Il quadrante della vedova

Marco 12,41-44 tratta di una vedova che mette in una  shupharot del gazophulakion due spiccioli /leptà, equivalenti ad quadrante cioè 1/4 di asse (una moneta del valore  di 50 centesimi di euro, cioè di circa mille vecchie lire)

Gesù – questa è la mia ricostruzione del fatto – si trovava nel cortile delle  donne, una zona  che era  separata dal cortile degli israeliti da un muretto ed aveva all’intorno delle colonne, che sorreggevano il matroneo, da cui  si poteva assistere ai sacrifici e alle funzioni del tempio. In questi portici  c’erano 13 bossoli /buche, a forma di corno, disposti in modo che chi passava poteva deporre monete, che calavano giù  ed arrivavano nella stanza del tesoro.

Un fedele, circonciso – era vietata severamente  ai non circoncisi entrare sia nel cortile degli ebrei che in quello della donne, pena la morte: un’iscrizione sulle monumentali porte di ingresso del  tempio vietava l’accesso ai pagani- poteva andare al cortile degli israeliti  dal cortile delle donne, mediante 15 gradini.

Dai bossoli il denaro, dunque,  confluiva, da varie parti, a seconda della disposizione  dei corni,  nella vasta sala del gazophulakion come elemosina  o come tributo per il tempio (la doppia dracma): questo
costituiva il tesoro del tempio dove c’erano addetti al raggruppamento delle singole  entrate, in relazione alle porte di ingresso del tempio  e dove  c’erano depositi pubblici statali con  proprio sigillo, ma anche  di  comunità distinte per segni,  e  perfino di conti  privati, custoditi in sacchetti, dopo che le monete erano state accertate nella loro  autenticità di conio- date le tante contraffazioni- e contrassegnate con il timbro templare   con certificato di probatio,  che attestava  che i saggiatori l’avevano provato e comprovato  (solo allora il deposito era definito  pecunia clusa et obsignata).

Insomma,  il gazophulakion era una banca/trapeza (cfr. A. Petrucci, Mensam exercere, Studi sull’impresa finanziaria romana , Iovine , Napoli 1991), la banca più grande  degli ebrei – perfino di quella di Alessandria-  ed aveva  molti gestori,  con un tamias, responsabile,  di stirpe sacerdotale,  che  -di solito- era collegato con lo strategos, di nomina del sinedrio, ambedue.

Gesù, dunque, era davanti al  gazophulakion.

Perché un profeta, un maestro, un uomo  spirituale  sta davanti al gazaphulakion?  Strano!

Ancora di più mi sorprende che stia seduto proprio davanti  alle bocche del Gazophulakion.

Se fosse un re ed avesse potere censorio, invece, avrebbe anche un significato lo stare presso una delle 13 supharot?!

Comunque, qualsiasi cosa stesse facendo nel tempio, Gesù che stava seduto (kathisas katenanti tou gazophulakiou –  proprio di fronte al tesoro- katenanti  fa supporre una volontà di inquisire ,come anche etheoorei)  esaminava, non stava a guardare, da curioso,  il modo come  l’ochlos popolo  gettasse denaro nel tesoro!.

Marco  parla dell’obolo ( è moneta greca del valore simile al quadrante latino) della vedova,  dopo il tributo a Cesare, a seguito della confutazione dell’errore dei sadducei sulla resurrezione (ouk estin theos nekroon alla zoontoon : polu planaste/ è dio non dei morti ma dei viventi: errate molto), della proclamazione dell’amore del prossimo come primo comandamento, della propria proclamazione come Messia, Signore più che  Figlio di Davide in una correzione della lettura degli scribi, apostrofati come uomini che amano passeggiare in lunghe vesti, rivere saluti nelle piazze  avere i primi seggi nelle sinagoghe , i primi posti nei conviti, divorare le case delle vedove,  fare ostentazione delle lunghe preghiere.

Il  racconto di Marco, quindi, è nodale  in quanto subito  dopo  l’evangelista fa un discorso escatologico, mostrando l’inizio dei dolori e il vertice della tribolazione (tutti termini  spie dell’avvenuta  distruzione del tempio e della città)  per giungere a focalizzare la venuta del Figlio dell’uomo  sconosciuta  a tutti (perfino agli angeli e  allo stesso Figlio) e nota solo  al Padre, per cui  c’è l’esortazione a vegliare  con l’uso  di tre termini  blepete, agrupneite… grhgoreite (anafora  di quest’ultimo con  poliptoto /ina grhgorhi).

Noi abbiamo parlato a lungo di discorsi apocalittici ed escatologici e rinviamo ad altri studi ( Apokalupsiscuriosità– ed altrove ), qui mi preme  rilevare che lo studio sulla vedova  da parte di un maran/ re, che esamina i suoi sudditi (specie sadducei e scribi, filoromani)  versare nel tesoro del tempio, ha un altro valore rispetto a quello dato dalla tradizione…

Dopo la purificazione del tempio, il maran può aver chiesto un contributo ai suoi sudditi ?…come Oro alla patria di Mussolini, fissato per la Giornata della fede il 18 Dicembre 1935?!…

Chi attende ancora la venuta del Signore, come parousia/ritorno, presenza divina, invece,  intorno alla fine del primo secolo d.C. , mira a  risolvere tutto in  un ammaestramento morale secondo quanto detto da Christos  che rileva  come la vedova  (definita non khhra ma auth h ptookhh),   anche se poveretta,  ha gettato  più di tutti (pleion pantoon ebalen toon ballontoon ), dando  una spiegazione divina –  solo un dio può vedere quanto versato e sapere la verità!- di quanto dato da tutti gli altri  (to perisseuon il superfluo) , rispetto al  versato dalla vedova che ha dato tutto ciò che ha, cioè tutta quanta la sua vita/ panta osa eiken, olon ton bion auths.

La conclusione di Marco è, dunque, che la poveretta dà tutto ciò che ha, mentre  tutti gli altri solo il superfluo, in una esaltazione dei poveri  rispetto  ai ricchi (condannati!), degli ultimi rispetto ai primi, in un rovesciamento delle situazioni, secondo la retorica delle antitesi.

Una facile lezione morale, amici cristiani,  puzza -tanto- di inganno, da parte del  nuovo sacerdozio christianos!

Gesù. Meshiah aramaico, methorios , politikos

Gesù fu un messia aramaico, methorios e politikos.

Ho già trattato il problema della regalità di Gesù aramaica,  e quindi del Makuth ha shemaim, ed ho puntualizzato la funzione methoria dei giudei ellenisti, oniadi,  in relazione al sistema trapezitario ed emporico (Cfr. Jehoshua o Iesous? Maroni,2003).

O methorios, da una parte, ed o politikos, da un’altra, sono due  tipici aggettivi  sostantivati che  sono stati  da me per anni connessi alla figura dell’ellenista giudaico- alessandrino, di cultura greca, in particolar modo all‘alabarca di Egitto, espressione di un’attività commerciale e politica  dell’ebreo nell’impero romano. In quest’ultimo decennio, ristudiando e rivedendo  la situazione del Malkuth alla luce delle indicazioni di Marco ( e di Matteo), mi sembra di poter/dovere correggere  la radicale impostazione precedente in senso aramaico del Messia  nel  corso del suo Regno, imprecisato nella sostanza, anche se determinato nella cronologia. 

Se si legge Marco (11,12,13)  è possibile rilevare da una parte l’aspetto della novitas  di Gesù aramaico,  che ha preso il tempio, che ha una sua neoteropoiia/politica nuova, dopo una stasis/rivolta vittoriosa, ma  non precisa la  provenienza della sua exousia/potere/ potestas, mentre ambiguamente  specifica, secondo i criteri zelotici, il suo pensiero  antiromano, senza provocare  dilacerazioni tra i suoi seguaci e senza tagliarsi i ponti per una ricucitura politica con la romanitas dominante, di cui c’è  traccia in ta Kaisaros apodote Caisari kai ta tou Theu Theooi, in un servizio  apparente a due padroni.

Gesù, methorios e politikos  è compatibile  nel periodo 32-36, in un momento in cui l’impero romano non si interessa alla situazione dell’area siriaca e siro-palestinese, mentre  l’impero parthico  sostiene il messianesimo, utile ora alla sua espansione fino al Mediterraneo in una ripresa della politica di Pacoro del 40-38 av. C., in un recupero dell’eredità achemenide e seleucide,

Il messianesimo giudaico autorizzava  Artabano III, collegato con Areta IV, re dei nabatei  e con Monobazo ed Izate,  re dell’Adiabene ad un  intervento militare antiromano  per la riconquista dell’Armenia e della Siria e della Celesiria  e alla definitiva rottura della siepe antoniana dei regni vassalli e delle tetrarchie, imposti dai romani alle popolazioni aramaiche (specie quelle di Erode Antipa, di Filippo)  e all’ abolizione  della provincia  di Siria e  della sotto provincia di Iudaea

A vittoria  conseguita,…  instaurato il malkuth,  purificato il tempio… il regnare era oltremodo difficile per il Messia:  c’erano problemi logistici di collegamento tra gli aramaici di due imperi diversi e c’erano  controversie decennali tra aramaici e  pagani greci e gli stessi giudeo- ellenisti,  c’erano perfino incompatibilità  religiose e commerciali tra i giudei ellenisti e i  greci pagani.

Il regno del Messia,  ricavato entro i limiti del confine romano, era di popolazione mista,  con una popolazione non inferiore ai 1.800.000, di cui gli aramaici formavano un nucleo compatto di 600.000  persone, ma la maggioranza era  quella costituita da  giudeo ellenisti e  da pagani (specie nelle due tetrarchie erodiane e in  Decapoli ,e lungo il litorale mediterraneo), mentre ancora  le forze parthiche occupavano la Siria e l’Armenia ed arrivavano fino al Mediterraneo…

Inoltre gli aramaici non predominavano nemmeno in Gerusalemme e nella Giudea, data l’alta presenza di giudei ellenisti che formavano la classe  dominante sacerdotale sadducea, gli erodiani e gli scribi, che   avevano il supporto dei sebasteni, truppe erodiane consociate come auxilia ai  milites romani,  che, inoperosi, erano nei castra  dislocati in molte postazioni non distanti dall’Eufrate. Inoltre tutta la regione della Giudea  era collegata  con quella di Samaria, di religione   scismatica,  che aveva  una propria Bibbia (Pentateuco e libro di Giosuè) e  con l’Idumea , che,  pur divisa tra aramaici e greci, aveva un consistente gruppo di  elementi di sicuro affidamento messianico, come anche la Perea e la stessa Galilea, da cui era partito il movimento, vincente,  di insurrezione messianica…

Le forze, dunque, del Messia, seppure insediato in Gerusalemme e  nel Tempio, non permettevano un governo della città  e delle zone occupate, circonvicine, secondo la rigida applicazione legalistica della Musar, cultura  aramaica: il sinedrio messianico doveva essere di  varia composizione e comprendeva sadducei,  farisei ed esseni,  erodiani e naziroi galilaici di varia estrazione sociale,  ed era subentrato a quello sciolto,  dominato dai sadducei e dagli erodiani  e  controllato dalle  potenti famiglie di Anano I  e del genero Kaifas (collegato con i cinque cognati,  Eleazar, Teofilo, Gionata, Mattia, Anano II – Per Flavio- che si meraviglia del fortuna del vecchio,  Ant. Giud. XX, 9.1 Anano fu molto fortunato . Infatti cinque suoi figli , dopo che lui aveva goduto dell’ufficio per un periodo piuttosto lungo, sono stati sommi sacerdoti-) e di Anania Boeto Canthera.

Infine il Regno secondo i confini erodiani  (cioè fascia costiera, l’ex tetrarchia di Filippo, la zona transgiordana)  era da conquistare,  come anche il titolo di maran  senza il riconoscimento di Tiberio  (come anche quello di Basileus con  il consenso di Roma)…

Essere Messia  comportava un tenere a freno i vincitori aramaici sia gerosolomitani, che galilaici che parthici,  e quindi  venire a patti con  gli  stessi sostenitori, limitati nella loro esuberanza vittoriosa, e nelle pretese di ricompensa legittima con le funzioni governative e le cariche  (cfr. Marco,10, 35-45), delusi nella spartizione del potere: Il pensiero riportato dall’evangelista non corrisponde alla situazione di accadimento ma  è  collegato con quella di scrittura domizianea ed ha valore anagogico e morale, in una   contrapposizione tra potere pagano dispotico,  per honores  e quello messianico per servitium /diakonia (cfr. l’uso di diakonos  in relazione a doulos   e il poliptoto diakonethhnai – diakonhsai al fine di mostrare l’exemplum di chi dà la vita per il riscatto di molti).

E contemporaneamente sottendeva curare i vinti  sadducei e erodiani e scribi, filoromani e i romani stessi  in quanto bisognava rispettare i greci e specie i giudeo-greci  che si erano arresi senza spargimento di sangue e che  si erano consegnati alla clemenza del vincitore  ed aumentare i rapporti con i giudei ellenisti specie di Egitto e di Cirenaica che avevano finanziato l’impresa, considerato l’immobilismo di Tiberio…

Il messia sapeva bene che le truppe romane erano  e nelle  regioni  a lui nominalmente sottoposte e  in Siria, dove il  contingente era  maggiore, anche se   le truppe  ora erano disorganizzate e  senza capi , specie, dopo la morte di Pomponio Flacco e la mancata rapida sostituzione da parte di Tiberio, più interessato all’eliminazione fisica  dei seguaci di Elio Seiano, -che aveva gestito la questione mediorientale, ed aveva posto  in Iudaea un suo uomo di fiducia, Ponzio Pilato- …

Ben si conosceva l’ attendismo  fatalistico  del vecchio imperatore, la politica, lenta nella rimozione dei  governatori. Tiberio raccontava l’apologo del ferito e delle mosche,  sentenziando che per un ferito era meglio sopportare le mosche vecchie che  ucciderle, perché, morte quelle che avevano a sazietà  succhiato sangue, sarebbero venute altre fameliche, avide: l’imperatore considerava i suoi governatori specie di nomina senatoria, agli inizi del mandato, avidissimi,  che però, si spegnevano col tempo, perché avevano raggiunto la sazietà  e potevano tornare dall’incarico provinciale con molte ricchezze tanto che, partiti poveri,  tornavano ricchi... (Cfr. Flavio ,Ant. Giud., XVIII,174-176). Celebre la  sua  massima:  è proprio di un buon pastore tosare il  gregge, non scorticarlo/ Boni pastoris tondère pecus, non deglùbere  (Svetonio,Tiberio XXXII).

La politica aramaica, immitis,  senza praoths,  barbaricamente violenta, di aggressione, non era possibile  come non era possibile seguire l’exemplum di Giovanni il battista,  la cui rigida vita di recabita, imponeva una dura osservanza della legge, una palingenesis una nuova vita col battesimo di purificazione ad Al Karrar (Betania oltre il Giordano), dopo un’attesa penitenziale ed addestramento militare: il messia, invece, doveva coniugare le tante anime dell’ebraismo e quelle  ellenistiche della società pagana,  per cui blanda era la sua interpretazione legalistica…

Infatti  Matteo (oltre che in 26,6 e sgg   circa il puro ed impuro ed unzione)   in 15,1 mostra, prima, che i discepoli di Gesù non seguono la tradizione degli antichi e nel mangiare  e nel lavarsi  e nell’onorare il padre e la madre  e poi  mette in evidenza Gesù che  definisce i  farisei ciechi e guide di ciechi...  Marco  aggiunge  in 18, 1 sgg un attacco dei seguaci di Giovanni, oltre che dei farisei, sul digiuno  non osservato dai discepoli del Signore   e in genere sul mangiare e bere con i peccatori, specie  con i pubblicani e specificamente  viene condannato lo sperpero,  in casa di Simone il lebbroso, di  unguento di nardo  e della rottura del vaso di alabastro  del costo complessivo di 300 denarii  (6000 euro circa;   si pensi  che a Giuda  vengono dati  30 denarii  circa 600 euro- il valore di un denario è di  quattro sesterzi  cioè di 16 assi; si noti che  con due assi si  può comprare un kg. di pane)

Insomma sembra che Gesù abbia un’altra gestione politica rispetto alla tradizione farisaica e alla  impostazione aramaica, giovannea, e che la sua deviazione sia  scandalosa e perciò marcata da oppositori seppure della sua stessa fazione….

Voleva forse  indicare altre possibilità, oltre a quella aramaica, ai suoi discepoli, pur rimanendo saldo il principio di fede giudaico e mosaico   di Dio solo padrone e padre di Israel ?.

Fu  quella stessa pretoria e censoria  di Erode Agrippa, convinto assertore di  una politica filoromana,  entro cui, però, doveva trovare spazio il giudaismo ellenizzato con le connessioni all’istanza messianica  aramaica !

Fu quella stessa  politica di Giacomo,  che nella sua figura di recabita e di  giusto tzadik, di baluardo del popolo aramaico  si faceva garante con i governatori filogiudaici (Fado, Tiberio Alessandro, Felice ) del comune  affare delle festività  ebraiche, assicurate nella loro regolarità,  lasciando aperto e il canale ellenistico e  quello aramaico, finché, cessata la collaborazione censoria e finanziaria  coi romani -ormai decisi ad estirpare   il cancro aramaico  ed ebraico ellenistico- riprendeva decisamente la politica  militaristica, esclusivamente aramaica, facendo sequestri ed  attentati  contro sadducei ed erodiani e contro i nemici romani.

La sua morte risultava  per Giuseppe Flavio l’inizio della fine del Tempio di Gerusalemme e di Gerusalemme stessa:  il giudaismo aramaico, fusosi con quello adiabene e mesopotamico, collegato con  quello idumeo, galilaico,  peraita e con gli ebrei scismatici  alessandrini  più intransigenti,-che erano stati rovinati della politica finanziaria dell’ultimo Nerone,- andavano alla  guerra contro i romani convinti che Davide  avrebbe vinto Golia  e che i più deboli avrebbero superato i più forti, sicuri che a Dio niente era impossibile e  che perciò  si sarebbe verificato miracolosamente  l’evento salvifico …

Si potrebbe,  dunque, inferire che  da Gesù derivi una doppia via operativa, mediante  due metodi diversi in relazione  alle 613 prescrizioni della legge utili  (sebbene in modi differenti)   a conseguire il benessere dell’anima e  quello del corpo?.

Ora,  siccome il popolo non ha la capacità di percepire  la natura delle cose spirituali, espresse in  forma esplicita o forma metaforica, allora per ogni massa occorre fare le correzioni delle condizioni di esistenza,   cosa che si consegue solo con l’eliminazione dei torti reciproci,  da una parte,  impedendo all’individuo  di compiere la propria volontà e  allontanando  le mete alla portata delle specifiche capacità, costringendo a fare quanto è utile alla collettività e, da un’altra , formando costumi utili alla comunità  tali da rendere la città ordinata.

Il benessere dell’anima non si consegue se non si raggiunge quello del corpo: si vuol dire cioè che bisogna assicurare lo stare bene  nella migliore salute, avendo tutte le cose necessarie a vivere  (casa  famiglia, cibo, denaro,  ogni cosa buona ed  utile al soddisfacimento degli appetiti umani)  non solo per un individuo o gruppo familiare ma per una comunità politica, perché l’uomo  è un animale  per natura  razionale  e politico, un vivente consociato che pensa prima alla propria sussistenza personale  poi a quella dei famigliari ed infine agli altri, come prossimo, facente parte dell comunità,  con cui condividerà  le cose, anche se  teso ad un  vantaggio, comunque,  sempre proprio.

Il benessere dell’anima  è di ben altra forma,  in quanto si cerca iniziando il proprio percorso  purificandosi col rifiuto  della pars corporale  (tengo presente il sistema sia degli Esseni che dei Terapeuti che  si disfano di ogni patrimonio e lo cedono a  parenti)  allontanandosi dagli altri e vivendo in comunità o in solitudine, tendendo  a sviluppare la razionalità  in atto, con un intelletto in atto, in un’ ansia e volontà di conoscere  tutto ciò che è possibile e tutti gli enti, in ragione  della perfezione ultima/teleioosis ,  che non consta di azioni o di costumi, ma solo di opinioni, come risultanze di una speculazione razionale  e  come conferma  di uno studio fatto.

Maimonide,  a proposito della legge e della perfezione ultima,  dice: la legge di Mosè nostro maestro  ci dà il vantaggio  di entrambe le perfezioni insieme: ossia crea le condizioni  migliori in cui  gli uomini possano vivere   gli uni con gli altri,  eliminando l’ingiustizia, e concedendo un carattere  nobile e virtuoso, così che gli abitanti del paese possano sopravvivere e perpetuarsi  secondo un unico ordine, affinché ciascuno  di essi raggiunga la sua perfezione prima, e le credenze  e le opinioni  corrette con le  quali  si raggiunge la perfezione ultima  (Cfr.la Guida dei perplessi, a cura di M. Zonta, Utet,,2013).

Quindi per Gesù maran  assicurare la giustizia  con tutte le condizioni politiche  è il primo compito, anche se  impossibile da realizzare in una comunità  composita, per dare un benessere corporale  …

La musar contempla di  fondere  le due perfezioni dando rilievo prioritario a quella corporale senza la quale non è pensabile nemmeno l’intelligibile benessere spirituale,,.

La paideia insegna philanthropia, ad essere uomo, ad  amare l’uomo come altro se stesso (Homo sum: humani nihil  a me alienum puto  Terenzio, Eautontimoroumenos ,77) in un adattamento  in situazione  e  a superare la prova/ ostacolo in relazione al proprio ingegno,  ad essere faber del proprio destinovivendo  moderatamente, secondo natura e  ragione, conseguendo uno stato  di eudaimonia in quanto anhr theios, capace di discernere tra le cose che esistono, e quelle  che dipendono da noi,  quelle che non dipendono da noi, servendosi della proairesis.

Questa  distingue, secondo la cultura stoica, i  fatti nostri  e li sottopone ad un razionale controllo  (giudizio di valore, impulso ad agire , desiderio, avversione, amore e ed ogni altro sentimento) da quelli non nostri  ( i nostri averi, le opinioni che gli altri hanno di noi, la cariche pubbliche ,  qualsiasi cosa  che non dipenda da noi esseri umani, ma da cause esterne).

Ora, Gesù regnando su ebrei e pagani, con un Tempio da gestire, un tesoro senza pari, con alleati armati  entro i propri confini e con nemici invasori, vinti, ma ancora sul proprio territorio, doveva per forza  praticare una politica di moderazione, quindi impostata sulla metrioths e non sulla ferocia barbarica.

Noi abbiamo cercato con pazienza, in tanti anni di  studio, i segni di una politica nei vangeli sinottici di  un Gesù Methorios, uomo al confine tra due regni, un aramaico moderato, che ha insegnato una doppia via, una seguita dal fratello Jakobos,  quella naziroa del Malkuth ha shemaim, ed una da Shaul  Paulus ed evangelisti,  che  hanno,  poi,  a seconda delle  situazioni,  sviluppato  in modo personale, l’eredità politica e  spirituale del  Maran, Re/Maestro, martire aramaico.

Da lui dunque derivano  e la via seguita da Giacomo  e dagli aramaici, che vanno ciecamente, fiduciosi solo  in Dio, alla guerra, alla distruzione  del Tempio , ed arrivano, dopo la rivolta del 115-116, allo sterminio con Shimon bar Kokba –  e quella dei Christianoi antiocheni e di Paolo che, seguendo la metriotes, fondendo  musar e paideia, tradizione ebraica e pagana, rompendo con la sinagoga- inquisita  e condannata dalle autorità- hanno una loro possibilità di sopravvivenza nel territorio romano, nonostante le differenze di lettura,  a seguito di skimmata ed erides ecclesiali, della medesima lezione del Signore e sopravvivono secondo  una propria gerarchia, greca, in relazione alle zone di diffusione della Basileia tou Theou.

Giacomo, dopo un lungo periodo di connessione con i prefetti romani,  irrigidisce la sua politica, specie negli ultimi anni di governatorato di Felice  nell’interpretazione integralista mesopotamica  del pensiero del fratello  a seguito della scoperta dei piani di distruzione romana dell‘ etnos giudaico,  mentre Paolo  e gli evangelisti  seguono l’indirizzo moderato di comunione tra giudei e pagani e  costituiscono   su una struttura retorica  una nuova base teologale e celebrano il mito di Gesù (figlio di Dio e di una Vergine, che,   venuto in terra  per redimere il mondo  dal peccato originale, ucciso dal suo stesso popolo,  risuscita)  e lo rievocano  con riti  come modello di vita e lo considerano nomos empsuchos.

Vediamo, dunque, come Gesù sia stato per ambedue le vie una guida ..

Non è facile seguire la doppia indicazione di Gesù (cosa  che richiede esami tecnici linguistici e storici):  in questa sede portiamo solo alcuni esempi di moderazione  politica che ci autorizzano a definire il Messia o politikos  Cfr A Filipponi, Giuseppe o il Politico , eBook Narcissus 2011) e trascuriamo tanti altri.

Scegliamo, tra i tanti,  due episodi, quelli più famosi, tratti da Marco.

ll  primo  (11,27) racconta di Gesù  che, tornato a Gerusalemme per la terza volta, passeggia nel Tempio  (viene usato il termine peripateo , aristotelico che indica un camminare e discutere con altri  forse nel cortile dei gentili  ), come uomo, che vincitore, domina la scena  col suo seguito di naziroi…

Il passeggiare  sottende  che già ha fatto l’ingresso trionfale, davidico, in città, seduto su un puledro, tra gli osanna popolari, ma a sera del giorno del 7 nisan, periblepsamenos tauta avendo attentamente guardato intorno le cose, ecselthen eis Bhthanian metà toon doodeka uscì in direzione di Betania con i dodici.

 Peripatein sottende anche  il possesso del tempio  da cui ha scacciato quelli che comprano e vendono, avendo rovesciato i tavoli  dei trapeziti, cambiavalute, e  banchi dei venditori di colombe  facendo da despoths queste azioni e rimproverando,  secondo i logia di Isaia (56,7) e di Geremia (7,11)  che il tempio è diventato una spelonca di ladri  quando è un luogo di preghiera ed impedendo di portare oggetti attraverso l’area templare.

L’evangelista, quindi, implicitamente  dichiara che Gesù ha svolto la sua funzione militare avendo non solo  exousia  strategikh/potestas praetoria ma anche h toon dhmàrchoon exousia / potestas  tribunicia.

Queste cose erano state fatte  (si rilevi che poieoo è verbo molto difficile da intendere  e che ha molti valori dal generico fare a creare di Dio kosmopoihths)  il giorno 8  di Nisan e i  sommi sacerdoti e gli scribi volevano ucciderlo, quando Gesù era nel cortile degli ebrei, ma temevano la folla: Gesù era andato via ed era tornato otan opse  egeneto, quando giunse la sera,  in una zona tra Betfage e Betania, il suo centro militare operativo.

Il giorno dopo , 9 Nisan,  stando Gesù nel cortile  dei gentili (non era entrato ancora in quello degli ebrei), mentre passeggia (con la Thiara parthica?!),  si presentano i sommi sacerdoti, gli scribi e gli anziani, insomma il sinedrio al completo, filoromano e chiedono: en poia ecsousia (dativo singolare, con alfa ed iota sottoscritto) tauta poieis; con quale potere  fai questo? ed aggiungono per meglio precisare la domanda  h tis soi edooken thn ecsousian tauthn ina tauta poihis /o chi ti ha dato il potere di fare questo?,

La domanda, pur duplice, è una in quanto la seconda è pura richiesta del nome del datore di ecsousia, che tutti conoscono, ma  non dicono e vogliono invece che Gesù lo dica espressamente.

Insomma si fa una richiesta ufficiale: chi rompe l’ordine stabilito nel  tempio stesso? con quale autorità lo faccia? Qui non si parla di autorità religiosa, di parola, di  disputa …

Le due precise domande sono fatte a chi ha turbato la normalità commerciale del tempio e quindi sottendono  la presenza armata  di chi ha preso militarmente  il tempio,  annientando anche la guarnigione romana sulla Torre Antonia e le truppe  templari  col loro strategos.

La prima domanda sottende che Gesù ha  potestas  sul popolo (ochlos) – i leviti, il piccolo  e medio sacerdozio, gli artigiani  e i militari zelotai   che l’acclamano meshiah  e che  riconoscono in lui i segni della elezione divina  dellunto del signore; la seconda è in relazione all‘ecsousia politico-militare, tipica del popolo romano cioè dell’imperatore e del senato -dai quali dipende la provincia di Iudaea col Tempio di Gerusalemme-  e fa intendere  che si conosce  il  sostegno straniero (quello di Artabano III e di Areta IV) e si vuole una dichiarazione  pubblica della  reale autorità messianica.

Dunque il sinedrio  esige  una  risposta  politica, pubblica,  da chi ha interrotto la normalità del Tempio gestito dai sadducei, protetto dai milites e  dal diritto/ Ius romano.

Gesù si mostra o politikos , un politico abile nella comunicazione, diplomatico: non risponde alle domande, ma ne fa un’altra marcando sempre il termine  ecsousia  e pone una condizione, (con un periodo ipotetico di II tipo) in tono imperativo: se mi risponderete, vi dirò con quale potere faccio queste cose: to baptisma to Jooannou ecs ouranou hn h ecs anthroopoon; apokrithte moi/ il battesimo diGiovanni era dal Dio o dagli uomini? rispondetemi.

E’ una sfida al sinedrio!  c’è coscienza  da parte del Messia di avere in pugno la situazione politica e di essere il vincitore, a cui i settanta  devono piegarsi, allinearsi, inchinarsi – anche perché rischiano la vita – e dichiarare ouk oidamen/non sappiamo, costretti a professarsi ignoranti  davanti al popolo e quindi  a rassegnare le dimissioni…

E’ la massima umiliazione per un sophisths: un maestro di vita  che non sa, perde  il diritto di guidare ed ogni dignità, che deriva dalla  saggezza profetica!…

E’  ammissione pubblica di non aver riconosciuto i segni della missione divina di Giovanni, della sua ecsousia celeste,  di averlo lasciato solo davanti al potere romano ed erodiano, di averlo così condannato a morte …

Il ragionamento del sinedrio, anche se  individuale,   presuppone già nel verbo dialogizoo una febbrile attività interiore razionale, al fine di una soluzione possibile  all’aut aut  del Christos,  con la pressione imperativa dell’immediatezza della risposta.

La coscienza che qualsiasi  delle due risposte sarebbe stata non giusta  ed avrebbe avuto ripercussioni sulla stessa  incolumità sinedriale, aumenta l’incertezza  dei singoli e determina la confessione di ignoranza, unica possibilità di reale salvezza.

Infatti per l’evangelista  ognuno degli oppositori,  che pur desiderano la risposta ufficiale, da inviare  al senato e all’imperatore  romano, ha la coscienza di correre un pericolo mortale o da parte del Messia o da parte del popolo: dire che il battesimo di Giovanni era dal cielo significava  ammettere  davanti al Signore, annunciato dal precursore, la propria colpa e  confessare di  non essere uomini di Dio, ma suoi nemici e quindi  giustificare la condanna a morte in quanto menzogneri; dire che derivava dagli uomini, equivaleva ad  una condanna alla lapidazione popolare  perché Giovanni era considerato propheths.

Un vero politico è Gesù che realizza i sogni dei suoi seguaci aramaici, vedere umiliati e rei confessi i nemici, ma  moderato nella vendetta, come un ellenista  che si rifugia  nel rifiuto di comunicazione con uomini non degni, menzogneri! Infatti dice: neanche io dico con quale autorità faccio queste cose.

Matteo (21,23-27)e Marco  dicono sostanzialmente lo  stesso pensiero e  scrivono la stesse parole  oude egoo legoo umin en poia ecsousia tauta poioo, mentre Luca (2.1-8) fa una premessa  su Gesù che in quei giorni istruisce il popolo nel tempio ed annuncia la buona novella, per cui il resto del racconto, seppure simile a quello degli altri evangelisti,  assume un valore solo morale.

Il secondo episodio (Mc12,13-17), è quello che più di ogni altro mi ha fatto perdere sonno (cfr. Il tributo a Cesare in Jehoshua o Iesous ? cit. pp. 173-179)

Il vecchio sinedrio non ha  più potere in Gerusalemme  e Gesù ne sta formando  uno nuovo.

Da oppositori nascosti, dopo la paura del precedente incontro,  vengono inviati al Signore/Despoths  farisei (di cui non si conosce il preciso indirizzo- di norma  i farisei sono molto fedeli al Messia-) ed erodiani, intenzionati a comprometterlo ulteriormente  coi romani.

Questo è l’effettivo valore della  proposizione finale ina auton agreusoosin logooi in quel cotesto e in quel contesto: il verbo agreuoo è dell’area semantica della pesca ( o caccia)  ed indica un pescatore/cacciatore agreus  che con rete  (o amo o laccio) fa preda (agreuma): quindi qui si vuole prendere  al laccio il Messia  con qualche parola (logos)  da riferire ai mandanti romani.

I richiedenti sono politici, uomini che sanno conquistare  il proprio interlocutore  con la retorica ed usare la  captatio benevolentiae  e che lo chiamano maestro (didaskalos /rabbi non è dell’epoca tiberiana!) Despoths /maran, affermando di sapere (oidamen) che lui è  alethhs (non menzognero),  che non guarda in  faccia  gli uomini   e che segue la via  di Dio secondo verità: essi, seppure retoricamente, prima professano di riconoscerlo come Messia e poi chiedono: ecsestin  dounai khnson kaisari  h ou;  doomen h mh doomen;

La domanda è come quella di Gesù precedente: si può rispondere solo si o no  e la risposta ha valore di una dichiarazione di guerra se negativa, se è positiva ha valore di  negazione dell’impresa  messianica, di fine  del Malkuth ha shemaim e ritorno alla normalità di soggezione alla romanità con la conseguenza della lapidazione del menzognero che ha tradito le attese popolari.  

Diamo o non diamo ? come congiuntivo esortativo, in forma interrogativa ha  significato pratico finanziario  che necessita di un’azione concreta di sborsare telein  (non dounai azione sponta nea!)quanto dovuto al senato e all’imperatore: o si dà il dovuto a Cesare  e si  torna sotto il controllo della  censura romana e dei pubblicani;  o non si dà  il denario perché già moneta impura  in quanto ha l’effigie di Cesare, non toccabile per il giudeo puro ,  che non si serve del denario o, caso mai , usa siclo e suz  (con l’implicito ritorno dei banchi dei cambiavalute) e si riprende lo stato di belligeranza, dopo la pausa della purificazione del tempio…

Dato l’uso della prima  persona plurale doomen h doomen? sottende un ravvicinato colloquio tra chi chiede  e chi deve rispondere, un guardarsi negli occhi di emittente e ricevente e tutti quelli che seguono le due parti   coinvolte emotivamente nella stessa drammatica azione, e risulta un confronto, quasi un diretto incontro-scontro, tra  avversari (non nemici)…

Sono, dunque, concrete domande in relazione al modo di comportamento quotidiano coi pubblicani,  che implicano la volontà di conoscere il  reale pensiero del Meshiah,  che ha ecsousia tamieutikh potere censorio…

Bisogna vedere  che Gesù  sta  col nuovo  strategos del tempio e con il tamias  amministratore  e quindi anche col suo clero fedele di esseni  che, hanno sostituito i sadducei. Non  deve sorprendere in tale situazione la richiesta di portare un denario  al suo interlocutore, che è in febbrile attesa con gli altri farisei, intenzionati, anche secondo Matteo,  a prenderlo in trappola mediante la parola (Pagideusoosin en logooi)!

Il problema sulla liceità  del tributo romano e sul dovere giudaico del pagamento comporta da una parte l’esclusione  dal cleronomos  dei figli con  scelta di un altro popolo eletto e da un’altra la fine del pensiero theocratico  di Dio Padrone unico di Israel, proprio ora che c’è il Meshiah, che è stato instaurato il Malkuth ha shemaim...

Ogni uomo presente nel cortile degli  gentili si attende, invece,  un solenne pronunciamento e quindi che il meshiah  sancisca definitivamente  il diritto ebraico del cleronomos  ed abolisca  il dovere pagare il tributo ai romani, come aveva fatto Giuda il gaulanita….

Gesù, incurante dell’ipocrisia farisaica  e della malizia,  comanda che gli sia portato il denario per vederlo (pherete moi dhnarion ina idoo).

Gesù osserva, (senza toccarlo) il denario  con la testa di Tiberio laureata e volta a destra, e  legge l’iscrizione TICAESAR DIVI C AUG. F AUGUSTUS  e forse (per prendere tempo) vede (dopo averlo fatto girare)  anche il retro con la figura di Tiberio che guida una quadriga   e che ha nella mano destra un ramo d’alloro  e nella  sinistra uno scettro con aquila,  con sotto scritto  gli anni  del pontificato massimo  e quelli del suo regno.

La domanda tinos h eikoon kai h epigraphh; di chi è questa immagine e l’iscrizione ?, scontata,  è stata per secoli  letta dai Christianoi come fatta non secondo l’epoca  tiberiana,  ma  secondo  quella flavia quando il tempio non esisteva più  e già Vespasiano aveva  stabilito un nuovo tributo  fiscus iudaicus da versare conglobato, nel fisco imperiale …

La valenza significativa è diversa  a seconda dei tempi, specie se c’è stata la stasis vittoriosa messianica: non si può leggere la  risposta di Gesù come accettazione del potere romano  e come suddivisione di campi  come  frase  che sancisce  un doppio servitium ad una doppia autorità,  distinta in una umana e in una divina, paritariamente, da parte di un Messia, spirituale, figlio di Dio; si deve leggere invece  come una risposta di un politikos che nel  contesto templare,  da Meshiah,  che è entrato trionfalmente in città ed ha preso il tempio, ed ora, dopo la purificazione, in un clima festoso,  mostra  clemenza e moderazione, a vittoria conseguita.

La richiesta del denario è in relazione alla già studiata risposta, spettacolare,  tanto da destare meraviglia  in tutti (ecsethaumazon), come segno di una diplomazia politica, tesa a non  tagliare ogni ponte  col potente nemico, momentaneamente sconfitto, date le infinite risorse finanziarie economiche e militari  dell’ imperium romano…

C’è coscienza della propria precaria situazione regale, methoria rispetto ai Parthi e ai romani…

C‘è una logica  di rispetto per i romani, con una coscienza della propria propria  missione ancora da ultimare;  rinviare, quindi, è atto  astuto  che permette d i  soprassedere  e procrasticare  circa la liceità e il  gioco -antitetico – del pagare (telein ) o non pagare.

Da  politikos,  Gesù  sa bene che il suo Malkuth  è uno stato vassallo, associato all’impero parthico, non riconosciuto da Roma  e quindi è abile a lasciarsi uno spazio  diplomatico per eventuale tregua  in attesa di  avvenimenti, da opportunista eukairos,  capace di tranquillizzare i  suoi irriducibili galilei  integralisti con un sguardo di intesa e di complicità, negante perfino  quanto si dice espressamente per convenienza politica: la parola contraddice l’azione e l’azione la parola.

D’altra arte non si espone coi suoi detrattori politici  che cercano  materiale  orale da inviare  al senato romano e all’imperatore, come atto di accusa  connesso con  gli accadimenti dei giorni pasquali: la sua  doppiezza nasconde sotto  l’ufficialità del detto ambiguo  tutta la tradizione di odio aramaico  secolare  contro Roma, sottesa  nello Shema  basata sul  timore di un solo signore, immortale .

Il breve scambio  domanda-risposta  tra il Messia e l’interlocutore sintetizza la conclusione rapida della discussione  e la tronca  (Tinos h eikoon auth kai epigraphh?.. Kaisaros)  bruscamente – con tono autoritario – una doppia frase iussiva, strutturata secondo una perfetta simmetria  con ellissi  di apodote nel secondo membro  della proposizione coordinata che  è giustamente diventata apoftegma  di rara efficacia morale, mirabile per la società cristiana- abile opportunisticamente  a servire ora l’uno ora l’altro- .Ta kaisaros apodote Kaisari, kai ta tou theou tooi theooi è ancora oggi di attualità…

Dunque, si può dire che Gesù dimostra ha una sua abilità politica, congiunta ad una  retorica basata sul gioco dell’equivoco e   dell’ambiguo,

Gesù  segue il modello di Areta IV, che agli inizi del regno, domina sui nabatei senza il  riconoscimento romano, poi si avvicina a loro tanto da essere riconosciuto come socius  ed infine  accoglie come ospite e Petra sia Germanico, che ha  imperium proconsulare maius per  l’Oriente,   che Pisone, governatore di Siria, anche se rimane sempre ambiguo nella sua politica?

L a politica di Gesù e quella di Areta IV possono essere in relazione specie dopo la fine del matrimonio venticinquennale di sua  figlia Dasha, ripudiata da   Erode Antipa, per sposare sua nipote  Erodiade sorella di Erode Agrippa, a seguito della decapitazione di Giovanni?..

Il vecchio monarca  seguace  del Giovanni il battista fu  guida politica anche per Gesù?: Tiberio inviando nel 35 in Siria  Lucio Vitellio gli dà mandato di punire Artabano  III e di portargli  vivo o morto la testa di  Areta….

Gesù, o politikos, inoltre non si vede  nel colloquio con Pilato? cfrMatteo 27,11; Marco 5, 2-15 , LUCA 23, 2-5.  Alla domanda  del procuratore  Su  ei o basileus toon iudaioon; tu sei il re dei giudei? Gesù risponde su legeis tu dici  (cf.  Pilato in Jehoshua o Iesous?pp.231-235, cit) da aramaico  atta amarta/tu dicis (latino) ribadendo quanto detto dall’inquisitore senza intenzione personale di positiva dichiarazione:  il giudeo sa quanto è inviso il termine basileus in Roma e quanto complesso sia invece il termine meshiah per un goy/pagano, che non può  comprendere la struttura intima della connessione di ieroosunh sacerdozio  con l’unzione regale  giudaica…

 

Betsaida o Cafarnao?

Per un pescatore aramaico era più conveniente vivere a Betsaida o  a Cafarnao, in epoca Tiberiana?

Betsaida, era, sotto il regno di Erode il Grande 38 a. C. -4 a.C,  un paese, i cui  abitanti erano  quasi tutti  agricoltori e i pochi, che facevano i pescatori,  stentavano a campare.

I pescatori erano  ebrei  di lingua aramaica,  che avevano una barchetta, lasciata sulla spiaggia,  fissata alla meglio, ed avevano legami stretti con le popolazioni della Traconitide e della  Gaulanitide  e tramite queste, con i correligionari  Parthi, stanziati oltre Il confine dell’Eufrate.

Probabilmente a Betsaida  i giudei erano analfabeti ed avevano solo una tradizione orale biblica (Torah she be’alpé): avevano avuto un’istruzione sommaria ad opera di  maestri  di sinagoga, dal periodo di Giovanni Hircano, (re asmoneo dal 134-al 104 a.C) che avevano fissato  le prescrizioni  più importanti, che venivano  ricordate nel corso delle preghiere giornaliere dal Kohen ( per pregare bisogna essere in almeno dieci persone-minian-, oltre a colui che intona Shema , Israel, Adonai elohenu, Adonai echad )…

I giudei, pescatori,  stazionavano  sempre sulla rive del lago di Gennezaret, che  era abbastanza lontano dalle case (circa 2 km) e  normalmente depositavano il pescato  nell’altra sponda, oltre il Giordano,  dove correligionari compravano il loro pesce perché formavano una comunità  ebraica,   che  aveva depositi  per l’affumicatura,  per la essiccatura e per l’imbarilamento.

Alla morte  di Erode il Grande,   Betsaida era toccata in eredità  a Filippo, il figlio di Cleopatra gerosolomitana, che  aveva avuto Traconitide, Iturea, Paneas, Auranitide e Gaulanitide;   ad Erode Antipa figlio di Maltace samaritana, erano capitate Galilea e Perea,   col titolo di Tetrarca  per entrambi , mentre  Archelao altro figlio di Maltace,  oltre il titolo di Etnarca,  aveva il potere su ogni altra parte della provincia di Iudaea, tranne la costa mediterranea, concessa a Salome, sorella del grande Re.

Questa divisione divenne un male per i pescatori di Betsaida specie dopo che Archelao nel 6 d. C. fu esautorato da Augusto,  che  creò la  sotto provincia di Iudaea, (Idumea, Samaria e Samaria ) alle dipendenze di  un procuratore imperiale, sottoposto al Prefetto di Siria.

Ora i pescatori dovevano pagare  se volevano passare il confine  del Giordano,  perché entravano sotto la tetrarchia di Erode Antipa,  che imponeva una tassa, concordata  col procuratore romano,il quale aveva stanziato  una guarnigione militare all’uscita da Cafarnao,  per proteggersi da pericolose congiunzioni ed alleanze tra aramaici , vista la rivolta di Giuda il Gaulanita, di recente repressa.

I pescatori dovevano pagare una tassa  quando si  attraversava il confine tra la tetrarchia di  Erode Antipa e quella di Filippo  al centurione, comandante della postazione.

Andrea e Simone,  figli di Giona (Johanan), oltre a Filippo, aramaici,  emigrarono da Betsaida, quando il paese s’ingrandì e  divenne Iulia, una città costruita per ordine del tetrarca,  divisa  in cardo e decumanus , come  i castra romani,  chiamata così in onore di Giulia Livia moglie di Augusto, morta nel 29 d.C,  dove confluirono molti  ellenizzati, chiamati dal Tetrarca  a colonizzare la sua città, come stava facendo il suo fratellastro con Tiberiade, chiamata così in onore di Tiberio,  quasi nello stesso periodo.

Mentre nelle due sponde del Lago ferveva il lavoro di costruzione delle due capitali, -ordinate dai figli  di Erode  come esaltazione del nomen di  Roma e come gratitudine  per la  domus  imperiale –  e le città prendevano forma ad opera dei qainiti,- mastri muratori che operavano con le loro squadre, pagate in sesterzi,   a dimostrazione dell’avvenuta ellenizzazione della zona-, i figli di Johna con Filippo  passarono dall’altra parte del lago.

I tre emigrarono  anche per convenienza, oltre che per la necessità di separazione dai goyim,- considerata l’integrità morale dell’aramaico  galilaico- e si stanziarono a Cafarnao, divenendo sudditi di Erode Antipa e non pagavano più il pedaggio sul pescato.

Erode Antipa intorno al 26 d.C. tendeva anche lui ad ellenizzare il suo popolo di Galilei e di Peraiti (abitanti di Perea) e perciò, dopo la costruzione della sua capitale e del trasferimento degli archivi da Sepphoris, aveva  costituito  nuovi  grandi depositi  sia  a Cafarnao che a Tarichea/Magdala per  la conservazione del pesce, messo in barili,  affumicato o in salamoia.

Il Giordano alla confluenza col lago  ora era il confine settentrionale    tra le due Tetrarchie erodiane, e a Cafarnao c’era la sede degli uffici doganali (Mt 9,9)  con una piccola guarnigione  militare alle dipendenze di un centurione  (Mt 8,5), che controllava le carovane che venivano dal Monte Hermon. e da Cesarea di Filippo (Banias), dove c’era il santuario di Pan,  in marmo bianco, dedicato da Erode il Grande ad Augusto.

La facciata  del tempio, che era  su una sporgenza rocciosa  su cui erano scavate una grotta  e tre nicchie (in quella centrale c’erano iscrizioni), potrebbe essere quella rappresentata nelle monete, coniate da Filippo   col frontone,  sostenuto da quattro colonne … Ora, nella nuova sede,  i figli di Giona e l’amico, nonostante l’aramaicità, conclamata,  risiedevano con le rispettive famiglie vicino al lago  ed erano in rapporti con ellenizzati (anche loro   già   dovevano essere uomini ellenizzati, considerati i nomi specie di Andrea e di Filippo, -ma anche quello di Petros Cepha -).

Il trasferimento, anche se non si sa l’esatta epoca,   sembra, dunque,  essere più motivato da interesse che da  fattori religiosi, più da una esigenza  sociale che  di una ricerca  spirituale  in uomini che cercavano di sopravvivere  in uno stato di  chiara povertà ed anelavano ad un miglioramento del tenore di vita, considerate le famiglie dei tre, che formavano un nucleo di almeno  quindici  persone ( se è vero che Pietro aveva- secondo la tradizione cristiana-   con sé moglie e cinque figli !), visto il transito di persone  e di carri, scortati da milizie  parthiche – secondo trattati tra Il re dei re e l’imperatore romano –  per il trasporto della doppia dracma al Tempio e il libero  passaggio di pellegrini, considerata   l’attività commerciale di Cafarnao e  la presenza di una sinagoga,  rispetto al sistema agricolo della vecchia Betsaida.

La posizione geografica , a nord ovest del lago,   ai confini tra la tribù di Zabulon e Neftali,  faceva  di Cafarnao uno snodo stradale di grande rilievo  nella Via del Mare  che  congiungeva Damasco col Mediterraneo.

Già Isaia (9,1, ) (Il popolo che camminava nelle tenebre / vide un grande splendore /su chi abitava in una regione caliginosa  rifulse la luce ) per la tradizione cristiana  prevedeva l’irradiazione  dell’idea messianica da Cafarnao, da cui sarebbe sorta la luce  proprio dalle tenebre del paganesimo galilaico.

Così  J.Murphy- O’Connor, La terra santa , CED 1996, p..2O5 descrive  Betsaida.

Il sito si trova a 750 metri a nord dell’incrocio per Betsaida  sul lato ovest  della strada 888… (area destinata da un parco nazionale).. si tratta di una casa  di 430 metri  risalente al II secolo av.C.-I sec. d.C.,costruita intorno ai tre lati di un cortile lastricato  metri 13,5 X7 : vi sono quattro piccole stanze dalla parte nord, una cucina con due forni  dalla parte est  ed una sola grande stanza dalla parte sud . Sparsi in queste stanze  sono stati ritrovati un amo da pesca pesi di piombo per le reti, ed un ago di bronzo curvo  che potrebbe essere  stato usato per fare o riparare una vela. E’  difficile non concludere che  quella fosse una casa  di una famiglia di pescatori.

Anche Marco (1.16) tratta  di famiglie di pescatori sia a Betsaida che  a Cafarnao (Kaphernaum). Non c’è da stupirsi, dunque,se più nuclei familiari vivano in una stessa casa  di simili dimensioni e con un cortile lastricato di metri 94,5.

Marco 2.1 e Matteo 9.1 sembrano considerare Cafarnao come la  città di Gesù, destinata ,  comunque,  a precipitare  all’inferno  per la sua incredulità ai miracoli  (Matteo 11,23, Luca 10,15)...

Il paese si estendeva lungo il fronte del lago  per circa 500 metri e doveva   essere, comunque, povero  perché popolato  da agricoltori e in maggioranza   da pescatori  che, nonostante la cooperativa, erano schiacciati dalla concorrenza con Magdala/Tarichea a sud del Lago.

Forse per questo motivo  la sinagoga fu fatta da un pagano, quel Cornelio centurione,  di cui parla Matteo 9,9., un militare di stanza nella zona da anni (la ferma all’epoca era di 26 anni),  un convertito un circonciso, uno strano miles, che  serviva due padroni (Jhwh e l’imperatore)   che amava  la Torah,  senza disdegnare il suo dovere nei confronti dell’impero, in un zona  dove lo spirito guerriero  antiromano  era alimentato  dai Farisei che predicavano il Timore di Dio, ricordando  che l’ebreo  aveva un solo Signore,  immortale!

La zona era sicuramente dominata da ebrei  aramaici   prima della fine del Tempio, ma anche dopo il 70 d.C,  nel periodo  che precede l’impresa di Shimon bar Kokba (132-135) e  pur dopo, fino all ‘epoca di Teodosio, considerati i rapporti con l’area mesopotamica…

Non è da accettare, comunque,  la notizia del 374 di  Epifanio di Salamina (315-403)  che in De Ponderibus et mensuris – ed. Migne II ,259-60 (dove tratta  nella terza parte delle località cristiane, -cosa che ribadisce in Panarion cassetta di medicazione, in cui mostra  60 eresie cristiane e 20 precristiane-)  scrive:  a Cafarnao  si proibiva  di vivere  e  si vietava perfino l’accesso ai gentili, ai samaritani e ai  cristiani.  Forse il cristiano- la cui prima opera  è tramandata  totalmente solo in siriaco,  mentre in greco esistono la I parte e frammenti della II -, si riferisce   solo al periodo traianeo ed adrianeo  perché i testi rabbinici  poi parlano  di normali relazioni fra ebrei e le altre popolazioni…

Infatti si sa che la città si estese, dopo la galuth adrianea, – molti giudei di Iudaea  si  stabilirono a Cafarnao –  verso la collina  e ciascuno aveva i suoi luoghi sacri come testimonia Egeria (una ricca ispanica o gallica)  nel resoconto della sua visita al paese fra il 381 e 384 in Itinerarium Aegeriae (o Peregrinatio Aeteriae):  a Cafarnao la casa del principe degli apostoli è stata trasformata in una chiesa che possiede  ancora i propri muri originali…Lì c’è anche la sinagoga  dove il signore guarì un uomo posseduto dal demonio.  L’ingresso è in cima di molti gradini ed è fatto di pietra lavorata …

La condizione di vita galilaica era  mutata, comunque,  dopo la morte di Filippo, con Erode Agrippa, nominato  prima tetrarca da Caligola  al posto dello zio, e poi dopo la nomina a tetrarca di Galilea e Perea,  Rex Iudaeae ad opera di Claudio, che così  riuniva tutti i territori dell’ex regno di Erode il grande  e quindi esentava  da tasse tutti i suoi concittadini. (Cfr. Giudaismo romano,II ).

Per oltre tre anni (41-44) la comunità di Cafarnao,  sotto l’amministrazione di Erode Agrippa, dovette fiorire,  dato il libero commercio tra le parti riunite  del mondo giudaico e i rapporti sia con la Nabatea e le altre province vicine, interessate e al pescato e al sale e al commercio di  balsami  di Gerico, trasportati da barche galilaiche.

Il commercio fu meno fiorente  solo rispetto al  periodo 32- 36 d.C. all’epoca del Meshiah: dopo l’evento del Malkuth  ha shemaim, con Jehoshua maran/re  per quasi 5 anni a Gerusalemme, dopo la resa di ogni città lungo il percorso, dopo la pacifica entrata e la conquista del tempio, nonostante la difesa dei milites della fortezza Antonia  ( Cfr.  Jehoshua o Jesous? ) Cafarnao  e la sua Comunità erano  celebrate come la luce  nelle tenebre, come  un’apokàlupsis / rivelazione per l’oikoumenh romano-ellenistica  ed i pescatori del lago divennero i protagonisti del messianesimo  e tutti  volevano avere relazioni con loro, da ogni parte  e dai confratelli di Parthia e da quelli ellenistici sparsi nell’impero romano …

Il regno di Jehoshua fu un affare per i galilei  e per ogni abitante di Cafarnao, anche se il messia si lamentò molto  di loro increduli  e disse secondo Matteo 11,21 : Guai  a te, Corazain; Guai a te,  Betsaida   e 11,23 Guai a te Cafarnao, forse che fino al cielo sarai innalzata? fino all’inferno sarai precipitata!- ripreso poi da Luca 10, 13-15: Gesù bolla  le città  mettendole in confronto con Tiro e Sidone, località pagane fenicie, note per il commercio e soprattutto con Sodoma già punita da Dio ..

Anche quello di Agrippa prometteva bene …perché assicurava un nuovo sistema di rapporti con i vicini ed eliminava la concorrenza…

Il re, ebreo di Gerusalemme, erede degli asmonei e degli erodiani, nonostante la filoromanità,  (era civis/Poliths, praetor/strategos    Basileus/ rex,  summachos/ socius,  dell’impero romano, fratello di latte dell’imperatore  Claudio)  era  uomo di mediazione- sebbene accusato anche lui di menzogna-: cercava un sistema nuovo di regno  cercando di essere equidistante tra gli aramaici e i romani facendo leva sulla pars moderata ellenistica sadducea, senza però  condannare gli aramaici, seguaci del Christos,  come Iakobos  il Giusto, riconosciuto nella sua funzione e nel suo ufficio di  controllore del gazophulakion, nella sua  pratica templare col titolo  sacerdotale, seppure condiviso con quello proprio dei sadducei,  accettando il doppio  sistema  del calendario  solare  e lunare…

Probabilmente Agrippa  inaugurò con Giacomo un costume di collaborazione al fine di favorire lo svolgimento delle feste  a Gerusalemme, così da  spartire, in proporzione, i guadagni  che provenivano dal flusso di pellegrini che affluivano da ogni parte del mondo romano e da quello parthico  e perfino dall’Arabia meridionale e dall’India.

Era  un profitto di grande portata, un utile grande per il re e per il sacerdozio templare: era come un giubileo  (specie per la Pasqua e per la festa dei Tabernacoli) che richiamava folle sterminate  di fedeli che riempivano gli csenodochia / gli alberghi, le case private,  i paesi intorno a  Gerusalemme, che entravano nel Tempio, per fare  offerte  doni.,  per portare greggi, buoi … insomma era un  enorme affare per il sacerdozio e per il re, per tutti …

Il piano, che fu  concordato da  Agrippa con Jakobos, fu la base di una trattazione tra il fratello di Gesù  e  i nuovi governatori romani, di origine ebraica ( Cuspio Fado, Tiberio Alessandro, Felice,) ed anche con gli altri ( Porcio Festo e Lucceio Albino) inviati da Claudio prima e poi da Nerone, dopo l’immatura morte del sovrano ebraico  …

Agrippa, comunque, non poteva  non punire quelli che si erano  troppo esposti e compromessi come kanahim Zelotai, e perciò li condannò a morte, salvando qualcuno, che si pentì,  come Shimon Pietro,  che  fu  liberato dal carcere,  mentre fece decapitare  perché civis, Jaqob fratello di Johanan, figlio  di Zebedeo, un ricco armatore nauarchos  ed  emporos,  noto  per la azioni militari  antiromane, nel corso delle operazioni rivoluzionarie  messianiche. e fece morire  con una morte gloriosa, dignitosa, gli altri oppositori.

Nell’anfiteatro di Cesarea Marittima, infatti, indisse  combattimenti fra confratelli, zeloti,  divisi in gruppi, come gladiatori,  come in un suicidio di massa, come esaltazione del valore di gruppo e riconoscimento militare  da parte del sovrano,  che  ambiguamente e politicamente salvava la faccia con l’imperatore: sapeva che per  i romani quel che contava era l’applicazione della lex,- la condanna a morte  dei nemici- con la confisca dei beni giudaici e   vi aggiungeva il divertimento  allestito per i goyim pagani, greci.

Erode Agrippa ben Aristobulo,  -che era stato, a corte, a Tiberiade,  presso la sorella Erodiade, moglie e nipote del tetrarca philadelphos, con la sua famiglia, come addetto ai mercati e che  aveva conosciuto anche il Meshiah, – non poteva dimenticarsi del suo popolo  e  non  sentirsi vincolato dal patto eterno con Jhwh.

Agrippa  conosceva bene la comunità di pescatori di Cafarnao  e perfino Matthaios il pubblicano che era al suo servizio diretto ..

Dell’amore per la torah del sovrano  nessuno dubitava in Iudaea: lo provava la sua preghiera al Tempio quotidiana, lo dimostrava la sua offerta mensile ai sacerdoti, lo comprovavano le donazioni al gazophulahkion, l’assistenza ai poveri della città e la sua dikaiousune, ma soprattutto la sua politica a favore dell’elemento ebraico con le consociazioni coi  re filogiudaici o giudaici,  come difesa contro il prepotere del Governatore di Siria Vibio Marso…

Erode Agrippa era sempre apparentemente ligio alla romanitas anche se  la sua politica era equivoca ed  ambigua: era  un ebreo opportunista;   anche se filoromano  impegnato politicamente restava sempre ebreo, come ogni erodiano, dilacerato nel suo dolore nel mettere a morte tanti compatrioti valorosi, eroi degni di  memoria, giusti da onorare pubblicamente anche nella morte: era un’ostentazione amara della tragedia  di un popolo …

Infine tutti avevano  conosciuto  la  sua  devozione verso  Caligola, la sua perorazione per il suo popolo perché non fosse costretto a dover scegliere tra l’imperatore e Dio, la sua preghiera di non fare l’affronto ad un popolo amico di porre nel Tempio di Gerusalemme,  antico e sacro, una statua- seppure statua dell’imperatore-:  sarebbe stato sacrilegio per lui, figlio di sommi sacerdoti  e di re, come per il suo genos intero.

Era risaputo che  Agrippa era malato di cuore e che l’emozione mista a phobos/paura  gli aveva fatto perdere i sensi  e che l’imperapore stesso, commosso,  comandò di riportarlo in lettiga a casa sua e di curare la salute  dell’amico didaskalos maestro,  che pur aveva osato sfidarlo coram populo e coram principis consilio.Cfr Legatio ad Gaium

Ancora di più era nota agli aramaici la sua azione di sostegno  a corte per Petronio Turpiliano, governatore  di Siria che  doveva eseguire l’ordine di installare il colosso di Caligola nel tempio di Gerusalemme  e di fare  stragi  e di deportare l’intera popolazione aramaica   in caso di ribellione…

A Petronio incerto sul da farsi  si presentarono i giudei ( un popolo intero in processione  con le mogli e i figli nella pianura di Tolemaide)  supplicando in favore delle leggi patrie e di se stessi -Guerra Giudaica II,10,3-e mostrando i colli  preferendo morire piuttosto che tradire la legge mosaica, offrendosi come agnelli per ilsacrificio, tanto che il governatore, turbato, dopo aver convocato il suo consilium, visto che  gli ebrei si erano accampati e non tornavano a casa per seminare  disse: preferisco correre  il rischio e  con l’aiuto di Dio convincerò Cesare  avrò la gioia di essere salvo insieme con voi, o se egli si adirerà,  sarò pronto a dare la vita  per un così grande numero di persone ibidem II,10,20…

Non certamente, però, conoscevano che Agrippa aveva congiurato contro Caligola ed era stato un  promotore della sua morte…

Comunque, ora con Claudio, anche se gli ebrei non dovevano più fare proselitismo, erano liberi e non pagavano più tasse ai romani  ma solo davano la doppia dracma al tempio…

Anche se Erode Agrippa era per gli aramaici, il loro re – che avevano avuto accanto  quando svolgeva la sua funzione di agoranomos a Tiberiade per  ordine del cognato Erode Antipa – restava per loro  sempre un re dipendente da Roma, ma giudeo, comunque,  che poteva  favorire in qualche modo i confratelli e ricordare il Meshiah , suo predecessore nel Malkuth…

E Cafarnao restava la sede di un movimento messianico, da cui sarebbe venuta una luce perenne…altri uomini, come Teuda, avrebbero promesso  di redimere il popolo …

Dunque, amici, era meglio vivere a Cafarnao o a Betsaida per un un aramaico come  Cefa/Simon Pietro?

 

Oralità e scrittura dei Vangeli

 

 

Per la genesi  dei Vangeli, a  nostro parere, non bisogna più stare a ragionare secondo la logica ottocentesca  sinottica, né secondo quella della theoria di  Quelle /sorgente, elaborata agli inizi del Novecento, né secondo  quella più recente delle due fonti,  ma bisogna tenere presente un lungo periodo di oralità dalla morte di Gesù Mashiah/Christos, un eroe nazionale aramaico,  celebrato in due diversi modi (e da una tradizione aramaico-ebraica gerosolomitana  e da una ebraico-ellenistica antiochena ed alessandrina.

J.J. Griesbach (1745-1812) per primo considera i Vangeli leggibili unitariamente e li definisce sinottici (sunoptikos da sunopteon -oraoochi ha una visione d’insieme o chi è perspicace, in quanto è capace di vedere l’insieme), presupponendo che il messaggio evangelico sia unitario  e di univoca lettura.

Chiaramente gli scrittori ottocenteschi e novecenteschi non hanno la corretta  visione del  fenomeno del cristianesimo primitivo e non fanno  la distinzione in Malkuth ha shamaim- un regno secondo lingua e cultura aramaica-  e in   Basileia tou Teou – un regno   secondo lingua e cultura greca – e perciò non considerano affatto  la lezione ebraico-aramaica,  la sua storia di duecento anni di  lotte staseis antiromane, che comprende  tutto il periodo che va da Pompeo Magno  a Shimon bar Kokba (63 a.C. -135 d. C. ), ma leggono allegoricamente parole e fatti di un Gesù, figlio di Dio, di una figura astorica, secondo la tradizione cristiana.

Si parte, dunque, solo  da una lettura del fenomeno greco e si trascura quello ebraico-siriaco-aramaico, non avendo i precisi contorni della figura ebraico -aramaica di Jehoshua,  di Iaqob,  di Shimon e della comunità aramaica di Gerusalemme,  cancellata come nome, essendo scomparsa la regione stessa della  Giudea anche  come entità geografica con la  repressione di Adriano, a seguito della galuth/dispersione ebraica,-  da non confondere con la diaspora ellenistica-.

Personalmente, invece, distinguo  i due mondi, quello ebraico-aramaico,  basato su una diversa concezione del vedere, puntata  su un diverso sistema di staticità (i cui termini sono ‘amidah/stare  saldo generico, precisato da nasav stare eretto e da yasav essere eretto che si rappresenta come sur roccia intesa come coltelli di roccia di granito ) e su  una  concezione sensibile  di bene  e di male (tov wa ra ) e di  una, ontologica, intellegibile, di  vero e falso ( ‘emet  wa sheqer),  e specie di una diversa idea di  visione.

Su un’ altra visione,- propriamente ebraica,  basata su vedere  ra’ah  su  guardare hibbit  e  su avere una visione  hazah    in modo differenziato- si possono indicare vari gradi di osservazione  fisica ma anche  designare  una percezione intellettuale tanto  da avere la forma/temunah  (come vera natura di Dio- Num.12,8) in seguito ad un aprirsi  degli organi  a cui è tolto il velo  così da leggere  oltre la vista sensibile (paqah), in un cosciente andare  verso Dio, in un approssimarsi ed avvicinarsi nuovo, rispetto a quello materiale, in un sollevamento verso l’alto ram, in un alzarsi  qimah grazie al cuore lev, centro sensibile affettivo infi’al-  su  cui poggia  la spiritualità aramaica, tipica della tradizione culturale mesopotamica.

Il Davar  sottende al significato primario di  parola, anche quello di azione  e prudenza in quanto  il dire amirah (o parlare dibbur ) accompagnato da spirito (ruach)  è base della ricerca intensa dell’uomo  ( cfr. Levitico 10, 16 dorosh darash fece pure continue ricerche) ( cfr. Proverbi16,10-11,  oracolo  sulle labbra del re, nel giudizio non prevalicherà la sua bocca/ peso e bilance giuste sono di Jhwh, opere sue sono tutti i pesi della borsa) che diventa saggio  (proprio perché umile), in una progressiva formazione: musar è la formazione culturale di un sofer, che si  esprime nell’ azione giusta, saggia.

Ora il progressivo salire ‘alah,  introdotto da Paolo e da Luca indica eccellenza e grandezza, che sono  attributi di Dio, per cui Gesù Christos  diventa con un graduale processo, figlio di Dio, in senso mosaico,  nel corso di tre secoli, passando da eroe  ad aner theios,  a semieroe divino , a dio minore  fino all’assimilazione con il Theos Upsistos, fino ad essere considerato  una sostanza ousia divina, un nome esplicito (Shem meforash)  di cui si celebrano tre upostaseis persone,  consustanziali.

La lettura paolina ebraico-ellenistica, christiana, portata avanti dalla tradizione antiochena,  letterale, mista con quella allegorico-morale alessandrina, contrasta con quella ebraico- aramaica.

I termini, infatti,  (sottesi ) qarav avvicinarsi, nagah toccare  e nagash  venire vicino indicano  anche dopo, oltre un millennio,  per Maimonide, non solo una prossimità spaziale,  ma anche una congiunzione della scienza  con il suo oggetto, in quanto si assimila la scienza ad un corpo che si avvicina ad un altro corpo. cfr.  Guida dei perplessi,  a cura di Mauro Zonta, Utet, 2013, p.114, per cui sembra che si possa dire  che  essere saldi, vedere e avvicinarsi  diventano espressione di un’altra  cultura, di un mondo di puri e perfetti sacerdoti, timorosi e zelanti di fede, coscienti  di essere figli di Dio, eredi del Regno, (come furono i naziroi)  irriducibili guerrieri, che preferiscono morire  piuttosto che infrangere la Torah, imitando gli Esseni, sterminati dalla decima legione di Vespasiano.

Quindi nella narrazione del  Malkuth ha shemaim è scritta  la storia di uomini che  lottano insieme col Mashiah  contro l’imperium romano, convinti di fare la storia voluta da Dio,  ispirata e condotta da lui per la realizzazione del piano divino, conformati alla sua sua parola e quindi  educati secondo musar.

La storia di Gesù greco, invece,  è Basileia tou Thèou, la cui vita  e le cui parole sono state scritte, dopo un lungo periodo di oralità, da uomini che vogliono consolidare il pensiero ebraico ellenistico di Paolo, che risulta elemento cardine  della formulazione di questo secondo regno, filoromano, basato su una paideia greca, una graduale formazione  ed educazione del fanciullo, secondo  anche la precettistica  della metrioths di Platone  e di Isocrate, centrata  sul polìths e sulla politeia, secondo il valore di autonomia e di democrazia confusa con la sapienza biblica nella lecsis filoniana.

Interprete di questa altra storia  è Eusebio di Cesarea (265-340 d.C.) – che  confonde e poi fonde i due regni mostrando la storia delle ecclesiai  al fine di  segnare i fondatori  di  Antiochia (Pietro Shimon) e di Alessandria  (Marco ), le due sedi  dominanti anche per la diversa tradizione di lecsis  secondo lettera e secondo allegoria, tramandando il percorso di una chiesa  di Gerusalemme rimasta pura fino alla Galuth adrianea, cancellata  nella sua aramaicità e sostituita con un’altra, greca,  senza alcuna continuità linguistica ecclesiale e  culturale.

Eusebio  raccoglie l’eredità  ecclesiale  del maestro Panfilo di Cesarea Marittima,  i tanti frammenti ebraici, ebraico- cristiani, e pagano-cristiani  del II e III secolo con le infinite sfaccettature ereticali, dovute alla  diversa collocazione geografica orientale, oltre a quelli di qualche nucleo occidentale  di scarsa consistenza numerica,  come Roma, Pozzuoli, Vienne, Lione ecc., dove ci  sono sedi coloniali episcopali come succursali di metropoli  orientali (Antiochia e d Efeso). Nel III secolo  e specie nel IV secolo, dopo la fondazione di Costantinopoli, Eusebio ha un seguito  anche nei patriarchi costantinopolitani e in  altri orientali (specie  i  cappadoci  Basilio, Gregorio di Nazianzo e Gregorio di Nissa) ed  occidentali come Ambrogio,  Girolamo ed Agostino,  che  si impegnano quasi in gara, in epoca teodosiana, per segnare secondo la logica christiana  di Teodosio, la funzione della chiesa costantinopolitana, in onore della nuova Roma imperiale,  voluta da Costantino.

In questa impostazione  cristiana  vengono fatto confluire  i due regni in  una cristianizzazione di  tutto il sistema ebraico,  fonte della matrice culturale cristiana antiochena, che ingloba il Malkuth aramaico ormai scomparso   e con esso  Gesù e  Giacomo, suo fratello, la lettera di Aristea, le opere di  Filone alessandrino, Seneca,  Giuseppe Flavio, i modelli  di vita pratica ed ascetica, gli esseni e i terapeuti, metabolizzando anche pitagorismo, stoicismo,  platonismo e neoplatonismo.

Col concilio di Costantinopoli, nell’ottobre dl 381, concluso il processo di deificazione – ektheosis di Gesù, chiuso il discorso trinitario, pur mantenendo l’unità di Dio, con upostaseis/persone  ed ousia/sostanza, costituita la teologia cristologica, il cristianesimo divenuto religio triumphans, regola i conti col paganesimo e con l’ebraismo, specie in Alessandria  con Teofilo e Cirillo, sulla scia dell’insegnamento  di Atanasio Cfr. www.angelofilipponi.com I due canoni.

In un lasso di tempo  relativamente breve, quello compreso tra il Concilio di Nicea  del 325 e quello di Costantinopoli, in nemmeno 56 anni,  il cristianesimo, riunificate le diversissime anime ereticali   provinciali, nate dall’assenza di una centralità dottrinale, a causa delle molteplici tradizioni evangeliche orali e scritte esistenti, scoordinate anche per la  distanze geografiche delle aree cristiane nell’immenso impero romano,  chiuse ed isolate dalla maggioranza pagana, grazie al patrocinio del tredicesimo apostolo, l’imperatore Costantino,   fedele del Christos, deus sebhaot, unifica il suo credo,  già inficiato dalla eresia di Ario, che, comunque,  ha la meglio negli ultimi anni costantiniani e sotto il regno dei suoi figli, specie di Costanzo II.

Insomma si vuole dire che  nei tre Vangeli  detti sinottici  c’è una doppia storia e che una cosa è  la concezione di vita ebraico- aramaica ed una  quella di stampo giudaico- romano-ellenistico.

Esemplare è il termine genealogia  genehlogiai /toledot di Matteo differente da Biblos geneseoos Ihsou Khristou: ambedue  indicano  diverse letture di un fenomeno non univoco, uno di matrice ebraico -aramaico ed uno di matrice  greca, andati avanti   secondo processi  retorici in relazione alla diversità di un’ ideologia teologale  giudaica  e di una cultura  platonico-stoica ellenistica.

Dunque, una è  la genesi delle  parole  e dei fatti  di Gesù, cioè la genesi dei Vangeli,  propagandati da quelli che andarono  secondo Marco  a predicare a tutta la creazione  pashi thi ktizei  il Vangelo la buona novella di uno, morto, risorto, salito al Cielo e seduto alla destra di Dio Padre (I-e II conclusione del vangelo di Marco): questa potrebbe essere quella del proto Marco, aramaica, basata sulle parole, con qualche episodio della vita-scritta poco prima o poco dopo la morte di Giacomo,  connessa con Paolo e per lui basilare,  visto il rapporto di Marco con Pietro- ; un’altra è la genesi  di un Vangelo, quello di Matteo, la cui stesura iniziale, aramaica, sui Detti del Signore potrebbe avere una sua collocazione perfino prima della distruzione di Gerusalemme, subito dopo il quinquennio di potere del re unto /maran Mashiah, il cui ampliamento con la Vita di Gesù, successiva, potrebbe essere stato scritto tra  il massacro  degli esseni e  la distruzione del Tempio in quanto  il modello di martirio, – per la presenza  di dolore/ esev, –  è utile ai combattenti aramaici proprio per la stessa concezione di vittima  del Christos.

Comunque, la forma della sezione Jhwh dice  che equivale a logia del  signore della koiné  cioè quella di un nabi -corrispondente a propheths-, forse  scritta  in poesia (o in prosa ? anche questo non si sa) ,  è davar, parola oracolare, poetica,  come i salmi Tehillim o tefillot e i proverbi – che sono una forma di similitudine gnomica  multiforme,  detta mashal – mentre la narrazione  della vita  doveva essere in prosa.

Quindi, dopo  un momento di oralità  comune (non si sa per quanto tempo) per i due Regni, anche se hanno due diverse odoi e due diverse concezioni, si costituisce un corpus scritto aramaico,  in qualche modo  connesso  con la scuola di Jammia di Johanan Ben Zaccai, mentre l’altro mantiene un più lungo periodo di oralità  e poi  inizia una fase di scrittura  con Marco, quel  Proto Marco, considerato nella teoria delle due fonti quasi  un’altra Q, databile tra le due opere di Giuseppe Flavio- Guerra giudaica del 74  ed Antichità Giudaica del 94-  di cui il vangelo del Marco, che noi conosciamo,  è un successivo rifacimento di epoca  traianea: il primo  sottende  un corpo letterario ebraico- aramaico  delle parole di Gesù  a cui si aggiunge la vita storica di Gesù come paradigma di uomo di lavoro, di combattente e di martire come Messia/Christos  vinto ma destinato al ritorno, secondo la volontà di Dio, il cui piano eterno deve essere compiuto.

E’ questo  un materiale  oralmente trasmesso da padre in figlio  per quasi un sessantennio sulla base della scrittura aramaica matthaica  di parole divine tradotte come logia dai christianoi, presenti come termine già in Filone e in Flavio specie in la Vita di Mosé,  tipico dell’area semantica oracolare, connessa con la profezia.

E’ un processo che segue la vita della sinagoga e del didaskaleion fino al momento del distacco dall’ebraismo, alla fine del I secolo;  da allora inizia una trascrizione evangelica, di cui Luca è espressione concreta, propria di un ellenista acculturato, che redige per scritto la tradizione evangelica, secondo la sua propria cultura e professione, senza  neanche entrare in merito a quanto scrive, senza capire il valore  sotteso delle parole stesse di un’altra cultura, in quanto ha un proprio telos/fine, come, d’altra parte, Marco.

Infatti per Luca la fede è salvezza  8,48 , 17,19 ecc, ma la salvezza ha valore di vita Hayyim rispetto  alla morte mawet: l’evangelista segue solo la lezione di Paolo che  con la fede e con la preghiera pensa di rendere operosa la salvezza del Christos morto e risorto, lui stesso paradigma di vita eterna.

Luca non intende, in quanto greco, il significato del plurale  di vivo hay  che  comprende nella pluralità l‘essenza della vita  che sottende e  chi cresce e  ha sensazione, ma anche chi è mobile vivente  ed anche chi si riprende da una malattia: insomma  all’evangelista  sfugge il valore  del  termine  che indica un  essere che ha carne viva, respira e compie azioni da vivente, le cui conoscenze corrette sono espresse come vita,  al contrario di quelle scorrette, indicate come morte Cfr. Proverbi 8,35 giacché chi trova me trova la vita e riceverà favore da Jhwh; Proverbi 4,20-22  figlio mio, presta attenzione ai miei discorsi, alle mie parole inclina le r tue orecchie, non si dipartano dai tuoi occhi, custodiscili in mezzo al tuo cuore, perché la vita sono essi  per chi li trova…

Per l’evangelista, paolino, il sistema cristiano trasforma con l’agape amore  il mondo perché Gesù è odos, aletheia e bios (via, verità e vita) secondo la retorica romano-ellenistica e secondo la logica dell’oikonomia divina che travolge e sconvolge il  mondo della creatura  in un totale rovesciamento, per cui  all’uomo resta solo la speranza  in Dio che concede  in un altro regno la soluzione di ogni umano problema con il premio eterno ad un mortale.

L’evangelista, dunque, segue, comunque,  da una parte la sapienza secondo Proverbi 2, 3,4 ,  che invita a non uscire  dalla retta via, che esorta  alla carità verso il prossimo, alla vita tranquilla  e alla giustizia e da un’altra  si regola con abilità  secondo la paideia greca , avendo  i piedi su due staffe, servendosi di due padroni usando  scaltramente, a sua discrezione, ora una cultura ora un’altra, risultando efficace, funzionale e  dilettevole.

Dunque, bene vita e male morte sono  nel discorso evangelico espressioni metaforiche tanto da poter dire  che i giusti  anche da morti sono vivi,  mentre i malvagi sono morti anche da vivi,  in una  sottensione di  due diverse culture, che hanno differenti parametri valutativi

Eusebio, che riprende la tradizione evangelica, e che ha forti perplessità,  dopo circa due secoli, ad accettare la testimonianza  di Papia di Ierapolis – un cristiano nato  nella seconda metà del I secolo e morto nella prima metà del II secolo,  scrittore di  un’opera esegetica sui detti del signore Logioon kuriakoon- ecshghsis,   connessa con la tradizione  orale dei presbiteri   e con quella  di Filippo e delle sue figlie, attivi nell’area geropolitana, di cui sono citati frammenti  evangelici  di Marco e di Matteo, nonostante  che sia considerato  discepolo di Giovanni,  millenarista  e  maestro di Ireneo-  accoglie, invece, la fonte di Egesippo (Hist. Eccl.. 3,11,1), di cui sono note le molte incongruenze  ed alcune  notizie su Giacomo (2.23,6) rivelanti un differente Regno rispetto alla Basileia tou Theou,  propugnata da un Giovanni,  il cui messaggio  è di molto diverso da quello degli altri tre evangelisti.(Marco Luca e Matteo), la cui lezione giustamente è detta, comunque, secondo Matteo (Kata Matthaion ).

Non si tratta di Matteo, però,  del codice Muratoniano (documento che contiene la lista dei libri del nuovo testamento- datata forse 150 d.C–  scoperta da Ludovico Antonio Muratori  nel 1740 nella Biblioteca Ambrosiana di Milano).

Inoltre  il logion Freer – Cfr. B.   Mariani, Enciclopedia cattolica -sembra alludere a  un Marco  successivo,   non databile esattamente.  
Infine il vangelo di  Giovanni, -che  non è  certamente Giovanni il discepolo prediletto, ma  è uomo di età adrianea  (un discepolo omonimo o un altro  Giovanni) che scrive intorno al 130  epoca in cui oggi si colloca il papiro 457 del Fayum (Ossirinco) della biblioteca di Roland Ryland pubblicato da C.H.   Roberts , contenente un brano giovanneo, in cui si parla del dialogo di Gesù con Pietro, –presenta connotazioni chiaramente gnostiche che lo fanno datare   nel periodo  di Basilide e Valentino.

Infatti si può arguire che quanto scritto ad Efeso  fosse in circolazione da poco anche in Egitto e in Africa: studi paleografici hanno fissato la datazione non oltre il 150 d.C e non prima del 130 d.C.  con l’oscillazione di un ventennio, considerati il papiro, la grafia e il sistema a colonne.
Perciò i redattori della Nuovissima versione della Bibbia dai testi originali  ritengono  che  si sono succeduti più stadi ma non ne precisano i termini storici.
Di conseguenza noi cerchiamo, data la frammentarietà di notizie,  di rilevare i periodi  su un piano storico per quanto ci è possibile,  e di mostrare secondo un certo ordine  e di  precisare in relazione  ai testi  in nostro possesso.

Precisiamo per quelli che non conoscono il mio pensiero  su Gesù, qenita, kanah e meshiah /Maran.

La vita storica di Gesù  che va dal 7 a.C fino alla Pasqua del 36 (cfr. A FILIPPONI, Nascita di Gesù in Jehoshua o Iesous?  Maroni, 2003) è  tutta da documentare secondo fatti accaduti realmente come le parole veramente dette alla presenza dei cosiddetti discepoli (apostoli)  dopo un lavoro sulla tradizione evangelica, nel quadro di una belligeranza ininterrotta tra il giudaismo e la romanitas, nel contesto di una reale  proclamazione di un malkuth e del riconoscimento  della venuta del Messia: è un periodo sconosciuto nonostante i tanti scritti, di cui niente è effettivamente certo in quanto tutto è stato letto in una chiave religiosa e mitica, poiché alonato da un senso di divino, dato come credibile,  non comunque  razionalizzabile e quindi custodito come tesoro intoccabile ed inguardabile, come segreto, non esplorabile in quanto mistero.

Secondo il mio parere, i logia del Signore e il bios di Gesù Christos, per come diciamo noi oggi,   sono  inizialmente guide e vie  per la  perfezione  e la formazione morale e pratica di un combattente  kanah  ebraico zeloths  antiromano, per quanto dice  Giuseppe Flavio in greco  in Guerra Giudaica  e  in Antichità Giudaica, che  usa il termine  anche lhsths per indicare ladro, ma  sottende il significato di un armato antiromano,  guidato da esseni o da maghi goeths, aramaico per formazione e per lingua, impegnato in azioni sia contro gli erodiani e sadducei  e i sebasteni  samaritani che contro i milites romani controllori della provincia della Iudaea. convinto di fare la volontà divina perché conformato secondo la musar ebraica.

Insomma tutto questo corpus letterario sottende inizialmente un popolo in ribellione contro  il dominio romano; Roma ha un  controllo, diretto   in Idumea Samaria e  Giudea  ad opera di un procuratore  – con  circa una legione e mezza con postazioni a Cesarea Marittima, sulla Fortezza Antonia sopra al tempio di Gerusalemme, e con un reparto di cavalleria  alla periferia di Cafarnao  in Galilea-  coadiuvato dal prefetto di Siria che controlla le quattro legioni sull’Eufrate  e i contingenti militari ausiliari, forniti da reguli  socii dell’impero romano. I figli di Erode il Grande (Erode Antipa, tetrarca di Galilea e di Perea,  e Filippo  di Iturea, Traconitide, Batanea, Paneas Auranitide Gaulanitide) hanno truppe proprie e fanno leve per dare auxilia truppe ausiliarie  ai romani, che a volte hanno anche la cooperazione di sebasteni samaritani e degli strategoi templari che gestiscono le milizie del Tempio.  Truppe militari vengono fornite anche dai re di Cappadocia, del Ponto, di Bitinia  e di Armenia, filoromani, impegnati a difendere il fronte eufrasico, estremo baluardo  orientale dell’imperium romano.

A questo imponente schieramento di forze antiaramaiche contro l’impero di Artabano III, re dei re di Parthia, si oppongono le forze zelotiche  che possono fare solo una guerriglia  in regioni impervie montuose, boscose,(cfr.  Tetrachia di Lisania ) in Galilea, in Iturea, Gaulanitide e Traconitide e in zone desertiche , dislocate non lontane dal confine parthico. Eppure  nonostante la scarsa consistenza numerica  e la difficile vita di banditi, protetti dalla popolazione locale aramaica, data la  lotta per quasi  due secoli, la continua stasis giudaico-aramaica  risulta un cancro da estirpare già per i Giulio Claudii, e diventa, dopo la parentesi  dei Flavi-che pur avevano distrutto il Tempio-  per gli antonini  una necessitas storica  quasi un dovere,  l’annientare il genos  ebraico, con estirpazione della radice  e   dei segni visibili  del culto stesso di Jhwh e del nome stesso di Sion/Gerusalemme.

Gli aramaici,  dunque,   connessi con la tradizione ebraica dei discepoli di Ben Zaccai, prescrittiva ed orale, hanno  bisogno dopo la morte di Iaqob, la fine dei esseni e  la distruzione del tempio,  non solo delle  parole del signore ma anche di esempi concreti  di  vita  che potevano anche essere  presi dalla parte scismatica ebraica  alessandrina che, dopo la costrizione flavia  e la forzata concessione sinedriale della condanna a morte di molti  fuorusciti naziroi  da Gerusalemme, è solidale con l’ebraismo gerosolomitano aramaico, seppure sterminato col consenso ebraico ellenistico.   Gli alessandrini, al di là del  traumatico editto del sinedrio necessario per l’incolumità della città,  ammirati dall’eroismo aramaico, esaltato nei loro scritti, hanno un rapporto più stretto,  da quel momento, con correligionari, in nome della  comune Legge  mosaica. Le discussioni rabbiniche di Iammia  sono lette e confrontate con quelle alessandrine  e cirenaiche  e creano un corpus letterario orale per oltre un quarantennio, in cui  c’è una pacificazione generale, seppure con screzi dottrinali,   non solo tra le differenti anime ebraiche, ma anche tra queste e la romanitas e  i greci.

In un clima di apparente filoromanità,  in cui  cova  l’odio zelotico antiromano,   si costituisce  parte di quella Torah she be ‘alpe  (torah orale) che poi sarà  messa in scritto da Giuda ha Nasi,  come  raccolta unitaria  anche di tutte le altre  discussioni rabbiniche, tenutesi   dal periodo del tempio fino all’epoca di Antonino il Pio e Marco Aurelio  (Midrash). Da qui, grazie ai commenti (pesharim) dei tannaim,  si costituiscono i Talmudim (Jerushalmi e Bauli) formando due rami,  quello  “haggadico” (da Haggadah/ narrazione ) e  quello” halachico”(da -Halakhah/norma), secondo due diverse letture ed interpretazioni, una narrativa ed una legalistica.
I cristiani, antiocheni, invece, -già separatisi dai naziroi basileici di Jakob, cioè  da quelli della Chiesa gerosolomitana e forse dai mandei, fuggiti  in Parthia ( che avevano lo stesso codice ebraico scritto, masoretico)- avevano già, come libri sacri, subito dopo il 70, la Bibbia dei Settanta, le Lettere di Paolo, i tre vangeli sinottici, Lettera di Barnaba, Erma e Clemente I-II .
I christianoi,  dunque, si appropriano non solo della Bibbia dei settanta, del metodo divisorio, del sistema pesher tipico  della Sapienza, dei Salmi e Proverbi, ma anche dell’opera del Siracide, di Filone e poi di Flavio, seppure rifiutati  come libri  menzogneri, impuri dall’ebraismo, che scomunica il cristianesimo antiocheno, già minacciato da altre eresie nel suo interno.
Gli ebrei  aggiungono  proprio allora la Birkat Ha Minim  la dodicesima benedizione della Amidah, redatta da Samuel il giovane, secondo le indicazioni di Gamaliel I: “Per i calunniatori e per gli eretici non vi sia speranza, tutti si perdano presto, tutti i Tuoi nemici vadano in rovina repentinamente. Tu li annichilirai ai nostri giorni. Benedetto sii Tu o Signore che spezzi gli avversari ed umili i reprobi.
Inoltre essi, (compresi i seguaci di Giacomo) pregano così contro i Christianoi, ed assumono  ufficialmente il testo masoretico in una volontà di distacco definitivo dai Christianoi, minim, che seguono il Testo dei Settanta e la lettura di Filone.

Per me anche Filone di De vita Contemplativa e  di Quod omnis probus inizialmente   fonte comune per rabbini ebraici naziroi e christianoi in quanto,   propositore  di   una doppia via per chi  vuole conoscere Dio, mostra come chi ha scienza e timore di Dio  occupa il posto/magon  degli avi e che ha diritto al trono/kisse che è eterno dando modelli di vita mediante la  pratica essenica e  la theoria  contemplativa Terapeutica.  Poi,  sebbene tutto questo costituisca  un corpus unitario  di base terapeutico- essenico  su cui si forma una  primissima tradizione orale, utile per tutti le radici ebraiche, la storia  divide gli ebrei aramaici , compresi i naziroi,  dai christianoi, che separati ideologicamente dagli ebrei, sanno vivere vicino ai greci, goyim pagani.

Invece  gli ebrei ellenistici  cominciano ad avvicinarsi sempre più al radicalismo ed oltranzismo aramaico per motivi politici, amministrativi e  ed economici e quindi si staccano definitivamente da Filone e dalla Bibbia dei Settanta, inficiata nella lettera dalla paideia ellenica.

I Christianoi antiocheni, vivono separati  e  sono ben distinti da Traiano-   come si vede  nella lettera di Plinio all’imperatore – dagli ebrei, che ora sono perseguitati  e perché aramaici e perché ellenizzati  oppositori però alle auctoritates locali  a  causa del decadere delle loro azioni finanziarie, non più sostenute dalla politica romana, ormai vicina ai banchieri pagani, danneggiate ulteriormente dalla nuova famiglia regnante  filellena, dopo il tracollo in epoca flavia.

Inoltre  gli aramaici ora  sparsi in Partia, e specificamente  in  Mesopotamia e in Assiria e in Perside, ma  in maggioranza     propagatisi in Alessandria  e Cirene,  portano il contributo della loro formazione  e cultura ai confratelli ellenisti in territorio romano con mesopotamizzazione, che sottende odio contro Roma e fratellanza con i Parthi.

Eppure l’ amministrazione dei governatori romani, che  pur applicano la legge di Nerva(96-98), giusto imperatore che ha abolito l’obolo ebraico cancellando la tassa flavia,  risulta per gli ebrei ellenisti  rapace   in relazione alle loro attuali situazioni commerciali, di sopravvivenza,  e perciò  attendono in uno stato di quasi miseria  il compimento del Malkuth, come un ripristino della loro antica  condizione sociale.

I rabbini  di  Iudaea e quelli ellenisti ora hanno una voce comune e sono apparentemente pacifici in attesa dell’evento messianico,  del ritorno del Meshiah, avendo cancellato parzialmente  la memoria di quello  vinto e crocifisso,  atteso invece, ancora,  dai naziroi gerosolomitani.

Una nuova ondata di Messianesimo si abbatte in tutto l’oriente mentre i giovani sono segretamente arruolati ed addestrati  e sono formati secondo le prescrizioni della torah e formati dottrinalmente  con la davar scritta,  secondo moduli apocalittici ed escatologici.

In effetti nei primi anni del principato di Traiano la teoria apocalittica e escatologica si sviluppa come concezione della fine dell’ira di Dio dopo  le tante prove subite e patite  da Israel peccatore e come avvento di un Nuovo Messia  in quanto è giunta l’ora del Signore.

Gli aramaici, dunque, hanno due differenti letture una propria dei  giacomiti , la cui Bibbia siriaca, autorizza un’interpretazione  di ritorno del signore per l’instaurazione definitiva del regno, mentre gli altri aramaici di Parthia  e di Giudea, non naziroi,  hanno una  visione  di vittoria di Sion su Roma con la venuta di un Nuovo Meshiah  invincibile.(cfr Apocalisse di Baruc  e IV libro di Esdra  con l’immagine  vittoriosa del Leone messia  sull‘aquila imperiale sconfitta ).

Le comunità ebraiche  di Mesopotamia, di Cipro,  di Cirene e di Egitto iniziano ad essere in fibrillazione al momento della spedizione antinabatea, come già prima intorno al 101,  alla morte di Erode Agrippa II , quando questi lascia in eredità a Traiano il suo regno, cosa che  autorizza l’imperatore a congiungere l’area giudaica con quella sinaitica ed egizia, con l’annessione del Regno di Nabatea  tanto da poter dire che ormai il Mediterraneo è  mare nostrum.

Dunque,tra il 101 e il105, epoca della annessione della Nabatea  da parte di Traiano, intenzionato ad aprirsi la via pelusiaca per avere l’appoggio della flotta romana,  che doveva essere  forza ausiliare  alle legioni   sul Mar  Rosso,  sul golfo di Aqaba  e perfino su quello Persico, all’occorrenza- in quanto la Parthia non aveva un contingente marittimo –   e ad avere libero il passaggio dall’ Armenia minor, obbligatorio secondo i piani di Cesare, di Germanico e di Caligola, per un’invasione del territorio parthico.

Eusebio parla  di Papia   che  con  l’esegesi dei logia del signore,- già scritti in aramaico da Matteo –   afferma che  gli altri evangelisti scrissero come potevano sulla base matthaica senza indicare l’esatto tempo, dopo la fase orale.

Bisogna pensare perciò che la testimonianza papiana sottenda un lavoro già compiuto da Matteo aramaico  prima del periodo compreso tra  il 105 e  il 115 d.C. e perciò è possibile  inferire che  Matteo greco, il proto Marco e  e Luca scrivano  per integrare la tradizione orale  con quella scritta delle Lettere di Paolo   in modo da formare un corpus greco per i Christianoi di Antiochia, anche per meglio distinguersi dai naziroi e  dagli ebrei,  in un momento storico grave  perché la parentela religiosa  è  un percolo per la loro incolumità. E’ un momento veramente gifficile, il più   delicato della storia romana, tanto traumatico per la romanitas quanto per l’ebraismo aramaico, che, congiunto con quello ellenistico si macchia di orribili misfatti, dolorosi ad ammettersi anche a distanza di secoli, indegni di un popolo sacerdotale, eletto...

Credo di poter mostrare la gravità   rilevando con Cassio Dione , LVIII,28,29,30 la situazione tragica ad Antiochia dove è Traiano nel 115 d.C., pronto per la partenza per la spedizione parthica.

Un terremoto catastrofico in città è  interpretato dai giudei come i partecipazione di Jhwh alla guerra contro i Romani,  come presagio della  sconfitta romana,  come segno della venuta prossima del Messia: per  loro il cataclisma diventa  come una chiamata alla armi al suono del corno shofar.

La campagna parthica di Traiano comincia bene con vittorie  in Assiria e  poi  con una navigazione sicura sul Tigri (mentre una parte naviga  sull’Eufrate, dopo la conquista di Nisibis ad opera di Lusio Quieto)  grazie ai battellieri giudaici  che sembrano  collaborare  con l’esercito romano e con le truppe di invasione socie.

Sbarcato l’esercito  non lontano dalla confluenza dei due fiumi, nelle vicinanze di Seleucia, Traiano  entra invitto nella capitale Ctesifonte, mentre Lusio Quieto avanza verso il delta  paludoso fino al Golfo Persico…

Non è chiaro cosa succeda, ma quando Traiano insedia come Re dei re Partamaspate, la situazione si capovolge, forse per la sconfitta dell’esercito schierato  fuori delle mura  ad opera della cavalleria catafratta…

La reazione parthica è totale  nella bassa Mesopotamia a causa di un  violento contrattacco giudaico,  che divide l’esercito in due tronconi  una guidato da Traiano e l’altro da Adriano e  Cornelio Palma  Cfr J. BENNETT, Traian optimus princeps, Bloomington,2001)

Separatamente si cerca di prendere le navi sull’Eufrate e sul Tigri per  il ritorno in Patria e questo aggrava ulteriormente la ritirata anche per la defezione  dei battellieri ebraici, che  cessano la collaborazione con i milites, incalzati dalla cavalleria parthica  e  svantaggiati in una pianura aperta, nonostante la presenza dei cavalieri mauri di Quieto, tornato con l’esercito decimato da malattie (dalla malaria) privo di rifornimento e impossibilitato a prendere  Hatra  …

Alla fine del 116  si viene a conoscenza della ribellione ebraica e delle stragi fatte a Cirene e a  Salamina di Cipro dai  Giudei  e Traiano  è sollecitato a tornare ad Antiochia, da dove dirigere le operazioni  contro i rivoltosi di Egitto, di Cirenaica e di Cipro.   Vengono accelerate le marce ( si passa da magnis itineribus a maximis itineribus) guidate  da Publilio Celso e da Avidio Nigrino, pur se si è in zone desertiche.

Il titolo di Particus, già acquisito da Traiano, proclamato dalle truppe imperator,   sottende ora una sconfitta, in quanto  l’esercito  che avanza è decimato dalla cavalleria parthica  completamente ricompattata nel nome del nuovo re, anche se  nominato dai Romani, ma ora riconosciuto universalmente i da ogni suddito …

La morte di Traiano  a Selinunte di Cilicia   ha come conseguenza la necessaria cessione dell’Armenia e  della neo provincia di Mesopotamia, già del tutto riconquistata dai Parthi: Adriano ora imperatore,  sancisce un dato di fatto e ripristina lo status antecedente l’impresa parthica.

Inoltre poco dopo la congiura di  Quieto  e di Nigrino, di  Palma  e Celso,  si manifestano  segni di un malcontento militare  per l’ inattesa conclusione dell’impresa parthica  e per il ripristino dell’ordine nell’imperium romano già alla fine del 118, senza aver punito debitamente i Giudei, responsabili del fallimento della politica  imperialistica, che, comunque, restano cives  anche se  sotto oculata sorveglianza . cfr  M . GRANT,  The Antonines: the roman empire in transition London 1996,  mentre le città non lontane dal fronte  eufrasico sono adeguatamente fortificate come ad esempio Gerasa/ Jerash.,

Il rescritto di Adriano  a Gaio Minucio Fundano, governatore di Asia dal 122 al 123,  riportato da Eusebio (Hist. Eccl. IV,9,1-3),   già in Giustino, Apologia, XVIII, 3-5  è in linea con quello traianeo sotteso alla risposta dell’imperatore a  Plinio il giovane, legatus   Augusti pro praetore  in Bitinia  e Ponto  cfr. Epistula X,96 -97  in quanto  fotografa i necessari  e differenziati interventi sugli ebrei e sui christianoi.

I giudei, circoncisi e separati dai goyim/pagani, aramaici o ellenistici, sono vigilati speciali, mentre i cristiani ben integrati tra le popolazioni locali, amati e rispettati per la tendenza alla riunione pacifica e all‘agape fraterna, anche se, data la comunione dei beni, pagano le tasse  alle autorità regionali non individualmente  per capita, ma per etnos associato nella persona dell’epitropos o episcopos o epimeleths, con titoli  differenziati  a seconda della grandezza dell’ecclesia.

Nel rescritto si sottende che l’ebreo  deve essere investigato nella proprietà e nel suo culto di latria  e perseguito  sulla base di un  semplice accusa, mentre per  il Christianos  oltre all’accusa di un accusatore, perseguibile penalmente  in caso di infondatezza delle,  prove procedurali, non basta il nomen ipsum ma sono necessarie le documentazioni  dei flagitia coehrentia nomini   cioè  non c’è  punizione per il nome stesso, ma per  le colpe connesse al nome. Plinio  Ep.X,96.

Comunque, Traiano indica una procedura , a cui si attiene anche Adriano, e impone  che non li si deve ricercare; qualora vengano denunciati e riconosciuti colpevoli, li si deve punire, ma in modo tale che colui che avrà negato di essere cristiano e lo avrà dimostrato con i fatti, cioè rivolgendo suppliche ai nostri dei, quantunque abbia suscitato sospetti in passato, ottenga il perdono per il suo ravvedimento. Quanto ai libelli anonimi, essi in circolazione, non devono godere di considerazione in alcun processo; infatti è prassi di pessimo esempio, indegna dei nostri tempi. Ep. X,97.

Chiaramente gli imperatori antonini indagano  il christianos che pur ha una radice ebraica, ma sono indulgenti  anche se richiedono in pratica  qualche manifesto segno (grano di incenso offerto in pubblico). come riconoscimento del numen dell’imperatore e di Roma: in sostanza sembrano più inclini a perdonare che a punire il cristiano, mentre sono determinati a perseguire l’ebreo  indistintamente.

Dunque se è chiara la situazione  che precede la nuova ed ultima  insurrezione giudaica,  quella di Shimon bar Kokba,  si può forse far rilevare che in un clima di sorveglianza stretta  da parte delle auctoritates provinciali romane verso l’elemento ebraico, sia compatibile la presenza di una scrittura aramaica  sulla vita e sulle parole del Meshiah.

Quindi  tutte le prescrizioni della  torah  con gli huqqim disposizioni e con i mishpatim giudizi connessi con le profezie oracolari mosaiche mostrate  da Iaqob e  fuse con le  prescrizioni del  malkuth del fratello – le cui parole oracolari e i cui decreti  sono da seguire con scrupolo da tutti i seguaci che proprio nell’attesa del ritorno aumentano il timore di Dio, seguendo il modello di vita di Gesù, morto e risorto, legge vivente ora…

Ne consegue che, vivente ancora Jakobos, sulla base della celebrazione del martirio di Gesù si era costituto un racconto della vita, della passione,  morte  e resurrezione del fratello, dapprima orale ma poi, dopo la strage degli esseni, con la memoria annuale non solo del Meshiah ma anche dei nuovi martiri,  si costituì una sorta di narrazione scritta  con prescrizioni giuridiche, in assenza del tempio, letta in riunioni  più o meno segrete, data la vigilanza romana.

Dopo secoli non è possibile determinare se  il testo esiste già al trasferimento a Pella, considerato poi che al ritorno a Gerusalemme  gli aramaici gerolosomitani sono  ancora connessi con i confratelli giudaici  e  che avessero collegamenti con Ben Zaccai  tanto da essere uniti nella lotta coi romani al momento dell’annessione della Nabatea e ancora di più  nel corso della guerra di Kitos o se la  codificazione scritta  è connessa con gli avvenimenti antonini.

Questo scritto è quello stesso di  Papia, di cui parla Eusebio?

Certamente questo  corpus  fu comune agli aramaici di Giacomo e  a quelli di Parthia nel clima bellico traianeo  e poi in quello della repressione adrianea.

Allora bisogna  presupporre  tra gli ultimi anni del I secolo e i primi cinque anni del II secolo, una scrittura greca evangelica kata Marcon, kata Matthaion, kata Lukan, di cui non si conosce l’esatto momento di redazione!

Infatti da Giustino  in poi è possibile trovare segni di Vangeli scritti in varie ecclesiai in greco – perfino quello giovanneo- nel corso di tutto il II secolo e prima metà del terzo secolo.

Eusebio in Historia Ecclesiastica 5,10 parla di Panteno e mostra come in Alessandria sia presente ancora il vangelo di Matteo aramaico, ma circolano  anche quello di Marco e di Luca  e Matteo greco secondo Ammonio alessandrino,  mentre  in altre parti dell’mondo romano Taziano, nato in Assiria nel 120 e morto forse nel 180,  cerca di comporre un Vangelo unitario nella sua opera Diatesseroon, detta anche  Armonia, perché fa il tentativo di unificare , armonizzando le tante e diverse tradizioni -anche orali- greche, pur già scritte.

Queste sono le sue precise parole: Un uomo celeberrimo per la sua cultura, di nome Panteno, dirigeva allora la scuola dei fedeli di quella città, dato che per antica usanza esisteva presso di loro una scuola di dottrina sacra: essa si è conservata fino a noi, e abbiamo saputo che è tenuta da uomini abili nella parola e nello studio delle cose divine. Si narra che il suddetto Panteno si sia distinto tra i più brillanti di quel tempo, in quanto proveniente dalla scuola filosofica dei cosiddetti Stoici. Si dice quindi che mostrò un tale ardore nella sua fervidissima disposizione per la parola divina, da essere designato araldo del Vangelo di Cristo alle nazioni d’Oriente, giungendo sino all’India. V’erano infatti, v’erano ancora a quei tempi, numerosi evangelisti della parola, che avevano cura di portare zelo divino ad imitazione degli apostoli per accrescere ed edificare la parola divina.
Anche Panteno fu uno di loro, e si dice che andò tra gli Indiani, dove trovò, come narra la tradizione, presso alcuni del luogo che avevano imparato a conoscere Cristo, che il Vangelo secondo Matteo aveva preceduto la sua venuta: tra loro, infatti, aveva predicato Bartolomeo, uno degli apostoli, che aveva lasciato agli Indiani l’opera di Matteo nella scrittura degli Ebrei, ed essa si era conservata fino all’epoca in questione.
Panteno, comunque, dopo numerose imprese, diresse infine la scuola di Alessandria, commentando a viva voce e con gli scritti i tesori dei dogmi divini.

Da quanto detto da Eusebio il vangelo aramaico di Matteo, portato da Bartolomeo in India ( non si sa se l’apostolo fa un viaggio marittimo con navi – sul mar Rosso  da  Clisma fino ad Aden per costeggiare l’Arabia ed arrivare  fino a Barigaza- o se ci viene, via  terra, dalla Perside; la prima è più trafficata data la presenza di  192 navi che fanno il tragitto  mensile  per India, la seconda è tipica degli ebrei della zona della bassa Mesopotamia e  della regione intorno a Susa),   si può arguire  per prima cosa che poco dopo la distruzione di Gerusalemme  alcuni  aramaici dopo Masada, si dirigono, oltre che ad Alessandria anche  in Arabia e  in Babilonia. Inoltre  si evince  che Panteno  ritrova lo scritto aramaico  tra le popolazioni indiane  e lo riporta ad Alessandria ( e poi  non se ne  ha più notizie- pare-).

Da altre fonti si conosce  che in India centrale c’è una fioritura di naziroismo dopo la galuth adrianea, come anche in Arabia  più  in quella centrale che  lungo la coste  e del mar Rosso e dell’ oceano indiano- compreso il golfo di Oman: sono attestati naziroi perfino all’epoca di Maometto…

Questa codificazione aramaica  costituisce  un corpus unitario  di base terapeutico- essenico, portato avanti dai Terapeuti di Alessandria  rimasti puri fino al tempo di Sinesio (Cfr. www.angelofilipponi.com Il vescovo Sinesio) su cui si forma una  primissima tradizione orale, christiana antiochena  anche dopo la violenta scomparsa ad opera della decima legione romana degli esseni, recuperati poi nel II secolo,   e dopo  la distruzione del Tempio…di cui si ha traccia implicita in Clemente Alessandrino (Stromateis , 1,21,147 ) in Origene ( Comm. in Matteo, 1) e forse in Tertulliano (De carne Christi, 22)che parlano già di un Vangelo di Matteo scritto in greco  e ne riportano l ‘ incipit …

Dopo la codificazione scritta greca, la varietà dei vangeli è in relazione alle tante e differenti aree di  predicazione cristiana, in Oriente e in Occidente, in cui appaiono modifiche, aggiunte  e  cambi strutturali con  formule  utili  per la definizione della  regalità, della cristologia e del mistero trinitario e talora  si costituiscono perfino  Nuovi Vangeli, attribuiti ad Apostoli …

Il primo,a detta di Eusebio, che li  certifica e li cataloga  facendo precise enucleazioni sarebbe stato un Ammonio di Alessandria   contemporaneo di Ammonio Sacca, il filosofo, maestro di Plotino…

In Eusebio come  in Atanasio , comunque, sono presenti i segni  di una avvenuta  evangelizzazione  cristiana, ma anche di una incertezza sul criterio di autenticità e su quello di classificazione…

Il sistema classificatorio  arriva fino a Isidoro di Siviglia, la cui esposizione sottende una precisa eredità ariana, quella della cultura visigotica, inficiata dall’evangelizzazione anche nestoriana monofisita,  in Spagna….

Isidoro in De canonibus evangeliorum  dice: 1. Canones Evangeliorum Ammonius Alexandriae primus excogitavit, quem postea Eusebius Caesariensis secutus plenius conposuit. Qui ideo facti sunt, ut per eos invenire et scire possimus qui reliquorum Evangelistarum similia aut propria dixerunt.

2. Sunt autem numero decem, quorum primus continet numeros in quibus quattuor eadem dixerunt: Matthaeus, Marcus, Lucas, Iohannes. Secundus, in quibus tres (eadem dixerunt): Matthaeus, Marcus, Lucas.Tertius, in quibus tres: Matthaeus, Lucas, Iohannes. Quartus, in quibus tres: Matthaeus, Marcus,Iohannes.

3, Quintus, in quibus duo: Matthaeus, Lucas. Sextus, in quibus duo: Matthaeus, Marcus.Septimus, in quibus duo: Matthaeus, Iohannes. Octavus, in quibus duo: Lucas, Marcus. Nonus, inquibus duo: Lucas, Iohannes.

4. Decimus, in quibus singuli eorum propria quaedam dixerunt.Quorum expositio haec est. Per singulos enim Evangelistas numerus quidam capitulis adfixus adiacet, quibus numeris subdita est aera quaedam mineo notata, quae indicat in quoto canone positus sit numerus, cui subiecta est aera.

5. Verbi gratia: Si est aera .., in primo canone; si secunda, in secundo; si tertia, in tertio; et sic per ordinem usque ad decimum perveniens. Si igitur, aperto quolibet Evangelio, placuerit scire qui reliquorum Evangelistarum similia dixerunt, adsumes adiacentem numerum capituli, et requires ipsum numerum in suo canone quem indicat,ibique invenies quot et qui dixerint; et ita demum in corpore inquisita loca, quae ex ipsis numeris indicantur, per singula Evangelia de eisdem dixisse invenies.

In epoca visigotica grande era  la confusione, nonostante i canoni, i raggruppamenti, le divisioni, le logiche differenziate semantiche!.

Riassumiamo  e concludiamo.

Si era costituita  in epoca flavia una doppia tradizione  quella  aramaica, orale, che serpeggiava, si  vivificava e si rianimava col paradigma dei martiri nella lotta clandestina contro i Romani e che, finita dopo il settanta, iniziava un nuovo reclutamento militare collegato con quello dottrinale di Johanan ben Zaccai e  con  i discepoli del maestro /Rabbi ,  formatore di altri rabbi …Era una scuola o che tramandava  tramite Rabbi la legge mosaica secondo il costume essenico,  mantenendo la tradizione giudaico-aramaica…

Accanto si era costituita un’altra tradizione, greca  ad Antiochia, che    enucleava il suo messaggio sulla morte e resurrezione del Christos, destinato a tornare come nikeths , trionfatore che riuniva tutte le stirpi del giudaismo ellenistico  e i pagani convertiti, secondo il pensiero di Paolo  e secondo il contributo della scuola alessandrina e di quella  antiochena, in senso allegorico. e in senso letterale…

La  prima aveva come emblema il Messia  risorto propagandato  oralmente da Giacomo   che  proclamava il malkuth  ha Shemaim, destinato a trionfare al ritorno  prossimo del fratello; la seconda era di stampo paolino, una Basileia tou Theou, scismatica  che visse, senza essere mai accettata per qualche tempo vicino alla sinagoga ebraica …

Perciò non esiste  un nucleo evangelico scritto né in aramaico né in greco in quanto ci sono due diverse  di  una tradizione orale aramaica ed una  ellenistica secondo Giacomo e secondo Paolo.. .

La tradizione aramaica per prima  passa dalla fase orale a scritta per necessità politico-storica, poiché i capi aramaici hanno fatto  una scelta in senso mosaico ebraico e quindi hanno rifiutato la linea ereticale paolina, dopo il Settanta, specie nella  Chiesa di Gerusalemme, nonostante la vigilanza romana e l’incipiente persecuzione imperiale .

Ne deriva che è possibile  parlare di un vangelo scritto aramaico ma non di un vangelo greco  che invece deve essere  collocato entro il ventennio tra la stesura di Guerra  giudaica e Antichità Giudaica , contemporanea al Bios flaviano,  che potrebbe essere  il modello da   imitare  per i letterati Christianoi, che avrebbero potuto servirsi anche della fonte scritta  aramaica …

Aggiungo  che sono  propenso, perciò, a datare la scrittura  greca di una originaria fonte Q  solo tra il 74 e il 94 d.C ..   e a considerare il Proto Marco,  subito dopo la fonte,  negli ultimi anni di Domiziano, mentre i testi che noi abbiamo -escluso Giovanni – sono compresi tra l’ epoca  nerviana e l ‘annessione della Nabatea …Dunque questa è la storia, o meglio questa –  dovrei dire – è la risultanza storica di anni di studio.

E i miei parenti ed amici cristiani dicono  che credono in Gesù Cristo  e non sanno distinguere il Cristo da Dio:  sono veramente credenti  cristiani cattolici?

Recitano il Credo  ogni domenica e vanno settimanalmente al rito eucaristico a nutrirsi del Corpus Christi. Perché? non lo so.

Parabola del fariseo e del pubblicano

Gesù può aver detto la parabola del Fariseo e del pubblicano?. Non credo e non certo come la scrive Luca.

Perché? diranno molti cristiani.

Per due motivi.

Primo, perché i personaggi non  sono realmente storici, ma sono inventati sulla base dell’osservazione della vita ecclesiale, di una provincia romana  di fine primo secolo: né Gesù, né i due protagonisti della parabola, il fariseo e il pubblicano, sono figure vere, ma costruite ed assimilate con  altre  di epoca successiva. Infatti il tempio, che è il santuario ebraico per eccellenza, non più esistente  in epoca flavia,  equivale ad  un locale  di  riunione  e di preghiera in una città orientale, pensato da Luca come ambiente e contesto simile, in cui creare una  situazione con l’episodio dei due oranti.  esaminati nella specifica superbia  del fariseo, puro,   e nella umiltà del pubblicano, peccatore. La parabola è un‘inventio di Luca come anche la valutazione da parte di Gesù, che fa la dieghesis narrazione.
Secondo, perché la parabola di Luca ha un telos, un fine prefissato che è conforme al pensiero di Paolo, che deve essere diffuso contro  quello espresso da Yaqob Iakobos Giacomo e i suoi seguaci aramaici, -già sconfitti dai romani, che hanno distrutto il Tempio -(Cfr. Giacomo e Paolo), pronti a nuove staseis rivolte.

La sua scrittura ha un fine dimostrativo,  già chiaro nella premessa alla parabola stessa del Fariseo e del pubblicano, esplicito nella conclusione e nell’ apoftegma finale (Lc. 18,9-14), che è una ripetizione di 14,11.perché chi si esalta, sarà umiliato e chi si umilia sarà esaltato.  

La parabola di Luca,  scritta dopo oltre cinquanta anni  dalla morte del Christos, ha la struttura di una favola  di Fedro, esopiana,   con una conclusione pertinente  morale.

La premessa (Per certuni, poi, che dentro di sé erano persuasi di essere giusti e disprezzavano gli altri,  disse questa parabola) è simile a quella della parabola precedente del Giudice iniquo (Raccontava poi loro una parabola sul dovere che avevano di pregare sempre, senza perdersi di animo -18,1 come assicurazione  che Dio renderà  loro giustizia con sollecitudine  anche se c’è il dubbio che il figlio dell’uomo al suo ritorno   troverà la fede sulla terra).

Dunque, Luca ha uno scopo, quello di invitare i fedeli della ecclesia christiana  alla preghiera, alla fede,  alla fiducia nella pronoia divina  che risolve ogni problema con la peripeteia e con l’improvviso  e tragico capovolgimento, per cui i primi saranno gli ultimi e gli ultimi i primi, in quanto ciò che è impossibile agli uomini  è possibile a Dio ( Lc.18,27) .

Luca in effetti predica il vangelo di Paolo: la salvezza  si consegue con la preghiera e con la fede ed è un dono di Dio, non un merito  individuale umano.

Luca scrive quando l’essenismo  con il fariseismo è un vago ricordo nelle ecclesiai cristiane, specie in Macedonia e Tracia, anche se in Galilea, Gaulanitide, Traconitide ed altrove ancor  sono presenti  gli zelanti della Torah che eseguono  i  precetti dei rabbi della scuola di Iammia, che mantengono vivo lo spirito del pensiero  farisaico ed anche se  l’haburah con edah, costituita da Yaqob, ancora funziona.

Ma seguitiamo a  leggere  e cerchiamo di capire la parabola.  Gesù, secondo Luca  disse questa parabola per certuni  che dentro di sé  erano persuasi  d’essere giusti e disprezzavano gli altri, mostrando i protagonisti: due uomini  salirono al tempio per pregare, l’uno era fariseo, l’altro pubblicano... evidenziando il fariseo che,   ritto in piedi pregava fra sé così: O dio, ti ringrazio che non sono come gli altri uomini, rapaci, ingiusti,  adulteri anche come quel pubblicano. Digiuno due volte alla settimana e pago la decima di tutto quel che compero.

Solo uno, che narra dopo la distruzione del tempio, può avere un incipit di tale genere parabolico: ritenere gli ebrei   quelli che hanno una concezione farisaica  di giustizia, collegata con l’idea di un popolo eletto,- che, avendo  un culto threschia, esclusivo, per un solo dio e padrone, disprezza non solo i culti di tutti gli altri popoli pagani, ma anche le comunità cristiane,- è  spia di un’antitesi tra la tzedaqah della sinagoga e l‘agaph /caritas  dell’ecclesia cristiana, non più, comunque,  in territorio siro-palestinese, ma  in ogni città orientale.

Il fariseo diventa figura antipatica, disgustosa davanti a Dio  per la superbia dell’eletto ed è  prototipo di tutto il popolo ebraico condannato già dall‘auctoritas senatoriale e flavia, sorvegliato  per la sua perfidia integralista, già taeterrimus per Tacito.

Luca scrittore di epoca flavia dovrebbe sapere (dovrebbe averlo sentito dire da Saul/Paolo o da altri di  stirpe ebraica)  che un esseno o un terapeuta, uomini di formazione farisaica,  mangiava ogni tre giorni e quindi digiunava  2 volte a settimana, anche se la Torah  imponeva una volta all’anno nel giorno della Espiazione ( Levitico 16,29; 23,27; Numeri 29,7). Inoltre si sapeva che  il fariseo era  ligio a pagare le decime perché diffidava  del venditore (impuro) che tendeva a non pagarla.

L’ evangelista è teso ad opporre i due caratteri, per creare  contrastivamente  una rete di antipatia  per il primo e  per formare un alone di simpatia per il secondo.

Infatti contrappone  al fariseo il pubblicano, un  appaltatore  di imposte seduto a to teloneion, al banco, cioè un teloonhs (teloonhths -telos ooneomai ) da tutti conosciuto come arpaks rapace, perché esattore,  in  Giudea  considerato un apostata o uomo bollato da anathema, di solito  filoromano, un ebreo romanizzato con doppio nome come Levi/Matthaios, emblema dei pagani  moichoi  adulteri ed adikoi ingiusti: Non sa Luca che neanche il teloonhs può entrare nel tempio  e che  deve stare a distanza di metri da un puro, regolata secondo la prescrizione della  Legge, all’atto della condanna!.

Il pubblicano,invece, diventa per l’evangelista  elemento positivo, simpatico  e caro proprio per la sua coscienza di essere peccatore in quanto creatura, a cui va la solidarietà di ogni  uomo mortale.

Luca  così scrive: il Pubblicano invece si teneva lontano  e non osava neppure alzare gli occhi al cielo, ma si batteva il petto dicendo: Signore, abbi pietà di me, peccatore.

ll pubblicano, peccatore  secondo lo schema paolino cristiano, di uomo mortale che vive nel peccato e che solo con la preghiera e con la fede si redime grazie al sangue di Cristo,  tanto da  essere degno di risuscitare e di avere il premio della vita eterna, è il modello del fidelis, che è umile,  creatura di fronte al creatore, cosciente del suo peccare. 

Il pubblicano amartolos, (uno che commette amarthma in quanto è peccatore perché riscuote il denaro per conto del romano  e maneggia le monete stesse con l’effigie dell’imperatore, diventa  non colui che  rimette il debito estinguendo il dovuto to opheleimenon (to khreos) come Zaccheo, ma è uomo giustificato per la sua umiltà e preghiera (congiunta alla Fede nel Christos ).

Luca, dunque, con il rovesciamento delle due figure, rinnega il giudaismo, esalta la romanitas e vede la salvezza per l’uomo secondo il  disegno salvifico di Paolo, romano -ellenistico,  basato non sull’uomo faber suae quisque fortunae, ma sul  Theos che sovverte la sorte umana  ed attua la sua oikonomia divina imperscrutabile.

Luca, dunque, testimonia  il baratro che si è aperto tra la sinagoga e  l‘ecclesia, in epoca flavia, poco prima o poco dopo il distacco  tra  i due credi, verso la fine del I secolo dopo Cristo, quando ancora il ramo  nazireo è  ancora nell ‘albero giudaico come Malkuth ha shamaim, ancorato alla Torah mosaica, -diversamente dalla Basileia tou Theou/il regno di Dio  antiocheno  che invece ha rotto ogni rapporto con la tradizione gerosolomitana ortodossa,- destinato ad  andare verso altre insurrezioni e verso il suo stesso sterminio sotto  Adriano.

Luca non sa (finge di non sapere) , però, che la preghiera ebraica si fa in piedi  e che ogni ebreo aspira ad essere giusto  e fa opere di giustizia, convinto di servire e di temere il suo Signore,  che lo ha eletto, in quanto  figlio, erede del Regno: la puntualizzazione (ritto in piedi e la preghiera di ringraziamento per essere diverso rispetto agli altri uomini)  dall’ angolazione  ebraica  non  rende ripugnante il fariseo, che è uomo distinto proprio per la sua fede collegata con le opere, elemento  leale e coerente  nel suo modus operandi,  tipico di eroe che muore per la patria  e per la sua fede, ma lo sublima.

I due per Luca antiocheno sono due caratteri giudaici, uno spocchioso, cosciente dello zelo  per la legge, l’altro umile e dimesso, sicuro di essere un reietto rispetto ad ogni puro giudeo: da parte dell’evangelista si  arcaicizza di proposito e si  falsifica la storia  di Gesù eroe popolare, di stampo farisaico, morto da puro ebreo.

Gesù, invece, è visto da Luca (da Paolo), anche  se scandalo della croce,   come un saggio sophos, alonato di divinità, capace di  predicare la remissione dei peccati, di  affermare che il pubblicano peccatore scese a casa sua  giustificato. Luca si è servito di  salire anabainesin ‘alah  e di scendere katabainein yarad così per mostrare solo che il tempio è in alto e che  la casa del peccatore è in basso: l’evangelista non sa che nel primo c’è sotteso tutto un mondo di  ascensione sublime  con esercizio che indica eccellenza e grandezza verso cui tende il  fedele, mentre lo scendere  indica il tragitto opposto, secondo un sistema di allegoria, tipicamente farisaico.

Luca,  dunque, descrive non il reale fariseo e il vero pubblicano, ma  due cristiani: uno spocchioso  che in piedi prega, convinto di essere un santo; l’ altro che  è umile, è cosciente del suo peccato e crede in Dio. E così avendo mostrato due tipi opposti,l’evangelista applica la regola paolina della metamorfosi  per  attuare la metabolh il cambiamento, in nome di Dio,  che  abbatte il superbo ed innalza il debole.

La conclusione di un  Gesù astorico, secondo Luca, è questa:  vi dico che quest’ultimo scese a casa giustificato, al contrario del primo. Di quale Gesù parla Luca (o chi per lui)? , di quale fariseo? o di quale pubblicano?

Solo Filone avrebbe potuto  illuminarci davvero perché contemporaneo di Gesù, ma la sua fonte non ha lasciato tracce né sulle  parole né sul bios del Signore, neanche  ci è giunta una goccia della sua acqua. Eppure Filone ha parlato di ameicsia non mescolanza, di una  sorta di separazione e distinzione farisaica ed ha proposto due modelli di vita ebraica di sicura radice farisaica, quella attiva degli esseni e quella contemplativa dei terapeuti, da cui risulta chiara, bella, virtuosa l’airesis setta dei Farisei.   Anche Saul Paolo, un cristiano ellenizzato dal doppio nome, che si è sempre professato  e vantato fariseo  e discepolo di Gamaliel-ma è un uomo di menzogna, condannato alla fustigazione e poi  a morte dal sinedrio e da Yaqob/Iakobos, fratello del signore  perché non obbediente alla legge,  e alla prescrizione  sulla Casherut – tiene in grande onore la figura del fariseo,  come ogni altro ebreo dell’ epoca che precede la distruzione del Tempio.

Giuseppe Flavio, figlio di Mattatia,- che è un  contemporaneo di Gesù,  parente degli Anano, meglio di tutti  potrebbe darci qualche indicazione anche se per dovere di suddito e per gratitudine verso i Flavi suoi padroni, scrive  Guerra Giudaica  nel 74  ed Antichità Giudaica nel 94, mantenendosi necessariamente nei binari della lealtà all’imperatore, senza però celare la verità storica,  facendo l’apologia giudaica senza offuscare il valore dell’imperium romano, risultando, però, ambiguo ed equivoco in questa contraddizione concettuale,   utile, comunque,   al fine della trasmissione  dell’eredità culturale sacerdotale ebraica – sembra smentire Luca e la sua cristiana interpretazione.

Lui è storico ufficiale dell’impero romano, autorizzato alla lettura della sua opera, impegnato nella esaltazione dei Flavi, pagato per la celebrazione del mito soterico di Vespasiano   e dei suoi figli, salvatori dell’impero romano, pacificatori dell’oikoumene, ripristinatori dell’ordo kosmico, dopo il disordine della guerra civile  dell’anno 69, a seguito della morte di Nerone.

Guerra Giudaica (a cura di Giovanni Vitucci, Mondadori 1974) II,14  così descrive la setta dei  farisei,- che  lo storico dice di aver scelto, pur essendo di stirpe sacerdotale, di una della migliori famiglie, dopo il sodalizio con Banno nel deserto, in considerazione della virtù-: essi godono fama di interpretare correttamente  le leggi, costituiscono la setta più importante  ed attribuiscono ogni cosa  al destino e a dio; ritengono che l’agire bene o male  dipende in massima parte dagli uomini,  ma che in ogni cosa ha  parte il destino ; che l’anima è immortale, ma soltanto quella dei buoni passa in un altro corpo,mentre quella dei malvagi  sono punite con un castigo senza fine…i farisei sono legati da scambievole  amore  e perseguono la concordia  entro la comunità .

In  Antichità giudaica XVIII 12-15 (Angelo Filipponi, Antichità Giudaica, XVIII, E book Simplicissimus , 2012) Flavio dice:

I  Farisei hanno un sistema di vita semplice e non concedono niente alle mollezze: seguono con autorità quanto la loro dottrina trasmette giudicando buono ciò che bisogna dettare considerandolo degno di contesa.Tengono in onore i più anziani,  non essendo orgogliosi in niente altro se non coraggiosi, di fronte alle  risposte di coloro che ostacolano  il loro parere. Essi ritengono che ogni cosa avvenga per destino, senza però negare il libero arbitrio, in quanto sono contenti che ci sia mistione di potere tra Dio e il magistero del destino: gli uomini, virtuosi e malvagi  devono stare con propri meriti Essi hanno la speranza della immortalità delle anime (Essi hanno speranza che le anime abbiano una forza immortale) e che sotto terra ognuno avrà un’adeguata dimora, a seconda del merito e in relazione alla virtù e al vizio, che alcune anime saranno chiuse in eterne prigioni e che altre invece potranno ritornare in vita. Per questo essi risultano molto graditi al popolo, ogni preghiera e tutti i riti cultuali divini sono svolti conformemente alle loro prescrizioni; la loro virtù fu così lodata dalle  popolazioni(cittadinanze)  che  li seguivano per la pratica, perché ritenuti  migliori  nel sistema di vita e nelle regole.

Perciò bisogna  concludere  secondo pertinenza  che in epoca di Gesù  il fariseismo era una setta che insegnava la resurrezione,  la stretta osservanza delle regola ma soprattutto ogni fariseo sapeva come agire di fronte ai sadducei,  sacerdoti e loro avversari, come combattere   i romani,  come comportarsi coi  pubblicani dando regole di comportamento pratico. Insomma  i farisei erano maestri  di giustizia, laici , ed una loro frangia  era la setta degli esseni .

Gesù, ebreo, il Christos Messia,  mai avrebbe  potuto mostrare una simile figura di fariseo, un  giusto come suo fratello Giacomo,  che predicava il Malkuth ha shemaim, la sua prossima venuta e il valore delle opere e non delle Parole !.

Cosa  diranno di questa lettura i miei amici e parenti cristiani? mi auguro solo che abbiano almeno qualche dubbio sui Vangeli e sulla ispirazione dello Spirito Santo!

Io lavoro, essi credono! Cosa? Non lo so.

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Un’ordalia nel 1498, a Firenze!

Francescani e domenicani in una sfida… mortale

Firenze  7 aprile 1498: Un’ordalia, un giudizio di Dio!
Che Vergogna per gli umanisti!
7 aprile 1498 un francescano e un domenicano a Firenze, in Piazza della signoria, si sfidano ad un’ordalia di fuoco.
I priori hanno concesso l’area della piazza ed hanno allestito il teatro della sfida, facendo  una piattaforma di legno  alta oltre due metri, di circa trenta metri di lunghezza e di sei di larghezza : i quattro lati a mò di recinto, erano  fatti di mattoni verdi, crudi, sovrapposti, di altezza di poco più di 30 centimetri.
I due contendenti arrivavano dai propri monasteri di S. Croce l’uno e di S. Marco l’altro: uno è lo sfidante il francescano Giuliano Rondinelli, che ha assunto l’incarico  e si è “sacrificato” al posto di Fra Francesco da Puglia, che aveva lanciato la sfida, contro i savanaroliani;   l’altro è Fra Domenico da Pescia, che gareggia per l’onore di Fra Gerolamo Savonarola.
Dovevano fare il percorso senza bruciarsi: risultava vincitore chi usciva vivo da quell’inferno!
Savanarola  guidava la Repubblica di Firenze,  che si era costituita dopo la morte di Lorenzo il Magnifico e  la venuta di Carlo VIII in Italia.
Fra Gerolamo  con la sua visione apocalittica aveva profetizzato gli eventi ed aveva attaccato la politica di Rodrigo Borgia
(Alessandro VI, successore di Innocenzo VIII Cybo) inimicandosi così col papato, da cui precedentemente aveva  avuto autorizzazione per l’indipendenza del Convento di S. Marco e per il raggruppamento di tutti  i monasteri domenicani sotto la sua tutela, grazie al cardinale Oliviero Carafa.
In città si erano costituite due fazioni/ partes quella dei Palleschi a favore dei  Medici e  quella dei Piagnoni a favore del frate  che aveva  perfino messo al rogo tutti  i libri considerati “mondani” cioè non utili alla moralizzazione dei cives e che aveva intensificato la sua azione nelle prediche, quaresimali, contro il papa simoniaco.
Alessandro VI, dopo le ammonizioni, rituali, aveva scomunicato il frate che aveva insistito nella sua azione antipapale  nei suoi commenti  alla Bibbia, mostrando come la vigna del Signore era desolata e in mani sacrileghe.
Pochi giorni prima della sfida era giunto un breve  papale con cui si condannava al fuoco l’eretico Fra Gerolamo.
In questa situazione di grave lotta civile tra le due opposte fazioni, bisognava dimostrare che il domenicano  era nel giusto perché fautore e cavaliere di Dio per Fra Gerolamo   giusto, santo  e profeta, mentre il  Francescano Fra Giuliano  affrontava il martirio  competendo  per dimostrare il contrario che cioè Fra Gerolamo era un falso profeta degno di essere condannato: Dio doveva dimostrare  chi dei due fosse nel giusto, salvandolo dal fuoco.
I due frati erano pronti per passare a piedi nudi e fare il percorso, senza bruciare,  grazie a Dio che avrebbe protetto il giusto.
Come finisce la disputa?
Con un acquazzone tale che  spegne il fuoco.
I due concorrenti sono tenuti in sospeso dai priori che li sentono discutere teologicamente e fanno questioni di ogni genere, timorosi dell’ordalia: l’uno, più motivato al martirio,  è sulla piazza; l’altro è dentro il palazzo della Signoria, con i notabili.
Dapprima i francescani  rifiutano la cappa  di fra Domenico inadatta per l’ordalia,  perché stregata  e fatta con incantesimo, poi   hanno dubbi sugli abiti stessi, per cui  il frate  è spogliato di quelli che porta  ed  ha abiti da un altro domenicano,  ed infine   sollevano obiezioni sulla  distanza che deve  esserci tra il  domenicano e Fra Savonarola,  capace di magie  perché dotato di poteri diabolici.
I francescani,  inoltre,  contestano Fra Domenico  che vuole portare  il crocifisso  ed anche l’ostia consacrata, ritenendo la croce una protezione e  il corpo di Cristo non  bruciabile: per loro si fa  cosa iniquissima e contro la chiesa se si procede secondo il volere del domenicano.
I francescani da parte loro cercano di far passare tempo e di spingere i domenicani ad iniziare per primi la gara: la dilazione sembra  fatta  in relazione al mutamento delle nuvole e al peggioramento del tempo sopra Firenze.
Fra Domenico, savanaroliano,  sembra l’unico deciso ad entrare sui carboni, mentre il Rondinelli, forse impaurito dal fuoco, è tenuto prudentemente in attesa, comunque,  forse, all’occasione,  sarebbe stato capace anche di morire martire.
Cavilli religiosi, comunque  dall’una e dall’altra parte, prima della purificazione… dell’acqua e della fine  definitiva della disputa!
La folla, tutta maschile, era in fibrillazione (Le donne i bambini assistevano dalle finestre e dai tetti della piazza), le due fazioni, armate, erano all’erta, mentre la signoria aveva disposto un suo esercito per evitare gli scontri e le violenze.
Un  temporale con lampi e tuoni   spegne il fuoco: Dio non vuole quella prova: questo sanciscono, concordi,  domenicani e francescani e le auctoritates presenti,  che, tutti inzuppati di pioggia, tornano ai loro conventi e case.
La razionale Firenze, patria di Lorenzo il Magnifico, morto da pochi anni, domicilio  di Pico della Mirandola (anche lui  morto da poco, seguace del Frate che aveva visto la sua anima salva in Purgatorio) e di  Poliziano, letterato  devoto e di Michelangelo religiosissimo,  mostra con questa ordalia una diversa realtà di fine quattrocento, tutta  ancora medievale, solo in apparenza umanistico-rinascimentale.
Il povero  Fra Gerolamo Savanarola,  quasi un mese dopo, il 23 maggio,  fu bruciato vivo, con due  confratelli!

Viene eseguita la condanna papale .

Trionfa Alessandro VI con la sua politica a Firenze e suo figlio Cesare si crea uno stato indipendente nel Centro Italia  grazie al  potere paterno…

Un’altra lettura di “I dieci lebbrosi”

Luca  narra la guarigione di 10 lebbrosi in 17,11-19.

Il racconto di Luca non è una testimonianza  di un miracolo paradoxon, di Gesù, che si trova a passare, al confine  tra la terra di Samaria e quella di Galilea, mentre va  a Gerusalemme,  ma  è spia di un telos,  quello lucano, di mostrare  cioè la riconoscenza di un Samaritano -rispetto all’ingratitudine degli altri nove, giudei – e la sua fede nel  Regno  di Christos venuto.

Il racconto di Luca non è storia, ma è una dihghsis  narrazione di un normale scrittore ellenistico, impegnato cristianamente secondo la scuola antiochena: Luca non conosce  la toledot giudaica e neanche la torah/nomos legge, sia giudaica che samaritana…

D’altra parte già  Luca aveva parlato della guarigione di  un solo lebbroso in 5, 12-16 , raccontata anche da Marco 1,40-45 e da Matteo 8 1-4.

Dunque, il  racconto  di un Gesù Methorios- che  con una comitiva attraversa il confine tra Galilea e Samaria per prendere decisamente il cammino lungo il Giordano fino a Gerico, prima di salire alla Città Santa-  fa parte del sondergut lucano, di quel materiale speciale tipico del mestiere di Luca medico e scrittore,  che ha lo skopos di rivalutare la cultura e il popolo samaritano, coinvolto nella stessa comune sconfitta, dopo la distruzione del tempio, dopo la fine di Simon Mago a seguito del pagamento della doppia dracma al  tempio di Zeus, a Roma, di tutta la Iudaea capta  (Idumea, Samaria e Giudea) secondo gli ordini di Vespasiano (69-79 d.C).

Nel disegno lucano grande rilievo ha la parabola del buon samaritano 10.30-37, paradeigma di uomo che ama il prossimo, esempio di uno che  ha compassione/eleos,  che  si ferma, anche se ha impegni di lavoro,  vedendo un altro soffrire, perché ferito da lesthai/ladri, che si accosta premurosamente,   che fascia le ferite, che  versa sopra olio e vino, che  lo fa montare sulla sua cavalcatura,  che lo conduce all’albergo/csenodochion, che  cava  dalla borsa due denari,(8 sesterzi  cioè 32 assi, poco meno di 40 Euro), che  li dà all’albergatore,  a cui affida il ferito, con la raccomandazione di  curarlo,  aggiungendo  che al ritorno restituirà (il verbo sottende  che c’è già rapporto  tra i due) quanto avrà speso di più.

Per capire quanto il samaritano dà concretamente all’albergatore  aggiungo per il mio lettore che un romano compra con  due assi  un kg.di pane  (poco più di un due Euro ) e con  un sesterzio cioè con  quattro assi  (quattro/ cinque euro circa )  può scopare una  scadente  prostituta.

E’ un racconto ellenistico, filantropico, comunitario  che tratta di un civis romano incappato nei briganti,  che turbano l’ordine del Kosmos imperiale in Iudaea nei trenta chilometri circa, che dividono Gerusalemme (città a 750 metri  sul livello del mare)   da Gerico (località a 250 metri sotto il livello del Mare), lungo sentieri  tortuosi, impervi, aridi e desertici, a volte dirupati…

C’è sottesa  la denuncia del precedente sistema di vita,  giudaico, (anche se Luca, probabilmente,  non lo sa!), perché non associa a lesthai  gli zeloti, i partigiani, integralisti  religiosi  antiromani del periodo  erodiano e posterodiano …

Chiaramente, comunque,  Luca marca i semeia di un comportamento caritatevole nei confronti di uno sconosciuto da parte di un samaritano  che, secondo Giovanni (4,9), è animato da ostilità  verso gli ebrei, che lo considerano eretico e scismatico.

L’attenzione alle azioni del samaritano è in relazione  contrapposta al comportamento dell’élite sacerdotale ebraica  (sacerdoti e leviti)  condannata perché  gira alla larga (antiparerchomai  significa passo oltre e vado dalla parte opposta),  anche se non più esistente perché non esiste più il tempio…

La domanda di Gesù al dottore della legge- uno scriba, un fariseo, un laico  che chiede  cosa fare per ottenere la vita eterna -è volta da Luca non nella direzione della legge  mosaica e quindi secondo le Scritture  (Deuteromio.6,5 e Levitico 19,18)  a dire cioè amerai il signore Dio tuo da tutto il tuo cuore , con tutta la tua anima e con tutta la tua forza, con tutta la tua mente  e il  prossimo tuo come te stesso, ma a referenziare  con un esempio pratico l’idea astratta di prossimo/o pelas,  secondo parabola...

Infatti Luca  fa rispondere il dottore della legge a Gesù – che chiede Chi di questi tre (Sacerdote, Levita, Samaritano)  è  stato prossimo  di colui che incappò nei predoni?- : Chi gli ha usato misericordia.

Chiaramente  il telos di Luca è quello di un cambio di destinatari  e di fruitori del Vangelo: non più gli ebrei (sacerdoti e leviti, sadducei e farisei) ma samaritani (e pagani) sono ora i cleronomoi  gli eredi del pathr, senza il patriottico hmoon (Lc.11,1-4) molto diverso da quello di Matteo  (Cfr. Una lettura del “padre nostro “)…

In questo disegno lucano la Guarigione dei dieci lebbrosi   è un altro segno dell’intento sotteso di Luca, già mostrato nella parabola della dramma perduta 15,8-10,   del figliuol prodigo 1511-32, del fattore infedele 16,1-12, e del  ricco eupolone e del povero Lazzaro 16 19-31., della scelta dei posti al banchetto 14,7-11.

Prima di parlare del paradoxon  del miracolo della guarigione dalla lebbra,-  su cui non entriamo in merito- è opportuno chiarire che secondo la legge  giudaica, il lebbroso, guarito,  deve essere reintegrato nella società dei viventi,  e deve avere una certificazione  per poter  abbandonare l ‘isolamento (o la vita comunitaria con altri lebbrosi) da un sacerdote  da presentare al suo eparco/nomarco, capo civile della zona di residenza.

Detto questo, il racconto lucano ha una sua logica,  non di un uomo vivente nel  periodo prima della distruzione del tempio (70 d. C) ma  di uno  che  vive e scrive nell’epoca dei Flavi.  

Infatti Luca  fa dire a  Gesù (morto nel 36 d.C.), uomo  conforme alla Legge: andate e mostratevi ai sacerdoti  dimostrando  che  conosce  l’obbligo per un giudeo di purificazione e di espiazione  secondo la valutazione sacerdotale.

Il seguito del racconto,invece, tratta del ritorno di uno, -un samaritano, che, vistosi  guarito,  torna indietro, glorifica Dio a gran voce-  si prostra con la faccia a terra- fa la proskinesis che si deve ad un re o a un Dio –  ringrazia  (impossibile,  in situazione di fatto, la vicinanza ai piedi di qualcuno, da parte di un lebbroso,  senza una certificazione legittima sacerdotale, pena la morte!) il maestro, che dice: non furono mondati tutti e dieci. Dove sono gli altri nove?  e che aggiunge: non s’è trovato alcuno che tornasse per rendere gloria a Dio, se non  questo straniero.

Non sono  congruenti i due enunciati iniziali  e tanto meno l’aggiunta! un Gesù, Christos o no, dopo aver obbedito alla Torah, non può parlare in questo modo.

Gesù,  Christos , attivo tra terzo e quarto decennio del I secolo  in terra  giudaica  avrebbe dovuto sapere che la prescrizione della legge impediva il ritorno ai 9 giudei per almeno otto giorni!

Quel Gesù, secondo noi, in quell’epoca, non può non conoscere  la procedura per la reintegrazione sociale  secondo le forme e le disposizioni mosaiche,  che impongono purificazione ed espiazione dei peccati-dopo i giorni di cammino da luogo di residenza dei lebbrosi al Tempio-  tramite la figura del sacerdote e poi dell’addetto ufficiale  politico!

D’altra parte lo dice espressamente… ogni giudeo dell’epoca conosce il Levitico e la procedura (da seguire per la lebbra)  per  la purificazione e per l’espiazione.

Non per nulla minuziosa è la prescrizione  per la riammissione  di un lebbroso in comunità in Levitico  13,1-59  e 14 1-56, da cui stralciamo alcune prescrizioni, che riguardano  il purificatore e  il purificando.

Il sacerdote   per la purificazione –  dopo aver costatato la guarigione     ordinerà di portare: due uccelli vivi e puri, del legno di cedro, del panno scarlatto e dell’issopo…  e fatte i sacrifici  necessari, inizierà il  rito di espiazione al cospetto di Jhwh… e dopo  le operazioni richieste … gli permetterà di  entrare nell’accampamento o città nel luogo dove abita, dopo l’autorizzazione del  toparco, senza entrare in casa o tenda…(da purificare anche esse) per sette giorni.

All’ottavo giorno  il purificando, (a seconda delle sue possibilità)   prenderà un agnello per il sacrificio di riparazione, l’offrirà ….prenderà anche un decimo  di un’efa  (13kg, quindi 1,3Kg) di fior di farina intrisa in olio, come oblazione e un log di olio,   due tortorelle o due colombi, di cui uno come sacrificio  di espiazione e l’altro come olocausto…

Non ho la minima voglia  di mostrare i tanti atti rituali che sono compiuti dal sacerdote  per la purificazione di un lebbroso, mi preme però, far capire che Luca o non  conosce il costume,  pur facendo parlare Gesù  in tal senso, oppure non essendoci più il sacerdote sadduceo ( essendo  stato distrutto  il Tempio) segue la sua logica di Christianos antiocheno, del periodo flavio,  desideroso solo di mostrare  la fede in Christos.

Ecco dunque il  vero messaggio di Luca : La fede nel Cristo venuto è salvezza per il samaritano e per tutti gli uomini che credono nel suo messaggio secondo Paolo e Luca, ma non per gli ebrei.

Invece  la lettura del passo evangelico, se in linea con i tempi di Gesù  sarebbe stata diversa e non  ci sarebbe stata possibilità di mostrare la gratitudine  di un samaritano, anche lui vincolato dalla stessa legge  – anche se legge  propria di scismatici, ma univoca per la procedura della lebbra – e costretto a seguire il rituale di reintegrazione sociale con altri sacerdoti, quelli del Monte Garizim, vincolati anch’essi  dalla Bibbia Samaritana (che comprende oltre al Pentateuco- Genesi, Esodo, Levitico, Numeri e Deuteronomio-anche Giosuè) …

In epoca Flavia tutto è azzerato : un narratore, di formazione  ellenistica, può dare significato nuovo ed aggiungere altri  valori, secondo il proprio credo e la propria inventiva  creativa …

All’epoca , la condizione di Samaria  è diversa rispetto  all’Idumea e alla Giudea,  molto più coinvolte nella guerra giudaica,   perché tutelata maggiormente da Roma, data la consistenza dell’elemento militare,  sicuramente  filoromano  da quasi un secolo, da quando Erode fondò Sebaste in onore dOttaviano, Augusto/Sebastos, e netta è la distinzione tra l’ebreo vinto infidus,  taeterrimus  secondo Tacito, perfidus nella sua accezione negativa, e il samaritano  quasi un confederato, un auxiliarius  sebastenus nell’esercito romano….

Da questa angolazione il passo di Luca  ha altro valore e significato: il ritorno del samaritano è quindi  segno di gratitudine   di un individuo che diventa simbolo di un popolo  che venera il Christos venuto, come benefattore e  come Dio …

Luca, comunque,  non ha buone conoscenze né giudaiche né samaritane, ma  solo generiche  informazioni bibliche derivate (sembra)  da 2 Re  5, 14-17 , dove viene presentata una figura parallela a quella del Samaritano: un lebbroso, un militare,  lo straniero Naaman il siro, che  quando si vede risanato, torna dal profeta Eliseo, pieno di fede verso l’unico Dio, dopo che si è lavato sette volte nel Giordano secondo l’ordine del profeta …

Luca è un ellenista che ama inventare  parabole, fare aggiunzioni, propagandare il Christos– in quanto  discepolo di Paolo- uomo dio venuto, ucciso dai romani, risuscitato, destinato a tornare  presto  per instaurare il Regnum

Il fatto del Miracolo dei dieci lebbrosi, quindi,  per come  scritto,  è una riqualificazione dei samaritani, che divenuti da barbari-scismatici e quasi idolatri,  assimilati agli assiri, ai babilonesi, ai persiani,  ai siriaci   considerate le tante deportazioni dal periodo di Sargon- cives romani, degni di essere nel Kosmos imperiale, perché conformati all’imperium, alla iustitia  e pax  romana…

la tetrarchia di Lisania

Zenodoro

Lisania era  figlio di Tolomeo di Menneo, signore di Calcide che, alleato di Aristobulo II, suo suocero, aveva accolto Antigono, dopo la morte di suo fratello Alessandro, con le sorelle  a corte.
Tolomeo era stato un padre spietato, che aveva fatto uccidere l’altro figlio Filippione, a cui era stata  concessa come sposa Alessandra, sorella di Antigono, per sposarla a sua volta (cfr.Flavio Ant.Giud. XIII, 392,XIV,126).
Aveva fatto una politica antiantoniana e filoparthica ed aveva riportato nella sua terra Antigono, promettendo ulteriori aiuti, all’atto dell’invasione di Pacoro, figlio di Orode, re dei parthi.
Questi aveva conquistato tutta la Fenicia ed era arrivato al Mediterraneo, ma non era padrone del mare per la presenza della flotta antoniana, mentre Barzafrane e Quinto Labieno, figlio di Tito Labieno  (Ant .Giud.XIV,330,  Dione Cassio, Storie XLIX,19-21)  agivano nell’interno della Siria e Celesiria.
Lisania, alla morte del padre, alleatosi con Antigono, lo aiutò a conquistare  Gerusalemme e a consolidarsi nel potere, facendo, quindi, una politica avversa ad Antonio, secondo la tradizione familiare.
Quando, però, Pacoro fu vinto, nel 38 a.C.  da Ventidio Basso, che già aveva sconfitto ed ucciso Barzafrane e Labieno, gli furono imposte, dopo la vittoria di Gindaro, gravi  tributi:  le condizioni di pace,  trattate con Antonio stesso, furono pesanti.
Antonio, vincitore per legatum dei parthi, già innamorato di Cleopatra, ucciso Antigono in Antiochia, aveva imposto Erode come sovrano in Giudea ed aveva assegnato  in dono alla regina egizia  la tetrarchia di Lisania (che, accusato  di aver favorito i parthi  e di aver cospirato contro i romani, era stato ucciso   Ant. Giud.  XV,92) ed alcuni territori di Malco, re nabateo (quelli intorno a Damasco).
I due re pagarono caramente specie Lisania, che, prima di morire, dovette cedere anche la capitale Abila  (di cui si vedono rovine al villaggio, oggi  chiamato Suk Wady Barada, a 20 km da Damasco) alla regina egizia.
Erode, pur socius  dei romani  dovette pagare  per non dare territori  richiesti  da Cleopatra (la zona di Gerico): diede infatti  duecento talenti, versando anche la metà di Malco,  che non aveva alcuna intenzione di saldare il debito.
Il re giudaico, in quanto fiduciario del triumviro, dichiarò guerra a Malco, poco prima della battaglia di Azio (31 a.C.).
Questa guerra si protrasse per oltre un ventennio e fu contro i nabatei e contro Zenodoro, che  era stato  l’amministratore della casa di Tolomeo di Menneo  e quindi di suo figlio Lisania (o ton  Lusaniou memisthomenos oikon).
Questi  nel corso e  dopo la guerra aziaca, riprese il controllo della ex tetrarchia di Lisania e la gestiva approfittando della mancanza di autorità romana ed egizia, nel periodo compreso tra il  32  e  il 29  e forse, fino al 27 a.C.,  epoca in cui Augusto decise il destino della Celesiria e  delle zone  ciseufrasiche e transeufrasiche.
La zona  di Calcide, ai piedi del Libano, con quella di Abila,  estesa  fino  verso il monte Hermon  comprendeva  parte della fascia orientale settentrionale del Libano attuale, tutta la zona montuosa  nordoccidentale compresa l’ Iturea (Batanea, Ulatha e Paneas) Gaulanitide, Traconitide, Auranitide e  zone dell’alta Galilea, fino alla Decapoli.
La tetrarchia di Lisania non era una  piccola  regione e per di più  non omogenea, difficile  a gestirsi, data la diversità di popolazioni, considerate le differenze morfologiche e la mancanza di una capitale unitaria: essa,  grosso modo (tolta la parte settentrionale del  Libano) poi toccò a Filippo,  figlio di Erode il grande,  che edificò al centro di questo territorio, Cesarea  sotto l’Hermon, alle sorgenti del Giordano,  dando così  una  nuova capitale (cfr Ant. Giud.XVIII,12-28,106).
Poi la tetrarchia ebbe qualche spostamento territoriale verso oriente, dopo la separazione coi territori nord-ovest (aggregati, forse,  alla Siria)  e fu data a Erode Agrippa-Ant.Giud  XVIII, 276- ed infine  assegnata da Claudio  a suo fratello Erode, pur ridotta nelle dimensioni (Ibidem,XX 138) territoriali,  limitati alla zona di Calcide. Per questo motivo  il fratello di Erode Agrippa I viene chiamato Erode di Calcide.
Molte di queste zone erano state occupate, quelle transgiordane, da Iamneo ( Ant. giud. ,XIII,393-4,397). che aveva conquistato  tra l’altro la Valle detta di Antioco e la fortezza di Gamala e perfino Pella in Decapoli, e le aveva  colonizzate  insieme con la Perea( che è  più a sud), inviandovi sacerdoti,  per far adottare i costumi giudaici.
Zenodoro, comunque,  si oppose ad Erode il grande, che era stato investito  da Augusto come sovrano della ex tetrachia di Lisania, con cause e con operazioni militari, impedendone la conquista.
Erode ebbe il sopravvento nella causa giuridica per l’appoggio sia di Marco Agrippa  che di Augusto, il quale,  nel 20a.C. , stando in Siria,  in occasione di una ventilata spedizione  contro i parthi, riconfermò il precedente dono, fatto dopo la guerra aziaca.
Erode, però, non ne aveva preso militarmente  possesso definitivo perché ostacolato da Zenodoro, dagli arabi, dai parthi.
Infatti Zenodoro, non avendo avuto l’appoggio romano, essendo nemico di Erode, cominciò a tessere rapporti diplomatici con i parthi e con gli arabi, e  fece  concessioni di porzioni  del territorio a Fraate e  vendette l’Auranitide a 50 talenti (ad un basso prezzo, circa 1.250.000 euro)  ai nabatei, in modo da poter regnare indisturbato  sul restante della tetrarchia.
Da qui la difficoltà di inglobare il tetrarchia di Lisania da parte di Erode, che, solo nel 12 a.C. , alla morte di Zenodoro, ne entrava in possesso, nominale.
La zona, infatti,  non era di facile controllo sia per la morfologia accidentata del territorio.  montuoso, che per la presenza di lestai, ladroni (sul problema lestai-zelotai nel territorio di Lisania -Zenodoro  cfr. Giudaismo romano I parte).
L’intervento romano di Varrone, governatore di Siria e poi quello di  Senzio Saturnino, incaricati a più riprese  di ripulire la zona non dovette avere esito se Erode non ne prendeva possesso ed era tenuto in scacco dai lestai in una regione adatta alla guerriglia.
La zona  per me era covo  degli zeloti  che, protetti dai Parthi e dai Nabatei, avevano rifornimenti e quindi fomentavano rivolte  mantenendo  uno stato permanente di guerriglia, inestirpabile, perdurato fino alla vicenda di Cristo e poi fino alla guerra del 66-73 d.C.
Erode ( forse)trovò la soluzione con Zimari, che, cacciato dalla Parthia, esule, aveva chiesto ospitalità e una sede per i suoi 500 arcieri e per il centinaio di famigliari mesopotamici  babilonesi giudaici  che, stanziati ai confini della Traconitide, la controllavano.
Erode gli concesse Ulhata a nord del lago di Hule e l’eparchia di Batanea,  esentò lui e tutta la regione  da tasse e da altri obblighi.
Zimari  ne prese possesso ed edificò Bathira: egli  fu uno scudo per  gli abitanti,  opposti  ai traconiti, e per coloro che da Babilonia venivano al tempio di Gerusalemme e fu sempre fedele ad Erode.
Zimari pacificò la zona, facendo accordi con i lestai, concedendo forse loro delle garanzie, se i suoi figli (Iacimo e Filippo, pur amici dei figli di Erode e dei romani ) poi non tradirono i figli Giuda il gaulanita e tanti altri zeloti.
Il solo Tiberio Alessandro, figlio dell’alabarca, diventato prefetto di Giudea, ebbe successo in quella zona e poté prendere ed uccidere Simone e Giacomo,  figli di Giuda.
Qui l’abilità politica e strategica  di Erode (Ant.giud., XVII,23-31) prevalse sul militarismo romano, dapprima facendo concedere parte dell’ex tetrarchia a suo fratello Ferora, che era diventato tetrarca  di Perea, poi  mediando con i nabatei e i parthi, specie dopo il matrimonio di Erode Antipa con Dasha, figlia di Areta IV.
Il problema degli zeloti, però, non fu risolto  e sembra che solo con Agrippa I  la zona fu oppressa pesantemente (Ibidem, 28) . In seguito  i romani imposero,  pur lasciando lo statuto di libere popolazioni,  tributi agli abitanti.
La tetrarchia di Tolomeo di Menneo, di Lisania, di Zenodoro,  tenuta da Erode  con l’aiuto di Zimari, e di Ferora, divenuta  tetrarchia di Filippo, poi di Agrippa I e infine passata sotto i romani, pur con  speciali statuti è il covo degli zeloti che gravitano sulla sponda transgiordana, alla sorgente ( nord est e nord ovest ) e che, animati da santoni del tipo di Giovanni il battista,  sono  oltranzisti irriducibili contro l‘auctoritas romana, inafferrabili in quell’intrigo di sentieri montani, di rupi e di caverne e di boscaglia ancora oggi visibili, ben testimoniati da Flavio (Ant. Giud., XV,346-348).

 

Methorios

il banchiere tra due stati

 

Il termine methorios è usato in diversi significati in autori  di epoche differenti: Tucidite  alla fine del V secolo,   Filone  nel periodo di Tiberio e Giuseppe Flavio in epoca flavia.

Tucidide usa il termine, unito a  h gh , per indicare che la terra di Egina  è  methoria,  cioè un avamposto Spartano contro Argo e contro Atene in cui gli egineti, filospartani, sono protetti dagli  Spartani ed hanno un comandante spartano.
Per methorios, dunque,  si intende una terra di confine tra due popoli in opposizione.
Il termine, invece, è usato, dopo secoli, in età ellenistica, in Filone di Alessandria  in quanto  il giudaismo,  in epoca giulio- claudia, è genos di confine,  ai margini dell’impero romano e confinante con quello parthico, con cui ha stretti legami per agkhisteia, suggeneia  e phratria per vincoli cioè di parentela e di affinità linguistica e religiosa  per cui esiste un popolo aramaico, come se  fosse un’unica etnia.
Questa, vivendo sotto l’impero romano e sotto quello parthico, territorialmente  suddivisa, ha le stesse usanze,  le stesse leggi, lo stesso sistema  di vita tribale agricolo ed una comune lingua, l’aramaico.
Quella, però, dell’impero romano ha due sistemi differenti  uno aramaico come quello parthico  e un altro ellenistico,  basato sul commercio e quindi diverso, pur nella comune fede ebraica mosaica.
Ne deriva, perciò. che la popolazione giudaica, poluanthropica  in epoca romano-ellenistica, risulta divisa in una pars aramaica di circa 1.600.000 (1.000.000 di Parti e 600.000 palestinesi) e 2.500.000 ellenisti.
La prima vive secondo dikaiousunh  ( Filone, Quod omnis Probus,  159) e secondo areth/virtù ( Praem., 15), conformata alla legge di Mosè, secondo le norme del Dio di Abramo, di Isacco e di Giacobbe, con cui ha una particolare relazione con un patto eterno; la seconda è un ethnos misto, contrassegnato da pleonecsia /cupidigia,  in quanto  cerca  di più  il personale guadagno (Spec. 4,5)  e vive secondo una pratica di vita mediana così da servire due padroni (Dio e i romani), pur coscienti di essere ancora   una stirpe sacerdotale, amata da un pateer provvidente, che è numen confuso con il theos  romano-ellenistico…
Filone in Vita Mosis I 324 mostra  come il genos ebraico sia  per natura isotimos , paritario,   anche se evidenzia che ci sono alcuni che nella divisione delle terre bramano di più,  andando oltre i limiti  e le misure stabilite  per mantenere il kosmos  e per l’equilibrio intimo e per  la convivenza sociale.

Il filosofo rivela di conseguenza la presenza di anisotes ineguaglianza ((De Vita contemplativa, 70)  con  l’atacsia disordine con indisciplina  oltre  che di adikia  ingiustizia e di akolasia sregolatezza in opposizione a soophrosunh….
Non è, comunque, facile delineare l’area geografica  parthico-palestinese, entro cui ci sono zone interamente pagane con popolazione di diversi credi, mentre è più facile rilevare la comune matrice oltranzista (fondamentalista, direi)…
Quale  sia esattamente la zona abitata al confine dai giudei non è facile rilevarlo, anche se si conosce, grosso modo,  tutto il territorio di confine lungo l’Eufrate: essa comprende un’ampia zona non ben delimitata ed abitata, a macchia, da ebrei  che hanno fatto proselitismo, da secoli e che si sono diffusi al di qua e al di là dell’Eufrate, più a Nord che a sud: la ricostruzione di queste zone giudaiche  intorno ad un centro specifico potrebbe essere un grande lavoro al fine di capire la funzione di Methorios e la diversa applicazione differenziata  del Tokos (interesse) tra fratelli e  tra ebrei e pagani nelle zone di confine.
Una zona  dovrebbe essere quella  intono a Nisibi  e Neerda  lungo il corso del fiume, fino alla confluenza dei due fiumi, a Ctesifonte e Seleucia  con una popolazione ebraica  superiore a quella dei  giudei di Palestina …
Dalla fine del III secolo a.C. è attestata una famiglia, quella dei Tubiadi che svolge una funzione methoria  di raccordo  e di unità tra il popolo diviso nel territorio, seppure tenuto legato  da convenzioni specie religiose,  ed unito dal tempio di Gerusalemme fino alla distruzione del Tempio…
Filone probabilmente ha di mira il potere dei Tubiadi che avevano tentato di creare un stato cuscinetto tra Siria e  Egitto nella zona dell’ Ammanitide, ( Flavio, Ant Giud. XII, 230.233)  di cui oggi si hanno le rovine in Araq el Emir (un impianto monumentale comprendente  un lago artificiale, grandi saloni, parchi, grotte scavate  nella roccia e una rocca Birta – in aramaico –swr– torre in greco= phrourion)….
Probabilmente Giuseppe ed Hircano  uomini della tradizione giudaica egizio -tolemaica, sopportati da Antioco III e da Seleuco  avevano costruito una loro sede templare con trapeza  in concorrenza con quella gerosolomitana .(cfr M. Hengel,Giudaismo ed ellenismo, Paideia ,2001,  555-562)…
Nel caso di ritrovamento di monete, come Jehud  di Elefantina si potrebbe meglio sapere le relazioni tra i due stati ,come si rileva tra Nubia ed Egitto. Cfr. A. Vincent , Religion des Judeo-Arameans d’Elephantine  i937, 562 ss passim…
Comunque, allo stato attuale è solo ipotizzabile la volontà di creazione di uno stato  di confine, la cui grandezza non è conosciuta  e di cui non è neanche pensabile una ulteriore estensione al territorio palestinese, saldamente in mani romane, seppure  sia arguibile uno stato filoromano methorios come l’Armenia minor, al di qua e al di là dell’Eufrate, come forse doveva essere quello di Erode il grande, se ci fosse stata la conquista della Parthia nel 20 a.C…
I ritrovamenti del Papiro Rainer  e i papiri di Zenone mostrano come i telonai che derivano dalla cleruchia  tolemaica di Tobia  agiscano a Tiro e a Gaza  ed evidenziano rapporti  e probabili collegamenti col tempio di Gerusalemme, oltre a quello con la Birsa: sono telonai di origine sicuramente giudaica? E’ certo che essi sono attivi e a fianco o di Giuda maccabeocontro i siriaci, da cui sono sterminati (sembra)  tutti quelli  che sono tra i tubiadi ( Oi ontes ent tois Toubiou) , nonostante un’azione protettiva del capo giudaico a Xaraxs … Il legame militare e finanziario-economico tra i maccabei e i tubiadi non sarebbe spiegabile, se non ci fosse un medesimo credo religioso con un comune linguaggio …
Inoltre bisogna ben capire la funzione del giudaismo nel regno di Parthia, nel periodo di occupazione romana della Iudaea,  nel quadro della confederazione di stati parthici: i giudei sono diffusi in ogni stato confederativo con maggiore o minore  popolazione  ed hanno in alcuni un grande rilievo, in altri minore,  in altri  quasi nullo e quindi  svolgono un ruolo diverso in Mesopotamia rispetto a quello svolto in Adiabene, Armenia Minor e Perside…
Neanche si conosce il funzionamento del sistema amministrativo parthico che, però, dovrebbe perdurare in  quello  lagide  in alcuni stati e  in quello seleucide in altri: si sa, comunque, che  per un certo periodo è solo seleucide fino a Antioco Epifane IV  che desidera estenderlo a tutta la Celesiria  o in territori semiautonomi, secondo i principi ellenistici.
Queste zone, cadute , poi, sotto gli asmonei sono  ritenute autonome  sotto Pompeo e Gabinio: non si conoscono se i diritti sono vecchi, cioé quelli acquisiti sotto i lagidi e sotto i seleucidi e mantenuti sotto gli asmonei…
Di una cosa si è certi che nella zona molte città hanno diritti ibridi poi codificati in epoca romana,  ma la loro tradizione è  quella ellenistica .
cfr.  Flavio che cita Strabone  (Ant giud. 14,75-78 ,   e Flavio stesso  Guerra Giudaica  1 ,156-166),..

Inoltre, si sa che in Palestina quattro etnie  (giudei, idumei, gazei e azotei)  vivono mescolati ai siri , celesiri e fenici.
Dalla corrispondenza di Zenone Cfr papiri di Zenone in A Momigliano, I tubiadi nella preistoria  del moto maccabaico in Atti della reale accademia delle scienze di Torino  ,67 (1931/2) 174 s.) si rileva l’apparato amministrativo in Idumea, mentre  si conosce un gruppo di giudei sotto i Tolomei  considerato come somata laika eleuthera.
Mentre la funzione del tempio di Gerusalemme è da stabilire se è secondo la struttura vecchia  tolemaica o quella lagide prima della grande  crisi di Giasone 175 a.C….
Ora, comunque sia la questione, Filone in epoca  tiberiana e Caligoliana considera il termine Methorios  come basilare in senso giudaico e dà significato  secondo la valenza già acquisita in epoca lagide, seleucide ed asmonea.
La comprensione può essere difficile, ma diviene possibile se si tiene presente la cura/epimeleia di una basileia nei confronti del tempio e dei templi in genere.
Filone sposta ora in una nuova situazione storica  quella dell’universalismo romano quiritario, connesso con la basileia romana secondo le impostazione di Areio Didimo,  che ha visto in Augustus Sebastos, Zeus, venerabile come datore di vita e come adresteia sorte stessa eimarmene,  e per di più nomos empsuchos  per tutti i cittadini dell’ecumene….
Ora Filone vedendo la situazione giudaica compromessa nel dopo Seiano (dopo il 18 Ottobre 31 ), rivendica un ruolo per il giudaismo ellenistico, distaccandosi per quanto è possibile dal giudaismo palestinese ormai schierato in senso antiromano…
Se suo nipote  Tiberio Giulio Alessandro si schiera totalmente da parte romana apostatando, lui tende invece ad una azione methoria  dopo aver mostrato la singolare impostazione methoria del giudaismo ellenistico nel suo insieme con l’ idea  di uno stato cuscinetto tra Barbaroi e  Romanitas ellenizzata.
Sulla base degli esempi dei Tubiadi e di suoi antenati oniadi propone questa nuova forma  methoria a cui dà anche specificamente un valore morale  secondo una linea di interpretazione etica in relazione a Mosè stesso theophiles / philotheos  complementari per l’unità della figura  stessa del profeta-sacerdote,  legislatore e basileus.
Egli è diviso tra l’amore  verso Dio e amore verso il popolo  e nell’incertezza è a metà tra due opposti oosper epi plastiggos     (come in una bilancia ) Vita di Mosè, III,153.
Filone sembra congiungere varie forme della cultura giudaica e le ingloba in una propria sincresi  che potrebbe essere originale ai fini d in un’ armonizzazione ed integrazione   con  la romanitas, specie nel momento critico dell’impero di Caligola.
Filone, perciò, si pone da una parte secondo la struttura greca e da un’altra secondo quella della tradizione di Neemia ed Esra , essendo lui stesso, erede della famiglia oniade,  methorios tra due culture differenti  e quindi vuole essere mediatore culturale, sacerdotale, pontefice e sviluppa la theoria dell ‘ameicsia  tipica del sacerdozio mosaico…

Filone aggiunge che il sacerdozio mosaico sottende un sacerdozio universale di tutta la la stirpe giudaica che, essendo  intermedio, svolge una funzione di congiunzione tra Dio e il popolo/ l’uomo  in genere laico.

La funzione ripresa dal cristianesimo  col suo papato cattolico romano e dalla cultura occidentale, di razza  bianca, diventa theoria delle élites di inizio Novecento  (Cfr. L’altra lingua l’altra storia), che autorizza il colonialismo, in una ripresa dell’elezione ebraica …

Il termine methorios  sottende una  ben precisa  struttura organizzativa giudaica ellenistica quella della trapeza,  dell’emporion, e della sua dislocazione in terra al confine,  dopo apoikia, dopo aver mandato una colonia, come già fatto in epoca lagide e in epoca seleucide, in epoca asmonea  e  come facevano  a loro modo gli erodiani, insomma l ‘élite della società giudaica ellenizzata che viveva in mezzo ,tra i goyim e che  si era adattata, in modo methorios, facendo effettivamente  gli intermediari  finanziari
Ho potuto rilevare che  Roberto Radice e forse ancora di più  la Kraus Reggiani abbiano intuito qualcosa del  valore di Methorios  proprio perché  più attenti al lavoro di traduzione  e più legati al testo del direttore Giovanni Reale , hanno letto con qualche altra valenza il termine (Cfr Filone,  Commentario allegorico  alla Bibbia, Rusconi 1994) …
Specie in De Iosepho, comunque,  Filone mostra la funzione  methoria  proprio del sacerdozio sadduceo e di tutte le forme derivate  da quella dei Tubiadi e degli oniadi evidenziano il ruolo politico

(25.148. Certo in modo simbolico si dice salire sul secondo dei carri regali per questo motivo. Il politico è detto secondo del re (ta deutereia pheretai  basileos).Infatti non essendo né privato né re è al confine tra i due (methorios), migliore di un privato cittadino per potere,inferiore di un re assoluto, soggetto a un popolo re, per il quale preferisce fare ogni cosa con fede pura e lealissima.)…
Fatta questa premessa tra le due letture di base del termine cerchiamo di capire da dove effettivamente sia derivato il termine nella concezione giudaica e chi per primo tra i giudei  lo abbia usato: senza dubbio i tubiadi prima  e poi gli oniadi hanno dato il significato in senso commerciale in quanto hanno svolto una precisa funzione in zone di confine., sia tra i Parthi e  romani,  che in zone dell’India…
Gli oniadi, poi, avendo fatto apoikia e quindi vivendo in mezzo a pagani, esercitando l’usura  hanno svolto in epoca romana  una precisa funzione di intermediario finanziario ai confini tra l’impero romano e zone semi barbariche in cui esisteva  una moneta diversa, applicando forme diverse di interesse  in relazione al cambio…

Gli oniadi , inoltre, essendo elementi sacerdotali, connessi politicamente con i vincitori, dovunque si trovino,e facendo proselitismo fino agli inizi del regno di Claudio, hanno piena coscienza  della propria elezione  e della loro funzione culturale in quanto  figli unici del Theos pathr,  signore dell’universo

Perciò, si può dire in conclusione che Il termine  Methorios, pur comparendo  in Tucidide  nel suo significato di base, diventa  espressione di un nuovo valore solo in Filone.
Lo  storico greco, antico,  dà , dopo la denotazione  geografico-storica, una connotazione logistico-militare.
Il filosofo giudaico, ermeneuta, esegeta biblico,  erede di una famiglia sacerdotale (che  ha  esperimentato  col sistema templare  trapezitario  ebraico, il compito di  appaltare  di phorologein  la riscossione dei tributi  per i  dominatori lagidi e seleucidi, prima, e , poi,  per gli asmonei e per gli ultimi Tolomei  ed infine per i romani,  congiunto con quello di collettivizzare  in luoghi di raccolta e di smistare con  carovane i depositi bancari  fino al Tempio di Gerusalemme,(derivati dall’ ingente massa annuale della doppia dramma, di ogni giudeo ) dà un valore  nuovo,  aggiungendo  un significato morale ad un termine  proprio del codice militare e fiscale.
Gli studiosi, specialisti,  forse, non congiungendo opportunamente l’area semantica di methorios, ed  avendo conoscenze solo teologiche di Filone,  rilevano  il valore  lessicale e l’area allegorico- analogico-simbolico-anagogica  e concludono quindi in senso  etico…
Filone,  in un’ epoca come quella Tiberiana e Caligoliana, quando critica è la situazione di tutta l ‘etnia ebraica, colpita  a morte nel suo sistema emporico e trapezitario ecumenico, sia  nella madre patria della Giudea che  nelle sedi mediterranee della Diaspora ellenistica usa il termine, a mio parere, in modo da mostrare la funzione oniade nelle zone di confine: è una difesa  (un ‘apologia) morale  che copre, sottendendo  la ragnatela bancaria e il sistema emporico giudaico, di uomini  ricchissimi, cives romani  divenuti csenoi  ed epeludes, non più  epitimoi  perché colpiti da atimia ..
Methorios, methoria, methorion, dunque,   è un aggettivo certamente  usato  da Tucidide.(460/456-395/390 a. C.) in La  Guerra del Peloponneso  due  volte, mentre è variamente usato con significato, diverso da Filone.
In II,27 lo storico ateniese dice: H de Thureatis ge methoria  tes Argeias kai Lakonikes estin/ la terra Tureatide è  confinante tra Argolide e Laconia.
Il termine ha un particolare rilievo per lo stato di ostilità continua tra la due regioni e per la situazione, creatasi nel corso della guerra peloponnesiaca,  per cui gli abitanti di Egina, scacciati dagli ateniesi, perché rei di avere causato la guerra in Locride, erano stati condotti in quella terra, per ripopolarla, dagli spartani, memori del loro aiuto nel precedente terremoto e nella rivolta degli Iloti.
Nella seconda citazione Tucidide (IV,56) parlando dei fatti  del 425 anno, in cui Brasida, dopo al sconfitta di Sfacteria, stabilisce di fare la spedizione in Calcidica  nel momento in cui  c’è l’occupazione di Tirea, il capoluogo della zona methoria  e oltre alla  cattura dello spartano Patroclo, ferito.
Lo storico intende, dunque,  con gh methoria  indicare la terra di Cinuria- Tureatide  posta al confine tra Laconia ed Argolide, marcando la difficile situazione di una zona  posta tra due stati in conflitto, e rilevando la sua funzione difensiva per la Laconia e quindi per Sparta.
Filone Alessandrino (30/25 a.C- 42/43 d.C.) usa il termine Methorios varie volte,    dà di norma una valenza significativa morale, mentre parla della figura di progrediente  in relazione al bios di Abramo e  specie di  Giacobbe per  mostrare la singolarità dell’ebreo, di un uomo che cerca e vede Dio, di uomo che combatte con Dio in una continua skepsis, secondo linee ascetiche,  in una visione ecumenica.
Su questa base  semantica Filone attualizza il termine in epoca caligoliana e lo vede nella sua crisi  e lo connota come methorios ,uomo al confine tra Romanitas e Parthia: infatti l’ebreo è da una parte romano-ellenistico e da un’altra mesopotamico, integralista ed incapace di mediare e  di mettere insieme due culture oppositive. Per Filone, invece, l’ebreo methorios è chi corre il rischio di essere bruciato tra i due estremismi, ma è anche il  saggio  che sa congiungere i due opposti e  lanciare ponti in  modo da svolgere la sua funzione di mediazione non solo culturale ma anche economico-finanziaria.

Il compito del methorios diventa difficile ed eroico  quando domina il fanatismo religioso , quando ci sono scissioni/skimmata , erides contese  e  staseis , quando c’è guerra/polemos nell’anima ebraica, dilacerata tra la cultura occidentale romana e quella orientale parthica…
Nei conflitti  tra Romanitas e Parthia  si è rilevato  puntualmente in Giudaismo Romano   un tradimento ebraico: dall’impresa antipartica  di Crasso a quella di Antonio, dalla ventilata guerra di Augusto ai Parthi nelle 20 av. C., alla volontà di invasione da parte di Caligola fino alla guerra di Traiano nel 116.
Sempre i romani sono sconfitti perché con l’esercito romano ci sono i giudei che,essendo inizialmente methorioi, poi passano dalla parte dei Parthi  dimostrando coi fatti la loro reale appartenenza al mondo mesopotamico barbarico: i battellieri ebraici che imbarcano a Nord l’esercito romano e lo portano fino alla pianura mesopotamica  in epoca traianea, dopo la sconfitta romana ad opera della cavalleria catafratta parthica, non fanno risalire i soldati romani sulle loro barche e quindi rendono manifesta la sconfitta e penosa la ritirata di Adriano  mentre Traiano è malato…
Il solo Ventidio Basso, un legatus antoniano,  ebbe la meglio sui Parthi  nel 38 av.C. perché non volle la mediazione ebraica né alcun aiuto, rifiutando perfino le guide e vinse a Gindaro, grazie ad una sua specifica scelta militare e alla capacità di evitare lo scontro con la cavalleria catafratta nemica …
Il termine Methorios, dunque, per me   è basilare per la costruzione di una nuova figura di ebreo, vilipeso perché privo di diritti civili nel mondo romano, nel periodo seianeo e caligoliano,  perché considerato gente  xenofoba,  taeterrima, perfida,  secondo una connotazione dovuta più all’integralismo palestinese che  a quella degli ellenisti,  seppure  odiosi  alle altre nazionalità con cui convivono alla pari nel Kosmos romano, perché ricchissimi ed avidi esattori della domus Giulio-claudia, che hanno organizzato un grandioso sistema trapezitario grazie all’abilità nella  riscossione dei tributi…
Nelle due opere storico-politiche In Flaccum e Legatio ad Gaium,  ed anche in De Iosepho e nelle Vite di Abramo e di Mosé, in particolare, è possibile rilevare il valore completo di methorios, seppure espresso solo in senso morale…

Ci piace  a questo punto precisare  questo ultimo punto rilevato nell’opera filoniana.
Noi riportiamo,  perciò, due puntuali citazioni di Filone, da cui si evince  la lettura di methorios come elemento  intermedio posto al limite tra due estremi, in cui il suo etimo  semanticamente diventa tipico  nei rapporti intercorrenti tra Dio ed uomo come  ricerca di equilibrio tra materia e divinità,  come  via intermedia propria di una methodos , che dovrebbe dare stabilità all’ uomo che cerca Dio  nella giungla materiale diairetica di bene/male , di sensibile/ soprasensibile di transeunte /eterno, di mortale /immortale,  di umano/ divino.
In De opificio,  135  si legge : l’uomo è al confine tra  la natura mortale e la natura immortale  perché partecipa  anancasticamente  dell’una e dell’altra in quanto creato insieme mortale ed immortale, mortale nel corpo ed immortale nella mente…
In quasi tutta l’opera di Filone è presente questa impostazione  apologetica  in una considerazione simbolica secondo l’esegesi biblica del giudeo  “spiritalis”, come i farisei e  gli esseni e, specie i contemplativi ( De Vita contemplativa)   in un rovesciamento della figura dell’ebreo/ivri – chi vede Dio   Israel , in sacerdote e quindi persona sacra che aspira a congiungersi con Dio.
Questa impostazione apologetica è ancora più palese è  in  De Somniis II,229-230:e in Peri  ths Moseos kosmopoiias , 105
Filone mostra la mente del saggio,  distaccata dalle tempeste e dalle guerre e  la vede  approdata  alla serenità in una pace profonda, come tipica di un  essere  inferiore a Dio,  ma superiore all’uomo
In questa visione Filone  è connesso con la lezione epicurea propria della Lettera  a Meneceo: ouden eoike tooi thnetooi,  anthropos   o zoon en tois athanatois agatois.
La precisazione che fa è la seguente: l’uomo di valore occupa una posizione methoria  in quanto  non è Dio  né uomo, ma un essere  legato ad ambedue  gli estremi, alla specie mortale per la sua condizione  di uomo, a quella immortale  per la sua virtù.
Da una parte  il valore epicureo, a seconda del  libero arbitrio umano,  può portare alla perfezione o alla abiezione, in relazione al  prevalere  della virtù o delle passioni; da un’altra, la via è quella dello spoudaios, del saggio che tende progressivamente al sommo bene  seguendo il paradigma di Abramo, di Isacco, Giacobbe e  specie di Mosè che è la sintesi dell’uomo perfetto(teleios).
Filone, dunque, con  methorios esprime la concezione di filosofo posto al confine tra la paideia greca e la musar aramaica, di mediatore culturale,  nella certezza della centralità  della  lettura biblica, simbolica in una sincresi di  Socrate e di Tare, padre di Abramo.
Questa fusione culturale seppure sincretica, tra cultura greca e cultura aramaica mediata dal giudaismo ellenistico, specie alessandrino, e dalla sua oikos (domus ) Oniade che aveva profonde connessione con i Tubiadi, è dominante nel periodo flavio, quando il giudaismo subisce limitazioni e viene fatto scadere in senso commerciale: il declino trapezitario  giudaico in epoca antonina produrrà staseis e neoterismoi e favorirà il ricongiungimento tra aramaici ed ellenisti, specie nella rivolta di Shimon bar Kokba…
Finito il successo dei methorioi  che, in epoca diversa, avevano fatto la storia  tra i due imperi.  ora l’ebraismo era giunto al massimo parossismo tanto da commettere misfatti inauditi: stragi a Cirene e a Cipro nella guerra di Kitos…

Eppure da Cesare  fino a Nerone  i methorioi, specie alessandrini, manovrati dagli oniadi,  erano stati utili intermediari che appaltando la gestione della riscossione dei tributi, per i romani, fecero l’ epopea mercantilistica  ebraica, maggiore di quella fatta precedentemente  al soldo dei lagidi  dal terzo secolo  fino al  II e al I secolo. in ogni parte del mondo essi cambiavano valute, in India come nel cuore dell’Africa, sulla costa atlantica come su quella della palude Meotide o su quella Caspia ,  le loro trapezai erano una garanzia per i popoli barbaroi, essendo  in relazione anche ai diversi cambiamenti politici e ai grandi rivolgimenti storici.
Essi con il sistema bancario  connesso col proselitismo grazie alle alle apoikiai (colonie),  formavano un élite di naucleroi, di emporoi, di kapeloi  ben serviti da una schiera di trapezitai e loro agenti  che timbravano e marchiavano i i tributi per il Tempio di Gerusalemme Essi per oltre un secolo erano i  rappresentanti del comemrcio ellenistico e specificamente erano cives romani  in terre lontane  riuscendo a prosperare  anche dopo la fine dei regni ellenistici, col vincitore romano, e ad aumenatre  il loro impero finanziario, che  anzi viene decuplicato nel periodo di Augusto e il primo Tiberio…
I giudei ellenisti  anche se si opponevano come scismatici al Tempio di Gerusalemme, massima trapeza, il cui controllo era necessariamente in mano romana grazie al fedele servizio dei sadducei,  avendo perfino un proprio Tempio a Leontopoli e trapezai in ogni  parte del mondo perfino oltre i limiti dell’impero romano e di quello parthico, erano l’avanguardia dell’esercito romano stesso , costituendo la base per l’ ellenizzazione, per la penetrazione nelle remote plaghe dell’India e della Cina, dell’Africa, delle fredde isole del Nord Europa
Methorios, però, risulta ambiguo proprio per la doppia nazionalità dell’ebreo che oltre alla cittadinanza del luogo di domicilio ha la cittadinanza di Gerusalemme, una cittadinanza katholikotera (più universale)  segno di diversità e di separazione rispetto alle altre etnie…

Comunque  ci teniamo a concludere definitivamente con  Filone, che  in De Iosepho ,148 sviluppando il tema della morale come politica e fissando le funzioni del politico e del suo rapporto col sovrano, con il privato e col popolo, precisa la funzione intermedia del Methorios  congiunto con o politikos (vir civilis).
Egli mostra Giuseppe salente sul secondo carro e quindi come colui che fa le seconde parti rispetto al faraone (o politikos ta deutereia pheretai basileos) quindi come un uomo non privato né re, ma methorios  tra i due  in quanto è superiore al privato ma inferiore al re per comando assoluto (autecsusion), che si serve del popolo re,  a favore del  quale  preferisce fare ogni cosa  con fede pura e che serve lealmente il sovrano…

Il Methorios di  Filone  risulta, allora, eguale a quello di Flavio Bios , 22, 105 kai de pempsantes  pros Ihsoun ton archilesten eis ten Ptolemaidos methorian, upeschonto dosein  pollà chremata ..  Cosi avendo inviato un messaggio a Gesù il capo brigante, nella terra di confine di Tolemaide  promisero di dargli molte ricchezze … uomo che vive in una terra di confine -dove si scontrano due auctoritates  quella romana e quella di un’ecsousia di un capobrigante  cioè di una zona franca, dove  esiste solo un potere locale,- in cui il trapezita  è garanzia di un superiore potere economico e finanziario…

La chiesa cattolica romana è erede di tale cultura methoria: il  pontificato  svolgendo la sua funzione sacerdotale, ha vanificato dapprima la potestas imperiale  di Roma, perché demoniaca,  poi il potere politico regale popolare, del popolo- re, minando ogni democrazia, creando la massima ingiustizia sociale  sulla base di un  privilegio  ebraico, di un Theos pathr provvidente…che ha un patto di alleanza col suo popolo, bianco, ebraico cristiano …

Retorica e cristianesimo

Ha ragione Nietzsche?

Secondo Nietzsche (Umano, troppo Umano) “l’origine del cristianesimo sta nel progetto di spacciare la sconfitta storica di Gesù, la sua morte ignominiosa sulla croce in una vittoria in un altro mondo”
Il filosofo vede, dunque, il cristianesimo come “sviluppo e prosecuzione dell’ebraismo” e considera i cristiani come uomini che “incapaci di accettare la realtà della morte del Christos, ne stravolgono l’insegnamento in senso morale” secondo la lettura allegorica farisaica e vi introducono la prospettiva del peccato, della colpa, dell’aldilà, concetti del tutto estranei ad un ebreo di quell’epoca.

E’ dunque, il cristianesimo un fenomeno, letto tragicamente,  secondo i canoni della retorica dove i fatti vengono mutati nel loro contrario, in un sistema ordinato secondo i criteri di verisimiglianza, in modo da sbalordire lo spettatore (il fedele) che rileva l’azione con mutamento (metabolh), unito a peripeteia?
Se esaminiamo i termini secondo la logica della Poetica di Aristotele (1452a 11ss ) si rileva che peripéteia è il termine centrale in una situazione mutata, passata improvvisamente da un male ad un bene, da forma, dominata da forze negative, inaspettativamente rovesciatasi tanto che, nella tragedia. si richiede l’intervento miracoloso del deus ex machina.

Il passaggio da un fatto con mutamento può avvenire secondo normale anagnoresis/riconoscimento, ma diventa miracoloso e paradossale quando si ha la peripeteia.
Il termine indica  uno straordinario mutamento situazionale, un accadimento improvviso, imponderabile, in quanto sul soggetto agente piomba addosso (peripiptoo)un accadimento improvviso che stravolge ogni cosa, in quanto si passa esattamente al contrario di quanto si poteva prevedere umanamente.
C’è in peripeteia sottesa l’azione di un Dio pater provvidente che, avendo un suo piano sul soggetto, lo realizza in modo imprevedibile, secondo una conclusione in linea con la sua oikonomia divina.

Dunque la peripeteia è un segno dell’intervento di un Dio che stravolge la storia ed avvia il suo fedele passivo, ad una sorte nuova, migliore, facendolo passare da uno stato di massima afflizione ad uno di massima felicità, dando così un compenso eterno ad un mortale che segue la sua volontà ed accetta lo stato di miseria di vita umana secondo le regole, imposte dai sacerdoti, che sono i medium (pontefici) di questo passaggio e che autorizzano coi sacramenti il graduale trasferimento dalla vita alla morte, dall’infelicità dello stato umano e terreno ad una felicità di uno stato ultraumano e celeste.

Insomma secondo il pensiero cristiano bisogna essere macerati in un ingranaggio di dolore ed arrivare ad una catastrophé tale da produrre catarsi/purificazione per conseguire poi il passaggio allo stato contrario grazie all’intervento di Dio: non c’è salvezza senza questo passaggio; non nasce la vita se non con la morte, non si sale in cielo senza la sofferenza terrena…

Il cristianesimo ha banalizzato il sistema della tragedia greca e lo ha reso popolare, anzi ha fatto si che ogni uomo debba subire la massima forma di dolore o sofferenza o afflizione terrena per aver un premio infinitamente maggiore in un altro mondo, come compenso del quotidiano travaglio di vita: dare eternità di vita come promessa per una vita effimera, dominata dal male, sofferto rassegnatamente …
E’ questo proprio il metodo dei Theourgoi/ teurgi – di cui parla Giamblico (245-325 d.C.) specie nel III e IV libro di Misteri degli egiziani – la cui funzione tra gli uomini è utile per la conoscenza del futuro.

Essi insegnano una pratica di vita ascetica progressiva…
I cristiani in epoca costantiniana e poi teodosiana, influenzati o condizionati dal pensiero del filosofo platonico mettono insieme Theamata theia (visioni divine) e theoreemata episteemonika (osservazioni scientifiche) proprie dei teurgi in modo che Christos sia chreestos /utile perché l’élite sacerdotale sia guida morale pari ai maestri di Teurgia.

I sacerdoti come i teurgi, quindi, cercano un metodo di conoscenza irrazionalistico, teologico da una parte e da un’altra uno razionale epistemico, capovolgendo ogni sistema ed ogni struttura con la duplice loro via di indagine logica e mitica…secondo procedimenti retorici, basati  sull’asse metaforico mediante la similitudine, -che passa  direttamente  alla metafora (esempio: donna splendida  come il sole, soppressione di splendida e come e quindi  risultanza di assimilazione dei due termini apparentemente di aree diverse ed incomunicabili, La  donna è  sole) – o su quello simbolico ed allegorico, dove il secondo termine, quello di paragone può diventare e soggetto mediante inversione o rimanere predicato nominale   in quanto sono equiparate le due sostanze reali (sole e donna), poeticamente e religiosamente,  in quanto   ambedue sono sumbolon  ed hanno infinite possibilità di scambio ed autorizzano alleegoria, un dire diverso da quello  che deve essere inteso (esempio  agnello divino = Dio/agnello),  specie nel corso della ripetizione rituale  e cultuale, specie se  in sette o in folle  di fedeli, riuniti in manifestazioni sacre, presiedute da sacerdoti ….
Dunque, Nietzsche ha ragione?….
Non è proprio come dice Nietzsche, ma il filosofo aveva ben individuato il problema ed aveva visto la derivazione dall’ebraismo del cristianesimo cioè del Regno di Dio, come di una cellula ebraica antiochena, anche se non rilevava la differenza con l’altra del tutto ebraica e rimasta pura, quella del Regno dei Cieli, confusa poi, dopo la vittoria definitiva del cristianesimo, con l’altro Malkuth/regno…

Nietzsche ha certamente capito la funzione del sacerdozio, simile a quella dei rabbini del periodo talmudico, che facendo la peripeteia promettono un eterno premio al mortale che soffre e vive la quotidianità di vita nella sofferenza: lui autore di La nascita della Tragedia e professore di greco ha piena coscienza dei termini e mostra la funzione arbitraria di una classe intermedia sacerdotale tra uomo e Dio tanto avida da svolgere un ruolo tra i credenti e la divinità, convinta di operare per il bene dell’uomo, in attesa della fase del suo adultismo

La funzione methoria/mediatrice del pontefice, come quella del rabbino e come quella del teurgo, ha in comune lo stesso procedimento, quello della peripéteia: l’inganno/panourgia è nel capovolgimento delle strutture: Paolo di Tarso ne è il sublime interprete.
E’, dunque, il cristianesimo (il Regno di Dio) davvero una forma ebraica ed ellenistica, (costituita da retori fruitori di doppia cultura che già nell’ambiguità del nome si classificano) che trova la sua applicazione nella peripeteia, in una sincresi forzosa di elementi giudaici e di formule ellenistiche?

Secondo me, questo è il cristianesimo, ma non so se è “la più nichilista di tutte le religioni ” o è “una religione, come le altre”, che si basa su un popolo -bambino che crede alle parole di chi ha privilegi, in quanto clero, che capovolge ogni sistema e lo stravolge in nome di Dio, facendo il proprio interesse.

So, però, che il clero oniade (discendente da Onia III), alessandrino, imitando la perfezione/teleioosis di Mosè, con la sua attività bancaria e con la sua perfetta economia- penetrata in ogni parte dell’impero romano- ha, comunque, creato questo sistema religioso.  Esso, più di quello gerosolomitano, più di quello essenico, incorporatosi nel sistema romano ellenistico, prima nel II secolo  e poi come fenomeno cristiano con Costantino ed infine con  Teodosio, si è sempre più radicato tra i vari popoli…, approfittando del nomen di Roma,  eterna in Occidente e in Oriente,…grazie  anche ad un’ educazione impartita fin dalla prima infanzia …

Un Dio tragico: aprosdoketon e peripeteia in Historia

Un Dio tragico

Pasa episteemh khoorizomenh dikaiosunhs kai ths allhs areths, panourgia, all’ou sophia phainetai/ ogni sapere, disgiunto da giustizia e da altra virtù,  sembra raggiro, non sapienza.  Fozio,Gnoomai 245.

Ho sempre pensato che il Dio cristiano abbia più una connotazione militaristica e tragica -in quanto è un dio arcaico ebraico- che quella universalistica e provvidenziale, successiva, della filosofia platonico/stoica….

Costantino, imperatore d’Occidente, vincitore nikeths  su Licinio, imperatore d’Oriente, capace di riunire l’impero romano,  è personaggio controverso, data la sua nascita bastarda, vista la sua educazione militare, considerata la sua ferocia:  vede solo nel Theos , Jhwh sebaoth  dio degli eserciti,  il proprio numen tutelare, come Christos giovanneo…

Perciò, l’imperatore, sotto il consiglio dei suoi intellettuali (specie Osio di Cordova e  Lattanzio) innesta,  grazie anche allo storico Eusebio di Cesarea, il cristianesimo sulla tradizione  giudaica biblica, già collaudata, dopo Marcione,  che ne era stato fiero oppositore sulla linea della paternità divina, congiunta con la metrioths/moderazione ellenistica…

Il Theos  giudaico del Vecchio Testamento è crudele e spietato contro i nemici, ma è anche un dio tragicamente assetato di sangue, direi, sadico, desideroso di sconvolgere i piani del razionalismo della creatura umana, che procede secondo logos  nella costruzione della storia privata e collettiva.

Con thaumasia/miracoli  e terata/ prodigi  il theos scardina la normalità di vita,  sconvolge ed abbatte il regolare flusso  temporale di vita, storico,   e lo snatura.
La divinità non solo sconvolge i piani umani, ma improvvisamente li capovolge,  dimostrando di essere il solo padrone della storia  e lo fa secondo canoni propri della tragedia, avendo bisogno di vittime

L’uomo, entusiasta, teso verso l’alto,   stordito dalla katastrophh, è costretto a ridimensionare i suoi piani di elevazione  spirituale, e si prostra riverente davanti alla grandezza del numen e alla sua epiphaneia, e alla natura stessa, simbolo della divinità, in una volontà di purificazione della propria  ubris/superbia  di creatura rispetto al creatore…

Questo avviene non solo nei processi  storici  e nelle vite di grandi personaggi, ma anche negli  accadimenti naturali  come maremoti,  terremoti,  eruzioni di vulcani, inondazioni,  glaciazioni,  e nelle staseis  rivolgimenti sociali e politici o come le rivoluzioni popolari, i cambiamenti cruenti di governo, le formazioni di stati  ecc…

Non solo ai vertici  delle gerarchie sociali e politiche, laiche ed ecclesiastiche, ma anche a livello popolare  il theos applica la sua legge  indistintamente  accomunando tutti i mortali, nati per morire.

Ogni creazione stessa  umana  è labile, transitoria, destinata a crollare, comunque sia la costruzione, già inficiata  dalla sua stessa materialità e dai limiti del costruttore stesso, nonostante la  riconosciuta geniale perizia…

Il theos esprime con il cambiamento improvviso la sua legge provvidenziale, imperscrutabile,  rivelando un altro disegno diverso da quello umano, un‘altra storia…

Ma la provvidenza/pronoia, che stabilisce l’ oikonomia tou theou, esiste veramente in quanto esiste un Dio creatore  del to olon  universo, e del to pan,  il mondo conosciuto  terreno, ellenistico e barbarico  costituito da tutti  viventi  (piante ed animali)?

Si parla, comunque,  di un Theos ellenico,  dei contadini della beozia dell’Vlll secolo,  di Esiodo che  parte dal Kaos (Teogonia 116- prootista Kaos geneto,)-  che però  dipende  dai  culti accadici ed hurriti,  derivati, anche loro, dal RgVeda…

Esiste, dunque,  kosmos con armonia / un sistema costruito ordinatamente  e meravigliosamente dalla mente del Theos,  a vantaggio  dell ‘uomo, razionale e loquace,  principe rispetto agli altri elementi irrazionali  e muti  del creato?

Ma,  ci può essere armonia con kosmos, se c’è privilegio dell’uomo e dell’ebreo-cristiano  sugli altri ?!

Non ci sarebbe omonoia, neanche se imposta  dall’alto, ma solo principato di una specie . La pronoia di un Dio, giusto  distributore  di sorti,  potrebbe non esserci perché esiste l’irrazionale anagkh del destino,  da cui dipende la vita dei viventi in Natura, indistinti, capaci  da soli, secondo processi evolutivi, di organizzarsi in relazione agli ambienti  e ai climi e al suolo stesso  e alle diverse latitudini.

Potrebbe valere solo h eimarmene sorte, destinata ad ognuno di noi, senza intervento di nessun daimon, regolata automaticamente  senza merito e casualmente,  tipica dell’uomo e  di ogni vivente di ogni parte del mondo e dell’universo?

Se il pianeta Terra  è, nel sistema solare, con la sua Luna,  solo una pars minima del Creato, galattico ed extragalattico, costituito da miliardi di astri, non certamente esseri angelici,-come riteneva il mondo antico- ma mondi  dotati di energia vitale, infinitamente più grandi del nostro stesso intero sistema solare,  perfino nei buchi neri, come possiamo avere ancora una concezione ellenistica tolemaica, anche se  aggiornata in senso copernicano ed einsteiniano, basilare per i sistemi religiosi occidentali cristiani?

Tra  i tanti  elementi  antitetici, contrastivi e  contraddittori,  connotanti il sistema retorico classico-giudaico cristiano, teso  verso la spiritualità come elevazione morale,  ektheosis/ indiamento e  telioosis/ perfezione,  disgiunta nettamente dalla realtà  umana popolare, volgare e materialistica,  discriminata come ilica, mi piace sottolineare  come il Dio cristiano operi secondo i processi dell’aprosdoketon  e della peripeteia, che sono fenomeni retorici, propri  del romanzo e della tragedia.

Aprodookhton da aprosdokao esprime un valore di inatteso, inaspettato ed imprevisto e si dice di qualcosa – che l’uomo, pur nella sua razionalità e normalità, non può prevedere – che capita improvvisamente non solo come calamità naturale, ma come evento  straordinario privato.

Infatti l’uomo costruendo, in modo personale, se stesso e facendo un suo percorso, fabbrica un  futuro, poco a poco, e vede giorno dopo giorno la sua opera crescere  come cultura individuale, come  famiglia, come  relazione sociale, come  possibilità di proiezioni  in varie direzioni, anche in senso  commerciale, secondo la logica dell’aspettativa umana, connessa con il naturale evento di successione cronologica, come se fosse possessore del suo tempo, pur breve, avendo, comunque,  moderata fiducia  e  speranza compatibile con l’età, nella convinzione di un’eternità genetica.

Così facendo, pur senza salti utopici, l’uomo, arrogantemente usurpa, si dice, natura e tempo, quasi fosse superbo della sua personale  costruzione, convinto del suo genio creativo,  che è risultanza di una vita realmente vissuta e di una continuità di lavoro, come se fosse realmente pars divina,  perché educato religiosamente  come figlio di Dio, padre,  di cui  ha  sacro timore, secondo la tradizione giudaica.

Il mondo classico parla, allora, di phtonos theoon, invidia degli dei e il cristianesimo di vendetta di Dio sul superbo arrogante.

In latino  il concetto  retorico di aprosdoketon  è espresso come fulmen in clausola o come in cauda venenum, come se l’autore – di solito è  Marziale  che lo usa –  facesse un’operazione di una stoccata conclusiva finale, come  di un fulmineo colpo  di un gladiatore che chiude definitivamente la partita proprio quando stava per soccombere, come di uno scorpione che, alla fine, vince colpendo col suo mortale veleno caudale.

I latini sono uomini convinti di essere ognuno faber suae quisque fortunae, anche se rilevano la disgrazia di Emilio Paolo vincitore fortunato a Pidna, trionfante su Filippo V, re di Macedonia, rimasto senza figli maschi, pochi giorni dopo il suo trionfo (due gli morirono naturalmente  e gli altri  legalmente perché erano stati adottati da famiglie prestigiose)…

Dunque, aprosdoketon è usato  specialmente nell’epilogo di un epigramma e di una vicenda comica o tragica   e  vale in effetti come una battuta finale inaspettata, paradossale, che stupisce il lettore o lo spettatore che ne rimane sbigottito: l’ekplecsis  è lo stato finale di chi, colpito, resta intontito come fuori di sé per qualche attimo, tanto che  l’autore del Peri upsos  parla di Ekstasis/ fuoruscita di mente.

Il Dio cristiano per i Padri Orientali ed Occidentali, nutriti di Paolo e della sapienza evangelica,  fa la storia dell’uomo a suo piacimento ed arbitrio e porta a giusto compimento ogni cosa, facendo partorire dal male il bene, dando funzione all’inetto, dando potere al debole  sovvertendo ogni valore e considerazione umana razionale.

Dio, secondo Paolo ( 1 Corinzi)  confonde i sapienti, abbatte i potenti ed innalza gli umili…perciò per l’uomo adamitico esiste la morte,  per l’uomo che vive di Cristo esiste la resurrezione. Cristo fu risvegliato dai morti  ed anche il cristiano lo sarà. Come per un uomo esiste la morte così per un Uomo (cristiano) esiste la risurrezione…Tutto si muta,  tutto finisce, tutto si consuma, la stessa conoscenza katarghthhsetai si dissolverà….

Per i Vangeli il cielo e la terra passeranno, le mie parole non passeranno Luca 21,33; gli ultimi diventeranno primi e i primi diventeranno ultimi Matteo 20,16 …

E’ una visione escatologica ed apocalittica, propria di scrittori giudaico-cristiani, ed anche platonico-stoici, che, comunque, hanno una elpis, quella di un’altra vita utraterrena, un regno dei cieli come dimora dei giusti,  che la  conquistano con una  vita di sacrifici e di dolore,  a seguito di profonde lacerazioni  materiali,  pur circondati dal  male  e fiduciosi in Dio Padre, che sarà il giudice  che ricompenserà il breve soggiorno infelice con la beatitudine eterna.

Ora  per noi cristiani la Storia  con le sue peripeteiai, le improvvise mutazioni situazionali,  è nelle mani di Dio,  che ne  è il vero costruttore, il vero faber, unico artefice,  che  guida la nave tra le onde del mare, da esperto pilota,  mentre l’uomo creatura si illude di essere creativo costruttore, artefice della sua vita, di saper navigare il male esistenziale …

Peripeteia -deriva da peripiptoo che vale  cado circondato ( sottende  “da nemici “o “da onde del mare” , o “da fuoco”, da altri elementi pericolosi).

Dunque, peripeteia  rimanda all’idea di un qualcosa, in cui si piomba,  cadendo circondati tanto da non poterne uscire, se non dopo lungo tempo di permanenza, in uno stato di sofferenza,  e grazie a fortunate coincidenze…

Perciò, si può dire, generalizzando, che i due termini rivelano, insieme a tanti altri, il sistema retorico classico giudaico-cristiano, di cui sono strutture minime; si passa poeticamente  cioè dalla similitudine  alla metafora e religiosamente  al gioco simbolico ed allegorico  sulla base di due termini che sono messi insieme arbitrariamente, in quanto appartenenti a due aree semantiche diverse.

L’artificialità classica  poetica, se diventa consuetudine di vita mediante canto o rappresentazione  e  risulta rito ripetuto,  specie da masse guidate da un sacerdote,  trasforma i due termini da elementi complementari e  formali in sostanze reali assimilate e divinamente congiunte  in un unicum…

Gesù è per il cristiano nella quotidianità di vita come la manna nel deserto, …Gesù  è manna eterna rispetto alla manna caduca terrena,... Col rito della memoria dell’ultima cena,  Gesù diventa il pane della vita, data la continuità rituale , la ripetitività del fatto in comunità ecclesiali e il predominio culturale della romanitas, anche se in forme cristiane…

Perciò, la coscienza terrena quotidiana del male, che circonda  la luce come tenebra  e con  esso  la non presenza della dike giustizia, dell’armonia, del kosmos,  ha conformato l’uomo in senso manicheo... chiuso tra Dio e il suo antagonista, simbolo di luce e di vita il primo, di tenebra e di morte il secondo…

Allora, così circondato, io-mortale – a cui il sapere sacerdotale, teologale, scisso da giustizia, sembra un raggiro e non sapienza– sono incline a pensare non a un Dio ordinatore, pater, costruttore,  venuto perfino a salvarmi su questa terra,  a redimermi da peccati originali,  ma al Caos datore di  Bios vita e  di amore, nel suo vortice senza principio e senza fine, in cui si scontrano  e  si fondono gli opposti nel magma del divenire, in senso vitalistico infinito, autogenerantesi, in una continuità creativa.

La presenza oggettiva di male  come ingiustizia, come mancanza di armonia e kosmos  mi turba  tanto da farmi pensare che ogni disarmonia,  ogni forma ed ogni suo contrario, convivano in un unicum informe con tutte le forme difformi, ibride, innaturali, mostruose, prima ancora delle  idee  rappresentative  del mondo  terreno, secondo ottica antropologica, prima degli inizi dei tempi, come trionfo del Caos.

Un ribollire caotico di pulsioni primordiali  è  preferibile, come concezione,  ad un kosmos classico giudaico/cristiano…

D’altra parte classicismo e giudaismo hanno creato i miti  con la tragedia, col romanzo, con la Sapienza,  con la Bibbia,  con ogni forma letteraria collegata con la cultura manichea, antitetica,  e con essa la  retorica della theoria, che risulta una spettacolarizzazione di ogni cosa naturale, capace di attirare  e dilettare  e di insegnare l’esercizio   della mimesis/ imitazione dei modelli,  paradigmi di vita teatrali.

Ambedue, comunque, dipendono  culturalmente, data la vicinanza geografica dalla civiltà accadico-hurrita, influenzata dal RgVeda induista.

Genesi 1-2   sembra  dipendere da un testo cuneiforme del XIII secolo che tratta di tre re degli dei – Alalus, Anu e Kumarpi prima del sorgere del tempo cfr P. MERIGGI,in Atenaeum XXXI,1953,pp.101-103 , come  anche Esiodo per la nascita di Urano, Crono e Zeus :  in principio Elohim creò il cielo e la terra. E la terra era deserta e vuota e le tenebre erano sulla superficie dell’abisso  e lo spirito di Elohim aleggiava sulla superficie delle acque…

La cultura ebraica, con Elohim (al plurale-gli dei), rimanda ad una  base politeista mesopotamica, e si lega al mondo vedico…

In Rg.,X,129, infatti, si legge Cfr. R.PANIKKAR, I Veda,BUR,2001):

in principio non vi era essere né non essere / non vi era l’aria né ancora il cielo al di là/ che cosa lo avvolgeva? dove? Chi lo proteggeva?/ c’era l’acqua insondabile e profonda?//non vi era morte, allora, né immortalità/di notte e di giorno non vi era alcun segno/l’Uno (tad ekam) respirava  senza respiro, per impulso proprio/oltre a quello, non vi era assolutamente nient’altro.// Tenebra vi era,  Tutto avvolto di tenebra / e tutto era Acqua indifferenziata. Allora/ quello che era nascosto dal Vuoto, quell’Uno, emergendo/agitandosi, mediante il potere dell’Ardore, venne in essere/ in principio Amore sorse...cfr.  www.angelofilipponi.com Creazione del mondo.

Anche, dunque, il mondo classico giudaico-cristiano sembra rifarsi ai primordi, al Caos,  in cui ogni uomo è stato  informe  e a cui  personalmente, alla fine della vita, desidero rituffarmi, nel magma fluidico dell’essere,  indistintamente, nel vuoto assoluto,  io con Stefano, mio nipote autistico, in un abbraccio informale, impossibile nella realtà…

 

Corpus Domini 1264

 

 

Transiturus de hoc mundo  è  la bolla papale, del 1264 , che istituisce  la Festa con la processione del Corpus domini  e completa il lungo processo dottrinale sulla  transustanziazione, trasformazione oltre la sostanza  del pane e del vino  in Corpo e sangue del Cristo, sancita come dogma dal  IV Concilio Lateranense del 1215, controversa  fino  ad allora  …

L’ultima grande controversia con disputa accademica c’era stata tra Berengario di Tours (1098-1188) e  Lanfranco di Bec in Normandia, poi arcivescovo di  Canterbury.

L’uno in De sacra cena adversus Lanfrancum  affermava, nel 1147, che il pane e il vino sono simboli e  non reale corpo  e sangue di Cristo come sosteneva l’altro, il suo avversario, sulla base di Paolo e di Giovanni evangelista .

Berengario fu condannato in vari Concili e alla fine  fu costretto a ritrattare  anche se per lui Matteo Marco e Luca dopo la celebrazione  del mysterium eucaristico. neppure aggiungevano fate questo in memoria di me…

ll papa  Urbano IV , Jacques Pantaléon,   istituì , dunque,  la festa del Corpus domini, la fissò per il giovedì che segue la domenica della Pentecoste   ed affidò l’ufficio rituale della solennità a Tommaso di Aquino (1225-1274), un domenicano allora in convento ad Orvieto…

Due eventi sono alla base di tale festività: uno storico, la battaglia di Montaperti , 4 settembre del 1260, vinta dai Ghibellini  senesi contro i guelfi fiorentini; uno  mitico-religioso del miracolo di Bolsena.

E’ opportuno spiegare i due eventi contestualizzandoli, da una parte nell’Italia centrale, in Toscana,  lacerata tra ghibellini, filo -svevi e guelfi, filo-angioini, in un revisione seria non solo dei fatti avvenuti  in quel quattrennio , specie religiosi,  ma anche  dei ruoli e delle funzioni degli uomini, implicati nella storia…

Alessandro IV (1256-61)  è  papa  favorevole ai fiorentini e contrario ai senesi, ostile  alla politica  imperiale  di Manfredi, figlio di  Federico II e di Bianca Lancia , molto legato con  i diplomatici  di Luigi IX e di suo  fratello Carlo di Angiò  e profondamente connesso con i movimenti religiosi gallicani…

Alla sua morte nel 1261,  i cardinali  presenti ( circa otto o nove) ,  sono lontani da  Roma, -dominata dalle potenti famiglie romane, che insieme col popolo dovrebbero, secondo lo statuto di papa Gregorio VII,   ratificare la nomina ufficiale, fatta dai cardinali, nonostante le tante elezioni illegittime – e risiedono  ad Orvieto  e non riescono a puntare decisamente su  un nome.

Dopo lunghe e vane trattative due cardinali, Riccardo Annibaldi e Giovanni Gaetano Orsini, indirizzano gli altri sulla persona di un prelato non facente parte del collegio cardinalizio, il patriarca di Gerusalemme.

Questi, venuto  da Viterbo ad Orvieto, per relazionare sulla situazione della città santa,  -ormai circondata dagli Ayyubidi  egizi , rinvigoriti dopo la vittoria sui crociati di Luigi IX,  non più protetta dalle navi  dei genovesi e dei veneziani, in lotta fra loro per interessi commerciali- è sorpreso dalla nomina, ma accetta.

L’eletto, proclamato papa  dopo molte reticenze, è un francese che viene chiamato Urbano IV e prosegue nella linea politica del suo predecessore.

Questi, legato da decenni alla politica  del re di Francia e  favorevole al riformismo religioso francese,  è  incline a considerare il sacramento della Eucarestia  sulla base teologica del pensiero  di Tommaso come  essenziale per il cristiano che,  grazie alla  transustanziazione  – cioè alla trasformazione  e al vero passaggio, ad opera dello Spirito Santo, dalla sostanza naturale della  materia del pane e del vino alla sostanza del  corpo e del sangue  di Christos, -può nutrirsi  con un cibo divino e vivere divinamente.

Per  Tommaso (De venerabili sacramento altaris), infatti, non solo  la sostanza del pane  rimane  intatta,   pur trasformata in Cristo, pur restando integri gli accidenti e le qualità del pane ,  ma anche resta unitaria  come corpo di Cristo, anche se il pane si duplica o si fraziona in parti  per la distribuzione ai fedeli e a causa del frazionamento, fatto dal sacerdote …

La bolla papale e la  politica romana  sono tipica espressione della superiorità  del guelfismo con gli eserciti in formazione di Carlo d’Angiò, grazie ai banchieri toscani,  destinati alla vittoria a Benevento (1266) e  sottendono l’investitura angioina, nel Meridione d’Italia  a scapito degli  svevi  e una serie di dispute teologiche,  anche se già sopite, dopo l’ultimo concilio lateranense.

Eppure  Giovanni (Vangelo, 13,1-20 )   durante la lavanda dei piedi, nell’ultima cena , mostra il Cristo,  che invita i discepoli a lavarsi i piedi reciprocamente, senza fare distinzioni e dice : upodeigma gar  edooka umin  ina, kathoos  egoo epoihsa, umin kai umeis poihte/io infatti vi ho dato un esempio  perché ,come ho fatto io, facciate anche voi… Si noti che in questa sede   viene usato upodeigma che vale  modello, esemplare  per chi imita nel rifare le stesse azioni.

Giovanni (6,1-14) in altra situazione, dopo la moltiplicazione dei pani dopo il monstrum del camminare sulle acque,  mostra  Gesù che parla  del pane della vita  ricordando a chi lo segue : voi mi cercate non perché avete visto prodigi,  ma perché avete mangiato dei pani  e vi siete saziati : procuratevi non il cibo che si consuma  ma il cibo che dura per la vita eterna. quello che vi darà il figlio dell’uomo, perché il padre, Dio, segnò lui col suo sigillo…

Giovanni seguita, mettendosi dalla parte dei discepoli, che chiedono  di quel pane che scende dal cielo e che dà la vita al mondo ed  aggiunge che  Gesù , tra i mormorii della folla, dice: io sono il pane della vita,  chi viene a me non avrà più fame e chi crede in me non avrà  più sete …  io sono il pane disceso dal cielo  e ribadisce, mentre crescono i mormorii  6,48 : chi crede ha la vita eterna.  Io sono il pane della vita, i vostri padri mangiarono  la manna del deserto  e morirono . Questo è il pane che scende dal cielo perché chi lo mangia non muoia. Io sono il pane vivo disceso dal cielo. Se uno mangia questo pane, vivrà in eterno. E il pane che darò io  è la mia carne  per la vita del mondo. A queste parole, sorte questioni,  Gesù così risponde: se non mangiate la carne del Figlio dell’uomo e non  bevete il suo sangue non avete la vita in voi . Chi mangia la mia carme  e beve il mio sangue ha la vita eterna ed  io lo risusciterò. nell’ultimo giorno… 

Poi Gesù, rispondendo ai giudei che dicono che i loro padri mangiarono la manna come pane venuto dal cielo e morirono, afferma: in verità in verità vi dico: se non mangiate  la carne del figlio dell’uomo e non bevete il suo sangue  non avete la vita in voi. Chi mangia la mia carne  e beve il mio sangue  ha la vita eterna ed io lo risusciterò  nell’ultimo giorno. Infatti la mia carne  è vero cibo  e il mio sangue è vera bevanda  Chi mangia la mia carne  e beve il mio sangue dimora  in me ed io in lui. Come il padre  che vive, ha mandato me ed io vivo  a causa del Padre, così chi mangia me, vivrà anche lui a causa di me….53-58 

Ancora di più  nel corso dei secoli  ci sono  contrasti   sulla tradizione eucaristica  di Ireneo (130-202) e di altri , che poggiano la loro  lettura  più che  sulla base di Luca 22,7-38 ,  di Marco 14,12-25 e Matteo, 26,17-29,   su quella di Paolo 1 Cor.,11,23-26.

I tre evangelisti, sinottici, infatti,  hanno, grosso modo,  la stessa terminologia, ma non hanno fate questo in memoria di me: preso del pane e, benedettolo,  lo spezzò e dandolo ai discepoli, disse: prendete e mangiate: questo è il mio corpo  Poi, preso il calice,  dopo avere reso grazie, lo diede  loro dicendo:  Bevetene tutti poiché questo è il sangue dell’alleanza  che viene versato per molti  a remissione dei  peccati.

 Dunque, solo Paolo racconta il fatto della cena del signore 1Cor.11,17-34 nel quadro di una situazione  difficile, in cui sono necessari rimproveri per i dissensi e per le depravazioni  dei Corinzi, indicazioni prescrittive precise sul matrimonio e sul celibato  e sull’uso delle carni sacrificate per gli idoli, in una volontà di proporre un modello di vita (siate imitatori  miei, come anch’io lo sono di Cristo/ mimetai mou ginesthe, kathoos kagooo Khristou).

Tutto il discorso, comunque,  è in relazione alla volontà di  riportare l’ordine nella assemblea  tanto  che il tarsense aggiunge:  Gesù prese del pane e dopo aver reso grazie/ eucharisthsas,  lo spezzò e disse: questo è il mio corpo per voi /touto mou estin to sooma to uper umoon;  fate questo in mia memoria  /touto poieite  eis emhn anamnhsin. Ed ancora  Paolo narra che Gesù, dopo aver fatto altrettanto col calice, dopo aver cenato dice :questo calice è il nuovo patto ,nel mio sangue; fate questo ogni volta che bevete, in mia memoria/eis emhn anamnhsin (anadiplosi)

Il successivo discorso è connesso col telos /fine che è quello di dare la prescrizione di riunirsi  per mangiare insieme e di aspettarsi l’un l’altro… perché chi indegnamente beve il sangue mangia il corpo  sarà colpevole del sangue e del corpo del Signore e di invitare  chi ha fame a  mangiare a casa propria  affinché voi,-discepoli- non cadiate in un crimine  condannabile/ ina mh eis crima sunerchhsthe.

Altri avevano letto i passi paolini  senza andare oltre l’interpretazione metaforica, sulla scia dei Padri orientali  perché  temevano di cadere  se si procedeva secondo allegoria,  in forme di antropofagismo pagano o di finire in riti misterici come quello dionisiaco o orfico.

Urbano IV,  avendo conosciuto l’insegnamento della tradizione orientale  aveva, pur seguendo Tommaso, preferito  chiamare la festa del  Corpo del signore e non  dell’Eucarestia, conscio  che non si doveva definire per metonimia   la manifestazione  completa del mysterium  della transustanziazione  con  il  ringraziamento che   è  pars accessoria del tutto sostanziale cioè della trasformazione del pane e del vino  in corpo e sangue del Cristo, nonostante che conoscesse perfettamente  il valore di ekchunoo –  spargo e diffondo il sangue di una vittima  sacrificale   e il problema di uper polloon (o polloisper molti .

Inoltre il papa, molto favorevole  a considerare il sacramento eucaristico  come  il patto nuovo di alleanza -kainh diathekh,- connesso   con la Pasqua (morte e resurrezione del Cristo) e con la Pentecoste (discesa dello Spirito santo),  si collegava alla tradizione francese  in quanto era molto devoto di   Giuliana de Cornillon (1192-1258), una  mistica  morta in odore di santità,  che in vari momenti della vita aveva  avuto visioni, Famosa quella della luna piena, listata di nero ed ancora  di più quella di Cristo che le chiedeva di impegnarsi a far istituire la festa dell’eucarestia, che in  Troyes e in altre zone, specie Liegi, veniva già celebrata, pur senza l’autorizzazione papale…

L’evento di Bolsena  viene a fagiolo,  risulta  una manna per Urbano IV !

Era accaduto che, nella primavera del 1263, un sacerdote boemo, Pietro da Praga, in pellegrinaggio a Roma, si era fermato a Bolsena e, nel celebrare la messa, ebbe dubbi sul dogma della transustanziazione,  Il prete, spiegato il corporale  in nove parti ( è  quel  tovagliolo quadrato  di lino posto sopra il calice! )  vide l’ostia sanguinare  sul corporale e subito l’avvolse in esso  e fuggì in sacrestia. Nel tragitto caddero delle gocce sul pavimento ed alcune sui gradini.

Il papa apre subito un ‘inchiesta sotto la direzione del vescovo di Orvieto per chiarire ogni momento del fatto , subito ritenuto reale dalla pars guelfa…

L’inchiesta  è subito chiusa e l’evento è giudicato soprannaturale  da Urbano IV, che – considerato il suo rafforzamento come pontefice dopo l’elezione di molti cardinali francesi, vista la vicinanza del  grande teologo aquinate , vincitore nelle tante diatribe parigine,  stimate veritiere le profetiche visioni di Giuliana –  rileva il piano provvidenziale, come applicazione dell’oikonomia tou theou, come avvento di una nuova epoca , quella del trionfo del guelfismo,-che sancisce la fine del ghibellinismo, e scrive  con tono enfatico la bolla… La festa, dopo la morte del papa …  dopo breve tempo decade…e viene rivitalizzata nel concilio di Vienne nel 1314 ,,,e resta molto controversa fino al Concilio di Trento 1545-1563, quando viene di nuovo imposta …

Amici miei, Betto e Tonino, Emma e Gianna, non è preferibile documentarsi e sapere ( e poi, magari, credere!)  al credere  ciecamente, senza alcuna  informazione?

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“Filioque” e il concilio di Toledo

Il III concilio di Toledo e Homelia de Triumpho ecclesiae ob conversionem Gothorum (CPL 1184) sono basilari per la cultura  cristiana occidentale , che completa il pensiero sulla ekporeusis processione dello Spirito Santo,  che viene definito come Persona  che procede dal Padre e dal Figlio.

Nel vangelo di  Giovanni 15,26 si  trova scritto  o para tou patros ekporeuetai e si parla , in epoca antonina , dello  Pneuma Agion/ Spirito Santo .

Viene usato  da Giovanni  il termine ekporeuomai (non ekporeuoo) per intendere che dal Padre  deriva, in quanto inviato, lo Spirito, da leggersi in chiave gnostica e plotiniana , secondo emanazione…

La lettura giovannea  è resa bene ad opera dei padri consiliari a Nicea  ma poi  è modificata sostanzialmente  nelle precisazioni  del concilio  di Costantinopoli  che sono aggiunzioni dottrinali a seguito dello studio di uomini, come i cappadoci, e specie di Gregorio di Nazianzo.

Questi  in due Orazioni  (31 e 41) affronta il problema ed è chiaramente in grave difficoltà nello spiegare ad oppositori ariani e ad altri eretici, che lo  Spirito  Santo deriva dal Padre tramite il figlio usando all’attivo e al passivo il verbo ekporeuoo,/procedo .

Da ekporeuoo si forma il sostantivo, derivato, ekporeusis, come da procedo latino deriva  il nome processio…

Girolamo  ed Agostino  accettano la lezione orientale, senza entrare in merito all’equivoco e all’anfibolia  terminologica, dato il diverso valore di procedo e di processio.

 Procedo , in latino,  non  ha esattamente lo stesso  valore di  Ekporeuoo nè  quello di ekporeuomai in greco, e  il termine processio latino a Roma, in Italia e in Occidente   non è neanche simile a ekporeusis che vale  il procedere  cioè la processione, la derivazione come marcia di un popolo che precede  un personaggio importante ( di norma un governatore provinciale inviato dal senato e dall’ imperatore o  il pontifex maximus nello svolgimento dei riti pagani;  a Costantinopoli ,  Nuova Roma, e in Oriente, invece   la processione è un fatto religioso cristiano,  come celebrazione di un rito o come festosa partecipazione popolare ad un avvenimento religioso o spirituale cristiano…

Sulla  differenza tra processio in latino e ekporeusis in greco ci sono molti problemi culturali in relazione ad una terminologia ambigua, volutamente lasciata equivoca per lasciare insoluta la questione, grazie all’uso di sinonimi.

Neanche è possibile capirsi tra cristiani cattolici occidentali  cristiani ed ortodosso orientali: lo Spirito procede dal Padre attraverso il Figlio (dià tou uiou),  per gli ortodossi che si oppongono agli ariani  e che così spiegano  la processione dal Padre e dal Figlio, senza intaccare l’unità della Trinità , sulla base di un unico principio divino…

Questo si chiarìsce parzialmente  al concilio di Firenze 1439 senza risolvere  la questione, per l’imperizia  tecnica dei latini che ostentavano il principio del Filioque del concilio di Toledo e seguivano la tesi di  Leandro di Siviglia , sostenuta da papa Gregorio Magno…
A Nicea si era stabilito che lo Spirito santo procedeva dal Padre  secondo la traduzione latina (ex patre procedit).

A Toledo invece Leandro ed Isidoro,creando un rito nuovo cattolico in opposizione all’arianesimo, da cui si allontanava Recaredo I nel 589, aggiungevano arbitrariamente Spiritus sanctus ex patre filioque procedit. traducendo il testo greco secondo il significato  generale greco…

La questione  della disparità di significato non era sfuggita già  a Fozio (820-893) che nella  I elezione a Patriarca e poi nella II elezione tra le varie controversie con la Chiesa Romana -che si riteneva   primate dei cinque patriarcati – sulla base teodosiana, poneva oltre al celibato e all’eucarestia il problema semantico di  processione, divenuta per Gregorio di Nazianzo  lithos proskommatos  …kai petra skandalou /sasso di inciampo, pietra dello scandalo (Orazione 41,7)

Il santo prima invita   (in effetti ordina) a  confessare la trinità( thn Triada omologhsate) , poi  cerca di  spiegare lo Spirito Santo come  Dio  che ispira   a tutti la parola divina…

Cerulario ancora di più nel contrasto con il cardinale Umberto di Silva Candida, rappresentante papale,  nel 1054 ,  latore della scomunica di Leone IX,  ribadisce che lo Spirito Santo non procede dal Figlio ma solo dal Padre… contro la tesi  dello stesso  Gregorio di Nazianzo.. . che mostra la sua  tesi trinitaria  e fermamente rileva l’ousia dello Spirito Santo upostasis come il Pather e lo Uios  sia nella orazione 31 che nella 41, dove parla della  Pentecoste,  della discesa del Paraclito  come fuoco sugli apostoli, riuniti nel cenacolo, 50 giorni dopo la Pasqua …

Diverse sono le situazioni e le motivazioni di Gregorio  rispetto a quelle di Leandro e di Papa Gregorio Magno…

Per Leandro i la professione di fede  costantinopolitana fatta da Recaredo e dal suo popolo di Goti ,ariano, sottendeva un  Gloria Patri et Filio et Spiritui Sancto invece dell’ariano Gloria Patri per Filium in Spiritu Sancto …

Il vescovo di Siviglia doveva cambiare la formula per dare l’idea unitaria della Trinità , e fare in  modo da eliminare definitivamente le tracce dell’arianesimo  e  di ridurre al minimo le diatribe con l’ortodossia, data la non partecipazione del popolo al mysterium teologale  e la sua passiva accettazione, al contrario,  dei riti del segno della croce e della glorificazione dei  nomina divini…

Il patriarca di Costantinopoli, invece, diversamente dal vescovo  ispanico  si  trovava, poco prima del Concilio, nel 380,   nel  vivo della lotta con gli ariani e doveva  mostrare ancora il valore della Trinità  e del significato del Corpo del  Christos , del reale contenuto del sette e del 49 +  1  e del miracolo continuo della Pentecoste  nel fedele cristiano…

La  definizione dello Spirito santo  è una necessitas… e nonostante questo suo attenersi scrupolosamente alla verità christiana , è costretto alle dimissioni…

La figura dello Spirito Santo, rimasta imprecisata a Nicea, ma ora a Costantinopoli   precisata  da Gregorio  di Nazianzo,  autore dell’orazione Peri tou agiou pneumatos 31,  1-33,  resta, comunque, un ostacolo per l’unita dei cristiani…

Gregorio, anche se  grande retore, abile  a trattare la differenza tra ousia ed upostasis, a mostrare Dio uno e trino, ad evidenziare che la divinità è incompleta senza il riconoscimento dello Spirito Santo,  che è sostanza divina, che procede  ingenerato, increato… chiaramente si arrampica sugli specchi continuamente, ma procede nella sua  trattazione teologica  e specie sulla ekporeusis ..

Il discepolo di Proeresio (276-368 d. C.),  l’ amico di Basilio e compagno di studi di Giuliano l’apostata, è convinto di saper vedere le relazione di conoscenza del  Padre, generante Logos con  quella  di amore tra il Padre e  Figlio, generante Pneuma  Agion...ma non convince i suoi avversari… e nemmeno noi: il suo parlare è un parlare bello, risulta una theoria, uno spettacolo. ben rappresentato, un sermo ben argomentato, .. non certamente  alethhs…

Inoltre è  un episcopos,  esaltato  patriarca di Costantinopoli,  che  pontifica in senso dottrinale, cosciente che le tre upostaseis  formano un unicum,  tanto che la consustanzialità non implica necessariamente  la connumerazione  (cioè  1+1+1 non fa 3, ma  fa 1)…

Gregorio è così bravo in quanto  capace di trovare  sia nel Vecchio che nel Nuovo Testamento  l’immagine dello Spirito Santo,  che ora, come presidente del Concilio , detta  quattro aggiunzioni conciliari  mediante l’anafora insistita  di to: circa l’essere signore   e il dare vita (to kurion kai to zooopoion),  circa il procedere dal padre (to ek patros ekporeuomenon); circa l’adorazione e la glorificazione col Padre; (to sun patri sumproskunoumenon kai sundocsazomenon) e circa la sua ispirazione anche nell’ orazione 41 trattando della  Pentecoste parla dello Spirito santo …

Qual era il logion originario del “Sale”?

Voi siete il sale della terra

Voi siete il sale della terra  è l‘incipit attuale del logion di Matteo (5,13).
Sale della terra è un sintagma che è metafora in quanto il discepolo di Gesù è come il sale che rende saporita ogni cosa sulla terra.
La sottesa  similitudine  autorizza a dire che chi segue Gesù, oltre ad essere beato (makarios), è anche sale della terra e luce del mondo oscuro (logion successivo).
Ne risulta che le beatitudini (Matteo,5,3-12) e l’essere sale e luce sono  collegati insieme ed hanno un significato congiunto, costruito successivamente, quando già era stata costituita la Chiesa: la pericope è espressione retorica di una costruzione teologica legata ad un ambiente e ad un società che hanno bisogno ed interesse tali da creare una “sentenza”, sulla base di un logion di Matteo, preesistente
Ora personalmente ritengo  che al momento della stesura tachigrafica di Matthaios e quindi  all’atto del discorso di Gesù (maran  o aspirante meshiah, prima  del regno o durante il periodo della regalità )  le beatitudini non erano così enucleate, ma erano del tutto sparse, come anche le maledizioni
Bisogna pure pensare che l’essere sale non era in relazione diretta con l’essere luce?
E’ probabile che  tutto inizialmente forse  era distinto e separato ed erano solo  logia che esprimevano i detti del Signore ( non kurios ma despotes, in quanto basileus-maran) in tipici momenti della sua storia  di uomo privato e di re, non di un Maestro.
Nella seconda metà del II secolo, invece,  quando viene costruita la Chiesa (grande) e c’è la necessità di opporre i veri discepoli a quelli gnostici, la vera dottrina a quella gnostica di Valentino e Basilide (forse ad Alessandria) viene fuori la funzione del macarismo con i compiti del cristiano, inteso come apostolo-inviato, che deve essere sale della terra e luce del  mondo…
Dunque, tra la scrittura matthaica con una precisa semantizzazione basileica (in lingua aramaica con un’utenza palestinese -parthica)   e la riscrittura con nuova semantizzazione  (con la  lingua koinh, in relazione alla nuova utenza ellenistica ) c’è una diversa  impostazione in quanto i fruitori sono differenti ed hanno una logica opposta, collegata con le diverse realtà  sociali e storiche…

Ora il bacino di utenza è tutta l’area commerciale, non solo mediterranea ma anche quella del Mar Nero e del Bosforo cimmerio ….
I fruitori invece aramaici, che  erano nel periodo dell’attesa del malkuth o lo avevano realizzato, erano makarioi  e si sentivano sale della terra in quanto avevano condito (thabal condire),  dando sapore, grazie  alla regalità messianica, ad ogni cosa  terrena  ed, avendo il Meshiah, attendevano gli eventi escatologici e la realizzazione eterna d’Israel: essi puri e  lucenti, come gli esseni, avevano vinto le tenebre (e la Romanitas)  vedevano splendere  in alto come  su un candelabro  Gerusalemme radiosa e luminosa, dominante su tutti i popoli vinti…
I cristiani ellenisti, dopo l’evento della sconfitta di Shimon bar Kokba (Giustino, Dialogo di Trifone), nel momento gnostico, fondono insieme  i logia matthaici. creando una nuova legge,  che doveva essere  un sostituto/ tupos  del messia, legge vivente (nomos empsuchos) e creano secondo formule asseverative, come risultanze sintetiche di un lungo lavoro tecnico retorico, l’ideale del buon cristiano  e ne  scrivono i compiti e le specifiche funzioni, in relazione alla missione dei discepoli del Kurios-signore che ha dato loro il kerugma della diffusione evangelica, in precisi luoghi e in particolari situazioni sociali …
Allora tutto il logion del sale ha significato a seconda della lettura e degli utenti: la  comprensione del periodo ipotetico della possibilità  di II tipo con la protasi  ean ..moranthh (qualora diventerà insipido –thaphal-) e con l’apodosi con che cosa si salerà?, non è facile capire, ma si può afferrare se si ha presente il tanto sale  del Mar Morto inutilizzabile  (o quello della Mareotide alessandrina o del Lago Salato della Licaonia-Tuz Goelu- ), calpestato  da cristiani locali,  i cui capi sentono la necessità di fissare, di organizzare nuclei semantici e di schematizzare contenuti teologici ..o quella della palude Meotide (Mar d’Azov)….
Il sale ha valore  ai fini del condire i cibi  e, quindi,  se il cristiano/sale diventa  insipido e stolto (moraino vale sono moros cioè pazzo, stolto, insipido, sciapo, stupido), non ci sarà la salatura della terra, non ci sarà la luce nel mondo), non avendo funzione, sarà gettato per terra e  calpestato.
E’ chiaro che il logion non è quello originario, ma è quello ricostruito da cristiani ellenisti che,  vista la fine del giudaismo romano, la galuth, hanno un ricordo della escatologia e del messianesimo e vivono il momento apocalittico, dello svelamento, cosci della necessità della funzione cristiana di essere sale e luce, in una separazione netta dalla cultura giudaica e da quella gnostica.
Certamente il testo originario, che Panteno ritrovò in India, con questo specifico logion,  aveva ben altro valore  in senso messianico, entusiastico, trionfalistico: in esso non c’era nemmeno la possibilità di diventare nabal (stolto), in quanto Thaphal: tutti erano makarioi  (compreso  Levi- Matthaios che registra il pensiero regale), euforici  per la realizzazione del malkuth, in quella Pasqua essenica  del 32 d.C ,  pochi mesi dopo la morte di Elio Seiano…
Allora i seguaci mangiavano insieme pane e sale e non avevano contese per il primato, ma erano eguali uniformati ad essere bambini (talja’- piccolo di donna o di pecora) ed avevano la pace, quella  propria dei vittoriosi, di coloro che avevano vinto ed attendevano l’ultima ora e il trionfo  definitivo del resto d’Israel …
Dunque, nella fase escatologica Sale originario  è collegato con pace, in quella apocalittica sale è connesso con discordia, lotte per il primato, con la possibilità di diventare insipido e quindi  di deviare dalla retta via  e con la necessità di essere o di tornare ad essere  pedion  e diaconos (bambino e servo),  se si vuole entrare nel regno dei Cieli…
A me risulta , perciò, che ci sono due  logiche, del tutto diverse, a seconda dei tempi e che la stessa figura del Signore (Kurios e despoths) è cambiata  in quanto essa ed è diventata quella del Maestro (didaskalos/ rabi), che, secondo il pensiero di Clemente Alessandrino,  ammaestra i mathetas/apostolous  che formano il fedele

 

La cultura dell’infanzia

Colere infantem

Professore, perché non è stato mai trattato effettivamente il tema di  La cultura  dell’infanzia in Italia né  quello sui modi di concepire il ragazzo?

Non si può dire che non ci sia una cultura dell’Infanzia in Italia, anzi si può dire che il tema è antico  in quanto trattato dai greci e, poi, dai latini.
La metafora colere infantem/coltivare l’infante il non parlante  rimanda ad una coltivazione  del bambino  considerato come una piantina.  L’immagine è tipica del registro agricolo,  centrato su colere,  che sottende studium (amore e specifico interesse)  e cura (amore preoccupato ed ansioso) e su infans, inteso non solo nella fase iniziale  afantica  ma anche quella fantica  fino alla pubertà, secondo le linee proprie della pedagogia greca e di Quintiliano.
Anzi bisogna affermare che sempre si è discusso,  parlato della cultura dell’infanzia, limitatamente all’educazione, basata giustamente sull’educare (educere ad ) come processo modificante, che porta  progressivamente dal non conoscere al  conoscere,  procedendo sulla base dell’errore  per dare correttezza grazie anche all’esercizio,  sotto la guida di un ductor, maestro, secondo linee di unitarietà, dinamicità, priorità, prospettività.  Se, dunque, da una parte, c’è stata un’attenzione alla cultura dell’infanzia, da un’altra, in un certo senso,  bisogna confessare  che non esiste una vera cultura dell’infanzia  in quanto, nonostante il rispetto al pensiero quintilianeo, espresso con Maxima debetur reverentia puero, l’insegnamento  è stato  un insegnare, mediante signa,  propri dell’adulto, che guida, in un unilaterale lavoro secondo il sistema conformato e convenzionale sociale, economico, politico,  teso a formare mediante modelli preesistenti il discepolo. conformandolo nella cultura  esistente,  in aggiunta e in rapporto con il condizionamento del contesto e dei media secondo un’impostazione  specifica dell’erudizione (e.rudis passare dalla rozzezza alla civiltà, dall’informe struttura giovanile al sistema della maturità moderato). 
Praticamente non si rispetta l’infante, ma lo si condiziona creando un esemplare della stessa conformazione dell’adulto in quanto si ritiene giusta la definizione del giovane immaturo e dell’adulto maturo, secondo una tradizione marcatamente maschilista e senile.
Sembra che solo in questo ultimo ventennio, almeno sul piano teorico, in Italia si sia entrati correttamente nella cultura dell’infanzia, grazie specialmente ai contributi dell’antropologia, dell’etologia, della linguistica (in senso semantico, e socio-psico-semiologico), della epistemologia e della docimologia: da queste scienze viene la lezione tecnica sullo studio e sulla cura dell’infante.
Lo studio sistemico del bambino (anche in senso neuropsichico ed auxologico), la sperimentazione sulle aree affettive, motorie, cognitive, sociali, l’osservazione sistematica  dei comportamenti  a seconda della fascia di età in relazione ad un processo auxo-socio-psichico  e soprattutto il rilievo dato al linguaggio, come chiave di lettura  dell’universo infantile, autorizzano in situazione una operatività sulla base di una diagnosi  valutativa (riferita ad un’ anamnesi specifica) che permette un costante orientamento  operativo e formativo, in rapporto all’effettivo sistema culturale informativo, senza modelli, ma solo con paradigmi esemplari. In tal senso si è sviluppato anche in Italia un processo culturale  puerocentrico, non una cultura infantile. Questa si basa sulla conoscenza del bambino, visto come costruttore fantastico e sentimentale di un mondo, esaminato dall’angolazione ludica puerile, senza l’ottica funzionale adulta, il quale si muove per conoscere sé  e il proprio corpo, socializza per porsi in un continuum ludico,  che, però, avendo già i segni della funzionalità  e della razionalità, non deve essere turbato   da interferenze dell’ adultismo, specie se coercitive.

Che cosa comporta, professore, una cultura dell’infanzia così intesa?

Comporterebbe (meglio usare il condizionale che traduce la non possibilità di attuazione sul piano operativo  con le sottese frustrazioni di questi ultimi anni)  un radicale cambiamento  del sistema politico (anch’esso vecchio e modellato su criteri da una parte comunisti togliattiani e quindi sovietici, e da un’altra liberale e quindi anglosassone  ed americano) sociale-cristiano (caritativo ed assistenziale), culturale e scolastico in quanto una microstruttura, affetta da malattia,  non può essere curata settorialmente  con interventi locali e puntuali poiché è segno di un sistema malato,  che, perciò, deve essere integralmente sanato. Ora il sistema scolastico, malato, infettato ulteriormente dagli altri sistemi,  con cui interagisce, non favorisce il tentativo, necessariamente teorico, di pochi che procedono paradigmaticamente in situazioni concrete, ma parziali e limitate, operando, seppure efficacemente, in condizioni di disagio. Inoltre per la nascita di una cultura (risultanza di un processo eruditivo, educativo, formativo, come somma di competenze , abilità e capacità, esplicate sul piano pratico in situazioni oggettive, coerentemente  ad una decisionalità per una ruolizzazione) necessita  la compresenza di forze interattive  già ruolizzate e mature, capaci di orientare grazie ad operazioni docimologiche, strutturali sistemiche. Ora, col bambino coagiscono ed interagiscono famiglia, società, scuola, stato  con compiti, considerati diversi, ma in effetti eguali se si tiene presente il fine  educativo e/o formativo, specie se il procedimento è univoco sul piano dell’unitarietà metodologica.
Ne consegue che nel momento operativo scolastico (sia strutturale che sistemico) le singole fasce,  turbate nella loro sfera,  operano saltuariamente ed irrazionalmente,  impedendosi reciprocamente, non raggiungendo gli obiettivi, disperdendosi in un lavoro settoriale, burocratico e quotidiano: una prova è il consiglio di classe dove le  componenti genitori, alunni, insegnanti, si fronteggiano su posizioni diverse, senza avere la coscienza del loro ruolo specifico, dei compiti, delle funzioni in una libertà di metodo (utile ai fini del pluralismo democratico!) e varietà procedurale, con l’esigenza di una scansione programmatica e di rilievi esterni d’ordine disciplinare.

E’ dunque da ipotizzare  una nuova tipologia di insegnamento?

Ritengo che non si possa insegnare se non si stacca nettamente l’alunno, la scuola e la cultura dell’infanzia dall’ambito della città (intesa come il mondo delle interferenze politiche sociali economiche ecc) e non si situi in zone lontane dalla cultura ufficiale, convenzionale, conformata dell’adulto: ci vogliono strutture ed edifici scolastici lontani dalla vita cittadina, dove far crescere la pianta dell’anthropos, secondo le concezioni umane funzionali razionali scettiche: molti conoscono i miei progetti di scuola separata  in zone agricole, in immense aree  sia per i ragazzi (3-13) che per giovani (15-18).
Comunque. a mio parere,  se si fa un’analisi  superficiale sulla scuola e si procede statisticamente  va a finire che la scuola italiana è una delle migliori in Europa perché  conforme ai suoi compiti primari  di formazione e di educazione generale e capace di dare, a certi livelli, possibilità occupazionali e professionali come per il passato.
Se si fa uno studio  serio e mirato  alle singole strutture e poi si valuta l’intero sistema  di insegnamento-apprendimento si rileva un disagio in tutti gli operatori scolastici, una crisi culturale, un malessere diffuso.
L’insegnante in un sistema  basato sullo scambio culturale in un continuo passaggio dalla fase di ricevenza a quella di emittenza  e viceversa  in una variabilità situazionale,  è vittima incolpevole.
Egli è stato abilitato all’insegnamento senza la necessaria preparazione pedagogica, psicologica,  docimologica per cui la sua possibilità di insegnamento (dal tardo latino insignare incidere, imprimendo signa, segni  come marchi  di riconoscimento sul bestiame in un codice agricolo) non marchia alunni, che  sono di un altro codice.
Inoltre né l’insegnante né l’alunno conoscono la comunicazione che sottende un processo  non direttivo, ma paritario, che trasforma la superiorità dell’adulto, che imprime segnali, in cooperazione e cogestione, sulla base di dati informativi in uno scambievole aiuto in una interazione psico-sociale, in un ritrovamento dei comportamenti  individuali dei singoli giovani cointeressati  all’argomento e al problema, tesi a passare  da uno stato di dipendenza  a quello della partecipazione, al fine di consentire, non assentire.
D’altra parte con la comunicazione la competenza si sostituisce alla superiorità  gerarchica, in quanto non c’è lezione con l’insegnamento tradizionale di un lector medievale.
Questi aveva abilità  di lettura  ed insegnava  tramite la conoscenza  delle Sacre Scritture  in un tentativo  di tradere la cultura del passato al presente per un’ attualizzazione  concreta: l’insegnante, invece,  ha la docenza,  cioè  una risultanza  di conoscenze  interrelate  in una visione sincronica, che ne sottende una diacronica,  con valutazione dell’asse unitario sincronico-diacronico, per una proiezione  possibile  in un sistema ordinato,  le cui strutture funzionali  si esprimono in una fusione operativa  continua nella prassi  quotidiana.
La docenza implica un’informazione ampia e rielaborata  personalmente data per una ricerca oggettiva  regolata, a seconda  delle esigenze  dell’alunno e della classe,  già tramata in uno schema  paradigmatico e sintagmatico, metodologico, che autorizza una decisionalità in situazione lavorativa, tagli, riconversioni (specie in caso di errori e deviazioni tematiche e procedurali).
Di conseguenza la docenza comporta  professionalità di chi docet  insegna, svolgendo una funzione educativa di avvio, di guida di orientamento nella ricerca del Sàpere (esperienza conoscitiva, intesa come crescita  dell’essere, individuale, che assapora , provando ciò che càpita).
Docere diventa così un insegnare pratico  in quanto  autorizza  a mostrare i passi da fare, la via da seguire  marcando i signa  le orme  spiegando il percorso  formando un iter  sempre nuovo  in un’ evidenziazione  delle abilità decisionali in rapporto alla situazione  storico-socio-economico-politica, culturale e letteraria, in relazione all’altro viandante , nel rispetto della contestualità altrui e per un vantaggio personale: esso è anche segno di autorevolezza di un’ auctoritas riconosciuta.
Docere è segnare  i connotatori, dopo aver fatto la situazione  in una ricostruzione  del sistema-struttura  per fare un punto situazionale  al fine di un intervento costruttivo sull’altro, sulla base della conoscenza scolastica.L’insegnante però , formatosi crocianamente (magari) attento talvolta  al nesso opera -ambiente, segue, a volte l’angolazione desanctisiana e gramsciana e crede di poter dare la sua preparazione  scolastico-nominale, come informazione, all’alunno. Non riesce, però, in tale operazione perché,  avendo  tale formazione e seguendo i programmi ancora gentiliani, non ha effettiva competenza  (come sistema di conoscenze acquisite sul piano lessico-morfosintattico, su quello semantico e referenziale – e tanto meno una abilità esecutiva  che  permetta  di fare una situazione storica  tale da confrontare col presente,  in modo da fare proiezioni per un intervento costruttivo).
Egli non ha una professionalità come il medico che dall’esame mediante anamnesi  e da quello diretto  strutturale in situazione,  può diagnosticare  e dare una terapia  su base probabilistica,tuzioristica, in relazione al quadro  contingente delle analisi cliniche: non è abilitato ad un lavoro sistemico-strutturale  e tanto meno ad una valutazione con giudizio epistemico,  essendo preso dal nominalismo e dal nozionismo ideologico. E’ abituato, in una continua  ripartizione  dei programmi ministeriali, a procedere  in un faticoso, quanto inutile  lavoro di manovalanza intellettuale, che lo costringe ad obbedire a certe scadenze trimestrali o quadrimestrali e a dare “quantità  informativa”. Non ha neppure possibilità effettive di programmare, progettare, pianificare,  seppure si parli di attività curricolare, di interdisciplinarità e nei collegi dei docenti e nei consigli di classe. Demotivato e poco pagato assiste passivamente, nonostante qualche incentivazione orale del preside o di colleghi più velleitari e spontaneistici, comunque, delusi dalla scuola e dal sistema governativo, che privilegia categorie  più produttive.
L’insegnante, non essendo orientato pedagogicamente e didatticamente fa scuola insegnando ciò che sa e ciò che deve insegnare, secondo tradizione, senza una logica costruttiva, senza attenzione all’alunno, senza porsi il problema educativo: egli è sul piano dell’informazione emotivamente spontaneo, cosciente di essere in una condizione di sottoproletariato letterato,  costretto a svolgere un ruolo senza funzione, disturbato dai mass media, dalla famiglia, dalla chiesa, dai sindacati, dal collegialismo e dall’assemblearismo.

Il povero insegnante  è trascinato all’apatia  dalla monotonia ripetitiva, agitato dal velleitarismo aggiornativo di dilettanti formatori ministeriali, profumatamente pagati,  sindacalizzati: è ucciso nel suo elementare lavoro dalla pubblicazione specialistica propagandante una riforma scolastica mai attuata.

Reclutato secondo forme concorsuali  facilmente pilotabili e con logiche clientelari partitiche, l’insegnante si presenta  all’opinione pubblica  con la tipologia di buon uomo connotato di buona cultura generale, senza una funzione sociale, in un momento di alta specializzazione e di ricercata produzione dove ogni imbecille  che opera con impegno  su una sola cosa raggiunge il massimo,  data la  semplicità del prodotto.
Espressione vecchia del sistema agricolo paesano  il professore intruppato vive la sua esperienza scolastica  senza confronto e senza  personalità: gli errori del sistema scolastico (verticismo burocratico, impostazione ancora crociana e gentiliana, assemblearismo senza la competenza individuale, la collegialità senza la pianificazione  soggettiva, l’obiettivismo senza l’oggettivismo, la sconnessione strutturale , il maggioritarismo come espressione della minoranza, l’oclocrazia come regime ecc.) sono spia di una situazione critica molto più complessa statale  ed istituzionale,  che condiziona  il professore che  può solo professare  la sua nominale conoscenza,  inadeguata ai tempi.
Ormai l’insegnante è considerato come colui che insegna perché non sa fare niente e perciò la scuola è diventata il rifugio di tutti i perdenti, gli scansafatiche, delle donne  in cerca di una funzione, insomma un immenso teatrino dove si recita un ruolo  di docenza senza saperla professare ed ognuno recita a modo suo.
Non è, però, il caso di generalizzare: ci sono molti insegnanti che lavorano  seriamente specie gli uomini (meno le donne che salvo poche, vanno a  scuola per ben altri motivi), non  sono docenti gli ingegneri, gli architetti, psicologi,  dottori in discipline  giuridiche o  i  tecnici e i commercialisti, revisori di conti ecc., uomini che hanno uno stipendio in più,ma non sanno neanche cosa vuol dire insegnare, come tutti i professori impegnati in politica.

Se necessita una nuova docenza  con un nuovo insegnante,  non è necessario anche un nuovo alunno, che abbia un diverso rapporto  col professore?

Secondo me, per ottenere un nuovo rapporto tra le parti del sistema  scolastico,  specie tra alunno ed insegnante e tra alunno ed alunno  e tra alunno e famiglia, è necessaria la comunicazione,  intesa come azione del comunicare ( da cum munus) come procedimento verbale  che intercorre tra emittente e ricevente,  tramite un canale, in un contesto, con un codice, comune,  per l’invio di un messaggio, connotato sulla base lessicale  da due valenze significative, compito e dono in reciprocità.
La comunicazione rientra  nell’area semantica aristocratica in quanto munus è termine  che sottende da una parte il compito  del nobile (militare e  sacerdotale)  e dall’altra  il dono è espressione comunicativa  di due patroni  secondo le formule della munificentia sul piano della paritarietà.
Ora la nostra società di base agricola acculturata secondo linee americane, industrializzata rapidamente,  evidenzia la crisi di valori  specie nel linguaggio misto.
Esso, essendo una risultanza confusa di cultura  agricola e  industriale, risulta una strana lingua  usata da soggetti né agricoli né industriali, che vivono senza una propria cultura.
Il linguaggio presenta forme  della tradizione  operativa paterna  con parametri  valutativi immediati, derivati dalla funzionalità industriale   propria della  organizzazione sistemica.  in cui si vive
Inoltre esso  ha in sé la presunzione  di chi  non comunica  perché  non ascolta e  non ha rispetto dell’altro  che in situazione ha possibilità paritarie e competenze  medesime  per la soluzione del problema, in un’arroganza di modi, senza più la docilità contadina.
Nel rapporto tra insegnante ed alunno i due  hanno il ruolo di emittente e di ricevente  a seconda delle situazioni  che autorizzano l’interscambio  in quanto l’uno assume la leadership verbale  a seconda della competenza  mentre l’altro interiorizza nell’ascolto il messaggio ricevuto per rimandarlo in relazione alla sua ricchezza  cambiato e modificato  alla luce delle sue valutazioni e del suo patrimonio culturale in un processo educativo senza fine.
Il rapporto perciò è connotato da un continuo flusso di pensiero  interpersonale  per un obiettivo comune  da conseguire  dalle persone  interessate, in un’interazione di modi e di piani senza la gerarchia, in relazione alla competenza.
Ciò avviene però solo in un rapporto connotato da rispetto e da empateia:  ora, il rapporto sta diventando sempre più problematico per la disistima dei docenti e per la  sfrenatezza dei ragazzi abituati ad avere quanto vogliono, ad essere protagonisti  anche nel male: il processo educativo diventa sempre più difficile e la stessa comunicazione è considerata  espressione di debolezza davanti  all’arroganza giovanile, volgare  perfino nelle manifestazioni  verbali.

E la famiglia come si immette nel rapporto comunicativo tra insegnante ed alunno?  

La famiglia,  disagiata, ha demandato in questi ultimi tempi l’educazione ai professori  e sembra non volere entrare  nella operatività della sfera dell’insegnante, mentre quella agiata segue e complica la vita dell’insegnante con le sue interferenze  ostacolando il lavoro.

La famiglia non dovrebbe entrare nel campo tecnico didattico-metodologico, dove l’insegnante dovrebbe fare le sue sperimentazioni e  svolgere il suo compito servendosi anche dell’ausilio della famiglie e delle istituzioni in senso formativo,  dove  è necessario  procedere di pari passo  secondo la stessa metodologia  per meglio definire la personalità dell’allievo.

Certamente la famiglia può, là dove è possibile,  entrare anche in merito scolastico, ma  deve assecondare il processo educativo   in modo da coadiuvare  il docente ( senza interferire in problemi tecnici  e valutativi) o il preside sulla gestione scolastica specie in caso di autonomia, data la rappresentanza del consiglio di istituto.

In conclusione  il carrozzone della scuola, anche con una cultura dell’infanzia  all’italiana, può andare avanti  con un qualche successo perfino in Europa?

Noi italiani siamo i maestri di un vivere equivoco e contraddittorio e sappiamo lentamente  seguire gli altri e avviarci verso  una certa correttezza  formale e quindi scolasticamente  forse potremo anche allinearci,  ma scieremo  come quelli che non hanno i fondamentali  e che spesso sono pericolosi  sulle piste per sé e per gli altri, se non procederemo con metodo.

 

Un prefetto tiberiano- A.Avillio Flacco

A.Avillio Flacco

Aulo Avillio Flacco, fu governatore dopo Ibero, che aveva sostituito brevemente Vitrasio Pollione (Dione Cassio,St. LVIII,19,6) uomo probabilmente di Seiano  e governò  Alessandria e  Egitto dal 32  fino al 38.
Flacco, dopo essere stato uno del seguito di Tiberio, tra i consiglieri finanziari e tributari, fu inviato in Egitto in quanto suo fedelissimo ed abile  amministratore, iure gladii, con funzioni giudiziarie e militari.
Come tale fu eccezionale,  date le capacità di intelligenza e di perseveranza, di rapidità intuitiva ed abilità realizzativa, considerate le doti di perfetto oratore, perspicace osservatore, conoscitore di uomini  ed interprete sapiente  di parole , di fatti: tale giudizio è di  Filone, suo nemico, e perciò le lodi sono reale riconoscimento del suo valore.
Egli fu rapido ad entrare nella difficile ragnatela  amministrativa dello stato egizio  e nel complicato sistema  ancora lagide di  equivoca comprensione per un romano.
L’errore rilevato da Tiberio Alessandro,  giudeo apostata, un  suo successore  come prefetto di Egitto nel 69 d.c. di aver riscosso i tributi senza computare le immunità prediali, deve farci pensare che Filone può aver  amplificato l’operato di Flacco, ma non intacca il sostanziale precedente giudizio.
D’altra parte Filone procede in questo modo (e lo dichiara apertamente) per  evidenziare con  la pars destruens del suo discorso le accuse di eccidio giudaico (cfr.  Flac. 6-8 cfr  CIG-corpus iscriptionum graecarum- III,4957) e marcare il suo radicale cambiamento, degno di punizione.
Flacco, impratichitosi, dunque,  della normativa del  sistema tributario e finanziario egizio, grazie all’apporto dei funzionari alessandrini, costituito da una massa di scribi, la semplificò mantenendo i migliori dei numerosissimi segretari, ufficiali e   cancellieri giudiziari, sapendo gestire con integrità , seppure con un certo dispotismo, i tanti impiegati della tesoreria alessandrina e  delle segreterie  dell’ex regno tolemaico. Specificamente aveva dignità  regale nel reggere lo stato, ben commisurata con la forma esteriore; sapeva giudicare  con l’aiuto di funzionari in carica; non si faceva intimorire dai violenti;  impediva le riunioni di popolazione promiscua e tumultuosa specie se organizzata, secondo  summorie, che venivano sciolte d’autorità e fermezza, in caso di tensioni.
Anche sul piano militare Flacco  assicurò una regolare funzionalità, dopo aver dato al paese e alla città una perfetta osservanza  della legalità sociale: ricostituì le truppe,  dando un nuovo assetto  in relazione alla  città e al territorio egizio,  faceva esercitazioni continue,  tenendo in allenamento le truppe di  fanteria, di cavalleria e di armati alla leggera .
Pur esigendo  obbedienza ai capi  nei militari non graduati,  li proteggeva dalle angherie degli ufficiali superiori, che tendevano ad appropriarsi degli stipendi  dei subalterni ed inculcava loro il senso di dovere  in ogni situazione e specialmente educandoli alla  neutralità, in faccende estranee al servizio  e nella tutela della pace, secondo la logica di Seiano.
Accanto a Flacco  come cancelliere era Lampone  e come funzionario  popolare Isidoro  che rimasero correttamente al loro posto fino all’avvento del regno di Caligola e alle  sue prime azioni in senso popolare e militare, e furono strumento del prefetto.
Il nostro esame tende a rilevare  il carattere  e  del governatore e quello dei due, la loro funzione e il loro specifico compito nell’entourage del governatore in carica, senza entrare specificamente in merito al problema giudaico e senza valutare moralmente, per cercare di capire non solo il mondo giudaico alessandrino e le ultime fasi del regno tiberiano, ma anche il complesso mondo ellenistico in genere e quello  della diaspora giudaica e  del sistema imperiale romano ecumenico, di cui Flacco e  gli altri uomini sono solo un esempio di funzionalità. in una situazione difficile quale quella della successione dinastica, come conclusione di una lotta tra i due partiti, quello  giulio  e quello claudio, schierati a favore di Gaio Caligola  (meris… ton theton, la parte degli adottati)  e di Tiberio Gemello (meris… ton gnesion, la parte dei legittimi per nascita) e all’inizio di un contrasto tra il giovane monarca e la famiglia, il senato e la classe equestre.
Nell’esaminare la complessa vicenda e i personaggi, attori della politica alessandrina, si apre un altro grandioso scenario quello di Roma, sotteso alle notizie filoniane, in cui gli avvenimenti della morte di Tiberio e della successione di Caligola  con il successivo omicidio del coerede Tiberio Gemello  e poi del capo dei pretoriani, Macrone, e del princeps senatus Silano determinano un cambiamento totale di politica e di amministrazione in Alessandria e  in ogni città dell’impero, dove  i partiti filogiuli e filoclaudi si contendono il primato cittadino, ad di là delle divisioni etniche e delle suddivisioni interne alle stesse etnie: dalla capitale le notizie  dell’avvento al trono  del nuovo imperatore con l’instaurazione della sua neoteropoiia,  palese già alla fine del 38, irradiandosi per il mondo romano, diffondono il messaggio  dell’inizio di un’era nuova.
I governatori delle province, specie di quelle imperiali, Siria e Giudea ed Egitto, sono maggiormente interessati al cambiamento di regime e  cercano di adeguarsi al  regime imposto dal figlio di Germanico, espressione delle forze popolari e  militari.
Flacco, che era stato  un  governatore tiberiano, filoclaudio, che aveva accusato Agrippina , madre di Caligola, e determinato la morte non solo di lei ma anche dei due fratelli, Nerone e Druso, sorpreso dalla elezione del nuovo imperatore, amareggiato dalla uccisione del coerede nipote diretto dell’ex imperatore,  da lui favorito,  annichilito dalla morte di Macrone, suo protettore, e poi da quella di  Silano  con cui era collegato,  colpito da queste mazzate  aveva disperato della sua salvezza, nonostante l’amnistia e la distruzione degli incartamenti  relativi le cause del periodo di Tiberio.
Quindi Flacco,  dal momento della nomina di Caligola ad imperatore  e del suo riconoscimento a Roma il 28 marzo 37  fino al compleanno  del 31 agosto del 38,  fu in grande ansia ma  ebbe tempo di manovra per difendersi da accuse possibili.
Le notizie  negative,  progressive, dopo un intervallo di otto mesi, compresa la malattia di Gaio,   avevano dato tempo e possibilità di autodifesa, in caso di accuse contro la sua persona e il suo mandato di governatore.
Egli sicuramente preparò un piano che doveva essere suffragato dalla testimonianza del senato alessandrino e dai rappresentanti popolari di Alessandria, oltre che dai cives romani alessandrini.
Il caso dei cinque magistrati e di curatores viarum , vittime di Caligola  e quello   di Gaio Calvisio Sabino, tornato dalla Pannonia (Dione, St. LIX, 18,4), che aveva governato,   costretto a suicidarsi  e quello di Tizio Rufo ( Ibidem 18,5)   dovevano avere impaurito ancor di più il governatore di Egitto.
La persecuzione di uomini del ceto senatorio e equestre accentuò ulteriormente la paura di Flacco, che dovette anche predisporre ogni cosa per la divinizzazione di Drusilla, la sorella di Caligola morta il 10 giugno, che  fu venerata come Panthea (Dione, St. LIX,11).
Filone, senza informarci sulle condizioni della madrepatria Gerusalemme, sugli avvenimenti accaduti nell’ex regno erodiano e sull’azione militare di  Lucio Vitellio, governatore di Siria, accenna  solo ad una reazione antigiudaica di Pilato, (Leg.301) fa la situazione del giudaismo ellenistico sia di Alessandria, che di Egitto che di tutta la diaspora, evidenziando che  non era stato inviato  il decreto del sinedrio, in cui si facevano le congratulazioni  per il regno a Gaio e le felicitazioni  in relazione a quanto fatto e testimoniato nella città santa nella Pasqua del 37  (Ant giud. XVIII,  Leg.231-2) per la malevolenza  di Flacco, che non aveva  fatto il suo dovere e che poi fu svolto in ritardo da Erode Agrippa, che lo inoltrò,  diciotto mesi  dopo, con le scuse per il ritardo. (In Flaccum, 93, 103).
Noi sappiamo che Caligola  aveva iniziato una campagna antiaristocratica  tale da sminuire la  auctoritas  senatoria ed equipararla , ironicamente,  quasi a quella del suo cavallo Incitato  tanto che  gli storici  a quel punto cominciano a considerare l’imperatore pazzo come se il suo regno fosse finito alla fine del 38.
In effetti la volontà di Caligola di annientare il senato era connessa con la posizione infida di quel consesso; il giovane imperatore era uomo di grande intelligenza, di  dissimulazione e simulazione e secondo Flavio (Ant.Giud, XIX,208) valentissimo oratore espertissimo della lingua greca e latina, sapeva come rispondere a discorsi pronunciati da altri, dopo lunga preparazione, e mostrarsi presto e più persuasivo anche quando si dibattevano argomenti di grande interesse: e  risultava  tanto abile  perché egli aveva in questo una attitudine naturale,  potenziata da una pratica acquisita con il continuo esercizio.
Egli era stato per 6 anni presso Tiberio a Capri a scuola di recitazione e di simulazione, secondo i modelli di Augusto e di Tiberio, mentre madre e fratelli venivano condannati e mai si era lasciato sfuggire una parola compromettente, mai un gesto sconsiderato (Tacito, Annales, VI,20,1); aveva accettato sempre ogni azione di suo padre adottivo, memore degli insegnamenti  della  bisnonna Livia e della nonna Antonia.
Caligola, dopo il discorso del 1 luglio del 37, al suo primo consolato,  divenuto programmatico  sia per lui che per il senato, che stabilì per decreto che le parole dette  fossero rilette ogni anno (Cassio Dione, St.,LIX,6,7), in cui aveva condannato le azioni di Tiberio  rimproverate dall’aristocrazia, eseguite, comunque , e con cui  pur mostrando condiscendenza verso il senato, era stato tanto abile da smascherare il comportamento pavido ed infido senatorio.
Aveva  poi mostrato  la sua intelligenza superiore e  rapidità di  decisione  nel momento della malattia, quando nominò Drusilla, che si era separata da Cassio Longino e si era sposata con Marco Emilio Lepido, erede dei suoi beni e dell’impero (Svetonio, Caligola,24,1) proprio quando aveva visto Macrone e Silano spostarsi verso il coerede tiberiano Tiberio Gemello, per loro unica alternativa al morente imperatore.
La successiva eliminazione dei tre e la sua accusa verso il senato doppiogiochista,  inchiodato alle sue  responsabilità, evidenziavano  il piano di un governo assoluto, la ricerca di uno spazio totale  per  governare senza il senato, solo con il sostegno popolare e  militare: non per nulla era  solito ripetere, secondo Svetonio, il verso omerico uno sia il capo, uno il re (Iliade,2,204).
Egli  gradualmente  minava il  prestigio senatorio costringendo i senatori ad indebitarsi con allestimenti di giochi  popolari e col fare le campagne elettorali, dopo che aveva ripristinato  le elezioni dei magistrati da parte dei comizi (che erano state abolite) in quanto  cardine dell ‘ordinamento politico repubblicano.
Era questa una strategia  attuata al fine di impoverire il ceto senatorio e rimpolparlo con uomini novi che potevano comprare sia il titolo equestre che quello senatorio, e che, provenendo dalle province, erano più malleabili, meno pretenziosi e  più fidati, certamente non infidi e non portati alla congiura, dati i rapporti di dipendenza  con il princeps.
In effetti Caligola avendo  un team giovane  di rilievo in questo periodo composto, oltre che dai famigliari Lepido e dalle tre sorelle, dai re Erode Agrippa  ed Antioco di Commagene,  tyrannodidascaloi / maestri di tirannia,(Dione Cassio,St. LIX,24,1), puntava anche su  uomini come Callisto,  Pallante, Protogene, Elicone, liberti della nonna Antonia di pieno affidamento  ed amministratori capaci, scaltriti da un lungo esercizio commerciale.
In questa fase Caligola obbligava chiunque ad avere coerenza  pratica  così da mantenere quanto detto o giurato, cosciente che lealtà  sia coincidenza tra il piano espressivo  e quello operativo: non per nulla  obbligò Afranio Potito ad uccidersi perché aveva promesso di sacrificare la vita se l’imperatore guariva e  Atanio Secondo a combattere nell’arena  per la promessa fatta per la sua guarigione.
E’ chiaro che Caligola  accentrando in sé non solo il potere ma distribuendo le cariche in modo  clientelare  aveva tolto la possibilità di reclutamento ai senatori di clientes  obbligando loro stessi ad essere suoi clientes con la salutatio: chi non osservava tale dovere e o chi non veniva ricambiato, praticamente era un uomo morto.
L’uso della salutatio diventava un vincolo sicuro di amicizia, che toglieva inoltre il rapporto tra le varie famiglie aristocratiche ora  in lotta per essere vicine al nuovo imperatore, anche se costrette ad un’azione servile, a riconoscersi inferiori rispetto all’autocrator.
Inoltre Caligola era un anomalista  cioè seguace di  un sistema  letterari- opposto a quello  analogista- , basato sul sublime , includente un modus vivendi  opposto a quello convenzionale e normale, come espressione istintuale, secondo norme di creatività e genialità (cfr  Pseudo-Longino, Peri Ypsous,8)
Caligola mostrava il sublime in sé , nelle sue costruzioni, nel suo vincere terra mare e cielo, nel suo essere unico rispetto a tutti gli altri: la salutatio  matutina da  forma aristocratica usata da ogni nobile famiglia per la tutela della clientela,  diveniva forma unica imperatoria,  che comportava omaggio dovuto al solo princeps ( che neppure riceveva , ma delegava i suoi rappresentanti per tale ufficio) patronus.
In effetti  Gaio riprendeva il sistema già adottato da  Tiberio e Seiano che avevano obbligato la nobiltà alla salutatio a contendersi questo favore del princeps, facendola rimanere per giorni in attesa.
La salutatio però comportava per Caligola l’esigenza di una dimora di una domus aurea  , che non aveva a Roma per accogliere  in modo magnifico  i tanti che si sarebbero presentati  a salutare l’autocrator.
Da qui la magnificenza  delle sue costruzioni in ville nei dintorni della città e in Campania, seguendo il modello di Tiberio, prima di stabilire la propria residenza, non essendo ancora certo di quella romana sul Palatino.
Sembrava che lui volesse  assoggettare la natura,  realizzare l’irrealizzabile,  in quanto tendeva  all’adrepebolon ( Peri ypsous,8)  Svetonio (Caligola,37,3)  vennero gettate dighe nel mare  tempestoso e profondo, furono tagliate rupi di selce durissima  elevate pianure all’altezza di montagne …livellate le cime più alte a forza di scavi e tutto ciò avveniva  con incredibile rapidità.
La singolarità della sua figura e delle sue azioni e dei suoi viaggi doveva essere rilevata  come quella della sua donna  e dei suoi amici, invidiata ed emulata  dagli aristocratici che, imitando, dovevano impoverirsi e quindi dovevano essere sostituiti da uomini novi provinciali.
Le sue navi avevano poppe ornate di gemme  e vele dai colori sgargianti,  in cui c’era un grande numero di terme, portici, sale da pranzo,  ma anche una immensa varietà di viti ed alberi da frutto . Con navi  di tal genere  navigava lungo le coste della Campania (Svetonio, Cal. 37,29),e le sue spese dovevano essere eccezionali, sia per i pranzi inimitabili per portate, qualità e quantità di cibi, anomali rispetto al sistema normale culinario, fuori cerimoniale, tanto da sbalordire la pur decadente aristocrazia che, per imitarlo, si indebitava  per un pranzo da offrire all’imperatore: Caligola faceva  servire pietanze  coperte di sfoglie d’oro, beveva perle preziose sciolte nell’aceto,  faceva banchetti di oltre 10 milioni di sesterzi , sperperava a volte in pranzi  le tasse di tre province,  faceva indossare gioielli alla  moglie (Lollia Paolina) di 40.000.000 di sesterzi.
Nei primi mesi Caligola sperperò circa 2.000.700.000 sesterzi (Svetonio, Caligola,37) l’eredità di Tiberio e 90.000.000 del suo stesso patrimonio: per queste ingenti spese l’imperatore  aveva accanto a sé molti trapezitai alessandrini, dipendenti propri dell’alabarca di Egitto, che era  l’amministratore dei beni della nonna (Flavio Ant. Giud.XIX,276.) amico di vecchia data di Claudio, probabilmente cittadino romano, come poi suo figlio Tiberio Alessandro.
Chiaramente Caligola così vivendo nel lusso più smodato  costringeva l’aristocrazia all’imitazione e quindi alla rovina allorché era incaricata di allestire una cena per il principe: ci volevano vari argentarii per finanziare  una tale impresa: nessun senatore ,che aveva un patrimonio minimo , quaranta volte minore della parure di Paolina , poteva competere con la forma imperiale a cui, comunque, doveva attenersi, se voleva invitare l’imperatore.
Se da una parte il suo comportamento anomalista lo distaccava dal senato, l’ amore per le corse  di cavalli per i combattimenti e per le rappresentazioni teatrali, essendo un  comune ideale per la gioventù e per la plebe, che sempre di più lo seguivano (anche perché era cancellata  l’etichetta e quindi più facile l’incontro e il suo rapporto) lo avvicinava al suo popolo …
Filone  che  non parla di questo  cambiamento a Roma, da cui venivano echi secondo la lettura  critica sacerdotale dei giudei delle sinagoghe romane, ostili a tale sconvolgenti ed innaturali atti, vede solo la trasformazione che avviene in Alessandria nel comportamento del governatore e nel nuovo rapporto stabilitosi tra il prefetto e i caporioni popolari.
Egli afferma che improvvisamente c’è una cambiamento di direzione amministrativa in quanto Flacco, da retto governatore diventa inetto e insicuro e per di più risulta  un fantoccio dominato dai due  alessandrini, popolari, che, essendo espressione della massa popolare,  gli   impongono  di procedere in senso antigiudaico (Flac. ,41)…
A dire il vero il prefetto si serve dei  caporioni e finge di essere da loro dominato: egli infatti fa ordinare ad Isidoro perfino una protesta con accuse contro di lui dal ceto più umile della città.
Insomma il piano antiebraico veniva realizzato, ma il prefetto  doveva rimanere esente da colpe: i colpevoli erano già pronti.
Filone  sembra invece credere a questo rovesciamento teatrale , proprio della peripeteia tragica,  e  nella descrizione di questi tre personaggi   mostra come sia stato  modificato il carattere del governatore rilevando la sua paura e la sua depressione.
Filone indulge al tragico, non è  storico; Filone dà una verità letta dall’angolazione giudaica nobiliare, doppiochista, abile a tenere la posizione ambigua, pronta per la scelta più redditizia.
I  mestatori alessandrini , comunque,   sono collegati con altri elementi  attivi alla corte di Caligola, probabilmente  Elicone,  una specie di ciambellano factotum sempre presente in ogni momento della vita quotidiana del sovrano (Legatio,166-178) ed inizialmente anche  col governatore.
Questi capirono che  era imminente una persecuzione contro gli ebrei e che si riprendeva la persecuzione secondo le linee già indicate da Seiano e  fecero piani in relazione all’azione permissiva  di Gaio nei confronti di servi, che facevano delazione contro i padroni. (Flavio, Ant. giud. XIX,1-3): l’azione contro tutto il popolo giudaico sta per iniziare  (sumpan.. to ethnos Filone, In Flaccum,1) e Flacco coordina il suo operato parziale (merei  Ibidem) contro i giudei alessandrini, esteso  anche a quei luoghi dove può arrivare la sua auctoritas.
Perciò  Avillio Flacco , coinvolto,  da buon governatore tiberiano divenne spietato  aguzzino degli ebrei, per mostrarsi zelante nella  accettazione della neoteropoiia caligoliana  per farsi perdonare le colpe avute  contro la famiglia giulia, l’appartenenza al partito filoclaudio, appoggiando  all’improvviso il partito popolare e militare alessandrino e i suoi caporioni che promettevano di assisterlo con tutto il popolo e  il senato cittadino in caso di  denunce contro la sua persona.
La condizione di sudditanza di Flacco é spiegabile  anche perché  Caligola, divorziato da Orestilla,  dopo la morte della sorella, sua amante,   dopo il viaggio in Sicilia, e la costruzione del porto di Reggio  come scalo intermedio tra Alessandria e Roma delle merci di grano,  inizia a colpire i consolari accusati di tradimento (Dione Cassio, St., LIX,11)
Insomma gli alessandrini avevano saputo della volontà di Gaio  di cambiare totalmente politica interna ed estera, specie dopo il nuovo  matrimonio  con Lollia Paolina (Dione Cassio, St.,LIX,12,1) , momento in cui  vengono esautorate implicitamente le sorelle, Agrippina e Livilla, poi esiliate, determinando un altro cambio di team, in cui rimanevano solo i liberti.
La  nuova situazione romana era ben  conosciuta  ad Alessandria, da parte greca e da parte greco-giudaica,  come anche la politica estera: i piani di Caligola di fare una doppia spedizione (una germanica ed una partica) dovevano servire  per avere una gloria militare  per debellare il potente consesso senatorio e liberarsene del tutto.
Quella germanica già era nell’aria alla fine del 38 e quella partica era stata  anticipata dalla elezione di  Erode Agrippa a re di Iturea e regioni limitrofe, di  Antioco  a re di Commagene e dei figli  di Coti      (Ibidem,12,2) a re di Ponto e  di Tracia ,  dopo che Vitellio aveva ripristinato l’ordine in Siria ed al suo posto era stato inviato Petronio Turpiliano ( Flavio ,Guer. giud. II,10, 1-5;Ant. giud.XVIII,262 ss  Filone Leg.207-260): bisognava estirpare i collegamenti che c’erano  tra lo zelotismo palestinese e quello partico, limitare il potere finanziario ed economico dei giudei ellenisti della diaspora, al cui centro era il giudaismo alessandrino, riprendendo la politica seianea antigiudaica.
Inoltre era ventilata anche l’idea di un suo abbandono di Roma e di un viaggio che poteva essere definitivo  in quanto si diceva che aveva intenzione di guidare il mondo da Alessandria, riprendendo il disegno di Cesare e quello del suo bisnonno Antonio, accarezzato anche da suo padre Germanico, sempre però dopo l’impresa germanica.
L’azione di  ripristino della  giustizia in Alessandria, quindi,  non aveva gran valore per Caligola  per il quale solo contava  l’allineamento alla sua politica interna ed estera.
Questo  cercarono di far capire al governatore  Lampone ed Isidoro: il vecchio sistema era finito, tutto era cambiato ed un nuovo ciclo iniziava.
Da qui  il via libera al popolo di Alessandria che può attaccare quei giudei della medio bassa borghesia, non ellenizzati, che abitavano in due quartieri della città: l’assalto fu su questa parte della città integralmente giudaica, non su quella parte degli altri tre quartieri dove i giudei vivevano misti ai greci.
Filone parla del sequestro di 400 case (Flac.94) e di  ammassamento della popolazione giudaica in una zona ristretta di un  quartiere  e quindi tratta della strage fatta su una parte della popolazione giudaica e su una parte del sinedrio (38 membri) e specificamente di tre membri sinedriali,  di cui fa i nomi.
Filone descrive la tragica sofferenza giudaica rilevando tre fasi di progressiva ostilità  nel comportamento antipopolare giudaico del governatore:  la prima in cui si  facevano trapelare le sue intenzioni ostili  velatamente  nel corso dei processi, nel rifiutare colloqui con i giudei , nell’accogliere solo formalmente Giulio Erode Agrippa  re e famigliare di Gaio, facendo finta di  ignorare le beffe fatte  al suo indirizzo   e la parodia del suo incoronamento e del suo rango pretorio;
la seconda fase  come profanazione delle sinagoghe con l’installazione della statua di Panthea Drusilla probabilmente e non di Gaio, non ancora deificato,   trascurando la possibile reazione dei giudei non solo di Alessandria e di  Egitto (un milione ) ma di tutta la diaspora (1’500000) e delle ripercussioni negative in ogni città, dove la popolazione giudaica era diffusa;  la terza fase come  abolizione della posizione giuridica tramite l‘atimia  per cui i giudei divennero  stranieri (csenoi) ed estranei al paese ( epelydes Flacc. 53-54) per cui i greci potevano darsi al saccheggio  anche delle case, rovinare il florido commercio ebraico,   abolire quindi  la costituzione augustea  imprigionando  membri del sinedrio, facendo stragi, crocifissioni torture, dopo aver ghettizzata la popolazione giudaica in un settore di un solo quartiere e il più piccolo.
Ma una parte del giudaismo la più numerosa è salva: il prefetto  si serve di essa che è tra i notabili della città in quanto è pars ellenizzata  aristocratica  sacerdotale, oniade, di cui fa parte Filone,la sua  famiglia  quella di suo fratello  Alessandro, quella di tutti i discendenti di Onia IV ( come  i discendenti della  famiglia di Boetho  suocero di Erode il grande) che formano l’élite di Alessandria, costituita da uomini dell’alta finanza (trapezitai), da capitalisti                 (poristai), da armatori (naukleroi) e da  grandi commercianti (emporoi), dominatori dei due porti alessandrini, ben collegati con gli argentarii romani, congiunti perfino con Antonia minor, la nonna di Caligola.
Anche questi avevano i loro informatori che facevano conoscere la situazione romana e la politica internazionale caligoliana: Filone quindi conosceva quello che conoscevano i caporioni e lo stesso Flacco, ma Filone in In Flaccum fa l’apologia del giudaismo e dice quello può dire,   marcando tutta la sofferenza giudaica: la sua ambasceria  a Gaio consisteva infatti nel racconto di ciò che aveva sofferto l’ebraismo (a epàthomen) e nella dimostrazione della legittimità  dei diritti giudaici (dìkaia).
E tra questi diritti egli  ricorda che Flacco lese  quello sinedriale,  quello di fustigazione  e quello della sospensione delle pene al momento della celebrazione del compleanno di Caligola, il 31 agosto.
Prima di quella festa, Flacco ordinò  ai soldati facendo quindi un’operazione militare, non più solo popolare, la perquisizione delle case giudaiche nei quartieri  per ricercare le armi che non erano state trovate ma che  erano state trovate precedentemente tra gli egizi e tra i giudei egizi, quelli delle case sequestrate.
Filone ci tiene a precisare sulla illegittimità delle azioni di Flacco  e precisa che  il Sinedrio era stato istituito da Magio Massimo (Flac,74) quando era governatore per la seconda volta,  su ordine di Augusto che riconosceva i diritti già accordati dai Lagidi.  Magio dopo che era stato governatore tra il 3 e 10 d.c. fu di nuovo governatore dopo Aquila (Ant. giud, XIX,283), che aveva governato l’Egitto dal 10 al 12 e  perciò Augusto  autorizzò formalmente il funzionamento del  sinedrio nel 13 ,  confermando la  carica del genarca-etnarca, probabilmente quella del  padre di Filone,  nelle sue funzioni amministrativo-giudiziarie e religiose,  poi riconfermato  da Gaio Galerio (Seneca, ad Helviam matrem, 19,4-6)  che governò per 16 anni.
Dalla lettera di Aristea (oggi riconosciuta come opera del II secolo  av.C.(310)  da Antichità giudaiche  (XII,108 e XIV, 117 in cui si riporta un passo di Strabone  che parla delle funzioni amministrative giudiziarie ed archivistiche, propria dell’alabarca)  si evince che gli oniadi avevano  anche una funzione religiosa, data la carica sommo-sacerdotale  del primogenito della  stirpe degli oniadi, celebrante nel tempio di Leontopoli.
Inoltre  Filone precisa che la fustigazione in uso era di due tipi : quella della flagellazione degli egizi, fatta con frusta particolare e da esecutori diversi e quella degli alessandrini sia greci che giudaici con spate e fatta da agenti di polizia  alessandrini  (spatafori) in quanto cittadini liberi.
Filone inoltre precisa che  era norma  per un  governatore  durante il genetliaco di un  elemento della domus augusta  non punire alcun condannato ma dedicarsi solo alla festa; Flacco, invece, oltre a punire chi non era colpevole, punì anche durante la festa, anzi ne fece uno spettacolo di festa, senza rispettare la santità del genetliaco.
Infatti  dall’alba per tre o quattro ore della mattinata  senza concedere l’ammistia di un giorno, senza far togliere i morti dalla croce,  organizzò la festa facendo  appendere altri  vivi  dopo averli fatti flagellare in pieno teatro e torturati col fuoco e col ferro davanti a  spettatori , che godevano  dapprima della vista di giudei fustigati, impiccati,  messi alla ruota,  brutalmente sfigurati  e portati alla morte, passando attraverso l’orchestra e poi dell’esibizione di danzatori, mimi flautisti  e di attori teatrali in genere.
Filone però parla solo di  ebrei che vivevano nei due quartieri separati, che dovevano essere filopalestinesi e collegati con parenti  della  Giudea: su questi  e sulle loro case si  sorvola e solo  in occasione delle perquisizione delle case dei nobili, non toccati dalla atimia si parla della  ricerca di presenza di armi  nelle case, dove non potevano essere, data la loro filoromanità.
L‘atimia, dunque, toccò solo i giudei che avevano diritto ad una cittadinanza di semplice alessandrino,quei  giudei, cioè, che vivevano da tempo in Alessandria  con diritti di  residenza  propria degli egizi alessandrini, non greci.
Nessun governatore poteva azzardarsi a toccare l’aristocrazia giudaica alessandrina ellenizzata, iscritta perfino nelle tribù e nei demi cittadini,da decenni: l’atimia, perciò,  colpisce solo i giudei alessandrini non ellenizzati indiziati e perseguiti anche per il sospetto di tenere le armi nascoste  e di essere  collegati  con lo zelotismo palestinese.
L’ intervento finale  di Flacco, infatti, fu militare  e questa volta sulla pars aristocratica, sulle abitazioni non sequestrate: i militari di Casto cercavano armi che non furono trovate ma poi come suole accadere  quando ci sono di mezzo i soldati, ci andarono di mezzo le donne non solo quelle giudee ma anche altre donne di altra etnia  che portate nell’agorà, furono distinte dando loro da mangiare carne di maiale e punite quelle che non la mangiavano.
Da Filone, che pur legge con animo di parte, ci vengono date indicazioni sul modo di procedere di Flacco e dei capi popolari alessandrini che avevano promesso al governatore di salvarlo dalla inimicizia di Gaio.
Il cambiamento, dunque, di Flacco  appare  netto: non è più un giudice imparziale ma  un giudice dispotico, caligoliano, che condanna senza processo, assumendo  contemporaneamente le vesti di accusatore, di nemico, di testimone, di giudice, di esecutore della condanna.
I  tre capi popolari sembrano  condizionare Flacco,  visto ormai  governatore  degradato,  non più padrone del campo; essi appaiono come i manovratori della situazione   mentre   Alessandria appare   città non più governata, in preda a stragi  di cittadini; questa Alessandria doveva essere  per Filone la patrona del suo governatore!.
Filone  bolla Dionisio come demagogo,  Lampone come scribacchino e ladro, Isidoro come  intrigante arruffapopolo, ed, insieme, li considera  un branco di malfattori.
La descrizione dei  responsabili dei mali giudaici è tipica della narrazione satirica giudaica  ora smodata,  nonostante i tentativi di compostezza e di  misura, propri di uno che vuole essere spoudaios , asteios. kosmios, ma è incapace di contenere la propria eccitazione e il proprio disgusto, di fronte a tanta barbarie.
Lampone è ben delineato , caratterizzato nella sua personalità di scriba corrotto  che probabilmente scoperto in seguito  come cancelliere, era stato   accusato da Flacco stesso  di frode contro lo stato che era un crimen maiestatis in quanto perpetrato contro i beni e la persona dell’imperatore  poiché l’Egitto era un bene familiare imperiale.
Nel processo di due anni  Lampone si era trovato a mal partito dovendo pagare  gli avvocati e perciò aveva denunciato, in momenti in cui la causa era a suo favore, che lui era stato rovinato nel suo patrimonio dal fatto di essere stato costretto ad assumere  la funzione di Gimnasiarca,  che comportava molte spese per rifare i ginnasi, ricostruire le palestre pagare i gumnastai e i tanti operai che svolgevano lavori  di manutenzione, in una giustificazione della sua tirchieria o a dimostrazione della sua non floridezza finanziaria.  Egli adduceva  come pretesto che non  possedeva averi sufficienti  per svolgere quel compito che richiedeva tante spese, eppure,prima del processo,  aveva sempre manifestato  di essere molto facoltoso  anche se nella dokimasia (nella verifica dei beni che si faceva  prima che qualcuno svolgesse una funzione statale), era risultato non ricchissimo, ma che si era arricchito con azioni illegali.
Egli come grammatokuphoon, scriba, a contatto diretto con i governatori  durante i processi registrava  le accuse  e, come avente tale funzione, le presentava. Egli aveva così l’opportunità di cassare  le cose dette o di ometterle  a suo piacere,  non inserendo termini e, se possibile,  cambiare le lettere  su e giù per il testo,  facendo operazioni di trasformazione, di cambiamento , rovesciamento, correzione e   in relazione a quanto fatto, si faceva pagare  per lettera o per apice, adulterata.
Per questo il popolo  lo chiamava calamosfactes (colui che uccide con la penna) in quanto uccideva  moltissimi  con le lettere che scriveva , rendendo così i vivi più disgraziati dei morti.
Infatti quelli che potevano vincere e godersela, a causa sua, invece, subivano la sconfitta e la povertà,  poiché i loro avversari pagavano lui  che capovolgeva la situazione,  dando i beni altrui a buon mercato.
Ciò era possibile perché i governatori  non potevano ricordare quanto scritto, data la mole delle pratiche sbrigate  in una provincia così grande  dove le cause si accatastavano le une sulle altre, e considerata la varia natura causidica  e il computo dei tributi e delle rendite, il cui esame richiedeva più di un anno. Lampone così sfruttava la lungaggine delle procedure e la dimenticanza dei giudici e scriveva tra i vinti  coloro che dovevano vincere e  faceva risultare quelli che dovevano perdere tra i vincitori, dopo aver preso somme di denaro.
Isidoro è anche lui ben tratteggiato nella sua funzione di agitatore di masse e di sindacalista  sempre pronto a favorire e a parteggiare o per le masse, specie greche o, ma anche per quelle egizie e delle minoranze  etniche  residenti ed avventizie.
Egli non era un funzionario effettivo, ma era anche lui un uomo dell’entourage del prefetto o meglio individuo utile  al suo  servizio, senza carica ufficiale.
Egli era per natura malvagio e facinoroso, molto abile a  creare tumulti e rivoluzioni, se non c’erano, e a fomentarli e ingigantirli, una volta scoppiati.
Egli amava circondarsi di una moltitudine disordinata e confusa  in cui convivevano elementi vari di origine servile  organizzati secondo la simmoria.
Era questa una organizzazione tipicamente ateniese,  poi divenuta tipica di ogni città del Mediterraneo di tutte le città greche  dell’impero romano, compresa Alessandria.
Ad Atene si soleva formare gruppi di 1200 uomini,  suddivisi in corpuscoli di 20 membri (due ogni tribù)  di 60 uomini ognuno. Ad Alessandria, dove la popolazione era molto eterogenea,  forse il numero era doppio o triplo, a seconda  delle classi.
Forse Filone propende per un numero di 2400 unità  ( anche se non si può scartare un numero  di molto superiore  a quello delle  simmorie ateniesi  (Flac. 143 ).
In effetti si formavano squadre di migades  (misti  greco-egizi, o di varia etnia)  e di sugkludes (plebei di norma egizi) oltre forse a greci puri, sempre pronti agli ordini di Isidoro.
Questi gruppi, comunque, erano dominati da  Isidoro che li gestiva  manovrando l’associazione come voleva, subordinandola a volte anche ai piani del prefetto.
Egli aveva questa opportunità in quanto la città era piena di  thiasoi , che  lui controllava in ogni senso.
Il thiasos  in epoca ellenistica era  una comunità, tipo le nostre confraternite, di fedeli di uno stesso dio,di norma Dioniso,  che celebravano  con danze, sacrifici, processioni e riti.

Siccome si riunivano periodicamente  in sinodi (concili, assemblee , club)  che formavano anche una corporazione e che stabiliva  i riti da farsi, le cerimonie, le feste, le date   e siccome   ogni cerimonia si concludeva con  banchetti, in cui  non c’era niente di buono, per un ebreo, ma solo vino schietto,  dove c’erano ubriachi, insolenti e violenti, i thiasoi venivano visti negativamente dai giudei,  anche se erano  occasione di integrazione sociale e di comunicazione, seppure con qualche violenza.
L’angolazione di Filone è quella di  De Vita contemplativa (75  ss) dove vengono comparati questi thiasoi  ( sinodoi e  clinai)  dei greci ed egizi con la  sinagoga greca e con cena giudaica.
In queste riunioni e banchetti  Isidoro era  il capo, salutato con vari nomi  (sumposiarckhos, klinarches, taracsipolis) ed era obbedito da tutti  quelli che facevano quanto egli ordinasse.
Isidoro era personaggio compromesso con il governatore, che aveva organizzato perfino le accuse allo stesso Flacco da parte degli spalmatori degli atleti e degli addetti alle pulizie  probabilmente in combutta con Lampone.
Isidoro, che inizialmente era in una qualche considerazione, vistosi non più stimato, si era messo in contrapposizione .
Perciò assoldò  uomini che ungevano gli atleti e che facevano  i banditori  e li convocò al ginnasio, avuta l’autorizzazione di Lampone, facendo riferimento ad Elicone, fece accusare variamente il governatore.
Mi sembra che questa  operazione sia gestita dagli agitatori popolari  ma in effetti  sia concordata col prefetto, che così viene  discolpato pubblicamente dell’eccidio giudaico: certamente il prefetto garantisce loro l’incolumità in qualche modo e li paga per l’ulteriore servizio.
Flacco, però, forse non sapeva che questi erano al soldo di altri, come Elicone  e Pallante (Dione Cassio, St.,LX,30,6b), che sapevano che la sorte di Flacco ormai era segnata.
Il governatore, allora, saputo che la città era sdegnata e che mal sopportava che il nome di Alessandria fosse disonorato, convocò i magistrati cittadini e tutto il popolo.
Vennero i capi (tra questi l’élite giudaica) ed anche tutta la cittadinanza greca, meno quella che doveva essere inquisita  per i tafferugli, i latrocini , le distruzioni, le stragi giudaiche.
Flacco fece disporre su tribune tutti i  provocatori e quelli che avevano fatto la protesta contro di lui in modo che fossero ben visti,
Interrogati davanti a tutti; ed essii confessarono che l’autore di ogni cosa era stato Isidoro, che li aveva assoldati.
Dopo che Isidoro fu riconosciuto colpevole  si discusse sulle proposte fatte contro di lui   o di privazione dei diritti civili o di esilio o di morte: all’unanimità Isidoro fu condannato a morte.
Egli però si sottrasse all’arresto con la fuga e Flacco lo lasciò andare convinto che così non ci sarebbero stati in città  lotte e  sedizioni.
Quando Flacco, poi, viene arrestato e portato a Roma davanti all’imperatore,  ha come accusatori proprio Lampone ed Isidoro: le loro accuse erano ininfluenti alla già premeditata condanna  che Caligola aveva inflitto  al suo nemico, delatore della sua famiglia.
Filone può allora di nuovo vedere il disegno divino rilevando la nuova peripeteia: due sudditi accusatori del loro prefetto,  due servi contro il padrone.
Lo scrittore giudeo è veramente un interprete, un ermeneuta  che legge sempre oltre la lettera e vede come in Dio tutto si armonizzi e che il piano provvidenziale si compie inesorabilmente.
L’eccidio di Alessandria,  voluto da Flacco, che aveva sfruttato i caporioni greco- alessandrini, divulgato dalla fama portata dai marinai e dai trapezitai, dalle navi alessandrine, accese un incendio in tutto il Mediterraneo, sia in Occidente che in Oriente.
Isidoro era stato l’untorello manovrato dal governatore che   credendo di salvarsi facendo la volontà di Caligola, anticipatamente, e dando all’opinione pubblica il capro espiatorio, sperava in una totale assoluzione per i servizi allo stato.
I giudei, oltre alle perdite umane,  erano rovinati nelle attività finanziarie e bancarie  e nel commercio; la loro secolare  tendenza   ad isolarsi e separarsi non era bastata ad Alessandria a quella pars giudaica, zelante di fede.
I giudei della medio-bassa borghesia cittadina  pagarono  anche per quei fratelli  che  erano invidiati, data la  loro immensa ricchezza, dai greci  alessandrini,  che volevano equiparare i loro diritti e le loro forze con l’etnia giudaica predominante in Alessandria, inattaccabile perché ellenizzata, romanizzata, probabilmente spregiudicata ed  atea come i sadducei.
I giudei credenti e zelanti di fede, non potendo partecipare alla vita delle sette dionisiache, orgiastiche,  per espressa proibizione della legge,  guardavano con sospetto  e con apprensione ogni riunione e  festa,  da cui  normalmente derivavano guai per loro che necessariamente erano guardinghi e sempre in uno stato di allerta.
Nel 38  d.C. troppe forze concorrevano al loro male, non solo un governatore indiziato o in procinto di essere accusato  dall’imperatore stesso.
Inoltre  nel periodo seianeo (dal  23 d.C. al 18 ottobre 31 d.C. )  essi erano memori delle persecuzioni  subite sotto Vitrasio Pollione, che aveva vietato di riunirsi in sinagoga e di fare proselitismo  e proibito di santificare il sabato  (Filone, de Somniis, II,123 ss).
Perciò essendo permesse le riunioni alle altre etnie e vietate le loro, i giudei  giudicavano moralisticamente le loro  riunioni sante  e quelle degli altri empie: una scarsa  soddisfazione!
Al di là dell’impostazione moralistica filoniana,  nell’ estate  38  (dalla morte di Drusilla alla festa delle sukkoth, inizio dell’autunno)  Flacco e i tre caporioni  determinarono la strage dei giudei, propagandando nel mondo romano l’antisemitismo e creando focolai di disordini e lotte cittadine in ogni città dell’impero, che perdureranno anche con maggiore consistenza per tutto il regno di Caligola e che avrebbero  dovuto avere come soluzione definitiva  o l’eccidio o la deportazione di tutti i giudei di Palestina.
Per me c’è sotto  questi avvenimenti alessandrini qualcosa altro, un evento che  si era verificato sotto Pilato e che aveva prodotto uno scompenso in tutto il mondo della diaspora: un giudeo prima di tutto  ha come patria Gerusalemme e poi la  città in cui è nato e vive, guarda e segue quanto avviene nella Città santa.
La sconfitta dei nazirei e  la crocifissione del loro capo  avevano diffuso in tutto l’ecumene  l’odio contro Roma anche dopo la pacificazione e l’elezione di Giulio Erode Agrippa a re.
Alessandria, la città con maggior numero di Giudei, con due diverse situazioni giuridiche  è la prima a pagare, nonostante il formale atto di ossequio  e nonostante la filoromanità della classe dirigente alessandrina giudaica.
La morte di Caligola e l’avvento al trono di Claudio riporteranno la  concordia nel mondo romano e il ripristino dello statuto augusteo in Alessandria dopo il decreto imperiale all’inizio del nuovo principato, conosciuto come lettera di Claudio agli alessandrini (Ant. Giud., XIX,278-291, Pap. Lond. 1912, in CPG- corpus papirorum iudaicorum-pubblicato da V.A Tcherikover, Arvad University Press I.1937).
Se si legge attentamente la lettera di Claudio agli alessandrini si capirà  che Claudio  vuole chiudere gli occhi sui responsabili ed invita gli alessandrini nella loro totalità, greci, egizi ed ebrei (ortodossi e scismatici, di costituzione giudaico-egizia e  greco-giudaica) alla omonoia (concordia)  come se inviasse un monito ai greci alessandrini  al fine di far loro rispettare la tradizione ebraica  secondo il decreto di Augusto da lui confermato .In effetti, egli, pur riconfermando lo status giudaico precedente, dopo aver valutato i  fatti e deciso in modo inappellabile  il suo verdetto sulle due  parti contendenti  da lui ascoltate,restringe  e limita il decreto augusteo.
Infatti Claudio  impone agli ebrei  un  divieto, quello di ellenizein ( di ellenizzarsi, cioè di diventare greci,di frequentare il ginnasio, di  partecipare agli agoni  presieduti dai gimnasiarchi) in quanto già godono di un loro politeuma e non devono andare oltre i loro diritti , che sono eccessivi, in quanto vivono in una città  altrui (en allotria polei)
Infine  Claudio impone, temendo che in Alessandria aumenti la popolazione giudaica,  che finisca l’ immigrazione  proveniente dalla Palestina o da altre parti di Egitto.
La conclusione è minacciosa: se gli ebrei  non faranno così , li perseguiterò con ogni mezzo  come propagatori di una malattia comune a tutto il mondo abitato
Così ordina Claudio, amico e fratello di latte di Giulio Erode Agrippa, suo patrono ed elettore nei giorni successivi alla morte di Caligola,  amico dell’alabarca Alessandro, sommo sacerdote scismatico di Leontopoli,  fidato procuratore dei suoi beni e di quelli di  sua madre, forse il capo trapezita di Pallante, suo ministro….

 

Pazzesco di Luca Mastrantonio

Una lingua pazzesca!

Pazzesco Dizionario ragionato  dell’italiano esagerato

Pressato da amici, mi sono sorbito, alla Palazzina Azzurra, come digestivo, per quasi un’ora, la presentazione di Pazzesco, un saggio linguistico- letterario, di Luca Mastrantonio  e poi la premiazione dell’editor Jacopo De Michelis, insieme  ad uno sparuto  gruppo di uditori, disattenti.

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Paradosis ed endeicsis

a Paradosis ( consegna) e  l’endeicsis (denuncia)  di Gesù Cristo

Dalle notizie evangeliche risulta che Gesù vive una vita misteriosa e nascosta fino a trenta anni e che, poi, si rivela facendo uno o più viaggi a Gerusalemme, dove, dopo denuncia e consegna ad opera del clero giudaico all’autorità romana, viene ucciso.
Viene celata (sembra) la regalità, una notizia, volutamente nascosta, sulla vita di Gesù, una figura di uomo, che non è descritta in modo completo, in quanto coloro che scrivono in epoca flavia, a distanza di oltre quaranta anni, hanno  interesse solo a rendere saldo un culto e riti, già consolidati dalla pratica, e lasciano senza luce storica i fatti riguardanti  il fondatore, che assume valore maggiore, proprio dall’ambiguità, dall’equivoco, dal muthos.
Comunque, gli scrittori lasciano dei segni storici palesi perché non possono tralasciare due elementi della storia, che erano rimasti impressi nella collettività giudaica sia aramaica che ellenistica: il crimen contro l’impero romano del Messia  e  la paradosis  con l’endeicsis all’autorità romana,  da parte dei capi di Gerusalemme.
Nostro intento è quello di far emergere la regalità, da una parte,  mediante queste due verità celate, esaminate come risultanze evangeliche storiche e, da un’altra, rilevare  l’impostazione dei vangeli canonici, all’ atto della scrittura, con il Kerugma  con la predicazione della morte e resurrezione, congiunta con la giustizia del governo romano e con la perfidia giudaica: noi siamo interessati solo dalla falsificazione dei termini, non da scrupolo religioso.
Noi cerchiamo di studiare i termini, che hanno diverso valore nell’epoca dei fatti, rispetto  a quella dell’epoca di scrittura evangelica: insomma diciamo che c’è stata falsificazione, pur se si lascia intatto (o quasi) il segno linguistico come significante,  che, però, è stato rivestito con referenze nuove, attuali, di un significato aggiuntivo, tipico di un altro tempo,  rispetto a quello storico di accadimento.
Essendo caduti gli ideali del precedente periodo, cambiati i valori di un malkuth (regno), conclusosi tragicamente, divenuto esemplare e per aramaici e per ellenisti, a seconda delle diverse letture interpretative, la missione stessa  degli apostoloi (inviati), che ebbero il mandato di seguitare il compito, fu cambiata: non più la predicazione del messaggio di un  prossimo regno, ormai impossibile ed irrealizzabile, ma  di un‘attesa escatologica ed apocalittica di un regno messianico, predicato da un Gesù–dio, divenuto redentore del mondo e modello di humanitas.
Su questa base, secondo la lettura paolina, i  discepoli degli apostoloi distaccarono  la sostanza del pensiero dalla storia e dalla vicenda reale e  predicarono la morte e la resurrezione del Christòs  insomma,passarono dal piano militare, ormai finito,  al piano spirituale e morale,  trasformando lo zelotismo in pratica religiosa con il Kerugma, separandosi dal giudaismo aramaico e perfino da quello  ellenistico, occidentalizzandosi e romanizzandosi.
Questo è  un processo lungo, che dura dall’ epoca flavia a quella antonina, mentre infuria ancora la lotta contro la romanitas  in senso aramaico, che condurrà, dopo altre peripezie, dolorose,  alla Galuth (all’esilio, alla cacciata, all’espulsione dall’ impero), dopo la fine, tragica anch’ essa,  dell’impresa di Simone Bar Kokba (134-36) .
Il vangelo di Marco comporta una volontà di segretare fatti palesi, il preciso skopos  di essere contraddittorio nel proclamare lo scandalo della  croce con la rivelazione del Christòs, nel fare la volontà di Dio,  che esige adesione di fede  e sottomissione al mistero,  sulla base del modello di Jesous  Christos Kurios , re unto, ma vissuto, per suo volere,  nel nascondimento, in modo umile, considerato come un romanizzato, trinome, espressione del nomos empsuchos (Legge vivente), legge scritta e non scritta.
Il pensiero di Marco, autore popolare, levita, piccolo sacerdotale, di cultura aramaica,  immaginoso,  puerile, dal linguaggio elementare e dalla forma paratattica, propria di un non ellenizzato (o di uno appena alfabetizzato, che ha appreso i primi rudimenti della koiné), dissociato culturalmente e dai  giudei ellenisti e dagli aramaici puri, è semplice: proclamare il Christos  ucciso dai suoi stessi connazionali,  secondo il dettato  paolino ( la morte e resurrezione del Signore  e lo scandalo della Croce).
La semplicità di Marco ha, però, efficacia  per l’immediatezza del racconto, per la stupefatta  partecipazione, per l’adesione ai miracoli e alla divinizzazione del Christos ed attira il lettore  proprio perché riduce tutto a narrazione apparente, senza meditazioni e senza polemiche: l’evangelista  è parabolicamente entusiastico, fedele, miticamente persuaso di avere la verità esemplata più nelle azioni, che diventano  agrafa, parole non scritte, nuovo nomos, quasi un altro codice  rispetto al nomos mosaico,  un sistema paradossale  teorico-pratico cristiano, da dare ai fedeli pagani e giudeo-cristiani, romani ed occidentali (modellato paradigmaticamente sul bios, mitico, di Abramo di Filone), basato sull’ esempio vivente di Jesous.
Noi propendiamo nella individuazione dell’evangelista Marco per quel Giovanni Marco  (Atti degli Apostoli, 12,12-25; 15,37), chiamato anche Giovanni (Ibidem,13,5-13) o Marco (15,39), conosciuto anche perché collaboratore di Paolo, da cui si separò (Ibidem, 15,36-39)  per qualche tempo, per, poi, esserne di nuovo compagno a Roma ( Paolo, Col.,4,10; Filemone,24,9  e 2 Tim. 4,11) e come discepolo di Pietro, da cui è trattato familiarmente , e filiarmente  (I Pietro, 5,13) .
Siamo  d’accordo con la tradizione di Eusebio, che, riprendendo Papia, vescovo di Ierapoli,  (Storia Eccl.,III,39,15)   dice che  fu interprete di Pietro e che scrisse con esattezza, ma senza ordine,  tutto ciò che ricordava  delle parole e delle azioni  del Signore.
Egli, secondo la testimonianza di Papia, non ci  ingannò  scrivendo  quanto ricordava  in relazione alla lezione  di Pietro, che insegnava, adattandosi  ai vari bisogni degli uditori,  e non si curava  di dare una composizione ordinata delle parole del signore (logia) .
Anche Ireneo  (Adversus Haereses, III.1,1)  e  Tertulliano (Adversus Marcionem, 4,5) e  Clemente Alessandrino (Strom., 1) riportano che  Marco scrisse come discepolo di Pietro.
Perciò Marco  sottende, da una parte, il pensiero petrino attualizzante, e da un’altra, quello paolino  presentandosi come genuino e popolare nell’ inizio di ogni periodo  con  Kai euthus ( e subito) , scrivendo per latini  a cui spiega il greco (non per nulla ci sono latinismi 12,42: la vedova gettò due lepta o estin ekodràntes/quadrante; e i soldati  condussero Gesù nel cortile; eso tes aules, o estin praitorion/pretorio 15,16) o servendosi dell’aramaico, sua lingua naturale , dopo averlo tradotto in greco. Il gar di Marco – con cui si chiude il suo testo inconcluso–  ripetuto, stucchevolmente , secondo il parlato aramaico asindetico, deittico e ripetitivo, palese nei Talmudim,  non solo ha valore di spiegazione dei fatti e dei detti al posto  di una congiunzione dichiarativa, ma ha funzione di rendere l’affermazione personale conclusiva e sentenziale.
Yohanan  Marco, se è lui lo scrittore del tipo di  Shimon Pietro, Shaul Paolo,  Levi Matteo, Iosip Flavio, uomini di cultura mista, la cui convinzione apparentemente semplicistica è meditata  ed è data in relazione all’utenza, si avvale,comunque,  del contributo di uomini di mestiere, di grammatici e retori, scaltriti nell’ uso dei termini e quindi di un’area  letteraria flavia, connessa con quella dello storico (cfr Angelo Filipponi , Commento al I libro di Antichità Giudaiche, angelofilipponi.com).
Inoltre, Marco, forse,  è  il kolobodaktulos, cioè il  levita e sacerdote del tempio, che non volle servire e perciò si mutilò il pollice:  è un uomo di parte e, quindi, capace di compiere azioni estreme,  pur di salvaguardare il proprio pensiero e la propria fede; potrebbe essere un estremista,  come Origene,  che si autoevirò per essere tra i primi del Regno del Signore.
Marco conosce quasi certamente La guerra giudaica di Giuseppe Flavio(VII,2,2) : non può essere un caso che ripeta leukous endiduske  khitoniskous kai porphuran  emperonesamenos  khlamida (si avvolse in tunichette bianche  e fermatovi sopra  un mantelletto di porpora): egli adatta, aggiusta e contamina la cattura di Gesù con quella di  Simone di Ghiora capo dei rivoluzionari insieme a Giovanni di Giscala.
Marco conosce anche il gioco alessandrino di Karabas, descritto da Filone in In Flaccum  come parodia della regalità giudaica  da parte greco-romana.
Marco è per noi  acrimonioso nei confronti del confratelli giudaici aramaici,  dai quali forse diverge per la strategia militaristica  (12,10-11; 13 1-37; 14,57-72.) e perciò, dopo la distruzione del tempio ha possibilità di schierarsi in senso cristiano, libero dai giuramenti, e  perfino da quegli ellenisti,  specie alessandrini, che credevano solo nel vangelo di Giovanni Battista  e nel suo battesimo.
Matteo,  rispetto  a Marco ha altra cultura ed altra impostazione, quella teologica, filoniana, con riflessione biblica, comune anche a Marco,  che è segnata  nel Vangelo greco, ma doveva essere stato diverso in quella sua scrittura aramaica dei logia, ricordati  di Papia  nell’opera  Esposizione dei discorsi del Signore  pubblicata nel 110 d.C. ( Eusebio St. Eccl. III,38,16),  da cui sorsero  poi i vangeli cristiani.
Levi Matthaios, un altro ellenista, un ellenizzato, tachigrafo, pubblicano, telones,  scrisse  in dialetto ebraico-aramaico coordinando i logia (oracoli) del signore : ciascuno poi li interpretò  come poté.
Il termine  logia sia per Filone (Vita di Mosé specie nel III  è ricorrente logion) che per gli Atti  (7,38 ) hanno valore profetico mosaico e quindi connessi con la Torah, come oracoli legati alla legge di Mosè, non  esterni alla legge, non nuovi, ma come forse commenti scritti alla presenza del rab- maran, rimasti così fino a dopo  il 70, in cui  Marco e Matteo stesso, in una nuova situazione storica, aggiungono elementi e fatti, in relazione alle parole che, comunque, cambiano di significato.
Il Kerugma matthaico, predicato per i  connazionali aramaici e poi  anche per i giudei  ellenisti (Ireneo, Adv. Haer, III,1,1;  Eusebio St.Eccl., III,24,6 , Clemente Alessandrino, Paedagogos, II,1,36 ) dopo  viaggi apostolici  in Ponto, Persia e forse India (dove Panteno alla fine del II secolo ritrovò i Logia originali) non è quello di Marco:  è un contenuto,  già predisposto in relazione alle lettere di Paolo e a tutto l’annuncio evangelico, secondo il canone, veterotestamentario, dei Settanta, già interpretato da Filone, secondo Sapienza e  profeti, e secondo  quello neotestamentario, esclusi Giovanni e  Giacomo.
Certamente i logia, nel testo matteano attuale, hanno grande rilievo e rivelano il Regno dei cieli  quello zelotico, originario, ma essi hanno ben sotteso il regno messianico, a cui ogni uomo è chiamato a partecipare, inteso poi come Regno di Dio, secondo interpretazione sovrumana e celeste, distinto dal Regnum romano: essi infatti occupano i tre quinti del bios, mentre  fatti e miracoli (2/5) fanno da contorno e a volte da spiegazione concreta  all’ anima, costituita dai discorsi (5-7; 10;13; 18;  23-25;9) infarciti di salmi, di  detti  sapienziali, di oracoli dei profeti e specie di Isaia, (53) al fine della dimostrazione della necessarietà del patire del Christos non più re, ma uomo  sofferente, agnello condotto al macello.
L’autore, chiaramente ebraico,  parla dei pubblicani, di farisei, e di tutte le caste sacerdotali, parla della casa ebraica, di città santa, di  luogo santo,  conosce usi, tradizioni, parole gergali e soprattutto collega la torah con la predicazione del Vangelo,  cioè, mentre annuncia la venuta del Messia,  figlio di David,  rileva le varie predizioni,  tramite la lettura dei profeti,  ne  mostra le ragioni per cui  giustamente Gesù  sia l’atteso,  anche se rifiutato dai confratelli.
Soprattutto i logia parlano espressamente di  Il Regno dei Cieli, intendendo, però, non il Malkuth ha shamaim, cancellato, come pensiero, dopo la distruzione del tempio, ma il regno messianico,  a cui ogni uomo deve partecipare,  ed  afferma la davidità del Messia , attraverso la Genealogia (I,2,16) dimostrando come il Christos compia le profezie, dando il via alla interpretazione  del cristianesimo, come  compimento e completamento dell’ebraismo,  creando le basi per il Nuovo Testamento come punto di arrivo del Vecchio testamento…
il logion matthaico  dell’ultima cena  e specie quello del sangue versato per molti  risulta un’aggiunta successiva quando al suo significato si dava l’idea di universalità in relazione al pensiero di  Paolo  che trasforma il calice dell’alleanza in un  calice  di nuova forma di alleanza (1 Cor. 11,25;  1 Corinti 10,16; col. 1,20; Ef.1,7 Rom.3,25 Ebr 5,13-20;10,19;12,14;13,12). D’altra parte il testo di Marco 14,24  (touto estin to aima  mou ths diathhkhs to ekkhuvvoimenon peri polloon –  ben connesso con Mt  26,26-29; Lc.22,15-20)  non ha  uper ton pantoon  per(a favore di)  tutti (pro omnibus) in quanto il sangue versato è per molti  (Pro multis) e per voi (pro vobis)   amici e discepoli.
Gesù, che si sacrifica per i suoi,  al fine di evitare la distruzione della città assediata,  è un martus giudaico, come poi lo sarà Shimon bar Kokba  col suo rabbi Aqiva (cfr Martire giudaico, Temi).
Anche Origene in Principi tende a dare l’idea di universalità al sacrificio di Gesù. La sua consegna  ai Romani invece ebbe un altro valore  quello di risparmiare il saccheggio della città e quindi  di salvare il salvabile. specie i discepoli che consegnandolo si sarebbero potuti salvare…
Egli, infatti, usa le espressioni: tutto questo avvenne  affinché si adempisse ; così si adempì (1,22; 2.15; 2.17-23 ; 4.14 ed altrove): sua la colpa (o chi per lui rivide i suoi scritti, in seguito) di aver dimostrato la perfidia giudaica,  di quei confratelli che  osteggiarono il Cristo  non volendolo riconoscere  e nonostante i segni palesi,  lo perseguitarono e lo uccisero,  dopo averlo proclamato re.
Da qui non solo deriva l’endeicksis con la paradosis di Gesù ai romani, ma anche e soprattutto  la condanna ebraica alla reità della uccisione di un uomo-dio (27,25 Il popolo tutto quanto rispose: il sangue suo su di noi e sui nostri figli) e  quasi l’assoluzione a Pilato, che  si lava le mani  dicendosi innocente del sangue di questo giusto ed ammonendo il popolo Ve la vedrete voi! Insomma, Matteo ha la colpa della secolare ed ingiusta persecuzione cristiana agli ebrei e della assoluzione dell’impero romano: ha rovesciato la  storia, romanizzandola, grecizzandola, paganizzandola, da telones!
Luca,  invece, scrisse il vangelo per i pagani convertiti, in Acaia, col proposito di contrapporre per i fedeli greci,  la verità alle favole degli eretici,  (Ireneo, Adversus Haer., III,1,1; Tertulliano, Adversus Marcionem  IV,5 ;  Origene, In Lucam Hom.1 ; Eusebio, St. eccl. II,4,4-6).
Tutti, più o meno. convengono nelle stesse  notizie, confermate anche dal Canone muratoniano e dal Prologo antimarcionita  ambedue del primo decennio della seconda metà del II secolo: Luca fu siro antiocheno, un medico, compagno di Paolo, scrittore anche di Atti degli apostoli.
Chiaramente il vangelo di Luca ha valore apologetico ed è paolino, come impostazione, in quanto ha cari i temi della giustificazione per fede e l’universalismo della salvezza (Cfr Qual è il sondergut di Luca e di Matteo ?).
Senza prendere in considerazione il vangelo di Giovanni che è di epoca gnostica e quindi lontano dai tempi Flavi, noi consideriamo solo  le risultanze evangeliche sinottiche dei tre evangelisti, di cui abbiamo dato qualche indicazione.
Perciò abbiamo diviso le  risultanze   di un lungo lavoro di esame in a. storiche  e b. mitiche e poi  ne abbiamo dimostrato la storicità e la miticità in opposizione anche alle varie teorie e alla  formgeschichte e redaktiongeschichte . …

Cirillo e Porfirio

Cyrillus contra Iulianum

Della Philosophos Istoria di Porfirio si conoscono alcuni frammenti, tratti da Cyrillus contra Iulianum.( 4,11-12, 14, 18-22)  per il quarto libro.
Per la conoscenza degli altri tre libri dell’opera, però, siamo debitori principalmente a Suda (framm.2,3,7- per il I e II libro)  a Teodoreto (framm. 13,15-16 e 11-12 ) per il terzo …
Anche Eusebio dà il suo contributo  (frammenti 25-29 ) al fine di conoscere l’opera di Porfirio, ma come già gli altri autori cristiani per tracciare un profilo negativo della  filosofia porfiriana…

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La traduzione e Girolamo

De optimo genere interpretandi

Girolamo e la traduzione
La lettera LVII  di Girolamo a Pammachio è un vero trattato sulla traduzione.
Essa si divide  in 13 paragrafi
La lettera è tipica  espressione di un’artificialità retorica, in cui è facile rintracciare la formazione di Girolamo, discepolo  di  Apollinare di Laodicea e di  Gregorio di Nazianzo  e quindi indirettamente della scuola origeniana del Didaskaleion di Alessandria.
Per dare un segno paradigmatico della retoricità dell’opera di Girolamo mi sembra opportuno  rilevare il sistema di semantizzazione della conclusione, connessa con la grammaticizzazione: da una parte -anche se in una porzione limitata -si capisce  il sistema operativo del grande interprete e da un’altra la sua logica apocalittica.

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Nifo o Machiavelli?

Chi ha copiato? Nifo o Machiavelli?

Nifo o Machiavelli?

Nel corso del mio lavoro di storico mi sono incontrato in tante conclusioni astoriche, in tanti giudizi assurdi, tirati col senno del poi da uomini considerati esperti.

Ho considerato, perciò, i  tanto stimati esperti solo parolai e i grandi comunicatori di massa affabulatori e non seri  operatori della storia.

Per me fare storia vuol dire ricostruire esattamente un ‘epoca in ogni settore di vita  e perfino riprodurre la quotidianità in modo da veder scorrere la regolarità di normale flusso vitale come in un corpo vivente. 

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Filone cristiano o Cristo filoniano? Ta kata Seianon

Perchè Filone non parla di Cristo?

Filone, pur conoscendo Gesù Cristo, non ne parla nella sua monumentale opera.
Neppure è possibile avere la sicurezza che Filone e il Christos si conoscano perché l’opera  Peri Toon Aretoon, in cui il theologos avrebbe potuto parlarne, ci è giunta priva di tre libri, e specificamente di quello dove probabilmente avrebbe dovuto trattare del bios del Signore.
Noi cristiani, inoltre, abbiamo fatto christianos Filone, e nemmeno abbiamo preso in considerazione che Christos potesse  essere stato filoniano, cioè  uomo seguace del pensiero legalistico oniade  e perfino capace di realizzarlo secondo la prospettica scismatica  emporistica, comunitaria propria dei discendenti di Onia IV.
Al di là di come è andata effettivamente la storia cristiana, a noi si propone il problema dei motivi per cui Filone non parla di un evento così importante per il giudaismo in epoca tiberiana.

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Agli amici e parenti, cristiani

Il mio essere anthropos e il loro cristianesimo (anche con Francesco)

Il mio essere anthropos e il cristianesimo dei miei amici e parenti.

Per almeno quaranta anni mi sono proposto come paradigma operativo, come exemplum di un vivere quotidiano faticoso, tormentato, proprio di chi ricerca un’autenticità personale e, contemporaneamente, un Dio nascosto – la cui presenza ha rasserenato il mio iter-.
Ho cercato vie alternative, facendo tortuosi percorsi ed ho girovagato, prima di orientarmi verso una salita  zigzagata, facendo, però, un’ apparente, inutile, fatica sisifea, degna, comunque,  di  essere ripetuta in quanto prodotto di una reale esperienza.
Non ho, quindi, pretesa alcuna di essere profeta  e non credo di avere una missione sacerdotale e nemmeno una funzione,  ma solo ho coscienza di poter indicare una methodos, un’altra via.

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Il messia mancato

Il fallimento del messianesimo

Ho cercato per anni di ricostruire la situazione ebraica della Pasqua del 36 d.C. e quella del settembre del 1666 per capire come un popolo di grande spiritualità possa essere rimasto,  di fronte ad un episodio di morte o di apostasia del proprio Messia.
Quale sentimento possa essersi provato, quale delusione dopo tanti anni, decenni, secoli  di attesa, proprio quando si è giunti alla liberazione, alla redenzione!.

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Apokatastasis ed Origene

La natura ed Origene

Apokatastasis ed Origene
E’ possibile ipotizzare razionalmente un kosmos ordinato secondo regole razionali, secondo logos in un’ oikonomia divina?
La phusis è figlia di Dio unigenita,  dicono i platonici e gli stoici (o meglio il figlio unigenito del theos è h phusis ).
Bene.
Ma c’è veramente ordine nel Kosmos, nell’uomo e in ogni vivente? oppure to pan è un insieme in cui esistono forze contrapposte o parallele o miste ed è geneticamente quello che è, cioè un magma indefinito, una materia /Ulh che si riproduce sempre  identicamente a se stessa, secondo un processo causale e casuale, ma anche secondo un proprio sistema di genomi,  secondo leggi fisiche chimiche, biochimiche elettrochimiche?

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La morte di un Dio

Roma, 24 gennaio 41: morte di Caligola Theòs

La morte di un Dio
Flavio  (Ant. giud., XIX,211) dopo aver parlato della congiura e della morte di  Gaio Caligola, conclude dicendo che il sovrano  aveva trattato con amore e rispetto i suoi amici Agrippa ed Antioco turannodidaskaloi, poi era diventato demokraticotatos molto democratico e si era allontanato dalla sua stessa  paideia e  docsa, nobiliare,  propria del perfetto Basileus/re  e
i suoi amici, perciò,  volta l’amicizia in odio, tramarono e l’uccisero.

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L’Italia dell’analfabetismo

Analfabetismo di ritorno

Da un’intervista del 1978 di Mario Gorini ad Angelo Filipponi
Professore, non le sembra strano che in una società acculturata, si parli di nuovo di analfabetismo?
A livello superficiale  può sembrare paradossale  che nelle società di rapido acculturamento, di alto benessere economico, democratiche, ci sia analfabetismo di ritorno, ma se si esamina il fenomeno, a livello profondo, si rileva che sono pochi coloro che detengono il potere culturale e che molti sono dipendenti e che gli uni hanno abilità di lettura e di decisionalità in situazione e gli altri ne sono privi.

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I due canoni

Differenze di costituzione dei canoni

Ad Iammia,  tra il 70 e 94 d.C.,  si decise il testo della Bibbia masoretica ( quella che oggi   diciamo Bibbia Stuttgartensia, cioè la versione a stampa del codice masoretico di Leningrado  redatto tra il VI e IX  d.C. dai custodi della masorah tradizione della scuola di Tiberiade che succede a quella di  Johanan Ben Zaccai) e si rifiutò quello dei Settanta, che era in lingua greca, usato dagli ellenisti.
Come sacre scritture furono considerate dagli ebrei:
Torah ( Pentateuco: Genesi, Esodo, Numeri, Levitico, Deuteronomio);
Nevi’im (Giosué ,Giudici, Samuele I-II, Re I-II, Isaia. Geremia. Ezechiele, 12 profeti minori);
Ketuvim (Agiografi: Salmi di Davide, Proverbi, Giobbe, Cantico dei cantici, Rut, Lamentazioni, Ecclesiaste, Ester, Daniel, Esra, Nehemia Cronache I-II ).

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Premessa a Ma,Gesù chi veramente sei stato?

Ma, Gesù, chi veramente sei stato?

 

1. Premessa
Fare luce su Jesous Christos Kurios per me è stato l’assillo della vita da quando bambino recitavo le preghiere e non capivo ciò che dicevo in latino,  da quando mi dissero che Dio si riposò il settimo giorno ed avevo la domenica come giorno festivo e non il sabato come era scritto nella Bibbia, da quando mi parlarono di un Gesù falegname che, però, era rabbì, e predicavano un Dio Veterotestamentario creatore crudele e selettivo e  un  Dio Neotestamentario Padre buono e misericordioso, da quando mi facevano cantare Deus Sebaoth/ dio degli eserciti, poi cambiato in Dio dell’universo.

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Nuova scuola

Scuola come officina-meccanica  per la formazione di persona creativa.

Perché non vendere tutti gli istituti scolastici? sono vecchi e non funzionali
Perché  col loro ricavato non si  inizia la costruzione di nuovi complessi, polifunzionali in aree agricole? costano poco o niente
Lo stato guadagnerebbe di certo tra  vendita di aree ed  edifici urbani ed acquisti di aree agricole da convertire in aree edificabili per edilizia scolastica!
Necessita una legge regionale? si faccia al più presto!
La nuova scuola potrebbe dare un nuovo volto all’Italia, spinta al rinnovamento culturale e ad una nuova politica,  grazie anche ad una ripresa economico-finanziaria !

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Il giudice di Filone Alessandrino

Il giudice di Filone alessandrino

                   L E T T U R A   di Filone Alessandrino 

 Ta  Peri Dikastou  – Le cose circa IL GIUDICE-

  Ai miei cari amici  

Marcello Caioni, Marco Cinciripini ed Andrea Grandoni

 

  DE  IUDICE di   Filone Alessandrino

Le sacre leggi non solo esigono  un animo sincero e tranquillo  e non turbato da quelli che seguono le regole di Mosè, ma soprattutto da quelli a cui tocca il potere di giudicare o per elezione o per caso.

Sarebbe assurdo che fossero pertinaci nella colpa quelli che prescrivono il diritto agli altri: a loro bisogna richiedere  invece una vita esemplare ed encomiabile.

Come, infatti, il fuoco che brucia qualunque cosa gli si accosti, accende violentemente dapprima le cose a lui connaturali e come  la neve al contrario raffredda quelle fredde per natura  e le altre, così il giudice deve essere pieno di giustizia quando sta per amministrare la giustizia ad un altro, dal quale come da una fonte  promanano le dolci acque della legge, bevibili da chi ha sete di giustizia.

Ciò accadrà finalmente così  se chi sale il tribunale per giudicare, pensa  di essere giudicato non meno di giudicare  e contemporaneamente, assuma la prudenza per non essere ingannato, la giustizia per dare a ciascuno il suo, la fortezza per non essere piegato dalle preghiere e dalla pietà,  da infierire sulle bande di delinquenti.

Infatti bisognerà stimare benemerito dello stato  chiunque avrà a cuore queste virtù come chi seda al pari di un buon nocchiero le tempeste degli affari, affidati alla sua lealtà per la sicurezza e salute di quelli che dipendono dal suo arbitrio.

Prima di ogni cosa la legge ordina di badare di non sentire la vana esposizione dei fatti come se dicesse:o tu, cura di avere le orecchie ben “purgate”-liberate da scorie-

Saranno ben purgate  se saranno ripulite  piuttosto spesso dai dotti discorsi, se escludono le vane, troppo usate, volgari, condannabili favole di finzione scenica e poetica, che esagerano con molte parole le cose da nulla.

Da questo risulta chiaro di non accogliere  vana diceria  o qualcos’altro  concorde con quanto detto precedentemente.

Chi accetta testimoni auricolari, accetta  in modo vano, non sano: infatti gli occhi  si frappongono intervenendo tra le cose stesse e in un certo senso  toccano gli affari, li percepiscono tutti, con l’aiuto della luce, tramite cui vengono tutti  illuminati e colti.

Le orecchie, poi, hanno, come disse rettamente uno degli antichi, hanno minore fede  degli occhi, come quelle che non hanno un rapporto con le cose stesse, ma con i discorsi, che interpretano le cose, che non seguono sempre e necessariamente il vero.

Mi sembra che  alcuni legislatori greci desunsero questo capitolo della legge  dalle santissime tavole di Mosè e proibirono di portare  testimonianza secondo l’udito: non bisogna giudicare certe quelle cose che uno vede, né egualmente di sicura fede quelle cose che uno ascolta.

Il secondo precetto di un giudice è di non ricevere doni: i doni, infatti,come dice la legge, accecano gli occhi, ostacolano la giustizia, costringono la mente ad allontanarsi dalla retta via.

Inoltre è da uomo scellerato essere indotto all’ ingiustizia tramite doni e da uomo pessimo  non rendere giustizia senza  premio, per la sua opera.

Vi sono alcuni cittadini, pretestati,  intermedi tra i giusti e gli ingiusti, che, pur educati a difendere gli oppressi dagli oppressori, si comportano come giudici venali e mercenari.

E se qualcuno si lamenta, essi negano di  aver prevaricato e che la lite l’ha vinta chi doveva e che la parte avversa è stata giustamentevinta.

Questa scusa è malvagia: bisogna infatti che ci siano due qualità in una sentenza di un buon giudice: che sia incorrotta e legittima.

Il giudice, corrotto da doni  non comprende, del resto, di disonorare la giustizia, bellissima per sua natura, e pecca volutamente: prima perché si abitua all’avidità di denaro, roccaforte di ogni iniquità, poi perché, accettato il denaro, punisce quello a cui avrebbe dovuto rendere giustizia.

Perciò Mosè  in modo salutare ammonisce di dover amministrare la giustizia secondo diritto sottendendo che la si amministra ingiustamente talora se i presidenti aspirano ai doni, non tanto nei giudizi, ma, direi, quasi in tutte le attività giornaliere, sia  per mare che per terra – appunto perché è possibile trovare qualcuno che ridà un piccolo deposito al fine  di insidiare di più quello che riceve che per giovargli, cioè per poter, data prova di fiducia  nel piccolo,  prendere l’intrappolato con maggiore perfidia.

Questo è  non fare giustizia secondo diritto perché la restituzione della cosa altrui è fatta  per  permettere di accumulare un guadagno maggiore.

La causa principale di peccati di tal genere è l’abitudine alla bugia, con cui fin dalle fasce  le nutrici  e le madri  e tutta la schiera di servi e di liberi imbevono il loro pupillo e lo educano sempre con fatti e con parole.

Questo vizio si radica nell’animo come se fosse connaturato, ma anche se fosse aggiunto dalla natura,  bisogna che sia estirpato con una sistematica  pratica della virtù.

Che cosa infatti c’è di  prezioso come la verità?

E questa il legislatore, sapiente, scrisse nel posto più santo, in quella parte della veste pontificia, dove è la principale forza dell’anima, affinché rendesse  il sacerdote più augusto mediante questo ornamento.

alla verità aggiunse la  virtù congiunta, che egli chiama manifestazione, affinché fossero come  immagini di un discorso: questa o è concepita nell’animo o oppure si manifesta.

Infatti la verità ha bisogno della manifestazione tramite cui si apre agli altri , qualunque cosa sia nascosta nell’animo, come l’ altra ha bisogno  della verità per la perfezione della vita e delle azioni, tramite le quali si giunge alla felicità.

Terzo precetto per un giudice è che esamini le cause delle parti, prima del giudizio. Eliminato ogni rispetto delle persone, sia che esse siano cittadini, amici, familiari sia invece avversari, estranei, forestieri, né l’amicizia né l’odio impedisca in qualche modo l’indagine, altrimenti bisogna  percuotere il giudice come cieco che cammina senza bastone perché non guida né aiuta  nessuno.

Perciò  un buon giudice non deve guardare  le persone che sono giudicate, deve piuttosto considerare la pura e nuda sola natura delle cause per non giudicare secondo opinione, ma secondo verità  e pensare che il giudizio è cosa  di Dio, di cui  lui, giudice,è ministro e procuratore.

Al procuratore non  compete ciò che è di Dio, dal quale come ottimo riceve  questo deposito, come il migliore di tutte le cose.

Oltre agli altri già detti precetti ce n’è un altro molto notevole, quello  di non commiserare il povero poiché il nostro legislatore condisce altrove  tutte le leggi con l’umanità e la pietà e propina sanzioni e minacce  per i superbi e gli arroganti, propone grandi premi a chi aiuta quelli che si trovano in difficoltà, a chi conserva i propri beni non come propri e li comunica con  gli altri che ne hanno bisogno.

Vera è  la sentenza del famoso antico fondatore che gli uomini  mai si avvicinano di più alla somiglianza di Dio, se non quando sono benefici.

Che cosa dunque può accadere di meglio del fatto che  la creatura imita Dio immortale e  non creato?

Pertanto il ricco non custodisca nel tesoro domestico oro ed argento, ma lo metta in mezzo  per alleviare i poveri con la benevolenza, né, seppure uomo illustre, alzi la testa ma, desiderando vivere  in modo paritario, permetta di godere della libertà anche ai non illustri.

Chiunque si innalzi per forza sia protettore dei più deboli, non percuota né getti fuori gli inferiori come nel pancrazio, desideri invece giovare con le proprie forze anche agli altri.

Chi attinge infatti alle fonti della sapienza, caccia dal suo animo  l’invidia ed inoltre va in aiuto all’ altro, facendo passare con discorsi nella sua anima  la conoscenza tramite  le orecchie.

Se trova giovani di buona indole, come polloni di nobile pianta, gode  pensando di avere eredi della ricchezza spirituale nascosta, che sola è vera ricchezza.

Perciò li prende con sé e coltiva i loro ingegni finché non li conferma nella virtù   fino a vedere il frutto prodotto.

Le leggi sono piene zeppe di precetti ed esempi di questo genere  e sono suddivise distintamente a favore dei bisognosi e perciò non è lecito commiserarli solo nel giudizio.

Infatti la commiserazione è dovuta agli infelici: chiunque di sua volontà fa male  non é infelice, ma iniquo; del resto la pena è proposta per gli iniqui, come l’onore e il premio per i giusti.

Pertanto a nessun povero per la sua povertà può essere rimessa la pena, se merita non la commiserazione, ma la pena.

E chi si  appresta a giudicare, deve, come un buon banchiere, distinguere la natura degli affari, affinché, cambiati i segni, non siano confusi i buoni con i cattivi.

Avrei potuto dire anche molte altre cose sui falsi testimoni e sui giudici, ma per non essere troppo prolisso passerò all’ultimo precetto del decalogo, che in breve contiene così come tutti gli altri, il sintagma: non desiderare.

 

 

Giustizia e giudici in Giudea

 

In Giudea l’educazione, fin dai tempi più antichi,  verteva sulla giustizia e perciò era privilegio dei leviti e dei sacerdoti, ma si era comparata con quella di altri popoli, che forse avevano la stessa matrice.

Infatti il mazdeismo, praticato dai medi  fin dall’ottavo secolo era un culto nazionale che non comportava né templi né statue come quello ebraico.

Il dio Supremo era Auhra Mazda, simboleggiato dalla volta celeste, mentre il creato era sorto da una coppia di dei, Anahita, dea della fecondità e Mitra, dio fecondatore. Grazie a loro il caos iniziale cessava ed iniziava la distinzione in elementi ordinati ed ordinanti sotto forma di dei, il fuoco, l’aria, la terra, l’acqua.

La novità del mazdeismo  era nella concezione dualistica morale che rappresentava la lotta tra il bene e il male  e nella idea nuova di un Messia, la cui venuta sarebbe stata di salvezza al mondo e sarebbe stata  di epifania  del dio supremo  e del suo regno eterno.

La gerarchia sacerdotale meda, rappresentata dai Magi, assumeva nel settimo secolo maggior rilievo grazie a Zaratustra, un profeta che in un momento di crisi  sociale, risoltasi poi con la monarchia di Deioce, ( Re  dei medi 699-656 a.C, che riunì le tante tribù e costituì capitale Ecbatana   Cfr.  Erodoto,Storie, I,96-102) predicò la realizzazione del regno celeste mediante la purezza  dei costumi, la saggezza e la giustizia.

Il mondo persiano e quello ebraico sembrano pervasi dalla stessa linea morale e dalla stessa ricerca di giustizia, in quanto conformati allo stesso modo secondo i principi del mazdeismo.

L’ebraismo, modellato inizialmente da Mosè secondo la giustizia egizia, palese in Esodo (23,1-3;3,6-8)e in Deuteronomio(16,18;17,8) e in Levitico(19,15)  nel periodo babilonese e  in quello più lungo sotto i persiani, pur mantenendosi fedele alla Legge mosaica, inglobò elementi mazdaici ed achemenidi, che si legavano perfettamente al corpo giuridico mosaico e che rafforzavano i principi stessi dell’antica torah, attualizzandoli.

L’educazione stessa  giudaica del fanciullo e i tempi educativi risultano quasi eguali a quelli persiani, in quanto derivanti da una stessa fonte.

L’educazione persiana infatti presenta sorprendenti affinità con quella degli ebrei: il predominio di un popolo sull’altro forse può spiegare certe somiglianze di costume.

I due popoli seguono due percorsi, sebbene vicini e paralleli, in connessione con le loro tradizioni culturali, anche se quella giudaica, in quanto sottoposta, sembra aver subito qualche trasformazione e qualche influenza.

Il popolo giudaico cadde sotto i Persiani, dopo la sconfitta di Nabonide ad opera di Ciro, che prese Babilonia e imprigionò Baldassar, reggente figlio del re, nell’ottobre del 538 a. C.

Con la vittoria  i deportati in Babilonia e il territorio giudaico vennero sotto il potere persiano.

La Giudea  rimase sotto i persiani per più di due secoli, fino alla vittoria di Alessandro Magno su Dario III: inizia allora il periodo, che va dal  312 fino al 199, sotto i lagidi e dal 199 al 146 sotto i seleucidi, senza comprendere il periodo della vita di Alessandro e gli anni della lotta tra i diadochi:  il I e II libro dei Maccabei e Giuseppe Flavio datano dal 312  la storia, anno della vittoria a Gaza di Tolemeo su Demetrio.

La politica dei re persiani si basava sul rispetto della lingua e della religione dei popoli soggetti, che, stanziati nei loro territori, dovevano obbedire solo alle leggi generali dell’impero uniformandosi  solo alla virtù della giustizia.

Ciro quindi fu un benefattore per giudei che furono rinviati sotto la guida di Zorobabel e di Giosuè, un principe e un sacerdote nella loro patria di origine, dove si integrarono con quelli che erano rimasti, cercando di mantenere il culto di JHWH, inalterato, nonostante le contaminazioni avvenute nel corso della “cattività”.

Secondo Esdra (6,13-22) le grandi speranze dei rimpatriati si tradussero solo nella ricostruzione del tempio, che risulta finito nella Pasqua del 515, anche se si presentava  più piccolo e modesto rispetto a quello di Salomone (Zaccaria. 2.14-17; Aggeo,1e sgg. ).

In questo  ventennio circa, si era passati da Ciro  a Cambise e a Dario, e l’impero persiano aveva conquistato l’Egitto e quindi la terra di Giudea era stata attraversata dagli eserciti  e la popolazione era ancora rimasta secondo le regole tipiche della medizzazione, anelando ad un proprio tempio, a ritrovare in esso la propria identità di nazione.

D’altra parte  dal periodo di Dario, che aveva riformato il sistema persiano, la Giudea era stata inserita nella 5^ satrapia Transeufratea, che comprendeva la regione posta tra l’Eufrate e l’Habor, la Siria, la Palestina, la Fenicia e Cipro  e aveva avuto forse favori dalla corte  tanto da aver iniziato a costruire le fondamenta del tempio verso il 519 ( Esdra 5.1-16), nonostante l’ostilità dei vicini e poi da finirlo.

Bisogna precisare che nell’ambito della satrapia i persiani avevano suddiviso i popoli in province, governate da Pehah (governatori), tra loro ostili ed invidiosi, in caso di favori imperiali.

Gli episodi narrati in” Daniele” e la figura stessa dell’eunuco, favorito a corte, possono spiegare il clima  di gelosie e di invidie, in cui i giudei, spinti da Aggeo, (Cfr.Aggeo) un profeta contemporaneo di Zaccaria, postesilico, ricordato in Esdra (5,1; 6,14),ricominciarono la costruzione del tempio fino a  completarla.

Dopo un settantennio i giudei solo nel 445 con Artaserse ebbero il privilegio di costruire le mura di Gerusalemme in modo da separarsi dai paesi vicini  e così mantenere meglio le loro tradizioni.

In quel periodo tre generazioni si riunirono intorno al proprio santuario, conservando però i costumi acquisiti nel periodo babilonese mentre il sacerdozio  manteneva solo un ‘alleanza tra popolo e Dio  secondo criteri propri di una tradizione lassista, senza lo zelo mosaico, conseguenza di un “imbastardimento” culturale.

I sacerdoti, infatti, a detta di Malachia,(Cfr. Malachia), ultimo profeta, esercitavano male il loro ministero: offrivano sacrifici  a Dio con animali difettosi, trascuravano lo studio della Bibbia  o erano scarsamente preparati, non facevano pagare le decime, trascuravano il riposo sabbatico, non seguivano i poveri e le vedove, accettavano matrimoni misti e permettevano facilmente i divorzi, non avevano il vero timore di Dio poiché non veneravano il suo Nome.

Insomma la comunità non aveva una  fede che diversificasse  i giudei dagli altri popoli, con i quali convivevano.

Certo essi avevano tentato di separarsi dagli altri popoli chiedendo di potere ricostruire una prima volta le mura sotto Serse (485-465) e poi sotto Arteserse I (465-425), ma le loro speranze erano state frustrate dal pehah di Acco (Galilea) e di Samaria.

L’episodio di Ester, se inserito nell’epoca di Serse, potrebbe spiegare le speranza  di un popolo, che, accusato, doveva essere distrutto e che fu salvato dall’innamoramento del re per la bella nipote di Mardocheo, divenuto regina da ancella ( Cfr. Ester e Erodoto, VI, 64).

L’inizio di un riscatto e di una purificazione  comincia sotto il regno di Artaserse Icol 445 quando viene accordato a Neemia il permesso di ricostruire le mura di Gerusalemme: ciò aveva per il popolo ebraico un significato di separazione  e costituiva la  prima forma per la propria purificazione graduale per ritrovare la originaria purezza e rinnovare un nuovo patto tra il popolo e Dio.

La medizzazione aveva uniformato l’impero achemenide, basato sulla giustizia, aveva imposto Ahura Madza e specialmente i principi del bene e del  male, stravolgendo tanta parte della cultura giudaica, basata sull’unico Dio e si era risolta in una fonte di peccato per i giudei zelanti, che rifiutavano di integrarsi nel sistema persiano plurirazziale ed ecumenico.

Fino ad allora essi erano  stati sbandati e senza la legge che li vincolasse perchè il sacerdozio aveva deviato dalla retta via segnata da Mosè, permettendo nel lassismo generale la medizzazione contestuale: le varie ondate di ritorno avevano fatto incontrare vari gruppi con varia cultura medizzata e quindi Israel formava non un corpo compatto religiosamente, ma univa corpuscoli di fedeli di diverso zelo e di diversa interpretazione della legge  a seconda della propria storia e dell’ambiente di iniziale formazione.

Da Malachia sembra, comunque, che tre erano le cause di  maggiore contrasto: il Sabato, il matrimonio misto, l’elemosina.

Inoltre risulta  che grande era la tensione tra i gruppi perchè in tutti c’era quella volontà di   isolarsi e di rinnovare il patto che  si poteva  attuare, più tardi, con Esdra, nonostante le difficoltà e le opposizione dei  vicini.

Neemia esprime dunque l’esaltazione  per le mura ricostruite e  mostra, da governatore della provincia giudaica per conto  di Artaserse I, la compattezza popolare   al momento della ricostituzione di Gerusalemme come faro di civiltà per tutti gli ebrei della diaspora e per tutto il territorio provinciale.

La stessa suddivisione in 12 peleg, distretti mandamentali, che pur risalivano all’epoca babilonese, tende a ritrovare l’originaria impostazione culturale anche su un piano nominale geografico e a formare quasi un’isola nel sistema interno della 5 ^ satrapia.

Le successive riforme di Neemia, che effettua una seconda missione intorno al 430, vertono sulla regolamentazione del clero, sul riposo sabbatico  e fondamentalmente sul rinnovamento dell’alleanza tra il popolo santificato e Dio.

La sua opera viene completata da Esdra, “scriba e sacerdote della legge del regno di Dio” arrivato a Gerusalemme, in qualità di ispettore religioso forse nel 398 a. c.

Il riformatore è inviato da Artaserse II (404-358 ) col compito di cercare ufficialmente giudici  secondo il sistema giudiziario persiano, in base all’educazione persiana, secondo le regole di formazione medica.

Il sacerdote mentre cerca giudici che devono applicare giustamente la legge, con condanne a morte, con multe pecuniarie, con bandi di espulsione per i trasgressori, codifica  la legge, la fissa secondo la torah mosaica, pur mantenendosi apparentemente ligio a quella persiana, e ricostruisce l’unità ebraica  riconoscendo il culto di JHWH  e la superiorità del tempio di Gerusalemme, regolando le entrate tributarie, come segno di partecipazione  per i fedeli sparsi in tutto il regno persiano: Esdra insomma ricostituisce il patto di alleanza tra Popolo e Dio, in modo severo, in una ristrutturazione  totale del sistema giudaico, in una netta separazione dai non circoncisi.

Questi pochi dati storici sono stati scritti solo per far comprendere come la storia e cultura giudaica possano essere state influenzate da quelle persiane: non è il caso di operare più diffusamente sui rapporti storici e culturali intercorsi

Dalle fonti greche si hanno elementi utili per rilevare una marcata somiglianza tra il sistema persiano e quello giudaico: noi le abbiamo comparato con quelle bibliche perchè  vediamo la dipendenza culturale ebraica.

Erodoto (I, 136) afferma che i persiani” insegnano,a partire dall’età di cinque anni fino ai venti  solo tre cose : cavalcare , tirar d’arco e dire la verità” ed aggiunge (ibidem, I38) che la menzogna è da essere considerata la cosa più turpe.

Senofonte in Ciropedia (I, II, 3-14) tratta dell’educazione persiana: mostra “la piazza della liberta di Pasargade, divisa in quattro settori, uno per i fanciulli, uno per i giovani, uno per gli adulti, uno per coloro che non sono in età di portare le armi.

Precisa come  poi,  ognuno,  a seconda dell’età, debba presentarsi ad una certa ora e  come “per i fanciulli si scelgono fra gli anziani quelli che sembrino in grado di svilupparne al meglio le virtù, per i giovani quelli fra gli adulti che siano capaci di ottenere i migliori risultati educativi, per gli adulti gli uomini che siano più indicati a predisporli ad eseguire i compiti e gli ordini impartiti dalla suprema autorità e per gli anziani si selezionano dirigenti con l’incarico di sorvegliare che anch’essi compiano i loro doveri”.

Per lo storico i persiani usano la piazza  solo per l’educazione ed evitano il commercio perché implica la bugia, il raggiro, la disonestà, in quanto desiderosi di formare perfetti cittadini.

Secondo Senofonte le dodici tribù (anche se ne sono  citate dieci) dividono in gruppi i loro  figli e li affidano a relativi maestri, selezionati perché li educhino.

L’educazione si realizza in effetti  in due fasi: una che va dai 5 ai I5/6, detta dei fanciulli; l’altra dei giovani  dura 10 anni ed arriva fino ai 25/6.

L’autore greco  si mostra sorpreso nel vedere che i persiani “ frequentano la scuola  ed imparano i principi della giustizia e dichiarano essi stessi che vi si recano a questo scopo, proprio come da noi lo scolaro dice di andare a  scuola per imparare a leggere e a scrivere”.
Senofonte passa poi ad esaminare l’organizzazione della vita dei giovani: “per dieci anni, a partire da quando sono usciti dalla fanciullezza, dormono … nei pressi degli edifici governativi e questo sia per fare la guardia alla città sia per potenziare la loro attitudine alla temperanza…”.

Quando i persiani hanno compiuto il  decimo  anno tra i giovani possono passare nella categoria degli adulti e vivono per 25 anni  così: “ in primo luogo, non meno dei giovani, si tengono a disposizione dei magistrati per ogni incarico di salute pubblica che richieda l’intervento di individui maturi ormai nel carattere, ma tuttora vigorosi. In occasione di una campagna militare…Trascorsi i 25 anni previsti passano, poco più che cinquantenni,  nella classe di coloro che sono di nome e di fatto anziani, che svolgono le funzioni di giudici in quanto giudicano, non essendo più abili per la guerra, rimanendo in patria, le cause pubbliche e private: sono loro ad emettere le sentenze di morte e a scegliere tutti i magistrati.

 Se un giovane o un uomo maturo viola qualche norma tradizionale, il magistrato preposto alla singola tribù o chiunque altro lo desideri, ha facoltà di denunciarlo e gli anziani, dopo averlo ascoltato, emettono il verdetto: il condannato perde ogni suo diritto per il resto della vita.”

Ora la Bibbia,  postesilica,parla continuamente di giustizia e di temperanza, oltre che di prudenza e fortezza,  su cui è basata l’educazione ebraica,  ed evidenzia anche i precedenti  prestiti sumerici, egizi, ma specialmente persiani.

Secondo la concezione iranica e zaratustriana (cfr. Mircea Eliade, Storia delle credenze e delle idee religiose, 329 –  361., Sansoni 1975,)  l’uomo è lacerato dal dissidio tra il male e il bene, ma procede nel cammino della vita mediante la giustizia (”arta” ).

Questa virtù,  citata nelle “gatha”,( parti dell’ Avesta) è continuamente chiesta ad Ahura Mazda da Zaratustra,  ossessionato dalla necessità del castigo dei malvagi e della ricompensa ai virtuosi, desideroso di esser assistito da Spenta Mainyu (lo spirito benefico) e di tenersi lontano da Angra Mainyu (lo spirito distruttore) .

La funzione di Dio nei confronti dell’uomo è ben marcata nel mazdeismo zaratustriano, che considera centrale  la provvidenza divina,  la quale  invia i due spiriti per seguire i figli del bene e quelli del male,  lacerati nell’eterna lotta (Cfr. Regola della Comunità ,in Luigi Moraldi,  I manoscritti di Qumran, Tea 1994  III 16-25; IV 1-26)

Anche il mondo persiano  è pervaso dalla ricerca di Arta, anche se il nome di Zoroastro non è mai presente nelle iscrizioni achemenidi, mentre è attestato il nome di Ahura Mazd : è innegabile , comunque,  che l’imperium  dei “re dei re” abbia avuto una forte impostazione giuridica e morale zaratustriana, testimoniata e dalla cultura giudaica e da quella greca.

E’ patrimonio culturale del Persiano inoltre l’antinomia , Asha /Druj , in cui l’area semantica del primo termine ingloba sia Verità che Giustizia, che risultano idee complementari, mentre quella del secondo marca sia la Menzogna che l’Ingiustizia.
In più parti Zaratustra si definisce “ un sincero nemico del seguace della Menzogna e un potente sostegno dei seguaci della verità “(Cfr. R.C. Zaehner, Zoroastro e la fantasia religiosa,trad, Ital. Milano 1962,p.33).

Perciò i persiani nobili sono educati fin da bambini alla Verità e se non sono leali perdono lo Xvarenah  non hanno più quel Charisma che permette loro di governare e di avere rapporto  autorevole con gli altri.

(Circa la sincerità cfr. Erodoto,Storie, I,136; Platone, Alcibiade, I,122a; Nicola di Damasco, F Gr Hist 90 F62; Strabone, Geografia, XV, 3, 18)

Anche nell’iscrizione di Behistun, voluta da Dario (cfr. A Pagliaro-A Bausani, Storia della letteratura Persiani, 1960, pp 22-28) si legge: perchè io non ero sleale, perchè non ero bugiardo,non ero violento, né io né la mia famiglia, secondo Giustizia  io mi comportavo.”

Sembra perfino che Dario si ribella al padre Artaserse, che già preferiva l’altro figlio Oco, perché era scaduto nella sua Xvaranah quando gli aveva promesso Aspasia e poi  dopo avergliela data, l’aveva relegata come sacerdotessa in un tempio e molti si sentivano sciolti dal giuramento di fedeltà col vecchio re spergiuro.(cfr. Plutarco, Vita di Arato ed Artaserse).

La cultura greca ha tramandato il grande rispetto per la giustizia dei persiani che è una caratteristica  dei  magi, la casta sacerdotale, ridimensionata, ma sempre operosa nel quadro del culto e della pietà achemenide.

La Bibbia postesilica e Filone insistono sulla educazione, come anche i Vangeli e i testi qumranici, come basilare per la formazione di un giudeo.

Dall’esame comparato ci deriva un quadro morale, certamente derivato dalla cultura iranica, ma  ben integrato nella tradizione giudaica, basata sull’euergesia e sulla aletheia  (ben fare e dire il vero), tanto da essere diventato un’espressione tipica dell’etica del “popolo eletto”.

Prima di”  leggere”dall’angolazione di Filone e dei Vangeli ci sembra opportuno, rilevare come i Qumranici di Regola dell’Assemblea, che probabilmente comprendono i fautori del “Regno dei  cieli”  galilaici, siano pervasi di giustizia  e siano riformatori del culto, del tipo di Esdra, desiderosi di un Nuovo patto di Alleanza, e perciò risentano di quella stessa influenza medica, forse per un’esigenza di separazione dalla cultura ellenistico-romana, aborrita.

Gli esseni di Qumran sono sadoqiti, sacerdoti discendenti da Sadoc,(anche se non sappiamo da quale linea esattamente derivino,) che sono collegati con i sadoqiti del tempio di Leontopoli, in Egitto, con i Terapeuti, che anelano ad un nuovo sacerdozio, poiché quello tenuto dai sadducei, gerosolomitani, è illegittimo.

Essi hanno una coscienza di separazione in linea con la concezione di dissociazione  dal mondo e dalla politica perseguita dai tempi dell’esilio: per loro l’interiorità, in quanto spiritualità, deve essere separata dalla loro formalità esteriore.

Essi sanno che Giasone, fratello di Onia III,” benefattore della città ,difensore del popolo e zelante della legge” ( II Macc. 3.1,15.12)  passato  all’ellenismo, era stato contrastato da  Menelao ed  era stato costretto all’esilio a Sparta, dove moriva insepolto e che, dopo di lui iniziava una successione illegittima nel sacerdozio gerosolimitano.

Essi riconoscono solo la stirpe di Onia IV, trasferita in Egitto come legittima e che quella degli Asmonei  prima (costituita arbitrariamente al tempo di Gionata , maccabeo) era sacrilega e che quella di Erode il Grande (che aveva creato sommo sacerdote il Babilonese Ananelo ) poi  era  anch’ essa illegittima.

I sadoqiti quindi sulla base sacerdotale predicano l’avvento di un nuova era, di un nuovo patto ed hanno l’adesione popolare ed attendono un Mashiah, un laico che, unto dal signore ricrei  un patto nuovo, faccia trionfare la giustizia  sulla terra, abolendo ogni altro regno, dopo aver punito i figli delle tenebre, i sacerdoti del tempio, i loro seguaci ellenizzati, palestinesi e quelli della diaspora e i nemici stranieri, i Kittim romani ed alleati ( Cfr. Esseni, quod omnis probus in www.anglofilipponi.com) .

La loro regola sottende sinteticamente il nuovo processo formativo ed educativo dei figli della luce ed ha certamente punti di contatto con il sistema legislativo di Nehemia e con quello riformistico di Esdra, che  sono chiaramente influenzati dalla cultura persiana.

E’ quindi la regola dell’Assemblea, connessa d’altra parte in vario modo al Documento di Damasco, alla Regola della Guerra e ancora di più alla Regola della Comunità  un anacronistico “percorso” di sacerdoti  zelanti della legge, che considerano i sommi  sacerdoti del Tempio illegittimi e delegittimano perciò la stessa autorità laica costituita!.

Queste opere esprimono il pensiero di uomini che condannano il popolo perché è contaminato dal “benessere commerciale e industriale” dell’ellenismo e perché  ha deviato dalla retta via: i sacerdoti perciò  ritengono necessario seguire di nuovo il modello di Esdra di purificazione e  di guerra: i romani, invasori,  e l’ellenizzazione sono i due attuali nemici da combattere e da sterminare, come allora i persiani e la medizzazione.

Per comprendere bene i processi di un popolo,- che, educato alla Torah  e represso, tende da bambino, sempre a mantenere inalterata la sua fede- bisogna considerare il sistema educativo sacerdotale, impostato sull’organizzazione  e l’obbedienza   e rilevare come  nei momenti  di pericolo esterno  le forze represse si coagulino intorno al clero, emblema della legge e della giustizia: in questo clima di reazione domina la regola e con essa i sacerdoti, che sbandierano Verità e giustizia, in nome di Dio, fanaticamente per ritrovare un proprio equilibrio dopo lo scontro “religioso”, sempre considerato vittorioso dai superstiti, come evento voluto da Dio.

La condanna dell’ellenismo era iniziata già con Gesù ben Sirach  che aveva considerato la religione giudaica un insegnamento  di sapienza superiore ad ogni saggezza umana  pagana ed era convinto che la vittoria sarebbe stata dei depositari della fede.

Chiaramente il siracide ha piena coscienza che la fazione dominante sacerdotale  è ormai ellenizzata e che è filo seleucide

D’altra parte  Antioco IV  senza capire la particolare fides giudaica, incapace di ogni commistione  con la religione greca, aveva inteso il rifiuto giudaico popolare come un’offesa alla sua regalità divina  e come una insubordinazione ostinata.

Aveva fatto perciò violenza contro la cultura giudaica, favorito dal clero che seguiva le sue disposizioni  e che già era ellenizzato.

L’ostinata lotta e la ribellione conseguente del 168  avevano dimostrato l’animus giudaico e la sua volontà di separazione: il libro di Daniele ne è una prova in quanto l’autore invita a resistere e a rimanere saldo nella coscienza della PRESENZA di Dio e nella certezza della vittoria.

In effetti però il fariseismo, cioè la separazione di religione e politica, è una coscienza tradizionale giudaica che si disinteressa della vita politica e che vive solo di spiritualità.

La rottura di tale tradizione avviene nel mondo giudaico solo in casi di esasperazione: infatti la mistione di sacerdozio e di potere politico degli asmonei, la perdita di autonomia ad opera dei romani, l’investitura del perfido civis  idumeo Giulio  Erode e dei suoi figli erodiani, filoromani  determinano un movimento nazionalistico che inizialmente è popolare e che solo più tardi ingloba il fariseismo, nelle sue varie anime, compresa quella essenica.

Il movimento nazionalistico comunque ha come guida il fariseismo solo a seguito dell’inasprimento del dominio romano e del processo di ellenizzazione romano ellenistica, avvenuto in epoca augustea, nel corso del Regno di Erode, specie negli ultimi anni.

Il fariseismo altrimenti tendeva ad una sua interiorità e quindi non si lasciava compromettere da ogni forma politica: la punta avanzata di tale schieramento, quella essenica, ancora più tardi, forse nel periodo di Jehoshua Barnasha, si compromette con il nazionalismo giudaico popolare, diventando la voce della ribellione stessa in nome di Dio…

Filone e La Regola dell’Assemblea

 

Per un migliore confronto tra la cultura medica ebraica e la cultura essenica,

leggiamo, dunque la Regola dell’Assemblea, tratta da L. Moraldi , I manoscritti di Qumran, ibidem:

  1. E’ questa la regola per tutta l’assemblea di Israel, alla fine dei giorni, quando si uniranno alla comunità per camminare 2.in conformità al giudizio dei figli di Sadoc, i sacerdoti, e degli uomini del loro patto che hanno rifiutato di camminare  sulla via 3. del popolo: sono questi gli uomini  del suo consiglio i quali hanno custodito il suo patto in mezzo all’ empietà per espiare la terra.

4.Allorchè giungeranno, raduneranno tutti gli arrivati dai bambini alle donne e leggeranno alle loro orecchie 5. tutti gli statuti del patto e li istruiranno in tutte le loro disposizioni affinché non sbaglino, commettendo inavvertenze.

6.E questa è pure la regola per tutte le milizie dell’assemblea per ognuno che è nato in Israele.

Fin dalla giovinezza 7. lo si istruirà sul libro della meditazione e , secondo la su età, lo ammaestreranno sugli statuti del patto, ed egli  8.riceverà la sua educazione nelle loro disposizioni per dieci anni, dall’ingresso nelle categoria dei ragazzi.

All’età di 20 anni passerà 9. tra gli arruolati, entrando, in base, alla sorte, in mezzo alla sua famiglia, in comunione con l’ assemblea santa e non si accosterà 10.ad una donna per conoscerla, per giacere da maschio, se non quando egli avrà compiuto i 20 anni, allorché conoscerà il bene 11. e il male.

Allora lei sarà accettata per testimoniare su di lui le ordinanze della legge  e per partecipare all’udienza delle decisioni 12. con pieno diritto.

All’età di 25 anni entrerà a partecipare alle strutture fondamentali dell’assemblea13. santa, per compiere il servizio dell’assemblea.

All’età di 30 anni potrà essere promosso ad arbitrare una lite 14. e un giudizio, a prendere posto a capo delle migliaia di Israele, tra i comandanti delle centurie e ai comandanti delle cinquantine,15. tra i comandanti delle decurie, tra i giudici e i funzionari secondo le tribù e in tutte le loro famiglie, in obbedienza ai figli 16. di Aronne, i sacerdoti, e a tutti i capi famiglia dell’assemblea che la sorte ha designato a partecipare 17. ai servizi ed entrare davanti all’assemblea. E secondo la sua istruzione, congiunta alla perfezione della sua vita, rinsaldi i suoi fianchi per il posto (assegnatogli) nell’esercizio.

  1. del servizio, della sua opera in mezzo ai suoi fratelli. Sia molto o poco ciò per cui è al di sopra di quello, ognuno onorerà il suo prossimo.19 Con l’aumentare degli anni di ognuno il compito in servizio dell’assemblea gli sarà affidato proporzionalmente alle sue forze.

Ma nessun uomo poco dotato 20. entrerà nel sorteggio per accedere a un posto sopra l’assemblea di Israele per  emettere una sentenza o per assumere una carica dell’assemblea 21.o per accedere ad un posto nella guerra  destinata ad abbattere le nazioni. La sua famiglia lo iscriverà soltanto nell’elenco della milizia e farà il suo servizio da operaio secondo il mestiere.

I figli di Levi staranno ciascuno al suo posto, 23. agli ordini dei figli di Aronne, per fare  entrare  e far uscire tutta l’assemblea, ognuno al suo posto, sotto il comando dei capi 24. famiglia dell’assemblea-capi , giudici e funzionari secondo il numero di tutte le milizie -al comando dei figli di Sadoc, i sacerdoti, 25. e di tutti  i capi famiglia dell’assemblea.

E quando vi sarà la convocazione di tutta la congregazione per un giudizio o 26. per un consiglio della comunità o per una convocazione militare, li santificheranno per tre giorni, affinché ognuno che viene sia sia preparato per la data fissata.

Questi sono gli uomini da chiamare al consiglio della comunità, a partire dall’età di 20 anni…: tutti  28. i sapienti dell ‘assemblea, gli intelligenti e gli istruiti , quelli la cui vita è perfetta, e gli uomini coraggiosi unitamente 29. ai capi tribù a tutti i loro giudici ai funzionari ai capi delle migliaia e ai capi delle centurie II,1 delle cinquantine e delle decurie  e ai Leviti, ognuno nella sua divisione di  servizio. Questi 2. sono i notabili chiamati al convegno, coloro che sono convocati al consiglio della comunità, in  Israele3.alla presenza dei figli di Sadoc,i sacerdoti. Chiunque sia colpito da una qualche impurità 4. umana, non entrerà nella congregazione di Dio.

Chiunque è colpito da queste sicché non possa tenere un 5.posto nell’assemblea e chiunque è colpito nella sua carne, paralizzato ai piedi o 6. alle mani  zoppo o cieco o sordo o muto , colui che è colpito nella sua carne da una tara  7. visibile agli occhi un uomo vecchio, vacillante, da non poter reggere in mezzo all’assemblea, 8.costoro non entreranno a partecipare in seno all’assemblea dei notabili, giacché angeli 9. santi sono nella loro assemblea .Se qualcuno di costoro ha qualcosa da dire al consiglio di santità, 10. lo interrogheranno;ma questa persona non entrerà in seno all’assemblea, poiché è colpita.11. Questa sarà la seduta dei notabili, chiamati al convegno per il consiglio della comunità, quando Dio avrà fatto nascere 12. il messia in mezzo a loro. Entrerà il sacerdote a capo di tutta l’assemblea di Israele e poi tutti 13. i suoi fratelli, i figli di Aronne,, i sacerdoti i chiamati a convegno, i notabili, e siederanno 14.,davanti a lui, ognuno secondo la sua dignità.

Dopo entrerà il Messia di Israele e davanti a lui siederanno i capi15. delle tribù di Israele, ognuno secondo la sua dignità, in base al suo posto nei loro accampamenti e secondo le loro disposizioni di marcia.Tutti 16.  i capi famiglia dell’assemblea, con i sapienti dell’assemblea santa, siederanno davanti ad essi, ognuno secondo 17. la sua dignità.

E quando si raduneranno alla mensa comune oppure a bere il vino dolce, allorché la mensa comune sarà pronta 18. e il vino dolce da bere sarà versato, nessuno stenda la sua mano sulla primizia 19. del pane e del vino prima del sacerdote, giacché egli benedirà la primizia del pane 20. e del vino dolce e stenderà per primo la sua mano sul pane.

Dopo, il messia di Israele stenderà le sue mani 21. sul pane e poi benediranno tutti quelli dell’assemblea della comunità, ognuno secondo la sua dignità. in conformità di questo statuto  si comporteranno 22. in ogni refezione, allorché converranno insieme almeno dieci uomini.

Dalla lettura , al di là dei problemi esegetici e  storici, sembra possibile rilevare che l’assemblea  (’edah) è una comunità essena di “puri”,organizzati anche militarmente , che “camminano” secondo il patto e combattono contro chi si è allontanato dal patto, nella certezza del ritorno di Israel, come inizio della fine dello stato pervertito presente, dominato dai falsi sacerdoti e dalla cultura ellenistica, esprimenti il regno del male , le tenebre, Belial.

I giusti sono convinti di essere nel tempo apocalittico e  quindi escatologico.

E in secondo luogo è rilevabile la presenza di due guide , due unti che realizzeranno, con l’aiuto di Dio, il trionfo del bene , della giustizia e della legge del nuovo patto : la regolamentazione è funzionale a tale ritorno di Israele e propedeutica alla lotta vittoriosa sotto la guida degli unti del signore.

I giudici  come capi  e la giustizia, come virtù essenziale  al pari di prudenza, temperanza e fortezza, hanno un grande rilievo nel quadro del reclutamento e dell’organizzazione essenico-qumranico.

La “regola”  è soprattutto ricerca di giustizia, che è la virtù di tutta la comunità che “cammina in conformità al giudizio dei figli di Sadoc “, che “ha custodito il suo patto in mezzo all’empietà per espiare la terra”.

Ed essa è connessa con La regola della Comunità(Cfr, L. Moraldi, op. cit. ), dove sembra che il Maskil ( il saggio)  istruisca i “santi” a vivere  secondo le regole  comunitarie :

 “a cercare Dio con tutto il loro cuore e con tutta la loro anima e a fare ciò che è bene e retto dinanzi a  lui 3. come ha ordinato per mezzo di Mosé  e per mezzo di tutti i suoi servi e profeti; affinché amino 4. quanto egli ha scelto ed odino quanto egli ha respinto, affinché si tengano lungi da ogni male  5. e si applichino a tutte le opere buone, affinché pratichino 6. sulla terra la verità,  la giustizia   e il diritto; affinché non vivano nella ostinazione del loro cuore colpevole e degli occhi adulteri 7. commettendo ogni male; affinché introducano nel patto di grazia tutti coloro che sono volenterosi nell’adempimento degli statuti divini;8. affinché si uniscano nel consiglio di Dio e camminino davanti a lui nella perfezione di tutte 9. le cose  rivelate  nei tempi stabiliti delle testimonianze per loro; affinché amino tutti i figli della luce, 10. ognuno secondo il posto che ha nel consiglio di Dio e odino tutti i figli delle tenebre , secondo la colpevolezza, che ha 11. di fronte alla vendetta di Dio…”

Da queste regole  deriva un’organizzazione da una parte militare e da un’altra religiosa e cultuale che divide i buoni dai cattivi , i destinati alla vittoria e al regno  e i sicuri vinti, capaci, comunque,  di trionfare solo a causa delle tenebre .

In questo senso il monito del Documento di Damasco(cfr L. Moraldi,op.cit,)  suona già condanna a morte per gli esclusi  e trionfo per i giusti :  “ a tutti  voi che conoscete la giustizia e comprendete le opere di Dio. poiché egli nascose il suo volto ad Israele e al suo santuario e  consegnò alla spada “ gli  infedeli, che deviarono “dai sentieri della giustizia”.

Arta, zaratustriana ed achemenide , è dunque anche la base in Israele di ogni educazione e formazione  specie per gli Esseni, uomini che attivamente praticano la virtù e per i Terapeuti, santi che interpretano la torah e che fanno vita contemplativa

Filone in tutta la sua opera parla della giustizia, come di un cammino  da percorrere , disagevole e dirupato , opposto alla via maestra delle strade romane e persiane, comode e larghe carrozzabili,  che è la via del ben dire e del ben  fare, in una fusione di teoria e pratica ( di Halakah e  Haggadah).

Nel presente trattato, parlando del “giudicare o per lezione o per sorte”, parla espressamente del giudice  e marca il termine giustizia, giudicare, giudicato, recuperando anche le altre tre virtù cardinali, prudenza fortezza e temperanza. sempre considerate unitariamente come cardini nell’educazione giudaica.

Il giudeo, come il persiano, educato alla giustizia solo dopo il trentesimo anno è giudice  e quindi ha capacità di valutazione tali che gli permettono di emettere una sentenza giusta, senza lasciarsi prendere emotivamente da chi parla sulla base del vedere e del sentire , a non lasciarsi corrompere da doni.

Infatti il giudice sa ( Deuteronomio,16.18-20) che “i doni accecano gli occhi, ostacolano la giustizia , costringono la mente ad allontanarsi dalla retta via” ed inoltre una volta divenuto corruttibile si abitua all’avidità, che fa commettere ingiustizia e fa condannare chi avrebbe dovuto avere giustizia.

Filone mostra sulla base della legge di Mosè che la causa principale di peccato è l’abitudine alla bugia.

Qui l’autore si diffonde a trattare dell’educazione sbagliata ad opera di donne prima e poi di servi ed infine a anche di liberi che permettono la bugia e la fanno radicare nell’animo

Filone  parla poi della necessità di un decondizionamento, tramite la pratica della verità , congiunta con la manifestazione, facendo l’esempio delle immagini nei discorsi: il dire il vero non ha significato se non è manifesto, se non c’è la cassa di risonanza contestuale, senza il clima di giustizia. che assicura la manifestazione.

E su questa base dà un terzo precetto : “che il giudice esamini le cause  delle parti:… e guardi non  le persone che sono giudicate  ma la pura e nuda natura della causa.. pensando che il giudizio è cosa di Dio, di cui il giudice è ministro e procuratore”.

Alla base c’ è la coscienza della funzione del giudice che deve pensare “di essere giudicato non meno di giudicare  “ e che perciò deve essere fornito di “prudenza per non essere ingannato”, di ” giustizia per dare a ciascuno il suo” e di “ fortezza per non essere piegato dalla preghiera e dalla pietà tanto da infierire sulle bande di delinquenti”

 

Filone ellenista e la giustizia

L’impostazione filoniana risente anche della tradizione della cultura giuridica greca, che si era sviluppata da Lisia  fino al diritto lagide (Cfr. Lisia): egli è un ellenista che accoglie della tradizione aramaica solo lo spirito, non la lettera che invece è interpretata allegoricamente sulla base di una traduzione greca, quella della Bibbia dei Settanta, che già di per se stessa in quanto non aramaica, è già eretica.

Filone perciò da una parte innova in quanto è eretico rispetto alla cultura della giustizia giudaica aramaica, ma dall’altra  è conforme alle prescrizioni della interpretazione ellenistica  giudaica della legge adattata secondo il nomos platonica ed originalmente impostata secondo la philantropia  (tzedaqah ) con applicazioni commerciali e bancarie.

La sua visione della giustizia è propria di un methorios, di uno che è al confine tra tradizione giudaica palestinese ed innovazione culturale ellenistica, di un progrediente verso forme ascetiche e mistiche che ha come modello Giacobbe/Irael, l’ebreo destinato a vedere Dio, ad essere terapeuta (cfr Vita Contemplativa, inizio).

Filone esprime, comunque, la giustizia come forma di Dio e  potenza della sua stessa volontà, di cui l’uomo è solo servo, secondo la lettura allegorica farisaica.

Da qui lo zelo di servire Dio come trionfo del suo nome, cui necessariamente segue l’amore verso  il prossimoal di là dell’amicizia e  famigliarità,cittadinanza  ed estraneità; da qui il giudizio conforme a verità.

D’altra parte il giudice non deve essere preso da commiserazione verso il povero perché egli svolge un servizio di giustizia: in altra sede devono essere la misericordia e la commiserazione per il debole, per il povero, per il bimbo, per la vedova: in sede di giudizio deve esserci solo la giustizia.

La legge è chiara e Mosè ha trattato in molti punti della necessità di proteggere gli elementi poveri ed indifesi, ma ha distaccato la pietà dalla giustizia, separando i giusti dagli iniqui.

In Legatio ad Gaium ci sono due passi in cui Filone parla della giustizia  romana, facendo solo la comparazione con quella giudaica e dando il suo personale giudizio. Nel primo dice espressamente parlando di Avillio Flacco, governatore tiberiano, valutato positivamente per  un quinquennio e negativamente nell’ultimo anno sotto Gaio a causa della precarietà della sua stessa vita , nel mutato panorama politico posttiberiano:”dopo pochi giorni emanò un editto, in cui ci chiamò inquilini e stranieri, senza darci la possibilità di intentare causa, ma condannandoci senza essere giudicati. Che cosa ci poteva essere di più tirannico di questo? lui in persona si arrogava la parte di delatore, di nemico, di testimone, di giudice, di esecutore di pena”.

Egli condanna l’auctoritas del giudice che tirannicamente  fonde tutte le  funzioni e ne invalida il giudizio, anche se rileva la straordinarietà del fatto perché in precedenza si rendeva vera giustizia “dandosi giudici equi, udite ed esaminate le parti, emettevano sentenza, senza che nessuno rimanesse ingiudicato e pronunciavano parere  né a favore né contro, ma secondo giustizia.”

Su Gaio Caligola invece nel secondo passo Filone dà un giudizio più severo: l’imperatore   viene visto come giudice, già intenzionato a condannare Flacco, che giudica per non sembrare che volesse emettere contro di lui una sentenza capitale per odio privato prima del giudizio, senza attendere né accusa né difesa.

Egli mostra la falsità del giudice e la ferocia del tiranno.

Vengono visti  gli accusatori di Flacco, come sottoposti, che  intentano un processo al loro superiore “un padrone  non può essere citato in giudizio da schiavi, nati in casa o comprati”

Filone qui condanna la politica stessa di Caligola che  proprio nel 38 a.c. favorisce la delazione dei servi a scapito delle classi egemoni senatorie ed equestri: egli coglie la volontà dell’imperatore di distruggere il senato e gli equites in quanto classi che hanno fatto condannare la sua famiglia e determinato la morte di sua madre Agrippina, dei suoi fratelli Nerone e Druso.

Per lui il giovane imperatore sovverte l’ordine divino delle classi sociali e favorendo i liberti diventa sovrano assoluto, in quanto non più controllato dall’auctoritas senatoria: è questo per lui già un atto contro la legge divina, anche se riconosce che il sovrano è nomos empsuchos .

Perciò il suo esame  tende a rilevare  la venale dimenticanza dei giudici, che  ascrivono  la lite perduta alla parte che avrebbe dovuto vincere. “Presa la ricompensa oltre l’ onorario, faceva risultare vincitore chi invece era perdente per diritto”.

In uno stato di non diritto, la mancanza di giustizia diventa emblema di assolutismo e Gaio Caligola simbolo di pazzia Moria/insania.

Caligola viene visto come giudice contro il popolo giudaico, accusato di empietà e di lesa maestà divina : Filone mostra il tiranno che giudica, non un giudice, facendo di lui l’exemplum di ogni ingiustizia

Il senso di Giustizia di Filone è quello della Bibbia e dei Vangeli: infatti c’è una profonda connessione tra il pensiero dell’alessandrino e il Vecchio testamento, ( cfr, Es.34,7;Num, 14,18;Eccl. 7,2o;Ne.1,3) anche se è sotteso qualche elemento della filosofia greca, specie platonica .

Egli ha chiaro il compito di giudice ben espresso in Legatio ad Gaium  350 . Compiti infatti del giudice  sarebbero stati questi: sedere con i consiglieri scelti secondo nascita, esaminare la causa rimasta inattesa  per 400 anni  ed ora per la prima volta  rimessa in discussione  contro diecine di migliaia di giudei  alessanderini,  disporre dall’una e dall’altra parte  i litiganti  con i loro sostenitori, ascoltare a vicenda  le parti a seconda della misurazione della clessidra,  chiamare a consulta i consiglieri, proferire quanto bisognava  palesemente con una sentenza  la più giusta possibile.

Il giudizio sui giudei alessandrini, però, non è una causa, ma una farsa e uno spettacolo  e non c’è tribunale, ma lo spettro di un  carcere. Infatti Caligola  accetta di riceverli  non in una sede ma mentre cammina  facendo una passeggiata in visita alle case di Mecenate e di Lamia, per un sopralluogo  circa la loro abitabilità e la loro possibilità di residenza urbana regale.

Non c’è l’ufficialità di un processo ma solo una peripatetica  discussione sui costumi giudaici, sulla loro astensione dalla carne di maiale e sulla loro opposizione alla divinità di Gaio .

Non c’è in Gaio neppure acrimonia né ostilità, ma solo commiserazione per un popolo attardato culturalmente che crede utopicamente: sono solo dei disgraziati  ….

Il suo giudizio non è una condanna, definitiva : l’amicizia per Agrippa che probabilmente ha ottenuto il permesso  di farli ricevere, seppure malato,  ha fatto dire solo parole ed  ha impedito la morte di tutta la legazione.

Caligola è convinto che senza imperium senza l’auctoritas/ exousia di un imperator/autocrator, di un solo monarca  non ci può essere giustizia  nell’oikoumene e che il mondo senza la sovranità imperiale cadrebbe nel caos  a cominciare  da Roma e dall’ Italia  perché mancherebbe la giustizia, cioè il Theos nomos empsuchos.

Caligola ha un visione cosmopolita in quanto è sovrano di molte genti,  eguali davanti al suo potere giuridico, previa integrazione nella paideia greca e nella cultura  della tradizione quiritaria!.

Filone, invece, conformato secondo i prostagmata lagidi e poi cesariani ed augustei ha una visione privilegiata del giudeo ellenista, protos in Alessandria e nel mondo romano: da ebreo, figlio ed erede del Padre  non comprende l di  trovarsi di fronte un Theos,  un innovatore rivoluzionario,  che ha già reso,   a Roma,  mediante l’obbligo della salutatio matutina,  sudditi senatori ed equites!

C’è in Caligola la volontà di essere unico sovrano del gregge umano!

Solo chi è al di sopra delle parti è in grado di assicurare  la giustizia  in quanto  sa subordinare il bene privato al bene comune:  è lui stesso il garante dello stato e stato stesso!

E’ legge vivente/ Nomos empsuchos  Caligola come già Cesare! Germanico, più di Augusto e  Tiberio,  vuole l’unione tra popolo e imperatore, tra militari ed imperatore  e cerca di rinsaldare il rapporto nel corso della sua breve vita!

Il figlio sempre più e con ogni mezzo- anche con  la celebrazione dell’epiphania divina, durata un anno- stringe  i legami con i populares :  è rappresentato teatralmente il  suo sentimento di giustizia  nonostante la sua fierezza aristocratica  e la  sua coscienza che la natura fa nascere uno servo ed uno comandante.

Caligola ha chiara  la  sorte umana  come status di tutti  nati per servire e di uno per comandare, in una precisa  definizione della paritarietà tra i sudditi e della distinzione netta tra governati e l’imperatore: Uno è il capo: gli altri, tutti eguali, sono gregge!

Per Caligola le masse avevano diritto paritario alla giustizia rispetto alle altre classi , ridotte alla stessa  condizione in quanti soggette allo stesso modo  e allo stesso sovrano: la giustizia uguale per tutti al di là della stirpe e del censo.

Solo con la stabilizzazione della divinità imperiale si ottiene  la iustitia  per i sudditi, i  cui diritti vengono calpestati in provincia  dai proconsoli  e dai pubblicani e in Roma dai  patres senatorii che si congiungono con gli equites e privano il popolo delle forme sociali e le corrompono attraverso le competizioni elettorali,  pilotate.

Caligola, dunque, riprende con il suo stato assolutistico il disegno cesariano connesso  in un certo senso con il sistema graccano…

In questo modo livella le classi sociali  abolendole e non  solo sostiene lo sviluppo dell’impero   e ripristina le prerogative tribunizie ma anche estende il diritto  di cittadinanza, tutela le assegnazioni  di terre le distribuzioni di grano,  lo stesso ius provocationis  il valore delle assemblee e la loro promulgazione di legge  e la applicazione locale.

Col dare giustizia il monarca  con  la sua divina supremazia  avrebbe conciliato le necessitates della plebe urbana e di quelle provinciali  e soddisfatto il loro bisogno di pax interna,  favorendo il commercio  tra le singole parti imperiali, Occidente ed Oriente,  senza l’alterigia nobiliare e  senza la tracotanza finanziaria dell’economia equestre: Caligola  persegue questo programma dopo l’ektheosis,  conscio che la sovranità imperiale divina è al di sopra della stessa sovranità popolare (cfr. De Iosepho).

Attua questo con uno studiato piano   con logica implacabile, direi con virtuosismo di un giurista,  proprio di una mente sublime e lo  porta alle estreme conseguenze  per avere in mano la  legge  e il popolo.

Dunque, Caligola  inventa l’assolutismo nella sua reale applicazione senza la falsità della auctoritas augusta, andando oltre  la funzione legalistico-amministrativa della basileia ellenistica !?

I suoi molti imitatori  Domiziano, Commodo, Caracalla, Alessandro  Severo non capiscono  l’aristocrazia caligoliana e  la sua democratica visione storica e tanto meno  intendono la sua infinita tensione al Divino  con la monarchia divinizzata come base  del potere!.

Le sue vittorie parthiche o germaniche (da cui sarebbe venuto il benessere generale) – col voto  senza appello  plebiscitario e con la forza degli eserciti- avrebbero  concesso  non solo consensi unanimi ma anche  sarebbero state fonte di  denaro  necessario per la integrazione dei popoli per altre campagne militari e per le riforme democratiche  e contemporaneamente avrebbero salvaguardato la disciplina romana e formato un’altra cultura  cattolica, universalistica, fusa con la cultura ellenistica.

Al di là comunque dei fatti avvenuti nel periodo di Caligola la giustizia  è romana, vista anche da Filone, dopo la morte del  tiranno e  il suo regolare ripristino con Claudio- che ristabilisce il  tradizionale kosmos, l’ordine con il riconoscimento dei diritti degli ebrei di Alessandria e di tutto l’ecumene  sulla base dei precedenti atti giudiziari sia romani che lagidi-.   

Da quanto  risulta dalle comparazioni fatte, però,  sembra  che   esiste  una profonda identità tra formulazioni filoniane e quelle neotestamentarie (Mt. 6.12; Lc, 17,3.10; Rom. 7, 1 sgg; Gal. 3, 22 Ef. 2,3 ecc.).

In conclusione, la giustizia è virtù fondamentale per il giudeo e per Gesù  stesso, giudeo,  che  la esprime come bisogno fisico nelle Beatitudini (Mt 5,6):”Beati quelli che hanno fame e sete di giustizia perché saranno saziati”, come nutrimento essenziale della vita umana.

Filone  è desideroso di evidenziare la superiorità degli eletti ed è cosciente che il sapiente vive in una dimensione superiore, quella della morale, che diventa il limite o meglio è segno di  elezione: i giusti e gli ingiusti non possono essere confusi.

Il giusto non giudica, ma non deve essere accusato: Dio è il suo patronus; il regno della giustizia è già un segno della sua predilezione e della sua presenza.

In molte altre opere  ( De Josepho, De  migratione, De vita Moesis ecc) Filone dimostra come la vita giudaica si realizza solo seguendo la giustizia e come Abramo, Giacobbe e Giuseppe  abbiano segnato le tappe di un cammino di giustizia, che è in effetti quello della santità giudaica, come realizzazione conforme dei precetti della Legge, come moralis come  euergesia, come Haggadah.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Alessandra, la suocera di Erode

I Parte

In memoria di mio zio Giovanni Filipponi, il mastro

I libri XIV,XV, XVI, XVII di Antichità Giudaiche trattano della vita di Erode, vista da Giuseppe Flavio, secondo il pensiero sacerdotale, da una parte, sadduceo e, da un’altra, farisaico.

Lo scrittore del Bios  è uomo di famiglia sommo- sacerdotale, asmoneo e, quindi, contrario ad Erode, idumeo e filelleno!.

Lo storico, infatti, in Bios,  un’altra sua opera,  afferma che egli, nato da stirpe sadducea, fa la scelta di essere fariseo: la sua formazione, dunque, non è unilaterale e risente di una sua personale mediazione tra le due grandi  sette/aireseis giudaiche.

Molte contraddizioni, dunque, si possono rilevare in uno storico, che ha fatto combaciare due diverse ed opposte filosofie, specifiche della  musar/cultura aramaica, specie quando è entrato a contatto con la cultura ellenistica, tramite la conoscenza orale della lingua greca e con essa della filosofia ellenistica medio-platonica.

Flavio si serve come base linguistica  del giudaico mishnico e dell’aramaico, a seconda della sua funzione rituale templare e della sua comunicazione quotidiana popolare e, perciò, risulta  un giudeo di difficile lettura  e comprensione, dato il contesto flavio, in cui opportunamente scrive, seguendo le fonti storiche imperiali, da una parte filoaugustee e da un’altra antoniane.

L’imperium romano è giustificato anche nella successione della domus Flavia alla domus giulio-claudia, fondatrice della costituzione assoluta sebasta/augusta, nonostante la  pur velata presenza della letteratura repubblicana di Asinio  Pollione,  di Messala Corvino, di Tito Livio  e di scrittori  ellenistici come Nicola di Damasco e di Strabone di Amasea.

Lo studio della figura di Giulio Erode nel testo di Flavio, dunque è un’operazione complessa per l’ambiguità dello scrittore che, sadduceo, si proclama fariseo e diventa un romanizzato acculturato superficialmente in senso ellenistico, alla ricerca   di una propria collocazione nella letteratura.

L’ essere diventato con la prigionia, schiavo del  dux  Vespasiano, un  legatus  neroniano,  da lui subito profetizzato come futuro imperator autocrator  del mondo romano, quando ancora vive Domizio Nerone, è segno, al di là della sua personale astuzia giudaica e della volontà di sopravvivenza- in contrasto col generale desiderio di morte degli altri sconfitti di Iotapata – di uno status di incertezza di un triennio, in cui matura la distruzione del Tempio, con la fine di ogni illusione giudaica militaristica, mentre si consuma la tragedia di un popolo che rifiuta il dominio romano,  cosciente di aver un solo padrone, Dio.

E’ un triennio, in cui lo scrittore matura un nuovo modo di vedere la storia non più sotto  l’oikonomia divina ma sotto quella romana, in cui si va allineando, indifferente ai tanti insulti dei vari strati aristocratici ebraici ed anche di quelli popolari, divenuto odioso ai sadducei, inviso ai farisei, spregiato dagli zeloti aramaici condannato dagli esseni e dai discepoli di Yohakanan  ben Zaccai – che proprio ha vaticinato l’avvento al potere di Vespasiano,- che è il vero  propheths-.

Inoltre il fatto che restano integri solo i trattati di Flavio e di nessun altro storico (nemmeno quelli di Giusto di Tiberiade) e che poco o niente si sa di quelli ellenistici o romani, di cui si hanno solo sunti e notizie staccate, mal disposte come quelle di Tacito nelle Storie (V) – di cui non  è facile  ritrovare le fonti – comporta una dittatura culturale da parte dello scrittore giudaico sui posteri che, per di più, sono condizionati dai giudizi delle fonti cristiane, unilaterali nella loro visione storica e nel giudizio di condanna ad Erode.

Noi, per il nostro studio sul Re, un ex  privato cittadino Giulio, giunto inopinatamente al potere, abbiamo pensato di rilevare dapprima la sua formazione in relazione e all’eredità paterna idumea e a quella nabatea della madre in un contesto pagano di un giudaizzato in epoca maccabaica, poi di vedere le relazioni con sadducei e coi farisei ed esseni, in modo da leggere la sua impostazione generale giudaica nel quadro dell’ellenismo e della romanitas imperante, in stretta relazione con gli oniadi alessandrini (Cfr.  Antipatro padre di Erode e Erode basileus, figlio di Antipatro).

Infine leggiamo la sua regalità, divisa in due parti, una iniziale sotto la protezione diretta di Antonio ed una di massimo equilibrio in un regno, affidatogli da Augusto, dopo Azio,  e conservato con molta abilità politica fino alla costruzione del Tempio, a cui segue  un’altra  basileia  compromessa con i romani fortemente osteggiata dal movimento essenico farisaico.

Da qui la degenerazione zelotica, la fine della  funzione erodiana di mediazione in uno stato cuscinetto  e quindi l’inutilità della conservazione di un regno socius per i Romani!.

Mi sembra che H. Charles Puech (Le religioni in Egitto, Mesopotamia e Persia, Laterza 1988) abbia ben compreso la funzione generale del regno di Erode il grande, come anche G. Prause (Erode il Grande, Rusconi 1981)  e anche M. Noth (Storia di Israele, Paideia 2011), in relazione a quello asmoneo, con cui deve commisurarsi nel periodo antoniano, prima di Azio, in  una lotta con Alessandra sua suocera, amica di Cleopatra, che ha mire espansionistiche sul suo territorio-specie  sulla fascia costiera e sul bacino del Giordano e del Mar Morto- e su quello di Malco, re di Nabatea.

Sotto il  patronato  di Antonio su tutto l’Oriente romano, prima di Azio,  comunque, abbiamo rilevato l’opposizione  di una  pars  aramaica ad Erode  basileus, che ha ancora  una legittima  regina che aspira alla riconquista del regno asmoneo, finito tragicamente con la morte di Antigono ad Antiochia e che ha profonde connessioni con la tetrarchia di Lisania ( Cfr. Tetrarchia di Lisania).

Ora dopo la conquista di Gerusalemme e la presa del Tempio, alla fine di luglio del 37,  Giulio Erode, un  civis , idiooths,  è re di Giudea, non amato dai Gerosolomitani, divisi in partigiani ellenistici, filoromani e in avversari  aramaici che, neanche sotto tortura, accettano di chiamare Basileus/re un romanizzato imposto da Antonio, essendo vivi ancora gli Asmonei e  il loro legittimo maran.

Eppure tutti sanno del  recente matrimonio celebrato da Erode a Samaria  con Mariamme, figlia di Alessandro e di Alessandra, nipote di Hircano-  che vive in Mesopotamia  sotto la protezione di Fraate-, sorella di Aristobulo III, il legittimo erede asmoneo!

Erode divenuto re, ha promosso i suoi partigiani, dando loro cariche ed onori e  ricchezze, dopo aver  derubato i ricchi ed  ucciso 45 irriducibili aramaici e confiscati i loro  averi (Ant. Giud., XV -1-16).

In Guerra Giudaica (I, 18,4.338) si dice in modo riassuntivo: Erode sottopose ad epurazione gli abitanti della città e coloro che erano dalla sua parte se li rese ancora più favorevoli  con la concessione di onori, mentre i partigiani di Antigono li annientò. 

Si sa che essendoci scarsezza di denaro muta in monete  (Flavio -Ibidem- conia l’apacs legomenon  katanomisteuo  faccio monetare –illegalmente? provvisoriamente?-) i beni dei nemici e quelli suoi personali.

La sua politica di repressione è dovuta al fatto che ha estremo bisogno finanziario in quanto l’anno è sabbatico per cui, per legge, la terra deve riposare  e il re  non può riscuotere i tributi agricoli e quindi  deve necessariamente punire i nemici per aver denaro sufficiente per pagare e ricompensare adeguatamente Antonio e i romani,  per averlo liberato da Antigono.

Flavio e Strabone  dicono che non esiste altro modo per far regnare Erode, un civis, sulla Giudea: far scomparire con infamia il legittimo re e sperare nell’attenuarsi del ricordo del sovrano asmoneo e del diminuire dell’odio popolare contro il re imposto da Roma (ibidem, 10).

Essendo in Gerusalemme presente una legione romana, utile a mantenere l’ordine per Erode, contestato nella sua regalità, nonostante l’appoggio del Sinedrio, e mantenendosi il popolo  giudaico  fortemente asmoneo, non è facile governare per un re, in un contesto  di lingua aramaica e filoparthico,  che  segue il triumviro Antonio, intenzionato ad invadere la Parthia, seguendo i piani di Cesare, in una propaganda antiottavianea, basata su Cesarione, figlio naturale, legittimo erede di Giulio Cesare e Cleopatra, legittima moglie, rispetto  al triumviro Occidentale, figlio adottivo (Dione Cassio,St.Rom., XLIX,41,2; L.1,5).

Noi abbiamo studiato la propaganda ottavianea occidentale  e curato poco quella antoniana,orientale, fatta da eccezionali uomini di cultura, abilissimi a creare paradigmi operativi pittorici, scultorei, retorici sublimi,  basati  sul mythos  della ierogamia con assimilazione di Antonio in Osiride o Dioniso e Heracles,  e di Cleopatra  in Selene ed Iside -Hathor (Cassio Dione Ibidem, L.5.5)!

Antonio ha già un suo progetto politico rivoluzionario (neoteropoiia) con divinizzazione (ektheosis), basato sulla ierogamia con Cleopatra, moglie legittima di Cesare,  madre di Cesarione destinato ad essere l’erede della fortuna universale di Cesare, di  cui lui  tutor e patronus  cesariano, governa da Alessandria l’imperium romano,  ricostruito  nella  sua unità, dopo la conquista dell’impero Parthico.

Mai abbiamo considerato possibile che la diplomazia  segreta di Ottaviano abbia potuto  precedere quella di Antonio e favorire la parziale sconfitta del triumviro con la defezione di Artavaste II di Armenia, contattato e pagato da kataskopoi/spie  per tradire e lasciar morire migliaia di romani per il successo della propaganda ottavianea!

L’impassibilità di Artavaste davanti alla morte dei milites di Oppio Staziano, potrebbe essere quella  dell’ argentarius Ottaviano, capace di tutto  per ottenere la coniuratio civium e il successo finale, anche di rubare  il testamento di Antonio, alle Vestali e di sacrificare la sorella Ottavia!

E’ in gioco il dominio del Mondo tra il figlio  adottivo di Cesare e il figlio legittimo di Cesare e Cleopatra, legittima moglie! il mondo romano  è diviso in due:  l’Occidente è per Ottaviano; l’Oriente  per Cesarione.

Gli interessi  sono infiniti perché Roma perde la centralità nell’impero a favore di Alessandria: Antonio non lascia Ottavia per Cleopatra,  ma l’urbs  latina per la  polis ellenistica, dove vuole essere sepolto, in una rinuncia della propria tradizione culturale e in una scelta della paideia greca.

Roma o Alessandria?

Chi sarà la nuova capitale del Mondo!

Nel sublime disegno antoniano, l’elezione a re di Erode ha valore provvisorio  e rientra in una logica antiparthica come opposizione dell’ellenismo alla barbaries, della  paideia  alla musar aramaica, e della  fusione della cultura alessandrina  col militarismo romano.

La costituzione della basileia erodiana è connessa con quella di altri re  in un’ottica antiparthica per una formazione di una siepe antibarbarica  in un annientamento  del precedente assetto filoparthico, creato dalla dinastia arsacide, erede  dei seleucidi ed achemenidi, che avevano posto tra la Siria e l’Eufrate  dinasti e  tetrarchi o reguli  di propria nomina.

Erode, pur avendo conquistato il suo piccolo regno con le armi  grazie alle legioni di Sosio, legatus antoniano, pur imparentato con gli asmonei, è basileus  di nome, specie in Gerusalemme e nella sua reggia.

Non solo la popolazione di Gerusalemme ma anche la  stessa corte erodiana, vivente in città, (forse al  Cesareo!)   nella città  alta, è divisa tra la fazione  idumea e quella  asmonea,  residenti in due aree separate del Palazzo regale.

Non è pensabile in questa prima fase di regno, dopo un trasferimento da Samaria, a fine guerra, l’uso contemporaneo dei due palazzi asmonei gerosolomitani, specie quello, abitato da Antigono  ancora da ricostruire. 

Nel XV libro Flavio mostra come Erode gestisca  a fatica l’ oikos  /patrimonio familiare /domus nel quinquennio 37-33 : egli ha  due famiglie, che vivono separatamente nella stessa corte, a Gerusalemme, quella idumea – che gravita intorno a Cipro, sua madre e  sua moglie Doris  con suo figlio Antipatro e i figli di Fasael, col fratello  Ferora e la sua famiglia, con Salome e la sua famiglia e con la servitù – e quella asmonea,  in cui è centrale la figura di Alessandra, sua suocera con sua moglie Mariamne e col fratello Aristobulo III, coi parenti superstiti della linea di Aristobulo II e  con  Hircano, ora ritornato  da Babilonia col permesso di Fraate IV.

La corte è un covo di vipere dove tutti, idumei ed asmonei (ormai è cessata la rivalità tra hircaniani e aristobulei!),  pur avendo in comune religione e  tradizione oltre la lingua aramaica, si scontrano in nome dell’aramaicità, che è un termine  equivoco e contraddittorio,  che vale in relazione ai patimenti sofferti dai singoli gruppi  ad opera dei romani che, comunque,  hanno favorito Erode  e i suoi.

Essere aramaico non è solo un sistema di vita antiromano, proprio di uomini che hanno in comune la  religione mesopotamica dei padri e la stessa lingua, che li affratella ai popoli della confederazione parthica, e che aspirano ad una ricongiunzione sotto la sovranità del re dei re,  ma è anche  un’opposizione ad Erode, re illegittimo, uomo di menzogna,  divenuto, lui Giulio,  filoantoniano dopo essere stato un seguace di Cassio cesaricida, nella lotta col cesariano Dolabella, non solo per gli esseni e farisei, ma anche per molti romani, che, temendolo, rilevano le doti di opportunismo politico.

Essere filoromano  perciò diventa per tutti una necessitas, che cela, sotto ogni atto  cortigiano, da una parte, la paura di altre stragi asmonee, tipica di Alessandra- già  provata ed ammaestrata dalla morte del marito e del cognato, del suocero- e dei suoi figli, viventi con cugini orfani e da un’altra,  secondo il proprio credo  in un tentativo di maggiore ellenizzazione, rispetto agli stessi asmonei, sacerdoti e sadducei, ellenizzati da oltre un secolo, convinti della fatalità del destino di Roma, prediletta da Dio, destinata all’imperium universale.

La corte  è piena di spie romane, infiltrate tra la servitù  e tra i militari  di guardia e la situazione in quei tre mesi subito dopo la presa del tempio, è veramente  caotica  nel clima della guerra Romano-parthica, la cui prima fase  è stata favorevole a Roma grazie al  legatus  piceno Ventidio Basso, ora di nuovo  paventata per l’attuazione di piani cesariani da parte di Antonio, intenzionato  ad invadere la Parthia da nord-ovest, dalla Media Atropatene.

Infine, ormai Antonio è nell’orbita diplomatico-politica egizia ed innamorato di Cleopatra, a lui condotta da Gaio Erennio Capitone ad Antiochia, dopo il rinvio a Roma di Ottavia che, comunque, aristocraticamente   i mantiene a sua disposizione e coopera con suo marito, pur infedele,  consegnandogli  perfino le truppe, promesse dal fratello  seppure in ritardo, rispetto alla già conclusa impresa parthica.

Il triumviro orientale ha ormai legato il suo destino a quello egizio lagide, come Giulio Cesare, di cui porta avanti ogni progetto, convinto  della necessitas di una costituzione nuova statale  divina con centro Alessandria per tutto l’imperium romano,  destinato a spostare i confini fino all’India, in una concezione universale  dell’oikoumene, di cui il matrimonio di Dioniso/Antonio ed Iside/Cleopatra  è figura. 

Il teatro di guerra  in tale piano  è l’ Armenia,  da dove iniziare l’avanzata delle legioni romane già impegnate e stanziate  nelle province di  Asia, Siria e Bitinia, insieme  alle truppe ausiliarie dei  reguli  filoromani  tra cui Erode, e  ai contingenti militari dei re di Iberia e di Albania,  regioni caucasiche, da poco  vinti  da Publio Canidio Crasso, in un coordinamento di forze mai visto fino ad allora.

In questo clima bellico ci sono spostamenti grandiosi di eserciti ed intense attività  diplomatiche presso le corti,  e celere è la corsa dei  tabellarii da ogni parte del mondo romano.

Il dux  Antonio-  seguito dal suo consilium principis  (Vibio Tizio e Munacio Planco, Quinto Dellio e Domizio Enobarbo ) e dalla guardia  praetoria  e  da Cleopatra, incinta di Tolomeo Filadelfo  e dai  suoi  ministri (non è improbabile la presenza di Tolomeo Cesarione col suo precettore Rodone,  undicenne, da presentare ai milites, come  legittimo erede di Cesare!)  – resta  in attesa del concentramento di forze  in punti chiave dell’Oriente, mentre va sistemando, a settori, l’area siriaca ancora dominata da forze antipartiche, specie la Celesiria  e la zona della tetrarchia di Lisania (una regione molto vasta , che si estende sopra l’alta Galilea-Gaulanitide, Ulatha, Paneas Auranitide, Batanea  Traconitide, zona di Calcide  fino a lambire il mare Mediterraneo- un covo scelto come impenetrabile  rifugio da Lhistai/ ladroni.

La partenza  da Antiochia  è fissata per i primi mesi del 36 verso il deserto,  per l’Arabia  e per la Commagene:  è previsto un  iter  lento con molte fermate,  connesse con i preventivati incontri con sovrani locali, fino a Zeugma, dove giunge  ai primi di Giugno.

Mentre  ad Antiochia, questi sono i  disegni di Antonio, a Gerusalemme, nell’estate di quell’anno tragico per la presa del Tempio, le  due  famiglie  di Erode sono animate da differenti logiche in quanto  sono in effetti due clan tribali, che hanno il consenso specifico di altre famiglie e  formano due partes/ fazioni, in lotta fra loro  su ogni atto politico, amministrativo, economico e sociale del re, la cui  auctoritas  è contestata, data l’illegittimità dell’elezione del  civis/poliths  Ioulios, imposto da Roma a scapito degli asmonei, legittimi  basileis  ebraici.

Erode cerca  subito il riconoscimento della sua Basileia  da parte di Fraate  sulla base di un potere esistente, seppure in comunione con Hircano, per poter giustificare il suo regno nei confronti dei Parthi e di tutti gli aramaici.

Il primo problema per lui  è quello del riconoscimento del suo stato da parte dei Re dei re di Parthia, Fraate IV,  figlio di Orode II e fratello di Pacoro, che ha iniziato a regnare da poco e che ha fatto strage di fratelli, sostenuto da ebrei aramaici  e da  Hircano il sommo pontefice gerosolomitano, deportato, ma lasciato in Mesopotamia nella sua dignità sacerdotale, nonostante la menomazione delle orecchie, inflittagli dal nipote.

Senza l’assenso di Fraate e senza la presenza  in patria del sommo pontefice non ci può essere  Basileia/regno  in Giudea: la lettera di cui parla Flavio è segno di un lungo  periodo di  tentativi di rapporti diplomatici, di cui gli esseni e i farisei dovrebbero  essere garanti. La   lettera (forse degli archivi di corte asmonea!), letta dallo storico, è di grande efficacia retorica!.

E’ probabile, quindi, che il ritorno di Hircano sia nel quadro di una intesa diplomatica tra  i due grandi contendenti tra Roma e la Parthia, quando ancora  non sono collaudate e sicure le alleanze.

Il termine Phthoneoo nel senso di ricuso e  nego ( che vale ho difficoltà a mostrare qualcosa a qualcuno Ti tini ) potrebbe significare  non ricuso ad uno che ha potere una comune regalità (Il  comune.. regno).

L’uso dell’iperbato  koinhn …basileian incastrato con  dunamei …ecsonti  mette in evidenzia  che l’autore vuole dire che  Erode cerca il riconoscimento da parte di Fraate della sua regalità sulla base di un potere esistente , seppure in comunione con Hircano, per poter giustificare il suo regno, nei confronti dei Parthi e di tutti gli aramaici.

Fraate,  quindi,  appare  disponibile  e conciliante verso l’area giudaica ed è non spietato  nei riguardi di  un re antiparthico, appositamente  messo dai romani, che hanno soppresso la legittima dinastia asmonea filoparthica.

Eppure dovrebbe essere allertato dalla operazioni di sistemazione dell’area da parte di Antonio,  che ha soppresso la provincia di Cilicia, dopo aver dato  rilievo alle province  di Asia, Siria e Bitinia, in un disegno di protezione del confine sull’Eufrate con stati cuscinetto e con l’eliminazione di quelli antiromani.

Infatti il costituito nuovo regno di Giudea e  la nomina  di Aminta re di Galazia (con l’aggiunta di  Pisidia e Licaonia  con porzioni di Panfilia),  e quella di Archelao re di  Cappadocia  e di  Polemone re del  Ponto e di Armenia minor,  e la stabilizzazione del Regno di Egitto con accrescimenti di  territori verso Siria,  la costa fenicia,  dopo la soppressione della tetrarchia di Calcide e la concessione a Cleopatra  di Cipro e di fasce territoriali della Cilicia, dovevano suonare atti di sfida  alla orecchie del re dei Re, una provocazione romana alle rivendicazioni  achemenidi del Regno arsacide.

Perciò la concessione  di una koinh basileia da parte  di Fraate  all’interno della famiglia erodiana,(equivalente ad un doppio riconoscimento del potere erodiano e da Roma e da Ctesifonte) invece di pacificare le parti,  rende più  netta la situazione per la questione bellica, in quanto gli aramaici di corte sono filoasmonei come i farisei  e gli esseni, che sobillano il popolo connesso con le altre popolazioni aramaiche delle regioni ciseufrasiche, di cui si conoscono i rapporti con gli aramaici di Mesopotamia.

Il ritorno  di Hircano e la nuova elezione del Sommo sacerdote  nella figura del Babilonese Ananelo, amico di Erode, non pacificano  la nazione – dopo il trattato  con Fraate  che, col  suo riconoscimento del nuovo sovrano,  accetta la  disposizione  antoniana di Siria, di Armenia e di Giudea e di Egitto-  e diventano segno di un’ulteriore divisione fra le due famiglie  che, dal loro privato contrasto, fanno divampare un incendio nazionale, fomentato  dalla partecipazione erodiana ai preparativi di guerra antoniana, oltre che dalla perdita di territori, appetiti da Cleopatra.

A livello internazionale, infatti,  agli inizi della  ripresa dell’ impresa parthica, nonostante il clamore dei movimenti militari, anche Antonio  si muove, più per un’ispezione territoriale che per una deliberata invasione secondo i piani cesariani  ed è conciliante con Fraate,  che è cauto  perché deve  ancora  prepararsi alla difesa territoriale.

In questo contesto di incertezza diplomatica, Alessandra ha solo l’amara bocciatura della candidatura a sommo sacerdote di suo figlio Aristobulo e non si cura  della mutata situazione politica e della superiorità  dell’elemento filoromano.

La famiglia asmonea  e tutti gli aramaici si oppongono stolidamente ad Erode e sono  sul  piede di guerra  perché convinti  che il diritto della archieroosunh  spetti ad Aristobulo, in quanto,  erede di Hircano, è  epishmos, cioè  uomo di famiglia sacerdotale  distinta, rispetto al babilonese che è di famiglia  sacerdotale  ashmotera, piuttosto oscura.

Prevale nella famiglia asmonea il fattore religioso giudaico  rispetto ai problemi della politica internazionale!

Cosi scrive Flavio che mostra anche l’animo astioso, risentito,  di Erode (Ibidem, 21-22): Tuttavia, placato  il Partho, Erode, accolse con grande onore Hircano, avuto i denari per il viaggio dai giudei: gli concedeva nelle adunanze del sinedrio il primo posto, nei conviti il più onorato letto, e lo ingannava  molto  chiamandolo  padre, mentre ordiva piani insidiosi contro di lui.  Disponeva con lui inoltre quanto era conveniente per le cose del regno, per cui sorse una sedizione in famiglia: infatti, mentre si ingegnava che non fosse sommo sacerdote un uomo nobilissimo, chiamò un sacerdote di bassa condizione da Babilonia, chiamato Ananelo  e a lui diede il principato del sacerdozio.

L’ elezione fatta da Erode, dunque, col consenso di Hircano, (che per legge non può più  esercitare  il sommo sacerdozio, perché menomato, e che non tiene in considerazione  suo nipote Aristobulo, troppo giovane- deve entrare ancora nel diciassettesimo anno!-)  e con l’autorizzazione sinedriale, ha l’opposizione sorda di Alessandra, che diventa leader del partito asmoneo, in difesa dei diritti legittimi del figlio.

Alessandra ora è la  bandiera  del diritto asmoneo alla  archieroousunh, in una ripresa della politica regale sottesa  di sua nonna omonima filofarisaica, e quindi si considera aspirante  della linea femminile alla  basileia, pur volendo  mantenere distinto il potere regale da quello sommo sacerdotale, secondo il volere farisaico.

Alessandra, figlia di Hircano e moglie di Alessandro figlio di Aristobulo, è la  vera regina  per gli aramaici e per alcune  frange di ellenisti che, pur  filoromani, mediano con sadducei in senso antierodiano, in attesa di un’occasione propizia  per rovesciare l’illegittimo re, favorito da Antonio.

Questo irrita il nuovo re che pur è sceso a compromessi  ed ha abilità politica, anche se non riesce ad accontentare aramaici e filoromani.

Così scrive Flavio   (ibidem, 23-24):

Questa cosa non poté sopportare Alessandra, figlia di Hircano moglie di Alessandro, figlio di Aristobulo, dal quale ebbe  come figli Aristobulo eccezionalmente bello e Mariamne di vago aspetto, moglie di Erode.  Ella, turbata, dunque, ed offesa che uno straniero, con infamia del figlio, avesse ottenuto il principato, mandò, tramite un messaggero fidato, un mousourgos  (cantante incaricato dell’accoglimento delle lettere) una lettera a Cleopatra, supplicandola perché intercedesse presso Antonio per dare l’ archieroosunh  al figlio.

Il messaggero raggiunge Cleopatra, che è ad Antiochia, dove  si accinge a passare l’inverno  con tutta la sua corte, nella zona di Dafne.

A Gerusalemme, intanto, nel corso dei contrasti  tra i due clan,  la questione del pontificato  alimenta le tensioni che diventano accese diatribe tra le due fazioni a corte, a causa dell’ arrivo di  Quinto Dellio, un  legatus  romano inviato da Antonio, apparentemente  per la soluzione del problema, ma anche per verificare la situazione nel nuovo Regno e la possibilità di un accrescimento territoriale per Cleopatra, interessata alla zona di Gerico e ad altre regioni della costa mediterranea,  da tempo rivendicate dai lagidi.

Ritengo che, siccome  si  è nei mesi estivi, prima del periodo in cui Antonio  passa l’inverno 37/6 con Cleopatra ad Antiochia, poco prima di iniziare la spedizione antiparthica e di fare un viaggio ispettivo a soste all’interno del territorio romano, – già stabilizzato con opportuni cambiamenti  costituzionali  a discrezione del triumviro, che  dirige il suo imperium orientale-   le nuove costituzioni regie  siano in relazione all’ assetto  antiparthico, simile a quello dato da Pompeo e poi da Gabinio e da Cesare.

Siccome Cleopatra ha già avuto da Antonio territori giudaici e  nabatei, sottratti ai legittimi re, il diplomatico  Quinto Dellio  sembra avere compito di collegare ulteriormente i legami tra la regina giudaica e quella egizia, intenzionata a passare, dopo il concordato viaggio con Antonio fino  all’Eufrate,  per Gerusalemme, così da verificare la situazione giudaica e   trattare circa i territori  del bacino del Giordano  con il re giudaico, con cui intende per ora accordarsi.

Cleopatra è una sovrana che associa il piacere dell’amore con la politica secondo i progetti cesariani, di cui Antonio sembra essere un solerte esecutore, essendo uomo passionale, memore e grato al divus Iulius .

Antonio in questa fase  incontra i  suoi rappresentanti, che riferiscono circa la  costituzione,  data alla zona orientale affidata a nuovi re, da cui riceve delegazioni per i ringraziamenti  e  che inviano  regali e  lettere di auguri  oltre a milizie che si  accodano disciplinatamente  alle sue  truppe, forse  già dislocate  in zone strategiche o in marcia.

Della funzione di Quinto Dellio, uomo di fiducia di Antonio, una specie di legatus plenipotenziario per affari orientali,  come Capitone per quelli occidentali,   non è facile leggere dagli storici (Flavio, Plutarco e Dione Cassio)  gli esatti compiti, data anche l’ambiguità del personaggio, anche lui un infido  desultor bellorum civilium,  una banderuola passato dal cesariano Dolabella al cesaricida Cassio, combattente a Filippi con Orazio – che poi gli dedica l‘ode III del II libro dei Carmina-; diventato legatus di Antonio  fa  con lui la spedizione parthica   e  ne scrive Commentarii – da cui dipende Flavio, tramite Nicola di Damasco,  scrittore all’epoca alla corte di Cleopatra, come precettore  di Helios e Selene, nati nel 40 e, poi, anche  di Tolomeo Filadelfo,  nato  nel 36- per passare infine  alla pars di Ottaviano, abile a saltare sempre sul cavallo vincente.

L’invio di Dellio a Gerusalemme  dovrebbe avere una sua ragione: forse è sottesa una spiegazione privata, quasi un’anticipazione ad Alessandra per convincerla a rimanere in attesa degli avvenimenti  e a non offendersi  per la mancata accettazione della sua richiesta da parte di Antonio, a tenersi pronta ad accogliere regalmente la regina di Egitto!.

Dellio è paidika/ deliciae di Antonio, il favorito, secondo Dione Cassio  (St. Rom., L, 5.5), un puer delicatus che conosce l’animo femminile, la solidarietà  e complicità tra donne, ma è anche una spia/katàskopos che  prende atto  della forza del partito aramaico e delle difficoltà di Erode,  anche dopo il riconoscimento da parte di Fraate.

E’ probabile, inoltre, che il triumviro, per la preventivata spedizione armena, abbia  bisogno di  guide  aramaiche, di denaro e di lettere  di Erode  conoscitore della zona  ciseufrausica  e transeufrasica,  di  ebrei armeni e mesopotamici, protoi utili finanziariamente  per  affrontare l’impresa antiparthica.

Non è scartabile l’ipotesi di doppi giochi da parte di Dellio che  non è uomo di onore  e che ha un comportamento cortigiano con Cleopatra, che  pur l’ha accolto bene dopo il ritorno poco glorioso dall’impresa parthica.

Plutarco (Ibidem, 59.8) rileva,  che, l’anno dopo circa,  Dellio  teme un attentato da parte della Regina,  che conosce il vizietto di Antonio e capisce il gioco opportunistico del romano,  che si lamenta di  bere aceto  e non  Falerno come Sarmento, il favorito di Ottaviano.

Infatti l’eromenos  affermava che temeva un attentato da  parte di Cleopatra secondo quanto gli aveva riferito il medico Glauco. La sua colpa  era stata di aver offeso Cleopatra  dicendo, durante un banchetto,  che a loro si versava aceto  mentre Sarmento a Roma  beveva Falerno. Questo Sarmento era un ragazzo di quelli che  Cesare teneva per suo  trastullo e che i romani chiamano  deliciae.

Invidia già Sarmento?!

L’invio  ufficiale  di Dellio  epi tinas Xreias   ( Flavio XV, ) per alcuni bisogni consente al triumviro di conoscere anche la situazione in cui versa un re che deve imparare, da  civis  privato,  il  mestiere   difficile di re, dopo il matrimonio con l’asmonea  Mariamne.

Dellio è un  personaggio  da studiare,  storico, letterato  abile come diplomatico e come legatus militare, uno della  cohors praetoria,   all’epoca molto filoantoniano, compagno di bevute e di avventure amorose,  un  opportunista paraculo freddo  e calcolatore eukairos, l’opposto di Antonio!

A prima vista  il romano  si innamora  del sedicenne Aristobulo, rilevando, stupito, l’altezza e  la gioventù, e la bellezza  divina  sia del giovinetto che della sposa di Erode, tanto che in un colloquio con la madre Alessandra, la consiglia di fare ritratti dei suoi figli ed inviarli ad Antonio.

Alessandra, pur consapevole che per legge in Giudea non si può fare l’immagine di una creatura, ordina i due ritratti e probabilmente anche il suo – anche lei è di  eccezionale bellezza, maggiore forse della figlia,   donna trentaseienne nel pieno vigore fisico – convinta dal romano  che Antonio,  accecato  da tanta bellezza,  si sarebbe piegato alle sue richieste.

Flavio enfaticamente  così scrive (Ibidem 25-26):  Ma Antonio non acconsentì alla richiesta,   venne, però, in Giudea Dellio  suo amico, per alcune cose che gli occorrevano. Questi vide la bellezza, l’altezza e la gioventù di Aristobulo e se ne meravigliava e si stupiva anche  del vago aspetto di Mariamne, moglie del re. Questi, venuto a parlare, giudicò Alessandra madre di  buoni figli e la indusse (cosa proibita in Giudea) a far dipingere le figure dei due figli e a mandarle ad Antonio, dicendo che, vedendo quelle immagini, si piegherebbe alle sue  richieste.

Dunque, Alessandra per ottenere che suo figlio sia eletto da Erode Sommo sacerdote, invia il  ritratto  di Aristobulo e quello di sua sorella, tramite messaggeri, ad Antonio in viaggio verso Zeugma, con lettere che marcano la  divinità  della bellezza dei due giovani figli della regina,  per eccitare la fantasia  erotica del triumviro.

Questi ben conscio della sua condizione di  amante  di Cleopatra  e del valore del suo  matrimonio divino/ ierogamia  con Cleopatra  e della utilità/chrhstoths dell’Egitto  per la sua politica orientale  (cfr  Erode Basileus ), neanche prende in considerazione Mariamne  e scrive ad Erode di inviargli cortesemente il giovinetto Aristobulo.

Flavio così dice (Ibidem 27-28): Alessandra … mandò ad Antonio le immagini dei figli e Dellio  gli  disse che  i figli di Alessandra non si potevano  giudicare generati da uomo, ma da qualche dio volendo per tale via spingere a lussuria Antonio,  Questi si vergognò di  farsi condurre la giovinetta, maritata ad Erode, badando inoltre a non contristare Cleopatra.  E scrisse ad Erode che, se non gli dispiaceva, gli mandasse il giovinetto  debitamente  accompagnato.

Per Erode la già difficile situazione  della elezione di Ananelo ora si complica  per l’ambizione di Alessandra e  per la richiesta ufficiale, anche se cortese, di Antonio, del giovinetto simbolo del sacerdozio stesso ebraico  asmoneo, amato dal popolo che ben conosce il  vizio   pederastico  romano e che non può  far profanare il corpo sacerdotale  verginale di un epishmos  da un pagano: nella corte nessuno parla, ma il silenzio è più eloquente delle parole!

Erode comprende che  è  una tarachh  è pronta, all’atto dell’invio di Aristobulo e che i ritratti inviati da Alessandra possano turbare i rapporti di amicizia tra lui e il triumviro, e possano procurargli  ulteriormente l’odio del suo popolo, già a lui ostile.

Erode,  perciò, secondo Flavio, agisce tempestivamente  e risolve il problema, da una parte, promettendo alla nemica Alessandra di concedere al figlio la  ieroosunh   e, da un’altra impedendo la rivolta popolare  senza inimicarsi Antonio,  al quale scrive che per legge un sommo sacerdote  deve rimanere per il il servizio a Gerusalemme: il  civis  dimostra di saper fare il re basileus tenendo in pugno la situazione,  gestita con freddezza e razionalità e scaltrezza da  eukairos opportunista,  nonostante la decisa volontà di punire la suocera intrigante, rinviata ad altro momento.

In effetti, Erode ha fatto tutto secondo legge, dopo aver convocato il Sinedrio, che lo autorizza nelle sue azioni, evidenziando le colpe della regina:  fa tacere le critiche stesse degli idumei  ed accetta il consiglio di Mariamne di esaltare  la sua famiglia, di perdonare la madre  e dare la ieroosunh al fratello.

Ha bisogno di tempo, comunque, e della conferma dalla risposta di  Antonio che,  stando fermo ad Antiochia, riceve continue legazioni regie  e  suoi propri  delegati, che riferiscono circa la sua costituzione della zona orientale affidata a nuovi re, che portano regali ed inviano  truppe  da far affluire lungo il confine sull’Eufrate.

E’ probabile che gli giungano corrieri con  relazioni militari circa la campagna caucasica di Publio Canidio Crasso, un altro piceno, fortunato legatus  come Ventidio Basso.

Il legatus, dopo la vittoria su Farnabazo re degli Iberi, col suo aiuto, attacca il re degli Albani Zobera e, sottomessa la zona, invia ambasciatori da Antonio per la ratifica della pace e per il tributo sia come denaro che come  truppe ausiliarie (Cfr Dione Cassio, St.Rom.,  XLIX,22).

Il triumviro conosce da spie anche la situazione dell’Armenia e dei contrasti tra il suo re e quello della Media Atropatene,  sovrani della confederazione parthica lasciati  isolati senza il controllo del nuovo re dei Re, Fraate IV, impegnato  ad imporre  crudelmente il suo diritto di erede alla successione.

Il mondo barbarico  conosce Roma repubblicana, ma dopo la morte di Cesare sono noti  Cesare Ottaviano, dominatore in Occidente, ed Marco Antonio dominus orientale, le spie dei quali sono giunte in ogni corte e confondono  i termini  con una doppia propaganda  in senso unitario: l’erede adottivo legittimo  di Cesare è il signore dell’Occidente che vive a Roma; Cesarione  figlio naturale  legittimo di Cesare  e di Cleopatra è il vero erede  del defunto imperator a cui spetta  di diritto il potere assoluto, di cui è patronus il triumvir amante della madre egizia!

Stando così le cose, anche alla corte del re dei re, essendo sorto un contrasto  tra la nobiltà,  spaventata dalla spietata e crudele  strage di  parenti fatta da Fraate, ci sono fughe  di notabili verso l’accampamento romano più vicino, che poi  sono dirottati verso la capitale dell Siria, da Antonio,  il triumviro più vicino, che rappresenta Roma.

Infatti  giungono ad Antiochia  nobili Parthi, come Monese, che accusano il re di stragi di famigliari, specie dei fratellastri, nati dalla figlia di Antioco di Commagene, territorio che sta attraversando, e lo giudicano  anosiootatos anthroopoon, il più spietato tra uomini.

Antonio, assistito da Cleopatra e dal suo consilium,  dà incarichi diplomatici a Monese, il governo di tre città e promette di farlo re di Parthia.    Questi,  a sua volta, si propone come guida nell’impresa antiparthica, convincendo il triumviro della facilità della spedizione, e  della conquista senza colpo ferire (ibidem, 24,2, akonitì senza alcuna fatica).

Antonio è dux prudens, ma impetuoso e facile all’emotività, se ha dalla sua parte il vento della fortuna,  che alimenta  l’orgoglio nobiliare di guidare un numeroso esercito: ancora di più si esalta, se crede di avere il diritto dalla sua parte col favore delle popolazioni che lo acclamano soothr, specie di fronte a Cleopatra e alla sua corte.

Non si è mai indagato sulla religio di Monese: saperlo potrebbe essere  un indizio circa la lealtà del nobile partho. Nel caso che fosse giudeo, sarebbe stato anche methorios e trapeziths, di norma calcolatore ed infido eukairos /opportunista! Il suo successivo comportamento di riappacificazione col suo re, dopo l’ambasceria, potrebbe essere significativo!

Comunque già Fraate, convinto di aver fatto torto a Monese lo informa segretamente  di  assecondare ogni sua richiesta, purché ritorni  presso di lui.

Antonio, avendo un buon servizio di spie, scopre la verità e non punisce Monese, anzi lo invia con altri messaggeri  da Fraate per un accordo,  offrendo a parola la pace, a condizione di riavere ta shmeia stratiootika le insegne di Crasso e i prigionieri, ma di fatto cerca di  prendere tempo per migliorare i preparativi militari, completare  le congiunzioni di reparti, sperando  di trovare il re partho impreparato (ibidem,24.5).

Antonio, dunque,  sta vivendo un momento di amore intenso come affermano,  oltre a Flavio,  Plutarco (Antonio 36) e Dione Cassio ( St.Rom., XLIX, 33,4).

Il primo informa che Antonio, dopo l’arrivo dell regina,  condotta da Fonteio Capitone  dall’ Egitto  ad Antiochia, le fa dono  di Fenicia, Celeseria, Cipro, di  gran parte della Cilicia e   di parte delle Giudea che produce balsamo  e della regione dell’ Arabia Nabatea che guarda il mare  e   precisa circa la passione del triumviro: quel terribile male, l’amore per Cleopatra, che era rimasto sopito per molto tempo, come addormentato e domato per incanto dei migliori  ragionamenti, di nuovo divampò e riprese vigore.

Il secondo dice: Antonio divenne sempre più schiavo dell’ amore e dello straordinario fascino di Cleopatra.

Pur in questa fortunata coincidenza il triumviro svolge, comunque, nonostante le critiche dei romani occidentali,  il suo dovere  di  capo dell’Oriente  e coordina i preparativi della spedizione contro Fraate con i suoi alleati, probabilmente chiamati o ad Antiochia o a Laodicea.

In questa situazione la lettera del re giudaico raggiunge  Antonio ad Antiochia, dove risiede nel periodo Estivo.

Erode si scusa col triumviro,  di cui conosce la lussuria sia con donne che con giovinetti (cfr. Plutarco, Antonio, 2,4,9 ed altri) dicendo che  l’uscita dalla provincia di Aristobulo  equivale ad una stasis  in quanto i giudei sono inclini ai neooterosmoi.

Questa è la versione di Flavio (Ibidem 29-30 ): Erode, avuta questa lettera, non giudicò bene mandare Aristobulo, un giovinetto di sedici anni, bellissimo e nobile ad Antonio, il più potente tra i romani  e sottoporre il ragazzo alla sua lussuria, specie che Antonio, a causa della sua grande potenza era sfrenato. E perciò gli rispose dicendo: se il giovane uscirà dalla provincia, ci sarà una grave sedizione popolare, datosi che i Giudei sono pronti a mutamenti di cose nuove.

Perciò Erode, risolta la questione,  promettendo la carica ad Aristobulo, fatto passare del tempo, convoca il suo consilium principis ed accusa Alessandra di aver ordita una congiura contro di lui perché  desiderosa di regno per sé e per il figlio e di aver fomentato una sedizione,  chiedendo aiuto a Cleopatra,  e  subito dopo convoca il Sinedrio per mostrare le malefatte della regina asmonea.

In effetti Erode per ora scaltramente vuole solo umiliare la regina, a parole, e perdonarla, e  farla professare, piangendo,  pubblicamente  di essere  fedele suddita  per aumentare  il suo credito nei confronti degli asmonei e di  tutti gli aramaici  che, comunque, seguitano  ad accusarlo come uomo di menzogna e philhllhn.

Flavio così scrive ( ibiden, 31-37): Essendosi così scusato con Antonio, stabilì fra sé e sé di non umiliare più Alessandra e il giovane. E poiché Mariamne continuamente lo assillava perché rendesse a suo fratello il principato del sacerdozio, ad Erode sembrò bene che poteva giovargli  il fatto che, se il giovinetto avesse tale onore, non sarebbe potuto andare da Antonio. Convocati, dunque, gli amici, accusava Alessandra  che  di nascosto, aveva ordito insidie per il principato avendo tentato con Cleopatra di privarlo dello stato e che voleva far succedere il giovane Aristobulo al suo posto, per autorità di Antonio, e mostrava che la sua domanda non era giusta  poiché privava del già posseduto onore la figlia:  ella spingeva alla sedizione  nel regno, mentre lui  si era affaticato e messo in molti  pericoli per averlo. Tuttavia,  Erode aggiungeva che si era scordato dei mali ed era stato liberale verso di loro ed ora concedeva al giovane il sommo sacerdozio e che prima aveva ordinato Ananelo perché Aristobulo era troppo ragazzo. Detto questo, accortamente,  per ingannare le donne e vista la presenza degli amici, Alessandra, lieta  del non sperato successo, piangendo, lo ringraziò e disse: io ho sollecitato il sacerdozio perché temevo l’infamia, ma non ho desiderato il regno,  né lo avrei accettato volentieri anche se mi fosse stato offerto perché io -lo confermo- ora sono molto onorata per il principato e per la tutela di te, per la cui virtù, la mia stirpe brilla per onori ed ora è vinta da te con benefici: accetto l’onore per mio figlio e per l’avvenire, ti sarò in ogni cosa soggetta.

E’ una vittoria di breve durata per Erode, che ha ottenuto il riconoscimento formale anche dagli Asmonei.

Erode, però,  ha il  sospetto/ upopsia che la regina seguiti nella sua politica di rovesciamento del suo potere, conoscendo la natura subdola asmonea,   temendo  la sua azione costantemente tesa alla tarachh,  a causa dei consiglieri personali aramaici,  nonostante le promesse di fedeltà.

In questa situazione,  essendo Alessandra segregata e sorvegliata, nonostante la riconciliazione pubblica, la donna, data la sua nobiltà, non tollerava superbamente  di essere sorvegliata,  desiderando piuttosto patire ogni cosa che essere privata della fiducia e possedere un falso onore con servitù e paura.(Ibidem 44).

Erode comprende che la regina ha una relazione epistolare con Cleopatra e quindi  intercetta  le sue lettere, da cui  è chiaro che Alessandra  chiede aiuto all’amica egizia che le consiglia di fuggire di nascosto  e di rifugiarsi presso di lei  col figlio.

Alessandra  incautamente prepara la fuga, senza accorgersi di essere spiata nella sua azione: fa preparare due casse da morto,  dove ordina di porre lei e  suo figlio  e di imbarcarle su una nave. La cosa  è fatta con molta segretezza, ma viene scoperta per la leggerezza di Esopo, un servo egizio, che informa Sabbione, un presunto congiurato,  già partecipe della morte per veleno di Antipatro, padre di Erode (cfr. Antipatro, padre di Erode).

Questi, pur aramaico fedele alla regina, tradisce ed informa Erode della fuga, così da  dimostrare la sua estraneità ai vecchi fatti dell’avvelenamento di Antipatro.

Il re, secondo Flavio (ibidem,48) lasciò che Alessandra facesse la cosa e la sorprese nella fuga, ma la perdonò malvolentieri perché pensava che Cleopatra non avrebbe cessato di fargli del male, trovando occasione contro di lui.

Erode per ora è  magnanimo o perlomeno si  dimostra clemente con la regina- che pur dovrebbe essere contenta di vedere effettivamente suo figlio vestire i panni sacerdotali e celebrare i riti-  più per timore di Cleopatra e per ragioni politiche che per rispetto verso l’ingrata Alessandra!

Infatti la donna, avendo ricevuto messaggi da Cleopatra, resta in attesa, in uno  stato di ostinata avversione, anche se  invita il re nel suo palazzo a  Gerico, sua residenza estiva, ereditata dai suoi antenati.

Sembra, comunque, che Erode decida di liberarsi del cognato sommo sacerdote, quando vede il delirio popolare  nei confronti di Aristobulo celebrante la festa dei Tabernacoli, Sukkot,  che cade in Tishri Settembre/ottobre.

La constatazione diretta dell’amore aramaico verso Aristobulo, congiunto alle mire di Cleopatra per la zona di Gerico e dintorni, già padrona per un editto di Antonio di zone della Nabatea  e di tutte le città tra il fiume Eleutero  e l’Egitto ad eccezione di Tiro e Sidone (cfr. Guerra giuda ca  I,  18,5, 362  e  Ant Giud. XV,95), determina  la decisione nell’animo di Erode dell’eliminazione del fratello di sua moglie, nonostante il timore della protezione della regina egizia, di cui conosce bene la ferocia nello sterminare la sua famiglia – ha lasciato solo qualche secondario consanguineo!-  e nell’aver sete del sangue  degli estranei (Ibidem, 360).

Erode è convinto che il suo regno non è sicuro se ci sono asmonei maschi in Gerusalemme, che hanno un qualche potere.  Perciò,  dopo aver atteso il momento opportuno e dopo la celebrazione della festa dei Tabernacoli,  fa morire Aristobulo mediante un incidente, durante una nuotata.

Flavio, dapprima,  esamina il giovane  celebrare il rito poi rileva  il sorgere spontaneo del sentimento popolare verso il principe asmoneo,  che riporta alla memoria il nonno Aristobulo II, ed infine  evidenzia la rievocazione  del patriottismo aramaico e le voci di augurio e di preghiera.

Lo storico così scrive (Ibidem 50-51): Venuta la festa delle primizie, (che noi celebriamo con molta…cura)  Aristobulo era un  giovane di 17 anni  quando salì  all’altare per compiere i sacrifici secondo la legge, indossava l’abito ornato dei sommi sacerdoti ed eseguiva i riti di culto, era di aspetto straordinariamente bello e più alto della maggior parte dei giovani della sua età, mostrava perciò tutta la nobiltà della sua stirpe.  Sorse tra il popolo un sentimento spontaneo  di amore  verso di lui  e venne in mente a tutti  la memoria viva  delle gesta compiute da suo nonno Aristobulo. Tutti poco a poco rivelarono i loro sentimenti di gioia e  contemporaneamente di emotiva sofferenza, gridando formule di augurio con preghiere  tanto che fu evidente l’affetto della folla e la manifestazione delle loro emozioni  fu troppo calda di impulsi per il re.

Di fronte a tanta testimonianza di affetto verso la monarchia precedente, Erode  comprende che in gioco il suo potere stesso e quello romano di Antonio e  che deve agire tempestivamente per stroncare future insurrezioni popolari, anche se sa di dovere combattere una dura battaglia con le donne asmonee, madre e figlia, suocera  e moglie.

Terminata la festa, la corte  si sposta a Gerico, nel palazzo asmoneo dove Erode colma di premure il giovane  e lo invita a bere vino, quasi a gara.

Dato il caldo,  fatta una passeggiata,  in un clima festoso,  si  entra nelle piscine,  che sono nella zona, dove avviene la tragedia, capitata per volere di Erode.

Flavio così scriveil luogo è naturalmente molto caldo  e tutti i giovani  si recarono  in gruppo a fare  una passeggiata; nella  zona c’erano vasche  da bagno,   di cui alcune vicino al palazzo  erano grandi, e così si rinfrescarono del calore del mezzogiorno. All’inizio osservavano servi ed amici di Erode, che nuotavano  e la gioventù, stimolata dal re  fu indotta raggiungerli. Quando sopraggiunse la notte ed  Aristòbulo ancora nuotava,  alcuni amici – ai quali era stato ordinato di comportarsi così-  lo presero e lo tuffarono  giù  e lo trattennero nell’acqua, come per gioco,  e non lo rilasciarono risalire  fino a che non affogò.

Morto  Aristobulo,  il sacerdozio ritorna ad Ananelo, dopo poco meno di  un anno.

Alessandra, inconsolabile nel dolore,  dopo i solenni funerali indetti da Erode con la partecipazione di tutti,  in quanto ogni famiglia si sente colpita da sventura come se fosse accaduta ad uno dei suoi membri e non ad un estraneo (Ant.giud., XV,57), sa contenere  nobilmente il dolore e  vive per vendicare il figlio.

Alessandra  secondo Flavio (ibidem,58,59,60) da una parte  si doleva perché sapeva la verità e dall’altra per paura  che qualcosa  di più grave la minacciasse. Spesso giunse alla conclusione  di uccidersi con le proprie mani, ma era trattenuta nella speranza che, vivendo, avrebbe potuto vendicare il figlio, tradito in modo così vigliacco ed empio. Dunque, senza offrire  indizio  di sospetto,  pensava che la morte  del figlio gli offrisse  una occasione  propizia di vendetta e ciò la  incoraggiava a vivere e a dissimulare coraggiosamente il proprio comportamento, senza dare sospetti.  

Anche Erode finge  di mascherare la necessitas della morte del giovane, che  per lui  è una salvezza: adotta tutte le forme dell’uomo addolorato, non responsabile affatto dell’incidente, ricorre alle lacrime e dimostra un vero turbamento di animo, quando rievoca la  bellezza del giovane.

Nel funerale e nei preparativi per abbellire la tomba, Erode  cerca di  manifestare il suo dolore  conformemente alla sua famiglia, tanto da consolarla.

Alessandra, però, pur notando le manifestazioni  di dolore e i tentativi di partecipazione del re, non si quieta.

Anzi, secondo Flavio ( ibidem, 63) la memoria della  propria sfortuna  le recava una sofferenza  così profonda da renderla più loquace  e desiderosa di vendetta: scrisse, allora, una lettera a Cleopatra  sul tradimento di Erode e sulla morte del figlio.

La regina è solidale con Alessandra non solo  come donna  e madre, ma ancora di più come sovrana, che non riconosce la legittimità regale di Erode e rimprovera Antonio di  averlo fatto re di un paese ,al quale non ha alcun diritto  di comandare  (ibidem 63) aggiungendo che per di più si è macchiato di una bassezza verso un vero re.

Cleopatra da mesi  vuole intervenire a favore dell’amica ed ora, trovata l’occasione, cerca  di risolvere la questione ebraica a suo favore: una regina non ama  il rapporto con un privato civis, un arrivista come Erode,  e per di più vuole ripristinare i diritti lagidi su quelli seleucidi, ereditati ora dai romani.

Allora Antonio, che è a Laodicea, agli inizi del nuovo anno, dove sta raccogliendo milizie e denaro per la sua  impresa, scrive ad Erode  ingiungendogli di presentarsi davanti a lui per fare luce  sulle accuse fatte da Alessandra (ibidem,64).

Cleopatra, che ha preso il caso  a cuore,  come se fosse personale, spinge Antonio a  giudicare Erode.

Flavio usa un periodo ipotetico reale di I tipo con apodosi all’infinito e con protasi al perfetto per indicare  che l’insidia non giustamente è stata fatta,  se è stata commessa da lui stesso/ peprachthai gar  ouk orthoos thn epiboulhn, ei di’autou ghgonen.

Erode teme l’accusa di Alessandra ed anche l’ostilità di Cleopatra, nonostante sia sicuro di poter giustificare la sua azione filoromana.

Non potendo sottrarsi all’ordine ricevuto, prepara  il denaro  da lui stesso monetato coi suoi beni  preziosi e con quelli dei nemici uccisi (Cfr. Guerra giudaica I,338), scortato da milizie, che potrebbero essere utili per i bisogni militari di Antonio, si dirige a Laodicea.

Lascia la sua basileia e la corte  ad un reggente, suo zio Giuseppe, marito di sua sorella Salome, a cui affida la cura  degli affari del regno, nominato  epitropon ths archhs kai toon ekei pragmatoon.

Alla partenza dà istruzioni segrete, essendo uomo molto geloso ed insicuro e preoccupato del suo avvenire e di quello di Mariamne (il cui ritratto è in mani del triumviro, noto amatore) e decide la morte della moglie, in caso di insuccesso e di un non ritorno.

Flavio così scrive: qualora gli capitasse qualcosa  quando era da Antonio, provvedesse subito all’eliminazione della moglie  e  riporta le motivazioni  con le  parole stesse con un discorso indiretto che io volgo in diretto: sono molto innamorato della donna (ekhein philostorgoos  pros thn gunaika ) e temo, anche da morto, che lei  data  la sua bellezza, possa essere carina e premurosa con un altro. Date tali istruzioni, Erode partì per incontrare Antonio. 

Erode conosce bene la  tetrapoli  siriaca,  cioè Antiochia e Apamea  che sono  nell’entroterra e Seleucia di Pieria e Laodicea  a Mare,  che sono  città marittime,  che fanno da  centri portuali: non è pensabile un viaggio per mare; è più probabile via terra, anche se richiede più tempo – due settimane circa di andata e due di ritorno- perché porta anche militari utilizzabili  per l’impresa parthica  e denaro e viveri.

Lo storico mostra che, una volta partito il re, Giuseppe svolge il suo compito di epitropos, di amministratore dioikeths toon en thi basileiai pragmatoon, oltre che di comandante militare,  che  diligentemente relaziona alla regina (e alla madre).

Nel corso di tanti incontri Giuseppe parla dell’affetto eunoia di Erode e del suo grande  amore philostorgia; l’uomo è intelligentemente  scalzato  e pressato da Alessandra, che cerca di sapere,  e l’epitropos,  in un acceso di zelo, rivela  le istruzioni segrete, che, lette dalle due donne,  sono considerate  un segno  di crudeltà.

Madre e figlia sono donne asmonee che odiano Erode e lo considerano indegno del trono, uno scaltro civis, nemmeno ebreo, ma idumeo-nabateo,  reo di innumerevoli misfatti: capiscono che esse non saranno libere, neppure in caso di  morte del re, ma avranno sempre il destino di una morte tirannica.

Alessandra e Mariamne  non leggono  il pensiero di Giuseppe per come è espresso, basato sul grande  amore to philostorgon, ma rilevano solo to khalepon  la parte finale terribile e sgradevole  di una  loro crudele morte.

Le parole  di  Flavio sono queste: Giuseppe come amministratore degli affari  del regno  incontrava  più volte   Mariamne per gli affari pubblici  e per l’ossequio che doveva  dimostrare come regina  e più volte il discorso  cadeva sul l’affetto  di Erode e sul suo amore grande  che provava per lei  e siccome, come sono solite le  donne, Mariamne ed ancora di più Alessandra, fingevano di non credere  alle sue espressioni, Giuseppe volendo mostrare il suo zelo, rivelò i sentimenti del re e si spinse tanto oltre da parlare delle istruzioni  ricevute  per offrire una prova del fatto  che  Erode non poteva vivere senza di lei e che, se gli capitava qualche malvagio accidente,  non avrebbe sopportato  di essere separato da lei neanche da morto. Queste erano le argomentazioni  di Giuseppe  ma le donne  com’è naturale, non erano impressionate dai  termini di grande amore  ma dall’ultima grave affermazione in quanto l’interpretarono come segno di crudeltà (si rilevi il poliptoto  to khalepon  e khalephn  uponoian!).

Essendo questa la situazione, a Gerusalemme  si sparge la voce, ad arte, pompata dalla fazione  aramaica, inferocita per la ventilata spedizione di Antonio contro i Parthi che il triumviro abbia torturato e messo a morte Erode.

Flavio  (Ibidem,71) dice: la voce, come era naturale,  eccitò turbando tutti  specie la gente del palazzo e in particolare le donne.

A corte scoppia il caos: nelle stanze degli erodiani si piange, in quelle asmonee,  al pianto iniziale emotivo  subentra la volontà di riprendere il potere, congiunta col ringraziamento alla pronoia  divina  che ha liberato dal tiranno e che ripristinerà i legittimi sovrani con gli stessi romani, che ora sembrano intenzionati  a ridare il legittimo potere all’antica dinastia.

Dovunque nella Reggia e in città c’è confusione e si formano riunioni ed  assemblee di popolo,  incerto  ancora  sulla notizia, ma pronto per una sommossa.

Giuseppe nemmeno pensa di compiere quanto promesso ad Erode, e subito è convinto dalla regina a  rifugiarsi con gli asmonei  presso la legione romana di stanza a Gerusalemme, agli ordini del legatus  Giulio che dovrebbe garantire la loro sicurezza in ogni tarachh ( E’ un  cugino  di Erode in quanto figlio di suo zio paterno Fallione, fratello di Antipatro, anche lui  poliths Iulios!?).

Giuseppe  dovrebbe essere theios un zio  materno ( avunculus), un nabateo come Cipro,   non paterno (patruus),  un idumeo  come  Fallione – di cui abbiamo parlato in Antipatro, padre di Erode- un filoromano,  che si sente tradito anche lui da Antonio per la ventilata morte  del nipote e   perciò riprende la sua naturale inclinazione  aramaica e subito si mette a disposizione di Alessandra, rimanendo legato alla principesse asmonee, deciso a seguirne il destino, pur retrocesso e decaduto  nella sua funzione.

La regina è convinta che così non dovrà patire tarachh dal popolo e che, specie se Antonio vede di persona  Mariamne, il titolo regale  sarà suo, senza subire  prigionia, essendo di stirpe regale.

Così scrive Flavio: (72.73) Alessandra  persuade  Giuseppe a lasciare il palazzo  e a rifugiarsi con loro  sotto le insegne delle legione romana  che all’epoca era accampata intorno alla città  a protezione del regno  sotto il comando di Iulios.

Non occorre fare niente perché la notizia è falsa!.

Arriva una lettera di Erode  che rettifica ogni cosa, che stoppa ogni sommossa e ripristina la status di epitropos di Giuseppe, che con la forza riporta l’ordine in Gerusalemme, coadiuvato dal legatus romano.

La verità è un’altra: Antonio ha onorato in ogni modo Erode, ha potenziato con le parole la sua regalità, lo ha difeso da Cleopatra, ristabilendo l’amicizia e il cameratismo militare!.

Erode conosce il triumviro da anni, il suo carattere, i suoi vizi militari   la sua avidità e i suoi sogni sublimi!

Il re giudaico  conquista Antonio con le monete coniate da lui  a Gerusalemme (Che fortuna poter trovare un giorno una di queste monete  preziose!), di gran valore, perché di materiale prezioso,  e  con le argomentazioni politiche conformi alle disposizioni  precedenti del senato romano e del triumviro orientale, accettate  quattro anni prima anche da Ottaviano.

In odio all’ antiromano Antigono  si votò l’elezione a re di Erode, firmando implicitamente la morte di ogni asmoneo, la cui vita sarebbe stata nelle  mani di Erode!.

Antonio, uccidendo Antigono  ha dato ad Antiochia per primo l’esempio:  per regnare come basileus di nomina senatoria ed imperiale  è necessario eliminare ogni maschio asmoneo, che ha titolo di maran dal re dei re!.

Antonio, perciò, non indaga sul crimen del re giudaico, intasca il denaro prezioso, accetta le truppe scelte ed invita a banchetto come ospite di rilievo Erode, mentre contemporaneamente liquida  Lisania,  imparentato con gli asmonei.

il triumviro ripete l’invito per più giorni davanti a Cleopatra che  ascolta gli elogi rivolti al sovrano giudaico e che, non potendo intervenire, ai festini militari, nemmeno in privato, si disinteressa della questione, avendo avuto come  compenso la Celesiria per la sua non interferenza negli affari.

Il triumviro, secondo Flavio,(ibidem,76) afferma: non è bene che un re sia citato in giudizio  a rendere ragione del suo operato nel proprio regno, (altrimenti non sarebbe più re)/ ou …kaloos  ekhein ..basilea  peri  katà thn arkhhn gegenhmenoon  euthunas apaitein (outoo gar an oudé basileus eih). 

Si rilevi l’uso di euthunas apaitein un sintagma giuridico per indicare che un re non deve essere citato in giudizio per rispondere di un reato, essendo al di sopra della legge, in quanto sovrano assoluto (Cfr Il re legge vivente,la legge re giusto ) e in specifico  quello di Euthuna / un processo giudiziario per rendimento dei conti in senso  più amministrativo che  politico-militare. 

Dopo aver mostrato la praticità del diritto romano, sembra che Flavio giustifichi anche il comportamento privato del triumviro (ed implicitamente di Ottaviano) che  sentenzia:  coloro che  hanno dato un titolo di rango regale e lo ha dotato di potere  gli devono lasciare anche la libertà di avvalersene/ ontas de thn timhn kai ths ecsousias  katacsioodantas ean authi  Khrhsthai.

Poi, Antonio rivolto a Cleopatra, che ha fatto pure lei stragi di parenti,  sostiene che la stessa cosa  a maggiore ragione,  sarebbe stato conveniente  per la regina egizia, cioè  di non immischiarsi negli affari di governo che non la riguardano / to d’auto kai thi Kleopatrai  mh polupragmonesthai ta peri tas archas  ….sumpherein  (il verbo polupragmoneoo vale come rimprovero e significa mi ingerisco in molte faccende e in cose che non mi riguardano,  in quanto sono eccessivamente curiosa dei casi altrui!).

Erode non ritorna subito in Giudea, ma  scorta Antonio nel tragitto che va da Antiochia verso l’Eufrate: il suo accompagnamento  è come quello di Cleopatra  e di altri re, che seguono il triumviro nella fase diciamo, ispettiva e di reclutamento  del suo esercito.

Flavio scrive  riprendendo il discorso dal progetto di fuga di Alessandra  (ibidem 80): Il  piano non era  rimasto segreto  perché, quando il re ritornò in Giudea, dopo aver  in parte scortato Antonio nel cammino contro i parthi, sua sorella  Salome e sua madre  gli rivelarono subito quali fossero  le intenzioni di Alessandra  e degli amici di lei.

Mentre Antonio  avanza  verso l’Eufrate, seguito dai re amici,  mette sotto accusa  i dinasti locali e tetrarchi della Siria che secondo Flavio temono l’avidità di Cleopatra, ma in effetti sono incerti per la loro condotta filoparthica nel periodo 40-37 ed ora nel 36 si sentono in pericolo, essendo stati alleati con Antigono, in quanto corrono il rischio di eliminazione fisica o sostituzione.

Certamente hanno timore che Antonio e Cleopatra possano unirsi  per annullare le  costituzioni statali, fatte dagli arsacidi  (in conformità con le vecchie disposizioni  dei seleucidi e  degli achemenidi)  a favore  delle antiche  pretese dei lagidi, visto il connubio attuale tra il triumviro e la regina egizia.

Cleopatra  secondo la propaganda successiva  ottavianea  non gode di buona fama  per la sua natura avida, attestata da quasi tutti gli storici augustei  e giunta fino a Flavio ( Ibidem, 89)  che la ritiene  bramosa delle cose altrui e capace di violare ogni legge per ottenere quello che vuole.

Gli storici conoscono i delitti di Cleopatra, necessari per sbarazzarsi dei fratelli  e delle sorelle  così da regnare indisturbata in modo assoluto, secondo le regole della monarchia orientale. Cleopatra è vista da Anneo Floro come un mostro (Epit. II, XXI)

Ha fatto uccidere,  col veleno, suo fratello quindicenne Tolomeo Filopatore, subito al suo ritorno da Roma dopo la morte di Cesare avendo in braccio il piccolo Cesarione.

Grazie ad Antonio si è liberata  di sua sorella Arsinoe, che pur si è ritirata e vive come sacerdotessa nel tempio dell’Artemision ad Efeso, – solo per il fatto che è ancora chiamata regina– secondo le fonti augustee che insistono nella critica alla regina accusata di violare tombe  e templi  per avere denaro.

Per Flavio (ibidem,90):   nessun luogo sacro era da lei considerato così inviolabile  da non poterne asportare   qualche ornamento e nessun luogo secolare che non fosse soggetto  ad indegnità di ogni genere purché potesse  soddisfare l’ingiusta  brama di donna viziosa. Insomma nulla bastava a questa donna  stravagante  e schiava dei propri appetiti  tanto che  tutto il mondo non era sufficiente  a soddisfare le brame  della sua immaginazione.

Flavio segue una fonte augustea e quindi  chiude il discorso dicendo: quando attraversava la Siria non pensava ad altro  che a possederla (ibidem,91).

Secondo noi,  le richieste di Cleopatra ad Antonio sono secondo la politica lagide  di rivendicazione della Celesiria e delle zone  limitrofe  sottratte da Antioco III a Tolomeo IV, nel 207.a.C., dopo la battaglia di Raphia,  in conformità col piano della ierogamia  e della impresa parthica, determinante per l’attuazione dei sogni di dominio universale  secondo la paideia katholica alessandrina e la giustizia militaristica romana.

Erode  lascia Antonio prima di Cleopatra e riparte  per Gerusalemme facendo forse la stessa strada di Cleopatra, che un mese dopo,  poco prima di giungere a  Zeugma, volge verso sud e procedendo per ritornare in Egitto,  fa una prima tappa ad Apamea e poi  a Damasco e presumibilmente una terza a Gerusalemme  per essere infine accompagnata sulla costa.

Infatti Flavio afferma (ibidem, 96): scortato  Antonio fino all’Eufrate nella spedizione contro l’Armenia, Cleopatra  fece ritorno  e si fermò ad Apamea e  a Damasco;  andò poi in Giudea  dove Erode la incontrò e le passò quelle parti  dell’Arabia , che le erano state  donate, ed anche le rendite  della regione di  Gerico. Questo paese  produce balsamo  che è il prodotto più prezioso   e cresce soltanto là  con alberi di palma numerosi e d eccellenti.

Dunque, appena Erode torna tra  maggio e giugno   a Gerusalemme  sa dalla madre e dalla sorella  del comportamento del suo  epitropos e di Alessandra che l’ ha persuaso a fuggire presso il legatus romano  e  di un rapporto ritenuto da Salome troppo intimo di  Giuseppe con Mariamne.

Mentre Cleopatra  viaggia verso Damasco,  Erode vuole sapere di più sulla situazione  e sugli intrighi di Alessandra  e sulle sue connessioni  con la famiglia di Lisania, dati i rapporti di parentela.

Scopre sempre grazie a Salome che il marito ha avuto frequenti incontri  con sua  moglie  per odio verso Mariamne che nei litigi  è solita rinfacciare altezzosamente  i modesti natali della sua famiglia (ibidem,82). 

Erode è uomo  in attesa,  ancora dopo  oltre un anno di matrimonio, di un figlio da parte di Mariamne,  di cui è  innamorato folle, preso da ardente amore: il re, comunque, si sa controllare  e non fa azioni precipitose  ma, spinto dal suo sentimento amoroso, incalza la moglie per chiarire la  sua posizione circa la presunta relazione con lo zio epitropos.

Mariamne, secondo Flavio (ibidem, 83)  negando ogni cosa  con giuramento, a propria difesa disse quanto può dire chi non commise nulla di male;  allora il re si convinse poco a poco,  calmò la sua  collera, vinto dalla tenerezza verso la moglie, si scusò per aver creduto quanto  aveva udito. Anzi lui stesso  di sua volontà  per il comportamento corretto di lei  mostrò gratitudine  e le manifestò quanto grande fosse la sua passione per lei e quanto le fosse devoto. E infine, come è naturale  fra chi si ama,  cominciarono  a piangere e ad abbracciarsi  con intenso e passionale trasporto.  

Nell’eccitazione Erode, travolto dalla passione, nella foga dello stimolo amoroso vanta il suo amore  e stimola  la donna a partecipare più intensamente all’atto  d’amore.

Mariamne è lucida mentre Erode, sentimentale,  è ardente e focoso: la moglie lo  gela dicendo: non è l’atto di uno che  ama comandare che, se ti fosse capitato qualcosa  di grave per mano di Antonio, io sarei dovuta, pur innocente,  essere messa a morte!.

Per Erode è una rivelazione che significa adulterio da parte della moglie  ed ha una reazione propria di un uomo, che, preso da dolore immenso,  non avendo più autocontrollo, risulta pazzo furioso.

Flavio dice (ibidem 87): le mani del re subito  la lasciarono, incominciò a gridare e a strapparsi i capelli  con le proprie mani, affermando che la sua comune intesa con Giuseppe era provata : lo zio mai avrebbe manifestato quanto gli  era stato detto in privato  se tra loro due non ci fosse stata  una completa  confidenza!

Erode vorrebbe uccidere Mariamne, ma si trattiene anche se gli costa reprimere l’impulso istintivo.

Comunque, comanda che sia ucciso suo zio, senza neanche vederlo, e che Alessandra sia incatenata  e messa sotto custodia a causa dei suoi intrighi.

Si è verso la fine di luglio e Cleopatra sta per giungere a Gerusalemme ed è accolta da Erode e dalla sua corte, che è ancor piena di odio e di rancori tra le due stirpi  per la prigionia di Alessandra -che probabilmente è tenuta sotto costante sorveglianza, ma lasciata libera- e per la morte di Giuseppe.

La presenza di Cleopatra in città dovrebbe essere stata breve: qualche settimana, in  un periodo in cui, secondo Flavio, (Guer. Giud.I, 362)  Erode con ricchi doni  cercò di mitigare la sua inimicizia  e fra l’altro ne prese in affitto  per 200 talenti  all’anno le terre   che erano state strappate  al suo regno e poi la scortò  con ogni onore fino a Pelusio

Così afferma Flavio  all’atto della scrittura del 74 d. C., ma venti anni dopo quando scrive Antichità Giudaica  l’autore ebraico  dapprima sembra voler fare  credere ad una relazione  sessuale tra il re e Cleopatra   per il fatto che per natura  lei era  abituata a tale  specie di piaceri senza ritegno ibidem 91,  poi precisa che Cleopatra forse sentiva  anche realmente  in qualche misura passione  per lui  o  cosa più probabile lei stava segretamente complottando  che le si facesse una qualche violenza  e avesse così  il pretesto di  tendere una trappola per concludere insomma lei dava l’impressione di essere sopraffatta  dalla passione( ibidem 92) .

Infine lo storico, dopo aver spiegato il comportamento di Erode che la considera depravata con tutti e  in quel particolare momento la vede spregevole  per la lussuria che la  spingeva  così lontano, mostra il ragionamento del re che pensa che se lei avesse fatto  delle proposte per prenderlo in trappola, egli avrebbe avuto motivo  di recare danno a lei prima  che lei lo recasse a lui.

In conclusione Erode,  secondo Flavio, sceglie la strategia  di eludere le sue  profferte amorose  e prendere consiglio dai suoi amici  avendo in mente di ucciderla,  mentre era in suo potere: avrebbe liberato dai guai tutti coloro  per i quali lei era stata una depravata e verosimilmente lo sarebbe stato in futuro, ritenendo che questo sarebbe stato un regalo per Antonio perché neppure a lui sarebbe apparsa leale, se una necessità   lo portasse ad aver bisogno del suo aiuto.

Il parere dei suoi consiglieri  è di non seguire tale piano in quanto rilevano che  non vale la pena di correre il pericolo  più ovvio di un passo così grave  e lo invitano a non compiere gesti impulsivi, dicendo che Antonio non avrebbe tollerato un’azione del genere  anche se uno gli avesse posto davanti i vantaggi; il suo amore sarebbe divampato ancora più furioso, qualora avesse pensato che lei gli fosse sottratta con la violenza e l’inganno e nessuna scusa poteva rendere ragionevole il compiere un simile attentato contro la donna, che  aveva la posizione più alta tra quelle del suo tempo; quanto al beneficio che ne derivava , seppure si potesse pensare che ci fosse, si doveva vedere con la noncurante ed indifferente  attitudine di Antonio.

La conclusione del consiglio degli amici è la seguente:  non era difficile  prevedere come  fatti del genere avrebbero condotto un’infinita catena  di mali sul suo trono e sulla sua famiglia, pertanto non vi era alcun dubbio  su ciò  che doveva fare:  trattenersi dai crimini, ai quali lei lo istigava  e, in quella situazione, doveva  comportarsi  in maniera rispettabile (Ibidem,102).

Il discorso è tipico degli storici augustei che sono sulla scia di Erode,  che a Rodi (Guer. Giud I,389) giustifica la sua amicizia con Antonio quando, deposta la corona, chiede ad Ottaviano  di nuovo di poter governare il  regno, mostrando che lui  avrebbe pensato ad una tale soluzione per liberare Antonio  e il mondo romano da Cleopatra.

Non si sa  quale sia la precisa fonte  (Nicola di Damasco? o Dellio? o Velleio Patercolo?) Preferisco pensare a Dellio che in quei mesi segue Antonio in Parthia e che conosce bene l’animo del triumviro e della regina di Egitto,  descritti poi,  dopo il passaggio tra gli ottavianei,  in termini negativi, pur avendo condiviso l’utopia antoniana. Si ricordi che Dellio  è uno degli ultimi a passare da  Antonio alla parte di Ottaviano, prima di Azio (Velleio Patercolo  St.,II, 84; Dione Cassio ,St.Rom, L).

Il sogno antoniano, sublime, è quello dell’impero universale su basi divine, in relazione alla concezione faraonica di Cleopatra e di Cesarione, erede di Cesare e dei lagidi.

Cleopatra è una regina scaltra, che spera di fondare con Antonio una nuova dinastia, che ha in Cesarione, il piccolo Cesare il vero erede,  che deve unificare  l’imperium romano occidentale ed orientale,  dopo  che il triumviro di Oriente  ha posto i confini all’Indo ad ovest  e  a nord al Caucaso e alla catena montagnosa del  KaraKorum, cioè  ha ricostruito i nuovi termini, in linea con la logica di Alessandro il grande.

Il sogno di Cleopatra è in Cesarione sovrano assoluto dell’impero romano con capitale Alessandria e come patronus Antonio cesariano scudiero, realizzatore dei piani orientali di Cesare.

Perciò quanto dice Flavio è storia  del senno del poi: in quel particolare momento Antonio sta giungendo ai confini  dell’Armenia e sta facendo la più imponente parata militare mai vista,   convinto che il sogno cesariano può essere realizzato  e che Cleopatra  e lui, coppia divina, possono veramente governare il mondo. Forse allora quel sogno è condiviso anche dal suo favorito Dellio e  da tanti altri romani suoi fautori!

Non è pensabile, nel delirio di potenza dei due amanti,  che Antonio non controlli, con spie,  il viaggio di ritorno  della divina  sposa, incinta, e che Cleopatra non sia informata del cammino del divino sposo: i due stanno visitando, da padroni,  territori a loro, di nome, soggetti, pericolosi perché sconosciuti: ambedue devono, comunque essere diplomatici e politici con chi li ospita, per averne viveri.

Cleopatra, inoltre, non deve ingerirsi nelle faccende di Erode  e disinteressarsi di Alessandra, pur amica;  ed Antonio  è ospite di Artavaste che propone  l’invasione della Media e che, dovendo foraggiare il suo immenso esercito, preferisce dirottarlo nella direzione del nemico re medo, in pieno inverno, per il saccheggio.

Il triumviro abbocca perché è assicurato dal re che i Parthi temono la stagione invernale e all’epoca il re dei re ha convocato il medo Artavaste, per stringere un accordo, non ancora stipulato.

Perciò, chi, conoscendo Antonio e il suo sogno,  mai potrebbe  ardire di toccare una donna, come Cleopatra, una regina affascinante più che bella (Ottavia è più giovane e di molto superiore per bellezza!), ma intelligente e poliglotta,  politica espertissima di raffinata cultura?

Chi, pazzo, correrebbe il pericolo di fare avances ad una tale donna, di troppo superiore  come persona e come regina? chi  potrebbe fare un complotto per ucciderla?

Erode, un idioths fatto re da Antonio, suo benefattore e patronus!?

No, di certo.

Cleopatra è incinta di almeno 6 mesi  e di norma le donne evitano il maschio ed è ancora in viaggio, con un seguito di migliaia di cavalieri  galati, di cortigiani e di Cesarione e di tanti addetti al principe ereditario romano-egizio!

Erode è follemente  innamorato di Mariamne, che forse, a luglio, già è anche lei incinta di Alessandro, in un clima più disteso, dopo la fine del povero Giuseppe, a seguito delle feste  per l’arrivo della regina di Egitto, che, memore dei consigli di Antonio, può  incontrare Alessandra, libera, anche se sorvegliata!

Ad Antonio nel 36 nascono Antonia minore da Ottavia, a Roma,  il 31 gennaio,  e Tolomeo Filadelfo ad Alessandria  da Cleopatra in ottobre; ad Erode, ai primi di Febbraio del 35,  Mariamne partorisce, a Gerusalemme, il suo primo figlio!

Cleopatra ha una accoglienza trionfale: non ci possono essere né attentati popolari, né insidie  né profferte amorose da parte di un piccolo re, in mezzo ad un mare di ancelle e di eunuchi, di cui è piena la corte, di soldati egizi e di romani, comandati da Iulios !

Dunque, la visita di Cleopatra ha solo valore di un interesse economico ed amministrativo: la regina cerca di estorcere più denaro possibile ad Erode e Malco, tramite i suoi dioichetai, impegnati nella transazione delle terre  e nelle dichiarazioni di affittuario da parte di Erode, a cui conviene pagare 200 talenti lui e 200 Malco, piuttosto che consegnare in mani straniere i territori giudaici  e nabatei, dati da Antonio alla regina.

Forse nel viaggio di ritorno, Erode accompagna  Cleopatra, facendola  scendere a Gerico e la ospita al palazzo asmoneo  e le dà l’opportunità di vedere  di persona la ricchezza e la bellezza del bacino del Giordano e del Mar Morto, propagandati per il balsamo, i fanghi curativi,  le acque calde e le palme. Dopo averla  scortata con onore fino al confine con l’Egitto, manda corrieri ad Antonio per notificare di aver compiuto il suo dovere di suddito.

Il triumviro, persuaso da Artavaste II, consultati i piani di Cesare,   decide ora di seguirli, dopo aver  attraversato l’Armenia  e di congiungersi sull’altopiano di Erzer (attuale Erzurum) con le truppe di  Publio Canidio e con quelle degli alleati per verificare effettivamente la grandezza del suo esercito, imponente, e per fare una grandiosa parata militare  della potenza dell’impero romano tanto da sbalordire anche i popoli confinanti, i Battri ed Indi, e far tremare tutta l’Asia (Plutarco, Antonio, 37,4 ).

Il viaggio dell’esercito  è ancora unitario in quanto secondo Dione Cassio (ibidem, 25,4), Plutarco( Antonio, 38,2) e Velleio Patercolo (St.II 82) il triumviro  porta  su trecento carri le macchine necessarie per gli assedi,  fra le quali un ariete lungo ottanta piedi, sotto il comando di Oppio Staziano, che rallenta la marcia.

Antonio vuole assediare la capitale della Media,Praaspa (anche detta Fraata),  dove risiedono i figli e le mogli del re, avendo fretta di prenderla.

Lo storico greco  mostra che Antonio ora asseconda il re di Armenia, che lo ha persuaso a passare per il suo Regno e fare un tragitto di 8000 stadi  circa 1480 km,  per aiutarlo contro il suo omonimo re di Media Atropatene.

Plutarco  nel mostrare la rassegna evidenzia l’apporto di Artavaste II  (un contingente iniziale di 6000 cavalieri, – poi 16000 – e  7000 fanti ) ed infine elenca 60.000 legionari romani  e 10.000  cavalieri iberici e  celti, inquadrati coi romani mentre  degli altri popoli  rileva auxilia  di 30.000 uomini, compresi i cavalieri e truppe leggere (ibidem, 3-4)

Un esercito così imponente mai è schierato da Roma in Oriente, sull’altopiano posto tra l’ Armenia e la Media!

Velleio Patercolo (St. II, 82) dice le stesse cose  e parla di 13 legioni condotte attraverso l’Armenia e la Media per attaccare la Parthia!

Nel tragitto di attraversamento dell’Armenia, a marce forzate, durato molti giorni, in luoghi impervi e disagevoli,  non è facile il vettovagliamento,  nonostante i soccorsi inviati  gratuitamente  dal re, che vede le violenze dei militari verso il suo popolo,

Antonio non è attento al  malumore delle popolazioni aramaiche  e alla situazione difficile di  Artavaste II – che ha permesso  all’esercito romano il passaggio per odio verso il re di Media – e  non ha neanche consiglieri aramaici di fiducia, che traducano bene i messaggi  e tanto meno può fidarsi dei mercanti e trapeziti giudaici del suo seguito,  anche loro aramaici infidi, che lo finanziano perché sono Methoroi, (cfr. Methorios) cioè uomini, ellenisti di doppio passaporto,  che cercano il loro interesse finanziario, al confine tra due stati ed hanno banchi per il cambio di monete.

Perciò per il re armeno è conveniente allontanare l’esercito dalle sue terre. Inoltre non è illogico il sospetto di incontri  segreti con emissari di Ottaviano, disposti a pagare il re, se tradisce  Antonio!

Da qui il consiglio dell’armeno di saccheggiare la Media  e punire il suo re, omonimo,  a lui nemico: si sarebbe liberato dei romani  e avrebbe sconfitto il re vicino, guadagnando territori per la corona.

Il vero errore strategico  di Antonio è questo:  a  settembre/ottobre le regioni sono quasi sempre innevate e lui ancora  a fine agosto deve assediare Praaspa, la capitale meda, dopo aver imposto ai soldati  marce forzate per altri 10 giorni, dopo 8000 stadi  già percorsi,  non ben vettovagliati.

A lui sarebbe stato conveniente svernare comodamente in Armenia  dividendo le spese  tra  i questori romani  coi fondi dell’ erario  e con l’aiuto finanziario dei re  socii   tra cui Cleopatra ed Erode) e  dello stesso Artavaste, che avrebbe avuto il compito maggiore di rifornire  i soldati accampati  nei castra invernali (Cfr. Erode Basileus): a primavera la marcia verso la capitale meda sarebbe stata un trionfo, data la lentezza del reclutamento del parthi  in quella stagione, non sempre mite e dopo il riposo dei soldati.

Gli storici ottavianei, che influenzano  Plutarco e Dione Cassio,  invece, rilevano che ci sia  fretta in Antonio che, avendo desiderio passionale  di Cleopatra, vuole svernare in Egitto.

Niente di più falso: Antonio è un dux cesariano -smodato forse nella  ambizione nobiliare (cfr  Floro, Epit.II,1O.2) – che pensa prima di tutto ai soldati e alla vittoria e agisce colcontributodei consiglieri romani del suo consilium!

E’ un giudizio estremamente negativo per un condottiero di esercito come Antonio, a volte impulsivo, ma di norma prudens,  abile a sfruttare le situazioni, coadiuvato da altri duces del suo eccezionale consilium principis!

Antonio dimostra ai Parthi l’infinita  superiorità strategico-militare, in ogni occasione: il suo esercito  cede solo  nella fase iniziale alla sorte (alla neve, al freddo, alla fame,  alla sete), alle imboscate, al logoramento ai fianchi per mancanza della cavalleria,  poi  si compensa e si registra  con la formazione quadrata  di marcia e  neppure è vinto  dai tradimenti e dalle false indicazioni sia climatiche che locali, nonostante qualche episodio bellico negativo.

I romani sono vinti più da cause esterne che dai nemici!

Il dux è sempre vincitore negli scontri diretti,  attirando il nemico  secondo la logica militare  e le tecniche  strategiche, sicuro  della sua forza, procede senza  guardarsi le spalle senza  controllare le fonti dei tanti consiglieri aramaici, che si propongono nella sfortunata ritirata e risulta ingenuo di fonte all’ambiguità straniera, linguistica.

Comunque,  Antonio, dopo la decisione di aiutare Artavaste II contro l’altro Artavaste, rilevando  due tempi diversi  nella marcia dei suoi soldati, divide l’esercito in due colonne, l’una maggiore condotta da lui procede verso Nord-ovest   e poi scende verso sud  in direzione di Praaspa  (cfr  Plutarco ibidem, e Dione Cassio ibidem), mentre l’altra  segue a distanza,  perché trasporta, trascinando, le machinae per gli assedi,  sotto il comando di Oppio Staziano,  protetto dal re Polemone e da altre truppe ausiliarie.

I due corpi militari fanno due marce  parallele,  senza  veri collegamenti, se non tramite corrieri,  lenti necessariamente nella  comunicazione in relazione alle diverse condizioni di cammino e alla speditezza di marcia del primo. Coi giorni, però,  le distanze tra i due corpi aumentano e di questo approfitta il Medo Artavaste, che sorveglia la colonna, che procede lentamente  per le asperità del terreno, per il peso delle machinae e per il freddo e per la mancanza di cibo.

ll re medo, senza neanche attendere l’aiuto di Fraate, che sta ancora convincendo ì capi del suo esercito ad allungare i tempi di milizia a causa deIla presenza dell’esercito invasore, attacca il  corpo lento  con le salmerie, annientando due legioni romane  (Velleio Patercolo, II,82; Cassio Dione  St Rom. XLIX, 25,2 ),  impegnate coi carriaggi e colte di sorpresa dalla cavalleria e dagli arcieri, incapaci della minima resistenza in quelle condizioni.

Il re Artavaste  II non è lontano dal luogo e potrebbe intervenire, invece, assiste  alla pioggia di frecce, da cui è tempestato l’esercito romano, impegnato  a trascinare carri e  salmerie e machinae (Cassio Dione, ibidem,  25,5).

Il re, visto l’eccidio romano, preferisce tornare al suo paese, senza neanche avvertire Antonio.

Questi, avuta la notizia,  lascia l’assedio di Praaspa, appena iniziato, cerca di aiutare i suoi col grosso dell’esercito,  ma arriva tardi  per constatare la morte dei legionari, l’incendio delle machinae e la prigionia di re Polemone  preso e non ucciso a scopo di riscatto.  Secondo Plutarco i barbari, inorgogliti per il successo,  disprezzano  ora i romani ed accerchiano perfino  l’accampamento, convinti di poterlo al mattino  depredare, e perciò aumentano di numero  fino a 40.000 cavalieri.

Antonio, visto il concentramento dei Parthi  e dei Medi,  convoca i soldati per fare la situazione e per spronarli.

Inizialmente intende presentarsi con segni del lutto  in memoria dei caduti, ma poi,  col consenso  dei legati, si presenta ai soldati, vestito della porpora propria del comandante e li  esorta nobilmente al combattimento concludendo il discorso con dire che il cielo punisca lui e conceda salvezza e vittoria all’ esercito.

Lo storico greco, ammirato,  così scrive:  il giorno dopo i romani  escono dai castra ed avanzano,  dopo essersi meglio protetti  e i Parthi che li assalivano,  si imbatterono in una grossa sorpresa. Credevano infatti di andare a saccheggiare  e  fare bottino  non a combattere, perciò avvolti in un nugolo di proiettili, in cospetto dei romani, forti, freschi e pieni di slancio, nuovamente persero il coraggio. Tuttavia, mentre i romani erano costretti a scendere  dal pendio di alcune alture  li assalirono e li  bersagliarono di frecce. Allora tra i soldati romani quelli armati di grandi scudi, voltisi verso la fronte, chiusero all’interno, al riparo, gli armati alla leggera e piegatisi su un ginocchio, misero davanti a sé gli scudi sopra di loro e gli altri  di seguito fecero lo stesso. I Parthi ritenendo che il piegare il ginocchio da parte dei romani significasse stanchezza e sfinimento, deposero gli archi  ed afferrate le picche ingaggiarono il combattimento corpo a corpo. Allora i romani lanciando  tutti insieme l’urlo di guerra, balzarono in piedi all’ improvviso e, colpendo con i giavellotti,  che tenevano in mano,  i primi tra i nemici,  li uccisero e volsero in fuga  tutti gli altri. 

Di questa tecnica della testuggine, usata spesso in  situazione estreme, dato il terreno accidentato e  vista la pioggia delle frecce, nei casi in cui non è possibile l’impiego dei frombolieri balearici –  parla diffusamente Dione Cassio, St Rom. XLIX ,30., come tecnica specifica romana  

Antonio, allora, cerca di provocare a combattimento i Parthi che  raramente si avventurano in imprese di attacco  in quanto propendono per logorare  l’esercito, quando è in marcia,  attaccando con la cavalleria senza mai presentare un vero esercito di fanteria .

Antonio, quindi, riprende l’assedio di Praaspa,  che risulta vano per il valore degli assediati e la grandezza delle mura, da una parte,  per la mancanza dei mezzi  di sfondamento e per la necessità di fare terrapieni con  alberi da tagliare, da un’altra,  considerata anche la fatica della ricerca di vettovaglie  e il trasporto, pagato con molte morti.

In tale situazione si allenta la disciplina ed allora Antonio ricorre a alle  decimazioni (Cassio Dione,  Ibidem, 27;  Plutarco, Antonio, 39).

Cassio Dione  chiude il discorso: to te sumpan poliorkein dokoon ta toon poliorkoumenoon epaskhen / credeva di essere assediante ed invece pativa le sofferenze degli assediati.

Plutarco insiste nel mostrare il tentativo di Antonio di fare una battaglia campale e risolvere subito la guerra ma  i Parthi, convinti ora della superiorità militare romana,  fanno scorrerie veloci ed imprevedibili  con la cavalleria leggera e con gli arcieri, impedendo, però,  ai romani di schierare i frombolieri  per loro nemici micidiali.

Nelle poche scaramucce il triumviro prevale facilmente ma non infligge una sconfitta con strage di nemici, che si sottraggono allo scontro diretto e  sfruttano la conoscenza dei luoghi, subendo perdite molto limitate e nascondendosi in zone sicure (Plutarco, Ibidem,39).

Gli storici  mostrano che Antonio comincia a temere la fame, i latrocini all’interno dei castra e la diserzione:  Infatti Antonio prevedeva la fame in quanto non si poteva più andare  a raccogliere vettovaglie senza avere molti morti e feriti (Plutarco,ibidem,40,39 );  per i ladri  si stabilisce di affidarli  ai centurioni e ai decurioni,che li puniscono  all’istante;   per le diserzioni  basta la visione dei disertori crivellati da frecce dai Parthi, che dissuadono i malintenzionati romani dalla fuga.

Siccome la guerra è dura per i due eserciti,  Fraate libera da questa situazione senza scampo  Antonio perché  da una parte teme la defezione dei suoi uomini che non  sono abituati a  combattere nella stagione invernale, in quanto  sanno che, in zona,  il clima si irrigidisce e che, dopo  il 21 settembre/hdh tou aeros sunidtamenou  metà phthinopoorinhn ishmerian (Plutarco,  ibidem,40) iniziano le nevicate e da un’altra  perché paventa danni per la città recati o dai romani  o dagli alleati,  per cui invia messaggeri per una trattativa, che sarebbe sfociata in una tregua /spondh.

Comunque, a detta di Dione Cassio, Ibidem27,4 il re riceve i messaggeri su un trono d’oro  facendo risuonare la corda dell’arco inveisce contro i romani  e alla fine : thn eirhnen, an ge parakhrema  apostratopedeusoontai  doosein upeskheto / prometteva che ,se avessero tolto subito l’assedio, avrebbe concesso la pace.

Al di là della ostentazione di potenza di Fraate IV nella trattativa, i Parthi hanno piena coscienza della superiorità tattico-strategica militare  e disciplinare dell’esercito romano e perciò cercano un trattato di pace, prima dell’acuirsi della stagione invernale.

Antonio, dunque , nonostante  tanti problemi logistici e  qualche  episodio bellico disastroso, ha imposto la potenza del militarismo romano, che ha impressionato con le manovre della fanteria  capace di passare attraverso i territori indenne nonostante il netto predominio della cavalleria parthica, il clima, la fame  e la non conoscenza dei luoghi.  

Plutarco (Ibidem, 40 ) e Dione  Cassio( Ibidem, L) spesso citano che contingenti parthici, ammirati,  si affiancano ai legionari  con gli archi,  tenuti in mano, pendenti, per lodare il valore dei romani  riconoscendone la superiore forza  nell ‘arte della guerra  e dichiarando lo stupore dello stesso loro re.

Ottaviano Augusto nel 20 a.C., pur dopo preparativi militari, si accorda con lo stesso Fraate IV  e grazie alla diplomazia, senza fare alcuna parata militare,  ottiene le insegne sottratte a Crasso e figli del re  come  ostaggi contro il parere della nobiltà partha: tanto rispetto si  è meritato Antonio col suo esercito e con le sue vittorie sul campo!

Augusto impone anche nel  trattato la clausola che ai romani spetta l’elezione del re  della  Armenia Maior, come riconoscimento  del diritto romano sull‘intera area: nel 2 d.C.  Gaio Cesare, inviato per sostenere Ariobarzane con una grande armata e con molti consiglieri militari, data la giovane età del principe,   impone di nuovo tale diritto al trasgressore Fraate V, che si ritira  dalla zona contesa (Cfr. Velleio Patercolo, St. II,102 1-3).

Gli effetti della guerra antoniana si vedono anche dopo quindici anni e anche dopo !

Perciò, Antonio, non  può ritenere, come sostengono alcuni storici,  di dover parlare di sconfitta e tanto meno di essere umile nei confronti dei Parthi (come pensa Floro che parla di immensa  vanitas  hominis che, per desiderio di titoli,  ha  vilipeso il nomen romano,  senza un disegno e senza nemmeno l’ombra di una dichiarazione di guerra, come se anche la furberia rientrasse nell’ arte di un comandante, Epit.II,10,2).

Antonio, invece, inizia la ritirata, a causa della malasorte  – anche Giulio  Cesare sarebbe stato, in tale situazione, incapace di cambiare gli eventi col quel clima, in quei luoghi, dopo la defezione di Artavaste!-,con la volontà segreta  di punire il traditore, che,  comunque, viene trattato con benevolenza, come se nulla avesse fatto di contrario ai romani.

La concomitanza di fame,  di sete, di malattie, di mancanza di viveri,  la necessità di attraversare regioni sconosciute e di subire agguati dei nemici (cfr Plutarco, ibidem 46-47; Dione Cassio, Ibidem, 28), l’ insicurezza delle guide (sia  quella del Mardo, che dell’ex legionario di Crasso, che di Mitridate, cugino di Monese), la non conoscenza della lingua aramaica, diversa perfino dall’armeno, che confonde le  indicazioni, sono indizio non di una cattiva gestione dell’impresa ma di fatali coincidenze per un dux di norma fiducioso verso gli altri, magnanimo,  tollerante, in sostanza, comunque, prudens.

Poi la provvidenziale mutata situazione politica, dopo la frattura fra il re medo e Fraate per la divisione  delle spoglie romane in loro possesso,  mette in evidenza l’animo invitto del dux romano, pronto a tornare in Armenia, là dove è stato costretto per salvare il salvabile a  riverire Artavaste, a  lisciarlo e a vederlo in relazione con i Parthi e con le spie di Ottaviano.

Il ritratto che ne fa Plutarco è di un grande dux,  amato dai  milites, di cui tesse un elogio dopo una battaglia persa,  volendo mostrare l’adattamento della strategia  di marcia  a formazione quadrata  come dimostrazione della capacità di cambiare in corsa le strategie, per proteggere non solo la retroguardia, ma anche i fianchi, grazie al rafforzamento  dei lanciatori di giavellotti e di frombolieri.

Lo storico  (ibidem,43,3-4) – oltre a mostrare la grande umanità e la dedizione cameratesca  verso i soldati, a cui è vicino, specie ai feriti  che chiamano il dux  col titolo di imperator/comandante vincitore-  aggiunge un elogio dei milites e del comandante, anche se sconfitto:   nessun altro comandante di quei tempi  è riuscito a raccogliere un esercito più brillante del suo,  per coraggio, resistenza alle fatiche  ed ardore giovanile. Il  rispetto, che dimostravano verso il comandante, l’obbedienza e l’affetto e la concordia di tutti, illustri e sconosciuti,  capi e soldati semplici,  nel  preferire la stima e il favore di Antonio  alla salvezza della propria vita,  non furono superati nemmeno  dai romani di una volta!.

Dunque lo storico mostra poi le cause che determinano un  sentimento  così generale verso un uomo: La nobiltà della stirpe, la sua capacità oratoria, la semplicità, la liberalità,  e la larghezza nel fare doni, l’inclinazione a scherzare e a conversare con tutti.

 Ed infine conclude dicendo che in quella triste occasione partecipa alle pene  e sofferenze degli infortunati  fornendo ciò di cui ognuno ha bisogno,  facendo sì che malati e feriti abbiano più animo dei sani.

Sembra che tutti gli storici, al di là delle lettura generale dell’impresa parthica antoniana,  a seconda della  propria angolazione di parte,  abbiano, comunque, in comune un giudizio  positivo sulla  difficile conduzione della campagna.

Dai tanti e svariati giudizi risulta che il triumviro, comunque,  sarebbe passato indenne, pur nel mare di imprevisti e la concentrata forza della sorte, se non avesse dovuto fare un intervento correttivo per evitare il peggio  nell’ occasione  di un’impresa inizialmente riuscita,- da lui accordata-al tribuno Flavio Gallo che, avendo chiesto molti veliti della retroguardia ed alcuni cavalieri  dell’avanguardia,  resiste con un’altra tattica ai nemici !

Il tribuno,  secondo Plutarco (ibidem,42,4 ) dopo 4 giorni di scaramucce  senza vinti e vincitori, nonostante il continuo ripiego dei cavalieri romani,  al quinto giorno respinse i nemici che attaccavano,  senza, però, ripiegare poco a poco, come si faceva prima, verso la fanteria e senza ritirarsi, ma rimanendo fermo, impegnandosi nella mischia  in modo troppo audace: sa bene che così facendo può essere accerchiato|

I comandanti della retroguardia vedendolo ormai staccato dal resto dell’esercito, mandano a chiamarlo, ma Gallo non obbedisce, anzi apostrofa il questore Tizio che afferra le insegne  e le volge indietro e lo rimprovera perché porta  al massacro molti uomini valorosi, costringendo con male parole  il questore  a ritirarsi e obbligando i suoi a rimanere fermi.

Il tribuno è un valoroso che conosce i piani di Antonio e la sua volontà di  trascinare i Parthi ad una battaglia campale!

Infatti, essendo, come previsto, preso alle spalle  dai cavalieri parthi  e medi, riuniti, chiamati i rinforzi,  spera  di essere liberato dal grosso dell’esercito e di fare una strage dei nemici, grazie all’urto di tutto l’esercito romano.

Invece  accade  che i capi della fanteria, tra cui era anche Canidio, che poteva moltissimo presso Antonio, commettessero allora un grave errore. Infatti, mentre era necessario andare in soccorso  con l’intero esercito , mandarono invece  pochi soldati per volta, inviandone di nuovo altri  quando i precedenti erano sconfitti. Non si accorsero che sarebbe mancato poco alla completa sconfitta e disfatta  di tutto l’esercito se Antonio in persona in tutta fretta  non fosse accorso  a far fronte con le truppe  dell’avanguardia. Spingendo subito la terza legione  in mezzo ai fuggitivi  contro i nemici  arrestò il loro ulteriore inseguimento (Plutarco,Ibidem,6,7,8).

Secondo Plutarco  (Ibidem.  Non c’è concordia nel numero dei morti  tra gli storici !) morirono non meno di  tremila romani  e furono portati  in tenda 5000 feriti, tra cui Gallo, che  era stato crivellato da frecce.

Gli uomini, comunque,  hanno fiducia somma  in Antonio che,  senza badare a fatica né  a mancanza d’acqua, né a malattie, derivate da acqua inquinata o malsana,   consapevole che all’ Arasse, termina l’inseguimento parthico,  fa passare l’esercito  lungo zone montane  per evitare agguati, su consiglio di guide malfide.

Dopo cinque giorni da questa battaglia ,di cui abbiamo trattato,   Antonio raggiunge finalmente  l’Arasse,  facendo fare  marce forzate (specie quella -in cui,  in una sola notte  percorre  240 stadi oltre 44 km.- quando, oltre tutto, è attaccato all’improvviso da contingenti parthi!).

E pur entrato in Armenia, sorvegliato da un re infido,  il triumviro deve  contare morti perché molti si ammalano di idropisia e di  dissenteria.

Ad Erzer, là dove ha fatto una trionfale parata, ora fa il computo  generale della sua non fortunata impresa, una specie di consuntivo bellico :  per Plutarco (ibidem,50) mancavano 20.000 fanti,  4000 cavalieri a non tutti  uccisi dai nemici  ma più di metà morti per le malattie.  Avevano compiuto  da Fraata (Praaspa per Dione Cassio) un cammino di 27 giorni avevano vinti in 18  battaglie i Parthi, ma le vittorie non avevano portati risultati decisivi e stabili perché si erano limitati ad inseguimenti  brevi ed incompiuti.  

Per Antonio, dux  cesariano, abilitato  a  sconfiggere e  ad essere sconfitto, ora è il momento peggiore, quello della simulazione di fronte al re responsabile della non riuscita dell’impresa, al fine però della vittoria finale.

Antonio, dunque, ha capito  che  l’armeno Artavaste  ha impedito di portare a termine l‘impresa:  i suoi 16 mila cavalieri  sarebbero stati utili a tenere a bada i parthi  che,  se  sconfitti,  sarebbero ritirati definitivamente e non avrebbero  seguitato a combattere contro il sistema  loro solito , perché non ostacolati nella fuga e non inseguiti debitamente.

Il triumviro, intelligentemente, va contro i l suo consilium che vuole la punizione immediata del re (Plutarco, ibidem 50) e la rimanda a data successiva.

Nel frattempo  non rinfaccia il tradimento, né abolisce  le consuete dimostrazioni  di cortesia  e di riguardo  verso di lui, ben sapendo di disporre di un esercito debole  e di essere senza risorse

Anche Dione Cassio( ibidem, 31) dice: avrebbe voluto punirlo ma gli usava riguardo  e lo blandiva, allo scopo  di ricevere vettovaglie e denaro

Anche  con questa strategia, seppure entro il territorio armeno, Antonio guida una ritirata ordinata, resa difficile dall’inverno, che  è  duro, e   dalla neve  che cade  e si accumula sulle alture, per cui il dux è’ provato ed addolorato di perdere in questo ultimo tragitto altri 8000 uomini.

Plutarco  dopo aver parlato degli ultimi morti,  infatti,  aggiunge : All’arrivo sulla costa fenicia,  tra Berito e Sidone, nella località di Villaggio bianco, si mise ad attendere  Cleopatra e poiché ella tardava  era agitato e  inquieto:  subito cominciò a bere  e ad ubriacarsi  e non riusciva a star fermo a tavola, ma si alzava, mentre gli altri bevevano  e correva spesso a vedere  se arrivava.

Antonio  ora, pur stando nel territorio  romano, ha bisogno di tutto, di abiti, di viveri e del denaro contante  per pagare i milites. Da qui la sua agitazione di animo, con ricorso all’ ubriacatura, abituale in casi difficili per uomini del sistema agricolo-militare.

Dione Cassio  aggiunge : gli giunse del denaro anche da Cleopatra : così poté dare  agli opliti cento dracme  a testa  e buona somma anche agli altri soldati, E poiché il denaro che gli era stato mandato  non bastava  provvide alle somme mancanti  coi propri fondi  assumendo i debito che si era assunto con Cleopatra.

Antonio ha al suo seguito trapezitai alessandrini, che pagano con  denaro liquido o promettono di darlo appena arrivati in Egitto,  se il dux  firma  cartulae  di compromesso al fine di accedere ai depositi bancari in Alessandria, con cambiali, diremmo oggi noi ( cfr A Petrucci, Mensam exercere. Studio sull’impresa finanziaria romana Jovine 1991).

Dione Cassio così conclude  A tale fine raccolse  molto denaro dagli amici e dagli alleati, che controfirmano, garantendo  il debito di Antonio.

Plutarco aggiunge: finalmente Cleopatra giunse, portando molte vesti e denaro per i soldati.

 Non è pensabile che  Erode ed Alessandra, vicini alla zona, non siano  accorsi, se non di persona, almeno con  delegati,  che portano  soccorsi immediati di viveri e di abiti  e  di trapezitai  gerosolomitani con denaro  liquido.

La notizia  del ritorno di Antonio gira  in tutta la Siria con voci contraddittorie circa l’esito finale della guerra, ma con la sicurezza del passaggio di un esercito in ripiegamento,  con tutti gli acciacchi di una campagna militare.

Ottavia stessa a Roma,  viene a sapere  di un Antonio, aiutato da amici, alleati e Cleopatra, fermo con l’esercito in Fenicia. Non si conoscono le fonti da cui la moglie abbia  avuto le informazioni sul marito.

Ottaviano, avendo moltissime spie nell’esercito stesso del rivale, avutene le relazioni  segrete  circa l’andamento della campagna e la situazione attuale di Antonio,  accoglie le richieste della sorella seppure a malincuore: la moglie vuole ricongiungersi col marito  e tentare di rappacificarsi,  anche se lui sa che non è possibile, date le motivazioni politiche e il comune sogno di un ideale regno universale, basato su Cesarione,  figlio legittimo di Cesare.

Il fratello protegge la sorella, madre di Antonia Maior  e di Antonia minore,  avute da Antonio,  emblema delle donne romane, fedele anche  se offesa nel suo onore muliebre, che vuole attendere il marito ad Atene nella loro casa e consegnare i regali  di Ottaviano che desidera la pace.

Ottavia, secondo Plutarco,  porta come munera/regali  molte vesti per i soldati,  molti animali da soma, denaro e  doni per gli ufficiali e gli amici, che lo accompagnavano, e  oltre a ciò 2.000 soldati scelti  destinati alle coorti pretorie  fornite di splendide armature.

Cosi scrive Plutarco in ibidem 53:Ottavia desiderava imbarcarsi per raggiungere Antonio e Cesare glielo concesse. …Giunta ad Atene, Ottavia ricevette una lettera da Antonio che ordinava di rimanere lì e la informava della spedizione.

Lo storico antico, come quelli contemporanei,  ritiene che l’azione  di Ottaviano non ha niente di fraterno,  ma ha una motivazione politica e propagandistica per avere l’opinione pubblica a lui favorevole, in un momento, in cui il rivale si è alienato i propri concittadini sia per l’amore con  la regina di Egitto che con la non riuscita impresa  parthica, causa di  dolore  per i  molte morti, compianti dalle famiglie romane.

Plutarco  precisa che  Ottaviano lo fece non per compiacerla, ma  perché la sorella, offesa e trascurata  da Antonio, gli offrisse  un conveniente pretesto per la guerra / pros ton polemon  aitian  eupreph  paraskhoi (Ibidem)

Ormai il triumviro occidentale è propenso per i preparativi di guerra.

Ottavia risponde ad Antonio dove debba inviare quanto dato dal fratello ed invia una lettera portata a mano al marito da Nigro, un suo amico, che  aggiunge notevoli e meritate lodi di Ottavia, madre delle sue due figlie,  una di tre anni  ed una di un anno e mezzo, ed tutrice dei figli suoi e di Fulvia.

Così facendo, l’astuto Ottaviano, con l’ autorizzazione alla sorella, propaganda la sua immagine di vir  della tradizione latina, un pater  di grande animo, che non vuole guerra, ma cerca di riappacificare  la moglie col perfido marito, perduto  dietro sogni  mitici, ammaliato dalla passione  per Cleopatra  sempre di più dipinta come nemica dei romani e mostro (fatale monstrum di Orazio, Carmina I,37 ), connotato da lussuria.

Secondo Plutarco  solo ora la regina egizia prende in considerazione Ottavia: Cleopatra si accorse allora  che Ottavia era divenuta una sua rivale /khoorousan authi  e temette che se avesse aggiunto alla nobiltà del carattere  e alla potenza di Cesare  la possibilità di stare insieme  ad Antonio a suo piacimento  e di vezzeggiarlo,  sarebbe diventata invincibile/amakhos e completamente padrona di suo marito.

A corte ad Alessandria, nell’estate del 35, quando Antonio intende  partire per Antiochia,  per poi muovere dalla Siria verso la Media nuovamente  per un accordo, scortato da Quinto Dellio e da altri legati, Cleopatra ancora deve  tornare in forma fisica, dopo il parto di  Tolomeo Filadelfo, ora bimbo di 7/8 mesi, da allattare, mentre vede i ritratti di Ottavia, più bella di prima, dopo il parto di Antonia Minor, ora bimba di 18 mesi circa.

Per Plutarco e gli storici  filottavianei  Cleopatra è impegnata  a circuire e ad ammaliare  Antonio con tutte le moine, i vezzi, le finzioni tipiche delle donne , che vogliono l’esclusivo potere su di un uomo, assecondata dai suoi cortigiani, che favoriscono la sua azione di riconquista del proprio uomo.  In ogni corte si parla di questa circuizione della regina verso il romano, che sta per partire per la nuova spedizione.

Non è improbabile che a Gerusalemme alla corte di Erode le donne asmonee, Alessandra e  Mariamne siano dalla parte di Cleopatra mentre quelle idumee Cipro e Salome dalla parte della casta Ottavia, a cui fanno arrivare probabilmente lettere, essendo noto il rapporto epistolare tra Giulia Livilla, moglie diOttaviano e Salome.

Non si escludono nemmeno lettere di solidarietà femminile e consigli da parte di Alessandra, interessata a coltivare l’amicizia con la regina di Egitto: La corte erodiana ha, così, un altro motivo di litigio, data la divisione in ogni cosa.

Comunque, a corte,  a Lochias, secondo Plutarco (ibidem 53,6-10):  Allora finse  di essere lei l’innamorata di Antonio e si sottopose ad una dieta  per dimagrire/to soma leptais kathhirei  diaitais; quando lui si avvicinava mostrava  lo sguardo smarrito e quando si allontanava  appariva afflitta e abbattuta. Faceva in modo che fosse vista spesso piangere ma subito si asciugava le lacrime  e cercava di nasconderle, come per evitare che Antonio se ne accorgesse… Gli adulatori, adoperandosi a favore di Cleopatra, rimproveravano Antonio di essere duro e insensibile e di far morire  una donna, che viveva unicamente per lui. Dicevano che Ottavia si era unita a lui  per ragioni di stato, a causa di suo fratello e sfruttava il titolo di moglie /pragmatoon eneka  dià ton adelphon sunelthein kai to ths gameths  onoma  karpousthai  mentre Cleopatra, regina di tanti  sudditi, veniva chiamata amata eroomenhn di Antonio,  eppure non sfuggiva né sdegnava questa denominazione, purché le fosse possibile  vederlo e vivere con lui: non sarebbe sopravvissuta lontana da Lui!.

Dellio e Planco  sono tra gli adulatori che favoriscono la decisione di Antonio di  rimandare alla prossima stagione, cioè all’inizio della  primavera del 34  gli affari col re Armeno e con quello   Medo, sebbene si dicesse  che i Parthi erano  in rivoluzione ( Plutarco,ibidem, 11).

Il disegno antoniano è di ritornare quanto prima in Media  secondo Plutarco (ibidem),  per stabilire un’alleanza  col re, che gli ha fatto proposte, essendo ora in disaccordo con Fraate,  per prendere come sposa per uno dei  figli che aveva avuto da Cleopatra, una delle figlie di Artavaste, che era ancora piccola .

Antonio   da Antiochia ritorna  ad Alessandria  non rammollito, né intenerito da Cleopatra, ma vi  torna  per svernare , accontentando la regina  che sembrava rinunciare alla vita, e per prepararsi non solo alla spedizione contro l’armeno Artavaste ma anche per la guerra contro Ottaviano,  contro cui oppone il figlio stesso di Cesare, Tolomeo Cesarione, riconosciuto da tutti i romani  presenti a corte similis patris, in un’adozione collettiva.

Agli inizi della primavera  invia il suo favorito  Dellio  per chiedere la mano della figlia  per darla in sposa ad Alessandro  suo figlio (Dione Cassio  39), mentre  lui giunto a Nicopoli di Pompeo,  al confine tra il Ponto e l’Armenia minor,  convoca il re Artavaste II  per consigliarsi per una nuova guerra contro i Parthi.

Si sa da Dione Cassio (Ibidem) che il re non viene perché sospetta  insidia/epiboulh,  ed allora gli invia di nuovo Dellio con un messaggio mentre lui marcia verso la capitale armena.

Antonio cerca in tutti i modi di attirarlo presso di sé : Dione Cassio (ibidem 39,4-5) scrive:  Così  dopo molte fatiche attraverso i consigli  che gli faceva dare  dagli alleati, con la paura  che gli infondeva con l’esercito e comportandosi in tutto con lui, nelle lettere  e nelle azioni  da vero amico, lo persuase a venire nel suo accampamento. Qui lo fece arrestare  senza però, tenerlo legato,  almeno in principio.

Antonio ha così vendicato Oppio Staziano e la retroguardia, massacrata dai parthi sotto gli occhi del re armeno, indifferente!

In seguito porta il re sotto le mura di Artaxata  per convincere gli armeni a pagare un tributo  per la sua salvezza e per la salvezza del regno (ibidem)

Siccome i khrusophulakes / i custodi dell’oro  non lo ascoltano e i soldati eleggono Artaxe il figlio maggiore come loro re, Antonio fa legare Artavaste  con catene di argento (quelle di ferro non sono  adatte per un re!)

Dunque, Antonio conquista l’Armenia ed altre regioni limitrofe,  alcune  con le buone ed altre con la forza, sconfiggendo Artaxe,  che si rifugia presso i Parthi.

La presenza del triumviro nella zona  armena scompagina le alleanze col re dei Parthi, determinando  uno  scontro  tra i maggiori re della confederazione,  che si ribellano al re dei re, che non è stato moderato nella divisione delle spoglie romane  e non ha rispettato i meriti di Artavaste di Media, maggiore alleato .

Questi, rotti i rapporti diplomatici con Fraate ed avendo già  avuto rapporti con Dellio, ora stringe nuove relazioni  con Antonio stesso, a cui  rinvia le insegne  catturate in battaglia a Staziano (Dione Cassio, Ibidem,44,2): il Medo, infatti,  sospetta e  teme  di essere privato del regno. Perciò mandò a chiamare Antonio  promettendogli  di combattere a suo fianco  col proprio esercito  (Plutarco, ibidem).

La stessa cosa conferma Plutarco: intanto tra il re dei medi  e il partho Fraate sorse una contesa, che cominciò, a quanto raccontano, a proposito delle spoglie dei  romani.

Antonio -lo sappiamo anche da Dione Cassio – è  entusiasta  della cosa perché  ha  su un piatto d’oro l’offerta della potente cavalleria meda  e, dopo aver mandato Dellio,  stringe diplomaticamente i rapporti col  re medo, che concede la figlia come moglie di Alessandro.

Ci sono molti altri atti diplomatici di Antonio in questa fase come risulta anche a  R. Syme (La rivoluzione romana, Einaudi 2014) ed altri storici contemporanei, che noi, comunque,  non prendiamo in considerazione in quanto vediamo i fatti in relazione allo scontro in Oriente tra barbaries aramaica  ed ellenismo romano.

Antonio, data un’impostazione  costituzionale romano-ellenistica  all’Armenia, lasciata  sotto il comando di Publio Canidio,  torna in Egitto, volendo fare il trionfo ad Alessandria, dove invia  grande bottino insieme al re armeno con tutta la sua famiglia, in una volontà di opposizione alla tradizione,  che vuole Roma centro dei festeggiamenti di un trionfo:  è una provocazione ad Ottaviano, che è già sul piede di guerra, e al senato diviso  tra i cesariani antoniani ed ottavianei.

Eppure il trionfo ad Alessandria è approvato dal suo consilium principis, compreso Gneo Domizio Enobarbo, che mai riverisce Cleopatra e l’apostrofa col nome, solo, di Cleopatra, senza il formalismo vigente a corte, secondo i canoni della Basileia ellenistica.

Il trionfo alessandrino,  secondo Flavio, Dione Cassio e Plutarco, è un momento magico della carriera del triumviro, il suo culmine, il vertice della sua attività politica.

Sembra che nel primo  giorno Antonio (Dione Cassio ibidem ,40) fa il suo trionfo su Artavaste di Armenia: mandò avanti verso Alessandria, come in una processione trionfale, la famiglia reale con tutti i prigionieri, poi venne anche lui col cocchio. Fece dono di tutto a Cleopatra  e le presentò il re  e i suoi familiari legati con catene d’oro. Cleopatra stava in mezzo al suo popolo su un palco d’argento, seduta su un seggio dorato. I prigionieri né la supplicarono, né le rivolsero parole di ossequio, benché si fosse cercato  di costringerli con la forza e facendo anche balenare  delle speranze: La chiamarono col solo nome  mostrando in questo modo coraggio, ma pagando amaramente per il loro comportamento

Negli altri due giorni Antonio risulta teatrale, arrogante ed odiosamente  ostile ai romani, riunendo il popolo nel ginnasio come un gimnasiarca ( cfr Paideia e Gimnasiarca).

Plutarco (Ibidem, 54,6) dice: Dopo aver fatto riempire di folla il ginnasio e collocare  due palchi d’oro, uno per sé, uno per Cleopatra  e gli altri più bassi per i loro figli, prima di tutto proclamò Cleopatra regina  d’Egitto, di Cipro,  di Libia e di Celesiria. Con lei avrebbe diviso il potere Cesarione, che si diceva figlio del primo Cesare, il quale aveva lasciato Cleopatra incinta.

Leggermente diverso è il racconto di DioneCassio che dice:  Antonio diede un banchetto pubblico  agli abitanti di Alessandria  fece sedere accanto a sé nell’ assemblea del popolo Cleopatra e i suoi figli  e nel discorso che vi tenne  ordinò di chiamare  Cleopatra regina delle regine e Tolomeo, che  chiamavano Cesarione,  avesse il titolo di Re dei re. Procedendo  poi ad un’altra distribuzione di province diede loro l’Egitto e Cipro  e disse che Cleopatra era veramente moglie di Cesare e  che Tolomeo era suo figlio.

 Lo storico dell’epoca severiana risente delle diatribe accese degli storici dell’epoca augustea sulla legittimità  di Ottaviano o di Cesarione circa l’eredità cesariana. Da qui il commento della fonte filoattavianea, con cui Dione Cassio chiude: voleva far credere di fare  ciò in omaggio  a Cesare; in realtà intendeva in  tale modo screditare Ottaviano facendolo apparire  come un figlio adottivo, non come figlio legittimo di Cesare. Questi doni egli fece a Cleopatra e a Tolomeo.

 Sembra poi che nell’ultimo giorno di trionfo, Antonio con l’elezione  dei figli di Cleopatra a re di territori non ancora  entrati sotto l’impero romano,  abbia voluto mostrare quale  sia il suo disegno politico ai romani presenti, come se già fosse completamente realizzato: è una celebrazione ideale con apoteosi  della sua politica militaristica  tanto da risultare  rappresentazione teatrale  dei figli come  re delle varie parti del mondo, vestiti con gli abiti  esotici dei loro  popoli.

Questa è descrizione di Plutarco (ibidem,54,7-8-9): Antonio, avendo dato il titolo di re dei re-Basileus basileoon-ai figli suoi e di Cleopatra ,ad Alessandro assegnò l’Armenia, la Media e l’impero dei Parti, una volta sottomessi; a Tolomeo la Fenicia la Siria  e la Cilicia,  E nello stesso tempo presentò al popolo i suoi figli, Alessandro vestito come i Medi, con la tiara e il cappello puntuto  detto Cidari, Tolomeo con sandali, clamide e cappello  a tesa larga, ornato di Diadema; quest’ultimo era l’abbigliamento  dei successori di Alessandro Magno, quello invece dei Medi  e degli Armeni. Dopo che i bambini ebbero abbracciato i  genitori , furono attorniati dalle relative guardie  del corpo di Armeni l’uno e di Macedoni l’altro.

 In questo trionfo  Cleopatra  –secondo Plutarco-,  sia in quella occasione  che nelle altre, in cui usciva in pubblico,  si vestiva del manto sacro di Iside  e dava udienza come nuova Iside.

Ad Alessandria  alessandrini,  egizi, giudei, greci  e stranieri, acclamano la coppia divina e  augurano buona sorte, ma già  Ottaviano, a Roma, comincia i preparativi di guerra e  la sua campagna di propaganda contro Antonio, degenere romano, marito infedele,   dioicheths corrotto,  magistrato reo di sperperare i  beni pubblici,  come se fossero proprietà privata, uomo impazzito  per amore ed ammaliato dal mostro  Cleopatra.

 

 

 

 

 

 

 

Una lettura di “L’eterno e il Regno”

 

Una  lettura di L’eterno e il regno di MARIA ELISA REDAELLI (15-O7 2015)

Esposizione interessante ed originale quella del Libro l’Eterno e il Regno  di Angelo Filipponi.

L’autore ha strutturato ed imbrigliato la materia storico-culturale  in Parti e Capitoli  che permettono di seguire l’evolversi degli eventi storici nella loro autenticità e non nella dispersione dei fatti.

Essi si intricano bellamente  tra loro creando  l’equilibrio delle parti  ed inducono al ritorno, al ripensamento, volto alle varie tematiche.

In tale modo, ogni lettore, oltre ad acquisire  notizie inedite  e linguaggi diversi, latino, greco, aramaico ecc.  può districare la propria attenzione  seguendo le vie reali  della struttura letteraria,  che è costruita con precisione puntuale  e rigore compositivo.

I protagonisti spaziano  tra i luoghi ben collocati geograficamente  sicché  colui che legge accompagna  con l’occhio della mente  non solo i loro spostamenti, ma quasi, pare di entrare, nel procedere,  per le vie, per i cardi romani, o per stradine  antiche ed entrare negli edifici.

E’ esemplare la ricostruzione di Cafarnao. In un contesto archeologico riprendono vita i selciati, emerge  la compattazione delle strutture, gli usi  degli spazi  nelle varie parti della casa, gestiti  con la finalità di bellezza e fruizione d’insieme. Ciò appare efficacemente  anche nella costruzione di Damash  a pag.316 e sgg:

Le costruzioni sono i significativi  indizi di un’abilità  teatrale  sia per gli attori che per i veri protagonisti. Gli spazi  effondono la propria corporeità, assieme al piacere  della varietà degli incontri  e della assoluta  compresenza  dei personaggi  naturali, nonché delle visioni  della vita  quotidiana  sia degli aristocratici che degli umili, i quali trovano anch’ essi angoli  ove svolgere  i loro ruoli dai più grandi ai più piccoli.

Belle, affascinanti, attraenti, strabilianti  le ville in cui essi abitano: così  con acume estetico l’autore comunica i loro fini, quali stupire ,esercitare il potere, attrarre  e convivere.

La convivenza, infatti,  esercita una larga presa sugli animi. Vi si annidano i ricordi, gli amori, i legami, i tormenti (vedasi il capitolo di L’ alabarca  e i suoi ospiti pag. 103 e sgg)

L’aspetto dell’importanza del denaro, dell’uso che ne viene fatto, del come procurarselo e del come impiegarlo  suscita ammirazione  per come esso sia stato studiato  e reso autenticamente.Non c’è nulla in questa opera scritta  che sia stato utilizzato fuori uso  o travisato.

Degni poi di estrema attenzione  e meditazione  le descrizioni del profondo psicologico  dei protagonisti. Essi sono sovrani, taluni per testare il proprio potere sia grandiosamente che malvagiamente,  ricorrono a tutte le modalità  strumentali, dettate dalla follia, dall’egoità narcisistica, o dalla presunta capacità di potenza. Anche a quei tempi come  testificano Tacito, Svetonio o Dione Cassio accadevano orrendi  crimini, come ai nostri giorni!

Le molte sfaccettature dell’amore umano  trovano intesa nelle singole persone   che vi ricorrono  e che vorrebbero, in qualche modo abusarne.

Molto nutrita risulta la parte conclusiva Spiccano  le testimonianze sulle  tematiche   del Malkuth ha shemaim/ Regno dei Cieli   sull’originale  apertura mentale di Giulio Erode Agrippa  emblema dell’ebreo  contemporaneo, che vive un’esistenza altalenante tra ebraismo dogmatico e messianismo regale.

Questa visione,  che è nuova ed antica  insieme, rimanda a quel meraviglioso periodo  della nascita e della svolta  totale del pensiero religioso  che entra in indagini di indirizzo teologico elevato.  Anche questa è storia, ma è la revisione  in ciascuno di noi, della storia personale ed unica, senza paragoni e o contraddizioni  poiché essa è nutrita dalla Fede e dall’ intesa  sociale che diventa agape

Redaelli Maria Teresa

Traduzione e messaggio del Pater Lucano

Il pater lucano,  connesso col Vangelo  kata Lukan, con gli Atti degli Apostoli e con le Lettere di Paolo di Tarso, è espressione del primo cristianesimo antiocheno: è, quindi, la sintesi del messaggio della Chiesa di Antiochia alla fine del I secolo e segna la divisione dal giudaismo aramaico, e mostra già  i segni di una dilacerazione con il giudaismo ellenistico, a cui è legata  l’Ecclesia christiana alessandrina.

Questo è il testo lucano e questa la nostra traduzione :

pater, agiasthhtoo to onoma sou- padre, sia benedetto il tuo nome santo

elthhtoo h basileia sou – venga il tuo regno ( alcuni codici riportano venga il tuo Santo Spirito/ To Agion Pneuma sou e ci purifichi.)

ton arton hmoon ton epiousion  didou  emin/ to kath’hmeran-il pane quello venuto da sopra,- sufficiente fino al  giorno successivo-,  dà a noi per l’oggi

kai aphes hmin  tas amartias hmoon /kai gar autoi aphiomen panti opheilonti hmin /e perdona a noi i nostri peccati/ed infatti noi stessi li perdoniamo ad ogni  nostro debitore

kai mh eisenegkhis hmas eis peirasmon/ e non ci far cadere nel corso di una prova.

Nel corso di una prova ( di una sperimentazione, di un tentativo  dei cristiani antiocheni, impegnati nel distinguersi dai giudei e nel trovare una collocazione con i pagani,) c’è la ricerca di uno statuto proprio ecclesiale?

Peirasmon include, in connessione con eispheroo, un’area semantica molto vasta in relazione sia a Peirazoo ( che sottende il Peirazoon tentatore per chi è entrato in una prova) che ad  tentativo/peira, pericoloso in via di sperimentazione.

Ne deriva che  proclamare la venuta del Regno con la venuta dello Spirito Santo non è compatibile col timore del Tentatore, se esiste il Regno!:   peirasmon  è segno di un disagio grave durante una prova  inviata da Dio, che dà segnali escatologici,(terremoto, cataclismi naturali,  guerre, stragi), di  caos generale, di difficile soluzione  e di  paura di un rovesciamento  totale di valori, per un definitivo trionfo del Christos.

L’uso del presente  (imperativo) di didou,  del presente indicativo di aphes  e di aphiomen  e del presente  participio di opheilonti  indica un preciso momento storico, burrascoso   per la ecclesia, che si trova in una prova.

Qual è il peirasmon antiocheno?

Antiochia è una metropoli del  mondo romano, sede del governatore di Siria, rinomata in epoca neroniana per la bellezza delle  sue strutture pubbliche, per la località marittima di Dafne, per la tranquillità di vita  della numerosa popolazione mista,  parlante greco ed  aramaico, ricca di templi e sinagoghe, dal culto religioso  permissivo, come a Roma e ad Alessandria, in conformità all’editto  agli alessandrini di Claudio.

Antiochia è la capitale romana di Oriente in quanto il governatore di Siria oltre ad essere epitropos  della regione, controlla tutti gli altri prefetti  e anche i re, avendo un’exousia  strategikh, in quanto coordina le forze militari  in senso antiparthico.

Ad Antiochia Vespasiano è proclamato imperatore (Tacito,  Hist. II 80) dalle truppe di  Muciano e poi da  quelle di  GiulioTiberio Alessandro ad Alessandria.

L’impresa antivitelliana  dei Flavi comincia con l’invio di Muciano a Roma, mentre Tito  conquista e distrugge il Tempio per dare un esempio  della potenza romana agli orientali, specie di lingua aramaica.

Si sa che i  giudei antiocheni, già rei di sedizioni, nel corso della guerra giudaico-romana, e precedentemente  in occasione   della spedizione armena di Domizio  Corbulone, corrono il pericolo di uno sterminio  in quanto accusati di aver incendiato  la piazza quadrata, il palazzo del  governatore, l’ archivio e le basiliche.

Da qui il distacco  dell’ ecclesia dal giudaismo aramaico  e una nuova disposizione senatoriale verso il giudaismo ellenistico, a seguito dell’ascesa al potere imperiale di Vespasiano: i romani non distinguono i  fautori di una setta giudaica dai  giudei e perciò fanno di ogni erba un fascio, colpendo cristiani ellenisti pacifici insieme ad aramaici belligeranti.

E’ probabile quindi che la boulh di Antiochia come quella di Alessandria voti – è costretta a fare  decreti- contro i giudei, che sono rilegati nei loro quartieri  dopo un controllo della  loro costituzione  (haburah)  e della loro identità.

Tale  provvedimento è, però, successivo alla presa di Masada e alla distruzione del tempio di Leontopoli, episodi  ancora di guerra, evidenzianti la  spietata durezza  militare romana in tutto l’Oriente, specie lungo il confine eufrasico.

I  giudei e giudeo-cristiani  restano ancora di più sotto osservanza da parte del governatore di Siria, dopo la fine del rapporto tra Tito e Giulia Berenice di Calcide  (Giuseppe Flavio, Guer. Giud., II,221; Svetonio,Tito,7), nonostante la presenza a Roma di Giulio Erode Agrippa II  e la sua autorevolezza a corte.

Dal 70 al 106 gli ebrei sono sorvegliati speciali  ad Antiochia, ad Efeso e ad Alessandria, insomma in tutto il bacino del Mediterraneo, ora Mare Nostrum in epoca antonina.

A Gerusalemme, dopo  momenti di sbandamento, pur priva del Tempio, sede del Sinedrio, si coagulano in modo sotterraneo e segreto le sette aramaiche, in attesa di  trovare il momento adatto ad un nuova insurrezione, specie  quando si sono ricongiunti i collegamenti con il giudaismo ellenistico, defraudato e  ridotto nella sua attività commerciale  e finanziaria dai Flavi, fautori degli argentarii e nummularii italici ed ispanici.

Il governatore Lucio Flavio Silva, distrutta Masada,  tiene sotto pressione la Giudea, infida,  per quasi otto anni  secondo un mandato ancora militare e quindi  cerca di snidare le cellule aramaiche in un serrato  controllo dei rapporti tra la Parthia e  la città Santa, imponendo collaborazione fattiva al Sinedrio, presidiando gli ingressi sia  dalla Siria che dalla fascia costiera oltre che nella zona, dove prevale  ancora l’elemento  giudaico ( Iturea e regioni circonvicine, compresa la Galilea, da sempre focolaio antiromano).  Anche la zona transgiordana, specie la  Perea, è vigilata, dati i rapporti di lingua tra giudei e  Nabatei, incontrollabile lunga la zona montuosa del Monte  Nebo e di   Macheronte, considerati gli interessi del re Nabateo.

A Roma  la pars aristocratica  senatoria cerca di imporre  una conduzione politica ancora neroniana, quasi opposta a quella della domus imperiale conservatrice,  avida e micragnosa.

Sotto i flavi, comunque, non c’è una reale prova  per gli ebrei ma solo spavento per due terremoti in Antiochia, e sconcerto di fronte alle  spaventose repressioni romane in  Batanea.

Dalla morte di  Giulio Erode  Agrippa II ai primi del II secolo, Traiano ha in mente la spedizione parthica , grazie all’intervento  preventivo del governatore della nuova provincia di Arabia, basilare per l’impresa  Cfr Dione Cassio, St.rom., LVIII,14,4 l

La situazione in Nabatea è cambiata  lentamente, da filoromana la regione è diventata antiromana: dopo la morte di Malco II (40-71), che  ha governato come alleato di Roma avendo servito lo stesso Tito  con milites ed arcieri, la  reggente moglie Shaqilat, continuamente pressata da  richieste giudaiche e giudeo-cristiane, si è lentamente staccata dalla politica di Palma, governatore di Giudea  e si è avvicinata alla federazione Parthica.

La Regina  mantiene il potere governando  per il figlio Rabbel II ,  che,  essendo attaccato su più fronti,  non è in grado di opporsi alla politica romana, ormai tesa all’invasione.

Traiano, già durante la guerra contro Decebalo, ha di mira la conquista della Nabatea   in vista della necessità di una  spedizione  contro l’Armenia prima e poi contro la Parthia.

L’invio  dalla Siria della sesta ferrata  ad occupare Bosra e quello  della III legione dall’Egitto  sono  due atti di una medesima operazione militare per aver il controllo, da un lato, della pars settentrionale e, da un altro,  di quella meridionale in una volontà di annessione e di disprezzo  del re  e della dinastia  nabatea.

La costituzione della provincia di Arabia  non è atto militare di rilievo per un Traiano, che intende portare la guerra in Armenia e poi contro i Parthi: perciò, neanche assume il titolo di Arabicus,  riservandosi il trionfo, dopo l’ impresa Parthica.

Traiano ha chiaro  già  come, dove  e quando stroncare  i connubi aramaici, a  partire dall’ invasione armena- avendo già il favore dei re  di  Iberia e di Albania-  e tagliare il legame diretto con la Parthia della Armenia,  sede del Delfino del re dei re  Parthico, che insedia il figlio primogenito, destinato alla successione, di norma  nello stato vicino confederato, considerato vassallo.

Ad Antiochia al suo arrivo nel gennaio del 114 fa i preparativi per la impresa  armena   (cfr. lo storico Cristiano),  riunisce le truppe condotte da Lusio Quieto e da  Quinto Marcio  Turbone, marcia   verso nord  e occupa la parte settentrionale  e poi si dirige verso Artaxata e la conquista, mentre le truppe di Quieto arrivano fino al Mar Caspio. La campagna dura fino a primavera inoltrata dell’anno successivo, in quanto l’imperatore  deve organizzare la costituzione della provincia, consolidare le basi,  stabilire i luoghi di rifornimenti per la prossima operazione militare contro i Parthi.

Traiano è intenzionato a svernare ad Antiochia  e perciò  procede lentamente nel suo viaggio.

Giunto ad Antiochia, mentre fervono i preparativi per la nuova impresa   e i festeggiamenti  c’è un  terremoto,  ( ce ne erano stati altri due,  in precedenza) devastante, considerata una punizione di Dio  per gli ebrei e per i giudeo-cristiani e l’inizio dell ‘apocalisse.

Così scrive Cassio Dione,  Stor. Rom. LXVIII, 24.1-6 : Mentre l’imperatore Traiano si trovava a soggiornare in Antiochia, un terribile terremoto colpì la città. Molte città subirono dei danni, ma Antiochia fu quella più sfortunata di tutte. Qui Traiano stava trascorrendo l’inverno  e molti soldati e civili erano accorsi qui da tutte le parti, in relazione con la campagna militare, vi erano poi ambascerie, affari e visite turistiche; non vi fu pertanto alcun popolo che rimase illeso, e quindi ad Antiochia il mondo intero sotto dominio romano, subì il disastro. C’erano stati molti temporali e vento portentoso, ma nessuno si sarebbe mai aspettato tanti mali tutti insieme. Per prima cosa si sentì improvvisamente un grande boato, seguito da un tremito della terra, tremendo. Tutta la terra si alzava, molti edifici crollarono, altri si alzavano da terra per poi crollare e rompersi in pezzi al suolo, mentre altri erano sballottati qua e là, come se si trattasse di un’onda del mare, e poi rovesciati, e la distruzione colpì fino all’aperta campagna. Il crollo dei palazzi e la rottura di travi di legno insieme con piastrelle e pietre fu terribile, e una quantità inimmaginabile di polvere si levò, tanto che era impossibile per uno vedere qualcosa o parlare o sentire una parola. Per quanto riguarda le persone, molte che erano fuori casa, furono gettate violentemente verso l’alto e poi a terra, come se fossero caduti da un’alta rupe; altri furono uccisi e mutilati. Anche gli alberi in alcuni casi, sobbalzarono, con le radici e tutto il resto. Il numero di coloro che rimasero intrappolati nelle case e morirono aumentarono, molti furono uccisi dalla forza stessa della caduta di detriti, e un gran numero fu soffocato sotto le rovine. Coloro che giacevano con una parte del loro corpo sepolto sotto le pietre o le travi di legno, patirono una morte terribile, non essendo in grado di vivere troppo a lungo, ma neppure di trovare una morte immediata.

A  nostro parere, i giudeo-cristiani antiocheni credono che il terremoto sia un evento che  anticipi  il ritorno del Christos e che l’impresa antiparthica sia non voluta da Dio.

Il vangelo di Luca in nostro possesso evidenzia molti segni che si riferiscono a fatti compresi tra la Costituzione della provincia di Arabia a quella di Armenia e perfino  alla  fine della spedizione parthica  con la morte e cremazione del corpo di Traiano   ad Antiochia  e al trasporto delle sue  ceneri  attraverso l’ Illiria.

E’ quindi  un lavoro immane trovare nel Vangelo di Luca, segnali – che autorizzano  spiegazioni diverse, a seconda della lettura e dell’angolazione – ma ancora più difficile  rilevarli nel Pater!

Ora il Pater lucano risente del disegno  lucano-paolino ecclesiale antiocheno ,  chiaro nelle opere, soggette a revisione  sacerdotale, di Luca e di Paolo,  celebranti già il regno di Dio, come manifestazione della Trinità sulla terra, come una seconda evangelizzazione sotto il patronato dell’ Agion pneuma, in opposizione a quella matthaica  centrata nel Regno dei cieli  aramaica  e in antitesi – data la  lettura testuale letterale antiochena rispetto a quella allegorica alessandrina-   all’esegesi  egizia, impegnata, seppure con qualche anno di ritardo, sul testo matthaico  greco e sulla preghiera (Cfr Peri ths euchhs di Origene).

Comunque,  il pater lucano sottende nelle due invocazioni-auguri   un’attesa della gloria del Signore, del suo ritorno imminente, dell’universale conoscenza del nome di Dio,  della venuta dello spirito santo  con la cui opera purificatrice  è preparato l’uomo all’incontro finale del Christos, vincitore sul Maligno  tentatore.

La venuta dello Spirito e la purificazione sono epiphaneiai  divine nel Cristiano, che in Cristo è membro della Chiesa e figlio del Padre.  Infatti l’unione  con Cristo   è segno della presenza in noi  di Gesù  col Padre  e con lo Spirito santo ed è sigillo e quindi garanzia  della divinizzazione del fedele stesso (Lettera ai Galati,4.6 e siccome  siete figliuoli . Dio ha infuso lo Spirito santo del Figlio nei vostri cuori  che grida Abba!Abba“) .

L’ unione con Cristo divinizza il cristiano  che è  come lui, con lui e in lui, in quanto figlio diretto e figlio adottivo in una rinascita e nuova creazione (2 Cor.5.17 se qualcuno, pertanto, è in Cristo, egli è nuova creatura).

Perciò il cristiano, in quanto figlio, è erede di Christos ( Rom., 8.12 se figli di Dio, siamo come eredi, coeredi di Cristo)e il segno di ciò è lo Spirito Santo,  che è caparra di eredità (Ef.,1.14).

In Antiochia la venuta del Regno si configura come  venuta dello Spirito Santo che crea in noi un’anima filiale verso il Padre ed un’anima fraterna verso Gesù e i fratelli, infondendo l’amore filiale e fraterno (Rom.,5.5 la carità di Dio è stata diffusa nei nostri cuori per mezzo dello spirito santo, che ci è stato donato).

Luca, permeato dal pensiero paolino, trasferisce nel Pater  tutta la sua visione di vita  cristiana, venuta fuori dalla predicazione, cosciente di dover dare valori nuovi ad uomini  di diversa cultura, abituati  a semantizzare in relazione  ad un sistema pagano  basato e sullo stoicismo e su una pratica volgare di religio.

La posizione isolata di pater,  è segno di universalismo, da una parte, come invocazione  ad un padre comune  ad opera di  oranti affratellati  dalla comune fede in Christos, dal comune interesse alla Basileia, nel senso di lode e di timore, proprio della pratica religiosa pagana, da un’altra, l’invocazione è espressione  di una diretta comunicazione  in senso confidenziale, individuale, senza determinazioni locali, perché il cristiano, ex pagano, non avendo le coordinate cosmogoniche ebraiche,  può confondere i cieli e il cielo  ed avendo una struttura funzionale concreta,  sulla base della cultura latina dominante  organizzata secondo le conoscenze astronomiche  ellenistiche,  entra necessariamente in equivoco  ed ha la sensazione di un dio locale, come Mitra, Osiride ed altri.

La mancanza di hmoon è segno dell’abbandono da parte cristiana  del privilegio ebraico dell’esclusività di figlio,  erede del patrimonio paterno!.

Luca, in quanto medico, ha una sua formazione scientifica  e conosce l’astronomia di Ipparco  di Nicea (200-120 a C. ) che considera la terra immobile, di forma sferica, posta in mezzo al mondo  come centro e che ritiene il cielo sferiforme, fatto di etere incorruttibile e che il moto delle stelle fisse  è causato dal  movimento rotatorio  della sfera stessa concentrica.

Non ci sono prove per dire che Luca non conosca anche  Gemino di Rodi (I sec  av.C)  che, avendo  esaminato e  misurato la lunghezza delle stagioni  e la durata dei giorni, risulta determinante, con la sua Eisagoogh eis ta phainomena,  quasi  al pari di Sosigene, alessandrino,   per la riforma del calendario giuliano, adottato poi anche in Palestina.

Luca sembra  avere conoscenze stoiche, specie della fisica che distingue To olon / il tutto dall’universo /to pan,  che è il mondo /Kosmos, separato dal  to kenon / vuoto  e che considera  tutte le parti gravitanti intorno ad un centro.

Conosce anche l’esistenza di una causa  (eimarmenh da meiromai ) determinante ogni cosa che accade, che è accaduta o che accadrà e sa che il mondo è un animale ragionevole  e che tutte le cose -compreso l’uomo-  sono determinate dal fato, in una identificazione di Dio con il mondo stesso, in una visione  panteistica.

Infatti  se si stabiliscono rapporti tra il prologo del Vangelo di Luca e  e l’opera di Pedanio Dioscoride di Tarso  si rilevano la stessa perizia medica  e la comune matrice stoica.

In Dioscoride – medico militare del periodo di Claudio e Nerone, al servizio di Domizio  Corbulone  nelle campagne armeno/partiche, scrittore  di Peri ulhs iatrikhs/De Materia Medica, in cui vengono raccolte le ricette  in ordine alfabetico e le idee (il corpo è il vestito dell’anima) propagatesi, con qualche interpolazione, fino al Medioevo e al Rinascimento- e in Luca è comune la ricerca delle guarigioni miracolose, (paradoxa), descritte  sulla base  del verbo aptoo tocco, relato a dunamis  forza e potenza (Luca 8.40-48).

Da questa visione comsogonica e  medica, dunque, la non presenza nel pater lucano dei termini o ouranos e di oi ouranoi, collegati con la manifestazione prodigiosa divina  e, di conseguenza, equivoci.

Le due rogationes, rivolte al Pater, vengono sentite come formule: l’una di celebrazione del nome santo di Dio, ridotta a livello di lode  della potenza  e della forza animatrice  dello spirito vitale divino in una razionalizzazione pagano- stoica del nome e della maestà; l’altra  di consapevolezza della venuta  del regno, della sua realizzazione storica  con l’avvento dello Spirito Santo,  sotto il cui patronato  ci si augura, grazie alla metanoia dei popoli, l’attuazione definitiva della Basileia tou Theou in un rovesciamento delle parti, che va a coincidere con l‘eterno ritorno  (Luca,13,30 ecco vi sono ultimi che saranno  primi  e vi sono primi che saranno ultimi  kai idou  eisin eschatoi  oi esontai prootoi, kai eisin prootoi de esontai eschatoi).

In Luca, infatti,  è continuo l’uso del termine metanoia (da metanoeoo riconosco dopo,  ma anche cambio parere e muto vita e quindi mi pento-Lc.   3,8; 15,7; 15,10;   24,66 ecc. – e mi converto ) in una traduzione di shub ebraico, connesso con la Parabola del figliol prodigo (15,11 e sgg) dove si tratta di un  figlio che torna al Padre, a seguito della presa di coscienza di hmarton – ibidem, 15,18-  .

La richiesta  rientra nel quadro di una mutata mentalità  cristiana e in  un nuovo contesto  provinciale – una Siria in fibrillazione per i preparativi militari, specie nella zona  dell’Eufrate, teatro di guerra tra i due Imperi, quello romano e quello Parthico, specie  per il discusso fronte armeno! -: in essa è sotteso un nuovo modo di vivere  relato all’invocazione  al nome di Dio e alla persuasione  della venuta del Regno e della presenza dello spirito Santo, fuoco divino d’amore.

C’è anche la consapevolezza di non essere  elemento  della communitas  aramaico-siriaca, e quindi c’è la volontà di tenersi lontano dalla guerra e dall’odio da parte del cristiano comunitario che vive già isolato, in attesa del ritorno del signore, senza ideali romano-nazionalistici,  in quanto non partecipa alla leva militare e alle manifestazioni  inneggianti alla vittoria.

A proposito, Ignazio di Antiochia  usa i termini militari, invitando ad essere stratiootai /milites di Christos e a non  disertare   anche se ‘c’è dissenso con i pagani e se si rileva come demoniaca la situazione asiatica.

Nella lettera a Policarpo di Smirne, il patriarca, mentre dà disposizione ecclesiali  e direttivi al vescovo, ai sacerdoti,  ai diaconi invitandoli ad essere forti nel pericolo e  ad essere atleti,  a fidare solo in Dio come i naviganti che invocano i venti favorevoli e sperano nel porto sicuro,  evidenzia un clima di attesa  del Christos, di  chi atemporale e invisibile si è fatto  visibile e passibile  in quanto è  convinto  che i tempi richiedono  prudenza.

Il consiglio a Policarpo ad essere prudente come serpente  e semplice come una colomba di fronte agli attacchi di Satana non è dissimile dal pensiero generale  di  Luca che teme il pericolo satanico  per i fedeli e per la chiesa : Ignazio, si ricordi,  è il primo a  definire la chiesa cattolica ( da katholou   dappertutto  cfr. Lettera agli  abitanti di Smirne 8,2  dov’è Gesù Cristo, lì è la chiesa cattolica ).

D’altra parte Luca  come Ignazio  è  desideroso di ricongiungersi  il più presto possibile a Christos  trionfante, che è modello, di cui bisogna seguire le orme,  convinto di essere anche frumento di Dio  (Cfr Lettera ai Romani,4.3)

Ignazio è martire sotto Traiano in data imprecisata tra il 107 e il 110, autore di sette lettere considerate autentiche – di cui non ci sono testimonianze effettive  nella letteratura subapostolica, apologetica e patristica,   ma solo indirette citazioni frammentarie dopo il X -XI  secolo-.

Al di là  dell’ autenticità delle lettere ignaziane,   confuse con tante altre sicuramente  di epoca successiva,  le  quattro, inviate da Smirne, -durante il suo viaggio di trasferimento nella capitale per affrontare il martirio, scortato da una decuria militare,-  agli abitanti di Efeso, Magnesia,  Tralli   e Roma e le tre da Troade agli abitanti di Smirne e  di Filadelfia e a Policarpo, sono solo espressione di un magistero antiocheno  riconosciuto dalle comunità cristiane asiatiche e sono spia indiretta della centralità di Efeso, che si irradia anche sul Mare Egeo, ancorata al pensiero apocalittico di Giovanni evangelista.

Comunque, sembra che ad Antiochia, nei primi  decenni del II secolo,   esista una cultura cristiana  differente sia da quella efesina che da quella alessandrina, maggiormente basata sulla Caritas e sui vincoli del pasto comune.

Perciò il primo imperativo presente- indicante  la presenza della divinità  che, datrice di un pane etereo   quotidiano, esprime e sancisce un nuovo patto tra padre e figlio  di una nuova comunità (che agisce in relazione alla mutata concezione culturale, secondo Caritas), segnando  il rapporto fraterno tra i fedeli.

L’uso di ton epiousion in Luca ha un connotazione diversa da quella matteana, essendo  in connessione con didou  e tas amartias ,  che in un certo senso stravolge il significato  il pane materiale dato per quel giorno , sottende una valenza significativa di etereo – insito in epeimi sto sopra,  – in quanto  partecipe del fuoco  dello spirito  e quindi più sottile, nel senso geronomiano di supesubstantialis  eucaristico.

La seconda richiesta ha, invece  una duplice valenza  a seconda dell’angolazione: da un lato, esprime la remissione dei  peccati ad opera di Dio  padre misericordioso perché i suoi figli  si condonano reciprocamente i debiti   nel nuovo Regno, azzerando il proprio patrimonio personale, da un altro, mostra  la coscienza dell’orante  di avere fratelli peccatori nei confronti di Dio, ma redenti dal suo sangue  e perciò perdonati, con l’invito ad un rapporto  basato  sul perdono reciproco  e quindi  sull’amore compassionevole  fraterno.

La stessa struttura morfosintattica  dichiarativa  evidenzia la dialità interpretativa:  una di effettiva richiesta di perdono a Dio  e l’altra di costatazione della reciprocità del perdono, sul piano umano del nuovo regno, come base per ottenere  la misericordia divina.

L’area semantica di perdono lucano, dunque, è quella di una sfera di influenza limitata ai soli cristiani  in quanto inglobando aphes tas amartias e aphiomen  ta opheilhmata  panti opheilonti  entra in relazione con diversi oggetti  a seconda del rapporto di dipendenza e di eguaglianza.

La terza richiesta, fatta in forma negativa, evidenzia  la presenza delle forze del Maligno,  senza però la tragicità   sottesa in Matteo, connessa, comunque, con l’epistolario ignaziano.

Il mh eisengkhs  è un’esortazione negativa   con cui si chiede a Dio  di non spingerci nel pieno della  lotta col Demonio, entità superiore,   in quanto noi figli, bisognosi  del Padre, solo  se assistiti, possiamo meritare  positivamente, pur nella sperimentazione della prova.

Peirasmon indeterminato  è una prova generalizzata, considerata  della durata della vita stessa, fatta di tentazioni, che sottendono l’ombra del nemico  peirazoon -non menzionato non opposto a Dio, ma sentito come pericolosa presenza-.

In effetti l’ultima richiesta  ribadisce la fiducia nell’ assistenza divina  di un Dio padre  nel momento  di prova esteso all’esistenza intera   che è misericordioso verso il fedele mai lasciato solo  davanti all’elemento diabolico.

Dunque,  il Pater matteano  e lucano,  al pari dei vangeli contenitori, evidenzia un messaggio nel complesso comune, ma  differenziato perché specificamente   connesso con la situazione storica   propria dei due scritti, per cui la lettura della preghiera   è in relazione ad una diversa  semantizzazione,  avvenuta in  vari momenti storici, in un precisi ambienti , condizionati  da un gruppo  di lettori e di uditori,   nel quadro di una propaganda  diversificata,  a seconda dei particolari  scenari provinciali del II secolo d.C.

Traduzione e messaggio del “Pater” di Matteo

 

In Memoria di mio padre  Vincenzo e di mia madre Alessandrina Pizi

Nel tradurre, cioè nel trasferire dal codice greco ellenistico ( in cui è codificato il pater matteano,  in epoca flavia, in data imprecisata   dopo un lungo periodo di oralità aramaica e greca) a quello italiano  i significanti, ordinati  secondo fonologia e grammatica  e sintassi, in una visione sincrona  parallela delle due strutture  linguistiche, si è costretti  a tenere presente  l’esigenza di traslatare – il termine è usato prima di tradurre  fino al Quattrocento!-  cioè di fare una traslazione locutoria  -metaphrasis– con tutta l’area semantica e referenziale sottesa.

E’, quindi,  un’operazione complessa e difficile, che personalmente ho fatto nel 1992, convinto che non è possibile una lettura di soli segni, di cui non è sicura la traditio testuale.

Il testo matteano  del Pater sembra essere  più  una copia alessandrina di epoca antonina, che  quella originaria greca di epoca flavia.

Abbiamo un testo unico con due concezioni  christiane, una antiochena e una alessandrina .

La complessità  e la difficoltà  di lettura  sono  nell’uso del termine  strutturale – come grafema, sintagma, struttura,  enunciato, polisemico, perciò polivalente  a seconda di come  e di quando è detto, scritto, copiato – del  sistema contenitore evangelico, dei fruitori committenti, degli utenti riceventi,  in relazione alle ubicazioni, nell’ambito dell’ Impero romano, del telos  prefissato dallo scrittore, dalla causalità e  dalla coerenza linguistica-di norma equivoca,  per natura, a meno che non ci sia una convenzionalità  scientifica-.

L’equivoco del PATER è  nell’uso rituale del testo  nelle diverse sedi di recitazione: la preghiera in Asia nel I secolo  ha un suo significato; in Egitto nel II secolo ne ha un altro.!

Per uno che opera distinguendo due fasi storiche (quella del  Malkut ha shemaim ( Basileia toon ouranoon)  e quella della Basileia tou Theou, la lettura del Padre nostro  diventa un’impresa impossibile, ingarbugliata, pazzesca, specie perché il testo greco in nostro possesso  è quello origeniano, cioè del didaskaleion alessandrino, di una scuola che ha dovuto rifondare il cristianesimo, dopo il lungo oscuramento  di Paolo e dopo la fine della Chiesa di Gerusalemme aramaica, dando contenuti nuovi…

La traduzione greca del Testo  Pater hmoon kata Matthaion, come preghiera dettata dal Christos e registrata da un tachigrafo, bilingue (aramaico e greco) in ambiente giudaico in epoca messianica  tra il  (32 e 36 d.c.) nel corso  dell’impresa militare di Lucio Vitellio, che ripristina il kosmos,  l’ordinato sistema statale romano  in Siria, turbato da Artabano III, re dei re di Parthia, è tutta da  studiare  e da verificare  sulla base dell’autentico testo aramaico tramandato…

Esiste un testo aramaico di Matteo?

Esisteva forse, se è vera la tradizione di Eusebio che parla di Panteno,(L’ape sicula), di un suo esilio-missione da Alessandria, di un suo soggiorno in India e del ritrovamento di un Vangelo matteano, portato da Bartolomeo apostolo!…

Dovendosi ricostruire il testo aramaico, la traduzione  cristiana   greca è  fedele trascrizione di ogni lemma  in modo da lasciare integro il significato?

E’ fedele, nonostante le oscillazioni di valore semantico a seconda delle situazioni  di lettura e degli ambienti stessi in cui si legge?.

Diversa è la lettura , litteralis di Antiochia da quella,allegorica, di Alessandria e da quella originale di Gerusalemme ( divenuta ora Elia Capitolina), specie nel quadro di indagini antonine sul nomen christianum (indagato in quanto ha una radice ebraica) nel corso di una persecuzione giudaica, tesa all’estirpazione del cancro ebraico sotto Adriano…

La traduzione  non può non essere  equivoca, impropria, unilaterale:  è il caso d Panteno e di Clemente, uomini del Didaskaleion di Alessandria ,  che vivono accanto a quello ebraico  e che si confrontano con la lecsis  dei Terapeuti  giudaici del Lago Maryut, avendo un proprio politeuma, un sistema gerarchico già ben collaudato e un popolo di credenti in Christos

Più tardi Girolamo, traduttore sanguigno, frettoloso e interpretante non può non essere equivoco! : in tre giorni arrabatta  una lezione del Cantico dei Cantici / Shir Shirim, dell’Ecclesiastico e  e dei Proverbi; ed ancora peggio, in un solo  giorno  con l’aiuto di un ebreo, esperto e perfetto conoscitore  di  lingua ebraica ed aramaica e di un tachigrafo, legge Tobia!

A mio parere non c’è possibilità di resa di un significato  senza  uno specifico processo referenziale, secondo un accertato lavoro di posizionamento.

Un lavoro è  di norma approssimativo e  probabilistico, tanto più sicuro per quanto alto è il grado di scientificità  e di competenza specialistica personale, provata  con paradigmi operativi.

Comunque, se la traduzione dal greco  della koinh al latino e all’Italiano è equivoca,  tanto più  equivoca è quella  derivata dall’aramaico  parlato a quello scritto e da questo al  greco ellenistico- specie alessandrino-, diverso a seconda delle regioni orientali.

In ogni ambiente asiatico ci sono influenze linguistiche locali che portano ad una mistione semantica  e a sincresi concettuali, pur nella fissata convenzionalità  del significante  lessicale e morfosintattico.

Il contributo della musar, cultura aramaico-ebraica, espressa in dabar,   alla paideia  espressa in logos  tipico della lingua comune, è settoriale ed irrilevante  sul piano del segno linguistico  e della valenza  stessa significativa.

La traduzione dei Settanta, seppure arricchita da Alessandro Poliistore, da Aristobulo e specificamente dal pensiero  platonico di Filone alessandrino e dalla tecnica prammatica storica di Giuseppe Flavio e poi dagli Evangelisti e dalla fioritura della letteratura cristiana, risulta esemplare  in quanto connessa con  l’apostolicità ecclesiale  e con l’ispirazione dell’ Agion Pneuma, ma non per questo ha  valore di autenticità.

Apostolocità non significa autenticità: noi fedeli cristiani così abbiamo voluto credere!

Ne consegue che la confluenza della cultura  aramaica, volgare,  è ancora meno significativa di quella ebraica e perciò nella codificazione scritta  la prevalenza è data al significante comune e meno a quello fonemico – se ben ricordato- aramaico, data la diversa risonanza linguistica  e l’impari rapporto tra le due lingue nel seno dell’impero romano,  in quanto la significatività comune  ha prepotere sulla originaria  forma e valenza significativa, per esigenze di  comunicazione generale, in un quadro di  koinoonia.

Inoltre gli evangelisti, uomini non certamente letterati,- anche se pubblicano  di professione come Matthaios  e medico come Luca-, non possono né sanno far prevalere la significatività aramaica, che è condizionata dalla  significatività ebraica del proprio sondergut, specifico della  propria cultura  e necessariamente dànno una genericità di senso, procedendo probabilmente come Girolamo che traduce senso da senso, più che parola da parola, arbitrariamente, anche per impaccio linguistico, data la scarsa conoscenza strutturale della koinh – è il caso specifico del levita Marco! -.

Ora la traduzione- lettura  proposta, è giustificata da motivi cotestuali  e da ragioni  tecnico-comparative proprie di Matthaios, erede della tradizione giudaica, connessa con la lingua aramaica.

L’ aver posto il Pater tra i paragrafi 6.5-8 e 6. 14-5 è segno di un disegno già evidenziato, di presentare  la preghiera cristiana nella sua  tipicità, riferita a quella ebraica e confrontata con quella pagana.

Infatti l’evangelista oppone il 6.5 -la preghiera dei farisei e  scribi, ipocriti- fatta in piedi nelle sinagoghe  o negli incroci, nelle piazze  in modo da essere visibili- a quella del cristiano ( 6.6) che, invece, entra nella sua camera,  chiude la porta e prega in segreto.

Di quale cristiano si parla?! e dove  e come vive un tale christianos?

Poi da una parte oppone al 6.6 della preghiera cristiana  il 6.7 della preghiera battologica – da battologeoo /ciarlo di cose inutili, in quanto faccio  tiritela – propria  dei pagani, che con la polilogia credono di essere esauditi  e dall’altra  mostra come il Theos  conosca  ciò di cui l’uomo ha bisogno, prima ancora di chiederlo e  perciò invita a non fare come gli idolatri.

L’ oun conclusivo è spia della volontà di Matthaios, che riproduce il discorso orale di Christos,  di  chiudere l’insieme  discorsivo sulla preghiera, confrontata con quella negativa  di ebrei e di pagani,  al fine di darne una nuova.

Ma di quale Matthaios si parla?

Non di quello antiocheno, flavio, ma di un Matthaios alessandrino, antonino! Esisteva un vangelo di Matteo con un pater in Alessandria?!…

Il Pater,  quindi, viene situato   e posizionato come novità, dopo avere evidenziato gli errori  dei sistemi di preghiera vigenti.

A conclusione del Pater,  Matthaios fa un’aggiunta prosthhkh con 6.14-15 sul perdono che serve di spiegazione al 6.12.

Con un periodo ipotetico di secondo tipo,( basato sulla protasi ean  gar aphhte tois anthroopois  ta paraptoomata  autoon/  se avrete rimesso agli uomini le loro cadute/colpe-in cui ha grande rilievo ta paraptoomata  (da parapiptooo cado, violo, erro,  devio dalla strada maestra )- aggiunto da Matthaios come alternativa a ta opheilhmata –e sull’apodosi al futuro aphhsei kai umin o pathr umoon o ouranios/anche a voi il padre vostro celeste  rimetterà), Matteo prima  si pone dall’angolazione  positiva del perdono umano  e  del perdono di Dio  e poi da quella negativa (ean de mh aphhte  tois anthroopois, oude  o pathr  umon aphhsei  ta paraptoomata  umoon/ se non avrete rimesso agli uomini le colpe neanche il padre vostro rimetterà le vostre) scende sul piano colloquiale  del voi, dopo la genericità di oi Anthroopoi. Matteo obbedisce  ad un già stabilito ordine di lettura, secondo la disposizione in successione delle parti per l’ufficialità dell’oratio    propria  delle scuole ebraiche,  inficiate da retorica, segue uno schema tipico della tradizione giudaica, ma procede raggruppando in nuclei  la preghiera, pur divisa in due partes.

Le ragione di ordine tecnico-compositivo, unito alla artificialità del discorso motiva una lettura in senso orizzontale  e  in senso verticale per la specifica costruzione parallela propria della poesia ebraica.

Già Origene in I commentari della Sacra scrittura rileva che bisogna operare e in senso verticale  (come  lettura di eventi terreni visti e   intesi  come vicende celesti) e in senso orizzontale (come lettura delle realtà veterotestamentarie, quali simboli e figure neotestamentarie,  a loro volta espressione figurale  del Vangelo Eterno dell’Apocalisse) e in senso morale (Il testo adombra le vicende  dell’anima  contesa  fra il bene e il male  nel faticoso cammino verso la perfezione teleioosis e quelle della Chiesa Sposa di Christos ! cfr. Commento A Matteo, XIII, XIV, XV e  specificamente De   Principiis, IV,2,4.)

Panteno (130?-200), Clemente(150-215) ed Origene (185-264) sono  didaskaloi  christianoi, conoscitori della Bibbia e retori, creatori di un sistema esegetico, scaltriti da esercizi  tecnici ed abili a propagare l’evangelion, philosophoi antignostici, ben connessi col neoplatonismoNessuno oggi conosce il potere del  reale magistero, assoluto, del patriarcato di Alessandria nel II e III secolo sui Christianoi, sparsi nell’ecumene romano – meno di un quinto della popolazione pagana- , di gran lunga superiore a quello  delle sedi ecclesiali  di  Antiochia,  di Roma, di Gerusalemme 

D’altra parte i libri sapienziali( specie  Salmi e Proverbi) mostrano  continuamente, in quanto poetici,   la tecnica del parallelismo dei membri o delle frasi, che risulta elemento tipico della musar, quasi il ritmo cadenzato del pensiero ebraico!.

Le forme più comuni di parallelismo ricorrenti sono tre: sinonimico, antitetico e sintetico. 

Il primo ha uno specifico valore  di termine usato in prima istanza come  lavoro  o iperonimizzato o iponimizzato (rosa-fiore; fiore -rosa; Israele- casa di Giacobbe; Egitto-Barbari),in quanto l’uso dell‘iperonimo viene precisato o specificato con iponimo, mentre quello dell‘iponimo  viene generalizzato con l’iperonimo.

Il secondo si basa sul contrasto in senso di antitesi o di ossimori a seconda se l’antinomia si fonda sull’opposizione  di intere proposizioni o di termini.

Il terzo è un procedimento artificialis, non  solo basato sulla ripetizione o  sull’opposizione del secondo membro  rispetto al  primo, ma  anche su un rapporto analogico, che in un certo senso conclude  e completa il significato secondo una connessione causale o intuitiva,  paragonabile al gioco analogico della nostra poesia  decadente ed ermetica

-E’ il mio cuore/ il paese più straziato– risultanza  di queste case /non è rimasto / che qualche ( brandello di muro/ Di tanti / che mi corrispondevano non è rimasto / neppure tanto/ma nel mio cuore / nessuna croce manca  (Cfr. S., Martino in  A Filipponi, Leggiamo insieme Ungaretti,2006 )-.

Ora il pater, pur non essendo poesia, secondo la struttura classica, basata sulla quantità della sillaba, lo è nel senso più vero  della poesia contemporanea per il ritmo accentuativo e per l’allusività della parola,  oltre che  per l’artificialità  di tutto il sistema matteano e della corrispondenza tra i cinque versetti dell’invocazione  e i cinque della richiesta e alla triplice ricorrenza (anafora) di sou.

Inoltre  la costruzione  poetica, del pater matteano, essendo un sistema sintattico e  semantico perfetto, obbedisce ad una semantizzazione  relata ad una referenza  non solo terminologica ma anche concettuale  perché l’emittente evangelista  traduce termini e costrutti da uno che parla  e che pronuncia parole alludendo poeticamente e fantasticamente,  mentre connette le parti  in relazione al proprio uditorio  con un vasto repertorio  di segni  corporei di accompagnamento.

La traduzione sulla base di una primitiva registrazione, emotiva  originaria in altri contesti,  viene ornata poeticamente  in un tentativo successivo (alessandrino!?) di ricostruzione di quanto detto  e pensato, connesso con il fatto, accaduto prima o dopo  di quella pronuncia fonematica, al fine di una diffusione dei logia del Signore.

Ora, per di più, Matteo  greco  semantizza  secondo schemi  mentali propri  della nuova fede, non ancora stabilizzatasi in canoni, in modo differente rispetto alla versione precedente aramaica della tradizione orale, seguita prima da  Giacomo e  poi dai suoi seguaci  integralisti dell’ekklesia gerosolomitana, scomparsa nel 135 d.C.

Eppure ha procedure stereotipate,  già radicate nel bacino del Mediterraneo,  proprie di fedeli  praticanti ellenizzati e romanizzati,  che ricordano la lezione di un telonhs ed amartoolos, anche se  giudeo-cristiani di formazione alessandrina: il pater di Matteo mostra la mano sottesa del didaskaleion, un già collaudato magistero!

I didaskaloi alessandrini  rispettano la cultura originaria dell’evangelista, evidenziano perfino il procedere simmetrico e la sua forma poetica  in senso lirico: il ritmo è costituito da una successione  più o meno regolare di accenti che coincidono con l’accento tonico senza però una regola determinata  seppure ogni verso (o gruppi di versi ) abbia un suo accento in una successione irrazionale, significativa solo per una scuola, dove predomina la retorica con la lettura allegorica.  

Comunque,  Matteo-  o chi per lui – ha suddiviso il pater in invocazione e preghiera-richiesta, avendo strutturato la prima parte in tre rogationes, ritmate, in modo da stabilire la centralità di elthetoo H Basileia sou, facendo corrispondere ad ogni rogatio una parte pratica paradigmatica nelle tre richieste al Pater,  che presentano tre diverse  strutture, con altrettante forme specifiche.

Il pater matthaico è  così strutturato

1 invocazione; 2.3.4.  Theoria a. del nome santificato, b. del regno, c. della volontà divina; 5 in cielo e terra

1′ richiesta –praxis  in relazione a 2.3.4. come sapienza, come perdono, come vittoria.

Pater hmoon o en tois ouranois   1.

2. Agiasthhtoo to onoma sou,

3. Elthhtoo h basileia sou

4. Genhthhtoo to thelema sou

 oos en ouranooikai epi ghs. 5.

Ton arton hmoon ton epiousion dos hmin shmeron 2′.

kai aphes hmin ta opheilhmata hmoon/ oos kai hmeis  aphhkamen tois opheiletais  hmoon 3′

 kai mh eisenenghs hmas eis peirasmon/ alla rusai hmas  apo tou ponerou 4′.

Di conseguenza  il Pater, letto secondo tale struttura e secondo un’impostazione  che considera unitariamente theoria e pracsis  ha un’organizzazione  sistemica  tale che ad ogni membro  fa corrispondere un altro e  ad ogni rogatio una precisa  e concreta richiesta.

Il suo significato  dipende dalla lettura unitaria  delle due  parti come theoria e pratica  congiunta.

La cultura ebraica,  infatti, si basa  sulla tipologia del sapiente, di  colui che sa confermare la sua parola col suo agire,  la conoscenza della Scrittura con la vita quotidiana.

Il sapiente Giobbe è paradigma della vita  e cultura giudaica  in quanto conoscitore ed osservatore di fatti  umani, filantropo, segnato dal dolore, ma ricercatore di felicità, pur tra infiniti dubbi ed anche se ossessionato da paura, sempre fiducioso e timoroso di Dio.  il sapiente, esaltato nei meshalim/proverbi,  celebrato nei tehellim canti o mizmor canto salmico- accompagnato da una specie di arpa-     è figura di uomo ipotizzata da Matteo nel noi preganti la nuova preghiera /Tefillot.

La pratica di vita ebraica è impostata sul timore del nome  di Dio e sul  timore di Dio, espresso nella benedizione del nome santo come osservanza della legge e come  lode degli attributi di Dio (potenza, bontà, misericordia),  simboleggiata nella sua sapienza  che si manifesta quotidianamente  con interventi continui nella storia  e in natura  nel suo corso (creazione, governo delle cose terrene ed umane, giustizia).

Questo messaggio  è  inviato in modo unitario, secondo una coppia  di  rogazione  e di concreta richiesta, dopo l’invocazione al padre nostro celeste, il cui potere è nel cielo e sulla terra.

La prima coppia è quella di agiasthhtoo to onoma sou / ton arton hmon ton epiousion  dos hmin semeron.

Nell’esame della rogatio  il termine agiasthetoo  significa  sia fatto santo,- cosa impossibile per una creatura specie nella valenza latina di Santificetur –quando invece vale sia benedetto in quanto santo (da agiazoo santifico, consacro,rendo agios).

La lezione è quella di Isaia (6.3 Santo santo santo è il dio degli eserciti : piena è la terra della sua gloria), che è guida per altri  (Ap. 4.8  santo santo santo è il signore Dio  l’onnipotente che era,che è, che viene) in quanto vuole lodare e glorificare il Nome/to onoma  come il Salmista (Salmi  29.2 offrite ad JHWH la gloria del suo nome; ibidem 66.2 inneggiate alla gloria del suo nome, ed ancora in 75.2 noi ti lodiamo ed invocando il tuo nome  narriamo le tue meraviglie; e 103.1 benedici, o anima mia, il suo santo nome; e135.1 lodate il nome di JHWH) e come Daniele (Dan.2.20 Benedetto sia il nome di Dio di eternità in eternità) ed altri.

Infine in agiazoo è la radice di Azomai  (temo, venero), per cui si può ricavare l’idea inclusa di temere e venerare il nome di Dio  perché glorificato dalla maestà stessa divina (Sl.115.1 non a noi, non a noi o JHWH, rendi gloria, ma al tuo nome)

In tale senso  Giovanni (12,18) si esprime (padre glorifica il tuo nome) perché ritiene unica ed eterna la realtà alla fine dei tempi(Zac.14,18 in quel giorno ci sarà solo JHWH  e solo il suo Nome).

Aggiungo che in agiasthhtoo to onoma sou  è inclusa anche l’idea di  partecipazione universale  alla santificazione del nome, come trionfo del bene e del ritorno del Christos in quanto noi tutti  siamo parte del Regno dei Cieli.

Ed allora, siccome il nome è il segno tangibile della potenza  e della presenza di Dio in mezzo all’uomo, sulla terra,  nel cielo e nei cieli, noi esseri umani, come figli che lodano, nell’armonia del concerto delle creature,  dobbiamo esaltare  la gloria di Dio.

Perciò, la benedizione del nome santo di Dio  sottende anche la pratica di una ricerca di Dio, di una speculazione teologica  come adesione  totale della mente, del cuore e delle opere,  che si traduce in adorazione  ed amore di Dio e quindi del prossimo, in modo da entrare  nella santità, condizione per ricevere  la grazia  della sua sapienza.

L’essere conformati  ed integrati nel sistema  della santità  è giustizia, virtù che presiede al rapporto profondo  tra opere , cuore  e pensiero umano  e legge divina, come avvio alla sapienza intesa come lode  come timore di Dio ( Eccl. 1.16 principio della sapienza è temere Dio; 1.17  il timore  del signore è religiosità del sapiente; 1.25 radice  sella sapienza è  temere il signore; 2.1 figliolo, se ti accingi a servire il signore  sii saldo nella giustizia e nel timore;  19.20 ogni sapienza è timore del signore e in ogni sapienza c’è l’osservanza della legge).

Per conseguire la sapienza è necessario l’aiuto costante di Dio che assiste chi lo prega,  assicurando il pane celeste quotidiano.

Artos deriva dalla radice ar, che dà origine a varie aree semantiche  e, ai fini del nostro lavoro, a due: a quella di arariskoo /unisco , saldamente, mi accosto  e preparo; a quella di araomai  prego supplico, e vuol dire  Cibo inteso come pane, focaccia  o cosa preparata e cotta al fuoco  che, con l’aggiunta di ton epiousion, assume un proprio valore, in relazione  alla valenza significativa cotestuale di dos hmim seemeron/ dà a noi ogni giorno la focaccia  che dura per il giorno seguente.

Infatti  ton epiousion rimanda  ad un altro significato , cioè alla manna cibo caduto dal cielo

Matteo, greco, tiene presente la cultura giudaica  e considera il cristianesimo naturale  prosecuzione del giudaismo e perciò unisce le due tradizioni tanto da dare la possibilità ai cristiani alessandrini del II secolo  di velare sotto il pane il significato del rito eucaristico e dare valenze simboliche al pane quale corpo di Cristo, che diventa cibo quotidiano per il fedele che fa parte della Chiesa /sposa di Cristo.

Matteo, quindi, fondendo la tradizione ebraica con la novità della preghiera  in una sintesi  di tefillot giudaica  e proseuchh cristiana, evidenzia l’eredità sapienziale  del suo popolo.

La soluzione successiva di Girolamo come dà significato latino di supersubstantialis  a ton epiousion   non è perciò suggestiva, ma è  in sintonia con quanto aggiungono semanticamente  i maestri alessandrini, i quali rilevano la necessità  di nutrirsi del Christos quotidianamente per combattere contro il nemico e creare uno scudo per il cristiano nell’arco della vita di  un giorno!.

Elthhtoo h basileia sou  è un formula indicante certezza, attesa  augurio con speranza da parte dell’orante, sempre fiducioso e sicuro  che Dio realizzerà  la sua vittoria sul Male  e che attuerà definitivamente il Regno dei cieli: Matteo greco puntualizza  la realizzazione in fase attuativa del regno messianico- quando già è stato abbandonato il pensiero del concreto Malkuth ha  shemaim aramaico, a seguito della fine del sogno di Shimon bar Kokba, della morte di Rabbi Aqiva e  della  estirpazione giudaica dal Kosmos romano-  mostrando Christos come divisione /diamerismon  e  i suoi fedeli sofferenti nel suo nome.

Elthhtooo /venga, aoristo imperativo 3 persona, vale come realizzazione storica già  puntualmente avvenuta,  che comporta comunque,  uno stato continuato di  stabilizzazione con una sottesa  futura perfetta  attuazione escatologica, dall’angolazione presenziale onnisciente divina:  la parousia  del Regno  risulta una  realizzazione presenziale  in cui alla fase della divisione iniziale  subentra quella  del perdono cristiano, dell’impegno del fedele che, nuovo Christos,  cerca di convertire il prossimo e  di salvarlo con una evangelizzazione nuova rispetto a quella della musar aramaica  antiromana.

Dalla lettura unitaria di 2 e 2′ sembra  venire  questo messaggio cristiano alessandrino, diffuso in tutto il Mediterraneo come un’altra visione della funzione del Christos e del Christianos  che ha elaborato un’altra theoria della venuta del Signore!.

Connessa con l’implorazione è, infatti, la richiesta,  quella del rimetti a noi i nostri debiti /come noi li rimettiamo ai nostri debitori, come una fase attuativa della rogatio formulativa.

Infatti Matteo, greco, usa il termine aphihmi con tre differenti valenze significative. a seconda della presenza di un diverso oggetto  e del rilievo dato al complemento :1. aphes ta opheilhmata condona i debiti, connesso con  aphhkamen  tois opheiletais   condoniamo i debiti, azione tipica del banchiere  trapeziths alessandrino– si rilevi il doppio poliptoto!- ;  2. aphiemi ta paraptoomata  perdono  le cadute  che sottende il problema  dei lapsi  nell’ecclesia; 3. aphihmi tas amartias  rimetto  i peccati,  conforme alla evangelizzazione corrente nel II secolo.

Matteo nel complesso rinvia ad un medesimo valore  quello del perdono  che connota l’azione tipica del nuovo patto, basato sulla paternità  di Dio che realizza il suo regno.

Sembra, dunque, che l’evangelista distingua il perdono da parte di Dio della colpa  amartia umana come remissione dei peccati, dal perdono di Dio come condono dai debiti / opheilhmata (rare volte o opheilhths vale colpevole!)  e dal perdono di Dio  per le cadute paraptoomata  e nello stesso tempo separa la sfera del perdono di Dio da quello degli uomini agli uomini.

D’altra parte Matteo greco  nella Nascita di Gesù  1.21 dice :  Gesù salverà il suo popolo dai suoi peccati/apo toon amartioon autoon  e Giovanni sarà lo strumento  dell’avvento dell’era messianica  (h basileia toonouranoon) mediante l’invito alla metanoia (3.2) e  alla confessione dei peccati (ecsomologeisthai tas amartias autoon,5.6).  Insomma tutta la iniziale predicazione, che è sentita  come una pressante  esortazione alla conversione, non è pensabile come scritta da Matthaios aramaico, ma da un greco di epoca posteriore!.

Questo Matteo  mostra continuamente ( non solo col Pater!) la parousia del Regno, evidenziata con miracoli, considerati unitariamente  legati alla remissione dei peccati come affermazione dell’exousia divina  9.2,3,4,5,6.

Nel riportare la guarigione di un indemoniato sordo-muto e nel riferire il giudizio dei farisei  che accusano il Christos  di operare in nome di Belzebul, Matteo trascrive il pensiero di Gesù su un regno diviso in se stesso e contrappone la venuta del Regno dei Cieli, testimoniata dalla cacciata  dei demoni  in virtù dello  Spirito santo (?!), sancita dalla necessità  della scelta di una delle due fazioni, dalla novità del perdonare  e dall’essere perdonati (uso di aphihmi al passivo,12.31-33).

Il Matteo greco-alessandrino  sa precisare il perdono  da parte di Dio nei confronti dell’uomo secondo i canoni dell’epoca giudaica tiberiana  e il perdono reciproco tra gli uomini debitori nei confronti di un Basileus, confuso con un Maran.

Infatti ribadisce il perdono delle offese  in 18.21-22 quando Pietro  chiede quante volte debba  perdonare (si noti  aphhsoo!) il fratello che pecca contro di lui , ma evidenzia  la sua lontananza dai tempi storici nella parabola del servo spietato (18.23).

Il regno dei cieli viene considerato simile ad un Basileus che vuole fare i conti (sunarai logon) coi suoi servi.

Secondo l’evangelista, il signore convoca, fatto il computo,   un debitore eis opheilhths di 10.000 talenti-  una cifra enorme cfr. Antipatro padre di Erode  ed Erode basileus

Il debitore, un privato, non ha  il denaro da restituire (apodounai) e il Basileus  comanda che sia venduto lui, la moglie e i figli  ed ogni suo avere per essere ripagato (apodothhnai ). Il signore, sentite  le preghiere del servo- cosa inverosimile!- gli condona il debito (to daneion aphhken  autooi).

Per comprendere l’insensatezza -in epoca repubblicana romana  poi augustea – di tale condono si pensi che uno Stato insolvente doveva subire la  vendita del patrimonio regale, del capitale dei protoi  con aggiunta di parte del tesoro  sacerdotale templare e  della khora! Secondo il Vangelo il debitore, appena uscito, trova un suo conservo che gli doveva ( oopheilen)  cento denarii circa un milione di vecchie lire-500 euro, poco o  niente rispetto ai 300.000.000.000 circa  condonati-e senza accettare suppliche,  lo fa gettare in prigione, finché non gli restituisce  il debito (oos apodoo to opheilomenon).

Il basileus, sentito l’accaduto, chiama il servo, lo definisce malvagio (poneros), gli ricorda di aver condonato il debito  totalmente (pasan thn opheilhn ekeinhn aphhka), lo rimprovera per non aver avuto pietà  del suo simile  e lo consegna agli aguzzini finché non restituisca  quanto dovuto.

Questa sarebbe la conclusione di Gesù: outoos kai o pathr mou o ouranios poihsei umin  ean mh aphhte  ekastos  tooi  adelphooi autou  apo toon kardioon umoon / anche il padre mio  celeste farà a voi così se non perdonerete (condonerete) ciascuno al  proprio fratello  nei vostri cuori!. 

Non sembra possibile un tale condono  nel Matteo aramaico che certamente non avrebbe mai scritto nel corso della cena pasquale,  dopo  il convito  della nuova alleanza di sangue versato per molti / To aima to peri polloon ekkhunnomenon in remissione  dei peccati eis aphesin  amartioon!.

Eppure anche nel Pater  Matteo greco  usa l’espressione  aphes ta opheilhmata  col significato specifico di condonare  i debiti ad opera  di un creditore (o danisths),che però,  essendo anche un Basileus maran  e giudice kriths  che nel consdonare il debito  rimette  anche tas amartias avendone potere  e perdona ta paraptoomata  la cadute nel mal , propri dell’umanità che, però, è redenta  dal sangue divino  e perciò, può essere continuamente purificata, grazie all’arton concesso quotidianamente! Mah!

Siamo in un’altra epoca, in altra situazione in un’altra condizione storica!?

Inoltre Matteo,  greco, sottende  ad aphes ta opheilhmata tutta l’impostazione positiva, nuova  del messaggio di amore  cristiano, che è la base  per il perdono secondo le norme della Basileia tou Theou  che risulta tratto distintivo del nuovo patto  tra pater e figli -come se conoscesse la parabola lucana del figliol prodigo!-  che devono secondo l’esempio  del Padre – che ha dato il proprio figlio per la redenzione  umana-sentirsi fratelli uniti da un reciproco patto di rispetto e di solidarietà.

La proposizione modale comparativa dichiarativa come anche noi li rimettiamo ai nostri debitori  rimanda alla conclusione della parabola del  servo spietato, che diventa positiva formulazione  in quanto il padre, condonando ciascuno  i propri debitori, perdonerà i nostri debiti-peccati  facendosi partecipi del Regno, avendo noi favorito l’attuazione della Basileia  sulla terra.

Matteo già in 5.14 aveva mostrato la peculiarità  dell’amore cristiano e la novità,  rispetto alla legge  mosaica, della venuta del Christos  come compimento e non abolizione della legge ebraica: l’amore per i nemici e la preghiera per i persecutori sono i cardini del nuovo regno oltre all’invito ad essere perfetti,  come è perfetto il padre nostro celeste.

In conclusione, la lettura  di Elthetoo h basileia sou … aphes hmin ta opheilhmata hmoon / oos kai hmeis  aphhkamen toi opheiletais  hmoon come un’unica unità semantica  è ricca di possibilità interpretative oltre che di giochi retorici e letterari, ed autorizza  rapporti profondi testuali  sulla base dell’avvento della basileia e del perdono, in una sottensione dell‘amore come pratica  di vita, tipica del christianos.

L’ultima invocazione sia fatta la tua volontà/genethetoo to  thelhma sou con le determinazioni di luogo (oos en ouranooikai epi ghs) è connessa con l’ultima richiesta  pratica ed è costituita  da un periodo composto, formato da due proposizioni principali, una negativa ed una positiva, disposte in modo contrastivo (non indurci in tentazione, ma liberaci dal male/ mh eisenenghs hmas eis peirasmosn, allà rusai hmas apo tou ponerou).

E’ un messaggio unitario che rimanda ad una visione ancora più grande  ed ampia, quella dell’intero pater, oltre che ad una cultura  cristiana evangelica ormai diffusa, quella dell’opposizione alessandrina  Dio Padre /Satana malvagio e  regno dei cieli /regno dell’Ade, i due estremi della preghiera, Pater e Poneros (allitterazione).

Prima di leggere l’ultima unità semantica del Padre nostro  matteano  sembra necessario evidenziare  la cosmogonia ebraica al fine di referenziare il senso del l’insieme, complicato dalla presenza dell’epiteto  attributivo all’inizio del pater indicante la dimora  di Dio  nei cieli ( o en tois puranpois) e dell’ espansione  complementare locale ( e in cielo e in terra  oos en ouranoooi kai epi ghs, situata alla fine dell’invocazione )  e dall’aoristo passivo  indicante il farsi la volontà di Dio  come chiusura dell’intera petizione in una visione unitaria cosmogonica.

Matteo aramaico e tutti gli uditori del Christos  parlante, nel momento  dell’ascolto del termine i cieli associano  al significante Shamaim  dando un preciso significato proprio della Musar aramaica, sulla base della referenza biblica e di certe conoscenze fisiche, a cui oppongono lo Sheol.

Infatti  l’ebreo sa che Dio è nei cieli  (Sl. 33,12-14 dai cieli scruta JHWH e vede tutti i figli dell’uomo, dalla sede della sua dimora osserva tutti gli abitanti del mondo; Sl. 104,2.3  tu distendi i cieli come un drappo, ed innalzi sulle acque la tua stanza; Amos.9.2-6 quando anche si aprissero un varco nello Sheol / di là le mie mani li strapperebbero / quand’anche salissero  di là li farei discendere!…egli ha costruito nei cieli i gradini, ha fondato sulal terra la sua volta ) dove ha la su dimora  posta sopra la volta del Cielo -rakija- la quale poggia sulla terra sulle sue alte montagne (Giobbe, 21,24).

Matteo greco traduce i cieli  come il luogo della dimora di Dio secondo la tradizione aramaica, oltre la rakija/ firmamento, sopra la distesa del mare celeste  costituito da acque  dolci (Gen.1,7) da cui derivano le nuvole,  i fulmini, la grandine  su cui si innalza la cupola del Cielo dei cieli. 

Col termine cielo/o ouranos intende il firmamento  cioè la cupola distesa stabilmente  come una volta frapposta  tra le acque  da cui deriva il termine greco stereooma/base.

Ogni ebreo nel sentire cielo dà il significato  di lastra trasparente – in cui sono fissate  le stelle viventi e su cui poggiano le acque superiori dolci da cui  dipende il colore azzurro- , sotto la quale sono comprese  che acque che scorrono sulla terra -mari, laghi, fiumi, ruscelli-.

Matteo aramaico, perciò, oppone al cielo firmamento  la terra  che è considerata piatta, posta in mezzo alle acque inferiori  salate e sostenuta  da colonne (Sl. 75,4 io ne ho saldato le colonne!).

Ai cieli invece oppone lo Sheol  dimora dei morti, posto sotto la terra,  visto normalmente come dimora dei cattivi (Sl 63,10, ma quelli che desiderano la rovina dell’anima mia  sprofondino  nelle voragini della terra; Giobbe  24,19 come l’aridità e il calore assorbono  acqua di neve , così lo Sheol  i peccatori ) e quindi polo negativo, come dimora di Satana rispetto a quello positivo di Dio.

Dunque la cosmogonia ebraica  illumina  la comprensione  e della prima parte del Pater in cui Matteo mostra Dio padre e  signore dei cieli e il farsi  della sua volontà  in cielo e in terra,  e della seconda parte  in cui  l’evangelista evidenzia  l’opposizione eterna  tra Dio,   principio di bene, signore dei cieli e Satana, principio del Male e signore dell’Ade Sheol, tentatore dell’uomo,  creatura in bilico  tra le due grandi  forze primigenie.

Matteo predicando il regno dei cieli con le due sequenze unite,  manda un messaggio di fiducia  nella volontà di Dio, attuatasi già  con la buona novella, non ancora diffusa nell’ecumene   e contemporaneamente esprime la paura del Malvagio, nonostante la coscienza  che le  porte dell’Ade  (pulai Adou) non prevarranno (ibidem, 16,18) e che sicura sarà la vittoria di Dio.

L’evangelista, greco,  infatti, nel Discorso Escatologico  (24.1 e sgg.) dove mostra i segni indicati da Christos per riconoscere la fine -molti verranno col mio nome 24.4;  sarete odiati a  motivo del mio nome 24.9;la buona novella del Regno sarà annunciata a tutto il mondo  24.14- La presenza del Messia attestata qua e là e il suo ritorno trionfale (24.30) sembra risentire dell’editto di Traiano e perfino di quello di Adriano.

Matteo esalta la vittoria del Christos,  il cui inizio  è la basileia  attuatasi con il farsi della volontà del Padre.

Infatti per lui fare la volontà del padre  è andare a lavorare nella vigna (Isaia,5.1 ) in cui il padrone  ha comandato di andare: la vigna,  però, essendo inizialmente affidata agli ebrei,che hanno ucciso il figlio,è passata ad altri agricoltori (Mt. 21-31 e sgg.)- cfr Origene, Commento a Matteo, cit.

Matteo aramaico mai avrebbe trascritto ciò!

Il passaggio da una basileia  aramaico-ebraica ad una ecumenica alessandrina  avviene in relazione  all’uccisione del figlio che, col suo sangue, redime l’uomo e rende partecipe del regno tutti, indistintamente: un altro segno del messaggio greco matteano!

Infatti il lavorare  nella vigna  è considerato come un avviare alla giustizia  intesa come osservanza della volontà del Padre  che rende l’uomo giusto: è il caso del figlio che, comandato di  andare a lavorare nella vigna,risponde di non aver voglia, ma poi, pentitosi,  fa la volontà del padre (21,28-29).

La stessa divisione degli uomini in buoni e cattivi, eletti e non eletti,  in  relazione al fare la volontà divina (13,47-50, Parabola della rete) è tipica di Clemente alessandrino come anche quella di figli del Regno  ( oi uoi ths basileias 12,36) e figli del Malvagio ( oi uoi tou ponerou 12.36).

Infine  l’evangelista esprime  la definitiva vittoria  di Dio con l’attuazione  del Regno nel giudizio universale, nella separazione dei buoni  e dei cattivi, nella collocazione degli uni nella Gloria e degli altri nel fuoco della Geenna.

Perciò la preghiera del pater risulta ringraziamento  del figlio   che benedice il  sacro nome,  che osserva la volontà,  cosciente del regno divino  e della legge, nonostante la paura del Malvagio, che in tentazione,  può avere possibilità di vittoria.,  se all’uomo manca  l’assistenza del Padre.

Si può dire, quindi, che Matteo aramaico e quello greco dicano la stessa cosa circa la richiesta unitaria,  posta negativamente come mh eiseneghs ( da eispheroo porto in mezzo, introduco,  faccio soccombere), ma corretta  da allà rusai, cioè non di farci entrare nel vivo della tentazione, data la debolezza umana e piuttosto di liberarci, stando al nostro fianco, dalla circuizione del Maligno.

Nel primo è chiara la sorte di Giobbe, provato da Dio  che lo ha portato all’estrema abiezione, prima di intervenire e ripristinare il primitivo stato di eudaimonia; nel secondo – che è su un piano di metafora spirituale, pneumatico, tipico della perfezione/teleioosis – il sistema retorico  contrastivo evidenzia come il fedele,  pur nella prova, avendo l’assistenza divina non soccombe, ma è liberato dalle fauci del Maligno: gli  alessandrini nel loro sistema etico  fanno atto di umiltà perché  marcano a fragilità umana,  chiedendo l’aiuto di Dio, che è scudo e  segno di Vittoria.

In definitiva la richiesta di non farci cadere nelle mani del Diavolo  risulta invito a Dio ad attuare il Suo Regno, a realizzare la sua volontà così da rendere parente l’uomo, quale fratello del Christos, figlio ( Mt 12.50).

L’insieme significativo, negli intenti della propaganda  cristiana alessandrina, pur nella forma iniziale negativa, cela  un messaggio positivo  in quanto sottende  la necessarietà del peirasmos per l’acquisizione del merito individuale, come prova saggiata dell’elezione divina del christianos  pneumaticos,- rispetto ad ilici e psichici destinati alla dannazione-  e come presenza di Dio, padre e poihths facitore della Storia.

Il Matteo greco vede l’instaurazione  della Basileia tou Theou come attuazione della volontà del padre, come ultimo atto  di un percorso iniziato col superamento  dell’etica  ebraica, accettata nella sua essenza: Mt 7.12   Quanto, dunque, desiderate  che gli uomini facciano  fatelo  anche voi  stessi.  Questa è infatti la legge e  i profeti/ panta oun osa ean thelhte ina poiioosin  hmin oi  anthroopoi , outos umeis poieite autois: outos  estin  o nomos kai  oi prophetai.

Strano  è comunque  quel kai oi prophetai anche se è sottinteso il soggetto outoi ! E’ solo un rispetto alla tradizione ebraica, da parte della gerarchia clericale alessandrina già potente, rispetto ai vilipesi giudei!

Dunque, Matteo greco  compendia in Regola d’oro quanto insegnato dal Vecchio testamento  considerato, comunque, inferiore alla  legge esposta da Christos  (cfr. Gio.15,12 s), come prova ulteriore della  lettura  matthaica del Didaskaleion!

In pratica per Matthaios Il Christos, che chiede al Padre  la liberazione dal maligno  evidenzia l’umano timore di essere dominato dalla potenza del Peirazoon, la cui manifestazione come Satana (Belzebul, Mamona) antagonista di Dio, continua nei vangeli,  è considerata oppositiva alla evangelizzazione.

D’altra parte la stessa  intenzione di opporre Regno dei Cieli e Regno dell’Ade ( da a-id = non visibile quindi sotto terra,  come termine equivalente a Sheol,) tende a manifestare il contrasto tra  il padre celeste  e il poneros  ed è segno  di una mentalità diale  radicata nell’animo ebraico, come dimostrazione della sottesa  cultura babilonese  ed iranica.

Di questa cultura  è quel vangelo aramaico di Matteo, portato in India da Bartolomeo, di cui viene trovata una copia da Panteno ( Eusebio, Hist, Eccl. V 12.3), che  lo porta ad Alessandria : non si sa poi  (Eusebio,  Hist. eccl. III, 24.5-6 Epifanio, Panarion, 29.9,4  Girolamo De viris illust., 3)   come  scompaiano.

L’uso greco di o en tois ouranois  è già in Neemia (1,5;2,4 ed altrove)  dove c’è la concezione di Dio clemente e misericordioso  ed anche in Tobia (13,4)  che parla di padre  nostro in aramaico e che tratta della benedizione del  nome santo di Dio (12,14; 8,5; 3,11) e specificamente in Giobbe, dove è palese l’impostazione contrastiva tra le forze del bene  e quelle del male  di Dio e del suo avversario (Haura Mazda ed Ariman).

Anche la presenza contemporanea di Peirasmon  (da peirazoo  tento, sperimento da peira prova da cui experior e periculum)   e di ponhros       ( (da poneoommi affatico  da ponon lavoro  collegato a  penomai   mi stanco per il lavoro) se permette da una parte   un parallelismo sinonimico  di grande rilievo significativo    ai fini della comprensione generale della sequenza da un’altra, però , è segno della della persistenza culturale aramaica.

Infatti  o ponhros  indica una figura di uomo  deformat dalla fatica  in senso fisico,  condizionato da penia  in senso morale  perciò abbrutita  malvagia  incline al male perciò cristianamente diventa  diavolo da diaballoo, calunnio   perché antagonista di Dio, che è entità  luminosa in quanto della stessa radice  diu di Zeus.

La preghiera, quindi ,vale come  richiesta  da parte del figlio al Padre di non darlo nelle mani  del Peirazoon come prigioniero  e di liberarlo: l’implorazione, connessa con la petizione,  acquista una valenza definitiva  di trionfo del bene sul male  di  vittoria  dell’oikonomia divina sulla terra, come espressione finale del ritorno del Christos.

Matteo con l’ultima richiesta   sottende il problema della teodicea (h tou Theou dikh) della presenza del  male nella storia e in natura,  del dolore umano  di creatura,  della retribuzione divina,  del superamento stesso del male in termini giobbiani da una parte secondo un’ ottica semplicistica popolare, e da un’altra  della visione  escatologica della fine della lotta  e dell’instaurarsi della volontà del Padre  universale col ritorno del Christos.

Infatti  l’attuazione  della basileia  con il farsi della volontà divina implica che la giustizia di Dio debba seguire il dikaios,  preservato come figlio  dalla furia della tentazione  e del tentatore, assistito   nel combattimento con  i mezzi necessari  per la vittoria.

La fede in Dio, per il Matteo greco,   è giobbiana fiducia, pur nella coscienza  della pericolosa  presenza del male e della conflittualità  esistente nell’essenza stessa  maligna della vita umana e terrena, ma è anche  speranza del cristiano  che crede nella potenza e sapienza divina,   che riconosce i limiti della condizione umana   e  teme Dio  e, perciò,  sa cercare un senso ai pur misteriosi  disegni divini.

Questa visione sottende la imminente parousia del Signore!

Comunque, il cristiano ha certezza   che chi confida in Dio anche nella prova vince, perché  sa che Dio è potente e paterno e che il suo aiuto è proporzionato al pericolo, conforme alla preghiera  e al rapporto di figliolanza.

In conclusione  il Padre matteano, greco, è   messaggio di sapienza,  di perdono e di vittoria  in un’unica esaltazione del Padre, il cui nome è benedetto,  il cui regno è presente, la cui volontà  è manifesta in cielo e in terra.

La preghiera del figlio è celebrazione del Padre perché acceleri i tempi della vittoria sul nemico ed instauri il suo regno.

La  celebrazione del Nome, la venuta del Regno, il dominio  della Volontà   sono indizio della fine della lotta tra il principio del bene  e quello del male  e  sono segno del ritorno  del  Christos, del suo trionfo,  del compimento del tempo terreno e dell’inizio dell’Eternità.

 

Crucis ofla/pendaglio da forca

 

 

Per anni mi sono chiesto se Paolo negli anni di prigionia romana, come civis, possa aver davvero  testimoniato  Christos, scandalo della Croce, in epoca neroniana.

Mi sorprende che un romano imparentato con gli erodiani tramite la sorella, moglie di un nipote di  Giulio Fasael, primogenito di  Antipatro,  e fratello maggiore di  Erode il Grande, possa comunicare un’ assurdità colossale come il Christos, scandalo della croce, la morte e la resurrezione  di un uomo morto martire per i giudei aramaici, noto come un ladrone/lhisths per i romani,per i filoromani, per i greci.

Resto sconcertato se penso che  Paulus, che si  è appellato all’imperatore per avere giustizia, possa far propaganda  per uno morto in croce, uno considerato in latino  crucis ofla (traduzione  greca di to tou staurou kreadion) cioè un pendaglio da forca, ancora oggi  definito dagli ebrei l’appeso (antonomasia). 

Eppure lui (o  qualcuno della sua famiglia, fornitrice di tende per i castra ),  non può non aver  visto di persona una crocifissione (stauroosis)  di masse di partigiani  aramaici, correligionari!

Lui  e la madre, sotto Claudio,  sposata a Roma,  e i fratellastri non conoscono l’orrore della crocifissione!

Sono davvero confuso ed inorridisco  e mi agito  davanti alle  retoriche  formulazioni di Paolo  sul Vangelo della  croce, fatte in  I Corinzi e in Lettera ai Galati : sono chiare manifestazioni di un delirante profeta, che cerca  di difendersi  di fronte alla duplice accusa  di non essere fondatore della colonia di Corinto   e di non essere apostolos, ancora di più  palese, data la presenza, specie  in Galazia, di uomini di Giacomo, fratello nella carne di Gesù, negatori del messaggio christianos paolino

Nella lettera ai Galati, Paolo va oltre la legge mosaica   e  le sue prescrizioni pratiche, oltre le questioni dottrinali ed afferma il Christos crocifisso e risorto  predicando il Vangelo  per gli incirconcisi.

Egli proclama: a causa della legge  sono infatti morto alla legge, così da vivere per Dio. Sono crocifisso con Christos/Xristooi  sunestaurosomainon vivo più io , vive in me Christos e ciò che ora vivo nella carne,  lo vivo nelle fede di Dio, che mi amò  e si consegnò per me  (paradontos  eautou uper emou, Gal. 2.21).

Da qui , secondo Paolo, l’insensatezza dei Galati  che hanno tradito il vangelo  del crocifisso e  da qui la rivendicazione del suo mandato apostolico  contro i suoi detrattori giudaici, inviati da Giacomo, in una logica di salvezza  non mediante  la legge, ma  mediante  la fede.

Al di là delle  dichiarazioni, del linguaggio emotivo, della retorica, dell’annichilimento della propria persona il civis Paulus  combatte una guerra a Corinto e in Galazia  contro Apollo e i seguaci di Giacomo, eredi del pensiero  del Meshiah/Christos, di cui attendono il ritorno,  essendo  fedeli alla musar cultura aramaico-mesopotamica: i deliri paolini, farneticanti, si scontrano con  la rigida ed integralista morale mesopotamica  e nulla possano, nonostante la superiore culturale della paideia greca.

Da qui anche il dubbio  mio personale sui passi delle due lettere, -nonostante il commento di  Origene, che ne attesta l’autenticità- che potrebbero essere state manomesse nella copiatura,   una volta iniziato in Alessandria il nuovo corso della rivalutazione di Paolo nel II secolo d. C.!

Comunque, mi meraviglio ancora di più se lavoro tecnicamente,  esaminando i termini usati dall’apostolo nella I Corinti,  dove si tratta dell’umanità, della morte in croce  e resurrezione di Christos.

 Paolo condensa in poche righe il suo vangelo della croce  proponendo il primo credo  cristiano all’ecclesia tou theou corinzia, lacerata da skimmata ed erides, divisa  tra giudei e greci che si rilevano nelle diverse nature di legalisti  ebraici e di superstiziosi  pagani, incapaci di distinguere il loro credo, a seconda dei millantati  fondatori.

In una città commerciale, capitale dell Acaia,  con due porti  e con  molte industrie, compresa quella tessile,  che ha popolazione mista  –in quanto vi sono veterani  romani, marinai di varia etnia  e perfino una sinagoga giudaica -è possibile che Paolo predichi il vangelo di Christos crocifisso, sotto il Regno di Nerone, consapevole  anche del crimen di lesa maestà, commesso da Gesù Meshiah aramaico?

Non mi sembra probabile che un giudeo, un fariseo, un civis, che per prima cosa deve  convincere  i suoi fedeli che sono bambini  neepiooi  bisognosi  di latte e  non adulti  di cibo/ brooma , che sono carnali (sarkikoi ‘) non spirituali pneumatikoi, possa  fare proselitismo (vietato)  già in epoca di Claudio, anche se come diakonos  servitore e propagandare il messaggio di Christos crocifisso, un  aramaico che si è  proclamato maran/re, su autorizzazione di Artabano III, in un momento critico  del subito dopo  Elio Seiano  (32-36) per il senato, per Tiberio  e per il popolo romano, rimasti perplessi  alla morte il 18 ottobre del 31 d.c. del potente capo del pretorio, guida indiscussa della politica Orientale, di Siria e di Iudaea ( cfr. Caligola il sublime).

A Corinto  essere di Apollo o essere di Paolo intorno al 52, ancora sotto Claudio, sottende due diverse letture del primissimo cristianesimo: una basata sul battesimo di Giovanni, proprio  degli aramaici  ed una sul battesimo di Gesù con l’acqua del Giordano e con il fuoco dello Spirito di Dio, tipico dei christianoi antiocheni.

Al momento del confronto tra i fedeli di Apollo  alessandrino e quelli di Paolo, ci sono problemi più  gravi di una questione di  ktisis di  apoikia  giudaico-cristiana nell’impero romano…

Oltre la lettura del Vangelo del crocifisso di Paolo  c’è anche quella di  Giacomo (cfr. Giacomo e Paolo).

Ora la lettura paolina sembra poca cosa circa  la ricerca di chi  ha piantato e di chi ha innaffiato  quando si sa che  solo Dio fa crescere la piantina: è  solo un tentativo per deviare il discorso su Christos e su Christos crocifisso che risulta un logismos ingegnoso, artificialis retorico, sublime, data la carica sentimentale…

Paolo parla retoricamente a greci e a giudei: chi pianta non conta nulla  né chi innaffia  ma chi fa crescere, Dio:  Chi pianta e  chi innaffia sono pari. Ciascuno certo, riceverà il proprio compenso  secondo la propria fatica/ idion kopon; infatti siamo collaboratori di Dio/ tou Theou .. sunergoi e voi siete  cultura di Dio,  costruzione di Dio/ Theou georgion, Theou oikodomh  (anafora di Theou e parallelismo simmetrico).

Si rilevi l’uso proprio di  Filone alessandrino di sunergoi, di  georgion, di oikodomh, ed anche di diakonos…

E’ , comunque, un discorso ellenistico, una disputa tra un tarsense ed un alessandrino, di cui  si conosce solo quello  retorico  con  linguaggio da Mysths  di Paolo…non quello di Apollo alessandrino….

I due  nel contrasto tralasciano i problemi del momento,  i dissensi e le depravazioni (incesto, liti e ricorsi al tribunale romano, varie dissolutezze)  anche se si prendono provvedimenti  circa il matrimonio e il celibato dando norme sulle carni sacrificate agli idoli…

Mi sembra che, nonostante la mancanza  del logismos di Apollo,  il nucleo paolino  sia indicazione di una  costruzione/oikodomh  che è descritta come opera  personale, propria di un architetto sapiente/ sophos arkhitektoon, che pone le fondamenta / theinai  Themelion (meno usato rispetto a  themeilia probalesthai) su Christos.

Paolo già si assimila al Christos che è sophos  e architectoon, altrimenti il suo logismos è inficiato già in partenza: nessun uomo  è  sapiente/sophos , e i sapienti umani sono moroi pazzi!

Paolo afferma   di aver posto, lui proprio lui, per grazia divina (kata  kharin tou teou) le fondamenta. anche se è  aborto(toooi ektroomati … kamoi)  l‘ultimo degli inviati,  inadeguato a quel nome per aver perseguitato la comunità (thn ecclhsian tou theou),convinto che la fede è futile/ mataia senza il Christos risorto…

Per Paolo, quindi, non conta  se un altro vi edifica sopra, conta invece il modo come si edifica (poos  epoikodomei): infatti non si può porre altro fondamento,  oltre quello esistente, che è Gesù Khristos .

Passa, poi, ad esaminare la materia con sui si costruisce sul fondamento di Christos crocifisso: oro argento, pietre prefgiate  o legno  fieno, paglia; l’opera di ciascuno  diverrà manifesta la chiarirà infatti quel giorno (dies illa! ) perché si svelerà nel fuoco e l’opera di  ciascuno nel fuoco sarà valutata  per quello che è.  Se l’opera edificata là sopra da qualcuno  rimarrà  egli ne riceverà compenso, se verrà arsa ne subirà danno, ma si salverà proprio come in un incendio (I Corinti 3,12-17).

Si  rilevino i passaggi temporali dal passato al  futuro  mediante un presente, che è occasione di una “proposizione” ideale. 

L‘io paolino, ora, dopo aver mostrato la ekpuroosis  purificatrice del giorno finale, cosciente di essere aborto, l’ultimo dei servitori del signore, ma anche colui che ha  generato uomini nuovi, capaci di essere saggiati dal fuoco, si stempera in un voi  in una comunicazione elitaria sacerdotale, che unisce parlante e uditore in Christos e in Dio.

Dapprima, domanda, in un collegamento di fili del suo ordito mentale sotteso:  non sapete voi di essere tempio di Dio, abitazione dello spirito di Dio?

Poi precisa  in terza persona, facendo salti temporali : Se qualcuno  distrugge il tempio di Dio, sarà distrutto da Dio. Infatti il tempio di Dio  è santo.(Ibidem.3.16-17)

E conclude (riprendendo il voi ) e sancisce (metaforicamente) : quelli  (che sono tempio) siete voi:  questo è un passaggio della retorica alessandrina, tipica della koinonia/comunicazione  interpersonale, filantropica, partecipativa  ellenistica  filoniana, elitaria!.

Paolo predica che sia il costruttore che la costruzione  sono in Christos per cui, sottendendo il proprio io,  può dire : voi  siete  di Cristo e Cristo è di Dio (Ibidem,3,239… aiutanti di Cristo ed amministratori  dei misteri di Dio/ uphretas Xristou kai oikonomous musterioon Theou (ibidem, 4,1).

Si rilevi umeis  de christou, khristos de Theou, perfetto parallelismo simmetrico: voi uomini siete di Cristo, Cristo è di Dio   e  quindi  voi, sarkikoi, siete di Dio in quanto fratelli di Cristo, intendendo  che voi fatti di  carne e Cristo fatto di carne  siete di Dio, perciò  siete cultura di Dio, siete edificio di Dio, (ibidem 3,9) parte visibile di Dio, suoi collaboratori.

Perciò egli rivendica  di aver sofferto per avere  loro come figli: voi  siete miei amati figli: se infatti aveste diecimila precettori  non avreste però moti padri , in Cristo Gesù  vi ho generato io, col vangelo (ibidem,4,5) e poi  li invita ad imitare lui, loro padre (4,14.15) affermando   che il regno di Dio (H basileia tou Theou) consiste non nella parola ma nella potenza di Dio, incerto se usare il bastone (rabdon) o  amore e spirito di mitezza /agaph te peuma praothtos, dopo l’invio di Timoteo…

Da questa angolazione viene fuori il pensiero filoniano  di  unica salvezza  e di un ‘unica sapienza in Dio  e quindi della pazzia /mooria del mondo davanti a Dio …

La conclusione, dunque, paolina -che nessuno si vanti  fra gli uomini. Tutto infatti è vostro: Paolo, Apollo, Cefa e il mondo, la vita e la morte  il presente, il futuro  tutto è vostro e voi di Cristo e Cristo di Dio -vorrebbe indicare il superamento delle divisioni skimmata e delle contese  erides  e in senso rituale e  dottrinale, facendo cadere le accuse di non essere né libero né apostolo, di non aver visto il Signore, in una rivendicazione  palese a tutti, anche ai suoi giudici: il sigillo della mia missione siete voi nel Signore/ h sphragis mou ths apostolhs umeis este in Kuriooi.

Per Paolo ogni corinzio, quindi, è di Christos  al di là dei diakonoi  umani e terreni,  al di là del tempo stesso, per cui nell’attesa del signore non ci sia giudizio né giustificazione…

L’invito successivo (ibidem,11,1) all‘imitazione /mimesis  di Cristo, connesso al suo esemplare modello –Siate miei imitatori come anch’io lo sono di Cristo/ mimetai mou gineste, kathoos  kagoo Xristou- è in relazione al logismos  basato sul Christos capo di ogni uomo, sull’uomo capo della donna  e su Dio capo di Christos.

In tale ragionamento si rilevi dapprima il parallelismo simmetrico di kephalh de  gunaikos  o anhr, kephalh  de tou Xristou o Theos  e poi il chiasmo tra  questi due enunciati simmetrici  e  pantos andros h kephalh o Xristos , oltre all’anafora  kephalh.

Il discorso paolino è sulle parti costitutive di un sooma  e non verte affatto su capo-inteso come comando, quindi tratta fisicamente  anche se poi trasferisce in altro senso tutto il suo linguaggio. E’sotteso l’apologo di Menenio Agrippa (Tito Livio, Ab urbe condita  II,32) ,e forse anche un pensiero di  Senofonte ( Mirabili, 2,3.18 ) di Esopo (Favole 288) ed anche  di Cicerone  (De officiis ,3.5.22.)

Paolo avendo  coscienza che pregando possa  parlare glosshi  e  interpretare diermhneuein, passa metaforicamente dal Corpo umano alla Chiesa ed invita i fedeli a non essere bambini nei pensieri e ad aver pensieri maturi in quanto  il parlare lingue è segno  non per i credenti ma per i  non credenti, mentre la profezia non vale per chi non crede ma per chi crede/ glossai eis shmeion eisin  ou tois  pisteousin,allà tois apistois , h de propheteia  ou tois apistois  alla tois  pisteusin ( Ibidem. 14,22).

Il suo ragionamento è, perciò,   in relazione  all’immersione nell’acqua  in un unico Spirito (ibidem 12.13)  e serve per  la costituzione  di un organico  corpo cristiano ecclesiale, il cui capo è Cristo crocifisso: infatti dice: voi siete corpo di Cristo e partitamente sue membra /umeis de este sooma Xristou,kai melh ek melous  (Ibidem 12,28), in cui ogni membro ha una sua specifica funzione svolgente il compito, dato dal  Signore, (apostolo, profeta, maestro,  elemento abile  grazie al  dono delle guarigioni, uomo dotato di poteri o semplice impiegato  nella assistenza o capace di parlare le lingue o altro).

Da qui  la necessitas che in un corpo  ci sia un reciproco scambio  amoroso tra le parti per il bene unitario corporale: la  caritas /h agaph è il vincolo fraterno  tramite  il pulsare reale del sangue del Christos, vita /hayim, senza il quale non serve né la conoscenza delle lingue, nemmeno  di quella degli angeli, né la profezia, né i misteri della scienza.

L’anadiplosi  di agàph  da una parte mette in bella mostra il suo personale esempio tanto da dire: se non ho agaph, nulla sono, e da un’altra il valore della carità  imperitura rispetto al tutto che si dissolve. 

Il futuro come tempo della  dissoluzione delle realtà umane e terrene è marcato con i verbi  katharghthhsontai (le profezie ) Pausontai (le lingue katharghthhsetai (la conoscenza), ancora katharghthhsetai ( to ek  merous la parte )- poliptoto- al momento del compimento dei  tempi (teleioosis ).

Insomma  per mostrare il potere della caritas  mostra il messaggio, tramesso per come lo ha ricevuto: Cristo morì per i nostri peccati secondo le scritture  e venne sepolto  e fu risvegliato dai morti /oti Xristos apethanen uper toon amartioon hmoon . ..kai oti etaphh, kai oti eghgertai ( il terzo giorno);  fu visto da Cefa ,poi da dodici poi  da più di 500 fratelli in una volta /  kai oti oophthh Khphai, eita tois doodeka, epeita epanoo pentakosiois adelphois  ephanpacs..poi fu visto da Giacomo  e poi da tutti gli apostoli .epeita oophthe Iakobooi, eita tois apostolois pasin Ibidem,15,3-4)  marcando il valore ,con enfasi retorica , dell ‘agaph – Che tutto sostiene  tutto crede, tutto  spera, tutto sopporta. (Ibidem13,7-).

Tutta questa parte discorsiva  è pneumatica  e rimanda ad una sistema didascalico,  già collaudato  in vigore ad Alessandria  nel II secolo, specie al tempo di Panteno, Clemente Alessandrino e di  Origene, connesso con le proposizioni di Plotino  e degli stessi gnostici ed è congiunto con il vangelo  di Marco e di Matteo circa la croce emblema da seguire.

C’è un problema per me di ordine temporale: possibile che Paolo abbia un pensiero così strutturato sul vangelo del  Christos Crocifisso in epoca di Claudio (41-54)?

La difesa della fede sulla base del messaggio della croce, instillata in uomini come i corinzi, corrotti pagani e giudei scismatici, è un tentativo di dare unità nel nome del Christos, morto in croce e risorto mediante il vangelo, in  modo elementare, senza sapienza.

Una cosa è fare affermazioni  sulla fondamenta ed una cosa  costituire un pensiero sul Christos crocifisso, che necessita di una scuola, in un altro tempo, dopo la la fine del Giudaismo, dopo la galuth adrianea, quando si è lontani dall’ accadimento della crocifissione stessa  di Gesù  ...

Ci sembra,  perciò, che Matteo 16,24  e  Marco 8.34   siano stati modificati  e manomessi  nel passo dove è scritto ” se uno  vuole venire dietro di me, rinneghi se steso, prenda la sua croce, e mi segua”: i due hanno scritto allo stesso modo, avendo posto – è un mio parere!-un altro termine al posto di croce/stauros, 

Non è pensabile che gli evangelisti abbiamo potuto scrivere nel I secolo, anche se alla fine del periodo domizianeo, per i giudeo-cristiani, seguaci del Christos crocifisso,  di prendere la propria croce,  simbolo di  morte ignominiosa  ancora, dopo oltre  quasi due secoli di crocifissioni come punizione per i popoli che fanno staseis rivolte  e come monito per i  banditi e ladroni, per tutti quelli che turbano l’ordo /kosmos romano imperiale  quando sussiste il pericolo aramaico-parthico  ed è impellente, ed urgente l’estirpazione del cancro giudaico  (cfr.Il II secolo d.C : il trionfo della retorica,del paradosso e della bugia).

Dopo la diffusione del pensiero paolino sul Christos crocifisso e l’esaltazione della croce, divenuta un emblema per il cristiano nel II scolo d.C, in ambiente alessandrino,  qualche copia  dei vangeli viene alterata, essendo molto significativo il seguire Christos, portando ognuno la  propria croce:  è plausibile  che un copista alessandrino abbia alterato il testo paolino e poi altri facendo copie dei  vangeli si siano lasciati condizionare  dalla celebrazione  del valore della croce e quindi hanno cambiato il termine originario  del passo matthaico e marcino ,essendo stauros più significativo per un Christianos, nuovo cireneo,  imitatore di Christos, in epoca  postadrianea!?.

Per Paolo, qualunque sia il suo messaggio reale,   la croce è messaggio  di follia per chi non crede ma per chi è destinato alla salvezza, è  segno di potenza divina,  per cui  il Christos crocifisso scandalon/ trappola per i giudei, e  moorian/pazzia   per i gentili,  è invece potenza e sapienza di Dio

Se fa questa  operazione in Oriente, a Corinto, ad Efeso in Galazia  potrebbe pur avere un qualche valore, ma non a Roma dove ci sono pochi cristhianoi che costituiscono un gruppetto (Una ventina di persone, tra cui parenti) insignificante tra la popolazione pagana romana di oltre un un milione  e mezzo  e perfino tra i 50,000 ebrei delle cinque sinagoghe romane, quasi tutti  giudeo-ellenisti, ricchi  trapezitai /bancari, emporoi,  sacerdoti ed erodiani, ben connessi con la corte imperiale giulio-claudia, e collegati con i giudei alessandrini oniadi Cfr.  anche M.Fr. Baslez, Paolo di Tarso, Sei 1993 , parla di un esiguo gruppo di seguaci, negli ultimi anni del regno di Nerone, poi svanito  per quasi tutta l’epoca flavia).

Un prigioniero che vive, attaccato ad una catena  con un centurione, che predica  lo scandalo della croce/staurou scandalon, un Gesù Messia (unto del signore)  crocifisso  dai Romani nella pasqua del 36 ad opera di Lucio Vitellio (che ha come subordinato Ponzio Pilato, prima della sua stessa destituzione), scrittore delle sue imprese -allora ben conosciute- morto una diecina di anni prima (nel 51)  riverito da tutti, non è credibile né degno di ascolto se non da pochi aramaici antiromani.

Flavio in Bios (3,16) tratta di un suo viaggio a Roma nel 64 per perorare la causa di sacerdoti aramaici imprigionati, detenuti in carcere,  e di una sua visita a Poppea, moglie di Nerone, filogiudaica!

Nessuno ascolta la predicazione  di uno che propaganda il Christos Crocifisso, che significa il messia giudicato ladrone e maran,re illegittimo, ritenuto degno di morte ignominiosa da un   governatore  nikeths parthicus!. 

Lodare  uno morto in croce significa a Roma  andare incontro a denuncia, ad un arresto per vilipendio alla romanitas e all’imperator, ad una condanna a morte: la croce/stauros è strumento di  terrore e  segno della vis romana  che punisce secondo iustitia/dikh i colpevoli.

Un morto in Croce è detto  a Roma crucis ofla (offula diminuitivo di offa  pezzo di carne,  volgarmente sincopatacongiunto  al detto orientale staurou kreadion che significa pezzetto di carne (metonimia  per indicare una parte per il tutto cioè di uomo macellato appeso a d una croce, dopo fustigazione).

Nel gergo popolare il sintagma vale un bandito appeso alla croce, un pendaglio da forca, un ladrone giustamente crocifisso, uno schiavo crocifisso per i suoi delitti, un rivoltoso  catturato e crocifisso dai soldati senza alcuna sentenza e giudizio, tra gli sghignazzi della plebaglia.

Ogni popolo sia in Oriente che  in Occidente, in  Africa, ha subito crocifissioni  dai romani vincitori, che appendevano i vinti , a diecine di migliaia, sulle dorsali collinari, in modo da essere visti  da fratelli e parenti,  da figli, da padri  impotenti di fronte al vincitore, a cui  dovevano servire, in silenzio! Nel  periodo di Paolo, l’Oriente, specie la Syria  è  il paese più crocifisso.

Un tarsense  ellenizzato e romanizzato non può non conoscere il significato di croce nell’impero romano!

A Roma  predicare lo scandalo della croce  è una sfida a Nerone a cui si è  appellato  ed una provocazione per quei milites che lo ho hanno scortato e difeso prima da Gerusalemme a Cesarea Marittima poi durante la navigazione, nel  viaggio verso la capitale, una mortale offesa al centurione a cui è incatenato …

A Roma, a mio parere, il pensiero cristiano col messaggio di Christos crocifisso è impossibile  in epoca neroniana ed anche flavia!

Forse dopo la morte di Adriano  giudeo-cristiani possono aver costituito una comunità ecclesiale  dipendente da metropoli orientale (propendo per Antiochia prima e poi per Alessandria) che possono aver ripreso qualche pensiero mistico paolino circa lo scandalo della Croce, certamente non formulato per come è detto in I Corinzi.

Per meglio capire quanto sto affermando, bisogna  prima decondizionarci dalla nostra tradizione cristiana che dice che noi dobbiamo umiliarci  seguendo l’esempio paolino,  adorando il Christos in Croce , lo scandalo della  croce, per  essere come lui figli di Dio  che accettando la sofferenza e macerati  da essa,  ci assimiliamo al Maestro, che, morto, poi trionfa con la resurrezione  e  ci fa partecipi  del suo Regno eterno  in quanto suoi fedeli, fratelli e  facenti parte del suo mistico corpo.

E  bisogna poi  riflettere non solo su Paolo di Tarso ma anche sulla lezione che viene da Petronio arbiter elegantiarum, un cortigiano neroniano, costretto al suicidio, lo scrittore di un romanzo   Satyrikon di cui abbiamo solo il XIV e il XV  e XVI libro,  che tratta in modo realistico delle avventure di un terzetto Encolpio Ascilto e Gitone, due giovani studenti ed un  amasio, conteso dai due  (Cfr,  E, Paratore,Satyricon di Petronio, Firenze 1933; C. Marchesi  Petronio,Roma, 1921;  V. Ciaffi,  Intermezzo nella coena petroniana 41,10 – 46,8  Rivista di Filologia, 1955 e  Struttura del Satyricon, Torino 1955)

La vicenda delle avventure dei tre si complica con l’incontro con Agamennone un retore e poi con la sacerdotessa Quartilla  e con l’invito a coena da Trimalchione,- un orientale arricchito, parvenus pacchiano  messo alla berlina dalla comitiva di crocconi e parassiti –   e dall’entrata in scena di un poeta come Eumolpo,  che complica la situazione   tanto che il gruppo si separa ed  Encolpio, divenuto schiavo, soffre penosi tormenti  perché non soddisfa le voglie della sua padrona Circe, nonostante il ricorso alle fattucchiere, le preghiere a Priapo e l’uccisione di un’oca sacra, che potrebbe costargli la croce…    E’ un romanzo – incompleto, senza inizio e senza fine –  con la maggior parte  della narrazione  in prosa e con due partes  in poesia -una sulla distruzione di Troia, parodia  dell’ Aloosis Iliou  di Nerone e d uno sulla Guerra civile,  parodia di Farsalia di Lucano-  ,  realistico, un satirico e divertente specchio della  vita quotidiana  romana, che risulta  un affresco   variopinto  di caratteri  e di  contesti secondo l’angolazione di un moderato  e razionale maestro di buon senso, più liberale che severo, in senso  più ellenistico che latino.

Ora Petronio in Satyricon 56,8,  collaris ofla  ( cfr. V. Ciaffi,Satyricon Utet 1967) per indicare un particolare dono da portare via tra i tanti presentati dai ministri /servi/diakonoi del padrone di casa, mostra  un pezzetto di capicollo.

E’  Gitone che guarda  gli apophoreta  del ricco Trimalchione, dopo che ha assistito allo spettacolo di saltimbanchi-  in cui un omone tiene una scala su cui  gradini si muove  un ragazzetto che  canta, mentre sale,  delle ariette – e alla caduta  del ragazzo, tra la sorpresa generale dei convitati  ed una riflessione sulla immutabilità della sorte fatta dal borioso ospite.

Questi passa allegramente  dall’epigramma alla poesia, facendo confronti tra Cicerone e Publirio Siro,  dopo aver trattato dei mestieri più difficili (medico, bancario), disquisito  stolidamente sulla funzione degli animali che non parlano (buoi agnelli, api) per arrivare  a fare considerazioni sul mestiere di Filosofo.

Nella lotteria degli apophoreta  spiccano i nomi dei doni ( “argentum sceleratum”, ” cervical “, “serIsapia et contumelia” “Porri et persica”  “Passeres  et muscarium ” “Cenatoria et forensia”  “Canale et pedale” ,” muraena et littera” , con le specifiche spiegazioni, tecniche culinarie  e non ) pronunciati  da un  ragazzo appositamente scelto per quel compito /puer super hoc  positum officium  (Satyr.,55,7).

Ascilto, che  è uomo intemperantis licentiae,  si burla di tutto e ride  fino alle lacrime,  è redarguito con parolacce, epiteti volgari,  da un commensale alle spalle – la coena è raccontata, come anche il viaggio, da uno del gruppetto  di protagonisti – che suscita l’ira degli amici.

Costui è Ermerote, un orientale  come tanti – ben conosciuti da Petronio, un ex governatore di Bitinia,  suicida nel 66 (Tacito Annales, XVI, 18-19)- forse impiegato  per 40 anni nell’esazione dei tributi/publicanus?! e quindi letterato, scriba che si è asservito di sua volontà, preferendo essere un cittadino romano  che un tributario (malui civis romanus esse quam tributarius) in modo da vivere  così da non essere lo zimbello di nessuno.

Egli, pur essendo un parassita,  vuole  essere un uomo  tra gli uomini camminare a testa alta  senza dovere  niente a nessuno (assem aerarium nemini debeo) ,  non ricevere  citazione alcuna  e  non essere apostrofato nel foro da qualcuno con  restituisci quanto devi/redde quod debes.

Infatti  ha comprato glebulas lamellas   un pò di terra  e nutre,  avendo messo da parte qualche  denario, 20 bocche  e un cane , ha riscattato la sua donna  senza aiuto di altri e se tesso sborsando  mille denarii  ed è stato eletto gratuitamnete  Seviro, intenzionato a morire  senza arrossire  da morto ( sic moriar  tut mortuus  non erubescam. ibidem, 57,6).

Ermerote parla così  perché ha rilevato che Ascilto  è uomo tam laboriosus ma incapace di guardare dietro di sé e perché  vede nell’altro il bruscolo  ma  non vede la trave nel suo occhio (in alio peduclum vides, in te ricinum non vides ibidem ,57,7 ) convinto che tutti gli altri siano ridicoli.

Ed allora , dopo avergli mostrato di dover seguire il Maestro Agamennone, di gran lunga migliore di lui,  apostrofa  Ascilto  che porta alle dita  un certo numero di anelli  d’oro  considerati con disprezzo di bosso  in quanto erano distintivi dell’ordine equestre,  avanzando il sospetto che quelli anelli non sono suoi e quindi che  non è  iscritto tra gli equites.

Ermerote poi  apostrofa bruscamente, insultando anche Gitone   che stando in piedi alla fine,  sbotta anche lui in una  grossa risata e tra le vari offese  lo chiama  crucis ofla  (ibidem, 58,2) ed ha un incipit con anadiplosi  tu, autem  etiam tu rides, caepa cirrata / tu, pure tu ridi cipolla riccioluta  ed aggiunge : Viva i Saturnali (io saturnalia – una festa  servile simile al nostro periodo natalizio, ma equivalente al carnevale   dove si ha il rovesciamento dei ruoli tra padrone e schiavo)  siamo al mese di dicembre? / mensis december est? ed insistendo negli insulti a conclude: quando è che hai versato il tuo cinque per cento , cioè la tassa di affrancamento?/ quando vicesima numerasti?  che credi, o pendaglio da forca , carogna per i corvi! quid facias , crucis ofla , corvorum cibaria!.

Paolo  è un cittadino diverso da Ermerote , che così bolla uno che  gli ride in faccia,ma è un romano che conosce la lingua latina, anche se scrive in greco .

A mio parere  all’epoca giulio-claudia e flavia non è pensabile nemmeno un ricordo positivo  di Christos crocifisso se non in patria e in ambiente aramaico.

Paolo non può  parlare di croce sia nella forma di T che  di t, in termini di simbolo cristiano perché è equivoco il suo significato,  data la referenza di supplizio per condannati  morte,  mediante  sentenze  o  senza sentenze ad opera di militari che combattono contro partigiani  antiromani, specie aramaici filoparthici.

Ne consegue che, secondo la mia lettura del  testo paolino,  i passi circa il vangelo della Croce  non possono essere né di epoca giulio-claudia né flavia solo ma potrebbero aver rilievo in una rilettura del cristianesimo antiocheno  in altre sedi (Alessandria?)in epoca antonina,  quando c’è il trionfo della  retorica, del paradosso e della bugia…

Inno di Mameli

Basta con Benigni maitre a penser, esegeta e professore!

Basta con  Roberto Benigni professore!
Avendo scritto il 22 settembre del 2000 Il commento a L’Inno di Mameli per mio cugino, Gabriele Tondi, un italiano emigrato in Venezuela nel 1952, in cui mostravo come era avvenuto Il Risorgimento italiano  in senso liberale e non popolare,  sentendomi smentire  da Roberto Benigni, comico a me molto caro per le sue doti di attore e di humanitas, oltre che per i comuni ideali, non ho potuto non dire basta con l’equivoco  risorgimentale.
Troppa gente parla senza sapere  e guadagna  senza merito!
Ho detto basta anche con Roberto Benigni professore!

Commento de L’Inno di Mameli per Gabriele Tondi, mio cugino .
a)  Il destinatario
Gabriele, nato nel 1934,  partito a diciotto anni per il Venezuela, non conosce bene l’Inno di Mameli, anche se sa le prime righe, come tutti,  pur avendo ricevuto l’educazione linguistica e nazionalistica, ancora fascista, degli anni quaranta e cinquanta, pur avendo frequentato l’avviamento professionale ad Ascoli.
Emigrato nel 1952 come il padre (che era partito,  come muratore nel 1948  e si era domiciliato a Maracaibo)  giovanissimo si è sposato, ha avuto quattro figli -due dei quali sono tornati in Italia  (Euquerio e Lupita) dai parenti, hanno studiato a S. Benedetto del Tronto., e, ritornati in Venezuela, si sono laureati-.
Gabriele, a contatto con gli spagnoli  e con i venezuelani, ha mantenuto il suo spirito nazionalistico ed anzi ha  sviluppato un grande sentimento nazionale ed ha nell’Inno e nella bandiera i simboli della propria italianità, in relazione all’insegnamento ricevuto in famiglia, a scuola  secondo l’ideale fascista del ministro Bottai (Carta della Scuola).
L’inno nazionale, però, l’ha sempre cantato per come l’aveva imparato nel corso delle manifestazioni scolastiche, ma non l’ha mai ben capito.
Ora, tornato per un breve periodo in Italia dopo 48 anni e constatando la mancanza assoluta di patriottismo in tutto il Piceno e in Italia non capisce neppure cosa sia avvenuto nel corso di quasi cinquanta anni e si meraviglia di tutto.
Vedendo la trasformazione di Folignano (divenuto  da paesetto quasi una cittadina) di Ascoli, di S.Benedetto del Tronto, vedendo la ricchezza e il benessere dovunque, notando l’ assoluta libertà dei giovani,  rivedendo i suoi antichi amici del tutto americanizzati, si meraviglia e rimane sconcertato: li aveva lasciati semianalfabeti, agricoltori, morti di fame ed ora li ritrova di cultura industriale ed anglosassonizzati che parlano di tutto con competenza e sembrano parlamentari, tutti politici, tutti sportivi, tutti uomini di bar, critici, delusi e scontenti, però,  nonostante le belle case  ed auto, e  il tenore alto di vita.
Gabriele si sente quasi straniero in patria: tutti sono cambiati,  solo lui, emigrante, è rimasto come prima.
Assistendo ad una partita della Nazionale in Tv  pochi cantano l’inno e quelli che cantano lo cantano per scherzo, lui,invece, lo canta ancora con la stessa enfasi dei primi anni cinquanta, crede nella sua italianità e nei valori italiani.
Comunque al di là della sua delusione verso i suoi compagni di un tempo,  sente il bisogno di capire l’inno  per una sua esigenza personale come  riaggancio e ritorno  al suo mondo natio e come volontà di affermare la propria italianità nel contesto venezuelano, convinto della grandezza dell’Italia e della sua funzione tra  le principali potenze mondiali: ha seguito le varie fasi dell’affermazione dell’Italia con orgoglio, dall’estero: il boom industriale, l’ascesa economica tra le nazioni più industrializzate del mondo,  la sua vittoria mondiale dell’82; gli è sfuggito il fenomeno delle Brigate Rosse, di Tangentopoli, avendo seguito l’ideale nazionalistico.
Perciò, venuto a trovarmi, durante una sua visita in Italia, mi ha pregato di spiegargli l’Inno nazionale  in modo da confrontarsi con gli amici spagnoli e venezuelani, che tante volte gli avevano chiesto precise spiegazioni testuali.
Non ho potuto non fargli questo piacere, dato il suo ingenuo nazionalismo, il suo ancora  acceso campanilismo, e gli ho promesso di mettere per scritto il commento dell’inno, deridendo amichevolmente  la sua  paesanità e scherzando, da insegnante, sul mio  europeismo e cosmopolitismo.
A dire il vero il suo modo ingenuo di parlare un italiano dialettale, tipico degli anni postbellici con tutto il sistema di valori cattolico patriottico fascista mi colpisce e mi fa riflettere sul nostro cammino di americanizzati e anglosassonizzati nel lungo periodo di guerra fredda, in cui noi italiani ci siamo schierati in opposti fronti,  tra uomini di  mentalità comunista e altri di  mentalità democratica cristiana,  come se ci fossimo dimenticati della nostra italianità e facessimo il tifo  nella sfida tra gli americani e i sovietici.
E neppure dopo la fine del comunismo, dopo la caduta del muro di Berlino, siamo stati in grado di recuperare la nostra identità nazionale ma ci siamo  barricati dietro le due ideologie e sistemi politici,  piangendoci addosso, lamentandoci, mentre il craxismo e il berlusconismo andavano già imponendo i loro regimi comportamentali, nel naufragio del pensiero cristiano- cattolico e nella crisi decadente dei valori morali.(cfr A Filipponi, L’altra lingua l’altra storia, Demian 1995).
A Gabriele, perciò, faccio notare quanto noi italiani siamo cambiati, anche se appariamo una nazione tra le più potenti in senso economico  e gli rivelo che la nuova generazione  non ha più niente( o quasi)  di nazionale e che, tramontato il sistema agricolo, l’  industrializzazione e la  computerizzazione hanno reso i nostri figli  estranei alla cultura italiana.
Infatti i giovani, pur laureati, parlano una lingua vuota, priva di reali contenuti , senza referenze, e non hanno più niente della nostra italianità. Le nostre parole sono  ancora autentiche, quelle loro sono senza significato reale: non è solo uno scontro generazionale ma scontro di due culture (quella agricola e quella industriale) una collegata ancora  al sostentamento dignitoso, l’altra tesa  al business.
Inoltre dopo il sessantotto, caduta l’auctoritas paterna, si è costituita una classe politica arrogante, maneggiona senza scrupoli  e senza  i valori tradizionali, tesa solo al successo e al guadagno, che ha privilegiato chi non lavora  a chi lavora,  mescolandosi con i sistemi mafiosi e malavitosi in genere, specie dopo la fine del comunismo e della democrazia stessa.
Si è passati da uno scandalo ad un altro,  in cui la politica  non ha svolto più la sua funzione  di realizzare i sogni del popolo, ma ha solo potenziato le lobby che finanziano i partiti, in un accordo con i sindacati, decaduti e sviliti ad assistenza agli stranieri, quasi come la Caritas.
Di conseguenza non si deve meravigliare se  non è compreso perché nessun anziano  è compreso: è in atto un fenomeno di  analfabetismo di ritorno  per cui è azzerata la cultura nazionale e i nostri figli sembrano capire. ma non capiscono  e neppure  sentono quanto noi vecchi diciamo, né ci vedono nelle nostre azioni, avendo perduto le abilità fondamentali di base (leggere scrivere, computare, ascoltare, vedere ecc) : la tv  li ha formati più della scuola,  senza dare alcun valore se non quello della forma e del denaro.
Ed aggiungo che i nostri figli si sentono figli di industriali e non conoscono affatto la storia del Risorgimento, neppure la storia degli italiani emigrati nel mondo (in Argentina e Brasile, Stati Uniti ed altrove) e tanto meno sanno dello stato di miseria endemica dell’Italia postbellica.( Cfr. Analfabetismo di Ritorno, intervista  di Mario Gorini).
Gabriele mi guarda stupito e  dice di aver intuito qualcosa al ritorno dei suoi figli in Venezuela:  avevano un comportamento e un modo di ragionare molto diverso da quello del suo tempo e lui ed Edith, sua moglie,  hanno penato molto ad  integrarli  in famiglia con gli altri figli.

b)  Equivoco del  Testo
Davanti al Testo di Mameli , io, linguista, che ho fatto migliaia di lavori sulla denotazione testuale, resto sorpreso ed incerto, non trovo le parole giuste  per la denotazione, per fare un pur semplice lavoro di decodificazione: mi è difficile  appaiare il  codice  dello scrittore ottocentesco, aulico, classico, romantico, con quello volgare e quotidiano  di un uomo di cultura  medio-bassa novecentesca, emigrato negli anni cinquanta in Venezuela, in un contesto latino-americano, di lingua e cultura castigliana ormai, attardato,  condizionato da plurime culture di migranti, comprese quelle autoctone semiselvagge.
I due codici sono troppo differenti e rimandano a due diverse culture.
Il messaggio del Mameli risulta equivoco se letto con la logica di oggi, senza una ricostruzione della situazione storica in cui l’autore ha semantizzato.
Viste le oggettive difficoltà di lettura e di interpretazione ho cercato di spiegare facendo una parafrasi elementare, nel modo più semplice possibile, dando indicazioni storiche senza soffermarmi né sul lessico né sulla metrica, né sulla rima,  senza  operare quindi  sul livello fonico-ritmico  e su quello retorico, trascurando il piano dell’espressione e la struttura morfo-sintattica,  andando contro la mia stessa natura di linguista (cfr Leggiamo insieme Ungaretti)  e procedendo solo sul piano dei contenuti.
Ho cercato di rendere nel modo migliore il messaggio di Goffredo Mameli, mettendo opportune note e spiegando alcuni termini tecnici.
Certo il testo è un tipico esempio della nostra cultura astratta ed ideologica, propria di un’ aristocrazia e di una borghesia alta, destinate a fare il Risorgimento.
Il linguaggio è  proprio  di un giovane studente, di formazione culturale romantica, nutrito da fonti foscoliane e manzoniane,   mazziniano,  con  grandi aneliti  libertari di indipendenza  che, comunque,  ha una sua coscienza non di Unità Italiana, ma solo di una federazione repubblicana  in cui viene compresa solo l’Italia del nord e parte dell’Italia centrale  (il Regno di Sardegna, il Granducato di Toscana  ed Italia centrale papalina,  oltre alle regioni sottoposte all’Austria, cioè Lombardia e  le tre  Venezie).
Neanche lontanamente si pensa ad uno stato unitario monarchico  che possa comprendere lo stato borbonico, legittima nazione di statuto internazionale con una propria lingua; si ha solo un cenno geografico alla Sicilia ed uno storico ai Vespri siciliani, come possibilità di una rivendicazione su basi sabaude come risarcimento dello scambio Sardegna-Sicilia (Trattato di Londra del 1720, che annullava quello di Utrecht del 1714)
Tutto  il canto è una poesia che  vibra di un patriottismo liberale repubblicano secondo il pensiero mazziniano, attraversato da linee  giobertiane.
Quindi nell’inno non ci sono cenni di un Risorgimento in senso sabaudo monarchico ed unitario, per come fu realizzato, grazie all’impresa Garibaldina che completò il progetto di Cavour (13 anni dopo),  ma solo la coscienza  di uno  svegliarsi  dell’Italia dal torpore secolare -come  è in tutti gli scrittori maggiori, Ugo Foscolo (  Alcuni sonetti e I sepolcri), Alessandro Manzoni  ( Marzo 1821, Coro del Conte di Carmagnola Adelchi I e II coro ) – e la volontà di dare la vita per la patria (All’Italia di Giacomo Leopardi), in un  ideale libertario  comune a quello greco e polacco: non per nulla Santorre di Santa Rosa ed altri, inglesi (lord Byron), combatterono e morirono  per i Greci, e giovani nobili patrioti polacchi per l’Italia (Chrzanowski).
L’idealismo romantico mazziniano prevale nell’inno del 1847  e non ci sono neppure echi del rimprovero di Vincenzo Cuoco ai patrioti napoletani nella Rivoluzione partenopea del 1799 : il popolo, operaio e contadino, il quarto stato, ignorante si muove solo  per fame  e non lo si attira  con la storia!
Il popolo così inteso è assente, non è utilizzabile a fini risorgimentali.
A dire il vero neanche oggi questo  è compreso: il popolo  deve essere educato  alla lingua  e alla storia (non con citazioni estrapolate dai contesti) ed è dovere di chi sa, valorizzare il patrimonio linguistico e riscrivere la storia  in modo da formare effettivamente un nuovo cittadino che sia in grado di votare  perché conosce il suo passato ed ha desiderio di dare possibilità di un futuro migliore per i propri figli.
Tenuto conto di questo, ho messo 18 note ai termini che richiedono spiegazioni perché equivoci o   perché non comprensibili  ed ho fatto la parafrasi, quasi una traduzione fedele del testo, dopo aver dato qualche notizia sull’autore  e sulla stesura dell’inno, in un ambiente  “sardo”.

c)Note biografiche
Gotifredo (per sincope Goffredo) Mameli, nato a Genova il 6 settembre 1827, figlio di Giorgio, comandante di una squadra navale a Genova ( che allora faceva parte del Regno di Sardegna, di cui il nonno,Giovanni Giorgio di origine sarda, era stato ammiraglio e parlamentare a Torino) e di Adelaide Zoagli (figlia del marchese genovese Niccolò e di Angela Lomellini, anche lei marchesa).
Goffredo aveva fatto le Scuole Pie (un istituto religioso, maschile)  a Genova  e si era segnalato come scrittore di poesie (Il giovane crociato, L’ultimo canto, Le vergine e l’amante) e poi divenuto docente, una specie di maestro, aveva insegnato a Carcare in provincia di Savona.
A venti anni aveva scritto il canto degli italiani, musicato dal compaesano Michele Novaro che era un tenore e buon musicista.
Questi l’aveva musicato in casa di Lorenzo Valerio, un giornalista piemontese  che, in seguito, sarebbe diventato  Regio Commissario Straordinario  per Le Marche, dopo la battaglia di Castelfidardo (12 Settembre 1860-18 gennaio 1861).
Il giovane Goffredo si era segnalato  nell’esposizione del tricolore nel 1846  per la cacciata degli austriaci e poi per l’ organizzazione di una spedizione genovese in soccorso di Nino Bixio  nel periodo delle 5 giornate di  Milano.
Giuseppe Garibaldi in quell’occasione lo arruolò col grado di capitano.
Anche  Giuseppe Verdi lo contattò per un altro inno, da lui scritto, Inno Militare, che fu da lui musicato: più tardi nel 1862  il celebre musicista volle far suonare, insieme con la marsigliese, l’inno di Mameli-Novaro, imponendolo come inno nazionale.
Il giovane fu un attivista  liberale di grande rilievo sia  a Roma  nel corso della proclamazione della Repubblica Romana  del 9 febbraio 1849,  guidata dai triumviri Saffi,  Armellini e  Mazzini, sia a   Firenze, dove si progettava una formazione di uno stato costituito da parti dello Stato pontificio e dal Granducato di Toscana.
Era a Roma quando sopragiunsero le truppe francesi in aiuto di Pio IX, e lì Goffredo morì il 6 luglio del 1849 all’ospizio della Trinità dei Pellegrini per infezione  alla ferita riportata in combattimento per la Repubblica romana – a dire il vero  il Mameli, iniziata una lite,   si scontrò con un commilitone, e  si ferì con la  sciabola e a causa di quella ferita,  andata in cancrena  morì e fu sepolto al Verano.

d) Parafrasi
Fratelli d’Italia, l’Italia si è svegliata, dopo un sonno  di secoli  e si è cinta dell’elmo di Scipione ( cioè ha ripreso il militarismo dell’impero romano di cui Cornelio Scipione è l’esempio più illustre in quanto annientò a Zama Annibale nel 202 a.C.).
Dov’è la vittoria? (cioè dov’è Nike- la vittoria? E’ Scomparsa? .) No.  L’Italia porga la chioma(la testa) a lei (vittoria), Dio ha fatto la vittoria schiava di Roma, potenza militare invitta ed ora incorona la Nuova Italia, ridestatasi dal secolare sonno.
Stringiamoci (cioè ) riduciamo ogni spazio  e colleghiamoci l’un l’altro in funzione reciproca protettiva,incitandoci a vicenda,  formando una coorte (cioé  una schiera di 1000 uomini, con una precisa funzione militare) perché siamo stati chiamati come soldati dall’Italia Nuova, figlia di Roma invitta.
Questo è il ritornello del Canto  che si ripete anche nelle altre quattro strofe e  si ricollega al complemento di vocazione iniziale,  ed è in 1 persona plurale, con soggetto emotivo, noi, in opposizione alla terza persona, referenziale.
E’ la strofa più  nota,  suonata e cantata  nelle manifestazioni pubbliche.
II strofa :
noi siamo stati calpestati e derisi per secoli perché non  siamo un popolo e perché siamo divisi.  Ci congiungano una sola  bandiera e speranza; è già suonata l’ora di fonderci insieme.
Stringiamoci a coorte;  siamo pronti alla morte; l’Italia chiamò.
III Strofa
Uniamoci ed amiamoci: l’unione e l’amore rivelano ai popoli le vie del signore e  giuriamo davanti a Dio di far libero il suolo natio.
Stringiamoci a coorte; siamo pronti alla morte; l’Italia chiamò.
IV  strofe
In ogni parte d’Italia( geograficamente circoscritta dalle Alpi e dalla Sicilia) ogni paese è Legnano ( cioè  un paese che, per antonomasia rievoca  l’ episodio della cacciata dello straniero invasore, l’Austria,  che dominava nel Lombardo-Veneto)   ed ogni uomo è  un  nobile, che  ha il coraggio e la forza di braccia  di Ferruccio Ferrucci, simbolo dell’eroismo fiorentino   e perfino i bambini sono Balilla, cioè ragazzi che  tirano pietre per difendere i propri diritti e le stesse  campane di ogni località italiana  suonano i” vespri” come  chiamata alla insurrezione (Il riferimento ai vespri siciliani fa pensare ad un tentativo di staccare la Sicilia dal giogo borbonico e di agganciarla all’Italia settentrionale, tramite casa Sabauda, che l’aveva avuta precedentemente, ma è solo un elemento formale)
Stringiamoci a coorte, siamo pronti alla morte l’Italia chiamò
V strofa
Le spade mercenarie (vendute) sono giunchi flessibili e quindi deboli: L’aquila simbolo dell’Austria asburgica ha perso  le  penne (parti del suo territorio): essa bevve il sangue italiano e con i russi quello polacco, ma si intossicò, avvelenandosi
Stringiamoci a coorte,siamo pronti alla morte, l’Italia chiamò…

e) Il testo e le note
Fratelli d’Italia 1
L’Italia s’è desta,
dell’elmo di Scipio2 .
s’è cinta la testa
Dov’è la vittoria?3
Le porga la chioma4
ché schiava di Roma
dio la creò
Stringiamoci a coorte5
siam pronti alla morte
’l’Italia chiamò

Noi siam da secoli,
calpesti6, derisi
perché non siam Popolo,7
eperché siam divisi:
raccolgaci un’unica
bandiera, una speme8:
di fonderci insieme
già l’ora suonò.
Stringiamoci a coorte
siam pronti alla morte
l’Italia chiamò.

Uniamoci, amiamoci9
l’unione e  l’amore
rivelano ai popoli
le vie del Signore10
giuriamo far libero
il suolo natio:
uniti per Dio11
chi vincer ci può?
Stringiamoci a coorte
siam pronti alla morte
L’Italia chiamò
Dall’Alpi a Sicilia 12
ovunque è Legnano13
ogn’uom di Ferruccio14
ha  il core, ha la man
i bimbi d’Italia
si chiamano Balilla15
il suono di ogni squilla
i vespri16 suonò .
Stringiamoci a coorte
siamo pronti alla morte
l’Italia chiamò
Son giunchi che piegano
le spade vendute:
ah l’aquila d’Austria
le penne ha perdute;
il sangue d’Italia 17
bevé, col Cosacco18
il sangue Polacco:
ma il cor le bruciò.
Stringiamoci a coorte
siam pronti alla morte
l’Italia chiamò

note
1Il poeta usa fratelli perché i liberali, borghesi e nobili, sono figli di Dio – che  ha dato loro in comune  lo stesso territorio, la stessa storia e cultura, fede-  sono pochi uomini che costituiscono circa il 4% di ogni provincia  delle regioni di Piemonte, Liguria, Sardegna,  Valle d’Aosta, Lombardia  e delle Tre Venezie, della Toscana, dell’Emilia e della Romagna, dell’Umbria, delle Marche e  del Lazio-?- , sanno leggere e scrivere e pagano le tasse, avendo proprietà ed in comune hanno volontà di formare uno stato repubblicano costituzionale e lottano contro il potere assoluto.
2 P.Cornelio Scipione, simbolo del militarismo romano repubblicano, è il vincitore di Annibale a Zama nel 202a.c.
3 Nike(vittoria)Ottaviano Augusto il 28 agosto del 29 a.C. fece stanziare nella nuova Curia Giulia  un altare ed una statua dedicata a Nike, dorata dea alata  la cui testa era cinta di una corona di alloro- sottratta dai romani ai tarantini  durante le guerre contro Pirro nel 272 a.C. Eliogabalo imperatore romano dal 217 al 222 d.C. fece porre la sua immagine sull’altare ed impose ai senatori di fare sacrifici, offrendo incenso e vino alla Vittoria. Poi con Costantino il cristianesimo divenne religio licita e ci furono controversie tra pagani e cristiani, per cui sotto Costanzo II (337-361)  poiché c’erano stati contrasti tra cristiani e pagani, l’altare e la statua furono rimosse, ma poi rimesse allo stesso posto sotto Giuliano L’apostata (361-3). Statua e altare furono di nuovo tolti sotto Graziano (375-83) e poi definitivamente sotto Teodosio (380-395). Questi  aveva fatto decreti contro i pagani, dopo l’eccidio di Tessalonica, ed era stato abilmente manovrato da Ambrogio vescovo di Milano  per cui furono soppressi i culti pagani e il sommo sacerdozio: contro tale manovra  Aurelio Simmaco praefectus Urbi nel 384, opponendosi ai senatori cristiani, che volevano l’abolizione anche della Nike, scrisse la Relatio tertia in repetenda ara a Valentiniano II (imperatore di Occidente ) e a Teodosio e ad Arcadio (imperatori di Oriente) in cui chiedeva la restaurazione dell’altare  e della statua, ricordando l’utilità della Nike nell’episodio di Annibale alla porte di Roma ed invitandolo alla tolleranza, nel rispetto della diversità di culti. L’imperatore Teodosio rispose solo dopo la vittoria alla battaglia del Frigido contro l’usurpatore Eugenio,  sobillato dal vescovo milanese (che precedentemente aveva inviato due lettere al collega occidentale )  ed intimò di togliere definitivamente La Vittoria nel 394. Un’altra richiesta di Aurelio Simmaco nel 402 ad Onorio e ad Arcadio fu respinta con derisione e nel febbraio di quell’anno ara e statua  furono distrutte e da quel momento gli eredi di Teodosio nel loro rigido integralismo religioso portarono il labaro cruciforme.
4 L’Italia porga la chioma ( metonimia per la testa)  alla vittoria perché Dio creò lei serva di Roma, invincibile.
5 Coorte è la decima parte della legione romana (6.000 Circa) costituita da mille uomini – solo la I di 1000 e le altre di 500 – . Perciò si invita ad essere compatti ed uniti come legionari (il termine vale anche siepe, argine,  recinto e sottende idea di reciproca esortazione al combattimento
6 Calpestati
7 Nelll’ottocento il termine popolo ha un preciso significato che deve essere compreso, altrimenti non si può capire l’inno. Popolo  vale borghesia ed  ingloba anche nobiltà e clero in quanto la classe borghese si è impegnata a contribuire a formare lo stato costituzionale insieme alle due classi  dominanti, in opposizione allo stato assoluto: senza l’aiuto della borghesia non è possibile passare dallo stato assoluto a quello costituzionale Cfr Marzo 1821 del Manzoni che ribadisce  il valore di popolo come nazione (una di arme, di lingua, d’altare / di memoria, di sangue e di cor)  Il poeta vuole dire che i patrioti non formano un popolo unitario in quanto fanno parte di vari stati.
8 Speranza
9 Sono espressioni tipiche di un giovane appartenente alla Giovane Italia
10 Dio e popolo sono i capisaldi della dottrina popolare ottocentesca romantica:Dio segue il destino di  ogni individuo e fa la storia, secondo un disegno provvidenziale
11 E’ un francesismo, comune in Liguria e a Genova, vale par Dieu  tramite Dio,  col favore di Dio
12 L’ideale romantico italiano, impossibile ai tempi di Mameli era quello di un’Italia geografica dalle Alpi alla Sicilia , ma quello reale, solo ipotizzabile fino al Tronto (anche se c’era l’ostacolo del Potere temporale dello stato Pontificio, che doveva e poteva  essere limitato al solo Lazio e Roma).Non veniva neanche pensata nel 1847 la fine dello stato Borbonico.
13 Legnano  è un paese della Lombardia dove la Lega lombarda col Carroccio,  con Alberto da Giussano e con la Compagnia della Morte sconfisse nel 1176 Federico Barbarossa: qui si intende che ogni paese italiano è un campo di battaglia vittorioso.
14. Francesco Ferruccio morì difendendo la Repubblica fiorentina a Gavinana nel 1530:qui è un simbolo di eroismo e di patriottismo
15 Balilla fu un ragazzo genovese che iniziò una sommossa contro gli austriaci del 1746: qui il poeta vuole dire che ogni ragazzo può  diventare eroe
16 I vespri sono  canti che i preti  recitano verso il crespuscolo: sono famosi quelli siciliani perché durante questa celebrazione   ci fu la ribellione, scoppiata a Palermo, contro gli Angioini nel 1282: qui si intende che ogni campana d’Italia può diventare segnale di rivolta.
17L’Austria e la Russia ,che hanno bevuto il sangue dei patrioti  italiani e  quello dei polacchi, ora ne  sono  consumate in quanto intimamente bruciate. quasi avvelenate
18  Il Russo

f) Roberto Benigni

La lectio magistralis di Roberto Benigni, attore da  tutti noi stimato ed amato, è stata povera cosa, nonostante il clamore,  la propaganda, le aspettative di Morandi al Festival.
Da istrione è entrato su un cavallo bianco, ha detto e non detto qualcosa contro il cavaliere  Berlusconi e contro Umberto Bossi, trattenuto probabilmente  dalla presenza di uomini del governo e da dirigenti della Rai.
Ha commentato l’inno ed ha chiuso cantandolo in modo patetico, in toni bassi.
Dopo tergiversazioni e dopo varie battute ha iniziato l’esegesi dell’Inno di Mameli.
Che esegesi!? può fare esegesi uno che dice Divìde et impera?
Benigni è un esegeta (uno studioso, un filologo, un letterato) o  è un attore premiato con L’Oscar per La vita è Bella?
E’un attore, ottimo.
Bene: faccia l’attore: può recitare parti, a prezzi anche più alti. Mi va benissimo ed affari suoi. Non vada però in Tv, al festival di S. Remo, dove si cantano Canzoni a commentare L’inno di Mameli specie perché c’è la ricorrenza del Centocinquantenario: lui è dilettante, non ha la professionalità storica né il tempo per una lezione, neppure se solo letteraria e culturale.
Lo può leggere l’Inno  ed avrà applausi e lodi incondizionate da tutti.
Mah! le ha avute col commento, diranno moltissimi, ed ha avuto anche il riconoscimento di Giorgio Napolitano, che ha considerato il commento degno di essere nelle biblioteche scolastiche per il pathos

Per me  proprio questo  è il segno tangibile che noi italiani siamo bambini di nove-dieci anni, operativi concreti e non ancora astratto- formali; ancora  confusi, non educati alla storia: non ancora ben orientati , ma solo canne al vento, vuote;  non ancora nemmeno avviati ad una  elementare analisi e quindi incapaci di arrivare a pertinenze conclusive e  del tutto privi di  abilità di valutazione e di  capacità di giudizio.
Benigni ha fatto il commento dell’Inno secondo gli schemi dei libri di storia dell’epoca fascista, in voga in Italia fino agli anni sessanta: E’ tutto!
Basta leggere un qualsiasi libro di storia delle  Elementari, del Ginnasio, delle Medie e dell’Avviamento  degli anni ‘46-60, per capire la lezione magistrale del grande comico, pagato dalla Rai 500.000 Euro.
Conosco alcuni vecchi maestri, quasi novantenni, capaci di  creare maggiore entusiasmo ed instillare un maggior patriottismo di Benigni.
Ci sono migliaia di professori di Scuola media che hanno seguitato a fare  scuola anche dopo La Scuola  media unificata sul Risorgimento in questo modo, tenendo presente tutti gli episodi marcati nell’Inno di Mameli.
Un cambio è avvenuto nei testi dopo il fenomeno del ‘68 e dopo l’avvento delle Brigate Rosse, quando la scuola si è allineata in senso socialista-comunista, in una propaganda della Resitenza ed ha  impostato la storia  secondo linee progressive economiche in senso liberista, libertario  europeo e cosmopolita, senza  conservare l’impostazione  familiare regionale nazionalistica e senza dare valori di autenticità personali ed italiani.
Benigni,  dunque, ha galoppato sulle vicende storiche, senza comprendere l’idiozia del suo stesso discorso, basato sul popolo inteso secondo le idee di oggi, senza porsi il problema del linguaggio: non ha  cultura per poter comprendere il valore di popolo nell’Ottocento e non ha la formazione necessaria letteraria per leggere  una poesia patriottica, né storica per comprendere il contesto in cui nacque quell’inno e si  fece  quella determinata semantizzazione.
Le sue note storiche, perciò, non hanno fatto effetto e sono state  banali considerazioni, imparate più o meno a memoria e di nessuna utilità ai fini formativi, poiché  il comico non ha coscienza del fenomeno elitario, giovanile del nostro Risorgimento.
Insomma si è accostato superficialmente ad un Inno di  scarso valore letterario e culturale e musicale,  lo ha ancora di più banalizzato e reso più povero di contenuti astratti, facendo ai 20 milioni di Italiani una lezione Risorgimentale falsa ed equivoca, seppure entusiastica.
Benigni non ha fatto un servizio alla Rai né alla scuola: ha solo ripetuto  con la  mimica di una maschera, a noi tutti cara,  quello che  molti anziani sanno perché l’hanno appreso entusiasticamente sui banchi delle elementari come mio cugino Gabriele.
Infatti ha ripetuto quello che i maestri del secondo postguerra dicevano del Risorgimento, in linea con quanto già  imposto da  Mussolini che metteva insieme liberalismo e fascismo  cancellando le contestazioni di Pirandello ( I vecchi e i Giovani) di De Roberto (I viceré) e le critiche di quanti vedevano tradito il Risorgimento. Il popolo italiano era analfabeta: neanche il 10% sapeva leggere e scrivere  e tra questi pochi erano diplomati e rarissimi i laureati: nonostante l’impegno dello Stato Unitario nei primi cinquanta anni, la situazione non cambiò: eppure ci furono le leggi Casati (13 novembre 1859),  Coppino (15 luglio1877), Orlando( 8 luglio1904), che non modificarono affatto la situazione, se il ministro Nitti lamentò l’assenza di un milione e ottocento mila bambini nelle scuole  su 4.500.000  aventi diritto. La legge Credaro (4 giugno 1911)  cercò una soluzione  sollevando i comuni dalle spese  scolastiche e statalizzando la scuola, ma solo con la legge Gentile (31 Dicembre 1923 )la scuola ebbe un  quasi  regolare andamento  in linea con le scuole dei paesi più aggiornati europei e poi con Bottai  aveva trovato nella Carta della Scuola  del ‘39 la sua più felice esplicazione in senso elitario.
Benigni  che non  conosce certamente  la relazione del ministro al Duce – il fine della presente riforma è quello di trasformare la scuola  che è stata finora possesso di una società borghese in scuola del popolo fascista e dello stato fascista : del popolo che possa frequentarla; dello stato che possa servirsene per i suoi quadri e per  i suoi fini – ) ha fatto l’esegesi  secondo quegli stessi orientamenti, lui ex comunista, entrato con un cavallo bianco con bandiera e con due stallieri rosso vestiti garibaldini-comunisti per ridicolizzare (giustamente)  il Cavaliere per eccellenza:  non c’è per caso  in aria una riconversione con orientamento verso valori fascisti, dopo l’esaltazione partigiana e dopo la scoperta degli eccidi da parte della destra e della sinistra, corrèe?
A Benigni sfugge il Risorgimento nella sua equivoca natura  e nella sua conclusione, diversissima da quella auspicata, liberale repubblicana, per cui la migliore gioventù italiana, illusa e delusa morì.
L’Italia, all’atto di scrittura  dell’Inno di Mameli, doveva essere Repubblicana  ma poi  divenne uno stato monarchico costituzionale  a seguito di un’invenzione politica  di Camillo Cavour, ministro del Regno Sabaudo  e dell’impresa di  Giuseppe Garibaldi, un nizzardo, suddito del Regno di Sardegna.
Si fece il Risorgimento grazie a Cavour, che aveva fatto diventare  problema europeo  il fenomeno della  tragica situazione italiana e che aveva attirato Napoleone III (compensandolo) ad una lega antiaustriaca, la quale  produsse una guerra che diede solo la Lombardia, ma che innescò, dopo il ritiro dei  francesi, un processo di insurrezioni tali nel centro Italia per cui col sistema delle annessioni, grazie ai plebisciti (ai voti dei soli liberali), si raggiunsero i confini del Tronto.
Grazie al tradimento di Garibaldi, repubblicano, pur tentato da Mazzini e da Cattaneo,  che cedette Il Regno di Napoli al Re Sabuado,  a Teano, si costituì lo Stato Unitario in modo molto diverso da come era stato sognato.
L’Italia centrale, popolare, analfabeta, miserrima, fedele al Papa fu francesizzata e piemontesizzata  a forza; L’Italia meridionale  subì un’altra invasione e rimase tale e quale era prima di  fare parte del regno: era cambiato solo il vertice; alla casa  borbonica si era sostituita la casa sabauda,  a Franceschiello II  subentrò Vittorio Emanuele II(Cfr Il Gattopardo di Tommasi di Lampedusa).
Non si può celebrare degnamente il nostro Risorgimento,  che è stato del tutto cancellato con la fine della monarchia  sabauda e con la costituzione di uno stato Repubblicano, se prima non lo studiamo bene e se non cerchiamo di capirlo realmente: non è stato  davvero un Risorgimento popolare  quello ottocentesco, se è mancato il popolo; forse  c’è stato un altro  Risorgimento , abbastanza popolare,  quello avvenuto nel secondo dopoguerra, dopo una guerra civile,  seppure tutto da rileggere e da riscoprire in modo sereno, senza distinzione tra vincitori cobelligeranti filoamericani e  repubblichini vinti, sconfitti dalla storia.
Il primo Risorgimento, che è stato fatto da un corpuscolo di patrioti  non ha unificato nessuno, anzi ha lasciato ancora tracce di secessione  e di lotte; il secondo, se ben ricostruito, potrebbe forse formare un popolo e dare possibilità effettive di collocazione in Europa e nel Mondo.
Bisogna formare le nuove generazioni italiane con la lingua italiana e con un nuovo sentimento storico,  nato da questo centocinquantenario, che deve  svolgere una funzione di reale revisione non di mera celebrazione: non ci deve essere celebrazione senza conoscenza effettiva della storia: non si possono tradire i nostri morti ma da loro e dai loro errori deve venire una lezione di unità, di solidarietà e di amore nazionale.
Giorgio Napolitano, sulla scia di Azeglio Ciampi, che è stato il primo a riportare un certo senso di Italianità, invitando a cantare L’inno Nazionale, a dare rilievo alla bandiera, a rileggere la storia (L’eccidio della divisione Acqui a Cefalonia  ecc) ha  ben  detto recentemente, anche se in termini linguistici antiquati,  in un tentativo forse di mettere insieme le tante contraddizioni della nostra storia (liberale, fascista  socialista, comunista democristiana, craxiana e berlusconiana): celebriamo degnamente il nostro centocinquantenario senza idoleggiare il retaggio (e-remitaggio-aferesi di e  e sincope di mi ) e senza idealizzare il presente.Dunque accettiamo La  Bandiera  e L’ Inno di Mameli,  dovendo celebrare questo Risorgimento ottocentesco, mostrando almeno che l’Inno, che ci ha accompagnato nel bene  nel male nella nostra storia, ha avuto una qualche forza di coesione Inoltre, seppure esso  non sia espressione vera della nostra unità (neppure oggi raggiunta), almeno capiamo che  l’Italia ha una sua forma repubblicana unitaria, basata sul lavoro, a cominciare dalla  fine della II guerra mondiale e che dobbiamo avere davvero una lingua comune con referenze concrete condivise realmente.
Non c’è stata nessuna volontà popolare, dunque,  di essere italiani unitari ma solo una volontà liberale e mazziniana  repubblicana che, sfruttata da Cavour  abilmente, ha dato la possibilità a Casa Savoia di unificare la nazione geograficamente in senso monarchico , grazie anche all’avventura meridionale di Garibaldi.
Restino  pure, come segno  di tutte le contraddizioni  italiane, la bandiera  e l’Inno di Mameli, come ricordo della pazzia retorica  Risorgimentale di giovani che, comunque, si immolarono per un sogno  di Libertà e come coscienza della necessarietà di una Nuova Italia unitaria, per avere valore,  identità e tipicità in Europa e dare così maggior significato  all’Europa nel Mondo,  data la peculiarità del nostro nazionalismo,  connesso con la Romanitas (e col papato romano).

Monotelismo e la conquista araba di Alessandria

Massimo il confessore e la rifondazione dottrinale del primato di Pietro

Mentre i bizantini discutono sulla volontà (thelema) di Gesù, Christos, e a Costantinopoli il Patriarca  è in grave conflitto religioso con i monofisiti di Siria e di Egitto, Omr Ibn al-As  per ordine del Califfo, guida le sue truppe su Alessandria e la prende l’8 novembre del 641 d.c., favorito- sembra- dal patriarca monotelita Ciro di Fasis (Colchide)…

Con l’Islamizzazione dell’Egitto finisce l’epoca cristiana di Alessandria, -resta un piccola comunità copta- che  è stata  per oltre sei secoli il faro del cristianesimo universale…

Con  la fine della metropoli cristiana, il più grande patriarcato della cristianità cessa la sua attività ed inizia un altro ciclo,  quello arabo, divenendo un centro prestigioso di cultura islamica internazionale, dopo un periodo breve di oscuramento, a causa della belligeranza in corso con l’area cristiana  bizantina…

Alla  drammatica fine, quindi, del patriarcato Cristiano cattolico di Alessandria, in Occidente  accade che si rafforza e si  potenzia il centro cristiano di Roma, ora libero da  pericolose interferenze, anche se è ancora condizionato dal patriarcato costantinopolitano e dalla corte bizantina che,  inviando a Ravenna un esarca fino al 751 d.C, guida la politica dei territori  d’oltremare.

A Roma  è iniziata la vera e propria conquista del primato occidentale  del papato romano- dopo che Recaredo,  da ariano  è diventato catholikos, – anche se la nomina stessa è subordinata al riconoscimento dell’esarca di Ravenna che ha la ratifica dalla corte imperiale bizantina

Quando, però,  sotto il regno di Chindasvindo,(642-53), cominciano le razzie islamiche in Spagna  sotto Othman (644 – 656),  con  delle scorrerie di navi pirate lungo le coste dell’Andalusia, si irrigidisce il credo cattolico romano, che si oppone a quello bizantino, proclamando, prima ancora del concilio ecumenico Trullano, una doppia volontà in Christos, entrando in conflitto con l’esarca e con la corte bizantina.

Il territorio (khora) di Roma e quello dell’ esarcato di Ravenna,  sono  bizantini, stretti ormai tra i ducati longobardici  e sono in cerca di pretesti  per avere  privilegi o per cercare forme di indipendenza e di autonomia…

L’autonomia del pontificato romano, nuova,  si consolida dopo la deportazione, l’esilio e morte del pontefice Martino e di Massimo il confessore, in un avvicinamento politico ai longobardi, già iniziato con Rotari- che asseconda Gundeperga, sua moglie cattolica, avversa ai bizantini dell’esarcato –   continuato con Ariperto,  il sovrano cattolico della dinastia bavarese…

A me sembra chiaro che la chiesa romana abbia un suo nuovo ruolo subito dopo la risoluzione occidentale del monotelismo  tanto da poter dire che  senza la dolorosa  deportazione del papa e del confessore difficilmente Roma, come papato, avrebbe potuto svolgere quella missione  religioso-politica, partorita dalla persecuzione di Costante II, che si aliena il popolo  romano ed italico e la gerarchia romana e lentamente l’avvicina al partito cattolico allora potente a Pavia…

La diversa impostazione dottrinale di Massimo diventa  una rivolta antibizantina e risulta una consacrazione ufficiale della funzione romana del papato in Occidente, sostenuto ai longobardi cattolici bavaresi…

Il monotelismo, allora, non è  solo un fenomeno che dura dal 619 al 679- tempo in cui si elaborano molte dottrine  che  sono concordi col dogma di Calcedonia delle due nature  e del Christos incarnato, per cui in lui  ci sono una volontà divina ed una umana, senza, però, energeia- ma  risulta una risposta occidentale alla autoritarismo cesaropapista e quindi  autorizza una scissione con l’Oriente, data anche il lento declino della lingua greca in Italia…

Massimo il confessore è il teorico per l’Occidente della dottrina delle due volontà  e la bandiera della Chiesa latina: con le sue sintesi  sul Christos  e sul kosmos  e con la realizzazione  delle sue   conclusioni spirituali (cfr.  Hans Urs von Baltassar, Massimo il confessore Jaka book,2001) costruisce e fonda di nuovo,  la chiesa romana, secondo noi, e la separa da quella  cesaropapista  costantinopolitana,  dando una svolta  alla costituzione ecclesiale anicia bizantina precedente… Per Massimo Christos, assumendo   la nostra natura,  la divinizza e   attua la salvezza umana…

Cristo  assumendo, dunque, la natura umana (e   non la persona umana)  compone la Chiesa, alla quale apparteniamo e della quale noi, cristiani, siamo membra.

In questa epoca, d’altra parte è noto il pensiero  di Sergio di Costantinopoli e di Ciro di Alessandria  e di Pirro ex patriarca di Costantinopoli, cristiani monoteliti che svolgono un ruolo politico differente a seconda delle situazioni e dei contesti…

Onorio I  dapprima è incerto, ma poi   Giovanni IV  e Teodoro   convengono che sia necessario l’interdetto nel terzo Concilio di Costantinopoli (681, il sesto  concilio ecumenico!)…

A Roma il grande promotore  ed esplicatore  tecnico è Massimo il confessore, che si oppone ad Eraclio, la cui dottrina implica  due distinte volontà in Christos, una attiva ed una inattiva in quanto priva di energeia poiché umana…

Massimo, venuto a Roma ,  arrestato con Vitaliano  e deportato a Costantinopoli (18 aprile 658),  diventa, dopo circa un quindicennio dalla presa di Alessandria, assertore della superiorità romana rispetto a quella  patriarcale costantinopolitana…

Infatti  proclama che  Pietro  è beato perché il signore  lo ha confessato come si conviene (Matteo 16,18) e mostra così  che la Chiesa cattolica è la giusta e salvifica confessione di Christos 

E’ Frase storica che  dimostra che  l’evangelizzazione per la ecclesia katholikh  è  legata a Christos suo diretto fondatore  e procede solo  in relazione alle forme pagane e alla latinizzazione secondo le formule decadenti e senza legami  con la situazione storica né italica né occidentale, ormai  barbarica: si crea  cioè solo un’ élite sacerdotale  e si abbandona il popolo all’idolatria, dando solo la formula del credo teologico christiano   niceno-costantinopolitano, tradotto in latino…

Si crea da una parte il clero ,secondo canoni di perfezione, propri degli  schemi monacali orientali e si vuole imporre il culto cristiano, senza incidere sulla credulità popolare, abbandonata al muthos, succube del phobos...

Non si comprende che è vuota la formula dell’ essere uomo  perfetto in quanto clero e che non può esserci  teleioosis senza il privilegio di essere clero e si fissa la situazione di due statuti rigidi, quello del clero e quello del laico, che si incontrano solo nei rituali della preghiera e della liturgia, separati nei due sistemi di vita …

Si stabilisce un sacerdotium separato dal fidelis, si torna ad un sistema pagano sacerdotale di officiante  che si burla della credulità popolare come in epoca ciceroniana: la praxis cristiana sconfessa la theoria…

Essere sacerdote non è  vivere umilmente  come uomo tra gli uomini,  servendo l’altro, in un servizio divino- questo  è il Vangelo di tanti monaci e di preti come  Don Enrico Monti!- ma risulta un affare, una carica, una partecipazione ad un gruppo di significato politico religioso, connesso col potere militare barbarico…

Nel frammento V  Origene  ( Contro Celso )  dice che Gesù  è già sceso sulla terra  e nel VI  si risponde alla sua stessa domanda  su  quale potrebbe essere il senso di tale discesa  (Apprendere  qualche cosa dagli uomini:  ma non è già tutto. Oppure lo sa  ma non lo corregge  e non è in grado di correggerlo  col suo potere divino se  non manda qualcuno  in carne ed ossa per questo scopo…)

Nel frammento 2 del libro V Celso dice: cari giudei ,cari cristiani, nessun dio, nessun figlio di Dio è mai sceso o potrebbe scender quaggiù. Se poi parlate di certi messaggeri,  cosa intendete con questo?. dei o esseri di altro genere,  di altro genere  è ovvio, di demoni.

Nel 14  dello stesso testo, il filosofo pagano  parla della stupidaggine della Resurrezione dei corpi  dopo ekpirosis  e parla della impossibilità di un  corpo dissolto a ritornare integro ...quanto alla carne piena di cose che non è il caso di  nominare, neanche un dio non vorrà, né potrà… renderla eterna…

Che c’entrano, professore, col Monotelismo e con la strutturazione nuova ecclesiale di Massimo le citazioni tratte da Origene ? 

C’entrano, amico.

Sono attinenti e pertinenti in quanto una costruzione divina, se fatta su una entità umana e terrena  ha già in sé i segni della caducità: l’uomo è uomo e non può essere nobilitato oltre certi limiti.

Origene  prima e Massimo poi,  fondendo umano e divino, lacerano la coscienza umana e lo stesso status  dell’homo, la cui perfezione è sempre umana, resta cioè nei limiti umani!

Non può esistere un clero , come quello origeniano e massimiano!…

Ho voluto di proposito parlare  in termini crudi origeniani per far comprendere la non ragionevolezza del pensiero cristiano portato avanti da Massimo, che dimostra che  alle due nature corrispondono due volontà contro le affermazioni monotelite, connesse con monofisitismo, secondo le proposizioni della dottrina calcedonese delle due nature in Cristo…

Il monotelismo non nega, nel Verbo incarnato, l’esistenza, accanto alla volontà divina, di una volontà umana, ma nega che a questa volontà, a questa attività, si possa dare il nome di energeia / energia

Massimo, comunque, non tiene conto del differente ambiente in cui vive in occidente, dove energia ha valore equivoco ed ambiguo  rispetto a quanto significa in oriente …

Ne consegue che  Massimo, sulla scia del compromesso di Sergio  patriarca di Costantinopoli   ha una concezione  basata  sull’energeia  come sola ed unica operazione di Christos  che, però, non deriva dalle due nature ma dalla persona  considerata soggetto unico operante. Papa Onorio è  interpellato da Sergio, che è abile a  mostrargli  la situazione in questi termini:  ci sono contrasti tra chi  afferma che in Cristo ci sono(si fanno)  due operazioni ed altri che  invece in Cristo s e ne  fa  una sola.

Onorio  per evitare i contrasti toglie il termine energeia e al suo posto pone Thelema /volontà: per il papa occidentale, la theoria  non inficia la pratica …

Sergio è connesso con il pensiero di Eraclio e pur non condividendo la soppressione di energeia accetta Thelema, ma la  sviluppa come  affermazione di una sola operatività in Cristo…

L’imperatore Eraclio, avuta l’approvazione  sacerdotale, sancisce tale  pensiero nella sua Ekthesis  secondo la tradizionale formula calcedonese, vietando ogni contrasto: perciò noi conosciamo un solo Figlio, il signore nostro Gesù Cristo, nato da Padre senza principio e da madre  senza macchia,  lo stesso prima dei tempi e negli ultimi giorni, impassibile  e passibile (apathh kai pathhton), visibile ed invisibile(oraton kai aoraton), e di uno solo e lo stesso annunciamo  sia i miracoli  che i patimenti ed attribuiamo  tutta l’operazione divina ed umana all’unico e stesso  Logos incarnato e presentiamo un’unica adorazione  a lui che volontariamente e realmente è stato crocifisso  per noi nella carne ed è risorto  dai morti  ed è risalito la cielo siede alla destra  del Padre  e verrà nuovamente a giudicare i vivi e i morti.

Dunque, l’ekthesis di Eraclio, essendo un compromesso, è boicottata nella propaganda a Roma in una sconfessione del pensiero dello stesso Onorio  e poi   diventa spia di una separazione tra i prelati che chiedono l’intervento dell’esarca  per cui , avvenuto lo  scontro   con i seguaci antimonoteliti  di Martino I  nel 649- sostenuto da Massimo che ha già debellato in Africa l’opposizione  monotelita di Pirro-  si determina  una reazione bizantina…

La condanna del monotelismo  è netta da parte romana  che replica  che è impossibile affermare in Cristo una sola volontà  adunaton en thelhma legein epi Khristou in quanto il termine Christos  indica già non una sola natura ma una ipostasis  composta ( in quanto tutto Cristo è signore e dio e onnipotente  ed ha in sé  la carne che ha portato  senza divisione e senza confusione, per noi e per la nostra salvezza , carne passibile e non onnipotente , creata, visibile, circoscritta, non onnipotente per natura  ma che ha in Cristo una volontà onnipotente. Infatti non nell’ipostasi  Cristo è insieme mortale ed immortale , come non è insieme impotente ed onnipotente, visibile d invisibile,  creato ed increato, ma quelle proprietà sono  per natura, queste per ipostasi cioè per dirla in breve  non per contrasto  di Volontà ma nella proprietà della natura)…

Il concilio Laterano  dei vescovi italici ed africani, convocati dal papa romano,  sancisce questa dottrina: in effetti i vescovati delle due grandi esarchie, quella  d’Italia e quella di Africa,  si ribellano  all’autorità centrale… e, in seguito,  con Giovanni IV  si fanno portavoci nel concilio del  dissenso…

Ed allora la reazione costantinopolitana  è feroce contro le  due esarchie  e si manifesta  con  la rappresaglia dell’ imperatore   Costante II  che arresta e fa deportare il papa a Costantinopoli, per poi  processarlo e confinarlo fino alla morte  in Crimea nel 655.

E Massimo? l’imperatore lo fa arrestare  e poi  gli mutila la mano destra e gli fa tagliare la lingua, lasciandolo  in un eremo fino alla morte, nel 662….

Solo nel concilio di Costantinopoli del 680-81 si riconosce in Cristo la dottrina delle due nature, delle due volontà e delle due operazioni… quando è chiara ormai la visione di un impero mutilo delle province di Siria  e di Egitto, zone dove i monofisiti hanno ancora il loro punto di forza, nonostante l’imposizione – non sempre violenta- del credo islamico…

E’ inutile, e, direi, stupido  stare a giocare sui termini quando è stata spezzata dalla invasione araba l’unità cristiana  dell’impero bizantino. e quando già è avvenuta la separazione reale tra chiesa latina e quella greco-bizantina , quando già gli scriptoria del Wearmouth e Jarrow iniziano a sfornare libri, mentre i monaci angli imitando l’ onciale  di Vivarium , proprio di Cassiodoro ( cfr. Codex amiatino), operano per cola e commata,  creando una nuova concinnitas… chiara in Historia  Ecclesiatica gentis Anglorum  di Beda ( 673-735)…  un nuovo metodo…

Lampone kalamosfacths

 

Lampone Kalamosphacths

Nel periodo dopo la morte di Cesare secondo gli storici Antonio fa quel che vuole sui decreti /pshphismata e  registri /diagrammata  su ogni scritto autografo del dittatore: Il triumviro sfrutta a  suo arbitrio tutto lo scriptorium  librario cesariano,

Da qui le nomine, arbitrarie, gli ordini,  le commissioni del defunto.

I romani, ridendo, dicevano  che i comandi venivano dall‘Horcus  (Ade) per cui chiamavano i  senatori nominati o caroniti o horcini.

Plutarco parla di Calpurnia, la moglie di Cesare, che si fida di Antonio e  che gli affida la maggior parte delle ricchezze delle casa (ek ths oikias) 4000 talenti (Antonio, 15).

Lo storico  aggiunge che  il console prende anche le carte  (ta biblia) di Cesare, in cui sono annotati gli appunti di decisioni e progetti  (upomnhmata toon kekrimenoon kai dedogmenoon).

Dunque, su questa base  e con aggiunte di sua iniziativa  Antonio nominò  magistrati molti,  senatori molti e  richiamò alcuni dall’esilio e liberò altri dalla prigione,come se queste decisioni fossero state prese da  Cesare (Ibidem).

In effetti Antonio  avendo  tra i copisti Faberio,  un falsario capace di cambiare le lettere, di fare  accomodamenti grafici  in modo da alterare i contenuti, se ne serve  anche per favorire i suoi fratelli

Antonio per oltre tre mesi nel 44 fa  questa operazione con il suo falsario, arricchendosi, tanto che, avendo già comprato  comprare la casa di Pompeo alle Carine, l’arreda ulteriormente con statue  ordinate da  Fulvia, ora sua moglie.

Il sistema di falsificare è antico in Roma e  molto peggiora poi in epoca imperiale  quando sotto Augusto e Tiberio vengono molti alessandrini nella capitale a mostrare i vari sistemi di contraffazione sia testuale nel libri  che  nei documenti  ufficiali e privati.

A Roma e nelle metropoli dell’impero, ci sono funzionari che sono nella curia, addetti alle epistulae, già attestati in epoca  augustea e tiberiana, ed attivi anche con Caligola,  abili a cambiare lettere con opportune correzioni e a sconvolgere il significato, solo con la lettura  testamentaria, fermando la voce dopo invece che prima di alcuni sintagmi, capovolgendo il valore semantico letterale.

Si tenga presente che spesso i documenti sono scritti da  scribi  tachigrafi, non in corsivo, ma in maiuscolo e senza ortografia, che, poi, possono aggiungere o togliere sillabe intere  quando stendono l’intero testo, unico,  specie se privato, multiplo, se pubblico, da appendere in città diverse.

Alcune correzioni risultano solo aggiunzioni tecniche  specie per Omikron che diventa Theta o per theta che, abrasa la lineetta interna, risulta Omikron…

Si sa  che i copisti della Biblioteca alessandrina, in epoca romana sono assunti dai  epitropoi delle province e che  divenuti segretari  e scribi  personali,  scrivono  i  testi dei  decreti ufficiali, ma li correggono anche  o li sanno fare risultare illeggibili in modo da  non avere la possibilità di contestare (Svetonio,  Caligola,XLI)  in caso di mancato pagamento delle tasse, data anche la posizione elevata ed angusta delle tabulae scritte.

Caligola ben conosce il sistema romano di falsificazione e l’evasione fiscale dei senatori e degli equites  e provvede in modo geniale  per evitare sorprese (fa pagare perfino le prostitute, allestendo un lupanare per matrone e  le giovani di buona famiglia nell’interno del Palazzo, indicando tariffe  per ogni donna, dopo averindicato le sue prerogative e pregi, ed invitando i giovani al piacere , facendo loro perfino prestiti…): Eius modi vectigalibus indictis  neque propositis, eum per ignorantiam scripturae multa  commissa fierent, tandem  flagitante populo proposuit  quidem legem, sed et minutissimis litteris et angustissimo loco, uti ne cui describere liceret/ essendo stati i provvedimenti fiscali   banditi  solo a voce e non essendo stati affissi  per iscritto, il popolo si lamentò  e ci furono molte evasioni dovute ad ignoranza delle disposizioni. Allora fece  esporre in pubblico quella legge per iscritto, ma in caratteri minutissimi ed affissa in un luogo inaccessibile da raggiungere,  per cui nessuno potesse fare copia.

Caligola è molto fiscale, specie con chi non paga le tasse  tanto da rifiutare  di riconoscere il diritto di cittadinanza a coloro, i cui antenati  l’hanno ottenuta per sé   e per i propri discendenti (come i Giulii oniadi alessandrini), specie nel caso in cui  questi non fossero i loro figli,  in quanto per lui sono discendenti solo questi con quel grado di parentela   e perciò invalida  i diplomi firmati da Cesare o da Augusto,  considerandoli scaduti e vecchi … attacca perfino per inesatta dichiarazione fiscale  chi si è arricchito dopo l’ultimo censimento ...(ibidem, XXXVIII).

I copisti grammateis  sono estensori  di documenti , che tengono le   carthulae in archivi, suddivisi in pubblici e privati,  sotto in custodia dei sacerdoti, o auguri o  vestali e quindi hanno un carattere sacro…

Antonio non solo come console, ma  anche come augure,  ha la possibilità di manomettere il testamento cesariano e gli ultimi  decreti dittatoriali, affidando il comando provinciale ad uomini di sua fiducia, lasciando i munera  perfino a Cassio e a Bruto, di cui teme la presenza a Roma nei giorni successivi la morte di  Cesare.

In Roma, durante l’impero giulio-claudio,   sono  a corte, presenti ad ogni dettatura, anche  tachigrafi  tironiani, che sono abili a trascrivere rapidamente e a fare copie nel giro di pochi giorni, da consegnare ai tabellarii per la  diffusione  in tutto il kosmos romano nei tempi più brevi possibili  lungo le vie consolari…

I falsari  in epoca giulio-claudia in Egitto  non solo sono attivi nel conio di denario, come risulta da Girolamo (vita di Paolo, 5 c’erano nella cavità dell  montagna  parecchie casupole, in cui si vedevano  incudini e martelli ormai arrugginiti, del tipo con cui si conia il denaro.Secondo la tradizione letteraria egiziana il luogo sarebbe stato una zecca clandestina nel periodo in cui Antonio si era unito a Cleopatra) e da latri autori, ma anche  nella burocrazia servile  amministrativa.

Utile per la definizione del sistema  falsario  è la conoscenza  dei compiti  di un prefetto tiberiano e caligoliano,  sotto cui opera un certo Lampone , alessandrino, grammatokuphoon, cioè uno che  miseramente sta curvo  sugli scritti, che, però,  fa carriera  rapidamente  e si arricchisce.

Il termine, composto da grammata/ lettere scritte  e da kuptoo/  sto curvo ha valore di uomo misero che svolge la professione  di scriba alle dipendenze di un grammateus,  che è uomo di gran rispetto in quanto  scrive o fa scrivere  o legge  documenti o atti pubblici  nell’ekklesia, avendo un impiego di  varia importanza a seconda se è ufficiale pubblico di primo o secondo grado o di terzo.

Il grado dei grammateis è in relazione al posto occupato se presso la corte imperiale, o presso il senato, o presso un magistrato cittadino o un governatore o una comunità religiosa o presso un privato cittadino …

Nel 38 d.  C.  cfr. Filone, in In Flaccum,  tratteggia la figura di Lampone un grammatokuphoon, abile  a cambiare testamenti, leggi ecc.

Ad Alessandria, Lampone è chiamato  Kalamosphacths  (In Flaccum 132) : spesso tutto il popolo, concorde, lo chiamava molto giustamente Kalamosphactes, in quanto uccideva moltissimi con le lettere che scriveva perché rendeva i vivi più disgraziati dei morti: quelli che avrebbero potuto e dovuto  vincere e godersela subivano la sconfitta e un ‘ingiustissima povertà, poiché gli avversari avevano comperato  la vittoria e la ricchezza da uno che dava a buon mercato e vendeva gli averi altrui.

Lampone, nel suo compito di segretario del governatore, presente come scriba dei processi,  sapendo che nessuno può esattamente ricordare tutto, specie le  parole dette espressamente nelle cause da lui registrate e scritte, le modificava a seconda delle somme di denaro ricevute.

Quindi per il popolo il grammateus sa scannare,(significato primario di Sphazoo) sa sgozzare, sa uccidere il malcapitato sotto le sue grinfie,  se l’avversario  testamentario o politico lo paga meglio:  Lampone diventa il protagonista di atti di ingiustizia amministrativa,  quasi una norma nell’imperium romano!

Così scrive Filone parlando dei tanti casi amministrativi della provincia di Egitto  e dell’impossibilità  da parte prefettizia di  memoria ( Ibidem, 133 :  Infatti non era possibile che i governatori ricordassero  tutto di tutti gli affari di una così grande provincia, affluendo sempre nuove cause private e pubbliche, soprattutto nei giudizi …

Ora, dunque,   sulla base dei  casi di Faberio e  di Lampone  si deve pensare  che lo scrivere sia un’arte molto importante, connessa con la sacralità,  nell’impero romano   e che un grammateus, che gestisce molti grammatokuphones, ha un suo reale potere, è al servizio del migliore offerente,  ed opera di solito a scapito delle fasce popolari inferiori perché politicamente legato alla classe senatoria ed equestre …

Lo scrivere, poi, le lettere ebraiche o aramaiche -come  anche quelle greche –  come attività di incisione, richiede una vera arte,  un lungo esercizio  non solo per l’uso del papiro e della pergamena, ma che per la capacità di incidere e tracciare solchi  con lettere leggibili  senza rovinare o macchiare, cosa non facile per l’epoca, dati i materiali…

Io, bambino, col calamaio e col pennino o con la penna stilografica facevo tanti aste ma con tante  cole di inchiostro ed  ero un pasticcione…

Ora, a Roma, pur esistendo tabernae librarie  all’Argiletum secondo Gellio (Noctes Atticae, XVIII,4,1) o al vicus sandalarius,   ci sono in  librarii /bibliopolae, uomini che fanno  commercio ed hanno comprato copisti  non sempre professionisti e talora rozzi copiatori, pagandoli profumatamente molto di più di un normale schiavo

ll Tertios o grapsas della Lettera ai Romani di Paulos appartiene a questa categoria?

Sembra che sia un grammatokuphoon di un civis, idioths/privato, come l’apostolo delle genti,  quindi un uomo  che sa scrivere: noi, ora, non entriamo né nel merito della sua specifica attività né sulla datazione e sul padrone scrittore di Epistulae, ma precisiamo che solo ad Alessandria ci sono, all’epoca, ancora  veri e propri copisti  che   vivono al Museo e formano una casta di professionisti, pagati  dallo stato profumatamente  che hanno aiutanti  di vario valore  cioè i miseri  copiatori   divisi per gruppi a  seconda dell’autore da copiare e della lunghezza del testo…

D’altra parte sotto Claudio sono attestati copisti a corte come  Giulio Polibio, un minister a litteris o a studiis  (Seneca, consolatio ad Polibium )…

Anche Efeso ha copisti di rilievo   ed  Origene in  contro Celso  parla di copiatori   in diverse attività, anche orali,  sia portuali che cittadine,  abili specie nell’esaminare e proporre  le suppliche nell’Artemision  e nel  presentare la documentazione giuridica ed amministrativa, ai pritani  del Consiglio   e nel difendere, se pagati, anche confraternite di meteci…

Lo “storico” “cristiano”!?

 

Lo storico cristiano e la dioikesis (I PARTE)

Non è facile capire come e quando e dove sorge la storiografia cristiana, anche se  si dice  genericamente a corte, presso Costantino, ad opera di Eusebio di Cesarea  e di Lattanzio…

E’ riduttivo far confluire un fenomeno dottrinale  così complesso e disorganico, già avviato  verso soluzioni aggreganti nel nome di Iesous Christos, risorto,- sulla base di logia prima, poi di fatti miracolosi  al fine di una mitizzazione della sua storia umana di giudeo galilaico,  divino redentore, inviato dal Padre per la salvezza dell’uomo –  nel corso del II e III secolo a seconda delle dioikeseis dominanti in Oriente, prima, (Antiochia, Efeso ed Alessandria, Hierapolis   e in Occidente, poi, (Cartagine, Lione, Vienne e Roma, Milano,Treviri )-,  a soli due nomi:  sarebbe  invece opportuno operare in una ricerca tecnica e scientifica sui  singoli dioichetai provinciali, che hanno storicamente in precisi tempi evidenziato un tipico sistema cristiano, chiaro nella loro opera scritta in una precisa sede, dove sono sollecitati da  urgenti    problemi, che li spingono o ad una testimonianza  scritta del proprio pensiero o ad una difesa del proprio Credo o al martirio…

Non, quindi, una storia dei primi martiri e vescovi della chiesa, ma una storia del  vario cristianesimo provinciale, nelle sedi orientali e in quelle occidentali, nel convulso  habitat domiciliare locale, nel vissuto quotidiano con i rapporti  concreti con la societas pagana senza la coordinazione di retori, che ricostruiscono le origini in relazione alle fonti ormai perdute, comunque vive  ancora nelle comunità cristiane originarie, nel clima euforico ed entusiastico del riconoscimento ufficiale della liceità della propria fides, dopo la grande paura dello sterminio…

Meglio non affrontare nemmeno il motivo del  sorgere del Cristianesimo  in epoca ancora pagana, come tentativo di apologia e di opposizione agli imperatori illirici, dopo una convivenza  difficile,  molto limitata, in epoca commodiana e  severiana…

E’  preferibile prima  rintracciare il corso dei tanti rivoli cristiani sparsi nel kosmos romano, e rilevare i   tanti differenti rapporti con l’imperium, poi seguire  gli storici cristiani e la loro ricostruzione ed infine valutare il reale contributo giudaico-cristiano  nella storia del pensiero classico ed ellenistico, al di là dell‘apostolocità delle sedi …

Ci sembra  opportuno, però,  in sede storica, precisare i  criteri strutturali (che sono alla base della storiografia cristiana) e  le due precise epoche, in cui  il cristianesimo si struttura in modo unitario ed organico  in età costantiniana e  in età teodosiana, tagliando i rami secchi e facendo una sistematica potatura delle eresie e degli scismi, operatisi in oltre due secoli di storia nel kosmos greco-romano pagano, avviato, seppure in modo sincretico,  verso soluzioni integrative delle varie componenti etniche occidentali ed orientali, mentre si attuano due migrazioni, l’una  dalle province verso Roma e l’Italia, e l ‘altra dalle campagne verso le metropoli  dell’impero.

Ci piace precisare, perciò, la struttura diocesana su cui si basa il sistema cristiano primitivo di fare storia, connesso con i riti e con la funzione del clero (diakonos, presbus, episkopos), con le attività missionarie e con l’iniziale evangelizzazione, diversificata a seconda delle sedi…

Effettivamente il cristianesimo (che era rimasto acefalo  o meglio era stato a lungo autarchico, avendo molti centri  con propri dioichetai, episcopoi,  che  si autoproclamavano in nome di una discendenza apostolica, separati  in Occidente e in Oriente, con scarse possibilità di comunicazione) non era stato un fenomeno unitario fino dai primi anni del II secolo…

Si ha la diffusione  del cristianesimo  cioè del Regno di Dio, inteso come una piccola propagazione christiana,  dopo la distruzione del tempio e la presa di Masada,  dopo la rottura col regno dei Cieli e con il giudaismo, chiaro già nel periodo 73 d.C e chiarissimo dal 100 circa fino al 135-136, anni della fine dell’impresa di Shimon bar Kokba ….

La diffusione cristiana è in relazione all’ esempio  dei christianoi  orientali, da tempo stanziati a Roma, e dei loro capi, che avevano visto con i loro occhi il trionfo flavio sul giudaismo e lo avevano celebrato al pari dei pagani, separandosi, quindi, dalla sinagoga, rifiutando lo shabat, la stessa Pesah e i riti giudaici, insomma l’integralismo aramaico della Torah, mantenendo solo la struttura organizzativa  che era quella scismatica oniade, comunitaria-propria dei giuli alesandrini e dei giuli erodiani,  in quanto dipendenti  direttamente da Antiochia, di nome, ma di fatto dalla impostazione del  didaskaleion alessandrino …

Alessandria, già sede di episcopato, sotto il nome di Marco ( ?), ben strutturata come dioikesis  sia in direzione nubiano-nilotica  lungo la la via canopica, che verso  il territorio cirenaico, già alla fine del periodo flavio,  è esemplare come ecclesia christiana nel seno stesso dell’ebraismo alessandrino, in lotta con  le eresie gnostiche e con il pensiero neoplatonico…

L’ Epistola  di Barnaba, datata intorno al 130 d.C  ( che tratta della circoncisione, del sabato e del  tempio) discute sulla  eredità, non più concessa da Dio  ai giudei, empi- conosce  l’autore( un probabile alessandrino non certamente il discepolo autorevole, come Zeus, di Paolo!) gli atti ebraici  esacrandi,  compiuti dai Giudei nella guerra di Kitos contro i greci, a Cipro e a  Cirene ?-,  ma solo ai christianoi, grazie al sangue versato da Christos...

Infatti per Barnaba  il cleronomos è in relazione a Gesù redentore, che ha  versato il suo sangue per molti/ pollois ( inteso come equivalente di  pasin /per tutti- Matteo 26,28-)  per la salvezza dell’umanità,  che viene riscattata dal peccato originale, per colpa /grazia  proprio dei giudei e dei loro capi, che hanno voluto la sua morte…

A parte il fatto che l’umanità per la Bibbia si estingue con il diluvio e che solo Noè il giusto si salva e quindi tramite i suoi figli ricrea una nuova umanità, la cognizione del peccato originale dovrebbe concludersi con tale  stirpe di uomini prediluviana...

S. Agostinocomunque, accettando l’ipotesi adamitica, nel V secolo  crea il pensiero cristiano  del peccato originale e quindi accetta l’invio del figlio ad opera del Padre per la redenzione dell’uomo:  il problema non è nel II secolo, occidentale, ma risulta solo una questione orientale, per di più circoscritta in Antiochia e in Alessandria…

Tutta la questione antigiudaica sorge in ambiente mediorientale e forse esplode  in zona di Cipro ed anche a Cirene,  che è collegata come amministrazione  romana con Creta -in cui  è la capitale della Provincia, Gortina – dove profonda è la rabbia contro il giudaismo reo di delitti estremi

I giudei non hanno capito la volontà di Dio e perciò, essendo colpevoli della morte di Jehoshua, sono indegni dell’eredità, che passa al cristianesimo, nato per il nuovo patto tra Dio e l’uomo, tramite la figura di Iesous Christos Kurios. cfr. Jehoshua o Iesous ?…

Si accentua in questo periodo la concezione di una  ecclesia/communitas  che, essendo separata in mezzo a pagani, greci o barbari, e non avendo contatto con altre comunità cristiane,  risulta ancora confusa con quelle giudaiche eretiche o scismatiche, con cui condivide il Libro sacro, di cui ancora riconosce la dipendenza e a cui va una certa solidarietà, specie nel quadro persecutorio imperiale, specie antonino…

I fatti di quegli anni sono terribili per il giudaismo aramaico che ha attirato dalla sua parte anche quello ellenistico, specie in occasione dell’invasione della Parthia ( Cfr.  Impresa di Lucio Vero in Giudaismo romano, III non ancora pubblicato, rilevabile comunque in temi di Un’altra storia del Cristianesimo in www.angelofilipponi.com ), dopo il tracollo del sistema oniade…

Gli antonini (Traiano ed Adriano) portano alla massima esasperazione il giudaismo  tanto che  i giudei dapprima nel corso della guerra antinabatea poi con la guerra di Kitos  e infine  con quella nazionalistica  di Shimon bar Kokba giungono ad infamie  a crudeltà indicibili, a dimostrazione di un parossismo etnico e di uno squilibrio mai registrato nella storia…

Cosa è successo per giungere a tanto!

Come mai i giudei da ghenos prediletto dai giulio-claudi  in quanto costituito da  molti Ioulioi, di stirpe sacerdotale,  ed erodiani, ricchissimo, ora è diventato nel periodo antonino gens taeterrima, perfida, a detta di Tacito?…

Cosa è successo nel periodo flavio e poi in quello antonino per scadere tanto nella stima della romanitas?

Per la trasformazione del popolo ebraico da ethnos philosophoon  – inteso come genos  sapiente in quanto conoscitore di fatti umani e divini (h tou nomou paideia) ad una stipe molto  miserabile rinviamo al 3 volume di Giudaismo romano   (molte parti sono sparse nel Sito), ma qui  soltanto precisiamo quel che avvenne dopo la fine di Domiziano che incrinò definitivamente i rapporti tra il giudaismo aramaico e il kosmos romano e che favorì la ricongiunzione dei  tre giudaismi (quello gerosolomitano, quello ellenistico e quello parthico)…

Per noi tre avvenimenti sono determinanti  in epoca antonina per acuire la tensione già esistente tra  gli aramaici e la romanitas e per far decidere di tradire il kosmos romano da parte degli ellenisti che erano stati del tutto accantonati e annichiliti  finanziariamente  nel periodo flavio, specie in quello domizianeo.

Il passaggio dinastico dai flavi agli antonini ( Nerva e Traiano) risulta traumatico per gli orientali; la politica  di Traiano di annessione della Nabatea  e la successiva guerra contro i Parthi, coincisa con la ribellione ebraica e la disastrosa ritirata culminata con la morte dell’imperatore  destabilizzano l’ordo imperiale  delle province di Siria e di Asia;  l’avvento al potere di Adriano  e il nuovo assetto provinciale orientale dopo la congiura di Quieto, il rescritto di Adriano antiebraico e anticristiano a Minucio Fundano, governatore di Asia, 122-23,  sono atti utili ai fini della costituzione di un nuovo vinculum  con l’imperatore che,   a seguito della nuova insurrezione Giudaica, interviene di persona  cancellando dal kosmos romano la Iudaea e Gerusalemme, rinomimata Aelia Capitolina, determinando la galuth ebraica, la vera dispersione del giudaismo….

Il documento di Adriano,  pur indirizzato a Fundano, risponde in realtà a un’istanza, sollecitata da Quinto Licinio Silvano Graniano  (Cfr Giustino, Apologia I ed Eusebeio  St. Ecclesiastica, II), predecessore del destinatario, che  ha chiesto lumi sul comportamento da tenere nei confronti dei  Christianoi e delle accuse infamanti che vengono loro rivolte…

Di questo lasso di tempo  (98- 122 d. C) è anche la separazione netta tra il giudaismo e il cristianesimo (il regno di Dio)  che si è già dissociato dal regno dei Cieli  del tutto aramaico, che subisce poi  la stessa sorte dell’ebraismo.

Noi abbiamo mostrato come tutto dipenda dalla politica traianea  che dal 101, dalla morte di Giulio Erode Agrippa II, aveva iniziato una politica antiparthica e che aveva seguitato la  lotta  contro gli ebrei, convinto dello stretto legame  degli  ellenisti ebraici con la Parthia …

La successiva conquista della Arabia e poi la pressione contro i parthi e la nuova spedizione antiparthica del 117,  risultano fallimentari per l’imperatore,  che pur si è fregiato del titolo di parthicus.

La situazione non fu  favorevole a Traiano, che  si era ritirato,  a seguito del tradimento  dei battellieri ebraici, dopo le  battaglie intorno a Ctesifonte,  in direzione settentrionale, sotto il continuo martellamento degli arcieri e della cavalleria catafratta, lungo le vie desertiche per ritornare ad Antiochia …

La lettera di Barnaba- scritta probabilmente  tra il 130 e il 131, in ambiente alessandrino risente degli eventi traianei  e  mostra  tra l’altro, un aspetto, quello della separazione netta tra la la chiesa e la sinagoga,  tra il cristianesimo e il giudaismo,  poi ribadita da Giustino nel dialogo con Trifone in modo più pacato, ma sempre di grande polemica, da parte del giudaismo nei confronti degli eretici cristiani che cercano una vita autonoma sotto Adriano…

Il momento degli apologisti  è  già storia del primo Cristianesimo?.

Si può parlare di storia se si fa apologia del nomen christianum in epoca antonina, senza una reale memoria del fondatore e degli apostoloi ?

Una strana storia sul nomen christianum nel mondo romano, non sul Christos!

Una storia  che mostra  un’integrazione  non avvenuta ed evidenzia la repulsione  dei gentili di fronte alla proposta, ancora circoscritta in aree orientali o africane, di un Gesù Cristo, indefinito tra uomo e dio,dopo la mitizzazione giudaica e la fine del messianesimo   aramaico e del Malkut ha shemaim!

Sono storici Melitone, Giustino,  Atenagora, Taziano, Teofilo di Antiochia ?

Sono storici Tertulliano  e Minucio Felice?

Per noi no.

I primi sono orientali, retori, in cerca di  notorietà, secondo una concezione christiana, mitizzata,   che rivendica il diritto di culto per una esigua minoranza di fedeli, ancora incerti  sulla figura del Christos, nonostante l’accettazione globale del pensiero paolino.

I secondi sono africani dipendenti direttamente o indirettamente dalla dioikesis della metropoli di Alessandria, ancora legata alla lezione allegorica filoniana, date le connessioni con la scuola di Panteno, di Clemente Alessandrino e di Origene: sono maestri di doctrina antignostica, ma non storici, ricercatori di memoria  christiana, propugnatori di una methodos teleia, avendo come esemplari i terapeuti, espressione più pura del giudaismo internazionale.

Tutti questi sono strani christianoi che non hanno niente di storicamente cristiano  ma solo  una certa comunione  di tradizione ebraica, mista con un evangelion  dei Padri apostolici,  che  si arrogano il diritto di  difendere il loro Credo, molto differenziato,   in relazione ai luoghi di residenza, ed  hanno memoria del particolare seme christiano ricevuto, ormai diversificatosi a seconda dei contesti…

La lettera ad Autolico di Teofilo (in PG 6, 1026-1027), perciò,  è solo un documento trinitario, proprio  della comunità antiochena, non una storia  della religio christiana, comunque rispettata  d Eusebio, che pure ha una strutturazione  più apologetica che storica.

In essa Teofilo,  commentando i primi tre giorni della creazione,  pone in relazione, secondo il sistema filoniano, come già lo pseudo Barnaba,  Dio Padre e Logos/ il Verbo  e Sophia Sapienza, secondo un processo trinitario, rifacendosi  a Giovanni  evangelista e al libro dei Proverbi…

La notizia è storica, ma non è oggettivamente cattolica in quanto tipica informazione locale, provinciale, riferita in connessione con la risultanza dell’ecclesia efesina, ancora legata a Paolo e a un Theos-Christos, sulla base  sapienziale proverbiale  giudaica dei meshalim. cfr M. HENGEL,L’incontro tra pensiero giudaico ed ellenistico in connessione con la speculazione sapienziale  giudaica in  Giudaismo ed ellenismo in Paidea 2001-trad, it. di Sergio Monaco-pp. 314-360)...

Non credo che  si possa definire storico un apologista come d’altra nemmeno Giuseppe Flavio in quanto scrittore di apologia, non è vero storico, anche se professa di seguire la verità  Alhtheia e di essere scrittore secondo akribeia, in senso prammatico

In effetti, nonostante l’indottrinamento retorico  da scriba ellenistico e la cultura  stoica  del grapheus  ellenico, la sua opera rimane una toledoth ( uno studio su generazioni), un ricerca sulla funzione giudaica nell’impero romano, fatta dall’angolazione di  una lettura flavia della storia, oppositiva a quella giulio-claudia

Lo stesso Luca, scrittore del Vangelo  e degli atti degli Apostoli non fa storia ma solo vede le generazioni di christianoi, ne segue il destino e ne rileva la funzione tra l’epoca flavia e quella antonina, in una volontà di raccontare  parole e fatti di  Iesous Christos Kurios , fondatore  della setta giudaico- antiochena del Regno di Dio, già distaccata  da quella aramaica  del Regno dei  cieli, ai fini della costituzione di una  ecclesia paolina, strutturata  sulla morte e resurrezione del Christos, venuto per tutti gli uomini, liberi e schiavi. L’applicazione della legge  della carità e dei principi di eguaglianza, con peripeteia ed aprosdokhton al fine del rovesciamento dei ruoli  secondo l’oikonomia divina imperscrutabile dalla creatura umana, non è in relazione al diritto romano, che resta immutato,  ma al nuovo sistema di rapporto  tra la pars dei liberi e quella degli schiavi in nome della comune paternità di Dio.

Il padrone giudaico -cristiano non ha schiavi, e lo schiavo non ha padrone nella famiglia giudaico-cristiana perché (così stigmatizzerà secondo il principio biblico, poi, Agostino in  De civitate Dei 19,15) l’ homo rationalis, naturalis,  è fatto ad immagine e somiglianza di Dio

Già Origene (Contra Celsum,3,29) crede di confutare il filosofo pagano, presentando le comunità di Dio, ammaestrate da Cristo, come pellegrine quasi astri nell’universo rispetto alle comunità   dei popoli in cui vivono, tenendo presente Paolo( lettera ai Filippesi,2,15/).

Il paragone tra i politici delle comunità pagane- che nel loro comportamento non hanno nulla della dignità loro attribuita, per cui sembrano sovrastare  i loro concittadini– e quelli delle comunità cristiane  – che, pur non essendo perfetti in quanto indolenti, comunque, sono superiori nel progresso in virtù – è generico  e rivela solo una non partecipazione alla vita della comunità intera e la non integrazione cristiana nel tessuto sociale comunitario, perché si sentono “spirituali”, unici figli del Padre, secondo la tradizione ebraica (cfr. Pater hmoon dove  hmeis- matthaico-  vale noi giudeo-cristiani).

Cosa  significa essere storico per i  christianoi ?

Ritrovare le linee comuni  di un cristianesimo, sparso  e diviso tra le province romane  e rilevare  il  sistema di vita, in modo unitario, al di là della storicità dei fatti e delle testimonianze discordi.

Eusebio sceglie la via di Egesippo e non quella di Papia, per cui noi possiamo leggere solo una direzione senza avere la minima conoscenza delle differenze  dottrinali e comportamentali delle due impostazioni ecclesiali, se non tramite eretici o cenni da parte di  Melitone e di un antipapa oppositore di Callisto a Roma, Ippolito romano 

Specialmente ci pare necessaria, da una parte, precisare la mentalità,  sorta in sede cristiana di un domicilio transitorio  in una snervante attesa della parousia del Christos trionfante,  non  di appartenenza all’impero romano e, da un’altra, la volontà ancora eversiva del giudaismo minacciato nella sua radice aramaica e nel suo integralismo religioso…

Quindi, questo studio sul periodo antonino serve a precisare la nuova conformazione cristiana e quella sempre più marcatamente aramaica del giudaismo che giunge al massimo scontro con il kosmos romano, risultandone la pars barbara e quindi necessariamente corpo da stroncare, come un cancro da estirpare, insinuato nel testo armonioso del mondo ordinato civile romano.

Il cristiano, popolo, in quanto cliens,  anche se civis, nella pars elitaria provinciale, che amministra la comunitas, non vuole i diritti  e i doveri  civili, rifiuta la sua posizione soggettiva e si massifica all’ombra del clero,  che gestisce la ricchezza comunitaria e che invita a vivere serenamente la propria vita  di uomo nato per morire, contento della sua  quotidianità di dolore  e a pregare  nell’accettazione del male  con  la speranza di un domani paradisiaco, quindi,  a svolgere la sua funzione terrena transitoria  cosciente della promessa di un  premio eterno…

Si badi bene il primo cristianesimo è  costituito da un ‘élite (edah) che guida l’haburah, secondo lo schema comunitario  ancora giudaico: ne deriva che sempre più si presenta come fenomeno elitario che domina una massa di fedeli  che costituiscono l’ecclesia senza effettivi diritti  civili, sia che viva in città che  in comunità montane, e, comunque, periferiche , sparse nell’immenso impero romano orientale specie in Asia minore in Egitto,  e in Siria …

Il popolo cristiano, senza diritti, vivente in una terra non più come propria,  sentendosi un inquilino  che ha un’altra patria, ultraterrena, aspetta la parousia/ritorno del signore e la accelera in un certo senso a seconda della comunità cristiana- chi più chi meno – specie se si adegua alla concezione della verginità e del celibato, forse tipica della linea di Papia …

Secondo questa impostazione il primo cristianesimo vive  seguendo la precettistica cristiana non più quella mosaica, ma avendo diverse forme dottrinali non univoche a seconda delle regioni in cui vive e secondo le sollecitazioni di  gruppi sociali, incivili e barbarici, maturando diverse strutture di separazione  come  quella di Hierapolis dove il culto di Cibele si fonde con quello misterico e  con quello delle profetesse sulla scia della  predicazione di Filippo e delle sue figlie…

Comunque,  solo il clero, patronus  ne trae effettivi benefici perché rafforza il suo potere sacerdotale e ne ha vantaggi economici data la crescente ricchezza ecclesiale  e diocesana, che viene trasmessa da generazione in generazione, tramite i vertici episcopali, essendo per i cristiani favorevole la situazione politica ed assente ogni forma persecutoria di massa: solo i capi di tanto in tanto di  alcune città dell’Asia minore sono inquisiti ma perché non in regola con le tasse perché evasori fiscali  in quanto paganti solo per se stessi , cives, e non per la massa dei fedeli la cui ricchezza è gestita comunitariamente…

La definizione, quindi, della dioikesis cristiana -che era un ‘haburah  antica giudaica, una comunità  giudaica  autonoma  che doveva gestirsi in relazione alla comunità pagana in cui conviveva e alla legge romana a cui sottostava l’intera regione in cui i christianoi  avevano domicilio -. in epoca antonina non è facile …

Abbiamo detto che solo il clero ha una personalità giuridica e non l’elemento popolare che è amministrato  che non ha una sua fisionomia fino al periodo di Caracalla (212), data la sua scarsa registrazione fideistica.

Ne deriva che questo sistema verticistico senza una base di effettiva consistenza giuridica   dura per oltre un secolo  nelle varie province  romane e si stabilizza solo quando crea un forte accumulo di denaro in trapeza,  che fa da deposito per le successive  amministrazioni diocesane, che risultano ricche rispetto alle societates /sunousai pagane.

Inoltre la volontà  dei Christianoi di rimanere separati sia come riti che come culti  li isola  ancoar di più anche perché non censiti,  quasi apolidi, cittadini di un altro Regno  determina un odio delle masse pagane  che si manifesta in improvvise  un rappresaglie contro gli estranei, forestieri.

I pagani hanno di fronte un muro  di fanatici che, pur vivendo loro accanto, non hanno niente in comune con la loro cultura e il loro sistema quotidiano di vita, figure evanescenti controllate da santoni, autoritari che sono maestri che educano con una catechesi strana  che inneggia ad un servitium transitorio  e che da speranza di un tesoro celeste accumulato con la propria vita di sacrificio e di rinuncia: solo il clero ha relazione con la societas   vicina ed ha una sua consistenza civile e quindi è noto all’ amministrazione  locale…

A questa mancanza  di  coscienza civile, chiara in epoca antonina e severiana si aggiunge   una diversa concezione della vita e della morte, non più in senso umano classico, ma in senso spirituale…

Si  precisa di nuovo  che la communitas cristiana, costituita  dal gruppo dirigente e dalla massa di fideles, distribuita in  catecumeni e cristiani,  giuridicamente è rappresentata solo dal clero, essendosi azzerata come dignità soggettiva nel seno comunitario, di cui ognuno è parte effettiva passiva.

Ogni complesso comunitario costituisce così  un gruppo di cui si conoscono solo i vertici, la cui presenza nelle città e nelle province romane  deve essere ancora esplorata nella sua tipica vita reale  entro la communitas maggiore cittadina e provinciale pagana.

Noi riteniamo che le comunitates cristiane si comportino come quelle giudaiche oniadi nel sistema romano imperiale,  di cui hanno ereditato le sedi, le  organizzazioni e le stesse tecniche operative  con le strutture bancarie ed  emporiche.

Come effettivamente e quando realmente ci sia stato questo passaggio non riusciamo a saperlo: ma ci sembra che questo già  sia avvenuto durante la impresa di Shimon bar Kokba, ma forse anche tra le  due guerre giudaiche ( 116-117/ 135-6) o qualche anno prima nel corso della guerra nabatea,  in epoca traianea  più che in quella adrianea.

La vicenda di Ignazio di Antiochia e le sue sette lettere testimoniano da una parte il prestigio di un elemento apostolico (su cui bisogna indagare) e da un’altra il senso di unità tra le chiese  che già hanno coscienza di una precisa gerarchia rappresentativa (vescovo, presbiteri e diaconi) ed ancora di un Dio unitario , non trinitario (anche se ci sono forme di docetismo).

Dopo la morte di Ignazio nel 107 d.C., comunque, Policarpo  ha un suo potere tra i vescovi  in quanto ha una doppia elezione sia petrina che giovannea e il suo discepolo Ireneo esporta  dunque il modello orientale che sottende il sistema trapezitario ed  emporico oniade  in Gallia a Lugdunum, dove si struttura l’organizzazione di tipo orientale già  funzionale  in  Hierapolis con Papia e  a Sardi con Melitone…

Naturalmente non c’è una precisa attestazione o menzione diretta.

Il  pensiero ireneiano  sul cristianesimo (Adversus aereses, Demonstratio) che presenta sotto l’aspetto ideologico la  sottesa realizzazione pratica organizzativa, come elaborazione  di una sua teoria contro lo gnosticismo e il neoplatonismo , diventa segno  di una tradizione cristiana nell’ambito della chiesa cattolica ignaziana, che  utilizza il principio della successione apostolica e con essa il sistema comunitario implicito.

La tradizione degli apostoli, per Ireneo, manifesta in tutto quanto il mondo, si mostra in ogni Chiesa a tutti coloro che vogliono vedere la verità, e noi possiamo enumerare i vescovi stabiliti dagli Apostoli nelle Chiese e i loro successori fino a noi…

(Gli Apostoli) vollero infatti che fossero assolutamente perfetti e irreprensibili in tutto, coloro che lasciavano come successori, trasmettendo loro la propria missione di insegnamento.

Se essi avessero capito correttamente, ne avrebbero ricavato grande profitto; se invece fossero falliti, ne avrebbero ricavato un danno grandissimo

Così facendo, Ireneo  radica il potere degli amministratori nelle diocesi e poi quello dei Papi in Roma, in quanto eredi degli apostoli  nelle sedi metropoliti in genere, e di Pietro e  Paolo in  quella romana “A questa Chiesa, per la sua peculiare principalità (propter potiorem principalitatem), è necessario che convenga ogni Chiesa, cioè i fedeli dovunque sparsi, poiché in essa la tradizione degli Apostoli è stata sempre conservata…” (Adversus haereses, III, 3, 2: PG. 7,848).

Con questo ordine e con questa successione è giunta fino a noi la tradizione che è nella Chiesa, a partire dagli Apostoli e la predicazione della verità. E questa è la prova più completa che una e medesima è la fede vivificante degli Apostoli, che è stata conservata e trasmessa nella verità (Ib., III, 3, 3: PG. 7,851).

Ireneo, comunque,  dà per scontato la conoscenza di tutta la amministrazione cristiana  e parla solo della funzione spirituale,  non di quella economica, anche se il sintagma  potior principalitas si compone di potior-da potis/e  potente, capace – e principalitas- da princeps, che rimandano a potestas /kuros e a princeps augustus /sebastos con valore chiaramente politico-religioso e si connettono con Roma imperiale.

Noi  deduciamo la presenza di tale organizzazione dal fatto che un capo come Ignazio, senza essersi appellato all’imperatore  e senza avere la cittadinanza romana,  venga accompagnato e protetto da una decuria  nel suo viaggio di trasferimento,  dopo una formale condanna ad bestias.

Non è comprensibile un tale dispendio di denaro per un prigioniero, la cui  potestas  ed auctoritas dovevano essere grandi in Oriente, ma solo in Oriente: tale azione di norma veniva fatta segretamente da oi epi ton aporrhton (agenti segreti), come per Paulus, che pur è cittadino e collegato per parentela con i giuli erodiani,  tramite la sorella, sposata con un nipote di  Giulio Fasael, fratello di Erode il Grande!.

Probabilmente la punizione di Ignazio doveva essere esemplare per tutti, ma specie per i capi delle comunitates cristiane, inquisiti come non paganti le tasse, come estorsori di proprietà indebite.

Ad ogni tappa portuale c’è  la riverenza del vescovo della comunità locale,  coordinata con altre auctoritates, come segno di un collegamento cristiano, societario, tipico del sistema oniade, che diventava una  forma di proselitismo  e di esaltazione della communitas cristiana,   della sua  ideologia cosmopolita, estranea alla vita  del kosmos romano-ellenistico e propensa ad un’altra vita extraterrena, propria di elementi farneticanti e teatrali.

Specie dalla lettura delle sue lettere  ci vien fuori una figura di santo  che aspira a congiungersi con Cristo, anelando  ad essere mangiato per far parte della divinità al più presto: niente traspira della amministrazione di cui è dioichetes,  ma si rileva benissimo dalla presenza di altri capi  che gli si affollano accanto nel suo viaggio verso Roma  e come le sue lettere tendano a mantenere l’organizzazione tale e quale, come se la fine di un individuo non solo non scalfisse il generale funzionamento, ma  anzi lo rafforzasse.

La figura di Ignazio, se vista dall’angolazione economica, potrebbe risultare  diversa: uno epitropos,( epimeletes, dioichetes) che non ha pagato le tasse, un evasore  doveva essere esemplare per tutti i christianoi nel suo iter di  traditio a Roma.

Il santo è stato alonato dalla tradizione cristiana e  quindi non è letto storicamente, secondo la vera accusa romana, ma è visto secondo le linee della vittoria successiva dei cristiani, in epoca costantiniana ed ancora di più in epoca teodosiana quando le ritorsioni nei confronti dei pagani diventano persecutorie  verso coloro che non fanno parte del sistema cristiano.

Dopo Ignazio, la sede di Antiochia  perde di auctoritas perché direttamente controllata dai governatori di Siria, che meglio potevano valutare la situazione giudaica  o  giudaico-cristiana nella città e quindi facevano prevalere l’elemento greco o siriaco.

Quindi, dopo Ignazio,  Antiochia perde di prestigio anche se aumenta il valore della chiesa romana  dove i papi, di nascita  orientale, sono di cultura antiochena.

Al suo posto sembra avere nel mondo cristiano orientale maggiore peso   il centro di Efeso, il più grande porto del Mediterraneo dopo Alessandria, la terza città del mondo romano, con una popolazione non inferiore a 500000 abitanti, dove l’elemento giovanneo aveva prevalso su quello paolino e dove il ricco entroterra agricolo doveva aver fatto prosperare la comunità che, oltre tutto, gestiva anche il commercio  artigianale di immagini,  quello delle attività scultorie e pittoriche, dopo aver soppiantato l’elemento greco  sacerdotale, eunuco, del santuario della dea Cibele  e quello dello stesso santuario dell’ Artemision.

Efeso era il polo cristiano di attrazione di una vasta area  che comprendeva  un raggio di oltre 50 chilometri  all’intorno anche sull’Egeo insulare: le città sotto la sua orbita sono quella citate nell’Apocalisse Smirne, Sardi, Pergamo, Tiatira città della porpora  Laodicea ecc).

Anche la posizione di Erma a Roma, autore del Pastore, è indicativa sul piano dell’organizzazione,   sulla sua ricchezza ,sulla  perdita di denaro , sulle forme di assistenza sulle istituzioni, palesi  in Clemente Alessandrino di Quis dives salvetur  e nella comunità stessa di Alessandria intorno alla fine del II secolo…

La communitas, comunque, è costituita nel II secolo da elemento popolare (artigiano e contadino) che affida all’episcopos  ogni cosa e che da lui  ha la sicurezza  della propria vita  e della propria famiglia  con la protezione cristiana.

I christianoi sono uomini di diversa professione (banausoi/operai  macellai, calzolai, fabbri, panettieri, barcaioli,  marittimi in genere, ma anche medici,  negotiatores,  emporoi/commercianti,  orefici  trapezitai  come ,d’altra parte, afferma Celso   (Origene, Contra Celsum, 3,18,3,44; 3,50; 3,55; 6,12 e altre parti sparse)  e ripete  Minucio Felice (Octavius, 5,4,8,4), elementi operativi per la communitas…

Giustino, che parla di persecuzioni (Apologia,2 ) , non fa testo anche se ci sono morti  a Tiatira ed altre zone e sono massacrati  perfino gruppi come gli abitanti di  Scillium  da  masse di pagani che restano impuniti:  gli  eccidi religiosi  non sono una novità nell’impero romano, specie in epoca Commodiana…

In effetti i gruppi cristiani nelle città diventano una forza politica, se manovrata abilmente da dioiketai episcopoi intelligenti,  che sono patroni,  a seconda delle situazioni, rappresentanti popolari, mestatori, demagogoi.

Perciò, la persecuzione nel II secolo è solo  una questione che riguarda l’imperatore e i vertici e in questo caso,  Ignazio, Policarpo, Ireneo, che risultano casi isolati e ben circoscritti: non hanno rilievo  le poche decine di cristiani uccisi da masse inferocite, a seguito di propagande antigiudaiche ed anticristiane, date le accuse rivolte ad apolidi, felici di raggiungere il premio meritato proprio per aver rifiutato la cittadinanza di questo mondo, in quanto appartenenti ad un  Regno celeste (ourania basileia).

Precisato questo,  bisogna rilevare come si sia cambiata la struttura classico greco-latina  di partecipazione allo stato e come si sia passati ad una indifferenza alla vita cittadina,  insomma, come si siano potuto annullare i propri diritti civili ed  come si si possa essere costituito un  vir fidelis al posto del vir civilis/o politikos, del civis capace di esprimersi solo nel negotium, inadatto all’otium.

E’ questo un problema di insicurezza di molti cives nel I e  II secolo dove l’arbitrio di patroni  teneva soggetto le masse di liberti  semiliberi e di liberi che preferiscono riunirsi  e delegare  i loro diritti  schierandosi sotto una potente famiglia che li ingloba come clientes  o parassiti e simili sotto la propria protezione.

E’ il sistema clientelare modificato del periodo antonino dove pochi hanno il potere effettivo  e dove anche comunità religiose hanno un loro sistema clientelare mediante simmoriai e thiasoi.

In Asia ( in Bitynia e Ponto,  in Cappadocia,  in Pamphilia , in Licaonia e  in Galatia  e in Licia ) e in Commagene,  come  in Syria  e in Ioudaea e in tutto il bacino del Mediterraneo,  come anche in Grecia e Italia e in tutto l’Occidente pochi soggetti giuridici controllano le masse che, sottoposte, vivono la vita quotidiana,  soggette solo  a scadenze festive, in modo bestiale,   protette dagli statuti delle loro corporazioni, popolari,  priapee, di selvaggio edonismo, avulse dalla vita delle classi nobiliari…

E’ questa, però, una questione interna, tra le masse e i capi del corporazioni, siano esse pagane che cristiane, comunque, tutte immorali  ed indocili .

Lo scontro tra cristiani e pagani avviene in questo campo comunitario, da addomesticare ed assoggettare,   tra gruppi  popolari pagani,  legati al sistema  della  tradizione classica -ora connessa con la divinità   di Zeus  e degli dei olimpici o con quella egizia sincretica  di Serapide o con quella del culto di Mitra e del Sol  invictus–   e gruppi di tradizione monarchiana  di radice giudaica o giudaico-cristiana di impostazione oniade.

Non c’è odio né rancore tra confessioni e credi diversi,  anche se soggetti tutti  ferini e servili,  ma c’è da parte di quella di tradizione  giudaica, compresi i cristiani, la coscienza di elezione e di esclusività monoteistica, connessa con l’appartenenza ad un Regno,  che non è di questa terra,  e quindi di aver una cittadinanza in Cielo, e, perciò, di rifiutare la vita stessa terrena.

La cittadinanza in cielo e il rifiuto della vita eterna  rendevano odiosi i cristiani, che come massa erano  simili a l gregge  bisognoso di pastore, incapaci di vivere senza clero.

Inoltre,i cristiani hanno capi sovrani  e non prendono le armi in difesa dei loro concittadini e compatrioti, indifferenti di fronte ai barbaroi invasori armati, distruttori, nemici,  e vanno loro incontro quasi grati di avere la morte.

In epoca antonina sono continui gli episodi  di christianoi che, inermi si fanno uccidere: noi oggi li chiamiamo tutti  martiri della fede e non distinguiamo  i privati cittadini dai milites, militari che hanno un compito  offensivo e difensivo a favore della patria.

I christianoi  non difendono la patria, anelanti di raggiungere il cielo e il meritato premio!.

Allora, davanti ai Quadi e Marcomanni, che dilagavano   e distruggevano ogni segno di civiltà romana, raggiungendo perfino le zone alpine, rifiutare l’uso delle armi di fronte al nemico  si chiamava abbandono di postazione, si bollava come diserzione, si  definiva vigliaccheria,  perché atto indegno della cultura militaristica romano-imperiale, che stava costituendo, sulla base del diritto comune,  di tante genti un solo popolo, dopo aver accolto alcune popolazioni barbariche arrese,  entro il proprio territorio seppure al confine con genti  della stessa stirpe (con la clausola di Dediticii-di uomini che cedono i propri diritti  al momento della deditio -che comportava uno scomporamento dallo ius latino e dal sistema provinciale  e sottendeva una mancanza assoluta di garanzia pure per chi viveva nel territorio romano ed aveva avuto assegnazione provvisoria di terre)…

I christianoi sembrano come residenti provvisori dediticii:  dalle fonti noi non riusciamo a comprendere esattamente il loro  equivoco sistema di vita: la stessa notizia di Plinio il giovane   (Plinio,Epistola X,96,8)  fa un punto  situazionale  ma non  risolve la questione né la lascia intravvedere secondo le direttive traianee:  o meglio, noi abbiamo frainteso Plinio perché lo abbiamo esaminato dall’angolazione cristiana!.

Di conseguenza risulta strano come  uomini che sono irreprensibili  nel comportamento sociale possano essere  testardi nel rifiutare di venerare l’immagine dell’imperatore e i simulacri degli dei pagani, e come possano disobbedire  per  le riunioni in giorni stabiliti  per le pratiche religiose,  che contrastano con la non osservanza delle regole che proibiscono le hetairiai.

Su Plinio si è fatto solo il problema sulla base della sua interrogazione all’imperatore se si debba  punire il solo nome cristiano, mancando gli altri indizi  di delitto/crimen…

La stessa risposta di Traiano  che i cristiani non debbano essere ricercati e che le denunce anonime devono essere trascurate e che siano puniti solo quelli che non ritrattano  e non  invocano le divinità romane, in  una precisa ostinata dichiarazione di cristianità,  sembra una testimonianza della presenza di un problema, non una  soluzione, in quanto lascia in sospeso la  valutazione sull’ ebraismo e  sulla radice giudaico-cristiana, di cui  solo nella spedizione parthica conosce- a sue spese -il reale significato religioso-politico…

Noi  siamo condizionati in questa lettura dalla successiva interpretazione sul piano del diritto,fatto da Tertulliano  (Apologetico II,7) e  siamo costretti a valutare come ingiusto il procedimento contro i cristiani  perché non si può condannare, per il solo nome, uno che non si deve ricercare  e che quindi è assolvibile: questa è storia successiva già organizzata per la difesa del nome cristiano…

Io, partendo da una frase di Filone, che riporta il giudizio, acuto,  di Caligola sui Giudei che  sono solo superstiziosi  più che colpevoli,   leggo  più o  meno lo stesso enunciato, in latino, di Plinio (Epistola 10,96,8)  superstitio prava et  immodica. 

La stessa cosa sembrano dire Tacito (Annales 14,44,4 ss)  e  Marco Aurelio   in A se stesso( II,3) che oppone il logismos pagano alla cecità della pistis cristiana e che rileva che  il  comportamento cristiano  anche davanti alla morte è teatrale, non razionale.

Celso,(ed anche Galeno) e Luciano, soprattutto, ci permettono di chiarire il problema cristiano, se lo si vuole chiarire.

Celso, nella sua opera, riportata, a passi, scelti da Origene ( Vera dottrina)  intorno agli ultimi anni della vita di Marco Aurelio,  fa un preciso ritratto del cristiano e lo vede come un millantatore, come il Gesù, fondatore della setta…

Eppure Celso è un philosophos, uno che  studia e che deve aver notizia anche di Giustino  apologista, ha buone conoscenze testamentarie ed ha presente le  letture evangeliche: il suo discorso vero marca l’ irrazionalismo cristiano  in quanto vede i cristiani privi di logos,  oppositori della paideia greca, uomini che si integrano  mescolandosi in sette/aireseis sacerdotali, che rifiutano il contatto con la realtà, in nome di un’altra vita celeste.

D’altra parte, Celso indaga prima ulla figura del Christos  e scopre  tra l’altro, che fu un mago/goes  millantatore  e  che i suoi discepoli- i capi- al pari,  sono millantatori  e maghi, che approfittano della credulità delle masse in un’ epoca specie come quella del II secolo dove si crede che l’asino vola e si può fare bere la verità di un uomo-dio e  si muta ogni razionale pensiero col paradosso, sorprendente e meraviglioso, fabulistico.

Il razionale Celso rileva che tutto è rovesciato  (secondo  questa logica di ciarlatano, che con la bugia, col paradosso e con la retorica assolve la povertà mentale, facendo diventare  da ultimi primi, da insipienti sapienti in nome di un Christos, risorto, a cui niente è impossibile: chi sa e chi sa fare non deve avanzare, avanzi solo chi non è persona istruita e che non  saggio, chi è  insensato furfante  lo  dimostri con fiducia perché Il successo è suo…

Insomma una tale élite così costituita fa presa solo su gente semplice, volgare, stupida, ossia schiavi, donnette,  giovincelli  spudorati (Origene, Contra Celsum 3,44 e 5,59 )

Per Celso, comunque, la gravità assoluta  di tale logismos è nel   rinnegare il nomos, inteso non come legge ma  come complesso fatalistico legale  che  regola l’universo giudaico -cristiano,  differente perfino dalla normativa mosaica, secondo una logica millenaristica escatologica, propria di un’oikonomia divina.

Vincolati da tale ragionamento, I christianoi creano isole nelle città, nei paesi, nelle campagne, apparentemente ligi ed impeccabili moralmente e socialmente, ma risultano elementi non integrati nel kosmos pagano, convinti di essere cittadini di un altro mondo a cui aspirano di tornare il più presto possibile, totalmente assenti dai circuiti della normalità sociale, irresponsabili rispetto ai doveri dell’uomo normale, del prossimo, in attesa di un Regno di Dio.  

Noi seguendo il logismos di uomini come Celso, Porfirio e poi Giuliano siamo riusciti a comprendere il pensiero cristiano di un Costantino e poi di un Teodosio… dopo aver rilevato la loro esatta biografia e il loro contesto militare occidentale pagano, proprio del sistema civile sociale ed economico-finanziario  del IV secolo...

Cosa hai capito, professore ?  mi si dirà.

Ho capito che bisogna distinguere  che le notizie, da noi sempre lette  allo stesso modo, non hanno nemmeno un segno di verità, ma sono  state aggiornate  al fine della costituzione di un sistema cristiano  per giustificare la caduta dell’impero romano, le invasioni o penetrazioni barbariche, per evidenziare l’esistenza già perfetta di una Chiesa unitaria, apostolica, romana, capace ed abile a manovrare ed abbindolare le masse pagane e giudaico- cristiane,  dando speranza di un premio e di sopravvivenza eterna alla durezza della vita quotidiana  alla fatica giornaliera…

L’errore di questa valutazione è nel sistema di vita cristiana oggettivo, che ha due modi di vivere:  uno fastoso e invidiato, quello  dei protoi (episcopoi  presbiteri e diaconoi) a vari livelli, che godono dei vantaggi sociali e del benessere economico.finanziario  assicurato dalle trapezai e dagli emporia  e dalla  liturgia, dal servizio nelle basiliche, dalle oblazioni specie domenicali e festive;   e quello. povero e dignitoso  delle masse anonime irrazionali, che si accontentano del fasto del cerimoniale connesso con quello pagano   e nella povertà sono felici  perché hanno radicato in ognuno l’elpis /la speranza  di una ricompensa al loro sacrificio,  e della povertà, tanto più grande per quanto è stata maggiore l’accettazione del proprio status  di vita.

Ora se uno parla come Celso,  non è facile capire perché  in senso dottrinario  tutto è  discutibile  e perché  i termini sono equivoci riferiti da un Cristiano (Origene ),che confuta  l’avversario  senza parlare della  quotidianità di vita e della realtà  contestuale  dell’epoca.

Parla  Celso o Origene?

Chi legge pensa e valuta, a seconda di chi realmente scrive e ne è coinvolto, e non ha possibilità di sapere con sicurezza di chi siano le affermazioni  e chi dica la verità in un discorso vero, essendo ambedue (accusatore ed accusato)  nutriti  platonicamente, secondo il doppio logos socratico (vero o falso)  …

Un termine ha valore a seconda di chi lo pronuncia: la visione storica di un pagano è molto diversa da quella di un cristiano; quella dell’uno rimanda ad una cultura; quella dell’altro ad un’altra cultura proprio in un momento in cui c’è sovrapposizione  culturale e non c’è ancora possibilità di rilevare  chi sia il vinto  e chi sia il vincitore: leggere  i fatti  del II e III secolo con l’occhio costantiniano  di Eusebio di Cesarea  non è certamente un fare storia neutrale, data anche l’euforia dei vincitori,  che, usciti da una persecuzione feroce,  hanno un reazione altrettanto feroce…

Inoltre se si parla, satiricamente,  ironicamente, sarcasticamente  come fa Celso, in un dato momento quello di Lucio Vero e Marco Aurelio,  il linguaggio  viene letto in altra situazione da Origene in connessione coi  tempi nuovi severiani, per cui il termine ha oscillazioni  di significato e di referenze notevoli: solo quelli che vivevano in quei contesti potevano effettivamente comprendere  quei messaggi e dare il giusto valore semantico con la stessa referenza, noi potremmo solo intuirli, ma non precisarli con reali messaggi: sarebbe opera  presuntuosa  pensare ad una sicura lettura neutra!

Se  si esamina il sistema cristiano da parte di uomini che vivono quotidianamente la vita, si rivela una grande ambiguità nei termini : uno è il modo di vivere dei capi, uno è quello della massa di fideles , di norma credenti passivi,  ma non esperti di teologia, partecipi entusiasticamente ai riti, senza neanche comprendere il mysterion... .

I capi, theologoi e dioichetai  non fanno niente di illogico ed illegale ma hanno un pensiero  logico e conseguenziale, che sfruttano in modo pratico così da avere un alto tenore di vita,  grazie ai guadagni comunitari che, comunque, sono spesi anche per i poveri, per le vedove, per gli orfani o in opere assistenziali per i malati, moribondi, i tanti afflitti da infermità, affidati  a diakonoi, suddivisi in gruppi, abilitati a scrivere a leggere, a medicare ad evangelizzare.

C’è una frattura fra chi maneggia il denaro e ha le banche e quelli che sono solo operatori comunitari, ormai vittime del sistema gentilizio, addomesticate dalla promessa religiosa di una eternità felice,  conseguibile con la sofferenza terrena  accettata, perché voluta da Dio,  come purificazione di peccati.

I primi sono Protoi e sono equiparati ai capi dei Thiasoi e delle summoriai  e quindi rientrano nelle  élites del II  e III secolo n mentre le masse  dominate  e soggette sono  così istupidite e condizionate da credere alla magia  e sono attirate dal successo economico, dalla fastosità del  cerimoniale  del  papato cristiano e dalla volontà di appartenenza alla comunità che, oltre tutto, garantisce l’elpis futura, un Regno dei cieli  ultraterreno da conquistare con una vita di sofferenza  e di dolore , che costituisce il tesoro da godere, da morti . D’altra parte, la crisi economica ha equiparato coi decenni classi tradizionali  dei  senatori e cavalieri come honestiores,   che  sono il ceto  dei  proprietari terrieri  e dei militari  che detengono anche le riserve auree di moneta, mentre i plebei (operai, artigiani e piccoli  possessori di terre e  umili commercianti) toccati dalle difficoltà economiche e dalla svalutazione della moneta d’argento, formano la classe degli humiliores, avvilita e senza più diritti civili.

Forse, dopo la fine dei  Severi, nell’anarchia militare, mentre  il potere imperiale diventa  illirico, i vertici cristiani, organizzati  secondo il sistema oniade e secondo lo schematismo dottrinale  origeniano, nonostante le tante diverse anime sparse del cristianesimo,  trasformano una religio elitaria, arricchita da lasciti e dai profitti bancari  delle communitates, potente per i rapporti finanziari con i militari,   in un sistema apparentemente  caritatevole e  democratico, basato sulla credulità popolare sia pagana che catacumenale, sul  fastoso cerimoniale di riti propri della liturgia domenicale e festiva: si crea, da una parte il muthos del cristiano che vive per morire, che anela di tornare nella patria promessa  a ricevere l’eredità celeste eterna, e, da un’altra, si forma  una potente casta cristiana che ha potere regionale a seconda del numero di Christianoi  della  communitas, specie danubiana ed asiatica, che controlla anche le popolazioni, di confine, barbariche …

Il sistema clientelare, assunto dalla chiesa romana nel II e III e IV secolo, determina  la sua ricchezza, stratificata ad ogni generazione e custodita dalla gerarchia, che si tramanda giudaicamente i tabularia  (gli archivi grammatophulakia) e con essi i poderi, le proprietà con le pertinenze, e i depositi bancari…

Infatti, ad ogni morte di capo subentra un altro capo che ritrova con gli altri compartecipi la ricchezza precedente  sulla base archiviale, che lascia intatta per la successiva comunità  muovendo quei capitali che possono essere  riciclati secondo carità, o  ricevuti in eredità da benefattori: questa è l’unica fides dei diochetai/episcopoi, fedeli trasmettitori del patrimonio  della Chiesa, più che della verità evangelica…

Basilio si lamenta che il fratello  Gregorio, divenuto episkopos di Nissa, eletto da lui – dopo il ripudio della moglie-  non abbia questa acutezza mentale e tale  abilità amministrativa per la conservazione del patrimonio ufficiale della chiesa, timoroso di una diminuizione  patrimoniale …

La fides religiosa, popolare,  è solo una ideologia sincretistica,  una mistione confusa di idee pagane e giudaiche  con cui  l’élite  ha abbindolato le masse, a seconda delle tradizioni locali, su cui si sono poggiate.

Da qui anche la disparità di fides  tra le popolazioni orientali e la mancanza di un credo unitario,  non essendoci nemmeno una comune tradizione sulla figura umana e divina del fondatore Iesous Christos Kurios.

Nemmeno su Dio  c’è unità di pensiero,  monarchiano: ad un theos onnipotente creatore del cielo e della terra, rettore della sorte dell’uomo in quanto provvidente pater si associa un logos  distributore, demiurgo, inviato in epoca storica augustea sulla terra come redentore dell’uomo peccatore,  morto in croce  e risorto, che insieme al padre  invia il paraclito/agion pneuma fecondatore  del seme apostolico evangelico,  animatore dello spirito umano…

Allora, da un parte,  c’è l’ empietà cristiana  che è veramente  assenza  di pietas  in quanto il non sacrificare  agli dei e all’ imperatore è crimen contro lo stato poiché risulta gesto barbarico ed irrazionale contrario alla societas umana, pacifica, tollerante,  politeistica, capace di accettare ogni culto, purché si rispetti quello comunitario e quello del prossimo che ha eguale dignità…

Tutti i cives dell’impero di circa 3.332.000 Km quadrati, dall’altra   parte, conoscono le legge universale romana sancita da Claudio con la lettera agli Alessandrini del 41 D.c.. ogni popolo abbia la sua thrhskeia e non insulti  quella altrui , limitrofo, in un chiaro riferimento, agli ebrei fanatici per il loro credo, impediti nel fare proselitismo, pena sanzioni imperiali.

Tutti i popoli, che costituiscono le singole membra del corpus dell’impero romano, sono eguali di fronte alla legge: Claudio fa decadere  il privilegio  accordato da Cesare di tipicità del culto ebraico e lo ridimensiona, valutando il giudaismo isonomos e isotimos  alla pari delle altre etnie; solo superficialmente sembra che  ripari al male del nipote Caligola, ridando dignità al popolo ebraico, in effetti lo riduce, equiparandolo agli elleni e agli egizi, specie in Alessandria.

Mi sembra opportuno,però, precisare che Claudio, da una parte, equipara il giudeo alessandrino ad un greco, ma, da un’altra,  ne limita lo status di civis/poliths in quanto  lo fa risultare isotelhs cioè di chi, pur forestiero, ha eguaglianza  di gravezze  e carichi  di un cittadino.

Lo status dell‘isoteleia comprta che un  giudeo in Alessandria è un metoikos che  non paga, comunque,  il metoikion– una tassa di 12 dracme annuali- e non ha bisogno di un prostaths /patrono, ma, siccome possiede beni  e terreni,  deve avere gli stessi carichi/incarichi di leitourgia  di un poliths,  anche se non gode della cittadinanza attiva.

In effetti il giudeo ricco alessandrino  deve un servizio allo stato  ordinario (khoregia, gumnosarchia, lampadarchia, estiasis, architheoria) o straordinario, per cui deve  allestire  a turno navi – trihrarchia oltre alla eisphorà , una normale contribuzione in relazione alla ricchezza dichiarata, da utilizzare sia per il culto al proprio dio che a quello del  numen altrui.

Chi non riconosce la comunione dell’autokrator con  Dio e la sua l’auctoritas divina non  ha  la  coscienza  reale del diritto romano al dominio sui popoli: ogni popolo  deve riconoscere la divinità di Roma imperiale come essenziale ai fini del Kosmos  e poi la propria peculiare divinità (il Dio dei padri),  venerata insieme a quella ufficiale: si cerca di amalgamare così i popoli che hanno bisogno di un solo sovrano e di un solo Dio.

Lo zio non è diverso dal nipote: Claudio e Caligola  aspirano ad una legge comune. In Caligola il sublime ho mostrato come  l’imperatore dimostri  che l’ebraismo bara quando dice di sacrificare giornalmente due volte  per  Augusto e per il proprio Dio.

Augusto e Tiberio hanno accettato la falsità  cultuale giudaica, ma non Caligola che vuole equiparare il sistema religioso in ogni parte dell’impero (cf. Caligola Il Sublime, Cattedrale 2008  pp.157-183)  Infatti (Cfr. Legatio ad Gaium,357), durante il processo,secondo Filone, l’imperatore  afferma che i giudei dicono il vero quando  giurano di sacrificare per lui e per il proprio Dio,  ma aggiunge celiando:  Voi avete fatto sacrifici, ma per un altro, anche se a mio favore.  Che utile ho, dunque ? Voi non avete, infatti, sacrificato  a me./ Tethukate ,all’eterooi, kan uper emou, ti oun ophelos;ou gar emoi tethukate.

Caligola (Filone, Legatio ad Gaium 357 ), dopo aver rilevato la natura dell’ animo ebraico- Non sono malvagi, mi sembra,  ma piuttosto  disgraziati ed irrazionali ( dustukheis … anoetoi )-  mostra l’ irrazionalità  dei giudei che non credono  la sua divinità ed  afferma di aver avuto in sorte una natura di Dio (Cfr. Morte di un Dio).

Ora, chiuso il caso di Caligola, sotto Claudio   i christianoi.,che vivono in seno alla communitas ebraica  di Antiochia, copiano lo  statuto del politeuma  alessandrino, secondo la riforma imperiale ed in quanto giudeo-cristiani, cioè una radice ebraica, si propagano con la stessa politeia ebraica, che, non avendo bisogno di un rappresentante prostaths, si eleggono, là dove insediano una colonia apoikia, un dioikeths ammnistratore (episkopos).

Da qui una ramificazione delle colonie cristiane  secondo l‘isoteleia alessandrina, accettate dalle communitates pagane  (ed ebraiche inizialmente) in  Siria, in Asia, in Grecia, insomma  in Oriente, dove convivono isolate, protette dai governatori locali e rispettate nella loro ameicsia /non mescolnaza,  subito divise dai giudei  integralisti inquisiti sotto Traiano ed Adriano.

Dopo Antonino il Pio,  sotto  Lucio Vero, impegnato nella guerra parthica e sotto Marco Aurelio  contro i Barbari, le communitates sono invitate a  partecipare alle leve, ma non accettano il servizio militare  o se lo accettano, non combattono in nome di Iesous Christos Kurios, loro re,  che impone la fratellanza universale e si rifanno perfino ad un decreto di  Giulio Cesare a favore di Hircano  e degli ebrei ( Flavio, Ant. Giud.XIV ) invocando il rispetto della tipicità di vita giudaica e giudaico-cristiana …

E’ superstitio prava et immodica  che, però, sottende  un’ideologia fondata sul logos, sul monarca con funzione divina  e non sul muthos, cosa che poi sarà prerogativa del  Papa romano, come rappresentante di Dio sulla terra, che  assume la stessa funzione imperiale…

Noi  cristiani  fatichiamo ad accettare una tale risultanza e non possiamo pensare che i primi cristiani possano essere così  avulsi  dalla realtà del tempo, così neepioi /bambini  da  rinunciare a vivere credendo  in un prossimo ritorno del  Signore e da sperare in un premio eterno,  tanto da affrettare la propria morte.

Non è umano né naturale  essere figli  esclusivi di un padre provvidente, che accoglie le vittime del sistema politico imperiale-che, pur tirannico, permette una comunità di vita, anche se estranea, seppure  suddita di un altro re  – : l’imperium romano garantisce  con le sue leggi l’integrazione sociale a tutti, anche barbari, dando eguali opportunità giuridiche e democratiche,  purché si paghino le tasse, si abbia un rispetto reciproco tra  le stirpi/ genh e  si veneri ciascuno il proprio Dio.

Non per nulla la figura dell’imperatore romano  passa da una famiglia romano-latina, ad una sabino-italica, ad una  italico-ispanica ad una italico -berbera, per poi essere trace e araba per diventare illirica, in un mescolamento etnico, universale: specie nel periodo dell’anarchia ogni civis  occidentale o orientale, se ha un grado militare, può essere  autokrator/imperatorlegge vivente/nomos empsuchos per tutti i sudditi!

Noi che abbiamo avuto in eredità il  cristianesimo, che siamo stati battezzati senza il nostro consenso, e che abbiamo fatto parte di una parrocchia in  una diocesi, non ci siamo mai posto problemi neanche sui termini  perché  vivendo in una società contemporanea molto diversa da quella dei primi christianoi,– soggetti passivi  condizionati di un’élite spirituale, pneumatica,  teleia/perfetta che li spinge al martirio-, siamo laici, indifferenti alla fede e scettici,  guidati da una gerarchia  ecclesiastica ormai corrotta e coinvolta nel potere politico, asservita da secoli  alla potestas statale,  di cui è stata compartecipe con la sua auctoritas, in un mescolamento di sacro e profano  in nome della Romanitas.

Comunque, il sistema clientelare latino, vigente,  creava nel corso della caduta della domus giulio-claudia e poi di quella Flavi e di quella Antonina  cambi di potere, facendo  sorgere nuovi nuclei di poteri: ora le masse christiane, riunite sotto il vescovo, nelle  cosiddette sedi apostoliche, avevano costruito un sistema difensivo tale da non subire gravi danni nei momenti di transizione e la risposta era stata positiva nel passaggio da quello flavio  a quello  antonino: lo stato non poteva intervenire sulle masse anonime e non schedate nemmeno per la tassazione, ma solo sulla communitas rappresentata dal vescovo e dal clero, la cui opera appariva solo caritativa, ma celava una rete economica e un flusso di denaro senza pari, di cui i fideles non avevano neanche la percezione e solo gli amministratori ne erano al corrente.

Le varie aireseis  delle communitates cristiane, disseminate nell’impero, non erano produttive per gli esattori imperiali e quindi risultavano non paganti le normali tasse in quanto ne erano escluse data la millantata pietas religiosa pauperistica e la concezione  spirituale.

E’ questa impostazione  “psichica” di Clemente Alessandrino,propria di uomini  che vivono disciplinati  da capi , che condizionano la mente infantile dei propri adepti nel formalismo ritualistico e nelle vesti sacerdotali,  grazie ad un oculato sistema di dioikesis (sistema amministrativo) diverso da quello successivo dioclezianeo.

Prima di parlare dei fondatori di questo sistema amministrativo e   storico, ci sembra utile precisare che la mentalità cristiana già chiara in quanto comunità in attesa dello sposo, millenarista, specie dopo la scrittura dell’Apocalisse,  si connota ancora di più in questa ideologia grazie a Montano e  alle sue profetesse  Massimilla e Priscilla, sotto Antonino il Pio, Lucio Vero,  Marco Aurelio e Commodo.

Il fenomeno inizia dalla Frigia, dove ci sono segni di una testimonianza cristiana ad opera di  Filippo, discepolo di Cristo, che con le sue figlie, profetesse,  congiunge la nuova fede con un sistema  mistico-sacrale, connesso con la vocazione turistica dei luoghi intorno alle terme  di Hierapolis ( Pammukkale) dove è dominante  la mentalità pagana, legata a Plutone e a Cibele.

La comunitas cristiana aveva fedeli che in massa si eccitavano seguendo anche pratiche arcaiche, riunite in pianure, in preghiere collettive,  attirate non solo per le guarigioni ma anche per  apparizioni e forme di suggestioni, profezie, in un abbandono della vita reale quotidiana.

La fine del I  secolo e tutto il II secolo sono pieni di magia,tanto che Apuleio (De Magia) discute su una magia volgare normalmente inquisita dalla Lex Cornelia sive de Sicariis  e una magia filosofica e religiosa, espressione culturale teurgica, distaccandola dalle artes malefiche di maneggioni, falsi profeti, magi, taumaturgi  (goetes).

Ora la pratica magica è connessa alla diffusione del gusto del mistero, del religioso , dell’irrazionale  e risulta tipica dei cristiani stessi  che ne sono accusati per i loro riti esoterici anche se  i loro scrittori, comunque, sono avversari di ogni pratica magica, ritenuta  manifestazione dell’opera demoniaca.

Apuleio (Cfr Metamorfosi, IX,14)  e Luciano ( specie in Morte di Pellegrino e Philopseudes ) meglio di altri hanno evidenziato questa componente nel cristianesimo.

In epoca commodiana l’aspetto mitico e magico è predominante nell’impero e proprio nel quadro di una propagandata  ektheosis imperiale  si accumulano le crisi  causate da  movimenti ideali e  spirituali, in senso economico, finanziario, politico e sociale.

Queste, aumentate nel periodo Severiano, ingigantite nella decadenza, si riversano contro le comunitates cristiane, -rimaste per qualche decennio isole felici,- nel periodo Massimino il Trace (235-238)- sotto  Decio (249-251) e sotto  Valeriano (253-259) e    poi  si placano  con   Gallieno, fino a Probo, nonostante alcune sommosse sotto Aureliano(270-275) – che ha  favorito il culto del Sol Invictus-  per riacuirsi  sotto la tetrarchia fino all’instaurazione dell’impero cristiano in Occidente, dopo  la vittoria di Costantino  su Massenzio al ponte Milvio (312) e, poi, in Oriente- dove già il cristianesimo è religio licita grazie a Galerio- definitivamente, dopo quella su Licinio  a Crisopoli  nel 324…

Comunque, al di là del valore delle communitates nel III secolo, per noi è  significativo ed esemplare il montanismo,  confessione eretica,  che pur ha una sua impostazione tipicamente cristiana, tanto amata da Tertulliano stesso, suo adepto.

Il montanismo millenaristico e mistico, pur fedele alla dottrina cristiana della Trinità e della divinità del Cristo, si scontra con le auctoritates locali, come Apollinare di Hierapolis, dioiketes  che amministra i beni  e che ha con sé un gruppo di  uomini scelti,  dediti all’ amministrazione della comunitas…

Il carisma di Montano e delle sacerdotesse mette in crisi l’auctoritas amministrativa, tutta presa nelle questioni terrene e dimentica delle cose eterne,   che, essendo priva di profezia e di capacità di suggestione,  accusa di possessione diabolica i montanisti,  seguiti ed amati dalle folle, non solo locali ma anche regionali, ammirati   e quasi idolatrati, dovunque si trasferiscano (in Africa o a Roma stessa).

I montanisti,  avendo l’ ammirazione popolare gettano il discredito nel sacerdozio,  che risulta corrotto e lontano dalla reale predicazione del Cristo, considerata  propedeutica alla felicità ultraterrena, non utile ai fini di una vita terrena.

Le accuse di Girolamo, successive,  a Montano di essere stato un evirato sacerdote cibelico prima di essere cristiano,  o quelle ireneiane ed  eusebiane  di aver detto “io sono l’eterno” o “io sono il signore onnipotente” sono affermazioni di storici cristiani, che  hanno segnato una linea per ricompattare e riconfluire armonicamente il cristianesimo delle origini a Costantino: la gerarchia ecclesiastica disconosce perfino che Montano è un altro Christos, un profeta  che riforma la chiesa in quanto assistito dal Paraclito  e che  con la sua venuta, autorizzata dal Padre,  possa realizzare  la Nuova Gerusalemme  come eterna dimora dei fedeli.

Sempre in epoca antonina si sta esaurendo la collaborazione imperiale e giudaica alessandrina ellenistica,  ma si è potenziata, quasi come una naturale succursale, la struttura giudaico-cristiana amministrativa diocesana  che sempre di più assume valore grazie alla mantenuta organizzazione di stampo oniade, tenuta abilmente dai vertici cristiani specie orientali, poi viene traslata capillarmente,  tramite Ireneo, in Gallia, anche se già è chiara nella struttura della Chiesa di Roma,  che è succursale di Antiochia.

A nostro parere tale sistema giudaico oniade, non avendo bisogno di collaudo, avendo già funzionato da tempo  in modo perfetto  è funzionale nell’ organizzazione cristiana  fin dall’origine antiochena, ed ora si  è consolidata in senso caritativo (protezione ai vecchi, agli orfani, alle vedove)  in una gestione di capitali, mediante banche (che assicurano denaro liquido in depositi)  e mediante il sistema emporistico, che dà lavoro a tutti i membri comunitari impegnati e nella amministrazione  diocesana  con diverse funzioni e nei lavori di capeloi, vendita al minuto negli emporeia.

Impegnando molti nel lavoro fisico i  pochi eletti gestiscono il capitale sotto l’oculata sorveglianza di un episcopos, economo  di tutto il sistema:  il clero, istruito,  fa funzionare la communitas dei credenti, che costituiscono la base del potere economico con i loro fondi personali e col loro lavoro, che prospera, grazie a riinvestimenti di capitali o al proselitismo sotterraneo (ingresso di pagani ricchi nella communitas,come benefattori, volontari).

Dunque, le tante organizzazioni nel sistema imperiale costituiscono una costellazione di amministrazioni locali benestanti nel mare di crisi economico-finanziario statale, che aumenta, mentre la struttura cristiana progredisce  e prospera (come  oggi  in Italia, dove la crisi è totale, ma alcune amministrazioni locali sono ancora buone e dove  molte famiglie hanno ancora una capacità amministrativa diversa rispetto al sistema di grave recessione,  innescato dal mondo americano, perché ancora legata al sistema agricolo conservatore!) grazie all’ oculato sistema oniade dei vertici.

Inoltre, l’ amministrazione cristiana risultava ancora  migliore nelle grandi sedi e cominciava a mostrarsi ancora più positiva in quelle cosiddette apostoliche:  Roma, Antiochia, Alessandria, Efeso  erano diventate in epoca antonina  sedi amministrative con dioiketai sempre più bravi, capaci di permettere un tenore di vita ammirato dai pagani, a fedeli, soggetti passivi, ammaliati dalla retorica  episcopale (cfr. Il II Secolo d.C: il trionfo della retorica, del paradosso e della bugia) che pensano solo alla edificazione morale e alla propria spiritualità, in un continuo  avvicinarsi a Dio.

Se la comunità, laica, dà esempio di vita cristiana, i vertici ecclesiali essendo ricchi, sono in competizione con i protoi della città e normalmente li superano, dato il fasto delle vesti, considerati  i cortei e le processioni e la maestosità dei riti,  che richiedono molto denaro e soprattutto avendo molte entrate dal lavoro comunitario e dagli ergatai pagani  dipendenti, aumentano in popolarità tanto da divenire loro stessi  viri civiles, in quanto non sono affatto digiuni di retorica.

Sotto Marco Aurelio  già si parla di ricchezza delle sedi  episcopali in Morte di Pellegrino di Luciano di Samosata (Mondadori 2003).

Già precedentemente, non solo la  sede di Antiochia sotto l’episcopato di Ignazio, ma anche  quella  di città minori  evidenziano  che gli episkopoi hanno un tenore di vita adeguato alla loro posizione di funzionari e di amministratori:  Hierapolis  ha vaste zone cristiane  al tempo di Papia, come anche Afrodisias, e ne controlla le popolazioni.

Insomma in  molte zone,  dove predomina l’elemento cristiano, già all’inizio del II secolo la situazione è florida,  data la oculatezza amministrativa dei capi.

Il protagonista  di Luciano  (uno strano filosofo del tipo di Giustino  apologista!)  è un pagano, certo Proteo, patricida, divenuto cristiano,  fatta carriera tra i cristiani (Morte di Pellegrino,11), diventato profeta, capo dei riti e convocatore delle riunioni, assunte quasi tutte le cariche, commenta e spiega il testo sacro  e molti ne scrive personalmente  e perciò risulta  tanto onorato  come legislatore (nomothetes)  e come protettore (prostates) da  diventare dopo Christos, l’uomo più importante.

Questi, dunque, secondo Luciano, catturato  per l’omicidio del padre,  è dai cristiani liberato dal carcere, dove è ben assistito  da vecchiette, vedove, bambini, orfani  mentre perfino i protoi – che hanno corrotto le guardie- dormono con lui o fanno veglie.

Gli vengono portati pranzi elaborati e  gli vengono recitati perfino discorsi sacri: Proteus, alias o beltistos Peregrinos è chiamato nuovo Socrate.

Da tutta l’Asia vengono legazioni mandate da singole città, che a carico della comunità,   per  aiutarlo, per  difenderlo, per confortarlo (boethesontes sunagoreusontes kai paramuthesomenoi ) dànno fondo a tutte le sostanze.

Perciò, con la scusa della prigionia ,Proteus Peregrinos ,avendo avuto molti beni,  ne ricava un’ entrata non piccola (prosodon kou mikran).

Luciano marca  la vita di questi sciagurati cristiani (oi katodaimones)  che vivono  persuasi che diventeranno immortali e godranno della vita eterna,  se disprezzano la  morte  e vi si consegnano volontariamente , autodenunciandosi:  essi si credono fratelli  dopo aver rifiutato gli dei  greci e venerano quel sapiente crocifisso  vivendo secondo le sue leggi ( ton de anescolopismenon ekeinon sophisten auton -Ibidem, 13).

Luciano mostra come sia facile per uno come Peregrino beffare gente semplice, che disprezza ogni bene terreno e che  lo mette in comune  senza alcuna precisa garanzia,  accettando quanto dicono i capi.

Secondo Luciano un goes incantatore, un technites  capace di fingere e di sfruttare le occasioni diventa ricchissimo  in poco tempo!.

Per Luciano, Proteo, dopo che è scarcerato per insufficienza di prove dal governatore di Asia, torna in patria e lì lasciò i suoi beni (15 talenti  equivalenti a circa 450.000 euro) ai concittadini,  che naturalmente lo venerano come un santo  e quindi è liberato dall’imputazione di patricidio.

Allontanatosi dalla patria,   avendo come sufficiente copertura  i cristiani ( ikana  ephodia  tous khristianous echon)  vive nel lusso grazie alla loro protezione, svolgendo probabilmente  la carica episcopale.

Ma poi, siccome ha  infranto qualche regola sui cibi  vietati,  trovandosi in difficoltà, rivendica i suoi beni paterni,  facendo una  palinodia  per riottenerli,  e chiede un intervento imperiale.

Ma non ha fortuna  per cui inizia il suo terzo esilio, andando in Egitto dove vive ad Egatobulo, esercitando una pratica ascetica che consiste nel rasarsi a metà il capo  impiastricciandosi il viso, nell’eccitare  pubblicamente le sue vergogne  – dimostrando che proprio questo è indifferente –  e nel  colpirsi, le natiche  e facendosele colpire  con uno staffile e compiendo altre cose stravaganti.

Poi, da lì trasferitosi in Italia, comincia ad attaccare l’imperatore  ed, aumentando la sua fama,   è scacciato dal governatore  che lo  giudica pazzo, ritenendo che la popolazione non ha bisogno di un tale filosofo, anche se si è conquistato la fama di uomo di parresia e  di grande indipendenza (Ibidem, 17)  come Musonio, Dione, Epitteto ed altri che sono stati cacciati pure loro  da imperatori.

Venuto in Grecia, in Elide,  decide di fare il grande evento  tale da essere per sempre ricordato: si prepara per quattro anni, dopo aver tecnicamente dimostrato alcune sue verità, specie quella  di voler morire con il fuoco,   annunciando  questo gesto alla fine della olimpiade.

La conclusione di Luciano,  che ne mostra la morte cercata come spettacolo, subito dopo le gare olimpiche ad Olimpia, è descritta così : fece un salto nella pira che aveva precedentemente allestita  comportandosi come un Calano, un gimnosofista…

Il personaggio di Luciano ha qualcosa in comune con  Marcione, che “fiorisce” sotto papa Aniceto (Ireneo, in Adversus haereses, dice  invaluit sub Aniceto) e che arriva a Roma da Sinope-dove ha già svolto la carica  probabilmente di episcopos-  nel periodo di transizione tra due papati, quello di Igino e  di Pio I  e che svolge attività di  trapeziths.

Egli è un abile amministratore che dona  200.000 sesterzi alla comunità romana,  secondo Tertulliano (De Praescriptione Haereticorum,XXX)e che  è già scaltrito da una precedente esperienza finanziaria nel Ponto,  regione ben collegata con le regioni sarmatiche,  cimmeriche  e danubiane, considerato il fatto che è anche armatore (Origene, Dialog.1).

Entrato in urto con le autorità romane -non se ne conosce l’esatto motivo- riprende  il denaro, nonostante la sua professione di fede (Ibidem, XXX) (  Cfr,Tertulliano,  Adversus Marcionem, 1, 20 e De carne Christi, II).

Per meglio orientare  chi mi legge aggiungo che  vi sono in Roma altri esempi di  trapeziti cristiani.

Carpoforo, sotto Commodo, è un banchiere che  ha affidato i suoi capitali ad un trapezita un certo Callisto,  che, secondo Tertulliano e Ippolito  è un imbroglione (uomo industrioso per il male e pieno di risorse per l’errore,

Callisto gestisce la banca  dove è versato anche il denaro per  gli orfani  e vedove, ma avendo perso tutto fugge   e si getta a mare ma è  salvato e  riportato da Carpoforo suo padrone.

Accusato dai creditori    per salvarsi  accusa i giudei, dopo aver tentato di nuovo la morte.

I giudei lo accusano con prove e lo portano in giudizio dal governatore Fusciano che lo condanna ai lavori forzati in Sardegna  nonostante la protezione dell’ex padrone Carpoforo, che nega perfino la sua cristianità .

Il papa Vittore è convocato da Marcia, amante di Commodo  che si informa discretamente se in Sardegna  tra i condannati ad metalla ci sono cristiani.

Callisto è liberato,  tramite l’intervento congiunto del papa e di  Marcia,  implora il perdono, è lasciato,senza alcuna pena ,  ad Anzio dove  sembra godere di una sovvenzione mensile.

Dopo l’elezione di Zeferino, Callisto   ha l’incarico di organizzare il primo cimitero dell Chiesa e grazie alla sua bravura  amministrativa è eletto prima arcidiacono e poi diviene papa.

Non è in questa sede che dobbiamo mostrare la bravura dei dioiketai  romani, chiara nelle fonti cristiane ma anche in quelle pagane.

Se a fianco loro ci sono uomini come Teodoto  il banchiere, che nominato  vescovo, ha una  paga di 170 denarii al mese   (Eusebio fa pensare che tale sistema retributivo, accettato da papa Vittore, sia lo stesso in Asia !), si può dedurre che il vescovato    è una carica molto ambita, specie quella romana.

Fondamentali risultano, a nostro parere,  due storici, che creano le basi storiche cristiane:  da una parte Eusebio di Cesarea  in greco e in da un’altra Lattanzio in latino…

Come sempre avviene, però, non sono gli storici ma l’epoca di Costantino( e quella di Teodosio a determinare effettivamente quella organizzazione storica e a determinare quel cammino cristiano anche dopo la costituzione della storiografia cristiana, specie per l’apporto di Girolamo di Stridone, di Rufino di Aquileia  e di altri.

Noi qui mostriamo solo la funzione degli  storici, che rispecchiano il cristianesimo di queste due epoche e che sintetizzano a loro arbitrio le storie precedenti e creano  una sola linea cristiana- nonostante le diversità di linee della stessa tradizione cristiana –  in dipendenza da Costantino e poi da Teodosio, che esigono un’ unità dottrinale sulla base  conciliare.

In effetti la loro è una sincresi storica,in cui predomina la spiritualità cristiana  che sottende  una dioikesis (amministrazione) perfetta, mantenutasi inalterata per secoli, anche quando non c’è l’unità di fede…

Professore, a questo punto  devo fermarla.

Devo chiedere  spiegazioni, io che la seguo da anni e che sono quasi una  sua controfigura.

La gerarchia christiana  che fa storia  col veleno in bocca e in coda contro l’impero romano, in nome di una spiritualità e fratellanza universale, staccando le plebi dalla realtà di vita,  facendo spectaculum, disgiungendo la pratica dalla teoria, alla ricerca di un credo teologico per oltre un secolo,  ha effettive possibilità di propagazione religiosa,  essendo limitata dalla condizione di religio  illicita, in quanto superstitio prava et  immodica?

Si può  dire che, dopo la grande persecuzione di Diocleziano, la reazione cristiana elitaria, trova in Costantino, un figlio bastardo di Costanzo Cloro- marito fortunato di Teodora, figliastra di Massiminiano- il suo campione,  come legittimato Nikeths  in occidente,  grazie alla finanza christiana comunitaria   e alle leve cristiane prima, e  grazie  alla nikh  continua del deus sebaoth ebraico, poi, in Oriente ?

Certo, caro discepolo, la strategia cooperavistica finanziaria  ora è accompagnata da un’ideologia, propria, tipica  di Osio di Cordova:  liberare le plebi dal vinculum dell’astensione del servitium  militare e  spingerle alla partecipazione,  alla guerra santa sotto la guida del deus Sebaoth, al fine di avere i favori imperiali e di non correre più il pericolo di una ricorrente  decimazione a quasi ogni generazione…

Per oltre un secolo la gerarchia  episcopale è  quasi sempre decimata ad ogni cambio di potere politico ed ora, essendo salita ai vertici, non si lascia scappare l’occasione della gestione politica ( Si pensi al patto Gentiloni del 1912, cioè all’accordo  segreto, voluto da Pio X, tra i cattolici -UECI-  e Giolitti per arginare il partito Socialista . cfr. Cesare Battisti socialista )…

La storiografia, nonostante la parvenza  umanitaria, è feroce contro i nemici,  velenosissima nella condanna dei peccatori e specie dei persecutori: Diocleziano  è la vittima più illustre, anche se in effetti è il migliore degli imperatori illirici, compreso lo stesso Costantino…

Il fango – come copertura statuaria e come offesa alla memoria .- e il veleno, – come maldicenza, come odio, rancore, cattiveria in genere- sono stati gettati su Caligola, su Nerone, su Commodo, su Caracalla su Eliogabalo,  su Decio ma il massimo cumulo lo si rileva in Diocleziano, che ancora oggi è oggetto di damnatio christiana: lo stato pietoso  del  suo palazzo a Spalato porta i segni  di  scomunica e di  eterna condanna, anche se sottende disonore  per chi non lo riporta allo splendore  di un tempo, come  quello del Mausoleo di  Augusto, vergognoso per i politici Italiani!

Se ho impiegato una decina di anni di ricerca storica e di traduzione  diretta, mirata su Filone e Flavio, per cercare di rovesciare il giudizio negativo su Caligola, penso che non mi sarebbe sufficiente un’altra vita di ottanta anni,  per  togliere le infamie dette e perpetrate  e per rilevare  le tante omissioni, stralci di quadernioni, falsificazioni contro il Nome e l’opera  eccezionale di Diocleziano.

Eppure Diocleziano (284-305) è l‘unico illirico a porsi il problema unitario in quanto profondamente convinto della necessità di affrettare l’avvento della pace  e di normalizzare il mondo con una riforma statale urgente non solo a livello militare ma anche amministrativo, politico economico-finanziario, data la crisi  sempre maggiore negli ultimi decenni del terzo secolo.

Il bisogno di limitare il dinamismo militare congiunto a desiderio di vedere personalmente il funzionamento della sua riforma congiunta con la suddivisione amministrativa delle dioekeses  sono segni di  un vir animi magni, antico, di stampo sillano,-che comunque, non ha la stessa fortuna di inviolabile  del repubblicano dictator, a dimostrazione dell’imbarbarimento dei tempi-.

La sua concezione politica  di un politeia/ costituzione con  due Augusti ( Lui  Iovius e il collega Massimiano, Herculius, come  sovrano dell’Oriente e dell’Occidente con capitali Nicomedia e Milano)  e con  due cesari  (Galerio che ha come capitale Sirmio; e Costanzo Cloro Treviri) è necessaria per i tanti fronti di guerra, considerata la vastità dell’impero romano.

La sua tetrarchia, dopo breve tempo, non funziona per la morte di Costanzo Cloro, per la cui successione  si scatena una lotta che coinvolge  il figlio bastardo del Cesare e il figlio  di Massimiano in Occidente, mentre per l’oriente tutto procede secondo le regole della tetrarchia: Galerio diventa Augusto e Licinio Cesare.

Questi  ultimi nel 311 emettono l’editto di tolleranza e fanno cessare le persecuzioni in Oriente, mentre  in occidente dopo la vittoria di Costantino al Ponte Milvio nel 312  viene emanato l’editto di Milano che proclama il cristianesimo Religio licita

Comunque, Diocleziano avendo acume e senso pratico tale da contemperare la tendenza dell’autonomia   col principio unitario, distribuisce  i membri del collegio  in relazione alla vecchia nomenclatura provinciale:  Diocleziano l’Oriente, Galerio la penisola balcanica,  Massimiano  l’Italia con le province alpine, l’Africa settentrionale e la Spagna, Costanzo Cloro la Gallia e la Britannia.  Tutti e quattro godono della tribunicia postestas e dell’imperium proconsulare maius,  gli augusti hanno solo il privilegio dell’anzianità e  i cesari, avendone sposate le figlie, si sentono maggiormente vincolati come domus regnante.

Diocleziano segue la tradizione, convinto che il potere conferito ai magistrati  sia manifestazione della volontà divina  e della grandezza di Roma  secondo l universalismo  augusteo  e il militarismo cesariano da cui derivano i loro rispettivi  appellativi di Iovius e di Herculius.

L’accentramento amministrativo  è in relazione ai tetrarchi che hanno una attività legislativa e giudiziaria  assistiti dal consilium principis  del quale fanno parte membri equestri e magistri che fanno da ministri  delle sezioni di cancelleria  a libellis ,  ab epistulis,  a studiis  a memoria,  ed  a dispositionibus, a seconda delle funzioni svolte.

I  governatori  provinciali sono a capo  come praesides ed appartengono all’ordine  equestre, mentre i  correctores sono senatori;  le province vengono raggruppate in 12 dioeceses che hanno vicarii in relazione diretta con i tetrarchi ad eccezione  di proconsoli senatorii di Asia, di Africa e di Acaia …

L’accettazione della spiritualità cristiana da parte di Costantino e quindi del decreto di Religio licita è in relazione alla perfetta organizzazione della società  dei fideles, congiunti nella celebrazione della eucaristia e di riti cristiani propri  delle ecclesiai antiche,   che sono  organismi  ben funzionanti  amministrativamente tanto da essere isole economiche positive nel sistema anarchico amministrativo pagano statale del II e  del III e d’ inizio IV secolo, ormai in crisi e in pieno sfacelo, specie dopo l’epoca antonina, in quanto connessa e legata all’anarchia militare …

Capire questi enunciati di base, in senso amministrativo, è  fondamentale  ai fini della comprensione della costituzione storica del cristianesimo, erede del sistema oniade, come economia della salvezza

Certamente il fenomeno di Eusebio sottende un circolo elitario più complesso, che ha fatto già un lungo lavoro di critica delle fonti precedenti in Oriente- specie nella metropoli di Alessandria- in lingua greca, del cristianesimo  ormai  precisato  come Regno di Dio, distinto nettamente da quello dei Cieli, aramaico, inglobato, bisognoso solo di un’ulteriore trasmissione in lingua latina ad opera di  buoni traduttori,… 

Oltre l’aspetto ideologico, la superiore organizzazione episcopale deve essere  schiacciante rispetto alla crisi dilagante dell’economia universale imperiale  tanto che si guarda con invidia e rabbia contro le oasi cristiane su cui i diocheitai, svolgendo la loro funzione amministrativa,  dònno un esempio non tanto  di moralitas ma soprattutto di buona organizzazione locale…

Per meglio precisare il pensiero, bisogna dire che  nell’impero romano esiste il fenomeno  strano di tante  province ricche in uno  stato unitario povero, direi fallimentare nel periodo di Marco Aurelio, in cui l’insieme statale   in grave crisi ha bisogno della lingua vitale  delle piccole cellule cristiane, rigogliose, che, non risentono affatto del malessere generale in quanto hanno una solidarietà religiosa  strutturale  su una base  anche  economica e finanziaria, prospera  tramite la caritas/eleos e un sistema di elemosine e di colletta che favorisce  e riabilita  quelle poche amministrazioni, che  entrano in malattia, contagiate dal male esterno o  raramente rovinate da  amministratori incapaci.

Queste isole cristiane  nel mare pagano, pur avendo scarsi contatti fra loro  (quelle contigue hanno una certa coesione senza però interferenze né amministrative né organizzative), mantengono una comune fede  in Christos  soter ed euergeths uomo-dio  morto sulla croce, venuto  per redimere il mondo dal male, e sono in attesa di un suo prossimo ritorno ed attendono lo sposo  per festeggiare le nozze insieme, nel Paradiso, loro patria.

Nella vita giornaliera i cristiani  appaiono uomini irreprensibili  seppure cives inattivi  ed indifferenti alla vita cittadina in quanto  totalmente presi dall’attesa della parousia del Signore: i capi (di solito si tramandano l’episcopato di padre in figlio, secondo primogenitura) invece, sono intenti nell’amministrazione  dei beni della communitas  in quanto gestiscono con banche e con emporeia tutti i beni dei fideles, che partecipano ai riti,  e settimanalmente  celebrano l’eucarestia, festeggiando la Pasqua, la Pentecoste  e le altre festività, vivendo in quartieri cristiani,  mettendo in comune il lavoro, ripartito secondo le prescrizioni episcopali, avendo loro sinagoghe.  refettori comuni e, perfino, dormitoi comuni in molte comunità…

Le auctoritates,   guidando uomini che  fanno parte dell’organizzazione della dioikesis, compiono i riti e  con lo sfarzo attirano anche i pagani che, vista la funzionalità comunitaria e i benefici, specie per vedove, orfani, vecchi si aggregano alla communitas e sono gestiti dai diaconi, dapprima come neoicatecumeni, poi come fideles, dopo il battesimo .

In questo modo, grande rilievo per l’aggregazione hanno le festività dei primi giorni  di ogni mese  e il giorno dell’inizio dell’anno: le organizzazioni  e le festività variano  a seconda delle regioni romane per cui quelle traciche sono diverse da quelle bitinie o da quelle paflagone o da quelle frigie o cappadoci o armene  dove sono più marcati i  riti connessi con il sistema proprio della zona…

Si ha,  infatti, notizia della ricchezza e potenza delle sedi apostoliche  cristiane che competono con quelle pagane tanto che alcuni storici  parlano di un’economia statale in contrasto con quella  ecclesiastica, che  perfino ha facoltà di incentivare alla fine del III secolo d.C.  la migrazione  dei rustici verso le città per averne il patronato  e ricavarne un utile…

Infatti gli amministratori  percepiscono stipendi da procurator ducenarius  o da centenarius o da sexagenarius a seconda della grandezza territoriale della sede apostolica e  del maggiore o minore numero di fideles. Si sa che a Roma   Asclepiade e  il banchiere Teodoto  che è un discepolo dell’ omonimo cuoiaio propongono ad un certo Natale  di contrapporsi al vescovo Zeferino,  pagandolo con 150 denarii  all’anno, una cifra sestupla rispetto alla paga annua  di un legionario…

E’ chiaro che, in seguito, il credito della sede romana è maggiore se i in Ammiano Marcellino  si trova  conferma non solo  della florida situazione ecclesiale  ma  si mostra  anche una lotta per il potere papale.

Ammniano  parlando della sede romana e delle dispute per il papato mostra  di questi dioiketai/ episcopoi il potere ed evidenzia anche  la contesa tra le fazioni, a causa della potenza del titolo e della sottesa ricchezza (Rerum gestarum libri , XXVVII,3,11-14).

A Roma  il titolo di Pontefice Massimo pagano, anche se non ha più valore,   ancora esiste, mentre  quello Cristiano ha già una sua validità certamente non giuridica, ma ha un riconoscimento ormai ufficiale, come un  honor, essendo scaduta anche la funzione politica del praefectus urbi e di altre cariche repubblicane

Sappiamo così che  alla morte di  Liberio (24 settembre del 366)  si ha  una doppia elezione quella di Ursicino  (a S. Maria in Trastevere) eletto da un ristretto gruppo e  quella di  Damaso (a S. Lorenzo in Lucina) ad opera della maggior parte del clero.

Ci sono morti, dati i grandi interessi in gioco  in quanto il papa, riscuotendo le oblazioni delle matrone, consegue una così grande ricchezza da uscire in pubblico su cocchi e vestire con grande sfarzo  e da superare coi loro  banchetti,  fastosi  come quelli di un re (ut ditentur  oblationibus matronarum, procedant vehiculis insidentes, circumspecte vestiti, epulas curantes profusas, adeo ut  eorum convivia regales superent mensas).

Questa ulteriore ricchezza favorisce una diversa  classificazione della sede romana  in relazione non solo alla grandezza di Roma , antica capitale, ma anche  all’importanza apostolica  delle sedi  per cui la migliore organizzazione al tempo di Damaso,  in epoca di Valente e Valentiniano,  dà un certo rilievo  e credito alla sede apostolica petrina di Roma in Occidente, che già risulta appetibile perché ben amministrata, data la ricchezza patrimoniale dell’Ecclesia,  già in epoca dioclezianea…

 

 

 

Angelo Filipponi – Un' altra storia del cristianesimo