politica non ha svolto più la sua funzione di realizzare i sogni del popolo, ma ha solo potenziato le lobby che finanziano i partiti, in un accordo con i sindacati, decaduti e sviliti ad assistenza agli stranieri, quasi come la Caritas.

Di conseguenza non si deve meravigliare se non è compreso perché nessun anziano è compreso: è in atto un fenomeno di analfabetismo di ritorno per cui è azzerata la cultura nazionale e i nostri figli sembrano capire. ma non capiscono e neppure sentono quanto noi vecchi diciamo, né ci vedono nelle nostre azioni, avendo perduto le abilità fondamentali di base (leggere scrivere, computare, ascoltare, vedere ecc) : la tv li ha formati più della scuola, senza dare alcun valore se non quello della forma e del denaro.

Ed aggiungo che i nostri figli si sentono figli di industriali e non conoscono affatto la storia del Risorgimento, neppure la storia degli italiani emigrati nel mondo (in Argentina e Brasile, Stati Uniti ed altrove) e tanto meno sanno dello stato di miseria endemica dell?Italia postbellica.( Cfr Analfabetismo di Ritorno, intervista di Mario Gorini).

Gabriele mi guarda stupito e dice di aver intuito qualcosa al ritorno dei suoi figli in Venezuela: avevano un comportamento e un modo di ragionare molto diverso da quello del suo tempo e lui ed Edith, sua moglie, hanno penato molto ad integrarli in famiglia con gli altri figli.


b) Equivoco del Testo

Davanti al Testo di Mameli , io, linguista, che ho fatto migliaia di lavori sulla denotazione testuale, resto sorpreso ed incerto, non trovo le parole giuste per la denotazione, per fare un pur semplice lavoro di decodificazione: mi è difficile appaiare il codice dello scrittore ottocentesco, aulico, classico, romantico, con quello volgare e quotidiano di un uomo di cultura medio-bassa novecentesca, emigrato negli anni cinquanta in Venezuela, in un contesto latino-americano, di lingua e cultura castigliana ormai, attardato, condizionato da plurime culture di migranti, comprese quelle autoctone semiselvagge.

I due codici sono troppo differenti e rimandano a due diverse culture.

Il messaggio del Mameli risulta equivoco se letto con la logica di oggi, senza una ricostruzione della situazione storica in cui l?autore ha semantizzato.

Viste le oggettive difficoltà di lettura e di interpretazione ho cercato di spiegare facendo una parafrasi elementare, nel modo più semplice possibile, dando indicazioni storiche senza soffermarmi né sul lessico né sulla metrica, né sulla rima, senza operare quindi sul livello fonico-ritmico e su quello retorico, trascurando il piano dell?espressione e la struttura morfo-sintattica, andando contro la mia stessa natura di linguista (cfr Leggiamo insieme Ungaretti) e procedendo solo sul piano dei contenuti.

Ho cercato di rendere nel modo migliore il messaggio di Goffredo Mameli, mettendo opportune note e spiegando alcuni termini tecnici.

Certo il testo è un tipico esempio della nostra cultura astratta ed ideologica, propria di un? aristocrazia e di una borghesia alta, destinate a fare il Risorgimento.

Il linguaggio è proprio di un giovane studente, di formazione culturale romantica, nutrito da fonti foscoliane e manzoniane, mazziniano, con grandi aneliti libertari di indipendenza che, comunque, ha una sua coscienza non di Unità Italiana, ma solo di una federazione repubblicana in cui viene compresa solo l?Italia del nord e parte dell?Italia centrale (il Regno di Sardegna, il Granducato di Toscana ed Italia centrale papalina, oltre alle regioni sottoposte all?Austria, cioè Lombardia e le tre Venezie).

Neanche lontanamente si pensa ad uno stato unitario monarchico che possa comprendere lo stato borbonico, legittima nazione di statuto internazionale con una propria lingua; si ha solo un cenno geografico alla Sicilia ed uno storico ai Vespri siciliani, come possibilità di una rivendicazione su basi sabaude come risarcimento dello scambio Sardegna-Sicilia (Trattato di Londra del 1720, che annullava quello di Utrecht del 1714)

Tutto il canto è una poesia che vibra di un patriottismo liberale repubblicano secondo il pensiero mazziniano, attraversato da linee giobertiane.

Quindi nell?inno non ci sono cenni di un Risorgimento in senso sabaudo monarchico ed unitario, per come fu realizzato, grazie all?impresa Garibaldina che completò il progetto di Cavour (13 anni dopo), ma solo la coscienza di uno svegliarsi dell?Italia dal torpore secolare -come è in tutti gli scrittori maggiori, Ugo Foscolo ( Alcuni sonetti e I sepolcri), Alessandro Manzoni ( Marzo 1821, Coro del Conte di Carmagnola Adelchi I e II coro ) - e la volontà di dare la vita per la patria (All?Italia di Giacomo Leopardi), in un ideale libertario comune a quello greco e polacco: non per nulla Santorre di Santa Rosa ed altri, inglesi (lord Byron), combatterono e morirono per i Greci, e giovani nobili patrioti polacchi per l?Italia (Chrzanowski).

L?idealismo romantico mazziniano prevale nell?inno del 1847 e non ci sono neppure echi del rimprovero di Vincenzo Cuoco ai patrioti napoletani nella Rivoluzione partenopea del 1799 : il popolo, operaio e contadino, il quarto stato, ignorante si muove solo per fame e non lo si attira con la storia!

Il popolo così inteso è assente, non è utilizzabile a fini risorgimentali.

A dire il vero neanche oggi questo è compreso: il popolo deve essere educato alla lingua e alla storia (non con citazioni estrapolate dai contesti) ed è dovere di chi sa, valorizzare il patrimonio linguistico e riscrivere la storia in modo da formare effettivamente un nuovo cittadino che sia in grado di votare perché conosce il suo passato ed ha desiderio di dare possibilità di un futuro migliore per i propri figli.

Tenuto conto di questo, ho messo 18 note ai termini che richiedono spiegazioni perché equivoci o perché non comprensibili ed ho fatto la parafrasi, quasi una traduzione fedele del testo, dopo aver dato qualche notizia sull?autore e sulla stesura dell?inno, in un ambiente ?sardo?.


c)Note biografiche

Gotifredo (per sincope Goffredo) Mameli, nato a Genova il 6 settembre 1827, figlio di Giorgio, comandante di una squadra navale a Genova ( che allora faceva parte del Regno di Sardegna, di cui il nonno,Giovanni Giorgio di origine sarda, era stato ammiraglio e parlamentare a Torino) e di Adelaide Zoagli (figlia del marchese genovese Niccolò e di Angela Lomellini, anche lei marchesa).

Goffredo aveva fatto le Scuole Pie (un istituto religioso, maschile) a Genova e si era segnalato come scrittore di poesie (Il giovane crociato, L'ultimo canto, Le vergine e l'amante) e poi divenuto docente, una specie di maestro, aveva insegnato a Carcare in provincia di Savona.

A venti anni aveva scritto il canto degli italiani, musicato dal compaesano Michele Novaro che era un tenore e buon musicista.

Questi l?aveva musicato in casa di Lorenzo Valerio, un giornalista piemontese che, in seguito, sarebbe diventato Regio Commissario Straordinario per Le Marche, dopo la battaglia di Castelfidardo (12 Settembre 1860-18 gennaio 1861).

Il giovane Goffredo si era segnalato nell?esposizione del tricolore nel 1846 per la cacciata degli austriaci e poi per l? organizzazione di una spedizione genovese in soccorso di Nino Bixio nel periodo delle 5 giornate di Milano.

Giuseppe Garibaldi in quell?occasione lo arruolò col grado di capitano.

Anche Giuseppe Verdi lo contattò per un altro inno, da lui scritto, Inno Militare, che fu da lui musicato: più tardi nel 1862 il celebre musicista volle far suonare, insieme con la marsigliese, l?inno di Mameli-Novaro, imponendolo come inno nazionale.

Il giovane fu un attivista liberale di grande rilievo sia a Roma nel corso della proclamazione della Repubblica Romana del 9 febbraio 1849, guidata dai triumviri Saffi, Armellini e Mazzini, sia a Firenze, dove si progettava una formazione di uno stato costituito da parti dello Stato pontificio e dal Granducato di Toscana.

Era a Roma quando sopragiunsero le truppe francesi in aiuto di Pio IX, e lì Goffredo morì il 6 luglio del 1849 all?ospizio della Trinità dei Pellegrini per infezione alla ferita riportata in combattimento per la Repubblica romana - a dire il vero il Mameli, iniziata una lite, si scontrò con un commilitone, e si ferì con la sciabola e a causa di quella ferita, andata in cancrena morì e fu sepolto al Verano.


d) Parafrasi

Fratelli d?Italia, l?Italia si è svegliata, dopo un sonno di secoli e si è cinta dell?elmo di Scipione ( cioè ha ripreso il militarismo dell?impero romano di cui Cornelio Scipione è l?esempio più illustre in quanto annientò a Zama Annibale nel 202 a.C.).

Dov?è la vittoria? (cioè dov?è Nike- la vittoria? E? Scomparsa? .) No. L?Italia porga la chioma(la testa) a lei (vittoria), Dio ha fatto la vittoria schiava di Roma, potenza militare invitta ed ora incorona la Nuova Italia, ridestatasi dal secolare sonno.

Stringiamoci (cioè ) riduciamo ogni spazio e colleghiamoci l?un l?altro in funzione reciproca protettiva,incitandoci a vicenda, formando una coorte (cioé una schiera di 1000 uomini, con una precisa funzione militare) perché siamo stati chiamati come soldati dall?Italia Nuova, figlia di Roma invitta.

Questo è il ritornello del Canto che si ripete anche nelle altre quattro strofe e si ricollega al complemento di vocazione iniziale, ed è in 1 persona plurale, con soggetto emotivo, noi, in opposizione alla terza persona, referenziale.

E? la strofa più nota, suonata e cantata nelle manifestazioni pubbliche.

II strofa :

noi siamo stati calpestati e derisi per secoli perché non siamo un popolo e perché siamo divisi. Ci congiungano una sola bandiera e speranza; è già suonata l?ora di fonderci insieme.

Stringiamoci a coorte; siamo pronti alla morte; l?Italia chiamò.

III Strofa

Uniamoci ed amiamoci: l?unione e l?amore rivelano ai popoli le vie del signore e giuriamo davanti a Dio di far libero il suolo natio.

Stringiamoci a coorte; siamo pronti alla morte; l?Italia chiamò.

IV strofe

In ogni parte d?Italia( geograficamente circoscritta dalle Alpi e dalla Sicilia) ogni paese è Legnano ( cioè un paese che, per antonomasia rievoca l? episodio della cacciata dello straniero invasore, l?Austria, che dominava nel Lombardo-Veneto) ed ogni uomo è un nobile, che ha il coraggio e la forza di braccia di Ferruccio Ferrucci, simbolo dell?eroismo fiorentino e perfino i bambini sono Balilla, cioè ragazzi che tirano pietre per difendere i propri diritti e le stesse campane di ogni località italiana suonano i? vespri? come chiamata alla insurrezione (Il riferimento ai vespri siciliani fa pensare ad un tentativo di staccare la Sicilia dal giogo borbonico e di agganciarla all?Italia settentrionale, tramite casa Sabauda, che l?aveva avuta precedentemente, ma è solo un elemento formale)

Stringiamoci a coorte, siamo pronti alla morte l?Italia chiamò

V strofa

Le spade mercenarie (vendute) sono giunchi flessibili e quindi deboli: L?aquila simbolo dell?Austria asburgica ha perso le penne (parti del suo territorio): essa bevve il sangue italiano e con i russi quello polacco, ma si intossicò, avvelenandosi

Stringiamoci a coorte,siamo pronti alla morte, l?Italia chiamò?


e) Il testo e le note

Fratelli d?Italia 1

L?Italia s?è desta,

dell?elmo di Scipio2 .

s?è cinta la testa

Dov?è la vittoria?3

Le porga la chioma4

ché schiava di Roma

dio la creò

Stringiamoci a coorte5

siam pronti alla morte

?l?Italia chiamò


Noi siam da secoli,

calpesti6, derisi

perché non siam Popolo,7

eperché siam divisi:

raccolgaci un?unica

bandiera, una speme8:

di fonderci insieme

già l?ora suonò.

Stringiamoci a coorte

siam pronti alla morte

l?Italia chiamò.


Uniamoci, amiamoci9

l?unione e l?amore

rivelano ai popoli

le vie del Signore10

giuriamo far libero

il suolo natio:

uniti per Dio11

chi vincer ci può?

Stringiamoci a coorte

siam pronti alla morte

L?Italia chiamò



Dall?Alpi a Sicilia 12

ovunque è Legnano13

ogn?uom di Ferruccio14

ha il core, ha la man

i bimbi d?Italia

si chiamano Balilla15

il suono di ogni squilla

i vespri16 suonò .

Stringiamoci a coorte

siamo pronti alla morte

l?Italia chiamò



Son giunchi che piegano

le spade vendute:

ah l?aquila d?Austria

le penne ha perdute;

il sangue d?Italia 17

bevé, col Cosacco18

il sangue Polacco:

ma il cor le bruciò.

Stringiamoci a coorte

siam pronti alla morte

l?Italia chiamò

note

1Il poeta usa fratelli perché i liberali, borghesi e nobili, sono figli di Dio - che ha dato loro in comune lo stesso territorio, la stessa storia e cultura, fede- sono pochi uomini che costituiscono circa il 4% di ogni provincia delle regioni di Piemonte, Liguria, Sardegna, Valle d?Aosta, Lombardia e delle Tre Venezie, della Toscana, dell?Emilia e della Romagna, dell?Umbria, delle Marche e del Lazio-?- , sanno leggere e scrivere e pagano le tasse, avendo proprietà ed in comune hanno volontà di formare uno stato repubblicano costituzionale e lottano contro il potere assoluto.

2 P.Cornelio Scipione, simbolo del militarismo romano repubblicano, è il vincitore di Annibale a Zama nel 202a.c.

3 Nike(vittoria)Ottaviano Augusto il 28 agosto del 29 a.C. fece stanziare nella nuova Curia Giulia un altare ed una statua dedicata a Nike, dorata dea alata la cui testa era cinta di una corona di alloro- sottratta dai romani ai tarantini durante le guerre contro Pirro nel 272 a.C. Eliogabalo imperatore romano dal 217 al 222 d.C. fece porre la sua immagine sull?altare ed impose ai senatori di fare sacrifici, offrendo incenso e vino alla Vittoria. Poi con Costantino il cristianesimo divenne religio licita e ci furono controversie tra pagani e cristiani, per cui sotto Costanzo II (337-361) poiché c?erano stati contrasti tra cristiani e pagani, l?altare e la statua furono rimosse, ma poi rimesse allo stesso posto sotto Giuliano L?apostata (361-3). Statua e altare furono di nuovo tolti sotto Graziano (375-83) e poi definitivamente sotto Teodosio (380-395). Questi aveva fatto decreti contro i pagani, dopo l?eccidio di Tessalonica, ed era stato abilmente manovrato da Ambrogio vescovo di Milano per cui furono soppressi i culti pagani e il sommo sacerdozio: contro tale manovra Aurelio Simmaco praefectus Urbi nel 384, opponendosi ai senatori cristiani, che volevano l?abolizione anche della Nike, scrisse la Relatio tertia in repetenda ara a Valentiniano II (imperatore di Occidente ) e a Teodosio e ad Arcadio (imperatori di Oriente) in cui chiedeva la restaurazione dell?altare e della statua, ricordando l?utilità della Nike nell?episodio di Annibale alla porte di Roma ed invitandolo alla tolleranza, nel rispetto della diversità di culti. L?imperatore Teodosio rispose solo dopo la vittoria alla battaglia del Frigido contro l?usurpatore Eugenio, sobillato dal vescovo milanese (che precedentemente aveva inviato due lettere al collega occidentale ) ed intimò di togliere definitivamente La Vittoria nel 394. Un?altra richiesta di Aurelio Simmaco nel 402 ad Onorio e ad Arcadio fu respinta con derisione e nel febbraio di quell?anno ara e statua furono distrutte e da quel momento gli eredi di Teodosio nel loro rigido integralismo religioso portarono il labaro cruciforme.

4 L?Italia porga la chioma ( metonimia per la testa) alla vittoria perché Dio creò lei serva di Roma, invincibile.

5 Coorte è la decima parte della legione romana, costituita da mille uomini. Perciò si invita ad essere compatti ed uniti come legionari (il termine vale anche siepe, argine, recinto e sottende idea di reciproca esortazione al combattimento

6 Calpestati

7 Nelll?ottocento il termine popolo ha un preciso significato che deve essere compreso, altrimenti non si può capire l?inno. Popolo vale borghesia ed ingloba anche nobiltà e clero in quanto la classe borghese si è impegnata a contribuire a formare lo stato costituzionale insieme alle due classi dominanti, in opposizione allo stato assoluto: senza l?aiuto della borghesia non è possibile passare dallo stato assoluto a quello costituzionale Cfr Marzo 1821 del Manzoni che ribadisce il valore di popolo come nazione (una di arme, di lingua, d?altare / di memoria, di sangue e di cor) Il poeta vuole dire che i patrioti non formano un popolo unitario in quanto fanno parte di vari stati.

8 Speranza

9 Sono espressioni tipiche di un giovane appartenente alla Giovane Italia

10 Dio e popolo sono i capisaldi della dottrina popolare ottocentesca romantica:Dio segue il destino di ogni individuo e fa la storia, secondo un disegno provvidenziale

11 E' un francesismo, comune in Liguria e a Genova, vale par Dieu tramite Dio, col favore di Dio

12 L?ideale romantico italiano, impossibile ai tempi di Mameli era quello di un?Italia geografica dalle Alpi alla Sicilia , ma quello reale, solo ipotizzabile fino al Tronto (anche se c?era l?ostacolo del Potere temporale dello stato Pontificio, che doveva e poteva essere limitato al solo Lazio e Roma).Non veniva neanche pensata nel 1847 la fine dello stato Borbonico.

13 Legnano è un paese della Lombardia dove la Lega lombarda col Carroccio, con Alberto da Giussano e con la Compagnia della Morte sconfisse nel 1176 Federico Barbarossa: qui si intende che ogni paese italiano è un campo di battaglia vittorioso.

14. Francesco Ferruccio morì difendendo la Repubblica fiorentina a Gavinana nel 1530:qui è un simbolo di eroismo e di patriottismo

15 Balilla fu un ragazzo genovese che iniziò una sommossa contro gli austriaci del 1746: qui il poeta vuole dire che ogni ragazzo può diventare eroe

16 I vespri sono canti che i preti recitano verso il crespuscolo: sono famosi quelli siciliani perché durante questa celebrazione ci fu la ribellione, scoppiata a Palermo, contro gli Angioini nel 1282: qui si intende che ogni campana d?Italia può diventare segnale di rivolta.

17L?Austria e la Russia ,che hanno bevuto il sangue dei patrioti italiani e quello dei polacchi, ora ne sono consumate in quanto intimamente bruciate. quasi avvelenate

18 Il Russo


f) Roberto Benigni


La lectio magistralis di Roberto Benigni, attore da tutti noi stimato ed amato, è stata povera cosa, nonostante il clamore, la propaganda, le aspettative di Morandi al Festival.

Da istrione è entrato su un cavallo bianco, ha detto e non detto qualcosa contro il cavaliere Berlusconi e contro Umberto Bossi, trattenuto probabilmente dalla presenza di uomini del governo e da dirigenti della Rai.

Ha commentato l?inno ed ha chiuso cantandolo in modo patetico, in toni bassi.

Dopo tergiversazioni e dopo varie battute ha iniziato l?esegesi dell?Inno di Mameli.

Che esegesi!? può fare esegesi uno che dice Dide et impera?

Benigni è un esegeta (uno studioso, un filologo, un letterato) o è un attore premiato con L?Oscar per La vita è Bella?

E?un attore, ottimo.

Bene: faccia l?attore: può recitare parti, a prezzi anche più alti. Mi va benissimo ed affari suoi. Non vada però in Tv, al festival di S. Remo, dove si cantano Canzoni a commentare L?inno di Mameli specie perché c?è la ricorrenza del Centocinquantenario: lui è dilettante, non ha la professionalità storica né il tempo per una lezione, neppure se solo letteraria e culturale.

Lo può leggere l'Inno ed avrà applausi e lodi incondizionate da tutti.

Mah! le ha avute col commento, diranno moltissimi, ed ha avuto anche il riconoscimento di Giorgio Napolitano, che ha considerato il commento degno di essere nelle biblioteche scolastiche per il pathos


Per me proprio questo è il segno tangibile che noi italiani siamo bambini di nove-dieci anni, operativi concreti e non ancora astratto- formali; ancora confusi, non educati alla storia: non ancora ben orientati , ma solo canne al vento, vuote; non ancora nemmeno avviati ad una elementare analisi e quindi incapaci di arrivare a pertinenze conclusive e del tutto privi di abilità di valutazione e di capacità di giudizio.

Benigni ha fatto il commento dell?Inno secondo gli schemi dei libri di storia dell?epoca fascista, in voga in Italia fino agli anni sessanta: E' tutto!

Basta leggere un qualsiasi libro di storia delle Elementari, del Ginnasio, delle Medie e dell?Avviamento degli anni ?46-60, per capire la lezione magistrale del grande comico, pagato dalla Rai 500.000 Euro.

Conosco alcuni vecchi maestri, quasi novantenni, capaci di creare maggiore entusiasmo ed instillare un maggior patriottismo di Benigni.

Ci sono migliaia di professori di Scuola media che hanno seguitato a fare scuola anche dopo La Scuola media unificata sul Risorgimento in questo modo, tenendo presente tutti gli episodi marcati nell?Inno di Mameli.

Un cambio è avvenuto nei testi dopo il fenomeno del ?68 e dopo l?avvento delle Brigate Rosse, quando la scuola si è allineata in senso socialista-comunista, in una propaganda della Resitenza ed ha impostato la storia secondo linee progressive economiche in senso liberista, libertario europeo e cosmopolita, senza conservare l?impostazione familiare regionale nazionalistica e senza dare valori di autenticità personali ed italiani.

Benigni, dunque, ha galoppato sulle vicende storiche, senza comprendere l?idiozia del suo stesso discorso, basato sul popolo inteso secondo le idee di oggi, senza porsi il problema del linguaggio: non ha cultura per poter comprendere il valore di popolo nell?Ottocento e non ha la formazione necessaria letteraria per leggere una poesia patriottica, né storica per comprendere il contesto in cui nacque quell?inno e si fece quella determinata semantizzazione.

Le sue note storiche, perciò, non hanno fatto effetto e sono state banali considerazioni, imparate più o meno a memoria e di nessuna utilità ai fini formativi, poiché il comico non ha coscienza del fenomeno elitario, giovanile del nostro Risorgimento.

Insomma si è accostato superficialmente ad un Inno di scarso valore letterario e culturale e musicale, lo ha ancora di più banalizzato e reso più povero di contenuti astratti, facendo ai 20 milioni di Italiani una lezione Risorgimentale falsa ed equivoca, seppure entusiastica.

Benigni non ha fatto un servizio alla Rai né alla scuola: ha solo ripetuto con la mimica di una maschera, a noi tutti cara, quello che molti anziani sanno perché l?hanno appreso entusiasticamente sui banchi delle elementari come mio cugino Gabriele.

Infatti ha ripetuto quello che i maestri del secondo postguerra dicevano del Risorgimento, in linea con quanto già imposto da Mussolini che metteva insieme liberalismo e fascismo cancellando le contestazioni di Pirandello ( I vecchi e i Giovani) di De Roberto (I viceré) e le critiche di quanti vedevano tradito il Risorgimento. Il popolo italiano era analfabeta: neanche il 10% sapeva leggere e scrivere e tra questi pochi erano diplomati e rarissimi i laureati: nonostante l'impegno dello Stato Unitario nei primi cinquanta anni, la situazione non cambiò: eppure ci furono le leggi Casati (13 novembre 1859), Coppino (15 luglio1877), Orlando( 8 luglio1904), che non modificarono affatto la situazione, se il ministro Nitti lamentò l'assenza di un milione e ottocento mila bambini nelle scuole su 4.500.000 aventi diritto. La legge Credaro (4 giugno 1911) cercò una soluzione sollevando i comuni dalle spese scolastiche e statalizzando la scuola, ma solo con la legge Gentile (31 Dicembre 1923 )la scuola ebbe un quasi regolare andamento in linea con le scuole dei paesi più aggiornati europei e poi con Bottai aveva trovato nella Carta della Scuola del ?39 la sua più felice esplicazione in senso elitario.

Benigni che non conosce certamente la relazione del ministro al Duce - il fine della presente riforma è quello di trasformare la scuola che è stata finora possesso di una società borghese in scuola del popolo fascista e dello stato fascista : del popolo che possa frequentarla; dello stato che possa servirsene per i suoi quadri e per i suoi fini - ) ha fatto l?esegesi secondo quegli stessi orientamenti, lui ex comunista, entrato con un cavallo bianco con bandiera e con due stallieri rosso vestiti garibaldini-comunisti per ridicolizzare (giustamente) il Cavaliere per eccellenza: non c?è per caso in aria una riconversione con orientamento verso valori fascisti, dopo l?esaltazione partigiana e dopo la scoperta degli eccidi da parte della destra e della sinistra, corrèe?

A Benigni sfugge il Risorgimento nella sua equivoca natura e nella sua conclusione, diversissima da quella auspicata, liberale repubblicana, per cui la migliore gioventù italiana, illusa e delusa morì.

L?Italia, all?atto di scrittura dell?Inno di Mameli, doveva essere Repubblicana ma poi divenne uno stato monarchico costituzionale a seguito di un?invenzione politica di Camillo Cavour, ministro del Regno Sabaudo e dell?impresa di Giuseppe Garibaldi, un nizzardo, suddito del Regno di Sardegna.

Si fece il Risorgimento grazie a Cavour, che aveva fatto diventare problema europeo il fenomeno della tragica situazione italiana e che aveva attirato Napoleone III (compensandolo) ad una lega antiaustriaca, la quale produsse una guerra che diede solo la Lombardia, ma che innescò, dopo il ritiro dei francesi, un processo di insurrezioni tali nel centro Italia per cui col sistema delle annessioni, grazie ai plebisciti (ai voti dei soli liberali), si raggiunsero i confini del Tronto.

Grazie al tradimento di Garibaldi, repubblicano, pur tentato da Mazzini e da Cattaneo, che cedette Il Regno di Napoli al Re Sabuado, a Teano, si costituì lo Stato Unitario in modo molto diverso da come era stato sognato.

L?Italia centrale, popolare, analfabeta, miserrima, fedele al Papa fu francesizzata e piemontesizzata a forza; L?Italia meridionale subì un?altra invasione e rimase tale e quale era prima di fare parte del regno: era cambiato solo il vertice; alla casa borbonica si era sostituita la casa sabauda, a Franceschiello II subentrò Vittorio Emanuele II(Cfr Il Gattopardo di Tommasi di Lampedusa).

Non si può celebrare degnamente il nostro Risorgimento, che è stato del tutto cancellato con la fine della monarchia sabauda e con la costituzione di uno stato Repubblicano, se prima non lo studiamo bene e se non cerchiamo di capirlo realmente: non è stato davvero un Risorgimento popolare quello ottocentesco, se è mancato il popolo; forse c'è stato un altro Risorgimento , abbastanza popolare, quello avvenuto nel secondo dopoguerra, dopo una guerra civile, seppure tutto da rileggere e da riscoprire in modo sereno, senza distinzione tra vincitori cobelligeranti filoamericani e repubblichini vinti, sconfitti dalla storia.

Il primo Risorgimento, che è stato fatto da un corpuscolo di patrioti non ha unificato nessuno, anzi ha lasciato ancora tracce di secessione e di lotte; il secondo, se ben ricostruito, potrebbe forse formare un popolo e dare possibilità effettive di collocazione in Europa e nel Mondo.

Bisogna formare le nuove generazioni italiane con la lingua italiana e con un nuovo sentimento storico, nato da questo centocinquantenario, che deve svolgere una funzione di reale revisione non di mera celebrazione: non ci deve essere celebrazione senza conoscenza effettiva della storia: non si possono tradire i nostri morti ma da loro e dai loro errori deve venire una lezione di unità, di solidarietà e di amore nazionale.

Giorgio Napolitano, sulla scia di Azeglio Ciampi, che è stato il primo a riportare un certo senso di Italianità, invitando a cantare L?inno Nazionale, a dare rilievo alla bandiera, a rileggere la storia (L?eccidio della divisione Acqui a Cefalonia ecc) ha ben detto recentemente, anche se in termini linguistici antiquati, in un tentativo forse di mettere insieme le tante contraddizioni della nostra storia (liberale, fascista socialista, comunista democristiana, craxiana e berlusconiana): celebriamo degnamente il nostro centocinquantenario senza idoleggiare il retaggio (e-remitaggio-aferesi di e e sincope di mi ) e senza idealizzare il presente.Dunque accettiamo La Bandiera e L? Inno di Mameli, dovendo celebrare questo Risorgimento ottocentesco, mostrando almeno che l?Inno, che ci ha accompagnato nel bene nel male nella nostra storia, ha avuto una qualche forza di coesione Inoltre, seppure esso non sia espressione vera della nostra unità (neppure oggi raggiunta), almeno capiamo che l?Italia ha una sua forma repubblicana unitaria, basata sul lavoro, a cominciare dalla fine della II guerra mondiale e che dobbiamo avere davvero una lingua comune con referenze concrete condivise realmente.

Non c?è stata nessuna volontà popolare, dunque, di essere italiani unitari ma solo una volontà liberale e mazziniana repubblicana che, sfruttata da Cavour abilmente, ha dato la possibilità a Casa Savoia di unificare la nazione geograficamente in senso monarchico , grazie anche all?avventura meridionale di Garibaldi.

Restino pure, come segno di tutte le contraddizioni italiane, la bandiera e l?Inno di Mameli, come ricordo della pazzia retorica Risorgimentale di giovani che, comunque, si immolarono per un sogno di Libertà e come coscienza della necessarietà di una Nuova Italia unitaria, per avere valore, identità e tipicità in Europa e dare così maggior significato all?Europa nel Mondo, data la peculiarità del nostro nazionalismo, connesso con la Romanitas (e col papato romano).


Basta con Benigni maitre a penser, esegeta, professore

Origene e Filone

Origenismo e gli oniadi


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Dopo molti anni di ricerca mi si impone di affrontare il problema cruciale del cristianesimo alessandrino e quindi del rapporto tra il didaskaleion e gli oniadi.

Prima di tutto, però, una volta accertata la connessione diretta in Alessandria tra il fare scuola cristiano nel II e III secolo d.C. in collaborazione o per lo meno, non in antitesi con il fare scuola ebraico, bisogna porsi la domanda se ancora esistono in città i diretti discendenti degli oniadi che portano avanti, da una parte, il sistema trapezitario e da un'altra l'interpertazione della Bibbia in senso allegorico, filoniano...

In caso negativo, di dispersione o di fuga a seguito della guerra di Kitos o della rivolta di Shimon Bar Kokba o dopo la cosiddetta persecuzione di Marco Aurelio, si dovrà rilevare solo il pesante condizionamento dell'esegesi filoniana sulla tradizione cristiana alessandrina, che aveva letto ed interpertato Esodo come tupos della libertà dal peccato e dal male, assimilando il popolo ebraico al popolo cristiano e considerando Mosè come liberatore e salvatore al pari di Christos, ambedue re, nomotheta, gran sacerdote e profeta ...

In caso affermativo bisogna rilevare, da un lato, la presenza oniade e il suo sistema ancora vigente ebraico e da un altro l'influenza che subisce effettivamente il cristianesimo come struttura economico-finanziaria e come pensiero, sorto accanto ad una cultura di così potente tradizione scismatica ebraica e del suo prestigio ancora nel mondo ebraico, seppure disperso, dopo la galuth adrianea e seppure massacrato dalla lex romana ostile all'ebraismo aramaico, ma paternalistica con quello ellenistico, specie in Occidente...

Fatte correttamente queste operazioni, bisogna rilevare come Origene sulla base della tradizione cristiana, elaborata a fianco abbia raccolto tutta l'eredita cristiana del mondo giudaico ellenistico scismatico, seguendo la lezione di Panteno, di Clemente Alessandrino, suoi maestri e predecessori al Didaskaleion, ma anche tenendo presente il contributo del messaggio cristiano di Apollo.

Secondo Atti degli Apostoli(18, 24) Apollo veniva da Alessandria.

Egli era stato prima ad Efeso (At 18, 24), avendo lì incontrato Prisca e Aquila (At 18, 26), li aveva convertiti e poi giunto in Acaia, si stanziò a Corinto (At 18, 27).

Si trovava ancora a Corinto al momento dell'arrivo ad Efeso di Paolo, poi è ad Efeso nel momento in cui l'apostolo scrive la Lettera (1 Cor 16, 12).

In questa lettera Paolo dice che a Corinto si è formato un "partito" di Apollo (1 Cor 1, 12; 3, 4), che battezzava con acqua e secondo Giovanni Battista e predicava secondo i libri sapienziali, interpetati (cfr. 1 Cor 1, 17-23; 2, 1-9; 3, 18-20).

Apollo"era già un predicatore del primo cristianesimo essendo stato istruito nella via del Signore" (At 18, 25) e veniva da Alessandria, dove probabilmente prima del 50, già c'era quello che noi chiamiano oggi cristianesimo.

Dalla Lettera di Claudio ai cittadini di Alessandria (P. Lond. VI, 1912 = SP II, 212), spedita nel 41 d.C., ( cfr Caligola iL Sublime ) si conoscono e la proibizione d'immigrazione di giudei palestinesi (Cfr Giudaismo romano I ) e il divieto di fare proselitismo...

Ci sembra necessario rilevare anche il sistema teologico di Basilide di Alessandria, oltre la lezione di Ireneo e di Clemente Alessandrino, in modo da capire il clima alessandrino ereticale gnostico nella prima metà del II secolo, senza il quale l'impostazione paolina e quella clementina sembrano improvvise folgorazioni,quando invece sono espressioni tipiche del I e II secolo: vivere katà sarka e vivere kata pneuma erano due modi distintivi: l'uno proprio dell'eretico gnostico che accusava il cristano di essere moròs/pazzo , l'altro del cristiano che corformandosi allo skandalon della croce trovava nel Cristo crocifisso e nella pazzia della croce la sapienza vera...

Ora noi vorremo cucire, in relazione alle fonti Apollo, la cultura oniade, Basilide e la regula fidei dell' ape sicula Panteno (morto nel 200) in modo da rilevare il particolare sistema didattico alessandrino e cogliere i punti di contatto ancora esistenti tra giudaismo e cristianesimo in un momento, in cui è forte l'influenza gnostica e cominica a dominare il pensiero neoplatonico di Plotino ...

Nel trattato su I princìpi (Cfr Opere di Origene a cura di Franesco Peri, Città Nuova, 2009) Origene precisa i criteri di una retta teologia e distingue gli argomenti di libero dibattito dai fondamenti della fede che vengono consegnati dalla Tradizione. Nella Prefazione de I princìpi il teologo che si basa sulla regula fidei di Panteno distingue fra i semplici fedeli e i "perfetti" che cercano la conoscenza approfondita delle verità divine...

Tutti coloro che credono e sono certi che grazia e verità sono venute per opera di Gesù Cristo, e sanno che Cristo è verità, secondo quanto egli stesso ha detto: "Io sono la verità", (Gv 14,6), ricevono la scienza che indirizza gli uomini a vivere rettamente e felicemente non da altri che dalle parole e dalla dottrina di Cristo...

La strutturazione e l' impostazione del pensiero della scuola alessandrina è tutta centrata sul pensiero paolino: esso riceve un vero indirizzo sotto il patriarcato di Demetrio di Alessandria ...



Origene e Filone

il cristianesimo primitivo senza Filone era poca cosa

Filone, anima del pensiero cristiano


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Nel 43 d.C., al momento della nascita dei primi christianoi, ad Antiochia, il cristianesimo aveva solo la figura di Gesù martire, morto sulla croce e risorto secondo alcune donne. I Christianoi avevano una fides mista con riti ebraici ellenistici ed erano accettati con riserva in sinagoga per la loro convivenza con i pagani incirconcisi

Essi celebravano la passione e la morte di un Meshiah, la cui resurrezione aveva un valore simbolico, collegato col pensiero di Filone alessandrino, conosciuto in tutto il mondo romano e partico.

Filone aveva segnato la storia della cultura ellenistica più di quanto mai abbiamo pensato: non solo fu il Platone giudaico ma fu il theologos per eccellenza, philotheos (timorato di Dio)e theophilhs (caro a Dio), e soprattutto un saggio/ spoudaios che aveva sintetizzato la cultura pagana e quella ebraica e costituito un modello di vita per tutti i giudei ellenisti (circa 2500.000 , Cfr Giudaismo Romano I): la sua parola, in quanto ispirata da Dio, era legge per un giudeo e nel mondo romano e in quello partico.

Egli fu un vero maestro di vita, che era famosissimo non solo in Egitto, ad Alessandria, sua patria, ma anche in ogni parte dell'ecumene perchè aveva platonizzato il pensiero giudaico ed aveva costituito una methodos di eccezionale valore grazie alla lettura della Torah dià sumbulon: la sua esegesi era rispettata in ogni parte dell'ecumene.

La sua opera, monumentale, era al servizio di Paolo e di tutti gli ebrei ellenistici, che parlavano greco e che cercavano una fusione tra la musar giudaica e la paideia greca, tra la cultura ebraica e quella ellenistica.

Paolo e gli evangelisti scrissero, adattando i logia aramaici di Matteo ai bisogni e agli interessi delle singole comunità cristiane sparse per il mondo romano, acefale.

I capi delle singole chiese, a seconda delle esigenze locali, poi formularono in frasi asseverative quanto era stato detto prescrittivamente da Jehoshua non maestro, ma tektoon, non rabbi ma maran.

Non c'era un pensiero di Jehoshua, c'erano stati prostagmata (editti) diagrammata(decreti) ma non veri detti profetici ma solo detti del Signore (maran, melek) pronunciati come commenti (targumim) nel periodo della sua basileia illegittima o nel corso del suo ministero di Meshiah, registrato dal tachigrafo Levi Matthaios, pubblicano convertito, suo stenografo (ìun suo ministro ab epistulis per dirla alla latina).

In relazione ai bisogni delle comunità alessandrine, anatoliche o greche, in una volontà di formazione cristiana e di ampliamento e di potenziamento degli scheletrici contenuti matthaici in un tentativo di moralizzazione ci furono le stesure evangeliche, connesse col pensiero di Filone, che risultò fondamentale e basilare sul piano teologale, utile per la diffusione del primitivo cristianesimo.

In questa operazione teologica gli episcopoi/ dioichetai, servendosi del commento filoniano, trasformarono le loro comunità e diedero loro un nucleo quasi unitario, che diventò determinante ai fini della costruzione dei singoli vangeli canonici, nati allo stesso modo, seppure in zone geografiche differenti: noi siamo convinti che, se non ci fosse stato Filone, non ci sarebbe stato il Cristianesimo, non solo sul piano ideologico ma anche e soprattutto su quello organizzativo amministrativo comunitario, in senso diocesano.

Ribadiamo che la verità cristiana ha avuto sostanza filosofica grazie al pensiero di Filone, che è stato la terra buona in cui il seme aramaico-cristiano è germogliato, nutrito dalla cultura della diaspora (premessa a De Joseph di Filone angelofilipponi.com), ma soprattutto fortificatosi grazie alla capillare organizzazione amministrativa oniade.

Quel che Filone aveva scritto specie in Legis allegoriae(I,II) diventava parola di un rabbi Jehoshua, che di fatto era un mastro abile nel fare azioni paradossali con le mani e con la sola parola, e che faceva un suo viaggio verso Gerusalemme, continuamente in costrasto con i veri garanti della legge, scribi e farisei .

Le cui azioni mirabili attiravano folle che inneggiavano anche alla sua sapienza e alla sua capacità di fare esegesi : egli dopo aver aver creato situazioni inverosimili , si proproneva come poihths e non tale era uomo di azione che ccaompagnava il fatto copn la parola e non viceversa.

Anche inb questo forse Gesù dipendeva da Filone, la cui opera teologica, quella del commento biblico, specie la parte kosmopoihtica e quella nomothetica erano prescrittive ma a segutio di operazioni concrete,

Per questo poi gli evangelisti si serviranno della parole utili ai fini del nascente cristianesimo, ma forse già condivise dallo stesso Gesù.

Anche( e forse ancora di più perchè pars paradigmatica) quella Istorika (comprendente La vita di Abraham , quella di Joseph, di Mosé oltre a Peri areton - di cui ci sono rimasti solo In Flaccum e Legatio ad Gaium )- in cui il teologo attualizzava la storia, in un tentativo di moralizzazione, risultò necessaria ai fini della formazione delle generazioni cristiane, sparse in ogni parte dell'impero romano, mal collegate fra loro, acefale, autoregolantesi, tutte, però, sul comune modello filoniano.

Chiaramente in questa ottica il pensiero cristiano si colorava di filoromanità ed assumeva valori propri dellla philanthropia greca e dell' humanitas latina.

Le comunità in relazione alle loro necessità lessero, seguendo Filone, la Bibbia e i logia e scrissero Vangeli propri, avendo la stessa impostazione e creando varianti, a seconda anche della diversa retoricità dei redattori locali che, comunque, avevano in comune, il nome di Christos e l'indirizzo litteralis, iniziale dei maestri della città di Antiochia, da cui erano derivate le varie apoikiai cristiane (cfr Qual era il logion originario del Sale?)

Ad Antiochia i maestri dipendevano, comunque, dalla cultura Alessandrina e specie dalla famiglia oniade che aveva creato un sistema nuovo di vita ed aveva propagandato un pensiero notevole nel mondo romano e, direi, straordinario in epoca giulio-claudia , ai fini di un adattamento sociale, sotto forme integrative possibili, a seconda dei luoghi (cfr. ellenizein) ...

Gli oniadi avevano perfino un loro tempio e gestivano il denaro imperiale avendo banche (trapezai) in tutto il bacino del Mediterraneo e facevano gli emporoi, seguivano la tradizione oniade basata su una perfetta organizzazione amministrativa e finanziaria verticistica e su un pensiero sincretistico, autorizzando una vita ebraica, pur servendo due padroni, Dio e Roma, il creatore e Belial (Mammona)...

L'alabarca Alessandro era la guida riconosciuta per tutti i giudei ellenisti ed era anche epitropos dei beni della famiglia di Antonia, la nonna di Caligola.

La comunità di Alessandria era la più ricca e potente fra tutte ed era il punto di rfierimento non solo culturale ma anche sociale e civile : il suo esempio era un modello per tutti i giudei del Mediterraneo e quindi anche per gli scismatici christianoi.(cfr Per uan conoscenza del cristianesimo).

Gli ebrei alessandrini, come uomini di commercio, erano in contrasto con gli argentarii latini, che non avevano la stessa capillare organizzazione e quindi soccombevano di fronte all' applicazione della tzedaqah, che era in effetti, sotto la forma religiosa di compiere un atto di giustizia verso il fratello, un modo di aggregarsi in società tra le più nobili famiglie sacerdotali, al di là dei credi ...

Filone e il fratello (Lisimaco) Alessandro erano l'espressione più alta del giudaismo sacerdotale e il loro pensiero era venerato da tutti ,anche se il sistema di vita secondo l' ameicsia alessandrina trovava molti oppositori, specie in Gerusalemme e negli ambienti sadducei ...

Ora i christianoi antiocheni guardavano agli scismatici alessandrini e si nutrivano del loro pensiero già pronto, già allestito, già consacrato e bene accetto nel mondo giudaico, quello di Filone, che aveva commentato la Bibbia ed aveva scritto già la vita di Mosé...

Essi non si trovano a loro agio, nonostante il pensiero paolino, da una parte, gnostico, proprio di uno gnosticismo giudaico (che non conosciamo bene, peccato!) e, da un'altra,filoniano (cfr. I Ai corinti,1) ed evidenziano skhismata (scissioni) con erides (liti) ...

Lo stesso Origene sembra adombrare che Paolo sia filoniano nella divisione fatta tra i progredienti e i perfetti (teleioi ), tra gli ilici e psichici da una parte, e gli pneumatici (pneumatikoi) dall'altra; i primi sono destinati a rimanere materia (ulh) e quindi non scritti nel regno dei cieli, i secondi, invece, in quanto eletti e prediletti da Dio, hanno, per sua grazia, già i segni di un futura possibilità di visione divina e di una vita eterna, essendo agiasmenoi en Christo Ihsou, ed essendo chiamati Agioi...

Tutto questo sarà oggetto di studio e di lavoro da parte di Clemente Alessandrino (specie in Stromateis ) e dello stesso Origene.. che, nel corso della sua esegesi paolina, evidenzia il reale mondo filoniano del tarsense...

Gli antiocheni christianoi, dunque, vengono a contrasto con i maestri alessandrini ed ancora di più con gli aramaici, seguaci del Malkuth ha shamaim e il loro capo Giacomo, fratello di Gesù, che ha un altro euaggelion rispetto a quello paolino. (cfr Giacomo e Paolo)...

Se con gli alessandrini c'è solo un' ambigua lettura, in relazione anche all' astio culturale di un antiocheno nei confronti dei cittadini della metropoli egizia, con la chiesa di Gerusalemme c'è, invece, una vera ostilità in quanto questa impone una rigida osservanza e non permette disobbedienza (cfr Anania e Saffira).

I contrasti dottrinali tra i seguaci corinti di Paolo e quelli di Apollo sono in effetti diverbi anche sulla diversa lettura di un testo secondo le indicazioni filoniane: in Paolo c'è la coscienza che il linguaggio della croce, folle di per se stesso, è salvezza perchè espressione della dunamis theou (potenza di Dio) e che il mondo non conobbe Dio con la sapienza: l'apostolo è convinto che Dio scelse la porzione folle del mondo per svergognare i Sapienti , rovesciando i valori di moros e di sophos; negli oppositori c'è la volontà greca di chiedere eloquenza discorsiva e coerenza logico-argomentativa oltre la pazzia della croce: essi sono coscienti che da Dio dipende l'elezione e che la creatura non può conseguire l'ineffabile con le proprie forze ma deve impegnarsi ...

Paolo e i christianoi antiocheni entrano in una vera guerra con la chiesa di Gerusalemme che impone l'osservanza della torah e non può autorizzare la promiscuità con i pagani, in quanto sorvegliata dai romani, che vietavano il proselitismo.

Giacomo, perciò, condanna Paolo, pur legato ai farisei e agli erodiani da vincoli di parentela, in collaborazione con le autorità romane.

Paolo si vanta del suo eroismo e della sua pazzia in Cristo e rivela in II Corinti 11,24 Dai giudei ho subito cinque volte quaranta colpi meno uno, per tre volte le verghe (punizione romana ad opera forse di Felice che spesso coadiuvava Giacomo, con cui aveva fatto un patto da osservare nelle grandi feste al fine di garantirne la degna celebrazione), una volta fui lapidato (a Listra)...

Ne consegue che il cristianesimo primitivo non ha spazio e la nascente chiesa antiochena è sotto osservazione in quanto su di essa è sospesa la condanna di eresia da parte ebraica, pura, ed anche da quella scismatica...

Inoltre la mancanza di un pensiero del Christos e la sola memoria di martirio determinano defezioni e passaggi verso altre forme ebraiche ed altre eresie sorte dal nome stesso di Gesù.

Infine il credo stesso antiocheno non è chiaro nel bacino del Mediterraneo (specie a Corinto) come non è sicura la resurrezione e quindi la chiesa antiochena vive sotto osservazione da parte dei capi alessandrini e di quelli gerososomitani, il cui prestigio è altissimo nell'ecumene giudaico della diaspora...

Inoltre i cristiani subiscono anche l'influenza di Epitteto , il cui dio non è in relazione a quello cristiano (uno, trascendente, persona e volontà)

Il filosofo stoico ritiene "dio" come la razionalità stessa del tutto, e quindi come "scelta e forza fisica " in cui volontà e necessitas si fondono e di cui ogni elemnto, compreso l'uomo, è pars frammenta. Epitteto avendo una concezione del divino come persona ed avendo tutte le forme proprie della diatriba e il sistema retorico della tradizione stoico-cinica e platonica, chiara manifestazione razionale, personfica il pensiero(logos) e dio stesso, per cui è possibile far derivare l'upostasiscome ousia. Inoltre la funzione divina fusa con quella umana crea un sistema unitario quasi un corpus tra creatore e creatura in cui c'è un rapporto tra le due entità grazie alla forma razionale.

Ne consegue che tanto pensiero sulla libertà sull'amore sulla fratellanza è comune e a seguaci di Epitteto e ai cristiani che hanno quasi un linguaggio non dissimile. Infatti per tutto il primo e secondo secolo i cristiani hanno un linguaggio popolare proprio della diatriba cinica come si rivela chiarmente in Giustino la cui stessa figura.è proprio della filosofia cinica..

Bisogna però dire che il primo cristianesimo, pur avendo una molteplicità di forme, si va coagulando su una base dottrinale filoniana allegorica e su una struttura organizzativa oniade, il cui funzionemento diventa ancora migliore proprio quando comincia a venire meno l'organizzaizone giudaica , debilitata e lentamente stroncata dalla continua e pressante persecuzione imperiale.

La demolizione della cultura giudaica ad opera di Traiano e di Adriano favorisce il cristianesimo che prende forma propria e si caratterizza, dando ai pagani l'impressione di caritas e di amore, di capacità assistenziale e di un funzionamento comunitario degno di ammirazione.

Inoltre il fatto che il primo cristianesimo è fenomeno popolare e cittadino, da una parte proprio delle metropoli, ma da un'altra è fenomeno sparso in molte regioni,impervie, quasi colonie dimenticate dai fondatori, poco comunicanti fra loro determina un sistema di vita acefalo che produce una diversa consistenza nelle varie chiese che si costituiscono in relazione alla struttura organizzativa intorno a banca/trapeza e ad emporion.

Quelle delle metropoli sono organizzate anche nel lavoro in quanto lo smercio negli emporia e l'attività nei porti (la dove ci sono) richiedono squadre di operai che hanno domicilio nelle vicinanze e che lavoravano mettendo insieme il ricavato gestito dai dioiketai che fanno fruttare il denaro nelle trapezai costituendo il fondo ecclesiale comune .

La comunità viveva quindi del proprio lavoro e progrediva in quanto i compiti erano diversi ma le retribuzioni formavano cassa comune: emporoi e kapeloi, padroni di mercati e dettaglianti pur svolgendo funzioni diversificate vivevano insieme e pregavano insieme, come anche i trapezitai e tutti gli agenti (argentarii e nummularii ecc).

La vita dei cristiani dunque essendo comunitaria a seconda del numero di fedeli si strutturava e si organizzava rapidamente ed avendo una gerarchia interna costituita da uomini di superiore cultura, era veramente un modello di funzionamento e di produttività : la ricchezza comunitaria aumentava ad ogni generazione e ad ogni passaggio da un 'amministrazione ad un'altra e perciò era vista con invidia e rabbia dai pagani che non essendo organizzati se non nel corso delle feste e dei riti dai sacerdoti dei vari culti vivevano di stenti mancando il reciproco aiuto.

Molte sono le lamentele dei pagani nei confronti dei cristiani nel secondo secolo. a dimostrazione dei due diversi livelli sociali ed economici nelle grandi città. Ne derivava che c?era l'esaltazione del dio cristiano che provvedeva al bene dei fedeli e l'esacrazione verso Zeus e gli altri dei che invece facevano morire di fame chi faceva sacrifici e li pregava: insomma da parte popolare pagana c?era odio da una parte ma anche ammirazione per il culto cristiano.

A maggiore ragione questo doveva capitare all'interno dell ?Asia minore o in Africa o nelle zone dell'Adiabene e della Cappadocia dove la eccezionale capacità di organizzazione dei dioiketai cristiani rendeva la vita dei loro fedeli migliore rispetto a quella dei pagani

La presenza di episkopos, di presbuteroi, di diaconoi di sottodiaconi, di lettori insomma del clero che svolgeva una reale funzione di assistenza e per bambini e per vedove e per i poveri e malati, e la regolarità della vita christiana primitiva basata sul rigore monogamico, sull' unità familiare costituivano un esempio di vita sociale...

Non sorprende quindi che alla fine del secondo secolo i cristiani si siano diffusi in ogni dove, come esclama Tertulliano in Apologetico, perché , visto l?amore verso i confratelli, e considerata la societas efficiente e caritatevole, i pagani opportunisticamente aspiravano anche loro ad entrare nella cerchia della communitas cristiana per godere di quei vantaggi che l?organizzazione prometteva...







il cristianesimo primitivo senza Filone era poca cosa

Qual era il logion originario del "Sale"?

Voi siete il sale della terra


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Voi siete il sale della terra è l'incipit attuale del logion di Matteo (5,13).

Sale della terra è un sintagma che è metafora in quanto il discepolo di Gesù è come il sale che rende saporita ogni cosa sulla terra.

La sottesa similitudine autorizza a dire che chi segue Gesù, oltre ad essere beato (makarios), è anche sale della terra e luce del mondo oscuro(logion successivo).

Ne risulta che le beatitudini (Matteo,5,3-12) e l'essere sale e luce sono collegati insieme ed hanno un significato congiunto, costruito successivamente, quando già era stata costituita la Chiesa: la pericope è espressione retorica di una costruzione teologica legata ad un ambiente e ad un società che hanno bisogno ed interesse tali da creare una "sentenza". sulla base di un logion di Matteo, preesistente

Ora personalmente ritengo che al momento della stesura tachigrafica di Matthaios e quindi all'atto del discorso di Gesù (maran o aspirante meshiah, prima del regno o durante il periodo della regalità ) le beatitudini non erano così enucleate, ma erano del tutto sparse come anche le maledizioni...

Bisogna pure pensare che l'essere sale non era in relazione diretta con l'essere luce?

E' probabile che tutto inizialmente forse era distinto e separato ed erano solo logia che esprimevano i detti del Signore (despotes, in quanto basileus-maran) in tipici momenti della sua storia di uomo privato e di re, non di un Maestro

Nella seconda metà del II secolo, invece, quando viene costruita la Chiesa (grande) e c'è la necessità di opporre i veri discepoli a quelli gnostici, la vera dottrina a quella gnostica di Valentino e Basilide (forse ad Alessandria) viene fuori la funzione del macarismo con i compiti del cristiano, inteso come apostolo-inviato, che deve essere sale della terra e luce del mondo...

Dunque, tra la scrittura mattaica con una precisa semantizzazione basileica (in lingua aramaica con un'utenza palestinese -partica) e la riscrittura con nuova semantizzazione (con la lingua koinh, in relazione alla nuova utenza ellenistica ) c'è una diversa impostazione in quanto i fruitori sono differenti ed hanno una logica opposta, collegata con le diverse realtà sociali e storiche.

I fruitori aramaici, che erano nel periodo dell'attesa del malkuth o lo avevano realizzato, erano makarioi e si sentivano sale della terra in quanto avevano condito (thabal condire), dando sapore, grazie alla regalità messianica, ad ogni cosa terrena ed, avendo il Meshiah, attendevano gli eventi escatologici e la realizzazione eterna d'Israel: essi puri e lucenti avevano vinto le tenebre (e la Romanitas) vedevano splendere in alto come su un candelabro Gerusalemme radiosa e luminosa, dominante su tutti i popoli vinti...

I cristiani ellenisti, dopo l'evento della sconfitta di Shimon bar Kokba (Giustino, Dialogo di Trifone), nel momento gnostico, fondono insieme i logia mattaici. creando una nuova legge, che doveva essere un sostituto/ tupos del messia, legge vivente (nomos empsuchos) e creano secondo formule asseverative, come risultanze sintetiche di un lungo lavoro tecnico retorico, l'ideale del buon cristiano e ne scrivono i compiti e le specifiche funzioni, in relazione alla missione dei discepoli del Signore (Kurios) che ha dato loro il kerugma della diffusione evangelica, in precisi a luoghi e in particolari situazioni sociali ...

Allora tutto il logion del sale ha significato a seconda della lettura e degli utenti: la comprensione del periodo ipotetico della possibilità di II tipo con la protasi ean ..moranthh (qualora diventerà insipido -thaphal-) e con l'apodosi con che cosa si salerà?, non è facile capire, ma si può afferrare se si ha presente il tanto sale del Mar Morto inutilizzabile (o quello della Mareotide alessandrina o del Lago Salato della Licaonia-Tuz Goelu- ), calpestato da cristiani locali, i cui capi sentono la necessità di fissare, di organizzare nuclei semantici e di schematizzare contenuti teologici ...

Il sale ha valore ai fini del condire i cibi e, quindi, se il cristiano/sale diventa insipido e stolto ( moraino vale sono moros cioè pazzo, stolto, insipido, sciapo, stupido), non ci sarà la salatura della terra . non ci sarà la luce nel mondo), non avendo funzione, sarà gettato per terra e calpestato.

E' chiaro che il logion non è quello originario, ma è quello ricostruito da cristiani ellenisti che, vista la fine del giudaismo romano, la galut, hanno un ricordo della escatologia e del messianesimo e vivono il momento apocalittico, dello svelamento, cosci della necessità della funzione cristiana di essere sale e luce, in una separazioine netta dalla cultura giudaica e da quella gnostica.

Certamente il testo originario, che Panteno ritrovò in India, con questo specifico logion, aveva ben altro valore in senso messianico, entusiastico, trionfalistico: in esso non c'era nemmeno la possibilità di diventare nabal (stolto), in quanto Thaphal: tutti erano makarioi (compreso Levi- Matthaios che registra il pensiero regale), euforici per la realizzazione del malkuth, in quella Pasqua essenica del 32 d.C , pochi mesi dopo la morte di Elio Seiano...

Allora i seguaci mangiavano insieme pane e sale e non avevano contese per il primato, ma erano eguali uniformati ad essere bambini (talja'- piccolo di donna o di pecora) ed avevano la pace, quella propria dei vittoriosi, di coloro che avevano vinto ed attendevano l'ultima ora e il trionfo definitivo del resto d'Israel ...

Dunque, nella fase escatologica Sale orginario è collegato con pace, in quella apocalittica sale è connesso con discordia, lotte per il primato, con la possibilità di diventare insipido e quindi di deviare dalla retta via e con la necessità di essere o di tornare ad essere pedion e diaconos (bambino e servo) , se si vuole entrare nel regno dei Cieli...

A me risulta , perciò, che ci sono due logiche, del tutto diverse, a seconda dei tempi e che la stessa figura del Signore (Kurios e despoths) è cambiata in quanto essa ed è diventata quella del Maestro(didaskalos/ rabi), che, secondo il pensiero di Clemente Alessandrino, ammaestra i mathetas/apostolous.......


Qual era il logion originario del "Sale"?

Ambrogio e la celebrazione del Natale

Il Primo Natale nel 386 a Milano


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Il primo Natale a Milano nel 386 d.C.

Ambrogio probabilmenete scrisse nel 386 Intende, qui regis Israel per celebrare il primo Natale il 25 Dicembre, che di norma era stato festeggiato invece il 6 Gennaio con quasi tutte le chiese Orientali....

Sappiamo dunque che Ambrogio con questa celebrazione si allinea alla chiesa Romana e a quella antiochena, accettando in un certo senso, il pensiero di Papa Damaso e quello di Giovanni Crisostomo.

Roma e i suoi vescovi celebravano il Natale il 25 dicembre già da oltre un cinquantennio, quando nel 335 papa Marco si allineò al rito antiocheno: fu definitivamente accettato e santificato, però, da Giulio I che lo concelebrò con Atanasio esule a Roma dal 339.

Con questo atto il papato romano entrava in conflitto con gli ariani che si rifiutarono di partecipare al sinodo romano in cui fu, invece, accettato e considerato ortodosso nella fede, Atanasio.

Anche ad Alessandria già cattolicamente si celebrava il Natale il 25 dicembre, mentre arianamente veniva festeggiato il 6 Gennaio, come quasi in ogni parte dell'Oriente.

Ciò dimostra che le tre sedi maggiori patriarcali avendo lo stesso rito si oppongono anche in questo all'eresia ariana ora imperante specie in Oriente, a Costantinopoli, con Costanzo II...

A lungo ci furono controversie tra ariani e cattolici anche sulla data da fissare per il Natale, per quasi un quarantennio.

Solo quando nel 381 Teodosio stabilì il trionfo dell Cristianesimo sull'arianesimo e sul paganesimo, si decretò che erano fondamentali e basilari le due Chiese, apostoliche, quella di Roma e quella di Costantinopoli.

In questo modo fu sancito il principio della supremazia romana e costantinopolitana, rispetto a tutte le altre chiese, e si provocò la reazione di Alessandria ed anche di Antiochia, sedi declassate, considerate ora rispettivamente terza e quarta, a favore delle sedi di Pietro e di Andrea, a memoria del potere imperiale di Roma antica e della nuova Roma.

Da allora sostanzialmente si riconobbe la supremazia della sede di Roma in Occidente e quella di Costantinopoli in Oriente: anche la chiesa di Milano allora si inchinò a quella romana ed Ambrogio fece con l'accettazione del Natale come festa della nascita del Signore, nella data del 25 Dicembre, il suo atto di omaggio nei confronti di Damaso e della Chiesa Romana, pur restio alla celebrazione, coincidente con quella pagana del Sol Invictus ...

La celebrazione del Natale e l'inno natalizio sono due segni di questo riconoscimento al primato di Roma.

Ma ciò è poca cosa perchè la politica è milanese in quanto il potere imperiale dei figli di Valentiniano, cioè Graziano e Valentiniano II, ambedue minorenni, essendo sotto la tutela della madre Giustina e di Arbogaste, è condizionato pesantemente dalla figura del vescovo Ambrogio.

Questi, solo dopo aver vinto la sua battaglia contro l'imperatrice, ariana, ha bisogno dell'aiuto di tutti i cattolici e perciò fa concessioni intelligenti al papato romano, manovrando, da una parte, Valentiniano II e, da un'altra, Teodosio, imperatore dell'Oriente dopo la sconfitta di Adrianopoli e, pilotandone la politica con il matrimonio con Galla, diventa il leader cristiano cattolico più autorevole occidentale...

Il suo inno, dunque, rientra in una politica moderata, scaltra, del santo milanese, che così si prepara il canto per il sanzionamento e il riconoscimento della Verginità della Madonna mediante sacra venerazione per l'utero virgineo di Maria (chiostro del pudore ed aula regale) e mediante timore reverenziale per il mistero del soffio fecondante dello Spirito Santo, generatore del Verbo, che si è fatto carne, per lo sbocciare del frutto nel grembo santo femminile di una creatura Deipara/ Theotocos...

Se il canto di Ambrogio è poetico, non è come quello di Gregorio di Nazianzo che, invece, fa una trattazione filosofico-teologale del concepimento verginale, nelle orazioni 30, 39. 40, servendosi di una terminologia filoniana, in una sistemica interpretazione delle Sacre Scritture, in una lettura retoricamente ineccepibile secondo formule allegoriche...

Ambrogio e Gregorio esprimono due sistemi diversi per avere la popolare adesione in due diverse situazioni culturali, in particolari condizioni di prestigio individuale...


Ambrogio e la celebrazione del Natale

Io e Dio di Vito Mancuso

un tentativo di lettura


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Io e dio di Vito Mancuso

Premetto che stimo Mancuso theologos e ne lodo la sapienza teologale e il curriculum di lettore, anche se vedo i limiti proprio in questa sua stessa cultura.

Aggiungo che ammiro la sua forza e il suo coraggio nei confronti di una istituzione come quella cattolica, che gli ricorda continuamente che essere theologos significa essere subordinato alla gerarchia ecclesiastica, seguire la linea dei patres e ascoltare i suggerimenti dello Spirito Santo, dopo una lunga ascesis.

E concludo col massimo rispetto per l?uomo, studioso, degno discepolo di C.M. Martini e di B. Forte, che ha fatto scelte dolorose, pur conservando una propria lezione culturale e religiosa, anche se aspira ad essere libero pensatore.

La sua impostazione generale ?aerea ?, tipica di un doctor in sacra pagina, abile a porsi in una posizione di privilegio, di stampo platonico, neoplatonico e stoico, visibile in Didimo Arieo, Filone Alessandrino, in Seneca, è chiaro segno di una lettura di Io e Dio secondo l?impostazione della tradizione patristica origeniana ed agostiniana...

La visione dall'alto impedisce (o non permette di leggere) la coscienza e limita la conoscenza della reale vita terrena e dei reticoli vitali di un' infinità di essere viventi e vegetali, le cui pulsioni si legano e si armonizzano in un unicum vitalistico comune...

Da ciò deriva, a mio parere, una lettura della realtà umana e della metafisica o tradizionale o vaga, comunque, sempre senza alcun sbocco reale (vista la scarsa aderenza alla normalità di vita e considerata la sincresi di base, che risulta una confusione dei dati non ben esperimentati e vissuti, a causa delle dilacerazioni spirituali, non ancora ben cicatrizzate e della equivocità di lessico, rivelante l'opposizione tra conservazione ed innovazione) e quindi una non avvenuta sintesi organica, a causa del difetto di vista...

Secondo me Vito Mancuso prima di essere guida dei perplessi e perfino prima di parlare anche banalmente, ha bisogno di chiarire sé a se stesso, come uomo, come marito, come padre, come laico.

Una volta chiarito che egli è corpo non spirito, che ha una compagna-moglie e non è più prete, che ha figli e non è solo, che è un secolare e non clero, allora forse può iniziare un suo iter, mostrare la sua methodos e essere maestro...

Il proprio iter individuale inizia quando si è veramente autos, realmente tupos capace di esprimere libertà e lottare contro la minaccia dell'autoritarismo religioso e opporsi allo scientismo negatore di ogni arbitrio...

Ci vogliono anni per un tale decondizionamento, anni duri di scarnificazione, di lavoro spirituale e perfino di fatica fisica! io ne ho impiegato quasi trenta e non credo di capire qualcosa, anche se mi sono chiarito qualche punto, ma non sono mai in grado di affermare qualcosa ...

Il mio, quindi, è solo un suggerimento di uno più vecchio, che neanche vuole criticare, ma ritiene giusto senilmente di indicare un' odos diversa per un altro orientamento Cfr A.FILIPPONI, Per una conoscenza del primo cristianesimo, E.book Narcissus.)..

Personalmente, dunque, dopo la lettura del libro, devo dichiarare che non ho niente in comune né su Io né su Dio: l?autore, teologo, ha idee su Io e su Dio secondo quanto ha ricevuto da una tradizione classico- ristiana, specie occidentale agostiniana, (sostanzialmente, quindi, della patristica) e non ha provato a metabolizzare il processo di vita, senza la pronoia divina.

Il pensiero di vita, anche se ben scritto, seppure ricco culturalmente, seducente grazie alla retorica letteraria, secondo me, non ha alcun messaggio nuovo in quanto è idea che si copre e vive di Theoria, senza alcuna prassi reale: contano le azioni non le parole!...

Solo se si fa indagine reale, oggettiva (per quanto è possibile) su anthropos, su phusis e su normale, su essere ed esserci in senso universale, oltre o senza la mediocritas (methrioths) classica, si può iniziare (forse) un rapporto comunicativo per una ricerca effettiva, in senso umano e divino.

Solo, comunque, se si concorda il valore del termine normale e si opera sulla base di una nuova convenzionalità linguistica comune, allora forse si può discutere sull?autenticità di Io e su Dio padre e creatore: senza questo lavoro iniziale è impossibile la comunicazione...

Perciò anche il paradigma di Maimonide non ha reale valore comunicativo: lo stesso autore d Moreh Nevukhim (Guida dei perplessi), nel 1190, aveva cercato nel mezzo di un comunità egizia, islamica, dominata da Salah al Din (Saladino) di mandare ulteriori messaggi interconfessionali e di fare un'altra esegesi per gli amici e discepoli che, avendo studiato filosofia aristotelica ed essendo giudei amanti della Torah, vedevano palesi contaddizioni tra la filosofia e il senso letterale della Legge mosaica e rimanevano perplessi di fronte al male della società musulmana, ma non ebbe effettivo risultato se non quello di un'aggiunta ulteriore (discutibile) alla esegesi biblica talmudica ...

Ora Vito Mancuso ha di mira una nuova lettura biblica senza essersi precisato la via da seguire e il telos, e quindi vuole guidare i perplessi del terzo millennio verso la scoperta di un nuovo io e di un nuovo Dio? ....

Tutto è equivoco: non c?è termine su cui si possa poggiare qualcosa... non ci possono essere sopherim e didaskaloi se non ci sono fedeli e mathhtai ...

Non serve una nuova guida di perplessi perchè bisogna, prima di operare, stabilire il significato di "perplesso", se esiste una tipologia di perplessi, come lavorare insieme, senza magistero...





Io e Dio di Vito Mancuso

una matassa aggrovigliatissima

Trovare il bandolo!


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Ma, Gesù, chi veramente sei stato?




1. Premessa



Fare luce su Jesous Christos Kurios per me è stato l'assillo della vita da quando bambino recitavo le preghiere e non capivo ciò che dicevo in latino, da quando mi dissero che Dio si riposò il settimo giorno ed avevo la domenica come giorno festivo e non il sabato come era scritto nella Bibbia, da quando mi parlarono di un Gesù falegname che, però, era rabbì, e predicavano un Dio Veterotestamentario creatore crudele e selettivo e un Dio Neotestamentario Padre buono e misericordioso, da quando cantavo Deus Sebaoth/ dio degli eserciti, poi cambiato in Dio dell?universo.

Capire un Dio come quello del Vecchio Testamento, spietato, il dio di Abramo di Isacco e di Giacobbe e poi di Mosé, della Legge, di David e dei suoi discendenti, divenuto poi Dio sacerdotale, proprio del prescrittivismo di Nehemia e di Esdra e infine un Dio nazionalistico, costitutore di un messianismo escatologico, sviluppatosi in senso contraddittorio (asmoneo, romano-erodiano, antiromano e filoparto, templare fino al 70 d.C. ed antiantonino) contrapposto quasi a quello Neotestamentario, è stato difficile.

Capire il piano salvifico (oikonomia della salvezza) di un Dio che inviò il figlio unigenito sulla Terra a farsi uccidere dai romani, nemici del suo popolo, prediletto,per riscattare col suo sangue il genere umano dal peccato, grazie alla sua resurrezione, per me è stato sempre un assurdo, non un mysterion (come quello, Trinitario, e come quello di una vergine ? madre) specie dopo che ho appreso qualche lingua antica e ne ho fatto forse un buon uso.

Un assurdo! un qualcosa che è non conforme a ragione e a logica!

Ho rinunciato a capire il fatto religioso in sé e non ho voluto pensare neppure ad idee sottese alla fede e nemmeno ai temi generali sull'uomo e sulla natura: ho voluto ricostruire un uomo nuovo sul piano concreto e realistico ed ho voluto vivere secondo natura e ragione, in modo classico, secondo il lavoro, mettendo insieme la quotidianità prima del pensiero, prima dell'ideazione.

Mi sono tassativamente precluso, inizialmente, ogni argomento e di Filosofia e di Teologia, desiderando fare un percorso terra terra, prima di razionalizzare, senza essere filosofo o teologo, temendo ambedue le posizioni, come sovrastrutture di pensiero: per me chi pensa non ha fede, chi ha fede non pensa e chi non pensa e non ha fede lavora e costruisce realmente mettendo un mattone dopo l'altro (mi si perdoni la metafora della costruzione) ordinatamente con continuità, con tenacia e secondo precise regole professionali e lascia un segno del suo passaggio ( non importa quanto grande e quanto piccolo o se insignificante).

Ho voluto, così vivendo, storicizzare effettivamente (historein) e comprendere il sistema di vita greco, quello romano, quello romano- ellenistico e con esso la politica, il diritto, il commercio, la societas, il mondo maschile e quello femminile e la funzione della religio classica.

Ho voluto capire la tipicità del popolo giudaico e la sua peculiarità religiosa e quindi studiare la classe elitaria sacerdotale e il sistema biblico, seguito nel corso dei secoli fino all?epoca romana e le necessarie e opportunistiche forme di adattamento a seconda delle dominazioni, in un tentativo di conservare la legge patria e il suo monoteismo.

Da qui la necessità di rilevare le differenze e le diversità del sistema razionale e naturale, rispetto a quello giudaico palestinese ed aramaico, esclusivamente religioso, per penetrare nella cultura ellenistica del periodo del primo cristianesimo, dell'epoca giulio-claudia.

Così facendo, ho operato solo storicamente ed ho lavorato impegnandomi a tradurre autori classici, di norma citati dai compilatori di storia, ma effettivamente poco conosciuti come testo, dopo aver fatto critica testuale, avendo acquisito buone abilità di lettura, non solo dei codici, ma anche dei messaggi: è stato questo un lungo esercizio, che ha autorizzato una nuova comunicazione e un nuovo rapporto con l'altro (dopo educazione e formazione paritaria).

Ed allora ho dovuto molto soffrire perché solo se rimanevo sul piano informativo avevo, pur con qualche equivoco di trasmissione, un regolare rapporto sulla base di una normalità di lessico e di una convenzionalità linguistica, al di là della personale cultura.

Non era possibile una reale comunicazione come trasmissione di pensiero e di idee in quanto l?altro capiva solo quello che voleva capire e non era in grado di leggere, dopo l?ascolto, correttamente l?enunciato altrui perché non educato sul piano lessicale morfosintattico e semantico, anche se scolarizzato e perfino laureato e perché cadeva in equivoco, dopo pochi termini, fraintendendo subito, anche perché impegnato già nella risposta, ed essendo incapace di una decodificazione e di una precisa denotazione, tutto preso emotivamente nel suo personale pensiero.

Ne derivava che non c?era un reale rapporto, cioè un scambio reciproco di munera doni (cum e munus questa è l?etimo di comunicazione) tra due elementi paritari (emittente e destinatario) che vogliono dirsi qualcosa di nuovo in una situazione determinata, in un preciso contesto, utilizzando la lingua ufficiale, senza disturbi palesi nel canale, volendo ambedue la soluzione di un problema comune.

In un' Italia dove il 71 % dei cittadini non sa leggere correttamente un articolo, un giornale e tantomeno un libro, non è possibile quindi comunicare qualcosa di nuovo sul piano storico ed è, direi, impossibile fare un punto situazionale, in senso religioso o toccare un argomento religioso, in modo critico: tutto è fede, tutto è un credo intoccabile: per i cristiani, poi, anche se non praticanti, non bisogna parlare male dei santi e tanto meno toccare la figura di Cristo.

I cristiani sono come Pietro l?Aretino (secondo l?epitafio di Paolo Giovio): di tutti disse male fuorché di Cristo, scusandosi col dire: ?non lo conosco?.

Il cristiano cattolico non legge la Bibbia né i vangeli, ma li sente settimanalmente in Chiesa, se ci va, e crede ripetendo quanto ha appreso prima e dopo l?infanzia, senza razionalizzare.

Per lui pensare è credere, praticare la filosofia è una via per la Teologia, sottoporre la ragione al mysterion.

Neanche si pone il problema che essere filosofi esclude essere teologi.

Perciò, per anni, mi sono tenuto lontano e dai cristiani e dai filosofi e dai teologi: conscio di avere un lessico diverso e un'altra lingua, pur parlando la comune lingua nazionale, ho preferito, data la non conformità dei contenuti e dei referenti, non parlare affatto.

E se parlo, ho colloquiato, rimanendo sul piano informativo anche con i componenti, pur laureati e professionisti, della mia famiglia e con i miei amici e paesani.

Solo in questi ultimi anni sto parlando con altri ma solo quando ho una risultanza sicura di lavoro e trasmetto le risultanze, dopo lunghe operazioni pratiche, tanto da poter dire che parlo solo se ho già fatto, se cioè ho costruito qualcosa e sulla base della costruzione, cerco di formulare tecnicamente per poi spiegare quanto ho disposto in ordine con un preciso lessico ed ho selezionato come pensiero, passando dalla prassi alla teoria.

Ho operato allora solo su problemi concreti, di vita quotidiana e di lavoro umile e popolare oltre che di argomenti di politica e società romana e greca, studiando attentamente gli usi e i costumi, il tipico modo di vivere di un pater familias, l'economia di una domus, per definire il suo oikos, il sistema matrimoniale, le parentele, il sistema statale l'organizzazione civile e politica, il sistema viario romano, quello militare e portuale, quello dei pesi e delle misure e delle monete, il fisco e l'erario, il modo di costruire romano e romano-ellenistico e tutto il sistema medico, quello poliorcetico, banausurgico scientifico senza trascurare le artes liberales in un tentativo di comprensione della funzionalità delle singole strutture, in un rilievo degli archontes e delle communitates: ho dato così referenza reale al mio pensiero che quindi non è rimasto solo sul piano significante?significato ma ha avuto concreti valori ideologici.

Non ho fatto spettacolo: per la trasmissione di pensiero è stato un male ma è stato un bene per la comprensione effettiva dei fatti storici: se avessi trasmesso tramite visione spettacolare tramite cinèmi segni in movimento visivo avrei dato immagini diverse dal reale proprio della teoria e dello spettacolo; se avesse cinematografato la storia non avrei fatto storia m aavrei dato l'immagine della storia, la cui comprensione si è verificata avendo materializzato e referenziato ogni suo contenuto in modo anche operativo.

In altra sede è da fare questa precisazione, per ora l?aver fatto confluire in me, soggetto, studioso, la cultura delle artes liberales, aristocratiche e quella delle artes sordidae, popolari, ha determianto una nuova acquisizione ed un? humanitas propria, con un?altra lettura dei codici e della tradizione letteraria e culturale.

Insomma ho lavorato non solo in senso liberalis ma anche sordidus secondo le artes della nobiltà e della manovalanza in modo da cogliere il valore delle masse popolari e con esse il significato reale delle mensae (trapezai- banche) degli operatori finanziari ed economici e i trasferimenti di capitali e le costituzioni di apoikiai/colonie nel Mediterraneo e il fermento reale dei porti, dei mercati e le differenze tra colonie fenicie, greche e giudaiche.

Ho così fatto emergere la vita di un popularis, vulgaris, quella di un eques o di un patrizio, le carriere politiche e contemporaneamente quelle dei militari con gli stipendi, rilevando la potestas di un pater familias, di un legatus, di un augure di un aruspice di un pontifex maximus insomma ho cercato di vedere la realtà di una quotidianità di vita romano-ellenistica per la comprensione dell'epoca imperiale e la diversità da quella aramaica dal confronto stesso delle lingue e dei loro significati in relazione a lemmi diversi, ma equivalenti o equipollenti, dello stesso periodo storico.

Nello stesso tempo ho voluto far vedere il sistema di vivere diverso di un giudeo aramaico e di un giudeo ellenista facendo un preciso confronto di vita quotidiana, rilevando il sistema agricolo del primo, collegato col mondo parto e quello commerciale del secondo, connesso con il kosmos romano e con la domus augusta.

Il primo è fenomeno tipicamente palestinese e parto, mosaico, legalistico e sacerdotale, comunitario (Qehillà ed 'Edah) secondo la lettura dei targumim (spiegazioni della Bibbia masoretica) propria della musar/cultura aramaica, l'altro è fenomeno ellenistico costituitosi in relazione alla potenza sacerdotale degli oniadi di Alessandria (proseuchai e didaskaleia) e al politeuma giudaico alessandrino,.

Il primo è integralista e chiuso nel suo sistema legalistico, antiromano, in lotta perfino con gli stessi confratelli scismatici; il secondo è filantropico ed aperto alla novitas, e da esso è partita la colonizzazione di tutto il Mediterraneo in senso trapezitario e commerciale, conformato al sistema di vita ellenistico, in un tentativo di integrazione sociale metropolitano del giudaismo che, in lingua greca, ha volgarizzato i concetti platonici fusi col Pentateuco, dopo la traduzione della Bibbia ad opera dei Settanta e dopo una strana sincresi culturale ad opera di dottori della legge, ellenizzati, anche se ligi alle regole della lettura biblica secondo i parametri comuni del fariseismo, (interpretazione dia sumbulon-allegorica) in senso antisacerdotale gerosolomitano del sistema letterale sadduceo.

Ho così scritto i tre libri di Giudaismo romano da cui è derivato il rilievo di una guerra bisecolare tra il Kosmos romano, di cultura commerciale ellenica e la società di cultura partica barbarica, insomma di una lotta di un popolo di frontiera che ambiva essere parto invece che romano e che, in nome della comune religione, credo e lingua, rivendicava la sua appartenenza alla Partia.

Ho potuto constatare in questo lavoro la lotta di un integralismo aramaico ricco di figure di goetes, di sophistai, di sette (aireseis) anche armate, tra cui gli zeloti ( e poi i sicari) che si opponevano a Roma mentre la pars dirigente (i protoi sia in senso sadduceo che erodiano)erano favorevoli ai romani che avevano dato uno statuto ai giudei palestinesi, in una suddivisione tale da essere meglio dominata, specie dopo l'apographé e la apotìmesis cioè dopo il censimento.

Nel contempo ho rilevato l'adesione e la volontà di integrazione del giudaismo ellenistico col sistema romano imperiale a cominciare dalla guerra Egizia di Giulio Cesare per tutto il corso della storia della famiglia Giulio-claudia, salvo il particolare momento caligoliano.

Il giudaismo, di lingua greca, aveva una sua cultura sincretistica, in cui aveva fuso un giudaismo farisaico tipico ed era servo di due padroni, l'imperatore e Dio, mettendo insieme cultura tradizionale mosaica e Platone, leggendo la Bibbia dei Settanta in modo originale e commentandola secondo linee, che oggi chiamiamo filoniane, cioè proprie della teoria allegorica di Filone di Alessandria, un discendente di Onia IV capace di mettere insieme anche il commento ad Omero al fine di evidenziare la superiorità culturale mosaica e divina.

Ora i due gruppi di Giudei, quello aramaico e quelle ellenistico, avendo, dunque, due sistemi di vita opposti si evidenziavano nella pratica di vita: i primi erano morti di fame che vivevano di stenti e speravano in un capovolgimento totale della situazione che poteva verificarsi solo con la Venuta del Signore, del Messia che avrebbe fatto grande Israel e avrebbe fatto risplendere Gerusalemme e perciò attendevano in armi ed erano in continuo fermento, in una stasis/rivolta continua, appoggiati dai correligionari partici; i secondi invece ricchi e dominatori di ogni forma economica in quanto detenevano il potere portuale in ogni città specie in Alessandria ed erano l'élite rispetto perfino ai greci e agli egizi. in ogni grande città orientale, dove costituivano l'elemento di innovazione e di progresso, ma erano odiati per la superiorità indiscussa della stirpe anche perché avevano la protezione imperiale.

Il dominio delle banche e degli emporia, il potere assoluto dei naucleroi appaltatori navali di origine ebraica nei porti, l'esazione delle tasse e per i romani e per il tempio, davano agli alabarca oniadi una superiorità indiscussa non solo sui giudei ma anche su tutti gli abitanti delle coste del Mediterraneo.

Il giudaismo ellenistico avendo il sicuro favore della domus augusta e quindi una civitas (politeia) tale da vivere come oggi gli ebrei negli Stati Uniti, doveva subire anche l'odio e i rancori dei popolari aramaici, che sputavano al loro passaggio come se fossero non ebrei specie nel periodo delle feste gerosolomitane quando entravano nelle loro sinagoghe, quando portavano le ceneri e le ossa dei loro morti nei terreni patri delle campagne circonvicine, quando ostentavano la ricchezza dei loro abiti o il lusso dei loro alberghi cittadini, quando facevano le elemosine o quando versavano mine nel gazophulakion e si pomponeggiavano nel recinto dei gentili: per gli aramaici tutto ciò che era ellenistico era male e la ricchezza sterco di Belial; per loro gli alessandrini come anche i cirenaici, i ciprioti e gli stessi antiocheni ed efesini e perfino tutti quegli ellenistici che avevano sinagoghe, xenodochia e cimiteri in città erano oggetto di odio al pari dei sadducei e degli erodiani che, da corrotti filoromani, corrompevano i puri e i giusti.

Ho scritto allora il volume sul Cristianesimo come religio derivata dagli ellenisti, costituitasi ad Antiochia, come comunità scismatica ebraica mista con pagani, staccata dai basileici di Giacomo, che portava avanti il Regno dei Cieli, inserita nel contesto pagano del I secolo, secondo una lezione filoniana poi paolina, sviluppatasi prevalentemente in Asia minore e in Grecia, poi,dopo il periodo flavio in Alessandria e in Africa nel II e III secolo, praticata e corretta, in opposizione alle formule ereticali dell'adozionismo, del ocetismo e dello gnosticismo, del donatismo, nel contempo della pratica comune predominante di riti politeistici, e poi, come religio licita dilacerata da skhismata e da erides, autorizzata in un sistema ancora pagano dominante ed infine come religio absoluta, trionfante, capace di imporre le sue leggi e il suo sistema religioso alle altre confessioni perseguitate e annientate (ebraismo, paganesimo ed arianesimo) sulla base dei decreti di Teodosio I, di Arcadio e dei figli (Teodosio II e Pulcheria) in epoca teodosiana prima e poi bizantina.

Dunque, il giudaismo ellenistico era parte inizialmente ben integrata nel tessuto del corpo romano in senso politico e sociale, economico e finanziario grazie all'apporto degli oniadi di Alessandria che costituivano come un regno ebraico nel sistema romano, armoniosamente fuso con la politica romana cesariana, augustea e tiberiana, da cui era stata favorita nella sua espansione commerciale in uno sviluppo della tzedaqah.

I giudei ellenisti, essendo di cultura del tutto opposta ai barbari aramaici, avevano però, nella propria cultura ellenica una contraddittoria posizione che, da una parte, li legava al sistema romano e,da un'altra alla madre patria, al tempio e a Gerusalemme anche se erano scismatici ed avevano un proprio tempio a Leontopoli: il loro ebraismo era certamente superiore alla filoromanità, come dimostrano nell?epoca di Caligola -che li inquisisce, li rende apolidi atimioi, e quindi inquilini, senza diritti civili, abbandonandoli alle rapine dei greci e degli egizi alessandrini nel 38 d. C. - e nella politica antipalestinese imperiale della Neoteropoiia e dell' Ectheosis. Siccome essi avevano il testo della Bibbia in Greco, avevano anche maestri/didaskaloi, che leggevano in greco e che creavano un'altra legge mosaica come loro lettura simbolica della lettera del Testo e si opponevano alla Bibbia masoretica, la cui lettura ad opera dei sopherim/ dottori, dava risultanza diversa, di cui i targumim erano forme prescrittive, che si traducevano in opposizione agli ellenisti e al mondo romano, considerato intruso ed indegno di calpestare il suolo sacro di Sion. Gerusalemme e il suo tempio erano, però, un immenso affare per Romani ed ellenisti che, quindi, cooperavano con i sommi sacerdoti e creavano le basi di una reale solidarietà, che, invece, venne rotta dagli aramaici e dai seguaci di Giacomo fratello di Gesù, considerati negativamente da Flavio (Lestai, zeloti, sicari).

Avendo tradotto Filone (opera omnia), Giuseppe Flavio (Antichità giudaiche) e Clemente Alessandrino (Stromateis I) ho necessariamente fatto critica testuale e quindi ho operato sul testo greco sia filoniano che flaviano, che clementino, dopo aver lavorato sui diversi contesti ed epoche ed ho rilevato continue modifiche, aggiunzioni e interpolazioni varie, anche perché inizialmente ero alla ricerca del vero testo del Padre nostro di Matteo e di Luca (considerata la differente lunghezza testuale) e dei termini esatti detti dal Signore, i Logia, secondo quanto si diceva che Matteo avesse originariamente trascritto, come tachigrafo, in aramaico, secondo Papia di Ierapolis e poi secondo la lezione tramandata da Panteno, che li aveva ritrovati integri in India.

Di questi logia si hanno forse anche in Marco (10-15) delle porzioni, teoriche, unite ai fatti del viaggio a Gerusalemme di Gesù, della sua entrata in città, del possesso implicito del tempio e del Malkuth sotteso, della reazione sadducea dopo forse 5 anni di predominio partico, e del nuovo assetto politico cittadino e della passione e morte del maran- melek-Basileus, a seguito del ritorno del legittimo governo romano.

Il lavoro di critica testuale è sempre un gran busillis ed è un'operazione complicata anche per una normale poesia e per la valutazione di un poeta o di uno scrittore, figuriamoci su un testo sacro come Bibbia o come i Vangeli.

Fare critica testuale e fare lettura del sacro è interpretare e fare esegesi ed è un compito a cui bisogna prepararsi fin da ragazzi, avere perizia tecnico-formale e abilità semantica conquistate dopo lungo esercizio, a cui bisogna essere educati e formati in modo specialistico ed avere plurime competenze non solo quelle linguistiche e storiche, anche paleografiche, epigrafiche in genere, anche se non bisogna essere necessariamente doctores in sacra pagina ed aver superato gli esami di baccellierato secondo il sistema esegetico medievale, connesso con l'ispirazione dello Spirito Santo e con la conoscenza dei Padri della Chiesa e con la preghiera serafica cfr. angelofilipponi.com esegesi biblica.

Non è neanche il caso che mi addentri sul sistema semantico, centrato sul significato (collegato col referente) che è, comunque, un lavoro complesso di ricerca, prima sul testo e sulle epoche di scrittura e sui passaggi del sistema di tradizione, poi sul sistema specifico di scrittura sul piano grafico, non solo sull'ordo grafico delle lettere (data anche la scarsa preparazione degli amanuensi specie occidentali (esempio quelli di Vivarium di Cassiodoro) rispetto a quelli dei didaskaleia di Alessandria e di Cesarea di Cappadocia: sto parlando di perizia tecnica di uno scriba nel servirsi di papiri o di pergamene, di tipi di scritture (onciale maiuscolo o minuscolo) di differenze sul sistema grammo- morfo-sintattico, diverso, a seconda delle epoche di letterarietà delle scuole orientali, in senso paleografico.

Non si possono nemmeno paragonare le scuole orientali di trasmissione con quelle occidentali in epoca bizantina, come nel Medioevo non c'era paragone tra gli scriptoria arabi ed ebraici, quasi simili, e quelli cristiani ancora barbarici, sia quelli benedettini che quelli di Cluny che di Citeaux, sul piano dell?espressione (una lettera di Bernardo a Pietro il Venerabile svela la chiara inferiorità culturale cristiana proprio nel rimprovero fatto al cluniacense di invitare elementi estranei, di superiore cultura pericolosi per la loro fede): Le operazioni sul codice dei primi sono di estrema fedeltà, quelle dei secondi di grande provvisorietà, per non dire, di massima infedeltà, considerato il dogmatismo religioso e il fanatismo barbarico integralista cristiano.

C'è un abisso culturale tra la civiltà araba ed ebraica, coesistenti e conviventi liberamente, da una parte, e quella cristiana, tetragona nelle sue certezze teologali, da un'altra, ancora nel XII secolo.

Insomma ritengo che in un lavoro testuale solo un'operazione unitaria, che tenga presente il piano espressivo e quello dei contenuti possa conseguire qualche risultanza tale da autorizzare un successivo lavoro condotto allo stesso modo in un sicuro padroneggiamento di quel codice, in cui il testo è scritto per dare quel significato reale, oggettivo, scientificamente tuzioristico, che è quel determinato messaggio veicolato con quel preciso lessico in quel particolare momento storico.

Eppure, nonostante gli sforzi , pur essendomi logorato nel corso della mia vita non sono, devo confessarlo, arrivato a qualcosa di effettivamente concreto e certo: infatti ad una spiegazione probabile tecnica può seguire un'altra non meno probabile anch'essa possibile e quindi facilmente contrastata da avversari: non ho in mano nulla dunque di certo anche perché bisogna ricostruire la situazione di partenza di scrittura e quella di manipolazione, quindi rilevare attentamente e contemporaneamente due particolari momenti storici, con due diversi significati, sottesi al medesimo testo o al testo alterato (cosa non facile a farsi).

Di conseguenza sono stato sempre costretto a tenere presente un testo ma a vederne anche un altro possibile in una determinata situazione e poi a leggerne un altro in una situazione politica successiva in cui c'era stata la probabile aggiunta e interpolazione: con una certa sicurezza, comunque, si potrebbe dire che né la Bibbia né i Vangeli sono ispirati dallo Spirito santo e che la figura di Jesous Christos Kurios è costruita (cfr Christopoiia e Theopoiia di Gesù) sulla base di una reale esistenza di un uomo saggi/o anhr sophos, di professione tecton, non rabbi, che fece azioni miracolose erga paradoksa e che fu denunciato e consegnato ai romani dopo aver attuato per breve tempo il Malkuth, come maran favorito dall'elemento parto, a seguito di una ribellione antiromana che distaccò in epoca tiberiana la regione dall'imperium. Ed inoltre ritengo che a poco valga il parlare di ispirazione, sul testo originale, dello Spirito Santo (una Persona della Trinità da definire nella sua ousia/entità!) quando non si ha il testo originale, ma si hanno solo copie differenti, contrastanti, interpolate o rimaneggiate, espressione di precise umanità individuali di epoche diverse.

Dunque, non essendoci una certezza di testo iniziale, non era facile neppure vedere la interpolazione o le differenze o le discrepanze tra i testi evangelici che, comunque sono tutti differenti e tipicamente umani e perciò rimandano a ben diversi momenti storici, a proprie culture e a specifici registri e non hanno alcuna comune valenza unitaria, se non quella data da varie mani a cominciare dal II secolo, in una continuità di aggiunzioni e di soppressioni a seconda delle necessità culturali dell'epoca.

Dunque il testo in epoca Flavia aveva un suo significato, in epoca Antonina un altro in epoca Severiana un altro.

Inoltre l'interpolazione, la soppressione e l'aggiunzione erano diverse a seconda del periodo di vita cristiana in un habitat pagano e diverso era il rilievo in relazione alle correnti letterarie e culturali di una civiltà politeista in fermento e tesa verso un misticismo sincretistico: ogni cambio di termine era in funzione o ad eresie interne al giudaismo o al cristianesimo stesso, in una difesa di una figura già santificata e idealizzata secondo i canoni paolini cioè di un Christos venuto sulla terra mandato dal padre per liberare l'uomo dal peccato originale, morto e risorto per la nostra stessa futura resurrezione, dopo il suo ritorno; il telos era quello di aver un modello da imitare e da seguire nel breve percorso terreno di vita in attesa di un premio eterno dopo la resurrezione finale.

Perciò mi sono sentito spesso inadeguato al lavoro e del tutto stupido a voler portare avanti un discorso così complesso, così superiore alle forze umane, per di più velato ed oscurato nel corso di tanti secoli col concorso di tante migliaia di uomini (e donne) di fede irrazionalistica e di asceti desiderosi di un premio eterno, promesso da un uomo-dio venuto sulla terra per la loro redenzione, offertosi come modello di virtù nel fare la volontà del Padre, somma perfezione.

Un lavoro continuato per secoli fatto da uomini ?che, in buona fede, hanno operato per il bene della Chiesa, sacrificando la propria vita, cercando una santità di vita- diventa un inaccessibile monte, di cui le Meteore, l?Agion Oros, il Vaticano sono solo una manifestazione, con un enigma mostruoso, non decifrabile.

Non è opera di un uomo poter districare il grande intreccio culturale e letterario di molti secoli; ci vorrebbe un'équipe di specialisti - associati ed operanti insieme per generazioni - che, ben coordinati, potrebbero forse cavare un ragno dal buco! ma sarebbe anche un?impresa pazzesca che potrebbe aver successo solo se ci fosse continuità di studi e di indirizzo (e di potere politico) per secoli!

Perciò spesso mi sono definito pazzo nel mio lavoro e ho considerato inutile la mia competenza, sterile il mio tentativo, sprecata la mia fatica, come quando, facendo un muro di grandi dimensioni non arrivo mai alla fine e vedo solo parziale realizzazione di un segmento operativo, pur avendo in mente il quadro di insieme: solo dopo anni vedo la realizzazione conforme, data la continuità e la tenacia costruttiva nonostante la lentezza di costruzione, relativa all'unicità del mastro!(cfr. E.Boook Narcissus, Mastreià,2011).

Comunque, sono quasi certo che il Cristianesimo Primitivo era fenomeno insignificante e non registrabile nei confronti del giudaismo e della stessa corrente basileica giacomita, attiva in epoca neroniana fino alla fine della guerra 66-73: Sembra che la parabola del fico senza frutto sia da leggere in relazione al ritorno del figlio dell'uomo quaranta anni dopo (- una generazione secondo la Bibbia-) (Mathete thn parabolhn Mc., 11,12-14; e 13,28-32) secondo l?interpretazione di Christianoi di epoca antonina.

A mio parere il cristianesimo antiocheno ha un suo elementare significato culturale iniziale e pochissimo rilievo nel quadro del giudaismo (che comprende la linea diretta dei basileici), ed è ancora poca cosa, nonostante la predicazione scismatica di Paulus-Shaul, elemento di grave disturbo dottrinale, però, sotto controllo e da parte di Giacomo e del giudaismo ortodosso, che, dopo richiami verbali e punizioni corporali e la stessa lapidazione, fallita, a Listra, accettano 40 uomini congiurati per ucciderlo, disposti a sacrificare la propria vita.

Fino al 58 d.C. Paolo e i christianoi erano strani timorati di Dio, che si congiungevano troppo con i gentili ed erano ancora accolti nel Tempio, quindi erano considerati giudei ellenisti, ancora accettabili secondo la legge e quindi avevano in comune la sinagoga ebraica e, dopo la protezione romana ed erodiana e l?appello a Roma del cittadino romano tarsense, in Occidente, forse si attuò qualche cambio o innovazione rituale: solo dopo la distruzione del tempio, nel periodo di Tito e Domiziano, si ha una qualche novitas comunitaria, tipica di christianoi, il cui pensiero è quello platonico filoniano, con la mediazione sincretistica paolina.

Si tenga presente che per di più il cristianesimo è suddiviso già in tante eresie in relazione alle località anatoliche in cui è attecchito o in alcune città portuali greche o ioniche, dove sono irrilevanti sia come numero che come entità sociale.

Due erano le correnti predominanti nel mare giudaico, alla fine del periodo flavio: quella basileica intorno a Giacomo e poi ai suoi discepoli (che portavano avanti il malkuth ha shemaim in attesa del ritorno di Gesù e con questa speranza alimentavano odio e volontà di rivincita contro i romani prima e dopo la distruzione del tempio fino all' insurrezione dell'epoca di Traiano e alla Galut ebraica al tempo di Adriano) e quella paolina ed apostolica che, dopo essersi separata dalla sinagoga giudaica aveva sintetizzato superficialmente un pensiero filoniano, derivato dalla lettura della Bibbia dei Settanta,con l'aggiunta di una Nuova Cena pasquale e di un nuovo Sabato nel giorno della Domenica, con riti misti ellenistici, in una rievocazione della morte e della resurrezione del fondatore Christos, uomo-dio risuscitato dai morti dal Padre.

Il giudeo aramaico nel periodo antonino, dopo Adriano, era scomparso come dissolto nell'impero, rimaneva solo di quanto era giudaico qualche nobile giudeo ellenistico che non aveva più alcun rilievo anche se qualcuno aveva una sua personale auctoritas (Jehudah ha Nasi) nella corte antonina, ma ormai il mito commerciale oniade si era concluso, proprio quando cominciava la sua affermazione una sua radice cristiana, uscita con una certa sicurezza dai contrasti interni ereticali, specie con lo gnosticismo, che venne subito perseguitata da Marco Aurelio.

L'azione di Marco Aurelio è chiara nel 177- 8 e fa i primi veri martiri a Lione nel Ponto ed altrove, ma la motivazione è militare in quanto i cristiani (molto suddivisi) sono renitenti alla leva, professandosi elementi di un altro Regno a cui aspirano tornare subito, e cercano fanaticamente la morte, proprio in un momento di grave crisi economica e di attacchi barbarici ai confini danubiani. ( cfr.Giudaismo romano III)

Perciò lavorando sul piano storico e sulla ricerca di fonti originarie non ho voluto leggere il messaggio di amore giudaico-cristiano poiché rilevavo sempre stragi guerre sedizioni attacchi da una parte e, da un'altra, un'azione commerciale con volontà di kerdos, ophelos e soprattutto l'opportunismo ebraico, in un sistema politico e militare di grande ferocia, barbarico, e mi sono impegnato in minimi lavori sul nome di Gesù, sugli uomini del suo tempo sia giudei che romani che partici, sugli attrezzi del suo mestiere, sui luoghi dove era stato, dove aveva fatto le sue possibili costruzioni, sul gazophulakion, sulle trapezai ellenistiche, su sopherim,/sophistai, sulle monete dell'epoca sui guadagni degli operai, sulle comunità ebraiche.

E mi sono arrovellato a tradurre, a mettere note e a commentare per la comprensione di qualche secondario elemento della storia di quel periodo.

E per meglio operare ho ridotto il tempo o l?arco di tempo di indagine come se fosse quello centrale per l'uomo e mi sono documentato, come meglio ho potuto, con i mezzi a mia disposizione, scarsi, per capire se era successo veramente qualcosa tra il 18 ottobre 31 e la primavera dl 36 d. C.(cfr. Jehoshua o Jesous?, Maroni,2003)

Con metodo ho letto la storia, non solo romana in latino e in greco ma anche quella giudaica e quella partica servendomi di molti fonti e ho zumato sempre sullo stesso periodo facendo spostamenti tematici a ritroso verso il periodo augusteo e quello repubblicano da una parte e verso Caligola Claudio e Nerone, da un?altra segnando anche le vicende del regno parto e di quello Nabateo, rilevando contemporaneamente tra i diversi giudaismi due forme operanti nel mondo romano, una transeufrasica in territorio parto, seguendo le varie comunità giudaiche e poi giudaico- cristiane e infine solo quelle cristiane nel corso dell'impero Flavio, antonino, severiano e della decadenza fino a Diocleziano e all'epoca dei costantiniani e poi dei teodosiani, .senza trascurare la nuova costituzione e le nuova forza dell'impero persiano dopo la fine di quello parto, come oppositore alla potenza romana.

Così facendo ho rilevato nel Cristianesimo due Regni , di cui ho fatto la diversa storia uno il Malkuth ha shemaim fino al 135 d.C., l?altro il Regno di Dio, per come si è configurato in epoca gnostica, e come si è formato in varie situazioni, in relazione alle direttive imperiali, a seconda delle persecuzioni del III secolo e di quella dei primi anni del IV secolo, come avendo avuto fortuna di sopravvivere fino a Costantino, seppure suddiviso in molte e contrastanti eresie, unificatosi dopo la grave crisi ariana, ha avuto pieno potere e quindi ha conseguito un suo status formale, dopo aver creato Christos Theos, la Trinità e migliorato le forme cultuali, grazie al favore imperiale e all?uso dei templi pagani cristianizzati e alla persecuzione e degli ebrei e degli eretici e soprattutto dei pagani.

Ma seguendo questo processo storico è d'obbligo la lettura di apologisti e padri della chiesa: questi si copiano e si favoriscono a vicenda, creando un reticolo protettivo così perfetto che nessuno ormai può scalfirlo, e tentare di negare la storicità e il valore universale di tale religio costituitasi con il lavoro continuo di tante menti eccezionali che hanno operato al fine della supremazia del credo cristiano, in una lenta e progressiva rilettura del Vecchio e Nuovo Testamento codificato e ricodificato (se copia) a seconda della necessitas del momento, da cui dipendeva l?aggiunzione e o la soppressione al fine di chiarire o chiarirsi il problema testuale sorto.

Devo dire che la matassa giudaico- cristiana è così intrigata ed aggrovigliata che più si tira un filo e più si stringono i nessi ed è certamente più grande di ogni matassa aggrovigliata da me vista da bambino.

E ne ho visto tante di matasse, anche quella matassa di lana di mia nonna che noi bambini aggrovigliavamo volendo aiutarla a dipanare nelle rigide sere accanto al fuoco, dopo che si era fatta la tosatura delle pecore e la filatura e che le matasse dormivano nelle ceste, ordinatamente.

La grande cesta con le tante ordinate matasse era una comoda poltrona per noi nipoti che ci giocavamo dentro e tirando i fili ora di una matassa ora di un'altra creavamo un inestricabile intrico di nodi, un groviglio terrificante per la vecchia, al solo vederlo.

La nonna, dopo l'arrabbiatura iniziale, ci dava un paio di colpetti sulla gambe con la verghetta, propria della vergara e ci cacciava dicendo ad ognuno severamente : va, bello di nonna, da mamma tua e poi, dopo torna: troverò io il bandolo!

Allora prendeva uno sgabello e si sedeva davanti alla cesta e diceva fra sé: come le ho fatte, così le dipanerò.

Noi bambini, dopo qualche oretta, tornavamo davanti al cammino grande, centrale, della casa e vedevamo la nonna, soddisfatta a sedere vicino al fuoco, che aveva ?ricapato? tutte le matasse ed le aveva disposto ordinatamente ed aveva fatto tanti gomitoli ben ordinati e aveva riposto tutto nella grande cesta messa sotto la tavola della cucina comune, con una scritta Guai a chi tocca! sotto quel tavolo, dove mangiavano insieme cinque famiglie: Nonna aveva riportato dagli Sati uniti a Folignano, la terra di suo marito, le figlie che erano nate a Weheling (West Virginia) ed aveva un qualcosa di pragmatico nel suo operare funzionale.

Ora io ho smesso di tirare i vari fili di una matassa aggrovigliata da bambini (tali sono tutti i dogmatici) per secoli che più tiravano acqua al loro mulino e più serravano i fili e li aggrovigliavano, volendo dare spiegazioni tecniche nella loro non scientificità e nella volontà di scoprire la verità, rivelata da Dio e siccome non avevano gli strumenti, più operavano e più la nascondevano, non avendo, oltre tutto, il testo originale ispirato.

Ora ho trovato (mi sembra, ma è Vero?) dopo oltre quaranta anni il bandolo della matassa dopo tanta ricerca: è questo il premio a tanta pazienza!Ho avuto fortuna come la nonna Angelina.

Ritengo che la falsa attribuzione di Sophistes a Jesous Christos corrispondente a quella di Rabbi a Jehoshua Mashiah anche se aggiustata in senso divino e trinitario ha in se stessa il bandolo della matassa da sbrogliare: se si falsifica il termine Rabbi/sopisths/didaskalos mediante accertamenti e studi, cadono tutti gli altri aggiustamenti e tutte le operazioni di supporto fatte, non servono più tutte le aggiunzioni e non hanno più valore neppure le soppressioni o il non detto, o il sotteso, nel corso dei secoli.

A nostro parere, essendo stati costretti in molte riprese a fare aggiustamenti su grandi fronti, sulla divinità di Gesù e poi sulla Trinità e sulla natura umana e divina, sulla verginità della Madonna, sulla volontà umana e divina, non hanno fatto attenzione al termine Rabbi/sophistes fin dagli inizi e lo hanno lasciato in sospeso, non corretto adeguatamente, perché preoccupati di dare divinità a quel Gesù uomo, credendo che con la divinizzazione si completa ogni cosa e tutto si può aggiustare: i vari concili fatti erano in relazione al problema del momento e quindi anche essi non hanno tenuto presente Rabbi : un Dio è rabbi, ma non in Giudea dove non può esserci un tale problema: JHWH è ed è ineffabile!

Non ho messo il soggetto dei vari enunciati, lasciato indeterminato come è stato indeterminato il tempo, il luogo e i tanti nomi di coloro che hanno operato, sofferto sacrificato la stessa vita per il bene della Chiesa e ne hanno avuto onori gloria e riconoscimenti nel corso della loro esistenza e dopo morte la corona della santificazione come riconoscimento dell?ottenuto premio eterno paradisiaco!

A tanti beati, bambini, noi abbiamo opposto una razionalità adulta mai convinta di sé, sempre incerta e dubbiosa.

Ora solo osiamo pensare di aver forse capito qualcosa e di aver forse sbrogliato la matassa aggrovigliatissima.

Noi insomma riteniamo che, se si toglie al rabbi Gesù la qualifica indebita della professione di Rabbi come propria apposizione, ed indichiamo la sua reale professione di mastro/tektoon /falegname/ architetto/ Kain su cui possiamo anche discutere, non si può dire niente di quello ch abbiamo detto per secoli sul personaggio Gesù: si sfilano i vari fili della doctrina cristiana, venendo meno i capisaldi della cristianità, crollando tutta l?impalcatura e la copertura fideistica mentre rimane soltanto l?impostazione giudaico-ellenistica.






























una matassa aggrovigliatissima

La morte di un Dio

Roma,gennaio 41: morte di Caligola Theòs


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La morte di un Dio

Flavio (Ant. giud., XI,211) dopo aver parlato della congiura e della morte di Gaio Caligola, conclude dicendo che il sovrano aveva trattato con amore e rispetto i suoi amici Agrippa ed Antioco turannpdidaskaloi, poi era diventato demokraticotatos molto democratico e si era allontanato dalla sua stessa paideia e docsa, nobiliare, propria del perfetto Basileus/re e

i suoi amici, perciò, volta l?amicizia in odio, tramarono e l?uccisero.

Lo stesso Flavio aveva già mostrato all'inizio del libro il farsi Theos di Gaio ed aveva evidenziato l'ectheosis, imposta ai sudditi, (ecsetheiaze d'eauton, kai tas timas ouketi anthropinas hcsiou gignesthai para toon uphkooon autooi/ si deificò e pretendeva che gli fossero dati dai sudditi onori che non erano propri di un uomo), la persecuzione sia contro la Ioudaea che contro i giudei ellenisti, la riduzione di Roma a città normale, dopo aver innalzato Alessandria come capitale, l'esautorazione del senato, l'abbattimento dei privilegi dei cavalieri col conseguente o esilio o confisca dei beni.

Per lo storico Gaio si era equiparato con Zeus, considerato come un fratello, dopo aver fatto la sua celebrazione come dio secondo un preciso cursus di deificazione progettato per gradi, secondo Filone (Legatio ad Gaium), da un'équipe alessandrina a suo servizio in un passaggio da una fase eroica di deità minore ad una crescente intitolatura di divinità maggiore.

Al progetto era seguito una perfetta spettacolarizzazione per il popolo, cadenzata per tutto l'anno 40, con manifestazioni divine (epiphaneiai) in cui veniva celebrato il dio mediante effetti speciali grazie alle invenzioni scientifiche dell'epoca, capaci di presentare Gaio come onnipotente, in atto di scagliare fulmini, di tuonare, dominatore di ogni fenomeno ed elemento naturale, (terra, acqua, aria, fuoco) e di ogni forma di male ...

Ho già mostrato in Caligola il Sublime perfino il culto con cui veniva venerato il Dio Gaio, che aveva un suo gruppo sacerdotale, pagato dallo stato, un suo complesso rituale, propri animali sacri e templi a lui dedicati, e perfino giorni festivi.

Il culto del numen di Gaio era obbligatorio in tutto il mondo romano; in ogni città e villaggio si facevano sacrifici e si dicevano preghiere al Theos Gaio, come avveniva a Dora (Ant. Giud.XIX,308) dove il culto di latria dell'imperatore portava a stasis rivoluzione e a tarachh/ tumulto in senso antigiudaico, anche dopo l'avvento di Claudio, che, conforme ai precedenti editti, dovette decretare che ogni etnos popolo fosse libero di avere uno specifico culto religioso/threskeia, secondo il proprio costume/ ethos.

Solo i giudei aramaici (e alcune frange druidiche) fecero opposizioni, stroncate dal governatore di Siria Petronio Turpiliano che, riluttante, dovette obbedire al decreto di deportazione o di strage, in caso di non ottemperanza della popolazione al decreto imperiale di installare la statua del nuovo dio nel tempio di Gerusalemme.

La morte del Dio Caligola salvò i giudei e lo stesso governatore, lento nell'eseguire gli ordini.

La uccisione, a Roma, del Theos perciò, non fu creduta perché un dio non muore: sembrò una delle tante manifestazioni teatrali e quindi ci si aspettava l' anastasis toon nekroon del Dio.

Per questo Roma fu paralizzata per oltre un giorno e si mosse solo chi sapeva che il Dio era un uomo, che cioè il dio era veramente morto ed ucciso non dai nobili congiurati ma dai pretoriani che, esautorati, reclamavano la liquidazione e che temevano di perderla se il Dio si allontanava da Roma con la nuova guardia del corpo di Germani.

Roma e l'impero rimasero attoniti davanti alla morte del Dio.

Alla theopoiia imperiale doveva aver inizialmente cooperato, in opposizione al team alessandrino greco, Filone di Alessandria in quel momento presente a Roma a capo di una delegazione giudaica, ascoltata, ma condannata in giudizio, da Gaio poco prima della sua morte, che con De Joseph e con la Vita di Mosè poi tanto avrebbe influenzato e condizionato la deificazione di Gesù Christos.

Di Gesù Christos morto nella Pasqua del 36 (secondo i calcoli della enumerazione cristiana errata) solo i giudei popolari aramaici e qualche gruppo di giudei ellenisti aveva pianto la sua morte e nessuno (o quasi) ricordava il suo crimen contro l'impero romano, di fronte all'eccesso di un deicidio compiuto a Roma nella persona sebasth/ augusta venerabile dell'autokartor imperator, del nomos epsuchos legge vivente per gli uomini.

Chi nel mondo cristiano ha chiara questa doppia situazione verificatasi nell'impero romano nel giro di cinque anni, conosciuta perfettamente da giudei, da greci e da latini contemporanei?

Chi, conformato secondo i principi cristiani, ha mai pensato che proprio il Theos Caligola è onorato come Dio anche in Giudea subito dopo la morte del Messia e perfino a Gerusalemme, annichilita dalla coscienza della fine del Malkuth ha shemaim?

Chi di noi cristiani ha piena coscienza di questi eventi? Quale storico cristiano ha mai capito l'ektheosis di Caligola ed ha minimamente pensato ad un collegamento con la vicenda oscura di un ribelle aramaico fattosi maran in Palestina, poco prima, nel corso di una crisi politica romana, in epoca tiberiana?

Filone, ebreo, ci ha mostrato con l'incipit di Legatio ad Giaum entusiasticamente l'inizio del regno di Caligola come avvento di un 'era suturnia, di un delirio collettivo di tutte le etnie dell'impero, innamorate universalmente del suo giovane principe, che però, dopo la malattia, inizia la persecuzione contro i giudei e fa un eccidio in Alessandria che coincide con la morte e la divinizzazione di Drusilla, sua sorella ed amante, come Pantea (Cfr. A FILIPPONI, Una strage di Giudei trad. In Flaccum, testo a fronte E. Book. Narcissus).

Filone, però, non ci mostra la persecuzione di Seiano, tramite Pilato, in Palestina, che dovette generare tragiche ripercussioni, dopo la sconfitta di Artabano ad opera di Vitellio e che, forse dopo la fine del Malkuth ha shemaim, dovette generare pericolose connessioni con i giudei alessandrini.

Perché Filone, Apione e Seneca tutti testimoni oculari ( o quasi ) dei due episodi non hanno realmente mostrato quanto era avvenuto?

Apione così attento a mirabilia (paradoxa), antigiudaico, grammatico nuovo Omero per Tiberio e suo cembalo Cfr Flavio (contra Apionem) ricordato da Plinio il Vecchio, niente ci ha lasciato di questi episodi, nonostante i miracoli (monstra) di Christos.

E Seneca, che è stato ad Alessandria per quasi diciassette anni, spesso commensale dell'alabarca fratello di Filone, ci ha lasciato segni del suo odio feroce contro Caligola e niente dei fatti di Gerusalemme e di Alessandria.

Cito solo questi tre, ma potrei citarne tanti altri a cominciare da Agrippa I, da Lucio Vitellio, da Claudio imperatore, da Agrippina minor che pur lasciarono scritti oltre ai tanti storici tagliati dalla tradizione cristiana...

E Flavio, che conosce bene le fonti giudaiche, sacerdotali, è ben conscio della grave responsabilità giudaica circa la morte del Dio Caligola, ma eroicizza il gesto inconsulto del pretoriano Cassio Cherea, accenna appena alla morte del Christos(Ant Giud,XVIII,63-64) un tekton/Kain non rabbi/sophisths, proclamato dalla pars popolare (sostenuta dagli esseni e dai farisei) Meshiah, preso, vinto ed ucciso dai romani, che avevano risolto il problema armeno-palestinese grazie al trattato di Zeugma...

In conclusione da Flavio, in linea con la tradizione giudaica, ci viene questo messaggio: i romani Tiberio-Macrone-Caligola uccisero il Meshiah e fecero finire il malkuth ha shemaim facendo terminare l'insurrezione popolare in Ioudaea (che poi si propagò in Alessandria, in cui fu fatto il primo pogrom della storia), ma i giudei (Agrippa I e Filone e i grandi trapezitai ellenisti furono tra i maggiori responsabili della morte del Dio Gaio Caligola, venerato dal popolo, da tutta la romanitas. Allora i due eventi non erano comparabili per lo stesso motivo per cui non sono oggi nemmeno da mettere in relazione i due uomini deificati.

Il primo, di sua volontà, si deificò grazie all'exousia imperiale e lasciò certi segni che furono utili per altre divinizzazioni imperiali e non; il secondo, meshiah ebraico sconfitto e crocifisso, fu divinizzato dopo circa tre secoli tra infinite constestazioni, secondo il paradigma caligoliano, dopo la sua definizione di uios e di logos rispetto a Pathr e a Pneuma per la costituzione dell'Unità e Trinità divina.

Il deicidio fu una novitas per gli abitanti dell'impero che constatarono la morte del Dio immortale, ucciso da mortali che realizzarono quanto avevano pensato.

L'idea di morte di Dio si forma dalla referenza stessa dell'uccisione di Caligola ad opera dei congiurati in relazione allo sbalordimento dei contemporanei alla notizia del fatto, ma per noi posteri attribuire la morte di Dio a Gesù, dopo lo scambio di nomen/ nome, di upostasis/persona e di attribuzioni divine, risulta un absurdum artificiale, una costruzione letteraria.

L' absurdum è che storicamente si è archiviata la memoria stessa della divinizzazione di Caligola come opera ridicola di un pazzo, sulla base di una propaganda di ebrei incapaci, nella loro rigida osservanza legalistica, di tollerare un altro dio oltre JHWH e di accettare la normalità della basileia divina ed assoluta ormai imperante, di matrice ellenistica, unificante la varietà etnica romana, mentre si è inventata e conservata quella del Messia sconfitto, deificato, in quanto risorto,

secondo i medesimi parametri, in relazione alle stessa terminologia, usata per l'imperatore romano, in un processo graduale popolare cristiano, durato secoli, grazie alla potenza della struttura organizzativa diocesana/ amministrativa e al sistema finanziario ed economico oniade, diffusi in ogni parte dell'impero.


La morte di un Dio

25 aprile: festa dei Drusi

Anche i Drusi festeggiano il 25 Aprile


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Anche i Drusi festeggiano il 25 Aprile


Il 25 aprile è festa della liberazione dal nazifascismo per noi italiani, che crediamo nei valori democratici e che da quella data siamo nati (pensiamo!) ad una coscienza nazionale unitaria ed abbiamo avuto una costituzione nuova, dopo aver rifiutato la monarchia.

Anche un popolo, sconosciuto a molti e mai riconosciuto nel suo valore etnico e nella sua singolare storia e cultura, dà grande rilievo al 25 Aprile: è il popolo dei Drusi

Il popolo Druso avendo una particolare venerazione per Ietro suocero di Mosé (cfr Commento a Vita di Mosè di Filone , chiamato Nebi Shueib, lo festeggia in questo giorno e mese -dopo che la sua tomba fu eretta nel 1930 sotto i Corni di Hattin - riunendo i vari membri.

Per la festa i drusi vengono dai 18 villaggi di Galilea, dal Libano meridionale, dalle pendici del monte Herman e dal Geben siriaco meridionale, dai distretti di Shuf e Matan: molte migliaia come rappresentanza di un movimento di oltre 200ooo persone, si riuniscono, specie il 25 aprile.

Chi sono I drusi? Sono i seguaci del califfo fatimita al-Hakim (996-1021) ritenuto da Al Darqazi nel 1017 incarnazione della intelligenza cosmica.

Al Darqazi ha un suo singolare insegnamento, che vieta ai suoi fedeli di osservare o di obbedire a qualsiasi precetto morale e di seguire piuttosto un proprio iter sulla base dell'esercizio individuale e della pratica quotidiana in relazione ai vantaggi e ai personali progressi verso la conoscenza di Dio.

La ricerca di via individuale e non collettiva è tanto desiderata da al Darqazi da costringere lo stesso al-Hakim a non far uso del suo nome e a rinnegarlo e quindi a non considerare positivo lo stesso suo pensiero: suo intento è che ognuno cerchi se stesso come un Sufi.(cfr L.V: ARENA, Il Sufismo,PBO,1996)

Solo nel 1019 con Hanza ben Alì inizia il vero culto di Al-Akim, che da quel momento ha una sua forma e un suo reale culto.

In sintesi questo è il suo pensiero, di origne ismaelitica: esiste l'Uno e tutto procede dall'Uno e si torna all'Uno tramite la conoscenza e la coscienza che l'Uno Incarnato cosmico è Al -Hakim.

La vera via della salvezza è solo questa, esclusiva, per cui non sono utili né il simbolismo né le pratiche né i riti di altre religioni I drusi solo infatti sono Muvahhaddun ed, in quanto unitari. conseguono la perfezione!

Scomparsi misteriosamente sia Al Hakim al Cairo che lo stesso Hanza dopo aver investito di auctoritas al Muktana, questi dà quell'impronta di dogmatismo e di rigorosa ortodossia col preciso bando di propagarsi e di tendere al proselitismo....

Da qui tutta una serie di lettere (111) che, raccolte formano il corpus unitario del pensiero druso: Le lettere della sapienza. Esse sono dell'epoca di al -Muktana e alcune sono dello stesso principe, scritte tra il 1021 e il 1042 e formano il sistema canonico druso.

Dalla loro lettura si evince che esistono due tipi di drusi, i saggi e gli ignoranti, gli uni avviati e tesi sempre alla ricerca dell'Uno, gli altri incapaci e/o non ancora abili ad iniziare il percorso delle segrete dottrine della conoscenza e destinati in un'altra vita, successiva, a riprendere la via della verità, dopo la nuova incarnazione...

C'è comunque necessariamente una distinzione tra i due gruppi: i saggi hanno abiti speciali e un turbante bianco; hanno infiniti privilegi e hanno posizioni elitarie nella classe sociale e ogni gioved, giorno festivo, evidenziano il loro grado e la loro specifica preparazione ed anche la loro ricerca, ma hanno il vincolo della continua partecipazione ad ogni manifestazioni e cerimonia cultuale ed hanno il titolo di sceicchi. Essi devono anche andare in meditazione lontano dagli altri, in deserto e lì trovare alternative alla normalità di vita o alla regolarità di ricerca già fatta e conseguita perché devono ricercare forme nuove o diverse, dopo che comunque sono state provate e riprovate da loro varie volte.

Gli ignoranti, invece, hanno una maggiore libertà nel culto e sono molto liberi nel loro sistema di vita, non avendo nessun obbligo se non verso se stessi, la propria famiglia e i propei anziani....

Gli sceicchi, inoltre , essendosi formati in scuole speciali, sono punto di riferimento per gli ignoranti a cui devono mostrare il tragitto mediante l'osservanza delle regole sul bere, sul mangiare sul mentire, sul rubare sul vendicarsi, sul perdonare e specialmente sul pregare...

Infine gli sceicchi in quanto autorità religiosa danno i sacramenti, celebrano i matrimoni e presiedono ai riti funebri,dando anche l' estrema unzione ma hanno anche potere politico e di consgeuenza hanno formato un popolo con una particolare struttura e grande autonomia , pur avendo dovuto subire lotte e conrasti per conservare la prorpia identità, specie coi cristiani e coi musulmani.

Come popolo, i drusi non sono comunicativi con gli altri e quindi sono diffidenti e rudi nei modi a causa delle numerose guerre di difesa sostenutie. Anche se ,comunque,unon hanno contatti e neppure li volgiono; anche se in effetti rifiutano perfino le profferte di l'amicizia altrui, avendo una grande dignità si segnalano e si distinguono per il rispetto che impongono( come i Baschi tra gli spagnoli) e che si guadagnano facilmente, data la loro riservatezza e il loro sitema di vita entro i loro naturali confini come se fossero un 'isola nel mondo, una cellula atipica in un Kosmos.


25 aprile: festa dei Drusi