Il quadrante della vedova

Marco 12,41-44 tratta di una vedova che mette in una  shupharot del gazophulakion due spiccioli /leptà, equivalenti ad quadrante cioè 1/4 di asse (una moneta del valore  di 50 centesimi di euro, cioè di circa mille vecchie lire)

Gesù – questa è la mia ricostruzione del fatto – si trovava nel cortile delle  donne, una zona  che era  separata dal cortile degli israeliti da un muretto ed aveva all’intorno delle colonne, che sorreggevano il matroneo, da cui  si poteva assistere ai sacrifici e alle funzioni del tempio. In questi portici  c’erano 13 bossoli /buche, a forma di corno, disposti in modo che chi passava poteva deporre monete, che calavano giù  ed arrivavano nella stanza del tesoro.

Un fedele, circonciso – era vietata severamente  ai non circoncisi entrare sia nel cortile degli ebrei che in quello della donne, pena la morte: un’iscrizione sulle monumentali porte di ingresso del  tempio vietava l’accesso ai pagani- poteva andare al cortile degli israeliti  dal cortile delle donne, mediante 15 gradini.

Dai bossoli il denaro, dunque,  confluiva, da varie parti, a seconda della disposizione  dei corni,  nella vasta sala del gazophulakion come elemosina  o come tributo per il tempio (la doppia dracma): questo
costituiva il tesoro del tempio dove c’erano addetti al raggruppamento delle singole  entrate, in relazione alle porte di ingresso del tempio  e dove  c’erano depositi pubblici statali con  proprio sigillo, ma anche  di  comunità distinte per segni,  e  perfino di conti  privati, custoditi in sacchetti, dopo che le monete erano state accertate nella loro  autenticità di conio- date le tante contraffazioni- e contrassegnate con il timbro templare   con certificato di probatio,  che attestava  che i saggiatori l’avevano provato e comprovato  (solo allora il deposito era definito  pecunia clusa et obsignata).

Insomma,  il gazophulakion era una banca/trapeza (cfr. A. Petrucci, Mensam exercere, Studi sull’impresa finanziaria romana , Iovine , Napoli 1991), la banca più grande  degli ebrei – perfino di quella di Alessandria-  ed aveva  molti gestori,  con un tamias, responsabile,  di stirpe sacerdotale,  che  -di solito- era collegato con lo strategos, di nomina del sinedrio, ambedue.

Gesù, dunque, era davanti al  gazophulakion.

Perché un profeta, un maestro, un uomo  spirituale  sta davanti al gazaphulakion?  Strano!

Ancora di più mi sorprende che stia seduto proprio davanti  alle bocche del Gazophulakion.

Se fosse un re ed avesse potere censorio, invece, avrebbe anche un significato lo stare presso una delle 13 supharot?!

Comunque, qualsiasi cosa stesse facendo nel tempio, Gesù che stava seduto (kathisas katenanti tou gazophulakiou –  proprio di fronte al tesoro- katenanti  fa supporre una volontà di inquisire ,come anche etheoorei)  esaminava, non stava a guardare, da curioso,  il modo come  l’ochlos popolo  gettasse denaro nel tesoro!.

Marco  parla dell’obolo ( è moneta greca del valore simile al quadrante latino) della vedova,  dopo il tributo a Cesare, a seguito della confutazione dell’errore dei sadducei sulla resurrezione (ouk estin theos nekroon alla zoontoon : polu planaste/ è dio non dei morti ma dei viventi: errate molto), della proclamazione dell’amore del prossimo come primo comandamento, della propria proclamazione come Messia, Signore più che  Figlio di Davide in una correzione della lettura degli scribi, apostrofati come uomini che amano passeggiare in lunghe vesti, rivere saluti nelle piazze  avere i primi seggi nelle sinagoghe , i primi posti nei conviti, divorare le case delle vedove,  fare ostentazione delle lunghe preghiere.

Il  racconto di Marco, quindi, è nodale  in quanto subito  dopo  l’evangelista fa un discorso escatologico, mostrando l’inizio dei dolori e il vertice della tribolazione (tutti termini  spie dell’avvenuta  distruzione del tempio e della città)  per giungere a focalizzare la venuta del Figlio dell’uomo  sconosciuta  a tutti (perfino agli angeli e  allo stesso Figlio) e nota solo  al Padre, per cui  c’è l’esortazione a vegliare  con l’uso  di tre termini  blepete, agrupneite… grhgoreite (anafora  di quest’ultimo con  poliptoto /ina grhgorhi).

Noi abbiamo parlato a lungo di discorsi apocalittici ed escatologici e rinviamo ad altri studi ( Apokalupsiscuriosità– ed altrove ), qui mi preme  rilevare che lo studio sulla vedova  da parte di un maran/ re, che esamina i suoi sudditi (specie sadducei e scribi, filoromani)  versare nel tesoro del tempio, ha un altro valore rispetto a quello dato dalla tradizione…

Dopo la purificazione del tempio, il maran può aver chiesto un contributo ai suoi sudditi ?…come Oro alla patria di Mussolini, fissato per la Giornata della fede il 18 Dicembre 1935?!…

Chi attende ancora la venuta del Signore, come parousia/ritorno, presenza divina, invece,  intorno alla fine del primo secolo d.C. , mira a  risolvere tutto in  un ammaestramento morale secondo quanto detto da Christos  che rileva  come la vedova  (definita non khhra ma auth h ptookhh),   anche se poveretta,  ha gettato  più di tutti (pleion pantoon ebalen toon ballontoon ), dando  una spiegazione divina –  solo un dio può vedere quanto versato e sapere la verità!- di quanto dato da tutti gli altri  (to perisseuon il superfluo) , rispetto al  versato dalla vedova che ha dato tutto ciò che ha, cioè tutta quanta la sua vita/ panta osa eiken, olon ton bion auths.

La conclusione di Marco è, dunque, che la poveretta dà tutto ciò che ha, mentre  tutti gli altri solo il superfluo, in una esaltazione dei poveri  rispetto  ai ricchi (condannati!), degli ultimi rispetto ai primi, in un rovesciamento delle situazioni, secondo la retorica delle antitesi.

Una facile lezione morale, amici cristiani,  puzza -tanto- di inganno, da parte del  nuovo sacerdozio christianos!

Gesù. Meshiah aramaico, methorios , politikos

Gesù fu un messia aramaico, methorios e politikos.

Ho già trattato il problema della regalità di Gesù aramaica,  e quindi del Makuth ha shemaim, ed ho puntualizzato la funzione methoria dei giudei ellenisti, oniadi,  in relazione al sistema trapezitario ed emporico (Cfr. Jehoshua o Iesous? Maroni,2003).

O methorios, da una parte, ed o politikos, da un’altra, sono due  tipici aggettivi  sostantivati che  sono stati  da me per anni connessi alla figura dell’ellenista giudaico- alessandrino, di cultura greca, in particolar modo all‘alabarca di Egitto, espressione di un’attività commerciale e politica  dell’ebreo nell’impero romano. In quest’ultimo decennio, ristudiando e rivedendo  la situazione del Malkuth alla luce delle indicazioni di Marco ( e di Matteo), mi sembra di poter/dovere correggere  la radicale impostazione precedente in senso aramaico del Messia  nel  corso del suo Regno, imprecisato nella sostanza, anche se determinato nella cronologia. 

Se si legge Marco (11,12,13)  è possibile rilevare da una parte l’aspetto della novitas  di Gesù aramaico,  che ha preso il tempio, che ha una sua neoteropoiia/politica nuova, dopo una stasis/rivolta vittoriosa, ma  non precisa la  provenienza della sua exousia/potere/ potestas, mentre ambiguamente  specifica, secondo i criteri zelotici, il suo pensiero  antiromano, senza provocare  dilacerazioni tra i suoi seguaci e senza tagliarsi i ponti per una ricucitura politica con la romanitas dominante, di cui c’è  traccia in ta Kaisaros apodote Caisari kai ta tou Theu Theooi, in un servizio  apparente a due padroni.

Gesù, methorios e politikos  è compatibile  nel periodo 32-36, in un momento in cui l’impero romano non si interessa alla situazione dell’area siriaca e siro-palestinese, mentre  l’impero parthico  sostiene il messianesimo, utile ora alla sua espansione fino al Mediterraneo in una ripresa della politica di Pacoro del 40-38 av. C., in un recupero dell’eredità achemenide e seleucide,

Il messianesimo giudaico autorizzava  Artabano III, collegato con Areta IV, re dei nabatei  e con Monobazo ed Izate,  re dell’Adiabene ad un  intervento militare antiromano  per la riconquista dell’Armenia e della Siria e della Celesiria  e alla definitiva rottura della siepe antoniana dei regni vassalli e delle tetrarchie, imposti dai romani alle popolazioni aramaiche (specie quelle di Erode Antipa, di Filippo)  e all’ abolizione  della provincia  di Siria e  della sotto provincia di Iudaea

A vittoria  conseguita,…  instaurato il malkuth,  purificato il tempio… il regnare era oltremodo difficile per il Messia:  c’erano problemi logistici di collegamento tra gli aramaici di due imperi diversi e c’erano  controversie decennali tra aramaici e  pagani greci e gli stessi giudeo- ellenisti,  c’erano perfino incompatibilità  religiose e commerciali tra i giudei ellenisti e i  greci pagani.

Il regno del Messia,  ricavato entro i limiti del confine romano, era di popolazione mista,  con una popolazione non inferiore ai 1.800.000, di cui gli aramaici formavano un nucleo compatto di 600.000  persone, ma la maggioranza era  quella costituita da  giudeo ellenisti e  da pagani (specie nelle due tetrarchie erodiane e in  Decapoli ,e lungo il litorale mediterraneo), mentre ancora  le forze parthiche occupavano la Siria e l’Armenia ed arrivavano fino al Mediterraneo…

Inoltre gli aramaici non predominavano nemmeno in Gerusalemme e nella Giudea, data l’alta presenza di giudei ellenisti che formavano la classe  dominante sacerdotale sadducea, gli erodiani e gli scribi, che   avevano il supporto dei sebasteni, truppe erodiane consociate come auxilia ai  milites romani,  che, inoperosi, erano nei castra  dislocati in molte postazioni non distanti dall’Eufrate. Inoltre tutta la regione della Giudea  era collegata  con quella di Samaria, di religione   scismatica,  che aveva  una propria Bibbia (Pentateuco e libro di Giosuè) e  con l’Idumea , che,  pur divisa tra aramaici e greci, aveva un consistente gruppo di  elementi di sicuro affidamento messianico, come anche la Perea e la stessa Galilea, da cui era partito il movimento, vincente,  di insurrezione messianica…

Le forze, dunque, del Messia, seppure insediato in Gerusalemme e  nel Tempio, non permettevano un governo della città  e delle zone occupate, circonvicine, secondo la rigida applicazione legalistica della Musar, cultura  aramaica: il sinedrio messianico doveva essere di  varia composizione e comprendeva sadducei,  farisei ed esseni,  erodiani e naziroi galilaici di varia estrazione sociale,  ed era subentrato a quello sciolto,  dominato dai sadducei e dagli erodiani  e  controllato dalle  potenti famiglie di Anano I  e del genero Kaifas (collegato con i cinque cognati,  Eleazar, Teofilo, Gionata, Mattia, Anano II – Per Flavio- che si meraviglia del fortuna del vecchio,  Ant. Giud. XX, 9.1 Anano fu molto fortunato . Infatti cinque suoi figli , dopo che lui aveva goduto dell’ufficio per un periodo piuttosto lungo, sono stati sommi sacerdoti-) e di Anania Boeto Canthera.

Infine il Regno secondo i confini erodiani  (cioè fascia costiera, l’ex tetrarchia di Filippo, la zona transgiordana)  era da conquistare,  come anche il titolo di maran  senza il riconoscimento di Tiberio  (come anche quello di Basileus con  il consenso di Roma)…

Essere Messia  comportava un tenere a freno i vincitori aramaici sia gerosolomitani, che galilaici che parthici,  e quindi  venire a patti con  gli  stessi sostenitori, limitati nella loro esuberanza vittoriosa, e nelle pretese di ricompensa legittima con le funzioni governative e le cariche  (cfr. Marco,10, 35-45), delusi nella spartizione del potere: Il pensiero riportato dall’evangelista non corrisponde alla situazione di accadimento ma  è  collegato con quella di scrittura domizianea ed ha valore anagogico e morale, in una   contrapposizione tra potere pagano dispotico,  per honores  e quello messianico per servitium /diakonia (cfr. l’uso di diakonos  in relazione a doulos   e il poliptoto diakonethhnai – diakonhsai al fine di mostrare l’exemplum di chi dà la vita per il riscatto di molti).

E contemporaneamente sottendeva curare i vinti  sadducei e erodiani e scribi, filoromani e i romani stessi  in quanto bisognava rispettare i greci e specie i giudeo-greci  che si erano arresi senza spargimento di sangue e che  si erano consegnati alla clemenza del vincitore  ed aumentare i rapporti con i giudei ellenisti specie di Egitto e di Cirenaica che avevano finanziato l’impresa, considerato l’immobilismo di Tiberio…

Il messia sapeva bene che le truppe romane erano  e nelle  regioni  a lui nominalmente sottoposte e  in Siria, dove il  contingente era  maggiore, anche se   le truppe  ora erano disorganizzate e  senza capi , specie, dopo la morte di Pomponio Flacco e la mancata rapida sostituzione da parte di Tiberio, più interessato all’eliminazione fisica  dei seguaci di Elio Seiano, -che aveva gestito la questione mediorientale, ed aveva posto  in Iudaea un suo uomo di fiducia, Ponzio Pilato- …

Ben si conosceva l’ attendismo  fatalistico  del vecchio imperatore, la politica, lenta nella rimozione dei  governatori. Tiberio raccontava l’apologo del ferito e delle mosche,  sentenziando che per un ferito era meglio sopportare le mosche vecchie che  ucciderle, perché, morte quelle che avevano a sazietà  succhiato sangue, sarebbero venute altre fameliche, avide: l’imperatore considerava i suoi governatori specie di nomina senatoria, agli inizi del mandato, avidissimi,  che però, si spegnevano col tempo, perché avevano raggiunto la sazietà  e potevano tornare dall’incarico provinciale con molte ricchezze tanto che, partiti poveri,  tornavano ricchi... (Cfr. Flavio ,Ant. Giud., XVIII,174-176). Celebre la  sua  massima:  è proprio di un buon pastore tosare il  gregge, non scorticarlo/ Boni pastoris tondère pecus, non deglùbere  (Svetonio,Tiberio XXXII).

La politica aramaica, immitis,  senza praoths,  barbaricamente violenta, di aggressione, non era possibile  come non era possibile seguire l’exemplum di Giovanni il battista,  la cui rigida vita di recabita, imponeva una dura osservanza della legge, una palingenesis una nuova vita col battesimo di purificazione ad Al Karrar (Betania oltre il Giordano), dopo un’attesa penitenziale ed addestramento militare: il messia, invece, doveva coniugare le tante anime dell’ebraismo e quelle  ellenistiche della società pagana,  per cui blanda era la sua interpretazione legalistica…

Infatti  Matteo (oltre che in 26,6 e sgg   circa il puro ed impuro ed unzione)   in 15,1 mostra, prima, che i discepoli di Gesù non seguono la tradizione degli antichi e nel mangiare  e nel lavarsi  e nell’onorare il padre e la madre  e poi  mette in evidenza Gesù che  definisce i  farisei ciechi e guide di ciechi...  Marco  aggiunge  in 18, 1 sgg un attacco dei seguaci di Giovanni, oltre che dei farisei, sul digiuno  non osservato dai discepoli del Signore   e in genere sul mangiare e bere con i peccatori, specie  con i pubblicani e specificamente  viene condannato lo sperpero,  in casa di Simone il lebbroso, di  unguento di nardo  e della rottura del vaso di alabastro  del costo complessivo di 300 denarii  (6000 euro circa;   si pensi  che a Giuda  vengono dati  30 denarii  circa 600 euro- il valore di un denario è di  quattro sesterzi  cioè di 16 assi; si noti che  con due assi si  può comprare un kg. di pane)

Insomma sembra che Gesù abbia un’altra gestione politica rispetto alla tradizione farisaica e alla  impostazione aramaica, giovannea, e che la sua deviazione sia  scandalosa e perciò marcata da oppositori seppure della sua stessa fazione….

Voleva forse  indicare altre possibilità, oltre a quella aramaica, ai suoi discepoli, pur rimanendo saldo il principio di fede giudaico e mosaico   di Dio solo padrone e padre di Israel ?.

Fu  quella stessa pretoria e censoria  di Erode Agrippa, convinto assertore di  una politica filoromana,  entro cui, però, doveva trovare spazio il giudaismo ellenizzato con le connessioni all’istanza messianica  aramaica !

Fu quella stessa  politica di Giacomo,  che nella sua figura di recabita e di  giusto tzadik, di baluardo del popolo aramaico  si faceva garante con i governatori filogiudaici (Fado, Tiberio Alessandro, Felice ) del comune  affare delle festività  ebraiche, assicurate nella loro regolarità,  lasciando aperto e il canale ellenistico e  quello aramaico, finché, cessata la collaborazione censoria e finanziaria  coi romani -ormai decisi ad estirpare   il cancro aramaico  ed ebraico ellenistico- riprendeva decisamente la politica  militaristica, esclusivamente aramaica, facendo sequestri ed  attentati  contro sadducei ed erodiani e contro i nemici romani.

La sua morte risultava  per Giuseppe Flavio l’inizio della fine del Tempio di Gerusalemme e di Gerusalemme stessa:  il giudaismo aramaico, fusosi con quello adiabene e mesopotamico, collegato con  quello idumeo, galilaico,  peraita e con gli ebrei scismatici  alessandrini  più intransigenti,-che erano stati rovinati della politica finanziaria dell’ultimo Nerone,- andavano alla  guerra contro i romani convinti che Davide  avrebbe vinto Golia  e che i più deboli avrebbero superato i più forti, sicuri che a Dio niente era impossibile e  che perciò  si sarebbe verificato miracolosamente  l’evento salvifico …

Si potrebbe,  dunque, inferire che  da Gesù derivi una doppia via operativa, mediante  due metodi diversi in relazione  alle 613 prescrizioni della legge utili  (sebbene in modi differenti)   a conseguire il benessere dell’anima e  quello del corpo?.

Ora,  siccome il popolo non ha la capacità di percepire  la natura delle cose spirituali, espresse in  forma esplicita o forma metaforica, allora per ogni massa occorre fare le correzioni delle condizioni di esistenza,   cosa che si consegue solo con l’eliminazione dei torti reciproci,  da una parte,  impedendo all’individuo  di compiere la propria volontà e  allontanando  le mete alla portata delle specifiche capacità, costringendo a fare quanto è utile alla collettività e, da un’altra , formando costumi utili alla comunità  tali da rendere la città ordinata.

Il benessere dell’anima non si consegue se non si raggiunge quello del corpo: si vuol dire cioè che bisogna assicurare lo stare bene  nella migliore salute, avendo tutte le cose necessarie a vivere  (casa  famiglia, cibo, denaro,  ogni cosa buona ed  utile al soddisfacimento degli appetiti umani)  non solo per un individuo o gruppo familiare ma per una comunità politica, perché l’uomo  è un animale  per natura  razionale  e politico, un vivente consociato che pensa prima alla propria sussistenza personale  poi a quella dei famigliari ed infine agli altri, come prossimo, facente parte dell comunità,  con cui condividerà  le cose, anche se  teso ad un  vantaggio, comunque,  sempre proprio.

Il benessere dell’anima  è di ben altra forma,  in quanto si cerca iniziando il proprio percorso  purificandosi col rifiuto  della pars corporale  (tengo presente il sistema sia degli Esseni che dei Terapeuti che  si disfano di ogni patrimonio e lo cedono a  parenti)  allontanandosi dagli altri e vivendo in comunità o in solitudine, tendendo  a sviluppare la razionalità  in atto, con un intelletto in atto, in un’ ansia e volontà di conoscere  tutto ciò che è possibile e tutti gli enti, in ragione  della perfezione ultima/teleioosis ,  che non consta di azioni o di costumi, ma solo di opinioni, come risultanze di una speculazione razionale  e  come conferma  di uno studio fatto.

Maimonide,  a proposito della legge e della perfezione ultima,  dice: la legge di Mosè nostro maestro  ci dà il vantaggio  di entrambe le perfezioni insieme: ossia crea le condizioni  migliori in cui  gli uomini possano vivere   gli uni con gli altri,  eliminando l’ingiustizia, e concedendo un carattere  nobile e virtuoso, così che gli abitanti del paese possano sopravvivere e perpetuarsi  secondo un unico ordine, affinché ciascuno  di essi raggiunga la sua perfezione prima, e le credenze  e le opinioni  corrette con le  quali  si raggiunge la perfezione ultima  (Cfr.la Guida dei perplessi, a cura di M. Zonta, Utet,,2013).

Quindi per Gesù maran  assicurare la giustizia  con tutte le condizioni politiche  è il primo compito, anche se  impossibile da realizzare in una comunità  composita, per dare un benessere corporale  …

La musar contempla di  fondere  le due perfezioni dando rilievo prioritario a quella corporale senza la quale non è pensabile nemmeno l’intelligibile benessere spirituale,,.

La paideia insegna philanthropia, ad essere uomo, ad  amare l’uomo come altro se stesso (Homo sum: humani nihil  a me alienum puto  Terenzio, Eautontimoroumenos ,77) in un adattamento  in situazione  e  a superare la prova/ ostacolo in relazione al proprio ingegno,  ad essere faber del proprio destinovivendo  moderatamente, secondo natura e  ragione, conseguendo uno stato  di eudaimonia in quanto anhr theios, capace di discernere tra le cose che esistono, e quelle  che dipendono da noi,  quelle che non dipendono da noi, servendosi della proairesis.

Questa  distingue, secondo la cultura stoica, i  fatti nostri  e li sottopone ad un razionale controllo  (giudizio di valore, impulso ad agire , desiderio, avversione, amore e ed ogni altro sentimento) da quelli non nostri  ( i nostri averi, le opinioni che gli altri hanno di noi, la cariche pubbliche ,  qualsiasi cosa  che non dipenda da noi esseri umani, ma da cause esterne).

Ora, Gesù regnando su ebrei e pagani, con un Tempio da gestire, un tesoro senza pari, con alleati armati  entro i propri confini e con nemici invasori, vinti, ma ancora sul proprio territorio, doveva per forza  praticare una politica di moderazione, quindi impostata sulla metrioths e non sulla ferocia barbarica.

Noi abbiamo cercato con pazienza, in tanti anni di  studio, i segni di una politica nei vangeli sinottici di  un Gesù Methorios, uomo al confine tra due regni, un aramaico moderato, che ha insegnato una doppia via, una seguita dal fratello Jakobos,  quella naziroa del Malkuth ha shemaim, ed una da Shaul  Paulus ed evangelisti,  che  hanno,  poi,  a seconda delle  situazioni,  sviluppato  in modo personale, l’eredità politica e  spirituale del  Maran, Re/Maestro, martire aramaico.

Da lui dunque derivano  e la via seguita da Giacomo  e dagli aramaici, che vanno ciecamente, fiduciosi solo  in Dio, alla guerra, alla distruzione  del Tempio , ed arrivano, dopo la rivolta del 115-116, allo sterminio con Shimon bar Kokba –  e quella dei Christianoi antiocheni e di Paolo che, seguendo la metriotes, fondendo  musar e paideia, tradizione ebraica e pagana, rompendo con la sinagoga- inquisita  e condannata dalle autorità- hanno una loro possibilità di sopravvivenza nel territorio romano, nonostante le differenze di lettura,  a seguito di skimmata ed erides ecclesiali, della medesima lezione del Signore e sopravvivono secondo  una propria gerarchia, greca, in relazione alle zone di diffusione della Basileia tou Theou.

Giacomo, dopo un lungo periodo di connessione con i prefetti romani,  irrigidisce la sua politica, specie negli ultimi anni di governatorato di Felice  nell’interpretazione integralista mesopotamica  del pensiero del fratello  a seguito della scoperta dei piani di distruzione romana dell‘ etnos giudaico,  mentre Paolo  e gli evangelisti  seguono l’indirizzo moderato di comunione tra giudei e pagani e  costituiscono   su una struttura retorica  una nuova base teologale e celebrano il mito di Gesù (figlio di Dio e di una Vergine, che,   venuto in terra  per redimere il mondo  dal peccato originale, ucciso dal suo stesso popolo,  risuscita)  e lo rievocano  con riti  come modello di vita e lo considerano nomos empsuchos.

Vediamo, dunque, come Gesù sia stato per ambedue le vie una guida ..

Non è facile seguire la doppia indicazione di Gesù (cosa  che richiede esami tecnici linguistici e storici):  in questa sede portiamo solo alcuni esempi di moderazione  politica che ci autorizzano a definire il Messia o politikos  Cfr A Filipponi, Giuseppe o il Politico , eBook Narcissus 2011) e trascuriamo tanti altri.

Scegliamo, tra i tanti,  due episodi, quelli più famosi, tratti da Marco.

ll  primo  (11,27) racconta di Gesù  che, tornato a Gerusalemme per la terza volta, passeggia nel Tempio  (viene usato il termine peripateo , aristotelico che indica un camminare e discutere con altri  forse nel cortile dei gentili  ), come uomo, che vincitore, domina la scena  col suo seguito di naziroi…

Il passeggiare  sottende  che già ha fatto l’ingresso trionfale, davidico, in città, seduto su un puledro, tra gli osanna popolari, ma a sera del giorno del 7 nisan, periblepsamenos tauta avendo attentamente guardato intorno le cose, ecselthen eis Bhthanian metà toon doodeka uscì in direzione di Betania con i dodici.

 Peripatein sottende anche  il possesso del tempio  da cui ha scacciato quelli che comprano e vendono, avendo rovesciato i tavoli  dei trapeziti, cambiavalute, e  banchi dei venditori di colombe  facendo da despoths queste azioni e rimproverando,  secondo i logia di Isaia (56,7) e di Geremia (7,11)  che il tempio è diventato una spelonca di ladri  quando è un luogo di preghiera ed impedendo di portare oggetti attraverso l’area templare.

L’evangelista, quindi, implicitamente  dichiara che Gesù ha svolto la sua funzione militare avendo non solo  exousia  strategikh/potestas praetoria ma anche h toon dhmàrchoon exousia / potestas  tribunicia.

Queste cose erano state fatte  (si rilevi che poieoo è verbo molto difficile da intendere  e che ha molti valori dal generico fare a creare di Dio kosmopoihths)  il giorno 8  di Nisan e i  sommi sacerdoti e gli scribi volevano ucciderlo, quando Gesù era nel cortile degli ebrei, ma temevano la folla: Gesù era andato via ed era tornato otan opse  egeneto, quando giunse la sera,  in una zona tra Betfage e Betania, il suo centro militare operativo.

Il giorno dopo , 9 Nisan,  stando Gesù nel cortile  dei gentili (non era entrato ancora in quello degli ebrei), mentre passeggia (con la Thiara parthica?!),  si presentano i sommi sacerdoti, gli scribi e gli anziani, insomma il sinedrio al completo, filoromano e chiedono: en poia ecsousia (dativo singolare, con alfa ed iota sottoscritto) tauta poieis; con quale potere  fai questo? ed aggiungono per meglio precisare la domanda  h tis soi edooken thn ecsousian tauthn ina tauta poihis /o chi ti ha dato il potere di fare questo?,

La domanda, pur duplice, è una in quanto la seconda è pura richiesta del nome del datore di ecsousia, che tutti conoscono, ma  non dicono e vogliono invece che Gesù lo dica espressamente.

Insomma si fa una richiesta ufficiale: chi rompe l’ordine stabilito nel  tempio stesso? con quale autorità lo faccia? Qui non si parla di autorità religiosa, di parola, di  disputa …

Le due precise domande sono fatte a chi ha turbato la normalità commerciale del tempio e quindi sottendono  la presenza armata  di chi ha preso militarmente  il tempio,  annientando anche la guarnigione romana sulla Torre Antonia e le truppe  templari  col loro strategos.

La prima domanda sottende che Gesù ha  potestas  sul popolo (ochlos) – i leviti, il piccolo  e medio sacerdozio, gli artigiani  e i militari zelotai   che l’acclamano meshiah  e che  riconoscono in lui i segni della elezione divina  dellunto del signore; la seconda è in relazione all‘ecsousia politico-militare, tipica del popolo romano cioè dell’imperatore e del senato -dai quali dipende la provincia di Iudaea col Tempio di Gerusalemme-  e fa intendere  che si conosce  il  sostegno straniero (quello di Artabano III e di Areta IV) e si vuole una dichiarazione  pubblica della  reale autorità messianica.

Dunque il sinedrio  esige  una  risposta  politica, pubblica,  da chi ha interrotto la normalità del Tempio gestito dai sadducei, protetto dai milites e  dal diritto/ Ius romano.

Gesù si mostra o politikos , un politico abile nella comunicazione, diplomatico: non risponde alle domande, ma ne fa un’altra marcando sempre il termine  ecsousia  e pone una condizione, (con un periodo ipotetico di II tipo) in tono imperativo: se mi risponderete, vi dirò con quale potere faccio queste cose: to baptisma to Jooannou ecs ouranou hn h ecs anthroopoon; apokrithte moi/ il battesimo diGiovanni era dal Dio o dagli uomini? rispondetemi.

E’ una sfida al sinedrio!  c’è coscienza  da parte del Messia di avere in pugno la situazione politica e di essere il vincitore, a cui i settanta  devono piegarsi, allinearsi, inchinarsi – anche perché rischiano la vita – e dichiarare ouk oidamen/non sappiamo, costretti a professarsi ignoranti  davanti al popolo e quindi  a rassegnare le dimissioni…

E’ la massima umiliazione per un sophisths: un maestro di vita  che non sa, perde  il diritto di guidare ed ogni dignità, che deriva dalla  saggezza profetica!…

E’  ammissione pubblica di non aver riconosciuto i segni della missione divina di Giovanni, della sua ecsousia celeste,  di averlo lasciato solo davanti al potere romano ed erodiano, di averlo così condannato a morte …

Il ragionamento del sinedrio, anche se  individuale,   presuppone già nel verbo dialogizoo una febbrile attività interiore razionale, al fine di una soluzione possibile  all’aut aut  del Christos,  con la pressione imperativa dell’immediatezza della risposta.

La coscienza che qualsiasi  delle due risposte sarebbe stata non giusta  ed avrebbe avuto ripercussioni sulla stessa  incolumità sinedriale, aumenta l’incertezza  dei singoli e determina la confessione di ignoranza, unica possibilità di reale salvezza.

Infatti per l’evangelista  ognuno degli oppositori,  che pur desiderano la risposta ufficiale, da inviare  al senato e all’imperatore  romano, ha la coscienza di correre un pericolo mortale o da parte del Messia o da parte del popolo: dire che il battesimo di Giovanni era dal cielo significava  ammettere  davanti al Signore, annunciato dal precursore, la propria colpa e  confessare di  non essere uomini di Dio, ma suoi nemici e quindi  giustificare la condanna a morte in quanto menzogneri; dire che derivava dagli uomini, equivaleva ad  una condanna alla lapidazione popolare  perché Giovanni era considerato propheths.

Un vero politico è Gesù che realizza i sogni dei suoi seguaci aramaici, vedere umiliati e rei confessi i nemici, ma  moderato nella vendetta, come un ellenista  che si rifugia  nel rifiuto di comunicazione con uomini non degni, menzogneri! Infatti dice: neanche io dico con quale autorità faccio queste cose.

Matteo (21,23-27)e Marco  dicono sostanzialmente lo  stesso pensiero e  scrivono la stesse parole  oude egoo legoo umin en poia ecsousia tauta poioo, mentre Luca (2.1-8) fa una premessa  su Gesù che in quei giorni istruisce il popolo nel tempio ed annuncia la buona novella, per cui il resto del racconto, seppure simile a quello degli altri evangelisti,  assume un valore solo morale.

Il secondo episodio (Mc12,13-17), è quello che più di ogni altro mi ha fatto perdere sonno (cfr. Il tributo a Cesare in Jehoshua o Iesous ? cit. pp. 173-179)

Il vecchio sinedrio non ha  più potere in Gerusalemme  e Gesù ne sta formando  uno nuovo.

Da oppositori nascosti, dopo la paura del precedente incontro,  vengono inviati al Signore/Despoths  farisei (di cui non si conosce il preciso indirizzo- di norma  i farisei sono molto fedeli al Messia-) ed erodiani, intenzionati a comprometterlo ulteriormente  coi romani.

Questo è l’effettivo valore della  proposizione finale ina auton agreusoosin logooi in quel cotesto e in quel contesto: il verbo agreuoo è dell’area semantica della pesca ( o caccia)  ed indica un pescatore/cacciatore agreus  che con rete  (o amo o laccio) fa preda (agreuma): quindi qui si vuole prendere  al laccio il Messia  con qualche parola (logos)  da riferire ai mandanti romani.

I richiedenti sono politici, uomini che sanno conquistare  il proprio interlocutore  con la retorica ed usare la  captatio benevolentiae  e che lo chiamano maestro (didaskalos /rabbi non è dell’epoca tiberiana!) Despoths /maran, affermando di sapere (oidamen) che lui è  alethhs (non menzognero),  che non guarda in  faccia  gli uomini   e che segue la via  di Dio secondo verità: essi, seppure retoricamente, prima professano di riconoscerlo come Messia e poi chiedono: ecsestin  dounai khnson kaisari  h ou;  doomen h mh doomen;

La domanda è come quella di Gesù precedente: si può rispondere solo si o no  e la risposta ha valore di una dichiarazione di guerra se negativa, se è positiva ha valore di  negazione dell’impresa  messianica, di fine  del Malkuth ha shemaim e ritorno alla normalità di soggezione alla romanità con la conseguenza della lapidazione del menzognero che ha tradito le attese popolari.  

Diamo o non diamo ? come congiuntivo esortativo, in forma interrogativa ha  significato pratico finanziario  che necessita di un’azione concreta di sborsare telein  (non dounai azione sponta nea!)quanto dovuto al senato e all’imperatore: o si dà il dovuto a Cesare  e si  torna sotto il controllo della  censura romana e dei pubblicani;  o non si dà  il denario perché già moneta impura  in quanto ha l’effigie di Cesare, non toccabile per il giudeo puro ,  che non si serve del denario o, caso mai , usa siclo e suz  (con l’implicito ritorno dei banchi dei cambiavalute) e si riprende lo stato di belligeranza, dopo la pausa della purificazione del tempio…

Dato l’uso della prima  persona plurale doomen h doomen? sottende un ravvicinato colloquio tra chi chiede  e chi deve rispondere, un guardarsi negli occhi di emittente e ricevente e tutti quelli che seguono le due parti   coinvolte emotivamente nella stessa drammatica azione, e risulta un confronto, quasi un diretto incontro-scontro, tra  avversari (non nemici)…

Sono, dunque, concrete domande in relazione al modo di comportamento quotidiano coi pubblicani,  che implicano la volontà di conoscere il  reale pensiero del Meshiah,  che ha ecsousia tamieutikh potere censorio…

Bisogna vedere  che Gesù  sta  col nuovo  strategos del tempio e con il tamias  amministratore  e quindi anche col suo clero fedele di esseni  che, hanno sostituito i sadducei. Non  deve sorprendere in tale situazione la richiesta di portare un denario  al suo interlocutore, che è in febbrile attesa con gli altri farisei, intenzionati, anche secondo Matteo,  a prenderlo in trappola mediante la parola (Pagideusoosin en logooi)!

Il problema sulla liceità  del tributo romano e sul dovere giudaico del pagamento comporta da una parte l’esclusione  dal cleronomos  dei figli con  scelta di un altro popolo eletto e da un’altra la fine del pensiero theocratico  di Dio Padrone unico di Israel, proprio ora che c’è il Meshiah, che è stato instaurato il Malkuth ha shemaim...

Ogni uomo presente nel cortile degli  gentili si attende, invece,  un solenne pronunciamento e quindi che il meshiah  sancisca definitivamente  il diritto ebraico del cleronomos  ed abolisca  il dovere pagare il tributo ai romani, come aveva fatto Giuda il gaulanita….

Gesù, incurante dell’ipocrisia farisaica  e della malizia,  comanda che gli sia portato il denario per vederlo (pherete moi dhnarion ina idoo).

Gesù osserva, (senza toccarlo) il denario  con la testa di Tiberio laureata e volta a destra, e  legge l’iscrizione TICAESAR DIVI C AUG. F AUGUSTUS  e forse (per prendere tempo) vede (dopo averlo fatto girare)  anche il retro con la figura di Tiberio che guida una quadriga   e che ha nella mano destra un ramo d’alloro  e nella  sinistra uno scettro con aquila,  con sotto scritto  gli anni  del pontificato massimo  e quelli del suo regno.

La domanda tinos h eikoon kai h epigraphh; di chi è questa immagine e l’iscrizione ?, scontata,  è stata per secoli  letta dai Christianoi come fatta non secondo l’epoca  tiberiana,  ma  secondo  quella flavia quando il tempio non esisteva più  e già Vespasiano aveva  stabilito un nuovo tributo  fiscus iudaicus da versare conglobato, nel fisco imperiale …

La valenza significativa è diversa  a seconda dei tempi, specie se c’è stata la stasis vittoriosa messianica: non si può leggere la  risposta di Gesù come accettazione del potere romano  e come suddivisione di campi  come  frase  che sancisce  un doppio servitium ad una doppia autorità,  distinta in una umana e in una divina, paritariamente, da parte di un Messia, spirituale, figlio di Dio; si deve leggere invece  come una risposta di un politikos che nel  contesto templare,  da Meshiah,  che è entrato trionfalmente in città ed ha preso il tempio, ed ora, dopo la purificazione, in un clima festoso,  mostra  clemenza e moderazione, a vittoria conseguita.

La richiesta del denario è in relazione alla già studiata risposta, spettacolare,  tanto da destare meraviglia  in tutti (ecsethaumazon), come segno di una diplomazia politica, tesa a non  tagliare ogni ponte  col potente nemico, momentaneamente sconfitto, date le infinite risorse finanziarie economiche e militari  dell’ imperium romano…

C’è coscienza della propria precaria situazione regale, methoria rispetto ai Parthi e ai romani…

C‘è una logica  di rispetto per i romani, con una coscienza della propria propria  missione ancora da ultimare;  rinviare, quindi, è atto  astuto  che permette d i  soprassedere  e procrasticare  circa la liceità e il  gioco -antitetico – del pagare (telein ) o non pagare.

Da  politikos,  Gesù  sa bene che il suo Malkuth  è uno stato vassallo, associato all’impero parthico, non riconosciuto da Roma  e quindi è abile a lasciarsi uno spazio  diplomatico per eventuale tregua  in attesa di  avvenimenti, da opportunista eukairos,  capace di tranquillizzare i  suoi irriducibili galilei  integralisti con un sguardo di intesa e di complicità, negante perfino  quanto si dice espressamente per convenienza politica: la parola contraddice l’azione e l’azione la parola.

D’altra arte non si espone coi suoi detrattori politici  che cercano  materiale  orale da inviare  al senato romano e all’imperatore, come atto di accusa  connesso con  gli accadimenti dei giorni pasquali: la sua  doppiezza nasconde sotto  l’ufficialità del detto ambiguo  tutta la tradizione di odio aramaico  secolare  contro Roma, sottesa  nello Shema  basata sul  timore di un solo signore, immortale .

Il breve scambio  domanda-risposta  tra il Messia e l’interlocutore sintetizza la conclusione rapida della discussione  e la tronca  (Tinos h eikoon auth kai epigraphh?.. Kaisaros)  bruscamente – con tono autoritario – una doppia frase iussiva, strutturata secondo una perfetta simmetria  con ellissi  di apodote nel secondo membro  della proposizione coordinata che  è giustamente diventata apoftegma  di rara efficacia morale, mirabile per la società cristiana- abile opportunisticamente  a servire ora l’uno ora l’altro- .Ta kaisaros apodote Kaisari, kai ta tou theou tooi theooi è ancora oggi di attualità…

Dunque, si può dire che Gesù dimostra ha una sua abilità politica, congiunta ad una  retorica basata sul gioco dell’equivoco e   dell’ambiguo,

Gesù  segue il modello di Areta IV, che agli inizi del regno, domina sui nabatei senza il  riconoscimento romano, poi si avvicina a loro tanto da essere riconosciuto come socius  ed infine  accoglie come ospite e Petra sia Germanico, che ha  imperium proconsulare maius per  l’Oriente,   che Pisone, governatore di Siria, anche se rimane sempre ambiguo nella sua politica?

L a politica di Gesù e quella di Areta IV possono essere in relazione specie dopo la fine del matrimonio venticinquennale di sua  figlia Dasha, ripudiata da   Erode Antipa, per sposare sua nipote  Erodiade sorella di Erode Agrippa, a seguito della decapitazione di Giovanni?..

Il vecchio monarca  seguace  del Giovanni il battista fu  guida politica anche per Gesù?: Tiberio inviando nel 35 in Siria  Lucio Vitellio gli dà mandato di punire Artabano  III e di portargli  vivo o morto la testa di  Areta….

Gesù, o politikos, inoltre non si vede  nel colloquio con Pilato? cfrMatteo 27,11; Marco 5, 2-15 , LUCA 23, 2-5.  Alla domanda  del procuratore  Su  ei o basileus toon iudaioon; tu sei il re dei giudei? Gesù risponde su legeis tu dici  (cf.  Pilato in Jehoshua o Iesous?pp.231-235, cit) da aramaico  atta amarta/tu dicis (latino) ribadendo quanto detto dall’inquisitore senza intenzione personale di positiva dichiarazione:  il giudeo sa quanto è inviso il termine basileus in Roma e quanto complesso sia invece il termine meshiah per un goy/pagano, che non può  comprendere la struttura intima della connessione di ieroosunh sacerdozio  con l’unzione regale  giudaica…

 

Betsaida o Cafarnao?

Per un pescatore aramaico era più conveniente vivere a Betsaida o  a Cafarnao, in epoca Tiberiana?

Betsaida, era, sotto il regno di Erode il Grande 38 a. C. -4 a.C,  un paese, i cui  abitanti erano  quasi tutti  agricoltori e i pochi, che facevano i pescatori,  stentavano a campare.

I pescatori erano  ebrei  di lingua aramaica,  che avevano una barchetta, lasciata sulla spiaggia,  fissata alla meglio, ed avevano legami stretti con le popolazioni della Traconitide e della  Gaulanitide  e tramite queste, con i correligionari  Parthi, stanziati oltre Il confine dell’Eufrate.

Probabilmente a Betsaida  i giudei erano analfabeti ed avevano solo una tradizione orale biblica (Torah she be’alpé): avevano avuto un’istruzione sommaria ad opera di  maestri  di sinagoga, dal periodo di Giovanni Hircano, (re asmoneo dal 134-al 104 a.C) che avevano fissato  le prescrizioni  più importanti, che venivano  ricordate nel corso delle preghiere giornaliere dal Kohen ( per pregare bisogna essere in almeno dieci persone-minian-, oltre a colui che intona Shema , Israel, Adonai elohenu, Adonai echad )…

I giudei, pescatori,  stazionavano  sempre sulla rive del lago di Gennezaret, che  era abbastanza lontano dalle case (circa 2 km) e  normalmente depositavano il pescato  nell’altra sponda, oltre il Giordano,  dove correligionari compravano il loro pesce perché formavano una comunità  ebraica,   che  aveva depositi  per l’affumicatura,  per la essiccatura e per l’imbarilamento.

Alla morte  di Erode il Grande,   Betsaida era toccata in eredità  a Filippo, il figlio di Cleopatra gerosolomitana, che  aveva avuto Traconitide, Iturea, Paneas, Auranitide e Gaulanitide;   ad Erode Antipa figlio di Maltace samaritana, erano capitate Galilea e Perea,   col titolo di Tetrarca  per entrambi , mentre  Archelao altro figlio di Maltace,  oltre il titolo di Etnarca,  aveva il potere su ogni altra parte della provincia di Iudaea, tranne la costa mediterranea, concessa a Salome, sorella del grande Re.

Questa divisione divenne un male per i pescatori di Betsaida specie dopo che Archelao nel 6 d. C. fu esautorato da Augusto,  che  creò la  sotto provincia di Iudaea, (Idumea, Samaria e Samaria ) alle dipendenze di  un procuratore imperiale, sottoposto al Prefetto di Siria.

Ora i pescatori dovevano pagare  se volevano passare il confine  del Giordano,  perché entravano sotto la tetrarchia di Erode Antipa,  che imponeva una tassa, concordata  col procuratore romano,il quale aveva stanziato  una guarnigione militare all’uscita da Cafarnao,  per proteggersi da pericolose congiunzioni ed alleanze tra aramaici , vista la rivolta di Giuda il Gaulanita, di recente repressa.

I pescatori dovevano pagare una tassa  quando si  attraversava il confine tra la tetrarchia di  Erode Antipa e quella di Filippo  al centurione, comandante della postazione.

Andrea e Simone,  figli di Giona (Johanan), oltre a Filippo, aramaici,  emigrarono da Betsaida, quando il paese s’ingrandì e  divenne Iulia, una città costruita per ordine del tetrarca,  divisa  in cardo e decumanus , come  i castra romani,  chiamata così in onore di Giulia Livia moglie di Augusto, morta nel 29 d.C,  dove confluirono molti  ellenizzati, chiamati dal Tetrarca  a colonizzare la sua città, come stava facendo il suo fratellastro con Tiberiade, chiamata così in onore di Tiberio,  quasi nello stesso periodo.

Mentre nelle due sponde del Lago ferveva il lavoro di costruzione delle due capitali, -ordinate dai figli  di Erode  come esaltazione del nomen di  Roma e come gratitudine  per la  domus  imperiale –  e le città prendevano forma ad opera dei qainiti,- mastri muratori che operavano con le loro squadre, pagate in sesterzi,   a dimostrazione dell’avvenuta ellenizzazione della zona-, i figli di Johna con Filippo  passarono dall’altra parte del lago.

I tre emigrarono  anche per convenienza, oltre che per la necessità di separazione dai goyim,- considerata l’integrità morale dell’aramaico  galilaico- e si stanziarono a Cafarnao, divenendo sudditi di Erode Antipa e non pagavano più il pedaggio sul pescato.

Erode Antipa intorno al 26 d.C. tendeva anche lui ad ellenizzare il suo popolo di Galilei e di Peraiti (abitanti di Perea) e perciò, dopo la costruzione della sua capitale e del trasferimento degli archivi da Sepphoris, aveva  costituito  nuovi  grandi depositi  sia  a Cafarnao che a Tarichea/Magdala per  la conservazione del pesce, messo in barili,  affumicato o in salamoia.

Il Giordano alla confluenza col lago  ora era il confine settentrionale    tra le due Tetrarchie erodiane, e a Cafarnao c’era la sede degli uffici doganali (Mt 9,9)  con una piccola guarnigione  militare alle dipendenze di un centurione  (Mt 8,5), che controllava le carovane che venivano dal Monte Hermon. e da Cesarea di Filippo (Banias), dove c’era il santuario di Pan,  in marmo bianco, dedicato da Erode il Grande ad Augusto.

La facciata  del tempio, che era  su una sporgenza rocciosa  su cui erano scavate una grotta  e tre nicchie (in quella centrale c’erano iscrizioni), potrebbe essere quella rappresentata nelle monete, coniate da Filippo   col frontone,  sostenuto da quattro colonne … Ora, nella nuova sede,  i figli di Giona e l’amico, nonostante l’aramaicità, conclamata,  risiedevano con le rispettive famiglie vicino al lago  ed erano in rapporti con ellenizzati (anche loro   già   dovevano essere uomini ellenizzati, considerati i nomi specie di Andrea e di Filippo, -ma anche quello di Petros Cepha -).

Il trasferimento, anche se non si sa l’esatta epoca,   sembra, dunque,  essere più motivato da interesse che da  fattori religiosi, più da una esigenza  sociale che  di una ricerca  spirituale  in uomini che cercavano di sopravvivere  in uno stato di  chiara povertà ed anelavano ad un miglioramento del tenore di vita, considerate le famiglie dei tre, che formavano un nucleo di almeno  quindici  persone ( se è vero che Pietro aveva- secondo la tradizione cristiana-   con sé moglie e cinque figli !), visto il transito di persone  e di carri, scortati da milizie  parthiche – secondo trattati tra Il re dei re e l’imperatore romano –  per il trasporto della doppia dracma al Tempio e il libero  passaggio di pellegrini, considerata   l’attività commerciale di Cafarnao e  la presenza di una sinagoga,  rispetto al sistema agricolo della vecchia Betsaida.

La posizione geografica , a nord ovest del lago,   ai confini tra la tribù di Zabulon e Neftali,  faceva  di Cafarnao uno snodo stradale di grande rilievo  nella Via del Mare  che  congiungeva Damasco col Mediterraneo.

Già Isaia (9,1, ) (Il popolo che camminava nelle tenebre / vide un grande splendore /su chi abitava in una regione caliginosa  rifulse la luce ) per la tradizione cristiana  prevedeva l’irradiazione  dell’idea messianica da Cafarnao, da cui sarebbe sorta la luce  proprio dalle tenebre del paganesimo galilaico.

Così  J.Murphy- O’Connor, La terra santa , CED 1996, p..2O5 descrive  Betsaida.

Il sito si trova a 750 metri a nord dell’incrocio per Betsaida  sul lato ovest  della strada 888… (area destinata da un parco nazionale).. si tratta di una casa  di 430 metri  risalente al II secolo av.C.-I sec. d.C.,costruita intorno ai tre lati di un cortile lastricato  metri 13,5 X7 : vi sono quattro piccole stanze dalla parte nord, una cucina con due forni  dalla parte est  ed una sola grande stanza dalla parte sud . Sparsi in queste stanze  sono stati ritrovati un amo da pesca pesi di piombo per le reti, ed un ago di bronzo curvo  che potrebbe essere  stato usato per fare o riparare una vela. E’  difficile non concludere che  quella fosse una casa  di una famiglia di pescatori.

Anche Marco (1.16) tratta  di famiglie di pescatori sia a Betsaida che  a Cafarnao (Kaphernaum). Non c’è da stupirsi, dunque,se più nuclei familiari vivano in una stessa casa  di simili dimensioni e con un cortile lastricato di metri 94,5.

Marco 2.1 e Matteo 9.1 sembrano considerare Cafarnao come la  città di Gesù, destinata ,  comunque,  a precipitare  all’inferno  per la sua incredulità ai miracoli  (Matteo 11,23, Luca 10,15)...

Il paese si estendeva lungo il fronte del lago  per circa 500 metri e doveva   essere, comunque, povero  perché popolato  da agricoltori e in maggioranza   da pescatori  che, nonostante la cooperativa, erano schiacciati dalla concorrenza con Magdala/Tarichea a sud del Lago.

Forse per questo motivo  la sinagoga fu fatta da un pagano, quel Cornelio centurione,  di cui parla Matteo 9,9., un militare di stanza nella zona da anni (la ferma all’epoca era di 26 anni),  un convertito un circonciso, uno strano miles, che  serviva due padroni (Jhwh e l’imperatore)   che amava  la Torah,  senza disdegnare il suo dovere nei confronti dell’impero, in un zona  dove lo spirito guerriero  antiromano  era alimentato  dai Farisei che predicavano il Timore di Dio, ricordando  che l’ebreo  aveva un solo Signore,  immortale!

La zona era sicuramente dominata da ebrei  aramaici   prima della fine del Tempio, ma anche dopo il 70 d.C,  nel periodo  che precede l’impresa di Shimon bar Kokba (132-135) e  pur dopo, fino all ‘epoca di Teodosio, considerati i rapporti con l’area mesopotamica…

Non è da accettare, comunque,  la notizia del 374 di  Epifanio di Salamina (315-403)  che in De Ponderibus et mensuris – ed. Migne II ,259-60 (dove tratta  nella terza parte delle località cristiane, -cosa che ribadisce in Panarion cassetta di medicazione, in cui mostra  60 eresie cristiane e 20 precristiane-)  scrive:  a Cafarnao  si proibiva  di vivere  e  si vietava perfino l’accesso ai gentili, ai samaritani e ai  cristiani.  Forse il cristiano- la cui prima opera  è tramandata  totalmente solo in siriaco,  mentre in greco esistono la I parte e frammenti della II -, si riferisce   solo al periodo traianeo ed adrianeo  perché i testi rabbinici  poi parlano  di normali relazioni fra ebrei e le altre popolazioni…

Infatti si sa che la città si estese, dopo la galuth adrianea, – molti giudei di Iudaea  si  stabilirono a Cafarnao –  verso la collina  e ciascuno aveva i suoi luoghi sacri come testimonia Egeria (una ricca ispanica o gallica)  nel resoconto della sua visita al paese fra il 381 e 384 in Itinerarium Aegeriae (o Peregrinatio Aeteriae):  a Cafarnao la casa del principe degli apostoli è stata trasformata in una chiesa che possiede  ancora i propri muri originali…Lì c’è anche la sinagoga  dove il signore guarì un uomo posseduto dal demonio.  L’ingresso è in cima di molti gradini ed è fatto di pietra lavorata …

La condizione di vita galilaica era  mutata, comunque,  dopo la morte di Filippo, con Erode Agrippa, nominato  prima tetrarca da Caligola  al posto dello zio, e poi dopo la nomina a tetrarca di Galilea e Perea,  Rex Iudaeae ad opera di Claudio, che così  riuniva tutti i territori dell’ex regno di Erode il grande  e quindi esentava  da tasse tutti i suoi concittadini. (Cfr. Giudaismo romano,II ).

Per oltre tre anni (41-44) la comunità di Cafarnao,  sotto l’amministrazione di Erode Agrippa, dovette fiorire,  dato il libero commercio tra le parti riunite  del mondo giudaico e i rapporti sia con la Nabatea e le altre province vicine, interessate e al pescato e al sale e al commercio di  balsami  di Gerico, trasportati da barche galilaiche.

Il commercio fu meno fiorente  solo rispetto al  periodo 32- 36 d.C. all’epoca del Meshiah: dopo l’evento del Malkuth  ha shemaim, con Jehoshua maran/re  per quasi 5 anni a Gerusalemme, dopo la resa di ogni città lungo il percorso, dopo la pacifica entrata e la conquista del tempio, nonostante la difesa dei milites della fortezza Antonia  ( Cfr.  Jehoshua o Jesous? ) Cafarnao  e la sua Comunità erano  celebrate come la luce  nelle tenebre, come  un’apokàlupsis / rivelazione per l’oikoumenh romano-ellenistica  ed i pescatori del lago divennero i protagonisti del messianesimo  e tutti  volevano avere relazioni con loro, da ogni parte  e dai confratelli di Parthia e da quelli ellenistici sparsi nell’impero romano …

Il regno di Jehoshua fu un affare per i galilei  e per ogni abitante di Cafarnao, anche se il messia si lamentò molto  di loro increduli  e disse secondo Matteo 11,21 : Guai  a te, Corazain; Guai a te,  Betsaida   e 11,23 Guai a te Cafarnao, forse che fino al cielo sarai innalzata? fino all’inferno sarai precipitata!- ripreso poi da Luca 10, 13-15: Gesù bolla  le città  mettendole in confronto con Tiro e Sidone, località pagane fenicie, note per il commercio e soprattutto con Sodoma già punita da Dio ..

Anche quello di Agrippa prometteva bene …perché assicurava un nuovo sistema di rapporti con i vicini ed eliminava la concorrenza…

Il re, ebreo di Gerusalemme, erede degli asmonei e degli erodiani, nonostante la filoromanità,  (era civis/Poliths, praetor/strategos    Basileus/ rex,  summachos/ socius,  dell’impero romano, fratello di latte dell’imperatore  Claudio)  era  uomo di mediazione- sebbene accusato anche lui di menzogna-: cercava un sistema nuovo di regno  cercando di essere equidistante tra gli aramaici e i romani facendo leva sulla pars moderata ellenistica sadducea, senza però  condannare gli aramaici, seguaci del Christos,  come Iakobos  il Giusto, riconosciuto nella sua funzione e nel suo ufficio di  controllore del gazophulakion, nella sua  pratica templare col titolo  sacerdotale, seppure condiviso con quello proprio dei sadducei,  accettando il doppio  sistema  del calendario  solare  e lunare…

Probabilmente Agrippa  inaugurò con Giacomo un costume di collaborazione al fine di favorire lo svolgimento delle feste  a Gerusalemme, così da  spartire, in proporzione, i guadagni  che provenivano dal flusso di pellegrini che affluivano da ogni parte del mondo romano e da quello parthico  e perfino dall’Arabia meridionale e dall’India.

Era  un profitto di grande portata, un utile grande per il re e per il sacerdozio templare: era come un giubileo  (specie per la Pasqua e per la festa dei Tabernacoli) che richiamava folle sterminate  di fedeli che riempivano gli csenodochia / gli alberghi, le case private,  i paesi intorno a  Gerusalemme, che entravano nel Tempio, per fare  offerte  doni.,  per portare greggi, buoi … insomma era un  enorme affare per il sacerdozio e per il re, per tutti …

Il piano, che fu  concordato da  Agrippa con Jakobos, fu la base di una trattazione tra il fratello di Gesù  e  i nuovi governatori romani, di origine ebraica ( Cuspio Fado, Tiberio Alessandro, Felice,) ed anche con gli altri ( Porcio Festo e Lucceio Albino) inviati da Claudio prima e poi da Nerone, dopo l’immatura morte del sovrano ebraico  …

Agrippa, comunque, non poteva  non punire quelli che si erano  troppo esposti e compromessi come kanahim Zelotai, e perciò li condannò a morte, salvando qualcuno, che si pentì,  come Shimon Pietro,  che  fu  liberato dal carcere,  mentre fece decapitare  perché civis, Jaqob fratello di Johanan, figlio  di Zebedeo, un ricco armatore nauarchos  ed  emporos,  noto  per la azioni militari  antiromane, nel corso delle operazioni rivoluzionarie  messianiche. e fece morire  con una morte gloriosa, dignitosa, gli altri oppositori.

Nell’anfiteatro di Cesarea Marittima, infatti, indisse  combattimenti fra confratelli, zeloti,  divisi in gruppi, come gladiatori,  come in un suicidio di massa, come esaltazione del valore di gruppo e riconoscimento militare  da parte del sovrano,  che  ambiguamente e politicamente salvava la faccia con l’imperatore: sapeva che per  i romani quel che contava era l’applicazione della lex,- la condanna a morte  dei nemici- con la confisca dei beni giudaici e   vi aggiungeva il divertimento  allestito per i goyim pagani, greci.

Erode Agrippa ben Aristobulo,  -che era stato, a corte, a Tiberiade,  presso la sorella Erodiade, moglie e nipote del tetrarca philadelphos, con la sua famiglia, come addetto ai mercati e che  aveva conosciuto anche il Meshiah, – non poteva dimenticarsi del suo popolo  e  non  sentirsi vincolato dal patto eterno con Jhwh.

Agrippa  conosceva bene la comunità di pescatori di Cafarnao  e perfino Matthaios il pubblicano che era al suo servizio diretto ..

Dell’amore per la torah del sovrano  nessuno dubitava in Iudaea: lo provava la sua preghiera al Tempio quotidiana, lo dimostrava la sua offerta mensile ai sacerdoti, lo comprovavano le donazioni al gazophulahkion, l’assistenza ai poveri della città e la sua dikaiousune, ma soprattutto la sua politica a favore dell’elemento ebraico con le consociazioni coi  re filogiudaici o giudaici,  come difesa contro il prepotere del Governatore di Siria Vibio Marso…

Erode Agrippa era sempre apparentemente ligio alla romanitas anche se  la sua politica era equivoca ed  ambigua: era  un ebreo opportunista;   anche se filoromano  impegnato politicamente restava sempre ebreo, come ogni erodiano, dilacerato nel suo dolore nel mettere a morte tanti compatrioti valorosi, eroi degni di  memoria, giusti da onorare pubblicamente anche nella morte: era un’ostentazione amara della tragedia  di un popolo …

Infine tutti avevano  conosciuto  la  sua  devozione verso  Caligola, la sua perorazione per il suo popolo perché non fosse costretto a dover scegliere tra l’imperatore e Dio, la sua preghiera di non fare l’affronto ad un popolo amico di porre nel Tempio di Gerusalemme,  antico e sacro, una statua- seppure statua dell’imperatore-:  sarebbe stato sacrilegio per lui, figlio di sommi sacerdoti  e di re, come per il suo genos intero.

Era risaputo che  Agrippa era malato di cuore e che l’emozione mista a phobos/paura  gli aveva fatto perdere i sensi  e che l’imperapore stesso, commosso,  comandò di riportarlo in lettiga a casa sua e di curare la salute  dell’amico didaskalos maestro,  che pur aveva osato sfidarlo coram populo e coram principis consilio.Cfr Legatio ad Gaium

Ancora di più era nota agli aramaici la sua azione di sostegno  a corte per Petronio Turpiliano, governatore  di Siria che  doveva eseguire l’ordine di installare il colosso di Caligola nel tempio di Gerusalemme  e di fare  stragi  e di deportare l’intera popolazione aramaica   in caso di ribellione…

A Petronio incerto sul da farsi  si presentarono i giudei ( un popolo intero in processione  con le mogli e i figli nella pianura di Tolemaide)  supplicando in favore delle leggi patrie e di se stessi -Guerra Giudaica II,10,3-e mostrando i colli  preferendo morire piuttosto che tradire la legge mosaica, offrendosi come agnelli per ilsacrificio, tanto che il governatore, turbato, dopo aver convocato il suo consilium, visto che  gli ebrei si erano accampati e non tornavano a casa per seminare  disse: preferisco correre  il rischio e  con l’aiuto di Dio convincerò Cesare  avrò la gioia di essere salvo insieme con voi, o se egli si adirerà,  sarò pronto a dare la vita  per un così grande numero di persone ibidem II,10,20…

Non certamente, però, conoscevano che Agrippa aveva congiurato contro Caligola ed era stato un  promotore della sua morte…

Comunque, ora con Claudio, anche se gli ebrei non dovevano più fare proselitismo, erano liberi e non pagavano più tasse ai romani  ma solo davano la doppia dracma al tempio…

Anche se Erode Agrippa era per gli aramaici, il loro re – che avevano avuto accanto  quando svolgeva la sua funzione di agoranomos a Tiberiade per  ordine del cognato Erode Antipa – restava per loro  sempre un re dipendente da Roma, ma giudeo, comunque,  che poteva  favorire in qualche modo i confratelli e ricordare il Meshiah , suo predecessore nel Malkuth…

E Cafarnao restava la sede di un movimento messianico, da cui sarebbe venuta una luce perenne…altri uomini, come Teuda, avrebbero promesso  di redimere il popolo …

Dunque, amici, era meglio vivere a Cafarnao o a Betsaida per un un aramaico come  Cefa/Simon Pietro?

 

Oralità e scrittura dei Vangeli

 

 

Per la genesi  dei Vangeli, a  nostro parere, non bisogna più stare a ragionare secondo la logica ottocentesca  sinottica, né secondo quella della theoria di  Quelle /sorgente, elaborata agli inizi del Novecento, né secondo  quella più recente delle due fonti,  ma bisogna tenere presente un lungo periodo di oralità dalla morte di Gesù Mashiah/Christos, un eroe nazionale aramaico,  celebrato in due diversi modi (e da una tradizione aramaico-ebraica gerosolomitana  e da una ebraico-ellenistica antiochena ed alessandrina.

J.J. Griesbach (1745-1812) per primo considera i Vangeli leggibili unitariamente e li definisce sinottici (sunoptikos da sunopteon -oraoochi ha una visione d’insieme o chi è perspicace, in quanto è capace di vedere l’insieme), presupponendo che il messaggio evangelico sia unitario  e di univoca lettura.

Chiaramente gli scrittori ottocenteschi e novecenteschi non hanno la corretta  visione del  fenomeno del cristianesimo primitivo e non fanno  la distinzione in Malkuth ha shamaim- un regno secondo lingua e cultura aramaica-  e in   Basileia tou Teou – un regno   secondo lingua e cultura greca – e perciò non considerano affatto  la lezione ebraico-aramaica,  la sua storia di duecento anni di  lotte staseis antiromane, che comprende  tutto il periodo che va da Pompeo Magno  a Shimon bar Kokba (63 a.C. -135 d. C. ), ma leggono allegoricamente parole e fatti di un Gesù, figlio di Dio, di una figura astorica, secondo la tradizione cristiana.

Si parte, dunque, solo  da una lettura del fenomeno greco e si trascura quello ebraico-siriaco-aramaico, non avendo i precisi contorni della figura ebraico -aramaica di Jehoshua,  di Iaqob,  di Shimon e della comunità aramaica di Gerusalemme,  cancellata come nome, essendo scomparsa la regione stessa della  Giudea anche  come entità geografica con la  repressione di Adriano, a seguito della galuth/dispersione ebraica,-  da non confondere con la diaspora ellenistica-.

Personalmente, invece, distinguo  i due mondi, quello ebraico-aramaico,  basato su una diversa concezione del vedere, puntata  su un diverso sistema di staticità (i cui termini sono ‘amidah/stare  saldo generico, precisato da nasav stare eretto e da yasav essere eretto che si rappresenta come sur roccia intesa come coltelli di roccia di granito ) e su  una  concezione sensibile  di bene  e di male (tov wa ra ) e di  una, ontologica, intellegibile, di  vero e falso ( ‘emet  wa sheqer),  e specie di una diversa idea di  visione.

Su un’ altra visione,- propriamente ebraica,  basata su vedere  ra’ah  su  guardare hibbit  e  su avere una visione  hazah    in modo differenziato- si possono indicare vari gradi di osservazione  fisica ma anche  designare  una percezione intellettuale tanto  da avere la forma/temunah  (come vera natura di Dio- Num.12,8) in seguito ad un aprirsi  degli organi  a cui è tolto il velo  così da leggere  oltre la vista sensibile (paqah), in un cosciente andare  verso Dio, in un approssimarsi ed avvicinarsi nuovo, rispetto a quello materiale, in un sollevamento verso l’alto ram, in un alzarsi  qimah grazie al cuore lev, centro sensibile affettivo infi’al-  su  cui poggia  la spiritualità aramaica, tipica della tradizione culturale mesopotamica.

Il Davar  sottende al significato primario di  parola, anche quello di azione  e prudenza in quanto  il dire amirah (o parlare dibbur ) accompagnato da spirito (ruach)  è base della ricerca intensa dell’uomo  ( cfr. Levitico 10, 16 dorosh darash fece pure continue ricerche) ( cfr. Proverbi16,10-11,  oracolo  sulle labbra del re, nel giudizio non prevalicherà la sua bocca/ peso e bilance giuste sono di Jhwh, opere sue sono tutti i pesi della borsa) che diventa saggio  (proprio perché umile), in una progressiva formazione: musar è la formazione culturale di un sofer, che si  esprime nell’ azione giusta, saggia.

Ora il progressivo salire ‘alah,  introdotto da Paolo e da Luca indica eccellenza e grandezza, che sono  attributi di Dio, per cui Gesù Christos  diventa con un graduale processo, figlio di Dio, in senso mosaico,  nel corso di tre secoli, passando da eroe  ad aner theios,  a semieroe divino , a dio minore  fino all’assimilazione con il Theos Upsistos, fino ad essere considerato  una sostanza ousia divina, un nome esplicito (Shem meforash)  di cui si celebrano tre upostaseis persone,  consustanziali.

La lettura paolina ebraico-ellenistica, christiana, portata avanti dalla tradizione antiochena,  letterale, mista con quella allegorico-morale alessandrina, contrasta con quella ebraico- aramaica.

I termini, infatti,  (sottesi ) qarav avvicinarsi, nagah toccare  e nagash  venire vicino indicano  anche dopo, oltre un millennio,  per Maimonide, non solo una prossimità spaziale,  ma anche una congiunzione della scienza  con il suo oggetto, in quanto si assimila la scienza ad un corpo che si avvicina ad un altro corpo. cfr.  Guida dei perplessi,  a cura di Mauro Zonta, Utet, 2013, p.114, per cui sembra che si possa dire  che  essere saldi, vedere e avvicinarsi  diventano espressione di un’altra  cultura, di un mondo di puri e perfetti sacerdoti, timorosi e zelanti di fede, coscienti  di essere figli di Dio, eredi del Regno, (come furono i naziroi)  irriducibili guerrieri, che preferiscono morire  piuttosto che infrangere la Torah, imitando gli Esseni, sterminati dalla decima legione di Vespasiano.

Quindi nella narrazione del  Malkuth ha shemaim è scritta  la storia di uomini che  lottano insieme col Mashiah  contro l’imperium romano, convinti di fare la storia voluta da Dio,  ispirata e condotta da lui per la realizzazione del piano divino, conformati alla sua sua parola e quindi  educati secondo musar.

La storia di Gesù greco, invece,  è Basileia tou Thèou, la cui vita  e le cui parole sono state scritte, dopo un lungo periodo di oralità, da uomini che vogliono consolidare il pensiero ebraico ellenistico di Paolo, che risulta elemento cardine  della formulazione di questo secondo regno, filoromano, basato su una paideia greca, una graduale formazione  ed educazione del fanciullo, secondo  anche la precettistica  della metrioths di Platone  e di Isocrate, centrata  sul polìths e sulla politeia, secondo il valore di autonomia e di democrazia confusa con la sapienza biblica nella lecsis filoniana.

Interprete di questa altra storia  è Eusebio di Cesarea (265-340 d.C.) – che  confonde e poi fonde i due regni mostrando la storia delle ecclesiai  al fine di  segnare i fondatori  di  Antiochia (Pietro Shimon) e di Alessandria  (Marco ), le due sedi  dominanti anche per la diversa tradizione di lecsis  secondo lettera e secondo allegoria, tramandando il percorso di una chiesa  di Gerusalemme rimasta pura fino alla Galuth adrianea, cancellata  nella sua aramaicità e sostituita con un’altra, greca,  senza alcuna continuità linguistica ecclesiale e  culturale.

Eusebio  raccoglie l’eredità  ecclesiale  del maestro Panfilo di Cesarea Marittima,  i tanti frammenti ebraici, ebraico- cristiani, e pagano-cristiani  del II e III secolo con le infinite sfaccettature ereticali, dovute alla  diversa collocazione geografica orientale, oltre a quelli di qualche nucleo occidentale  di scarsa consistenza numerica,  come Roma, Pozzuoli, Vienne, Lione ecc., dove ci  sono sedi coloniali episcopali come succursali di metropoli  orientali (Antiochia e d Efeso). Nel III secolo  e specie nel IV secolo, dopo la fondazione di Costantinopoli, Eusebio ha un seguito  anche nei patriarchi costantinopolitani e in  altri orientali (specie  i  cappadoci  Basilio, Gregorio di Nazianzo e Gregorio di Nissa) ed  occidentali come Ambrogio,  Girolamo ed Agostino,  che  si impegnano quasi in gara, in epoca teodosiana, per segnare secondo la logica christiana  di Teodosio, la funzione della chiesa costantinopolitana, in onore della nuova Roma imperiale,  voluta da Costantino.

In questa impostazione  cristiana  vengono fatto confluire  i due regni in  una cristianizzazione di  tutto il sistema ebraico,  fonte della matrice culturale cristiana antiochena, che ingloba il Malkuth aramaico ormai scomparso   e con esso  Gesù e  Giacomo, suo fratello, la lettera di Aristea, le opere di  Filone alessandrino, Seneca,  Giuseppe Flavio, i modelli  di vita pratica ed ascetica, gli esseni e i terapeuti, metabolizzando anche pitagorismo, stoicismo,  platonismo e neoplatonismo.

Col concilio di Costantinopoli, nell’ottobre dl 381, concluso il processo di deificazione – ektheosis di Gesù, chiuso il discorso trinitario, pur mantenendo l’unità di Dio, con upostaseis/persone  ed ousia/sostanza, costituita la teologia cristologica, il cristianesimo divenuto religio triumphans, regola i conti col paganesimo e con l’ebraismo, specie in Alessandria  con Teofilo e Cirillo, sulla scia dell’insegnamento  di Atanasio Cfr. www.angelofilipponi.com I due canoni.

In un lasso di tempo  relativamente breve, quello compreso tra il Concilio di Nicea  del 325 e quello di Costantinopoli, in nemmeno 56 anni,  il cristianesimo, riunificate le diversissime anime ereticali   provinciali, nate dall’assenza di una centralità dottrinale, a causa delle molteplici tradizioni evangeliche orali e scritte esistenti, scoordinate anche per la  distanze geografiche delle aree cristiane nell’immenso impero romano,  chiuse ed isolate dalla maggioranza pagana, grazie al patrocinio del tredicesimo apostolo, l’imperatore Costantino,   fedele del Christos, deus sebhaot, unifica il suo credo,  già inficiato dalla eresia di Ario, che, comunque,  ha la meglio negli ultimi anni costantiniani e sotto il regno dei suoi figli, specie di Costanzo II.

Insomma si vuole dire che  nei tre Vangeli  detti sinottici  c’è una doppia storia e che una cosa è  la concezione di vita ebraico- aramaica ed una  quella di stampo giudaico- romano-ellenistico.

Esemplare è il termine genealogia  genehlogiai /toledot di Matteo differente da Biblos geneseoos Ihsou Khristou: ambedue  indicano  diverse letture di un fenomeno non univoco, uno di matrice ebraico -aramaico ed uno di matrice  greca, andati avanti   secondo processi  retorici in relazione alla diversità di un’ ideologia teologale  giudaica  e di una cultura  platonico-stoica ellenistica.

Dunque, una è  la genesi delle  parole  e dei fatti  di Gesù, cioè la genesi dei Vangeli,  propagandati da quelli che andarono  secondo Marco  a predicare a tutta la creazione  pashi thi ktizei  il Vangelo la buona novella di uno, morto, risorto, salito al Cielo e seduto alla destra di Dio Padre (I-e II conclusione del vangelo di Marco): questa potrebbe essere quella del proto Marco, aramaica, basata sulle parole, con qualche episodio della vita-scritta poco prima o poco dopo la morte di Giacomo,  connessa con Paolo e per lui basilare,  visto il rapporto di Marco con Pietro- ; un’altra è la genesi  di un Vangelo, quello di Matteo, la cui stesura iniziale, aramaica, sui Detti del Signore potrebbe avere una sua collocazione perfino prima della distruzione di Gerusalemme, subito dopo il quinquennio di potere del re unto /maran Mashiah, il cui ampliamento con la Vita di Gesù, successiva, potrebbe essere stato scritto tra  il massacro  degli esseni e  la distruzione del Tempio in quanto  il modello di martirio, – per la presenza  di dolore/ esev, –  è utile ai combattenti aramaici proprio per la stessa concezione di vittima  del Christos.

Comunque, la forma della sezione Jhwh dice  che equivale a logia del  signore della koiné  cioè quella di un nabi -corrispondente a propheths-, forse  scritta  in poesia (o in prosa ? anche questo non si sa) ,  è davar, parola oracolare, poetica,  come i salmi Tehillim o tefillot e i proverbi – che sono una forma di similitudine gnomica  multiforme,  detta mashal – mentre la narrazione  della vita  doveva essere in prosa.

Quindi, dopo  un momento di oralità  comune (non si sa per quanto tempo) per i due Regni, anche se hanno due diverse odoi e due diverse concezioni, si costituisce un corpus scritto aramaico,  in qualche modo  connesso  con la scuola di Jammia di Johanan Ben Zaccai, mentre l’altro mantiene un più lungo periodo di oralità  e poi  inizia una fase di scrittura  con Marco, quel  Proto Marco, considerato nella teoria delle due fonti quasi  un’altra Q, databile tra le due opere di Giuseppe Flavio- Guerra giudaica del 74  ed Antichità Giudaica del 94-  di cui il vangelo del Marco, che noi conosciamo,  è un successivo rifacimento di epoca  traianea: il primo  sottende  un corpo letterario ebraico- aramaico  delle parole di Gesù  a cui si aggiunge la vita storica di Gesù come paradigma di uomo di lavoro, di combattente e di martire come Messia/Christos  vinto ma destinato al ritorno, secondo la volontà di Dio, il cui piano eterno deve essere compiuto.

E’ questo  un materiale  oralmente trasmesso da padre in figlio  per quasi un sessantennio sulla base della scrittura aramaica matthaica  di parole divine tradotte come logia dai christianoi, presenti come termine già in Filone e in Flavio specie in la Vita di Mosé,  tipico dell’area semantica oracolare, connessa con la profezia.

E’ un processo che segue la vita della sinagoga e del didaskaleion fino al momento del distacco dall’ebraismo, alla fine del I secolo;  da allora inizia una trascrizione evangelica, di cui Luca è espressione concreta, propria di un ellenista acculturato, che redige per scritto la tradizione evangelica, secondo la sua propria cultura e professione, senza  neanche entrare in merito a quanto scrive, senza capire il valore  sotteso delle parole stesse di un’altra cultura, in quanto ha un proprio telos/fine, come, d’altra parte, Marco.

Infatti per Luca la fede è salvezza  8,48 , 17,19 ecc, ma la salvezza ha valore di vita Hayyim rispetto  alla morte mawet: l’evangelista segue solo la lezione di Paolo che  con la fede e con la preghiera pensa di rendere operosa la salvezza del Christos morto e risorto, lui stesso paradigma di vita eterna.

Luca non intende, in quanto greco, il significato del plurale  di vivo hay  che  comprende nella pluralità l‘essenza della vita  che sottende e  chi cresce e  ha sensazione, ma anche chi è mobile vivente  ed anche chi si riprende da una malattia: insomma  all’evangelista  sfugge il valore  del  termine  che indica un  essere che ha carne viva, respira e compie azioni da vivente, le cui conoscenze corrette sono espresse come vita,  al contrario di quelle scorrette, indicate come morte Cfr. Proverbi 8,35 giacché chi trova me trova la vita e riceverà favore da Jhwh; Proverbi 4,20-22  figlio mio, presta attenzione ai miei discorsi, alle mie parole inclina le r tue orecchie, non si dipartano dai tuoi occhi, custodiscili in mezzo al tuo cuore, perché la vita sono essi  per chi li trova…

Per l’evangelista, paolino, il sistema cristiano trasforma con l’agape amore  il mondo perché Gesù è odos, aletheia e bios (via, verità e vita) secondo la retorica romano-ellenistica e secondo la logica dell’oikonomia divina che travolge e sconvolge il  mondo della creatura  in un totale rovesciamento, per cui  all’uomo resta solo la speranza  in Dio che concede  in un altro regno la soluzione di ogni umano problema con il premio eterno ad un mortale.

L’evangelista, dunque, segue, comunque,  da una parte la sapienza secondo Proverbi 2, 3,4 ,  che invita a non uscire  dalla retta via, che esorta  alla carità verso il prossimo, alla vita tranquilla  e alla giustizia e da un’altra  si regola con abilità  secondo la paideia greca , avendo  i piedi su due staffe, servendosi di due padroni usando  scaltramente, a sua discrezione, ora una cultura ora un’altra, risultando efficace, funzionale e  dilettevole.

Dunque, bene vita e male morte sono  nel discorso evangelico espressioni metaforiche tanto da poter dire  che i giusti  anche da morti sono vivi,  mentre i malvagi sono morti anche da vivi,  in una  sottensione di  due diverse culture, che hanno differenti parametri valutativi

Eusebio, che riprende la tradizione evangelica, e che ha forti perplessità,  dopo circa due secoli, ad accettare la testimonianza  di Papia di Ierapolis – un cristiano nato  nella seconda metà del I secolo e morto nella prima metà del II secolo,  scrittore di  un’opera esegetica sui detti del signore Logioon kuriakoon- ecshghsis,   connessa con la tradizione  orale dei presbiteri   e con quella  di Filippo e delle sue figlie, attivi nell’area geropolitana, di cui sono citati frammenti  evangelici  di Marco e di Matteo, nonostante  che sia considerato  discepolo di Giovanni,  millenarista  e  maestro di Ireneo-  accoglie, invece, la fonte di Egesippo (Hist. Eccl.. 3,11,1), di cui sono note le molte incongruenze  ed alcune  notizie su Giacomo (2.23,6) rivelanti un differente Regno rispetto alla Basileia tou Theou,  propugnata da un Giovanni,  il cui messaggio  è di molto diverso da quello degli altri tre evangelisti.(Marco Luca e Matteo), la cui lezione giustamente è detta, comunque, secondo Matteo (Kata Matthaion ).

Non si tratta di Matteo, però,  del codice Muratoniano (documento che contiene la lista dei libri del nuovo testamento- datata forse 150 d.C–  scoperta da Ludovico Antonio Muratori  nel 1740 nella Biblioteca Ambrosiana di Milano).

Inoltre  il logion Freer – Cfr. B.   Mariani, Enciclopedia cattolica -sembra alludere a  un Marco  successivo,   non databile esattamente.  
Infine il vangelo di  Giovanni, -che  non è  certamente Giovanni il discepolo prediletto, ma  è uomo di età adrianea  (un discepolo omonimo o un altro  Giovanni) che scrive intorno al 130  epoca in cui oggi si colloca il papiro 457 del Fayum (Ossirinco) della biblioteca di Roland Ryland pubblicato da C.H.   Roberts , contenente un brano giovanneo, in cui si parla del dialogo di Gesù con Pietro, –presenta connotazioni chiaramente gnostiche che lo fanno datare   nel periodo  di Basilide e Valentino.

Infatti si può arguire che quanto scritto ad Efeso  fosse in circolazione da poco anche in Egitto e in Africa: studi paleografici hanno fissato la datazione non oltre il 150 d.C e non prima del 130 d.C.  con l’oscillazione di un ventennio, considerati il papiro, la grafia e il sistema a colonne.
Perciò i redattori della Nuovissima versione della Bibbia dai testi originali  ritengono  che  si sono succeduti più stadi ma non ne precisano i termini storici.
Di conseguenza noi cerchiamo, data la frammentarietà di notizie,  di rilevare i periodi  su un piano storico per quanto ci è possibile,  e di mostrare secondo un certo ordine  e di  precisare in relazione  ai testi  in nostro possesso.

Precisiamo per quelli che non conoscono il mio pensiero  su Gesù, qenita, kanah e meshiah /Maran.

La vita storica di Gesù  che va dal 7 a.C fino alla Pasqua del 36 (cfr. A FILIPPONI, Nascita di Gesù in Jehoshua o Iesous?  Maroni, 2003) è  tutta da documentare secondo fatti accaduti realmente come le parole veramente dette alla presenza dei cosiddetti discepoli (apostoli)  dopo un lavoro sulla tradizione evangelica, nel quadro di una belligeranza ininterrotta tra il giudaismo e la romanitas, nel contesto di una reale  proclamazione di un malkuth e del riconoscimento  della venuta del Messia: è un periodo sconosciuto nonostante i tanti scritti, di cui niente è effettivamente certo in quanto tutto è stato letto in una chiave religiosa e mitica, poiché alonato da un senso di divino, dato come credibile,  non comunque  razionalizzabile e quindi custodito come tesoro intoccabile ed inguardabile, come segreto, non esplorabile in quanto mistero.

Secondo il mio parere, i logia del Signore e il bios di Gesù Christos, per come diciamo noi oggi,   sono  inizialmente guide e vie  per la  perfezione  e la formazione morale e pratica di un combattente  kanah  ebraico zeloths  antiromano, per quanto dice  Giuseppe Flavio in greco  in Guerra Giudaica  e  in Antichità Giudaica, che  usa il termine  anche lhsths per indicare ladro, ma  sottende il significato di un armato antiromano,  guidato da esseni o da maghi goeths, aramaico per formazione e per lingua, impegnato in azioni sia contro gli erodiani e sadducei  e i sebasteni  samaritani che contro i milites romani controllori della provincia della Iudaea. convinto di fare la volontà divina perché conformato secondo la musar ebraica.

Insomma tutto questo corpus letterario sottende inizialmente un popolo in ribellione contro  il dominio romano; Roma ha un  controllo, diretto   in Idumea Samaria e  Giudea  ad opera di un procuratore  – con  circa una legione e mezza con postazioni a Cesarea Marittima, sulla Fortezza Antonia sopra al tempio di Gerusalemme, e con un reparto di cavalleria  alla periferia di Cafarnao  in Galilea-  coadiuvato dal prefetto di Siria che controlla le quattro legioni sull’Eufrate  e i contingenti militari ausiliari, forniti da reguli  socii dell’impero romano. I figli di Erode il Grande (Erode Antipa, tetrarca di Galilea e di Perea,  e Filippo  di Iturea, Traconitide, Batanea, Paneas Auranitide Gaulanitide) hanno truppe proprie e fanno leve per dare auxilia truppe ausiliarie  ai romani, che a volte hanno anche la cooperazione di sebasteni samaritani e degli strategoi templari che gestiscono le milizie del Tempio.  Truppe militari vengono fornite anche dai re di Cappadocia, del Ponto, di Bitinia  e di Armenia, filoromani, impegnati a difendere il fronte eufrasico, estremo baluardo  orientale dell’imperium romano.

A questo imponente schieramento di forze antiaramaiche contro l’impero di Artabano III, re dei re di Parthia, si oppongono le forze zelotiche  che possono fare solo una guerriglia  in regioni impervie montuose, boscose,(cfr.  Tetrachia di Lisania ) in Galilea, in Iturea, Gaulanitide e Traconitide e in zone desertiche , dislocate non lontane dal confine parthico. Eppure  nonostante la scarsa consistenza numerica  e la difficile vita di banditi, protetti dalla popolazione locale aramaica, data la  lotta per quasi  due secoli, la continua stasis giudaico-aramaica  risulta un cancro da estirpare già per i Giulio Claudii, e diventa, dopo la parentesi  dei Flavi-che pur avevano distrutto il Tempio-  per gli antonini  una necessitas storica  quasi un dovere,  l’annientare il genos  ebraico, con estirpazione della radice  e   dei segni visibili  del culto stesso di Jhwh e del nome stesso di Sion/Gerusalemme.

Gli aramaici,  dunque,   connessi con la tradizione ebraica dei discepoli di Ben Zaccai, prescrittiva ed orale, hanno  bisogno dopo la morte di Iaqob, la fine dei esseni e  la distruzione del tempio,  non solo delle  parole del signore ma anche di esempi concreti  di  vita  che potevano anche essere  presi dalla parte scismatica ebraica  alessandrina che, dopo la costrizione flavia  e la forzata concessione sinedriale della condanna a morte di molti  fuorusciti naziroi  da Gerusalemme, è solidale con l’ebraismo gerosolomitano aramaico, seppure sterminato col consenso ebraico ellenistico.   Gli alessandrini, al di là del  traumatico editto del sinedrio necessario per l’incolumità della città,  ammirati dall’eroismo aramaico, esaltato nei loro scritti, hanno un rapporto più stretto,  da quel momento, con correligionari, in nome della  comune Legge  mosaica. Le discussioni rabbiniche di Iammia  sono lette e confrontate con quelle alessandrine  e cirenaiche  e creano un corpus letterario orale per oltre un quarantennio, in cui  c’è una pacificazione generale, seppure con screzi dottrinali,   non solo tra le differenti anime ebraiche, ma anche tra queste e la romanitas e  i greci.

In un clima di apparente filoromanità,  in cui  cova  l’odio zelotico antiromano,   si costituisce  parte di quella Torah she be ‘alpe  (torah orale) che poi sarà  messa in scritto da Giuda ha Nasi,  come  raccolta unitaria  anche di tutte le altre  discussioni rabbiniche, tenutesi   dal periodo del tempio fino all’epoca di Antonino il Pio e Marco Aurelio  (Midrash). Da qui, grazie ai commenti (pesharim) dei tannaim,  si costituiscono i Talmudim (Jerushalmi e Bauli) formando due rami,  quello  “haggadico” (da Haggadah/ narrazione ) e  quello” halachico”(da -Halakhah/norma), secondo due diverse letture ed interpretazioni, una narrativa ed una legalistica.
I cristiani, antiocheni, invece, -già separatisi dai naziroi basileici di Jakob, cioè  da quelli della Chiesa gerosolomitana e forse dai mandei, fuggiti  in Parthia ( che avevano lo stesso codice ebraico scritto, masoretico)- avevano già, come libri sacri, subito dopo il 70, la Bibbia dei Settanta, le Lettere di Paolo, i tre vangeli sinottici, Lettera di Barnaba, Erma e Clemente I-II .
I christianoi,  dunque, si appropriano non solo della Bibbia dei settanta, del metodo divisorio, del sistema pesher tipico  della Sapienza, dei Salmi e Proverbi, ma anche dell’opera del Siracide, di Filone e poi di Flavio, seppure rifiutati  come libri  menzogneri, impuri dall’ebraismo, che scomunica il cristianesimo antiocheno, già minacciato da altre eresie nel suo interno.
Gli ebrei  aggiungono  proprio allora la Birkat Ha Minim  la dodicesima benedizione della Amidah, redatta da Samuel il giovane, secondo le indicazioni di Gamaliel I: “Per i calunniatori e per gli eretici non vi sia speranza, tutti si perdano presto, tutti i Tuoi nemici vadano in rovina repentinamente. Tu li annichilirai ai nostri giorni. Benedetto sii Tu o Signore che spezzi gli avversari ed umili i reprobi.
Inoltre essi, (compresi i seguaci di Giacomo) pregano così contro i Christianoi, ed assumono  ufficialmente il testo masoretico in una volontà di distacco definitivo dai Christianoi, minim, che seguono il Testo dei Settanta e la lettura di Filone.

Per me anche Filone di De vita Contemplativa e  di Quod omnis probus inizialmente   fonte comune per rabbini ebraici naziroi e christianoi in quanto,   propositore  di   una doppia via per chi  vuole conoscere Dio, mostra come chi ha scienza e timore di Dio  occupa il posto/magon  degli avi e che ha diritto al trono/kisse che è eterno dando modelli di vita mediante la  pratica essenica e  la theoria  contemplativa Terapeutica.  Poi,  sebbene tutto questo costituisca  un corpus unitario  di base terapeutico- essenico  su cui si forma una  primissima tradizione orale, utile per tutti le radici ebraiche, la storia  divide gli ebrei aramaici , compresi i naziroi,  dai christianoi, che separati ideologicamente dagli ebrei, sanno vivere vicino ai greci, goyim pagani.

Invece  gli ebrei ellenistici  cominciano ad avvicinarsi sempre più al radicalismo ed oltranzismo aramaico per motivi politici, amministrativi e  ed economici e quindi si staccano definitivamente da Filone e dalla Bibbia dei Settanta, inficiata nella lettera dalla paideia ellenica.

I Christianoi antiocheni, vivono separati  e  sono ben distinti da Traiano-   come si vede  nella lettera di Plinio all’imperatore – dagli ebrei, che ora sono perseguitati  e perché aramaici e perché ellenizzati  oppositori però alle auctoritates locali  a  causa del decadere delle loro azioni finanziarie, non più sostenute dalla politica romana, ormai vicina ai banchieri pagani, danneggiate ulteriormente dalla nuova famiglia regnante  filellena, dopo il tracollo in epoca flavia.

Inoltre  gli aramaici ora  sparsi in Partia, e specificamente  in  Mesopotamia e in Assiria e in Perside, ma  in maggioranza     propagatisi in Alessandria  e Cirene,  portano il contributo della loro formazione  e cultura ai confratelli ellenisti in territorio romano con mesopotamizzazione, che sottende odio contro Roma e fratellanza con i Parthi.

Eppure l’ amministrazione dei governatori romani, che  pur applicano la legge di Nerva(96-98), giusto imperatore che ha abolito l’obolo ebraico cancellando la tassa flavia,  risulta per gli ebrei ellenisti  rapace   in relazione alle loro attuali situazioni commerciali, di sopravvivenza,  e perciò  attendono in uno stato di quasi miseria  il compimento del Malkuth, come un ripristino della loro antica  condizione sociale.

I rabbini  di  Iudaea e quelli ellenisti ora hanno una voce comune e sono apparentemente pacifici in attesa dell’evento messianico,  del ritorno del Meshiah, avendo cancellato parzialmente  la memoria di quello  vinto e crocifisso,  atteso invece, ancora,  dai naziroi gerosolomitani.

Una nuova ondata di Messianesimo si abbatte in tutto l’oriente mentre i giovani sono segretamente arruolati ed addestrati  e sono formati secondo le prescrizioni della torah e formati dottrinalmente  con la davar scritta,  secondo moduli apocalittici ed escatologici.

In effetti nei primi anni del principato di Traiano la teoria apocalittica e escatologica si sviluppa come concezione della fine dell’ira di Dio dopo  le tante prove subite e patite  da Israel peccatore e come avvento di un Nuovo Messia  in quanto è giunta l’ora del Signore.

Gli aramaici, dunque, hanno due differenti letture una propria dei  giacomiti , la cui Bibbia siriaca, autorizza un’interpretazione  di ritorno del signore per l’instaurazione definitiva del regno, mentre gli altri aramaici di Parthia  e di Giudea, non naziroi,  hanno una  visione  di vittoria di Sion su Roma con la venuta di un Nuovo Meshiah  invincibile.(cfr Apocalisse di Baruc  e IV libro di Esdra  con l’immagine  vittoriosa del Leone messia  sull‘aquila imperiale sconfitta ).

Le comunità ebraiche  di Mesopotamia, di Cipro,  di Cirene e di Egitto iniziano ad essere in fibrillazione al momento della spedizione antinabatea, come già prima intorno al 101,  alla morte di Erode Agrippa II , quando questi lascia in eredità a Traiano il suo regno, cosa che  autorizza l’imperatore a congiungere l’area giudaica con quella sinaitica ed egizia, con l’annessione del Regno di Nabatea  tanto da poter dire che ormai il Mediterraneo è  mare nostrum.

Dunque,tra il 101 e il105, epoca della annessione della Nabatea  da parte di Traiano, intenzionato ad aprirsi la via pelusiaca per avere l’appoggio della flotta romana,  che doveva essere  forza ausiliare  alle legioni   sul Mar  Rosso,  sul golfo di Aqaba  e perfino su quello Persico, all’occorrenza- in quanto la Parthia non aveva un contingente marittimo –   e ad avere libero il passaggio dall’ Armenia minor, obbligatorio secondo i piani di Cesare, di Germanico e di Caligola, per un’invasione del territorio parthico.

Eusebio parla  di Papia   che  con  l’esegesi dei logia del signore,- già scritti in aramaico da Matteo –   afferma che  gli altri evangelisti scrissero come potevano sulla base matthaica senza indicare l’esatto tempo, dopo la fase orale.

Bisogna pensare perciò che la testimonianza papiana sottenda un lavoro già compiuto da Matteo aramaico  prima del periodo compreso tra  il 105 e  il 115 d.C. e perciò è possibile  inferire che  Matteo greco, il proto Marco e  e Luca scrivano  per integrare la tradizione orale  con quella scritta delle Lettere di Paolo   in modo da formare un corpus greco per i Christianoi di Antiochia, anche per meglio distinguersi dai naziroi e  dagli ebrei,  in un momento storico grave  perché la parentela religiosa  è  un percolo per la loro incolumità. E’ un momento veramente gifficile, il più   delicato della storia romana, tanto traumatico per la romanitas quanto per l’ebraismo aramaico, che, congiunto con quello ellenistico si macchia di orribili misfatti, dolorosi ad ammettersi anche a distanza di secoli, indegni di un popolo sacerdotale, eletto...

Credo di poter mostrare la gravità   rilevando con Cassio Dione , LVIII,28,29,30 la situazione tragica ad Antiochia dove è Traiano nel 115 d.C., pronto per la partenza per la spedizione parthica.

Un terremoto catastrofico in città è  interpretato dai giudei come i partecipazione di Jhwh alla guerra contro i Romani,  come presagio della  sconfitta romana,  come segno della venuta prossima del Messia: per  loro il cataclisma diventa  come una chiamata alla armi al suono del corno shofar.

La campagna parthica di Traiano comincia bene con vittorie  in Assiria e  poi  con una navigazione sicura sul Tigri (mentre una parte naviga  sull’Eufrate, dopo la conquista di Nisibis ad opera di Lusio Quieto)  grazie ai battellieri giudaici  che sembrano  collaborare  con l’esercito romano e con le truppe di invasione socie.

Sbarcato l’esercito  non lontano dalla confluenza dei due fiumi, nelle vicinanze di Seleucia, Traiano  entra invitto nella capitale Ctesifonte, mentre Lusio Quieto avanza verso il delta  paludoso fino al Golfo Persico…

Non è chiaro cosa succeda, ma quando Traiano insedia come Re dei re Partamaspate, la situazione si capovolge, forse per la sconfitta dell’esercito schierato  fuori delle mura  ad opera della cavalleria catafratta…

La reazione parthica è totale  nella bassa Mesopotamia a causa di un  violento contrattacco giudaico,  che divide l’esercito in due tronconi  una guidato da Traiano e l’altro da Adriano e  Cornelio Palma  Cfr J. BENNETT, Traian optimus princeps, Bloomington,2001)

Separatamente si cerca di prendere le navi sull’Eufrate e sul Tigri per  il ritorno in Patria e questo aggrava ulteriormente la ritirata anche per la defezione  dei battellieri ebraici, che  cessano la collaborazione con i milites, incalzati dalla cavalleria parthica  e  svantaggiati in una pianura aperta, nonostante la presenza dei cavalieri mauri di Quieto, tornato con l’esercito decimato da malattie (dalla malaria) privo di rifornimento e impossibilitato a prendere  Hatra  …

Alla fine del 116  si viene a conoscenza della ribellione ebraica e delle stragi fatte a Cirene e a  Salamina di Cipro dai  Giudei  e Traiano  è sollecitato a tornare ad Antiochia, da dove dirigere le operazioni  contro i rivoltosi di Egitto, di Cirenaica e di Cipro.   Vengono accelerate le marce ( si passa da magnis itineribus a maximis itineribus) guidate  da Publilio Celso e da Avidio Nigrino, pur se si è in zone desertiche.

Il titolo di Particus, già acquisito da Traiano, proclamato dalle truppe imperator,   sottende ora una sconfitta, in quanto  l’esercito  che avanza è decimato dalla cavalleria parthica  completamente ricompattata nel nome del nuovo re, anche se  nominato dai Romani, ma ora riconosciuto universalmente i da ogni suddito …

La morte di Traiano  a Selinunte di Cilicia   ha come conseguenza la necessaria cessione dell’Armenia e  della neo provincia di Mesopotamia, già del tutto riconquistata dai Parthi: Adriano ora imperatore,  sancisce un dato di fatto e ripristina lo status antecedente l’impresa parthica.

Inoltre poco dopo la congiura di  Quieto  e di Nigrino, di  Palma  e Celso,  si manifestano  segni di un malcontento militare  per l’ inattesa conclusione dell’impresa parthica  e per il ripristino dell’ordine nell’imperium romano già alla fine del 118, senza aver punito debitamente i Giudei, responsabili del fallimento della politica  imperialistica, che, comunque, restano cives  anche se  sotto oculata sorveglianza . cfr  M . GRANT,  The Antonines: the roman empire in transition London 1996,  mentre le città non lontane dal fronte  eufrasico sono adeguatamente fortificate come ad esempio Gerasa/ Jerash.,

Il rescritto di Adriano  a Gaio Minucio Fundano, governatore di Asia dal 122 al 123,  riportato da Eusebio (Hist. Eccl. IV,9,1-3),   già in Giustino, Apologia, XVIII, 3-5  è in linea con quello traianeo sotteso alla risposta dell’imperatore a  Plinio il giovane, legatus   Augusti pro praetore  in Bitinia  e Ponto  cfr. Epistula X,96 -97  in quanto  fotografa i necessari  e differenziati interventi sugli ebrei e sui christianoi.

I giudei, circoncisi e separati dai goyim/pagani, aramaici o ellenistici, sono vigilati speciali, mentre i cristiani ben integrati tra le popolazioni locali, amati e rispettati per la tendenza alla riunione pacifica e all‘agape fraterna, anche se, data la comunione dei beni, pagano le tasse  alle autorità regionali non individualmente  per capita, ma per etnos associato nella persona dell’epitropos o episcopos o epimeleths, con titoli  differenziati  a seconda della grandezza dell’ecclesia.

Nel rescritto si sottende che l’ebreo  deve essere investigato nella proprietà e nel suo culto di latria  e perseguito  sulla base di un  semplice accusa, mentre per  il Christianos  oltre all’accusa di un accusatore, perseguibile penalmente  in caso di infondatezza delle,  prove procedurali, non basta il nomen ipsum ma sono necessarie le documentazioni  dei flagitia coehrentia nomini   cioè  non c’è  punizione per il nome stesso, ma per  le colpe connesse al nome. Plinio  Ep.X,96.

Comunque, Traiano indica una procedura , a cui si attiene anche Adriano, e impone  che non li si deve ricercare; qualora vengano denunciati e riconosciuti colpevoli, li si deve punire, ma in modo tale che colui che avrà negato di essere cristiano e lo avrà dimostrato con i fatti, cioè rivolgendo suppliche ai nostri dei, quantunque abbia suscitato sospetti in passato, ottenga il perdono per il suo ravvedimento. Quanto ai libelli anonimi, essi in circolazione, non devono godere di considerazione in alcun processo; infatti è prassi di pessimo esempio, indegna dei nostri tempi. Ep. X,97.

Chiaramente gli imperatori antonini indagano  il christianos che pur ha una radice ebraica, ma sono indulgenti  anche se richiedono in pratica  qualche manifesto segno (grano di incenso offerto in pubblico). come riconoscimento del numen dell’imperatore e di Roma: in sostanza sembrano più inclini a perdonare che a punire il cristiano, mentre sono determinati a perseguire l’ebreo  indistintamente.

Dunque se è chiara la situazione  che precede la nuova ed ultima  insurrezione giudaica,  quella di Shimon bar Kokba,  si può forse far rilevare che in un clima di sorveglianza stretta  da parte delle auctoritates provinciali romane verso l’elemento ebraico, sia compatibile la presenza di una scrittura aramaica  sulla vita e sulle parole del Meshiah.

Quindi  tutte le prescrizioni della  torah  con gli huqqim disposizioni e con i mishpatim giudizi connessi con le profezie oracolari mosaiche mostrate  da Iaqob e  fuse con le  prescrizioni del  malkuth del fratello – le cui parole oracolari e i cui decreti  sono da seguire con scrupolo da tutti i seguaci che proprio nell’attesa del ritorno aumentano il timore di Dio, seguendo il modello di vita di Gesù, morto e risorto, legge vivente ora…

Ne consegue che, vivente ancora Jakobos, sulla base della celebrazione del martirio di Gesù si era costituto un racconto della vita, della passione,  morte  e resurrezione del fratello, dapprima orale ma poi, dopo la strage degli esseni, con la memoria annuale non solo del Meshiah ma anche dei nuovi martiri,  si costituì una sorta di narrazione scritta  con prescrizioni giuridiche, in assenza del tempio, letta in riunioni  più o meno segrete, data la vigilanza romana.

Dopo secoli non è possibile determinare se  il testo esiste già al trasferimento a Pella, considerato poi che al ritorno a Gerusalemme  gli aramaici gerolosomitani sono  ancora connessi con i confratelli giudaici  e  che avessero collegamenti con Ben Zaccai  tanto da essere uniti nella lotta coi romani al momento dell’annessione della Nabatea e ancora di più  nel corso della guerra di Kitos o se la  codificazione scritta  è connessa con gli avvenimenti antonini.

Questo scritto è quello stesso di  Papia, di cui parla Eusebio?

Certamente questo  corpus  fu comune agli aramaici di Giacomo e  a quelli di Parthia nel clima bellico traianeo  e poi in quello della repressione adrianea.

Allora bisogna  presupporre  tra gli ultimi anni del I secolo e i primi cinque anni del II secolo, una scrittura greca evangelica kata Marcon, kata Matthaion, kata Lukan, di cui non si conosce l’esatto momento di redazione!

Infatti da Giustino  in poi è possibile trovare segni di Vangeli scritti in varie ecclesiai in greco – perfino quello giovanneo- nel corso di tutto il II secolo e prima metà del terzo secolo.

Eusebio in Historia Ecclesiastica 5,10 parla di Panteno e mostra come in Alessandria sia presente ancora il vangelo di Matteo aramaico, ma circolano  anche quello di Marco e di Luca  e Matteo greco secondo Ammonio alessandrino,  mentre  in altre parti dell’mondo romano Taziano, nato in Assiria nel 120 e morto forse nel 180,  cerca di comporre un Vangelo unitario nella sua opera Diatesseroon, detta anche  Armonia, perché fa il tentativo di unificare , armonizzando le tante e diverse tradizioni -anche orali- greche, pur già scritte.

Queste sono le sue precise parole: Un uomo celeberrimo per la sua cultura, di nome Panteno, dirigeva allora la scuola dei fedeli di quella città, dato che per antica usanza esisteva presso di loro una scuola di dottrina sacra: essa si è conservata fino a noi, e abbiamo saputo che è tenuta da uomini abili nella parola e nello studio delle cose divine. Si narra che il suddetto Panteno si sia distinto tra i più brillanti di quel tempo, in quanto proveniente dalla scuola filosofica dei cosiddetti Stoici. Si dice quindi che mostrò un tale ardore nella sua fervidissima disposizione per la parola divina, da essere designato araldo del Vangelo di Cristo alle nazioni d’Oriente, giungendo sino all’India. V’erano infatti, v’erano ancora a quei tempi, numerosi evangelisti della parola, che avevano cura di portare zelo divino ad imitazione degli apostoli per accrescere ed edificare la parola divina.
Anche Panteno fu uno di loro, e si dice che andò tra gli Indiani, dove trovò, come narra la tradizione, presso alcuni del luogo che avevano imparato a conoscere Cristo, che il Vangelo secondo Matteo aveva preceduto la sua venuta: tra loro, infatti, aveva predicato Bartolomeo, uno degli apostoli, che aveva lasciato agli Indiani l’opera di Matteo nella scrittura degli Ebrei, ed essa si era conservata fino all’epoca in questione.
Panteno, comunque, dopo numerose imprese, diresse infine la scuola di Alessandria, commentando a viva voce e con gli scritti i tesori dei dogmi divini.

Da quanto detto da Eusebio il vangelo aramaico di Matteo, portato da Bartolomeo in India ( non si sa se l’apostolo fa un viaggio marittimo con navi – sul mar Rosso  da  Clisma fino ad Aden per costeggiare l’Arabia ed arrivare  fino a Barigaza- o se ci viene, via  terra, dalla Perside; la prima è più trafficata data la presenza di  192 navi che fanno il tragitto  mensile  per India, la seconda è tipica degli ebrei della zona della bassa Mesopotamia e  della regione intorno a Susa),   si può arguire  per prima cosa che poco dopo la distruzione di Gerusalemme  alcuni  aramaici dopo Masada, si dirigono, oltre che ad Alessandria anche  in Arabia e  in Babilonia. Inoltre  si evince  che Panteno  ritrova lo scritto aramaico  tra le popolazioni indiane  e lo riporta ad Alessandria ( e poi  non se ne  ha più notizie- pare-).

Da altre fonti si conosce  che in India centrale c’è una fioritura di naziroismo dopo la galuth adrianea, come anche in Arabia  più  in quella centrale che  lungo la coste  e del mar Rosso e dell’ oceano indiano- compreso il golfo di Oman: sono attestati naziroi perfino all’epoca di Maometto…

Questa codificazione aramaica  costituisce  un corpus unitario  di base terapeutico- essenico, portato avanti dai Terapeuti di Alessandria  rimasti puri fino al tempo di Sinesio (Cfr. www.angelofilipponi.com Il vescovo Sinesio) su cui si forma una  primissima tradizione orale, christiana antiochena  anche dopo la violenta scomparsa ad opera della decima legione romana degli esseni, recuperati poi nel II secolo,   e dopo  la distruzione del Tempio…di cui si ha traccia implicita in Clemente Alessandrino (Stromateis , 1,21,147 ) in Origene ( Comm. in Matteo, 1) e forse in Tertulliano (De carne Christi, 22)che parlano già di un Vangelo di Matteo scritto in greco  e ne riportano l ‘ incipit …

Dopo la codificazione scritta greca, la varietà dei vangeli è in relazione alle tante e differenti aree di  predicazione cristiana, in Oriente e in Occidente, in cui appaiono modifiche, aggiunte  e  cambi strutturali con  formule  utili  per la definizione della  regalità, della cristologia e del mistero trinitario e talora  si costituiscono perfino  Nuovi Vangeli, attribuiti ad Apostoli …

Il primo,a detta di Eusebio, che li  certifica e li cataloga  facendo precise enucleazioni sarebbe stato un Ammonio di Alessandria   contemporaneo di Ammonio Sacca, il filosofo, maestro di Plotino…

In Eusebio come  in Atanasio , comunque, sono presenti i segni  di una avvenuta  evangelizzazione  cristiana, ma anche di una incertezza sul criterio di autenticità e su quello di classificazione…

Il sistema classificatorio  arriva fino a Isidoro di Siviglia, la cui esposizione sottende una precisa eredità ariana, quella della cultura visigotica, inficiata dall’evangelizzazione anche nestoriana monofisita,  in Spagna….

Isidoro in De canonibus evangeliorum  dice: 1. Canones Evangeliorum Ammonius Alexandriae primus excogitavit, quem postea Eusebius Caesariensis secutus plenius conposuit. Qui ideo facti sunt, ut per eos invenire et scire possimus qui reliquorum Evangelistarum similia aut propria dixerunt.

2. Sunt autem numero decem, quorum primus continet numeros in quibus quattuor eadem dixerunt: Matthaeus, Marcus, Lucas, Iohannes. Secundus, in quibus tres (eadem dixerunt): Matthaeus, Marcus, Lucas.Tertius, in quibus tres: Matthaeus, Lucas, Iohannes. Quartus, in quibus tres: Matthaeus, Marcus,Iohannes.

3, Quintus, in quibus duo: Matthaeus, Lucas. Sextus, in quibus duo: Matthaeus, Marcus.Septimus, in quibus duo: Matthaeus, Iohannes. Octavus, in quibus duo: Lucas, Marcus. Nonus, inquibus duo: Lucas, Iohannes.

4. Decimus, in quibus singuli eorum propria quaedam dixerunt.Quorum expositio haec est. Per singulos enim Evangelistas numerus quidam capitulis adfixus adiacet, quibus numeris subdita est aera quaedam mineo notata, quae indicat in quoto canone positus sit numerus, cui subiecta est aera.

5. Verbi gratia: Si est aera .., in primo canone; si secunda, in secundo; si tertia, in tertio; et sic per ordinem usque ad decimum perveniens. Si igitur, aperto quolibet Evangelio, placuerit scire qui reliquorum Evangelistarum similia dixerunt, adsumes adiacentem numerum capituli, et requires ipsum numerum in suo canone quem indicat,ibique invenies quot et qui dixerint; et ita demum in corpore inquisita loca, quae ex ipsis numeris indicantur, per singula Evangelia de eisdem dixisse invenies.

In epoca visigotica grande era  la confusione, nonostante i canoni, i raggruppamenti, le divisioni, le logiche differenziate semantiche!.

Riassumiamo  e concludiamo.

Si era costituita  in epoca flavia una doppia tradizione  quella  aramaica, orale, che serpeggiava, si  vivificava e si rianimava col paradigma dei martiri nella lotta clandestina contro i Romani e che, finita dopo il settanta, iniziava un nuovo reclutamento militare collegato con quello dottrinale di Johanan ben Zaccai e  con  i discepoli del maestro /Rabbi ,  formatore di altri rabbi …Era una scuola o che tramandava  tramite Rabbi la legge mosaica secondo il costume essenico,  mantenendo la tradizione giudaico-aramaica…

Accanto si era costituita un’altra tradizione, greca  ad Antiochia, che    enucleava il suo messaggio sulla morte e resurrezione del Christos, destinato a tornare come nikeths , trionfatore che riuniva tutte le stirpi del giudaismo ellenistico  e i pagani convertiti, secondo il pensiero di Paolo  e secondo il contributo della scuola alessandrina e di quella  antiochena, in senso allegorico. e in senso letterale…

La  prima aveva come emblema il Messia  risorto propagandato  oralmente da Giacomo   che  proclamava il malkuth  ha Shemaim, destinato a trionfare al ritorno  prossimo del fratello; la seconda era di stampo paolino, una Basileia tou Theou, scismatica  che visse, senza essere mai accettata per qualche tempo vicino alla sinagoga ebraica …

Perciò non esiste  un nucleo evangelico scritto né in aramaico né in greco in quanto ci sono due diverse  di  una tradizione orale aramaica ed una  ellenistica secondo Giacomo e secondo Paolo.. .

La tradizione aramaica per prima  passa dalla fase orale a scritta per necessità politico-storica, poiché i capi aramaici hanno fatto  una scelta in senso mosaico ebraico e quindi hanno rifiutato la linea ereticale paolina, dopo il Settanta, specie nella  Chiesa di Gerusalemme, nonostante la vigilanza romana e l’incipiente persecuzione imperiale .

Ne deriva che è possibile  parlare di un vangelo scritto aramaico ma non di un vangelo greco  che invece deve essere  collocato entro il ventennio tra la stesura di Guerra  giudaica e Antichità Giudaica , contemporanea al Bios flaviano,  che potrebbe essere  il modello da   imitare  per i letterati Christianoi, che avrebbero potuto servirsi anche della fonte scritta  aramaica …

Aggiungo  che sono  propenso, perciò, a datare la scrittura  greca di una originaria fonte Q  solo tra il 74 e il 94 d.C ..   e a considerare il Proto Marco,  subito dopo la fonte,  negli ultimi anni di Domiziano, mentre i testi che noi abbiamo -escluso Giovanni – sono compresi tra l’ epoca  nerviana e l ‘annessione della Nabatea …Dunque questa è la storia, o meglio questa –  dovrei dire – è la risultanza storica di anni di studio.

E i miei parenti ed amici cristiani dicono  che credono in Gesù Cristo  e non sanno distinguere il Cristo da Dio:  sono veramente credenti  cristiani cattolici?

Recitano il Credo  ogni domenica e vanno settimanalmente al rito eucaristico a nutrirsi del Corpus Christi. Perché? non lo so.

Parabola del fariseo e del pubblicano

Gesù può aver detto la parabola del Fariseo e del pubblicano?. Non credo e non certo come la scrive Luca.

Perché? diranno molti cristiani.

Per due motivi.

Primo, perché i personaggi non  sono realmente storici, ma sono inventati sulla base dell’osservazione della vita ecclesiale, di una provincia romana  di fine primo secolo: né Gesù, né i due protagonisti della parabola, il fariseo e il pubblicano, sono figure vere, ma costruite ed assimilate con  altre  di epoca successiva. Infatti il tempio, che è il santuario ebraico per eccellenza, non più esistente  in epoca flavia,  equivale ad  un locale  di  riunione  e di preghiera in una città orientale, pensato da Luca come ambiente e contesto simile, in cui creare una  situazione con l’episodio dei due oranti.  esaminati nella specifica superbia  del fariseo, puro,   e nella umiltà del pubblicano, peccatore. La parabola è un‘inventio di Luca come anche la valutazione da parte di Gesù, che fa la dieghesis narrazione.
Secondo, perché la parabola di Luca ha un telos, un fine prefissato che è conforme al pensiero di Paolo, che deve essere diffuso contro  quello espresso da Yaqob Iakobos Giacomo e i suoi seguaci aramaici, -già sconfitti dai romani, che hanno distrutto il Tempio -(Cfr. Giacomo e Paolo), pronti a nuove staseis rivolte.

La sua scrittura ha un fine dimostrativo,  già chiaro nella premessa alla parabola stessa del Fariseo e del pubblicano, esplicito nella conclusione e nell’ apoftegma finale (Lc. 18,9-14), che è una ripetizione di 14,11.perché chi si esalta, sarà umiliato e chi si umilia sarà esaltato.  

La parabola di Luca,  scritta dopo oltre cinquanta anni  dalla morte del Christos, ha la struttura di una favola  di Fedro, esopiana,   con una conclusione pertinente  morale.

La premessa (Per certuni, poi, che dentro di sé erano persuasi di essere giusti e disprezzavano gli altri,  disse questa parabola) è simile a quella della parabola precedente del Giudice iniquo (Raccontava poi loro una parabola sul dovere che avevano di pregare sempre, senza perdersi di animo -18,1 come assicurazione  che Dio renderà  loro giustizia con sollecitudine  anche se c’è il dubbio che il figlio dell’uomo al suo ritorno   troverà la fede sulla terra).

Dunque, Luca ha uno scopo, quello di invitare i fedeli della ecclesia christiana  alla preghiera, alla fede,  alla fiducia nella pronoia divina  che risolve ogni problema con la peripeteia e con l’improvviso  e tragico capovolgimento, per cui i primi saranno gli ultimi e gli ultimi i primi, in quanto ciò che è impossibile agli uomini  è possibile a Dio ( Lc.18,27) .

Luca in effetti predica il vangelo di Paolo: la salvezza  si consegue con la preghiera e con la fede ed è un dono di Dio, non un merito  individuale umano.

Luca scrive quando l’essenismo  con il fariseismo è un vago ricordo nelle ecclesiai cristiane, specie in Macedonia e Tracia, anche se in Galilea, Gaulanitide, Traconitide ed altrove ancor  sono presenti  gli zelanti della Torah che eseguono  i  precetti dei rabbi della scuola di Iammia, che mantengono vivo lo spirito del pensiero  farisaico ed anche se  l’haburah con edah, costituita da Yaqob, ancora funziona.

Ma seguitiamo a  leggere  e cerchiamo di capire la parabola.  Gesù, secondo Luca  disse questa parabola per certuni  che dentro di sé  erano persuasi  d’essere giusti e disprezzavano gli altri, mostrando i protagonisti: due uomini  salirono al tempio per pregare, l’uno era fariseo, l’altro pubblicano... evidenziando il fariseo che,   ritto in piedi pregava fra sé così: O dio, ti ringrazio che non sono come gli altri uomini, rapaci, ingiusti,  adulteri anche come quel pubblicano. Digiuno due volte alla settimana e pago la decima di tutto quel che compero.

Solo uno, che narra dopo la distruzione del tempio, può avere un incipit di tale genere parabolico: ritenere gli ebrei   quelli che hanno una concezione farisaica  di giustizia, collegata con l’idea di un popolo eletto,- che, avendo  un culto threschia, esclusivo, per un solo dio e padrone, disprezza non solo i culti di tutti gli altri popoli pagani, ma anche le comunità cristiane,- è  spia di un’antitesi tra la tzedaqah della sinagoga e l‘agaph /caritas  dell’ecclesia cristiana, non più, comunque,  in territorio siro-palestinese, ma  in ogni città orientale.

Il fariseo diventa figura antipatica, disgustosa davanti a Dio  per la superbia dell’eletto ed è  prototipo di tutto il popolo ebraico condannato già dall‘auctoritas senatoriale e flavia, sorvegliato  per la sua perfidia integralista, già taeterrimus per Tacito.

Luca scrittore di epoca flavia dovrebbe sapere (dovrebbe averlo sentito dire da Saul/Paolo o da altri di  stirpe ebraica)  che un esseno o un terapeuta, uomini di formazione farisaica,  mangiava ogni tre giorni e quindi digiunava  2 volte a settimana, anche se la Torah  imponeva una volta all’anno nel giorno della Espiazione ( Levitico 16,29; 23,27; Numeri 29,7). Inoltre si sapeva che  il fariseo era  ligio a pagare le decime perché diffidava  del venditore (impuro) che tendeva a non pagarla.

L’ evangelista è teso ad opporre i due caratteri, per creare  contrastivamente  una rete di antipatia  per il primo e  per formare un alone di simpatia per il secondo.

Infatti contrappone  al fariseo il pubblicano, un  appaltatore  di imposte seduto a to teloneion, al banco, cioè un teloonhs (teloonhths -telos ooneomai ) da tutti conosciuto come arpaks rapace, perché esattore,  in  Giudea  considerato un apostata o uomo bollato da anathema, di solito  filoromano, un ebreo romanizzato con doppio nome come Levi/Matthaios, emblema dei pagani  moichoi  adulteri ed adikoi ingiusti: Non sa Luca che neanche il teloonhs può entrare nel tempio  e che  deve stare a distanza di metri da un puro, regolata secondo la prescrizione della  Legge, all’atto della condanna!.

Il pubblicano,invece, diventa per l’evangelista  elemento positivo, simpatico  e caro proprio per la sua coscienza di essere peccatore in quanto creatura, a cui va la solidarietà di ogni  uomo mortale.

Luca  così scrive: il Pubblicano invece si teneva lontano  e non osava neppure alzare gli occhi al cielo, ma si batteva il petto dicendo: Signore, abbi pietà di me, peccatore.

ll pubblicano, peccatore  secondo lo schema paolino cristiano, di uomo mortale che vive nel peccato e che solo con la preghiera e con la fede si redime grazie al sangue di Cristo,  tanto da  essere degno di risuscitare e di avere il premio della vita eterna, è il modello del fidelis, che è umile,  creatura di fronte al creatore, cosciente del suo peccare. 

Il pubblicano amartolos, (uno che commette amarthma in quanto è peccatore perché riscuote il denaro per conto del romano  e maneggia le monete stesse con l’effigie dell’imperatore, diventa  non colui che  rimette il debito estinguendo il dovuto to opheleimenon (to khreos) come Zaccheo, ma è uomo giustificato per la sua umiltà e preghiera (congiunta alla Fede nel Christos ).

Luca, dunque, con il rovesciamento delle due figure, rinnega il giudaismo, esalta la romanitas e vede la salvezza per l’uomo secondo il  disegno salvifico di Paolo, romano -ellenistico,  basato non sull’uomo faber suae quisque fortunae, ma sul  Theos che sovverte la sorte umana  ed attua la sua oikonomia divina imperscrutabile.

Luca, dunque, testimonia  il baratro che si è aperto tra la sinagoga e  l‘ecclesia, in epoca flavia, poco prima o poco dopo il distacco  tra  i due credi, verso la fine del I secolo dopo Cristo, quando ancora il ramo  nazireo è  ancora nell ‘albero giudaico come Malkuth ha shamaim, ancorato alla Torah mosaica, -diversamente dalla Basileia tou Theou/il regno di Dio  antiocheno  che invece ha rotto ogni rapporto con la tradizione gerosolomitana ortodossa,- destinato ad  andare verso altre insurrezioni e verso il suo stesso sterminio sotto  Adriano.

Luca non sa (finge di non sapere) , però, che la preghiera ebraica si fa in piedi  e che ogni ebreo aspira ad essere giusto  e fa opere di giustizia, convinto di servire e di temere il suo Signore,  che lo ha eletto, in quanto  figlio, erede del Regno: la puntualizzazione (ritto in piedi e la preghiera di ringraziamento per essere diverso rispetto agli altri uomini)  dall’ angolazione  ebraica  non  rende ripugnante il fariseo, che è uomo distinto proprio per la sua fede collegata con le opere, elemento  leale e coerente  nel suo modus operandi,  tipico di eroe che muore per la patria  e per la sua fede, ma lo sublima.

I due per Luca antiocheno sono due caratteri giudaici, uno spocchioso, cosciente dello zelo  per la legge, l’altro umile e dimesso, sicuro di essere un reietto rispetto ad ogni puro giudeo: da parte dell’evangelista si  arcaicizza di proposito e si  falsifica la storia  di Gesù eroe popolare, di stampo farisaico, morto da puro ebreo.

Gesù, invece, è visto da Luca (da Paolo), anche  se scandalo della croce,   come un saggio sophos, alonato di divinità, capace di  predicare la remissione dei peccati, di  affermare che il pubblicano peccatore scese a casa sua  giustificato. Luca si è servito di  salire anabainesin ‘alah  e di scendere katabainein yarad così per mostrare solo che il tempio è in alto e che  la casa del peccatore è in basso: l’evangelista non sa che nel primo c’è sotteso tutto un mondo di  ascensione sublime  con esercizio che indica eccellenza e grandezza verso cui tende il  fedele, mentre lo scendere  indica il tragitto opposto, secondo un sistema di allegoria, tipicamente farisaico.

Luca,  dunque, descrive non il reale fariseo e il vero pubblicano, ma  due cristiani: uno spocchioso  che in piedi prega, convinto di essere un santo; l’ altro che  è umile, è cosciente del suo peccato e crede in Dio. E così avendo mostrato due tipi opposti,l’evangelista applica la regola paolina della metamorfosi  per  attuare la metabolh il cambiamento, in nome di Dio,  che  abbatte il superbo ed innalza il debole.

La conclusione di un  Gesù astorico, secondo Luca, è questa:  vi dico che quest’ultimo scese a casa giustificato, al contrario del primo. Di quale Gesù parla Luca (o chi per lui)? , di quale fariseo? o di quale pubblicano?

Solo Filone avrebbe potuto  illuminarci davvero perché contemporaneo di Gesù, ma la sua fonte non ha lasciato tracce né sulle  parole né sul bios del Signore, neanche  ci è giunta una goccia della sua acqua. Eppure Filone ha parlato di ameicsia non mescolanza, di una  sorta di separazione e distinzione farisaica ed ha proposto due modelli di vita ebraica di sicura radice farisaica, quella attiva degli esseni e quella contemplativa dei terapeuti, da cui risulta chiara, bella, virtuosa l’airesis setta dei Farisei.   Anche Saul Paolo, un cristiano ellenizzato dal doppio nome, che si è sempre professato  e vantato fariseo  e discepolo di Gamaliel-ma è un uomo di menzogna, condannato alla fustigazione e poi  a morte dal sinedrio e da Yaqob/Iakobos, fratello del signore  perché non obbediente alla legge,  e alla prescrizione  sulla Casherut – tiene in grande onore la figura del fariseo,  come ogni altro ebreo dell’ epoca che precede la distruzione del Tempio.

Giuseppe Flavio, figlio di Mattatia,- che è un  contemporaneo di Gesù,  parente degli Anano, meglio di tutti  potrebbe darci qualche indicazione anche se per dovere di suddito e per gratitudine verso i Flavi suoi padroni, scrive  Guerra Giudaica  nel 74  ed Antichità Giudaica nel 94, mantenendosi necessariamente nei binari della lealtà all’imperatore, senza però celare la verità storica,  facendo l’apologia giudaica senza offuscare il valore dell’imperium romano, risultando, però, ambiguo ed equivoco in questa contraddizione concettuale,   utile, comunque,   al fine della trasmissione  dell’eredità culturale sacerdotale ebraica – sembra smentire Luca e la sua cristiana interpretazione.

Lui è storico ufficiale dell’impero romano, autorizzato alla lettura della sua opera, impegnato nella esaltazione dei Flavi, pagato per la celebrazione del mito soterico di Vespasiano   e dei suoi figli, salvatori dell’impero romano, pacificatori dell’oikoumene, ripristinatori dell’ordo kosmico, dopo il disordine della guerra civile  dell’anno 69, a seguito della morte di Nerone.

Guerra Giudaica (a cura di Giovanni Vitucci, Mondadori 1974) II,14  così descrive la setta dei  farisei,- che  lo storico dice di aver scelto, pur essendo di stirpe sacerdotale, di una della migliori famiglie, dopo il sodalizio con Banno nel deserto, in considerazione della virtù-: essi godono fama di interpretare correttamente  le leggi, costituiscono la setta più importante  ed attribuiscono ogni cosa  al destino e a dio; ritengono che l’agire bene o male  dipende in massima parte dagli uomini,  ma che in ogni cosa ha  parte il destino ; che l’anima è immortale, ma soltanto quella dei buoni passa in un altro corpo,mentre quella dei malvagi  sono punite con un castigo senza fine…i farisei sono legati da scambievole  amore  e perseguono la concordia  entro la comunità .

In  Antichità giudaica XVIII 12-15 (Angelo Filipponi, Antichità Giudaica, XVIII, E book Simplicissimus , 2012) Flavio dice:

I  Farisei hanno un sistema di vita semplice e non concedono niente alle mollezze: seguono con autorità quanto la loro dottrina trasmette giudicando buono ciò che bisogna dettare considerandolo degno di contesa.Tengono in onore i più anziani,  non essendo orgogliosi in niente altro se non coraggiosi, di fronte alle  risposte di coloro che ostacolano  il loro parere. Essi ritengono che ogni cosa avvenga per destino, senza però negare il libero arbitrio, in quanto sono contenti che ci sia mistione di potere tra Dio e il magistero del destino: gli uomini, virtuosi e malvagi  devono stare con propri meriti Essi hanno la speranza della immortalità delle anime (Essi hanno speranza che le anime abbiano una forza immortale) e che sotto terra ognuno avrà un’adeguata dimora, a seconda del merito e in relazione alla virtù e al vizio, che alcune anime saranno chiuse in eterne prigioni e che altre invece potranno ritornare in vita. Per questo essi risultano molto graditi al popolo, ogni preghiera e tutti i riti cultuali divini sono svolti conformemente alle loro prescrizioni; la loro virtù fu così lodata dalle  popolazioni(cittadinanze)  che  li seguivano per la pratica, perché ritenuti  migliori  nel sistema di vita e nelle regole.

Perciò bisogna  concludere  secondo pertinenza  che in epoca di Gesù  il fariseismo era una setta che insegnava la resurrezione,  la stretta osservanza delle regola ma soprattutto ogni fariseo sapeva come agire di fronte ai sadducei,  sacerdoti e loro avversari, come combattere   i romani,  come comportarsi coi  pubblicani dando regole di comportamento pratico. Insomma  i farisei erano maestri  di giustizia, laici , ed una loro frangia  era la setta degli esseni .

Gesù, ebreo, il Christos Messia,  mai avrebbe  potuto mostrare una simile figura di fariseo, un  giusto come suo fratello Giacomo,  che predicava il Malkuth ha shemaim, la sua prossima venuta e il valore delle opere e non delle Parole !.

Cosa  diranno di questa lettura i miei amici e parenti cristiani? mi auguro solo che abbiano almeno qualche dubbio sui Vangeli e sulla ispirazione dello Spirito Santo!

Io lavoro, essi credono! Cosa? Non lo so.

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Un’ordalia nel 1498, a Firenze!

Francescani e domenicani in una sfida… mortale

Firenze  7 aprile 1498: Un’ordalia, un giudizio di Dio!
Che Vergogna per gli umanisti!
7 aprile 1498 un francescano e un domenicano a Firenze, in Piazza della signoria, si sfidano ad un’ordalia di fuoco.
I priori hanno concesso l’area della piazza ed hanno allestito il teatro della sfida, facendo  una piattaforma di legno  alta oltre due metri, di circa trenta metri di lunghezza e di sei di larghezza : i quattro lati a mò di recinto, erano  fatti di mattoni verdi, crudi, sovrapposti, di altezza di poco più di 30 centimetri.
I due contendenti arrivavano dai propri monasteri di S. Croce l’uno e di S. Marco l’altro: uno è lo sfidante il francescano Giuliano Rondinelli, che ha assunto l’incarico  e si è “sacrificato” al posto di Fra Francesco da Puglia, che aveva lanciato la sfida, contro i savanaroliani;   l’altro è Fra Domenico da Pescia, che gareggia per l’onore di Fra Gerolamo Savonarola.
Dovevano fare il percorso senza bruciarsi: risultava vincitore chi usciva vivo da quell’inferno!
Savanarola  guidava la Repubblica di Firenze,  che si era costituita dopo la morte di Lorenzo il Magnifico e  la venuta di Carlo VIII in Italia.
Fra Gerolamo  con la sua visione apocalittica aveva profetizzato gli eventi ed aveva attaccato la politica di Rodrigo Borgia
(Alessandro VI, successore di Innocenzo VIII Cybo) inimicandosi così col papato, da cui precedentemente aveva  avuto autorizzazione per l’indipendenza del Convento di S. Marco e per il raggruppamento di tutti  i monasteri domenicani sotto la sua tutela, grazie al cardinale Oliviero Carafa.
In città si erano costituite due fazioni/ partes quella dei Palleschi a favore dei  Medici e  quella dei Piagnoni a favore del frate  che aveva  perfino messo al rogo tutti  i libri considerati “mondani” cioè non utili alla moralizzazione dei cives e che aveva intensificato la sua azione nelle prediche, quaresimali, contro il papa simoniaco.
Alessandro VI, dopo le ammonizioni, rituali, aveva scomunicato il frate che aveva insistito nella sua azione antipapale  nei suoi commenti  alla Bibbia, mostrando come la vigna del Signore era desolata e in mani sacrileghe.
Pochi giorni prima della sfida era giunto un breve  papale con cui si condannava al fuoco l’eretico Fra Gerolamo.
In questa situazione di grave lotta civile tra le due opposte fazioni, bisognava dimostrare che il domenicano  era nel giusto perché fautore e cavaliere di Dio per Fra Gerolamo   giusto, santo  e profeta, mentre il  Francescano Fra Giuliano  affrontava il martirio  competendo  per dimostrare il contrario che cioè Fra Gerolamo era un falso profeta degno di essere condannato: Dio doveva dimostrare  chi dei due fosse nel giusto, salvandolo dal fuoco.
I due frati erano pronti per passare a piedi nudi e fare il percorso, senza bruciare,  grazie a Dio che avrebbe protetto il giusto.
Come finisce la disputa?
Con un acquazzone tale che  spegne il fuoco.
I due concorrenti sono tenuti in sospeso dai priori che li sentono discutere teologicamente e fanno questioni di ogni genere, timorosi dell’ordalia: l’uno, più motivato al martirio,  è sulla piazza; l’altro è dentro il palazzo della Signoria, con i notabili.
Dapprima i francescani  rifiutano la cappa  di fra Domenico inadatta per l’ordalia,  perché stregata  e fatta con incantesimo, poi   hanno dubbi sugli abiti stessi, per cui  il frate  è spogliato di quelli che porta  ed  ha abiti da un altro domenicano,  ed infine   sollevano obiezioni sulla  distanza che deve  esserci tra il  domenicano e Fra Savonarola,  capace di magie  perché dotato di poteri diabolici.
I francescani,  inoltre,  contestano Fra Domenico  che vuole portare  il crocifisso  ed anche l’ostia consacrata, ritenendo la croce una protezione e  il corpo di Cristo non  bruciabile: per loro si fa  cosa iniquissima e contro la chiesa se si procede secondo il volere del domenicano.
I francescani da parte loro cercano di far passare tempo e di spingere i domenicani ad iniziare per primi la gara: la dilazione sembra  fatta  in relazione al mutamento delle nuvole e al peggioramento del tempo sopra Firenze.
Fra Domenico, savanaroliano,  sembra l’unico deciso ad entrare sui carboni, mentre il Rondinelli, forse impaurito dal fuoco, è tenuto prudentemente in attesa, comunque,  forse, all’occasione,  sarebbe stato capace anche di morire martire.
Cavilli religiosi, comunque  dall’una e dall’altra parte, prima della purificazione… dell’acqua e della fine  definitiva della disputa!
La folla, tutta maschile, era in fibrillazione (Le donne i bambini assistevano dalle finestre e dai tetti della piazza), le due fazioni, armate, erano all’erta, mentre la signoria aveva disposto un suo esercito per evitare gli scontri e le violenze.
Un  temporale con lampi e tuoni   spegne il fuoco: Dio non vuole quella prova: questo sanciscono, concordi,  domenicani e francescani e le auctoritates presenti,  che, tutti inzuppati di pioggia, tornano ai loro conventi e case.
La razionale Firenze, patria di Lorenzo il Magnifico, morto da pochi anni, domicilio  di Pico della Mirandola (anche lui  morto da poco, seguace del Frate che aveva visto la sua anima salva in Purgatorio) e di  Poliziano, letterato  devoto e di Michelangelo religiosissimo,  mostra con questa ordalia una diversa realtà di fine quattrocento, tutta  ancora medievale, solo in apparenza umanistico-rinascimentale.
Il povero  Fra Gerolamo Savanarola,  quasi un mese dopo, il 23 maggio,  fu bruciato vivo, con due  confratelli!

Viene eseguita la condanna papale .

Trionfa Alessandro VI con la sua politica a Firenze e suo figlio Cesare si crea uno stato indipendente nel Centro Italia  grazie al  potere paterno…

Un’altra lettura di “I dieci lebbrosi”

Luca  narra la guarigione di 10 lebbrosi in 17,11-19.

Il racconto di Luca non è una testimonianza  di un miracolo paradoxon, di Gesù, che si trova a passare, al confine  tra la terra di Samaria e quella di Galilea, mentre va  a Gerusalemme,  ma  è spia di un telos,  quello lucano, di mostrare  cioè la riconoscenza di un Samaritano -rispetto all’ingratitudine degli altri nove, giudei – e la sua fede nel  Regno  di Christos venuto.

Il racconto di Luca non è storia, ma è una dihghsis  narrazione di un normale scrittore ellenistico, impegnato cristianamente secondo la scuola antiochena: Luca non conosce  la toledot giudaica e neanche la torah/nomos legge, sia giudaica che samaritana…

D’altra parte già  Luca aveva parlato della guarigione di  un solo lebbroso in 5, 12-16 , raccontata anche da Marco 1,40-45 e da Matteo 8 1-4.

Dunque, il  racconto  di un Gesù Methorios- che  con una comitiva attraversa il confine tra Galilea e Samaria per prendere decisamente il cammino lungo il Giordano fino a Gerico, prima di salire alla Città Santa-  fa parte del sondergut lucano, di quel materiale speciale tipico del mestiere di Luca medico e scrittore,  che ha lo skopos di rivalutare la cultura e il popolo samaritano, coinvolto nella stessa comune sconfitta, dopo la distruzione del tempio, dopo la fine di Simon Mago a seguito del pagamento della doppia dracma al  tempio di Zeus, a Roma, di tutta la Iudaea capta  (Idumea, Samaria e Giudea) secondo gli ordini di Vespasiano (69-79 d.C).

Nel disegno lucano grande rilievo ha la parabola del buon samaritano 10.30-37, paradeigma di uomo che ama il prossimo, esempio di uno che  ha compassione/eleos,  che  si ferma, anche se ha impegni di lavoro,  vedendo un altro soffrire, perché ferito da lesthai/ladri, che si accosta premurosamente,   che fascia le ferite, che  versa sopra olio e vino, che  lo fa montare sulla sua cavalcatura,  che lo conduce all’albergo/csenodochion, che  cava  dalla borsa due denari,(8 sesterzi  cioè 32 assi, poco meno di 40 Euro), che  li dà all’albergatore,  a cui affida il ferito, con la raccomandazione di  curarlo,  aggiungendo  che al ritorno restituirà (il verbo sottende  che c’è già rapporto  tra i due) quanto avrà speso di più.

Per capire quanto il samaritano dà concretamente all’albergatore  aggiungo per il mio lettore che un romano compra con  due assi  un kg.di pane  (poco più di un due Euro ) e con  un sesterzio cioè con  quattro assi  (quattro/ cinque euro circa )  può scopare una  scadente  prostituta.

E’ un racconto ellenistico, filantropico, comunitario  che tratta di un civis romano incappato nei briganti,  che turbano l’ordine del Kosmos imperiale in Iudaea nei trenta chilometri circa, che dividono Gerusalemme (città a 750 metri  sul livello del mare)   da Gerico (località a 250 metri sotto il livello del Mare), lungo sentieri  tortuosi, impervi, aridi e desertici, a volte dirupati…

C’è sottesa  la denuncia del precedente sistema di vita,  giudaico, (anche se Luca, probabilmente,  non lo sa!), perché non associa a lesthai  gli zeloti, i partigiani, integralisti  religiosi  antiromani del periodo  erodiano e posterodiano …

Chiaramente, comunque,  Luca marca i semeia di un comportamento caritatevole nei confronti di uno sconosciuto da parte di un samaritano  che, secondo Giovanni (4,9), è animato da ostilità  verso gli ebrei, che lo considerano eretico e scismatico.

L’attenzione alle azioni del samaritano è in relazione  contrapposta al comportamento dell’élite sacerdotale ebraica  (sacerdoti e leviti)  condannata perché  gira alla larga (antiparerchomai  significa passo oltre e vado dalla parte opposta),  anche se non più esistente perché non esiste più il tempio…

La domanda di Gesù al dottore della legge- uno scriba, un fariseo, un laico  che chiede  cosa fare per ottenere la vita eterna -è volta da Luca non nella direzione della legge  mosaica e quindi secondo le Scritture  (Deuteromio.6,5 e Levitico 19,18)  a dire cioè amerai il signore Dio tuo da tutto il tuo cuore , con tutta la tua anima e con tutta la tua forza, con tutta la tua mente  e il  prossimo tuo come te stesso, ma a referenziare  con un esempio pratico l’idea astratta di prossimo/o pelas,  secondo parabola...

Infatti Luca  fa rispondere il dottore della legge a Gesù – che chiede Chi di questi tre (Sacerdote, Levita, Samaritano)  è  stato prossimo  di colui che incappò nei predoni?- : Chi gli ha usato misericordia.

Chiaramente  il telos di Luca è quello di un cambio di destinatari  e di fruitori del Vangelo: non più gli ebrei (sacerdoti e leviti, sadducei e farisei) ma samaritani (e pagani) sono ora i cleronomoi  gli eredi del pathr, senza il patriottico hmoon (Lc.11,1-4) molto diverso da quello di Matteo  (Cfr. Una lettura del “padre nostro “)…

In questo disegno lucano la Guarigione dei dieci lebbrosi   è un altro segno dell’intento sotteso di Luca, già mostrato nella parabola della dramma perduta 15,8-10,   del figliuol prodigo 1511-32, del fattore infedele 16,1-12, e del  ricco eupolone e del povero Lazzaro 16 19-31., della scelta dei posti al banchetto 14,7-11.

Prima di parlare del paradoxon  del miracolo della guarigione dalla lebbra,-  su cui non entriamo in merito- è opportuno chiarire che secondo la legge  giudaica, il lebbroso, guarito,  deve essere reintegrato nella società dei viventi,  e deve avere una certificazione  per poter  abbandonare l ‘isolamento (o la vita comunitaria con altri lebbrosi) da un sacerdote  da presentare al suo eparco/nomarco, capo civile della zona di residenza.

Detto questo, il racconto lucano ha una sua logica,  non di un uomo vivente nel  periodo prima della distruzione del tempio (70 d. C) ma  di uno  che  vive e scrive nell’epoca dei Flavi.  

Infatti Luca  fa dire a  Gesù (morto nel 36 d.C.), uomo  conforme alla Legge: andate e mostratevi ai sacerdoti  dimostrando  che  conosce  l’obbligo per un giudeo di purificazione e di espiazione  secondo la valutazione sacerdotale.

Il seguito del racconto,invece, tratta del ritorno di uno, -un samaritano, che, vistosi  guarito,  torna indietro, glorifica Dio a gran voce-  si prostra con la faccia a terra- fa la proskinesis che si deve ad un re o a un Dio –  ringrazia  (impossibile,  in situazione di fatto, la vicinanza ai piedi di qualcuno, da parte di un lebbroso,  senza una certificazione legittima sacerdotale, pena la morte!) il maestro, che dice: non furono mondati tutti e dieci. Dove sono gli altri nove?  e che aggiunge: non s’è trovato alcuno che tornasse per rendere gloria a Dio, se non  questo straniero.

Non sono  congruenti i due enunciati iniziali  e tanto meno l’aggiunta! un Gesù, Christos o no, dopo aver obbedito alla Torah, non può parlare in questo modo.

Gesù,  Christos , attivo tra terzo e quarto decennio del I secolo  in terra  giudaica  avrebbe dovuto sapere che la prescrizione della legge impediva il ritorno ai 9 giudei per almeno otto giorni!

Quel Gesù, secondo noi, in quell’epoca, non può non conoscere  la procedura per la reintegrazione sociale  secondo le forme e le disposizioni mosaiche,  che impongono purificazione ed espiazione dei peccati-dopo i giorni di cammino da luogo di residenza dei lebbrosi al Tempio-  tramite la figura del sacerdote e poi dell’addetto ufficiale  politico!

D’altra parte lo dice espressamente… ogni giudeo dell’epoca conosce il Levitico e la procedura (da seguire per la lebbra)  per  la purificazione e per l’espiazione.

Non per nulla minuziosa è la prescrizione  per la riammissione  di un lebbroso in comunità in Levitico  13,1-59  e 14 1-56, da cui stralciamo alcune prescrizioni, che riguardano  il purificatore e  il purificando.

Il sacerdote   per la purificazione –  dopo aver costatato la guarigione     ordinerà di portare: due uccelli vivi e puri, del legno di cedro, del panno scarlatto e dell’issopo…  e fatte i sacrifici  necessari, inizierà il  rito di espiazione al cospetto di Jhwh… e dopo  le operazioni richieste … gli permetterà di  entrare nell’accampamento o città nel luogo dove abita, dopo l’autorizzazione del  toparco, senza entrare in casa o tenda…(da purificare anche esse) per sette giorni.

All’ottavo giorno  il purificando, (a seconda delle sue possibilità)   prenderà un agnello per il sacrificio di riparazione, l’offrirà ….prenderà anche un decimo  di un’efa  (13kg, quindi 1,3Kg) di fior di farina intrisa in olio, come oblazione e un log di olio,   due tortorelle o due colombi, di cui uno come sacrificio  di espiazione e l’altro come olocausto…

Non ho la minima voglia  di mostrare i tanti atti rituali che sono compiuti dal sacerdote  per la purificazione di un lebbroso, mi preme però, far capire che Luca o non  conosce il costume,  pur facendo parlare Gesù  in tal senso, oppure non essendoci più il sacerdote sadduceo ( essendo  stato distrutto  il Tempio) segue la sua logica di Christianos antiocheno, del periodo flavio,  desideroso solo di mostrare  la fede in Christos.

Ecco dunque il  vero messaggio di Luca : La fede nel Cristo venuto è salvezza per il samaritano e per tutti gli uomini che credono nel suo messaggio secondo Paolo e Luca, ma non per gli ebrei.

Invece  la lettura del passo evangelico, se in linea con i tempi di Gesù  sarebbe stata diversa e non  ci sarebbe stata possibilità di mostrare la gratitudine  di un samaritano, anche lui vincolato dalla stessa legge  – anche se legge  propria di scismatici, ma univoca per la procedura della lebbra – e costretto a seguire il rituale di reintegrazione sociale con altri sacerdoti, quelli del Monte Garizim, vincolati anch’essi  dalla Bibbia Samaritana (che comprende oltre al Pentateuco- Genesi, Esodo, Levitico, Numeri e Deuteronomio-anche Giosuè) …

In epoca Flavia tutto è azzerato : un narratore, di formazione  ellenistica, può dare significato nuovo ed aggiungere altri  valori, secondo il proprio credo e la propria inventiva  creativa …

All’epoca , la condizione di Samaria  è diversa rispetto  all’Idumea e alla Giudea,  molto più coinvolte nella guerra giudaica,   perché tutelata maggiormente da Roma, data la consistenza dell’elemento militare,  sicuramente  filoromano  da quasi un secolo, da quando Erode fondò Sebaste in onore dOttaviano, Augusto/Sebastos, e netta è la distinzione tra l’ebreo vinto infidus,  taeterrimus  secondo Tacito, perfidus nella sua accezione negativa, e il samaritano  quasi un confederato, un auxiliarius  sebastenus nell’esercito romano….

Da questa angolazione il passo di Luca  ha altro valore e significato: il ritorno del samaritano è quindi  segno di gratitudine   di un individuo che diventa simbolo di un popolo  che venera il Christos venuto, come benefattore e  come Dio …

Luca, comunque,  non ha buone conoscenze né giudaiche né samaritane, ma  solo generiche  informazioni bibliche derivate (sembra)  da 2 Re  5, 14-17 , dove viene presentata una figura parallela a quella del Samaritano: un lebbroso, un militare,  lo straniero Naaman il siro, che  quando si vede risanato, torna dal profeta Eliseo, pieno di fede verso l’unico Dio, dopo che si è lavato sette volte nel Giordano secondo l’ordine del profeta …

Luca è un ellenista che ama inventare  parabole, fare aggiunzioni, propagandare il Christos– in quanto  discepolo di Paolo- uomo dio venuto, ucciso dai romani, risuscitato, destinato a tornare  presto  per instaurare il Regnum

Il fatto del Miracolo dei dieci lebbrosi, quindi,  per come  scritto,  è una riqualificazione dei samaritani, che divenuti da barbari-scismatici e quasi idolatri,  assimilati agli assiri, ai babilonesi, ai persiani,  ai siriaci   considerate le tante deportazioni dal periodo di Sargon- cives romani, degni di essere nel Kosmos imperiale, perché conformati all’imperium, alla iustitia  e pax  romana…

la tetrarchia di Lisania

Zenodoro

Lisania era  figlio di Tolomeo di Menneo, signore di Calcide che, alleato di Aristobulo II, suo suocero, aveva accolto Antigono, dopo la morte di suo fratello Alessandro, con le sorelle  a corte.
Tolomeo era stato un padre spietato, che aveva fatto uccidere l’altro figlio Filippione, a cui era stata  concessa come sposa Alessandra, sorella di Antigono, per sposarla a sua volta (cfr.Flavio Ant.Giud. XIII, 392,XIV,126).
Aveva fatto una politica antiantoniana e filoparthica ed aveva riportato nella sua terra Antigono, promettendo ulteriori aiuti, all’atto dell’invasione di Pacoro, figlio di Orode, re dei parthi.
Questi aveva conquistato tutta la Fenicia ed era arrivato al Mediterraneo, ma non era padrone del mare per la presenza della flotta antoniana, mentre Barzafrane e Quinto Labieno, figlio di Tito Labieno  (Ant .Giud.XIV,330,  Dione Cassio, Storie XLIX,19-21)  agivano nell’interno della Siria e Celesiria.
Lisania, alla morte del padre, alleatosi con Antigono, lo aiutò a conquistare  Gerusalemme e a consolidarsi nel potere, facendo, quindi, una politica avversa ad Antonio, secondo la tradizione familiare.
Quando, però, Pacoro fu vinto, nel 38 a.C.  da Ventidio Basso, che già aveva sconfitto ed ucciso Barzafrane e Labieno, gli furono imposte, dopo la vittoria di Gindaro, gravi  tributi:  le condizioni di pace,  trattate con Antonio stesso, furono pesanti.
Antonio, vincitore per legatum dei parthi, già innamorato di Cleopatra, ucciso Antigono in Antiochia, aveva imposto Erode come sovrano in Giudea ed aveva assegnato  in dono alla regina egizia  la tetrarchia di Lisania (che, accusato  di aver favorito i parthi  e di aver cospirato contro i romani, era stato ucciso   Ant. Giud.  XV,92) ed alcuni territori di Malco, re nabateo (quelli intorno a Damasco).
I due re pagarono caramente specie Lisania, che, prima di morire, dovette cedere anche la capitale Abila  (di cui si vedono rovine al villaggio, oggi  chiamato Suk Wady Barada, a 20 km da Damasco) alla regina egizia.
Erode, pur socius  dei romani  dovette pagare  per non dare territori  richiesti  da Cleopatra (la zona di Gerico): diede infatti  duecento talenti, versando anche la metà di Malco,  che non aveva alcuna intenzione di saldare il debito.
Il re giudaico, in quanto fiduciario del triumviro, dichiarò guerra a Malco, poco prima della battaglia di Azio (31 a.C.).
Questa guerra si protrasse per oltre un ventennio e fu contro i nabatei e contro Zenodoro, che  era stato  l’amministratore della casa di Tolomeo di Menneo  e quindi di suo figlio Lisania (o ton  Lusaniou memisthomenos oikon).
Questi  nel corso e  dopo la guerra aziaca, riprese il controllo della ex tetrarchia di Lisania e la gestiva approfittando della mancanza di autorità romana ed egizia, nel periodo compreso tra il  32  e  il 29  e forse, fino al 27 a.C.,  epoca in cui Augusto decise il destino della Celesiria e  delle zone  ciseufrasiche e transeufrasiche.
La zona  di Calcide, ai piedi del Libano, con quella di Abila,  estesa  fino  verso il monte Hermon  comprendeva  parte della fascia orientale settentrionale del Libano attuale, tutta la zona montuosa  nordoccidentale compresa l’ Iturea (Batanea, Ulatha e Paneas) Gaulanitide, Traconitide, Auranitide e  zone dell’alta Galilea, fino alla Decapoli.
La tetrarchia di Lisania non era una  piccola  regione e per di più  non omogenea, difficile  a gestirsi, data la diversità di popolazioni, considerate le differenze morfologiche e la mancanza di una capitale unitaria: essa,  grosso modo (tolta la parte settentrionale del  Libano) poi toccò a Filippo,  figlio di Erode il grande,  che edificò al centro di questo territorio, Cesarea  sotto l’Hermon, alle sorgenti del Giordano,  dando così  una  nuova capitale (cfr Ant. Giud.XVIII,12-28,106).
Poi la tetrarchia ebbe qualche spostamento territoriale verso oriente, dopo la separazione coi territori nord-ovest (aggregati, forse,  alla Siria)  e fu data a Erode Agrippa-Ant.Giud  XVIII, 276- ed infine  assegnata da Claudio  a suo fratello Erode, pur ridotta nelle dimensioni (Ibidem,XX 138) territoriali,  limitati alla zona di Calcide. Per questo motivo  il fratello di Erode Agrippa I viene chiamato Erode di Calcide.
Molte di queste zone erano state occupate, quelle transgiordane, da Iamneo ( Ant. giud. ,XIII,393-4,397). che aveva conquistato  tra l’altro la Valle detta di Antioco e la fortezza di Gamala e perfino Pella in Decapoli, e le aveva  colonizzate  insieme con la Perea( che è  più a sud), inviandovi sacerdoti,  per far adottare i costumi giudaici.
Zenodoro, comunque,  si oppose ad Erode il grande, che era stato investito  da Augusto come sovrano della ex tetrachia di Lisania, con cause e con operazioni militari, impedendone la conquista.
Erode ebbe il sopravvento nella causa giuridica per l’appoggio sia di Marco Agrippa  che di Augusto, il quale,  nel 20a.C. , stando in Siria,  in occasione di una ventilata spedizione  contro i parthi, riconfermò il precedente dono, fatto dopo la guerra aziaca.
Erode, però, non ne aveva preso militarmente  possesso definitivo perché ostacolato da Zenodoro, dagli arabi, dai parthi.
Infatti Zenodoro, non avendo avuto l’appoggio romano, essendo nemico di Erode, cominciò a tessere rapporti diplomatici con i parthi e con gli arabi, e  fece  concessioni di porzioni  del territorio a Fraate e  vendette l’Auranitide a 50 talenti (ad un basso prezzo, circa 1.250.000 euro)  ai nabatei, in modo da poter regnare indisturbato  sul restante della tetrarchia.
Da qui la difficoltà di inglobare il tetrarchia di Lisania da parte di Erode, che, solo nel 12 a.C. , alla morte di Zenodoro, ne entrava in possesso, nominale.
La zona, infatti,  non era di facile controllo sia per la morfologia accidentata del territorio.  montuoso, che per la presenza di lestai, ladroni (sul problema lestai-zelotai nel territorio di Lisania -Zenodoro  cfr. Giudaismo romano I parte).
L’intervento romano di Varrone, governatore di Siria e poi quello di  Senzio Saturnino, incaricati a più riprese  di ripulire la zona non dovette avere esito se Erode non ne prendeva possesso ed era tenuto in scacco dai lestai in una regione adatta alla guerriglia.
La zona  per me era covo  degli zeloti  che, protetti dai Parthi e dai Nabatei, avevano rifornimenti e quindi fomentavano rivolte  mantenendo  uno stato permanente di guerriglia, inestirpabile, perdurato fino alla vicenda di Cristo e poi fino alla guerra del 66-73 d.C.
Erode ( forse)trovò la soluzione con Zimari, che, cacciato dalla Parthia, esule, aveva chiesto ospitalità e una sede per i suoi 500 arcieri e per il centinaio di famigliari mesopotamici  babilonesi giudaici  che, stanziati ai confini della Traconitide, la controllavano.
Erode gli concesse Ulhata a nord del lago di Hule e l’eparchia di Batanea,  esentò lui e tutta la regione  da tasse e da altri obblighi.
Zimari  ne prese possesso ed edificò Bathira: egli  fu uno scudo per  gli abitanti,  opposti  ai traconiti, e per coloro che da Babilonia venivano al tempio di Gerusalemme e fu sempre fedele ad Erode.
Zimari pacificò la zona, facendo accordi con i lestai, concedendo forse loro delle garanzie, se i suoi figli (Iacimo e Filippo, pur amici dei figli di Erode e dei romani ) poi non tradirono i figli Giuda il gaulanita e tanti altri zeloti.
Il solo Tiberio Alessandro, figlio dell’alabarca, diventato prefetto di Giudea, ebbe successo in quella zona e poté prendere ed uccidere Simone e Giacomo,  figli di Giuda.
Qui l’abilità politica e strategica  di Erode (Ant.giud., XVII,23-31) prevalse sul militarismo romano, dapprima facendo concedere parte dell’ex tetrarchia a suo fratello Ferora, che era diventato tetrarca  di Perea, poi  mediando con i nabatei e i parthi, specie dopo il matrimonio di Erode Antipa con Dasha, figlia di Areta IV.
Il problema degli zeloti, però, non fu risolto  e sembra che solo con Agrippa I  la zona fu oppressa pesantemente (Ibidem, 28) . In seguito  i romani imposero,  pur lasciando lo statuto di libere popolazioni,  tributi agli abitanti.
La tetrarchia di Tolomeo di Menneo, di Lisania, di Zenodoro,  tenuta da Erode  con l’aiuto di Zimari, e di Ferora, divenuta  tetrarchia di Filippo, poi di Agrippa I e infine passata sotto i romani, pur con  speciali statuti è il covo degli zeloti che gravitano sulla sponda transgiordana, alla sorgente ( nord est e nord ovest ) e che, animati da santoni del tipo di Giovanni il battista,  sono  oltranzisti irriducibili contro l‘auctoritas romana, inafferrabili in quell’intrigo di sentieri montani, di rupi e di caverne e di boscaglia ancora oggi visibili, ben testimoniati da Flavio (Ant. Giud., XV,346-348).

 

Methorios

il banchiere tra due stati

 

 DA Blaise Pascal  in Pensieri 172 ( Cfr Pensieri a cura di Bruno Segre,Bit,1995) ) Noi non ci teniamo mai fermi al tempo presente.Anticipiamo l’avvenire , come troppo lento a giungere quasi oerafferttare il corso o richiamiamo il passato  per trattenerlo, come troppo precipite: così imprudenti  che ci aggiriamo in tempi che non sono nostri d non pensiamo  affato al solo  che ci  appartiene  e così vani che ci curiamodi quei temi che non sono  più nulla e sfuggiamo il solo che sussiste senza rifkettere....

 

Methorios

Il termine methorios è usato in diversi significati in autori  di epoche differenti: Tucidite  alla fine del V secolo,   Filone  nel periodo di Tiberio e Giuseppe Flavio in epoca flavia.

Tucidide usa il termine, unito a  h gh , per indicare che la terra di Egina  è  methoria,  cioè un avamposto Spartano contro Argo e contro Atene in cui gli egineti, filospartani, sono protetti dagli  Spartani ed hanno un comandante spartano.
Per methorios, dunque,  si intende una terra di confine tra due popoli in opposizione.
Il termine, invece, è usato, dopo secoli, in età ellenistica, in Filone di Alessandria  in quanto  il giudaismo,  in epoca giulio- claudia, è genos di confine,  ai margini dell’impero romano e confinante con quello parthico, con cui ha stretti legami per agkhisteia, suggeneia  e phratria per vincoli cioè di parentela e di affinità linguistica e religiosa  per cui esiste un popolo aramaico, come se  fosse un’unica etnia.
Questa, vivendo sotto l’impero romano e sotto quello parthico, territorialmente  suddivisa, ha le stesse usanze,  le stesse leggi, lo stesso sistema  di vita tribale agricolo ed una comune lingua, l’aramaico.
Quella, però, dell’impero romano ha due sistemi differenti  uno aramaico come quello parthico  e un altro ellenistico,  basato sul commercio e quindi diverso, pur nella comune fede ebraica mosaica.
Ne deriva, perciò. che la popolazione giudaica, poluanthropica  in epoca romano-ellenistica, risulta divisa in una pars aramaica di circa 1.600.000 (1.000.000 di Parti e 600.000 palestinesi) e 2.500.000 ellenisti.
La prima vive secondo dikaiousunh  ( Filone, Quod omnis Probus,  159) e secondo areth/virtù ( Praem., 15), conformata alla legge di Mosè, secondo le norme del Dio di Abramo, di Isacco e di Giacobbe, con cui ha una particolare relazione con un patto eterno; la seconda è un ethnos misto, contrassegnato da pleonecsia /cupidigia,  in quanto  cerca  di più  il personale guadagno (Spec. 4,5)  e vive secondo una pratica di vita mediana così da servire due padroni (Dio e i romani), pur coscienti di essere ancora   una stirpe sacerdotale, amata da un pateer provvidente, che è numen confuso con il theos  romano-ellenistico…
Filone in Vita Mosis I 324 mostra  come il genos ebraico sia  per natura isotimos , paritario,   anche se evidenzia che ci sono alcuni che nella divisione delle terre bramano di più,  andando oltre i limiti  e le misure stabilite  per mantenere il kosmos  e per l’equilibrio intimo e per  la convivenza sociale.

Il filosofo rivela di conseguenza la presenza di anisotes ineguaglianza ((De Vita contemplativa, 70)  con  l’atacsia disordine con indisciplina  oltre  che di adikia  ingiustizia e di akolasia sregolatezza in opposizione a soophrosunh….
Non è, comunque, facile delineare l’area geografica  parthico-palestinese, entro cui ci sono zone interamente pagane con popolazione di diversi credi, mentre è più facile rilevare la comune matrice oltranzista (fondamentalista, direi)…
Quale  sia esattamente la zona abitata al confine dai giudei non è facile rilevarlo, anche se si conosce, grosso modo,  tutto il territorio di confine lungo l’Eufrate: essa comprende un’ampia zona non ben delimitata ed abitata, a macchia, da ebrei  che hanno fatto proselitismo, da secoli e che si sono diffusi al di qua e al di là dell’Eufrate, più a Nord che a sud: la ricostruzione di queste zone giudaiche  intorno ad un centro specifico potrebbe essere un grande lavoro al fine di capire la funzione di Methorios e la diversa applicazione differenziata  del Tokos (interesse) tra fratelli e  tra ebrei e pagani nelle zone di confine.
Una zona  dovrebbe essere quella  intono a Nisibi  e Neerda  lungo il corso del fiume, fino alla confluenza dei due fiumi, a Ctesifonte e Seleucia  con una popolazione ebraica  superiore a quella dei  giudei di Palestina …
Dalla fine del III secolo a.C. è attestata una famiglia, quella dei Tubiadi che svolge una funzione methoria  di raccordo  e di unità tra il popolo diviso nel territorio, seppure tenuto legato  da convenzioni specie religiose,  ed unito dal tempio di Gerusalemme fino alla distruzione del Tempio…
Filone probabilmente ha di mira il potere dei Tubiadi che avevano tentato di creare un stato cuscinetto tra Siria e  Egitto nella zona dell’ Ammanitide, ( Flavio, Ant Giud. XII, 230.233)  di cui oggi si hanno le rovine in Araq el Emir (un impianto monumentale comprendente  un lago artificiale, grandi saloni, parchi, grotte scavate  nella roccia e una rocca Birta – in aramaico –swr– torre in greco= phrourion)….
Probabilmente Giuseppe ed Hircano  uomini della tradizione giudaica egizio -tolemaica, sopportati da Antioco III e da Seleuco  avevano costruito una loro sede templare con trapeza  in concorrenza con quella gerosolomitana .(cfr M. Hengel,Giudaismo ed ellenismo, Paideia ,2001,  555-562)…
Nel caso di ritrovamento di monete, come Jehud  di Elefantina si potrebbe meglio sapere le relazioni tra i due stati ,come si rileva tra Nubia ed Egitto. Cfr. A. Vincent , Religion des Judeo-Arameans d’Elephantine  i937, 562 ss passim…
Comunque, allo stato attuale è solo ipotizzabile la volontà di creazione di uno stato  di confine, la cui grandezza non è conosciuta  e di cui non è neanche pensabile una ulteriore estensione al territorio palestinese, saldamente in mani romane, seppure  sia arguibile uno stato filoromano methorios come l’Armenia minor, al di qua e al di là dell’Eufrate, come forse doveva essere quello di Erode il grande, se ci fosse stata la conquista della Parthia nel 20 a.C…
I ritrovamenti del Papiro Rainer  e i papiri di Zenone mostrano come i telonai che derivano dalla cleruchia  tolemaica di Tobia  agiscano a Tiro e a Gaza  ed evidenziano rapporti  e probabili collegamenti col tempio di Gerusalemme, oltre a quello con la Birsa: sono telonai di origine sicuramente giudaica? E’ certo che essi sono attivi e a fianco o di Giuda maccabeocontro i siriaci, da cui sono sterminati (sembra)  tutti quelli  che sono tra i tubiadi ( Oi ontes ent tois Toubiou) , nonostante un’azione protettiva del capo giudaico a Xaraxs … Il legame militare e finanziario-economico tra i maccabei e i tubiadi non sarebbe spiegabile, se non ci fosse un medesimo credo religioso con un comune linguaggio …
Inoltre bisogna ben capire la funzione del giudaismo nel regno di Parthia, nel periodo di occupazione romana della Iudaea,  nel quadro della confederazione di stati parthici: i giudei sono diffusi in ogni stato confederativo con maggiore o minore  popolazione  ed hanno in alcuni un grande rilievo, in altri minore,  in altri  quasi nullo e quindi  svolgono un ruolo diverso in Mesopotamia rispetto a quello svolto in Adiabene, Armenia Minor e Perside…
Neanche si conosce il funzionamento del sistema amministrativo parthico che, però, dovrebbe perdurare in  quello  lagide  in alcuni stati e  in quello seleucide in altri: si sa, comunque, che  per un certo periodo è solo seleucide fino a Antioco Epifane IV  che desidera estenderlo a tutta la Celesiria  o in territori semiautonomi, secondo i principi ellenistici.
Queste zone, cadute , poi, sotto gli asmonei sono  ritenute autonome  sotto Pompeo e Gabinio: non si conoscono se i diritti sono vecchi, cioé quelli acquisiti sotto i lagidi e sotto i seleucidi e mantenuti sotto gli asmonei…
Di una cosa si è certi che nella zona molte città hanno diritti ibridi poi codificati in epoca romana,  ma la loro tradizione è  quella ellenistica .
cfr.  Flavio che cita Strabone  (Ant giud. 14,75-78 ,   e Flavio stesso  Guerra Giudaica  1 ,156-166),..

Inoltre, si sa che in Palestina quattro etnie  (giudei, idumei, gazei e azotei)  vivono mescolati ai siri , celesiri e fenici.
Dalla corrispondenza di Zenone Cfr papiri di Zenone in A Momigliano, I tubiadi nella preistoria  del moto maccabaico in Atti della reale accademia delle scienze di Torino  ,67 (1931/2) 174 s.) si rileva l’apparato amministrativo in Idumea, mentre  si conosce un gruppo di giudei sotto i Tolomei  considerato come somata laika eleuthera.
Mentre la funzione del tempio di Gerusalemme è da stabilire se è secondo la struttura vecchia  tolemaica o quella lagide prima della grande  crisi di Giasone 175 a.C….
Ora, comunque sia la questione, Filone in epoca  tiberiana e Caligoliana considera il termine Methorios  come basilare in senso giudaico e dà significato  secondo la valenza già acquisita in epoca lagide, seleucide ed asmonea.
La comprensione può essere difficile, ma diviene possibile se si tiene presente la cura/epimeleia di una basileia nei confronti del tempio e dei templi in genere.
Filone sposta ora in una nuova situazione storica  quella dell’universalismo romano quiritario, connesso con la basileia romana secondo le impostazione di Areio Didimo,  che ha visto in Augustus Sebastos, Zeus, venerabile come datore di vita e come adresteia sorte stessa eimarmene,  e per di più nomos empsuchos  per tutti i cittadini dell’ecumene….
Ora Filone vedendo la situazione giudaica compromessa nel dopo Seiano (dopo il 18 Ottobre 31 ), rivendica un ruolo per il giudaismo ellenistico, distaccandosi per quanto è possibile dal giudaismo palestinese ormai schierato in senso antiromano…
Se suo nipote  Tiberio Giulio Alessandro si schiera totalmente da parte romana apostatando, lui tende invece ad una azione methoria  dopo aver mostrato la singolare impostazione methoria del giudaismo ellenistico nel suo insieme con l’ idea  di uno stato cuscinetto tra Barbaroi e  Romanitas ellenizzata.
Sulla base degli esempi dei Tubiadi e di suoi antenati oniadi propone questa nuova forma  methoria a cui dà anche specificamente un valore morale  secondo una linea di interpretazione etica in relazione a Mosè stesso theophiles / philotheos  complementari per l’unità della figura  stessa del profeta-sacerdote,  legislatore e basileus.
Egli è diviso tra l’amore  verso Dio e amore verso il popolo  e nell’incertezza è a metà tra due opposti oosper epi plastiggos     (come in una bilancia ) Vita di Mosè, III,153.
Filone sembra congiungere varie forme della cultura giudaica e le ingloba in una propria sincresi  che potrebbe essere originale ai fini d in un’ armonizzazione ed integrazione   con  la romanitas, specie nel momento critico dell’impero di Caligola.
Filone, perciò, si pone da una parte secondo la struttura greca e da un’altra secondo quella della tradizione di Neemia ed Esra , essendo lui stesso, erede della famiglia oniade,  methorios tra due culture differenti  e quindi vuole essere mediatore culturale, sacerdotale, pontefice e sviluppa la theoria dell ‘ameicsia  tipica del sacerdozio mosaico…

Filone aggiunge che il sacerdozio mosaico sottende un sacerdozio universale di tutta la la stirpe giudaica che, essendo  intermedio, svolge una funzione di congiunzione tra Dio e il popolo/ l’uomo  in genere laico.

La funzione ripresa dal cristianesimo  col suo papato cattolico romano e dalla cultura occidentale, di razza  bianca, diventa theoria delle élites di inizio Novecento  (Cfr. L’altra lingua l’altra storia), che autorizza il colonialismo, in una ripresa dell’elezione ebraica …

Il termine methorios  sottende una  ben precisa  struttura organizzativa giudaica ellenistica quella della trapeza,  dell’emporion, e della sua dislocazione in terra al confine,  dopo apoikia, dopo aver mandato una colonia, come già fatto in epoca lagide e in epoca seleucide, in epoca asmonea  e  come facevano  a loro modo gli erodiani, insomma l ‘élite della società giudaica ellenizzata che viveva in mezzo ,tra i goyim e che  si era adattata, in modo methorios, facendo effettivamente  gli intermediari  finanziari
Ho potuto rilevare che  Roberto Radice e forse ancora di più  la Kraus Reggiani abbiano intuito qualcosa del  valore di Methorios  proprio perché  più attenti al lavoro di traduzione  e più legati al testo del direttore Giovanni Reale , hanno letto con qualche altra valenza il termine (Cfr Filone,  Commentario allegorico  alla Bibbia, Rusconi 1994) …
Specie in De Iosepho, comunque,  Filone mostra la funzione  methoria  proprio del sacerdozio sadduceo e di tutte le forme derivate  da quella dei Tubiadi e degli oniadi evidenziano il ruolo politico

(25.148. Certo in modo simbolico si dice salire sul secondo dei carri regali per questo motivo. Il politico è detto secondo del re (ta deutereia pheretai  basileos).Infatti non essendo né privato né re è al confine tra i due (methorios), migliore di un privato cittadino per potere,inferiore di un re assoluto, soggetto a un popolo re, per il quale preferisce fare ogni cosa con fede pura e lealissima.)…
Fatta questa premessa tra le due letture di base del termine cerchiamo di capire da dove effettivamente sia derivato il termine nella concezione giudaica e chi per primo tra i giudei  lo abbia usato: senza dubbio i tubiadi prima  e poi gli oniadi hanno dato il significato in senso commerciale in quanto hanno svolto una precisa funzione in zone di confine., sia tra i Parthi e  romani,  che in zone dell’India…
Gli oniadi, poi, avendo fatto apoikia e quindi vivendo in mezzo a pagani, esercitando l’usura  hanno svolto in epoca romana  una precisa funzione di intermediario finanziario ai confini tra l’impero romano e zone semi barbariche in cui esisteva  una moneta diversa, applicando forme diverse di interesse  in relazione al cambio…

Gli oniadi , inoltre, essendo elementi sacerdotali, connessi politicamente con i vincitori, dovunque si trovino,e facendo proselitismo fino agli inizi del regno di Claudio, hanno piena coscienza  della propria elezione  e della loro funzione culturale in quanto  figli unici del Theos pathr,  signore dell’universo

Perciò, si può dire in conclusione che Il termine  Methorios, pur comparendo  in Tucidide  nel suo significato di base, diventa  espressione di un nuovo valore solo in Filone.
Lo  storico greco, antico,  dà , dopo la denotazione  geografico-storica, una connotazione logistico-militare.
Il filosofo giudaico, ermeneuta, esegeta biblico,  erede di una famiglia sacerdotale (che  ha  esperimentato  col sistema templare  trapezitario  ebraico, il compito di  appaltare  di phorologein  la riscossione dei tributi  per i  dominatori lagidi e seleucidi, prima, e , poi,  per gli asmonei e per gli ultimi Tolomei  ed infine per i romani,  congiunto con quello di collettivizzare  in luoghi di raccolta e di smistare con  carovane i depositi bancari  fino al Tempio di Gerusalemme,(derivati dall’ ingente massa annuale della doppia dramma, di ogni giudeo ) dà un valore  nuovo,  aggiungendo  un significato morale ad un termine  proprio del codice militare e fiscale.
Gli studiosi, specialisti,  forse, non congiungendo opportunamente l’area semantica di methorios, ed  avendo conoscenze solo teologiche di Filone,  rilevano  il valore  lessicale e l’area allegorico- analogico-simbolico-anagogica  e concludono quindi in senso  etico…
Filone,  in un’ epoca come quella Tiberiana e Caligoliana, quando critica è la situazione di tutta l ‘etnia ebraica, colpita  a morte nel suo sistema emporico e trapezitario ecumenico, sia  nella madre patria della Giudea che  nelle sedi mediterranee della Diaspora ellenistica usa il termine, a mio parere, in modo da mostrare la funzione oniade nelle zone di confine: è una difesa  (un ‘apologia) morale  che copre, sottendendo  la ragnatela bancaria e il sistema emporico giudaico, di uomini  ricchissimi, cives romani  divenuti csenoi  ed epeludes, non più  epitimoi  perché colpiti da atimia ..
Methorios, methoria, methorion, dunque,   è un aggettivo certamente  usato  da Tucidide.(460/456-395/390 a. C.) in La  Guerra del Peloponneso  due  volte, mentre è variamente usato con significato, diverso da Filone.
In II,27 lo storico ateniese dice: H de Thureatis ge methoria  tes Argeias kai Lakonikes estin/ la terra Tureatide è  confinante tra Argolide e Laconia.
Il termine ha un particolare rilievo per lo stato di ostilità continua tra la due regioni e per la situazione, creatasi nel corso della guerra peloponnesiaca,  per cui gli abitanti di Egina, scacciati dagli ateniesi, perché rei di avere causato la guerra in Locride, erano stati condotti in quella terra, per ripopolarla, dagli spartani, memori del loro aiuto nel precedente terremoto e nella rivolta degli Iloti.
Nella seconda citazione Tucidide (IV,56) parlando dei fatti  del 425 anno, in cui Brasida, dopo al sconfitta di Sfacteria, stabilisce di fare la spedizione in Calcidica  nel momento in cui  c’è l’occupazione di Tirea, il capoluogo della zona methoria  e oltre alla  cattura dello spartano Patroclo, ferito.
Lo storico intende, dunque,  con gh methoria  indicare la terra di Cinuria- Tureatide  posta al confine tra Laconia ed Argolide, marcando la difficile situazione di una zona  posta tra due stati in conflitto, e rilevando la sua funzione difensiva per la Laconia e quindi per Sparta.
Filone Alessandrino (30/25 a.C- 42/43 d.C.) usa il termine Methorios varie volte,    dà di norma una valenza significativa morale, mentre parla della figura di progrediente  in relazione al bios di Abramo e  specie di  Giacobbe per  mostrare la singolarità dell’ebreo, di un uomo che cerca e vede Dio, di uomo che combatte con Dio in una continua skepsis, secondo linee ascetiche,  in una visione ecumenica.
Su questa base  semantica Filone attualizza il termine in epoca caligoliana e lo vede nella sua crisi  e lo connota come methorios ,uomo al confine tra Romanitas e Parthia: infatti l’ebreo è da una parte romano-ellenistico e da un’altra mesopotamico, integralista ed incapace di mediare e  di mettere insieme due culture oppositive. Per Filone, invece, l’ebreo methorios è chi corre il rischio di essere bruciato tra i due estremismi, ma è anche il  saggio  che sa congiungere i due opposti e  lanciare ponti in  modo da svolgere la sua funzione di mediazione non solo culturale ma anche economico-finanziaria.

Il compito del methorios diventa difficile ed eroico  quando domina il fanatismo religioso , quando ci sono scissioni/skimmata , erides contese  e  staseis , quando c’è guerra/polemos nell’anima ebraica, dilacerata tra la cultura occidentale romana e quella orientale parthica…
Nei conflitti  tra Romanitas e Parthia  si è rilevato  puntualmente in Giudaismo Romano   un tradimento ebraico: dall’impresa antipartica  di Crasso a quella di Antonio, dalla ventilata guerra di Augusto ai Parthi nelle 20 av. C., alla volontà di invasione da parte di Caligola fino alla guerra di Traiano nel 116.
Sempre i romani sono sconfitti perché con l’esercito romano ci sono i giudei che,essendo inizialmente methorioi, poi passano dalla parte dei Parthi  dimostrando coi fatti la loro reale appartenenza al mondo mesopotamico barbarico: i battellieri ebraici che imbarcano a Nord l’esercito romano e lo portano fino alla pianura mesopotamica  in epoca traianea, dopo la sconfitta romana ad opera della cavalleria catafratta parthica, non fanno risalire i soldati romani sulle loro barche e quindi rendono manifesta la sconfitta e penosa la ritirata di Adriano  mentre Traiano è malato…
Il solo Ventidio Basso, un legatus antoniano,  ebbe la meglio sui Parthi  nel 38 av.C. perché non volle la mediazione ebraica né alcun aiuto, rifiutando perfino le guide e vinse a Gindaro, grazie ad una sua specifica scelta militare e alla capacità di evitare lo scontro con la cavalleria catafratta nemica …
Il termine Methorios, dunque, per me   è basilare per la costruzione di una nuova figura di ebreo, vilipeso perché privo di diritti civili nel mondo romano, nel periodo seianeo e caligoliano,  perché considerato gente  xenofoba,  taeterrima, perfida,  secondo una connotazione dovuta più all’integralismo palestinese che  a quella degli ellenisti,  seppure  odiosi  alle altre nazionalità con cui convivono alla pari nel Kosmos romano, perché ricchissimi ed avidi esattori della domus Giulio-claudia, che hanno organizzato un grandioso sistema trapezitario grazie all’abilità nella  riscossione dei tributi…
Nelle due opere storico-politiche In Flaccum e Legatio ad Gaium,  ed anche in De Iosepho e nelle Vite di Abramo e di Mosé, in particolare, è possibile rilevare il valore completo di methorios, seppure espresso solo in senso morale…

Ci piace  a questo punto precisare  questo ultimo punto rilevato nell’opera filoniana.
Noi riportiamo,  perciò, due puntuali citazioni di Filone, da cui si evince  la lettura di methorios come elemento  intermedio posto al limite tra due estremi, in cui il suo etimo  semanticamente diventa tipico  nei rapporti intercorrenti tra Dio ed uomo come  ricerca di equilibrio tra materia e divinità,  come  via intermedia propria di una methodos , che dovrebbe dare stabilità all’ uomo che cerca Dio  nella giungla materiale diairetica di bene/male , di sensibile/ soprasensibile di transeunte /eterno, di mortale /immortale,  di umano/ divino.
In De opificio,  135  si legge : l’uomo è al confine tra  la natura mortale e la natura immortale  perché partecipa  anancasticamente  dell’una e dell’altra in quanto creato insieme mortale ed immortale, mortale nel corpo ed immortale nella mente…
In quasi tutta l’opera di Filone è presente questa impostazione  apologetica  in una considerazione simbolica secondo l’esegesi biblica del giudeo  “spiritalis”, come i farisei e  gli esseni e, specie i contemplativi ( De Vita contemplativa)   in un rovesciamento della figura dell’ebreo/ivri – chi vede Dio   Israel , in sacerdote e quindi persona sacra che aspira a congiungersi con Dio.
Questa impostazione apologetica è ancora più palese è  in  De Somniis II,229-230:e in Peri  ths Moseos kosmopoiias , 105
Filone mostra la mente del saggio,  distaccata dalle tempeste e dalle guerre e  la vede  approdata  alla serenità in una pace profonda, come tipica di un  essere  inferiore a Dio,  ma superiore all’uomo
In questa visione Filone  è connesso con la lezione epicurea propria della Lettera  a Meneceo: ouden eoike tooi thnetooi,  anthropos   o zoon en tois athanatois agatois.
La precisazione che fa è la seguente: l’uomo di valore occupa una posizione methoria  in quanto  non è Dio  né uomo, ma un essere  legato ad ambedue  gli estremi, alla specie mortale per la sua condizione  di uomo, a quella immortale  per la sua virtù.
Da una parte  il valore epicureo, a seconda del  libero arbitrio umano,  può portare alla perfezione o alla abiezione, in relazione al  prevalere  della virtù o delle passioni; da un’altra, la via è quella dello spoudaios, del saggio che tende progressivamente al sommo bene  seguendo il paradigma di Abramo, di Isacco, Giacobbe e  specie di Mosè che è la sintesi dell’uomo perfetto(teleios).
Filone, dunque, con  methorios esprime la concezione di filosofo posto al confine tra la paideia greca e la musar aramaica, di mediatore culturale,  nella certezza della centralità  della  lettura biblica, simbolica in una sincresi di  Socrate e di Tare, padre di Abramo.
Questa fusione culturale seppure sincretica, tra cultura greca e cultura aramaica mediata dal giudaismo ellenistico, specie alessandrino, e dalla sua oikos (domus ) Oniade che aveva profonde connessione con i Tubiadi, è dominante nel periodo flavio, quando il giudaismo subisce limitazioni e viene fatto scadere in senso commerciale: il declino trapezitario  giudaico in epoca antonina produrrà staseis e neoterismoi e favorirà il ricongiungimento tra aramaici ed ellenisti, specie nella rivolta di Shimon bar Kokba…
Finito il successo dei methorioi  che, in epoca diversa, avevano fatto la storia  tra i due imperi.  ora l’ebraismo era giunto al massimo parossismo tanto da commettere misfatti inauditi: stragi a Cirene e a Cipro nella guerra di Kitos…

Eppure da Cesare  fino a Nerone  i methorioi, specie alessandrini, manovrati dagli oniadi,  erano stati utili intermediari che appaltando la gestione della riscossione dei tributi, per i romani, fecero l’ epopea mercantilistica  ebraica, maggiore di quella fatta precedentemente  al soldo dei lagidi  dal terzo secolo  fino al  II e al I secolo. in ogni parte del mondo essi cambiavano valute, in India come nel cuore dell’Africa, sulla costa atlantica come su quella della palude Meotide o su quella Caspia ,  le loro trapezai erano una garanzia per i popoli barbaroi, essendo  in relazione anche ai diversi cambiamenti politici e ai grandi rivolgimenti storici.
Essi con il sistema bancario  connesso col proselitismo grazie alle alle apoikiai (colonie),  formavano un élite di naucleroi, di emporoi, di kapeloi  ben serviti da una schiera di trapezitai e loro agenti  che timbravano e marchiavano i i tributi per il Tempio di Gerusalemme Essi per oltre un secolo erano i  rappresentanti del comemrcio ellenistico e specificamente erano cives romani  in terre lontane  riuscendo a prosperare  anche dopo la fine dei regni ellenistici, col vincitore romano, e ad aumenatre  il loro impero finanziario, che  anzi viene decuplicato nel periodo di Augusto e il primo Tiberio…
I giudei ellenisti  anche se si opponevano come scismatici al Tempio di Gerusalemme, massima trapeza, il cui controllo era necessariamente in mano romana grazie al fedele servizio dei sadducei,  avendo perfino un proprio Tempio a Leontopoli e trapezai in ogni  parte del mondo perfino oltre i limiti dell’impero romano e di quello parthico, erano l’avanguardia dell’esercito romano stesso , costituendo la base per l’ ellenizzazione, per la penetrazione nelle remote plaghe dell’India e della Cina, dell’Africa, delle fredde isole del Nord Europa
Methorios, però, risulta ambiguo proprio per la doppia nazionalità dell’ebreo che oltre alla cittadinanza del luogo di domicilio ha la cittadinanza di Gerusalemme, una cittadinanza katholikotera (più universale)  segno di diversità e di separazione rispetto alle altre etnie…

Comunque  ci teniamo a concludere definitivamente con  Filone, che  in De Iosepho ,148 sviluppando il tema della morale come politica e fissando le funzioni del politico e del suo rapporto col sovrano, con il privato e col popolo, precisa la funzione intermedia del Methorios  congiunto con o politikos (vir civilis).
Egli mostra Giuseppe salente sul secondo carro e quindi come colui che fa le seconde parti rispetto al faraone (o politikos ta deutereia pheretai basileos) quindi come un uomo non privato né re, ma methorios  tra i due  in quanto è superiore al privato ma inferiore al re per comando assoluto (autecsusion), che si serve del popolo re,  a favore del  quale  preferisce fare ogni cosa  con fede pura e che serve lealmente il sovrano…

Il Methorios di  Filone  risulta, allora, eguale a quello di Flavio Bios , 22, 105 kai de pempsantes  pros Ihsoun ton archilesten eis ten Ptolemaidos methorian, upeschonto dosein  pollà chremata ..  Cosi avendo inviato un messaggio a Gesù il capo brigante, nella terra di confine di Tolemaide  promisero di dargli molte ricchezze … uomo che vive in una terra di confine -dove si scontrano due auctoritates  quella romana e quella di un’ecsousia di un capobrigante  cioè di una zona franca, dove  esiste solo un potere locale,- in cui il trapezita  è garanzia di un superiore potere economico e finanziario…

La chiesa cattolica romana è erede di tale cultura methoria: il  pontificato  svolgendo la sua funzione sacerdotale, ha vanificato dapprima la potestas imperiale  di Roma, perché demoniaca,  poi il potere politico regale popolare, del popolo- re, minando ogni democrazia, creando la massima ingiustizia sociale  sulla base di un  privilegio  ebraico, di un Theos pathr provvidente…che ha un patto di alleanza col suo popolo, bianco, ebraico cristiano …

Retorica e cristianesimo

Ha ragione Nietzsche?

Secondo Nietzsche (Umano, troppo Umano) “l’origine del cristianesimo sta nel progetto di spacciare la sconfitta storica di Gesù, la sua morte ignominiosa sulla croce in una vittoria in un altro mondo”
Il filosofo vede, dunque, il cristianesimo come “sviluppo e prosecuzione dell’ebraismo” e considera i cristiani come uomini che “incapaci di accettare la realtà della morte del Christos, ne stravolgono l’insegnamento in senso morale” secondo la lettura allegorica farisaica e vi introducono la prospettiva del peccato, della colpa, dell’aldilà, concetti del tutto estranei ad un ebreo di quell’epoca.

E’ dunque, il cristianesimo un fenomeno, letto tragicamente,  secondo i canoni della retorica dove i fatti vengono mutati nel loro contrario, in un sistema ordinato secondo i criteri di verisimiglianza, in modo da sbalordire lo spettatore (il fedele) che rileva l’azione con mutamento (metabolh), unito a peripeteia?
Se esaminiamo i termini secondo la logica della Poetica di Aristotele (1452a 11ss ) si rileva che peripéteia è il termine centrale in una situazione mutata, passata improvvisamente da un male ad un bene, da forma, dominata da forze negative, inaspettativamente rovesciatasi tanto che, nella tragedia. si richiede l’intervento miracoloso del deus ex machina.

Il passaggio da un fatto con mutamento può avvenire secondo normale anagnoresis/riconoscimento, ma diventa miracoloso e paradossale quando si ha la peripeteia.
Il termine indica  uno straordinario mutamento situazionale, un accadimento improvviso, imponderabile, in quanto sul soggetto agente piomba addosso (peripiptoo)un accadimento improvviso che stravolge ogni cosa, in quanto si passa esattamente al contrario di quanto si poteva prevedere umanamente.
C’è in peripeteia sottesa l’azione di un Dio pater provvidente che, avendo un suo piano sul soggetto, lo realizza in modo imprevedibile, secondo una conclusione in linea con la sua oikonomia divina.

Dunque la peripeteia è un segno dell’intervento di un Dio che stravolge la storia ed avvia il suo fedele passivo, ad una sorte nuova, migliore, facendolo passare da uno stato di massima afflizione ad uno di massima felicità, dando così un compenso eterno ad un mortale che segue la sua volontà ed accetta lo stato di miseria di vita umana secondo le regole, imposte dai sacerdoti, che sono i medium (pontefici) di questo passaggio e che autorizzano coi sacramenti il graduale trasferimento dalla vita alla morte, dall’infelicità dello stato umano e terreno ad una felicità di uno stato ultraumano e celeste.

Insomma secondo il pensiero cristiano bisogna essere macerati in un ingranaggio di dolore ed arrivare ad una catastrophé tale da produrre catarsi/purificazione per conseguire poi il passaggio allo stato contrario grazie all’intervento di Dio: non c’è salvezza senza questo passaggio; non nasce la vita se non con la morte, non si sale in cielo senza la sofferenza terrena…

Il cristianesimo ha banalizzato il sistema della tragedia greca e lo ha reso popolare, anzi ha fatto si che ogni uomo debba subire la massima forma di dolore o sofferenza o afflizione terrena per aver un premio infinitamente maggiore in un altro mondo, come compenso del quotidiano travaglio di vita: dare eternità di vita come promessa per una vita effimera, dominata dal male, sofferto rassegnatamente …
E’ questo proprio il metodo dei Theourgoi/ teurgi – di cui parla Giamblico (245-325 d.C.) specie nel III e IV libro di Misteri degli egiziani – la cui funzione tra gli uomini è utile per la conoscenza del futuro.

Essi insegnano una pratica di vita ascetica progressiva…
I cristiani in epoca costantiniana e poi teodosiana, influenzati o condizionati dal pensiero del filosofo platonico mettono insieme Theamata theia (visioni divine) e theoreemata episteemonika (osservazioni scientifiche) proprie dei teurgi in modo che Christos sia chreestos /utile perché l’élite sacerdotale sia guida morale pari ai maestri di Teurgia.

I sacerdoti come i teurgi, quindi, cercano un metodo di conoscenza irrazionalistico, teologico da una parte e da un’altra uno razionale epistemico, capovolgendo ogni sistema ed ogni struttura con la duplice loro via di indagine logica e mitica…secondo procedimenti retorici, basati  sull’asse metaforico mediante la similitudine, -che passa  direttamente  alla metafora (esempio: donna splendida  come il sole, soppressione di splendida e come e quindi  risultanza di assimilazione dei due termini apparentemente di aree diverse ed incomunicabili, La  donna è  sole) – o su quello simbolico ed allegorico, dove il secondo termine, quello di paragone può diventare e soggetto mediante inversione o rimanere predicato nominale   in quanto sono equiparate le due sostanze reali (sole e donna), poeticamente e religiosamente,  in quanto   ambedue sono sumbolon  ed hanno infinite possibilità di scambio ed autorizzano alleegoria, un dire diverso da quello  che deve essere inteso (esempio  agnello divino = Dio/agnello),  specie nel corso della ripetizione rituale  e cultuale, specie se  in sette o in folle  di fedeli, riuniti in manifestazioni sacre, presiedute da sacerdoti ….
Dunque, Nietzsche ha ragione?….
Non è proprio come dice Nietzsche, ma il filosofo aveva ben individuato il problema ed aveva visto la derivazione dall’ebraismo del cristianesimo cioè del Regno di Dio, come di una cellula ebraica antiochena, anche se non rilevava la differenza con l’altra del tutto ebraica e rimasta pura, quella del Regno dei Cieli, confusa poi, dopo la vittoria definitiva del cristianesimo, con l’altro Malkuth/regno…

Nietzsche ha certamente capito la funzione del sacerdozio, simile a quella dei rabbini del periodo talmudico, che facendo la peripeteia promettono un eterno premio al mortale che soffre e vive la quotidianità di vita nella sofferenza: lui autore di La nascita della Tragedia e professore di greco ha piena coscienza dei termini e mostra la funzione arbitraria di una classe intermedia sacerdotale tra uomo e Dio tanto avida da svolgere un ruolo tra i credenti e la divinità, convinta di operare per il bene dell’uomo, in attesa della fase del suo adultismo

La funzione methoria/mediatrice del pontefice, come quella del rabbino e come quella del teurgo, ha in comune lo stesso procedimento, quello della peripéteia: l’inganno/panourgia è nel capovolgimento delle strutture: Paolo di Tarso ne è il sublime interprete.
E’, dunque, il cristianesimo (il Regno di Dio) davvero una forma ebraica ed ellenistica, (costituita da retori fruitori di doppia cultura che già nell’ambiguità del nome si classificano) che trova la sua applicazione nella peripeteia, in una sincresi forzosa di elementi giudaici e di formule ellenistiche?

Secondo me, questo è il cristianesimo, ma non so se è “la più nichilista di tutte le religioni ” o è “una religione, come le altre”, che si basa su un popolo -bambino che crede alle parole di chi ha privilegi, in quanto clero, che capovolge ogni sistema e lo stravolge in nome di Dio, facendo il proprio interesse.

So, però, che il clero oniade (discendente da Onia III), alessandrino, imitando la perfezione/teleioosis di Mosè, con la sua attività bancaria e con la sua perfetta economia- penetrata in ogni parte dell’impero romano- ha, comunque, creato questo sistema religioso.  Esso, più di quello gerosolomitano, più di quello essenico, incorporatosi nel sistema romano ellenistico, prima nel II secolo  e poi come fenomeno cristiano con Costantino ed infine con  Teodosio, si è sempre più radicato tra i vari popoli…, approfittando del nomen di Roma,  eterna in Occidente e in Oriente,…grazie  anche ad un’ educazione impartita fin dalla prima infanzia …

Un Dio tragico: aprosdoketon e peripeteia in Historia

Un Dio tragico

Pasa episteemh khoorizomenh dikaiosunhs kai ths allhs areths, panourgia, all’ou sophia phainetai/ ogni sapere, disgiunto da giustizia e da altra virtù,  sembra raggiro, non sapienza.  Fozio,Gnoomai 245.

Ho sempre pensato che il Dio cristiano abbia più una connotazione militaristica e tragica -in quanto è un dio arcaico ebraico- che quella universalistica e provvidenziale, successiva, della filosofia platonico/stoica….

Costantino, imperatore d’Occidente, vincitore nikeths  su Licinio, imperatore d’Oriente, capace di riunire l’impero romano,  è personaggio controverso, data la sua nascita bastarda, vista la sua educazione militare, considerata la sua ferocia:  vede solo nel Theos , Jhwh sebaoth  dio degli eserciti,  il proprio numen tutelare, come Christos giovanneo…

Perciò, l’imperatore, sotto il consiglio dei suoi intellettuali (specie Osio di Cordova e  Lattanzio) innesta,  grazie anche allo storico Eusebio di Cesarea, il cristianesimo sulla tradizione  giudaica biblica, già collaudata, dopo Marcione,  che ne era stato fiero oppositore sulla linea della paternità divina, congiunta con la metrioths/moderazione ellenistica…

Il Theos  giudaico del Vecchio Testamento è crudele e spietato contro i nemici, ma è anche un dio tragicamente assetato di sangue, direi, sadico, desideroso di sconvolgere i piani del razionalismo della creatura umana, che procede secondo logos  nella costruzione della storia privata e collettiva.

Con thaumasia/miracoli  e terata/ prodigi  il theos scardina la normalità di vita,  sconvolge ed abbatte il regolare flusso  temporale di vita, storico,   e lo snatura.
La divinità non solo sconvolge i piani umani, ma improvvisamente li capovolge,  dimostrando di essere il solo padrone della storia  e lo fa secondo canoni propri della tragedia, avendo bisogno di vittime

L’uomo, entusiasta, teso verso l’alto,   stordito dalla katastrophh, è costretto a ridimensionare i suoi piani di elevazione  spirituale, e si prostra riverente davanti alla grandezza del numen e alla sua epiphaneia, e alla natura stessa, simbolo della divinità, in una volontà di purificazione della propria  ubris/superbia  di creatura rispetto al creatore…

Questo avviene non solo nei processi  storici  e nelle vite di grandi personaggi, ma anche negli  accadimenti naturali  come maremoti,  terremoti,  eruzioni di vulcani, inondazioni,  glaciazioni,  e nelle staseis  rivolgimenti sociali e politici o come le rivoluzioni popolari, i cambiamenti cruenti di governo, le formazioni di stati  ecc…

Non solo ai vertici  delle gerarchie sociali e politiche, laiche ed ecclesiastiche, ma anche a livello popolare  il theos applica la sua legge  indistintamente  accomunando tutti i mortali, nati per morire.

Ogni creazione stessa  umana  è labile, transitoria, destinata a crollare, comunque sia la costruzione, già inficiata  dalla sua stessa materialità e dai limiti del costruttore stesso, nonostante la  riconosciuta geniale perizia…

Il theos esprime con il cambiamento improvviso la sua legge provvidenziale, imperscrutabile,  rivelando un altro disegno diverso da quello umano, un‘altra storia…

Ma la provvidenza/pronoia, che stabilisce l’ oikonomia tou theou, esiste veramente in quanto esiste un Dio creatore  del to olon  universo, e del to pan,  il mondo conosciuto  terreno, ellenistico e barbarico  costituito da tutti  viventi  (piante ed animali)?

Si parla, comunque,  di un Theos ellenico,  dei contadini della beozia dell’Vlll secolo,  di Esiodo che  parte dal Kaos (Teogonia 116- prootista Kaos geneto,)-  che però  dipende  dai  culti accadici ed hurriti,  derivati, anche loro, dal RgVeda…

Esiste, dunque,  kosmos con armonia / un sistema costruito ordinatamente  e meravigliosamente dalla mente del Theos,  a vantaggio  dell ‘uomo, razionale e loquace,  principe rispetto agli altri elementi irrazionali  e muti  del creato?

Ma,  ci può essere armonia con kosmos, se c’è privilegio dell’uomo e dell’ebreo-cristiano  sugli altri ?!

Non ci sarebbe omonoia, neanche se imposta  dall’alto, ma solo principato di una specie . La pronoia di un Dio, giusto  distributore  di sorti,  potrebbe non esserci perché esiste l’irrazionale anagkh del destino,  da cui dipende la vita dei viventi in Natura, indistinti, capaci  da soli, secondo processi evolutivi, di organizzarsi in relazione agli ambienti  e ai climi e al suolo stesso  e alle diverse latitudini.

Potrebbe valere solo h eimarmene sorte, destinata ad ognuno di noi, senza intervento di nessun daimon, regolata automaticamente  senza merito e casualmente,  tipica dell’uomo e  di ogni vivente di ogni parte del mondo e dell’universo?

Se il pianeta Terra  è, nel sistema solare, con la sua Luna,  solo una pars minima del Creato, galattico ed extragalattico, costituito da miliardi di astri, non certamente esseri angelici,-come riteneva il mondo antico- ma mondi  dotati di energia vitale, infinitamente più grandi del nostro stesso intero sistema solare,  perfino nei buchi neri, come possiamo avere ancora una concezione ellenistica tolemaica, anche se  aggiornata in senso copernicano ed einsteiniano, basilare per i sistemi religiosi occidentali cristiani?

Tra  i tanti  elementi  antitetici, contrastivi e  contraddittori,  connotanti il sistema retorico classico-giudaico cristiano, teso  verso la spiritualità come elevazione morale,  ektheosis/ indiamento e  telioosis/ perfezione,  disgiunta nettamente dalla realtà  umana popolare, volgare e materialistica,  discriminata come ilica, mi piace sottolineare  come il Dio cristiano operi secondo i processi dell’aprosdoketon  e della peripeteia, che sono fenomeni retorici, propri  del romanzo e della tragedia.

Aprodookhton da aprosdokao esprime un valore di inatteso, inaspettato ed imprevisto e si dice di qualcosa – che l’uomo, pur nella sua razionalità e normalità, non può prevedere – che capita improvvisamente non solo come calamità naturale, ma come evento  straordinario privato.

Infatti l’uomo costruendo, in modo personale, se stesso e facendo un suo percorso, fabbrica un  futuro, poco a poco, e vede giorno dopo giorno la sua opera crescere  come cultura individuale, come  famiglia, come  relazione sociale, come  possibilità di proiezioni  in varie direzioni, anche in senso  commerciale, secondo la logica dell’aspettativa umana, connessa con il naturale evento di successione cronologica, come se fosse possessore del suo tempo, pur breve, avendo, comunque,  moderata fiducia  e  speranza compatibile con l’età, nella convinzione di un’eternità genetica.

Così facendo, pur senza salti utopici, l’uomo, arrogantemente usurpa, si dice, natura e tempo, quasi fosse superbo della sua personale  costruzione, convinto del suo genio creativo,  che è risultanza di una vita realmente vissuta e di una continuità di lavoro, come se fosse realmente pars divina,  perché educato religiosamente  come figlio di Dio, padre,  di cui  ha  sacro timore, secondo la tradizione giudaica.

Il mondo classico parla, allora, di phtonos theoon, invidia degli dei e il cristianesimo di vendetta di Dio sul superbo arrogante.

In latino  il concetto  retorico di aprosdoketon  è espresso come fulmen in clausola o come in cauda venenum, come se l’autore – di solito è  Marziale  che lo usa –  facesse un’operazione di una stoccata conclusiva finale, come  di un fulmineo colpo  di un gladiatore che chiude definitivamente la partita proprio quando stava per soccombere, come di uno scorpione che, alla fine, vince colpendo col suo mortale veleno caudale.

I latini sono uomini convinti di essere ognuno faber suae quisque fortunae, anche se rilevano la disgrazia di Emilio Paolo vincitore fortunato a Pidna, trionfante su Filippo V, re di Macedonia, rimasto senza figli maschi, pochi giorni dopo il suo trionfo (due gli morirono naturalmente  e gli altri  legalmente perché erano stati adottati da famiglie prestigiose)…

Dunque, aprosdoketon è usato  specialmente nell’epilogo di un epigramma e di una vicenda comica o tragica   e  vale in effetti come una battuta finale inaspettata, paradossale, che stupisce il lettore o lo spettatore che ne rimane sbigottito: l’ekplecsis  è lo stato finale di chi, colpito, resta intontito come fuori di sé per qualche attimo, tanto che  l’autore del Peri upsos  parla di Ekstasis/ fuoruscita di mente.

Il Dio cristiano per i Padri Orientali ed Occidentali, nutriti di Paolo e della sapienza evangelica,  fa la storia dell’uomo a suo piacimento ed arbitrio e porta a giusto compimento ogni cosa, facendo partorire dal male il bene, dando funzione all’inetto, dando potere al debole  sovvertendo ogni valore e considerazione umana razionale.

Dio, secondo Paolo ( 1 Corinzi)  confonde i sapienti, abbatte i potenti ed innalza gli umili…perciò per l’uomo adamitico esiste la morte,  per l’uomo che vive di Cristo esiste la resurrezione. Cristo fu risvegliato dai morti  ed anche il cristiano lo sarà. Come per un uomo esiste la morte così per un Uomo (cristiano) esiste la risurrezione…Tutto si muta,  tutto finisce, tutto si consuma, la stessa conoscenza katarghthhsetai si dissolverà….

Per i Vangeli il cielo e la terra passeranno, le mie parole non passeranno Luca 21,33; gli ultimi diventeranno primi e i primi diventeranno ultimi Matteo 20,16 …

E’ una visione escatologica ed apocalittica, propria di scrittori giudaico-cristiani, ed anche platonico-stoici, che, comunque, hanno una elpis, quella di un’altra vita utraterrena, un regno dei cieli come dimora dei giusti,  che la  conquistano con una  vita di sacrifici e di dolore,  a seguito di profonde lacerazioni  materiali,  pur circondati dal  male  e fiduciosi in Dio Padre, che sarà il giudice  che ricompenserà il breve soggiorno infelice con la beatitudine eterna.

Ora  per noi cristiani la Storia  con le sue peripeteiai, le improvvise mutazioni situazionali,  è nelle mani di Dio,  che ne  è il vero costruttore, il vero faber, unico artefice,  che  guida la nave tra le onde del mare, da esperto pilota,  mentre l’uomo creatura si illude di essere creativo costruttore, artefice della sua vita, di saper navigare il male esistenziale …

Peripeteia -deriva da peripiptoo che vale  cado circondato ( sottende  “da nemici “o “da onde del mare” , o “da fuoco”, da altri elementi pericolosi).

Dunque, peripeteia  rimanda all’idea di un qualcosa, in cui si piomba,  cadendo circondati tanto da non poterne uscire, se non dopo lungo tempo di permanenza, in uno stato di sofferenza,  e grazie a fortunate coincidenze…

Perciò, si può dire, generalizzando, che i due termini rivelano, insieme a tanti altri, il sistema retorico classico giudaico-cristiano, di cui sono strutture minime; si passa poeticamente  cioè dalla similitudine  alla metafora e religiosamente  al gioco simbolico ed allegorico  sulla base di due termini che sono messi insieme arbitrariamente, in quanto appartenenti a due aree semantiche diverse.

L’artificialità classica  poetica, se diventa consuetudine di vita mediante canto o rappresentazione  e  risulta rito ripetuto,  specie da masse guidate da un sacerdote,  trasforma i due termini da elementi complementari e  formali in sostanze reali assimilate e divinamente congiunte  in un unicum…

Gesù è per il cristiano nella quotidianità di vita come la manna nel deserto, …Gesù  è manna eterna rispetto alla manna caduca terrena,... Col rito della memoria dell’ultima cena,  Gesù diventa il pane della vita, data la continuità rituale , la ripetitività del fatto in comunità ecclesiali e il predominio culturale della romanitas, anche se in forme cristiane…

Perciò, la coscienza terrena quotidiana del male, che circonda  la luce come tenebra  e con  esso  la non presenza della dike giustizia, dell’armonia, del kosmos,  ha conformato l’uomo in senso manicheo... chiuso tra Dio e il suo antagonista, simbolo di luce e di vita il primo, di tenebra e di morte il secondo…

Allora, così circondato, io-mortale – a cui il sapere sacerdotale, teologale, scisso da giustizia, sembra un raggiro e non sapienza– sono incline a pensare non a un Dio ordinatore, pater, costruttore,  venuto perfino a salvarmi su questa terra,  a redimermi da peccati originali,  ma al Caos datore di  Bios vita e  di amore, nel suo vortice senza principio e senza fine, in cui si scontrano  e  si fondono gli opposti nel magma del divenire, in senso vitalistico infinito, autogenerantesi, in una continuità creativa.

La presenza oggettiva di male  come ingiustizia, come mancanza di armonia e kosmos  mi turba  tanto da farmi pensare che ogni disarmonia,  ogni forma ed ogni suo contrario, convivano in un unicum informe con tutte le forme difformi, ibride, innaturali, mostruose, prima ancora delle  idee  rappresentative  del mondo  terreno, secondo ottica antropologica, prima degli inizi dei tempi, come trionfo del Caos.

Un ribollire caotico di pulsioni primordiali  è  preferibile, come concezione,  ad un kosmos classico giudaico/cristiano…

D’altra parte classicismo e giudaismo hanno creato i miti  con la tragedia, col romanzo, con la Sapienza,  con la Bibbia,  con ogni forma letteraria collegata con la cultura manichea, antitetica,  e con essa la  retorica della theoria, che risulta una spettacolarizzazione di ogni cosa naturale, capace di attirare  e dilettare  e di insegnare l’esercizio   della mimesis/ imitazione dei modelli,  paradigmi di vita teatrali.

Ambedue, comunque, dipendono  culturalmente, data la vicinanza geografica dalla civiltà accadico-hurrita, influenzata dal RgVeda induista.

Genesi 1-2   sembra  dipendere da un testo cuneiforme del XIII secolo che tratta di tre re degli dei – Alalus, Anu e Kumarpi prima del sorgere del tempo cfr P. MERIGGI,in Atenaeum XXXI,1953,pp.101-103 , come  anche Esiodo per la nascita di Urano, Crono e Zeus :  in principio Elohim creò il cielo e la terra. E la terra era deserta e vuota e le tenebre erano sulla superficie dell’abisso  e lo spirito di Elohim aleggiava sulla superficie delle acque…

La cultura ebraica, con Elohim (al plurale-gli dei), rimanda ad una  base politeista mesopotamica, e si lega al mondo vedico…

In Rg.,X,129, infatti, si legge Cfr. R.PANIKKAR, I Veda,BUR,2001):

in principio non vi era essere né non essere / non vi era l’aria né ancora il cielo al di là/ che cosa lo avvolgeva? dove? Chi lo proteggeva?/ c’era l’acqua insondabile e profonda?//non vi era morte, allora, né immortalità/di notte e di giorno non vi era alcun segno/l’Uno (tad ekam) respirava  senza respiro, per impulso proprio/oltre a quello, non vi era assolutamente nient’altro.// Tenebra vi era,  Tutto avvolto di tenebra / e tutto era Acqua indifferenziata. Allora/ quello che era nascosto dal Vuoto, quell’Uno, emergendo/agitandosi, mediante il potere dell’Ardore, venne in essere/ in principio Amore sorse...cfr.  www.angelofilipponi.com Creazione del mondo.

Anche, dunque, il mondo classico giudaico-cristiano sembra rifarsi ai primordi, al Caos,  in cui ogni uomo è stato  informe  e a cui  personalmente, alla fine della vita, desidero rituffarmi, nel magma fluidico dell’essere,  indistintamente, nel vuoto assoluto,  io con Stefano, mio nipote autistico, in un abbraccio informale, impossibile nella realtà…

 

Corpus Domini 1264

 

 

Transiturus de hoc mundo  è  la bolla papale, del 1264 , che istituisce  la Festa con la processione del Corpus domini  e completa il lungo processo dottrinale sulla  transustanziazione, trasformazione oltre la sostanza  del pane e del vino  in Corpo e sangue del Cristo, sancita come dogma dal  IV Concilio Lateranense del 1215, controversa  fino  ad allora  …

L’ultima grande controversia con disputa accademica c’era stata tra Berengario di Tours (1098-1188) e  Lanfranco di Bec in Normandia, poi arcivescovo di  Canterbury.

L’uno in De sacra cena adversus Lanfrancum  affermava, nel 1147, che il pane e il vino sono simboli e  non reale corpo  e sangue di Cristo come sosteneva l’altro, il suo avversario, sulla base di Paolo e di Giovanni evangelista .

Berengario fu condannato in vari Concili e alla fine  fu costretto a ritrattare  anche se per lui Matteo Marco e Luca dopo la celebrazione  del mysterium eucaristico. neppure aggiungevano fate questo in memoria di me…

ll papa  Urbano IV , Jacques Pantaléon,   istituì , dunque,  la festa del Corpus domini, la fissò per il giovedì che segue la domenica della Pentecoste   ed affidò l’ufficio rituale della solennità a Tommaso di Aquino (1225-1274), un domenicano allora in convento ad Orvieto…

Due eventi sono alla base di tale festività: uno storico, la battaglia di Montaperti , 4 settembre del 1260, vinta dai Ghibellini  senesi contro i guelfi fiorentini; uno  mitico-religioso del miracolo di Bolsena.

E’ opportuno spiegare i due eventi contestualizzandoli, da una parte nell’Italia centrale, in Toscana,  lacerata tra ghibellini, filo -svevi e guelfi, filo-angioini, in un revisione seria non solo dei fatti avvenuti  in quel quattrennio , specie religiosi,  ma anche  dei ruoli e delle funzioni degli uomini, implicati nella storia…

Alessandro IV (1256-61)  è  papa  favorevole ai fiorentini e contrario ai senesi, ostile  alla politica  imperiale  di Manfredi, figlio di  Federico II e di Bianca Lancia , molto legato con  i diplomatici  di Luigi IX e di suo  fratello Carlo di Angiò  e profondamente connesso con i movimenti religiosi gallicani…

Alla sua morte nel 1261,  i cardinali  presenti ( circa otto o nove) ,  sono lontani da  Roma, -dominata dalle potenti famiglie romane, che insieme col popolo dovrebbero, secondo lo statuto di papa Gregorio VII,   ratificare la nomina ufficiale, fatta dai cardinali, nonostante le tante elezioni illegittime – e risiedono  ad Orvieto  e non riescono a puntare decisamente su  un nome.

Dopo lunghe e vane trattative due cardinali, Riccardo Annibaldi e Giovanni Gaetano Orsini, indirizzano gli altri sulla persona di un prelato non facente parte del collegio cardinalizio, il patriarca di Gerusalemme.

Questi, venuto  da Viterbo ad Orvieto, per relazionare sulla situazione della città santa,  -ormai circondata dagli Ayyubidi  egizi , rinvigoriti dopo la vittoria sui crociati di Luigi IX,  non più protetta dalle navi  dei genovesi e dei veneziani, in lotta fra loro per interessi commerciali- è sorpreso dalla nomina, ma accetta.

L’eletto, proclamato papa  dopo molte reticenze, è un francese che viene chiamato Urbano IV e prosegue nella linea politica del suo predecessore.

Questi, legato da decenni alla politica  del re di Francia e  favorevole al riformismo religioso francese,  è  incline a considerare il sacramento della Eucarestia  sulla base teologica del pensiero  di Tommaso come  essenziale per il cristiano che,  grazie alla  transustanziazione  – cioè alla trasformazione  e al vero passaggio, ad opera dello Spirito Santo, dalla sostanza naturale della  materia del pane e del vino alla sostanza del  corpo e del sangue  di Christos, -può nutrirsi  con un cibo divino e vivere divinamente.

Per  Tommaso (De venerabili sacramento altaris), infatti, non solo  la sostanza del pane  rimane  intatta,   pur trasformata in Cristo, pur restando integri gli accidenti e le qualità del pane ,  ma anche resta unitaria  come corpo di Cristo, anche se il pane si duplica o si fraziona in parti  per la distribuzione ai fedeli e a causa del frazionamento, fatto dal sacerdote …

La bolla papale e la  politica romana  sono tipica espressione della superiorità  del guelfismo con gli eserciti in formazione di Carlo d’Angiò, grazie ai banchieri toscani,  destinati alla vittoria a Benevento (1266) e  sottendono l’investitura angioina, nel Meridione d’Italia  a scapito degli  svevi  e una serie di dispute teologiche,  anche se già sopite, dopo l’ultimo concilio lateranense.

Eppure  Giovanni (Vangelo, 13,1-20 )   durante la lavanda dei piedi, nell’ultima cena , mostra il Cristo,  che invita i discepoli a lavarsi i piedi reciprocamente, senza fare distinzioni e dice : upodeigma gar  edooka umin  ina, kathoos  egoo epoihsa, umin kai umeis poihte/io infatti vi ho dato un esempio  perché ,come ho fatto io, facciate anche voi… Si noti che in questa sede   viene usato upodeigma che vale  modello, esemplare  per chi imita nel rifare le stesse azioni.

Giovanni (6,1-14) in altra situazione, dopo la moltiplicazione dei pani dopo il monstrum del camminare sulle acque,  mostra  Gesù che parla  del pane della vita  ricordando a chi lo segue : voi mi cercate non perché avete visto prodigi,  ma perché avete mangiato dei pani  e vi siete saziati : procuratevi non il cibo che si consuma  ma il cibo che dura per la vita eterna. quello che vi darà il figlio dell’uomo, perché il padre, Dio, segnò lui col suo sigillo…

Giovanni seguita, mettendosi dalla parte dei discepoli, che chiedono  di quel pane che scende dal cielo e che dà la vita al mondo ed  aggiunge che  Gesù , tra i mormorii della folla, dice: io sono il pane della vita,  chi viene a me non avrà più fame e chi crede in me non avrà  più sete …  io sono il pane disceso dal cielo  e ribadisce, mentre crescono i mormorii  6,48 : chi crede ha la vita eterna.  Io sono il pane della vita, i vostri padri mangiarono  la manna del deserto  e morirono . Questo è il pane che scende dal cielo perché chi lo mangia non muoia. Io sono il pane vivo disceso dal cielo. Se uno mangia questo pane, vivrà in eterno. E il pane che darò io  è la mia carne  per la vita del mondo. A queste parole, sorte questioni,  Gesù così risponde: se non mangiate la carne del Figlio dell’uomo e non  bevete il suo sangue non avete la vita in voi . Chi mangia la mia carme  e beve il mio sangue ha la vita eterna ed  io lo risusciterò. nell’ultimo giorno… 

Poi Gesù, rispondendo ai giudei che dicono che i loro padri mangiarono la manna come pane venuto dal cielo e morirono, afferma: in verità in verità vi dico: se non mangiate  la carne del figlio dell’uomo e non bevete il suo sangue  non avete la vita in voi. Chi mangia la mia carne  e beve il mio sangue  ha la vita eterna ed io lo risusciterò  nell’ultimo giorno. Infatti la mia carne  è vero cibo  e il mio sangue è vera bevanda  Chi mangia la mia carne  e beve il mio sangue dimora  in me ed io in lui. Come il padre  che vive, ha mandato me ed io vivo  a causa del Padre, così chi mangia me, vivrà anche lui a causa di me….53-58 

Ancora di più  nel corso dei secoli  ci sono  contrasti   sulla tradizione eucaristica  di Ireneo (130-202) e di altri , che poggiano la loro  lettura  più che  sulla base di Luca 22,7-38 ,  di Marco 14,12-25 e Matteo, 26,17-29,   su quella di Paolo 1 Cor.,11,23-26.

I tre evangelisti, sinottici, infatti,  hanno, grosso modo,  la stessa terminologia, ma non hanno fate questo in memoria di me: preso del pane e, benedettolo,  lo spezzò e dandolo ai discepoli, disse: prendete e mangiate: questo è il mio corpo  Poi, preso il calice,  dopo avere reso grazie, lo diede  loro dicendo:  Bevetene tutti poiché questo è il sangue dell’alleanza  che viene versato per molti  a remissione dei  peccati.

 Dunque, solo Paolo racconta il fatto della cena del signore 1Cor.11,17-34 nel quadro di una situazione  difficile, in cui sono necessari rimproveri per i dissensi e per le depravazioni  dei Corinzi, indicazioni prescrittive precise sul matrimonio e sul celibato  e sull’uso delle carni sacrificate per gli idoli, in una volontà di proporre un modello di vita (siate imitatori  miei, come anch’io lo sono di Cristo/ mimetai mou ginesthe, kathoos kagooo Khristou).

Tutto il discorso, comunque,  è in relazione alla volontà di  riportare l’ordine nella assemblea  tanto  che il tarsense aggiunge:  Gesù prese del pane e dopo aver reso grazie/ eucharisthsas,  lo spezzò e disse: questo è il mio corpo per voi /touto mou estin to sooma to uper umoon;  fate questo in mia memoria  /touto poieite  eis emhn anamnhsin. Ed ancora  Paolo narra che Gesù, dopo aver fatto altrettanto col calice, dopo aver cenato dice :questo calice è il nuovo patto ,nel mio sangue; fate questo ogni volta che bevete, in mia memoria/eis emhn anamnhsin (anadiplosi)

Il successivo discorso è connesso col telos /fine che è quello di dare la prescrizione di riunirsi  per mangiare insieme e di aspettarsi l’un l’altro… perché chi indegnamente beve il sangue mangia il corpo  sarà colpevole del sangue e del corpo del Signore e di invitare  chi ha fame a  mangiare a casa propria  affinché voi,-discepoli- non cadiate in un crimine  condannabile/ ina mh eis crima sunerchhsthe.

Altri avevano letto i passi paolini  senza andare oltre l’interpretazione metaforica, sulla scia dei Padri orientali  perché  temevano di cadere  se si procedeva secondo allegoria,  in forme di antropofagismo pagano o di finire in riti misterici come quello dionisiaco o orfico.

Urbano IV,  avendo conosciuto l’insegnamento della tradizione orientale  aveva, pur seguendo Tommaso, preferito  chiamare la festa del  Corpo del signore e non  dell’Eucarestia, conscio  che non si doveva definire per metonimia   la manifestazione  completa del mysterium  della transustanziazione  con  il  ringraziamento che   è  pars accessoria del tutto sostanziale cioè della trasformazione del pane e del vino  in corpo e sangue del Cristo, nonostante che conoscesse perfettamente  il valore di ekchunoo –  spargo e diffondo il sangue di una vittima  sacrificale   e il problema di uper polloon (o polloisper molti .

Inoltre il papa, molto favorevole  a considerare il sacramento eucaristico  come  il patto nuovo di alleanza -kainh diathekh,- connesso   con la Pasqua (morte e resurrezione del Cristo) e con la Pentecoste (discesa dello Spirito santo),  si collegava alla tradizione francese  in quanto era molto devoto di   Giuliana de Cornillon (1192-1258), una  mistica  morta in odore di santità,  che in vari momenti della vita aveva  avuto visioni, Famosa quella della luna piena, listata di nero ed ancora  di più quella di Cristo che le chiedeva di impegnarsi a far istituire la festa dell’eucarestia, che in  Troyes e in altre zone, specie Liegi, veniva già celebrata, pur senza l’autorizzazione papale…

L’evento di Bolsena  viene a fagiolo,  risulta  una manna per Urbano IV !

Era accaduto che, nella primavera del 1263, un sacerdote boemo, Pietro da Praga, in pellegrinaggio a Roma, si era fermato a Bolsena e, nel celebrare la messa, ebbe dubbi sul dogma della transustanziazione,  Il prete, spiegato il corporale  in nove parti ( è  quel  tovagliolo quadrato  di lino posto sopra il calice! )  vide l’ostia sanguinare  sul corporale e subito l’avvolse in esso  e fuggì in sacrestia. Nel tragitto caddero delle gocce sul pavimento ed alcune sui gradini.

Il papa apre subito un ‘inchiesta sotto la direzione del vescovo di Orvieto per chiarire ogni momento del fatto , subito ritenuto reale dalla pars guelfa…

L’inchiesta  è subito chiusa e l’evento è giudicato soprannaturale  da Urbano IV, che – considerato il suo rafforzamento come pontefice dopo l’elezione di molti cardinali francesi, vista la vicinanza del  grande teologo aquinate , vincitore nelle tante diatribe parigine,  stimate veritiere le profetiche visioni di Giuliana –  rileva il piano provvidenziale, come applicazione dell’oikonomia tou theou, come avvento di una nuova epoca , quella del trionfo del guelfismo,-che sancisce la fine del ghibellinismo, e scrive  con tono enfatico la bolla… La festa, dopo la morte del papa …  dopo breve tempo decade…e viene rivitalizzata nel concilio di Vienne nel 1314 ,,,e resta molto controversa fino al Concilio di Trento 1545-1563, quando viene di nuovo imposta …

Amici miei, Betto e Tonino, Emma e Gianna, non è preferibile documentarsi e sapere ( e poi, magari, credere!)  al credere  ciecamente, senza alcuna  informazione?

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“Filioque” e il concilio di Toledo

Il III concilio di Toledo e Homelia de Triumpho ecclesiae ob conversionem Gothorum (CPL 1184) sono basilari per la cultura  cristiana occidentale , che completa il pensiero sulla ekporeusis processione dello Spirito Santo,  che viene definito come Persona  che procede dal Padre e dal Figlio.

Nel vangelo di  Giovanni 15,26 si  trova scritto  o para tou patros ekporeuetai e si parla , in epoca antonina , dello  Pneuma Agion/ Spirito Santo .

Viene usato  da Giovanni  il termine ekporeuomai (non ekporeuoo) per intendere che dal Padre  deriva, in quanto inviato, lo Spirito, da leggersi in chiave gnostica e plotiniana , secondo emanazione…

La lettura giovannea  è resa bene ad opera dei padri consiliari a Nicea  ma poi  è modificata sostanzialmente  nelle precisazioni  del concilio  di Costantinopoli  che sono aggiunzioni dottrinali a seguito dello studio di uomini, come i cappadoci, e specie di Gregorio di Nazianzo.

Questi  in due Orazioni  (31 e 41) affronta il problema ed è chiaramente in grave difficoltà nello spiegare ad oppositori ariani e ad altri eretici, che lo  Spirito  Santo deriva dal Padre tramite il figlio usando all’attivo e al passivo il verbo ekporeuoo,/procedo .

Da ekporeuoo si forma il sostantivo, derivato, ekporeusis, come da procedo latino deriva  il nome processio…

Girolamo  ed Agostino  accettano la lezione orientale, senza entrare in merito all’equivoco e all’anfibolia  terminologica, dato il diverso valore di procedo e di processio.

 Procedo , in latino,  non  ha esattamente lo stesso  valore di  Ekporeuoo nè  quello di ekporeuomai in greco, e  il termine processio latino a Roma, in Italia e in Occidente   non è neanche simile a ekporeusis che vale  il procedere  cioè la processione, la derivazione come marcia di un popolo che precede  un personaggio importante ( di norma un governatore provinciale inviato dal senato e dall’ imperatore o  il pontifex maximus nello svolgimento dei riti pagani;  a Costantinopoli ,  Nuova Roma, e in Oriente, invece   la processione è un fatto religioso cristiano,  come celebrazione di un rito o come festosa partecipazione popolare ad un avvenimento religioso o spirituale cristiano…

Sulla  differenza tra processio in latino e ekporeusis in greco ci sono molti problemi culturali in relazione ad una terminologia ambigua, volutamente lasciata equivoca per lasciare insoluta la questione, grazie all’uso di sinonimi.

Neanche è possibile capirsi tra cristiani cattolici occidentali  cristiani ed ortodosso orientali: lo Spirito procede dal Padre attraverso il Figlio (dià tou uiou),  per gli ortodossi che si oppongono agli ariani  e che così spiegano  la processione dal Padre e dal Figlio, senza intaccare l’unità della Trinità , sulla base di un unico principio divino…

Questo si chiarìsce parzialmente  al concilio di Firenze 1439 senza risolvere  la questione, per l’imperizia  tecnica dei latini che ostentavano il principio del Filioque del concilio di Toledo e seguivano la tesi di  Leandro di Siviglia , sostenuta da papa Gregorio Magno…
A Nicea si era stabilito che lo Spirito santo procedeva dal Padre  secondo la traduzione latina (ex patre procedit).

A Toledo invece Leandro ed Isidoro,creando un rito nuovo cattolico in opposizione all’arianesimo, da cui si allontanava Recaredo I nel 589, aggiungevano arbitrariamente Spiritus sanctus ex patre filioque procedit. traducendo il testo greco secondo il significato  generale greco…

La questione  della disparità di significato non era sfuggita già  a Fozio (820-893) che nella  I elezione a Patriarca e poi nella II elezione tra le varie controversie con la Chiesa Romana -che si riteneva   primate dei cinque patriarcati – sulla base teodosiana, poneva oltre al celibato e all’eucarestia il problema semantico di  processione, divenuta per Gregorio di Nazianzo  lithos proskommatos  …kai petra skandalou /sasso di inciampo, pietra dello scandalo (Orazione 41,7)

Il santo prima invita   (in effetti ordina) a  confessare la trinità( thn Triada omologhsate) , poi  cerca di  spiegare lo Spirito Santo come  Dio  che ispira   a tutti la parola divina…

Cerulario ancora di più nel contrasto con il cardinale Umberto di Silva Candida, rappresentante papale,  nel 1054 ,  latore della scomunica di Leone IX,  ribadisce che lo Spirito Santo non procede dal Figlio ma solo dal Padre… contro la tesi  dello stesso  Gregorio di Nazianzo.. . che mostra la sua  tesi trinitaria  e fermamente rileva l’ousia dello Spirito Santo upostasis come il Pather e lo Uios  sia nella orazione 31 che nella 41, dove parla della  Pentecoste,  della discesa del Paraclito  come fuoco sugli apostoli, riuniti nel cenacolo, 50 giorni dopo la Pasqua …

Diverse sono le situazioni e le motivazioni di Gregorio  rispetto a quelle di Leandro e di Papa Gregorio Magno…

Per Leandro i la professione di fede  costantinopolitana fatta da Recaredo e dal suo popolo di Goti ,ariano, sottendeva un  Gloria Patri et Filio et Spiritui Sancto invece dell’ariano Gloria Patri per Filium in Spiritu Sancto …

Il vescovo di Siviglia doveva cambiare la formula per dare l’idea unitaria della Trinità , e fare in  modo da eliminare definitivamente le tracce dell’arianesimo  e  di ridurre al minimo le diatribe con l’ortodossia, data la non partecipazione del popolo al mysterium teologale  e la sua passiva accettazione, al contrario,  dei riti del segno della croce e della glorificazione dei  nomina divini…

Il patriarca di Costantinopoli, invece, diversamente dal vescovo  ispanico  si  trovava, poco prima del Concilio, nel 380,   nel  vivo della lotta con gli ariani e doveva  mostrare ancora il valore della Trinità  e del significato del Corpo del  Christos , del reale contenuto del sette e del 49 +  1  e del miracolo continuo della Pentecoste  nel fedele cristiano…

La  definizione dello Spirito santo  è una necessitas… e nonostante questo suo attenersi scrupolosamente alla verità christiana , è costretto alle dimissioni…

La figura dello Spirito Santo, rimasta imprecisata a Nicea, ma ora a Costantinopoli   precisata  da Gregorio  di Nazianzo,  autore dell’orazione Peri tou agiou pneumatos 31,  1-33,  resta, comunque, un ostacolo per l’unita dei cristiani…

Gregorio, anche se  grande retore, abile  a trattare la differenza tra ousia ed upostasis, a mostrare Dio uno e trino, ad evidenziare che la divinità è incompleta senza il riconoscimento dello Spirito Santo,  che è sostanza divina, che procede  ingenerato, increato… chiaramente si arrampica sugli specchi continuamente, ma procede nella sua  trattazione teologica  e specie sulla ekporeusis ..

Il discepolo di Proeresio (276-368 d. C.),  l’ amico di Basilio e compagno di studi di Giuliano l’apostata, è convinto di saper vedere le relazione di conoscenza del  Padre, generante Logos con  quella  di amore tra il Padre e  Figlio, generante Pneuma  Agion...ma non convince i suoi avversari… e nemmeno noi: il suo parlare è un parlare bello, risulta una theoria, uno spettacolo. ben rappresentato, un sermo ben argomentato, .. non certamente  alethhs…

Inoltre è  un episcopos,  esaltato  patriarca di Costantinopoli,  che  pontifica in senso dottrinale, cosciente che le tre upostaseis  formano un unicum,  tanto che la consustanzialità non implica necessariamente  la connumerazione  (cioè  1+1+1 non fa 3, ma  fa 1)…

Gregorio è così bravo in quanto  capace di trovare  sia nel Vecchio che nel Nuovo Testamento  l’immagine dello Spirito Santo,  che ora, come presidente del Concilio , detta  quattro aggiunzioni conciliari  mediante l’anafora insistita  di to: circa l’essere signore   e il dare vita (to kurion kai to zooopoion),  circa il procedere dal padre (to ek patros ekporeuomenon); circa l’adorazione e la glorificazione col Padre; (to sun patri sumproskunoumenon kai sundocsazomenon) e circa la sua ispirazione anche nell’ orazione 41 trattando della  Pentecoste parla dello Spirito santo …

Qual era il logion originario del “Sale”?

Voi siete il sale della terra

Voi siete il sale della terra  è l‘incipit attuale del logion di Matteo (5,13).
Sale della terra è un sintagma che è metafora in quanto il discepolo di Gesù è come il sale che rende saporita ogni cosa sulla terra.
La sottesa  similitudine  autorizza a dire che chi segue Gesù, oltre ad essere beato (makarios), è anche sale della terra e luce del mondo oscuro (logion successivo).
Ne risulta che le beatitudini (Matteo,5,3-12) e l’essere sale e luce sono  collegati insieme ed hanno un significato congiunto, costruito successivamente, quando già era stata costituita la Chiesa: la pericope è espressione retorica di una costruzione teologica legata ad un ambiente e ad un società che hanno bisogno ed interesse tali da creare una “sentenza”, sulla base di un logion di Matteo, preesistente
Ora personalmente ritengo  che al momento della stesura tachigrafica di Matthaios e quindi  all’atto del discorso di Gesù (maran  o aspirante meshiah, prima  del regno o durante il periodo della regalità )  le beatitudini non erano così enucleate, ma erano del tutto sparse, come anche le maledizioni
Bisogna pure pensare che l’essere sale non era in relazione diretta con l’essere luce?
E’ probabile che  tutto inizialmente forse  era distinto e separato ed erano solo  logia che esprimevano i detti del Signore ( non kurios ma despotes, in quanto basileus-maran) in tipici momenti della sua storia  di uomo privato e di re, non di un Maestro.
Nella seconda metà del II secolo, invece,  quando viene costruita la Chiesa (grande) e c’è la necessità di opporre i veri discepoli a quelli gnostici, la vera dottrina a quella gnostica di Valentino e Basilide (forse ad Alessandria) viene fuori la funzione del macarismo con i compiti del cristiano, inteso come apostolo-inviato, che deve essere sale della terra e luce del  mondo…
Dunque, tra la scrittura matthaica con una precisa semantizzazione basileica (in lingua aramaica con un’utenza palestinese -parthica)   e la riscrittura con nuova semantizzazione  (con la  lingua koinh, in relazione alla nuova utenza ellenistica ) c’è una diversa  impostazione in quanto i fruitori sono differenti ed hanno una logica opposta, collegata con le diverse realtà  sociali e storiche…

Ora il bacino di utenza è tutta l’area commerciale, non solo mediterranea ma anche quella del Mar Nero e del Bosforo cimmerio ….
I fruitori invece aramaici, che  erano nel periodo dell’attesa del malkuth o lo avevano realizzato, erano makarioi  e si sentivano sale della terra in quanto avevano condito (thabal condire),  dando sapore, grazie  alla regalità messianica, ad ogni cosa  terrena  ed, avendo il Meshiah, attendevano gli eventi escatologici e la realizzazione eterna d’Israel: essi puri e  lucenti, come gli esseni, avevano vinto le tenebre (e la Romanitas)  vedevano splendere  in alto come  su un candelabro  Gerusalemme radiosa e luminosa, dominante su tutti i popoli vinti…
I cristiani ellenisti, dopo l’evento della sconfitta di Shimon bar Kokba (Giustino, Dialogo di Trifone), nel momento gnostico, fondono insieme  i logia matthaici. creando una nuova legge,  che doveva essere  un sostituto/ tupos  del messia, legge vivente (nomos empsuchos) e creano secondo formule asseverative, come risultanze sintetiche di un lungo lavoro tecnico retorico, l’ideale del buon cristiano  e ne  scrivono i compiti e le specifiche funzioni, in relazione alla missione dei discepoli del Kurios-signore che ha dato loro il kerugma della diffusione evangelica, in precisi luoghi e in particolari situazioni sociali …
Allora tutto il logion del sale ha significato a seconda della lettura e degli utenti: la  comprensione del periodo ipotetico della possibilità  di II tipo con la protasi  ean ..moranthh (qualora diventerà insipido –thaphal-) e con l’apodosi con che cosa si salerà?, non è facile capire, ma si può afferrare se si ha presente il tanto sale  del Mar Morto inutilizzabile  (o quello della Mareotide alessandrina o del Lago Salato della Licaonia-Tuz Goelu- ), calpestato  da cristiani locali,  i cui capi sentono la necessità di fissare, di organizzare nuclei semantici e di schematizzare contenuti teologici ..o quella della palude Meotide (Mar d’Azov)….
Il sale ha valore  ai fini del condire i cibi  e, quindi,  se il cristiano/sale diventa  insipido e stolto (moraino vale sono moros cioè pazzo, stolto, insipido, sciapo, stupido), non ci sarà la salatura della terra, non ci sarà la luce nel mondo), non avendo funzione, sarà gettato per terra e  calpestato.
E’ chiaro che il logion non è quello originario, ma è quello ricostruito da cristiani ellenisti che,  vista la fine del giudaismo romano, la galuth, hanno un ricordo della escatologia e del messianesimo e vivono il momento apocalittico, dello svelamento, cosci della necessità della funzione cristiana di essere sale e luce, in una separazione netta dalla cultura giudaica e da quella gnostica.
Certamente il testo originario, che Panteno ritrovò in India, con questo specifico logion,  aveva ben altro valore  in senso messianico, entusiastico, trionfalistico: in esso non c’era nemmeno la possibilità di diventare nabal (stolto), in quanto Thaphal: tutti erano makarioi  (compreso  Levi- Matthaios che registra il pensiero regale), euforici  per la realizzazione del malkuth, in quella Pasqua essenica  del 32 d.C ,  pochi mesi dopo la morte di Elio Seiano…
Allora i seguaci mangiavano insieme pane e sale e non avevano contese per il primato, ma erano eguali uniformati ad essere bambini (talja’- piccolo di donna o di pecora) ed avevano la pace, quella  propria dei vittoriosi, di coloro che avevano vinto ed attendevano l’ultima ora e il trionfo  definitivo del resto d’Israel …
Dunque, nella fase escatologica Sale originario  è collegato con pace, in quella apocalittica sale è connesso con discordia, lotte per il primato, con la possibilità di diventare insipido e quindi  di deviare dalla retta via  e con la necessità di essere o di tornare ad essere  pedion  e diaconos (bambino e servo),  se si vuole entrare nel regno dei Cieli…
A me risulta , perciò, che ci sono due  logiche, del tutto diverse, a seconda dei tempi e che la stessa figura del Signore (Kurios e despoths) è cambiata  in quanto essa ed è diventata quella del Maestro (didaskalos/ rabi), che, secondo il pensiero di Clemente Alessandrino,  ammaestra i mathetas/apostolous  che formano il fedele

 

La cultura dell’infanzia

Colere infantem

Professore, perché non è stato mai trattato effettivamente il tema di  La cultura  dell’infanzia in Italia né  quello sui modi di concepire il ragazzo?

Non si può dire che non ci sia una cultura dell’Infanzia in Italia, anzi si può dire che il tema è antico  in quanto trattato dai greci e, poi, dai latini.
La metafora colere infantem/coltivare l’infante il non parlante  rimanda ad una coltivazione  del bambino  considerato come una piantina.  L’immagine è tipica del registro agricolo,  centrato su colere,  che sottende studium (amore e specifico interesse)  e cura (amore preoccupato ed ansioso) e su infans, inteso non solo nella fase iniziale  afantica  ma anche quella fantica  fino alla pubertà, secondo le linee proprie della pedagogia greca e di Quintiliano.
Anzi bisogna affermare che sempre si è discusso,  parlato della cultura dell’infanzia, limitatamente all’educazione, basata giustamente sull’educare (educere ad ) come processo modificante, che porta  progressivamente dal non conoscere al  conoscere,  procedendo sulla base dell’errore  per dare correttezza grazie anche all’esercizio,  sotto la guida di un ductor, maestro, secondo linee di unitarietà, dinamicità, priorità, prospettività.  Se, dunque, da una parte, c’è stata un’attenzione alla cultura dell’infanzia, da un’altra, in un certo senso,  bisogna confessare  che non esiste una vera cultura dell’infanzia  in quanto, nonostante il rispetto al pensiero quintilianeo, espresso con Maxima debetur reverentia puero, l’insegnamento  è stato  un insegnare, mediante signa,  propri dell’adulto, che guida, in un unilaterale lavoro secondo il sistema conformato e convenzionale sociale, economico, politico,  teso a formare mediante modelli preesistenti il discepolo. conformandolo nella cultura  esistente,  in aggiunta e in rapporto con il condizionamento del contesto e dei media secondo un’impostazione  specifica dell’erudizione (e.rudis passare dalla rozzezza alla civiltà, dall’informe struttura giovanile al sistema della maturità moderato). 
Praticamente non si rispetta l’infante, ma lo si condiziona creando un esemplare della stessa conformazione dell’adulto in quanto si ritiene giusta la definizione del giovane immaturo e dell’adulto maturo, secondo una tradizione marcatamente maschilista e senile.
Sembra che solo in questo ultimo ventennio, almeno sul piano teorico, in Italia si sia entrati correttamente nella cultura dell’infanzia, grazie specialmente ai contributi dell’antropologia, dell’etologia, della linguistica (in senso semantico, e socio-psico-semiologico), della epistemologia e della docimologia: da queste scienze viene la lezione tecnica sullo studio e sulla cura dell’infante.
Lo studio sistemico del bambino (anche in senso neuropsichico ed auxologico), la sperimentazione sulle aree affettive, motorie, cognitive, sociali, l’osservazione sistematica  dei comportamenti  a seconda della fascia di età in relazione ad un processo auxo-socio-psichico  e soprattutto il rilievo dato al linguaggio, come chiave di lettura  dell’universo infantile, autorizzano in situazione una operatività sulla base di una diagnosi  valutativa (riferita ad un’ anamnesi specifica) che permette un costante orientamento  operativo e formativo, in rapporto all’effettivo sistema culturale informativo, senza modelli, ma solo con paradigmi esemplari. In tal senso si è sviluppato anche in Italia un processo culturale  puerocentrico, non una cultura infantile. Questa si basa sulla conoscenza del bambino, visto come costruttore fantastico e sentimentale di un mondo, esaminato dall’angolazione ludica puerile, senza l’ottica funzionale adulta, il quale si muove per conoscere sé  e il proprio corpo, socializza per porsi in un continuum ludico,  che, però, avendo già i segni della funzionalità  e della razionalità, non deve essere turbato   da interferenze dell’ adultismo, specie se coercitive.

Che cosa comporta, professore, una cultura dell’infanzia così intesa?

Comporterebbe (meglio usare il condizionale che traduce la non possibilità di attuazione sul piano operativo  con le sottese frustrazioni di questi ultimi anni)  un radicale cambiamento  del sistema politico (anch’esso vecchio e modellato su criteri da una parte comunisti togliattiani e quindi sovietici, e da un’altra liberale e quindi anglosassone  ed americano) sociale-cristiano (caritativo ed assistenziale), culturale e scolastico in quanto una microstruttura, affetta da malattia,  non può essere curata settorialmente  con interventi locali e puntuali poiché è segno di un sistema malato,  che, perciò, deve essere integralmente sanato. Ora il sistema scolastico, malato, infettato ulteriormente dagli altri sistemi,  con cui interagisce, non favorisce il tentativo, necessariamente teorico, di pochi che procedono paradigmaticamente in situazioni concrete, ma parziali e limitate, operando, seppure efficacemente, in condizioni di disagio. Inoltre per la nascita di una cultura (risultanza di un processo eruditivo, educativo, formativo, come somma di competenze , abilità e capacità, esplicate sul piano pratico in situazioni oggettive, coerentemente  ad una decisionalità per una ruolizzazione) necessita  la compresenza di forze interattive  già ruolizzate e mature, capaci di orientare grazie ad operazioni docimologiche, strutturali sistemiche. Ora, col bambino coagiscono ed interagiscono famiglia, società, scuola, stato  con compiti, considerati diversi, ma in effetti eguali se si tiene presente il fine  educativo e/o formativo, specie se il procedimento è univoco sul piano dell’unitarietà metodologica.
Ne consegue che nel momento operativo scolastico (sia strutturale che sistemico) le singole fasce,  turbate nella loro sfera,  operano saltuariamente ed irrazionalmente,  impedendosi reciprocamente, non raggiungendo gli obiettivi, disperdendosi in un lavoro settoriale, burocratico e quotidiano: una prova è il consiglio di classe dove le  componenti genitori, alunni, insegnanti, si fronteggiano su posizioni diverse, senza avere la coscienza del loro ruolo specifico, dei compiti, delle funzioni in una libertà di metodo (utile ai fini del pluralismo democratico!) e varietà procedurale, con l’esigenza di una scansione programmatica e di rilievi esterni d’ordine disciplinare.

E’ dunque da ipotizzare  una nuova tipologia di insegnamento?

Ritengo che non si possa insegnare se non si stacca nettamente l’alunno, la scuola e la cultura dell’infanzia dall’ambito della città (intesa come il mondo delle interferenze politiche sociali economiche ecc) e non si situi in zone lontane dalla cultura ufficiale, convenzionale, conformata dell’adulto: ci vogliono strutture ed edifici scolastici lontani dalla vita cittadina, dove far crescere la pianta dell’anthropos, secondo le concezioni umane funzionali razionali scettiche: molti conoscono i miei progetti di scuola separata  in zone agricole, in immense aree  sia per i ragazzi (3-13) che per giovani (15-18).
Comunque. a mio parere,  se si fa un’analisi  superficiale sulla scuola e si procede statisticamente  va a finire che la scuola italiana è una delle migliori in Europa perché  conforme ai suoi compiti primari  di formazione e di educazione generale e capace di dare, a certi livelli, possibilità occupazionali e professionali come per il passato.
Se si fa uno studio  serio e mirato  alle singole strutture e poi si valuta l’intero sistema  di insegnamento-apprendimento si rileva un disagio in tutti gli operatori scolastici, una crisi culturale, un malessere diffuso.
L’insegnante in un sistema  basato sullo scambio culturale in un continuo passaggio dalla fase di ricevenza a quella di emittenza  e viceversa  in una variabilità situazionale,  è vittima incolpevole.
Egli è stato abilitato all’insegnamento senza la necessaria preparazione pedagogica, psicologica,  docimologica per cui la sua possibilità di insegnamento (dal tardo latino insignare incidere, imprimendo signa, segni  come marchi  di riconoscimento sul bestiame in un codice agricolo) non marchia alunni, che  sono di un altro codice.
Inoltre né l’insegnante né l’alunno conoscono la comunicazione che sottende un processo  non direttivo, ma paritario, che trasforma la superiorità dell’adulto, che imprime segnali, in cooperazione e cogestione, sulla base di dati informativi in uno scambievole aiuto in una interazione psico-sociale, in un ritrovamento dei comportamenti  individuali dei singoli giovani cointeressati  all’argomento e al problema, tesi a passare  da uno stato di dipendenza  a quello della partecipazione, al fine di consentire, non assentire.
D’altra parte con la comunicazione la competenza si sostituisce alla superiorità  gerarchica, in quanto non c’è lezione con l’insegnamento tradizionale di un lector medievale.
Questi aveva abilità  di lettura  ed insegnava  tramite la conoscenza  delle Sacre Scritture  in un tentativo  di tradere la cultura del passato al presente per un’ attualizzazione  concreta: l’insegnante, invece,  ha la docenza,  cioè  una risultanza  di conoscenze  interrelate  in una visione sincronica, che ne sottende una diacronica,  con valutazione dell’asse unitario sincronico-diacronico, per una proiezione  possibile  in un sistema ordinato,  le cui strutture funzionali  si esprimono in una fusione operativa  continua nella prassi  quotidiana.
La docenza implica un’informazione ampia e rielaborata  personalmente data per una ricerca oggettiva  regolata, a seconda  delle esigenze  dell’alunno e della classe,  già tramata in uno schema  paradigmatico e sintagmatico, metodologico, che autorizza una decisionalità in situazione lavorativa, tagli, riconversioni (specie in caso di errori e deviazioni tematiche e procedurali).
Di conseguenza la docenza comporta  professionalità di chi docet  insegna, svolgendo una funzione educativa di avvio, di guida di orientamento nella ricerca del Sàpere (esperienza conoscitiva, intesa come crescita  dell’essere, individuale, che assapora , provando ciò che càpita).
Docere diventa così un insegnare pratico  in quanto  autorizza  a mostrare i passi da fare, la via da seguire  marcando i signa  le orme  spiegando il percorso  formando un iter  sempre nuovo  in un’ evidenziazione  delle abilità decisionali in rapporto alla situazione  storico-socio-economico-politica, culturale e letteraria, in relazione all’altro viandante , nel rispetto della contestualità altrui e per un vantaggio personale: esso è anche segno di autorevolezza di un’ auctoritas riconosciuta.
Docere è segnare  i connotatori, dopo aver fatto la situazione  in una ricostruzione  del sistema-struttura  per fare un punto situazionale  al fine di un intervento costruttivo sull’altro, sulla base della conoscenza scolastica.L’insegnante però , formatosi crocianamente (magari) attento talvolta  al nesso opera -ambiente, segue, a volte l’angolazione desanctisiana e gramsciana e crede di poter dare la sua preparazione  scolastico-nominale, come informazione, all’alunno. Non riesce, però, in tale operazione perché,  avendo  tale formazione e seguendo i programmi ancora gentiliani, non ha effettiva competenza  (come sistema di conoscenze acquisite sul piano lessico-morfosintattico, su quello semantico e referenziale – e tanto meno una abilità esecutiva  che  permetta  di fare una situazione storica  tale da confrontare col presente,  in modo da fare proiezioni per un intervento costruttivo).
Egli non ha una professionalità come il medico che dall’esame mediante anamnesi  e da quello diretto  strutturale in situazione,  può diagnosticare  e dare una terapia  su base probabilistica,tuzioristica, in relazione al quadro  contingente delle analisi cliniche: non è abilitato ad un lavoro sistemico-strutturale  e tanto meno ad una valutazione con giudizio epistemico,  essendo preso dal nominalismo e dal nozionismo ideologico. E’ abituato, in una continua  ripartizione  dei programmi ministeriali, a procedere  in un faticoso, quanto inutile  lavoro di manovalanza intellettuale, che lo costringe ad obbedire a certe scadenze trimestrali o quadrimestrali e a dare “quantità  informativa”. Non ha neppure possibilità effettive di programmare, progettare, pianificare,  seppure si parli di attività curricolare, di interdisciplinarità e nei collegi dei docenti e nei consigli di classe. Demotivato e poco pagato assiste passivamente, nonostante qualche incentivazione orale del preside o di colleghi più velleitari e spontaneistici, comunque, delusi dalla scuola e dal sistema governativo, che privilegia categorie  più produttive.
L’insegnante, non essendo orientato pedagogicamente e didatticamente fa scuola insegnando ciò che sa e ciò che deve insegnare, secondo tradizione, senza una logica costruttiva, senza attenzione all’alunno, senza porsi il problema educativo: egli è sul piano dell’informazione emotivamente spontaneo, cosciente di essere in una condizione di sottoproletariato letterato,  costretto a svolgere un ruolo senza funzione, disturbato dai mass media, dalla famiglia, dalla chiesa, dai sindacati, dal collegialismo e dall’assemblearismo.

Il povero insegnante  è trascinato all’apatia  dalla monotonia ripetitiva, agitato dal velleitarismo aggiornativo di dilettanti formatori ministeriali, profumatamente pagati,  sindacalizzati: è ucciso nel suo elementare lavoro dalla pubblicazione specialistica propagandante una riforma scolastica mai attuata.

Reclutato secondo forme concorsuali  facilmente pilotabili e con logiche clientelari partitiche, l’insegnante si presenta  all’opinione pubblica  con la tipologia di buon uomo connotato di buona cultura generale, senza una funzione sociale, in un momento di alta specializzazione e di ricercata produzione dove ogni imbecille  che opera con impegno  su una sola cosa raggiunge il massimo,  data la  semplicità del prodotto.
Espressione vecchia del sistema agricolo paesano  il professore intruppato vive la sua esperienza scolastica  senza confronto e senza  personalità: gli errori del sistema scolastico (verticismo burocratico, impostazione ancora crociana e gentiliana, assemblearismo senza la competenza individuale, la collegialità senza la pianificazione  soggettiva, l’obiettivismo senza l’oggettivismo, la sconnessione strutturale , il maggioritarismo come espressione della minoranza, l’oclocrazia come regime ecc.) sono spia di una situazione critica molto più complessa statale  ed istituzionale,  che condiziona  il professore che  può solo professare  la sua nominale conoscenza,  inadeguata ai tempi.
Ormai l’insegnante è considerato come colui che insegna perché non sa fare niente e perciò la scuola è diventata il rifugio di tutti i perdenti, gli scansafatiche, delle donne  in cerca di una funzione, insomma un immenso teatrino dove si recita un ruolo  di docenza senza saperla professare ed ognuno recita a modo suo.
Non è, però, il caso di generalizzare: ci sono molti insegnanti che lavorano  seriamente specie gli uomini (meno le donne che salvo poche, vanno a  scuola per ben altri motivi), non  sono docenti gli ingegneri, gli architetti, psicologi,  dottori in discipline  giuridiche o  i  tecnici e i commercialisti, revisori di conti ecc., uomini che hanno uno stipendio in più,ma non sanno neanche cosa vuol dire insegnare, come tutti i professori impegnati in politica.

Se necessita una nuova docenza  con un nuovo insegnante,  non è necessario anche un nuovo alunno, che abbia un diverso rapporto  col professore?

Secondo me, per ottenere un nuovo rapporto tra le parti del sistema  scolastico,  specie tra alunno ed insegnante e tra alunno ed alunno  e tra alunno e famiglia, è necessaria la comunicazione,  intesa come azione del comunicare ( da cum munus) come procedimento verbale  che intercorre tra emittente e ricevente,  tramite un canale, in un contesto, con un codice, comune,  per l’invio di un messaggio, connotato sulla base lessicale  da due valenze significative, compito e dono in reciprocità.
La comunicazione rientra  nell’area semantica aristocratica in quanto munus è termine  che sottende da una parte il compito  del nobile (militare e  sacerdotale)  e dall’altra  il dono è espressione comunicativa  di due patroni  secondo le formule della munificentia sul piano della paritarietà.
Ora la nostra società di base agricola acculturata secondo linee americane, industrializzata rapidamente,  evidenzia la crisi di valori  specie nel linguaggio misto.
Esso, essendo una risultanza confusa di cultura  agricola e  industriale, risulta una strana lingua  usata da soggetti né agricoli né industriali, che vivono senza una propria cultura.
Il linguaggio presenta forme  della tradizione  operativa paterna  con parametri  valutativi immediati, derivati dalla funzionalità industriale   propria della  organizzazione sistemica.  in cui si vive
Inoltre esso  ha in sé la presunzione  di chi  non comunica  perché  non ascolta e  non ha rispetto dell’altro  che in situazione ha possibilità paritarie e competenze  medesime  per la soluzione del problema, in un’arroganza di modi, senza più la docilità contadina.
Nel rapporto tra insegnante ed alunno i due  hanno il ruolo di emittente e di ricevente  a seconda delle situazioni  che autorizzano l’interscambio  in quanto l’uno assume la leadership verbale  a seconda della competenza  mentre l’altro interiorizza nell’ascolto il messaggio ricevuto per rimandarlo in relazione alla sua ricchezza  cambiato e modificato  alla luce delle sue valutazioni e del suo patrimonio culturale in un processo educativo senza fine.
Il rapporto perciò è connotato da un continuo flusso di pensiero  interpersonale  per un obiettivo comune  da conseguire  dalle persone  interessate, in un’interazione di modi e di piani senza la gerarchia, in relazione alla competenza.
Ciò avviene però solo in un rapporto connotato da rispetto e da empateia:  ora, il rapporto sta diventando sempre più problematico per la disistima dei docenti e per la  sfrenatezza dei ragazzi abituati ad avere quanto vogliono, ad essere protagonisti  anche nel male: il processo educativo diventa sempre più difficile e la stessa comunicazione è considerata  espressione di debolezza davanti  all’arroganza giovanile, volgare  perfino nelle manifestazioni  verbali.

E la famiglia come si immette nel rapporto comunicativo tra insegnante ed alunno?  

La famiglia,  disagiata, ha demandato in questi ultimi tempi l’educazione ai professori  e sembra non volere entrare  nella operatività della sfera dell’insegnante, mentre quella agiata segue e complica la vita dell’insegnante con le sue interferenze  ostacolando il lavoro.

La famiglia non dovrebbe entrare nel campo tecnico didattico-metodologico, dove l’insegnante dovrebbe fare le sue sperimentazioni e  svolgere il suo compito servendosi anche dell’ausilio della famiglie e delle istituzioni in senso formativo,  dove  è necessario  procedere di pari passo  secondo la stessa metodologia  per meglio definire la personalità dell’allievo.

Certamente la famiglia può, là dove è possibile,  entrare anche in merito scolastico, ma  deve assecondare il processo educativo   in modo da coadiuvare  il docente ( senza interferire in problemi tecnici  e valutativi) o il preside sulla gestione scolastica specie in caso di autonomia, data la rappresentanza del consiglio di istituto.
In conclusione  il carrozzone della scuola, anche con una cultura dell’infanzia  all’italiana, può andare avanti  con un qualche successo perfino in Europa?
Noi italiani siamo i maestri di un vivere equivoco e contraddittorio e sappiamo lentamente  seguire gli altri e avviarci verso  una certa correttezza  formale e quindi scolasticamente  forse potremo anche allinearci  ma scieremo  come quelli che non hanno i fondamentali  e che spesso sono pericolosi  sulle piste per sé e per gli altri, se non procederemo con metodo.

 

Un prefetto tiberiano

A.Avillio Flacco

Aulo Avillio Flacco, fu governatore dopo Ibero, che aveva sostituito brevemente Vitrasio Pollione (Dione Cassio,St. LVIII,19,6) uomo probabilmente di Seiano  e governò  Alessandria e  Egitto dal 32  fino al 38.
Flacco, dopo essere stato uno del seguito di Tiberio, tra i consiglieri finanziari e tributari, fu inviato in Egitto in quanto suo fedelissimo ed abile  amministratore, iure gladii, con funzioni giudiziarie e militari.
Come tale fu eccezionale,  date le capacità di intelligenza e di perseveranza, di rapidità intuitiva ed abilità realizzativa, considerate le doti di perfetto oratore, perspicace osservatore, conoscitore di uomini  ed interprete sapiente  di parole , di fatti: tale giudizio è di  Filone, suo nemico, e perciò le lodi sono reale riconoscimento del suo valore.
Egli fu rapido ad entrare nella difficile ragnatela  amministrativa dello stato egizio  e nel complicato sistema  ancora lagide di  equivoca comprensione per un romano.
L’errore rilevato da Tiberio Alessandro,  giudeo apostata, un  suo successore  come prefetto di Egitto nel 69 d.c. di aver riscosso i tributi senza computare le immunità prediali, deve farci pensare che Filone può aver  amplificato l’operato di Flacco, ma non intacca il sostanziale precedente giudizio.
D’altra parte Filone procede in questo modo (e lo dichiara apertamente) per  evidenziare con  la pars destruens del suo discorso le accuse di eccidio giudaico (cfr.  Flac. 6-8 cfr  CIG-corpus iscriptionum graecarum- III,4957) e marcare il suo radicale cambiamento, degno di punizione.
Flacco, impratichitosi, dunque,  della normativa del  sistema tributario e finanziario egizio, grazie all’apporto dei funzionari alessandrini, costituito da una massa di scribi, la semplificò mantenendo i migliori dei numerosissimi segretari, ufficiali e   cancellieri giudiziari, sapendo gestire con integrità , seppure con un certo dispotismo, i tanti impiegati della tesoreria alessandrina e  delle segreterie  dell’ex regno tolemaico. Specificamente aveva dignità  regale nel reggere lo stato, ben commisurata con la forma esteriore; sapeva giudicare  con l’aiuto di funzionari in carica; non si faceva intimorire dai violenti;  impediva le riunioni di popolazione promiscua e tumultuosa specie se organizzata, secondo  summorie, che venivano sciolte d’autorità e fermezza, in caso di tensioni.
Anche sul piano militare Flacco  assicurò una regolare funzionalità, dopo aver dato al paese e alla città una perfetta osservanza  della legalità sociale: ricostituì le truppe,  dando un nuovo assetto  in relazione alla  città e al territorio egizio,  faceva esercitazioni continue,  tenendo in allenamento le truppe di  fanteria, di cavalleria e di armati alla leggera .
Pur esigendo  obbedienza ai capi  nei militari non graduati,  li proteggeva dalle angherie degli ufficiali superiori, che tendevano ad appropriarsi degli stipendi  dei subalterni ed inculcava loro il senso di dovere  in ogni situazione e specialmente educandoli alla  neutralità, in faccende estranee al servizio  e nella tutela della pace, secondo la logica di Seiano.
Accanto a Flacco  come cancelliere era Lampone  e come funzionario  popolare Isidoro  che rimasero correttamente al loro posto fino all’avvento del regno di Caligola e alle  sue prime azioni in senso popolare e militare, e furono strumento del prefetto.
Il nostro esame tende a rilevare  il carattere  e  del governatore e quello dei due, la loro funzione e il loro specifico compito nell’entourage del governatore in carica, senza entrare specificamente in merito al problema giudaico e senza valutare moralmente, per cercare di capire non solo il mondo giudaico alessandrino e le ultime fasi del regno tiberiano, ma anche il complesso mondo ellenistico in genere e quello  della diaspora giudaica e  del sistema imperiale romano ecumenico, di cui Flacco e  gli altri uomini sono solo un esempio di funzionalità. in una situazione difficile quale quella della successione dinastica, come conclusione di una lotta tra i due partiti, quello  giulio  e quello claudio, schierati a favore di Gaio Caligola  (meris… ton theton, la parte degli adottati)  e di Tiberio Gemello (meris… ton gnesion, la parte dei legittimi per nascita) e all’inizio di un contrasto tra il giovane monarca e la famiglia, il senato e la classe equestre.
Nell’esaminare la complessa vicenda e i personaggi, attori della politica alessandrina, si apre un altro grandioso scenario quello di Roma, sotteso alle notizie filoniane, in cui gli avvenimenti della morte di Tiberio e della successione di Caligola  con il successivo omicidio del coerede Tiberio Gemello  e poi del capo dei pretoriani, Macrone, e del princeps senatus Silano determinano un cambiamento totale di politica e di amministrazione in Alessandria e  in ogni città dell’impero, dove  i partiti filogiuli e filoclaudi si contendono il primato cittadino, ad di là delle divisioni etniche e delle suddivisioni interne alle stesse etnie: dalla capitale le notizie  dell’avvento al trono  del nuovo imperatore con l’instaurazione della sua neoteropoiia,  palese già alla fine del 38, irradiandosi per il mondo romano, diffondono il messaggio  dell’inizio di un’era nuova.
I governatori delle province, specie di quelle imperiali, Siria e Giudea ed Egitto, sono maggiormente interessati al cambiamento di regime e  cercano di adeguarsi al  regime imposto dal figlio di Germanico, espressione delle forze popolari e  militari.
Flacco, che era stato  un  governatore tiberiano, filoclaudio, che aveva accusato Agrippina , madre di Caligola, e determinato la morte non solo di lei ma anche dei due fratelli, Nerone e Druso, sorpreso dalla elezione del nuovo imperatore, amareggiato dalla uccisione del coerede nipote diretto dell’ex imperatore,  da lui favorito,  annichilito dalla morte di Macrone, suo protettore, e poi da quella di  Silano  con cui era collegato,  colpito da queste mazzate  aveva disperato della sua salvezza, nonostante l’amnistia e la distruzione degli incartamenti  relativi le cause del periodo di Tiberio.
Quindi Flacco,  dal momento della nomina di Caligola ad imperatore  e del suo riconoscimento a Roma il 28 marzo 37  fino al compleanno  del 31 agosto del 38,  fu in grande ansia ma  ebbe tempo di manovra per difendersi da accuse possibili.
Le notizie  negative,  progressive, dopo un intervallo di otto mesi, compresa la malattia di Gaio,   avevano dato tempo e possibilità di autodifesa, in caso di accuse contro la sua persona e il suo mandato di governatore.
Egli sicuramente preparò un piano che doveva essere suffragato dalla testimonianza del senato alessandrino e dai rappresentanti popolari di Alessandria, oltre che dai cives romani alessandrini.
Il caso dei cinque magistrati e di curatores viarum , vittime di Caligola  e quello   di Gaio Calvisio Sabino, tornato dalla Pannonia (Dione, St. LIX, 18,4), che aveva governato,   costretto a suicidarsi  e quello di Tizio Rufo ( Ibidem 18,5)   dovevano avere impaurito ancor di più il governatore di Egitto.
La persecuzione di uomini del ceto senatorio e equestre accentuò ulteriormente la paura di Flacco, che dovette anche predisporre ogni cosa per la divinizzazione di Drusilla, la sorella di Caligola morta il 10 giugno, che  fu venerata come Panthea (Dione, St. LIX,11).
Filone, senza informarci sulle condizioni della madrepatria Gerusalemme, sugli avvenimenti accaduti nell’ex regno erodiano e sull’azione militare di  Lucio Vitellio, governatore di Siria, accenna  solo ad una reazione antigiudaica di Pilato, (Leg.301) fa la situazione del giudaismo ellenistico sia di Alessandria, che di Egitto che di tutta la diaspora, evidenziando che  non era stato inviato  il decreto del sinedrio, in cui si facevano le congratulazioni  per il regno a Gaio e le felicitazioni  in relazione a quanto fatto e testimoniato nella città santa nella Pasqua del 37  (Ant giud. XVIII,  Leg.231-2) per la malevolenza  di Flacco, che non aveva  fatto il suo dovere e che poi fu svolto in ritardo da Erode Agrippa, che lo inoltrò,  diciotto mesi  dopo, con le scuse per il ritardo. (In Flaccum, 93, 103).
Noi sappiamo che Caligola  aveva iniziato una campagna antiaristocratica  tale da sminuire la  auctoritas  senatoria ed equipararla , ironicamente,  quasi a quella del suo cavallo Incitato  tanto che  gli storici  a quel punto cominciano a considerare l’imperatore pazzo come se il suo regno fosse finito alla fine del 38.
In effetti la volontà di Caligola di annientare il senato era connessa con la posizione infida di quel consesso; il giovane imperatore era uomo di grande intelligenza, di  dissimulazione e simulazione e secondo Flavio (Ant.Giud, XIX,208) valentissimo oratore espertissimo della lingua greca e latina, sapeva come rispondere a discorsi pronunciati da altri, dopo lunga preparazione, e mostrarsi presto e più persuasivo anche quando si dibattevano argomenti di grande interesse: e  risultava  tanto abile  perché egli aveva in questo una attitudine naturale,  potenziata da una pratica acquisita con il continuo esercizio.
Egli era stato per 6 anni presso Tiberio a Capri a scuola di recitazione e di simulazione, secondo i modelli di Augusto e di Tiberio, mentre madre e fratelli venivano condannati e mai si era lasciato sfuggire una parola compromettente, mai un gesto sconsiderato (Tacito, Annales, VI,20,1); aveva accettato sempre ogni azione di suo padre adottivo, memore degli insegnamenti  della  bisnonna Livia e della nonna Antonia.
Caligola, dopo il discorso del 1 luglio del 37, al suo primo consolato,  divenuto programmatico  sia per lui che per il senato, che stabilì per decreto che le parole dette  fossero rilette ogni anno (Cassio Dione, St.,LIX,6,7), in cui aveva condannato le azioni di Tiberio  rimproverate dall’aristocrazia, eseguite, comunque , e con cui  pur mostrando condiscendenza verso il senato, era stato tanto abile da smascherare il comportamento pavido ed infido senatorio.
Aveva  poi mostrato  la sua intelligenza superiore e  rapidità di  decisione  nel momento della malattia, quando nominò Drusilla, che si era separata da Cassio Longino e si era sposata con Marco Emilio Lepido, erede dei suoi beni e dell’impero (Svetonio, Caligola,24,1) proprio quando aveva visto Macrone e Silano spostarsi verso il coerede tiberiano Tiberio Gemello, per loro unica alternativa al morente imperatore.
La successiva eliminazione dei tre e la sua accusa verso il senato doppiogiochista,  inchiodato alle sue  responsabilità, evidenziavano  il piano di un governo assoluto, la ricerca di uno spazio totale  per  governare senza il senato, solo con il sostegno popolare e  militare: non per nulla era  solito ripetere, secondo Svetonio, il verso omerico uno sia il capo, uno il re (Iliade,2,204).
Egli  gradualmente  minava il  prestigio senatorio costringendo i senatori ad indebitarsi con allestimenti di giochi  popolari e col fare le campagne elettorali, dopo che aveva ripristinato  le elezioni dei magistrati da parte dei comizi (che erano state abolite) in quanto  cardine dell ‘ordinamento politico repubblicano.
Era questa una strategia  attuata al fine di impoverire il ceto senatorio e rimpolparlo con uomini novi che potevano comprare sia il titolo equestre che quello senatorio, e che, provenendo dalle province, erano più malleabili, meno pretenziosi e  più fidati, certamente non infidi e non portati alla congiura, dati i rapporti di dipendenza  con il princeps.
In effetti Caligola avendo  un team giovane  di rilievo in questo periodo composto, oltre che dai famigliari Lepido e dalle tre sorelle, dai re Erode Agrippa  ed Antioco di Commagene,  tyrannodidascaloi / maestri di tirannia,(Dione Cassio,St. LIX,24,1), puntava anche su  uomini come Callisto,  Pallante, Protogene, Elicone, liberti della nonna Antonia di pieno affidamento  ed amministratori capaci, scaltriti da un lungo esercizio commerciale.
In questa fase Caligola obbligava chiunque ad avere coerenza  pratica  così da mantenere quanto detto o giurato, cosciente che lealtà  sia coincidenza tra il piano espressivo  e quello operativo: non per nulla  obbligò Afranio Potito ad uccidersi perché aveva promesso di sacrificare la vita se l’imperatore guariva e  Atanio Secondo a combattere nell’arena  per la promessa fatta per la sua guarigione.
E’ chiaro che Caligola  accentrando in sé non solo il potere ma distribuendo le cariche in modo  clientelare  aveva tolto la possibilità di reclutamento ai senatori di clientes  obbligando loro stessi ad essere suoi clientes con la salutatio: chi non osservava tale dovere e o chi non veniva ricambiato, praticamente era un uomo morto.
L’uso della salutatio diventava un vincolo sicuro di amicizia, che toglieva inoltre il rapporto tra le varie famiglie aristocratiche ora  in lotta per essere vicine al nuovo imperatore, anche se costrette ad un’azione servile, a riconoscersi inferiori rispetto all’autocrator.
Inoltre Caligola era un anomalista  cioè seguace di  un sistema  letterari- opposto a quello  analogista- , basato sul sublime , includente un modus vivendi  opposto a quello convenzionale e normale, come espressione istintuale, secondo norme di creatività e genialità (cfr  Pseudo-Longino, Peri Ypsous,8)
Caligola mostrava il sublime in sé , nelle sue costruzioni, nel suo vincere terra mare e cielo, nel suo essere unico rispetto a tutti gli altri: la salutatio  matutina da  forma aristocratica usata da ogni nobile famiglia per la tutela della clientela,  diveniva forma unica imperatoria,  che comportava omaggio dovuto al solo princeps ( che neppure riceveva , ma delegava i suoi rappresentanti per tale ufficio) patronus.
In effetti  Gaio riprendeva il sistema già adottato da  Tiberio e Seiano che avevano obbligato la nobiltà alla salutatio a contendersi questo favore del princeps, facendola rimanere per giorni in attesa.
La salutatio però comportava per Caligola l’esigenza di una dimora di una domus aurea  , che non aveva a Roma per accogliere  in modo magnifico  i tanti che si sarebbero presentati  a salutare l’autocrator.
Da qui la magnificenza  delle sue costruzioni in ville nei dintorni della città e in Campania, seguendo il modello di Tiberio, prima di stabilire la propria residenza, non essendo ancora certo di quella romana sul Palatino.
Sembrava che lui volesse  assoggettare la natura,  realizzare l’irrealizzabile,  in quanto tendeva  all’adrepebolon ( Peri ypsous,8)  Svetonio (Caligola,37,3)  vennero gettate dighe nel mare  tempestoso e profondo, furono tagliate rupi di selce durissima  elevate pianure all’altezza di montagne …livellate le cime più alte a forza di scavi e tutto ciò avveniva  con incredibile rapidità.
La singolarità della sua figura e delle sue azioni e dei suoi viaggi doveva essere rilevata  come quella della sua donna  e dei suoi amici, invidiata ed emulata  dagli aristocratici che, imitando, dovevano impoverirsi e quindi dovevano essere sostituiti da uomini novi provinciali.
Le sue navi avevano poppe ornate di gemme  e vele dai colori sgargianti,  in cui c’era un grande numero di terme, portici, sale da pranzo,  ma anche una immensa varietà di viti ed alberi da frutto . Con navi  di tal genere  navigava lungo le coste della Campania (Svetonio, Cal. 37,29),e le sue spese dovevano essere eccezionali, sia per i pranzi inimitabili per portate, qualità e quantità di cibi, anomali rispetto al sistema normale culinario, fuori cerimoniale, tanto da sbalordire la pur decadente aristocrazia che, per imitarlo, si indebitava  per un pranzo da offrire all’imperatore: Caligola faceva  servire pietanze  coperte di sfoglie d’oro, beveva perle preziose sciolte nell’aceto,  faceva banchetti di oltre 10 milioni di sesterzi , sperperava a volte in pranzi  le tasse di tre province,  faceva indossare gioielli alla  moglie (Lollia Paolina) di 40.000.000 di sesterzi.
Nei primi mesi Caligola sperperò circa 2.000.700.000 sesterzi (Svetonio, Caligola,37) l’eredità di Tiberio e 90.000.000 del suo stesso patrimonio: per queste ingenti spese l’imperatore  aveva accanto a sé molti trapezitai alessandrini, dipendenti propri dell’alabarca di Egitto, che era  l’amministratore dei beni della nonna (Flavio Ant. Giud.XIX,276.) amico di vecchia data di Claudio, probabilmente cittadino romano, come poi suo figlio Tiberio Alessandro.
Chiaramente Caligola così vivendo nel lusso più smodato  costringeva l’aristocrazia all’imitazione e quindi alla rovina allorché era incaricata di allestire una cena per il principe: ci volevano vari argentarii per finanziare  una tale impresa: nessun senatore ,che aveva un patrimonio minimo , quaranta volte minore della parure di Paolina , poteva competere con la forma imperiale a cui, comunque, doveva attenersi, se voleva invitare l’imperatore.
Se da una parte il suo comportamento anomalista lo distaccava dal senato, l’ amore per le corse  di cavalli per i combattimenti e per le rappresentazioni teatrali, essendo un  comune ideale per la gioventù e per la plebe, che sempre di più lo seguivano (anche perché era cancellata  l’etichetta e quindi più facile l’incontro e il suo rapporto) lo avvicinava al suo popolo …
Filone  che  non parla di questo  cambiamento a Roma, da cui venivano echi secondo la lettura  critica sacerdotale dei giudei delle sinagoghe romane, ostili a tale sconvolgenti ed innaturali atti, vede solo la trasformazione che avviene in Alessandria nel comportamento del governatore e nel nuovo rapporto stabilitosi tra il prefetto e i caporioni popolari.
Egli afferma che improvvisamente c’è una cambiamento di direzione amministrativa in quanto Flacco, da retto governatore diventa inetto e insicuro e per di più risulta  un fantoccio dominato dai due  alessandrini, popolari, che, essendo espressione della massa popolare,  gli   impongono  di procedere in senso antigiudaico (Flac. ,41)…
A dire il vero il prefetto si serve dei  caporioni e finge di essere da loro dominato: egli infatti fa ordinare ad Isidoro perfino una protesta con accuse contro di lui dal ceto più umile della città.
Insomma il piano antiebraico veniva realizzato, ma il prefetto  doveva rimanere esente da colpe: i colpevoli erano già pronti.
Filone  sembra invece credere a questo rovesciamento teatrale , proprio della peripeteia tragica,  e  nella descrizione di questi tre personaggi   mostra come sia stato  modificato il carattere del governatore rilevando la sua paura e la sua depressione.
Filone indulge al tragico, non è  storico; Filone dà una verità letta dall’angolazione giudaica nobiliare, doppiochista, abile a tenere la posizione ambigua, pronta per la scelta più redditizia.
I  mestatori alessandrini , comunque,   sono collegati con altri elementi  attivi alla corte di Caligola, probabilmente  Elicone,  una specie di ciambellano factotum sempre presente in ogni momento della vita quotidiana del sovrano (Legatio,166-178) ed inizialmente anche  col governatore.
Questi capirono che  era imminente una persecuzione contro gli ebrei e che si riprendeva la persecuzione secondo le linee già indicate da Seiano e  fecero piani in relazione all’azione permissiva  di Gaio nei confronti di servi, che facevano delazione contro i padroni. (Flavio, Ant. giud. XIX,1-3): l’azione contro tutto il popolo giudaico sta per iniziare  (sumpan.. to ethnos Filone, In Flaccum,1) e Flacco coordina il suo operato parziale (merei  Ibidem) contro i giudei alessandrini, esteso  anche a quei luoghi dove può arrivare la sua auctoritas.
Perciò  Avillio Flacco , coinvolto,  da buon governatore tiberiano divenne spietato  aguzzino degli ebrei, per mostrarsi zelante nella  accettazione della neoteropoiia caligoliana  per farsi perdonare le colpe avute  contro la famiglia giulia, l’appartenenza al partito filoclaudio, appoggiando  all’improvviso il partito popolare e militare alessandrino e i suoi caporioni che promettevano di assisterlo con tutto il popolo e  il senato cittadino in caso di  denunce contro la sua persona.
La condizione di sudditanza di Flacco é spiegabile  anche perché  Caligola, divorziato da Orestilla,  dopo la morte della sorella, sua amante,   dopo il viaggio in Sicilia, e la costruzione del porto di Reggio  come scalo intermedio tra Alessandria e Roma delle merci di grano,  inizia a colpire i consolari accusati di tradimento (Dione Cassio, St., LIX,11)
Insomma gli alessandrini avevano saputo della volontà di Gaio  di cambiare totalmente politica interna ed estera, specie dopo il nuovo  matrimonio  con Lollia Paolina (Dione Cassio, St.,LIX,12,1) , momento in cui  vengono esautorate implicitamente le sorelle, Agrippina e Livilla, poi esiliate, determinando un altro cambio di team, in cui rimanevano solo i liberti.
La  nuova situazione romana era ben  conosciuta  ad Alessandria, da parte greca e da parte greco-giudaica,  come anche la politica estera: i piani di Caligola di fare una doppia spedizione (una germanica ed una partica) dovevano servire  per avere una gloria militare  per debellare il potente consesso senatorio e liberarsene del tutto.
Quella germanica già era nell’aria alla fine del 38 e quella partica era stata  anticipata dalla elezione di  Erode Agrippa a re di Iturea e regioni limitrofe, di  Antioco  a re di Commagene e dei figli  di Coti      (Ibidem,12,2) a re di Ponto e  di Tracia ,  dopo che Vitellio aveva ripristinato l’ordine in Siria ed al suo posto era stato inviato Petronio Turpiliano ( Flavio ,Guer. giud. II,10, 1-5;Ant. giud.XVIII,262 ss  Filone Leg.207-260): bisognava estirpare i collegamenti che c’erano  tra lo zelotismo palestinese e quello partico, limitare il potere finanziario ed economico dei giudei ellenisti della diaspora, al cui centro era il giudaismo alessandrino, riprendendo la politica seianea antigiudaica.
Inoltre era ventilata anche l’idea di un suo abbandono di Roma e di un viaggio che poteva essere definitivo  in quanto si diceva che aveva intenzione di guidare il mondo da Alessandria, riprendendo il disegno di Cesare e quello del suo bisnonno Antonio, accarezzato anche da suo padre Germanico, sempre però dopo l’impresa germanica.
L’azione di  ripristino della  giustizia in Alessandria, quindi,  non aveva gran valore per Caligola  per il quale solo contava  l’allineamento alla sua politica interna ed estera.
Questo  cercarono di far capire al governatore  Lampone ed Isidoro: il vecchio sistema era finito, tutto era cambiato ed un nuovo ciclo iniziava.
Da qui  il via libera al popolo di Alessandria che può attaccare quei giudei della medio bassa borghesia, non ellenizzati, che abitavano in due quartieri della città: l’assalto fu su questa parte della città integralmente giudaica, non su quella parte degli altri tre quartieri dove i giudei vivevano misti ai greci.
Filone parla del sequestro di 400 case (Flac.94) e di  ammassamento della popolazione giudaica in una zona ristretta di un  quartiere  e quindi tratta della strage fatta su una parte della popolazione giudaica e su una parte del sinedrio (38 membri) e specificamente di tre membri sinedriali,  di cui fa i nomi.
Filone descrive la tragica sofferenza giudaica rilevando tre fasi di progressiva ostilità  nel comportamento antipopolare giudaico del governatore:  la prima in cui si  facevano trapelare le sue intenzioni ostili  velatamente  nel corso dei processi, nel rifiutare colloqui con i giudei , nell’accogliere solo formalmente Giulio Erode Agrippa  re e famigliare di Gaio, facendo finta di  ignorare le beffe fatte  al suo indirizzo   e la parodia del suo incoronamento e del suo rango pretorio;
la seconda fase  come profanazione delle sinagoghe con l’installazione della statua di Panthea Drusilla probabilmente e non di Gaio, non ancora deificato,   trascurando la possibile reazione dei giudei non solo di Alessandria e di  Egitto (un milione ) ma di tutta la diaspora (1’500000) e delle ripercussioni negative in ogni città, dove la popolazione giudaica era diffusa;  la terza fase come  abolizione della posizione giuridica tramite l‘atimia  per cui i giudei divennero  stranieri (csenoi) ed estranei al paese ( epelydes Flacc. 53-54) per cui i greci potevano darsi al saccheggio  anche delle case, rovinare il florido commercio ebraico,   abolire quindi  la costituzione augustea  imprigionando  membri del sinedrio, facendo stragi, crocifissioni torture, dopo aver ghettizzata la popolazione giudaica in un settore di un solo quartiere e il più piccolo.
Ma una parte del giudaismo la più numerosa è salva: il prefetto  si serve di essa che è tra i notabili della città in quanto è pars ellenizzata  aristocratica  sacerdotale, oniade, di cui fa parte Filone,la sua  famiglia  quella di suo fratello  Alessandro, quella di tutti i discendenti di Onia IV ( come  i discendenti della  famiglia di Boetho  suocero di Erode il grande) che formano l’élite di Alessandria, costituita da uomini dell’alta finanza (trapezitai), da capitalisti                 (poristai), da armatori (naukleroi) e da  grandi commercianti (emporoi), dominatori dei due porti alessandrini, ben collegati con gli argentarii romani, congiunti perfino con Antonia minor, la nonna di Caligola.
Anche questi avevano i loro informatori che facevano conoscere la situazione romana e la politica internazionale caligoliana: Filone quindi conosceva quello che conoscevano i caporioni e lo stesso Flacco, ma Filone in In Flaccum fa l’apologia del giudaismo e dice quello può dire,   marcando tutta la sofferenza giudaica: la sua ambasceria  a Gaio consisteva infatti nel racconto di ciò che aveva sofferto l’ebraismo (a epàthomen) e nella dimostrazione della legittimità  dei diritti giudaici (dìkaia).
E tra questi diritti egli  ricorda che Flacco lese  quello sinedriale,  quello di fustigazione  e quello della sospensione delle pene al momento della celebrazione del compleanno di Caligola, il 31 agosto.
Prima di quella festa, Flacco ordinò  ai soldati facendo quindi un’operazione militare, non più solo popolare, la perquisizione delle case giudaiche nei quartieri  per ricercare le armi che non erano state trovate ma che  erano state trovate precedentemente tra gli egizi e tra i giudei egizi, quelli delle case sequestrate.
Filone ci tiene a precisare sulla illegittimità delle azioni di Flacco  e precisa che  il Sinedrio era stato istituito da Magio Massimo (Flac,74) quando era governatore per la seconda volta,  su ordine di Augusto che riconosceva i diritti già accordati dai Lagidi.  Magio dopo che era stato governatore tra il 3 e 10 d.c. fu di nuovo governatore dopo Aquila (Ant. giud, XIX,283), che aveva governato l’Egitto dal 10 al 12 e  perciò Augusto  autorizzò formalmente il funzionamento del  sinedrio nel 13 ,  confermando la  carica del genarca-etnarca, probabilmente quella del  padre di Filone,  nelle sue funzioni amministrativo-giudiziarie e religiose,  poi riconfermato  da Gaio Galerio (Seneca, ad Helviam matrem, 19,4-6)  che governò per 16 anni.
Dalla lettera di Aristea (oggi riconosciuta come opera del II secolo  av.C.(310)  da Antichità giudaiche  (XII,108 e XIV, 117 in cui si riporta un passo di Strabone  che parla delle funzioni amministrative giudiziarie ed archivistiche, propria dell’alabarca)  si evince che gli oniadi avevano  anche una funzione religiosa, data la carica sommo-sacerdotale  del primogenito della  stirpe degli oniadi, celebrante nel tempio di Leontopoli.
Inoltre  Filone precisa che la fustigazione in uso era di due tipi : quella della flagellazione degli egizi, fatta con frusta particolare e da esecutori diversi e quella degli alessandrini sia greci che giudaici con spate e fatta da agenti di polizia  alessandrini  (spatafori) in quanto cittadini liberi.
Filone inoltre precisa che  era norma  per un  governatore  durante il genetliaco di un  elemento della domus augusta  non punire alcun condannato ma dedicarsi solo alla festa; Flacco, invece, oltre a punire chi non era colpevole, punì anche durante la festa, anzi ne fece uno spettacolo di festa, senza rispettare la santità del genetliaco.
Infatti  dall’alba per tre o quattro ore della mattinata  senza concedere l’ammistia di un giorno, senza far togliere i morti dalla croce,  organizzò la festa facendo  appendere altri  vivi  dopo averli fatti flagellare in pieno teatro e torturati col fuoco e col ferro davanti a  spettatori , che godevano  dapprima della vista di giudei fustigati, impiccati,  messi alla ruota,  brutalmente sfigurati  e portati alla morte, passando attraverso l’orchestra e poi dell’esibizione di danzatori, mimi flautisti  e di attori teatrali in genere.
Filone però parla solo di  ebrei che vivevano nei due quartieri separati, che dovevano essere filopalestinesi e collegati con parenti  della  Giudea: su questi  e sulle loro case si  sorvola e solo  in occasione delle perquisizione delle case dei nobili, non toccati dalla atimia si parla della  ricerca di presenza di armi  nelle case, dove non potevano essere, data la loro filoromanità.
L‘atimia, dunque, toccò solo i giudei che avevano diritto ad una cittadinanza di semplice alessandrino,quei  giudei, cioè, che vivevano da tempo in Alessandria  con diritti di  residenza  propria degli egizi alessandrini, non greci.
Nessun governatore poteva azzardarsi a toccare l’aristocrazia giudaica alessandrina ellenizzata, iscritta perfino nelle tribù e nei demi cittadini,da decenni: l’atimia, perciò,  colpisce solo i giudei alessandrini non ellenizzati indiziati e perseguiti anche per il sospetto di tenere le armi nascoste  e di essere  collegati  con lo zelotismo palestinese.
L’ intervento finale  di Flacco, infatti, fu militare  e questa volta sulla pars aristocratica, sulle abitazioni non sequestrate: i militari di Casto cercavano armi che non furono trovate ma poi come suole accadere  quando ci sono di mezzo i soldati, ci andarono di mezzo le donne non solo quelle giudee ma anche altre donne di altra etnia  che portate nell’agorà, furono distinte dando loro da mangiare carne di maiale e punite quelle che non la mangiavano.
Da Filone, che pur legge con animo di parte, ci vengono date indicazioni sul modo di procedere di Flacco e dei capi popolari alessandrini che avevano promesso al governatore di salvarlo dalla inimicizia di Gaio.
Il cambiamento, dunque, di Flacco  appare  netto: non è più un giudice imparziale ma  un giudice dispotico, caligoliano, che condanna senza processo, assumendo  contemporaneamente le vesti di accusatore, di nemico, di testimone, di giudice, di esecutore della condanna.
I  tre capi popolari sembrano  condizionare Flacco,  visto ormai  governatore  degradato,  non più padrone del campo; essi appaiono come i manovratori della situazione   mentre   Alessandria appare   città non più governata, in preda a stragi  di cittadini; questa Alessandria doveva essere  per Filone la patrona del suo governatore!.
Filone  bolla Dionisio come demagogo,  Lampone come scribacchino e ladro, Isidoro come  intrigante arruffapopolo, ed, insieme, li considera  un branco di malfattori.
La descrizione dei  responsabili dei mali giudaici è tipica della narrazione satirica giudaica  ora smodata,  nonostante i tentativi di compostezza e di  misura, propri di uno che vuole essere spoudaios , asteios. kosmios, ma è incapace di contenere la propria eccitazione e il proprio disgusto, di fronte a tanta barbarie.
Lampone è ben delineato , caratterizzato nella sua personalità di scriba corrotto  che probabilmente scoperto in seguito  come cancelliere, era stato   accusato da Flacco stesso  di frode contro lo stato che era un crimen maiestatis in quanto perpetrato contro i beni e la persona dell’imperatore  poiché l’Egitto era un bene familiare imperiale.
Nel processo di due anni  Lampone si era trovato a mal partito dovendo pagare  gli avvocati e perciò aveva denunciato, in momenti in cui la causa era a suo favore, che lui era stato rovinato nel suo patrimonio dal fatto di essere stato costretto ad assumere  la funzione di Gimnasiarca,  che comportava molte spese per rifare i ginnasi, ricostruire le palestre pagare i gumnastai e i tanti operai che svolgevano lavori  di manutenzione, in una giustificazione della sua tirchieria o a dimostrazione della sua non floridezza finanziaria.  Egli adduceva  come pretesto che non  possedeva averi sufficienti  per svolgere quel compito che richiedeva tante spese, eppure,prima del processo,  aveva sempre manifestato  di essere molto facoltoso  anche se nella dokimasia (nella verifica dei beni che si faceva  prima che qualcuno svolgesse una funzione statale), era risultato non ricchissimo, ma che si era arricchito con azioni illegali.
Egli come grammatokuphoon, scriba, a contatto diretto con i governatori  durante i processi registrava  le accuse  e, come avente tale funzione, le presentava. Egli aveva così l’opportunità di cassare  le cose dette o di ometterle  a suo piacere,  non inserendo termini e, se possibile,  cambiare le lettere  su e giù per il testo,  facendo operazioni di trasformazione, di cambiamento , rovesciamento, correzione e   in relazione a quanto fatto, si faceva pagare  per lettera o per apice, adulterata.
Per questo il popolo  lo chiamava calamosfactes (colui che uccide con la penna) in quanto uccideva  moltissimi  con le lettere che scriveva , rendendo così i vivi più disgraziati dei morti.
Infatti quelli che potevano vincere e godersela, a causa sua, invece, subivano la sconfitta e la povertà,  poiché i loro avversari pagavano lui  che capovolgeva la situazione,  dando i beni altrui a buon mercato.
Ciò era possibile perché i governatori  non potevano ricordare quanto scritto, data la mole delle pratiche sbrigate  in una provincia così grande  dove le cause si accatastavano le une sulle altre, e considerata la varia natura causidica  e il computo dei tributi e delle rendite, il cui esame richiedeva più di un anno. Lampone così sfruttava la lungaggine delle procedure e la dimenticanza dei giudici e scriveva tra i vinti  coloro che dovevano vincere e  faceva risultare quelli che dovevano perdere tra i vincitori, dopo aver preso somme di denaro.
Isidoro è anche lui ben tratteggiato nella sua funzione di agitatore di masse e di sindacalista  sempre pronto a favorire e a parteggiare o per le masse, specie greche o, ma anche per quelle egizie e delle minoranze  etniche  residenti ed avventizie.
Egli non era un funzionario effettivo, ma era anche lui un uomo dell’entourage del prefetto o meglio individuo utile  al suo  servizio, senza carica ufficiale.
Egli era per natura malvagio e facinoroso, molto abile a  creare tumulti e rivoluzioni, se non c’erano, e a fomentarli e ingigantirli, una volta scoppiati.
Egli amava circondarsi di una moltitudine disordinata e confusa  in cui convivevano elementi vari di origine servile  organizzati secondo la simmoria.
Era questa una organizzazione tipicamente ateniese,  poi divenuta tipica di ogni città del Mediterraneo di tutte le città greche  dell’impero romano, compresa Alessandria.
Ad Atene si soleva formare gruppi di 1200 uomini,  suddivisi in corpuscoli di 20 membri (due ogni tribù)  di 60 uomini ognuno. Ad Alessandria, dove la popolazione era molto eterogenea,  forse il numero era doppio o triplo, a seconda  delle classi.
Forse Filone propende per un numero di 2400 unità  ( anche se non si può scartare un numero  di molto superiore  a quello delle  simmorie ateniesi  (Flac. 143 ).
In effetti si formavano squadre di migades  (misti  greco-egizi, o di varia etnia)  e di sugkludes (plebei di norma egizi) oltre forse a greci puri, sempre pronti agli ordini di Isidoro.
Questi gruppi, comunque, erano dominati da  Isidoro che li gestiva  manovrando l’associazione come voleva, subordinandola a volte anche ai piani del prefetto.
Egli aveva questa opportunità in quanto la città era piena di  thiasoi , che  lui controllava in ogni senso.
Il thiasos  in epoca ellenistica era  una comunità, tipo le nostre confraternite, di fedeli di uno stesso dio,di norma Dioniso,  che celebravano  con danze, sacrifici, processioni e riti.

Siccome si riunivano periodicamente  in sinodi (concili, assemblee , club)  che formavano anche una corporazione e che stabiliva  i riti da farsi, le cerimonie, le feste, le date   e siccome   ogni cerimonia si concludeva con  banchetti, in cui  non c’era niente di buono, per un ebreo, ma solo vino schietto,  dove c’erano ubriachi, insolenti e violenti, i thiasoi venivano visti negativamente dai giudei,  anche se erano  occasione di integrazione sociale e di comunicazione, seppure con qualche violenza.
L’angolazione di Filone è quella di  De Vita contemplativa (75  ss) dove vengono comparati questi thiasoi  ( sinodoi e  clinai)  dei greci ed egizi con la  sinagoga greca e con cena giudaica.
In queste riunioni e banchetti  Isidoro era  il capo, salutato con vari nomi  (sumposiarckhos, klinarches, taracsipolis) ed era obbedito da tutti  quelli che facevano quanto egli ordinasse.
Isidoro era personaggio compromesso con il governatore, che aveva organizzato perfino le accuse allo stesso Flacco da parte degli spalmatori degli atleti e degli addetti alle pulizie  probabilmente in combutta con Lampone.
Isidoro, che inizialmente era in una qualche considerazione, vistosi non più stimato, si era messo in contrapposizione .
Perciò assoldò  uomini che ungevano gli atleti e che facevano  i banditori  e li convocò al ginnasio, avuta l’autorizzazione di Lampone, facendo riferimento ad Elicone, fece accusare variamente il governatore.
Mi sembra che questa  operazione sia gestita dagli agitatori popolari  ma in effetti  sia concordata col prefetto, che così viene  discolpato pubblicamente dell’eccidio giudaico: certamente il prefetto garantisce loro l’incolumità in qualche modo e li paga per l’ulteriore servizio.
Flacco, però, forse non sapeva che questi erano al soldo di altri, come Elicone  e Pallante (Dione Cassio, St.,LX,30,6b), che sapevano che la sorte di Flacco ormai era segnata.
Il governatore, allora, saputo che la città era sdegnata e che mal sopportava che il nome di Alessandria fosse disonorato, convocò i magistrati cittadini e tutto il popolo.
Vennero i capi (tra questi l’élite giudaica) ed anche tutta la cittadinanza greca, meno quella che doveva essere inquisita  per i tafferugli, i latrocini , le distruzioni, le stragi giudaiche.
Flacco fece disporre su tribune tutti i  provocatori e quelli che avevano fatto la protesta contro di lui in modo che fossero ben visti,
Interrogati davanti a tutti; ed essii confessarono che l’autore di ogni cosa era stato Isidoro, che li aveva assoldati.
Dopo che Isidoro fu riconosciuto colpevole  si discusse sulle proposte fatte contro di lui   o di privazione dei diritti civili o di esilio o di morte: all’unanimità Isidoro fu condannato a morte.
Egli però si sottrasse all’arresto con la fuga e Flacco lo lasciò andare convinto che così non ci sarebbero stati in città  lotte e  sedizioni.
Quando Flacco, poi, viene arrestato e portato a Roma davanti all’imperatore,  ha come accusatori proprio Lampone ed Isidoro: le loro accuse erano ininfluenti alla già premeditata condanna  che Caligola aveva inflitto  al suo nemico, delatore della sua famiglia.
Filone può allora di nuovo vedere il disegno divino rilevando la nuova peripeteia: due sudditi accusatori del loro prefetto,  due servi contro il padrone.
Lo scrittore giudeo è veramente un interprete, un ermeneuta  che legge sempre oltre la lettera e vede come in Dio tutto si armonizzi e che il piano provvidenziale si compie inesorabilmente.
L’eccidio di Alessandria,  voluto da Flacco, che aveva sfruttato i caporioni greco- alessandrini, divulgato dalla fama portata dai marinai e dai trapezitai, dalle navi alessandrine, accese un incendio in tutto il Mediterraneo, sia in Occidente che in Oriente.
Isidoro era stato l’untorello manovrato dal governatore che   credendo di salvarsi facendo la volontà di Caligola, anticipatamente, e dando all’opinione pubblica il capro espiatorio, sperava in una totale assoluzione per i servizi allo stato.
I giudei, oltre alle perdite umane,  erano rovinati nelle attività finanziarie e bancarie  e nel commercio; la loro secolare  tendenza   ad isolarsi e separarsi non era bastata ad Alessandria a quella pars giudaica, zelante di fede.
I giudei della medio-bassa borghesia cittadina  pagarono  anche per quei fratelli  che  erano invidiati, data la  loro immensa ricchezza, dai greci  alessandrini,  che volevano equiparare i loro diritti e le loro forze con l’etnia giudaica predominante in Alessandria, inattaccabile perché ellenizzata, romanizzata, probabilmente spregiudicata ed  atea come i sadducei.
I giudei credenti e zelanti di fede, non potendo partecipare alla vita delle sette dionisiache, orgiastiche,  per espressa proibizione della legge,  guardavano con sospetto  e con apprensione ogni riunione e  festa,  da cui  normalmente derivavano guai per loro che necessariamente erano guardinghi e sempre in uno stato di allerta.
Nel 38  d.C. troppe forze concorrevano al loro male, non solo un governatore indiziato o in procinto di essere accusato  dall’imperatore stesso.
Inoltre  nel periodo seianeo (dal  23 d.C. al 18 ottobre 31 d.C. )  essi erano memori delle persecuzioni  subite sotto Vitrasio Pollione, che aveva vietato di riunirsi in sinagoga e di fare proselitismo  e proibito di santificare il sabato  (Filone, de Somniis, II,123 ss).
Perciò essendo permesse le riunioni alle altre etnie e vietate le loro, i giudei  giudicavano moralisticamente le loro  riunioni sante  e quelle degli altri empie: una scarsa  soddisfazione!
Al di là dell’impostazione moralistica filoniana,  nell’ estate  38  (dalla morte di Drusilla alla festa delle sukkoth, inizio dell’autunno)  Flacco e i tre caporioni  determinarono la strage dei giudei, propagandando nel mondo romano l’antisemitismo e creando focolai di disordini e lotte cittadine in ogni città dell’impero, che perdureranno anche con maggiore consistenza per tutto il regno di Caligola e che avrebbero  dovuto avere come soluzione definitiva  o l’eccidio o la deportazione di tutti i giudei di Palestina.
Per me c’è sotto  questi avvenimenti alessandrini qualcosa altro, un evento che  si era verificato sotto Pilato e che aveva prodotto uno scompenso in tutto il mondo della diaspora: un giudeo prima di tutto  ha come patria Gerusalemme e poi la  città in cui è nato e vive, guarda e segue quanto avviene nella Città santa.
La sconfitta dei nazirei e  la crocifissione del loro capo  avevano diffuso in tutto l’ecumene  l’odio contro Roma anche dopo la pacificazione e l’elezione di Giulio Erode Agrippa a re.
Alessandria, la città con maggior numero di Giudei, con due diverse situazioni giuridiche  è la prima a pagare, nonostante il formale atto di ossequio  e nonostante la filoromanità della classe dirigente alessandrina giudaica.
La morte di Caligola e l’avvento al trono di Claudio riporteranno la  concordia nel mondo romano e il ripristino dello statuto augusteo in Alessandria dopo il decreto imperiale all’inizio del nuovo principato, conosciuto come lettera di Claudio agli alessandrini (Ant. Giud., XIX,278-291, Pap. Lond. 1912, in CPG- corpus papirorum iudaicorum-pubblicato da V.A Tcherikover, Arvad University Press I.1937).
Se si legge attentamente la lettera di Claudio agli alessandrini si capirà  che Claudio  vuole chiudere gli occhi sui responsabili ed invita gli alessandrini nella loro totalità, greci, egizi ed ebrei (ortodossi e scismatici, di costituzione giudaico-egizia e  greco-giudaica) alla omonoia (concordia)  come se inviasse un monito ai greci alessandrini  al fine di far loro rispettare la tradizione ebraica  secondo il decreto di Augusto da lui confermato .In effetti, egli, pur riconfermando lo status giudaico precedente, dopo aver valutato i  fatti e deciso in modo inappellabile  il suo verdetto sulle due  parti contendenti  da lui ascoltate,restringe  e limita il decreto augusteo.
Infatti Claudio  impone agli ebrei  un  divieto, quello di ellenizein ( di ellenizzarsi, cioè di diventare greci,di frequentare il ginnasio, di  partecipare agli agoni  presieduti dai gimnasiarchi) in quanto già godono di un loro politeuma e non devono andare oltre i loro diritti , che sono eccessivi, in quanto vivono in una città  altrui (en allotria polei)
Infine  Claudio impone, temendo che in Alessandria aumenti la popolazione giudaica,  che finisca l’ immigrazione  proveniente dalla Palestina o da altre parti di Egitto.
La conclusione è minacciosa: se gli ebrei  non faranno così , li perseguiterò con ogni mezzo  come propagatori di una malattia comune a tutto il mondo abitato
Così ordina Claudio, amico e fratello di latte di Giulio Erode Agrippa, suo patrono ed elettore nei giorni successivi alla morte di Caligola,  amico dell’alabarca Alessandro, sommo sacerdote scismatico di Leontopoli,  fidato procuratore dei suoi beni e di quelli di  sua madre, forse il capo trapezita di Pallante, suo ministro….

 

Pazzesco di Luca Mastrantonio

Una lingua pazzesca!

Pazzesco Dizionario ragionato  dell’italiano esagerato

Pressato da amici, mi sono sorbito, alla Palazzina Azzurra, come digestivo, per quasi un’ora, la presentazione di Pazzesco, un saggio linguistico- letterario, di Luca Mastrantonio  e poi la premiazione dell’editor Jacopo De Michelis, insieme  ad uno sparuto  gruppo di uditori, disattenti.

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Paradosis ed endeicsis

a Paradosis ( consegna) e  l’endeicsis (denuncia)  di Gesù Cristo

Dalle notizie evangeliche risulta che Gesù vive una vita misteriosa e nascosta fino a trenta anni e che, poi, si rivela facendo uno o più viaggi a Gerusalemme, dove, dopo denuncia e consegna ad opera del clero giudaico all’autorità romana, viene ucciso.
Viene celata (sembra) la regalità, una notizia, volutamente nascosta, sulla vita di Gesù, una figura di uomo, che non è descritta in modo completo, in quanto coloro che scrivono in epoca flavia, a distanza di oltre quaranta anni, hanno  interesse solo a rendere saldo un culto e riti, già consolidati dalla pratica, e lasciano senza luce storica i fatti riguardanti  il fondatore, che assume valore maggiore, proprio dall’ambiguità, dall’equivoco, dal muthos.
Comunque, gli scrittori lasciano dei segni storici palesi perché non possono tralasciare due elementi della storia, che erano rimasti impressi nella collettività giudaica sia aramaica che ellenistica: il crimen contro l’impero romano del Messia  e  la paradosis  con l’endeicsis all’autorità romana,  da parte dei capi di Gerusalemme.
Nostro intento è quello di far emergere la regalità, da una parte,  mediante queste due verità celate, esaminate come risultanze evangeliche storiche e, da un’altra, rilevare  l’impostazione dei vangeli canonici, all’ atto della scrittura, con il Kerugma  con la predicazione della morte e resurrezione, congiunta con la giustizia del governo romano e con la perfidia giudaica: noi siamo interessati solo dalla falsificazione dei termini, non da scrupolo religioso.
Noi cerchiamo di studiare i termini, che hanno diverso valore nell’epoca dei fatti, rispetto  a quella dell’epoca di scrittura evangelica: insomma diciamo che c’è stata falsificazione, pur se si lascia intatto (o quasi) il segno linguistico come significante,  che, però, è stato rivestito con referenze nuove, attuali, di un significato aggiuntivo, tipico di un altro tempo,  rispetto a quello storico di accadimento.
Essendo caduti gli ideali del precedente periodo, cambiati i valori di un malkuth (regno), conclusosi tragicamente, divenuto esemplare e per aramaici e per ellenisti, a seconda delle diverse letture interpretative, la missione stessa  degli apostoloi (inviati), che ebbero il mandato di seguitare il compito, fu cambiata: non più la predicazione del messaggio di un  prossimo regno, ormai impossibile ed irrealizzabile, ma  di un‘attesa escatologica ed apocalittica di un regno messianico, predicato da un Gesù–dio, divenuto redentore del mondo e modello di humanitas.
Su questa base, secondo la lettura paolina, i  discepoli degli apostoloi distaccarono  la sostanza del pensiero dalla storia e dalla vicenda reale e  predicarono la morte e la resurrezione del Christòs  insomma,passarono dal piano militare, ormai finito,  al piano spirituale e morale,  trasformando lo zelotismo in pratica religiosa con il Kerugma, separandosi dal giudaismo aramaico e perfino da quello  ellenistico, occidentalizzandosi e romanizzandosi.
Questo è  un processo lungo, che dura dall’ epoca flavia a quella antonina, mentre infuria ancora la lotta contro la romanitas  in senso aramaico, che condurrà, dopo altre peripezie, dolorose,  alla Galuth (all’esilio, alla cacciata, all’espulsione dall’ impero), dopo la fine, tragica anch’ essa,  dell’impresa di Simone Bar Kokba (134-36) .
Il vangelo di Marco comporta una volontà di segretare fatti palesi, il preciso skopos  di essere contraddittorio nel proclamare lo scandalo della  croce con la rivelazione del Christòs, nel fare la volontà di Dio,  che esige adesione di fede  e sottomissione al mistero,  sulla base del modello di Jesous  Christos Kurios , re unto, ma vissuto, per suo volere,  nel nascondimento, in modo umile, considerato come un romanizzato, trinome, espressione del nomos empsuchos (Legge vivente), legge scritta e non scritta.
Il pensiero di Marco, autore popolare, levita, piccolo sacerdotale, di cultura aramaica,  immaginoso,  puerile, dal linguaggio elementare e dalla forma paratattica, propria di un non ellenizzato (o di uno appena alfabetizzato, che ha appreso i primi rudimenti della koiné), dissociato culturalmente e dai  giudei ellenisti e dagli aramaici puri, è semplice: proclamare il Christos  ucciso dai suoi stessi connazionali,  secondo il dettato  paolino ( la morte e resurrezione del Signore  e lo scandalo della Croce).
La semplicità di Marco ha, però, efficacia  per l’immediatezza del racconto, per la stupefatta  partecipazione, per l’adesione ai miracoli e alla divinizzazione del Christos ed attira il lettore  proprio perché riduce tutto a narrazione apparente, senza meditazioni e senza polemiche: l’evangelista  è parabolicamente entusiastico, fedele, miticamente persuaso di avere la verità esemplata più nelle azioni, che diventano  agrafa, parole non scritte, nuovo nomos, quasi un altro codice  rispetto al nomos mosaico,  un sistema paradossale  teorico-pratico cristiano, da dare ai fedeli pagani e giudeo-cristiani, romani ed occidentali (modellato paradigmaticamente sul bios, mitico, di Abramo di Filone), basato sull’ esempio vivente di Jesous.
Noi propendiamo nella individuazione dell’evangelista Marco per quel Giovanni Marco  (Atti degli Apostoli, 12,12-25; 15,37), chiamato anche Giovanni (Ibidem,13,5-13) o Marco (15,39), conosciuto anche perché collaboratore di Paolo, da cui si separò (Ibidem, 15,36-39)  per qualche tempo, per, poi, esserne di nuovo compagno a Roma ( Paolo, Col.,4,10; Filemone,24,9  e 2 Tim. 4,11) e come discepolo di Pietro, da cui è trattato familiarmente , e filiarmente  (I Pietro, 5,13) .
Siamo  d’accordo con la tradizione di Eusebio, che, riprendendo Papia, vescovo di Ierapoli,  (Storia Eccl.,III,39,15)   dice che  fu interprete di Pietro e che scrisse con esattezza, ma senza ordine,  tutto ciò che ricordava  delle parole e delle azioni  del Signore.
Egli, secondo la testimonianza di Papia, non ci  ingannò  scrivendo  quanto ricordava  in relazione alla lezione  di Pietro, che insegnava, adattandosi  ai vari bisogni degli uditori,  e non si curava  di dare una composizione ordinata delle parole del signore (logia) .
Anche Ireneo  (Adversus Haereses, III.1,1)  e  Tertulliano (Adversus Marcionem, 4,5) e  Clemente Alessandrino (Strom., 1) riportano che  Marco scrisse come discepolo di Pietro.
Perciò Marco  sottende, da una parte, il pensiero petrino attualizzante, e da un’altra, quello paolino  presentandosi come genuino e popolare nell’ inizio di ogni periodo  con  Kai euthus ( e subito) , scrivendo per latini  a cui spiega il greco (non per nulla ci sono latinismi 12,42: la vedova gettò due lepta o estin ekodràntes/quadrante; e i soldati  condussero Gesù nel cortile; eso tes aules, o estin praitorion/pretorio 15,16) o servendosi dell’aramaico, sua lingua naturale , dopo averlo tradotto in greco. Il gar di Marco – con cui si chiude il suo testo inconcluso–  ripetuto, stucchevolmente , secondo il parlato aramaico asindetico, deittico e ripetitivo, palese nei Talmudim,  non solo ha valore di spiegazione dei fatti e dei detti al posto  di una congiunzione dichiarativa, ma ha funzione di rendere l’affermazione personale conclusiva e sentenziale.
Yohanan  Marco, se è lui lo scrittore del tipo di  Shimon Pietro, Shaul Paolo,  Levi Matteo, Iosip Flavio, uomini di cultura mista, la cui convinzione apparentemente semplicistica è meditata  ed è data in relazione all’utenza, si avvale,comunque,  del contributo di uomini di mestiere, di grammatici e retori, scaltriti nell’ uso dei termini e quindi di un’area  letteraria flavia, connessa con quella dello storico (cfr Angelo Filipponi , Commento al I libro di Antichità Giudaiche, angelofilipponi.com).
Inoltre, Marco, forse,  è  il kolobodaktulos, cioè il  levita e sacerdote del tempio, che non volle servire e perciò si mutilò il pollice:  è un uomo di parte e, quindi, capace di compiere azioni estreme,  pur di salvaguardare il proprio pensiero e la propria fede; potrebbe essere un estremista,  come Origene,  che si autoevirò per essere tra i primi del Regno del Signore.
Marco conosce quasi certamente La guerra giudaica di Giuseppe Flavio(VII,2,2) : non può essere un caso che ripeta leukous endiduske  khitoniskous kai porphuran  emperonesamenos  khlamida (si avvolse in tunichette bianche  e fermatovi sopra  un mantelletto di porpora): egli adatta, aggiusta e contamina la cattura di Gesù con quella di  Simone di Ghiora capo dei rivoluzionari insieme a Giovanni di Giscala.
Marco conosce anche il gioco alessandrino di Karabas, descritto da Filone in In Flaccum  come parodia della regalità giudaica  da parte greco-romana.
Marco è per noi  acrimonioso nei confronti del confratelli giudaici aramaici,  dai quali forse diverge per la strategia militaristica  (12,10-11; 13 1-37; 14,57-72.) e perciò, dopo la distruzione del tempio ha possibilità di schierarsi in senso cristiano, libero dai giuramenti, e  perfino da quegli ellenisti,  specie alessandrini, che credevano solo nel vangelo di Giovanni Battista  e nel suo battesimo.
Matteo,  rispetto  a Marco ha altra cultura ed altra impostazione, quella teologica, filoniana, con riflessione biblica, comune anche a Marco,  che è segnata  nel Vangelo greco, ma doveva essere stato diverso in quella sua scrittura aramaica dei logia, ricordati  di Papia  nell’opera  Esposizione dei discorsi del Signore  pubblicata nel 110 d.C. ( Eusebio St. Eccl. III,38,16),  da cui sorsero  poi i vangeli cristiani.
Levi Matthaios, un altro ellenista, un ellenizzato, tachigrafo, pubblicano, telones,  scrisse  in dialetto ebraico-aramaico coordinando i logia (oracoli) del signore : ciascuno poi li interpretò  come poté.
Il termine  logia sia per Filone (Vita di Mosé specie nel III  è ricorrente logion) che per gli Atti  (7,38 ) hanno valore profetico mosaico e quindi connessi con la Torah, come oracoli legati alla legge di Mosè, non  esterni alla legge, non nuovi, ma come forse commenti scritti alla presenza del rab- maran, rimasti così fino a dopo  il 70, in cui  Marco e Matteo stesso, in una nuova situazione storica, aggiungono elementi e fatti, in relazione alle parole che, comunque, cambiano di significato.
Il Kerugma matthaico, predicato per i  connazionali aramaici e poi  anche per i giudei  ellenisti (Ireneo, Adv. Haer, III,1,1;  Eusebio St.Eccl., III,24,6 , Clemente Alessandrino, Paedagogos, II,1,36 ) dopo  viaggi apostolici  in Ponto, Persia e forse India (dove Panteno alla fine del II secolo ritrovò i Logia originali) non è quello di Marco:  è un contenuto,  già predisposto in relazione alle lettere di Paolo e a tutto l’annuncio evangelico, secondo il canone, veterotestamentario, dei Settanta, già interpretato da Filone, secondo Sapienza e  profeti, e secondo  quello neotestamentario, esclusi Giovanni e  Giacomo.
Certamente i logia, nel testo matteano attuale, hanno grande rilievo e rivelano il Regno dei cieli  quello zelotico, originario, ma essi hanno ben sotteso il regno messianico, a cui ogni uomo è chiamato a partecipare, inteso poi come Regno di Dio, secondo interpretazione sovrumana e celeste, distinto dal Regnum romano: essi infatti occupano i tre quinti del bios, mentre  fatti e miracoli (2/5) fanno da contorno e a volte da spiegazione concreta  all’ anima, costituita dai discorsi (5-7; 10;13; 18;  23-25;9) infarciti di salmi, di  detti  sapienziali, di oracoli dei profeti e specie di Isaia, (53) al fine della dimostrazione della necessarietà del patire del Christos non più re, ma uomo  sofferente, agnello condotto al macello.
L’autore, chiaramente ebraico,  parla dei pubblicani, di farisei, e di tutte le caste sacerdotali, parla della casa ebraica, di città santa, di  luogo santo,  conosce usi, tradizioni, parole gergali e soprattutto collega la torah con la predicazione del Vangelo,  cioè, mentre annuncia la venuta del Messia,  figlio di David,  rileva le varie predizioni,  tramite la lettura dei profeti,  ne  mostra le ragioni per cui  giustamente Gesù  sia l’atteso,  anche se rifiutato dai confratelli.
Soprattutto i logia parlano espressamente di  Il Regno dei Cieli, intendendo, però, non il Malkuth ha shamaim, cancellato, come pensiero, dopo la distruzione del tempio, ma il regno messianico,  a cui ogni uomo deve partecipare,  ed  afferma la davidità del Messia , attraverso la Genealogia (I,2,16) dimostrando come il Christos compia le profezie, dando il via alla interpretazione  del cristianesimo, come  compimento e completamento dell’ebraismo,  creando le basi per il Nuovo Testamento come punto di arrivo del Vecchio testamento…
il logion matthaico  dell’ultima cena  e specie quello del sangue versato per molti  risulta un’aggiunta successiva quando al suo significato si dava l’idea di universalità in relazione al pensiero di  Paolo  che trasforma il calice dell’alleanza in un  calice  di nuova forma di alleanza (1 Cor. 11,25;  1 Corinti 10,16; col. 1,20; Ef.1,7 Rom.3,25 Ebr 5,13-20;10,19;12,14;13,12). D’altra parte il testo di Marco 14,24  (touto estin to aima  mou ths diathhkhs to ekkhuvvoimenon peri polloon –  ben connesso con Mt  26,26-29; Lc.22,15-20)  non ha  uper ton pantoon  per(a favore di)  tutti (pro omnibus) in quanto il sangue versato è per molti  (Pro multis) e per voi (pro vobis)   amici e discepoli.
Gesù, che si sacrifica per i suoi,  al fine di evitare la distruzione della città assediata,  è un martus giudaico, come poi lo sarà Shimon bar Kokba  col suo rabbi Aqiva (cfr Martire giudaico, Temi).
Anche Origene in Principi tende a dare l’idea di universalità al sacrificio di Gesù. La sua consegna  ai Romani invece ebbe un altro valore  quello di risparmiare il saccheggio della città e quindi  di salvare il salvabile. specie i discepoli che consegnandolo si sarebbero potuti salvare…
Egli, infatti, usa le espressioni: tutto questo avvenne  affinché si adempisse ; così si adempì (1,22; 2.15; 2.17-23 ; 4.14 ed altrove): sua la colpa (o chi per lui rivide i suoi scritti, in seguito) di aver dimostrato la perfidia giudaica,  di quei confratelli che  osteggiarono il Cristo  non volendolo riconoscere  e nonostante i segni palesi,  lo perseguitarono e lo uccisero,  dopo averlo proclamato re.
Da qui non solo deriva l’endeicksis con la paradosis di Gesù ai romani, ma anche e soprattutto  la condanna ebraica alla reità della uccisione di un uomo-dio (27,25 Il popolo tutto quanto rispose: il sangue suo su di noi e sui nostri figli) e  quasi l’assoluzione a Pilato, che  si lava le mani  dicendosi innocente del sangue di questo giusto ed ammonendo il popolo Ve la vedrete voi! Insomma, Matteo ha la colpa della secolare ed ingiusta persecuzione cristiana agli ebrei e della assoluzione dell’impero romano: ha rovesciato la  storia, romanizzandola, grecizzandola, paganizzandola, da telones!
Luca,  invece, scrisse il vangelo per i pagani convertiti, in Acaia, col proposito di contrapporre per i fedeli greci,  la verità alle favole degli eretici,  (Ireneo, Adversus Haer., III,1,1; Tertulliano, Adversus Marcionem  IV,5 ;  Origene, In Lucam Hom.1 ; Eusebio, St. eccl. II,4,4-6).
Tutti, più o meno. convengono nelle stesse  notizie, confermate anche dal Canone muratoniano e dal Prologo antimarcionita  ambedue del primo decennio della seconda metà del II secolo: Luca fu siro antiocheno, un medico, compagno di Paolo, scrittore anche di Atti degli apostoli.
Chiaramente il vangelo di Luca ha valore apologetico ed è paolino, come impostazione, in quanto ha cari i temi della giustificazione per fede e l’universalismo della salvezza (Cfr Qual è il sondergut di Luca e di Matteo ?).
Senza prendere in considerazione il vangelo di Giovanni che è di epoca gnostica e quindi lontano dai tempi Flavi, noi consideriamo solo  le risultanze evangeliche sinottiche dei tre evangelisti, di cui abbiamo dato qualche indicazione.
Perciò abbiamo diviso le  risultanze   di un lungo lavoro di esame in a. storiche  e b. mitiche e poi  ne abbiamo dimostrato la storicità e la miticità in opposizione anche alle varie teorie e alla  formgeschichte e redaktiongeschichte . …

Cirillo e Porfirio

Cyrillus contra Iulianum

Della Philosophos Istoria di Porfirio si conoscono alcuni frammenti, tratti da Cyrillus contra Iulianum.( 4,11-12, 14, 18-22)  per il quarto libro.
Per la conoscenza degli altri tre libri dell’opera, però, siamo debitori principalmente a Suda (framm.2,3,7- per il I e II libro)  a Teodoreto (framm. 13,15-16 e 11-12 ) per il terzo …
Anche Eusebio dà il suo contributo  (frammenti 25-29 ) al fine di conoscere l’opera di Porfirio, ma come già gli altri autori cristiani per tracciare un profilo negativo della  filosofia porfiriana…

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La traduzione e Girolamo

De optimo genere interpretandi

Girolamo e la traduzione
La lettera LVII  di Girolamo a Pammachio è un vero trattato sulla traduzione.
Essa si divide  in 13 paragrafi
La lettera è tipica  espressione di un’artificialità retorica, in cui è facile rintracciare la formazione di Girolamo, discepolo  di  Apollinare di Laodicea e di  Gregorio di Nazianzo  e quindi indirettamente della scuola origeniana del Didaskaleion di Alessandria.
Per dare un segno paradigmatico della retoricità dell’opera di Girolamo mi sembra opportuno  rilevare il sistema di semantizzazione della conclusione, connessa con la grammaticizzazione: da una parte -anche se in una porzione limitata -si capisce  il sistema operativo del grande interprete e da un’altra la sua logica apocalittica.

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Nifo o Machiavelli?

Chi ha copiato? Nifo o Machiavelli?

Nifo o Machiavelli?

Nel corso del mio lavoro di storico mi sono incontrato in tante conclusioni astoriche, in tanti giudizi assurdi, tirati col senno del poi da uomini considerati esperti.

Ho considerato, perciò, i  tanto stimati esperti solo parolai e i grandi comunicatori di massa affabulatori e non seri  operatori della storia.

Per me fare storia vuol dire ricostruire esattamente un ‘epoca in ogni settore di vita  e perfino riprodurre la quotidianità in modo da veder scorrere la regolarità di normale flusso vitale come in un corpo vivente. 

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Filone cristiano o Cristo filoniano? Ta kata Seianon

Perchè Filone non parla di Cristo?

Filone, pur conoscendo Gesù Cristo, non ne parla nella sua monumentale opera.
Neppure è possibile avere la sicurezza che Filone e il Christos si conoscano perché l’opera  Peri Toon Aretoon, in cui il theologos avrebbe potuto parlarne, ci è giunta priva di tre libri, e specificamente di quello dove probabilmente avrebbe dovuto trattare del bios del Signore.
Noi cristiani, inoltre, abbiamo fatto christianos Filone, e nemmeno abbiamo preso in considerazione che Christos potesse  essere stato filoniano, cioè  uomo seguace del pensiero legalistico oniade  e perfino capace di realizzarlo secondo la prospettica scismatica  emporistica, comunitaria propria dei discendenti di Onia IV.
Al di là di come è andata effettivamente la storia cristiana, a noi si propone il problema dei motivi per cui Filone non parla di un evento così importante per il giudaismo in epoca tiberiana.

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Agli amici e parenti, cristiani

Il mio essere anthropos e il loro cristianesimo (anche con Francesco)

Il mio essere anthropos e il cristianesimo dei miei amici e parenti.

Per almeno quaranta anni mi sono proposto come paradigma operativo, come exemplum di un vivere quotidiano faticoso, tormentato, proprio di chi ricerca un’autenticità personale e, contemporaneamente, un Dio nascosto – la cui presenza ha rasserenato il mio iter-.
Ho cercato vie alternative, facendo tortuosi percorsi ed ho girovagato, prima di orientarmi verso una salita  zigzagata, facendo, però, un’ apparente, inutile, fatica sisifea, degna, comunque,  di  essere ripetuta in quanto prodotto di una reale esperienza.
Non ho, quindi, pretesa alcuna di essere profeta  e non credo di avere una missione sacerdotale e nemmeno una funzione,  ma solo ho coscienza di poter indicare una methodos, un’altra via.

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Il messia mancato

Il fallimento del messianesimo

Ho cercato per anni di ricostruire la situazione ebraica della Pasqua del 36 d.C. e quella del settembre del 1666 per capire come un popolo di grande spiritualità possa essere rimasto,  di fronte ad un episodio di morte o di apostasia del proprio Messia.
Quale sentimento possa essersi provato, quale delusione dopo tanti anni, decenni, secoli  di attesa, proprio quando si è giunti alla liberazione, alla redenzione!.

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Apokatastasis ed Origene

La natura ed Origene

Apokatastasis ed Origene
E’ possibile ipotizzare razionalmente un kosmos ordinato secondo regole razionali, secondo logos in un’ oikonomia divina?
La phusis è figlia di Dio unigenita,  dicono i platonici e gli stoici (o meglio il figlio unigenito del theos è h phusis ).
Bene.
Ma c’è veramente ordine nel Kosmos, nell’uomo e in ogni vivente? oppure to pan è un insieme in cui esistono forze contrapposte o parallele o miste ed è geneticamente quello che è, cioè un magma indefinito, una materia /Ulh che si riproduce sempre  identicamente a se stessa, secondo un processo causale e casuale, ma anche secondo un proprio sistema di genomi,  secondo leggi fisiche chimiche, biochimiche elettrochimiche?

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La morte di un Dio

Roma, 24 gennaio 41: morte di Caligola Theòs

La morte di un Dio
Flavio  (Ant. giud., XIX,211) dopo aver parlato della congiura e della morte di  Gaio Caligola, conclude dicendo che il sovrano  aveva trattato con amore e rispetto i suoi amici Agrippa ed Antioco turannodidaskaloi, poi era diventato demokraticotatos molto democratico e si era allontanato dalla sua stessa  paideia e  docsa, nobiliare,  propria del perfetto Basileus/re  e
i suoi amici, perciò,  volta l’amicizia in odio, tramarono e l’uccisero.

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L’Italia dell’analfabetismo

Analfabetismo di ritorno

Da un’intervista del 1978 di Mario Gorini ad Angelo Filipponi
Professore, non le sembra strano che in una società acculturata, si parli di nuovo di analfabetismo?
A livello superficiale  può sembrare paradossale  che nelle società di rapido acculturamento, di alto benessere economico, democratiche, ci sia analfabetismo di ritorno, ma se si esamina il fenomeno, a livello profondo, si rileva che sono pochi coloro che detengono il potere culturale e che molti sono dipendenti e che gli uni hanno abilità di lettura e di decisionalità in situazione e gli altri ne sono privi.

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I due canoni

Differenze di costituzione dei canoni

Ad Iammia,  tra il 70 e 94 d.C.,  si decise il testo della Bibbia masoretica ( quella che oggi   diciamo Bibbia Stuttgartensia, cioè la versione a stampa del codice masoretico di Leningrado  redatto tra il VI e IX  d.C. dai custodi della masorah tradizione della scuola di Tiberiade che succede a quella di  Johanan Ben Zaccai) e si rifiutò quello dei Settanta, che era in lingua greca, usato dagli ellenisti.
Come sacre scritture furono considerate dagli ebrei:
Torah ( Pentateuco: Genesi, Esodo, Numeri, Levitico, Deuteronomio);
Nevi’im (Giosué ,Giudici, Samuele I-II, Re I-II, Isaia. Geremia. Ezechiele, 12 profeti minori);
Ketuvim (Agiografi: Salmi di Davide, Proverbi, Giobbe, Cantico dei cantici, Rut, Lamentazioni, Ecclesiaste, Ester, Daniel, Esra, Nehemia Cronache I-II ).

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Premessa a Ma,Gesù chi veramente sei stato?

Ma, Gesù, chi veramente sei stato?

 

1. Premessa
Fare luce su Jesous Christos Kurios per me è stato l’assillo della vita da quando bambino recitavo le preghiere e non capivo ciò che dicevo in latino,  da quando mi dissero che Dio si riposò il settimo giorno ed avevo la domenica come giorno festivo e non il sabato come era scritto nella Bibbia, da quando mi parlarono di un Gesù falegname che, però, era rabbì, e predicavano un Dio Veterotestamentario creatore crudele e selettivo e  un  Dio Neotestamentario Padre buono e misericordioso, da quando mi facevano cantare Deus Sebaoth/ dio degli eserciti, poi cambiato in Dio dell’universo.

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Nuova scuola

Scuola come officina-meccanica  per la formazione di persona creativa.

Perché non vendere tutti gli istituti scolastici? sono vecchi e non funzionali
Perché  col loro ricavato non si  inizia la costruzione di nuovi complessi, polifunzionali in aree agricole? costano poco o niente
Lo stato guadagnerebbe di certo tra  vendita di aree ed  edifici urbani ed acquisti di aree agricole da convertire in aree edificabili per edilizia scolastica!
Necessita una legge regionale? si faccia al più presto!
La nuova scuola potrebbe dare un nuovo volto all’Italia, spinta al rinnovamento culturale e ad una nuova politica,  grazie anche ad una ripresa economico-finanziaria !

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L’arresto di Gesù

Gesù non fu arrestato. ma si consegnò ai romani per il bene di molti.

Il racconto dei sinottici sembra non dissimile, anzi pare quasi identico, ma solo per i profani e per i superficiali, che leggono secondo la normale lettura secolare evangelica.

infatti i tre evangelisti mostrano la  particolare peculiarità con telos, proprio  in relazione alla lunghezza di tempo di oralità trascorso e al momento di scrittura  effettiva di ogni singolo vangelo ad opera di Matthaios e del Protomarco, mentre quello di Luca essendo di epoca antonina risente della retorica,  del paradosso  e della bugia del periodo.

Infatti se leggiamo Luca  rileviamo  il  prestito tematico  di Marco, che è da confrontare anche con la narrazione di Matteo.

Leggiamo, dunque, insieme il testo  di Luca ( 22,47-53)

Mentre egli ancora parlava  (siamo sul monte degli Ulivi)  ecco una turba  di gente: li precedeva colui che si chiamava Giuda, uno dei Dodici, che si accostò a Gesù per baciarlo.

Gesù gli disse: Giuda,con un bacio tradisci il figlio dell’uomo? Allora quelli che erano con lui , vedendo ciò che stava per accadere dissero: Signore, dobbiamo colpire con la spada? E uno di loro colpì il servo del sommo sacerdote  e gli staccò l’orecchio destro.

Ma Gesù intervenne dicendo: lasciate, basta così E toccandogli l’orecchio lo guarì.

Poi Gesù disse verso coloro che erano venuti contro, sommi sacerdoti, capi delle guardie del tempio  ed anziani: siete usciti  con spade e bastoni come contro un brigante? Ogni giorno ero con voi nel tempio e non avete steso le mani contro di me, ma questa è la vostra ora , è l’impero delle tenebre.

Se lo paragoniamo a Marco 14,43-52 e  e poi a Matteo 26,47-56 rileviamo  sostanzialmente l’arresto di una persona  difesa da altri uomini, fuori della mura cittadine,  nella località del Getsemani ad opera del sinedrio (formato da  sommo sacerdote, con diakonos , non ben precisato nel servizio)  e da anziani, preceduti da armati che risultano uomini  dello strategos templare, collegati con Giuda uno dei Dodici Apostoloi.

Si parla dell’arresto di un Gesù chiamato figlio dell’uomo  che afferma di aver svolto  quotidianamente la  sua azione palesemente nel tempio, davanti a al popolo e davanti anche agli anziani e allo stesso sommo pontefice  senza alcun timore, senza essere né disturbato né preso e perciò mostra  sorpresa nell’essere assalito con spade e bastoni, fuori della città,  come se fosse un Lhisths.

Dunque, Luca riporta il fatto dell’arresto di Gesù figlio dell’uomo ma aggiunge il paradosso cioè il risanamento dell’orecchio tagliato dalla spada di un discepolo, che difende il maestro, vedendolo in pericolo.

E’ lucano, inoltre, il mettere insieme la vostra ora  con l‘impero delle tenebre cioè considerare il momento propizio e l’opportunismo politico dei sacerdoti e degli erodiani  come satanico, come proprio dell’impero delle tenebre, come momento dei goyim romani, o dei filoromani  cioè come ripristino dello status quo precedente.

Insomma Luca, senza sapere, ci  autorizza a concludere che Il maran aramaico, arrestato come un lhisths /ladrone, deve cedere il posto ad un basileus di nomina romana, a seguito della vittoria di Lucio Vitellio su Artabano III e del trattato di Zeugma concluso anche col beneplacito del tetrarca di Galilea Erode Antipa.

Luca, però, che scrive  all’inizio dell’epoca traianea, mostra un esempio di maestro taumaturgo, goes, pacifico , che  disdegna la makaira  ed  ha appena il ricordo di un sinedrio.

Gesù figlio dell’uomo, secondo l’evangelista, predica l’eirene, e propaganda,   in quanto è uomo di luce, il regno della giustizia  e comunque cede alla bia delle armi, quando c’è l’impero delle tenebre, quando Dio si nasconde e al suo posto impera Satana.

 Insomma il messaggio di Luca è conforme a quello paolino, farisaico,  ma è spiritualizzato secondo la logica del cristianesimo della Basileia tou Theou.

Diverso è invece il telos di Matteo e quello di Marco.

Infatti  Matthaios, aramaico e  greco, mostra (avrebbe mostrato)  l’adempimento delle scritture  cioè il  tradimento ad opera di Giuda che porta l’agnello al sacrificio.

Il Matteo aramaico e quello greco dovevano avere  molti elementi della  vera tradizione della paradosis ed endeicsis  di Gesù ( Cfr Paradosis ed endeicsis)  quando Gesù incarica Giuda di consegnarlo ai romani vincitori, tramite gli anziani e i sinedriali di nuova nomina.

D’altra parte  non è credibile nemmeno il patto tra Giuda e i sinedriali per l’identificazione del maestro, conosciuto da tutti e da tutti osannato, di una  figura umana che è chiamato Messia: il saluto  del traditore al rabbi e il bacio sono racconti posteriori, utili per sentenze ed apoftegmi ( Con un bacio tradisci il figlio dell’uomo), sfruttabili  come segni  tipici di tradimento…

Ogni politico a Gerusalemme conosce il messia: l’unica spiegazione potrebbe essere che il termine traditore,  chi abbandona una pars per andare da un’altra pars e deficit  da uno ad un altro, saltando sul cavallo del  vincitore- una norma nelle guerre civili- sottende qui, oltre questa connotazione , anche l’invio di una massa di gente non aramaica, filoromana e filoroerodiana, ostile all’unto del Signore da parte di un Sinedrio, costituitosi dopo la sconfitta di Artabano e l’assedio di Lucio Vitellio alla città, in un clima controrivoluzionario  antimessianico.

E’ chiaro che è sotteso un altro fatto, quello della cattura  dei fautori del Malkuth ha shamaim ad opera di populares, ellenizzati congiunti con i gruppi di erodiani e sadducei che  impongono  la dimissione dal potere al maran aramaico, che non ha più l’appoggio parthico.

La presenza delle truppe romane  davanti a Gerusalemme  determina la fine del Messianesimo e la consegna del deposto maran.

Il servo del sommo sacerdote, inviato  con Giuda, esegue un atto dovuto da parte del sinedrio a seguito del  ristabilimento dell’ordine da parte di Roma  secondo il mandato di Tiberio a Lucio Vitellio che deve completare la sua impresa solo con la punizione di Areta IV, socio di Artabano e traditore del foedus con Roma.

Per Matteo, dunque,   Gesù accetta il verdetto della storia, dell’oikonomia divina della sconfitta parthica, consapevole dell’adempimento delle profezie, convinto della  necessitas  di dover sottostare all’ultimatum  romano (consegna del capo della stasis aramaica o presa e saccheggio della città) per il bene della nazione.

Il suo ordine di rimettere la spada nel  fodero significa resa e coscienza che altro è il disegno del padre anche se dice   Pensi forse che io non possa pregare il padre mio  che mi darebbe subito più di  12 legioni di angeli?

Il sogno resta sogno e la realta è quella dell’assedio della città: davvero Gerusalemme   è assediata (o lo potrebbe essere, se fosse necessario)   da 12 legioni romane!

Vitellio volendo concludere il suo mandato con la guerra contro I nabatei, ha già assediato la città santa ed attende la risposta al suo ultimatum, mentre marcia contro  Areta IV…

La frase di Gesù indica la coscienza ebraica di dover accettare  le condizioni di pace, imposte, pur dilacerata per la fine del sogno messianico e degli ideali della musar  oltre che   per il ritorno dei filoromani e il trionfo della paideia e del kosmos ellenistico …

I figli i della luce devono sottostare a quelli delle tenebre nel regno del Maligno – Satana-.

Il cristianesimo così crea la figura dell’agnello condotto al macello e il muthos del sangue versato per molti, secondo le  scritture …

Marco greco, cioè  il testo  di Marco che noi leggiamo, invece, sembra dipendere  dal racconto di Matthaios  aramaico e greco ed essendo  privo della   frase proverbiale –tutti quelli che mettono mano alla spada di spada periranno–  marca il fatto che tutti abbandonano e fuggono, all’arresto di Gesù.

Vi aggiunge,però,  la sua personale testimonianza di giovinetto che nudo, fugge insieme con gli altri, lasciando il lenzuolo, con cui si copriva quando era con gli altri nel Getsemani/frantoio.

Marco, dunque, precisa che lui è  testimone oculare dell’arresto- se è vera la tradizione – di matrice alessandrina- che identifica l’evangelista con il giovane nudo che fugge: è un ulteriore indizio di una memoria dell’accaduto, visto dall’angolazione di un ephebos  levita, impaurito, di fronte all’ adesione del sinedrio, intenzionato a seguire il ripristino dello  status quo precedente l’impresa messianica in Iudaea, da parte della politica Tiberiana,  secondo i mandata di Macrone e di Caligola, coreggenti dell’impero, durante la malattia mortale terminale dell’imperatore…

I commentari storici di Strabone

Giuseppe Flavio spesso in Antichità giudaiche cita Strabone di Amasea  (64 a.C. -24 d. C).

Le tante notizie storiche, raccolte da  F.Jakoby ( Die Fragmente der Grieschischen Historiker II, App 430-436 291-295 -commento- ) mi hanno dato l’occasione di uno studio sui frammenti  flaviani, sul loro valore e sulla possibilità di capire il motivo di una mancata tradizione dell’opera storica di Strabone.

Perché conservare solo l’opera geografica e non quella storica? quando  c’è stata una tale decisione e da  chi  è stata presa? o e’ stato il  caso a determinare una tale  scelta?

Se la scelta storica è quella di Asinio Pollione, cioè di un indirizzo repubblicano, pompeiano  e non cesariano,  il rifiuto dei lettori è da mettersi in relazione con l’adesione alla propaganda  ufficiale ottavianea!

Quindi la mancata tradizione del manoscritto storico è in linea con tanti altri oppositori  del sistema augusteo.

Strabone è a Roma in Varie occasioni : si trova giovanissimo in città alla morte di Cesare nel 44,  e nel  35, dopo  la vittoria di Nauloco di  Ottaviano ed Agrippa, e subito dopo Azio nel periodo tra il 31- e il 27 a.C.

I suoi rapporti a Roma sono dunque continui con famiglie di patroni di cui non conosciamo i veri nomina, ma si può arguire dal cognomen riferito ad una peculiarità oculare- propria dell famiglia di Pompeo Strabone o di Seio Strabone capo pretoriano,  padre di Elio Seiano – che sono della famiglia o dei fautori pompeiani o di  antoniani.

E’  uomo che segue la spedizione in Arabia di Elio Gallo  – non si sa con quel mansione e a quale titolo, ( è una supposizione, non documentata- che sia tra i 500 esperti inviati da Erode, che ha già fidanzato suo figlio Alessandro con Glafira figlia di Archelao, sovrano di Strabone).

E’ certo, però, che vive ad Alessandria a lungo e che continua in vecchiaia a tornare a Roma fino, sembra, alla morte di Giuba (23 d.C).

La sua opera storica non è di un ottavianeo ma è di un pompeiano  del tipo di  Tito Livio,  che è  autore latino, però,  utile per la propaganda in lingua latina.

Strabone, invece, in lingua greca, non è   ritenuto degno  come storico, di circolazione, quasi subito, perché sovrastato da altri storici e letterati di corte che dominano l’ambiente del Palatium di Ottaviano Augustus /Sebastos.

E’ accertato il ruolo dominante degli alessandrini a corte.

Allora ho messo in relazione i dati di Strabone con quelli di  Dionisio di Alicarnasso e  di Nicola di Damasco e con altri  letterati-ma anche con histriones  come Elicone sotto Caligola,  e poi con quelli  successivi di Appiano e di altri, che in varie riprese e  differenti tempi dominano la corte imperiale.

Si sa che Strabone scrive Istorika Upomnhmata /Storici commentari in 47 libri.

Di essi ci sono rimasti frammenti, di cui si conosce qualcosa grazie a Giuseppe Flavio che lo riporta in Antichità Giudaiche  a cominciare dal XIII libro.

Infatti si pensa che lo storico abbia  scritto 4 libri di prefazione e di premessa  come introduzione all’opera in un tentativo di congiunzione tra l’opera di Polibio e gli avvenimenti successivi fino al tempo di Tiberio (primo decennio di regno).

Infatti l’opera storica  di Strabone era  intitolata ta metà Polubion/ le cose dopo Polibio  in 43 libri.( + i 4 di introduzione).

L’inizio dell sua storia  prende in esame l’anno 146, quello in cui finisce l’opera polibiana, la cui grandezza è nella struttura /systasis  della costituzione mista  romana, in una condanna della basileiamonarchia e della democrazia.

Polibio è fino alla epoca augustea il modello di  Posidonio e  di  Sempronio  Asellione -( cfr. D. MUSTI, Il pensiero storico romano, in G.CAVALLO-P.FEDELI-A.GIARDINA (a cura di), Lo spazio letterario di Roma antica, Roma 1989, pp.177-240;  Cfr. A . LA PENNA, La storiografia, in F. MONTANARI (a cura di), La prosa latina: forme, autori, problemi, Roma, La Nuova Italia Scientifica, 1991, pp. 13-93 ) .

Noi siamo interessati a conoscere se c’è qualche punto di congiunzione tra  Strabone e  Tito  Livio, che hanno una certa propensione  verso il principato augusteo, inteso come inizio di un processo nuovo e di una nuova storia ma anche come fine di un’epoca, quella repubblicana.

Augustus come alfa ed omega della storia sottende anche una particolare predilezione divina verso l’unto del  signore, padrone della Storia  e verso Roma la megalopolis, l’urbs per eccellenza, che è  il mondo in piccolo, eterna  perché dotata di Nike  e datrice di eirenh.

Augustus non è solo un titolo di  egemoon sebastos, ma sottende il favore eterno verso un popolo quello romano  di un Theos che ha destinato alla supremazia la romanitas, il cui compito è imperare, pacificare le diverse etnie e  regere cum iustitia.

Virgilio in modo sublime in Eneide VI,851-3 sintetizza: tu regere imperio populos, Romane, memento/(hae tibi erunt artes), pacisque imponere morem,/parcere subiectis et debellare superbos.

Perfino il popolo ebraico, eletto, riconosce la supremazia di Roma con la sebasteia  e l’investitura del suo stesso Dio su un popolo di goyim, destinato al comando del mondo: vittoria, pianificazione giusta temporanea  e integrazione pacifica dopo la stato di belligeranza, inteso anch’esso come quasi  momento di  aspirazione ed attesa dei popoli della conquista violenta romana,trauma provvidenziale per l’ingresso nell’imperium.

Un disegno salvifico delle gentes pagane è solo adombrato negli storici greci secondo pronoia divina stoica!?

il sole che tramonta ( la repubblica) e il sole che sorge (principato) sono metafore  dell’eternità del potere romano rinnovato, in senso imperiale, su una base naturale, in un recupero della cultura alessandrina antoniana , ora al servizio di Ottaviano – Serapide, katolikos.

Strabone sembra avere un’ideologia utopistica antoniana, diversa da quella attuata dagli alessandrini di corte,  in opposizione alla cultura instaurata in Roma dagli alessandrini del Museo e specie da Didimo Arieo, dai figli e dagli altri  filosofi- scribae  della Biblioteca, a cui poi si legano i letterati del circolo di Mecenate, che cooperano in relazione alla loro specifica attività, incapaci di non obbedire agli haud mollia iussa ( Virgilio,Georgiche,III,41).

Perciò, noi abbiamo letto i frammenti in questa chiave, anche se sono pochi e  irrilevanti a tale fine, ma, se comparati con la conclusione del VI libro di Geografia  sull’Italia e con altre parti dell’opera straboniana  è possibile intuire qualcosa del suo reale pensiero politico.

Flavio, comunque,  in Ant. Giud.  XIII , 287   testimonia  il pensiero di  Strabone di Cappadocia (è il primo riferimento al cappadoce  che parlando  di Giovanni Hircano  tratta della situazione  favorevole ai Giudei in Egitto, dove i figli di Onia -, che già  avevano costruito il tempio d i Heliopoli simile a quello di Gerusalemme- Helchia e Anania , ebbero  il comando dell’esercito egizio): La maggioranza infatti  di chi era ritornato dall’esilio e di chi in seguito  fu inviato a Cipro da Cleopatra , passò subito a Tolomeo. E soltanto i giudei del distretto di Onia rimasero fedeli a lei perché i loro concittadini Helchia ed Anania godevano di un favore speciale presso la regina.

Su Aristobulo I – che governò un solo anno e che fece circoncidere gli Iturei  parlando della  sua natura gentile  e modesta e del suo filellenismo- Flavio dice. riportando il giudizio di Strabone ibidem,319.. questo uomo fu utile molto vantaggioso per i greci allargò i confini del suo territorio  ed unì a loro una porzione degli Iturei obbligandoli con il vincolo della circoncisione.

Flavio trattando dell’ impresa di Tolomeo Latyro contro Alessandro Jamneo  cita Strabone insieme con Nicola damasceno   che aggiungono che oltre all’invasione della Giudea il re egizio  prese d’assalto anche Tolemaide (Ibidem 347).

In Antichità Giudaica XIV, 34, Flavio tratta di Pompeo che a Damasco sente le accuse   di Hircano e quelle di Aristobulo  e per comprovare al veridicità dei fatti   cita Strabone il cappadoce,  Venne un’ambasceria dll’Egitto con una corona del valore di quattromila pezzi d’oro e dalla Giudea vite o giardino , opera d’arte chiamata da loro terpolé/eden- piacere.

Flavio cita  Strabone, insieme a Nicola e a Tito Livio – autore di una Storia romana –    sulle imprese  di Pompeo e specie quella della  presa di Gerusalemme  nel 63 sotto i consolato di Cicerone, ( ibidem 68): lo studio su Pompeo sottende un sua visione storica pompeiana e della sua iustitia da contrapporre a quella cesariana (antoniana e ottavianea) ? !

E’ troppo poco per poterlo dire! scarsi sono i riscontri in altre parti di Geografia , insignificanti!

Risultano vani come  quanto dice Flavio col supporto di Strabone e di Nicola  (ibidem,104) circa le spedizioni di Pompeo e di Gabinio, suo legatus contro i Giudei e poi contro gli Egizi per installare nel regno Tolomeo Aulete.

Flavio porta  anche la testimonianza di Strabone sulle notizie (ibidem112) della ricchezza del tempio di Gerusalemme  e della rapina fatta da Crasso,  in riferimento ad un deposito di Cleopatra  III nell’anno 102 (XIII,349) che fu spostato  da Mitridate VI Eupatore, ed inviato  a Coos, dove  prese  il denaro che aveva qui -nel tempio- depositato la regina Cleopatra insieme  ad ottocento talenti dei Giudei. 

Le notizie  flaviane desunte da Strabone non sono verificabili tramite altre fonti!

Più importante  la notizia sulla condizione dei giudei sotto Mitridate e  poi nel periodo pompeiano, relativa la situazione giudaica in Cirene  e sulla città stessa(ibidem, 115,116,117,118).

Flavio parla della situazione  dei giudei sotto Mitridate  e della condizione di quelli di Cirene,  facendo riferimento a Strabone : nello stato di Cirene ci sono quattro classi: la prima  è dei cittadini, la seconda  degli agricoltori, la terza degli stranieri /metoikoi, la quarta dei Giudei. Questo popolo si è sparso  in ogni città e non è facile trovare  nell’ecumene un luogo che non abbia accolto questa nazione e nel quale non abbia fatto sentire il suo potere.  Ed avvenne che Cirene che ha gli stessi reggenti dell’Egitto, lo abbia incitato  sotto molti aspetti, in particolare incoraggiando e  aiutando l’espansione dei gruppi di Giudei organizzati  che osservano le leggi nazionali giudaiche.  In Egitto, ad esempio, un territorio è stato messo da parte per una abitazione giudaica e in Alessandria una grande parte  è stata sistemata per questa nazione. Quivi risiede  pure uno di loro  installato come etnarca  che governa la nazione, decide le controversie, ha la supervisione dei contratti e dell ordinanze  come  capo di stato sovrano.  In Egitto la nazione fiorì  perché i Giudei in origine erano egiziani e perché  quelli che lasciarono  quel paese, andarono poi ad abitare nelle vicinanze, e migrarono a Cirene  perché questo paese  è confinante col regno egizio, non diversamente dalla, Giudea che , per meglio dire, prima, faceva parte di quel regno

I seleucidi, dopo la Guerra di Celesiria, a seguito della vittoria del Panion  tolsero agli egizi la Giudea con Fenicia,  che divenne parte integrante del Regno siriaco.

Flavio (ibidem137) ,mentre parla della campagna di Cesare  e della ricompensa fatta a d Hircano e ad Antipatro riporta due affermazioni di Strabone  una da collegarsi con quella di Asinio Pollione.: dopo Mitridate (il pergameno) anche Hircano il sommo sacerdote  dei giudei si recò in Egitto; L’altra , ècollegata con Hypsicrate: Mitridate andò da solo in campo, ma Antipatro  procuratore della Giudea fu chiamato ad Ascalona da lui  e gli condusse tremila uomini e spinse gli altri principi  a fare altrettanto.  Anche il sommo sacerdote Hircano  prese parte alla campagna

In Ant Giud XV,9,10 Flavio parla dell’uccisione di Antigono ad opera di Anotnio e porta la testimonianza di Strabone:  Antonio decapitò Antigono  che gli era stato condotto ad Antiochia. Egli fu il primo romano che decise di decapitare un re poiché pensava che non vi fosse nessun altro mezzo che potesse mutare l’attitudine dei Giudei affinché accettassero  Erode, che era stato posto al suo luogo. Infatti neppure sotto torture si sarebbero sottomessi a proclamarlo re;  tanto alto era il concetto che avevano del re precedente. E così pensava che tale infamia scemasse, in qualche modo, il ricordo che avevano di lui ed attenuasse l’odio che nutrivano per Erode.

E’ questa testimonianza, per noi , molto importante per al definizione di Erode re/basileus  per merito dei romani.ha anche valore per la decisa volontà popolare di aver un re asmoneo, legato al sistema parthico, da cui riceve l’investitura aramaica di maran /re. Flavio tramite Strabone mostra due partes in lotta e come Antonio  si erga a giudice tra le fazioni e decida per la soluzione del regno erodiano filoromano, in una volontà di integrare il giudaismo nel mondo sovranazionale ellenistico -romano,

E’ questo un tentativo fatto dall’imperium romano durato oltre un secolo fino alla distruzione del tempio con diverse modalità e concluso con  Adriano, con lo sterminio  e la Galuth.

Strabone, quindi, ha una visione antoniana anche se combaciante con quella poi dominante ottavianea , propria dell’auctoritas di Augustus/sebastos.

In Ant Giud. XVIII, 22  c’e’ una testimonianza indiretta  di Strabone in quanto Flavio  parla  di Ctisti tra i daci che vivono come gli esseni:  Sono chiamati così i  fondatori -E’ chiaro il rifermento a   Geografia VII,296

in conclusione, si può dire che di Strabone storico abbiamo da Flavio  solo frammenti e che  la sua opera di  storico non ci è giunta e perciò ogni concreta affermazione è da ritenersi inesatta ed incompleta  senza reali convergenze e relazioni  con altri scrittori.

Comunque Flavio è un militare che tenta, come governatore di Galilea,  di frenare l’invasione di Vespasiano, dux neroniano; Strabone è anche lui un militare cappadoce che segue l’ impresa  arabica di Elio Gallo: essi seguono Polibio e la tradizione greca e disdegnano quella latina specie di uomini  che non sono  militari, ma retori,  che fanno storia senza avere competenze specifiche e e non conoscono la vita di castra . La loro storia è dunque una storia “pratica” rispetto a quella “theorica” latina!

Questi non hanno  in  alcuna  considerazione la letteratura latina dell’epoca e non stimano neanche Tito Livio (una sola volta citato) che ha invece precisi intenti di emulazione con la storia greca specie di quella di  Polibio.

Comunque sembra  che  l’idea che con Augusto finisca un’epoca ed inizi un nuovo mondo, possa essere propria di  di Dionisio di Alicarnasso  e di Strabone, poi ripresa di Nicola di Damasco.

Forse la trattazione della guerra di Perugia  prima e poi del titolo di Augustus Sebastos accettato da Ottaviano- su proposta di Manucio Planco nel 27- che si proclama Imperator Caesar divi filius, -come conclusione della  coniuratio occidentale, che  ora è da fondersi con quella orientale- autorizza gli storici in lingua greca  a considerare finita le res pubblica  e a ritenere imperante l’auctoritas dell’autokrator catolikos

Le opere  di  J.P.Adam (La costruction Romaine: materieaux et tecniques, Paris 1989) di R.  Holland, ( Augusto, padrino di Europa,  Newton Compton Editori 2007) mostrano come gli autori greci iniziano ad usare la stessa terminologia già sperimentata con Antonio, in una dilatazione rethorica del fenomeno , inglobando anche il sistema latino  già collaudato secondo gli schemi occidentali di Mecenate: da qui l’alone magico creato sul genius e sul prosopon di Augustus Sebastos, dikaios ,  eirenepoiios. soothr ecumenico,  nonostante le minacce delle due malattie mortali del 25 e del 23 av. C; da qui anche l’esaltazione per il medico Musa, nuovo Asclepio, soothr del  salvatore del mondo.

Tutto il mondo di 50.000.000 di politai  – di cui 300.000  sono stati  commilitoni,di Ottaviano, inviati e distribuiti nelle colonie o rinviati nei municipia dopo il servitium di leva, ricompensati con assegnazione di  premi in denaro e di terre (Res gestae  divi Augusti,3)- ora è partecipe del principato e della implicita ideologia.

Sembra perciò che Flavio,  che trascura la fonte latina e cura quella greca straboniana -in cui è manifesta proprio nell’opera rimasta-mostri una cultura eclettica  sulla base del modello polibiano.

Strabone  infatti è quasi un romano di adozione in quanto  ha frequentato uomini come  Aristodemo  maestro suo e  dei  figli di Pompeo (Gneo e Sesto),  anche se rimasti alquanto rudes, secondo Velleio Patercolo ed Anneo Floro.

Segue poi  Tirannione che  è  maestro dei  figli di Cicerone , ma è amico anche di Senarco  di Sidone e di Boeto anche lui di Sidone  tutti personaggi viventi a Roma.

Sembra che  conosca lo stesso Posidonio di Apamea. sull’Oronte, da cui ha una impostazione secondo phusis ed ethos  e pare che abbia relazione con lo stesso   Atenodoro di Tarso,  che è un amico e consigliere  di Ottaviano.

Da tutti questi orientali trapiantati a  Roma a  Strabone  viene  una lezione culturale  in senso polibiano e  posidoniano,  specie in senso morale stoico.

Il migliore critico su Strabone sembra essere  W. Aly , Der Geograph  Strabon uber Literatur und Posidonios Athen 1972…

Il critico,  a nostro parere,  comunque, insiste troppo sul carattere aristotelico quando nell’epoca esiste solo un tecnicismo ed un culto della praxis   in un rifiuto del  dogmatismo dottrinale quindi filosofico, in quanto non  ci sono più neanche più scolarchi ma figure di eclettici che come goetes abbindolano la classe media e popolare . Perciò non mi sembra molto regolare  il suo pensiero circa la stretta connessione tra Strabone  e il peripato. con l mediazione di Posidonio

 Non per nulla F.Adorno (La filosofia  antica, II Milano 1965)  rileva che  le correnti filosofiche in Roma   hanno  un valore di congiunzione di Negotium et otium, di moralis e di phusica    al di là di ogni impostazione  filosofica  (Cfr. A .M. Biraschi Introduzione a Strabone Geografia, Italia -V-VI- Milano Bur 2000)

Sembra che l’opera  storica di Strabone  non  abbia  più rilievo storico nel  II secolo dopo la pubblicazione del 160 di Appiano, che chiude la  sua storia con il regno di Traiano.

Secondo noi un’opera non viene più tramandata non   per un caso,  ma per una volontà precisa imperiale che  rileva una qualche contrarietà o avversione al vigente sistema  culturale! .

Noi, comunque,  allo stato attuale, non  sappiamo dire chi  ha fatto la scelta geografica di  Strabone e non possiamo dire neanche  che sia avvenuta nei primi decenni del III secolo sotto i Severi e neppure in epoca cristiana.

E’ una scelta strana : storia e geografia sono come tempo e spazio, entità di una stessa sostanza, univoca che suora l’aspetto cronotopico …

Certo Strabone storico sarebbe stato molto importante per la comprensione delle cose giudaiche, dati i rapporti tra la corte  di Erode e quella di Archelao,   e per la conoscenza dell’impero parthico di Artabano III, di cui si conosce solo una forte ostilità nei confronti di Tiberio ma non se ne conoscono le reali cause.

The Death of a God

 

THE DEATH OF A GOD

Rome, 24th January 41: the death of Caligula Theòs

 

The death of a God.

Flavius Josephus (Ant. giud., XIX, 211), after describing the plot to kill Gaius Caligula and the event of his actual death, concluded by saying that the sovereign had treated his friends Agrippa and Antioco, turannodidaskaloi, with love and respect. Gaius then became demokraticotatos, very democratic, and distanced himself from his own paideia and docsa, nobility, and from his very Basileus/re: thus his friends’ affection turned to hate, and they plotted against him and killed him.

At the beginning of his book, Flavius Josephus had demonstrated how Gaius had made himself a Theos, and had emphasized the ectheosis forced on his subjects (ecsetheiaze d’eauton, kai tas timas ouketi anthropinas hesiou gignesthai para toon uphkooon autooi/ he assumed godly characteristics and insisted on his subjects honouring him in a way which was not suitable for a man). Flavius Josephus also wrote about the persecution against Judaea and the Hellenic Jews, the fact that Rome was reduced to a normal city – after Alexandria had been made the capital – the weakening of the Senate, and the drastic reduction of the cavaliers’ privileges, ending in exile or confiscation of their worldly goods.

For the historian, after Gaius celebrated becoming a god, he declared to be equal to Zeus, who he saw as his brother. According to Philo (Legatio ad Gaium), a precise deification cursus had been planned, step by step, by an équipe from Alexandria serving the emperor, in a transition from the heroic phase of a minor deity to an increasingly important intitolatura of greater divinity.

This project was then made into a wonderful show for the people, lasting for all of the year 40. There were divine performances (epiphaneiai) in which the god was extolled by means of special effects, thanks to the scientific inventions of that period; these enabled Gaius to be presented as omnipotent in his acts of hurling lightning, of creating thunder, a numen dominator of all kinds of phenomena and natural elements (earth, water, air, fire), even healing any type of disease.

As I have already shown in Caligola il Sublime, the way in which the God Gaius was worshipped was a real cult, with its own priests paid by the state, its own series of rituals, its own sacred animals and temples dedicated to Caligula, and even its own feast days. Following the cult of the numen of Gaius was compulsory all over the Roman world: every city and village made sacrifices and prayed to Theos Gaius, as had happened in Dora (Ant. Giud. XIX, 308), where the latria cult of the emperor led to stasis/revolution and to tarachh/riots in an anti-Judaic sense. This was the case even after the accession of Claudius, who, in compliance with previous decrees, had to declare that every etnospopolo was free to have a specific religious cult/threskeia, according to their own traditions/ethos.

Only the Aramaic Jews (and some Druid groups) protested, and these were crushed by the governor of Syria, Petronius Turpilianius, who, reluctantly, had to obey the decree of deportation or bloodshed if the population did not obey the imperial decree to erect the statue of the new god in the temple of Jerusalem.

The death of the God Caligula saved the Jews and also the governor, who was slow in giving his orders.

Nobody believed Theos had been murdered in Rome because a god does not die; it appeared to be one of the many theatrical performances of that time, and so the anastasis toon nekroon of the God was expected.

For this reason, Rome was at a standstill for more than a day; the only people to react were those who knew that the God was a man, that is, those who knew that the god was really dead, murdered by the praetorians, not by noble conspirators. The praetorians, removed from office, demanded their severance pay and were afraid they would not receive it if the God moved away from Rome with his new German bodyguards.

Rome and the Empire were shocked by the death of the God.

At the beginning, Philo of Alexandria, in Rome at that time as head of a Jewish delegation, must have taken part in the imperial theopoiia in opposition to the Greek Alexandrian team. The delegation had been heard by Gaius just before his death, but sentenced by the court; together with De Josepho and the Vita di Mosè, Philo greatly influenced and conditioned the deification of Jesus Christ.

Only the common Aramaic Jews and some Hellenic Jews mourned Jesus Christ when he died at Easter in the year 36 (this according to Christian calculations, incorrect). Five years later, nobody, or hardly anybody, remembered his crimen/crime against the Roman Empire when it was compared to the more important event of a deicide: this took place in Rome with regard to a sebasth/august venerable, the autokrator imperator, the nomos epsuchos legge vivente/the law in person for men.

Who in the Christian world can understand this ambiguous situation, which occurred in the Roman Empire over a period of five years and was perfect knowledge for Jews, Greeks and contemporary Latin people?

Who, educated according to Christian principles, ever thought that Theos Caligula would be honoured as a God also in Judaea, immediately after the death of the Messiah, and even in Jerusalem, destroyed by the knowledge of the end of Malkuth ha shemain?

Who, as a Christian, has complete knowledge of these events? Which Christian historian has ever understood Caligula’s ektheosis or has even vaguely thought of a connection with the obscure episode of an Aramaic rebel who, shortly beforehand, declared he was maran king in Palestine during a Roman political crisis in Tiberian times?

Philo, a Jew, in the incipit of Legatio ad Gaum, described Caligula’s kingdom enthusiastically as the coming to power of an era suturnia, of a popular delirium of all the ethnic groups of the Empire. The latter were enamoured of their young prince, who, however, after his illness, began persecuting the Jews and carried out a massacre in Alexandria, this coinciding with the death and divinization of Drusilla, his sister and mistress, as Pantea (Cf. A. Filipponi, Una strage di Giudei trad. In Flaccum, parallel text E. Book, Narcissus).

However, Philo does not talk about the persecution of Sejanus in Palestine by Pilate; after Artabano’s defeat by Vitellius, this persecution must have had tragic consequences, and, maybe after the end of the Malkuth ha shemaim, created dangerous connections with the Alexandrian Jews.

Why was it that Philo, Apion and Seneca, all eye witnesses (or nearly) to the two events, did not tell us exactly what had happened?

Apion, so attentive to mirabilia (paradoxa), anti-Judaic, a grammarian considered to be another Homer by Tiberius, as well as his resonator (cembalo), cf. Flavius Josephus (contra Apionem), as pointed out by Pliny the Elder, did not mention these episodes at all, despite Christ’s miracles (monstra).

And Seneca, who lived in Alexandria for almost seventeen years and was often a guest of Philo’s brother, an alabarch (customs official), left evidence of how much he hated Caligula in his writings, but nothing at all about what happened in Jerusalem and Alexandria.

I am citing only these three scholars, but I could add many others, starting with Agrippa I, Lucius Vitellius, the Emperor Claudius and Agrippina the younger, all of whom left us documents, as did many historians excluded from the Christian tradition. Cf. il buco storico.

Flavius Josephus, who was well versed on Judaic sacerdotal sources, was fully aware of the Jews’ great responsibility for the death of the God Caligula. On the other hand, he described the praetorian Cassio Cherea’s thoughtless act as heroic, barely mentioned the death of Christ (Ant Giud, XVIII, 63-64), a tekton/Kain non rabbi/sophisths, proclaimed Meshiah by the people (supported by the Essenes and the Pharisees) and captured, defeated and killed by the Romans, who had resolved the Armenian-Palestine problem thanks to the Zeugma treaty.

In conclusion, Flavius Josephus conveyed the following message, consistent with the Judaic tradition: the Romans, Tiberius-Macron-Caligula, killed the Messiah and brought the malkuth ha shemaim to an end, overcoming the popular uprising in Judaea (which then spread to Alexandria, where the first pogrom in history was carried out); instead the Jews (Agrippa I, Philo and the great Greek trapezitai) were, together with others, mainly responsible for the death of the God Gaius Caligula, idolized by the people and by all the romanitas.

At that time, the two events were not comparable, and for the very same reason, the two deified men should not even be linked nowadays.

The first, Caligula, of his own free will, became a god thanks to imperial power (exousia) and left certain signs which were useful for other deifications, both imperial and non-imperial; the second, a Jewish messiah who was defeated and crucified, was deified, despite countless protests, about three centuries later according to the Caligulian paradigm, after his definition of uios and logos with respect to Pathr and Pneuma for the constitution of the divine Unity and Trinity.

The deicide was a novitas for the inhabitants of the Empire, who witnessed the death of the immortal God, killed by human beings who carried out what had already been planned.

The idea of death of a God was formed by the very reference to the murdering of Caligula by conspirators, with regard to the astonishment manifested by contemporaries on hearing the news.

Instead, for descendants like us, the idea of attributing the death of God to Jesus, after the exchange of nomen/name, upostasis/person and divine attributions, results in an absurdum artificial, a literary fabrication, and becomes a mysterium.

L’absurdum is that historically, Caligula’s deification has been archived as the ridiculous act of a lunatic, on the basis of propaganda by Jews who were incapable, due to their strict compliance with the laws, of tolerating any other god apart from JHWH, and of accepting the normality of the prevailing basileia divina ed assoluta of Hellenic origin, which unified the Roman ethnic groups. Instead the image of the defeated Messiah was invented and preserved; because of Jesus’ resurrection, he was deified, identical parameters and the same terminology as those used for the Roman emperor being adopted. This all took place in a gradual process by the Christian people that lasted centuries, thanks to the power of the diocesan/administrative organizational structure and to the oniade financial and economic system present all over the Empire. (Trad.inglese di SUE  EERDMANS)

Il ritorno di Erode e la riconquista di Ventidio Basso

 

Il ritorno di Erode e  la riconquista di Ventidio Basso

 

 

L’ordine romano è turbato in una grande zona delimitata a Nord dal Ponto Eusino e dal Caspio  fino al Mar Mediteraneo a sud –ovest, e ad Est in Nabatea nella zona transgiordana.

I governatori romani, fuggiaschi, sono sotto la protezione della flotta stazionante nel mare greco di Manucio Planco, governatore nominale di Siria, costretto  a ritirarsi sulle isole dell’Egeo (Cassio Dione, St.Rom., XLVIII, 24), essendo quasi tutta la costa di Caria e di Licia e parte della Panfilia, occupata dai parthi.

Quinto Labieno è giunto in Cilicia, seguendo gli ordini di Pacoro, il figlio di Orode, che si presenta come il liberatore dei greci e loro soothr.

Plinio (Nat.Hist.,V,93) e Strabone (Geog.XIV,66) concordano  nel mostrare la morfologia,  l’orografia e l’idrografia  della zona tra Cilicia e Siria e nel riconoscere la funzione divisoria del fiume Melas (Manuygat Cay) e nel menzionare le porte  cilicie Kuliakiai Pulai, il passo del Tauro/Guelez Bogaz, a 1100 metri, a nord,  e  a sud-est  le Amanikai Pulai o passo del monte Amano, al confine tra le due province romane.

Per il rilievo, nella zona distinguono la Cilicia Aspra/ Tracheia e il Tauro, ad Ovest,  l’Antitauro  a Nord, l’Amano ad est e la pianura cilicia  kilikia pedias.

Ventidio, dunque, sbarcato in Panfilia, avanza verso la pianura cilicia,  favorito dalla flotta di Planco,  facendo ritirare verso l’interno le truppe parthiche di  Quinto Labieno.

Si sa che le truppe antoniane di Ventidio e di Planco  sono costituite da 13 legioni (circa 78.000 uomini)  e da 6.500 cavalieri, oltre agli auxilia truppe ausiliarie locali di combattenti partigiani.

Nel complesso, quindi, c’è un corpus militare di circa 100.000 uomini, che comprende reparti speciali di veliti, armati alla leggera, e di frombolieri,  cohorti di elementi  dotati di funda (frombolo), capaci di  gettare  fino a  400 metri proiettili, posti in una borsa, che portano a tracolla,  contenente pietre di argilla e palline di piombo a forma di prugna  (20-30 grammi).

Questi sono chiamati comunemente Balearici, ma sono anche greci, oltre che delle isole Baleari (e specialemnte quelli antiparthici sono cretesi) che hanno diverse competenze in quanto lanciano chi a breve distanza 100-150 metri, chi a media  200-250 e chi a 300-400 metri ed oltre.

La novità assoluta di questo reparto è che il fromboliere, se è appostato, è micidiale in quanto  colpisce l’arciere che ha una gettata minore, specie se è  a cavallo e tira dal basso verso l’alto.

Non si conoscono le esatte date di partenza delle truppe di Ventidio Basso: si crede che Planco con Fulvia sia partito con urgenza agli inizi del 40, mentre il legatus piceno alla fine dell’anno o nei primi  giorni del 39.

Dunque c’è un lasso di tempo di oltre 10 mesi tra le due partenze di truppe antoniane.

Ventidio  è probabile che sbarchi in Panfilia non molto prima di Erode, che arriva a Tolemaide a metà febbraio  per dirigersi in Idumea e poi a Masada con forze anche romane, per liberare i suoi  parenti.

Perciò il legatus antoniano è nella costa cilicia già ai primi di marzo, quando Labieno parthicus imperator è diventato popolare in Asia e per la monetazione e per la propaganda- grazie ai biblia– e  per il suo effettivo valore militare.

Il traditore ha le simpatie dei cives romani, ex pompeiani, che sono passati dalla sua parte perché schierati contro i triumviri.

Anche i re della zona  asiatica sono o neutrali come Castore di Galatia, o antiromani  come Ariarate di Cappadocia  ed Antioco di Commagene (E. Noé, Province Parthi e Guerra civile : il caso di Labieno in “athenaeum”, Pavia.vol 85, 1992;  A. Morello, Titus Labienus et Cingulum-Quintus Labienus Parthicus, Nummus et Historia IX, 2005).

Secondo gli accordi con Barzafarne e con Pacoro, Labieno penetrato  in Frigia, in Licia e in Caria senza aver opposizione,   in breve conquista la zona,  marciando spedito e distruggendo le città nemiche, incontrando  qualche resistenza secondo Strabone (Geogr.XVI,1,28)  ad Alabanda e a Mylasa, dove c’è l’opposizione di Ibrea- poi costretto alla fuga- congiunta con quella di Zenone di Laodicea.

Nel frattempo in Giudea Antigono, idolatrato dagli aramaici,  è riuscito a conquistare Gerusalemme e a controllare il Tempio, con l’aiuto di Barzafarne.

Ventidio procede lentamente in quanto è dux prudens.  Attraversata la Pianura cilicia, protetto dalla flotta, risalendo  il corso del fiume Melas, giunge alle porte Cilicie, facendo  sloggiare Labieno dalla sua postazione.

Questi si ritira, sperando nell’aiuto dei rinforzi della cavalleria parthica,  sia quella degli arcieri che quella catafratta,che sono poco distanti, ma procedono con tempi diversi.

Mentre Ventidio si fortifica  in zona, aspettando  l’arrivo di altre legioni, da poco sbarcate, i parthi, senza essersi collegati con Labieno, convinti della superiorità numerica,  temendo di essere presi, poi, alle spalle dai romani, che stanno sopraggiungendo, attaccano improvvisamente il legatus piceno.

Ventidio, che non ha un esercito numericamente consistente, si trincera ancora di più, fingendo paura, e si rinchiude nei castra, naturalmente ben protetti  e poi, fa uscire come per una sortita i suoi all’improvviso e ricaccia i  nemici, già giunti a ridosso dell’accampamento romano, impossibilitati nell’uso delle frecce dal contingente balearico,  già appostato, verso la Cilicia Tracheia, in direzione della pianura, dove  sono  travolti dalla stessa cavallaria catafratta, pressata dalle sopraggiunte legioni di soccorso  (Cassio Dione, St.rom.,XLVIII,5) .

Dei superstiti solo alcuni  si collegano con le truppe di Labieno,  inutilizzate,  che, sfiduciate, in parte si arrendono, in quanto romani, in parte si sparpagliano per la Cilicia Tracheia tanto che lo stesso Labieno  rimane per giorni nascosto per poi fuggire verso Cipro, là dove è preso dal governatore Demetrio,  da cui è ucciso.

Allora Ventidio si dirige  prima a nord, verso il Monte Amano e poi piega verso sud- est alle pulai amanikai che sono sul confine tra Cilicia e Siria, dopo che si è congiunto con le legioni di Poppedio Silone, preoccupato della presenza delle truppe di Barzafarne.

Mentre la manovra di congiunzione delle truppe romane non è ancora completata, le truppe di Silone, giunte ai piedi del monte Amano, sono attaccate dai Parthi, che utilizzano ora la cavalleria catafratta e mettono in serio pericolo le legioni romane di  retroguardia.

Ventidio fa girare  parte del suo esercito,  volgendolo a sud  verso le spalle della cavalleria parthica  ed attacca di fianco  Barzafarne, costretto a combattere su due fronti, già trivellati dai proiettili a lunga gettata dei balearici,  poi simula la fuga trascinando i nemici  nella direzione, dove ha predisposto un reparto in agguato.

I milites di Silone, liberati dalla morsa, inseguono i parthi.che  improvvisamente si trovano intrappolati  tra tre schieramenti , quello di Ventidio, quello di Silone e quello dei romani appostati nei castra.

E’ una completa vittoria, per cui l’esercito riunito ora  insegue  i nemici,  che ripassano l‘Eufrate, ad ondate,   in fuga, nella zona di Zeugma, da tempo libera dai contingenti romani.

Pacoro, che li ha  riuniti e poi  ricondotti  entro i confini, ora è eletto re dei re, dopo la morte ( o abdicazione) del padre.

C’ è’ un periodo di pausa breve nelle ostilità di un  tre/quattro mesi, in cui ci sono i funerali del re morto (periodo di interregno) e la proclamazione ufficiale di Pacoro riconosciuto sovrano  da tutti i re della confederazione partica, riuniti  a Ctesifonte.

Secondo Flavio in questa fase Ventidio, mentre sta risistemando la Siria, sconfina verso la Giudea  e marcia verso Gerusalemme rifacendo lo stesso cammino di Pompeo.

Non si sa se lo faccia per ordine di Antonio per estorcere denaro agli ebrei gerosolomitani o come è presumibile per una sua volontà di razziare, dando libertà di rapina al suo esercito, in un territorio chiaramente filoparthico, come premio ai milites vincitori nella battaglia del Tauro e in quella dell’Amano.

Si sa (Cassio Dione, St. Rom., XLVIII,59) che occupa facilmente la Palestina  spaventando il maran  Antigono, che essendo a conoscenza della sconfitta di Barzafarne, suo alleato, cerca di venire a trattative, accettando di pagare qualsiasi cifra, pur di mantenere il trono.

Dopo una sosta, Ventidio, inspiegabilmente, ripassa il confine e riprende la sua opera di riorganizzazione della Siria.

Secondo Flavio (Ant. giudaica, XIV, 412-442) entra in Giudea per portare aiuto a Giuseppe, fratello di Erode, che non ancora è liberato dall’assedio a Masada , pretendendo non poco denaro  da Antigono, da Antioco e dal nabateo Malco per aver prestato aiuto a Pacoro, seppure in modi differenti.

E’ chiaro che Ventidio come ogni dux prende denaro dai nemici, a cui impone un tributo da spartire tra il comandante supremo e i suoi legati e i sodati, che devono trascorrere l’inverno nella zona montana e  devono avere viveri, panni coperte a sufficienza, in considerazione dell’inclemenza del tempo e della abbondante nevicata, testimoniata da Flavio (Guerra giud.I,, 288-9).

Dunque, secondo Flavio,  colmato di danaro, Ventidio lascia Silone con un distaccamento per evitare  che, ritirando tutte le forze, il suo procedere risulti brigantesco, proprio di un lesths.

E’ una giustificazione assurda, se riferita al fatto che il legatus  ci è andato per punire quelli che hanno favorito i parthi e per avere non poco denaro, oltre che per i bisogni di non dover svernare in zone montuose, piene di neve.

Lasciare Silone in Giudea  è un ordine di Antonio, che esige di detronizzare Antigono e di fare re Erode secondo il decreto senatorio: la spiegazione dello storico ebraico è collegata con la costruzione successiva  della storiografia augustea!.

Ne deriva che Antigono in relazione al passaggio, pur breve in Giudea del legatus di Antonio, pur conoscendo il mandato senatorio, cerca di circuire Silone, che saccheggia la zona, corrotto da lui e dalle sue ricchezze  (chrhmasin up’Antigonou diephtharmenos, mentre Erode, avviato verso Masada  è  costretto a fermarsi, a causa della resistenza di Ioppe, a lui ostile.

Di conseguenza, sembra che Silone, ora che non esiste più il pericolo parthico, prende denarii e dal maran e dal basileus di nomina senatoria: un legatus romano in terra straniera  pensa, a vittoria  sicura,  all’ esclusivo guadagno personale e  al bene  dei suoi soldati per acquistare popolarità e fare fortuna in politica, al ritorno a Roma.

Potrebbe esserci problema in caso di non obbedienza al proprio dux, che certamente autorizza una tale normale azione, sempre, però, nel rispetto del mandato generale di cacciare i parthi e favorire in Giudea Erode: questa sembra la normativa per i romani!

In questa operazione generale tesa ad estorcere ricchezza dall’una e dall’altra parte, Silone  è incalzato  e pressato  da parte dei fanatici partigiani giudei antiromani ed è Erode a liberarlo (Ibidem, 294).

 Il basileus ebraico, dopo la presa di Resa, avanza verso Gerusalemme, aiutato dalle truppe di Silone e concede l’amnisita ad ogni avversario (doosoon de kai tois diaphorootatois amnhstian, Ibidem295) e fa proclami facendo girare intorno alle mura della città banditori, chiedendo la resa.

Erode si dice l’inviato per il bene del popolo e per la salvezza della città.(ibidem).  

Flavio mostrando la clementia di Erode, ne rileva la non ebraicità rispetto ai  giudei gerosolomitani, che ostacolano con lanci di frecce la comunicazione, in un rifiuto di ogni offerta da parte di un nemico filoromano ed evidenzia il corrotto comportamento di Silone.

Secondo Flavio Silone  en Iudeaai  chremasin  up’Antigonu  diaphtharmenos (etugchane) bighellonava per la Giudea corrotto da Antigono (Guer.Giud. I,191).

Si rilevi  che diaphtheiroo  vale vado vagando rovinando e corrompendo e sottende persona corrotta da qualcuno  con danaro, estranea alle vicende e alle situazioni locali, obbligata a svolgere un servitium.

 Silone non ha altro interesse nella zona se non il guadagno suo e dei suoi milites, in attesa dell’ordine di togliere le tende per altri siti.

Non per nulla Ventidio lo attende in Cyrrestica e quindi è volto verso la spedizione antiparthica ancora incompleta ed è poco interessato alla vicenda del Basileus nominato dal senato, a cui deve  prestare aiuto, se serve.

E’un italico che cerca di sfruttare la situazione, senza entrare in merito alle lotte e alle divisioni tra giudei aramaici  antiromani e giudei ellenisti filoromani!

Infatti aiuta  il re a prendere una fortezza, lo segue e lo ringrazia quando è liberato dai fanatici aramaici lhistai.

 E’ il comportamento romano verso un socius di rango inferiore, anche se basileus locale!

Erode, di fronte alla avidità romana (thn dorodookian)  di Silone, che  è intenzionato ad andarsene in altre zone se non riceve compensi immediati, perché i dintorni della città sono stati spogliati da precedenti requisizioni di Antigono, è costretto a  ritirarsi.

Silone, inoltre, ha problemi nel suo esercito non abituato a climi rigidi, come quello gerosolomitano, montuoso.

Nei castra c’è un tumulto per la protesta dei milites che, a causa della insufficienza dei viveri e del freddo, chiedono di svernare in luoghi più confortevoli.

Ad Erode  non resta altro che implorare.

Fa infatti un accorato appello ai romani, a Silone, ai capitani, al plhthos dei soldati  supplicandoli di  non abbandonare chi ha l’appoggio di Cesare, di Antonio e del senato.

Nell’inverno del 39/38, inclemente, dato il rigore del freddo  a causa dell’eccezionale nevicata, Silone non può opporsi alla volontà dei milites che hanno vinto in due battaglie i parthi e tanto meno non soddisfare le loro esigenze primarie, avendo perfino frenato le loro rapine nel territorio, ora amico.

Erode, conscio della situazione, abile amministratore, dioikeths come suo padre,  requisisce viveri  da ogni parte  e fa  venire da Samaria- dove ha ora fissata la dimora ai suoi famigliari, a sua madre, alla sua fidanzata e a parenti- grano, vino, olio e bestiame e rifornisce l’esercito di Silone, nonostante gli ostacoli frapposti da Antigono

Erode, per prima cosa,  da Gersulemme dove c’è un clima rigido fa scendere  l’esercito romano  a Gerico, zona molto più mite, dove vengono posti gli Hiberna.

Erode,  inoltre, è impegnato a scortare i viveri, perché Antigono ha mobilitato i suoi partigiani per impedire il rifornimento ai romani: Il basileus ha dieci coorti (cinque romane e cinque ebraiche) con mercenari e pochi cavalieri, cattura i nemici ed entra in Gerico, abbandonata dagli abitanti, concedendo la città al saccheggio dei romani, che trovano ogni ben di Dio ( Ibidem 302).

Dunque, bisogna concludere sulla vicenda  di Silone corrotto  e sulla gestione  dei tributi imposti dal legatus piceno che non c’è niente di strano né di inspiegabile in quanto fatto dai legati antoniani, in un territorio considerato nemico o in preda all’anarchia: i romani sanno trarre profitto dalle divisioni interne e da guerre civili!

Ventidio, dunque, secondo gli ordini di Antonio, fatto svernare bene l’esercito in Hiberna con tutti i conforts grazie ai viveri dei socii come Erode, e ai tributi estorti ai nemici nella primavera dl 38, lasciata una guarnigione per Erode e per la difesa delle zone circonvicine,  si dirige verso il Nord.

E’ accaduto durante l’inverno che  Artavaste II re di Armenia   si è alleato con i parthi e con  Pacoro che, fresco marito di sua sorella,  divenuto re dei re,  è desideroso di riprendere le ostilità contro Roma interrotte con la sconfitta sul monte Amano.

I parthi, dunque,  con l’aiuto degli armeni attaccano le regioni del settentrione asiatico, non ben protette dai romani, sorpresi ancora nei quartieri invernali, separati, gli uni dagli altri e mal collegati, date le  scarse comunicazioni.

Viene, allora, richiamato anche il contingente che sta aiutando Erode nella lotta contro Antigono, comandato da Poppedio Silone.

A dire il vero Ventidio chiama anche Erode  a portare aiuti  insieme con Silone  (Ibidem, 309).

Il re giudaico, però, prima di partire deve stanare i briganti che si sono rintanati nelle spelonche, che sono su montagne dirupate, inaccessibili da ogni parte  salvo che per sentieri  tortuosi e strettissimi (Ibidem, 310)..

Flavio aggiunge per mostrare l’imprendibilità dei briganti:  sul davanti  poi la roccia,  in tutta la sua lunghezza  si ergeva a strapiombo su profondissimi burroni, attraversati da torrenti (Ibidem).

 Erode. perciò, ricorre ad uno stratagemma: fece calare dall’alto, mediante delle ceste dinanzi all’imboccatura delle caverne i soldati più gagliardi i quali uccisero i briganti  insieme con i loro e stanarono col fuoco quelli  che cercavano di starsene al riparo (ibidem). Il re ,fabbricando casse, legate con catene di ferro, con una macchina (si tratta di una le calava giù  dalla cima del monte perché non si poteva scendere dalla parte superiore  perché il monte era ripido, né dalla parte inferiore si poteva salire contro di loro.

 Il re usa delle machinae descensoriae, del tipo delle tractoriae per arrivare là dove  hanno nido i lhistai.

Flavio  ricorda  l’episodio del vecchio, padre di sette figli che  sono uccisi  da lui prima di uccidere  alla fine  se stesso e la moglie, insultando il re, definito pusillanimeclemente.

Flavio fa il ritratto del perfetto martus ebraico  col vecchio padre , exemplum di eroismo per ogni giudeo, antesignano dei tanti edim aramaici antiromani, testimoni martures di timore e di amore verso Dio,  come Rab Aqiva!

Nonostante l’attacco durante inverno, Ventidio avanza  sempre in zone montuose, lentamente, guardingo, parvis itineribus/ a marce lente, facendo poche miglia al giorno, con guide locali fidate  e, dopo  alcuni giorni, avendo riunito il suo esercito  quasi completamente,  si stanzia in Cyrrestica, ponendo i castra  a metà monte su un falso piano, ricco di acqua e di vegetazione.

La morfologia del monte Gindaro, raggiunto alla fine di aprile, autorizza opere di occupazione sistematica  lungo i versanti ed appostamenti in alto, fino alla cima, oltre ad opportune fortificazioni, mentre si attende la totale ricongiunzione delle forze romane, dislocate in diverse stationes della Siria e della Palestina.

Ventidio, mentre sistema i corpi di frombolieri di Creta e delle Baleari in punti strategici del monte, in modo da sfruttare i  loro lanci e la loro precisione, opportunamente riparati, quasi invisibili, mimetizzati, fa spargere voces  tentenziose circa il passaggio dell’Eufrate da parte dell’esercito di Pacoro: il dux invia turmae di cavalieri ispano-gallici  a tenere sotto controllo la zona di Zeugma, con l’ordine di rimanere sempre a debita distanza in modo da potersi ricongiungersi col resto dell’esercito.

Secondo Cassio Dione (St., XLIX. 19. 2-3) Ventidio si serve di Canneo un principe  partho a lui devoto, fidatissimo (pistotaton) per costringere (ed ingannare)  Pacoro a fare il viaggio più lungo in  modo da avere il tempo di poter riunire l’esercito.

Pacoro è così pressato a passare il fiume più a sud, ma il re, vedendo i movimenti della cavalleria romana a Zeugma, nella zona vicino a Samosata, subodorando inganno,  preferisce avviarsi invece verso nord, preceduto  dagli arcieri a cavallo,  seguiti a distanza dalla lenta cavalleria catafratta, mentre compatta procede  anche la fanteria (Cassio Dione, St. Rom.,XLIX,2).

Nel frattempo verso la fine di maggio, Ventidio  approfittando della lentezza dei nemici, costretti ad un lungo giro in pianura,  riunisce il suo esercito a nord, là dove pensa  che proprio arrivi  Pacoro,  che deve passare, comunque,   per Samosata, in una zona non molto lontana dalla capitale della Commagene per congiungersi con Antioco.

L’esercito dei parthi, congiunto con quello del re  di Armenia e di Commagene (sembra!) è superiore a quello dei romani e dei contingenti ausiliari., quando  giunge  sotto il monte Gindaro, come per un assedio.

Il luogo è distante dalla capitale di Siria oltre 50 Km e nessun altro esercito è nella zona!

Ventidio, come al solito, è già  appostato in posizione elevata   non lontano da Chyrro in Cyrrestica dove ha lasciato un piccolo contingente nascosto sulle colline: deve solo attirare verso le sue postazioni  l’esercito avversario.

Accade che, pur essendosi  ricongiunto l’esercito  ai piedi del monte Gindaro il 9 di giugno del 38, parte della cavalleria gallica, ritornando da una missione di avanscoperta, è inseguita dagli arcieri a cavallo- un’unità veloce parthica -, che, nella foga  iniziano i combattimenti.

Ventidio, che  attende da tempo questo momento, ordina alla cavalleria romana di ripiegare verso la dorsale del monte portando sotto il tiro dei frombolieri gli arcieri a cavallo.

Questi, convinti di poter svolgere il loro compito, arrivano a ridosso dei castra,  seguiti a distanza dalla cavalleria  catafratta e dal grosso della fanteria parthica, guidata da Pacoro e  da Artavaste II.

Non si sa se  Antioco, imparentato con Orode II, a cui ha dato la figlia come moglie, partecipi, specie dopo le sconfitte, essendo un re socius  dell’impero romano.

Secondo Frontino (Strategemata, cit) , comunque,   la tattica di Ventidio è  da manuale strategico ed è resa  perfetta dall’irruenza del giovane Re, che con  i fanti  circondano il monte.

La battaglia è a favore dei romani  perché il  re, valoroso ma imprudente,  fa attaccare, la fanteria convinto di aver la supremazia territoriale, credendo di trovare Silone in difficoltà, mentre è ancora ai piedi del monte e di annientare la cavalleria Gallica, che invece aggira il monte, protetta dai frombolieri che lanciano  proiettili con una pioggia di missili a lunga gittata Dione Cassio St.,XLIX,20,2).

La situazione della battaglia volge subito a  sfavore di Pacoro  man mano che il gran re  si avvicina alle postazioni nemiche.

Secondo Cassio Dione (St. Rom., XLVIII, 5) e Strabone,(Geog. 16,2) gli arcieri a cavallo, fatto il loro attacco iniziale, tirate poche frecce, sono bloccati dai frombolieri a media gettata  e quindi  non possono avanzare sulle pendici del monte, mentre la cavalleria catafratta e il re sono fermi, ai piedi del monte, ancora impegnati con la fanteria di Silone e con la cavalleria  gallo-ispanica.

Gli arcieri a cavallo, colpiti dai micidiali colpi dei frombolieri, invisibili, precipitosamnete, alla rinfusa,  sono costretti a ritirarsi seminando panico  negli altri reparti  tra cui passano, a cavallo.

Approfittano dello sbandamento generale  la cavalleria gallica  e le truppe stanziate lungo la collina, che si scontrano con la fanteria avversaria, comandata dal re Pacoro, coraggiosamente inervenuto nel mezzo della mischia, mentre disorientata rimane la cavalleria catafratta, che nell’intruppamento  neanche può disporsi completamente.

Inoltre sotto una pioggia di proiettili lanciati dai frombolieri -che giungono a segno anche da grande distanza  fino a colpire la stessa  cavalleria catafratta, ferma,  bersagliata  dai colpi  della postazione dei lanciatori balearici, dislocati alle pendici- il giovane re colpito e ferito, è affrontato da un corpo speciale di  veliti armati all leggera che  inseguono  a piedi,  in discesa,  gli arcieri.

Nello scontro,  un centurione romano  taglia la testa di Pacoro e la alza trionfalmente gettando la costernazione  nei Parthi, che ora si affollano in difesa del  cadavere regale e con sforzi riescono a portare via,  in fuga, protetti  dalla cavalleria catafratta, che anche questa volta, comunque,   è inutilizzata.

Senza il capo dell’esercito,  il re di Armenia si arrende, circondato,  mentre  le truppe  si dirigono verso Samosata  dove Antioco si è già trincerato.

I parthi, morto  il re,  si disperdono  chi verso la Media chi verso il territorio della Commagene, considerato amico, data la parentela tra i regnanti.

Ventidio, dopo la vittoria, lentamente, dispone l’esercito  e   procede alla sistemazione  della Commagene e dell’Osroene, prima di  assediare la cità di Samosata, dove si  è asseragliato il re Antioco, mentre i re degli Iberi, degli Albani e della Colchide, e i dinasti locali siriaci mandano messaggi, mostrando la loro neutralità o filoromanità (cfr S.Andreantonelli, Historiae Asculanae liber IV Padova Typis Matthaei  de Cadorinis  1673pp162-165,183 (Storia di Ascoli, trad. Paola Barbara Castelli e Alberto Cettoli, indici e  note di G. Gagliardi, Ascoli Piceno G.e G. Gagliardi Centro Stampa Piceno, Giugno 2007.p.187, 213-218, 267).

In questa fase messaggeri di Antonio annunciano a  Ventidio di mandare mille cavalieri e di distaccare due legioni in aiuto di Erode ed annunciano il suo stesso arrivo.

Nel frattempo Erode in Giudea attende che arrivino le truppe comandate da Machera, un personaggio sconosciuto, forse un civis romanus  ebreo, un tribunus antoniano.

Erode è impegnato nella lotta contro Antigono, che subito cerca di contattare Machera per corromperlo ed avere il suo aiuto.

Machera sembra accettare inizialmente, ma prevale  il denario di Erode che è più munifico oltre al fatto che deve essere  coerente alla politica verso il suo dux Ventidio e il triumviro Antonio (Guer Giud.,I 317).

Perciò procede contro Antigono  che però coi suoi partigiani aramaici lo costringe a ritirarsi ad Emmaus, dimostrando di aver forze  ancora intatte.

Erode, pur  adirato con Machera  per l’insuccesso,  si lascia convincere dalle sue preghiere e persuaso dalle motivazioni addotte, insieme a lui, si dirige, a marce forzate,  verso Samosata.

Probabilmente vuole incontrare Antonio direttamente, per dare mano agli assedianti antoniani e favorire l’impresa del triumviro venuto per dirigere le operazioni antiparthiche.

E’ chiaro che Ventidio ha ceduto le insegne del suo potere nelle mani di Antonio, che seguita l’assedio alla città.    Samosata, già intenzionata ad arrendersi  al legatus piceno  per 1000 talenti, ora invece  all’arrivo di Antonio  e al cambio di comando è animata da uno spirito nuovo di coscienza nazionalistca e di antiromanità.

Lo stesso re Antioco  sentendosi minacciato   diventa fulcro della difesa della Commagene e simbolo di antiromanità in tutta la zona.

L’arrivo di Erode con Machera favorisce l’impresa di Antonio che può direttamente rilevare il valore  militare, già noto, di Erode, e la sua abilità di  mediazione politica.

Flavio mostra il cameratismo  di Antonio nell’accogliere Erode  e nel  congratularsi  per i pericoli superati   e nel dirsi felice di averlo eletto re. (Ant. Giud.XIV 446).

Dopo la resa di Samosata nella primavera  del 37,  Erode ha concrete speranze di Regno (cfr Cassio Dione,St.Rom.,  XLIX,22) avendo a disposizione l’esercito romano di oltre 100.000 uomini e il nuovo governatore di Siria, appena nominato.

La città di Samosata, comunque, si arrende con un compromesso, dopo accordi tra il re Antioco ed Antonio, che ha urgenza di sistemare la Siria e di  creare una siepe di regni amici perché deve  ripartire per Antiochia e poi  per Atene  alla volta dell’Italia.

Antonio ha fretta di tornare in Italia dove Ottaviano sta facendo preparativi contro Sesto Pompeo, rompendo gli equilibri del trattato di Miseno.

Perciò si vuole presentare davanti al collega triumviro col successo per legatum della guerra parthica di grande effetto sulla romanitas orientale ed occidentale per la vendetta  della morte di Crasso:  Gindaro  e Carre sono i veicoli di una propaganda antoniana di una rivincita romana sui Parti!

Non c’è quindi Invidia per il suo legatus, ma ammirazione per la sua fortuna, che risulta  una sua  personale gloria.

La notizia di Flavio  come quella  degli altri storici è da leggersi solo come espressione di un’altra storia dopo la fine di Antonio: l’ invidia della fortuna di Ventidio (Ant Giud. XIV, 423) è costruzione successiva in quanto il legatus ha a Roma le supplicationes e il trionfo, anche se il merito  effettivo va al comandante superiore.

 Il re Antioco, comunque,  paga solo  trecento talenti  e i romani si ritirano.

Antonio ha urgenza di conoscere esattamente quanto accade in Occidente e  vuole dirigersi con la flotta verso Brindisi, per imporsi a suo cognato Ottaviano, ora che la moglie è incinta della seconda figlia, Antonia  minor,  che nasce poi il 31 Gennaio del 36.

Mentre Erode torna in patria, portando truppe romane ora guidate di Gaio Sosio per la conquista di Gerusalemme Antonio  conia, oltre tutto,  una moneta che ha  sul recto la sua sua faccia e  nel retro la figura nuda di Ventidio Basso che regge con la destra una lancia e con la sinistra un ramoscello di olivo.

E’ questo un segno del grande rilievo che il triumviro dà all’impresa del legatus piceno, rinviato a Roma per il trionfo con tutti i suoi legati e coi prigionieri di guerra e lettere per il senato.

Perciò non il caso  di insistere  come fanno molti sull’ invidia di Antonio, ma è bene parlare di un normale avvicendamento provinciale, già prefissato con le dovute sostituzioni – al posto di Ventidio è  G. Sosio, ottimo legatus abile  nella presa di Gerusalemme nel 37,  ricompensato anche lui col trionfo dal suo dux triumvir,  filoantoniano fino alla battaglia di Azio  quando è fatto prigioniero e poi liberato da Ottaviano.

Perciò la notizia di  Cassio Dione, che afferma che  non  è assegnato a Ventidio nessun premio, non è esatta.

Il vero dux della guerra anche se per legatum è Antonio che rinuncia al trionfo  romano, e  lo assegna invece al fidus legatus piceno, che torna ricco, come ogni altro legatus,   dalla provincia e può ricostruire la sua casa confiscata dal senato, – essendo stato  dichiarato hostis durante la guerra modenese,-  anche se  già restaurata al momento della partenza per l’impresa parthica.

Quindi  bisogna rettificare che Ventidio ha da Antonio premi e ricoscimenti militari e ricchezze  con lettere per il senato  attestanti le motivazioni per il meritato trionfo.

E’ rinviato con onori a Roma per la celebrazione del  trionfo stesso nel 37 con gli uomini formanti il suo consilium principis, coi prigionieri, con le i trofei parthici e con le insegne.

Antonio, d’altra parte trionfa  a Roma con Ventidio, che ha combattuto e vinto secondo i mandati del triumviro che ha  anche se assente.

Infine Antonio appare in quel momento come colui che vendica la morte di Crasso con la morte di Pacoro a  distanza di 15 anni.

Plutarco si sofferma su  Ventidio Basso e  tratta diffusamente del valore della scelta dei legati sia da parte di Antonio che di Cesare,  affermando che erano più fortunati  a condurre spedizioni militari  per mezzo di altri  che guidandole loro stessi.

E perciò porta altri esempi illustri, come quello di Ventidio: Infatti anche Sosio  generale  di Antonio ottenne molti successi in Siria; Canidio, altro generale lasciato da Antonio in Armenia,  sconfiggendo il re degli armeni  e i re degli iberi  e degli albani, giunse fino al Caucaso;   e la fama della potenza di Antonio si accrebbe tra i barbari  (Plutarco, Antonio, 34).

Le fonti concordemente parlano di Ventidio invidiato da Antonio ed esautorato cioè di un uomo che, ricevuto il trionfo, non è nominato più.  Il ritiro di Ventidio è quello di ogni civis privato/idioths: fuori dal Negotium c’è solo l’otium, di solito anonimo.

 

Giudizio delle fonti su Ventidio e su Erode

 

Abbiamo cercato di mostrare il ragionamento di Plutarco, greco, filottavianeo,  e di Cassio Dione, che scrive in relazione  alle fonti a distanza di oltre duecento anni.

Per le notizie di Velleio, favorevoli all’imperium augusteo e tiberiano e di Tacito filoantonino, l’impresa di Ventidio è solo una fortunata coincidenza, utile, comunque, all’impero romano   dopo la sconfitta di Crasso, ed anche dopo quella di Antonio,  sulla base della guerra diplomatica, vinta da Ottaviano Augusto che nel 20 a. C. impone una pax, esigendo ostaggi  parthici, educati a Roma in vista  della  successione stessa.

La vicenda di Ventidio, quindi, deve essere vista non  dall’angolazione  di un Occidentale della pars ottavianea dominante a Roma ma dall’angolazione dei populares cesariani, dei piccoli e medi proprietari terrieri, italici, che vedono nel legatus l’ emblema del romano antiparthico, il primo ed ultimo vincitore dei Parthi in battaglia, anche se ora ritirato a vita privata e non più rappresentativo.

Ventidio, al di là delle stesse lagnanze – neppure presenti in Giovenale (Satire-)  popolarì e satiriche (riportate da Gellio),  scrive la storia dell’italicità, socia, pur vinta dai romani,  per cui  l’umile mulattiere diventa il simbolo dell’invitto esercito romano in Oriente  ed exemplum della rivincita  romana  dopo la disfatta di Crasso, in una dimostrazione delle virtutes tipiche dell’Italia centrale -umiltà, costanza e prudenza e fortezza-..

L’orgoglio nazionalistico romano è chiaro negli storici sia dell’epoca che di età successiva in un’equiparazione della peritia di un idioths popularis rispetto a quella millantata di un militarismo aristocratico.

Noi, comunque, dobbiamo considerare Ventidio come Pollione che da legatus chiude l’attività politica, dopo il trionfo sui  dalmati e parthini: letteratura e storia sono i campi, dopo aver appesa la spada, di un antoniano che vive sotto il regime ottavianeo a Roma!  E’l’unico modo per vivere dignitosamente   di fronte agli avversari politici, della pars vincitrice.

Il caso di Pollione, che crea per primo una biblioteca pubblica a Roma, dopo aver restaurato l’atrium libertatis  e  che raggruppa opere d’arte greche, diffondendo l’uso delle esercitationes in pubblico non fa scalpore, anche perché dopo il coronamento del trionfo ad oltre 52 anni,  può rientrare nella norma della vita sociale non più politica.

Lo stesso Valerio Messala, che crea cenacoli letterari, anche lui antoniano, finisce come Ventidio.( Cassio Dione,St.Rom., XLIX, 2) a vivere in ozio.

L’otium letterario è una necessitas per chi ha fatto vita militare a lungo e l’ha coronata col trionfo, senza essere, per di più, dalla pars del triumviro vincitore.

Ventidio scompare anche lui nell’otium, nella non attività politica perché non più collaboratore di Antonio, trascurato e da Ottaviano, che ha un militare come Vipsanio Agrippa nel suo consilum principis,  e non può fidarsi di un mulattiere piceno borghese, famoso,  ancora patronus dei piccoli possessori di terra, anche se non può misconoscere  i meriti di chi è stato l’unico  a trionfare  sui parthi (Plutarco, Antonio, 34).

Mi sembra giusto ricordare – come fa Alighiero Massimi- Frontone (2,1,5)  che afferma nelle Orazioni:  Ventidius ille, postquam parthos fudit fugavitque ad victoriam suam  praedicandam orationem a G. Sallustio mutuatus est.  

Sallustio  è per Ventidio l’exemplum da cui prendere in prestito l’oratio, intesa non solo come parola e discorso, ma anche come arringa con ragionamento per celebrare la sua vittoria.

Dell’orazione (cfr O.Hirshfeld, Dellius ou Sallustius in  Mélanges Boissieur, Parigi 1903)   c’è eco in Tacito (Germania, 37, e Historiae, 5,9).

Forse l’oratio ventidiana  è  da mettere in relazione al passaggio tra la domus Flavia e quella antonina in quanto Traiano può avere un modello, nella sua sfortunata impresa parthica,  in Ventidio, unico legatus vincitore dei parthi,  specie se si considera la successiva sconfitta antoniana, tanto deprecata da Patercolo e da Floro!.

Lo stesso Gellio chiude il racconto della storia/muthos del mulattiere console col dire che morte obita, publico funere sepultum esse / alla sua morte ricevette pubbliche onoranze funebri (Notti attiche, XV, 4).

Ci sembra utile per concludere definitivamente circa la figura di Ventidio  quanto afferma Strabone (Geografia, XVI, 1,289 mostrando come i parhi abbiano fatto in epoca augustea concessioni alla suprerazia dei romani, rinviando a Roma i trofei sottratti a Crasso, e come Fraate  ha affidato ad Augusto anche i suoi figli e i figli dei figli per assicurarsi tramite ostaggi l’amicizia  tanto da chiedere perfino il nome chi li possa comandare.

Strabone infatti dice: (Ibidem, VI, 4,2 C 288): i parthi vengono spesso a cercare  chi li governi e sono quasi pronti  ad abbandonare tutta la loro autorità nelle mani dei romani/oi de nun metiasin enthende  pollakis ton basileusonta, kai schedon ti plhsion eisi tou epi Roomaiois poihsai thn sumpasan eksousian.

Ed infine il geografo magnificando Augusto e Tiberio e l’imperium, ne giustifica l’egemonia  affidata ad un solo uomo oos patri come ad un padre e lodando il potere autocratico imperiale capace di assicurare pace ed abbondanza di beni (ibidem).

Ed aggiunge in conclusione:  Dunque,  l’episodio di Samosata  rientra nella guerra di Antonio contro Antioco di Commagene, dopo una guerra iniziata tardivamente da Roma sotto  il consolato di L.Marcio Censorino e C Calvisio Sabino, anno 39, poi conclusa  nel 38 sotto i consoli Appio Claudio Pulcro e G.Norbano Flacco.

Subito dopo Antonio, giunto in Commagene dà a Sosio il mandato, dopo aver destituito Ventidio, di governare la Siria  e torna in Italia. Sosio sottomette  gli Aradi e vince Antigono poi fatto uccidere da Antonio ad Antiochia, che dà il trono ad Erode.

 Mentre Sosio è intento a risistemare  la Siria secondo gli ordini di Antonio, che, giunto ad Atene, presa sua moglie incinta  si presenta con una imponente flotta  a Brindisi, in Parthia, a Ctesifonte, dopo una breve guerra dinastica fra i pretendenti al trono, Fraate diventa re dei re e subito fa le sue epurazioni  a seguito degli schieramenti  tra i figli di Orode II  dimostrando  crudeltà nella repressione interna.

Sempre da  Strabone (ibidem)  si sa che molti sudditi tra cui Monese inviano ambascere a Roma  per chiedere aiuto- anno 36- consolato di Agrippa e Gallo.

Essendo questa la situazione internazionale, Erode  si trova in gravi difficoltà nella guerra contro Antigono, anche se Erode ha l’appoggio di Sosio che ha mandato avanti 2 legioni mentre il resto  dell’esercito segue a distanza (Ant. Giud. XIV, 450).

Antiogno  ha  ancora la sua roccaforte in Galilea e  i suoi maggiori sostenitori nei lhistai e tiene saldamente Gerusalemme.

Secondo Flavio Erode diede l’incarico a suo fratello minore (Ferora) di provvedere a loro (Galilei) e cingere di mura Alessandreion.

 Questi secondo Flavio subito preparò il necessario per i soldati e ricostruì Alessandreion  precedentemente rovinato. Tutta l’impresa contro Antigono  è lasciata comunque, nelle mani  di Giuseppe a cui è proibito di fare azioni personali  anche se ha l’appaggio di Machera, da lui considerato elemento  non sicuro (-ou bebaion ibidem323-).

Erode nel ritorno da Samosata passa per il Libano  e la  Celesiria e fa reclutamento di soldati per congiungersi poi con le legioni di Antonio. Nel fratempo avviene la morte di Giuseppe, suo sostituto nella guerra contro Antigono.

Secondo Flavio – Guerra Giud  ( I,323-327) e  Ant Giudaica  XIV, 448-455- Erode perde Giuseppe perché il giovane  si scordò dei consigli del fratello,  che andava da Antonio e condusse l’esercito per i monti avendogli dato Machera cinque squadre per mietere il frumento a Gerico..I soldati romani erano poco pratici  come quelli che era stati scelti per la Siria,  ed egli fu assalito dai nemici e fu lasciato solo  in luoghi difficili, dove combattendo coraggiosamente fu ucciso e perse quasi tutto l’esercito in quanto furono sterminate cinque squadre. Antigono, vinti i nemici, tagliò la testa a Giuseppe e la vendette a Ferora suo fratello per 50 talenti. Insomma la situazione alla  fine del 38 non è favorevole ad Erode che entra in Galilea quando questa è in rivolta a seguito della sconfitta di Giuseppe  e i populares coi lhisthai hanno  fatto una stasis contro la nobiltà galilaica  e hanno affogato nel lago  i partigiani di  Erode.

Inoltre, subito dopo, la rivolta si è estesa anche in Giudea tanto che Machera è costretto a  fortificare il luogo chiamato Gitta.(ibidem).

Erode Basileus

Erode Basileus

 

 

Plutarco (Antonio, 35) dice che Antonio, ek tinoon  diaboloon  parocsuntheis pros Kaisara / irritato con Cesare per alcune calunnie,  salpa per l’Italia  con trecento navi.

Il triumviro non è accolto a Brindisi e deve ormeggiare a Taranto: gli vengono mosse critiche non solo sulla spedizione parthica, anche se ha risolto vittoriosamente la guerra,  ma riceve anche velenosi attacchi personali dalla propaganda del  cognato avversario.

Ottaviano che ha  allenato le sue truppe  facendo spedizioni in Illiria e in Dalmazia  ed ha allestito una flotta, arruolando rematori, addestrandoli alle manovre e alla battaglia sotto la guida di Marco Vipsanio Agrippa,non ha ottenuto successo reale su Sesto Pompeo  a causa di  naufragi, dovuti  a tempeste ma anche ad imperizia, nonostante la bravura del legatus. 

Agrippa ha  progettato una scuola di marineria e creato un molo  per l’ addestramento dei marinai.

Agrippa  è descritto di Velleio come uomo che non cede alle fatiche né alla veglie, né ai pericoli, (II,79,1) capace di obbedire ma solo ad uno, ambizioso di comandare agli altri in ogni occasione insofferente di indugi ed uso a far seguire l’azione alle decisioni.

Avuta l’autorizzazione da Ottaviano,  l’ammiraglio  elimina il tratto  che separa il lago Lucrino dal mare e la Via Erculana e fa comunicare il lago Lucrino con Averno e col mare. creando il porto Giulio per le esercitazioni marittime.

La notizia è confermata da Svetonio (Augusto 16) e da Plutarco (Antonio 35 ).

Agrippa in questo modo fa esercitare marinai e rematori in modo da insegnare le perfette manovre marinaresche e belliche.

Quindi,  Ottaviano si prepara alla guerra contro Sesto Pompeo che ha governato per anni su Sicilia, Sardegna, Corsica, ma non sull’Acaia,- occupata da Antonio-  come stabilito per il patto di Miseno nel 39, anche se ha mantenuto fede agli impegni di liberare il mar dai pirati e  di provvedere di grano Roma.

Eppure non gli sono  restituiti i i beni paterni (17.500.000 di dracme)  anche se c’è stata l’amnistia  per i repubblicani anticesariani.

Antonio a Taranto, fatta sbarcare la moglie incinta  (non già madre di una seconda bambina come dice Plutarco) di Antonia minor, la fa incontrare col fratello insieme a Mecenate e ad Agrippa che in quel anno  è console.

La donna, secondo Plutarco, supplica il fratello di non renderla la donna più infelice in quanto, essendo moglie di un triumvir e sorella dell’altro, in caso di guerra, lei deve piangere o per uno o per un altro,  al di là degli esiti bellici.

Secondo Pularco, Ottaviano toccato  e commosso dalle parole della sorella arriva a Taranto eirhnikoos/con intenzione pacifica.

Plutarco  mostra uno spettacolo bellissimo Theoma kalliston:

un grande esercito di fanteria che rimaneva tranquillo e molte navi che stavano immobili presso la costa mentre  i comandanti e i loro amici  si scambiavano visite  e dimostrazioni di affetto.

Lo storico aggiunge: Antonio per primo trattenne a pranzo  Cesare  che aveva concesso anche questo favore a sua sorella. Poi si accordarono  che Cesare avrebbe dato  ad Antonio due legioni per la guerra parthica, mentre Anotnio avrebeb dato a Cesare  cento navi  dai rostri di bronzo. Ottavia , oltre ai patti stabiliti, ottenne per il fratello  da parte del marito venti navi leggere  e per il marito da parte del fratello,  mille soldati.

Secondo Pultarco (ibidem), dopo gli accordi, i due si separano, l’uno si dedica alla guerra contro Sesto Pompeo che si conclude a Nauloco nel settembre del 36 (Cfr. Cassio Dione, St.Rom., XLIX, 8-9-10), e l’altro  passa in Asia  e gli affida Ottavia coi figli, che ha avuto da lei e da Fulvia.

La notizia degli accordi è in tanti altri scrittori che sottendono  il ripudio di Ottavia e la nuova tempesta di amore per Cleopatra,  secondo Plutarco,  fatta venire subito dopo in Siria  conodotta  da Fonteio Capitone, un plenipotenziario di sua fiducia, già usato  anche  a Taranto.

Flavio in Guerra giud. I, 387  dice  che Antonio si  ritira in Egitto ed incarica Sosio di governare la Siria e di sostenere Erode nella guerra  contro Antigono.

In effetti Flavio è inesatto perché, come abbiamo precisato, Antonio dopo Samosata va ad Atene  e  da lì in Italia. Comunque, in questa situazione dell’impero romano, la vicenda di Erode e la sua ascesa al regno sono poca cosa nei confronti dei  grandi avvenimenti come la guerra contro Sesto  o il pericoloso ritorno di fiamma di Antonio per Cleopatra subito dopo l’arrivo ad Antiochia in Siria.

Nell’inverno  del 38 a.C. Erode ancora è in lotta con Antigono che, dopo la morte di Giuseppe,  ha ripreso l’offensiva e il basileus di nomina romana deve conquistarsi il regno, saldamente nelle mani del rivale che ha l’appoggio e dei lhistai e del popolo, oltre che degli esseni e dei farisei.

In questo periodo Machera ha già fortificato Gitta (Ibidem,328) ed  Erode da Dafne  arriva sul Monte Libano (Ant Giud.XIV, 452)  ed arruola  800 uomini, montanari e con l’esercito romano va a Tolemaide e poi in Galilea.

Avuta secondo gli ordini di Antonio una legione da Sosio, che procede lentamente, si dirige verso Gerico  per vendicare la morte del fratello: è  fiducioso nella sua buona stella e nella divinità (ibidem 328-30) e  nei romani, che ora  inviano una seconda legione.

Perciò, dopo avere pagato il trumviro per l’aiuto ricevuto  decide di  invadere la Galilea, anche se  sotto una tempesta di neve, che ostacola i movimenti e rallenta la marcia.

 Flavio comincia col mostrare Erode come dotato di preveggenza  quasi fosse  un profeta, che ha visioni circa la fine del fratello,mentre è a Dafne,  come un destinato da Shaddai/upsistos altissimo  ad una sorte regale.

Lo storico insiste nel tratteggiare la figura prosopon  di un anhr theios da contrapporre all’uomo di menzogna  secondo la propaganda degli aramaici.

Probabilmente letterati ellenisti creano il mito dell’eroe vincitore in opposizione all’anahtema  inflitto dagli esseni. Bisogna inferire quindi che già Erode dispone di un gruppo di letterati che  propagandano il suo regno e la sua politica filoromana.

Infatti Flavio lo definisce  anhr theophilestatos (331) uomo assai caro al cielo, poi mostra un caso miracoloso daimonion  ti… teras accadutogli – episodio del tetto crollato, appena  esce da un banchetto-. infine  narra il suo ferimento leggero dopo un’imboscata da parte di seimila nemici (Ant Giud., XIV, 456: sono espedienti letterari per evidenziare  come la provvidenza vigili sulla vita dell’eletto re.

Erode e l’esercito romano di reclute, comunque, cadono in un’ imbocata tesa da Antigono, che ora ha anche dalla sua parte la Galilea che si è ribellata contro i suoi notabili e contemporaneamente molti giudei hanno ripreso l’ostilità e proteggono i Lhistai, cioè i patrioti, anche in città e a Gerusalemme, dove  gli antipatridi sono odiati.

In questa lotta per la supremazia in Giudea ora sembra prevalere Antigono.

Questi  non solo ha un seguito di uomini coraggiosi, ma anche un gran numero di seguaci, ben guidati da Pappo, tina toon etairoon,  uno dei suoi compagni,  incaricato di contrastare Machera ed Erode che, venuto in soccorso del romano, si scontra coi i seguaci del rivale a Cana  secondo Guer Giud, (I,334), ad Isana, alla frontiera tra Samaria e Giudea, secondo  Ant giud. (XIV.458).

Per la prima volta Flavio registra un cambiamento di orientamento in Giudea:  mostra infatti  come il popolo, passi dalla pars erodiana e tradisca Antigono.

E’ sotteso che i romani hanno vinto i Parthi e che Erode è l’amato di Adonai e che quindi  non è bene andare contro il volere di  Dio!

E’ l’applicazione concreta del pensiero farisaico essenico: bisogna cedere alla bia ed accettare la Basileia di Erode!

Già prima dello scontro di Isana, Flavio manifesta la volontà  sacerdotale di Dio: accettare l’imperium dei romani e quello della famiglia di Antipatro! Anche dal male può venire il Bene!

Erode, l’uomo di menzogna, odioso ad ogni aramaico ora è richiesto di amicizia da alcuni, che odiano Antigono  e  da altri, impressionati dai suoi successi e da molti mossi da un cieco desiderio di cambiamento/tous men ge pollous enhgen epithumia metabolhs alogos (Guer Giud I,336).

Flavio racconta l’attacco della battaglia, mostra gli schieramenti  e la foga dei combattenti  come per registrare il volere di Dio e dice: seguì una strage grande mentre gli uni erano risospinti nel villaggio, donde erano partiti ed Erode incalzava quanti rimanevano indietro, uccidendone  un gran numero. Penetrò insieme coi nemici nel villaggio,  dove ogni casa era gremita  di armati  ed anche i tetti  erano prini di difensori (339 ).

Vede epicamente l’azione di Erode, che sbaraglia quelli di fuori  e sfascia le case  costringendo ad uscire  chi sta dentro:  questi i più li uccise in gruppi,  facendo crollare loro addosso i tetti, mentre quanti cercavano di sfuggire dalle rovine erano finiti dalle spade  dei soldati e si formavano tanti mucchi di cadaveri che le strade erano sbarrate  ai vincitori. Ad una simile mazzata  i nemici non resistettero ed infatti quelli di loro che si andavano nuovamente raggruppand, come videro il mucchio degli uccisi  nel villaggio si dispersero  in fuga (Ibidem 339).

Dopo questa vittoria Erode vuole completare il suo successo andando a Gerusalemme, ma è impedito da un violentissimo temporale (cheimooni .. sphodrotatooi), anch’esso segno  funesto per chi non segue il verdetto divino.

Flavio ora insiste ancora sul miracoloso e paradossale mostrando come Erode  accaldato, essendo andato al bagno, senza scorta ,  incontra  uomini  che, pur avendo le armi in pugno (un primo, un secondo, un terzo e molti altri)- , sconvolti dal terrore, passano davanti a lui, inerme, di corsa, tremando, Ibidem  341. Dio è favorevole  e la natura ha una sua manifestazione violenta brutale !?

E’ caso?!

E’lettura ermeneutica farisaico-essenica!

Ogni segno è interpretato allegoricamente!

Erode, dunque, sconfitto, ad Isana, Pappo, uccisore di suo fratello Giuseppe, e tagliatogli la testa, la manda a suo Ferora (per pareggiare i conti!) e poi  conduce l’esercito  fino alle mura  di Gerusalemme, ponendo i castra dalla parte del tempio, esattamente dal lato dove la città è vulnerabile, quello settentrionale.

Si ritiene che l’inizio dell’assedio avvenga intorno alla fine di maggio del 37 a.C.: Erode deve attendere Sosio che marcia  lentamente perché deve passare attraverso tutte le città di Siria e risistemare la regione,

Il re, invece, diviso l’esercito dà ai suoi etairoi anutikootatoi   ai suoi compagni ( una specie di  consilium principis romano, i cui membri costituiscono l’etairia, una corporazione di amici e sodali, giovani, che mangiano e fanno servizio militare insieme, di solito anche parenti) compiti di tagliare gli alberi nei sobborghi, di costruire tre terrapieni e di innalzarvi sopra delle torri.

Nell’attesa dell’arrivo di Sosio, Erode va  a Samaria e si sposa con Mariamme, la figlia di Alessandro di Aristobulo e di Alessandra di Hircano, cugina di Antigono, imparentandosi con gli asmonei, di cui è il successore.( Guerra Giudaica, I, 344).

E’ un atto politico che permette al nuovo re di conciliare le fazioni anche se resta l’accusa di filelleno e di antiaramaico e quindi vive con l’anathema di uomo di menzogna.

Erode deve temere per la sua vita davanti ad ogni integralista che ritiene suo dovere ucciderlo!

Il matrimonio  è  rito che unisce  con un vincolo sacro due giovani innamorati, specie Erode che, pur essendo marito per la seconda volta e già padre di Antipatro, vive una reale passione di amore.

L’unione di un idumeo-arabo, convertito al giudaismo – forse anche circonciso-  non risolve, comunque, il rapporto conflittuale tra Erode e la stirpe giudaica di lingua aramaica, ferocemente ostile,  anche se autorizza  compromessi con la pars ellenizzata del Tempio e della diaspora, specie alessandrina.

Resta, comunque, anche l’odio tra la fazione asmonea aristobulea e quella hircaniana, mentre si attenua col matrimonio il divario ideologico e culturale tra gli erodiani e gli hircaniani, fino quasi ad una graduale assimilazione nel nome del Basileus regnante. Sadducei ed oniadi alessandrini che dominano l’economia templare, si collegano, con vincoli  maggiori, nel corso del regno erodiano, sempre di più,  intorno agli antipatridi.

Sosio, arrivato dalla Fenicia col grosso dell’esercito, circonda  Gerusalemme con tutte le forze congiunte, costituite da undici corpi di fanteria (endeka telh pezooon) da seimila cavalieri oltre agli ausiliari siriaci che erano non pochi (Ibidem,346).

Sulla lunghezza e durata dell’assedio lo stesso Giuseppe è in contraddizione.

Infatti in Ant.Giud. XIV, 476 e 487  oscilla tra due o tre mesi, mentre Guer. giud.V, 398 parla di  sei mesi  e Guer Giud.I,351  di cinque mesi.

Probabilmente l’assedio iniziato verso  la fine di maggio si chiude nell’estate del 37 tra la fine di luglio e i primi di Agosto (Cfr  S. Mazzarino, il pensiero storico classico, II, Bari, 1966).

Erode,  tornato da Samaria, partecipa all’assedio di Gerusalemme:  Sosio la conquista dopo aspre battaglie, solo con l’espediente di Pompeo, cioè attendendo il sabato, giorno di riposo per i combattenti ebraici.

Dione Cassio trattando dei danni subiti dai romani nel  corso dell’assedio e del valore militare ebraico dice: questa gente giudaica è terribile quando si adira: to gar toi genos thumothen pigrotaton estin, XLIX,22)  perché è fedele al Dio e va incontro alla  propria rovina, e l’attende serenamente  quando  i nemici  sferrano l’attacco decisivo e si lascia martirizzare.

Per un pagano non è concepibile razionalmente il timore di Dio, come sacrificio della vita per onore del Signore, la cui volontà  è oikonomia divina imperscrutabile per la creatura!

Eppure Cassio Dione rileva  gli eroici atti dei giudei  che alla  fine sono costretti alla resa  da un esercito così potente dopo cinque mesi.

Flavio mostra la grande strage fatta dai romani di cui si ha eco anche nel Commentario di Ababuc, un manoscritto del Mar Morto (i romani fanno perire  di spada molti, giovani, uomini vecchi donne,  e piccoli bambini   e non risparmiano neppure il frutto del ventre. L. Moraldi, I manoscritti di Qumran, Utet 1971) Flavio mostra la fine tragica di Antigono, anche lui vittima  del timore di Dio, come ogni aramaico: uscito dalla Baris (la fortezza poi chiamata Antonia, che sovrasta il Tempio)  si getta ai piedi di Sosio, ma questi, senza muoversi a pietà per la sua sventura, lo beffeggiò, chiamandolo Antigone, però, non lo lasciò andare libero come una donna, ma lo fece incatenare e mettere in prigione. (Ibidem 353).

Vorrei ai miei discepoli, a questo punto, spiegare il motivo per cui Sosio, secondo il sacerdote Flavio- ora attento (si fa per dire perché non è lui che scrive, ma lo scriba greco a cui detta) anche alle tragedie di Sofocle- tratta Antigonos come Antigonh.

Antigone è una tragedia greca di Sofocle scritta per le Dionisiache nel 442 a C. che tratta  di un esercito invasore -quello di Polinice- che circonda Tebe,  di un  duello in cui  Eteocle difensore della città, muore combattendo col fratello gemello,  e dell’ordine del  re Creonte di lasciare insepolto l’invasore, anche se figlio di Giocasta  e del figlio  Edipo, il sovrano precedente.

La tragedia sofoclea è tutta nella decisione di Antigone sorella di Polinice (e di Eteocle) di non obbedire al nomos despoths, alla legge sovrana umana, ma alle agrapta nomima, alle leggi divine non scritte, celesti, precedenti quelle terrene, per cui la donna, inquisita, rea confessa,  viene condannata a morte, poi commutata in prigione.

Antigone è compianta dal coro per aver obbedito ad una superiore giustizia senza temere quella umana.

Tutto questo è celato sotto il poliptoto antigonos-antigone  con la sottensione di un’effeminatezza regale.

Antigono viene portato ad Antiochia, dove pochi mesi dopo Antonio lo fa uccidere, come abbiamo già accennato.  La notizia è in Cassio Dione, St.Rom.,  XLIX,.2,6: Antonio volle che Erode regnasse su di loro,  dopo aver ordinato  che Antigono fosse  legato ad un palo  e frustato- punizione non inflitta mai ad un re  dai romani-  e poi anche ucciso.

Anche Plutarco (Antonio,36 )  tratta della morte di Antigono  quando parla di donazioni fatte da Antonio a molti privati di tetrarchie e regni  allorché riconosce come  re del Ponto Dario,  re di Pisidia Aminta,  re di Cilicia e Licaonia Polemone  e di re privati, invece, del titolo regale.

Allora viene fatto l’esempio di Antigono:  lo fece pubblicamente decapitare infliggendogli una punizione che nessun altro re prima di lui  aveva subito.

Tutto il discorso di Plutarco è in relazione ai doni fatti a Cleooatra nel 36 e ai suoi figli in quanto Antonio come Heracles  suo progenitore, non aveva affidato a una sola donna la sua discendenza,  né aveva avuto timore  delle leggi di Solone, che imponevano di dover rendere conto delle gravidanze  ma aveva dato libero corso alla natura per lasciare molti capostipiti e germogli di stirpi (alla thi phusei  pollas genoon archas  kai katabolas  (ibidem ).

Comunque, sia gli autori greci che Flavio descrivono il comportamento di Antonio che risistema la Siria, come opera di un saggio dioikeths, che prende provvedimenti necessari per il riequilibrio delle fazioni  nelle varie città, dopo la bufera parthica.

Il triumviro vuole assicurare la pax romana poiché ha bisogno di tranquillità alle spalle nell’imminenza di una guerra antiparthica.

Bisogna di nuovo precisare che la costituzione di una basileia cosmopolita che unisca il regno dei lagidi con quello seleucide – di cui Roma ha attualmente solo un porzione – è disegno cesariano da realizzare per la sua stessa dinastia (romana ed egizia, compreso Cesarione): la prima tappa è la conquista del Regno arsacide, dopo aver dato ad Erode quello giudaico e potenziato quello egizio con le zone fenicie, giudaico-nabatee costiere, con tutto il commercio dei balsami

 E’ un piano di espansionismo militare e commerciale  verso Oriente, non sgradito  neanche al triumvir occidentale!

Flavio, comunque, ha presente specie in Antichità giudaiche il valore degli asmonei che con gli arsacidi hanno lottato per decenni per affermare prima la propria autonomia e poi  il  nazionalismo aramaico contro il potere seleucide: allo scrittore ebraico non sfugge il significato di maran aramaico rispetto a basileus ellenistico, titolo dato dai romani ad Erode!

Lo storico di cultura sacerdotale, nonostante il suo tradimento, rimane nell’animo un fiero oppositore e un fariseo, nazionalistico, pur avendo a cuore l’utile personale e le donazioni romane.

Sull’imprigionamento e sulla morte di Antigono, re legittimo aramaico, secondo la tradizione, Flavio mostra la sua posisione sacerdotale,  in una sottesa condanna del basileus legittimo di nomina romana, un idumeo-arabo ellenizzato, un privato, abile solo a governare ed amministrare conformemente ai mandata  senatori ed imperiali, capace  di tener congiunto un popolo  di origine aramaica,  che ha nel Tempio la sua unità polietnica,ormai  sparso in tutto il mondo ed ellenizzatosi, in quanto contaminato dal commercio e da Mammona/il denaro.

Il tempio di Gerusalemme è un affare troppo grande per Roma  ed Erode per oltre un trentennio è garante di questa enorme entrata nel fisco imperiale.

Solo l’Artemision di Efeso può competere per le entrate  e per gli ex voto, per le corporazioni di orafi, e per i tanti addetti (sacerdoti, portinai e cantori, macellai sacrificatori, rivenditori di carne macellata e di pelli), col Tempio di Gerusalemme, il cui valore di tesoro aumenta poi in epoca imperiale e supera di tanto ogni altro  santuario.

Solo questa spiegazione può far comprendere la politica di compromesso di Augusto argentarius  sul Regno di Iudaea!

Erode è un gran furbone che ora, a tempio conquistato,  deve badare alla avidità dei romani, insaziabile specie davanti alle porte templari  spalancate,  davanti alle  13 supharoth /buche a forma di corno, senza la protezione dello stragegos  e delle guardie  del tamias/tesoriere, protettore  del Gazophulakion.

Allora per il suo stesso interesse, Erode  si erge a muro con i suoi mercenari contro i romani, che vogliono entrare nel tempio col pretesto di vedere (ormai tutti sanno che il tempio non ha simulacri:  è vuoto, non ha più- forse- neanche l’arca, nascosta dai sacerdoti!)

Infatti Flavio dice e in Guerra Giudaica e in Antichità giudaiche che il re  deve preoccuparsi di tener testa perfino agli alleati stranieri (summakoi allophuloi) affinché non vedano le cose sacre vietate  ad un Giudeo.

Secondo Flavio l’azione di Erode  è dettata da pietas religiosa: il re  trattenne ora con le preghiere  ora con le minacce, talvolta con l’uso delle armi, stimando che la sua vittoria sarebbe risultata  più rovinosa di una sconfitta/hthhs chalepoteran thn nikhn upolambanoon (Guer Giud., I 354 ) se quelli fossero riusciti a posare lo sguardo su qualcuno degli oggetti che non potevano vedere.

La conclusione dello Storico è questa: Riuscì ad impedire  il saccheggio della città, protestando con fierezza presso Sosio che se i romani avessero svuotato la città di beni e degli uomini lo avrebbero lasciato re di un deserto e che a ripagarlo  della strage di tanti cittadini egli non considerava bastevole  nemmeno il dominio del mondo.

Il discorso enfatico e retorico  è costruito su lasciarlo re di un deserto/katleipein auton erhmias basilea, un’espressione  ripetuta molte volte in Flavio specie da Erode Agrippa che l’adatta anche a Claudio, subito dopo la uccisione di Caligola quando il senato pensa di poter riprendere la costituzione, pur essendo circondato dai pretoriani!

Ad Erode basta regnare sui giudei, non avere il potere sul mondo! Si accontenta del regalo della Iudaea!

Erode vuole un regno di vivi e non di morti e percio da dioikeths che sa capire a volo le situazione, paga senza battere ciglio: ad ogni romano  per compensarlo del mancato saccheggio dà denaro a seconda del grado  militare e a Sosio offre una ricompensa molto regale (basilikootata de auton edoorhsato Sosion, ibidem 356).

Erode è re munifico perché ha al suo fianco i più grandi banchieri/trapezitai alessandrini!

Sosio, dopo aver dedicato una corona al Dio, si ritira portando con sé Antigono giudicato  re vile, che, comunque, va incontro al suo tragico destino.

Ad Erode Basileus non basta neppure,- dopo che i romani, stracolmi di danaro,  si sono allontanati dal suo territorio, dopo  che i suoi etairoi sono stati ricompensati con premi e i suoi nemici aramaici sono stati puniti,- di fare monetare i preziosi delle casse di Antigono  altrimenti non può far doni  ad Antonio e al suo seguito.

Amara è la conclusione dello storico che mostra la debolezza di Erode proprio nella sua ricchezza finanziaria, invidiata ed ambita  (ibidem359).  Neppure così  riusci a procurarsi una completa sicurezza /ou men eis  apan ecsoonhsato to mhden pathein.

Fino alla battaglia di Azio, Erode, insieme con  Malco,  deve temere l’avidità di Antonio e deve proteggersi  dalle mire vogliose di Cleopatra sul ricco territorio di Gerico e sulla Nabatea marittima! Roma vende il titolo di re, vende le cariche, vende tutto.

O venale città, ti venderesti se trovassi un compratore!  Così dice Giugurta andandosene da Roma, dopo aver corrotto col denaro tutti (Bellum Iugurthinum,35: urbem venalem et mature perituram, si emptorem invenerit).

Al tempo di Erode, dopo circa settanta anni,  niente è cambiato. anzi si è giunti al massino della corruzione!

Sembra?!.

Non c’è mai, a Roma, un limite alla corruzione!

Ventidio Basso ed Erode Basileus

 

Ventidio Basso ed Erode Basileus

 

In Guerra Giudaica (I,288) si dice Bentidios o romaiooon strategos  pemphtheis  ek Surias Parthous aneirgein / Ventidio il capo dei romani inviato a respingere i parthi dalla Siria.

Si rilevi l’uso di aneirgoo il cui valore  è  respingo e  ricaccio qualcuno oltre i confini.

In Antichità Giudaica XIV 395 è scritto: Bentidios men oun  etugchane  tas tarachas  tas dia  Parthous en tais polesin  ousas  kathistamenos / stava sedando gli sconvolgimenti che c’erano nelle città.

Si rilevi l’uso medio di Kathistamai  con l’accusativo  con valore di costituisco ed ordino  nel senso di riportare ordine sedando tumulti.

Il mandato di Ventidio, perciò,  (e quello di Poppedio Silone, collegato a quello del suo dux in quanto facente parte del consilium principis, destinato alla Giudea) è quello di respingere i Parthi e di sedare  le tarachai sommosse  delle città di Siria e di Celesiria e di Asia.

Questa sembra essere la logica di un’impostazione storiografica, quella di Nicola di Damasco, la fonte flaviana, greca. Se esaminiamo la fonte latina in nostro possesso, quella  – che deriva forse da Asinio Pollione,-  di Velleio Patercolo (St., II,78,1 virtute et ductu Ventidii ) e quella di Anneo Floro si rileva un altro aspetto del mandato, connesso ad una matrice   favorevole ad Ottaviano,

Così l’epitomatore scrive (II, XIX, 9,4-7): sotto il comando di Pacoro, giovane principe, essi avevano disperso i  presidi di  Antonio; il legatus Saxa  aveva ottenuto solo dalla spada  di non cadere in mano loro. Infine essendoci stata tolta la Siria, il male sarebbe dilagato ancora di più, perché i nemici riportavano vittorie per conto loro, sotto il pretesto di portare aiuto  (sub auxilii specie), se Ventidio, anche lui legatus  di Antonio con incredibile fortuna (incredibili felicitate),  non avesse distrutto le milizie di Labieno, lo stesso Pacoro  e tutta la Cavalleria parhica, lungo l’intero arco tra l’Oronte e L’Eufrate. Perirono 20.000 uomini. E non senza il disegno del nostro comandante (nec sine consilio ducis), il quale, simulando la paura, lasciò  che i nemici si avvicinassero al nostro accampamento fino al punto che,  superato lo spazio di un lancio, tolse loro l’uso delle frecce. Il re cadde combattendo da uomo fortissimo. Allora, portata in giro la testa per le città, che si erano ribellate, la Siria fu riconquistata  senza guerra. Così ripagammo la morte di Crasso con quella di Pacoro.

Floro, dunque, che conosce anche il prosieguo della guerra parthica, fatta poi con insuccesso da Antonio, bollato come uomo di immensa vanità – immensa vanitas hominisdesideroso  di titoli,  di far scrivere sotto le sue statue i nomi dell’Arasse e, fatta guerra senza motivo, senza disegno e neppure dichiarazione di Guerra- considera l’azione di Ventidio  incredibilmente fortunata, anche se ne sottende valore e abilità strategica.

Sia Velleio che Floro, militari di professione,  mostrano l’ampiezza geografica del teatro di guerra di Ventidio,  ponendo i confini tra l’Oronte e l’Eufrate, e ne riconoscono la prudentia ed ammirano le strategie magistrali per annullare gli effetti della cavalleria catafratta, temutissima dai milites.

Tali doti sono magnificate da Sesto Giulio Frontino (Stratagemata, 2,2, 5. 2. 5,36-3 7), che rileva la tattica  di simulare la fuga e di attirare in loca iniqua il nemico, dopo aver nascosto truppe di riserva,  evidenziando anche  un sistema di attesa, tale da far arrivare gli hostes al limite dei castra, in modo da rendere inutile il lancio stesso delle frecce ed impedire lo spiegamento della cavalleria catafratta – micidiale in pianura-  in zone montuose, precedentemente conquistate.

Da Floro si capisce anche come Ventidio, ricacciati i Parthi , dopo la definitiva vittoria di Gindaro,  sfrutti la vittoria, sedando le sommosse delle citta ribelli, filopartiche, mostrando la testa dell’ucciso Pacoro,  loro  liberatore, stroncando così ogni rivolta in Siria.

Il mandato di Ventidio, con successo portato a termine,  è velato dalla storiografia greca, passata poi ad Ottaviano, senza poter oscurare, comunque,  il valore della impresa di Ventidio anche perché è riscattato il nomen romano in tutto l’Oriente ed è mostrato come impossibile per i parthi tentare una impresa di conquista senza una base navale certa.

Comunque, paradossalmente, nuoce a Ventidio Basso,  nonostante il riconoscimento del triumviro e il trionfo romano, la stessa successiva disastrosa impresa di Antonio, che viene marcata dalla propaganda ottavianea ai fini della dissacrazione del nomen dell’avversario a favore dell’apologia  del triumviro occidentale.

Da qui forse la riduzione dell’impresa, marcata incredibili felicitate.

In questo clima politico ottavianeo, viene, invece, esaltata la figura di Erode, che assume, insieme poi con Ottaviano ed Agrippa, un ruolo più grande di quello meritato che cresce nel corso degli anni, in quanto la provincia giudaica diventa un punto centrale nella politica di riforma ottavianea, subito dopo la vittoria di Azio.

La letteratura poi ha buon gioco circa il valore di un uomo che da privato diventa re,  il quale si sposa con  Mariamne, l’erede della fortuna asmonea  e crea una nuova  stirpe  regnante nella zona palestinese   fino a quasi tutto il I  secolo d.C.

 Da qui l’ alone di Erode come colui che scaccia i Parthi dalla patria,  toglie il regno ad Antigono, il maran /re asmoneo aramaico, seppure si serva anche delle truppe romane, in relazione agli ordini di Antonio, tramite i messaggi di Dellio.

Il legatus Ventidio fa una politica romana di ripristino  dell’ordine in Siria,  ben diversa da quella  di un  civis romanus privatus, eletto dal senato, re,  impegnato ad  eliminare il concorrente aramaico e a sostituirsi  e quindi a ripristinare l’ordine in Gerusalemme e la normalità di culto nel Tempio, secondo gli interessi finanziari  di Roma.

Infatti da questa angolazione si deve rileggere la vicenda di Erode – un  tetrarca giudaico, esautorato- di molto  minore, rispetto a quella del legatus piceno, un dux che fa,  con un esercito numeroso, la storia dell’imperium.

La retorica di Nicola di Damasco è chiara, nell’era di Flavio, un sacerdote nazionalista, specie nella fuga da Gerusalemme, quando la Giudea è  ormai  in mani di Antigono: c’è mitizzazione dell’eroe, idealizzato  con  prosopopea,  seguito  nel suo viaggio per terra  e per mare,  fino all’arrivo a Roma, tanto da   costruire  una sorta di  romanzo con esaltazione della virtus/arete del giovane civis tetrarca  destinato al Regno, col concorso dei romani.

Flavio insiste sulla figura di Erode filororomano, già creata da Nicola di Damasco, che conosce la vita del basileus nella sua interezza, in quanto è biografo di corte,  avendo bisogno di miti per evidenziare al suo pubblico prima aramaico, poi greco, la storia ed archeologia ebraica, in modo da mostrare il valore della  sua etnia nel mondo sopranazionale romano.

Flavio, seguendo la sua fonte,  mostra due storie, di cui una, quella maggiore  è descritta per sommi capi, l’altra  è seguita nei dettagli in un rilievo non solo dei fatti, ma anche dei Pathh/sentimenti umani tanto da fare partecipi i lettori, quasi sospesi ed ansiosi nel corso della personale avventura, che comprende anche una vicenda di pietas filiale e fraterna, secondo la logica familiare ebraica.

Lo studio di questa parte del racconto flaviano sia di Guerra Giudaica (I,274-285) che di Antichità giudaica( XIV, 352-389) comporta, quindi, una  lettura diversa a due livelli, una di politica internazionale ed una  di politica locale con episodi  di guerriglia civile interna tra due fazioni opposte, già da un ventennio.

Le due guerre,  quella maggiore e quella minore, sono guidate da uno stesso regista, che è Antonio, che coordina, per quanto è possibile  in quelle circostanze  e in  quelle  condizioni, i due protagonisti, comandanti  militari.

Ora lo storico ebraico, preso dalla mimesis del damasceno,  narrativamente  trascura la cornice esterna, romano-parthica,  che è guerra di predominio su un’area di oltre un milione di Km quadrati,  mentre concentra la sua attenzione sull’altra che riguarda neanche un ventesimo di territorio, una minima porzione della regione contesa dai romani e dai parthi, una piccola pars, ma la sua patria.

Perciò il lettore non deve farsi ingannare dallo spirito nazionalistico ed aretologico di un sacerdote, partigiano, come Flavio,  che fa una narrazione  per mostrare l’impresa dell’eroe che consegue i suoi obiettivi, passando attraverso peripezie, sofferenze, rivoluzioni popolari, ricongiunzioni patetiche.

La ricostruzione, da noi fatta, è una risultanza di una ricerca al fine di mettere in chiaro non solo i ruoli  dei duces  ma anche le finalità degli scrittori antichi, ormai allineati secondo l’ideologia imposta da Ottaviano, come pax augusta nell’ ecumene e come ordine erodiano connesso con lo ius imperiale, vigente per tutte le partes dell’impero, compresa la Giudea.

In questo lavoro, dunque, sono messi insieme la vicenda di un dux vincitore dei nemici stranieri, barbaroi– anche se sono più ellenizzati dei romani occidentali gallo-ispanici ed italici-  nel corso di  poco più di diciotto mesi, in diversi contesti geografici con grandi masse di militari spostate tra la primavera del 39 e il giugno del 38, battaglia di Gindaro e  quella di un condottiero ebraico che, tornato in patria, salva la sua famiglia, conquista un regno,  datogli dal senato sulla carta,  nominalmente, a  Roma, alla  fine dell’anno 40 a.C.

La fuga di Erode  e il  suo viaggio a Roma  per anni sono stati per me un problema non solo per la definizione del percorso, delle vie  terrestri e dei tragitti navali, ma anche per i rapporti  tra il dux dell’impresa parthica e le peripezie di un civis giudaico fuggiasco, bisognoso di essere reintegrato in relazione della sua precedente identità, come filoromano figlio di Antipatro,  nella sua zona di potere.

Sulla base concreta della traduzione del testo di Antichità giudaica,  man mano si è rilevato e il sistema viario  e quello commerciale e quello monetario, utilizzato dal civis giudaico, all’epoca dei fatti,  congiunto con le indicazioni provenienti dallo studio, contemporaneo, su Filone di Alessandria, in un viaggio così lungo per un uomo in fuga dalla patria, che deve uscire indenne dal confine romano, invaso, entrare in area egizia e  in pieno inverno, a mare chiuso,  iniziare una navigazione proibitiva,  arrivare in Italia e fare la Via Appia ed infine  essere ricevuto in  senato e  dopo sette giorni ripartire per ritornare a liberare i suoi assediati a Masada dai nemici esterni e da quelli interni.  Da Filone (30-25 a.C.-42-3 d.C)  ho avuto illuminazioni circa il politeuma alessandrino, circa il sistema economico–finanziario,   l’organizzazione specifica di quello  oniade ed ho potuto risolvere tanti altri problemi.

Il racconto, comunque, sembra la favola di Erode  fuggiasco, che, ottenuto il titolo nominale di re, con audacia e  fortuna impone,  grazie all’ aiuto romano, dato del senato, nella sua patria popolata di filoparthi.

Il racconto è un‘epopea  in cui  sono fusi encomio e   prosopopea con apologia al fine di alonare un civis, divenuto Basileus, per meriti propri e familiari, con l’approvazione senatoria e triumvirale.

Nella favola/muthos, dunque, si deve aggiungere l’aiuto americano dei romani  che, come soccorso divino provvidenziale,  sovverte i valori, abbassando i potenti ed innalzando i  deboli, dopo la vittoria sui parthi, come trionfo della Iustitia!.

Quindi, ritrovave la  vera storia  è  rilevare nella politica romana  la funzione dei piccoli regni tra impero romano ed impero partho, il valore effettivo del legatus romano e del suo consilium principis sia nei rapporti con i re della zona compresa tra il Ponto Eusino e il Mar Caspio cioè  con gli stati  di Colchide, Iberia,  Albania,  Armenia,  oltre che di Cappadocia, Ponto, Cilicia, insomma degli stati più o meno toccati dall’invasione parthica: un lavoro, dunque, che interessa  la pars romana asiatica, siriaca e palestinese e quella direi barbarica, in quanto non ancora  del tutto assoggettata dalle milizie romane che hanno imposto reguli locali di nomina senatoria.

E di conseguenza, così operando,  mi è stato  possibile mettere in chiaro il rapporto subordinato di un vice legatus come Poppedio Silone, la cui auctoritas  è superiore  a quella del Re nominato dal senato stesso, anche se appoggiato e sostenuto dalle armi romane. Allora si comprende come la lotta  per il primato in Giudea  tra Antigono di Aristobulo ed Erode è una contesa intestina che dipende dalla vittoria tra i parthi e i romani, ma è  la stessa tra Aristobulo ed Hircano.

Prima c’erano Pompeo e Cesare e Gabinio ora ci sono Antonio Ventidio e Silone a proteggere la pars più debole militarmente filoromana contro quella aramaica predominante sadducea  durante l’invasione parthica  favorita anche dai farisei dagli esseni, dal popolo  compattamente.

Quindi  Flavio, facendo storia, fa una storia nazionalistica palese in Guerra Giudaica I, 387, quando Erode nel 31 dopo Azio è incerto sul suo futuro a causa della sconfitta di Antonio.  Lo storico dice: Pareikhen mentoi  deous  pleon h epaschen/eppure incuteva più timori di quelli che provava ed aggiunge sorprendentemente –assurdamente- Cesare non riteneva ancora di aver tolto di mezzo Antonio finché a costui rimaneva Erode.

Un’affermazione pazzesca!

Come mettere in rapporto (confronto, raffronto) Ottaviano dominus/autocratoor e un rex periferico che è in conflitto con altro re locale, quello di Petra,  ora  quando è venuta meno la sua autorità, perché è stato sconfitto il suo patronus?

 Lo scrittore ebraico, traditore del suo popolo, fa questa affermazione in epoca Flavia, dopo che ha visto l’impresa di Vespasiano sooter venuto dall’Oriente, per la pacificazione del Mondo- acclamato imperator  dai soldati di stanza in Egitto e Siria  sotto la regia di Tiberio Alessandro e di Licinio Muciano, presso il quale l’ex governatore di Galilea è prigioniero ed interprete!

La fuga di Erode e  questa frase (oupoo gar ealokenai Kaisar Antoonion ekrinen Herodou summénontos), specialmente sono spie di una narrazione non fedele, anacronistica, estremamente nazionalistica, come poi sarà quella dei Christianoi antiocheni- una setta ebraica-, dopo la sconfitta dl Shimon bar Kokba, quando finisce il sogno giudaico messianico con l’annientamento ad opera di Adriano.

Galuth vale cacciata con estirpazione dal territorio romano! Galuth non è diaspora, colonizzazione con dispersione del seme giudaico e nel mondo romano e in quello parthico e in quello indiano!  Galuth è termine da studiare per lo storico, specie del cristianesimo primitivo.

Perciò ridimensionato il giudizio dello storico ebraico e rivista la narrazione di stampo ellenistica, prammatica, tesa all’ educazione popolare, a docere/ insegnare  e al diletto del lettore, a delectare/piacere, bisogna concludere stabilendo un modo nuovo ed altri criteri  valutativi storiografici.

Di conseguenza come  non è possibile il rapporto tra Ottaviano ed Erode  così  neanche è pensabile quello tra Ventidio Basso e il re giudaico, specie nel periodo della fuga: neanche in retorica si congiungono, pur con l’ossimoro, magna/parva, altrimenti si produce lo spoudogelaion una combinazione di  serio e ridicolo! Ventidio Basso, quindi, è un dux supremo delle truppe antipartiche che coordina le forze dei tanti reguli della zona  e  i loro auxilia,  senza avere compiti di risoluzione del problema, ma solo di appoggiare la pars filoromana e di arginare il pericolo dell’invasione.

Poppedio Silone, popularis, che  va contro le masse popolari giudaiche è un legatus sannita,  dimentico  della tradizione familiare italica sociale, integrato ormai nel sistema militare romano, che diventa arbitro della lotta per la supremazia in Giudea  tra i due contendenti.

I due, comunque, sono uomini antoniani, certamente avidi come tutto gli altri romani, corrotti come ogni legatus fino ad allora passato in terra giudaica,  che seguono il loro capo che li guida da Atene, conscio della loro corruzione e della loro avidità.

Quindi, la politica estera antiparthica e quella interna sono  frutto di un’operazione antoniana di cui il legatus piceno e quello sannita risultano i risolutori , secondo la legge delle armi e delle stragi militari, adottate in situazione.

Alla luce di  quanto maturato nel corso dei miei studi, indipendentemente dal  lavoro  di  Alighiero Massimi, storico, autore di Vendidio Basso (Ed Cesari, Ascoli, 1986), aggiungo la mia esperienza in senso trapezitario e commerciale, sugli oniadi alessandrini, come ampliamento e contestualizzazione all’ opera filoniana, già espressa in altre opere:  è un piccolo contributo alla cultura!

Ai tanti storici letterati, come Massimi stesso, che non riescono a capire come Erode sia sempre pieno di moneta, preciso quanto da me rilevato nell’esame dell’ebreo ellenistico trapeziths, methorios, naurchos, emporos, sul valore immenso del gazophulakion  templare.

Allora si può mettere in evidenza come Erode  maneggi sempre denaro ed intendere la rete finanziaria e commerciale da cui è protetto nel corso della sua fuga avventurosa, di cui si è servito suo padre Antipatro e perfino lo stesso Cesare nella guerra alessandrina.

E’ anche possibile dare  razionali spiegazioni alla perplessità di tanti illustri storici tedeschi  come Otto (op.cit) , Prause (op.cit.) e Schreckemberg (Die Flavius –  Josephus- Tradition in Antike und Mittelalter, Leiden 1972), titubanti nel credere alle azioni di Erode fuggiasco a Rodi  e sconfessare la tesi di S. Mazzarino  (Il pensiero storico Classico,II,2)  – in seguito- nella scelta christiana di Flavio storico.

Chi di voi lettori può pensare che un civis romano è una specie di signore/ Kurios in Oriente, anche se idiooths, il quale, oltre al possesso della khoora giudaica ha un potere da despothes, se ha la finanza e l’oikonomia dell’alabarca di Egitto al suo servizio? Stabilire le funzioni e i compiti  dell’alabarca di Alessandria in epoca erodiana e posterodiana è stato per me  un  lavoro mostruoso, connesso con le relazioni con gli argentariii, i mensarii e i nummularii latini prima e poi col tempio di Leontopoli e di Gerusalemme, ma è stato ancora più duro  anche calcolare il patrimonio di Gaio Cesare Germanico Caligola con l’eredità di Tiberio, mista a quella antoniana della linea di Antonia minor, di cui  therapeuoon ed epitropos è Alessandro alabarca, padre di Tiberio Alessandro, governatore di Egitto, colui che con Licinio Muciano per primo acclama imperatore il mulattiere Vespasiano (A. Filipponi, Caligola il sublime, Cattedrale 2008).

Chi mai nel corso dei secoli ha ragionato secondo una logica trapezitaria e commerciale  di sostegno alla regalità del sovrano di Giudea?

Nemmeno un maestro come lo storico A. Momigliano (Asinio Pollione,in Enc. Ital., XXVII (1935) o come J Carcopino   (Giulio Cesare, Milano, 1982)!: lo stesso Levi (op.cit.) non ha operato in questo senso, preferendo lavorare sul sistema finanziario economico latino!

Chi può capire il valore di mammona, se non ha fatto la distinzione tra il potere aramaico, barbarico, agricolo di Malkuth ha shamaim /H Basileia toon ouranoon, e quello commerciale  ellenistico,sotteso a  H basileia tou Teou?

Solo chi conosce l’ellenizzazione e romanizzazione del potere erodiano e la connessione profonda col sistema oniade alessandrino, può vedere un servitium capillare economico finanziario sotteso alla basileia erodiana, utile per l’oikonomia universale?!

Forse!  solo  se si rileva questo connubio economico tra Roma e  Gerusalemme, è possibile leggere la predilezione degli imperatores, interessati alla Iudaea e a chi la gestisce, dato l’immenso profitto templare e trapezitario.

Da questa angolazione si comprende allora il  reale valore, –data la congiunzione del tempio di Gerusalemme, simbolo unitario di una fides  agricola tradizionale e di quella ellenistica della diaspora –  del Regno giudaico, costituito  in epoca  antoniana e poi augustea.

Oltre a questo, si  può scoprire che non si tratta di un piccolo popolo in un piccolo territorio,  ma di un grande popolo, sparso nel mondo romano e parthico  (per non parlare in terre estreme come India ed Indonesia) di oltre 4.500.000 di uomini  methoroi, abili trapezitai, cambavaluta, saggiatori, esperti uomini di finanza che dominano il bacino del  Mediterraneo, quello del Ponto Eusino e del Mar Caspio, di armatori/nauarchoi   che dominano il porto di Alessandria, di Efeso, di Corinto  ecc., oltre che le bocche nilotiche per la penetrazione in Arabia, in India e nell’interno dell’Africa, non ellenizzata e non romanizzata.

Non si può leggere l’avventura della fuga secondo la scrittura di un autore che romanza la vicenda del fuggiasco, immettendo tutti gli elementi utili alla formazione e al diletto del lettore, abituato alla storia  come opus letterario.

Dunque, Erode  è  un civis bisognoso di aiuto già in Giudea,  nella sua zona di competenza, limitato militarmente, vinto dagli aramaici e dai parthi, incapace di muoversi senza l’appoggio di reparti romani, dati su richiesta da un incaricato da Ventidio Basso, che deve poi rispondere insieme al suo concilium principis  al triumviro di ogni sua azione, specie quando va oltre il mandato, sulla scia delle vittorie.

Nella logica senatoria romana il caso sfortunato di Erode  diventa  segno della necessitas di una nuova politica  senza legati romani in Giudea, fiduciosa solo nel governo di un re autoctono  capace di  riunificare il popolo, seppure così  riottoso ed opposto in senso aramaico  e  farlo crescere per una possibile integrazione dopo quasi venti anni dalla conquista iniziale del Tempio da parte di Pompeo, obbligato ad essere rispettoso solo della prescrizione mosaica e della tradizione davidica del culto templare.  L’elezione di Erode a re, un mezzo idumeo- arabo, comunque, di antica tradizione mesopotamica ebraica, seppure non legittima,  data la presenza  degli asmonei,  è garanzia di una stabilizzazione della zona – che mai in seguito  ci sarà- nonostante  la propaganda  filoromana di liberazione dai parthi e i successivi cambi di politeia/ costituzione.

Anche se il re è  stato un filocassiano, facente parte della cohors  del consilium principis del Cesaricida, come Valerio Messalla,  comunque passati ad Antonio, ora congiunto anche con Ottaviano, è chiaramente un filoromano, in quanto figlio di Antipatro, un civis arruolato come legatus  da Gabinio e da Cesare, un perfetto romanizzato, militare eccezionale di stampo mariano, connesso con Hircano, l’emblema del sacerdozio e  del culto del Tempio, legge vivente spirituale per ebrei  palestinesi, aramaici ed ellenistici.

Accanto a questa nuova lettura storica  c’è un’altra ancora più grande, quella revisionistica della storia romana -vista dall’angolazione giudaica-  e della sua  reale politica  in Oriente,  che risulta  un lavoro di falsificazione della stessa storiografia augustea  di  Didimo Arieo, di  Livio, di Dioniso di Alicarnasso di  Nicola di Damasco, scritta in senso universale catolikoos.

Ricercare il reale ruolo in un impero di dimensioni gigantesche di un despoths locale, che non ha neanche il diritto di battere moneta e di fare guerra ad un vicino regulo, senza autorizzazione senatoria ed imperiale è trovare un’oggettiva ragione per un monarca assoluto come Ottaviano, un o politikos eccezionale, ma ancora di più,  scaltro mensarius ed abile nummularius, un geniale riformatore, comunque  amorale, al di sopra del diritto stesso, capace per il proprio interesse,  di conservare il regno ad un uccisore di figli, da lui apertamente dileggiato secondo Macrobio (Saturnalia, 2,4,11: meglio essere figlio di porco che  figlio di Erode!).

Ad Ottaviano Augusto interessa Il grande profitto finanziario ed economico che Erode può assicurare all’impero, con la gestione del Tempio,che riscuote la doppia dracma da oltre 4.500.000 di giudei aramaici ed ellenistici, oltre agli introiti delle elemosine, delle offerte durante le celebrazioni delle feste rituali!

Ottaviano il nummularius  fa subito i conti: finché Erode assicura il kerdos, la Iudaea ha la monarchia; ogni costituzione altrimenti dovrà essere provata al fine della conservazione immutata del  profitto romano templare.

Avendo, dunque, scritto Giudaismo romano ed avendo bene compreso il valore del tempio  e del gazophulaion, ho cercato di capire il potere di un civis orientale a Roma e in Italia, rispetto al senato e  alla magistratura repubblicana, ora servile, e poi avendo pubblicato  vari testi sul Cristianesimo ed essendo letto da uno studioso serio come il preside Alighiero Massimi, abile nelle sintesi storiche, filologo e glottologo, metricologo, un uomo di altra cultura rispetto alla media nazionale ed internazionale,  aperto ad ogni problematica, mi si è ulteriormente precisato il ruolo di molto superiore di un legatus rispetto ad un rex come Erode del tipo di Deiotaro, Ariarate/Archelao,  Polemone, Antioco  ed altri dinasti,  formanti la rete di reguli antiparthici, a capriccio dei romani nominati e deposti.

Un grazie immenso alla memoria di Massimi, da parte di un  ricercatore riconoscente e grato per gli stimoli ricevuti nel corso di conversazioni amichevoli!

Una riconoscenza sincera verso un uomo libero ed amante del sapere!: c’è stato col maestro  di generazioni di ascolani un legame non  di alunno, ma di figlio, seppure per breve tempo (gli ultimi dieci anni), ascoltato, però,  con rispetto e stima,-  reciproci- in un vero rapporto culturale, in una comunicazione di altri tempi.

Anzi ho potuto rilevare esattamente, grazie all’acutezza delle sue riflessioni, il valore di un mandato senatorio, che può essere in un certo senso allargato a discrezione del legatus, che agisce in situazione e poi risponde dei suoi atti al suo ritorno in patria, secondo l’esempio collaudato di Silla, di Lucullo, di Pompeo,  di Gabinio, di Cesare, nipote di Mario da cui inizia il processo di graduale distruzione del potere repubblicano nobiliare, su base militare e popolare.

Ho così letto il mandato di Ventidio Basso che controlla i reges locali, ne condiziona la politica, perché considerati alla pari di un civis romano orientale, il quale può avere greges di publicani,  arruolare milites, quasi da esercitare in piccolo un potere censorio e pretorio,  ed ottenere il supporto dal governatore della zona in ogni evenienza, purché paghi le tasse e sia fidus alla normativa senatoria.

Nel corso di tanti anni, spesi nella ricerca  della presenza romana in zone orientali, specie nel tentativo di comprendere il ruolo del civis Paulus di Tarso, ho potuto anche conoscere le funzioni e  le possibilità operative di Herodhs poliths, specie nel periodo dell’invasione parthica e della successiva sua nomina di Basileus, epoca in cui il figlio di Antipatro è l’unico referente di una comunitas, famiglia. tribus e genos  idumea.

Il suo ruolo è messo in relazione con quello di Deitaro re di Galazia  dal 63 al 41, che, passato   attraverso varie vicende –  tra cui quella della  morte di Cesare contro il quale, secondo molti, ha cospirato, dopo che ha avuto una decurtazione di territorio inizialmente lasciatogli integro dal dictator a Zela (Cfr. Cicerone Pro rege Diotaro).

Ancora di più è confrontato con quello di Ariarate di Cappadocia, sostituito da Antonio con Archelao- divenuto poi  consuocero di Erode dopo il matrimonio tra  Glafira ed Alessandro, figlio di Mariamne- che, comunque, ha diritto di monetazione in quanto erede di famiglia regale.

Sono stati studiati i reguli orientali   come esempi per mostrare ai miei lettori  il reale valore  della figura di Erode, piccolo dinasta ebreo rispetto al grande impero romano.

Infine si fa notare che la fonte giudaica esagera anche perché vuole presentarsi davanti agli altri popoli con meriti che oggettivamente l’ebraismo non ha, al di là del patrimonio finanziario e nonostante la grandezza commerciale e coloniale.

Per me il problema è solo nella sede geografica dello stato  di Giudea, il cui rilievo nell’impero romano è minimo  senza il tesoro del tempio, fonte di ricchezza inestimabile grazie al culto divino, ai sacrifici e alle festività obbligatorie per ogni ebreo della diaspora, già tenuto a pagare, oltre alle tasse,  la doppia dracma per il tempio e ad andare  a visitare annualmente  il Santuario.

La ragnatela delle colonie della diaspora ellenistica ebraica, diffusa non solo nell’impero romano ma anche in quello parthico e in  India  e altrove, nell’Oceano indiano, è da leggere  in relazione al politeuma alessandrino, una particolare politeia concordata con Cesare, in una ripresa della costituzione ebraica autonoma  alessandrina  voluta dai lagidi,   che regola  non solo i giudei egizi (un milione; di cui 500000 in Alessandria) ma anche  gli altri di tutto il mondo sia romano che parthico,  in una specifica connessione con i fratelli aramaici sia di Palestina che di Parthia.

Ora con questo libro su Erode Basileus forse aggiungo qualcosa a quanto già detto e presento un’altra lettura  del fenomeno ebraico in epoca romana.

Dunque, Ventidio Basso, secondo lo storico Massimi risulta  un “pratico” sia per cultura che per temperamento. Egli rappresentava … gli interessi della borghesia italica che aspirava apertamente ormai solo ad essere difesa nelle sue posizioni  economiche ma anche ad essere riconosciuta  come una delle riserve ufficiali della nuova classe dirigente dell’impero. Egli avrebbe potuto  quindi  condividere in pieno per poi sfruttare  convenientemente l’iniziativa di Lucio Antonio, cercando in tal modo di salvare i prorietari terrieri  dalla confisaca dei campi  e di fermare l’ascesa do Ottaviano.Ma in primo luogo doveva rendersi conto  che i veterani non potevano essere accontentati senza che si rischiasse una sommossa dagli  esiti imprevedibili, in secondo luogo che la stella di Antonio splendeva sempre meno in Italia (P Ventidio Basso,cit.  p.77).

Secondo lo storico ascolano,  perciò, Ventido non si compromette con Lucio, essendo  anche in gara con l’azione di Asinio Pollione  per polarizzare le simpatie degli antoniani delusi e dei cesariani incerti.

Massimi aggiunge che anche Sallustio ritiene che con  la diadochizzazione di Antonio solo Ventidio poteva avere l’ambizione  di realizzare il programma di Cesare consistente nella municipalizzazione dell’Italia e nell’assicurazione dei confini orientali dell’impero.

La conclusione dello storico è connessa con quella di S. Mazzarino (L’impero romano, Bari 1973): Questa politica …doveva ricercare la conciliazione all’interno dell’Italia, in funzione  della lotta contro i nemici esterni, restaurando la virtus tradizionale, in una difficile prova di sintesi tra imperialismo e morale, tra guerra di conquista e indifferenza di fronte alle ricchezze depredate … l’unico rimedio consisteva nel rinnovare la classe dirigente e nell’estendere la citadinanza romana, costituendo  poi colonie coi nuovi cittadini mescolati agli antichi. I nuovi cittadini erano la vigorosa borghesia del mondo italico che ormai aveva rimarginato le ferite della guerra sociale.

Al di là, comunque, della condanna della sociètà  repubblicana romana, della decadenza dell’aristocrazia, l’ex mulattiere, il cesariano  Ventidio popularis, avrebbe potuto sovvertire, più di Antonio e di Ottaviano le  regole sociali e politiche del potere  solo  nella direzione poi presa da Ottaviano che secondo il patrimonio ideologico tradizionale e la formazione del latifondo, in una conversione dell’avaritia con la virtus, in un ripristino dei mores maiorum in un abbattimento della nobilitas logorata dal potere politico stesso   e corrotta  dalla propria ambitio!.

Ventidio Basso col il suo consilum principis,  che ha a capo Poppedio Silone, figlio del  condottiero della  lega italica, nella guerra sociale, è un piceno integrato ora nel sistema romano  e guida un grande esercito sotto la direzione di un cesariano, come lui, popularis, per la riconquista dell’Asia, della Siria, della Palestina, delle terre già acquisite come patrimonio dell’imperium da un ventennio.

Sbarcato tra la Panfilia e la Cilicia nella primavera del 39  Ventidio si  dirige subito verso la pianura cilicia, anche se l’esercito parthico   ha già preso possesso del Tauro,  del passo tra le due province romane.

Ormai la propaganda parthica ha avuto il sopravvento e Pacoro con la sua praooths e philantroopia ha conquistato i greci e in Palestina  ormai l’aramaismo trionfa incontrastato dopo che la Galilea si è liberata degli antipatridi, che hanno solo il possesso, a stento, dell’Idumea.

A Gerusalemme dove si è insediato Antigono con le forze di Barzafarne c con l’aiuto della cavalleria del coppiere, non esistono neanche più frange di filoromani.

L’elemento farisaico e quello essenico e popolare è ormai contro gli antipatridi e contro Hircano e contro i romani

Insomma, tutto il territorio asiatico siriaco e palestinese è sotto il controllo parthico, non solo militarmente ma anche  culturalmente in quanto ormai le città stesse ritrovano la loro radice seleucide ed achemenide.

I parthi, però, non avendo una flotta e non avendo il supporto di nessuna città marittima, sono praticamente  chiusi e bloccati dagli ammiragli romani che stazionano davanti alle coste con le loro navi pronti a sbarcare eserciti e a  penetrare verso l’interno della Siria.

E’ facile, quindi,per  Ventidio sbarcare, e ricacciare i Parthi  sia del satrapo Barzafarne- così chiamato  in Antichità Giudaica mentre  è detto Barzafrane in Guerra Giudaica),  che del romano Quinto Labieno, che  da oltre due anni è al servizio del re dei re, impossibilitato a tornare tra i suoi dopo la sconfitta di Cassio e il trionfo di Antonio e di Ottaviano.

In conclusione si può dire che in Giudea, al momento dello sbarco di Ventidio Basso,  la pars di Elice connessa coi farisei e con la  fazione dei sadducei asmonei, forma lo schieramento di Antigono, che ha anche l’aiuto delle truppe parthe di  Barzafarne, mentre l’altra ora senza Hircano, mutilato e deportato e senza Erode, in fuga, dopo la morte di Fasael,  non ha forze militari ma solo un piccolo nucleo asserragliato a Masada, assediato, senza acqua e senza più viveri.

La propaganda filopartha ha vinto non solo in Giudea e in Celesiria ma anche in Siria e in Asia, dove Pacoro è considerato principe liberatore dal giogo romano e dove circolano tra i cives romani anche biblia  volantini  diffusi da Labieno  per rivendicare la sua azione di uomo, di cesaricida e di pompeiano e di repubblicano,  antitriumviro.

La politica di Orode II è stata vincente  sia nell’appoggio  dato ai  cesaricidi che nel accogliere i fuggiaschi disertori subito dopo Filippi: il tradimento dei romani e di Quinto Labieno è sfruttato come cambio di mentalità degli asiatici che riconoscono la clemenza e la filantropia del Gran Re, garanzia comune di giustizia per gli aramaici e per i greci.

La Nike/Vittoria di Labieno sul legatus antoniano  Decidio Saxa, che non può impedire la presa di Apamea e si uccide,  diventa simbolo della protezione del Theos, che autorizza la celebrazione del Parthicus Imperator, il tradimento di Ariarate di Cappadocia e di Antioco di Commagene: solo Castore  di Galazia e Zenone e suo figlio Polemone restano filoromani.  A Roma si teme un bagno di sangue in Asia  per i cives romani e per  gli italici come nell’88 sotto Mitridate (cfr Cicerone, De Lege Manilia,7; Appiano,Mitridateios,XII, 22-23). Per fortuna la propaganda filantropica basata sulla clemenza e giustizia di Pacoro non scatena le folle aramaiche e greche antiromane.

Tutta l’Asia, comunque,  è passata dalla celebrazione di  Roma e  di Antonio Neos Duonisos al saluto entusiastico verso  l’esercito parthico, guidato dal pompeiano Quinto Labieno, despoths,  che governa come un satrapo, a nome di Orode II, che batte moneta propria e che nel retto fa scolpire  la sua faccia e nel retro un  cavallo sellato.

Laodicea, Mylasa e tante altre città acclamano l’avvento del  Regno dei Parthi, esprimendo con l’entusiastico saluto alla cavalleria partha, il disgusto per il cattivo governo di Roma nel periodo postpompeiano.

In Giudea sembra scomparsa  la costituzione voluta da Cesare a favore di Hircano, espressione sacerdotale dell’unità ebraica nel mondo romano e parthico,  che assicura la regolarità del culto del tempio e di Gerusalemme, il cuore della nazione, l’anello di congiunzione tra Dio e il suo popolo eletto.

 

 

 

 

 

 

Una vecchia questione

 

Una vecchia questione

Risposta a P. P.

Io e P. P.  siamo amici,  siamo stati in seminario (io in Ascoli e lui a Montalto, Ripatransone, Fano); abbiamo avuto eguale esperienza giovanile  (meglio, adolescenziale) e ci siamo sempre rispettati.

Lui riconosce, a parole,  le mie indubbie capacità di studioso e di ricercatore, ma chiaramente  disconosce  i meriti,  quando  afferma  che gli è stato sempre difficile un dialogo con me,  sottintendendo da una parte  la sua disapprovazione per la mia ricerca storica  (su Roma, sull’ellenismo,  sull’ebraismo e specialmente sulla figura umana di Gesù) e  dall’ altra rivelando il suo disagio di fronte alla mia specifica preparazione  storica, linguistica e semantica e alla sua modestia argomentativa.

Ora sulla base dell’Articolo apparso al n.3 anno 2005 del mensile Riviera delle Palme  “Una personale conclusione sulla storia del Cristianesimo”, riportato parzialmente e tagliato in varie parti, e dato alle stampe (senza mia autorizzazione e  senza le debite correzioni di bozza) in mia assenza,  dal  Direttore  ( che vi ha aggiunto una sua  premessa ), fa un suo intervento.

L’amico si sente sollecitato ad  intervenire  “ non tanto dalle argomentazioni addotte dall’autore, quanto dalla nota premessa della redazione  preoccupata ad attutire il colpo sul lettore “.

In effetti P.P.  sente il dovere di difendere il suo credo ed è preoccupato  per la  fede .

Egli comincia  col  precisare l’inesattezza del termine  conclusione  che a suo dire sottende  che le argomentazioni sono giunte al capolinea.

Io faccio notare all’amico che si tratta  non di un  solo lessema, ma del sintagma “ una personale conclusione”,  che ha un preciso valore unitario come risultanza   e che  è  fase iniziale in un percorso  di revisione,  definito nei miei lavori  linguistici, paradigma analitico conclusivo (che precede quello sintetico e quello critico),  che implica  solo  un parziale punto situazionale su una ricerca conclusa, non terminata, sull’argomento del cristianesimo (la ricerca,  in quanto tale,  non è mai esaustiva!), portato avanti per trentotto anni, ininterrottamente.

L’intervento di P. P.,  dettato da vecchie polemiche col direttore della rivista, è, comunque, centrato non specificamente sulla storia, ma  genericamente  sulla  fede,  distinta  dal  fideismo, e in sottordine su Gesù (inteso come un lieto evento, non una edulcorata storiella).

A parte la implicita polemica su storiella,  “stupida” perché fatta su una trascrizione sbagliata del testo ( io ho scritto: la datazione storica… è certo comprovata dalle altre indicazioni storiche su Pilato, sui tetrarchi Erode Antipa  e  Filippo…. letta dal direttore  indicazioni-storielle), chiaramente P.P.  è fuori tema e non in linea col mio lavoro storico (d’altra parte, in varie occasioni egli ha confessato di essere disturbato dal mio lavoro sul Cristo, tanto da  interrompere  la lettura di Jehoshua ed Jesous?-Maroni,2003-, opera da me portata  a lui,con affetto, per una valutazione serena) .

Non è quindi neppure necessario replicare sulle sue osservazioni: le sue argomentazioni (favorite dagli errori di trascrizione e da interpolazioni,  da puerili giudizi  e aggiunzioni al mio testo, specie su Girolamo) sono quindi inutili e  vano sfoggio di pura eloquenza e  gratuita cultura, da me  ben conosciute .

Inoltre, il suo intervento avrebbe avuto un senso solo dopo l’articolo di Alighiero Massimi (Riviera delle Palme, n.1 anno 2005, Angelo Filipponi, un profondo studioso di grande talento) che  lodava la profondità della mia  ricerca  e non ora  su un articolo così mal assemblato: avrebbe dovuto capire che quel testo aveva solo qualcosa del lavoro del suo amico ed avrebbe dovuto chiedere, data l’amicizia di  più di mezzo secolo, l’articolo completo, d’altra parte già conosciuto, perché  da tempo scritto, inviato ai direttori del Messaggero e di Corriere Adriatico e di riviste specializzate.

In merito ad un lavoro storico tanto complesso, di così lunga durata, che studia,  oltre la figura umana di Gesù, anche la storia di un quinquennio (che va dal 18 ottobre 31 al 36 d. C), fatta con un’ indagine non solo sui fatti storici, ma anche su quelli economici, in varie lingue ( aramaico, greco e latino) al fine di determinare la situazione storica giudaica, giudaico- ellenistica e giudaico-parthica e di  inserirla nel contesto dell’impero romano e di rilevare la guerra di circa duecento anni tra il giudaismo integralista e  l’ordinato sistema politico romano  prima repubblicano, poi imperiale (famiglia giulio-claudia; flavia ed antonina), P.P. ha il coraggio di  giudicare il tutto come  “nulla di nuovo sotto il cielo”,  sulla scia di  Qohelet.

Pur comprendendo l’amico  e la sua superficiale lettura, devo necessariamente far rilevare  le novità storiche  di un tale lavoro, oltre alla novità di metodo.

Ho piena coscienza di aver fatto scoperte culturali e letterarie, degne di essere propagandate a livello internazionale:

  1. Scoperta del ruolo nella storia romana della figura di Giulio Erode Agrippa figlio di Aristobulo di Erode il grande  e di Berenice, therapeuon -educator di Tiberio il giovane,  turannodidascalos di Caligola , fratello di latte di Claudio,  filosofo scettico, maestro dei cinque tropoi  che portano alla sapienza e assertore dell’epoché , re di Giudea (41-44).
  2. Individuazione e caratterizzazione di  Antonia minor, figlia di Ottavia e di Antonio, moglie di Druso Maggiore, madre di Germanico, Claudio  e Livilla,  sotto l’impero di Tiberio e sua antagonista  nella successione  con la costituzione di un partito giulio,  opposto a quello claudio, sua funzione mercantile e rapporto con il sistema bancario giudaico.
  3. Rilievo del vuoto di potere in Siria dal 18 ottobre 31 al 36 d. C, a seguito della influenza di Artabano III nell’area eufrasica,  dopo la  fine  di Elio Seiano, specie dopo la morte del governatore  Pomponio Flacco,  a causa anche  del mancato invio di L. Lamia come governatore da parte di Tiberio (che, impegnato a far fuori i suoi nemici seianei, trascura la politica orientale).
    1. Studio sulla figura umana di Jehoshua Barnasha Meshiah (Jesous Christos Kurios ), qanah,kain, maran.( zelota, mastro-architetto, re), sulla sua probabile epopea (vittoria  sui romani, entrata in Gerusalemme, conquista della città bassa, poi della torre Antonia e del Tempio, proclamazione del Malkuth, federazione con la Parthia, nuovo patto con Dio e riconsacrazione del tempio, nuovo calendario e nuovi sacerdoti, sua morte, dopo la conquista di Gerusalemme ad opera di Lucio Vitellio ).
    2. Scoperta della funzione mercantile trapezitaria (bancaria) degli oniadi (figli di Onia IV fuggito in Egitto nel 146 a. c.)  e specie  dell’alabarca di Egitto, Alessandro, della sua potenza economica dei suoi rapporti con Antonia minor, con Caligola e Claudio e quindi di tutto il giudaismo ellenistico con la famiglia giulio claudia  e con le comunità greca ed egizia alessandrina.
    3. Scoperta della presenza di un sacerdozio essenico in Gerusalemme accanto a quello sadduceo nell’epoca di Giulio Erode Agrippa e della funzione intermedia del  sommo sacerdote  Teofilo, figlio di Anano I, (a cui sono dedicati da Luca  Vangelo ed Atti degli apostoli)  .

    7. Novità  assoluta  è la  scoperta che sotto il sintagma  regno dei Cieli si cela una fase storica  che va dal 63 a.C. fino alla distruzione del Tempio del 70 d.c.  e che  termina con la Galuth (cacciata definitiva  del giudaismo dalla Palestina ad opera di Adriano dopo la rivolta di Shimon Bar Kokba 134-136 d.c.) ben distinta  da quella  conosciuta e contrassegnata  con il sintagma Il regno di Dio, che  inizia ad Antiochia  nel 43-44  e che diventa Cristianesimo, una religione licita con Costantino: per secoli si è pensato che i due sintagmi fossero solo sinonimi.

    1.  Di Teofilo, l’eccellentissimo Teofilo a cui Luca dedica il suo vangelo ( e poi anche Gli atti degli apostoli), nessuno sa chi sia.

    Saperlo non è un bene per i cristiani: è un figlio di Anano I e fratello di Anano II , che fece uccidere Giacomo il fratello nella carne di Gesù, cognato di Kaifas  Nel 37, l’anno dopo la morte di Gesù,  Vitellio dà la carica di sommo pontefice a Teofilo  al posto di Gionata, (suo fratello deposto)   cfr. Flavio, Ant. Giud. XVIII,123.   Curiosità nella curiosità: tutti i cinque figli di Anano I furono sommi sacerdoti, oltre al genero Kaifas ( Ant-Giud.,XX,198 )Teofilo fu rimosso da Erode Agrippa nel 41 e al suo posto fu fatto sommo sacerdote Simone, figlio di Boetho detto Cantera.

    Kaifas fu per 18 anni sommo pontefice  e dopo di lui si succedono i figli di Anano I: gli anano furono annientati dagli zeloti (cfr Guer. Giud. IV,160 e sgg).

    Non è qui il caso di mostrare le tante altre novità  linguistiche (sulla lettura del Padre Nostro, su passi evangelici  e biblici  ecc)  letterarie (circa il Peri Upsous,,circa  il sistema allegorico ecc. ) culturali e storiche, ma ritengo di poter affermare di essere uno storico,  che proprio perché in possesso di un metodo  linguistico-storico (con cui ho insegnato ed insegno proficuamente)  ho  potuto scrivere ponderosi saggi storici (tra cui ha  grande  rilievo  Giudaismo romano,  un ‘opera inedita per ora,  in tre tomi  che mostra, tra l’altro, la guerra tra Giudaismo e  Roma  con molte implicazioni socio- economiche,   includente anche la vicenda di Gesù Cristo),  ben valutati  da specialisti  come Riccardo Calimani  (autore di Gesù l’ebreo ,Rusconi Editore, di Paolo  Scie Mondatori) e da altri.

    Ricordo, inoltre, all’amico  che le traduzioni di Giuseppe Flavio, di Filone, di Clemente Alessandrino (oltre che quelle latine di Bernardo e di Goffredo di Auxerre) e la conoscenza, seppure modesta, dell’aramaico, mi hanno dato possibilità di lettura diversa rispetto a quella tradizionale e di maggiore comprensione degli enunciati in esame, grazie ad una migliore conoscenza  del contesto.

    Mi meraviglio che l’amico, conoscendo me come professore  (che  gli si è proposto per anni come formatore e come insegnante, fornito di metodo e che spesso gli ha illustrato le fasi del metodo, le suddivisioni in paradigmi conclusivo -analitico, sintetico, critico, ben evidenziati in tante lezioni tecniche sia a scuola che con libri –Leggiamo Insieme ..Ungaretti,  e in saggi come L’ Altra lingua, l’altra Storia, Demian, Teramo 1995 e  nel commento inedito al De Joseph di Filone di Alessandria), abbia potuto  scrivere:  A Filipponi manca il metodo storico, pertanto, non riesce ad evitare che le sue ricerche diventino apologetiche. Lui sa benissimo che io ho scritto  solo per ricercare  non per fare apologie  (non sono di parte).

    Tutto si può dire su uno studioso come Filipponi,  ma  neppure si può  pensare   che non abbia metodo: tutta la  vita è stata dedicata allo studio, alla ricerca  metodologica, alla storia: lo provano le mie tecniche operative e  la mia biblioteca,   lo dimostra l’ assenza dalla vita cittadina, l’anachoresis,  con la professione (oltre quella di  gelataio e  contadino ) muratore, unico svago ai tanti, lunghissimi studi di varia natura; lo testimoniano i miei alunni (professionisti seri),  che seguono  le mie impostazioni metodologiche linguistico-semantiche e storiche.

    E P. P. pensi al significato di amicizia, specie in senso senecano, rifletta sulla differenza e perfino sulla diversità di cultura  e soprattutto eviti di  dare giudizi  specie  perché  tra me e lui, ormai vicini ai settanta anni, c’è una grande  barriera culturale che diventa per lui, cosi teleologicamente confessionale, un abisso: è bene  però, accettare l’altro, senza volerlo etichettare, senza tentare valutazioni,  meglio ancora amarlo, cristianamente, senza conoscerlo.

    S. Benedetto  del Tronto ( che non è stata mia patria, nonostante il mio domicilio sessantennale) almeno stia zitta (a cominciare dal mio amico) su un suo cittadino volutamente ignorato e lo lasci lavorare in santa pace.

    Angelo Filipponi

    S. Benedetto del Tronto, 12.11.2005

Fuga di Erode

Da civis a Basileus!

La fuga di Heroodhs Iulios, civis romanus

La fuga di Erode da Gerusalemme, già occupata da Antigono, grazie all’aiuto di Barzafarne,   è  descritta da Flavio sia in Guerra giudaica che in Antichità Giudaica.

Gli antefatti sono il suicidio di Fasael- che si fracassa la testa su una sporgenza per non patire la prigionia (forse al suicidio, difficile in quelle condizioni di fuga, è preferibile la versione di un avvelenamento, tramite medici!) e la mutilazione di Hircano da parte di Antigono che gli stacca i lobi delle orecchie per invalidare il pontificato, che richiede perfetta integrità fisica.

Flavio cambia la toledot Generazioni  giudaica in  historia, concepita come opus rhetoricum maxime, dove al racconto  di un viaggio, diviso in quattro parti, si accompagna, oltre alla descrizione dei luoghi,  una serie di disavventure/ peripeteiai  con pathos, tanto da fare  un Romanzo ellenistico, con scene di pietas fraterno e filiale  e con la tensione amorosa sottesa.

Flavio, quindi, dopo aver scritto la sua prima opera in aramaico,con la pubblicazione in lingua greca  fa storia come ogni scrittore,  anche se professa di  servirsi dell’acribeia e di ricercare la verità,  ma in effetti fa un’opera prammatica secondo l’epoca in obbedienza ai canoni vigenti.

Così  narra Flavio in  Ant. Giud, XIV, 353 drammaticamente la vicenda della fuga da Gerusalemme, verso Herodion, lontana appena sette km, di Erode che porta in salva la sua famiglia: pose sopra i giumenti sua madre (Cipro), la sorella (Salome), la figlia di Alessandro, figlio di Aristobulo, che egli doveva prendere come moglie (Mariamne) e la madre di lei figlia di Hircano (Alessandra), le cose necessarie per il viaggio ed insieme ad una moltitudine, così andò in fretta in Idumea, senza che i nemici lo sapessero.

Lo storico, oltre ai dati per la comprensione della fuga, mostrail pathos, in un tentativo di emotiva partecipazione alla vicenda,ed aggiunge: non si può trovare  uomo così duro  per natura da non avere pietà, vedendo le donne  piangenti con i bambini,condotte  via, piangendo di dover abbandonare la patria, senza sperare di avere qualche bene.

E, dopo questa nota commossa, lo storico riprende: Erode sopportando con coraggio la crudezza della sorte  e forte contro ogni pericolo,  confortava i suoi durante il viaggio, invitandoli a non lasciarsi prendere dalla malinconia, la quale poteva essere pericolosa  nella fuga, con la quale solo sperava di salvarsi.

Nel fare questo breve  tratto si verifica  l’incidente della ruota del carro, su cui è trasportata Cipro, sua madre,  ed Erode, già scosso dalla mancanza di notizie circa la sorte del fratello Fasael, preoccupato dalla presenza dei parthi, oltre che degli avversari  politici, che lo incalzano, si deprime tanto da cercare il suicidio.

Flavio così dice: Erode quasi si uccise vedendo la madre in pericolo di morte, quando si rovesciò il suo carro.

Allora, preso da dolore e dallo spavento, timoroso che fosse raggiunto dai nemici, in questo stato disperato, trasse la spada per uccidersi, ma fu dai presenti trattenuto, i quali gli dissero: non dare questa soddisfazione ai nemici: non si addice a te, uomo forte liberarti così dai nemici e a loro consegnare i tuoi  più cari.

Flavio conosce il destino di Erode, la sua storia di re,  la sua forza morale, il coraggioso lottare contro le avversità!

E’ difficile credere  in questa fase iniziale di fuga, in uno stato d’animo depressivo in un militare di professione, egemoon di uno sparuto gruppo di fuggiaschi  bisognosi del suo coraggio e della sua forza!

Inoltre la vicinanza con la sua terra, l’Idumea  sotto il controllo della sua famiglia, dovrebbe dargli maggiore vigore!.

Erode è inseguito dai partigiani di Antigono il maran eletto dai parthi, ma in Idumea la roccaforte degli antipatridi, il pericolo è di molto inferiore.

Mentre Flavio seguita a  magnificare l’animus  forte di Erode, senza rimanere ancorato alla presente situazione e posticipa gli eventi futuri –Ed avendo molte volte combattuto coi Parthi, nel viaggio, riportò sempre la vittoria. E là dove sconfisse i Giudei, quando ottenne il regno, edificò una fortezza e una città di nome Herodion– ,  si verifica che arriva  il fratello Giuseppe con rinforzi   e con tanta popolazione fuggiasca, timorosa dei parthi.

Giunti nella città di Resa, col fratello si consiglia sul da farsi poiché lo segue una grande moltitudine, oltre ai soldati mercenari, stranieri,  e si decide che, essendo ancora lontana  Masada, quasi 50Km, è necessaria una selezione tra i fuggiaschi, dato  anche il limite di capienza della fortezza.

Perciò, a detta di Flavio,  ne mandò via più di 9000 ordinando loro di salvarsi in Idumea e diede loro le spese per il viaggio e da lì condusse con sé i suoi congiunti ed amici a Masada. Nella fortezza lascia suo fratello per la difesa delle donne  con 800 uomini (Guerra Giud, I,267).

Ora inizia la seconda fase del suo viaggio, quello verso la Nabatea, che sembra fatto quasi  in solitudine – probabilmente  con qualche cavaliere  di scorta e cammelli  per viveri ed acqua-

Erode ha intenzione di andare a Petra  e, perciò, si dirige verso sud e pensa che il re Malco, amico di suo padre, possa saldare il debito di 300 talenti con cui riscattare il fratello e  si accinge al viaggio, convinto di ottenere il denaro portando con sé il piccolo Fasael di sette anni, figlio del fratello primogenito, da dare come ostaggio alre nabateo.

Da Macheronte viene, invece, verso il piccolo gruppo di giudei una colonna di cavalieri con un messaggio, in cui  è scritto che è vietato  entrare nel territorio nabateo.

E così le carthae di credito di Antipatro  non servono per la riscossione del debito: ad Erode giunge la notizia che il fratello è morto e che quindi non ha l’obbligo del riscatto.

Secondo Flavio il re Malco ha un comportamento ambiguo per non pagare il debito: inizialmente respinge Erode e  gli impedisce di arrivare alla capitale sede del suo tempio tesoro, poi lo fa inseguire, per scusarsi, fino a Pelusio.

Lo storico mette insieme fatti diversi a seguito della conoscenza della fortunata fuga di Erode e del suo ritorno successivo in patria coi romani!

All’epoca della fuga, invece, Malco manda un messaggero  ad intimargli di uscire il più presto dal paese col pretesto di una imposizione dei parthi  (ibidem, 276)

Flavio, comunque, spiega che il re e i suoi consiglieri, desiderosi di appropriarsi della somma di Antipatro,  si comportano in modo infame  per non  restituire la somma dovuta.

Dunque, Erode deve volgersi verso L’Egitto, unica via libera di salvezza e  presentarsi a Cleopatra, prossima al parto dei gemelli.

Il viaggio in Egitto  è lungo e difficile, specie dopo le scoscese  pendici del  monte Casio dove c’è il tempio di Zeus, prima di  arrivare a Rinocolura e al lago Serbonide (Cfr. A.Filipponi,  Fuga in Egitto di  Giuseppe in Jehoshua o Jesous?, Maroni, 2003),   una zona  molto desertica anudron deinoos secondo Erodoto (St.III,5), dopo  tre giorni di cammino e poi, dopo  altri giorni,  fino a Pelusio (cfr. Guerra Giud. I, 277-78).

Secondo Flavio  il tetrarca non riuscendo  a trovare navi nella città, si rivolge alle autorità/egemones che lo accompagnano e lo scortano ad Alessandria.

Bisogna pensare che Erode fa lo stesso tragitto di suo padre Antipatro con i suoi 1500 soldati da portare in aiuto a Mitridate pergameno in soccorso di Cesare, imbottigliato ad Alessandria(cfr  Antipatro il padre di Erode. cit).

La fonte flaviana enfaticamente mostra l’azione di Erode e il suo cammino seguendo la vicenda del protagonista secondo la storiografa prammatica e quindi mostra letterariamente le vicende, senza curare l’aspetto morfologico e corografico, economico-finanziario. sociale,  teso a fare un ritratto eroico del protagonista poi divenuto Re di Giudea: allo storico interessa miscere utile et dulce per attirare il lettore romano-ellenistico, per caratterizzare la figura di Erode (prosopon equivale a faccia, persona, personaggio).

Allo storico preme il personaggio non la descrizione dei paesaggi durante la fuga e tanto meno mostrare gli interessi/affari di Erode per finanziare la sua lunga fuga  e per giungere fino a Roma, meta della sua fuga.

Non ci dà, infatti, né i compagni di fuga, che pur ci devono essere, né indica esattamente il percorso anche se dà qualche specifica  indicazione corografica e talora mostra uno scoraggiamento con depressione tale da far pensare al suicidio, inverosimile per un combattente audace, determinato a conseguire il suo personale skopos .

Chiaramente Erode sa che Antonio è lontano dall’Egitto da oltre otto mesi e conosce la situazione dei territori in Italia in subbuglio, specie quelli meridionali, avendo saputo della ricongiunzione con sua moglie Fulvia e poi degli accordi di Brindisi, del suo coniugium a Roma, in cui sta passando l’inverno.

Erode, pur non essendo un vero ebreo ma un arabo-idumeo, sa che per lui che si presenta con le lettere di Hircano, come precedentemente per  suo padre, scatta la tzedaqah.

Con questo termine si indica fare un atto di giustizia  con manifestazioni concrete proprie di un giudeo verso il fratello.

Erode può disporre, dunque, di depositi bancari familiari del tempio di Leontopoli, (anche se non di Antipatro) e  di ogni  trapeza banca egizia, che  sborsa moneta contante o chartae da presentare ad agenti che sono in qualsiasi  porto del Mediterraneo, obbligati a pagare quanto scritto nelle lettere di accompagnamento.

Non è escluso che Erode sia accompagnato da agenti di fiducia delle trapezai stesse, che patrocinano l’impresa erodiana.

Erode conosce come  la pietà con  commiserazione per il fratello in difficoltà non rimane sterile eleos, ma si traduce immediatamente in  prestito in denaro, come atto di giustizia verso il contribulo.

Essere tzadiq è aspirazione dell’usuraio ebraico, specie alessandrino,  che si purifica con  l’assistere il fratello.

Erode, quindi, prende moneta  liquida  e chartulae  creditizie  da versare in trapezai nei porti greci, accettate  con  scambio immediato in talenti, dracme,  denarii, sesterzii, assi, quadranti    per finanziare la sua impresa.

Chiaramente al suo seguito ci sono trapezitai ed argentarii  insomma uomini di affari   che o personalmente o  tramite schiavi  dispongono di servi tesorieri,  cassieri, probatores  e  publicani che dissigillano tramite impiego di tessere  il sigillo di sacchi chiusi,  contenenti monete saggiate, in qualità di negotiatores  (Cfr J.Andreau, Le vie financière dans le monde romain. in Annales  Année 1989 e A. Petrucci, Mensam exercere, cit).

Non si crede che Erode sia ricevuto da Cleopatra,  impegnata  nei preparativi del parto.

Probabilmente la notizia di Flavio che Erode è accolto e trattenuto a corte, comunque, con la promessa di diventare un egemoon  strategos dell’ esercito  egizio senza essere persuaso  a  rimanere, non è vera, ma  sottende  solo un atto formale di amicizia e di ospitalità.

 Infatti lo storico subito scrive: Erode è deciso a recarsi a Roma  sebbene sia inverno e  l’Italia sia in rivolta e in gravi disordini. (ibidem,376).

Si sa che Erode  con l’aiuto di qualche nave egizia mercantile giudaica, anche se ai primi di novembre, fa vela verso la Panfilia, dove, a causa di una tempesta,  riesce a  fatica a  raggiungere Rodi,  dopo aver gettato a mare il carico( Ibidem 37)

Erode, nonostante il naufragio e la perdita del carico, ha molte risorse finanziarie  se poi  con l’appoggio  di due cives romani, probabilmente giudaici ellenisti, armatori, di nome Sappino (Sapkika) e Tolemeo, può aiutare gli abitanti di Rodi capitale, a ricostruire  e restaurare la città, danneggiata nel corso della guerra  contro Cassio, e poi allestire una triremi  e fare vela verso l’Italia,  con gli amici e col suo gruppo pelusiaco ed alessandrino di trapezitai.

Da Flavio si conosce Brindisi come luogo di approdo, da cui inizia il viaggio per Roma.

Il viaggio di 568 km Brindisi – Roma  è un iter lungo e richiede per un gruppo di cavalieri  una diecina  di giorni da farsi a  tappe  servendosi delle stationes/paroikiai- luoghi di fermata e riposo per il cambio di cavalli – e dell’aiuto dei paroikoi, incaricati statali che riforniscono di viveri,- sale e pane- offrono (Parechoo/concedo, do) un tetto (albergo)  e  accomodano i carri e dànno l’occorrente per il viaggio provvedendo di fieno e  paglia  ai cavalli, lavorando di norma  per i tabellarii, ma anche ad ogni viandante,tramite pagamento di sesterzii, o  gratuitamente per i magistrati.

Orazio con la V satira – il viaggio a Brindisi – mostra, tre anni dopo il viaggio al contrario di Erode,   le varie tappe prima di arrivare alla meta con i suoi amici, plenipotenziari.  A noi non interessano i vari passaggi e la divisione dell’iter in tappe: si crede, comunque, che il gruppo speditamente arriva a Roma, dopo avere fatto il tratto marittimo  della Apulia  e scavalcato l’Appennino,  senza perdere l’occasione di vedere Terracina/Anxur il tempio di Iuppiter Anxurus (Virgilio, Eneide, VII, 5,799)  (sul Monte S. Angelo), il cui culto oracolare è sacro per le popolazioni circonvicine come  Monte Sion di Gerusalemme per gli aramaici.

Erode, arriva a  Roma intorno al 20 di Dicembre  e vi resta sette giorni.

Flavio, infatti,  racconta che il giovane si presenta in  casa di  Antonio, alle Carinae e racconta quanto gli è capitato , mostrando come suo fratello Fasel  è stato preso ed ucciso dai Parthi, come Hircano sia tenuto da loro prigioniero  e come Antigono sia stato fatto re  con la promessa di dare 1000 talenti e 500 donne delle prime famiglie e della stessa loro stirpe e come lui,  di notte, allontanate le donne, preventivamente,  sia fuggito dalle mani dei nemici e sopportato tante difficoltà.

Erode aggiunge che i suoi parenti, partecipi del suo pericolo, subiscono ora l’assedio (a Masada) e che lui avendo navigato nella tempesta, ha superato alla fine ogni pericolo, spinto dalla premura spoudh-studium di raggiungere Antonio, in cui è riposta ogni speranza di aiuto (Ant Giud.,XVI,  379-380).

Antonio è il suo Theos, in cui è posta ogni elpis in quanto è monh Bohtheia: Erode non è un ebreo, non è un aramaico, che recita lo shema e che ha un solo padrone, Dio!

Erode non è un giudeo, è un romanizsato e philellhn che crede in Roma, in Antonio, in Belial/ il denaro! Il termine spoudh condensa lo stato d’animo di chi ha cura, interesse, assillo, amore  fisso e compie ogni azione per il conseguimento della sua ansiosa cura/therapeia nel completamento del suo studium.

Flavio mostra come Antonio abbia compassione delle sofferenze  del fidus Erode e pensa alla sorte comune  di uomini, che pur di alta condizione sociale,  siano soggetti ai capricci della fortuna!.

Ricordata l’amicizia ed ospitalità di Antipatro, intascato il denaro  dei trapezitai ebraici, Antonio dichiara di essere disposto a difendere la sua causa contro Antigono, da lui odiato perché considerato persona sediziosa e nemica dei romani (stasiasthn ..kai romaiois echthron ibidem, 382).

Secondo Flavio anche Ottaviano è dalla sua parte, perché cognato di Antonio, ora, e perché memore dei benefici di Antipatro nei confronti del padre Cesare,

 Perciò, Ottaviano era  molto ben disposto alla concessione della dignità e alla cooperazione a  quanto Erode desiderava / pros thn acsiosin kai thn toon bouleuto Hroodhs sunergeian etoimoteros hn (ibidem 383).

Flavio aggiunge per mostrare i documenti, su cui si basa l’elezione a Basileus di Erode (ibidem 384-385) la convocazione del Senato, e la sua unanime decisione di contrapporre al maran/re aramaico, illegittimo, di nomina parthica, il basileus, legittimo,  di nomina romana, evidenziando il crimen di Antigono e la regalità riconosciuta di Erode: convocato il senato, (M. Valerio) Messalla (Corvino)(praetor suffectus nel 40, console nel 31)  e  (L.Sempronio ) Atratino  (anche lui praetor) presentarono Erode  e ricordarono i benefici di suo padre, come era stato favorevole ai romani e contemporaneamente accusavano Antigono  affermando che era manifesto nemico dei romani  non solo per le azioni precedentemente da lui commesse,  ma perché ora avendo avuto il principato dai parthi disprezzava i Romani. Il senato si eccitò per tali discorsi ed Antonio dimostrò che era bene che Erode avesse il regno nella guerra contro i parthi. La proposta piacque a tutti e si stabilì di creare re Erode.

Non diversamente lo storico scrive in Guerra giudaica I.285 riferendo le parole di Antonio – per cui tutti votarono a favore  epipsephizontai pantes-:  pros ton kata Parthooon polemon  basileuein  Heroodhn  sunpherein elegen /per quanto riguarda la guerra dei Parthi, diceva che è conveniente che Erode regni.

Si rilevi l‘equivoco di Pros ton kata Parthoon polemon: sembra che si voglia dire che Erode sia un dux utile alla guerra contro i Parthi o quanto meno che il regno di Erode convenga nella guerra contro i Parthi, insomma che nella particolare situazione siriaca il regno di Erode  possa aiutaree favorire  il ripristino dello status quo in tulla  la zona.

Lo storico  ebraico, oltre al possibile aiuto militare e finanziario effettivamente dato da Erode nel 38 che va di persona a Samosata, forse  ritiene  il Regnum  erodiano conveniente sumpheron  all’impero romano in oltre trenta anni,- dal 38 al 4 a.C.. ai fini della romanizzazione ed ellenizzazione della regione!?

Flavio, in conclusione, precisa che, riunitosi il senato, in seduta straordinaria –  si dovrebbe essere nel  periodo dei Saturnalia , tra il 17 e 23 dicembre –  i pretori presentano ufficialmente Erode figlio di Antipatro, il soothr di Cesare, e lo oppongono all’asmoneo aramaico filoparthico, che ha misos per i romani.  Subito dopo Antonio, visto propenso il senato, afferma che è un bene che Erode regni nella guerra contro i parthi, determinando così l’elezione a Re di Erode.

Lo storico  giudaico aggiunge  e spiega. che secondo la logica sacerdotale ebraica l’elezione non è legale,  in quanto il titolo spetta di diritto,  se deposto Antigono, ad un altro asmoneo, ad Aristobulo III, fratello di Mariamne, destinato così a morte, nonostante la parentela: Antonio aveva molta famigliarità con Erode ed aveva ottenuto per lui un regno  contro ogni sua attesa e oltre la sua speranza: lui non era andato per chiederlo, poiché neanche pensava che i romani  dovessero concederglielo perché erano soliti darlo ad uno della famiglia sacerdotale: lo avrebbero dovuto dare al fratello di sua moglie, che era da parte paterna nipote di Aristobulo e per parte materna, nipote di Hircano (Aristobulo III) – e questi invece Erode fece uccidere, come diremo a suo tempo( Ant. Giud. XIV, 386-387).

Erode non ha titoliper ‘elezioen regale, è un privato e  un popularis!

Flavio mostra accuratamente le fasi solenni, che seguono lo scioglimento del senato: questo titolo, cosa che nessuno sperava, il senato diede, entro 7 giorni,  e lo licenziò dall’Italia; Antonio e Cesare, avendo lasciato il senato, tennero in mezzo Erode e precedettero gli altri consolari per sacrificare in Campidoglio  e per porvi il decreto del Senato.

 Lo storico usa quasi gli stessi termini in Guerra Giudaica  I,285, dove spicca la posizione centrale di Erode tra Antonio ed Ottaviano che va con gli upatoi (consules), attorniati dagli altri magistrati Thusontes te kai dogma anathhsontes eis to Kapetoolion.

Con i due futuri- participi- , col solo dogma/editto, usati con valore finale,  Flavio indica in modo compendioso che si va all’aerarium, che è nel Tempio di Saturno, sito alle falde del Campidoglio, sottendendo forse il tabularium. Per meglio documentare Flavio aggiunge: Antonio poi fece un convito ad Erode, il primo del suo regno  nella 184 ^ Olimpiade e sotto il consolato di Domizio Calvino Secondo  e di Caio Asinio (Anno 40).

La notizia sottende un‘altra, cioè l’invio di corrieri a notificare la partenza già avvenuta di Ventidio Basso e quella prossima di Erode a  L. Dellio, che è presso Cleopatra  con l’ordine di tenersi pronto ad unirsi ad Erode per ristabilirlo nel paese contro Antigono, con il sostegno di Silone e di Ventidio stesso.

Non sembra, a questo punto,  nemmeno il caso di dover controbattere le opinioni di Shalit (op cit)  e di Prause (op. cit. e di altri che ritengono che Erode sia andato a Roma per difendere i dritti del cognato, un ragazzo di 12 anni, insignificante per il senato romano che invece ben conosce Antipatro e i suoi figli per la filoromanità accertata.

Per me,  la comprensione esatta di questi passi flaviani, tradotti tra il 1970 e il 1980,  ha permesso di superare il nodo della basileia legittima per i filoromani,ma illegittima per gli aramaici. Inoltre dopo questa lettura ho potuto procedere spedito sulla decifrazione del crimen di Gesù Christos, punito come quello di Antigono, flagellato ed ucciso da Antonio ad Antiochia, coram populo, come esempio illegittimo di regalità, senza autorizzazione romana (Ant Giud., XIV, 487-491.)

L’uccisione avviene per istigazione di Erode, il quale  teme che Antigono,  portato a Roma, possa  dimostrare di  essere il legittimo re, nonostante le offese al popolo romano, rispetto a lui  comune, privato, cittadino.

Secondo Flavio Erode diede molto denaro ad Antonio e lo convinse a liberarsi di Antigonoed ebbe fine il potere degli asmonei  dopo centoventisei anni.

Lo storico conclude così: Splendida ed illustre  fu la loro casata  sia per stirpe che per il loro ufficio sacerdotale ed ancora di più per le imprese compiute dai fondatori per la nazione. Persero, però, il regno a causa delle lotte interne e lo passarono ad Erode, figlio di Antipatro, venuto da una famiglia comune  popolare  e da una stirpe che era soggetta ai re.

Flavio, di famiglia sacerdotale, imparentato con gli asmonei mostra la disparità tra la nobiltà asmonea ed Erode, definito idioths un privato, la cui famiglia è popolare – oikias dhmotikhs– e il  cui  genos /stirpe è idiotikon kai  upakouon  tois basileusi / privata e soggetta ai re.

Antonio per lo storico ebraico, che rileva l’accanimento contro il povero Antigono,  è nel complesso uomo mite, certamente  più pius che crudele:  è suo il comando di rinviare a Gerusalemme dai parenti  per una dignitosa tumulazione  il cadavere  del padre di Antigono, Aristobulo II, morto nel 49, tenuto sotto miele, insepolto,  per anni !

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Antonio e l’Asia

Antonio e l’ Asia

Dopo la vittoria a Filippi, Antonio, attraversata trionfalmente la Grecia, veleggia verso Efeso e prende possesso ufficialmente  delle zone dell’Asia Minore e della Siria.

Noi nel libro  Antipatro, padre di Erode  non abbiamo fatto una reale situazione storica sul periodo 44-40, ma abbiamo solo  accennato ad episodi successivi la morte di Cesare, perciò  ora si ritiene necessario fare un vero punto situazionale, seppure sintetico, per far partecipare effettivamente il lettore agli eventi orientali e per far comprendere  quanto sia  difficile  la scelta di pars per un civis romano asiatico  o siriaco o palestinese tanto da  rischiare la vita, nel clima di tante guerre civili, che si succedono in questi circa 4 anni.

Inoltre, essendo convinto della difficoltà oggettiva di comunicazione ufficiale, tramite lettere senatorie  o ambasciatori,date le distanze geografiche, di solito tardiva, rispetto alle voces  popolari dei porti (Pozzuoli, Brindisi, Corinto, Efeso, Alessandria, e alle forme suppletive  dei messaggi cifrati di fumi sui monti, dell’uso dei colombi e dei tabellarii, pur celeri (Cfr .Arte e comunicazione nel Mondo antico, a cura di E.A Havelock e J.P. Hershbel, Laterza 2005)   penso di fare cosa gradita ad un mio discepolo , riportando  quanto scritto  sommariamente nel precedente libro,   Antipatro , padre di Erode.

Erode  sa che la nomina di Cassio è del senato, ma attende notizia da Antonio che è impegnato nella guerra modenese -in cui si sono scontrati le forze senatorie comandate dai due consoli dell’anno Gaio Vibio Pansa e Aulo Irzio, congiunte con le truppe del giovane Ottaviano e l’esercito di Antonio, che assedia il cesaricida Decimo Bruto, il 21 aprile del 43 risultato sconfitto-.

 La vittoria senatoria non ha impedito, a causa della morte dei due consoli quasi simultanea, ad Antonio, comunque, la congiunzione con le altre forze cesariane e  con quelle di P. Ventidio Basso proveniente dal Piceno e con quelle dalle Gallie di Emilio Lepido e di Munacio Planco

.Grazie a questa riunione di forze cesariane Ottaviano è costretto a venire ad un accordo (poi sancito dalla lex Tizia, con Emilio Lepido ed con Antonio).

Perciò il testo, non potendo essere chiaro per i limiti sintetici, deve essere  precisato ed integrato con maggiori dati, in modo accurato da evidenziare i fatti, le personalità coinvolte, le ragioni degli eventi del periodo (A. Levi, Augusto, op,.Cit)

Prima di morire Cesare ha pianificato, come suo solito lo stanziamento delle varie legioni, poste nei punti chiave dell’Occidente, fissando i munera  dei rispettivi legati e segnando le regioni  affidate, ed  ha  fissato per la Guerra parthica la ricongiunzione di tutte le milizie  orientali con quelle già poste sotto Ottaviano, suo erede ad Apollonia, destinate a partire il 18 Marzo.

E’ un imponente esercito, mai visto  in azione nell‘impero romano, con due grandi basi navali quella di Miseno sul Tirreno  e quella di Ravenna sull’ Adriatico.

Ora dopo la sua morte, nel marasma rivoluzionario e controrivoluzionario, stabilitosi in città, alla presenza ancora dei cesaricidi, garanti del piano strategico militare devono essere i consoli e il senato .

I due consoli dell’anno 44,  Marco Antonio e Cornelio Dolabella, già per conto proprio  elementi irrequieti ed inaffidabili, succubi delle rispettive mogli,(Fulvia e Tullia), risultano  impegnati non solo a frenare i tumulti cittadini,  ma anche a falsificare il testamento cesariano ed altri scritti  del dictator a proprio vantaggio (Cfr Cicerone, II Filippica)

Solo dopo un quattro/ cinque mesi dalla  morte, tra luglio ed agosto  la situazione  si delinea in senso popularis ed antoniana  e sfavorevole ai cesaricidi che fuggono in Asia e anche ai conservatori pompeiani che già si sono appropriati della flotta di Capo Miseno con Sesto Pompeo, richiamato dalla Spagna.

Cesaricidi e pompeiani, comunque, fanno affidamento sul senato  e su Cicerone ora tornato nell’agone politico, dopo la stasis forzata in ottemperanza al divieto cesariano: hanno accolto il giovane Ottaviano – il quale, venuto da Apollonia, come un capobanda. ha arruolato truppe ed ha inglobato nel suo raccogliticcio esercito molti disertori e si è presentato a Roma facendo un colpo di stato e si è dichiarato  capo del  partito aristocratico – con  l’appoggio di quasi tutti i senatori ,convinti di trovarsi di fronte ad un apolitico iuvenis di 18 anni e di poterlo manovrare a proprio piacere.

Secondo diritto, al di là del comportamento consolare, Antonio, temendo,un’azione congiunta, subito dopo la fuga dei Cesaricidi, impone a Decimo Bruto di deporre il comando della Gallia  ed invade il territorio con le truppe centro- settentrionali cesariane,

Il senato, che avrebbe dovuto ratificare la legittimità  del decreto consolare, invece, spedisce truppe, alla fine dell’anno in soccorso di Decimo Bruto, facendo scoppiare la guerra civile.

All’inizio dell’anno successivo i due consoli Irzio e Pansa , seguiti da Ottaviano , che ora ha un imperium propraetorium, marciano  contro Antonio, che assedia Decimo Bruto a Modena con sei legioni ed è in attesa dell’arrivo  di altri legati cesariani.

Antonio ,fiducioso nel loro arrivo, attende, pur temendo di essere accerchiato dalla coalizione senatoria .

L’ ordine, dunque,  dato da Antonio, è contraddetto dal senato che obbliga Munacio Planco ed Emilio Lepido  a portare aiuto non al collega cesariano, ma  ai consoli eletti  e ad Ottaviano.

Ne  deriva  che a  Roma sorgono tafferugli per cui molti fuggono  e si dirigono verso lo schieramento militare a  seconda del loro indirizzo politico.

Decidio  Saxa, Ventidio Basso e Lucio Censorino decidono di saguire Antonio, anche se  proclamato dal senato nemico dello stato e quindi ne condividono la sorte  insieme ad Asinio Polione  che sta venendo dalla Spagna (Cicerone, Ad Brutum, .1,3  hostes autem iudicati, qui M.Antoni  sectam secuti sunt.)

Ventidio Basso, mentre attende Pollione, procede lentamente con due legioni e nel cammino rastrella disertori, con cui forma un’altra legione, in massima parte, umbri e piceni-.

Anche Munacio Planco tergiversa  ma ha un suo piano in quanto  ambiguo e opportunista, eukairos, e all’occorenza anche morbo proditor  secondo la valutazione del militare Velleio Patercolo (St.Rom. II, 83, 1-3).

Molto diverso è il giudizio del politico Cicerone che ha la massima  fiducia  (ad/ Familiares, 10,14 ) in un uomo definito da tutti infidus kinaedos, specie abile a mascherarsi come pantomimo della fabula saltica.  estremamente lascivo e sfrontato  nel suo erotismo campano.

Grazie alla vigilanza di Ottaviano e dei consoli, i conservatori  impediscono il ricongiungimento ai legati antoniani che cercano  di passare l’Appennino e  di congiungersi a nord .

Allora Lepido con quattro legioni si stanzia nella Gallia Narbonense,  Planco con altre 4  nella Gallia Lugdunense ed attendono  le tre legioni di Pollione, ferme in Spagna e solo Ventidio tenta un colpo di mano su Roma per spaventare la popolazione e per sollevare il popolo a favore di Antonio. Siccome mancano i rifornimenti, la situazione di Modena è tragica a causa della fame .

Antonio, comunque, non riuscendo a aprendere la città,  temendo  di essere attaccato e circondato , fa una sortita contro Pansa  nei pressi di Forli e lo sconfigge e ne provoca il ferimento (viene portato a Bologna, dove muore).

Il tempestivo arrivo di Irzio, però, fa fuggire Antonio che comunque, apprende la morte in battaglia di ambedue i consoli.

Anche se è costretto ritirarsi all’arrivo di Ottaviano, Antonio  risulta in vantaggio rispetto all’ avversario politico che cerca di conciliarsi con i legati cesariani  in un riavvicinamento generale di tutto il partito popularis antisenatorio.

Perciò, non insegue Antonio  anche se Cicerone ancora esulta  ed è fiducioso in Planco, convinto che  anche dopo la morte dei due consoli. con 14 legioni congiunte si possa prevalere sui populares

Ottaviano, invece, si riconcilia con Antonio e conclude con lui e con Lepido il secondo  triumvirato che risulta ora magistratura, proposta da un tribuno, in Roma.

Come conseguenza la capitale ha un bagno di sangue: ogni triunviro mette a morte i nemici con liste di proscrizioni : Cicerone, proscritto da Antonio,  muore il 7 dicembre del 43  a Formia.

Ora, gli eserciti antoniani  secondo Levi (Cfr  A.M. Levi, Augusto e il suo tempo, Milano 1986) passano  gli  Appennini  e  le  Alpi e si accordano per avere una precisa coscienza delle loro forze.

Questi, riuniti, sono in attesa di Antonio e collegano le truppe  fra  loro: Lepido, governatore  della Narbonense ha 4 legioni; Asinio Pollione della Spagna  ne ha 3;  Munacio Planco. governatore della Lugdunense  4 legioni ;  Ventidio Basso tre (inizialmente  ne ha  due poi ne forma un’altra con disertori dell’Umbria e del Piceno (Appiano, St.Rom.,3,72):

Antonio senza più ostacoli da parte di Decimo Brutto e di Ottaviano incontra i suoi legati a Vada Statia  Vado ligure  (Cfr.  Cicerone  ad Fam. 11,10)

Ci sono ancora, comunque,  scaramucce con Antonio  da parte dell’esercito senatorio che opera  contro i nemici dello stato, nella convinzione  di un reale appoggio dell’antoniano Munazio Planco che, invece,è  già collegato con gli altri legati cesariani.

Ottaviano, divenuto console con Quinto Pedio, altro erede cesariano,   torna ad essere   cesariano, acclamato da tutti ed abbandona la fazione senatoria e Decimo Bruto.

Segue una divisione dell’Occidente sulla base  reale dell forze dei singoli capi e delle zone effettivamente controllate: ad  Antonio toccano tutte  le Gallie meno la pars pirenaica  con la Spagna affidata al cesariano  Asione Pollione, mentre il resto della Spagna a Lepido,  a d Ottaviano spetta   L’Italia:  l’Oriente risulta ancora da dividere, in quanto dominato da forze pompeiane e retto dai cesaricidi in molte zone, col favore del senato stesso.

Le province di Antonio sono assegnate ad Asione Pollione la Gallia Cisalpina, a Ventidio Basso la Lugdunense, mentre a Fufio  Caleno il  resto della Transalpina  (Cassio Dione St.Rom, 48,10 ;  Appiano,,St.Rom.,  5,3 ) e a Planco  la Narbonnese.

Mentre questi Legati per Antonio e Vipsanio Agrippa  per Ottaviano (In Italia) tengono il loro esercito in servizio in  Occidente, i duumviri (Lepido non partecipa)  affrontano i cesaridi e li vincono a  Filippi   (Plutarco, Antonio,22)

Mentre Ottaviano torna in Italia  per l’assegnazione  ai veterani delle terre in Umbria e in Galla Cisalpina, avendo contrasti coi proprietari espropriati,che formano una classe intermedia di piccoli ed autonomi possessori  di terre   ed Antonio inizia il suo viaggio da trionfatore in Grecia e in Asia, inizia, a causa di Fulvia, sua moglie  e di Lucio Antonio suo fratello, la guerra di Perugia, dove i due  si sono asserragliati per difendersi  dai legati ottavianei, blandamente soccorsi dai legati antoniani

Moglie e fratello di Antonio rivendicano che non solo Ottaviano ma anche Antonio ha il merito delle assegnazioni e vogliono estenderla al meridione dell’Italia specie in Campania, dove nell’inverno del 41/40,  ad opera di Munacio Planco,  si fa la suddivisione nel beneventano tra i campani.

La situazione in Italia  è  caotica , dunque del subito dopo la presa di Perugia, in quanto ci sono contrasti tra i beneficiari dell legge   gli espropriati e cacciati dalle terre  e  disordini, in seguito alla fuga dei due cognati che cercano di congiungersi con Munacio Planco,che ha l’ordine di  condurre le proprie forze in Oriente e mettersi a sua disposizione

Fulvia e Lucio Antonio in fuga, sono desiderosi di congiungersi con Antonio insieme a Planco, che ha le truppe pronte per l’imbarco a Brindisi.

Questa è a situazione in Italia nel 40 mentre i Asia ,In Siria e in Palestina già è in atto l’invasione dei Parthi.

La zona occupata  è molto ampia e  gli eserciti parhici sono tre suddivisi in modo da controllare  tutto il territorio occupato: Quinto Labieno, figlio di Labieno, ex cesaricida fuggito  in Parthia è  ora  parthicus dux  un condottiero con poteri di satrapo e guida l’esercito col satrapo  Barzafarne (detta anche Barzafrane e Phranipate) e con Pacoro il figlio  di Orode II, principe ereditario.

L’Asia Minore è sotto controllo di Quinto Labieno che è stanziato tra il Tauro e l’Amano, mentre la costa asiatica -meno  la zona costiera tra Panfilia e Cilicia – è controllata dalla flotta romana che domina il Mediterraneo,  specie quello meridionale con la flotta egizia alleata  e quella fenicia.

Labieno come  Parthicus legatus  di Pacoro controlla dunque la zona  quando già, Barzafarne è passato dalla Siria in  Galilea.

Ad Hircano, etnarca di Giudea,  sono note le vicende dell’invasione e forti sono le ripercussioni sul  territorio  giudaico in quanto sono riprese le staseis filopartiche dei lhistai e le sedizioni popolari fomentate da farisei  ed esseni.

Hircano, dunque, dopo la sconfitta di Cassio a Filippi, la morte di Antipatro prima e poi di quella di Malico, ha seguito il trionfale procedere di Antonio in Asia, ma ha rilevato  continue agitazioni  nel suo  territorio.

L’etnarca, come tutti i re di Asia, piccoli o grandi, hanno dignitari di corte, presposti ai servizi segreti (Oi epi toon aporrhtoon in Appiano, Mithridateios, XII,22,85 e in  Plutarco, Lucullo,17), confermati da un’iscrizione di Delo (cfr. F. Durrbach, Choix d’inscriptionS de Délos, Paris 1921).

Hircano, perciò, rileva in Giudea un mutamento generale  insurrezionale a causa della vittoriosa impresa parthica,  data la comunanza di lingua di religione  e di tradizioni.

Esseni e farisei sobillano il popolo richiamandolo alla propria cultura, alla musar e a ribellarsi alla romanitas, ai sadducei e  ad  Hircano e ai figli di Antipatro suoi egemones, onorati e da Cesare  e dai romani.

Perciò  l’etnarca, ora  vedendo precaria la situazione di Fasael e di Erode, che sono rispettivamente  epimeletai  di Galilea  e di Giudea, in quanto rovinati dalla scelta cesaricida, insicuro circa la nuova scelta di pars  tra Antonio ed Ottaviano, è  pressato dagli integralisti filoparthici, Lhstai-zelotai.

Dopo l’assassinio di Malico, crede giunto, comunque,  il momento di una separazione dai romani e dalla protezione degli antipatridi anche loro incerti su Antonio – che Neos Dionisos  è accolto dalle città greche, come il dio sooter dell’Oriente e che ora sbarcato in Asia, è festeggiato da folle di suoi acclamatori tanto che in Bitinia lo definiscono figlio di Heracles  –  e su Ottaviano, che sta risolvendo la guerra perugina fomentata da Lucio Antonio e da Fulvia, la moglie di Antonio- che hanno ingigantito il problema dell’assegnazione di terra ai militari reduci,  a scapito dei coloni umbri e gallici, desiderosi di spartire anche il territorio beneventano a favore dei milites antoniani-.

Ora a corte, a Gerusalemme, domina Elice, il fratello di Malico, che è voglioso di vendetta e contro Erode e contro i romani, consapevole dell’ambiguità di Hircano, che ha dovuto cedere alla bia romana.

Elice trascina il debole Hircano verso i piani di Malico cioè di un rafforzamento della pars aramaica, in una richiesta di aiuto ai parthi, già pronti per l’invasione della Siria, desiderosi di recuperare il potere secondo la cultura achemenide e seleucide. Flavio(Guerra Giudaica,I, 236) dice che di nuovo sorge una stasis in Gerusalemme contro Fasael che, comunque – nonostante il mancato aiuto del fratello Erode, nel frattempo malato e trattenuto presso Gaio Fabio, un legatus cesaricida, lasciato come responsabile di Damasco – riesce a domare.

Elice, però, col favore da Hircano si impadronisce di phrouria (roccaforti)  tra cui anche Masada, e si collega anche con Antigono che, favorito da Tolomeo suo cognato e da Marione, tiranno di Tiro, cerca di invadere la Galilea e di occupare tre fortezze (Ant. Giud, XIV 297-89)  grazie anche  a  Gaio Fabio,  corrotto con denaro.

La vicenda si conclude con una violenta reazione,  vittoriosa, di Erode che sconfigge i tiranni a lui contrari ed Antigono stesso,  prima ancora di poter entrare in Galilea e si presenta come vincitore a Gerusalemme.

Hircano ora, di nuovo si piega,  alla necessitas  e si riappacifica  con gli antipatridi,  presentandosi  con corone ad Erode  insieme al popolo gerosolomitano, concludendo con lui un accordo grazie alla promessa di matrimonio tra il figlio di Antipatro e sua nipote Mariamme, figlia di Alessandra e di Alessandro, figlio di Aristobulo. (Ibidem, 300).

D’altra parte la sua strategia antierodiana non ha avuto successo in Bitinia perché Erode corrompe Antonio con denaro e si compra la fiducia del triumviro, un tempo amico di suo padre: la denuncia dei suoi ambasciatori contro Erode, già seguace di Cassio,  non è accolta (Ibidem, 302).

Perciò, Hircano di fronte alla bia  romana si arrende e interrompe le sue relazioni con gli altri reguli, che hanno stretto patti di non belligeranza con i Parthi  i quali hanno chiesto ai re di Galazia, di Cappadocia e di Cilicia di poter passare per il loro territorio.

Hircano ha mandato, poi,  un’altra ambasceria ad Efeso, dove si trova Antonio, che ha accettato la sua  corona d’oro ed  ha fatto un decreto a favore dei giudei, indirizzando lettere a Tiro e ai suoi abitanti, a Sidone, ad Antiochia ed Arado (Cfr. Ant.Giud.,306-322).

Hircano, quindi, ora viene onorato da Antonio, che segue la politica cesariana in favore degli ebrei, filoromani, abolendo quanto fatto da Cassio  secondo il nuovo mandato senatorio, conforme ai decreti cesariani.

Antonio dice espressamente noi, dopo aver spezzato con le armi la follia di Cassio, con editti e decreti ristabiliamo l’ordine nei territori da lui saccheggiati,  in modo che i nostri alleati  riabbiano il loro. E quanto fu venduto ed apparteneva ai giudei, sia persone che beni,  sia restituito; gli schiavi siano liberi come  erano prima, e i beni siano restituiti ai padroni originari (Ibidem, 321).

Secondo Flavio, Antonio così chiude E voglio che chiunque non ottemperi al mio editto sia portato in tribunale  e, se reo.  sarà mia cura punire, come merita, il suo delitto (Ibidem 322).

A Dafne, non lontano da Antiochia, di nuovo Antonio fissa il suo pensiero a favore degli ebrei e di Erode, che ha ancora di più pagato  denaro e fatto doni, e che riesce a parare i colpi delle accuse rivoltegli da abili parlatori, che sostengono i diritti di oltre 100 protoi e di Antigono, grazie a Valerio Messala Corvino e allo stesso Hircano.

La vittoria è completa perché Antonio chiede espressamente ad Hircano, su richiesta di Valerio Messalla, dopo aver sentito le due partes: quale dei due capi governa meglio la nazione?

Avuta la risposta: Erode e i suoi,  cioè il gruppo filoromano  Antonio  se ne rallegra, ricordando il padre e la sua impresa sia con Gabinio che con Cesare, nomina i due fratelli  col titolo di tetrarca: tetrarchas apodeiknusin tous adelphous pasan dioikein thn Ioudaian epitrepoon/ nomina tetrarchi i fratelli ingiungendo loro di amministrare tutta la Giudea (Guer. giud. I, 244).

Il titolo è equivalente a quello di dinasta, arconte  o tyrannos e nella zona palestinese è in relazione ad un Etnarca, che è chiaramente Hircano, sommo sacerdote.

Questi cerca di calmare i compatrioti della parte avversa che non vogliono accettare il verdetto di Antonio, il quale fa arrestare alcuni e fa uccidere altri, scacciando dal suo cospetto i restanti.

A seguito di questo verdetto, a Gerusalemme, sorge una nuova rivolta e il sinedrio invia una ambasceria di mille uomini a Tiro, dove ora è Antonio.

Gli ambasciatori fanno proteste  tanto che Antonio comanda all’Arconte di Tiro – dopo l’uccisione di Marione –  di prenderli  e di punirli, mentre Erode ed Hircano cercano di farli desistere dalla insensata avversione, esortandoli a non causare con la loro azione rovina per loro e per la patria. Poiché i due non riescono a farli smettere e quelli anzi aumentano  il loro furore, Antonio manda i suoi soldati e molti sono gli uccisi e i feriti.

Nonostante la feroce repressione, gli scampati  mettono in subbuglio la città, ed allora Antonio condanna a morte i prigionieri. (Ibidem 247).

Il testo sia di Antichità Giudaiche che quello di Guerra Giudaica non è chiaro: gli storici hanno diverse  interpretazioni a secondo della loro lettura generale . S. Sandmel (Herodes.Bildnis eines Tyrannen, Stoccarda Berlino,1968) rileva la sola posizione cassiana  di Erode, G. Prause (Erode il grande, Rusconi1981) mostra la singolare azione di Hircano re tentenna, altri  W. Otto (Herodes. Beitraege sur Geschichte des letzen juedischen Koenighauses, Stoccolma,1913) e R.  Paribeni (Storia d’Italia illustrata II. L’impero romano, Milano 1938) mostrano la situazione sempre più  convulsa a causa delle differenze religiose e dei contrasti tra filoromani ed antiromani.

Secondo noi nel 41 si è alla presenza di due fazioni, quella aramaica di Antigono e quella romano–ellenistica di  Hircano, sostenuto da Erode e di Fasael.

Fino ad allora le due fazioni erano state essenzialmente giudaiche e divise sul nome di Hircano e di Aristobulo: intorno al primo si raggruppavano farisei, popolo ed Antipatro; intorno al secondo i sadducei e il clero medio del Tempio.

Dal momento pompeiano (dal 63, anno della presa del Tempio)  le due fazioni si  colorano di diverse forme ed hanno una connotazione filoromana quella di Hircano e filoparthica quella di Aristobulo e dei suoi  figli (Alessandro ed Antigono).

La situazione risulta sempre più caotica per la sconfitta di Licinio Crasso a Carre e per la guerra civile tra Cesare e Pompeo, che dilacera l’imperium, di cui la Giudea è una piccolissima porzione.

Di conseguenza, nel corso di oltre un decennio tutta l’area palestinese ha fiducia di poter conseguire una propria autonomia statale grazie alla possibile connessione con la confederazione di stati, transeufrasica, dominata dal re dei re, come in epoca seleucide ed achemenide, proprio quando dalla prima guerra civile tra cesariani e pompeiani non è venuta una pacificazione universale, secondo la volontà di Giulio Cesare, ma è derivata un’altra guerra, specie dopo la morte del  dictator,  tra i cesaricidi e gli anticesaricidi, lacerati da nuovi contrasti tra gli stessi vincitori populares.

Orode II, conscio della grave situazione romana, che già sta precipitando in un‘altra guerra tra Antonio ed Ottaviano, anche se i due  si sono divise le orbite di governo (al primo tocca l’Oriente e al secondo l’Occidente, Italia, Gallia e Spagna, ed Africa dopo l’esautorazione di Emilio Lepido), ha accolto pompeiani, disertori da Filippi, e legati di Cassio, dai quali ha notizie certe  sulla politica di un così potente stato nemico di oltre 3.000.000 di Km2 ,quasi il doppio del suo pur grande stato.

Orode ritiene ora giunto, dopo oltre un decennio di attesa  e di preparativi militari, grazie anche all’aiuto di legati romani  come Quinto Labieno, figlio di Tito, morto a Munda, il momento di raggiungere il Mediterraneo, di riconquistare i confini della grande Siria seleucide e di fare una politica come quella degli achemenidi, di cui i parthi sono gli eredi legittimi.

Orode ha fatto anche tentativi diplomatici con i re caucasici  di Colchide, di Iberia e di Albania al nord per avere in caso di emergenza,  truppe di fanteria e di cavalleria ed ha avuto risposte incerte, in quanto si teme di più un nemico lontano  che uno vicino.

Perciò, ha fatto una capillare azione antiromana con una grande propaganda in lingua aramaica tra le popolazioni lungo il corso del Tigri e ancora di più lungo quello dell’Eufrate ed ha mandato lettere  per avere la neutralità o il permesso di passaggio per l’invasione della Siria ai dinasti più  o meno sotto la tutela romana dall’epoca di Pompeo.

Infine ha fatto una propaganda in lingua greca  per la riconquista dei territori asiatici, siriaci, palestinesi, in nome della  cultura  greco-persiana seleucide ed achemenide .

Perciò il movimento aramaico dei partigiani/zelotai/lhstai, rinvigorito, si è amplificato ed ha raggiunto il massimo proprio intorno agli anni 42-41, tanto che i filoparthici dominano in ogni  città, come segno della loro supremazia.

Anche in Galilea e in Giudea il fenomeno  è dilagato e non è affatto fermato dagli editti antoniani, che anzi fomentano maggiori contrasti ed aizzano maggiormente il patriottismo nazionalistico in nome di una comune cultura, lingua e religione.

In questa situazione inoltre  a Gerusalemme  la posizione di Hircano, dominato da Elice, invece di rafforzarsi, grazie all’accordo con Erode a seguito della promessa di matrimonio con la nipote, ha prodotto effetti tali da indebolire il fronte filoromano, nonostante la presenza di Valerio Messala,  favorevole all’amico Erode passato ora alla pars di Antonio.

Marco Valerio Messala Corvino, considerato letterato da Velleio Patercolo II,36,1 è fulgentissimus iuvenis, proximus in illis castris  Bruti Cassique auctoritati, cum essent qui eum ducem poscerent, servari beneficio Cesaris maluit,quam dubiam spem armorum temptare amplius./ un giovane brillantissimo che nell’esercito di Bruto e di Cassio  godeva di un prestigio,quasi pari a quello dei capi, pur essendo da qualcuno invitato ad assumere il comando, preferì aver salva la vita per la clemenza di Cesare che tentare più oltre l’incerta speranza della lotta (ibidem,II,71,1)

Sembra che solo ad Azio sia attestato il tradimento da Antonio e quindi il passaggio alla parte avversa (deficere ad Octavianum ).!

E’ un momento in cui non c’è stabilità neanche nella famiglia di Antipatro.

Infatti ora c’è contrasto con incomprensioni e rivalità nel  seno stesso della famiglia degli antipatridi: Fasael il maggiore non nasconde la sua insoddisfazione rispetto alla supremazia del secondogenito, imparentato con la dinastia regnante, e si collega col clan idumeo di Doris, prima moglie di Erode e con quello degli altri fratelli, che sono in difesa della legittima consorte,- già madre di Antipatro iunior, un bambino di dieci anni – rilegata ad un rango inferiore, rispetto all’asmonea.

Ne deriva che l’alleanza con Hircano priva Erode dell’aiuto sicuro del clan idumeo ed indebolisce il partito filoromano giudaico, che ha un potere ora inferiore rispetto a quello nazionalistico antigoniano, compatto specie in Gerusalemme, dove c’è l’appoggio popolare con  i voti del sinedrio, che ha anche il sostegno di quanti, stranieri, arrivano in Gerusalemme per le festività rituali.

Infine Hircano, Fasael ed Erode non hanno seguito in  Giudea,  ma solo in Idumea e lungo la fascia da Ascalona fino a Pelusio e in Egitto,  hanno credito in relazione alla comune, seppure controversa, azione di malcelato appoggio nei confronto dei cesaricidi e di ambiguo comportamento con Cassio, il cui legatus Q. Dellio ancora tiene rapporti con la corte egizia, la cui flotta controlla quella porzione di Mar Mediterraneo.

Il legatus, comunque, è passato  da Dolabella  a Cassio nel 43 e poi ad Antonio nel 42, rimanendo in Egitto.

Cleopatra ed Antonio

Cleopatra

Antonio convoca a Tarso in Cilicia, Cleopatra, come triumviro di Oriente, rettore di  Acaia-Macedonia e di tutta la zona, compresa tra il mar Ionio e l’Eufrate, tutta l’ Asia Minore, Siria,  Fenicia e Palestina.

La regina dì Egitto deve giustificare davanti ad un tribunale romano la sua politica in favore di Cassio e di mancato aiuto ai triumviri: è un sovrano vassallo che deve provare la propria innocenza, a seguito della sconfitta dei Cesaricidi, davanti al  vincitore.

Alla fine di settembre la regina arriva in Cilicia, da Alessandria, su un battello, nilotico, appositamente varato, lussuosissimo, seguito dall’intera flotta egizia, che controlla il mare di Fenicia e la costa egizia.

Antonio, secondo Plutarco, viene dalla Grecia, dove si è comportato in modo stolto e grossolano, anche se partecipa a conversazioni letterarie, a spettacoli agonistici e ad iniziazioni misteriche, pur di essere definito amico dei greci  ed ancora di più  amico degli ateniesi ai quali fa moltissimi doni ( Antonio, 23).

In Grecia il triumviro c’è stato da giovane a studiare retorica ed ha fatto una certa carriera come oratore asiano, che è una forma ben connessa con le nature di chi ha vita boriosa, superba, piena di vano orgoglio e di capricciose ambizioni (Ibidem,2), applicandosi con successo in esercizi militari (stratiotikou agonas).

Lasciata la Grecia in mano del pretore Lucio Marzio Censorino, nominato  proconsole  di Acaia, venuto in Asia, è ricevuto in Bitinia da molti re, che gli porgono omaggi, venerandolo come un dio, con le loro regine disposte a farsi sedurre, a farsi belle, in gara, nel portare doni  (Ibidem 24).

Il triumviro ha con sé una corte di adulatori e di parassiti ed accoglie ancora citaredi, flautisti, artisti asiatici che superano con la loro impudenza e insulsaggine quelli, che già porta con sé dall’Italia. (Ibidem).

Plutarco così descrive l’entrata ad Efeso: lo precedevano  donne vestite da baccanti ed uomini e fanciulli abbigliati da Satiri e da Pan; la città era piena di edera, tirsi, cetre, zampogne e flauti, mentre la gente acclamava  Antonio come Dionisio benefico e soave – Dionuson auton anakaloumenon Kharidothn  kai Meilichion -.

Lo storico precisa che ci sono, però, molti che lo chiamano Omhsths kai Agrioonos (carnivoro e selvaggio) perché toglie i beni agli uomini per bene per darli alle canaglie e agli adulatori, arricchiti con gli averi dei morti: Antonio si comporta democraticamente, come in uso a Roma, dopo la morte di Cesare, in un momento di anarchia, dove regnano i falsari!

Così vivendo, il triumviro converte la tragica gravitas in persona maschera comica e parodistica.

Di Antonio Dionisos neos ed Heracles mangione e  ubriacone approfittano i kolakes adulatori asiatici, abili a tracciare figure di militari spacconi secondo la commedia nuova che sanno mescolare, come in una salsa, la libertà di parola/parrhsia con la più sfacciata adulazione così da mascherare il disgusto.

Plutarco, citando Sofocle, chiude il suo pensiero: l’intera Asia era piena di fumi di incenso ed insieme di peani e di gemiti (Ibidem).

Secondo noi, davvero Antonio scredita l’austerità senatoria  con la sua epihaneia/apparizione divina, propria della cultura della retorica asiana, ma segue il modello  cesariano di una nuova costituzione per l’Oriente, secondo le formule  religiose della basileia !

Non è un caso, ma un preciso sistema per l’ektheosis! Una recita da teatrante, non riuscita ad Antonio! Nemmeno in Oriente.

Ottaviano, solo dopo la vittoria, si avvicina al mondo asiano  e, pur  vivendo  da teatrante politico,- tanto che alla fine della vita, nel 14 d. C., può chiedere ai senatori Ho recitato bene la mia parte?,- sa mantenere un suo equilibrio argentario italico, cosa difficile ad Antonio, data la sua educazione militare ed aristocratica.

Per un Ottaviano, erede di Cesare, allora nel 41 av. C.  figlio di modesti nummularii dipendenti da grandi mediatori finanziari, argentarii, i comportamenti istrionici del rivale aristocratico, propri degli ottimati ,abili ad arricchire nelle province  a scapito delle popolazioni, è facile bollare  l’insania/pazzia antoniana, l’assenza di modus e il dispendio di denaro  pubblico.

Per lui ancora più facile condannare in seguito lo smodato lusso del rivale, la sua megalomania, il suo vivere da Basileus  re orientale:  è facilissimo  fare una propaganda in senso Occidentale, agricolo e conservatore,  in modo da fomentare odio verso l’Oriente ricco e commerciale e contro  la coppia illegittima di Antonio e Cleopatra,  che gestiscono l’imperium  a proprio arbitrio, considerata ridicola la loro millantata ierogamia!

In effetti Antonio è un militare, amante del vino, della compagnia, manesco, un fanciullone grezzo, un campagnolo spiritoso, un Pirgopolinice plautino, un carattere di Teofrasto, un soldataccio come Polemone descritto da Luciano di Samosata in Dialoghi delle cortigiane.

E’ davvero un discepolo di Clodio e di  Curione, di cui imita i comportamenti: dal primo deriva  la furia rivoluzionaria, l’impudenza e  audacia demagogica e dal secondo  – di cui è stato a lungo la donna (ibidem,2 Kurioonos philia kai sunetheia),  l’amore grossolano per i piaceri, il bere smodato, l’uso delle donne virili,  le spese eccessive  e sfrenate  tanto da accumulare un debito di 250 talenti!

Sposa perfino Fulvia- già madre di Publio Clodio Pulchro e di Clodia Pulchra,  la  vedova di Clodio, divenuta nel 51 moglie di Curione, alla sua morte nel 49, come terzo marito!

Plutarco rileva anche  i difetti  della semplicità di modi e  della lentezza nell’accorgersi degli errori, perché incline a bere e facile all’ira e al pentimento, in quanto borioso, prodigo verso chi definisce superficialmente amico, ricompensato in modo eccessivo, troppo generosamente.

E’ un sentimentale Antonio rispetto ad Ottaviano anaffettivo e  razionale!

E’, comunque, un vero dux , anche se non abile amministratore, vero discepolo di Cesare nelle strategie militari, capace di coordinare legati , duces prudentes  di grande valore, e già per conto loro perfetti strategicamente.

Antonio, pur avendo tamiai (tesorieri) e censori, non ha  cura  dell’amministrazione finanziaria in quanto non controlla costantemente le entrate , ma si fida del conteggio altrui e delle persone più a lui legate da rapporti camerateschi che da affetti reali.

In una successione rapida di  rapine, si confische e di saccheggi  di riscossione di tributi, sarebbe stata necessaria la registrazione ad opera di  veri contabili ,che sotto la guida dei tamiai, fedelissimi,  facessero il loro dovere quotidiano., opportunamente pagati da lui stesso!. Invece si moltiplicano le casse a seconda  dei legati, cresce il numero degli addetti al lavoro contabile  senza però l’oculata e periodica  ispezione del dux.

Senza documenti,  senza  registrazione  le entrate  sono nominali , mentre le  uscite, continue sono senza controllo.

Ognuno, legatus, centurio, decurio, a seconda del grado militare prende dalle casse dell’esercito quanto occorre, senza alcuna  registrazione ufficiale: non ci sono note per le spese di vettovagliamento né voci indicanti i prelievi del dux o dei legati vicari, o di quaestores autorizzati dalla auctoritas e non dalla necessitas quotidiana.

Ne consegue che, non esistendo registri, non esiste contabilità: le confische si succedono, ma ci sono molte casse distinte da quella dell’erario pubblico, che si esauriscono per spese arbitrarie e solo in precise date, quando ci sono richieste ufficiali dal senato, si preparano convogli da inviare a Roma per nave o per terra a seconda delle destinazioni.

Quanto diversa la strutturazione delle tasse, delle casse, degli  esattori della famiglia di Antipatro, connessa col tesoro templare e con una capillare organizzazione trapezitaria secolare!

Plutarco mostra come un adulatore colax sa pungere il dux con la sua denuncia, forse esagerata, circa la cattiva amministrazione romana in terra asiatica.

L’Asia ha pagato 200.000  talenti (un talento vale 26,2 kg, 60 mine)

Per capire qualcosa si pensi che Antioco III sconfitto da Scipione asiatico a Magnesia sul Sipilo nel 190 a.c.  deve pagare 15000 talenti e d è costretto per anni a  depredare templi e tassare i suoi sudditi, ad invasioni!.

Per il  trasporto di 52.400 tonnellate di argento occorrono  carovane e carovane di muli e di cammelli, centinaia di carri e legioni di scorta!

Antonio, cattivo amministratore,  non ha piena coscienza di tanta fortuna e delle migliaia di tonnellate di argento e seguita ad avere fiducia nei suoi tamiai/censori, che non producono documenti e non fanno conti di entrata ed uscita e continui resoconti, lasciando i conti dell’erario, in mani private, per spese proprie, a seconda delle casse delle varie legioni e dei legati che ne usufruiscono in modo indipendente. 

A chi allude Ibrea, il noto oratore di Mylasa?

A L. Munacio Planco, da Antonio nominato governatore di Asia nel 40, dopo l’incontro di Atene?

Allora l’oratore non ha fatto l’affermazione nel 41 ad Efeso, ma in altra circostanza , nel periodo che va dal 40 al 32, anno  del  suo tradimento di Munacio  (defecit ad Octavianum)?

Plutarco ha un suo filo narrativo ma le informazioni, le dà  senza precisare il  tempo, considerando nel suo insieme l’arco di potere orientale di Antonio.

Se si confrontano i suoi  dati  con quelli di Velleio Patercolo   si giunge alla conclusione che Munacio Planco è  spesso invitato a corte, ad Alessandria dove tra i tanti parassiti   si trova anche l’oratore di Mylasa.

Perché proprio Munacio Planco

  1. – perché Planco, nativo di Tivoli, ha svolto mansioni censorie  nel corso della campagna gallica, quando è legatus di Cesare durante la guerra gallica e poi  è suo collaboratore durante la guerra civile,  in Spagna e in Africa e praefectus urbi nel 45, governatore della Gallia Comata- nel 44 (epoca in cui fonda Lugdunum/Lione e Raurica/Basilea)-
  2. perché, dopo la morte di Cesare, divenuto console nel 42 ha un  comportamento incerto tra cesaricidi ed anticesaridi, per schierarsi poi con Antonio, e partecipa alla rivolta di Fulvia e di Lucio Antonio arruolando  i perdenti terre in seguito alla decretata spartizione delle proprietà e alla designazione dei coloni (Velleio Patercolo St, Rom., II,74) diffamando Ottaviano che fa distribuzioni in Umbria e Gallia (Virgilio, Bucolica I e IX ),   impegnandosi lui stesso  a distribuire in Campania terre ai veterani dando luogo a malcontenti e malumori. Per aver reso questi servizi e per aver accompagnato nella fuga dall’Italia Fulvia, Antonio lo ricompensa con il Governo dell’Asia ( prima, e poi della Siria). Planco è uomo definito da Velleio Patercolo (Ibidem,  II,83) –come già detto- per la opportunistica  politica morbo proditor/traditore per morbosa disposizione, abile nell’assegnare territori nel beneventano ai reduci. Velleio considera Planco il più basso degli adulatori della regina, un cliente più strisciante degli schiaviper Antonio il segretario (librarius) inventore ed organizzatore delle più sozze oscenità, venale per ogni cosa e per tutti.

Per lo storico Planco è una squallida comparsa, un pantomimo  capace di recitare  nudo e dipinto da azzurro  col capo cinto di canne, traendosi dietro  una coda  e sostenendosi sulle ginocchia per interpretare – come un  istrione – la figura  di Glauco, durante un banchetto

Davvero Planco diventa espressione parodistica del romano degenere come lo stesso Antonio, indegno del nomen senatorio!

Poco prima della battaglia di Azio  tradirà Antonio  per  poi proporre, quattro anni dopo la vittoria, il titolo di Augustus/Sebastos ad Ottaviano, abituando così al servilismo l’ordine senatorio.

Eppure  lo stesso popolo campano – grato per la distribuzione di terre,- a Gaeta erige, alla sua memoria,  sulla sommità del monte Orlando una  tomba cilindrica, su una base quadrata!.

Antonio ha in quel tempo sotto il suo potere costantemente dalle 16 alle 20 legioni, a seguito degli accordi, e spesso anche auxilia, truppe ausiliarie  oltre a turmae di equites, che devono mangiare, equipaggiarsi, d’estate e d’inverno sia in roccaforti delle province, depredate,  che nei castra, vicini alle città, di norma saccheggiate, perché i milites sono bisognosi di rifornimenti continui ed ogni legatus ha, all’occorrenza, a sua disposizione il tesoro erariale, che è la cassa comune  antoniana, portata in giro per le province conquistate, con una fila innumerevole di muli, cammelli, carri!

Ed anche la flotta, allora stanziata nelle vicinanze delle isole greche è vettovagliata costantemente dalle popolazioni  isolane che pagano tributi!

Senza abili censori, onesti, non si mangia né si fa addestramento, specie se ci sono nell’ esercito demagogoi , che eccitano i milites a rivolte contro i legati e  contro lo stesso dux amministratore inadeguato: Antonio, aristocratico passato al popularismo,  non è un epimeleths e tanto meno un dioicheths, che cura  l’ordo censorio,

Antonio per natura non è  un uomo capace di mettere in ordine i conti, comandare e spendere quanto gli occorre, ma  prende pecunia secondo  i suoi umori, concedendo la stessa libertà ai figli piccoli.

Se è vero quanto scrive Plutarco di Antillo, figlio di Fulvia – che, ridendo, dona tutte le coppe della tavola, preziose, al medico Filota, incredulo che si possa  accordare il permesso di far raccogliere e metterle in un sacco, dopo avervi impresso il sigillo, ad un bambino  (Ibidem28) – bisogna meditare sul disprezzo romano dei beni, sull’educazione nobiliare in epoca repubblicana.

Si pensi che questo avviene ad Alessandria,  oltre tutto, in casa altrui, di Cleopatra!

Ottaviano, pur giovane di 21 anni, invece, essendo nummularius,   proveniente dal ceto mercantile, connesso con le trapezai ebraiche, fa esattamente il contrario, imponendo una capillare registrazione di ogni entrata e  delle corrispettive spese, mettendo in evidenza con voci specifiche chi porta e chi prende, secondo un preciso sistema bancario, usato anche da Cesare sotto il controllo ebraico!

Plutarco, pur scusando Antonio per la negligenza e per l’ingenua fiducia in chi riscuote somme così ingenti, fa dire all’asiatico preoccupato della bancarotta: Se tu non li hai ricevuto, domandali a chi li ha presi, ma se li hai ricevuti  e non li hai più, noi andiamo in rovina.

Apoloolamen/andiamo in rovina è il grido degli asiatici di fronte allo sperpero di denaro pubblico da parte dei romani, che rubano e sprecano la ricchezza asiatica: e’un monito per il theos, il  neos Duonisos, che folleggia!

Dunque, Antonio non ha seguito Cesare come il mulio/il mulattiere piceno, Ventidio Basso, che ha fatto carriera col condurre lunghe file di muli, trasportatori di viveri, di denaro e di armi,  e perfino di mensae praetoriae con le posate d’oro e d’argento del dux!,   ragioniere ante litteram, oikonomos spilorcio  nelle spese  registrate  in singole voci contabili, utili per i censori che verificano, all’ occorrenza, su ordine  senatorio!.

Antonio ha solo visto l’aspetto dispotico, munifico, aristocratico, del potere cesariano, non quello popularis  e non ha colto il lavoro  di revisione dei conti e di verifica dei censori, di studio dei programmi e di pianificazione di ogni singolo atto burocratico e strategico-militare per un telos/fine superiore!

Antonio ha solo sogni aristocratici secondo il militarismo romano di sfruttamento provinciale, secondo una concezione elitaria della superiorità romana, che impone il diritto del vincitore, che mettela spada sul piatto allestito dai vinti!.

Antonio non ha Fulvia alle sue spalle in Asia. Non ha nel suo letto  Fulvia, che guida l’oikos familaire e che avrebbe organizzato la ricchezza asiatica.

Lui vive senza curae, mentre lei gestisce il patrimonio  e lo conserva gelosamente:  è  strumento di una donna virago capace di imporsi ad uomini come suo cognato Lucio Antonio a costringerlo ad una comune causa,  a subire insieme l’assedio di Perugia ed andare in fuga, lasciare la madre Giulia presso Sesto Pompeo  per favorire il marito lontano, pur se tra le braccia di Cleopatra.

Fulvia è come Precia, come Sempronia, come Clodia una femminista, un’economa, tesa all’oikos patrimonio familiare, capace  di sfruttare la sua personale femminilità per un bene superiore, mai doma davanti ad ogni pericolo.

Antonio non è dunque uomo per una donna, un amministratore di patrimoni, un pianificatore strategico,  e forse neanche un dux prudens, ma  solo un polemisths valoroso, troppo istintivo per conquistare un imperium, fortunato per mantenersi l’amore di  una regina, del tipo di Cleopatra, erede della raffinata cultura  lagide.

E’ un uomo forte, belloccio, di media altezza, atletico perché esercitato nei gumnasia  e nelle arti marziali, ma già limitato e quasi distrutto dalle donne, dal vino, dagli amori efebici e dal vizietto amasio persistente.

Ora Cleopatra incontrando Antonio, che già conosce dal periodo romano, come fido cesariano, non si pone alla pari delle regine vinte.

E’ la donna di Cesare, una regina ammirata  e venerata dal dictator sia per la bellezza e per l’eleganza che per la raffinata intelligenza oltre che per la superiore cultura della stirpe lagide, signora assoluta  del ricco Egitto da oltre due secoli, nuovo simbolo dell’antichissimo potere  faraonico!

Cesare non era Antonio: altra struttura fisica, spirituale, culturale, un altro mondo maschile!

Ora Antonio è, comunque, il rettore dell’Oriente: questa verità sa l’intelligentissima Cleopatra,  che va a Tarso.

La regina ha avuto la lettera di comparizione da Q. Dellio, ha ascoltato a voce le accuse  ed è informata su Antonio, uomo incapace di fare del male ad alcuna donna  e tantomeno ad una regina.

Cleopatra è persuasa da Dellio, scaltro ed abile nei discorsi,  ad andare all’incontro a Tarso, dopo la descrizione di Antonio come il più amabile  e  benevolo  dei comandanti /ton antonion hdiston  eghmonoon onta kai  philantroopotaton (ibidem 25).

Cleopatra ha alla fine del 41 poco  più di 25 anni, ma è maturata come donna dopo l’amore verginale con Cesare, dopo la nascita di Cesarione e il biennio Romano  (Cfr  A. e M. Filipponi, Antipatro, padre di Erode).

Da un triennio è  nella sua corte di Alessandria, circondata da uomini letterati, scienziati, militari, musici, ballerini, artisti,  libera di amare chi desidera, di scegliersi il migliore di aspetto per prestanza fisica e per intelligenza.

Secondo Plutarco la donna è nel fiore dell’età, molto diversa da quella fanciulla inesperta conosciuta da Cesare:  ora lei stava per incontrare  Antonio nel momento in cui la  bellezza delle donne  è al suo massimo splendore  e l’intelligenza sviluppa  tutta la sua maturità. (Ibidem 26)

Perciò Cleopatra prepara molti doni , talenti  ed ornamenti  – secondo le possibilità di un grande regno e prospero-  e si presenta ponendo le maggiori speranze  in se stessa, negli incanti, nel fascino  e nelle attrattive personali (Ibidem).

Di fronte ad Antonio, quindi c’è una donna matura la dea Iside simbolo di maternità, regina calcolatrice, che pensa a suo figlio Cesarione e che, solo per lui, può avere fatto un piano per conquistare il nuovo fortunato volgare padrone dell’Oriente/ dipinto dai letterati come Neos Dionisos, semidio romano, della stirpe di Hracles.

A lei conviene un amore con Antonio. per legittimare il futuro di Cesarione figlio di Cesare, erede legittimo  dell’imperium romano grazie al potere di un padrino aristocratico di Roma, popularis, che dovrebbe esserne patronus fino alla sua maggiore età .

Cleopatra si comporta comunque, anche  da regina che pensa al benessere dell’Egitto  socio e alleato del popolo romano che  tramite il rettore dell’Oriente, potrebbe diventare la più grande potenza insieme con la Siria, ricostituita nelle sue partes orientali ora sotto il regno arsacide.

Ad Antonio, imitatore di Cesare, ancora di più conviene un amore con Cleopatra, la donna di Cesare, la regina di Egitto, l’ammiraglia di una flotta colossale, padrona di un terra ricchissima di tutto, la cui capitale Alessandria è il faro  culturale, l’emporion più grande di tutto il mondo, superiore di molto a Roma.

Cleopatra fa attendere Antonio che la pressa con lettere e con ambasciatori ad affrettarsi: in un certo senso si prende gioco di lui           (kategelase tou andros), che spera di consolidare la sua posizione di triumviro orientale con l’appoggio della regina di Egitto.  La regina viene dal mare  ordinando ai marinai  di risalire col battello il  fiume Cidno, che allora attraversava  il centro della città, per una ventina di Km., fino sulla piazza, dove è  il tribunale con Antonio seduto, in attesa col suo consilium principis e le guardie che proteggono la zona.

Secondo Plutarco il battello ha la poppa dorata con le vele purpuree spiegate  mentre i rematori vogavano con remi di argento al suono del flauto, accompagnato da zampogne  e cetre. E’una scena teatrale! La regina è sdraiata sotto un padiglione, ricamato d’oro, ornata come Afrodite  nei dipinti,  e dei ragazzini, simili agli Eroti dei quadri, da una parte e dall’altra le fanno vento. Le più belle delle sue ancelle  abbigliate da Nereidi  e Grazie  stanno chi al timone, chi alle funi. Meravigliosi profumi provenienti da essenze e aromi  invadono le sponde (ibidem, 26)

La folla, festosa, su entrambe le rive, accompagna il battello dalla foce del Cidno, lo segue nel suo lento tragitto.

Ne deriva che anche la folla  che è in piazza intorno al dux romano, compresi i notabili  della città,  attirata ed ammirata dallo spettacolo si sposta verso il battello di Cleopatra  e lascia solo Antonio, seduto sulla tribuna. (Antonios epi bhmatos kathezomenos apeleiphthh monos), con gli amici e i soldati romani di guardia.

La venuta, dunque, di Cleopatra risulta col suo sfarzo  un’offesa  per  lo ius romano, per l’autokrator, l’imperator, il dux vincitore, per l’aristocratico consilium principis.

La diplomazia romana è sconfitta, schiacciata di fronte alla parata egizia!.

La popolazione greco- cilicia è arbitra non di un verdetto ma della superiorità culturale lagide, ancora dominante nella zona, favorevole più alla regina egizia che ai nemici romani, nonostante le concessioni di civitas numerose ad opera di Pompeo e di Cesare.

Solo più tardi in epoca preaziaca si fa satira su questa beffa all’honor romano del giudice, rimasto solo, senza l’imputata Cleopatra!

Allora si legge lo scorno del Neos Dionusos, dell’Heraches romano,  deriso da Afrodite/ Venus anadyomene /che viene dal mare .

Allora si vede il coniugium illecito,  la ierogamia tra Dionusos e Iside non voluta dagli dei, come quello di Enea e Didone, e si maledice il sodalizio tra Antonio e Cleopatra, come funesto per l’impero romano, come la causa della nuova guerra civile.

Invece alla fine di settembre del 41  s’inizia a vociferare che  il fato ha mandato Afrodite  col suo corteo  ad incontrarsi con Dioniso  per il bene dell’Asia – h Aphrodith komazoi pros ton Dionuson  ep’agathooi  ths Asias-.

Antonio è stordito dallo splendore della corte di Cleopatra e Plutarco  ne mostra lo sconcerto fanciullesco  davanti  a tante indescrivibili meraviglie: Il triumviro rimase letteralmente incantato  dal gioco e dalla quantità di luci/malista toon photoon  to plhthos ecseplagh.

Plutarco così scrive: tante brillavano insieme e dappertutto, posate per terra ed appese in alto, ed erano artisticamente disposte le une in rapporto con le altre con tali inclinazioni sapienti da formare cerchi, quadrati, in modo che pochi spettacoli  furono così splendidi  e degni di essere visti come quello (Ibidem, 26).

Antonio, pur colpito dalla creatività e magnificenza egizia, vuole competere ed invitare la regina, credendo di poterla superare in splendore e raffinatezza, ma si sente sconfitto tanto da scherzarci parlando di miseria e di rozzezza/auchmon kai aigrokian, anche se ha sperperato i proventi di una tassazione provinciale.

Ibrea, infatti, dice, in occasione di un secondo tributo imposto alle città carie, spiritosamente, celiando  secondo il tono scherzoso di Antonio:  Se puoi riscuotere  il tributo due volte in un solo anno, puoi anche fare per noi due estati  e due autunni! (Ibidem, 24; è lo stesso oratore che scherza denunciando i censori sui 200.000 talenti!).

Ibrea è un vir civilis, o politikos  greco di norma di base oratoria,  ma certamente un parrasiasths che con un ghigno sorride e nella sua adulazione parla liberamente convinto della superiorità culturale orientale rispetto anche ad un magistrato romano!.

Cleopatra, come l’oratore di Mylasa, da donna scaltra, scopre la simplicitas del militare, volgare e si adegua con intelligenza, cercando di approfittarne servendosi dello stesso linguaggio, senza alcun timore, cosciente della sua superiore cultura.

Cleopatra è una poliglotta. parla moltissime lingue  ed ha una presa irresistibile sul maschio, anche se non è di una bellezza eccezionale  tale da stordire chi la vede, ma è donna di grande complicità e di allegria e di mirabile vivacità.

Plutarco come per concludere, afferma: Nell’insieme, l‘aspetto il fascino della conversazione, il suo modo di trattare con gli altri  lasciavano il segno. Era anche piacevole ascoltare il suono della sua voce e poiché ella volgeva facilmente la sua lingua come un apparecchio musicale a parecchie corde, a qualsiasi idioma volesse,  erano ben pochi i barbari  coi quali doveva trattare  per mezzo di un interprete (di’ermhneoos),ma era in grado di dare risposte alla maggioranza di loro, e direttamente, come agli Etiopi, ai Trogloditi, agli Ebrei, agli Arabi, ai Siri, ai Medi e ai Parthi.(ibidem,27).

Termina il discorso aggiungendo che mentre i sovrani suoi predecessori  nemmeno si affaticavano ad imparare la lingua egizia  ed alcuni avevano disimparato perfino la lingua macedone, lei  conosce molti altri linguaggi e dialetti.

Plutarco inoltre aggiunge che Cleopatra invita  Antonio a seguirla ad Alessandria, dove svernare .

E’ probabile, quindi,  che, essendo la navigazione vietata,  da ottobre a marzo i due abbiano trascorso  a corte nel Palazzo di Lochias, il periodo invernale.

Lì meglio che a Tarso  la regina può spiegare – senza trovarsi nella condizione di imputata. in un giudizio, le ragioni per il mancato  aiuto navale ai triumviri, impegnati contro i cesaricidi, a causa  di una improvvisa tempesta che ha impedito alla flotta di giungere in tempo e poi mostrare con documenti  il suo tentativo, non riuscito, di unire le proprie legioni a quelle di Cornelio Dolabella  per bloccare Cassio  in Siria.

Ora, dunque, Antonio, convinto delle giustificazioni di Cleopatra,   vive accanto  alla regina (cfr. E BRADFORD, Cleopatra, Bompiani 2002)  per almeno 5 mesi, mentre in Italia infuria la guerra tra sua moglie e suo fratello da una parte ed Ottaviano da un’altra in Oriente sta iniziando l’invasione della Siria, ad opera dei Parthi che reclamano i diritti sui territori asiatici sotto la guida di Pacoro, Barzafarne e Tito Labieno. La moglie combatte l’altro triumviro nella guerra di Perugia per gli interessi di suo marito e di Lucio Antonio, circondato da Ottaviano e da truppe senatorie.

Per gli storici -che esaminano nel complesso, in un arco di 12 anni-  Antonio è un  soldato  di normale  intelligenza,  abile solo a perdere tempo, incapace di una costruzione duratura- data la incostanza di carattere,-e di progettare qualcosa di grandioso, se non a livello astratto ed irreale  (cfr A Floro, II XX,  che rileva l’immensa vanità dell’uomo, che, per desiderio di titoli, attacca di nuovo i Parthi dopo la vittoria di Ventidio Basso, senza un motivo, senza un disegno, senza neppure l’ombra di una dichiarazione di guerra, come se anche la furberia rientrasse nell’arte di un comandante).

La vita di palazzo coi pettegolezzi, comunque,  diventa anche la vita di questo quarantaduenne, che lascia il campo politico al suo avversariopoco più che ventenne, dedicandosi alle gioie intemperanti  e ai capricci giovanili di banchetti,  a bevute seguite da sbornie colossali, a qualsiasi erotico gioco, sempre con un codazzo di compagni, tenendosi in forma atletica, con l’attività ginnica, seguendo  Cleopatra  che in incognito, gira per le strade alessandrine, passa per i canali specie per la odos megalh, allungando la notte a contatto con le plebi urbane.  S’innamora certamente di Alessandria, del Faro di Canopos, della Mareotide,  oltre che di Lochias, dei monumenti del Museo e della  Biblioteca, del popolo stesso egizio. Plutarco, (Antonio,28,29) dopo aver indugiato sulle spese incredibili e senza misura/apiston tina …toon analiskomenoon ametrian,  sulle buffonate e scherzi tanto da dire che Antonio usa la maschera tragica  coi romani e quella comica con loro/tooi tragikooi pros tous Romaious khrhtai prosoopooi, tooi men koomikooi pros autous, scrive: Raccontare tutti o quasi i giochi fanciulleschi che combinò sarebbe gran vanità.

Comunque, due episodi sono significativi per comprendere il rapporto  reale tra Antonio e la regina  e  verificare il loro carattere.

Un giorno la regina fa preparare il salone per una banchetto e  dispone sul pavimento uno strato di rose, molto spesso, mentre ha fatto sospendere su reti disposte nelle pareti altre rose in modo che  gli ospiti  possano camminare  su un solido e profumato tappeto  di fiori  (E. Bradford, ibidem ). Ora Antonio, in tale contesto, avendo il gusto delle scommesse ed essendo un megalomane, sfida la regina a preparare un banchetto del costo di  30.000 talenti circa 100 miliardi di  vecchie lire.

E’ designato arbitro il librarius Munacio Planco., uomo corretto, capace di diventare un pagliaccio con la danza saltica, ignominioso nella sua oscenità, privo di dignità,  in una corte ellenistica, dove il romano già è considerato un agroikos, un villano rivestito.

Dunque  al di là della precisa datazione del  fatto  Munacio Planco è il giudice, che fa registrare a contabile le spese

Ritengo che il termine in questo caso dovrebbe valere come scriba censorio e come addetto contabile della spesa, insomma uso Librarius  in forma altamente dispregiativa per un magistrato romano  secondo il quadro tracciato da Velleio Patercolo,  ridotto a persona /maschera alla corte  di Cleopatra.

Munacio Planco, fatti conti, stabilisce che la regina  ha perso la scommessa  ed allora Cleopatra,  sorridente,   fatta portare una coppa , con aceto, vi versa sopra una delle due perle  che ha alle orecchie,  la fa sciogliere e la beve.

E chiede al censore di Antonio se ha raggiunto la cifra fissata mentre stacca anche l’altra perla per gettarla in un’altra coppa e si ferma solo quando il romano dice che è risultata vincitrice.

Per lei, regina,  che ha la riserva delle perle del Mar Rosso  e che commercia con l’India, non è una perdita grave!: è  solo una dimostrazione dell’immensa ricchezza dell’Egitto, davanti al fanciullesco Antonio e al suo avido  librarius! . Cleopatra mostra la superiorità commerciale della cultura lagide rispetto a quella agricola della res publica!

Senza entrare in merito al coniugium sacro e all ’innamoramento  o passione amorosa dei due,- argomento caro ai letterati, che seguono la propaganda di Ottaviano difensore dei diritti della sorella Ottavia, legittima coniuge, dopo la morte di Fulvia, che partorisce ad Antonio  poco dopo due figlie Antonia Maior ed Antonia minor, rispetto a  Cleopatra,  che dà alla luce  Alessandro Helios e  Cleopatra Selene il 25 dicembre del 40   e molto  più tardi avrà Tolomeo Filadelfo –  si ritiene che  ciascuno dei due, in relazione alla propria cultura, insegue, oltre al benessere fisico personale, un telos politico: Antonio  raggiungere lo scopo di essere l’unico padrone di Roma e dell’imperium, l’altra di creare un impero universale con capitale Alessandria, e come centro l’Egitto secondo i piani  di Cesare.

Non si sa se i due abbiano concordato un’azione comune per conseguire l’obiettivo proprio e quello del  benessere dell’ecumene!

Comunque,  la cornice di Alessandria, città unica al mondo costruita da Alessandro Magno, arricchita dai primi lagidi,  resa la più grande e più ricca, considerata geograficamente anello di congiunzione tra Asia ed Africa ed Europa,  diventa per Antonio  teatro ed occasione delle  bravate militari, oratorie, atletiche.

Deve cedere, però, ad alcune pressanti richieste della donna: riconsegnare Cipro all’Egitto lagide; far uccidere Arsinoe, sua sorella, che pur vive ritirata in Asia Minore chiamata solo dal Sommo sacerdote dell’Artemision, regina, pericolosa ai fini dinastici. va  errando per Alessandria in incognito  e si innamora della città della Mareotide, di Canopos  e della megalh odos  del centro cittadino.

Nella città Cleopatra  attira sempre di più Antonio con la kolakeia  che sa praticare anche oltre le quattro forme di Platone – due sono quelle rivolte al corpo, alla cucina e l’abbigliamento raffinato; e due all’animo . sofistica e retorica -.La regina per un decennio gioca con Antonio come una gatta col topo  deridendo spesso lui occidentale che crede di essere il dominatore, che prende per vero che tutti ridano   felici e festosi alle  sue performances,   come beone,  o come atleta o come pescatore,  senza accorgersi che il loro assenso è quello  del suddito,   costretto a magnificarlo (Ibidem 24)  Cassio Dione ha nella sua opera spesso mostrato l’aspetto levantino dell’alessandrino che è certamente il più scaltro dei kolakes,megalophues, un sublime ruffiano, per dirla con Il Peri Upsous (Il sublime, XLIV,3 a cura di F Donadi,, Bur ,1991)  che così scrive in generale dell’orientale, alla fine del trattatello pseudo longiniano. Cleopatra ne è con Ibrea l’esempio più lampante .

Emblematica è la sua frase nei confronti del ragazzone romano, americano spocchioso,  scoperto nella sua millantata pesca, che copre l’atteggiamento di derisione con un apparente rispetto:  parados hmin ton kalamon, autokrator,  tois  Pharitais  kai  Kanobitais  basileusin. H de sh thhra  poleis  eisi  kai basileiaai  kai hpeiroi /concedi a noi re  abitanti di Faro e di Canopo, la canna: la tua preda sono città, regni e continenti.(ibidem,29)

Antonio non riuscendo a pescare niente,  fa attaccare  all’amo pesci da sommozzatori, ma scoperto dalla regina  è beffato perché un abile nuotatore egizio pone  un pesce salato del Ponto sulla sua esca, lo rende oggetto di risate per i cortigiani.

Secondo noi Antonio e Cleopatra sono amanti – hanno  i gemelli nati il 25 dicembre del 40, in quasi dieci anni di relazione- ma non formano una vera coppia, che possono pure aver sognato con diverse finalità il sogno di un impero universale cesariano, da realizzare più per volontà di Cleopatra che di Antonio.

Non so con quanta fiducia Cleopatra possa coltivare  tale  idea,  non certo per amore: abissale è il divario culturale tra i due coniugi!

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Angelo Filipponi – Un' altra storia del cristianesimo