Il quadrante della vedova

Marco 12,41-44 tratta di una vedova che mette in una  shupharot del gazophulakion due spiccioli /leptà, equivalenti ad quadrante cioè 1/4 di asse (una moneta del valore  di 50 centesimi di euro, cioè di circa mille vecchie lire)

Gesù – questa è la mia ricostruzione del fatto – si trovava nel cortile delle  donne, una zona  che era  separata dal cortile degli israeliti da un muretto ed aveva all’intorno delle colonne, che sorreggevano il matroneo, da cui  si poteva assistere ai sacrifici e alle funzioni del tempio. In questi portici  c’erano 13 bossoli /buche, a forma di corno, disposti in modo che chi passava poteva deporre monete, che calavano giù  ed arrivavano nella stanza del tesoro.

Un fedele, circonciso – era vietata severamente  ai non circoncisi entrare sia nel cortile degli ebrei che in quello della donne, pena la morte: un’iscrizione sulle monumentali porte di ingresso del  tempio vietava l’accesso ai pagani- poteva andare al cortile degli israeliti  dal cortile delle donne, mediante 15 gradini.

Dai bossoli il denaro, dunque,  confluiva, da varie parti, a seconda della disposizione  dei corni,  nella vasta sala del gazophulakion come elemosina  o come tributo per il tempio (la doppia dracma): questo
costituiva il tesoro del tempio dove c’erano addetti al raggruppamento delle singole  entrate, in relazione alle porte di ingresso del tempio  e dove  c’erano depositi pubblici statali con  proprio sigillo, ma anche  di  comunità distinte per segni,  e  perfino di conti  privati, custoditi in sacchetti, dopo che le monete erano state accertate nella loro  autenticità di conio- date le tante contraffazioni- e contrassegnate con il timbro templare   con certificato di probatio,  che attestava  che i saggiatori l’avevano provato e comprovato  (solo allora il deposito era definito  pecunia clusa et obsignata).

Insomma,  il gazophulakion era una banca/trapeza (cfr. A. Petrucci, Mensam exercere, Studi sull’impresa finanziaria romana , Iovine , Napoli 1991), la banca più grande  degli ebrei – perfino di quella di Alessandria-  ed aveva  molti gestori,  con un tamias, responsabile,  di stirpe sacerdotale,  che  -di solito- era collegato con lo strategos, di nomina del sinedrio, ambedue.

Gesù, dunque, era davanti al  gazophulakion.

Perché un profeta, un maestro, un uomo  spirituale  sta davanti al gazaphulakion?  Strano!

Ancora di più mi sorprende che stia seduto proprio davanti  alle bocche del Gazophulakion.

Se fosse un re ed avesse potere censorio, invece, avrebbe anche un significato lo stare presso una delle 13 supharot?!

Comunque, qualsiasi cosa stesse facendo nel tempio, Gesù che stava seduto (kathisas katenanti tou gazophulakiou –  proprio di fronte al tesoro- katenanti  fa supporre una volontà di inquisire ,come anche etheoorei)  esaminava, non stava a guardare, da curioso,  il modo come  l’ochlos popolo  gettasse denaro nel tesoro!.

Marco  parla dell’obolo ( è moneta greca del valore simile al quadrante latino) della vedova,  dopo il tributo a Cesare, a seguito della confutazione dell’errore dei sadducei sulla resurrezione (ouk estin theos nekroon alla zoontoon : polu planaste/ è dio non dei morti ma dei viventi: errate molto), della proclamazione dell’amore del prossimo come primo comandamento, della propria proclamazione come Messia, Signore più che  Figlio di Davide in una correzione della lettura degli scribi, apostrofati come uomini che amano passeggiare in lunghe vesti, rivere saluti nelle piazze  avere i primi seggi nelle sinagoghe , i primi posti nei conviti, divorare le case delle vedove,  fare ostentazione delle lunghe preghiere.

Il  racconto di Marco, quindi, è nodale  in quanto subito  dopo  l’evangelista fa un discorso escatologico, mostrando l’inizio dei dolori e il vertice della tribolazione (tutti termini  spie dell’avvenuta  distruzione del tempio e della città)  per giungere a focalizzare la venuta del Figlio dell’uomo  sconosciuta  a tutti (perfino agli angeli e  allo stesso Figlio) e nota solo  al Padre, per cui  c’è l’esortazione a vegliare  con l’uso  di tre termini  blepete, agrupneite… grhgoreite (anafora  di quest’ultimo con  poliptoto /ina grhgorhi).

Noi abbiamo parlato a lungo di discorsi apocalittici ed escatologici e rinviamo ad altri studi ( Apokalupsiscuriosità– ed altrove ), qui mi preme  rilevare che lo studio sulla vedova  da parte di un maran/ re, che esamina i suoi sudditi (specie sadducei e scribi, filoromani)  versare nel tesoro del tempio, ha un altro valore rispetto a quello dato dalla tradizione…

Dopo la purificazione del tempio, il maran può aver chiesto un contributo ai suoi sudditi ?…come Oro alla patria di Mussolini, fissato per la Giornata della fede il 18 Dicembre 1935?!…

Chi attende ancora la venuta del Signore, come parousia/ritorno, presenza divina, invece,  intorno alla fine del primo secolo d.C. , mira a  risolvere tutto in  un ammaestramento morale secondo quanto detto da Christos  che rileva  come la vedova  (definita non khhra ma auth h ptookhh),   anche se poveretta,  ha gettato  più di tutti (pleion pantoon ebalen toon ballontoon ), dando  una spiegazione divina –  solo un dio può vedere quanto versato e sapere la verità!- di quanto dato da tutti gli altri  (to perisseuon il superfluo) , rispetto al  versato dalla vedova che ha dato tutto ciò che ha, cioè tutta quanta la sua vita/ panta osa eiken, olon ton bion auths.

La conclusione di Marco è, dunque, che la poveretta dà tutto ciò che ha, mentre  tutti gli altri solo il superfluo, in una esaltazione dei poveri  rispetto  ai ricchi (condannati!), degli ultimi rispetto ai primi, in un rovesciamento delle situazioni, secondo la retorica delle antitesi.

Una facile lezione morale, amici cristiani,  puzza -tanto- di inganno, da parte del  nuovo sacerdozio christianos!

Gesù. Meshiah aramaico, methorios , politikos

Gesù fu un messia aramaico, methorios e politikos.

Ho già trattato il problema della regalità di Gesù aramaica,  e quindi del Makuth ha shemaim, ed ho puntualizzato la funzione methoria dei giudei ellenisti, oniadi,  in relazione al sistema trapezitario ed emporico (Cfr. Jehoshua o Iesous? Maroni,2003).

O methorios, da una parte, ed o politikos, da un’altra, sono due  tipici aggettivi  sostantivati che  sono stati  da me per anni connessi alla figura dell’ellenista giudaico- alessandrino, di cultura greca, in particolar modo all‘alabarca di Egitto, espressione di un’attività commerciale e politica  dell’ebreo nell’impero romano. In quest’ultimo decennio, ristudiando e rivedendo  la situazione del Malkuth alla luce delle indicazioni di Marco ( e di Matteo), mi sembra di poter/dovere correggere  la radicale impostazione precedente in senso aramaico del Messia  nel  corso del suo Regno, imprecisato nella sostanza, anche se determinato nella cronologia. 

Se si legge Marco (11,12,13)  è possibile rilevare da una parte l’aspetto della novitas  di Gesù aramaico,  che ha preso il tempio, che ha una sua neoteropoiia/politica nuova, dopo una stasis/rivolta vittoriosa, ma  non precisa la  provenienza della sua exousia/potere/ potestas, mentre ambiguamente  specifica, secondo i criteri zelotici, il suo pensiero  antiromano, senza provocare  dilacerazioni tra i suoi seguaci e senza tagliarsi i ponti per una ricucitura politica con la romanitas dominante, di cui c’è  traccia in ta Kaisaros apodote Caisari kai ta tou Theu Theooi, in un servizio  apparente a due padroni.

Gesù, methorios e politikos  è compatibile  nel periodo 32-36, in un momento in cui l’impero romano non si interessa alla situazione dell’area siriaca e siro-palestinese, mentre  l’impero parthico  sostiene il messianesimo, utile ora alla sua espansione fino al Mediterraneo in una ripresa della politica di Pacoro del 40-38 av. C., in un recupero dell’eredità achemenide e seleucide,

Il messianesimo giudaico autorizzava  Artabano III, collegato con Areta IV, re dei nabatei  e con Monobazo ed Izate,  re dell’Adiabene ad un  intervento militare antiromano  per la riconquista dell’Armenia e della Siria e della Celesiria  e alla definitiva rottura della siepe antoniana dei regni vassalli e delle tetrarchie, imposti dai romani alle popolazioni aramaiche (specie quelle di Erode Antipa, di Filippo)  e all’ abolizione  della provincia  di Siria e  della sotto provincia di Iudaea

A vittoria  conseguita,…  instaurato il malkuth,  purificato il tempio… il regnare era oltremodo difficile per il Messia:  c’erano problemi logistici di collegamento tra gli aramaici di due imperi diversi e c’erano  controversie decennali tra aramaici e  pagani greci e gli stessi giudeo- ellenisti,  c’erano perfino incompatibilità  religiose e commerciali tra i giudei ellenisti e i  greci pagani.

Il regno del Messia,  ricavato entro i limiti del confine romano, era di popolazione mista,  con una popolazione non inferiore ai 1.800.000, di cui gli aramaici formavano un nucleo compatto di 600.000  persone, ma la maggioranza era  quella costituita da  giudeo ellenisti e  da pagani (specie nelle due tetrarchie erodiane e in  Decapoli ,e lungo il litorale mediterraneo), mentre ancora  le forze parthiche occupavano la Siria e l’Armenia ed arrivavano fino al Mediterraneo…

Inoltre gli aramaici non predominavano nemmeno in Gerusalemme e nella Giudea, data l’alta presenza di giudei ellenisti che formavano la classe  dominante sacerdotale sadducea, gli erodiani e gli scribi, che   avevano il supporto dei sebasteni, truppe erodiane consociate come auxilia ai  milites romani,  che, inoperosi, erano nei castra  dislocati in molte postazioni non distanti dall’Eufrate. Inoltre tutta la regione della Giudea  era collegata  con quella di Samaria, di religione   scismatica,  che aveva  una propria Bibbia (Pentateuco e libro di Giosuè) e  con l’Idumea , che,  pur divisa tra aramaici e greci, aveva un consistente gruppo di  elementi di sicuro affidamento messianico, come anche la Perea e la stessa Galilea, da cui era partito il movimento, vincente,  di insurrezione messianica…

Le forze, dunque, del Messia, seppure insediato in Gerusalemme e  nel Tempio, non permettevano un governo della città  e delle zone occupate, circonvicine, secondo la rigida applicazione legalistica della Musar, cultura  aramaica: il sinedrio messianico doveva essere di  varia composizione e comprendeva sadducei,  farisei ed esseni,  erodiani e naziroi galilaici di varia estrazione sociale,  ed era subentrato a quello sciolto,  dominato dai sadducei e dagli erodiani  e  controllato dalle  potenti famiglie di Anano I  e del genero Kaifas (collegato con i cinque cognati,  Eleazar, Teofilo, Gionata, Mattia, Anano II – Per Flavio- che si meraviglia del fortuna del vecchio,  Ant. Giud. XX, 9.1 Anano fu molto fortunato . Infatti cinque suoi figli , dopo che lui aveva goduto dell’ufficio per un periodo piuttosto lungo, sono stati sommi sacerdoti-) e di Anania Boeto Canthera.

Infine il Regno secondo i confini erodiani  (cioè fascia costiera, l’ex tetrarchia di Filippo, la zona transgiordana)  era da conquistare,  come anche il titolo di maran  senza il riconoscimento di Tiberio  (come anche quello di Basileus con  il consenso di Roma)…

Essere Messia  comportava un tenere a freno i vincitori aramaici sia gerosolomitani, che galilaici che parthici,  e quindi  venire a patti con  gli  stessi sostenitori, limitati nella loro esuberanza vittoriosa, e nelle pretese di ricompensa legittima con le funzioni governative e le cariche  (cfr. Marco,10, 35-45), delusi nella spartizione del potere: Il pensiero riportato dall’evangelista non corrisponde alla situazione di accadimento ma  è  collegato con quella di scrittura domizianea ed ha valore anagogico e morale, in una   contrapposizione tra potere pagano dispotico,  per honores  e quello messianico per servitium /diakonia (cfr. l’uso di diakonos  in relazione a doulos   e il poliptoto diakonethhnai – diakonhsai al fine di mostrare l’exemplum di chi dà la vita per il riscatto di molti).

E contemporaneamente sottendeva curare i vinti  sadducei e erodiani e scribi, filoromani e i romani stessi  in quanto bisognava rispettare i greci e specie i giudeo-greci  che si erano arresi senza spargimento di sangue e che  si erano consegnati alla clemenza del vincitore  ed aumentare i rapporti con i giudei ellenisti specie di Egitto e di Cirenaica che avevano finanziato l’impresa, considerato l’immobilismo di Tiberio…

Il messia sapeva bene che le truppe romane erano  e nelle  regioni  a lui nominalmente sottoposte e  in Siria, dove il  contingente era  maggiore, anche se   le truppe  ora erano disorganizzate e  senza capi , specie, dopo la morte di Pomponio Flacco e la mancata rapida sostituzione da parte di Tiberio, più interessato all’eliminazione fisica  dei seguaci di Elio Seiano, -che aveva gestito la questione mediorientale, ed aveva posto  in Iudaea un suo uomo di fiducia, Ponzio Pilato- …

Ben si conosceva l’ attendismo  fatalistico  del vecchio imperatore, la politica, lenta nella rimozione dei  governatori. Tiberio raccontava l’apologo del ferito e delle mosche,  sentenziando che per un ferito era meglio sopportare le mosche vecchie che  ucciderle, perché, morte quelle che avevano a sazietà  succhiato sangue, sarebbero venute altre fameliche, avide: l’imperatore considerava i suoi governatori specie di nomina senatoria, agli inizi del mandato, avidissimi,  che però, si spegnevano col tempo, perché avevano raggiunto la sazietà  e potevano tornare dall’incarico provinciale con molte ricchezze tanto che, partiti poveri,  tornavano ricchi... (Cfr. Flavio ,Ant. Giud., XVIII,174-176). Celebre la  sua  massima:  è proprio di un buon pastore tosare il  gregge, non scorticarlo/ Boni pastoris tondère pecus, non deglùbere  (Svetonio,Tiberio XXXII).

La politica aramaica, immitis,  senza praoths,  barbaricamente violenta, di aggressione, non era possibile  come non era possibile seguire l’exemplum di Giovanni il battista,  la cui rigida vita di recabita, imponeva una dura osservanza della legge, una palingenesis una nuova vita col battesimo di purificazione ad Al Karrar (Betania oltre il Giordano), dopo un’attesa penitenziale ed addestramento militare: il messia, invece, doveva coniugare le tante anime dell’ebraismo e quelle  ellenistiche della società pagana,  per cui blanda era la sua interpretazione legalistica…

Infatti  Matteo (oltre che in 26,6 e sgg   circa il puro ed impuro ed unzione)   in 15,1 mostra, prima, che i discepoli di Gesù non seguono la tradizione degli antichi e nel mangiare  e nel lavarsi  e nell’onorare il padre e la madre  e poi  mette in evidenza Gesù che  definisce i  farisei ciechi e guide di ciechi...  Marco  aggiunge  in 18, 1 sgg un attacco dei seguaci di Giovanni, oltre che dei farisei, sul digiuno  non osservato dai discepoli del Signore   e in genere sul mangiare e bere con i peccatori, specie  con i pubblicani e specificamente  viene condannato lo sperpero,  in casa di Simone il lebbroso, di  unguento di nardo  e della rottura del vaso di alabastro  del costo complessivo di 300 denarii  (6000 euro circa;   si pensi  che a Giuda  vengono dati  30 denarii  circa 600 euro- il valore di un denario è di  quattro sesterzi  cioè di 16 assi; si noti che  con due assi si  può comprare un kg. di pane)

Insomma sembra che Gesù abbia un’altra gestione politica rispetto alla tradizione farisaica e alla  impostazione aramaica, giovannea, e che la sua deviazione sia  scandalosa e perciò marcata da oppositori seppure della sua stessa fazione….

Voleva forse  indicare altre possibilità, oltre a quella aramaica, ai suoi discepoli, pur rimanendo saldo il principio di fede giudaico e mosaico   di Dio solo padrone e padre di Israel ?.

Fu  quella stessa pretoria e censoria  di Erode Agrippa, convinto assertore di  una politica filoromana,  entro cui, però, doveva trovare spazio il giudaismo ellenizzato con le connessioni all’istanza messianica  aramaica !

Fu quella stessa  politica di Giacomo,  che nella sua figura di recabita e di  giusto tzadik, di baluardo del popolo aramaico  si faceva garante con i governatori filogiudaici (Fado, Tiberio Alessandro, Felice ) del comune  affare delle festività  ebraiche, assicurate nella loro regolarità,  lasciando aperto e il canale ellenistico e  quello aramaico, finché, cessata la collaborazione censoria e finanziaria  coi romani -ormai decisi ad estirpare   il cancro aramaico  ed ebraico ellenistico- riprendeva decisamente la politica  militaristica, esclusivamente aramaica, facendo sequestri ed  attentati  contro sadducei ed erodiani e contro i nemici romani.

La sua morte risultava  per Giuseppe Flavio l’inizio della fine del Tempio di Gerusalemme e di Gerusalemme stessa:  il giudaismo aramaico, fusosi con quello adiabene e mesopotamico, collegato con  quello idumeo, galilaico,  peraita e con gli ebrei scismatici  alessandrini  più intransigenti,-che erano stati rovinati della politica finanziaria dell’ultimo Nerone,- andavano alla  guerra contro i romani convinti che Davide  avrebbe vinto Golia  e che i più deboli avrebbero superato i più forti, sicuri che a Dio niente era impossibile e  che perciò  si sarebbe verificato miracolosamente  l’evento salvifico …

Si potrebbe,  dunque, inferire che  da Gesù derivi una doppia via operativa, mediante  due metodi diversi in relazione  alle 613 prescrizioni della legge utili  (sebbene in modi differenti)   a conseguire il benessere dell’anima e  quello del corpo?.

Ora,  siccome il popolo non ha la capacità di percepire  la natura delle cose spirituali, espresse in  forma esplicita o forma metaforica, allora per ogni massa occorre fare le correzioni delle condizioni di esistenza,   cosa che si consegue solo con l’eliminazione dei torti reciproci,  da una parte,  impedendo all’individuo  di compiere la propria volontà e  allontanando  le mete alla portata delle specifiche capacità, costringendo a fare quanto è utile alla collettività e, da un’altra , formando costumi utili alla comunità  tali da rendere la città ordinata.

Il benessere dell’anima non si consegue se non si raggiunge quello del corpo: si vuol dire cioè che bisogna assicurare lo stare bene  nella migliore salute, avendo tutte le cose necessarie a vivere  (casa  famiglia, cibo, denaro,  ogni cosa buona ed  utile al soddisfacimento degli appetiti umani)  non solo per un individuo o gruppo familiare ma per una comunità politica, perché l’uomo  è un animale  per natura  razionale  e politico, un vivente consociato che pensa prima alla propria sussistenza personale  poi a quella dei famigliari ed infine agli altri, come prossimo, facente parte dell comunità,  con cui condividerà  le cose, anche se  teso ad un  vantaggio, comunque,  sempre proprio.

Il benessere dell’anima  è di ben altra forma,  in quanto si cerca iniziando il proprio percorso  purificandosi col rifiuto  della pars corporale  (tengo presente il sistema sia degli Esseni che dei Terapeuti che  si disfano di ogni patrimonio e lo cedono a  parenti)  allontanandosi dagli altri e vivendo in comunità o in solitudine, tendendo  a sviluppare la razionalità  in atto, con un intelletto in atto, in un’ ansia e volontà di conoscere  tutto ciò che è possibile e tutti gli enti, in ragione  della perfezione ultima/teleioosis ,  che non consta di azioni o di costumi, ma solo di opinioni, come risultanze di una speculazione razionale  e  come conferma  di uno studio fatto.

Maimonide,  a proposito della legge e della perfezione ultima,  dice: la legge di Mosè nostro maestro  ci dà il vantaggio  di entrambe le perfezioni insieme: ossia crea le condizioni  migliori in cui  gli uomini possano vivere   gli uni con gli altri,  eliminando l’ingiustizia, e concedendo un carattere  nobile e virtuoso, così che gli abitanti del paese possano sopravvivere e perpetuarsi  secondo un unico ordine, affinché ciascuno  di essi raggiunga la sua perfezione prima, e le credenze  e le opinioni  corrette con le  quali  si raggiunge la perfezione ultima  (Cfr.la Guida dei perplessi, a cura di M. Zonta, Utet,,2013).

Quindi per Gesù maran  assicurare la giustizia  con tutte le condizioni politiche  è il primo compito, anche se  impossibile da realizzare in una comunità  composita, per dare un benessere corporale  …

La musar contempla di  fondere  le due perfezioni dando rilievo prioritario a quella corporale senza la quale non è pensabile nemmeno l’intelligibile benessere spirituale,,.

La paideia insegna philanthropia, ad essere uomo, ad  amare l’uomo come altro se stesso (Homo sum: humani nihil  a me alienum puto  Terenzio, Eautontimoroumenos ,77) in un adattamento  in situazione  e  a superare la prova/ ostacolo in relazione al proprio ingegno,  ad essere faber del proprio destinovivendo  moderatamente, secondo natura e  ragione, conseguendo uno stato  di eudaimonia in quanto anhr theios, capace di discernere tra le cose che esistono, e quelle  che dipendono da noi,  quelle che non dipendono da noi, servendosi della proairesis.

Questa  distingue, secondo la cultura stoica, i  fatti nostri  e li sottopone ad un razionale controllo  (giudizio di valore, impulso ad agire , desiderio, avversione, amore e ed ogni altro sentimento) da quelli non nostri  ( i nostri averi, le opinioni che gli altri hanno di noi, la cariche pubbliche ,  qualsiasi cosa  che non dipenda da noi esseri umani, ma da cause esterne).

Ora, Gesù regnando su ebrei e pagani, con un Tempio da gestire, un tesoro senza pari, con alleati armati  entro i propri confini e con nemici invasori, vinti, ma ancora sul proprio territorio, doveva per forza  praticare una politica di moderazione, quindi impostata sulla metrioths e non sulla ferocia barbarica.

Noi abbiamo cercato con pazienza, in tanti anni di  studio, i segni di una politica nei vangeli sinottici di  un Gesù Methorios, uomo al confine tra due regni, un aramaico moderato, che ha insegnato una doppia via, una seguita dal fratello Jakobos,  quella naziroa del Malkuth ha shemaim, ed una da Shaul  Paulus ed evangelisti,  che  hanno,  poi,  a seconda delle  situazioni,  sviluppato  in modo personale, l’eredità politica e  spirituale del  Maran, Re/Maestro, martire aramaico.

Da lui dunque derivano  e la via seguita da Giacomo  e dagli aramaici, che vanno ciecamente, fiduciosi solo  in Dio, alla guerra, alla distruzione  del Tempio , ed arrivano, dopo la rivolta del 115-116, allo sterminio con Shimon bar Kokba –  e quella dei Christianoi antiocheni e di Paolo che, seguendo la metriotes, fondendo  musar e paideia, tradizione ebraica e pagana, rompendo con la sinagoga- inquisita  e condannata dalle autorità- hanno una loro possibilità di sopravvivenza nel territorio romano, nonostante le differenze di lettura,  a seguito di skimmata ed erides ecclesiali, della medesima lezione del Signore e sopravvivono secondo  una propria gerarchia, greca, in relazione alle zone di diffusione della Basileia tou Theou.

Giacomo, dopo un lungo periodo di connessione con i prefetti romani,  irrigidisce la sua politica, specie negli ultimi anni di governatorato di Felice  nell’interpretazione integralista mesopotamica  del pensiero del fratello  a seguito della scoperta dei piani di distruzione romana dell‘ etnos giudaico,  mentre Paolo  e gli evangelisti  seguono l’indirizzo moderato di comunione tra giudei e pagani e  costituiscono   su una struttura retorica  una nuova base teologale e celebrano il mito di Gesù (figlio di Dio e di una Vergine, che,   venuto in terra  per redimere il mondo  dal peccato originale, ucciso dal suo stesso popolo,  risuscita)  e lo rievocano  con riti  come modello di vita e lo considerano nomos empsuchos.

Vediamo, dunque, come Gesù sia stato per ambedue le vie una guida ..

Non è facile seguire la doppia indicazione di Gesù (cosa  che richiede esami tecnici linguistici e storici):  in questa sede portiamo solo alcuni esempi di moderazione  politica che ci autorizzano a definire il Messia o politikos  Cfr A Filipponi, Giuseppe o il Politico , eBook Narcissus 2011) e trascuriamo tanti altri.

Scegliamo, tra i tanti,  due episodi, quelli più famosi, tratti da Marco.

ll  primo  (11,27) racconta di Gesù  che, tornato a Gerusalemme per la terza volta, passeggia nel Tempio  (viene usato il termine peripateo , aristotelico che indica un camminare e discutere con altri  forse nel cortile dei gentili  ), come uomo, che vincitore, domina la scena  col suo seguito di naziroi…

Il passeggiare  sottende  che già ha fatto l’ingresso trionfale, davidico, in città, seduto su un puledro, tra gli osanna popolari, ma a sera del giorno del 7 nisan, periblepsamenos tauta avendo attentamente guardato intorno le cose, ecselthen eis Bhthanian metà toon doodeka uscì in direzione di Betania con i dodici.

 Peripatein sottende anche  il possesso del tempio  da cui ha scacciato quelli che comprano e vendono, avendo rovesciato i tavoli  dei trapeziti, cambiavalute, e  banchi dei venditori di colombe  facendo da despoths queste azioni e rimproverando,  secondo i logia di Isaia (56,7) e di Geremia (7,11)  che il tempio è diventato una spelonca di ladri  quando è un luogo di preghiera ed impedendo di portare oggetti attraverso l’area templare.

L’evangelista, quindi, implicitamente  dichiara che Gesù ha svolto la sua funzione militare avendo non solo  exousia  strategikh/potestas praetoria ma anche h toon dhmàrchoon exousia / potestas  tribunicia.

Queste cose erano state fatte  (si rilevi che poieoo è verbo molto difficile da intendere  e che ha molti valori dal generico fare a creare di Dio kosmopoihths)  il giorno 8  di Nisan e i  sommi sacerdoti e gli scribi volevano ucciderlo, quando Gesù era nel cortile degli ebrei, ma temevano la folla: Gesù era andato via ed era tornato otan opse  egeneto, quando giunse la sera,  in una zona tra Betfage e Betania, il suo centro militare operativo.

Il giorno dopo , 9 Nisan,  stando Gesù nel cortile  dei gentili (non era entrato ancora in quello degli ebrei), mentre passeggia (con la Thiara parthica?!),  si presentano i sommi sacerdoti, gli scribi e gli anziani, insomma il sinedrio al completo, filoromano e chiedono: en poia ecsousia (dativo singolare, con alfa ed iota sottoscritto) tauta poieis; con quale potere  fai questo? ed aggiungono per meglio precisare la domanda  h tis soi edooken thn ecsousian tauthn ina tauta poihis /o chi ti ha dato il potere di fare questo?,

La domanda, pur duplice, è una in quanto la seconda è pura richiesta del nome del datore di ecsousia, che tutti conoscono, ma  non dicono e vogliono invece che Gesù lo dica espressamente.

Insomma si fa una richiesta ufficiale: chi rompe l’ordine stabilito nel  tempio stesso? con quale autorità lo faccia? Qui non si parla di autorità religiosa, di parola, di  disputa …

Le due precise domande sono fatte a chi ha turbato la normalità commerciale del tempio e quindi sottendono  la presenza armata  di chi ha preso militarmente  il tempio,  annientando anche la guarnigione romana sulla Torre Antonia e le truppe  templari  col loro strategos.

La prima domanda sottende che Gesù ha  potestas  sul popolo (ochlos) – i leviti, il piccolo  e medio sacerdozio, gli artigiani  e i militari zelotai   che l’acclamano meshiah  e che  riconoscono in lui i segni della elezione divina  dellunto del signore; la seconda è in relazione all‘ecsousia politico-militare, tipica del popolo romano cioè dell’imperatore e del senato -dai quali dipende la provincia di Iudaea col Tempio di Gerusalemme-  e fa intendere  che si conosce  il  sostegno straniero (quello di Artabano III e di Areta IV) e si vuole una dichiarazione  pubblica della  reale autorità messianica.

Dunque il sinedrio  esige  una  risposta  politica, pubblica,  da chi ha interrotto la normalità del Tempio gestito dai sadducei, protetto dai milites e  dal diritto/ Ius romano.

Gesù si mostra o politikos , un politico abile nella comunicazione, diplomatico: non risponde alle domande, ma ne fa un’altra marcando sempre il termine  ecsousia  e pone una condizione, (con un periodo ipotetico di II tipo) in tono imperativo: se mi risponderete, vi dirò con quale potere faccio queste cose: to baptisma to Jooannou ecs ouranou hn h ecs anthroopoon; apokrithte moi/ il battesimo diGiovanni era dal Dio o dagli uomini? rispondetemi.

E’ una sfida al sinedrio!  c’è coscienza  da parte del Messia di avere in pugno la situazione politica e di essere il vincitore, a cui i settanta  devono piegarsi, allinearsi, inchinarsi – anche perché rischiano la vita – e dichiarare ouk oidamen/non sappiamo, costretti a professarsi ignoranti  davanti al popolo e quindi  a rassegnare le dimissioni…

E’ la massima umiliazione per un sophisths: un maestro di vita  che non sa, perde  il diritto di guidare ed ogni dignità, che deriva dalla  saggezza profetica!…

E’  ammissione pubblica di non aver riconosciuto i segni della missione divina di Giovanni, della sua ecsousia celeste,  di averlo lasciato solo davanti al potere romano ed erodiano, di averlo così condannato a morte …

Il ragionamento del sinedrio, anche se  individuale,   presuppone già nel verbo dialogizoo una febbrile attività interiore razionale, al fine di una soluzione possibile  all’aut aut  del Christos,  con la pressione imperativa dell’immediatezza della risposta.

La coscienza che qualsiasi  delle due risposte sarebbe stata non giusta  ed avrebbe avuto ripercussioni sulla stessa  incolumità sinedriale, aumenta l’incertezza  dei singoli e determina la confessione di ignoranza, unica possibilità di reale salvezza.

Infatti per l’evangelista  ognuno degli oppositori,  che pur desiderano la risposta ufficiale, da inviare  al senato e all’imperatore  romano, ha la coscienza di correre un pericolo mortale o da parte del Messia o da parte del popolo: dire che il battesimo di Giovanni era dal cielo significava  ammettere  davanti al Signore, annunciato dal precursore, la propria colpa e  confessare di  non essere uomini di Dio, ma suoi nemici e quindi  giustificare la condanna a morte in quanto menzogneri; dire che derivava dagli uomini, equivaleva ad  una condanna alla lapidazione popolare  perché Giovanni era considerato propheths.

Un vero politico è Gesù che realizza i sogni dei suoi seguaci aramaici, vedere umiliati e rei confessi i nemici, ma  moderato nella vendetta, come un ellenista  che si rifugia  nel rifiuto di comunicazione con uomini non degni, menzogneri! Infatti dice: neanche io dico con quale autorità faccio queste cose.

Matteo (21,23-27)e Marco  dicono sostanzialmente lo  stesso pensiero e  scrivono la stesse parole  oude egoo legoo umin en poia ecsousia tauta poioo, mentre Luca (2.1-8) fa una premessa  su Gesù che in quei giorni istruisce il popolo nel tempio ed annuncia la buona novella, per cui il resto del racconto, seppure simile a quello degli altri evangelisti,  assume un valore solo morale.

Il secondo episodio (Mc12,13-17), è quello che più di ogni altro mi ha fatto perdere sonno (cfr. Il tributo a Cesare in Jehoshua o Iesous ? cit. pp. 173-179)

Il vecchio sinedrio non ha  più potere in Gerusalemme  e Gesù ne sta formando  uno nuovo.

Da oppositori nascosti, dopo la paura del precedente incontro,  vengono inviati al Signore/Despoths  farisei (di cui non si conosce il preciso indirizzo- di norma  i farisei sono molto fedeli al Messia-) ed erodiani, intenzionati a comprometterlo ulteriormente  coi romani.

Questo è l’effettivo valore della  proposizione finale ina auton agreusoosin logooi in quel cotesto e in quel contesto: il verbo agreuoo è dell’area semantica della pesca ( o caccia)  ed indica un pescatore/cacciatore agreus  che con rete  (o amo o laccio) fa preda (agreuma): quindi qui si vuole prendere  al laccio il Messia  con qualche parola (logos)  da riferire ai mandanti romani.

I richiedenti sono politici, uomini che sanno conquistare  il proprio interlocutore  con la retorica ed usare la  captatio benevolentiae  e che lo chiamano maestro (didaskalos /rabbi non è dell’epoca tiberiana!) Despoths /maran, affermando di sapere (oidamen) che lui è  alethhs (non menzognero),  che non guarda in  faccia  gli uomini   e che segue la via  di Dio secondo verità: essi, seppure retoricamente, prima professano di riconoscerlo come Messia e poi chiedono: ecsestin  dounai khnson kaisari  h ou;  doomen h mh doomen;

La domanda è come quella di Gesù precedente: si può rispondere solo si o no  e la risposta ha valore di una dichiarazione di guerra se negativa, se è positiva ha valore di  negazione dell’impresa  messianica, di fine  del Malkuth ha shemaim e ritorno alla normalità di soggezione alla romanità con la conseguenza della lapidazione del menzognero che ha tradito le attese popolari.  

Diamo o non diamo ? come congiuntivo esortativo, in forma interrogativa ha  significato pratico finanziario  che necessita di un’azione concreta di sborsare telein  (non dounai azione sponta nea!)quanto dovuto al senato e all’imperatore: o si dà il dovuto a Cesare  e si  torna sotto il controllo della  censura romana e dei pubblicani;  o non si dà  il denario perché già moneta impura  in quanto ha l’effigie di Cesare, non toccabile per il giudeo puro ,  che non si serve del denario o, caso mai , usa siclo e suz  (con l’implicito ritorno dei banchi dei cambiavalute) e si riprende lo stato di belligeranza, dopo la pausa della purificazione del tempio…

Dato l’uso della prima  persona plurale doomen h doomen? sottende un ravvicinato colloquio tra chi chiede  e chi deve rispondere, un guardarsi negli occhi di emittente e ricevente e tutti quelli che seguono le due parti   coinvolte emotivamente nella stessa drammatica azione, e risulta un confronto, quasi un diretto incontro-scontro, tra  avversari (non nemici)…

Sono, dunque, concrete domande in relazione al modo di comportamento quotidiano coi pubblicani,  che implicano la volontà di conoscere il  reale pensiero del Meshiah,  che ha ecsousia tamieutikh potere censorio…

Bisogna vedere  che Gesù  sta  col nuovo  strategos del tempio e con il tamias  amministratore  e quindi anche col suo clero fedele di esseni  che, hanno sostituito i sadducei. Non  deve sorprendere in tale situazione la richiesta di portare un denario  al suo interlocutore, che è in febbrile attesa con gli altri farisei, intenzionati, anche secondo Matteo,  a prenderlo in trappola mediante la parola (Pagideusoosin en logooi)!

Il problema sulla liceità  del tributo romano e sul dovere giudaico del pagamento comporta da una parte l’esclusione  dal cleronomos  dei figli con  scelta di un altro popolo eletto e da un’altra la fine del pensiero theocratico  di Dio Padrone unico di Israel, proprio ora che c’è il Meshiah, che è stato instaurato il Malkuth ha shemaim...

Ogni uomo presente nel cortile degli  gentili si attende, invece,  un solenne pronunciamento e quindi che il meshiah  sancisca definitivamente  il diritto ebraico del cleronomos  ed abolisca  il dovere pagare il tributo ai romani, come aveva fatto Giuda il gaulanita….

Gesù, incurante dell’ipocrisia farisaica  e della malizia,  comanda che gli sia portato il denario per vederlo (pherete moi dhnarion ina idoo).

Gesù osserva, (senza toccarlo) il denario  con la testa di Tiberio laureata e volta a destra, e  legge l’iscrizione TICAESAR DIVI C AUG. F AUGUSTUS  e forse (per prendere tempo) vede (dopo averlo fatto girare)  anche il retro con la figura di Tiberio che guida una quadriga   e che ha nella mano destra un ramo d’alloro  e nella  sinistra uno scettro con aquila,  con sotto scritto  gli anni  del pontificato massimo  e quelli del suo regno.

La domanda tinos h eikoon kai h epigraphh; di chi è questa immagine e l’iscrizione ?, scontata,  è stata per secoli  letta dai Christianoi come fatta non secondo l’epoca  tiberiana,  ma  secondo  quella flavia quando il tempio non esisteva più  e già Vespasiano aveva  stabilito un nuovo tributo  fiscus iudaicus da versare conglobato, nel fisco imperiale …

La valenza significativa è diversa  a seconda dei tempi, specie se c’è stata la stasis vittoriosa messianica: non si può leggere la  risposta di Gesù come accettazione del potere romano  e come suddivisione di campi  come  frase  che sancisce  un doppio servitium ad una doppia autorità,  distinta in una umana e in una divina, paritariamente, da parte di un Messia, spirituale, figlio di Dio; si deve leggere invece  come una risposta di un politikos che nel  contesto templare,  da Meshiah,  che è entrato trionfalmente in città ed ha preso il tempio, ed ora, dopo la purificazione, in un clima festoso,  mostra  clemenza e moderazione, a vittoria conseguita.

La richiesta del denario è in relazione alla già studiata risposta, spettacolare,  tanto da destare meraviglia  in tutti (ecsethaumazon), come segno di una diplomazia politica, tesa a non  tagliare ogni ponte  col potente nemico, momentaneamente sconfitto, date le infinite risorse finanziarie economiche e militari  dell’ imperium romano…

C’è coscienza della propria precaria situazione regale, methoria rispetto ai Parthi e ai romani…

C‘è una logica  di rispetto per i romani, con una coscienza della propria propria  missione ancora da ultimare;  rinviare, quindi, è atto  astuto  che permette d i  soprassedere  e procrasticare  circa la liceità e il  gioco -antitetico – del pagare (telein ) o non pagare.

Da  politikos,  Gesù  sa bene che il suo Malkuth  è uno stato vassallo, associato all’impero parthico, non riconosciuto da Roma  e quindi è abile a lasciarsi uno spazio  diplomatico per eventuale tregua  in attesa di  avvenimenti, da opportunista eukairos,  capace di tranquillizzare i  suoi irriducibili galilei  integralisti con un sguardo di intesa e di complicità, negante perfino  quanto si dice espressamente per convenienza politica: la parola contraddice l’azione e l’azione la parola.

D’altra arte non si espone coi suoi detrattori politici  che cercano  materiale  orale da inviare  al senato romano e all’imperatore, come atto di accusa  connesso con  gli accadimenti dei giorni pasquali: la sua  doppiezza nasconde sotto  l’ufficialità del detto ambiguo  tutta la tradizione di odio aramaico  secolare  contro Roma, sottesa  nello Shema  basata sul  timore di un solo signore, immortale .

Il breve scambio  domanda-risposta  tra il Messia e l’interlocutore sintetizza la conclusione rapida della discussione  e la tronca  (Tinos h eikoon auth kai epigraphh?.. Kaisaros)  bruscamente – con tono autoritario – una doppia frase iussiva, strutturata secondo una perfetta simmetria  con ellissi  di apodote nel secondo membro  della proposizione coordinata che  è giustamente diventata apoftegma  di rara efficacia morale, mirabile per la società cristiana- abile opportunisticamente  a servire ora l’uno ora l’altro- .Ta kaisaros apodote Kaisari, kai ta tou theou tooi theooi è ancora oggi di attualità…

Dunque, si può dire che Gesù dimostra ha una sua abilità politica, congiunta ad una  retorica basata sul gioco dell’equivoco e   dell’ambiguo,

Gesù  segue il modello di Areta IV, che agli inizi del regno, domina sui nabatei senza il  riconoscimento romano, poi si avvicina a loro tanto da essere riconosciuto come socius  ed infine  accoglie come ospite e Petra sia Germanico, che ha  imperium proconsulare maius per  l’Oriente,   che Pisone, governatore di Siria, anche se rimane sempre ambiguo nella sua politica?

L a politica di Gesù e quella di Areta IV possono essere in relazione specie dopo la fine del matrimonio venticinquennale di sua  figlia Dasha, ripudiata da   Erode Antipa, per sposare sua nipote  Erodiade sorella di Erode Agrippa, a seguito della decapitazione di Giovanni?..

Il vecchio monarca  seguace  del Giovanni il battista fu  guida politica anche per Gesù?: Tiberio inviando nel 35 in Siria  Lucio Vitellio gli dà mandato di punire Artabano  III e di portargli  vivo o morto la testa di  Areta….

Gesù, o politikos, inoltre non si vede  nel colloquio con Pilato? cfrMatteo 27,11; Marco 5, 2-15 , LUCA 23, 2-5.  Alla domanda  del procuratore  Su  ei o basileus toon iudaioon; tu sei il re dei giudei? Gesù risponde su legeis tu dici  (cf.  Pilato in Jehoshua o Iesous?pp.231-235, cit) da aramaico  atta amarta/tu dicis (latino) ribadendo quanto detto dall’inquisitore senza intenzione personale di positiva dichiarazione:  il giudeo sa quanto è inviso il termine basileus in Roma e quanto complesso sia invece il termine meshiah per un goy/pagano, che non può  comprendere la struttura intima della connessione di ieroosunh sacerdozio  con l’unzione regale  giudaica…

 

Betsaida o Cafarnao?

Per un pescatore aramaico era più conveniente vivere a Betsaida o  a Cafarnao, in epoca Tiberiana?

Betsaida, era, sotto il regno di Erode il Grande 38 a. C. -4 a.C,  un paese, i cui  abitanti erano  quasi tutti  agricoltori e i pochi, che facevano i pescatori,  stentavano a campare.

I pescatori erano  ebrei  di lingua aramaica,  che avevano una barchetta, lasciata sulla spiaggia,  fissata alla meglio, ed avevano legami stretti con le popolazioni della Traconitide e della  Gaulanitide  e tramite queste, con i correligionari  Parthi, stanziati oltre Il confine dell’Eufrate.

Probabilmente a Betsaida  i giudei erano analfabeti ed avevano solo una tradizione orale biblica (Torah she be’alpé): avevano avuto un’istruzione sommaria ad opera di  maestri  di sinagoga, dal periodo di Giovanni Hircano, (re asmoneo dal 134-al 104 a.C) che avevano fissato  le prescrizioni  più importanti, che venivano  ricordate nel corso delle preghiere giornaliere dal Kohen ( per pregare bisogna essere in almeno dieci persone-minian-, oltre a colui che intona Shema , Israel, Adonai elohenu, Adonai echad )…

I giudei, pescatori,  stazionavano  sempre sulla rive del lago di Gennezaret, che  era abbastanza lontano dalle case (circa 2 km) e  normalmente depositavano il pescato  nell’altra sponda, oltre il Giordano,  dove correligionari compravano il loro pesce perché formavano una comunità  ebraica,   che  aveva depositi  per l’affumicatura,  per la essiccatura e per l’imbarilamento.

Alla morte  di Erode il Grande,   Betsaida era toccata in eredità  a Filippo, il figlio di Cleopatra gerosolomitana, che  aveva avuto Traconitide, Iturea, Paneas, Auranitide e Gaulanitide;   ad Erode Antipa figlio di Maltace samaritana, erano capitate Galilea e Perea,   col titolo di Tetrarca  per entrambi , mentre  Archelao altro figlio di Maltace,  oltre il titolo di Etnarca,  aveva il potere su ogni altra parte della provincia di Iudaea, tranne la costa mediterranea, concessa a Salome, sorella del grande Re.

Questa divisione divenne un male per i pescatori di Betsaida specie dopo che Archelao nel 6 d. C. fu esautorato da Augusto,  che  creò la  sotto provincia di Iudaea, (Idumea, Samaria e Samaria ) alle dipendenze di  un procuratore imperiale, sottoposto al Prefetto di Siria.

Ora i pescatori dovevano pagare  se volevano passare il confine  del Giordano,  perché entravano sotto la tetrarchia di Erode Antipa,  che imponeva una tassa, concordata  col procuratore romano,il quale aveva stanziato  una guarnigione militare all’uscita da Cafarnao,  per proteggersi da pericolose congiunzioni ed alleanze tra aramaici , vista la rivolta di Giuda il Gaulanita, di recente repressa.

I pescatori dovevano pagare una tassa  quando si  attraversava il confine tra la tetrarchia di  Erode Antipa e quella di Filippo  al centurione, comandante della postazione.

Andrea e Simone,  figli di Giona (Johanan), oltre a Filippo, aramaici,  emigrarono da Betsaida, quando il paese s’ingrandì e  divenne Iulia, una città costruita per ordine del tetrarca,  divisa  in cardo e decumanus , come  i castra romani,  chiamata così in onore di Giulia Livia moglie di Augusto, morta nel 29 d.C,  dove confluirono molti  ellenizzati, chiamati dal Tetrarca  a colonizzare la sua città, come stava facendo il suo fratellastro con Tiberiade, chiamata così in onore di Tiberio,  quasi nello stesso periodo.

Mentre nelle due sponde del Lago ferveva il lavoro di costruzione delle due capitali, -ordinate dai figli  di Erode  come esaltazione del nomen di  Roma e come gratitudine  per la  domus  imperiale –  e le città prendevano forma ad opera dei qainiti,- mastri muratori che operavano con le loro squadre, pagate in sesterzi,   a dimostrazione dell’avvenuta ellenizzazione della zona-, i figli di Johna con Filippo  passarono dall’altra parte del lago.

I tre emigrarono  anche per convenienza, oltre che per la necessità di separazione dai goyim,- considerata l’integrità morale dell’aramaico  galilaico- e si stanziarono a Cafarnao, divenendo sudditi di Erode Antipa e non pagavano più il pedaggio sul pescato.

Erode Antipa intorno al 26 d.C. tendeva anche lui ad ellenizzare il suo popolo di Galilei e di Peraiti (abitanti di Perea) e perciò, dopo la costruzione della sua capitale e del trasferimento degli archivi da Sepphoris, aveva  costituito  nuovi  grandi depositi  sia  a Cafarnao che a Tarichea/Magdala per  la conservazione del pesce, messo in barili,  affumicato o in salamoia.

Il Giordano alla confluenza col lago  ora era il confine settentrionale    tra le due Tetrarchie erodiane, e a Cafarnao c’era la sede degli uffici doganali (Mt 9,9)  con una piccola guarnigione  militare alle dipendenze di un centurione  (Mt 8,5), che controllava le carovane che venivano dal Monte Hermon. e da Cesarea di Filippo (Banias), dove c’era il santuario di Pan,  in marmo bianco, dedicato da Erode il Grande ad Augusto.

La facciata  del tempio, che era  su una sporgenza rocciosa  su cui erano scavate una grotta  e tre nicchie (in quella centrale c’erano iscrizioni), potrebbe essere quella rappresentata nelle monete, coniate da Filippo   col frontone,  sostenuto da quattro colonne … Ora, nella nuova sede,  i figli di Giona e l’amico, nonostante l’aramaicità, conclamata,  risiedevano con le rispettive famiglie vicino al lago  ed erano in rapporti con ellenizzati (anche loro   già   dovevano essere uomini ellenizzati, considerati i nomi specie di Andrea e di Filippo, -ma anche quello di Petros Cepha -).

Il trasferimento, anche se non si sa l’esatta epoca,   sembra, dunque,  essere più motivato da interesse che da  fattori religiosi, più da una esigenza  sociale che  di una ricerca  spirituale  in uomini che cercavano di sopravvivere  in uno stato di  chiara povertà ed anelavano ad un miglioramento del tenore di vita, considerate le famiglie dei tre, che formavano un nucleo di almeno  quindici  persone ( se è vero che Pietro aveva- secondo la tradizione cristiana-   con sé moglie e cinque figli !), visto il transito di persone  e di carri, scortati da milizie  parthiche – secondo trattati tra Il re dei re e l’imperatore romano –  per il trasporto della doppia dracma al Tempio e il libero  passaggio di pellegrini, considerata   l’attività commerciale di Cafarnao e  la presenza di una sinagoga,  rispetto al sistema agricolo della vecchia Betsaida.

La posizione geografica , a nord ovest del lago,   ai confini tra la tribù di Zabulon e Neftali,  faceva  di Cafarnao uno snodo stradale di grande rilievo  nella Via del Mare  che  congiungeva Damasco col Mediterraneo.

Già Isaia (9,1, ) (Il popolo che camminava nelle tenebre / vide un grande splendore /su chi abitava in una regione caliginosa  rifulse la luce ) per la tradizione cristiana  prevedeva l’irradiazione  dell’idea messianica da Cafarnao, da cui sarebbe sorta la luce  proprio dalle tenebre del paganesimo galilaico.

Così  J.Murphy- O’Connor, La terra santa , CED 1996, p..2O5 descrive  Betsaida.

Il sito si trova a 750 metri a nord dell’incrocio per Betsaida  sul lato ovest  della strada 888… (area destinata da un parco nazionale).. si tratta di una casa  di 430 metri  risalente al II secolo av.C.-I sec. d.C.,costruita intorno ai tre lati di un cortile lastricato  metri 13,5 X7 : vi sono quattro piccole stanze dalla parte nord, una cucina con due forni  dalla parte est  ed una sola grande stanza dalla parte sud . Sparsi in queste stanze  sono stati ritrovati un amo da pesca pesi di piombo per le reti, ed un ago di bronzo curvo  che potrebbe essere  stato usato per fare o riparare una vela. E’  difficile non concludere che  quella fosse una casa  di una famiglia di pescatori.

Anche Marco (1.16) tratta  di famiglie di pescatori sia a Betsaida che  a Cafarnao (Kaphernaum). Non c’è da stupirsi, dunque,se più nuclei familiari vivano in una stessa casa  di simili dimensioni e con un cortile lastricato di metri 94,5.

Marco 2.1 e Matteo 9.1 sembrano considerare Cafarnao come la  città di Gesù, destinata ,  comunque,  a precipitare  all’inferno  per la sua incredulità ai miracoli  (Matteo 11,23, Luca 10,15)...

Il paese si estendeva lungo il fronte del lago  per circa 500 metri e doveva   essere, comunque, povero  perché popolato  da agricoltori e in maggioranza   da pescatori  che, nonostante la cooperativa, erano schiacciati dalla concorrenza con Magdala/Tarichea a sud del Lago.

Forse per questo motivo  la sinagoga fu fatta da un pagano, quel Cornelio centurione,  di cui parla Matteo 9,9., un militare di stanza nella zona da anni (la ferma all’epoca era di 26 anni),  un convertito un circonciso, uno strano miles, che  serviva due padroni (Jhwh e l’imperatore)   che amava  la Torah,  senza disdegnare il suo dovere nei confronti dell’impero, in un zona  dove lo spirito guerriero  antiromano  era alimentato  dai Farisei che predicavano il Timore di Dio, ricordando  che l’ebreo  aveva un solo Signore,  immortale!

La zona era sicuramente dominata da ebrei  aramaici   prima della fine del Tempio, ma anche dopo il 70 d.C,  nel periodo  che precede l’impresa di Shimon bar Kokba (132-135) e  pur dopo, fino all ‘epoca di Teodosio, considerati i rapporti con l’area mesopotamica…

Non è da accettare, comunque,  la notizia del 374 di  Epifanio di Salamina (315-403)  che in De Ponderibus et mensuris – ed. Migne II ,259-60 (dove tratta  nella terza parte delle località cristiane, -cosa che ribadisce in Panarion cassetta di medicazione, in cui mostra  60 eresie cristiane e 20 precristiane-)  scrive:  a Cafarnao  si proibiva  di vivere  e  si vietava perfino l’accesso ai gentili, ai samaritani e ai  cristiani.  Forse il cristiano- la cui prima opera  è tramandata  totalmente solo in siriaco,  mentre in greco esistono la I parte e frammenti della II -, si riferisce   solo al periodo traianeo ed adrianeo  perché i testi rabbinici  poi parlano  di normali relazioni fra ebrei e le altre popolazioni…

Infatti si sa che la città si estese, dopo la galuth adrianea, – molti giudei di Iudaea  si  stabilirono a Cafarnao –  verso la collina  e ciascuno aveva i suoi luoghi sacri come testimonia Egeria (una ricca ispanica o gallica)  nel resoconto della sua visita al paese fra il 381 e 384 in Itinerarium Aegeriae (o Peregrinatio Aeteriae):  a Cafarnao la casa del principe degli apostoli è stata trasformata in una chiesa che possiede  ancora i propri muri originali…Lì c’è anche la sinagoga  dove il signore guarì un uomo posseduto dal demonio.  L’ingresso è in cima di molti gradini ed è fatto di pietra lavorata …

La condizione di vita galilaica era  mutata, comunque,  dopo la morte di Filippo, con Erode Agrippa, nominato  prima tetrarca da Caligola  al posto dello zio, e poi dopo la nomina a tetrarca di Galilea e Perea,  Rex Iudaeae ad opera di Claudio, che così  riuniva tutti i territori dell’ex regno di Erode il grande  e quindi esentava  da tasse tutti i suoi concittadini. (Cfr. Giudaismo romano,II ).

Per oltre tre anni (41-44) la comunità di Cafarnao,  sotto l’amministrazione di Erode Agrippa, dovette fiorire,  dato il libero commercio tra le parti riunite  del mondo giudaico e i rapporti sia con la Nabatea e le altre province vicine, interessate e al pescato e al sale e al commercio di  balsami  di Gerico, trasportati da barche galilaiche.

Il commercio fu meno fiorente  solo rispetto al  periodo 32- 36 d.C. all’epoca del Meshiah: dopo l’evento del Malkuth  ha shemaim, con Jehoshua maran/re  per quasi 5 anni a Gerusalemme, dopo la resa di ogni città lungo il percorso, dopo la pacifica entrata e la conquista del tempio, nonostante la difesa dei milites della fortezza Antonia  ( Cfr.  Jehoshua o Jesous? ) Cafarnao  e la sua Comunità erano  celebrate come la luce  nelle tenebre, come  un’apokàlupsis / rivelazione per l’oikoumenh romano-ellenistica  ed i pescatori del lago divennero i protagonisti del messianesimo  e tutti  volevano avere relazioni con loro, da ogni parte  e dai confratelli di Parthia e da quelli ellenistici sparsi nell’impero romano …

Il regno di Jehoshua fu un affare per i galilei  e per ogni abitante di Cafarnao, anche se il messia si lamentò molto  di loro increduli  e disse secondo Matteo 11,21 : Guai  a te, Corazain; Guai a te,  Betsaida   e 11,23 Guai a te Cafarnao, forse che fino al cielo sarai innalzata? fino all’inferno sarai precipitata!- ripreso poi da Luca 10, 13-15: Gesù bolla  le città  mettendole in confronto con Tiro e Sidone, località pagane fenicie, note per il commercio e soprattutto con Sodoma già punita da Dio ..

Anche quello di Agrippa prometteva bene …perché assicurava un nuovo sistema di rapporti con i vicini ed eliminava la concorrenza…

Il re, ebreo di Gerusalemme, erede degli asmonei e degli erodiani, nonostante la filoromanità,  (era civis/Poliths, praetor/strategos    Basileus/ rex,  summachos/ socius,  dell’impero romano, fratello di latte dell’imperatore  Claudio)  era  uomo di mediazione- sebbene accusato anche lui di menzogna-: cercava un sistema nuovo di regno  cercando di essere equidistante tra gli aramaici e i romani facendo leva sulla pars moderata ellenistica sadducea, senza però  condannare gli aramaici, seguaci del Christos,  come Iakobos  il Giusto, riconosciuto nella sua funzione e nel suo ufficio di  controllore del gazophulakion, nella sua  pratica templare col titolo  sacerdotale, seppure condiviso con quello proprio dei sadducei,  accettando il doppio  sistema  del calendario  solare  e lunare…

Probabilmente Agrippa  inaugurò con Giacomo un costume di collaborazione al fine di favorire lo svolgimento delle feste  a Gerusalemme, così da  spartire, in proporzione, i guadagni  che provenivano dal flusso di pellegrini che affluivano da ogni parte del mondo romano e da quello parthico  e perfino dall’Arabia meridionale e dall’India.

Era  un profitto di grande portata, un utile grande per il re e per il sacerdozio templare: era come un giubileo  (specie per la Pasqua e per la festa dei Tabernacoli) che richiamava folle sterminate  di fedeli che riempivano gli csenodochia / gli alberghi, le case private,  i paesi intorno a  Gerusalemme, che entravano nel Tempio, per fare  offerte  doni.,  per portare greggi, buoi … insomma era un  enorme affare per il sacerdozio e per il re, per tutti …

Il piano, che fu  concordato da  Agrippa con Jakobos, fu la base di una trattazione tra il fratello di Gesù  e  i nuovi governatori romani, di origine ebraica ( Cuspio Fado, Tiberio Alessandro, Felice,) ed anche con gli altri ( Porcio Festo e Lucceio Albino) inviati da Claudio prima e poi da Nerone, dopo l’immatura morte del sovrano ebraico  …

Agrippa, comunque, non poteva  non punire quelli che si erano  troppo esposti e compromessi come kanahim Zelotai, e perciò li condannò a morte, salvando qualcuno, che si pentì,  come Shimon Pietro,  che  fu  liberato dal carcere,  mentre fece decapitare  perché civis, Jaqob fratello di Johanan, figlio  di Zebedeo, un ricco armatore nauarchos  ed  emporos,  noto  per la azioni militari  antiromane, nel corso delle operazioni rivoluzionarie  messianiche. e fece morire  con una morte gloriosa, dignitosa, gli altri oppositori.

Nell’anfiteatro di Cesarea Marittima, infatti, indisse  combattimenti fra confratelli, zeloti,  divisi in gruppi, come gladiatori,  come in un suicidio di massa, come esaltazione del valore di gruppo e riconoscimento militare  da parte del sovrano,  che  ambiguamente e politicamente salvava la faccia con l’imperatore: sapeva che per  i romani quel che contava era l’applicazione della lex,- la condanna a morte  dei nemici- con la confisca dei beni giudaici e   vi aggiungeva il divertimento  allestito per i goyim pagani, greci.

Erode Agrippa ben Aristobulo,  -che era stato, a corte, a Tiberiade,  presso la sorella Erodiade, moglie e nipote del tetrarca philadelphos, con la sua famiglia, come addetto ai mercati e che  aveva conosciuto anche il Meshiah, – non poteva dimenticarsi del suo popolo  e  non  sentirsi vincolato dal patto eterno con Jhwh.

Agrippa  conosceva bene la comunità di pescatori di Cafarnao  e perfino Matthaios il pubblicano che era al suo servizio diretto ..

Dell’amore per la torah del sovrano  nessuno dubitava in Iudaea: lo provava la sua preghiera al Tempio quotidiana, lo dimostrava la sua offerta mensile ai sacerdoti, lo comprovavano le donazioni al gazophulahkion, l’assistenza ai poveri della città e la sua dikaiousune, ma soprattutto la sua politica a favore dell’elemento ebraico con le consociazioni coi  re filogiudaici o giudaici,  come difesa contro il prepotere del Governatore di Siria Vibio Marso…

Erode Agrippa era sempre apparentemente ligio alla romanitas anche se  la sua politica era equivoca ed  ambigua: era  un ebreo opportunista;   anche se filoromano  impegnato politicamente restava sempre ebreo, come ogni erodiano, dilacerato nel suo dolore nel mettere a morte tanti compatrioti valorosi, eroi degni di  memoria, giusti da onorare pubblicamente anche nella morte: era un’ostentazione amara della tragedia  di un popolo …

Infine tutti avevano  conosciuto  la  sua  devozione verso  Caligola, la sua perorazione per il suo popolo perché non fosse costretto a dover scegliere tra l’imperatore e Dio, la sua preghiera di non fare l’affronto ad un popolo amico di porre nel Tempio di Gerusalemme,  antico e sacro, una statua- seppure statua dell’imperatore-:  sarebbe stato sacrilegio per lui, figlio di sommi sacerdoti  e di re, come per il suo genos intero.

Era risaputo che  Agrippa era malato di cuore e che l’emozione mista a phobos/paura  gli aveva fatto perdere i sensi  e che l’imperapore stesso, commosso,  comandò di riportarlo in lettiga a casa sua e di curare la salute  dell’amico didaskalos maestro,  che pur aveva osato sfidarlo coram populo e coram principis consilio.Cfr Legatio ad Gaium

Ancora di più era nota agli aramaici la sua azione di sostegno  a corte per Petronio Turpiliano, governatore  di Siria che  doveva eseguire l’ordine di installare il colosso di Caligola nel tempio di Gerusalemme  e di fare  stragi  e di deportare l’intera popolazione aramaica   in caso di ribellione…

A Petronio incerto sul da farsi  si presentarono i giudei ( un popolo intero in processione  con le mogli e i figli nella pianura di Tolemaide)  supplicando in favore delle leggi patrie e di se stessi -Guerra Giudaica II,10,3-e mostrando i colli  preferendo morire piuttosto che tradire la legge mosaica, offrendosi come agnelli per ilsacrificio, tanto che il governatore, turbato, dopo aver convocato il suo consilium, visto che  gli ebrei si erano accampati e non tornavano a casa per seminare  disse: preferisco correre  il rischio e  con l’aiuto di Dio convincerò Cesare  avrò la gioia di essere salvo insieme con voi, o se egli si adirerà,  sarò pronto a dare la vita  per un così grande numero di persone ibidem II,10,20…

Non certamente, però, conoscevano che Agrippa aveva congiurato contro Caligola ed era stato un  promotore della sua morte…

Comunque, ora con Claudio, anche se gli ebrei non dovevano più fare proselitismo, erano liberi e non pagavano più tasse ai romani  ma solo davano la doppia dracma al tempio…

Anche se Erode Agrippa era per gli aramaici, il loro re – che avevano avuto accanto  quando svolgeva la sua funzione di agoranomos a Tiberiade per  ordine del cognato Erode Antipa – restava per loro  sempre un re dipendente da Roma, ma giudeo, comunque,  che poteva  favorire in qualche modo i confratelli e ricordare il Meshiah , suo predecessore nel Malkuth…

E Cafarnao restava la sede di un movimento messianico, da cui sarebbe venuta una luce perenne…altri uomini, come Teuda, avrebbero promesso  di redimere il popolo …

Dunque, amici, era meglio vivere a Cafarnao o a Betsaida per un un aramaico come  Cefa/Simon Pietro?

 

Oralità e scrittura dei Vangeli

 

 

Per la genesi  dei Vangeli, a  nostro parere, non bisogna più stare a ragionare secondo la logica ottocentesca  sinottica, né secondo quella della theoria di  Quelle /sorgente, elaborata agli inizi del Novecento, né secondo  quella più recente delle due fonti,  ma bisogna tenere presente un lungo periodo di oralità dalla morte di Gesù Mashiah/Christos, un eroe nazionale aramaico,  celebrato in due diversi modi (e da una tradizione aramaico-ebraica gerosolomitana  e da una ebraico-ellenistica antiochena ed alessandrina.

J.J. Griesbach (1745-1812) per primo considera i Vangeli leggibili unitariamente e li definisce sinottici (sunoptikos da sunopteon -oraoochi ha una visione d’insieme o chi è perspicace, in quanto è capace di vedere l’insieme), presupponendo che il messaggio evangelico sia unitario  e di univoca lettura.

Chiaramente gli scrittori ottocenteschi e novecenteschi non hanno la corretta  visione del  fenomeno del cristianesimo primitivo e non fanno  la distinzione in Malkuth ha shamaim- un regno secondo lingua e cultura aramaica-  e in   Basileia tou Teou – un regno   secondo lingua e cultura greca – e perciò non considerano affatto  la lezione ebraico-aramaica,  la sua storia di duecento anni di  lotte staseis antiromane, che comprende  tutto il periodo che va da Pompeo Magno  a Shimon bar Kokba (63 a.C. -135 d. C. ), ma leggono allegoricamente parole e fatti di un Gesù, figlio di Dio, di una figura astorica, secondo la tradizione cristiana.

Si parte, dunque, solo  da una lettura del fenomeno greco e si trascura quello ebraico-siriaco-aramaico, non avendo i precisi contorni della figura ebraico -aramaica di Jehoshua,  di Iaqob,  di Shimon e della comunità aramaica di Gerusalemme,  cancellata come nome, essendo scomparsa la regione stessa della  Giudea anche  come entità geografica con la  repressione di Adriano, a seguito della galuth/dispersione ebraica,-  da non confondere con la diaspora ellenistica-.

Personalmente, invece, distinguo  i due mondi, quello ebraico-aramaico,  basato su una diversa concezione del vedere, puntata  su un diverso sistema di staticità (i cui termini sono ‘amidah/stare  saldo generico, precisato da nasav stare eretto e da yasav essere eretto che si rappresenta come sur roccia intesa come coltelli di roccia di granito ) e su  una  concezione sensibile  di bene  e di male (tov wa ra ) e di  una, ontologica, intellegibile, di  vero e falso ( ‘emet  wa sheqer),  e specie di una diversa idea di  visione.

Su un’ altra visione,- propriamente ebraica,  basata su vedere  ra’ah  su  guardare hibbit  e  su avere una visione  hazah    in modo differenziato- si possono indicare vari gradi di osservazione  fisica ma anche  designare  una percezione intellettuale tanto  da avere la forma/temunah  (come vera natura di Dio- Num.12,8) in seguito ad un aprirsi  degli organi  a cui è tolto il velo  così da leggere  oltre la vista sensibile (paqah), in un cosciente andare  verso Dio, in un approssimarsi ed avvicinarsi nuovo, rispetto a quello materiale, in un sollevamento verso l’alto ram, in un alzarsi  qimah grazie al cuore lev, centro sensibile affettivo infi’al-  su  cui poggia  la spiritualità aramaica, tipica della tradizione culturale mesopotamica.

Il Davar  sottende al significato primario di  parola, anche quello di azione  e prudenza in quanto  il dire amirah (o parlare dibbur ) accompagnato da spirito (ruach)  è base della ricerca intensa dell’uomo  ( cfr. Levitico 10, 16 dorosh darash fece pure continue ricerche) ( cfr. Proverbi16,10-11,  oracolo  sulle labbra del re, nel giudizio non prevalicherà la sua bocca/ peso e bilance giuste sono di Jhwh, opere sue sono tutti i pesi della borsa) che diventa saggio  (proprio perché umile), in una progressiva formazione: musar è la formazione culturale di un sofer, che si  esprime nell’ azione giusta, saggia.

Ora il progressivo salire ‘alah,  introdotto da Paolo e da Luca indica eccellenza e grandezza, che sono  attributi di Dio, per cui Gesù Christos  diventa con un graduale processo, figlio di Dio, in senso mosaico,  nel corso di tre secoli, passando da eroe  ad aner theios,  a semieroe divino , a dio minore  fino all’assimilazione con il Theos Upsistos, fino ad essere considerato  una sostanza ousia divina, un nome esplicito (Shem meforash)  di cui si celebrano tre upostaseis persone,  consustanziali.

La lettura paolina ebraico-ellenistica, christiana, portata avanti dalla tradizione antiochena,  letterale, mista con quella allegorico-morale alessandrina, contrasta con quella ebraico- aramaica.

I termini, infatti,  (sottesi ) qarav avvicinarsi, nagah toccare  e nagash  venire vicino indicano  anche dopo, oltre un millennio,  per Maimonide, non solo una prossimità spaziale,  ma anche una congiunzione della scienza  con il suo oggetto, in quanto si assimila la scienza ad un corpo che si avvicina ad un altro corpo. cfr.  Guida dei perplessi,  a cura di Mauro Zonta, Utet, 2013, p.114, per cui sembra che si possa dire  che  essere saldi, vedere e avvicinarsi  diventano espressione di un’altra  cultura, di un mondo di puri e perfetti sacerdoti, timorosi e zelanti di fede, coscienti  di essere figli di Dio, eredi del Regno, (come furono i naziroi)  irriducibili guerrieri, che preferiscono morire  piuttosto che infrangere la Torah, imitando gli Esseni, sterminati dalla decima legione di Vespasiano.

Quindi nella narrazione del  Malkuth ha shemaim è scritta  la storia di uomini che  lottano insieme col Mashiah  contro l’imperium romano, convinti di fare la storia voluta da Dio,  ispirata e condotta da lui per la realizzazione del piano divino, conformati alla sua sua parola e quindi  educati secondo musar.

La storia di Gesù greco, invece,  è Basileia tou Thèou, la cui vita  e le cui parole sono state scritte, dopo un lungo periodo di oralità, da uomini che vogliono consolidare il pensiero ebraico ellenistico di Paolo, che risulta elemento cardine  della formulazione di questo secondo regno, filoromano, basato su una paideia greca, una graduale formazione  ed educazione del fanciullo, secondo  anche la precettistica  della metrioths di Platone  e di Isocrate, centrata  sul polìths e sulla politeia, secondo il valore di autonomia e di democrazia confusa con la sapienza biblica nella lecsis filoniana.

Interprete di questa altra storia  è Eusebio di Cesarea (265-340 d.C.) – che  confonde e poi fonde i due regni mostrando la storia delle ecclesiai  al fine di  segnare i fondatori  di  Antiochia (Pietro Shimon) e di Alessandria  (Marco ), le due sedi  dominanti anche per la diversa tradizione di lecsis  secondo lettera e secondo allegoria, tramandando il percorso di una chiesa  di Gerusalemme rimasta pura fino alla Galuth adrianea, cancellata  nella sua aramaicità e sostituita con un’altra, greca,  senza alcuna continuità linguistica ecclesiale e  culturale.

Eusebio  raccoglie l’eredità  ecclesiale  del maestro Panfilo di Cesarea Marittima,  i tanti frammenti ebraici, ebraico- cristiani, e pagano-cristiani  del II e III secolo con le infinite sfaccettature ereticali, dovute alla  diversa collocazione geografica orientale, oltre a quelli di qualche nucleo occidentale  di scarsa consistenza numerica,  come Roma, Pozzuoli, Vienne, Lione ecc., dove ci  sono sedi coloniali episcopali come succursali di metropoli  orientali (Antiochia e d Efeso). Nel III secolo  e specie nel IV secolo, dopo la fondazione di Costantinopoli, Eusebio ha un seguito  anche nei patriarchi costantinopolitani e in  altri orientali (specie  i  cappadoci  Basilio, Gregorio di Nazianzo e Gregorio di Nissa) ed  occidentali come Ambrogio,  Girolamo ed Agostino,  che  si impegnano quasi in gara, in epoca teodosiana, per segnare secondo la logica christiana  di Teodosio, la funzione della chiesa costantinopolitana, in onore della nuova Roma imperiale,  voluta da Costantino.

In questa impostazione  cristiana  vengono fatto confluire  i due regni in  una cristianizzazione di  tutto il sistema ebraico,  fonte della matrice culturale cristiana antiochena, che ingloba il Malkuth aramaico ormai scomparso   e con esso  Gesù e  Giacomo, suo fratello, la lettera di Aristea, le opere di  Filone alessandrino, Seneca,  Giuseppe Flavio, i modelli  di vita pratica ed ascetica, gli esseni e i terapeuti, metabolizzando anche pitagorismo, stoicismo,  platonismo e neoplatonismo.

Col concilio di Costantinopoli, nell’ottobre dl 381, concluso il processo di deificazione – ektheosis di Gesù, chiuso il discorso trinitario, pur mantenendo l’unità di Dio, con upostaseis/persone  ed ousia/sostanza, costituita la teologia cristologica, il cristianesimo divenuto religio triumphans, regola i conti col paganesimo e con l’ebraismo, specie in Alessandria  con Teofilo e Cirillo, sulla scia dell’insegnamento  di Atanasio Cfr. www.angelofilipponi.com I due canoni.

In un lasso di tempo  relativamente breve, quello compreso tra il Concilio di Nicea  del 325 e quello di Costantinopoli, in nemmeno 56 anni,  il cristianesimo, riunificate le diversissime anime ereticali   provinciali, nate dall’assenza di una centralità dottrinale, a causa delle molteplici tradizioni evangeliche orali e scritte esistenti, scoordinate anche per la  distanze geografiche delle aree cristiane nell’immenso impero romano,  chiuse ed isolate dalla maggioranza pagana, grazie al patrocinio del tredicesimo apostolo, l’imperatore Costantino,   fedele del Christos, deus sebhaot, unifica il suo credo,  già inficiato dalla eresia di Ario, che, comunque,  ha la meglio negli ultimi anni costantiniani e sotto il regno dei suoi figli, specie di Costanzo II.

Insomma si vuole dire che  nei tre Vangeli  detti sinottici  c’è una doppia storia e che una cosa è  la concezione di vita ebraico- aramaica ed una  quella di stampo giudaico- romano-ellenistico.

Esemplare è il termine genealogia  genehlogiai /toledot di Matteo differente da Biblos geneseoos Ihsou Khristou: ambedue  indicano  diverse letture di un fenomeno non univoco, uno di matrice ebraico -aramaico ed uno di matrice  greca, andati avanti   secondo processi  retorici in relazione alla diversità di un’ ideologia teologale  giudaica  e di una cultura  platonico-stoica ellenistica.

Dunque, una è  la genesi delle  parole  e dei fatti  di Gesù, cioè la genesi dei Vangeli,  propagandati da quelli che andarono  secondo Marco  a predicare a tutta la creazione  pashi thi ktizei  il Vangelo la buona novella di uno, morto, risorto, salito al Cielo e seduto alla destra di Dio Padre (I-e II conclusione del vangelo di Marco): questa potrebbe essere quella del proto Marco, aramaica, basata sulle parole, con qualche episodio della vita-scritta poco prima o poco dopo la morte di Giacomo,  connessa con Paolo e per lui basilare,  visto il rapporto di Marco con Pietro- ; un’altra è la genesi  di un Vangelo, quello di Matteo, la cui stesura iniziale, aramaica, sui Detti del Signore potrebbe avere una sua collocazione perfino prima della distruzione di Gerusalemme, subito dopo il quinquennio di potere del re unto /maran Mashiah, il cui ampliamento con la Vita di Gesù, successiva, potrebbe essere stato scritto tra  il massacro  degli esseni e  la distruzione del Tempio in quanto  il modello di martirio, – per la presenza  di dolore/ esev, –  è utile ai combattenti aramaici proprio per la stessa concezione di vittima  del Christos.

Comunque, la forma della sezione Jhwh dice  che equivale a logia del  signore della koiné  cioè quella di un nabi -corrispondente a propheths-, forse  scritta  in poesia (o in prosa ? anche questo non si sa) ,  è davar, parola oracolare, poetica,  come i salmi Tehillim o tefillot e i proverbi – che sono una forma di similitudine gnomica  multiforme,  detta mashal – mentre la narrazione  della vita  doveva essere in prosa.

Quindi, dopo  un momento di oralità  comune (non si sa per quanto tempo) per i due Regni, anche se hanno due diverse odoi e due diverse concezioni, si costituisce un corpus scritto aramaico,  in qualche modo  connesso  con la scuola di Jammia di Johanan Ben Zaccai, mentre l’altro mantiene un più lungo periodo di oralità  e poi  inizia una fase di scrittura  con Marco, quel  Proto Marco, considerato nella teoria delle due fonti quasi  un’altra Q, databile tra le due opere di Giuseppe Flavio- Guerra giudaica del 74  ed Antichità Giudaica del 94-  di cui il vangelo del Marco, che noi conosciamo,  è un successivo rifacimento di epoca  traianea: il primo  sottende  un corpo letterario ebraico- aramaico  delle parole di Gesù  a cui si aggiunge la vita storica di Gesù come paradigma di uomo di lavoro, di combattente e di martire come Messia/Christos  vinto ma destinato al ritorno, secondo la volontà di Dio, il cui piano eterno deve essere compiuto.

E’ questo  un materiale  oralmente trasmesso da padre in figlio  per quasi un sessantennio sulla base della scrittura aramaica matthaica  di parole divine tradotte come logia dai christianoi, presenti come termine già in Filone e in Flavio specie in la Vita di Mosé,  tipico dell’area semantica oracolare, connessa con la profezia.

E’ un processo che segue la vita della sinagoga e del didaskaleion fino al momento del distacco dall’ebraismo, alla fine del I secolo;  da allora inizia una trascrizione evangelica, di cui Luca è espressione concreta, propria di un ellenista acculturato, che redige per scritto la tradizione evangelica, secondo la sua propria cultura e professione, senza  neanche entrare in merito a quanto scrive, senza capire il valore  sotteso delle parole stesse di un’altra cultura, in quanto ha un proprio telos/fine, come, d’altra parte, Marco.

Infatti per Luca la fede è salvezza  8,48 , 17,19 ecc, ma la salvezza ha valore di vita Hayyim rispetto  alla morte mawet: l’evangelista segue solo la lezione di Paolo che  con la fede e con la preghiera pensa di rendere operosa la salvezza del Christos morto e risorto, lui stesso paradigma di vita eterna.

Luca non intende, in quanto greco, il significato del plurale  di vivo hay  che  comprende nella pluralità l‘essenza della vita  che sottende e  chi cresce e  ha sensazione, ma anche chi è mobile vivente  ed anche chi si riprende da una malattia: insomma  all’evangelista  sfugge il valore  del  termine  che indica un  essere che ha carne viva, respira e compie azioni da vivente, le cui conoscenze corrette sono espresse come vita,  al contrario di quelle scorrette, indicate come morte Cfr. Proverbi 8,35 giacché chi trova me trova la vita e riceverà favore da Jhwh; Proverbi 4,20-22  figlio mio, presta attenzione ai miei discorsi, alle mie parole inclina le r tue orecchie, non si dipartano dai tuoi occhi, custodiscili in mezzo al tuo cuore, perché la vita sono essi  per chi li trova…

Per l’evangelista, paolino, il sistema cristiano trasforma con l’agape amore  il mondo perché Gesù è odos, aletheia e bios (via, verità e vita) secondo la retorica romano-ellenistica e secondo la logica dell’oikonomia divina che travolge e sconvolge il  mondo della creatura  in un totale rovesciamento, per cui  all’uomo resta solo la speranza  in Dio che concede  in un altro regno la soluzione di ogni umano problema con il premio eterno ad un mortale.

L’evangelista, dunque, segue, comunque,  da una parte la sapienza secondo Proverbi 2, 3,4 ,  che invita a non uscire  dalla retta via, che esorta  alla carità verso il prossimo, alla vita tranquilla  e alla giustizia e da un’altra  si regola con abilità  secondo la paideia greca , avendo  i piedi su due staffe, servendosi di due padroni usando  scaltramente, a sua discrezione, ora una cultura ora un’altra, risultando efficace, funzionale e  dilettevole.

Dunque, bene vita e male morte sono  nel discorso evangelico espressioni metaforiche tanto da poter dire  che i giusti  anche da morti sono vivi,  mentre i malvagi sono morti anche da vivi,  in una  sottensione di  due diverse culture, che hanno differenti parametri valutativi

Eusebio, che riprende la tradizione evangelica, e che ha forti perplessità,  dopo circa due secoli, ad accettare la testimonianza  di Papia di Ierapolis – un cristiano nato  nella seconda metà del I secolo e morto nella prima metà del II secolo,  scrittore di  un’opera esegetica sui detti del signore Logioon kuriakoon- ecshghsis,   connessa con la tradizione  orale dei presbiteri   e con quella  di Filippo e delle sue figlie, attivi nell’area geropolitana, di cui sono citati frammenti  evangelici  di Marco e di Matteo, nonostante  che sia considerato  discepolo di Giovanni,  millenarista  e  maestro di Ireneo-  accoglie, invece, la fonte di Egesippo (Hist. Eccl.. 3,11,1), di cui sono note le molte incongruenze  ed alcune  notizie su Giacomo (2.23,6) rivelanti un differente Regno rispetto alla Basileia tou Theou,  propugnata da un Giovanni,  il cui messaggio  è di molto diverso da quello degli altri tre evangelisti.(Marco Luca e Matteo), la cui lezione giustamente è detta, comunque, secondo Matteo (Kata Matthaion ).

Non si tratta di Matteo, però,  del codice Muratoniano (documento che contiene la lista dei libri del nuovo testamento- datata forse 150 d.C–  scoperta da Ludovico Antonio Muratori  nel 1740 nella Biblioteca Ambrosiana di Milano).

Inoltre  il logion Freer – Cfr. B.   Mariani, Enciclopedia cattolica -sembra alludere a  un Marco  successivo,   non databile esattamente.  
Infine il vangelo di  Giovanni, -che  non è  certamente Giovanni il discepolo prediletto, ma  è uomo di età adrianea  (un discepolo omonimo o un altro  Giovanni) che scrive intorno al 130  epoca in cui oggi si colloca il papiro 457 del Fayum (Ossirinco) della biblioteca di Roland Ryland pubblicato da C.H.   Roberts , contenente un brano giovanneo, in cui si parla del dialogo di Gesù con Pietro, –presenta connotazioni chiaramente gnostiche che lo fanno datare   nel periodo  di Basilide e Valentino.

Infatti si può arguire che quanto scritto ad Efeso  fosse in circolazione da poco anche in Egitto e in Africa: studi paleografici hanno fissato la datazione non oltre il 150 d.C e non prima del 130 d.C.  con l’oscillazione di un ventennio, considerati il papiro, la grafia e il sistema a colonne.
Perciò i redattori della Nuovissima versione della Bibbia dai testi originali  ritengono  che  si sono succeduti più stadi ma non ne precisano i termini storici.
Di conseguenza noi cerchiamo, data la frammentarietà di notizie,  di rilevare i periodi  su un piano storico per quanto ci è possibile,  e di mostrare secondo un certo ordine  e di  precisare in relazione  ai testi  in nostro possesso.

Precisiamo per quelli che non conoscono il mio pensiero  su Gesù, qenita, kanah e meshiah /Maran.

La vita storica di Gesù  che va dal 7 a.C fino alla Pasqua del 36 (cfr. A FILIPPONI, Nascita di Gesù in Jehoshua o Iesous?  Maroni, 2003) è  tutta da documentare secondo fatti accaduti realmente come le parole veramente dette alla presenza dei cosiddetti discepoli (apostoli)  dopo un lavoro sulla tradizione evangelica, nel quadro di una belligeranza ininterrotta tra il giudaismo e la romanitas, nel contesto di una reale  proclamazione di un malkuth e del riconoscimento  della venuta del Messia: è un periodo sconosciuto nonostante i tanti scritti, di cui niente è effettivamente certo in quanto tutto è stato letto in una chiave religiosa e mitica, poiché alonato da un senso di divino, dato come credibile,  non comunque  razionalizzabile e quindi custodito come tesoro intoccabile ed inguardabile, come segreto, non esplorabile in quanto mistero.

Secondo il mio parere, i logia del Signore e il bios di Gesù Christos, per come diciamo noi oggi,   sono  inizialmente guide e vie  per la  perfezione  e la formazione morale e pratica di un combattente  kanah  ebraico zeloths  antiromano, per quanto dice  Giuseppe Flavio in greco  in Guerra Giudaica  e  in Antichità Giudaica, che  usa il termine  anche lhsths per indicare ladro, ma  sottende il significato di un armato antiromano,  guidato da esseni o da maghi goeths, aramaico per formazione e per lingua, impegnato in azioni sia contro gli erodiani e sadducei  e i sebasteni  samaritani che contro i milites romani controllori della provincia della Iudaea. convinto di fare la volontà divina perché conformato secondo la musar ebraica.

Insomma tutto questo corpus letterario sottende inizialmente un popolo in ribellione contro  il dominio romano; Roma ha un  controllo, diretto   in Idumea Samaria e  Giudea  ad opera di un procuratore  – con  circa una legione e mezza con postazioni a Cesarea Marittima, sulla Fortezza Antonia sopra al tempio di Gerusalemme, e con un reparto di cavalleria  alla periferia di Cafarnao  in Galilea-  coadiuvato dal prefetto di Siria che controlla le quattro legioni sull’Eufrate  e i contingenti militari ausiliari, forniti da reguli  socii dell’impero romano. I figli di Erode il Grande (Erode Antipa, tetrarca di Galilea e di Perea,  e Filippo  di Iturea, Traconitide, Batanea, Paneas Auranitide Gaulanitide) hanno truppe proprie e fanno leve per dare auxilia truppe ausiliarie  ai romani, che a volte hanno anche la cooperazione di sebasteni samaritani e degli strategoi templari che gestiscono le milizie del Tempio.  Truppe militari vengono fornite anche dai re di Cappadocia, del Ponto, di Bitinia  e di Armenia, filoromani, impegnati a difendere il fronte eufrasico, estremo baluardo  orientale dell’imperium romano.

A questo imponente schieramento di forze antiaramaiche contro l’impero di Artabano III, re dei re di Parthia, si oppongono le forze zelotiche  che possono fare solo una guerriglia  in regioni impervie montuose, boscose,(cfr.  Tetrachia di Lisania ) in Galilea, in Iturea, Gaulanitide e Traconitide e in zone desertiche , dislocate non lontane dal confine parthico. Eppure  nonostante la scarsa consistenza numerica  e la difficile vita di banditi, protetti dalla popolazione locale aramaica, data la  lotta per quasi  due secoli, la continua stasis giudaico-aramaica  risulta un cancro da estirpare già per i Giulio Claudii, e diventa, dopo la parentesi  dei Flavi-che pur avevano distrutto il Tempio-  per gli antonini  una necessitas storica  quasi un dovere,  l’annientare il genos  ebraico, con estirpazione della radice  e   dei segni visibili  del culto stesso di Jhwh e del nome stesso di Sion/Gerusalemme.

Gli aramaici,  dunque,   connessi con la tradizione ebraica dei discepoli di Ben Zaccai, prescrittiva ed orale, hanno  bisogno dopo la morte di Iaqob, la fine dei esseni e  la distruzione del tempio,  non solo delle  parole del signore ma anche di esempi concreti  di  vita  che potevano anche essere  presi dalla parte scismatica ebraica  alessandrina che, dopo la costrizione flavia  e la forzata concessione sinedriale della condanna a morte di molti  fuorusciti naziroi  da Gerusalemme, è solidale con l’ebraismo gerosolomitano aramaico, seppure sterminato col consenso ebraico ellenistico.   Gli alessandrini, al di là del  traumatico editto del sinedrio necessario per l’incolumità della città,  ammirati dall’eroismo aramaico, esaltato nei loro scritti, hanno un rapporto più stretto,  da quel momento, con correligionari, in nome della  comune Legge  mosaica. Le discussioni rabbiniche di Iammia  sono lette e confrontate con quelle alessandrine  e cirenaiche  e creano un corpus letterario orale per oltre un quarantennio, in cui  c’è una pacificazione generale, seppure con screzi dottrinali,   non solo tra le differenti anime ebraiche, ma anche tra queste e la romanitas e  i greci.

In un clima di apparente filoromanità,  in cui  cova  l’odio zelotico antiromano,   si costituisce  parte di quella Torah she be ‘alpe  (torah orale) che poi sarà  messa in scritto da Giuda ha Nasi,  come  raccolta unitaria  anche di tutte le altre  discussioni rabbiniche, tenutesi   dal periodo del tempio fino all’epoca di Antonino il Pio e Marco Aurelio  (Midrash). Da qui, grazie ai commenti (pesharim) dei tannaim,  si costituiscono i Talmudim (Jerushalmi e Bauli) formando due rami,  quello  “haggadico” (da Haggadah/ narrazione ) e  quello” halachico”(da -Halakhah/norma), secondo due diverse letture ed interpretazioni, una narrativa ed una legalistica.
I cristiani, antiocheni, invece, -già separatisi dai naziroi basileici di Jakob, cioè  da quelli della Chiesa gerosolomitana e forse dai mandei, fuggiti  in Parthia ( che avevano lo stesso codice ebraico scritto, masoretico)- avevano già, come libri sacri, subito dopo il 70, la Bibbia dei Settanta, le Lettere di Paolo, i tre vangeli sinottici, Lettera di Barnaba, Erma e Clemente I-II .
I christianoi,  dunque, si appropriano non solo della Bibbia dei settanta, del metodo divisorio, del sistema pesher tipico  della Sapienza, dei Salmi e Proverbi, ma anche dell’opera del Siracide, di Filone e poi di Flavio, seppure rifiutati  come libri  menzogneri, impuri dall’ebraismo, che scomunica il cristianesimo antiocheno, già minacciato da altre eresie nel suo interno.
Gli ebrei  aggiungono  proprio allora la Birkat Ha Minim  la dodicesima benedizione della Amidah, redatta da Samuel il giovane, secondo le indicazioni di Gamaliel I: “Per i calunniatori e per gli eretici non vi sia speranza, tutti si perdano presto, tutti i Tuoi nemici vadano in rovina repentinamente. Tu li annichilirai ai nostri giorni. Benedetto sii Tu o Signore che spezzi gli avversari ed umili i reprobi.
Inoltre essi, (compresi i seguaci di Giacomo) pregano così contro i Christianoi, ed assumono  ufficialmente il testo masoretico in una volontà di distacco definitivo dai Christianoi, minim, che seguono il Testo dei Settanta e la lettura di Filone.

Per me anche Filone di De vita Contemplativa e  di Quod omnis probus inizialmente   fonte comune per rabbini ebraici naziroi e christianoi in quanto,   propositore  di   una doppia via per chi  vuole conoscere Dio, mostra come chi ha scienza e timore di Dio  occupa il posto/magon  degli avi e che ha diritto al trono/kisse che è eterno dando modelli di vita mediante la  pratica essenica e  la theoria  contemplativa Terapeutica.  Poi,  sebbene tutto questo costituisca  un corpus unitario  di base terapeutico- essenico  su cui si forma una  primissima tradizione orale, utile per tutti le radici ebraiche, la storia  divide gli ebrei aramaici , compresi i naziroi,  dai christianoi, che separati ideologicamente dagli ebrei, sanno vivere vicino ai greci, goyim pagani.

Invece  gli ebrei ellenistici  cominciano ad avvicinarsi sempre più al radicalismo ed oltranzismo aramaico per motivi politici, amministrativi e  ed economici e quindi si staccano definitivamente da Filone e dalla Bibbia dei Settanta, inficiata nella lettera dalla paideia ellenica.

I Christianoi antiocheni, vivono separati  e  sono ben distinti da Traiano-   come si vede  nella lettera di Plinio all’imperatore – dagli ebrei, che ora sono perseguitati  e perché aramaici e perché ellenizzati  oppositori però alle auctoritates locali  a  causa del decadere delle loro azioni finanziarie, non più sostenute dalla politica romana, ormai vicina ai banchieri pagani, danneggiate ulteriormente dalla nuova famiglia regnante  filellena, dopo il tracollo in epoca flavia.

Inoltre  gli aramaici ora  sparsi in Partia, e specificamente  in  Mesopotamia e in Assiria e in Perside, ma  in maggioranza     propagatisi in Alessandria  e Cirene,  portano il contributo della loro formazione  e cultura ai confratelli ellenisti in territorio romano con mesopotamizzazione, che sottende odio contro Roma e fratellanza con i Parthi.

Eppure l’ amministrazione dei governatori romani, che  pur applicano la legge di Nerva(96-98), giusto imperatore che ha abolito l’obolo ebraico cancellando la tassa flavia,  risulta per gli ebrei ellenisti  rapace   in relazione alle loro attuali situazioni commerciali, di sopravvivenza,  e perciò  attendono in uno stato di quasi miseria  il compimento del Malkuth, come un ripristino della loro antica  condizione sociale.

I rabbini  di  Iudaea e quelli ellenisti ora hanno una voce comune e sono apparentemente pacifici in attesa dell’evento messianico,  del ritorno del Meshiah, avendo cancellato parzialmente  la memoria di quello  vinto e crocifisso,  atteso invece, ancora,  dai naziroi gerosolomitani.

Una nuova ondata di Messianesimo si abbatte in tutto l’oriente mentre i giovani sono segretamente arruolati ed addestrati  e sono formati secondo le prescrizioni della torah e formati dottrinalmente  con la davar scritta,  secondo moduli apocalittici ed escatologici.

In effetti nei primi anni del principato di Traiano la teoria apocalittica e escatologica si sviluppa come concezione della fine dell’ira di Dio dopo  le tante prove subite e patite  da Israel peccatore e come avvento di un Nuovo Messia  in quanto è giunta l’ora del Signore.

Gli aramaici, dunque, hanno due differenti letture una propria dei  giacomiti , la cui Bibbia siriaca, autorizza un’interpretazione  di ritorno del signore per l’instaurazione definitiva del regno, mentre gli altri aramaici di Parthia  e di Giudea, non naziroi,  hanno una  visione  di vittoria di Sion su Roma con la venuta di un Nuovo Meshiah  invincibile.(cfr Apocalisse di Baruc  e IV libro di Esdra  con l’immagine  vittoriosa del Leone messia  sull‘aquila imperiale sconfitta ).

Le comunità ebraiche  di Mesopotamia, di Cipro,  di Cirene e di Egitto iniziano ad essere in fibrillazione al momento della spedizione antinabatea, come già prima intorno al 101,  alla morte di Erode Agrippa II , quando questi lascia in eredità a Traiano il suo regno, cosa che  autorizza l’imperatore a congiungere l’area giudaica con quella sinaitica ed egizia, con l’annessione del Regno di Nabatea  tanto da poter dire che ormai il Mediterraneo è  mare nostrum.

Dunque,tra il 101 e il105, epoca della annessione della Nabatea  da parte di Traiano, intenzionato ad aprirsi la via pelusiaca per avere l’appoggio della flotta romana,  che doveva essere  forza ausiliare  alle legioni   sul Mar  Rosso,  sul golfo di Aqaba  e perfino su quello Persico, all’occorrenza- in quanto la Parthia non aveva un contingente marittimo –   e ad avere libero il passaggio dall’ Armenia minor, obbligatorio secondo i piani di Cesare, di Germanico e di Caligola, per un’invasione del territorio parthico.

Eusebio parla  di Papia   che  con  l’esegesi dei logia del signore,- già scritti in aramaico da Matteo –   afferma che  gli altri evangelisti scrissero come potevano sulla base matthaica senza indicare l’esatto tempo, dopo la fase orale.

Bisogna pensare perciò che la testimonianza papiana sottenda un lavoro già compiuto da Matteo aramaico  prima del periodo compreso tra  il 105 e  il 115 d.C. e perciò è possibile  inferire che  Matteo greco, il proto Marco e  e Luca scrivano  per integrare la tradizione orale  con quella scritta delle Lettere di Paolo   in modo da formare un corpus greco per i Christianoi di Antiochia, anche per meglio distinguersi dai naziroi e  dagli ebrei,  in un momento storico grave  perché la parentela religiosa  è  un percolo per la loro incolumità. E’ un momento veramente gifficile, il più   delicato della storia romana, tanto traumatico per la romanitas quanto per l’ebraismo aramaico, che, congiunto con quello ellenistico si macchia di orribili misfatti, dolorosi ad ammettersi anche a distanza di secoli, indegni di un popolo sacerdotale, eletto...

Credo di poter mostrare la gravità   rilevando con Cassio Dione , LVIII,28,29,30 la situazione tragica ad Antiochia dove è Traiano nel 115 d.C., pronto per la partenza per la spedizione parthica.

Un terremoto catastrofico in città è  interpretato dai giudei come i partecipazione di Jhwh alla guerra contro i Romani,  come presagio della  sconfitta romana,  come segno della venuta prossima del Messia: per  loro il cataclisma diventa  come una chiamata alla armi al suono del corno shofar.

La campagna parthica di Traiano comincia bene con vittorie  in Assiria e  poi  con una navigazione sicura sul Tigri (mentre una parte naviga  sull’Eufrate, dopo la conquista di Nisibis ad opera di Lusio Quieto)  grazie ai battellieri giudaici  che sembrano  collaborare  con l’esercito romano e con le truppe di invasione socie.

Sbarcato l’esercito  non lontano dalla confluenza dei due fiumi, nelle vicinanze di Seleucia, Traiano  entra invitto nella capitale Ctesifonte, mentre Lusio Quieto avanza verso il delta  paludoso fino al Golfo Persico…

Non è chiaro cosa succeda, ma quando Traiano insedia come Re dei re Partamaspate, la situazione si capovolge, forse per la sconfitta dell’esercito schierato  fuori delle mura  ad opera della cavalleria catafratta…

La reazione parthica è totale  nella bassa Mesopotamia a causa di un  violento contrattacco giudaico,  che divide l’esercito in due tronconi  una guidato da Traiano e l’altro da Adriano e  Cornelio Palma  Cfr J. BENNETT, Traian optimus princeps, Bloomington,2001)

Separatamente si cerca di prendere le navi sull’Eufrate e sul Tigri per  il ritorno in Patria e questo aggrava ulteriormente la ritirata anche per la defezione  dei battellieri ebraici, che  cessano la collaborazione con i milites, incalzati dalla cavalleria parthica  e  svantaggiati in una pianura aperta, nonostante la presenza dei cavalieri mauri di Quieto, tornato con l’esercito decimato da malattie (dalla malaria) privo di rifornimento e impossibilitato a prendere  Hatra  …

Alla fine del 116  si viene a conoscenza della ribellione ebraica e delle stragi fatte a Cirene e a  Salamina di Cipro dai  Giudei  e Traiano  è sollecitato a tornare ad Antiochia, da dove dirigere le operazioni  contro i rivoltosi di Egitto, di Cirenaica e di Cipro.   Vengono accelerate le marce ( si passa da magnis itineribus a maximis itineribus) guidate  da Publilio Celso e da Avidio Nigrino, pur se si è in zone desertiche.

Il titolo di Particus, già acquisito da Traiano, proclamato dalle truppe imperator,   sottende ora una sconfitta, in quanto  l’esercito  che avanza è decimato dalla cavalleria parthica  completamente ricompattata nel nome del nuovo re, anche se  nominato dai Romani, ma ora riconosciuto universalmente i da ogni suddito …

La morte di Traiano  a Selinunte di Cilicia   ha come conseguenza la necessaria cessione dell’Armenia e  della neo provincia di Mesopotamia, già del tutto riconquistata dai Parthi: Adriano ora imperatore,  sancisce un dato di fatto e ripristina lo status antecedente l’impresa parthica.

Inoltre poco dopo la congiura di  Quieto  e di Nigrino, di  Palma  e Celso,  si manifestano  segni di un malcontento militare  per l’ inattesa conclusione dell’impresa parthica  e per il ripristino dell’ordine nell’imperium romano già alla fine del 118, senza aver punito debitamente i Giudei, responsabili del fallimento della politica  imperialistica, che, comunque, restano cives  anche se  sotto oculata sorveglianza . cfr  M . GRANT,  The Antonines: the roman empire in transition London 1996,  mentre le città non lontane dal fronte  eufrasico sono adeguatamente fortificate come ad esempio Gerasa/ Jerash.,

Il rescritto di Adriano  a Gaio Minucio Fundano, governatore di Asia dal 122 al 123,  riportato da Eusebio (Hist. Eccl. IV,9,1-3),   già in Giustino, Apologia, XVIII, 3-5  è in linea con quello traianeo sotteso alla risposta dell’imperatore a  Plinio il giovane, legatus   Augusti pro praetore  in Bitinia  e Ponto  cfr. Epistula X,96 -97  in quanto  fotografa i necessari  e differenziati interventi sugli ebrei e sui christianoi.

I giudei, circoncisi e separati dai goyim/pagani, aramaici o ellenistici, sono vigilati speciali, mentre i cristiani ben integrati tra le popolazioni locali, amati e rispettati per la tendenza alla riunione pacifica e all‘agape fraterna, anche se, data la comunione dei beni, pagano le tasse  alle autorità regionali non individualmente  per capita, ma per etnos associato nella persona dell’epitropos o episcopos o epimeleths, con titoli  differenziati  a seconda della grandezza dell’ecclesia.

Nel rescritto si sottende che l’ebreo  deve essere investigato nella proprietà e nel suo culto di latria  e perseguito  sulla base di un  semplice accusa, mentre per  il Christianos  oltre all’accusa di un accusatore, perseguibile penalmente  in caso di infondatezza delle,  prove procedurali, non basta il nomen ipsum ma sono necessarie le documentazioni  dei flagitia coehrentia nomini   cioè  non c’è  punizione per il nome stesso, ma per  le colpe connesse al nome. Plinio  Ep.X,96.

Comunque, Traiano indica una procedura , a cui si attiene anche Adriano, e impone  che non li si deve ricercare; qualora vengano denunciati e riconosciuti colpevoli, li si deve punire, ma in modo tale che colui che avrà negato di essere cristiano e lo avrà dimostrato con i fatti, cioè rivolgendo suppliche ai nostri dei, quantunque abbia suscitato sospetti in passato, ottenga il perdono per il suo ravvedimento. Quanto ai libelli anonimi, essi in circolazione, non devono godere di considerazione in alcun processo; infatti è prassi di pessimo esempio, indegna dei nostri tempi. Ep. X,97.

Chiaramente gli imperatori antonini indagano  il christianos che pur ha una radice ebraica, ma sono indulgenti  anche se richiedono in pratica  qualche manifesto segno (grano di incenso offerto in pubblico). come riconoscimento del numen dell’imperatore e di Roma: in sostanza sembrano più inclini a perdonare che a punire il cristiano, mentre sono determinati a perseguire l’ebreo  indistintamente.

Dunque se è chiara la situazione  che precede la nuova ed ultima  insurrezione giudaica,  quella di Shimon bar Kokba,  si può forse far rilevare che in un clima di sorveglianza stretta  da parte delle auctoritates provinciali romane verso l’elemento ebraico, sia compatibile la presenza di una scrittura aramaica  sulla vita e sulle parole del Meshiah.

Quindi  tutte le prescrizioni della  torah  con gli huqqim disposizioni e con i mishpatim giudizi connessi con le profezie oracolari mosaiche mostrate  da Iaqob e  fuse con le  prescrizioni del  malkuth del fratello – le cui parole oracolari e i cui decreti  sono da seguire con scrupolo da tutti i seguaci che proprio nell’attesa del ritorno aumentano il timore di Dio, seguendo il modello di vita di Gesù, morto e risorto, legge vivente ora…

Ne consegue che, vivente ancora Jakobos, sulla base della celebrazione del martirio di Gesù si era costituto un racconto della vita, della passione,  morte  e resurrezione del fratello, dapprima orale ma poi, dopo la strage degli esseni, con la memoria annuale non solo del Meshiah ma anche dei nuovi martiri,  si costituì una sorta di narrazione scritta  con prescrizioni giuridiche, in assenza del tempio, letta in riunioni  più o meno segrete, data la vigilanza romana.

Dopo secoli non è possibile determinare se  il testo esiste già al trasferimento a Pella, considerato poi che al ritorno a Gerusalemme  gli aramaici gerolosomitani sono  ancora connessi con i confratelli giudaici  e  che avessero collegamenti con Ben Zaccai  tanto da essere uniti nella lotta coi romani al momento dell’annessione della Nabatea e ancora di più  nel corso della guerra di Kitos o se la  codificazione scritta  è connessa con gli avvenimenti antonini.

Questo scritto è quello stesso di  Papia, di cui parla Eusebio?

Certamente questo  corpus  fu comune agli aramaici di Giacomo e  a quelli di Parthia nel clima bellico traianeo  e poi in quello della repressione adrianea.

Allora bisogna  presupporre  tra gli ultimi anni del I secolo e i primi cinque anni del II secolo, una scrittura greca evangelica kata Marcon, kata Matthaion, kata Lukan, di cui non si conosce l’esatto momento di redazione!

Infatti da Giustino  in poi è possibile trovare segni di Vangeli scritti in varie ecclesiai in greco – perfino quello giovanneo- nel corso di tutto il II secolo e prima metà del terzo secolo.

Eusebio in Historia Ecclesiastica 5,10 parla di Panteno e mostra come in Alessandria sia presente ancora il vangelo di Matteo aramaico, ma circolano  anche quello di Marco e di Luca  e Matteo greco secondo Ammonio alessandrino,  mentre  in altre parti dell’mondo romano Taziano, nato in Assiria nel 120 e morto forse nel 180,  cerca di comporre un Vangelo unitario nella sua opera Diatesseroon, detta anche  Armonia, perché fa il tentativo di unificare , armonizzando le tante e diverse tradizioni -anche orali- greche, pur già scritte.

Queste sono le sue precise parole: Un uomo celeberrimo per la sua cultura, di nome Panteno, dirigeva allora la scuola dei fedeli di quella città, dato che per antica usanza esisteva presso di loro una scuola di dottrina sacra: essa si è conservata fino a noi, e abbiamo saputo che è tenuta da uomini abili nella parola e nello studio delle cose divine. Si narra che il suddetto Panteno si sia distinto tra i più brillanti di quel tempo, in quanto proveniente dalla scuola filosofica dei cosiddetti Stoici. Si dice quindi che mostrò un tale ardore nella sua fervidissima disposizione per la parola divina, da essere designato araldo del Vangelo di Cristo alle nazioni d’Oriente, giungendo sino all’India. V’erano infatti, v’erano ancora a quei tempi, numerosi evangelisti della parola, che avevano cura di portare zelo divino ad imitazione degli apostoli per accrescere ed edificare la parola divina.
Anche Panteno fu uno di loro, e si dice che andò tra gli Indiani, dove trovò, come narra la tradizione, presso alcuni del luogo che avevano imparato a conoscere Cristo, che il Vangelo secondo Matteo aveva preceduto la sua venuta: tra loro, infatti, aveva predicato Bartolomeo, uno degli apostoli, che aveva lasciato agli Indiani l’opera di Matteo nella scrittura degli Ebrei, ed essa si era conservata fino all’epoca in questione.
Panteno, comunque, dopo numerose imprese, diresse infine la scuola di Alessandria, commentando a viva voce e con gli scritti i tesori dei dogmi divini.

Da quanto detto da Eusebio il vangelo aramaico di Matteo, portato da Bartolomeo in India ( non si sa se l’apostolo fa un viaggio marittimo con navi – sul mar Rosso  da  Clisma fino ad Aden per costeggiare l’Arabia ed arrivare  fino a Barigaza- o se ci viene, via  terra, dalla Perside; la prima è più trafficata data la presenza di  192 navi che fanno il tragitto  mensile  per India, la seconda è tipica degli ebrei della zona della bassa Mesopotamia e  della regione intorno a Susa),   si può arguire  per prima cosa che poco dopo la distruzione di Gerusalemme  alcuni  aramaici dopo Masada, si dirigono, oltre che ad Alessandria anche  in Arabia e  in Babilonia. Inoltre  si evince  che Panteno  ritrova lo scritto aramaico  tra le popolazioni indiane  e lo riporta ad Alessandria ( e poi  non se ne  ha più notizie- pare-).

Da altre fonti si conosce  che in India centrale c’è una fioritura di naziroismo dopo la galuth adrianea, come anche in Arabia  più  in quella centrale che  lungo la coste  e del mar Rosso e dell’ oceano indiano- compreso il golfo di Oman: sono attestati naziroi perfino all’epoca di Maometto…

Questa codificazione aramaica  costituisce  un corpus unitario  di base terapeutico- essenico, portato avanti dai Terapeuti di Alessandria  rimasti puri fino al tempo di Sinesio (Cfr. www.angelofilipponi.com Il vescovo Sinesio) su cui si forma una  primissima tradizione orale, christiana antiochena  anche dopo la violenta scomparsa ad opera della decima legione romana degli esseni, recuperati poi nel II secolo,   e dopo  la distruzione del Tempio…di cui si ha traccia implicita in Clemente Alessandrino (Stromateis , 1,21,147 ) in Origene ( Comm. in Matteo, 1) e forse in Tertulliano (De carne Christi, 22)che parlano già di un Vangelo di Matteo scritto in greco  e ne riportano l ‘ incipit …

Dopo la codificazione scritta greca, la varietà dei vangeli è in relazione alle tante e differenti aree di  predicazione cristiana, in Oriente e in Occidente, in cui appaiono modifiche, aggiunte  e  cambi strutturali con  formule  utili  per la definizione della  regalità, della cristologia e del mistero trinitario e talora  si costituiscono perfino  Nuovi Vangeli, attribuiti ad Apostoli …

Il primo,a detta di Eusebio, che li  certifica e li cataloga  facendo precise enucleazioni sarebbe stato un Ammonio di Alessandria   contemporaneo di Ammonio Sacca, il filosofo, maestro di Plotino…

In Eusebio come  in Atanasio , comunque, sono presenti i segni  di una avvenuta  evangelizzazione  cristiana, ma anche di una incertezza sul criterio di autenticità e su quello di classificazione…

Il sistema classificatorio  arriva fino a Isidoro di Siviglia, la cui esposizione sottende una precisa eredità ariana, quella della cultura visigotica, inficiata dall’evangelizzazione anche nestoriana monofisita,  in Spagna….

Isidoro in De canonibus evangeliorum  dice: 1. Canones Evangeliorum Ammonius Alexandriae primus excogitavit, quem postea Eusebius Caesariensis secutus plenius conposuit. Qui ideo facti sunt, ut per eos invenire et scire possimus qui reliquorum Evangelistarum similia aut propria dixerunt.

2. Sunt autem numero decem, quorum primus continet numeros in quibus quattuor eadem dixerunt: Matthaeus, Marcus, Lucas, Iohannes. Secundus, in quibus tres (eadem dixerunt): Matthaeus, Marcus, Lucas.Tertius, in quibus tres: Matthaeus, Lucas, Iohannes. Quartus, in quibus tres: Matthaeus, Marcus,Iohannes.

3, Quintus, in quibus duo: Matthaeus, Lucas. Sextus, in quibus duo: Matthaeus, Marcus.Septimus, in quibus duo: Matthaeus, Iohannes. Octavus, in quibus duo: Lucas, Marcus. Nonus, inquibus duo: Lucas, Iohannes.

4. Decimus, in quibus singuli eorum propria quaedam dixerunt.Quorum expositio haec est. Per singulos enim Evangelistas numerus quidam capitulis adfixus adiacet, quibus numeris subdita est aera quaedam mineo notata, quae indicat in quoto canone positus sit numerus, cui subiecta est aera.

5. Verbi gratia: Si est aera .., in primo canone; si secunda, in secundo; si tertia, in tertio; et sic per ordinem usque ad decimum perveniens. Si igitur, aperto quolibet Evangelio, placuerit scire qui reliquorum Evangelistarum similia dixerunt, adsumes adiacentem numerum capituli, et requires ipsum numerum in suo canone quem indicat,ibique invenies quot et qui dixerint; et ita demum in corpore inquisita loca, quae ex ipsis numeris indicantur, per singula Evangelia de eisdem dixisse invenies.

In epoca visigotica grande era  la confusione, nonostante i canoni, i raggruppamenti, le divisioni, le logiche differenziate semantiche!.

Riassumiamo  e concludiamo.

Si era costituita  in epoca flavia una doppia tradizione  quella  aramaica, orale, che serpeggiava, si  vivificava e si rianimava col paradigma dei martiri nella lotta clandestina contro i Romani e che, finita dopo il settanta, iniziava un nuovo reclutamento militare collegato con quello dottrinale di Johanan ben Zaccai e  con  i discepoli del maestro /Rabbi ,  formatore di altri rabbi …Era una scuola o che tramandava  tramite Rabbi la legge mosaica secondo il costume essenico,  mantenendo la tradizione giudaico-aramaica…

Accanto si era costituita un’altra tradizione, greca  ad Antiochia, che    enucleava il suo messaggio sulla morte e resurrezione del Christos, destinato a tornare come nikeths , trionfatore che riuniva tutte le stirpi del giudaismo ellenistico  e i pagani convertiti, secondo il pensiero di Paolo  e secondo il contributo della scuola alessandrina e di quella  antiochena, in senso allegorico. e in senso letterale…

La  prima aveva come emblema il Messia  risorto propagandato  oralmente da Giacomo   che  proclamava il malkuth  ha Shemaim, destinato a trionfare al ritorno  prossimo del fratello; la seconda era di stampo paolino, una Basileia tou Theou, scismatica  che visse, senza essere mai accettata per qualche tempo vicino alla sinagoga ebraica …

Perciò non esiste  un nucleo evangelico scritto né in aramaico né in greco in quanto ci sono due diverse  di  una tradizione orale aramaica ed una  ellenistica secondo Giacomo e secondo Paolo.. .

La tradizione aramaica per prima  passa dalla fase orale a scritta per necessità politico-storica, poiché i capi aramaici hanno fatto  una scelta in senso mosaico ebraico e quindi hanno rifiutato la linea ereticale paolina, dopo il Settanta, specie nella  Chiesa di Gerusalemme, nonostante la vigilanza romana e l’incipiente persecuzione imperiale .

Ne deriva che è possibile  parlare di un vangelo scritto aramaico ma non di un vangelo greco  che invece deve essere  collocato entro il ventennio tra la stesura di Guerra  giudaica e Antichità Giudaica , contemporanea al Bios flaviano,  che potrebbe essere  il modello da   imitare  per i letterati Christianoi, che avrebbero potuto servirsi anche della fonte scritta  aramaica …

Aggiungo  che sono  propenso, perciò, a datare la scrittura  greca di una originaria fonte Q  solo tra il 74 e il 94 d.C ..   e a considerare il Proto Marco,  subito dopo la fonte,  negli ultimi anni di Domiziano, mentre i testi che noi abbiamo -escluso Giovanni – sono compresi tra l’ epoca  nerviana e l ‘annessione della Nabatea …Dunque questa è la storia, o meglio questa –  dovrei dire – è la risultanza storica di anni di studio.

E i miei parenti ed amici cristiani dicono  che credono in Gesù Cristo  e non sanno distinguere il Cristo da Dio:  sono veramente credenti  cristiani cattolici?

Recitano il Credo  ogni domenica e vanno settimanalmente al rito eucaristico a nutrirsi del Corpus Christi. Perché? non lo so.

Parabola del fariseo e del pubblicano

Gesù può aver detto la parabola del Fariseo e del pubblicano?. Non credo e non certo come la scrive Luca.

Perché? diranno molti cristiani.

Per due motivi.

Primo, perché i personaggi non  sono realmente storici, ma sono inventati sulla base dell’osservazione della vita ecclesiale, di una provincia romana  di fine primo secolo: né Gesù, né i due protagonisti della parabola, il fariseo e il pubblicano, sono figure vere, ma costruite ed assimilate con  altre  di epoca successiva. Infatti il tempio, che è il santuario ebraico per eccellenza, non più esistente  in epoca flavia,  equivale ad  un locale  di  riunione  e di preghiera in una città orientale, pensato da Luca come ambiente e contesto simile, in cui creare una  situazione con l’episodio dei due oranti.  esaminati nella specifica superbia  del fariseo, puro,   e nella umiltà del pubblicano, peccatore. La parabola è un‘inventio di Luca come anche la valutazione da parte di Gesù, che fa la dieghesis narrazione.
Secondo, perché la parabola di Luca ha un telos, un fine prefissato che è conforme al pensiero di Paolo, che deve essere diffuso contro  quello espresso da Yaqob Iakobos Giacomo e i suoi seguaci aramaici, -già sconfitti dai romani, che hanno distrutto il Tempio -(Cfr. Giacomo e Paolo), pronti a nuove staseis rivolte.

La sua scrittura ha un fine dimostrativo,  già chiaro nella premessa alla parabola stessa del Fariseo e del pubblicano, esplicito nella conclusione e nell’ apoftegma finale (Lc. 18,9-14), che è una ripetizione di 14,11.perché chi si esalta, sarà umiliato e chi si umilia sarà esaltato.  

La parabola di Luca,  scritta dopo oltre cinquanta anni  dalla morte del Christos, ha la struttura di una favola  di Fedro, esopiana,   con una conclusione pertinente  morale.

La premessa (Per certuni, poi, che dentro di sé erano persuasi di essere giusti e disprezzavano gli altri,  disse questa parabola) è simile a quella della parabola precedente del Giudice iniquo (Raccontava poi loro una parabola sul dovere che avevano di pregare sempre, senza perdersi di animo -18,1 come assicurazione  che Dio renderà  loro giustizia con sollecitudine  anche se c’è il dubbio che il figlio dell’uomo al suo ritorno   troverà la fede sulla terra).

Dunque, Luca ha uno scopo, quello di invitare i fedeli della ecclesia christiana  alla preghiera, alla fede,  alla fiducia nella pronoia divina  che risolve ogni problema con la peripeteia e con l’improvviso  e tragico capovolgimento, per cui i primi saranno gli ultimi e gli ultimi i primi, in quanto ciò che è impossibile agli uomini  è possibile a Dio ( Lc.18,27) .

Luca in effetti predica il vangelo di Paolo: la salvezza  si consegue con la preghiera e con la fede ed è un dono di Dio, non un merito  individuale umano.

Luca scrive quando l’essenismo  con il fariseismo è un vago ricordo nelle ecclesiai cristiane, specie in Macedonia e Tracia, anche se in Galilea, Gaulanitide, Traconitide ed altrove ancor  sono presenti  gli zelanti della Torah che eseguono  i  precetti dei rabbi della scuola di Iammia, che mantengono vivo lo spirito del pensiero  farisaico ed anche se  l’haburah con edah, costituita da Yaqob, ancora funziona.

Ma seguitiamo a  leggere  e cerchiamo di capire la parabola.  Gesù, secondo Luca  disse questa parabola per certuni  che dentro di sé  erano persuasi  d’essere giusti e disprezzavano gli altri, mostrando i protagonisti: due uomini  salirono al tempio per pregare, l’uno era fariseo, l’altro pubblicano... evidenziando il fariseo che,   ritto in piedi pregava fra sé così: O dio, ti ringrazio che non sono come gli altri uomini, rapaci, ingiusti,  adulteri anche come quel pubblicano. Digiuno due volte alla settimana e pago la decima di tutto quel che compero.

Solo uno, che narra dopo la distruzione del tempio, può avere un incipit di tale genere parabolico: ritenere gli ebrei   quelli che hanno una concezione farisaica  di giustizia, collegata con l’idea di un popolo eletto,- che, avendo  un culto threschia, esclusivo, per un solo dio e padrone, disprezza non solo i culti di tutti gli altri popoli pagani, ma anche le comunità cristiane,- è  spia di un’antitesi tra la tzedaqah della sinagoga e l‘agaph /caritas  dell’ecclesia cristiana, non più, comunque,  in territorio siro-palestinese, ma  in ogni città orientale.

Il fariseo diventa figura antipatica, disgustosa davanti a Dio  per la superbia dell’eletto ed è  prototipo di tutto il popolo ebraico condannato già dall‘auctoritas senatoriale e flavia, sorvegliato  per la sua perfidia integralista, già taeterrimus per Tacito.

Luca scrittore di epoca flavia dovrebbe sapere (dovrebbe averlo sentito dire da Saul/Paolo o da altri di  stirpe ebraica)  che un esseno o un terapeuta, uomini di formazione farisaica,  mangiava ogni tre giorni e quindi digiunava  2 volte a settimana, anche se la Torah  imponeva una volta all’anno nel giorno della Espiazione ( Levitico 16,29; 23,27; Numeri 29,7). Inoltre si sapeva che  il fariseo era  ligio a pagare le decime perché diffidava  del venditore (impuro) che tendeva a non pagarla.

L’ evangelista è teso ad opporre i due caratteri, per creare  contrastivamente  una rete di antipatia  per il primo e  per formare un alone di simpatia per il secondo.

Infatti contrappone  al fariseo il pubblicano, un  appaltatore  di imposte seduto a to teloneion, al banco, cioè un teloonhs (teloonhths -telos ooneomai ) da tutti conosciuto come arpaks rapace, perché esattore,  in  Giudea  considerato un apostata o uomo bollato da anathema, di solito  filoromano, un ebreo romanizzato con doppio nome come Levi/Matthaios, emblema dei pagani  moichoi  adulteri ed adikoi ingiusti: Non sa Luca che neanche il teloonhs può entrare nel tempio  e che  deve stare a distanza di metri da un puro, regolata secondo la prescrizione della  Legge, all’atto della condanna!.

Il pubblicano,invece, diventa per l’evangelista  elemento positivo, simpatico  e caro proprio per la sua coscienza di essere peccatore in quanto creatura, a cui va la solidarietà di ogni  uomo mortale.

Luca  così scrive: il Pubblicano invece si teneva lontano  e non osava neppure alzare gli occhi al cielo, ma si batteva il petto dicendo: Signore, abbi pietà di me, peccatore.

ll pubblicano, peccatore  secondo lo schema paolino cristiano, di uomo mortale che vive nel peccato e che solo con la preghiera e con la fede si redime grazie al sangue di Cristo,  tanto da  essere degno di risuscitare e di avere il premio della vita eterna, è il modello del fidelis, che è umile,  creatura di fronte al creatore, cosciente del suo peccare. 

Il pubblicano amartolos, (uno che commette amarthma in quanto è peccatore perché riscuote il denaro per conto del romano  e maneggia le monete stesse con l’effigie dell’imperatore, diventa  non colui che  rimette il debito estinguendo il dovuto to opheleimenon (to khreos) come Zaccheo, ma è uomo giustificato per la sua umiltà e preghiera (congiunta alla Fede nel Christos ).

Luca, dunque, con il rovesciamento delle due figure, rinnega il giudaismo, esalta la romanitas e vede la salvezza per l’uomo secondo il  disegno salvifico di Paolo, romano -ellenistico,  basato non sull’uomo faber suae quisque fortunae, ma sul  Theos che sovverte la sorte umana  ed attua la sua oikonomia divina imperscrutabile.

Luca, dunque, testimonia  il baratro che si è aperto tra la sinagoga e  l‘ecclesia, in epoca flavia, poco prima o poco dopo il distacco  tra  i due credi, verso la fine del I secolo dopo Cristo, quando ancora il ramo  nazireo è  ancora nell ‘albero giudaico come Malkuth ha shamaim, ancorato alla Torah mosaica, -diversamente dalla Basileia tou Theou/il regno di Dio  antiocheno  che invece ha rotto ogni rapporto con la tradizione gerosolomitana ortodossa,- destinato ad  andare verso altre insurrezioni e verso il suo stesso sterminio sotto  Adriano.

Luca non sa (finge di non sapere) , però, che la preghiera ebraica si fa in piedi  e che ogni ebreo aspira ad essere giusto  e fa opere di giustizia, convinto di servire e di temere il suo Signore,  che lo ha eletto, in quanto  figlio, erede del Regno: la puntualizzazione (ritto in piedi e la preghiera di ringraziamento per essere diverso rispetto agli altri uomini)  dall’ angolazione  ebraica  non  rende ripugnante il fariseo, che è uomo distinto proprio per la sua fede collegata con le opere, elemento  leale e coerente  nel suo modus operandi,  tipico di eroe che muore per la patria  e per la sua fede, ma lo sublima.

I due per Luca antiocheno sono due caratteri giudaici, uno spocchioso, cosciente dello zelo  per la legge, l’altro umile e dimesso, sicuro di essere un reietto rispetto ad ogni puro giudeo: da parte dell’evangelista si  arcaicizza di proposito e si  falsifica la storia  di Gesù eroe popolare, di stampo farisaico, morto da puro ebreo.

Gesù, invece, è visto da Luca (da Paolo), anche  se scandalo della croce,   come un saggio sophos, alonato di divinità, capace di  predicare la remissione dei peccati, di  affermare che il pubblicano peccatore scese a casa sua  giustificato. Luca si è servito di  salire anabainesin ‘alah  e di scendere katabainein yarad così per mostrare solo che il tempio è in alto e che  la casa del peccatore è in basso: l’evangelista non sa che nel primo c’è sotteso tutto un mondo di  ascensione sublime  con esercizio che indica eccellenza e grandezza verso cui tende il  fedele, mentre lo scendere  indica il tragitto opposto, secondo un sistema di allegoria, tipicamente farisaico.

Luca,  dunque, descrive non il reale fariseo e il vero pubblicano, ma  due cristiani: uno spocchioso  che in piedi prega, convinto di essere un santo; l’ altro che  è umile, è cosciente del suo peccato e crede in Dio. E così avendo mostrato due tipi opposti,l’evangelista applica la regola paolina della metamorfosi  per  attuare la metabolh il cambiamento, in nome di Dio,  che  abbatte il superbo ed innalza il debole.

La conclusione di un  Gesù astorico, secondo Luca, è questa:  vi dico che quest’ultimo scese a casa giustificato, al contrario del primo. Di quale Gesù parla Luca (o chi per lui)? , di quale fariseo? o di quale pubblicano?

Solo Filone avrebbe potuto  illuminarci davvero perché contemporaneo di Gesù, ma la sua fonte non ha lasciato tracce né sulle  parole né sul bios del Signore, neanche  ci è giunta una goccia della sua acqua. Eppure Filone ha parlato di ameicsia non mescolanza, di una  sorta di separazione e distinzione farisaica ed ha proposto due modelli di vita ebraica di sicura radice farisaica, quella attiva degli esseni e quella contemplativa dei terapeuti, da cui risulta chiara, bella, virtuosa l’airesis setta dei Farisei.   Anche Saul Paolo, un cristiano ellenizzato dal doppio nome, che si è sempre professato  e vantato fariseo  e discepolo di Gamaliel-ma è un uomo di menzogna, condannato alla fustigazione e poi  a morte dal sinedrio e da Yaqob/Iakobos, fratello del signore  perché non obbediente alla legge,  e alla prescrizione  sulla Casherut – tiene in grande onore la figura del fariseo,  come ogni altro ebreo dell’ epoca che precede la distruzione del Tempio.

Giuseppe Flavio, figlio di Mattatia,- che è un  contemporaneo di Gesù,  parente degli Anano, meglio di tutti  potrebbe darci qualche indicazione anche se per dovere di suddito e per gratitudine verso i Flavi suoi padroni, scrive  Guerra Giudaica  nel 74  ed Antichità Giudaica nel 94, mantenendosi necessariamente nei binari della lealtà all’imperatore, senza però celare la verità storica,  facendo l’apologia giudaica senza offuscare il valore dell’imperium romano, risultando, però, ambiguo ed equivoco in questa contraddizione concettuale,   utile, comunque,   al fine della trasmissione  dell’eredità culturale sacerdotale ebraica – sembra smentire Luca e la sua cristiana interpretazione.

Lui è storico ufficiale dell’impero romano, autorizzato alla lettura della sua opera, impegnato nella esaltazione dei Flavi, pagato per la celebrazione del mito soterico di Vespasiano   e dei suoi figli, salvatori dell’impero romano, pacificatori dell’oikoumene, ripristinatori dell’ordo kosmico, dopo il disordine della guerra civile  dell’anno 69, a seguito della morte di Nerone.

Guerra Giudaica (a cura di Giovanni Vitucci, Mondadori 1974) II,14  così descrive la setta dei  farisei,- che  lo storico dice di aver scelto, pur essendo di stirpe sacerdotale, di una della migliori famiglie, dopo il sodalizio con Banno nel deserto, in considerazione della virtù-: essi godono fama di interpretare correttamente  le leggi, costituiscono la setta più importante  ed attribuiscono ogni cosa  al destino e a dio; ritengono che l’agire bene o male  dipende in massima parte dagli uomini,  ma che in ogni cosa ha  parte il destino ; che l’anima è immortale, ma soltanto quella dei buoni passa in un altro corpo,mentre quella dei malvagi  sono punite con un castigo senza fine…i farisei sono legati da scambievole  amore  e perseguono la concordia  entro la comunità .

In  Antichità giudaica XVIII 12-15 (Angelo Filipponi, Antichità Giudaica, XVIII, E book Simplicissimus , 2012) Flavio dice:

I  Farisei hanno un sistema di vita semplice e non concedono niente alle mollezze: seguono con autorità quanto la loro dottrina trasmette giudicando buono ciò che bisogna dettare considerandolo degno di contesa.Tengono in onore i più anziani,  non essendo orgogliosi in niente altro se non coraggiosi, di fronte alle  risposte di coloro che ostacolano  il loro parere. Essi ritengono che ogni cosa avvenga per destino, senza però negare il libero arbitrio, in quanto sono contenti che ci sia mistione di potere tra Dio e il magistero del destino: gli uomini, virtuosi e malvagi  devono stare con propri meriti Essi hanno la speranza della immortalità delle anime (Essi hanno speranza che le anime abbiano una forza immortale) e che sotto terra ognuno avrà un’adeguata dimora, a seconda del merito e in relazione alla virtù e al vizio, che alcune anime saranno chiuse in eterne prigioni e che altre invece potranno ritornare in vita. Per questo essi risultano molto graditi al popolo, ogni preghiera e tutti i riti cultuali divini sono svolti conformemente alle loro prescrizioni; la loro virtù fu così lodata dalle  popolazioni(cittadinanze)  che  li seguivano per la pratica, perché ritenuti  migliori  nel sistema di vita e nelle regole.

Perciò bisogna  concludere  secondo pertinenza  che in epoca di Gesù  il fariseismo era una setta che insegnava la resurrezione,  la stretta osservanza delle regola ma soprattutto ogni fariseo sapeva come agire di fronte ai sadducei,  sacerdoti e loro avversari, come combattere   i romani,  come comportarsi coi  pubblicani dando regole di comportamento pratico. Insomma  i farisei erano maestri  di giustizia, laici , ed una loro frangia  era la setta degli esseni .

Gesù, ebreo, il Christos Messia,  mai avrebbe  potuto mostrare una simile figura di fariseo, un  giusto come suo fratello Giacomo,  che predicava il Malkuth ha shemaim, la sua prossima venuta e il valore delle opere e non delle Parole !.

Cosa  diranno di questa lettura i miei amici e parenti cristiani? mi auguro solo che abbiano almeno qualche dubbio sui Vangeli e sulla ispirazione dello Spirito Santo!

Io lavoro, essi credono! Cosa? Non lo so.

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Un’ordalia nel 1498, a Firenze!

Francescani e domenicani in una sfida… mortale

Firenze  7 aprile 1498: Un’ordalia, un giudizio di Dio!
Che Vergogna per gli umanisti!
7 aprile 1498 un francescano e un domenicano a Firenze, in Piazza della signoria, si sfidano ad un’ordalia di fuoco.
I priori hanno concesso l’area della piazza ed hanno allestito il teatro della sfida, facendo  una piattaforma di legno  alta oltre due metri, di circa trenta metri di lunghezza e di sei di larghezza : i quattro lati a mò di recinto, erano  fatti di mattoni verdi, crudi, sovrapposti, di altezza di poco più di 30 centimetri.
I due contendenti arrivavano dai propri monasteri di S. Croce l’uno e di S. Marco l’altro: uno è lo sfidante il francescano Giuliano Rondinelli, che ha assunto l’incarico  e si è “sacrificato” al posto di Fra Francesco da Puglia, che aveva lanciato la sfida, contro i savanaroliani;   l’altro è Fra Domenico da Pescia, che gareggia per l’onore di Fra Gerolamo Savonarola.
Dovevano fare il percorso senza bruciarsi: risultava vincitore chi usciva vivo da quell’inferno!
Savanarola  guidava la Repubblica di Firenze,  che si era costituita dopo la morte di Lorenzo il Magnifico e  la venuta di Carlo VIII in Italia.
Fra Gerolamo  con la sua visione apocalittica aveva profetizzato gli eventi ed aveva attaccato la politica di Rodrigo Borgia
(Alessandro VI, successore di Innocenzo VIII Cybo) inimicandosi così col papato, da cui precedentemente aveva  avuto autorizzazione per l’indipendenza del Convento di S. Marco e per il raggruppamento di tutti  i monasteri domenicani sotto la sua tutela, grazie al cardinale Oliviero Carafa.
In città si erano costituite due fazioni/ partes quella dei Palleschi a favore dei  Medici e  quella dei Piagnoni a favore del frate  che aveva  perfino messo al rogo tutti  i libri considerati “mondani” cioè non utili alla moralizzazione dei cives e che aveva intensificato la sua azione nelle prediche, quaresimali, contro il papa simoniaco.
Alessandro VI, dopo le ammonizioni, rituali, aveva scomunicato il frate che aveva insistito nella sua azione antipapale  nei suoi commenti  alla Bibbia, mostrando come la vigna del Signore era desolata e in mani sacrileghe.
Pochi giorni prima della sfida era giunto un breve  papale con cui si condannava al fuoco l’eretico Fra Gerolamo.
In questa situazione di grave lotta civile tra le due opposte fazioni, bisognava dimostrare che il domenicano  era nel giusto perché fautore e cavaliere di Dio per Fra Gerolamo   giusto, santo  e profeta, mentre il  Francescano Fra Giuliano  affrontava il martirio  competendo  per dimostrare il contrario che cioè Fra Gerolamo era un falso profeta degno di essere condannato: Dio doveva dimostrare  chi dei due fosse nel giusto, salvandolo dal fuoco.
I due frati erano pronti per passare a piedi nudi e fare il percorso, senza bruciare,  grazie a Dio che avrebbe protetto il giusto.
Come finisce la disputa?
Con un acquazzone tale che  spegne il fuoco.
I due concorrenti sono tenuti in sospeso dai priori che li sentono discutere teologicamente e fanno questioni di ogni genere, timorosi dell’ordalia: l’uno, più motivato al martirio,  è sulla piazza; l’altro è dentro il palazzo della Signoria, con i notabili.
Dapprima i francescani  rifiutano la cappa  di fra Domenico inadatta per l’ordalia,  perché stregata  e fatta con incantesimo, poi   hanno dubbi sugli abiti stessi, per cui  il frate  è spogliato di quelli che porta  ed  ha abiti da un altro domenicano,  ed infine   sollevano obiezioni sulla  distanza che deve  esserci tra il  domenicano e Fra Savonarola,  capace di magie  perché dotato di poteri diabolici.
I francescani,  inoltre,  contestano Fra Domenico  che vuole portare  il crocifisso  ed anche l’ostia consacrata, ritenendo la croce una protezione e  il corpo di Cristo non  bruciabile: per loro si fa  cosa iniquissima e contro la chiesa se si procede secondo il volere del domenicano.
I francescani da parte loro cercano di far passare tempo e di spingere i domenicani ad iniziare per primi la gara: la dilazione sembra  fatta  in relazione al mutamento delle nuvole e al peggioramento del tempo sopra Firenze.
Fra Domenico, savanaroliano,  sembra l’unico deciso ad entrare sui carboni, mentre il Rondinelli, forse impaurito dal fuoco, è tenuto prudentemente in attesa, comunque,  forse, all’occasione,  sarebbe stato capace anche di morire martire.
Cavilli religiosi, comunque  dall’una e dall’altra parte, prima della purificazione… dell’acqua e della fine  definitiva della disputa!
La folla, tutta maschile, era in fibrillazione (Le donne i bambini assistevano dalle finestre e dai tetti della piazza), le due fazioni, armate, erano all’erta, mentre la signoria aveva disposto un suo esercito per evitare gli scontri e le violenze.
Un  temporale con lampi e tuoni   spegne il fuoco: Dio non vuole quella prova: questo sanciscono, concordi,  domenicani e francescani e le auctoritates presenti,  che, tutti inzuppati di pioggia, tornano ai loro conventi e case.
La razionale Firenze, patria di Lorenzo il Magnifico, morto da pochi anni, domicilio  di Pico della Mirandola (anche lui  morto da poco, seguace del Frate che aveva visto la sua anima salva in Purgatorio) e di  Poliziano, letterato  devoto e di Michelangelo religiosissimo,  mostra con questa ordalia una diversa realtà di fine quattrocento, tutta  ancora medievale, solo in apparenza umanistico-rinascimentale.
Il povero  Fra Gerolamo Savanarola,  quasi un mese dopo, il 23 maggio,  fu bruciato vivo, con due  confratelli!

Viene eseguita la condanna papale .

Trionfa Alessandro VI con la sua politica a Firenze e suo figlio Cesare si crea uno stato indipendente nel Centro Italia  grazie al  potere paterno…

Un’altra lettura di “I dieci lebbrosi”

Luca  narra la guarigione di 10 lebbrosi in 17,11-19.

Il racconto di Luca non è una testimonianza  di un miracolo paradoxon, di Gesù, che si trova a passare, al confine  tra la terra di Samaria e quella di Galilea, mentre va  a Gerusalemme,  ma  è spia di un telos,  quello lucano, di mostrare  cioè la riconoscenza di un Samaritano -rispetto all’ingratitudine degli altri nove, giudei – e la sua fede nel  Regno  di Christos venuto.

Il racconto di Luca non è storia, ma è una dihghsis  narrazione di un normale scrittore ellenistico, impegnato cristianamente secondo la scuola antiochena: Luca non conosce  la toledot giudaica e neanche la torah/nomos legge, sia giudaica che samaritana…

D’altra parte già  Luca aveva parlato della guarigione di  un solo lebbroso in 5, 12-16 , raccontata anche da Marco 1,40-45 e da Matteo 8 1-4.

Dunque, il  racconto  di un Gesù Methorios- che  con una comitiva attraversa il confine tra Galilea e Samaria per prendere decisamente il cammino lungo il Giordano fino a Gerico, prima di salire alla Città Santa-  fa parte del sondergut lucano, di quel materiale speciale tipico del mestiere di Luca medico e scrittore,  che ha lo skopos di rivalutare la cultura e il popolo samaritano, coinvolto nella stessa comune sconfitta, dopo la distruzione del tempio, dopo la fine di Simon Mago a seguito del pagamento della doppia dracma al  tempio di Zeus, a Roma, di tutta la Iudaea capta  (Idumea, Samaria e Giudea) secondo gli ordini di Vespasiano (69-79 d.C).

Nel disegno lucano grande rilievo ha la parabola del buon samaritano 10.30-37, paradeigma di uomo che ama il prossimo, esempio di uno che  ha compassione/eleos,  che  si ferma, anche se ha impegni di lavoro,  vedendo un altro soffrire, perché ferito da lesthai/ladri, che si accosta premurosamente,   che fascia le ferite, che  versa sopra olio e vino, che  lo fa montare sulla sua cavalcatura,  che lo conduce all’albergo/csenodochion, che  cava  dalla borsa due denari,(8 sesterzi  cioè 32 assi, poco meno di 40 Euro), che  li dà all’albergatore,  a cui affida il ferito, con la raccomandazione di  curarlo,  aggiungendo  che al ritorno restituirà (il verbo sottende  che c’è già rapporto  tra i due) quanto avrà speso di più.

Per capire quanto il samaritano dà concretamente all’albergatore  aggiungo per il mio lettore che un romano compra con  due assi  un kg.di pane  (poco più di un due Euro ) e con  un sesterzio cioè con  quattro assi  (quattro/ cinque euro circa )  può scopare una  scadente  prostituta.

E’ un racconto ellenistico, filantropico, comunitario  che tratta di un civis romano incappato nei briganti,  che turbano l’ordine del Kosmos imperiale in Iudaea nei trenta chilometri circa, che dividono Gerusalemme (città a 750 metri  sul livello del mare)   da Gerico (località a 250 metri sotto il livello del Mare), lungo sentieri  tortuosi, impervi, aridi e desertici, a volte dirupati…

C’è sottesa  la denuncia del precedente sistema di vita,  giudaico, (anche se Luca, probabilmente,  non lo sa!), perché non associa a lesthai  gli zeloti, i partigiani, integralisti  religiosi  antiromani del periodo  erodiano e posterodiano …

Chiaramente, comunque,  Luca marca i semeia di un comportamento caritatevole nei confronti di uno sconosciuto da parte di un samaritano  che, secondo Giovanni (4,9), è animato da ostilità  verso gli ebrei, che lo considerano eretico e scismatico.

L’attenzione alle azioni del samaritano è in relazione  contrapposta al comportamento dell’élite sacerdotale ebraica  (sacerdoti e leviti)  condannata perché  gira alla larga (antiparerchomai  significa passo oltre e vado dalla parte opposta),  anche se non più esistente perché non esiste più il tempio…

La domanda di Gesù al dottore della legge- uno scriba, un fariseo, un laico  che chiede  cosa fare per ottenere la vita eterna -è volta da Luca non nella direzione della legge  mosaica e quindi secondo le Scritture  (Deuteromio.6,5 e Levitico 19,18)  a dire cioè amerai il signore Dio tuo da tutto il tuo cuore , con tutta la tua anima e con tutta la tua forza, con tutta la tua mente  e il  prossimo tuo come te stesso, ma a referenziare  con un esempio pratico l’idea astratta di prossimo/o pelas,  secondo parabola...

Infatti Luca  fa rispondere il dottore della legge a Gesù – che chiede Chi di questi tre (Sacerdote, Levita, Samaritano)  è  stato prossimo  di colui che incappò nei predoni?- : Chi gli ha usato misericordia.

Chiaramente  il telos di Luca è quello di un cambio di destinatari  e di fruitori del Vangelo: non più gli ebrei (sacerdoti e leviti, sadducei e farisei) ma samaritani (e pagani) sono ora i cleronomoi  gli eredi del pathr, senza il patriottico hmoon (Lc.11,1-4) molto diverso da quello di Matteo  (Cfr. Una lettura del “padre nostro “)…

In questo disegno lucano la Guarigione dei dieci lebbrosi   è un altro segno dell’intento sotteso di Luca, già mostrato nella parabola della dramma perduta 15,8-10,   del figliuol prodigo 1511-32, del fattore infedele 16,1-12, e del  ricco eupolone e del povero Lazzaro 16 19-31., della scelta dei posti al banchetto 14,7-11.

Prima di parlare del paradoxon  del miracolo della guarigione dalla lebbra,-  su cui non entriamo in merito- è opportuno chiarire che secondo la legge  giudaica, il lebbroso, guarito,  deve essere reintegrato nella società dei viventi,  e deve avere una certificazione  per poter  abbandonare l ‘isolamento (o la vita comunitaria con altri lebbrosi) da un sacerdote  da presentare al suo eparco/nomarco, capo civile della zona di residenza.

Detto questo, il racconto lucano ha una sua logica,  non di un uomo vivente nel  periodo prima della distruzione del tempio (70 d. C) ma  di uno  che  vive e scrive nell’epoca dei Flavi.  

Infatti Luca  fa dire a  Gesù (morto nel 36 d.C.), uomo  conforme alla Legge: andate e mostratevi ai sacerdoti  dimostrando  che  conosce  l’obbligo per un giudeo di purificazione e di espiazione  secondo la valutazione sacerdotale.

Il seguito del racconto,invece, tratta del ritorno di uno, -un samaritano, che, vistosi  guarito,  torna indietro, glorifica Dio a gran voce-  si prostra con la faccia a terra- fa la proskinesis che si deve ad un re o a un Dio –  ringrazia  (impossibile,  in situazione di fatto, la vicinanza ai piedi di qualcuno, da parte di un lebbroso,  senza una certificazione legittima sacerdotale, pena la morte!) il maestro, che dice: non furono mondati tutti e dieci. Dove sono gli altri nove?  e che aggiunge: non s’è trovato alcuno che tornasse per rendere gloria a Dio, se non  questo straniero.

Non sono  congruenti i due enunciati iniziali  e tanto meno l’aggiunta! un Gesù, Christos o no, dopo aver obbedito alla Torah, non può parlare in questo modo.

Gesù,  Christos , attivo tra terzo e quarto decennio del I secolo  in terra  giudaica  avrebbe dovuto sapere che la prescrizione della legge impediva il ritorno ai 9 giudei per almeno otto giorni!

Quel Gesù, secondo noi, in quell’epoca, non può non conoscere  la procedura per la reintegrazione sociale  secondo le forme e le disposizioni mosaiche,  che impongono purificazione ed espiazione dei peccati-dopo i giorni di cammino da luogo di residenza dei lebbrosi al Tempio-  tramite la figura del sacerdote e poi dell’addetto ufficiale  politico!

D’altra parte lo dice espressamente… ogni giudeo dell’epoca conosce il Levitico e la procedura (da seguire per la lebbra)  per  la purificazione e per l’espiazione.

Non per nulla minuziosa è la prescrizione  per la riammissione  di un lebbroso in comunità in Levitico  13,1-59  e 14 1-56, da cui stralciamo alcune prescrizioni, che riguardano  il purificatore e  il purificando.

Il sacerdote   per la purificazione –  dopo aver costatato la guarigione     ordinerà di portare: due uccelli vivi e puri, del legno di cedro, del panno scarlatto e dell’issopo…  e fatte i sacrifici  necessari, inizierà il  rito di espiazione al cospetto di Jhwh… e dopo  le operazioni richieste … gli permetterà di  entrare nell’accampamento o città nel luogo dove abita, dopo l’autorizzazione del  toparco, senza entrare in casa o tenda…(da purificare anche esse) per sette giorni.

All’ottavo giorno  il purificando, (a seconda delle sue possibilità)   prenderà un agnello per il sacrificio di riparazione, l’offrirà ….prenderà anche un decimo  di un’efa  (13kg, quindi 1,3Kg) di fior di farina intrisa in olio, come oblazione e un log di olio,   due tortorelle o due colombi, di cui uno come sacrificio  di espiazione e l’altro come olocausto…

Non ho la minima voglia  di mostrare i tanti atti rituali che sono compiuti dal sacerdote  per la purificazione di un lebbroso, mi preme però, far capire che Luca o non  conosce il costume,  pur facendo parlare Gesù  in tal senso, oppure non essendoci più il sacerdote sadduceo ( essendo  stato distrutto  il Tempio) segue la sua logica di Christianos antiocheno, del periodo flavio,  desideroso solo di mostrare  la fede in Christos.

Ecco dunque il  vero messaggio di Luca : La fede nel Cristo venuto è salvezza per il samaritano e per tutti gli uomini che credono nel suo messaggio secondo Paolo e Luca, ma non per gli ebrei.

Invece  la lettura del passo evangelico, se in linea con i tempi di Gesù  sarebbe stata diversa e non  ci sarebbe stata possibilità di mostrare la gratitudine  di un samaritano, anche lui vincolato dalla stessa legge  – anche se legge  propria di scismatici, ma univoca per la procedura della lebbra – e costretto a seguire il rituale di reintegrazione sociale con altri sacerdoti, quelli del Monte Garizim, vincolati anch’essi  dalla Bibbia Samaritana (che comprende oltre al Pentateuco- Genesi, Esodo, Levitico, Numeri e Deuteronomio-anche Giosuè) …

In epoca Flavia tutto è azzerato : un narratore, di formazione  ellenistica, può dare significato nuovo ed aggiungere altri  valori, secondo il proprio credo e la propria inventiva  creativa …

All’epoca , la condizione di Samaria  è diversa rispetto  all’Idumea e alla Giudea,  molto più coinvolte nella guerra giudaica,   perché tutelata maggiormente da Roma, data la consistenza dell’elemento militare,  sicuramente  filoromano  da quasi un secolo, da quando Erode fondò Sebaste in onore dOttaviano, Augusto/Sebastos, e netta è la distinzione tra l’ebreo vinto infidus,  taeterrimus  secondo Tacito, perfidus nella sua accezione negativa, e il samaritano  quasi un confederato, un auxiliarius  sebastenus nell’esercito romano….

Da questa angolazione il passo di Luca  ha altro valore e significato: il ritorno del samaritano è quindi  segno di gratitudine   di un individuo che diventa simbolo di un popolo  che venera il Christos venuto, come benefattore e  come Dio …

Luca, comunque,  non ha buone conoscenze né giudaiche né samaritane, ma  solo generiche  informazioni bibliche derivate (sembra)  da 2 Re  5, 14-17 , dove viene presentata una figura parallela a quella del Samaritano: un lebbroso, un militare,  lo straniero Naaman il siro, che  quando si vede risanato, torna dal profeta Eliseo, pieno di fede verso l’unico Dio, dopo che si è lavato sette volte nel Giordano secondo l’ordine del profeta …

Luca è un ellenista che ama inventare  parabole, fare aggiunzioni, propagandare il Christos– in quanto  discepolo di Paolo- uomo dio venuto, ucciso dai romani, risuscitato, destinato a tornare  presto  per instaurare il Regnum

Il fatto del Miracolo dei dieci lebbrosi, quindi,  per come  scritto,  è una riqualificazione dei samaritani, che divenuti da barbari-scismatici e quasi idolatri,  assimilati agli assiri, ai babilonesi, ai persiani,  ai siriaci   considerate le tante deportazioni dal periodo di Sargon- cives romani, degni di essere nel Kosmos imperiale, perché conformati all’imperium, alla iustitia  e pax  romana…

la tetrarchia di Lisania

Zenodoro

Lisania era  figlio di Tolomeo di Menneo, signore di Calcide che, alleato di Aristobulo II, suo suocero, aveva accolto Antigono, dopo la morte di suo fratello Alessandro, con le sorelle  a corte.
Tolomeo era stato un padre spietato, che aveva fatto uccidere l’altro figlio Filippione, a cui era stata  concessa come sposa Alessandra, sorella di Antigono, per sposarla a sua volta (cfr.Flavio Ant.Giud. XIII, 392,XIV,126).
Aveva fatto una politica antiantoniana e filoparthica ed aveva riportato nella sua terra Antigono, promettendo ulteriori aiuti, all’atto dell’invasione di Pacoro, figlio di Orode, re dei parthi.
Questi aveva conquistato tutta la Fenicia ed era arrivato al Mediterraneo, ma non era padrone del mare per la presenza della flotta antoniana, mentre Barzafrane e Quinto Labieno, figlio di Tito Labieno  (Ant .Giud.XIV,330,  Dione Cassio, Storie XLIX,19-21)  agivano nell’interno della Siria e Celesiria.
Lisania, alla morte del padre, alleatosi con Antigono, lo aiutò a conquistare  Gerusalemme e a consolidarsi nel potere, facendo, quindi, una politica avversa ad Antonio, secondo la tradizione familiare.
Quando, però, Pacoro fu vinto, nel 38 a.C.  da Ventidio Basso, che già aveva sconfitto ed ucciso Barzafrane e Labieno, gli furono imposte, dopo la vittoria di Gindaro, gravi  tributi:  le condizioni di pace,  trattate con Antonio stesso, furono pesanti.
Antonio, vincitore per legatum dei parthi, già innamorato di Cleopatra, ucciso Antigono in Antiochia, aveva imposto Erode come sovrano in Giudea ed aveva assegnato  in dono alla regina egizia  la tetrarchia di Lisania (che, accusato  di aver favorito i parthi  e di aver cospirato contro i romani, era stato ucciso   Ant. Giud.  XV,92) ed alcuni territori di Malco, re nabateo (quelli intorno a Damasco).
I due re pagarono caramente specie Lisania, che, prima di morire, dovette cedere anche la capitale Abila  (di cui si vedono rovine al villaggio, oggi  chiamato Suk Wady Barada, a 20 km da Damasco) alla regina egizia.
Erode, pur socius  dei romani  dovette pagare  per non dare territori  richiesti  da Cleopatra (la zona di Gerico): diede infatti  duecento talenti, versando anche la metà di Malco,  che non aveva alcuna intenzione di saldare il debito.
Il re giudaico, in quanto fiduciario del triumviro, dichiarò guerra a Malco, poco prima della battaglia di Azio (31 a.C.).
Questa guerra si protrasse per oltre un ventennio e fu contro i nabatei e contro Zenodoro, che  era stato  l’amministratore della casa di Tolomeo di Menneo  e quindi di suo figlio Lisania (o ton  Lusaniou memisthomenos oikon).
Questi  nel corso e  dopo la guerra aziaca, riprese il controllo della ex tetrarchia di Lisania e la gestiva approfittando della mancanza di autorità romana ed egizia, nel periodo compreso tra il  32  e  il 29  e forse, fino al 27 a.C.,  epoca in cui Augusto decise il destino della Celesiria e  delle zone  ciseufrasiche e transeufrasiche.
La zona  di Calcide, ai piedi del Libano, con quella di Abila,  estesa  fino  verso il monte Hermon  comprendeva  parte della fascia orientale settentrionale del Libano attuale, tutta la zona montuosa  nordoccidentale compresa l’ Iturea (Batanea, Ulatha e Paneas) Gaulanitide, Traconitide, Auranitide e  zone dell’alta Galilea, fino alla Decapoli.
La tetrarchia di Lisania non era una  piccola  regione e per di più  non omogenea, difficile  a gestirsi, data la diversità di popolazioni, considerate le differenze morfologiche e la mancanza di una capitale unitaria: essa,  grosso modo (tolta la parte settentrionale del  Libano) poi toccò a Filippo,  figlio di Erode il grande,  che edificò al centro di questo territorio, Cesarea  sotto l’Hermon, alle sorgenti del Giordano,  dando così  una  nuova capitale (cfr Ant. Giud.XVIII,12-28,106).
Poi la tetrarchia ebbe qualche spostamento territoriale verso oriente, dopo la separazione coi territori nord-ovest (aggregati, forse,  alla Siria)  e fu data a Erode Agrippa-Ant.Giud  XVIII, 276- ed infine  assegnata da Claudio  a suo fratello Erode, pur ridotta nelle dimensioni (Ibidem,XX 138) territoriali,  limitati alla zona di Calcide. Per questo motivo  il fratello di Erode Agrippa I viene chiamato Erode di Calcide.
Molte di queste zone erano state occupate, quelle transgiordane, da Iamneo ( Ant. giud. ,XIII,393-4,397). che aveva conquistato  tra l’altro la Valle detta di Antioco e la fortezza di Gamala e perfino Pella in Decapoli, e le aveva  colonizzate  insieme con la Perea( che è  più a sud), inviandovi sacerdoti,  per far adottare i costumi giudaici.
Zenodoro, comunque,  si oppose ad Erode il grande, che era stato investito  da Augusto come sovrano della ex tetrachia di Lisania, con cause e con operazioni militari, impedendone la conquista.
Erode ebbe il sopravvento nella causa giuridica per l’appoggio sia di Marco Agrippa  che di Augusto, il quale,  nel 20a.C. , stando in Siria,  in occasione di una ventilata spedizione  contro i parthi, riconfermò il precedente dono, fatto dopo la guerra aziaca.
Erode, però, non ne aveva preso militarmente  possesso definitivo perché ostacolato da Zenodoro, dagli arabi, dai parthi.
Infatti Zenodoro, non avendo avuto l’appoggio romano, essendo nemico di Erode, cominciò a tessere rapporti diplomatici con i parthi e con gli arabi, e  fece  concessioni di porzioni  del territorio a Fraate e  vendette l’Auranitide a 50 talenti (ad un basso prezzo, circa 1.250.000 euro)  ai nabatei, in modo da poter regnare indisturbato  sul restante della tetrarchia.
Da qui la difficoltà di inglobare il tetrarchia di Lisania da parte di Erode, che, solo nel 12 a.C. , alla morte di Zenodoro, ne entrava in possesso, nominale.
La zona, infatti,  non era di facile controllo sia per la morfologia accidentata del territorio.  montuoso, che per la presenza di lestai, ladroni (sul problema lestai-zelotai nel territorio di Lisania -Zenodoro  cfr. Giudaismo romano I parte).
L’intervento romano di Varrone, governatore di Siria e poi quello di  Senzio Saturnino, incaricati a più riprese  di ripulire la zona non dovette avere esito se Erode non ne prendeva possesso ed era tenuto in scacco dai lestai in una regione adatta alla guerriglia.
La zona  per me era covo  degli zeloti  che, protetti dai Parthi e dai Nabatei, avevano rifornimenti e quindi fomentavano rivolte  mantenendo  uno stato permanente di guerriglia, inestirpabile, perdurato fino alla vicenda di Cristo e poi fino alla guerra del 66-73 d.C.
Erode ( forse)trovò la soluzione con Zimari, che, cacciato dalla Parthia, esule, aveva chiesto ospitalità e una sede per i suoi 500 arcieri e per il centinaio di famigliari mesopotamici  babilonesi giudaici  che, stanziati ai confini della Traconitide, la controllavano.
Erode gli concesse Ulhata a nord del lago di Hule e l’eparchia di Batanea,  esentò lui e tutta la regione  da tasse e da altri obblighi.
Zimari  ne prese possesso ed edificò Bathira: egli  fu uno scudo per  gli abitanti,  opposti  ai traconiti, e per coloro che da Babilonia venivano al tempio di Gerusalemme e fu sempre fedele ad Erode.
Zimari pacificò la zona, facendo accordi con i lestai, concedendo forse loro delle garanzie, se i suoi figli (Iacimo e Filippo, pur amici dei figli di Erode e dei romani ) poi non tradirono i figli Giuda il gaulanita e tanti altri zeloti.
Il solo Tiberio Alessandro, figlio dell’alabarca, diventato prefetto di Giudea, ebbe successo in quella zona e poté prendere ed uccidere Simone e Giacomo,  figli di Giuda.
Qui l’abilità politica e strategica  di Erode (Ant.giud., XVII,23-31) prevalse sul militarismo romano, dapprima facendo concedere parte dell’ex tetrarchia a suo fratello Ferora, che era diventato tetrarca  di Perea, poi  mediando con i nabatei e i parthi, specie dopo il matrimonio di Erode Antipa con Dasha, figlia di Areta IV.
Il problema degli zeloti, però, non fu risolto  e sembra che solo con Agrippa I  la zona fu oppressa pesantemente (Ibidem, 28) . In seguito  i romani imposero,  pur lasciando lo statuto di libere popolazioni,  tributi agli abitanti.
La tetrarchia di Tolomeo di Menneo, di Lisania, di Zenodoro,  tenuta da Erode  con l’aiuto di Zimari, e di Ferora, divenuta  tetrarchia di Filippo, poi di Agrippa I e infine passata sotto i romani, pur con  speciali statuti è il covo degli zeloti che gravitano sulla sponda transgiordana, alla sorgente ( nord est e nord ovest ) e che, animati da santoni del tipo di Giovanni il battista,  sono  oltranzisti irriducibili contro l‘auctoritas romana, inafferrabili in quell’intrigo di sentieri montani, di rupi e di caverne e di boscaglia ancora oggi visibili, ben testimoniati da Flavio (Ant. Giud., XV,346-348).

 

Methorios

il banchiere tra due stati

 

Il termine methorios è usato in diversi significati in autori  di epoche differenti: Tucidite  alla fine del V secolo,   Filone  nel periodo di Tiberio e Giuseppe Flavio in epoca flavia.

Tucidide usa il termine, unito a  h gh , per indicare che la terra di Egina  è  methoria,  cioè un avamposto Spartano contro Argo e contro Atene in cui gli egineti, filospartani, sono protetti dagli  Spartani ed hanno un comandante spartano.
Per methorios, dunque,  si intende una terra di confine tra due popoli in opposizione.
Il termine, invece, è usato, dopo secoli, in età ellenistica, in Filone di Alessandria  in quanto  il giudaismo,  in epoca giulio- claudia, è genos di confine,  ai margini dell’impero romano e confinante con quello parthico, con cui ha stretti legami per agkhisteia, suggeneia  e phratria per vincoli cioè di parentela e di affinità linguistica e religiosa  per cui esiste un popolo aramaico, come se  fosse un’unica etnia.
Questa, vivendo sotto l’impero romano e sotto quello parthico, territorialmente  suddivisa, ha le stesse usanze,  le stesse leggi, lo stesso sistema  di vita tribale agricolo ed una comune lingua, l’aramaico.
Quella, però, dell’impero romano ha due sistemi differenti  uno aramaico come quello parthico  e un altro ellenistico,  basato sul commercio e quindi diverso, pur nella comune fede ebraica mosaica.
Ne deriva, perciò. che la popolazione giudaica, poluanthropica  in epoca romano-ellenistica, risulta divisa in una pars aramaica di circa 1.600.000 (1.000.000 di Parti e 600.000 palestinesi) e 2.500.000 ellenisti.
La prima vive secondo dikaiousunh  ( Filone, Quod omnis Probus,  159) e secondo areth/virtù ( Praem., 15), conformata alla legge di Mosè, secondo le norme del Dio di Abramo, di Isacco e di Giacobbe, con cui ha una particolare relazione con un patto eterno; la seconda è un ethnos misto, contrassegnato da pleonecsia /cupidigia,  in quanto  cerca  di più  il personale guadagno (Spec. 4,5)  e vive secondo una pratica di vita mediana così da servire due padroni (Dio e i romani), pur coscienti di essere ancora   una stirpe sacerdotale, amata da un pateer provvidente, che è numen confuso con il theos  romano-ellenistico…
Filone in Vita Mosis I 324 mostra  come il genos ebraico sia  per natura isotimos , paritario,   anche se evidenzia che ci sono alcuni che nella divisione delle terre bramano di più,  andando oltre i limiti  e le misure stabilite  per mantenere il kosmos  e per l’equilibrio intimo e per  la convivenza sociale.

Il filosofo rivela di conseguenza la presenza di anisotes ineguaglianza ((De Vita contemplativa, 70)  con  l’atacsia disordine con indisciplina  oltre  che di adikia  ingiustizia e di akolasia sregolatezza in opposizione a soophrosunh….
Non è, comunque, facile delineare l’area geografica  parthico-palestinese, entro cui ci sono zone interamente pagane con popolazione di diversi credi, mentre è più facile rilevare la comune matrice oltranzista (fondamentalista, direi)…
Quale  sia esattamente la zona abitata al confine dai giudei non è facile rilevarlo, anche se si conosce, grosso modo,  tutto il territorio di confine lungo l’Eufrate: essa comprende un’ampia zona non ben delimitata ed abitata, a macchia, da ebrei  che hanno fatto proselitismo, da secoli e che si sono diffusi al di qua e al di là dell’Eufrate, più a Nord che a sud: la ricostruzione di queste zone giudaiche  intorno ad un centro specifico potrebbe essere un grande lavoro al fine di capire la funzione di Methorios e la diversa applicazione differenziata  del Tokos (interesse) tra fratelli e  tra ebrei e pagani nelle zone di confine.
Una zona  dovrebbe essere quella  intono a Nisibi  e Neerda  lungo il corso del fiume, fino alla confluenza dei due fiumi, a Ctesifonte e Seleucia  con una popolazione ebraica  superiore a quella dei  giudei di Palestina …
Dalla fine del III secolo a.C. è attestata una famiglia, quella dei Tubiadi che svolge una funzione methoria  di raccordo  e di unità tra il popolo diviso nel territorio, seppure tenuto legato  da convenzioni specie religiose,  ed unito dal tempio di Gerusalemme fino alla distruzione del Tempio…
Filone probabilmente ha di mira il potere dei Tubiadi che avevano tentato di creare un stato cuscinetto tra Siria e  Egitto nella zona dell’ Ammanitide, ( Flavio, Ant Giud. XII, 230.233)  di cui oggi si hanno le rovine in Araq el Emir (un impianto monumentale comprendente  un lago artificiale, grandi saloni, parchi, grotte scavate  nella roccia e una rocca Birta – in aramaico –swr– torre in greco= phrourion)….
Probabilmente Giuseppe ed Hircano  uomini della tradizione giudaica egizio -tolemaica, sopportati da Antioco III e da Seleuco  avevano costruito una loro sede templare con trapeza  in concorrenza con quella gerosolomitana .(cfr M. Hengel,Giudaismo ed ellenismo, Paideia ,2001,  555-562)…
Nel caso di ritrovamento di monete, come Jehud  di Elefantina si potrebbe meglio sapere le relazioni tra i due stati ,come si rileva tra Nubia ed Egitto. Cfr. A. Vincent , Religion des Judeo-Arameans d’Elephantine  i937, 562 ss passim…
Comunque, allo stato attuale è solo ipotizzabile la volontà di creazione di uno stato  di confine, la cui grandezza non è conosciuta  e di cui non è neanche pensabile una ulteriore estensione al territorio palestinese, saldamente in mani romane, seppure  sia arguibile uno stato filoromano methorios come l’Armenia minor, al di qua e al di là dell’Eufrate, come forse doveva essere quello di Erode il grande, se ci fosse stata la conquista della Parthia nel 20 a.C…
I ritrovamenti del Papiro Rainer  e i papiri di Zenone mostrano come i telonai che derivano dalla cleruchia  tolemaica di Tobia  agiscano a Tiro e a Gaza  ed evidenziano rapporti  e probabili collegamenti col tempio di Gerusalemme, oltre a quello con la Birsa: sono telonai di origine sicuramente giudaica? E’ certo che essi sono attivi e a fianco o di Giuda maccabeocontro i siriaci, da cui sono sterminati (sembra)  tutti quelli  che sono tra i tubiadi ( Oi ontes ent tois Toubiou) , nonostante un’azione protettiva del capo giudaico a Xaraxs … Il legame militare e finanziario-economico tra i maccabei e i tubiadi non sarebbe spiegabile, se non ci fosse un medesimo credo religioso con un comune linguaggio …
Inoltre bisogna ben capire la funzione del giudaismo nel regno di Parthia, nel periodo di occupazione romana della Iudaea,  nel quadro della confederazione di stati parthici: i giudei sono diffusi in ogni stato confederativo con maggiore o minore  popolazione  ed hanno in alcuni un grande rilievo, in altri minore,  in altri  quasi nullo e quindi  svolgono un ruolo diverso in Mesopotamia rispetto a quello svolto in Adiabene, Armenia Minor e Perside…
Neanche si conosce il funzionamento del sistema amministrativo parthico che, però, dovrebbe perdurare in  quello  lagide  in alcuni stati e  in quello seleucide in altri: si sa, comunque, che  per un certo periodo è solo seleucide fino a Antioco Epifane IV  che desidera estenderlo a tutta la Celesiria  o in territori semiautonomi, secondo i principi ellenistici.
Queste zone, cadute , poi, sotto gli asmonei sono  ritenute autonome  sotto Pompeo e Gabinio: non si conoscono se i diritti sono vecchi, cioé quelli acquisiti sotto i lagidi e sotto i seleucidi e mantenuti sotto gli asmonei…
Di una cosa si è certi che nella zona molte città hanno diritti ibridi poi codificati in epoca romana,  ma la loro tradizione è  quella ellenistica .
cfr.  Flavio che cita Strabone  (Ant giud. 14,75-78 ,   e Flavio stesso  Guerra Giudaica  1 ,156-166),..

Inoltre, si sa che in Palestina quattro etnie  (giudei, idumei, gazei e azotei)  vivono mescolati ai siri , celesiri e fenici.
Dalla corrispondenza di Zenone Cfr papiri di Zenone in A Momigliano, I tubiadi nella preistoria  del moto maccabaico in Atti della reale accademia delle scienze di Torino  ,67 (1931/2) 174 s.) si rileva l’apparato amministrativo in Idumea, mentre  si conosce un gruppo di giudei sotto i Tolomei  considerato come somata laika eleuthera.
Mentre la funzione del tempio di Gerusalemme è da stabilire se è secondo la struttura vecchia  tolemaica o quella lagide prima della grande  crisi di Giasone 175 a.C….
Ora, comunque sia la questione, Filone in epoca  tiberiana e Caligoliana considera il termine Methorios  come basilare in senso giudaico e dà significato  secondo la valenza già acquisita in epoca lagide, seleucide ed asmonea.
La comprensione può essere difficile, ma diviene possibile se si tiene presente la cura/epimeleia di una basileia nei confronti del tempio e dei templi in genere.
Filone sposta ora in una nuova situazione storica  quella dell’universalismo romano quiritario, connesso con la basileia romana secondo le impostazione di Areio Didimo,  che ha visto in Augustus Sebastos, Zeus, venerabile come datore di vita e come adresteia sorte stessa eimarmene,  e per di più nomos empsuchos  per tutti i cittadini dell’ecumene….
Ora Filone vedendo la situazione giudaica compromessa nel dopo Seiano (dopo il 18 Ottobre 31 ), rivendica un ruolo per il giudaismo ellenistico, distaccandosi per quanto è possibile dal giudaismo palestinese ormai schierato in senso antiromano…
Se suo nipote  Tiberio Giulio Alessandro si schiera totalmente da parte romana apostatando, lui tende invece ad una azione methoria  dopo aver mostrato la singolare impostazione methoria del giudaismo ellenistico nel suo insieme con l’ idea  di uno stato cuscinetto tra Barbaroi e  Romanitas ellenizzata.
Sulla base degli esempi dei Tubiadi e di suoi antenati oniadi propone questa nuova forma  methoria a cui dà anche specificamente un valore morale  secondo una linea di interpretazione etica in relazione a Mosè stesso theophiles / philotheos  complementari per l’unità della figura  stessa del profeta-sacerdote,  legislatore e basileus.
Egli è diviso tra l’amore  verso Dio e amore verso il popolo  e nell’incertezza è a metà tra due opposti oosper epi plastiggos     (come in una bilancia ) Vita di Mosè, III,153.
Filone sembra congiungere varie forme della cultura giudaica e le ingloba in una propria sincresi  che potrebbe essere originale ai fini d in un’ armonizzazione ed integrazione   con  la romanitas, specie nel momento critico dell’impero di Caligola.
Filone, perciò, si pone da una parte secondo la struttura greca e da un’altra secondo quella della tradizione di Neemia ed Esra , essendo lui stesso, erede della famiglia oniade,  methorios tra due culture differenti  e quindi vuole essere mediatore culturale, sacerdotale, pontefice e sviluppa la theoria dell ‘ameicsia  tipica del sacerdozio mosaico…

Filone aggiunge che il sacerdozio mosaico sottende un sacerdozio universale di tutta la la stirpe giudaica che, essendo  intermedio, svolge una funzione di congiunzione tra Dio e il popolo/ l’uomo  in genere laico.

La funzione ripresa dal cristianesimo  col suo papato cattolico romano e dalla cultura occidentale, di razza  bianca, diventa theoria delle élites di inizio Novecento  (Cfr. L’altra lingua l’altra storia), che autorizza il colonialismo, in una ripresa dell’elezione ebraica …

Il termine methorios  sottende una  ben precisa  struttura organizzativa giudaica ellenistica quella della trapeza,  dell’emporion, e della sua dislocazione in terra al confine,  dopo apoikia, dopo aver mandato una colonia, come già fatto in epoca lagide e in epoca seleucide, in epoca asmonea  e  come facevano  a loro modo gli erodiani, insomma l ‘élite della società giudaica ellenizzata che viveva in mezzo ,tra i goyim e che  si era adattata, in modo methorios, facendo effettivamente  gli intermediari  finanziari
Ho potuto rilevare che  Roberto Radice e forse ancora di più  la Kraus Reggiani abbiano intuito qualcosa del  valore di Methorios  proprio perché  più attenti al lavoro di traduzione  e più legati al testo del direttore Giovanni Reale , hanno letto con qualche altra valenza il termine (Cfr Filone,  Commentario allegorico  alla Bibbia, Rusconi 1994) …
Specie in De Iosepho, comunque,  Filone mostra la funzione  methoria  proprio del sacerdozio sadduceo e di tutte le forme derivate  da quella dei Tubiadi e degli oniadi evidenziano il ruolo politico

(25.148. Certo in modo simbolico si dice salire sul secondo dei carri regali per questo motivo. Il politico è detto secondo del re (ta deutereia pheretai  basileos).Infatti non essendo né privato né re è al confine tra i due (methorios), migliore di un privato cittadino per potere,inferiore di un re assoluto, soggetto a un popolo re, per il quale preferisce fare ogni cosa con fede pura e lealissima.)…
Fatta questa premessa tra le due letture di base del termine cerchiamo di capire da dove effettivamente sia derivato il termine nella concezione giudaica e chi per primo tra i giudei  lo abbia usato: senza dubbio i tubiadi prima  e poi gli oniadi hanno dato il significato in senso commerciale in quanto hanno svolto una precisa funzione in zone di confine., sia tra i Parthi e  romani,  che in zone dell’India…
Gli oniadi, poi, avendo fatto apoikia e quindi vivendo in mezzo a pagani, esercitando l’usura  hanno svolto in epoca romana  una precisa funzione di intermediario finanziario ai confini tra l’impero romano e zone semi barbariche in cui esisteva  una moneta diversa, applicando forme diverse di interesse  in relazione al cambio…

Gli oniadi , inoltre, essendo elementi sacerdotali, connessi politicamente con i vincitori, dovunque si trovino,e facendo proselitismo fino agli inizi del regno di Claudio, hanno piena coscienza  della propria elezione  e della loro funzione culturale in quanto  figli unici del Theos pathr,  signore dell’universo

Perciò, si può dire in conclusione che Il termine  Methorios, pur comparendo  in Tucidide  nel suo significato di base, diventa  espressione di un nuovo valore solo in Filone.
Lo  storico greco, antico,  dà , dopo la denotazione  geografico-storica, una connotazione logistico-militare.
Il filosofo giudaico, ermeneuta, esegeta biblico,  erede di una famiglia sacerdotale (che  ha  esperimentato  col sistema templare  trapezitario  ebraico, il compito di  appaltare  di phorologein  la riscossione dei tributi  per i  dominatori lagidi e seleucidi, prima, e , poi,  per gli asmonei e per gli ultimi Tolomei  ed infine per i romani,  congiunto con quello di collettivizzare  in luoghi di raccolta e di smistare con  carovane i depositi bancari  fino al Tempio di Gerusalemme,(derivati dall’ ingente massa annuale della doppia dramma, di ogni giudeo ) dà un valore  nuovo,  aggiungendo  un significato morale ad un termine  proprio del codice militare e fiscale.
Gli studiosi, specialisti,  forse, non congiungendo opportunamente l’area semantica di methorios, ed  avendo conoscenze solo teologiche di Filone,  rilevano  il valore  lessicale e l’area allegorico- analogico-simbolico-anagogica  e concludono quindi in senso  etico…
Filone,  in un’ epoca come quella Tiberiana e Caligoliana, quando critica è la situazione di tutta l ‘etnia ebraica, colpita  a morte nel suo sistema emporico e trapezitario ecumenico, sia  nella madre patria della Giudea che  nelle sedi mediterranee della Diaspora ellenistica usa il termine, a mio parere, in modo da mostrare la funzione oniade nelle zone di confine: è una difesa  (un ‘apologia) morale  che copre, sottendendo  la ragnatela bancaria e il sistema emporico giudaico, di uomini  ricchissimi, cives romani  divenuti csenoi  ed epeludes, non più  epitimoi  perché colpiti da atimia ..
Methorios, methoria, methorion, dunque,   è un aggettivo certamente  usato  da Tucidide.(460/456-395/390 a. C.) in La  Guerra del Peloponneso  due  volte, mentre è variamente usato con significato, diverso da Filone.
In II,27 lo storico ateniese dice: H de Thureatis ge methoria  tes Argeias kai Lakonikes estin/ la terra Tureatide è  confinante tra Argolide e Laconia.
Il termine ha un particolare rilievo per lo stato di ostilità continua tra la due regioni e per la situazione, creatasi nel corso della guerra peloponnesiaca,  per cui gli abitanti di Egina, scacciati dagli ateniesi, perché rei di avere causato la guerra in Locride, erano stati condotti in quella terra, per ripopolarla, dagli spartani, memori del loro aiuto nel precedente terremoto e nella rivolta degli Iloti.
Nella seconda citazione Tucidide (IV,56) parlando dei fatti  del 425 anno, in cui Brasida, dopo al sconfitta di Sfacteria, stabilisce di fare la spedizione in Calcidica  nel momento in cui  c’è l’occupazione di Tirea, il capoluogo della zona methoria  e oltre alla  cattura dello spartano Patroclo, ferito.
Lo storico intende, dunque,  con gh methoria  indicare la terra di Cinuria- Tureatide  posta al confine tra Laconia ed Argolide, marcando la difficile situazione di una zona  posta tra due stati in conflitto, e rilevando la sua funzione difensiva per la Laconia e quindi per Sparta.
Filone Alessandrino (30/25 a.C- 42/43 d.C.) usa il termine Methorios varie volte,    dà di norma una valenza significativa morale, mentre parla della figura di progrediente  in relazione al bios di Abramo e  specie di  Giacobbe per  mostrare la singolarità dell’ebreo, di un uomo che cerca e vede Dio, di uomo che combatte con Dio in una continua skepsis, secondo linee ascetiche,  in una visione ecumenica.
Su questa base  semantica Filone attualizza il termine in epoca caligoliana e lo vede nella sua crisi  e lo connota come methorios ,uomo al confine tra Romanitas e Parthia: infatti l’ebreo è da una parte romano-ellenistico e da un’altra mesopotamico, integralista ed incapace di mediare e  di mettere insieme due culture oppositive. Per Filone, invece, l’ebreo methorios è chi corre il rischio di essere bruciato tra i due estremismi, ma è anche il  saggio  che sa congiungere i due opposti e  lanciare ponti in  modo da svolgere la sua funzione di mediazione non solo culturale ma anche economico-finanziaria.

Il compito del methorios diventa difficile ed eroico  quando domina il fanatismo religioso , quando ci sono scissioni/skimmata , erides contese  e  staseis , quando c’è guerra/polemos nell’anima ebraica, dilacerata tra la cultura occidentale romana e quella orientale parthica…
Nei conflitti  tra Romanitas e Parthia  si è rilevato  puntualmente in Giudaismo Romano   un tradimento ebraico: dall’impresa antipartica  di Crasso a quella di Antonio, dalla ventilata guerra di Augusto ai Parthi nelle 20 av. C., alla volontà di invasione da parte di Caligola fino alla guerra di Traiano nel 116.
Sempre i romani sono sconfitti perché con l’esercito romano ci sono i giudei che,essendo inizialmente methorioi, poi passano dalla parte dei Parthi  dimostrando coi fatti la loro reale appartenenza al mondo mesopotamico barbarico: i battellieri ebraici che imbarcano a Nord l’esercito romano e lo portano fino alla pianura mesopotamica  in epoca traianea, dopo la sconfitta romana ad opera della cavalleria catafratta parthica, non fanno risalire i soldati romani sulle loro barche e quindi rendono manifesta la sconfitta e penosa la ritirata di Adriano  mentre Traiano è malato…
Il solo Ventidio Basso, un legatus antoniano,  ebbe la meglio sui Parthi  nel 38 av.C. perché non volle la mediazione ebraica né alcun aiuto, rifiutando perfino le guide e vinse a Gindaro, grazie ad una sua specifica scelta militare e alla capacità di evitare lo scontro con la cavalleria catafratta nemica …
Il termine Methorios, dunque, per me   è basilare per la costruzione di una nuova figura di ebreo, vilipeso perché privo di diritti civili nel mondo romano, nel periodo seianeo e caligoliano,  perché considerato gente  xenofoba,  taeterrima, perfida,  secondo una connotazione dovuta più all’integralismo palestinese che  a quella degli ellenisti,  seppure  odiosi  alle altre nazionalità con cui convivono alla pari nel Kosmos romano, perché ricchissimi ed avidi esattori della domus Giulio-claudia, che hanno organizzato un grandioso sistema trapezitario grazie all’abilità nella  riscossione dei tributi…
Nelle due opere storico-politiche In Flaccum e Legatio ad Gaium,  ed anche in De Iosepho e nelle Vite di Abramo e di Mosé, in particolare, è possibile rilevare il valore completo di methorios, seppure espresso solo in senso morale…

Ci piace  a questo punto precisare  questo ultimo punto rilevato nell’opera filoniana.
Noi riportiamo,  perciò, due puntuali citazioni di Filone, da cui si evince  la lettura di methorios come elemento  intermedio posto al limite tra due estremi, in cui il suo etimo  semanticamente diventa tipico  nei rapporti intercorrenti tra Dio ed uomo come  ricerca di equilibrio tra materia e divinità,  come  via intermedia propria di una methodos , che dovrebbe dare stabilità all’ uomo che cerca Dio  nella giungla materiale diairetica di bene/male , di sensibile/ soprasensibile di transeunte /eterno, di mortale /immortale,  di umano/ divino.
In De opificio,  135  si legge : l’uomo è al confine tra  la natura mortale e la natura immortale  perché partecipa  anancasticamente  dell’una e dell’altra in quanto creato insieme mortale ed immortale, mortale nel corpo ed immortale nella mente…
In quasi tutta l’opera di Filone è presente questa impostazione  apologetica  in una considerazione simbolica secondo l’esegesi biblica del giudeo  “spiritalis”, come i farisei e  gli esseni e, specie i contemplativi ( De Vita contemplativa)   in un rovesciamento della figura dell’ebreo/ivri – chi vede Dio   Israel , in sacerdote e quindi persona sacra che aspira a congiungersi con Dio.
Questa impostazione apologetica è ancora più palese è  in  De Somniis II,229-230:e in Peri  ths Moseos kosmopoiias , 105
Filone mostra la mente del saggio,  distaccata dalle tempeste e dalle guerre e  la vede  approdata  alla serenità in una pace profonda, come tipica di un  essere  inferiore a Dio,  ma superiore all’uomo
In questa visione Filone  è connesso con la lezione epicurea propria della Lettera  a Meneceo: ouden eoike tooi thnetooi,  anthropos   o zoon en tois athanatois agatois.
La precisazione che fa è la seguente: l’uomo di valore occupa una posizione methoria  in quanto  non è Dio  né uomo, ma un essere  legato ad ambedue  gli estremi, alla specie mortale per la sua condizione  di uomo, a quella immortale  per la sua virtù.
Da una parte  il valore epicureo, a seconda del  libero arbitrio umano,  può portare alla perfezione o alla abiezione, in relazione al  prevalere  della virtù o delle passioni; da un’altra, la via è quella dello spoudaios, del saggio che tende progressivamente al sommo bene  seguendo il paradigma di Abramo, di Isacco, Giacobbe e  specie di Mosè che è la sintesi dell’uomo perfetto(teleios).
Filone, dunque, con  methorios esprime la concezione di filosofo posto al confine tra la paideia greca e la musar aramaica, di mediatore culturale,  nella certezza della centralità  della  lettura biblica, simbolica in una sincresi di  Socrate e di Tare, padre di Abramo.
Questa fusione culturale seppure sincretica, tra cultura greca e cultura aramaica mediata dal giudaismo ellenistico, specie alessandrino, e dalla sua oikos (domus ) Oniade che aveva profonde connessione con i Tubiadi, è dominante nel periodo flavio, quando il giudaismo subisce limitazioni e viene fatto scadere in senso commerciale: il declino trapezitario  giudaico in epoca antonina produrrà staseis e neoterismoi e favorirà il ricongiungimento tra aramaici ed ellenisti, specie nella rivolta di Shimon bar Kokba…
Finito il successo dei methorioi  che, in epoca diversa, avevano fatto la storia  tra i due imperi.  ora l’ebraismo era giunto al massimo parossismo tanto da commettere misfatti inauditi: stragi a Cirene e a Cipro nella guerra di Kitos…

Eppure da Cesare  fino a Nerone  i methorioi, specie alessandrini, manovrati dagli oniadi,  erano stati utili intermediari che appaltando la gestione della riscossione dei tributi, per i romani, fecero l’ epopea mercantilistica  ebraica, maggiore di quella fatta precedentemente  al soldo dei lagidi  dal terzo secolo  fino al  II e al I secolo. in ogni parte del mondo essi cambiavano valute, in India come nel cuore dell’Africa, sulla costa atlantica come su quella della palude Meotide o su quella Caspia ,  le loro trapezai erano una garanzia per i popoli barbaroi, essendo  in relazione anche ai diversi cambiamenti politici e ai grandi rivolgimenti storici.
Essi con il sistema bancario  connesso col proselitismo grazie alle alle apoikiai (colonie),  formavano un élite di naucleroi, di emporoi, di kapeloi  ben serviti da una schiera di trapezitai e loro agenti  che timbravano e marchiavano i i tributi per il Tempio di Gerusalemme Essi per oltre un secolo erano i  rappresentanti del comemrcio ellenistico e specificamente erano cives romani  in terre lontane  riuscendo a prosperare  anche dopo la fine dei regni ellenistici, col vincitore romano, e ad aumenatre  il loro impero finanziario, che  anzi viene decuplicato nel periodo di Augusto e il primo Tiberio…
I giudei ellenisti  anche se si opponevano come scismatici al Tempio di Gerusalemme, massima trapeza, il cui controllo era necessariamente in mano romana grazie al fedele servizio dei sadducei,  avendo perfino un proprio Tempio a Leontopoli e trapezai in ogni  parte del mondo perfino oltre i limiti dell’impero romano e di quello parthico, erano l’avanguardia dell’esercito romano stesso , costituendo la base per l’ ellenizzazione, per la penetrazione nelle remote plaghe dell’India e della Cina, dell’Africa, delle fredde isole del Nord Europa
Methorios, però, risulta ambiguo proprio per la doppia nazionalità dell’ebreo che oltre alla cittadinanza del luogo di domicilio ha la cittadinanza di Gerusalemme, una cittadinanza katholikotera (più universale)  segno di diversità e di separazione rispetto alle altre etnie…

Comunque  ci teniamo a concludere definitivamente con  Filone, che  in De Iosepho ,148 sviluppando il tema della morale come politica e fissando le funzioni del politico e del suo rapporto col sovrano, con il privato e col popolo, precisa la funzione intermedia del Methorios  congiunto con o politikos (vir civilis).
Egli mostra Giuseppe salente sul secondo carro e quindi come colui che fa le seconde parti rispetto al faraone (o politikos ta deutereia pheretai basileos) quindi come un uomo non privato né re, ma methorios  tra i due  in quanto è superiore al privato ma inferiore al re per comando assoluto (autecsusion), che si serve del popolo re,  a favore del  quale  preferisce fare ogni cosa  con fede pura e che serve lealmente il sovrano…

Il Methorios di  Filone  risulta, allora, eguale a quello di Flavio Bios , 22, 105 kai de pempsantes  pros Ihsoun ton archilesten eis ten Ptolemaidos methorian, upeschonto dosein  pollà chremata ..  Cosi avendo inviato un messaggio a Gesù il capo brigante, nella terra di confine di Tolemaide  promisero di dargli molte ricchezze … uomo che vive in una terra di confine -dove si scontrano due auctoritates  quella romana e quella di un’ecsousia di un capobrigante  cioè di una zona franca, dove  esiste solo un potere locale,- in cui il trapezita  è garanzia di un superiore potere economico e finanziario…

La chiesa cattolica romana è erede di tale cultura methoria: il  pontificato  svolgendo la sua funzione sacerdotale, ha vanificato dapprima la potestas imperiale  di Roma, perché demoniaca,  poi il potere politico regale popolare, del popolo- re, minando ogni democrazia, creando la massima ingiustizia sociale  sulla base di un  privilegio  ebraico, di un Theos pathr provvidente…che ha un patto di alleanza col suo popolo, bianco, ebraico cristiano …

Retorica e cristianesimo

Ha ragione Nietzsche?

Secondo Nietzsche (Umano, troppo Umano) “l’origine del cristianesimo sta nel progetto di spacciare la sconfitta storica di Gesù, la sua morte ignominiosa sulla croce in una vittoria in un altro mondo”
Il filosofo vede, dunque, il cristianesimo come “sviluppo e prosecuzione dell’ebraismo” e considera i cristiani come uomini che “incapaci di accettare la realtà della morte del Christos, ne stravolgono l’insegnamento in senso morale” secondo la lettura allegorica farisaica e vi introducono la prospettiva del peccato, della colpa, dell’aldilà, concetti del tutto estranei ad un ebreo di quell’epoca.

E’ dunque, il cristianesimo un fenomeno, letto tragicamente,  secondo i canoni della retorica dove i fatti vengono mutati nel loro contrario, in un sistema ordinato secondo i criteri di verisimiglianza, in modo da sbalordire lo spettatore (il fedele) che rileva l’azione con mutamento (metabolh), unito a peripeteia?
Se esaminiamo i termini secondo la logica della Poetica di Aristotele (1452a 11ss ) si rileva che peripéteia è il termine centrale in una situazione mutata, passata improvvisamente da un male ad un bene, da forma, dominata da forze negative, inaspettativamente rovesciatasi tanto che, nella tragedia. si richiede l’intervento miracoloso del deus ex machina.

Il passaggio da un fatto con mutamento può avvenire secondo normale anagnoresis/riconoscimento, ma diventa miracoloso e paradossale quando si ha la peripeteia.
Il termine indica  uno straordinario mutamento situazionale, un accadimento improvviso, imponderabile, in quanto sul soggetto agente piomba addosso (peripiptoo)un accadimento improvviso che stravolge ogni cosa, in quanto si passa esattamente al contrario di quanto si poteva prevedere umanamente.
C’è in peripeteia sottesa l’azione di un Dio pater provvidente che, avendo un suo piano sul soggetto, lo realizza in modo imprevedibile, secondo una conclusione in linea con la sua oikonomia divina.

Dunque la peripeteia è un segno dell’intervento di un Dio che stravolge la storia ed avvia il suo fedele passivo, ad una sorte nuova, migliore, facendolo passare da uno stato di massima afflizione ad uno di massima felicità, dando così un compenso eterno ad un mortale che segue la sua volontà ed accetta lo stato di miseria di vita umana secondo le regole, imposte dai sacerdoti, che sono i medium (pontefici) di questo passaggio e che autorizzano coi sacramenti il graduale trasferimento dalla vita alla morte, dall’infelicità dello stato umano e terreno ad una felicità di uno stato ultraumano e celeste.

Insomma secondo il pensiero cristiano bisogna essere macerati in un ingranaggio di dolore ed arrivare ad una catastrophé tale da produrre catarsi/purificazione per conseguire poi il passaggio allo stato contrario grazie all’intervento di Dio: non c’è salvezza senza questo passaggio; non nasce la vita se non con la morte, non si sale in cielo senza la sofferenza terrena…

Il cristianesimo ha banalizzato il sistema della tragedia greca e lo ha reso popolare, anzi ha fatto si che ogni uomo debba subire la massima forma di dolore o sofferenza o afflizione terrena per aver un premio infinitamente maggiore in un altro mondo, come compenso del quotidiano travaglio di vita: dare eternità di vita come promessa per una vita effimera, dominata dal male, sofferto rassegnatamente …
E’ questo proprio il metodo dei Theourgoi/ teurgi – di cui parla Giamblico (245-325 d.C.) specie nel III e IV libro di Misteri degli egiziani – la cui funzione tra gli uomini è utile per la conoscenza del futuro.

Essi insegnano una pratica di vita ascetica progressiva…
I cristiani in epoca costantiniana e poi teodosiana, influenzati o condizionati dal pensiero del filosofo platonico mettono insieme Theamata theia (visioni divine) e theoreemata episteemonika (osservazioni scientifiche) proprie dei teurgi in modo che Christos sia chreestos /utile perché l’élite sacerdotale sia guida morale pari ai maestri di Teurgia.

I sacerdoti come i teurgi, quindi, cercano un metodo di conoscenza irrazionalistico, teologico da una parte e da un’altra uno razionale epistemico, capovolgendo ogni sistema ed ogni struttura con la duplice loro via di indagine logica e mitica…secondo procedimenti retorici, basati  sull’asse metaforico mediante la similitudine, -che passa  direttamente  alla metafora (esempio: donna splendida  come il sole, soppressione di splendida e come e quindi  risultanza di assimilazione dei due termini apparentemente di aree diverse ed incomunicabili, La  donna è  sole) – o su quello simbolico ed allegorico, dove il secondo termine, quello di paragone può diventare e soggetto mediante inversione o rimanere predicato nominale   in quanto sono equiparate le due sostanze reali (sole e donna), poeticamente e religiosamente,  in quanto   ambedue sono sumbolon  ed hanno infinite possibilità di scambio ed autorizzano alleegoria, un dire diverso da quello  che deve essere inteso (esempio  agnello divino = Dio/agnello),  specie nel corso della ripetizione rituale  e cultuale, specie se  in sette o in folle  di fedeli, riuniti in manifestazioni sacre, presiedute da sacerdoti ….
Dunque, Nietzsche ha ragione?….
Non è proprio come dice Nietzsche, ma il filosofo aveva ben individuato il problema ed aveva visto la derivazione dall’ebraismo del cristianesimo cioè del Regno di Dio, come di una cellula ebraica antiochena, anche se non rilevava la differenza con l’altra del tutto ebraica e rimasta pura, quella del Regno dei Cieli, confusa poi, dopo la vittoria definitiva del cristianesimo, con l’altro Malkuth/regno…

Nietzsche ha certamente capito la funzione del sacerdozio, simile a quella dei rabbini del periodo talmudico, che facendo la peripeteia promettono un eterno premio al mortale che soffre e vive la quotidianità di vita nella sofferenza: lui autore di La nascita della Tragedia e professore di greco ha piena coscienza dei termini e mostra la funzione arbitraria di una classe intermedia sacerdotale tra uomo e Dio tanto avida da svolgere un ruolo tra i credenti e la divinità, convinta di operare per il bene dell’uomo, in attesa della fase del suo adultismo

La funzione methoria/mediatrice del pontefice, come quella del rabbino e come quella del teurgo, ha in comune lo stesso procedimento, quello della peripéteia: l’inganno/panourgia è nel capovolgimento delle strutture: Paolo di Tarso ne è il sublime interprete.
E’, dunque, il cristianesimo (il Regno di Dio) davvero una forma ebraica ed ellenistica, (costituita da retori fruitori di doppia cultura che già nell’ambiguità del nome si classificano) che trova la sua applicazione nella peripeteia, in una sincresi forzosa di elementi giudaici e di formule ellenistiche?

Secondo me, questo è il cristianesimo, ma non so se è “la più nichilista di tutte le religioni ” o è “una religione, come le altre”, che si basa su un popolo -bambino che crede alle parole di chi ha privilegi, in quanto clero, che capovolge ogni sistema e lo stravolge in nome di Dio, facendo il proprio interesse.

So, però, che il clero oniade (discendente da Onia III), alessandrino, imitando la perfezione/teleioosis di Mosè, con la sua attività bancaria e con la sua perfetta economia- penetrata in ogni parte dell’impero romano- ha, comunque, creato questo sistema religioso.  Esso, più di quello gerosolomitano, più di quello essenico, incorporatosi nel sistema romano ellenistico, prima nel II secolo  e poi come fenomeno cristiano con Costantino ed infine con  Teodosio, si è sempre più radicato tra i vari popoli…, approfittando del nomen di Roma,  eterna in Occidente e in Oriente,…grazie  anche ad un’ educazione impartita fin dalla prima infanzia …

Un Dio tragico: aprosdoketon e peripeteia in Historia

Un Dio tragico

Pasa episteemh khoorizomenh dikaiosunhs kai ths allhs areths, panourgia, all’ou sophia phainetai/ ogni sapere, disgiunto da giustizia e da altra virtù,  sembra raggiro, non sapienza.  Fozio,Gnoomai 245.

Ho sempre pensato che il Dio cristiano abbia più una connotazione militaristica e tragica -in quanto è un dio arcaico ebraico- che quella universalistica e provvidenziale, successiva, della filosofia platonico/stoica….

Costantino, imperatore d’Occidente, vincitore nikeths  su Licinio, imperatore d’Oriente, capace di riunire l’impero romano,  è personaggio controverso, data la sua nascita bastarda, vista la sua educazione militare, considerata la sua ferocia:  vede solo nel Theos , Jhwh sebaoth  dio degli eserciti,  il proprio numen tutelare, come Christos giovanneo…

Perciò, l’imperatore, sotto il consiglio dei suoi intellettuali (specie Osio di Cordova e  Lattanzio) innesta,  grazie anche allo storico Eusebio di Cesarea, il cristianesimo sulla tradizione  giudaica biblica, già collaudata, dopo Marcione,  che ne era stato fiero oppositore sulla linea della paternità divina, congiunta con la metrioths/moderazione ellenistica…

Il Theos  giudaico del Vecchio Testamento è crudele e spietato contro i nemici, ma è anche un dio tragicamente assetato di sangue, direi, sadico, desideroso di sconvolgere i piani del razionalismo della creatura umana, che procede secondo logos  nella costruzione della storia privata e collettiva.

Con thaumasia/miracoli  e terata/ prodigi  il theos scardina la normalità di vita,  sconvolge ed abbatte il regolare flusso  temporale di vita, storico,   e lo snatura.
La divinità non solo sconvolge i piani umani, ma improvvisamente li capovolge,  dimostrando di essere il solo padrone della storia  e lo fa secondo canoni propri della tragedia, avendo bisogno di vittime

L’uomo, entusiasta, teso verso l’alto,   stordito dalla katastrophh, è costretto a ridimensionare i suoi piani di elevazione  spirituale, e si prostra riverente davanti alla grandezza del numen e alla sua epiphaneia, e alla natura stessa, simbolo della divinità, in una volontà di purificazione della propria  ubris/superbia  di creatura rispetto al creatore…

Questo avviene non solo nei processi  storici  e nelle vite di grandi personaggi, ma anche negli  accadimenti naturali  come maremoti,  terremoti,  eruzioni di vulcani, inondazioni,  glaciazioni,  e nelle staseis  rivolgimenti sociali e politici o come le rivoluzioni popolari, i cambiamenti cruenti di governo, le formazioni di stati  ecc…

Non solo ai vertici  delle gerarchie sociali e politiche, laiche ed ecclesiastiche, ma anche a livello popolare  il theos applica la sua legge  indistintamente  accomunando tutti i mortali, nati per morire.

Ogni creazione stessa  umana  è labile, transitoria, destinata a crollare, comunque sia la costruzione, già inficiata  dalla sua stessa materialità e dai limiti del costruttore stesso, nonostante la  riconosciuta geniale perizia…

Il theos esprime con il cambiamento improvviso la sua legge provvidenziale, imperscrutabile,  rivelando un altro disegno diverso da quello umano, un‘altra storia…

Ma la provvidenza/pronoia, che stabilisce l’ oikonomia tou theou, esiste veramente in quanto esiste un Dio creatore  del to olon  universo, e del to pan,  il mondo conosciuto  terreno, ellenistico e barbarico  costituito da tutti  viventi  (piante ed animali)?

Si parla, comunque,  di un Theos ellenico,  dei contadini della beozia dell’Vlll secolo,  di Esiodo che  parte dal Kaos (Teogonia 116- prootista Kaos geneto,)-  che però  dipende  dai  culti accadici ed hurriti,  derivati, anche loro, dal RgVeda…

Esiste, dunque,  kosmos con armonia / un sistema costruito ordinatamente  e meravigliosamente dalla mente del Theos,  a vantaggio  dell ‘uomo, razionale e loquace,  principe rispetto agli altri elementi irrazionali  e muti  del creato?

Ma,  ci può essere armonia con kosmos, se c’è privilegio dell’uomo e dell’ebreo-cristiano  sugli altri ?!

Non ci sarebbe omonoia, neanche se imposta  dall’alto, ma solo principato di una specie . La pronoia di un Dio, giusto  distributore  di sorti,  potrebbe non esserci perché esiste l’irrazionale anagkh del destino,  da cui dipende la vita dei viventi in Natura, indistinti, capaci  da soli, secondo processi evolutivi, di organizzarsi in relazione agli ambienti  e ai climi e al suolo stesso  e alle diverse latitudini.

Potrebbe valere solo h eimarmene sorte, destinata ad ognuno di noi, senza intervento di nessun daimon, regolata automaticamente  senza merito e casualmente,  tipica dell’uomo e  di ogni vivente di ogni parte del mondo e dell’universo?

Se il pianeta Terra  è, nel sistema solare, con la sua Luna,  solo una pars minima del Creato, galattico ed extragalattico, costituito da miliardi di astri, non certamente esseri angelici,-come riteneva il mondo antico- ma mondi  dotati di energia vitale, infinitamente più grandi del nostro stesso intero sistema solare,  perfino nei buchi neri, come possiamo avere ancora una concezione ellenistica tolemaica, anche se  aggiornata in senso copernicano ed einsteiniano, basilare per i sistemi religiosi occidentali cristiani?

Tra  i tanti  elementi  antitetici, contrastivi e  contraddittori,  connotanti il sistema retorico classico-giudaico cristiano, teso  verso la spiritualità come elevazione morale,  ektheosis/ indiamento e  telioosis/ perfezione,  disgiunta nettamente dalla realtà  umana popolare, volgare e materialistica,  discriminata come ilica, mi piace sottolineare  come il Dio cristiano operi secondo i processi dell’aprosdoketon  e della peripeteia, che sono fenomeni retorici, propri  del romanzo e della tragedia.

Aprodookhton da aprosdokao esprime un valore di inatteso, inaspettato ed imprevisto e si dice di qualcosa – che l’uomo, pur nella sua razionalità e normalità, non può prevedere – che capita improvvisamente non solo come calamità naturale, ma come evento  straordinario privato.

Infatti l’uomo costruendo, in modo personale, se stesso e facendo un suo percorso, fabbrica un  futuro, poco a poco, e vede giorno dopo giorno la sua opera crescere  come cultura individuale, come  famiglia, come  relazione sociale, come  possibilità di proiezioni  in varie direzioni, anche in senso  commerciale, secondo la logica dell’aspettativa umana, connessa con il naturale evento di successione cronologica, come se fosse possessore del suo tempo, pur breve, avendo, comunque,  moderata fiducia  e  speranza compatibile con l’età, nella convinzione di un’eternità genetica.

Così facendo, pur senza salti utopici, l’uomo, arrogantemente usurpa, si dice, natura e tempo, quasi fosse superbo della sua personale  costruzione, convinto del suo genio creativo,  che è risultanza di una vita realmente vissuta e di una continuità di lavoro, come se fosse realmente pars divina,  perché educato religiosamente  come figlio di Dio, padre,  di cui  ha  sacro timore, secondo la tradizione giudaica.

Il mondo classico parla, allora, di phtonos theoon, invidia degli dei e il cristianesimo di vendetta di Dio sul superbo arrogante.

In latino  il concetto  retorico di aprosdoketon  è espresso come fulmen in clausola o come in cauda venenum, come se l’autore – di solito è  Marziale  che lo usa –  facesse un’operazione di una stoccata conclusiva finale, come  di un fulmineo colpo  di un gladiatore che chiude definitivamente la partita proprio quando stava per soccombere, come di uno scorpione che, alla fine, vince colpendo col suo mortale veleno caudale.

I latini sono uomini convinti di essere ognuno faber suae quisque fortunae, anche se rilevano la disgrazia di Emilio Paolo vincitore fortunato a Pidna, trionfante su Filippo V, re di Macedonia, rimasto senza figli maschi, pochi giorni dopo il suo trionfo (due gli morirono naturalmente  e gli altri  legalmente perché erano stati adottati da famiglie prestigiose)…

Dunque, aprosdoketon è usato  specialmente nell’epilogo di un epigramma e di una vicenda comica o tragica   e  vale in effetti come una battuta finale inaspettata, paradossale, che stupisce il lettore o lo spettatore che ne rimane sbigottito: l’ekplecsis  è lo stato finale di chi, colpito, resta intontito come fuori di sé per qualche attimo, tanto che  l’autore del Peri upsos  parla di Ekstasis/ fuoruscita di mente.

Il Dio cristiano per i Padri Orientali ed Occidentali, nutriti di Paolo e della sapienza evangelica,  fa la storia dell’uomo a suo piacimento ed arbitrio e porta a giusto compimento ogni cosa, facendo partorire dal male il bene, dando funzione all’inetto, dando potere al debole  sovvertendo ogni valore e considerazione umana razionale.

Dio, secondo Paolo ( 1 Corinzi)  confonde i sapienti, abbatte i potenti ed innalza gli umili…perciò per l’uomo adamitico esiste la morte,  per l’uomo che vive di Cristo esiste la resurrezione. Cristo fu risvegliato dai morti  ed anche il cristiano lo sarà. Come per un uomo esiste la morte così per un Uomo (cristiano) esiste la risurrezione…Tutto si muta,  tutto finisce, tutto si consuma, la stessa conoscenza katarghthhsetai si dissolverà….

Per i Vangeli il cielo e la terra passeranno, le mie parole non passeranno Luca 21,33; gli ultimi diventeranno primi e i primi diventeranno ultimi Matteo 20,16 …

E’ una visione escatologica ed apocalittica, propria di scrittori giudaico-cristiani, ed anche platonico-stoici, che, comunque, hanno una elpis, quella di un’altra vita utraterrena, un regno dei cieli come dimora dei giusti,  che la  conquistano con una  vita di sacrifici e di dolore,  a seguito di profonde lacerazioni  materiali,  pur circondati dal  male  e fiduciosi in Dio Padre, che sarà il giudice  che ricompenserà il breve soggiorno infelice con la beatitudine eterna.

Ora  per noi cristiani la Storia  con le sue peripeteiai, le improvvise mutazioni situazionali,  è nelle mani di Dio,  che ne  è il vero costruttore, il vero faber, unico artefice,  che  guida la nave tra le onde del mare, da esperto pilota,  mentre l’uomo creatura si illude di essere creativo costruttore, artefice della sua vita, di saper navigare il male esistenziale …

Peripeteia -deriva da peripiptoo che vale  cado circondato ( sottende  “da nemici “o “da onde del mare” , o “da fuoco”, da altri elementi pericolosi).

Dunque, peripeteia  rimanda all’idea di un qualcosa, in cui si piomba,  cadendo circondati tanto da non poterne uscire, se non dopo lungo tempo di permanenza, in uno stato di sofferenza,  e grazie a fortunate coincidenze…

Perciò, si può dire, generalizzando, che i due termini rivelano, insieme a tanti altri, il sistema retorico classico giudaico-cristiano, di cui sono strutture minime; si passa poeticamente  cioè dalla similitudine  alla metafora e religiosamente  al gioco simbolico ed allegorico  sulla base di due termini che sono messi insieme arbitrariamente, in quanto appartenenti a due aree semantiche diverse.

L’artificialità classica  poetica, se diventa consuetudine di vita mediante canto o rappresentazione  e  risulta rito ripetuto,  specie da masse guidate da un sacerdote,  trasforma i due termini da elementi complementari e  formali in sostanze reali assimilate e divinamente congiunte  in un unicum…

Gesù è per il cristiano nella quotidianità di vita come la manna nel deserto, …Gesù  è manna eterna rispetto alla manna caduca terrena,... Col rito della memoria dell’ultima cena,  Gesù diventa il pane della vita, data la continuità rituale , la ripetitività del fatto in comunità ecclesiali e il predominio culturale della romanitas, anche se in forme cristiane…

Perciò, la coscienza terrena quotidiana del male, che circonda  la luce come tenebra  e con  esso  la non presenza della dike giustizia, dell’armonia, del kosmos,  ha conformato l’uomo in senso manicheo... chiuso tra Dio e il suo antagonista, simbolo di luce e di vita il primo, di tenebra e di morte il secondo…

Allora, così circondato, io-mortale – a cui il sapere sacerdotale, teologale, scisso da giustizia, sembra un raggiro e non sapienza– sono incline a pensare non a un Dio ordinatore, pater, costruttore,  venuto perfino a salvarmi su questa terra,  a redimermi da peccati originali,  ma al Caos datore di  Bios vita e  di amore, nel suo vortice senza principio e senza fine, in cui si scontrano  e  si fondono gli opposti nel magma del divenire, in senso vitalistico infinito, autogenerantesi, in una continuità creativa.

La presenza oggettiva di male  come ingiustizia, come mancanza di armonia e kosmos  mi turba  tanto da farmi pensare che ogni disarmonia,  ogni forma ed ogni suo contrario, convivano in un unicum informe con tutte le forme difformi, ibride, innaturali, mostruose, prima ancora delle  idee  rappresentative  del mondo  terreno, secondo ottica antropologica, prima degli inizi dei tempi, come trionfo del Caos.

Un ribollire caotico di pulsioni primordiali  è  preferibile, come concezione,  ad un kosmos classico giudaico/cristiano…

D’altra parte classicismo e giudaismo hanno creato i miti  con la tragedia, col romanzo, con la Sapienza,  con la Bibbia,  con ogni forma letteraria collegata con la cultura manichea, antitetica,  e con essa la  retorica della theoria, che risulta una spettacolarizzazione di ogni cosa naturale, capace di attirare  e dilettare  e di insegnare l’esercizio   della mimesis/ imitazione dei modelli,  paradigmi di vita teatrali.

Ambedue, comunque, dipendono  culturalmente, data la vicinanza geografica dalla civiltà accadico-hurrita, influenzata dal RgVeda induista.

Genesi 1-2   sembra  dipendere da un testo cuneiforme del XIII secolo che tratta di tre re degli dei – Alalus, Anu e Kumarpi prima del sorgere del tempo cfr P. MERIGGI,in Atenaeum XXXI,1953,pp.101-103 , come  anche Esiodo per la nascita di Urano, Crono e Zeus :  in principio Elohim creò il cielo e la terra. E la terra era deserta e vuota e le tenebre erano sulla superficie dell’abisso  e lo spirito di Elohim aleggiava sulla superficie delle acque…

La cultura ebraica, con Elohim (al plurale-gli dei), rimanda ad una  base politeista mesopotamica, e si lega al mondo vedico…

In Rg.,X,129, infatti, si legge Cfr. R.PANIKKAR, I Veda,BUR,2001):

in principio non vi era essere né non essere / non vi era l’aria né ancora il cielo al di là/ che cosa lo avvolgeva? dove? Chi lo proteggeva?/ c’era l’acqua insondabile e profonda?//non vi era morte, allora, né immortalità/di notte e di giorno non vi era alcun segno/l’Uno (tad ekam) respirava  senza respiro, per impulso proprio/oltre a quello, non vi era assolutamente nient’altro.// Tenebra vi era,  Tutto avvolto di tenebra / e tutto era Acqua indifferenziata. Allora/ quello che era nascosto dal Vuoto, quell’Uno, emergendo/agitandosi, mediante il potere dell’Ardore, venne in essere/ in principio Amore sorse...cfr.  www.angelofilipponi.com Creazione del mondo.

Anche, dunque, il mondo classico giudaico-cristiano sembra rifarsi ai primordi, al Caos,  in cui ogni uomo è stato  informe  e a cui  personalmente, alla fine della vita, desidero rituffarmi, nel magma fluidico dell’essere,  indistintamente, nel vuoto assoluto,  io con Stefano, mio nipote autistico, in un abbraccio informale, impossibile nella realtà…

 

Corpus Domini 1264

 

 

Transiturus de hoc mundo  è  la bolla papale, del 1264 , che istituisce  la Festa con la processione del Corpus domini  e completa il lungo processo dottrinale sulla  transustanziazione, trasformazione oltre la sostanza  del pane e del vino  in Corpo e sangue del Cristo, sancita come dogma dal  IV Concilio Lateranense del 1215, controversa  fino  ad allora  …

L’ultima grande controversia con disputa accademica c’era stata tra Berengario di Tours (1098-1188) e  Lanfranco di Bec in Normandia, poi arcivescovo di  Canterbury.

L’uno in De sacra cena adversus Lanfrancum  affermava, nel 1147, che il pane e il vino sono simboli e  non reale corpo  e sangue di Cristo come sosteneva l’altro, il suo avversario, sulla base di Paolo e di Giovanni evangelista .

Berengario fu condannato in vari Concili e alla fine  fu costretto a ritrattare  anche se per lui Matteo Marco e Luca dopo la celebrazione  del mysterium eucaristico. neppure aggiungevano fate questo in memoria di me…

ll papa  Urbano IV , Jacques Pantaléon,   istituì , dunque,  la festa del Corpus domini, la fissò per il giovedì che segue la domenica della Pentecoste   ed affidò l’ufficio rituale della solennità a Tommaso di Aquino (1225-1274), un domenicano allora in convento ad Orvieto…

Due eventi sono alla base di tale festività: uno storico, la battaglia di Montaperti , 4 settembre del 1260, vinta dai Ghibellini  senesi contro i guelfi fiorentini; uno  mitico-religioso del miracolo di Bolsena.

E’ opportuno spiegare i due eventi contestualizzandoli, da una parte nell’Italia centrale, in Toscana,  lacerata tra ghibellini, filo -svevi e guelfi, filo-angioini, in un revisione seria non solo dei fatti avvenuti  in quel quattrennio , specie religiosi,  ma anche  dei ruoli e delle funzioni degli uomini, implicati nella storia…

Alessandro IV (1256-61)  è  papa  favorevole ai fiorentini e contrario ai senesi, ostile  alla politica  imperiale  di Manfredi, figlio di  Federico II e di Bianca Lancia , molto legato con  i diplomatici  di Luigi IX e di suo  fratello Carlo di Angiò  e profondamente connesso con i movimenti religiosi gallicani…

Alla sua morte nel 1261,  i cardinali  presenti ( circa otto o nove) ,  sono lontani da  Roma, -dominata dalle potenti famiglie romane, che insieme col popolo dovrebbero, secondo lo statuto di papa Gregorio VII,   ratificare la nomina ufficiale, fatta dai cardinali, nonostante le tante elezioni illegittime – e risiedono  ad Orvieto  e non riescono a puntare decisamente su  un nome.

Dopo lunghe e vane trattative due cardinali, Riccardo Annibaldi e Giovanni Gaetano Orsini, indirizzano gli altri sulla persona di un prelato non facente parte del collegio cardinalizio, il patriarca di Gerusalemme.

Questi, venuto  da Viterbo ad Orvieto, per relazionare sulla situazione della città santa,  -ormai circondata dagli Ayyubidi  egizi , rinvigoriti dopo la vittoria sui crociati di Luigi IX,  non più protetta dalle navi  dei genovesi e dei veneziani, in lotta fra loro per interessi commerciali- è sorpreso dalla nomina, ma accetta.

L’eletto, proclamato papa  dopo molte reticenze, è un francese che viene chiamato Urbano IV e prosegue nella linea politica del suo predecessore.

Questi, legato da decenni alla politica  del re di Francia e  favorevole al riformismo religioso francese,  è  incline a considerare il sacramento della Eucarestia  sulla base teologica del pensiero  di Tommaso come  essenziale per il cristiano che,  grazie alla  transustanziazione  – cioè alla trasformazione  e al vero passaggio, ad opera dello Spirito Santo, dalla sostanza naturale della  materia del pane e del vino alla sostanza del  corpo e del sangue  di Christos, -può nutrirsi  con un cibo divino e vivere divinamente.

Per  Tommaso (De venerabili sacramento altaris), infatti, non solo  la sostanza del pane  rimane  intatta,   pur trasformata in Cristo, pur restando integri gli accidenti e le qualità del pane ,  ma anche resta unitaria  come corpo di Cristo, anche se il pane si duplica o si fraziona in parti  per la distribuzione ai fedeli e a causa del frazionamento, fatto dal sacerdote …

La bolla papale e la  politica romana  sono tipica espressione della superiorità  del guelfismo con gli eserciti in formazione di Carlo d’Angiò, grazie ai banchieri toscani,  destinati alla vittoria a Benevento (1266) e  sottendono l’investitura angioina, nel Meridione d’Italia  a scapito degli  svevi  e una serie di dispute teologiche,  anche se già sopite, dopo l’ultimo concilio lateranense.

Eppure  Giovanni (Vangelo, 13,1-20 )   durante la lavanda dei piedi, nell’ultima cena , mostra il Cristo,  che invita i discepoli a lavarsi i piedi reciprocamente, senza fare distinzioni e dice : upodeigma gar  edooka umin  ina, kathoos  egoo epoihsa, umin kai umeis poihte/io infatti vi ho dato un esempio  perché ,come ho fatto io, facciate anche voi… Si noti che in questa sede   viene usato upodeigma che vale  modello, esemplare  per chi imita nel rifare le stesse azioni.

Giovanni (6,1-14) in altra situazione, dopo la moltiplicazione dei pani dopo il monstrum del camminare sulle acque,  mostra  Gesù che parla  del pane della vita  ricordando a chi lo segue : voi mi cercate non perché avete visto prodigi,  ma perché avete mangiato dei pani  e vi siete saziati : procuratevi non il cibo che si consuma  ma il cibo che dura per la vita eterna. quello che vi darà il figlio dell’uomo, perché il padre, Dio, segnò lui col suo sigillo…

Giovanni seguita, mettendosi dalla parte dei discepoli, che chiedono  di quel pane che scende dal cielo e che dà la vita al mondo ed  aggiunge che  Gesù , tra i mormorii della folla, dice: io sono il pane della vita,  chi viene a me non avrà più fame e chi crede in me non avrà  più sete …  io sono il pane disceso dal cielo  e ribadisce, mentre crescono i mormorii  6,48 : chi crede ha la vita eterna.  Io sono il pane della vita, i vostri padri mangiarono  la manna del deserto  e morirono . Questo è il pane che scende dal cielo perché chi lo mangia non muoia. Io sono il pane vivo disceso dal cielo. Se uno mangia questo pane, vivrà in eterno. E il pane che darò io  è la mia carne  per la vita del mondo. A queste parole, sorte questioni,  Gesù così risponde: se non mangiate la carne del Figlio dell’uomo e non  bevete il suo sangue non avete la vita in voi . Chi mangia la mia carme  e beve il mio sangue ha la vita eterna ed  io lo risusciterò. nell’ultimo giorno… 

Poi Gesù, rispondendo ai giudei che dicono che i loro padri mangiarono la manna come pane venuto dal cielo e morirono, afferma: in verità in verità vi dico: se non mangiate  la carne del figlio dell’uomo e non bevete il suo sangue  non avete la vita in voi. Chi mangia la mia carne  e beve il mio sangue  ha la vita eterna ed io lo risusciterò  nell’ultimo giorno. Infatti la mia carne  è vero cibo  e il mio sangue è vera bevanda  Chi mangia la mia carne  e beve il mio sangue dimora  in me ed io in lui. Come il padre  che vive, ha mandato me ed io vivo  a causa del Padre, così chi mangia me, vivrà anche lui a causa di me….53-58 

Ancora di più  nel corso dei secoli  ci sono  contrasti   sulla tradizione eucaristica  di Ireneo (130-202) e di altri , che poggiano la loro  lettura  più che  sulla base di Luca 22,7-38 ,  di Marco 14,12-25 e Matteo, 26,17-29,   su quella di Paolo 1 Cor.,11,23-26.

I tre evangelisti, sinottici, infatti,  hanno, grosso modo,  la stessa terminologia, ma non hanno fate questo in memoria di me: preso del pane e, benedettolo,  lo spezzò e dandolo ai discepoli, disse: prendete e mangiate: questo è il mio corpo  Poi, preso il calice,  dopo avere reso grazie, lo diede  loro dicendo:  Bevetene tutti poiché questo è il sangue dell’alleanza  che viene versato per molti  a remissione dei  peccati.

 Dunque, solo Paolo racconta il fatto della cena del signore 1Cor.11,17-34 nel quadro di una situazione  difficile, in cui sono necessari rimproveri per i dissensi e per le depravazioni  dei Corinzi, indicazioni prescrittive precise sul matrimonio e sul celibato  e sull’uso delle carni sacrificate per gli idoli, in una volontà di proporre un modello di vita (siate imitatori  miei, come anch’io lo sono di Cristo/ mimetai mou ginesthe, kathoos kagooo Khristou).

Tutto il discorso, comunque,  è in relazione alla volontà di  riportare l’ordine nella assemblea  tanto  che il tarsense aggiunge:  Gesù prese del pane e dopo aver reso grazie/ eucharisthsas,  lo spezzò e disse: questo è il mio corpo per voi /touto mou estin to sooma to uper umoon;  fate questo in mia memoria  /touto poieite  eis emhn anamnhsin. Ed ancora  Paolo narra che Gesù, dopo aver fatto altrettanto col calice, dopo aver cenato dice :questo calice è il nuovo patto ,nel mio sangue; fate questo ogni volta che bevete, in mia memoria/eis emhn anamnhsin (anadiplosi)

Il successivo discorso è connesso col telos /fine che è quello di dare la prescrizione di riunirsi  per mangiare insieme e di aspettarsi l’un l’altro… perché chi indegnamente beve il sangue mangia il corpo  sarà colpevole del sangue e del corpo del Signore e di invitare  chi ha fame a  mangiare a casa propria  affinché voi,-discepoli- non cadiate in un crimine  condannabile/ ina mh eis crima sunerchhsthe.

Altri avevano letto i passi paolini  senza andare oltre l’interpretazione metaforica, sulla scia dei Padri orientali  perché  temevano di cadere  se si procedeva secondo allegoria,  in forme di antropofagismo pagano o di finire in riti misterici come quello dionisiaco o orfico.

Urbano IV,  avendo conosciuto l’insegnamento della tradizione orientale  aveva, pur seguendo Tommaso, preferito  chiamare la festa del  Corpo del signore e non  dell’Eucarestia, conscio  che non si doveva definire per metonimia   la manifestazione  completa del mysterium  della transustanziazione  con  il  ringraziamento che   è  pars accessoria del tutto sostanziale cioè della trasformazione del pane e del vino  in corpo e sangue del Cristo, nonostante che conoscesse perfettamente  il valore di ekchunoo –  spargo e diffondo il sangue di una vittima  sacrificale   e il problema di uper polloon (o polloisper molti .

Inoltre il papa, molto favorevole  a considerare il sacramento eucaristico  come  il patto nuovo di alleanza -kainh diathekh,- connesso   con la Pasqua (morte e resurrezione del Cristo) e con la Pentecoste (discesa dello Spirito santo),  si collegava alla tradizione francese  in quanto era molto devoto di   Giuliana de Cornillon (1192-1258), una  mistica  morta in odore di santità,  che in vari momenti della vita aveva  avuto visioni, Famosa quella della luna piena, listata di nero ed ancora  di più quella di Cristo che le chiedeva di impegnarsi a far istituire la festa dell’eucarestia, che in  Troyes e in altre zone, specie Liegi, veniva già celebrata, pur senza l’autorizzazione papale…

L’evento di Bolsena  viene a fagiolo,  risulta  una manna per Urbano IV !

Era accaduto che, nella primavera del 1263, un sacerdote boemo, Pietro da Praga, in pellegrinaggio a Roma, si era fermato a Bolsena e, nel celebrare la messa, ebbe dubbi sul dogma della transustanziazione,  Il prete, spiegato il corporale  in nove parti ( è  quel  tovagliolo quadrato  di lino posto sopra il calice! )  vide l’ostia sanguinare  sul corporale e subito l’avvolse in esso  e fuggì in sacrestia. Nel tragitto caddero delle gocce sul pavimento ed alcune sui gradini.

Il papa apre subito un ‘inchiesta sotto la direzione del vescovo di Orvieto per chiarire ogni momento del fatto , subito ritenuto reale dalla pars guelfa…

L’inchiesta  è subito chiusa e l’evento è giudicato soprannaturale  da Urbano IV, che – considerato il suo rafforzamento come pontefice dopo l’elezione di molti cardinali francesi, vista la vicinanza del  grande teologo aquinate , vincitore nelle tante diatribe parigine,  stimate veritiere le profetiche visioni di Giuliana –  rileva il piano provvidenziale, come applicazione dell’oikonomia tou theou, come avvento di una nuova epoca , quella del trionfo del guelfismo,-che sancisce la fine del ghibellinismo, e scrive  con tono enfatico la bolla… La festa, dopo la morte del papa …  dopo breve tempo decade…e viene rivitalizzata nel concilio di Vienne nel 1314 ,,,e resta molto controversa fino al Concilio di Trento 1545-1563, quando viene di nuovo imposta …

Amici miei, Betto e Tonino, Emma e Gianna, non è preferibile documentarsi e sapere ( e poi, magari, credere!)  al credere  ciecamente, senza alcuna  informazione?

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“Filioque” e il concilio di Toledo

Il III concilio di Toledo e Homelia de Triumpho ecclesiae ob conversionem Gothorum (CPL 1184) sono basilari per la cultura  cristiana occidentale , che completa il pensiero sulla ekporeusis processione dello Spirito Santo,  che viene definito come Persona  che procede dal Padre e dal Figlio.

Nel vangelo di  Giovanni 15,26 si  trova scritto  o para tou patros ekporeuetai e si parla , in epoca antonina , dello  Pneuma Agion/ Spirito Santo .

Viene usato  da Giovanni  il termine ekporeuomai (non ekporeuoo) per intendere che dal Padre  deriva, in quanto inviato, lo Spirito, da leggersi in chiave gnostica e plotiniana , secondo emanazione…

La lettura giovannea  è resa bene ad opera dei padri consiliari a Nicea  ma poi  è modificata sostanzialmente  nelle precisazioni  del concilio  di Costantinopoli  che sono aggiunzioni dottrinali a seguito dello studio di uomini, come i cappadoci, e specie di Gregorio di Nazianzo.

Questi  in due Orazioni  (31 e 41) affronta il problema ed è chiaramente in grave difficoltà nello spiegare ad oppositori ariani e ad altri eretici, che lo  Spirito  Santo deriva dal Padre tramite il figlio usando all’attivo e al passivo il verbo ekporeuoo,/procedo .

Da ekporeuoo si forma il sostantivo, derivato, ekporeusis, come da procedo latino deriva  il nome processio…

Girolamo  ed Agostino  accettano la lezione orientale, senza entrare in merito all’equivoco e all’anfibolia  terminologica, dato il diverso valore di procedo e di processio.

 Procedo , in latino,  non  ha esattamente lo stesso  valore di  Ekporeuoo nè  quello di ekporeuomai in greco, e  il termine processio latino a Roma, in Italia e in Occidente   non è neanche simile a ekporeusis che vale  il procedere  cioè la processione, la derivazione come marcia di un popolo che precede  un personaggio importante ( di norma un governatore provinciale inviato dal senato e dall’ imperatore o  il pontifex maximus nello svolgimento dei riti pagani;  a Costantinopoli ,  Nuova Roma, e in Oriente, invece   la processione è un fatto religioso cristiano,  come celebrazione di un rito o come festosa partecipazione popolare ad un avvenimento religioso o spirituale cristiano…

Sulla  differenza tra processio in latino e ekporeusis in greco ci sono molti problemi culturali in relazione ad una terminologia ambigua, volutamente lasciata equivoca per lasciare insoluta la questione, grazie all’uso di sinonimi.

Neanche è possibile capirsi tra cristiani cattolici occidentali  cristiani ed ortodosso orientali: lo Spirito procede dal Padre attraverso il Figlio (dià tou uiou),  per gli ortodossi che si oppongono agli ariani  e che così spiegano  la processione dal Padre e dal Figlio, senza intaccare l’unità della Trinità , sulla base di un unico principio divino…

Questo si chiarìsce parzialmente  al concilio di Firenze 1439 senza risolvere  la questione, per l’imperizia  tecnica dei latini che ostentavano il principio del Filioque del concilio di Toledo e seguivano la tesi di  Leandro di Siviglia , sostenuta da papa Gregorio Magno…
A Nicea si era stabilito che lo Spirito santo procedeva dal Padre  secondo la traduzione latina (ex patre procedit).

A Toledo invece Leandro ed Isidoro,creando un rito nuovo cattolico in opposizione all’arianesimo, da cui si allontanava Recaredo I nel 589, aggiungevano arbitrariamente Spiritus sanctus ex patre filioque procedit. traducendo il testo greco secondo il significato  generale greco…

La questione  della disparità di significato non era sfuggita già  a Fozio (820-893) che nella  I elezione a Patriarca e poi nella II elezione tra le varie controversie con la Chiesa Romana -che si riteneva   primate dei cinque patriarcati – sulla base teodosiana, poneva oltre al celibato e all’eucarestia il problema semantico di  processione, divenuta per Gregorio di Nazianzo  lithos proskommatos  …kai petra skandalou /sasso di inciampo, pietra dello scandalo (Orazione 41,7)

Il santo prima invita   (in effetti ordina) a  confessare la trinità( thn Triada omologhsate) , poi  cerca di  spiegare lo Spirito Santo come  Dio  che ispira   a tutti la parola divina…

Cerulario ancora di più nel contrasto con il cardinale Umberto di Silva Candida, rappresentante papale,  nel 1054 ,  latore della scomunica di Leone IX,  ribadisce che lo Spirito Santo non procede dal Figlio ma solo dal Padre… contro la tesi  dello stesso  Gregorio di Nazianzo.. . che mostra la sua  tesi trinitaria  e fermamente rileva l’ousia dello Spirito Santo upostasis come il Pather e lo Uios  sia nella orazione 31 che nella 41, dove parla della  Pentecoste,  della discesa del Paraclito  come fuoco sugli apostoli, riuniti nel cenacolo, 50 giorni dopo la Pasqua …

Diverse sono le situazioni e le motivazioni di Gregorio  rispetto a quelle di Leandro e di Papa Gregorio Magno…

Per Leandro i la professione di fede  costantinopolitana fatta da Recaredo e dal suo popolo di Goti ,ariano, sottendeva un  Gloria Patri et Filio et Spiritui Sancto invece dell’ariano Gloria Patri per Filium in Spiritu Sancto …

Il vescovo di Siviglia doveva cambiare la formula per dare l’idea unitaria della Trinità , e fare in  modo da eliminare definitivamente le tracce dell’arianesimo  e  di ridurre al minimo le diatribe con l’ortodossia, data la non partecipazione del popolo al mysterium teologale  e la sua passiva accettazione, al contrario,  dei riti del segno della croce e della glorificazione dei  nomina divini…

Il patriarca di Costantinopoli, invece, diversamente dal vescovo  ispanico  si  trovava, poco prima del Concilio, nel 380,   nel  vivo della lotta con gli ariani e doveva  mostrare ancora il valore della Trinità  e del significato del Corpo del  Christos , del reale contenuto del sette e del 49 +  1  e del miracolo continuo della Pentecoste  nel fedele cristiano…

La  definizione dello Spirito santo  è una necessitas… e nonostante questo suo attenersi scrupolosamente alla verità christiana , è costretto alle dimissioni…

La figura dello Spirito Santo, rimasta imprecisata a Nicea, ma ora a Costantinopoli   precisata  da Gregorio  di Nazianzo,  autore dell’orazione Peri tou agiou pneumatos 31,  1-33,  resta, comunque, un ostacolo per l’unita dei cristiani…

Gregorio, anche se  grande retore, abile  a trattare la differenza tra ousia ed upostasis, a mostrare Dio uno e trino, ad evidenziare che la divinità è incompleta senza il riconoscimento dello Spirito Santo,  che è sostanza divina, che procede  ingenerato, increato… chiaramente si arrampica sugli specchi continuamente, ma procede nella sua  trattazione teologica  e specie sulla ekporeusis ..

Il discepolo di Proeresio (276-368 d. C.),  l’ amico di Basilio e compagno di studi di Giuliano l’apostata, è convinto di saper vedere le relazione di conoscenza del  Padre, generante Logos con  quella  di amore tra il Padre e  Figlio, generante Pneuma  Agion...ma non convince i suoi avversari… e nemmeno noi: il suo parlare è un parlare bello, risulta una theoria, uno spettacolo. ben rappresentato, un sermo ben argomentato, .. non certamente  alethhs…

Inoltre è  un episcopos,  esaltato  patriarca di Costantinopoli,  che  pontifica in senso dottrinale, cosciente che le tre upostaseis  formano un unicum,  tanto che la consustanzialità non implica necessariamente  la connumerazione  (cioè  1+1+1 non fa 3, ma  fa 1)…

Gregorio è così bravo in quanto  capace di trovare  sia nel Vecchio che nel Nuovo Testamento  l’immagine dello Spirito Santo,  che ora, come presidente del Concilio , detta  quattro aggiunzioni conciliari  mediante l’anafora insistita  di to: circa l’essere signore   e il dare vita (to kurion kai to zooopoion),  circa il procedere dal padre (to ek patros ekporeuomenon); circa l’adorazione e la glorificazione col Padre; (to sun patri sumproskunoumenon kai sundocsazomenon) e circa la sua ispirazione anche nell’ orazione 41 trattando della  Pentecoste parla dello Spirito santo …

Qual era il logion originario del “Sale”?

Voi siete il sale della terra

Voi siete il sale della terra  è l‘incipit attuale del logion di Matteo (5,13).
Sale della terra è un sintagma che è metafora in quanto il discepolo di Gesù è come il sale che rende saporita ogni cosa sulla terra.
La sottesa  similitudine  autorizza a dire che chi segue Gesù, oltre ad essere beato (makarios), è anche sale della terra e luce del mondo oscuro (logion successivo).
Ne risulta che le beatitudini (Matteo,5,3-12) e l’essere sale e luce sono  collegati insieme ed hanno un significato congiunto, costruito successivamente, quando già era stata costituita la Chiesa: la pericope è espressione retorica di una costruzione teologica legata ad un ambiente e ad un società che hanno bisogno ed interesse tali da creare una “sentenza”, sulla base di un logion di Matteo, preesistente
Ora personalmente ritengo  che al momento della stesura tachigrafica di Matthaios e quindi  all’atto del discorso di Gesù (maran  o aspirante meshiah, prima  del regno o durante il periodo della regalità )  le beatitudini non erano così enucleate, ma erano del tutto sparse, come anche le maledizioni
Bisogna pure pensare che l’essere sale non era in relazione diretta con l’essere luce?
E’ probabile che  tutto inizialmente forse  era distinto e separato ed erano solo  logia che esprimevano i detti del Signore ( non kurios ma despotes, in quanto basileus-maran) in tipici momenti della sua storia  di uomo privato e di re, non di un Maestro.
Nella seconda metà del II secolo, invece,  quando viene costruita la Chiesa (grande) e c’è la necessità di opporre i veri discepoli a quelli gnostici, la vera dottrina a quella gnostica di Valentino e Basilide (forse ad Alessandria) viene fuori la funzione del macarismo con i compiti del cristiano, inteso come apostolo-inviato, che deve essere sale della terra e luce del  mondo…
Dunque, tra la scrittura matthaica con una precisa semantizzazione basileica (in lingua aramaica con un’utenza palestinese -parthica)   e la riscrittura con nuova semantizzazione  (con la  lingua koinh, in relazione alla nuova utenza ellenistica ) c’è una diversa  impostazione in quanto i fruitori sono differenti ed hanno una logica opposta, collegata con le diverse realtà  sociali e storiche…

Ora il bacino di utenza è tutta l’area commerciale, non solo mediterranea ma anche quella del Mar Nero e del Bosforo cimmerio ….
I fruitori invece aramaici, che  erano nel periodo dell’attesa del malkuth o lo avevano realizzato, erano makarioi  e si sentivano sale della terra in quanto avevano condito (thabal condire),  dando sapore, grazie  alla regalità messianica, ad ogni cosa  terrena  ed, avendo il Meshiah, attendevano gli eventi escatologici e la realizzazione eterna d’Israel: essi puri e  lucenti, come gli esseni, avevano vinto le tenebre (e la Romanitas)  vedevano splendere  in alto come  su un candelabro  Gerusalemme radiosa e luminosa, dominante su tutti i popoli vinti…
I cristiani ellenisti, dopo l’evento della sconfitta di Shimon bar Kokba (Giustino, Dialogo di Trifone), nel momento gnostico, fondono insieme  i logia matthaici. creando una nuova legge,  che doveva essere  un sostituto/ tupos  del messia, legge vivente (nomos empsuchos) e creano secondo formule asseverative, come risultanze sintetiche di un lungo lavoro tecnico retorico, l’ideale del buon cristiano  e ne  scrivono i compiti e le specifiche funzioni, in relazione alla missione dei discepoli del Kurios-signore che ha dato loro il kerugma della diffusione evangelica, in precisi luoghi e in particolari situazioni sociali …
Allora tutto il logion del sale ha significato a seconda della lettura e degli utenti: la  comprensione del periodo ipotetico della possibilità  di II tipo con la protasi  ean ..moranthh (qualora diventerà insipido –thaphal-) e con l’apodosi con che cosa si salerà?, non è facile capire, ma si può afferrare se si ha presente il tanto sale  del Mar Morto inutilizzabile  (o quello della Mareotide alessandrina o del Lago Salato della Licaonia-Tuz Goelu- ), calpestato  da cristiani locali,  i cui capi sentono la necessità di fissare, di organizzare nuclei semantici e di schematizzare contenuti teologici ..o quella della palude Meotide (Mar d’Azov)….
Il sale ha valore  ai fini del condire i cibi  e, quindi,  se il cristiano/sale diventa  insipido e stolto (moraino vale sono moros cioè pazzo, stolto, insipido, sciapo, stupido), non ci sarà la salatura della terra, non ci sarà la luce nel mondo), non avendo funzione, sarà gettato per terra e  calpestato.
E’ chiaro che il logion non è quello originario, ma è quello ricostruito da cristiani ellenisti che,  vista la fine del giudaismo romano, la galuth, hanno un ricordo della escatologia e del messianesimo e vivono il momento apocalittico, dello svelamento, cosci della necessità della funzione cristiana di essere sale e luce, in una separazione netta dalla cultura giudaica e da quella gnostica.
Certamente il testo originario, che Panteno ritrovò in India, con questo specifico logion,  aveva ben altro valore  in senso messianico, entusiastico, trionfalistico: in esso non c’era nemmeno la possibilità di diventare nabal (stolto), in quanto Thaphal: tutti erano makarioi  (compreso  Levi- Matthaios che registra il pensiero regale), euforici  per la realizzazione del malkuth, in quella Pasqua essenica  del 32 d.C ,  pochi mesi dopo la morte di Elio Seiano…
Allora i seguaci mangiavano insieme pane e sale e non avevano contese per il primato, ma erano eguali uniformati ad essere bambini (talja’- piccolo di donna o di pecora) ed avevano la pace, quella  propria dei vittoriosi, di coloro che avevano vinto ed attendevano l’ultima ora e il trionfo  definitivo del resto d’Israel …
Dunque, nella fase escatologica Sale originario  è collegato con pace, in quella apocalittica sale è connesso con discordia, lotte per il primato, con la possibilità di diventare insipido e quindi  di deviare dalla retta via  e con la necessità di essere o di tornare ad essere  pedion  e diaconos (bambino e servo),  se si vuole entrare nel regno dei Cieli…
A me risulta , perciò, che ci sono due  logiche, del tutto diverse, a seconda dei tempi e che la stessa figura del Signore (Kurios e despoths) è cambiata  in quanto essa ed è diventata quella del Maestro (didaskalos/ rabi), che, secondo il pensiero di Clemente Alessandrino,  ammaestra i mathetas/apostolous  che formano il fedele

 

La cultura dell’infanzia

Colere infantem

Professore, perché non è stato mai trattato effettivamente il tema di  La cultura  dell’infanzia in Italia né  quello sui modi di concepire il ragazzo?

Non si può dire che non ci sia una cultura dell’Infanzia in Italia, anzi si può dire che il tema è antico  in quanto trattato dai greci e, poi, dai latini.
La metafora colere infantem/coltivare l’infante il non parlante  rimanda ad una coltivazione  del bambino  considerato come una piantina.  L’immagine è tipica del registro agricolo,  centrato su colere,  che sottende studium (amore e specifico interesse)  e cura (amore preoccupato ed ansioso) e su infans, inteso non solo nella fase iniziale  afantica  ma anche quella fantica  fino alla pubertà, secondo le linee proprie della pedagogia greca e di Quintiliano.
Anzi bisogna affermare che sempre si è discusso,  parlato della cultura dell’infanzia, limitatamente all’educazione, basata giustamente sull’educare (educere ad ) come processo modificante, che porta  progressivamente dal non conoscere al  conoscere,  procedendo sulla base dell’errore  per dare correttezza grazie anche all’esercizio,  sotto la guida di un ductor, maestro, secondo linee di unitarietà, dinamicità, priorità, prospettività.  Se, dunque, da una parte, c’è stata un’attenzione alla cultura dell’infanzia, da un’altra, in un certo senso,  bisogna confessare  che non esiste una vera cultura dell’infanzia  in quanto, nonostante il rispetto al pensiero quintilianeo, espresso con Maxima debetur reverentia puero, l’insegnamento  è stato  un insegnare, mediante signa,  propri dell’adulto, che guida, in un unilaterale lavoro secondo il sistema conformato e convenzionale sociale, economico, politico,  teso a formare mediante modelli preesistenti il discepolo. conformandolo nella cultura  esistente,  in aggiunta e in rapporto con il condizionamento del contesto e dei media secondo un’impostazione  specifica dell’erudizione (e.rudis passare dalla rozzezza alla civiltà, dall’informe struttura giovanile al sistema della maturità moderato). 
Praticamente non si rispetta l’infante, ma lo si condiziona creando un esemplare della stessa conformazione dell’adulto in quanto si ritiene giusta la definizione del giovane immaturo e dell’adulto maturo, secondo una tradizione marcatamente maschilista e senile.
Sembra che solo in questo ultimo ventennio, almeno sul piano teorico, in Italia si sia entrati correttamente nella cultura dell’infanzia, grazie specialmente ai contributi dell’antropologia, dell’etologia, della linguistica (in senso semantico, e socio-psico-semiologico), della epistemologia e della docimologia: da queste scienze viene la lezione tecnica sullo studio e sulla cura dell’infante.
Lo studio sistemico del bambino (anche in senso neuropsichico ed auxologico), la sperimentazione sulle aree affettive, motorie, cognitive, sociali, l’osservazione sistematica  dei comportamenti  a seconda della fascia di età in relazione ad un processo auxo-socio-psichico  e soprattutto il rilievo dato al linguaggio, come chiave di lettura  dell’universo infantile, autorizzano in situazione una operatività sulla base di una diagnosi  valutativa (riferita ad un’ anamnesi specifica) che permette un costante orientamento  operativo e formativo, in rapporto all’effettivo sistema culturale informativo, senza modelli, ma solo con paradigmi esemplari. In tal senso si è sviluppato anche in Italia un processo culturale  puerocentrico, non una cultura infantile. Questa si basa sulla conoscenza del bambino, visto come costruttore fantastico e sentimentale di un mondo, esaminato dall’angolazione ludica puerile, senza l’ottica funzionale adulta, il quale si muove per conoscere sé  e il proprio corpo, socializza per porsi in un continuum ludico,  che, però, avendo già i segni della funzionalità  e della razionalità, non deve essere turbato   da interferenze dell’ adultismo, specie se coercitive.

Che cosa comporta, professore, una cultura dell’infanzia così intesa?

Comporterebbe (meglio usare il condizionale che traduce la non possibilità di attuazione sul piano operativo  con le sottese frustrazioni di questi ultimi anni)  un radicale cambiamento  del sistema politico (anch’esso vecchio e modellato su criteri da una parte comunisti togliattiani e quindi sovietici, e da un’altra liberale e quindi anglosassone  ed americano) sociale-cristiano (caritativo ed assistenziale), culturale e scolastico in quanto una microstruttura, affetta da malattia,  non può essere curata settorialmente  con interventi locali e puntuali poiché è segno di un sistema malato,  che, perciò, deve essere integralmente sanato. Ora il sistema scolastico, malato, infettato ulteriormente dagli altri sistemi,  con cui interagisce, non favorisce il tentativo, necessariamente teorico, di pochi che procedono paradigmaticamente in situazioni concrete, ma parziali e limitate, operando, seppure efficacemente, in condizioni di disagio. Inoltre per la nascita di una cultura (risultanza di un processo eruditivo, educativo, formativo, come somma di competenze , abilità e capacità, esplicate sul piano pratico in situazioni oggettive, coerentemente  ad una decisionalità per una ruolizzazione) necessita  la compresenza di forze interattive  già ruolizzate e mature, capaci di orientare grazie ad operazioni docimologiche, strutturali sistemiche. Ora, col bambino coagiscono ed interagiscono famiglia, società, scuola, stato  con compiti, considerati diversi, ma in effetti eguali se si tiene presente il fine  educativo e/o formativo, specie se il procedimento è univoco sul piano dell’unitarietà metodologica.
Ne consegue che nel momento operativo scolastico (sia strutturale che sistemico) le singole fasce,  turbate nella loro sfera,  operano saltuariamente ed irrazionalmente,  impedendosi reciprocamente, non raggiungendo gli obiettivi, disperdendosi in un lavoro settoriale, burocratico e quotidiano: una prova è il consiglio di classe dove le  componenti genitori, alunni, insegnanti, si fronteggiano su posizioni diverse, senza avere la coscienza del loro ruolo specifico, dei compiti, delle funzioni in una libertà di metodo (utile ai fini del pluralismo democratico!) e varietà procedurale, con l’esigenza di una scansione programmatica e di rilievi esterni d’ordine disciplinare.

E’ dunque da ipotizzare  una nuova tipologia di insegnamento?

Ritengo che non si possa insegnare se non si stacca nettamente l’alunno, la scuola e la cultura dell’infanzia dall’ambito della città (intesa come il mondo delle interferenze politiche sociali economiche ecc) e non si situi in zone lontane dalla cultura ufficiale, convenzionale, conformata dell’adulto: ci vogliono strutture ed edifici scolastici lontani dalla vita cittadina, dove far crescere la pianta dell’anthropos, secondo le concezioni umane funzionali razionali scettiche: molti conoscono i miei progetti di scuola separata  in zone agricole, in immense aree  sia per i ragazzi (3-13) che per giovani (15-18).
Comunque. a mio parere,  se si fa un’analisi  superficiale sulla scuola e si procede statisticamente  va a finire che la scuola italiana è una delle migliori in Europa perché  conforme ai suoi compiti primari  di formazione e di educazione generale e capace di dare, a certi livelli, possibilità occupazionali e professionali come per il passato.
Se si fa uno studio  serio e mirato  alle singole strutture e poi si valuta l’intero sistema  di insegnamento-apprendimento si rileva un disagio in tutti gli operatori scolastici, una crisi culturale, un malessere diffuso.
L’insegnante in un sistema  basato sullo scambio culturale in un continuo passaggio dalla fase di ricevenza a quella di emittenza  e viceversa  in una variabilità situazionale,  è vittima incolpevole.
Egli è stato abilitato all’insegnamento senza la necessaria preparazione pedagogica, psicologica,  docimologica per cui la sua possibilità di insegnamento (dal tardo latino insignare incidere, imprimendo signa, segni  come marchi  di riconoscimento sul bestiame in un codice agricolo) non marchia alunni, che  sono di un altro codice.
Inoltre né l’insegnante né l’alunno conoscono la comunicazione che sottende un processo  non direttivo, ma paritario, che trasforma la superiorità dell’adulto, che imprime segnali, in cooperazione e cogestione, sulla base di dati informativi in uno scambievole aiuto in una interazione psico-sociale, in un ritrovamento dei comportamenti  individuali dei singoli giovani cointeressati  all’argomento e al problema, tesi a passare  da uno stato di dipendenza  a quello della partecipazione, al fine di consentire, non assentire.
D’altra parte con la comunicazione la competenza si sostituisce alla superiorità  gerarchica, in quanto non c’è lezione con l’insegnamento tradizionale di un lector medievale.
Questi aveva abilità  di lettura  ed insegnava  tramite la conoscenza  delle Sacre Scritture  in un tentativo  di tradere la cultura del passato al presente per un’ attualizzazione  concreta: l’insegnante, invece,  ha la docenza,  cioè  una risultanza  di conoscenze  interrelate  in una visione sincronica, che ne sottende una diacronica,  con valutazione dell’asse unitario sincronico-diacronico, per una proiezione  possibile  in un sistema ordinato,  le cui strutture funzionali  si esprimono in una fusione operativa  continua nella prassi  quotidiana.
La docenza implica un’informazione ampia e rielaborata  personalmente data per una ricerca oggettiva  regolata, a seconda  delle esigenze  dell’alunno e della classe,  già tramata in uno schema  paradigmatico e sintagmatico, metodologico, che autorizza una decisionalità in situazione lavorativa, tagli, riconversioni (specie in caso di errori e deviazioni tematiche e procedurali).
Di conseguenza la docenza comporta  professionalità di chi docet  insegna, svolgendo una funzione educativa di avvio, di guida di orientamento nella ricerca del Sàpere (esperienza conoscitiva, intesa come crescita  dell’essere, individuale, che assapora , provando ciò che càpita).
Docere diventa così un insegnare pratico  in quanto  autorizza  a mostrare i passi da fare, la via da seguire  marcando i signa  le orme  spiegando il percorso  formando un iter  sempre nuovo  in un’ evidenziazione  delle abilità decisionali in rapporto alla situazione  storico-socio-economico-politica, culturale e letteraria, in relazione all’altro viandante , nel rispetto della contestualità altrui e per un vantaggio personale: esso è anche segno di autorevolezza di un’ auctoritas riconosciuta.
Docere è segnare  i connotatori, dopo aver fatto la situazione  in una ricostruzione  del sistema-struttura  per fare un punto situazionale  al fine di un intervento costruttivo sull’altro, sulla base della conoscenza scolastica.L’insegnante però , formatosi crocianamente (magari) attento talvolta  al nesso opera -ambiente, segue, a volte l’angolazione desanctisiana e gramsciana e crede di poter dare la sua preparazione  scolastico-nominale, come informazione, all’alunno. Non riesce, però, in tale operazione perché,  avendo  tale formazione e seguendo i programmi ancora gentiliani, non ha effettiva competenza  (come sistema di conoscenze acquisite sul piano lessico-morfosintattico, su quello semantico e referenziale – e tanto meno una abilità esecutiva  che  permetta  di fare una situazione storica  tale da confrontare col presente,  in modo da fare proiezioni per un intervento costruttivo).
Egli non ha una professionalità come il medico che dall’esame mediante anamnesi  e da quello diretto  strutturale in situazione,  può diagnosticare  e dare una terapia  su base probabilistica,tuzioristica, in relazione al quadro  contingente delle analisi cliniche: non è abilitato ad un lavoro sistemico-strutturale  e tanto meno ad una valutazione con giudizio epistemico,  essendo preso dal nominalismo e dal nozionismo ideologico. E’ abituato, in una continua  ripartizione  dei programmi ministeriali, a procedere  in un faticoso, quanto inutile  lavoro di manovalanza intellettuale, che lo costringe ad obbedire a certe scadenze trimestrali o quadrimestrali e a dare “quantità  informativa”. Non ha neppure possibilità effettive di programmare, progettare, pianificare,  seppure si parli di attività curricolare, di interdisciplinarità e nei collegi dei docenti e nei consigli di classe. Demotivato e poco pagato assiste passivamente, nonostante qualche incentivazione orale del preside o di colleghi più velleitari e spontaneistici, comunque, delusi dalla scuola e dal sistema governativo, che privilegia categorie  più produttive.
L’insegnante, non essendo orientato pedagogicamente e didatticamente fa scuola insegnando ciò che sa e ciò che deve insegnare, secondo tradizione, senza una logica costruttiva, senza attenzione all’alunno, senza porsi il problema educativo: egli è sul piano dell’informazione emotivamente spontaneo, cosciente di essere in una condizione di sottoproletariato letterato,  costretto a svolgere un ruolo senza funzione, disturbato dai mass media, dalla famiglia, dalla chiesa, dai sindacati, dal collegialismo e dall’assemblearismo.

Il povero insegnante  è trascinato all’apatia  dalla monotonia ripetitiva, agitato dal velleitarismo aggiornativo di dilettanti formatori ministeriali, profumatamente pagati,  sindacalizzati: è ucciso nel suo elementare lavoro dalla pubblicazione specialistica propagandante una riforma scolastica mai attuata.

Reclutato secondo forme concorsuali  facilmente pilotabili e con logiche clientelari partitiche, l’insegnante si presenta  all’opinione pubblica  con la tipologia di buon uomo connotato di buona cultura generale, senza una funzione sociale, in un momento di alta specializzazione e di ricercata produzione dove ogni imbecille  che opera con impegno  su una sola cosa raggiunge il massimo,  data la  semplicità del prodotto.
Espressione vecchia del sistema agricolo paesano  il professore intruppato vive la sua esperienza scolastica  senza confronto e senza  personalità: gli errori del sistema scolastico (verticismo burocratico, impostazione ancora crociana e gentiliana, assemblearismo senza la competenza individuale, la collegialità senza la pianificazione  soggettiva, l’obiettivismo senza l’oggettivismo, la sconnessione strutturale , il maggioritarismo come espressione della minoranza, l’oclocrazia come regime ecc.) sono spia di una situazione critica molto più complessa statale  ed istituzionale,  che condiziona  il professore che  può solo professare  la sua nominale conoscenza,  inadeguata ai tempi.
Ormai l’insegnante è considerato come colui che insegna perché non sa fare niente e perciò la scuola è diventata il rifugio di tutti i perdenti, gli scansafatiche, delle donne  in cerca di una funzione, insomma un immenso teatrino dove si recita un ruolo  di docenza senza saperla professare ed ognuno recita a modo suo.
Non è, però, il caso di generalizzare: ci sono molti insegnanti che lavorano  seriamente specie gli uomini (meno le donne che salvo poche, vanno a  scuola per ben altri motivi), non  sono docenti gli ingegneri, gli architetti, psicologi,  dottori in discipline  giuridiche o  i  tecnici e i commercialisti, revisori di conti ecc., uomini che hanno uno stipendio in più,ma non sanno neanche cosa vuol dire insegnare, come tutti i professori impegnati in politica.

Se necessita una nuova docenza  con un nuovo insegnante,  non è necessario anche un nuovo alunno, che abbia un diverso rapporto  col professore?

Secondo me, per ottenere un nuovo rapporto tra le parti del sistema  scolastico,  specie tra alunno ed insegnante e tra alunno ed alunno  e tra alunno e famiglia, è necessaria la comunicazione,  intesa come azione del comunicare ( da cum munus) come procedimento verbale  che intercorre tra emittente e ricevente,  tramite un canale, in un contesto, con un codice, comune,  per l’invio di un messaggio, connotato sulla base lessicale  da due valenze significative, compito e dono in reciprocità.
La comunicazione rientra  nell’area semantica aristocratica in quanto munus è termine  che sottende da una parte il compito  del nobile (militare e  sacerdotale)  e dall’altra  il dono è espressione comunicativa  di due patroni  secondo le formule della munificentia sul piano della paritarietà.
Ora la nostra società di base agricola acculturata secondo linee americane, industrializzata rapidamente,  evidenzia la crisi di valori  specie nel linguaggio misto.
Esso, essendo una risultanza confusa di cultura  agricola e  industriale, risulta una strana lingua  usata da soggetti né agricoli né industriali, che vivono senza una propria cultura.
Il linguaggio presenta forme  della tradizione  operativa paterna  con parametri  valutativi immediati, derivati dalla funzionalità industriale   propria della  organizzazione sistemica.  in cui si vive
Inoltre esso  ha in sé la presunzione  di chi  non comunica  perché  non ascolta e  non ha rispetto dell’altro  che in situazione ha possibilità paritarie e competenze  medesime  per la soluzione del problema, in un’arroganza di modi, senza più la docilità contadina.
Nel rapporto tra insegnante ed alunno i due  hanno il ruolo di emittente e di ricevente  a seconda delle situazioni  che autorizzano l’interscambio  in quanto l’uno assume la leadership verbale  a seconda della competenza  mentre l’altro interiorizza nell’ascolto il messaggio ricevuto per rimandarlo in relazione alla sua ricchezza  cambiato e modificato  alla luce delle sue valutazioni e del suo patrimonio culturale in un processo educativo senza fine.
Il rapporto perciò è connotato da un continuo flusso di pensiero  interpersonale  per un obiettivo comune  da conseguire  dalle persone  interessate, in un’interazione di modi e di piani senza la gerarchia, in relazione alla competenza.
Ciò avviene però solo in un rapporto connotato da rispetto e da empateia:  ora, il rapporto sta diventando sempre più problematico per la disistima dei docenti e per la  sfrenatezza dei ragazzi abituati ad avere quanto vogliono, ad essere protagonisti  anche nel male: il processo educativo diventa sempre più difficile e la stessa comunicazione è considerata  espressione di debolezza davanti  all’arroganza giovanile, volgare  perfino nelle manifestazioni  verbali.

E la famiglia come si immette nel rapporto comunicativo tra insegnante ed alunno?  

La famiglia,  disagiata, ha demandato in questi ultimi tempi l’educazione ai professori  e sembra non volere entrare  nella operatività della sfera dell’insegnante, mentre quella agiata segue e complica la vita dell’insegnante con le sue interferenze  ostacolando il lavoro.

La famiglia non dovrebbe entrare nel campo tecnico didattico-metodologico, dove l’insegnante dovrebbe fare le sue sperimentazioni e  svolgere il suo compito servendosi anche dell’ausilio della famiglie e delle istituzioni in senso formativo,  dove  è necessario  procedere di pari passo  secondo la stessa metodologia  per meglio definire la personalità dell’allievo.

Certamente la famiglia può, là dove è possibile,  entrare anche in merito scolastico, ma  deve assecondare il processo educativo   in modo da coadiuvare  il docente ( senza interferire in problemi tecnici  e valutativi) o il preside sulla gestione scolastica specie in caso di autonomia, data la rappresentanza del consiglio di istituto.

In conclusione  il carrozzone della scuola, anche con una cultura dell’infanzia  all’italiana, può andare avanti  con un qualche successo perfino in Europa?

Noi italiani siamo i maestri di un vivere equivoco e contraddittorio e sappiamo lentamente  seguire gli altri e avviarci verso  una certa correttezza  formale e quindi scolasticamente  forse potremo anche allinearci,  ma scieremo  come quelli che non hanno i fondamentali  e che spesso sono pericolosi  sulle piste per sé e per gli altri, se non procederemo con metodo.

 

Un prefetto tiberiano- A.Avillio Flacco

A.Avillio Flacco

Aulo Avillio Flacco, fu governatore dopo Ibero, che aveva sostituito brevemente Vitrasio Pollione (Dione Cassio,St. LVIII,19,6) uomo probabilmente di Seiano  e governò  Alessandria e  Egitto dal 32  fino al 38.
Flacco, dopo essere stato uno del seguito di Tiberio, tra i consiglieri finanziari e tributari, fu inviato in Egitto in quanto suo fedelissimo ed abile  amministratore, iure gladii, con funzioni giudiziarie e militari.
Come tale fu eccezionale,  date le capacità di intelligenza e di perseveranza, di rapidità intuitiva ed abilità realizzativa, considerate le doti di perfetto oratore, perspicace osservatore, conoscitore di uomini  ed interprete sapiente  di parole , di fatti: tale giudizio è di  Filone, suo nemico, e perciò le lodi sono reale riconoscimento del suo valore.
Egli fu rapido ad entrare nella difficile ragnatela  amministrativa dello stato egizio  e nel complicato sistema  ancora lagide di  equivoca comprensione per un romano.
L’errore rilevato da Tiberio Alessandro,  giudeo apostata, un  suo successore  come prefetto di Egitto nel 69 d.c. di aver riscosso i tributi senza computare le immunità prediali, deve farci pensare che Filone può aver  amplificato l’operato di Flacco, ma non intacca il sostanziale precedente giudizio.
D’altra parte Filone procede in questo modo (e lo dichiara apertamente) per  evidenziare con  la pars destruens del suo discorso le accuse di eccidio giudaico (cfr.  Flac. 6-8 cfr  CIG-corpus iscriptionum graecarum- III,4957) e marcare il suo radicale cambiamento, degno di punizione.
Flacco, impratichitosi, dunque,  della normativa del  sistema tributario e finanziario egizio, grazie all’apporto dei funzionari alessandrini, costituito da una massa di scribi, la semplificò mantenendo i migliori dei numerosissimi segretari, ufficiali e   cancellieri giudiziari, sapendo gestire con integrità , seppure con un certo dispotismo, i tanti impiegati della tesoreria alessandrina e  delle segreterie  dell’ex regno tolemaico. Specificamente aveva dignità  regale nel reggere lo stato, ben commisurata con la forma esteriore; sapeva giudicare  con l’aiuto di funzionari in carica; non si faceva intimorire dai violenti;  impediva le riunioni di popolazione promiscua e tumultuosa specie se organizzata, secondo  summorie, che venivano sciolte d’autorità e fermezza, in caso di tensioni.
Anche sul piano militare Flacco  assicurò una regolare funzionalità, dopo aver dato al paese e alla città una perfetta osservanza  della legalità sociale: ricostituì le truppe,  dando un nuovo assetto  in relazione alla  città e al territorio egizio,  faceva esercitazioni continue,  tenendo in allenamento le truppe di  fanteria, di cavalleria e di armati alla leggera .
Pur esigendo  obbedienza ai capi  nei militari non graduati,  li proteggeva dalle angherie degli ufficiali superiori, che tendevano ad appropriarsi degli stipendi  dei subalterni ed inculcava loro il senso di dovere  in ogni situazione e specialmente educandoli alla  neutralità, in faccende estranee al servizio  e nella tutela della pace, secondo la logica di Seiano.
Accanto a Flacco  come cancelliere era Lampone  e come funzionario  popolare Isidoro  che rimasero correttamente al loro posto fino all’avvento del regno di Caligola e alle  sue prime azioni in senso popolare e militare, e furono strumento del prefetto.
Il nostro esame tende a rilevare  il carattere  e  del governatore e quello dei due, la loro funzione e il loro specifico compito nell’entourage del governatore in carica, senza entrare specificamente in merito al problema giudaico e senza valutare moralmente, per cercare di capire non solo il mondo giudaico alessandrino e le ultime fasi del regno tiberiano, ma anche il complesso mondo ellenistico in genere e quello  della diaspora giudaica e  del sistema imperiale romano ecumenico, di cui Flacco e  gli altri uomini sono solo un esempio di funzionalità. in una situazione difficile quale quella della successione dinastica, come conclusione di una lotta tra i due partiti, quello  giulio  e quello claudio, schierati a favore di Gaio Caligola  (meris… ton theton, la parte degli adottati)  e di Tiberio Gemello (meris… ton gnesion, la parte dei legittimi per nascita) e all’inizio di un contrasto tra il giovane monarca e la famiglia, il senato e la classe equestre.
Nell’esaminare la complessa vicenda e i personaggi, attori della politica alessandrina, si apre un altro grandioso scenario quello di Roma, sotteso alle notizie filoniane, in cui gli avvenimenti della morte di Tiberio e della successione di Caligola  con il successivo omicidio del coerede Tiberio Gemello  e poi del capo dei pretoriani, Macrone, e del princeps senatus Silano determinano un cambiamento totale di politica e di amministrazione in Alessandria e  in ogni città dell’impero, dove  i partiti filogiuli e filoclaudi si contendono il primato cittadino, ad di là delle divisioni etniche e delle suddivisioni interne alle stesse etnie: dalla capitale le notizie  dell’avvento al trono  del nuovo imperatore con l’instaurazione della sua neoteropoiia,  palese già alla fine del 38, irradiandosi per il mondo romano, diffondono il messaggio  dell’inizio di un’era nuova.
I governatori delle province, specie di quelle imperiali, Siria e Giudea ed Egitto, sono maggiormente interessati al cambiamento di regime e  cercano di adeguarsi al  regime imposto dal figlio di Germanico, espressione delle forze popolari e  militari.
Flacco, che era stato  un  governatore tiberiano, filoclaudio, che aveva accusato Agrippina , madre di Caligola, e determinato la morte non solo di lei ma anche dei due fratelli, Nerone e Druso, sorpreso dalla elezione del nuovo imperatore, amareggiato dalla uccisione del coerede nipote diretto dell’ex imperatore,  da lui favorito,  annichilito dalla morte di Macrone, suo protettore, e poi da quella di  Silano  con cui era collegato,  colpito da queste mazzate  aveva disperato della sua salvezza, nonostante l’amnistia e la distruzione degli incartamenti  relativi le cause del periodo di Tiberio.
Quindi Flacco,  dal momento della nomina di Caligola ad imperatore  e del suo riconoscimento a Roma il 28 marzo 37  fino al compleanno  del 31 agosto del 38,  fu in grande ansia ma  ebbe tempo di manovra per difendersi da accuse possibili.
Le notizie  negative,  progressive, dopo un intervallo di otto mesi, compresa la malattia di Gaio,   avevano dato tempo e possibilità di autodifesa, in caso di accuse contro la sua persona e il suo mandato di governatore.
Egli sicuramente preparò un piano che doveva essere suffragato dalla testimonianza del senato alessandrino e dai rappresentanti popolari di Alessandria, oltre che dai cives romani alessandrini.
Il caso dei cinque magistrati e di curatores viarum , vittime di Caligola  e quello   di Gaio Calvisio Sabino, tornato dalla Pannonia (Dione, St. LIX, 18,4), che aveva governato,   costretto a suicidarsi  e quello di Tizio Rufo ( Ibidem 18,5)   dovevano avere impaurito ancor di più il governatore di Egitto.
La persecuzione di uomini del ceto senatorio e equestre accentuò ulteriormente la paura di Flacco, che dovette anche predisporre ogni cosa per la divinizzazione di Drusilla, la sorella di Caligola morta il 10 giugno, che  fu venerata come Panthea (Dione, St. LIX,11).
Filone, senza informarci sulle condizioni della madrepatria Gerusalemme, sugli avvenimenti accaduti nell’ex regno erodiano e sull’azione militare di  Lucio Vitellio, governatore di Siria, accenna  solo ad una reazione antigiudaica di Pilato, (Leg.301) fa la situazione del giudaismo ellenistico sia di Alessandria, che di Egitto che di tutta la diaspora, evidenziando che  non era stato inviato  il decreto del sinedrio, in cui si facevano le congratulazioni  per il regno a Gaio e le felicitazioni  in relazione a quanto fatto e testimoniato nella città santa nella Pasqua del 37  (Ant giud. XVIII,  Leg.231-2) per la malevolenza  di Flacco, che non aveva  fatto il suo dovere e che poi fu svolto in ritardo da Erode Agrippa, che lo inoltrò,  diciotto mesi  dopo, con le scuse per il ritardo. (In Flaccum, 93, 103).
Noi sappiamo che Caligola  aveva iniziato una campagna antiaristocratica  tale da sminuire la  auctoritas  senatoria ed equipararla , ironicamente,  quasi a quella del suo cavallo Incitato  tanto che  gli storici  a quel punto cominciano a considerare l’imperatore pazzo come se il suo regno fosse finito alla fine del 38.
In effetti la volontà di Caligola di annientare il senato era connessa con la posizione infida di quel consesso; il giovane imperatore era uomo di grande intelligenza, di  dissimulazione e simulazione e secondo Flavio (Ant.Giud, XIX,208) valentissimo oratore espertissimo della lingua greca e latina, sapeva come rispondere a discorsi pronunciati da altri, dopo lunga preparazione, e mostrarsi presto e più persuasivo anche quando si dibattevano argomenti di grande interesse: e  risultava  tanto abile  perché egli aveva in questo una attitudine naturale,  potenziata da una pratica acquisita con il continuo esercizio.
Egli era stato per 6 anni presso Tiberio a Capri a scuola di recitazione e di simulazione, secondo i modelli di Augusto e di Tiberio, mentre madre e fratelli venivano condannati e mai si era lasciato sfuggire una parola compromettente, mai un gesto sconsiderato (Tacito, Annales, VI,20,1); aveva accettato sempre ogni azione di suo padre adottivo, memore degli insegnamenti  della  bisnonna Livia e della nonna Antonia.
Caligola, dopo il discorso del 1 luglio del 37, al suo primo consolato,  divenuto programmatico  sia per lui che per il senato, che stabilì per decreto che le parole dette  fossero rilette ogni anno (Cassio Dione, St.,LIX,6,7), in cui aveva condannato le azioni di Tiberio  rimproverate dall’aristocrazia, eseguite, comunque , e con cui  pur mostrando condiscendenza verso il senato, era stato tanto abile da smascherare il comportamento pavido ed infido senatorio.
Aveva  poi mostrato  la sua intelligenza superiore e  rapidità di  decisione  nel momento della malattia, quando nominò Drusilla, che si era separata da Cassio Longino e si era sposata con Marco Emilio Lepido, erede dei suoi beni e dell’impero (Svetonio, Caligola,24,1) proprio quando aveva visto Macrone e Silano spostarsi verso il coerede tiberiano Tiberio Gemello, per loro unica alternativa al morente imperatore.
La successiva eliminazione dei tre e la sua accusa verso il senato doppiogiochista,  inchiodato alle sue  responsabilità, evidenziavano  il piano di un governo assoluto, la ricerca di uno spazio totale  per  governare senza il senato, solo con il sostegno popolare e  militare: non per nulla era  solito ripetere, secondo Svetonio, il verso omerico uno sia il capo, uno il re (Iliade,2,204).
Egli  gradualmente  minava il  prestigio senatorio costringendo i senatori ad indebitarsi con allestimenti di giochi  popolari e col fare le campagne elettorali, dopo che aveva ripristinato  le elezioni dei magistrati da parte dei comizi (che erano state abolite) in quanto  cardine dell ‘ordinamento politico repubblicano.
Era questa una strategia  attuata al fine di impoverire il ceto senatorio e rimpolparlo con uomini novi che potevano comprare sia il titolo equestre che quello senatorio, e che, provenendo dalle province, erano più malleabili, meno pretenziosi e  più fidati, certamente non infidi e non portati alla congiura, dati i rapporti di dipendenza  con il princeps.
In effetti Caligola avendo  un team giovane  di rilievo in questo periodo composto, oltre che dai famigliari Lepido e dalle tre sorelle, dai re Erode Agrippa  ed Antioco di Commagene,  tyrannodidascaloi / maestri di tirannia,(Dione Cassio,St. LIX,24,1), puntava anche su  uomini come Callisto,  Pallante, Protogene, Elicone, liberti della nonna Antonia di pieno affidamento  ed amministratori capaci, scaltriti da un lungo esercizio commerciale.
In questa fase Caligola obbligava chiunque ad avere coerenza  pratica  così da mantenere quanto detto o giurato, cosciente che lealtà  sia coincidenza tra il piano espressivo  e quello operativo: non per nulla  obbligò Afranio Potito ad uccidersi perché aveva promesso di sacrificare la vita se l’imperatore guariva e  Atanio Secondo a combattere nell’arena  per la promessa fatta per la sua guarigione.
E’ chiaro che Caligola  accentrando in sé non solo il potere ma distribuendo le cariche in modo  clientelare  aveva tolto la possibilità di reclutamento ai senatori di clientes  obbligando loro stessi ad essere suoi clientes con la salutatio: chi non osservava tale dovere e o chi non veniva ricambiato, praticamente era un uomo morto.
L’uso della salutatio diventava un vincolo sicuro di amicizia, che toglieva inoltre il rapporto tra le varie famiglie aristocratiche ora  in lotta per essere vicine al nuovo imperatore, anche se costrette ad un’azione servile, a riconoscersi inferiori rispetto all’autocrator.
Inoltre Caligola era un anomalista  cioè seguace di  un sistema  letterari- opposto a quello  analogista- , basato sul sublime , includente un modus vivendi  opposto a quello convenzionale e normale, come espressione istintuale, secondo norme di creatività e genialità (cfr  Pseudo-Longino, Peri Ypsous,8)
Caligola mostrava il sublime in sé , nelle sue costruzioni, nel suo vincere terra mare e cielo, nel suo essere unico rispetto a tutti gli altri: la salutatio  matutina da  forma aristocratica usata da ogni nobile famiglia per la tutela della clientela,  diveniva forma unica imperatoria,  che comportava omaggio dovuto al solo princeps ( che neppure riceveva , ma delegava i suoi rappresentanti per tale ufficio) patronus.
In effetti  Gaio riprendeva il sistema già adottato da  Tiberio e Seiano che avevano obbligato la nobiltà alla salutatio a contendersi questo favore del princeps, facendola rimanere per giorni in attesa.
La salutatio però comportava per Caligola l’esigenza di una dimora di una domus aurea  , che non aveva a Roma per accogliere  in modo magnifico  i tanti che si sarebbero presentati  a salutare l’autocrator.
Da qui la magnificenza  delle sue costruzioni in ville nei dintorni della città e in Campania, seguendo il modello di Tiberio, prima di stabilire la propria residenza, non essendo ancora certo di quella romana sul Palatino.
Sembrava che lui volesse  assoggettare la natura,  realizzare l’irrealizzabile,  in quanto tendeva  all’adrepebolon ( Peri ypsous,8)  Svetonio (Caligola,37,3)  vennero gettate dighe nel mare  tempestoso e profondo, furono tagliate rupi di selce durissima  elevate pianure all’altezza di montagne …livellate le cime più alte a forza di scavi e tutto ciò avveniva  con incredibile rapidità.
La singolarità della sua figura e delle sue azioni e dei suoi viaggi doveva essere rilevata  come quella della sua donna  e dei suoi amici, invidiata ed emulata  dagli aristocratici che, imitando, dovevano impoverirsi e quindi dovevano essere sostituiti da uomini novi provinciali.
Le sue navi avevano poppe ornate di gemme  e vele dai colori sgargianti,  in cui c’era un grande numero di terme, portici, sale da pranzo,  ma anche una immensa varietà di viti ed alberi da frutto . Con navi  di tal genere  navigava lungo le coste della Campania (Svetonio, Cal. 37,29),e le sue spese dovevano essere eccezionali, sia per i pranzi inimitabili per portate, qualità e quantità di cibi, anomali rispetto al sistema normale culinario, fuori cerimoniale, tanto da sbalordire la pur decadente aristocrazia che, per imitarlo, si indebitava  per un pranzo da offrire all’imperatore: Caligola faceva  servire pietanze  coperte di sfoglie d’oro, beveva perle preziose sciolte nell’aceto,  faceva banchetti di oltre 10 milioni di sesterzi , sperperava a volte in pranzi  le tasse di tre province,  faceva indossare gioielli alla  moglie (Lollia Paolina) di 40.000.000 di sesterzi.
Nei primi mesi Caligola sperperò circa 2.000.700.000 sesterzi (Svetonio, Caligola,37) l’eredità di Tiberio e 90.000.000 del suo stesso patrimonio: per queste ingenti spese l’imperatore  aveva accanto a sé molti trapezitai alessandrini, dipendenti propri dell’alabarca di Egitto, che era  l’amministratore dei beni della nonna (Flavio Ant. Giud.XIX,276.) amico di vecchia data di Claudio, probabilmente cittadino romano, come poi suo figlio Tiberio Alessandro.
Chiaramente Caligola così vivendo nel lusso più smodato  costringeva l’aristocrazia all’imitazione e quindi alla rovina allorché era incaricata di allestire una cena per il principe: ci volevano vari argentarii per finanziare  una tale impresa: nessun senatore ,che aveva un patrimonio minimo , quaranta volte minore della parure di Paolina , poteva competere con la forma imperiale a cui, comunque, doveva attenersi, se voleva invitare l’imperatore.
Se da una parte il suo comportamento anomalista lo distaccava dal senato, l’ amore per le corse  di cavalli per i combattimenti e per le rappresentazioni teatrali, essendo un  comune ideale per la gioventù e per la plebe, che sempre di più lo seguivano (anche perché era cancellata  l’etichetta e quindi più facile l’incontro e il suo rapporto) lo avvicinava al suo popolo …
Filone  che  non parla di questo  cambiamento a Roma, da cui venivano echi secondo la lettura  critica sacerdotale dei giudei delle sinagoghe romane, ostili a tale sconvolgenti ed innaturali atti, vede solo la trasformazione che avviene in Alessandria nel comportamento del governatore e nel nuovo rapporto stabilitosi tra il prefetto e i caporioni popolari.
Egli afferma che improvvisamente c’è una cambiamento di direzione amministrativa in quanto Flacco, da retto governatore diventa inetto e insicuro e per di più risulta  un fantoccio dominato dai due  alessandrini, popolari, che, essendo espressione della massa popolare,  gli   impongono  di procedere in senso antigiudaico (Flac. ,41)…
A dire il vero il prefetto si serve dei  caporioni e finge di essere da loro dominato: egli infatti fa ordinare ad Isidoro perfino una protesta con accuse contro di lui dal ceto più umile della città.
Insomma il piano antiebraico veniva realizzato, ma il prefetto  doveva rimanere esente da colpe: i colpevoli erano già pronti.
Filone  sembra invece credere a questo rovesciamento teatrale , proprio della peripeteia tragica,  e  nella descrizione di questi tre personaggi   mostra come sia stato  modificato il carattere del governatore rilevando la sua paura e la sua depressione.
Filone indulge al tragico, non è  storico; Filone dà una verità letta dall’angolazione giudaica nobiliare, doppiochista, abile a tenere la posizione ambigua, pronta per la scelta più redditizia.
I  mestatori alessandrini , comunque,   sono collegati con altri elementi  attivi alla corte di Caligola, probabilmente  Elicone,  una specie di ciambellano factotum sempre presente in ogni momento della vita quotidiana del sovrano (Legatio,166-178) ed inizialmente anche  col governatore.
Questi capirono che  era imminente una persecuzione contro gli ebrei e che si riprendeva la persecuzione secondo le linee già indicate da Seiano e  fecero piani in relazione all’azione permissiva  di Gaio nei confronti di servi, che facevano delazione contro i padroni. (Flavio, Ant. giud. XIX,1-3): l’azione contro tutto il popolo giudaico sta per iniziare  (sumpan.. to ethnos Filone, In Flaccum,1) e Flacco coordina il suo operato parziale (merei  Ibidem) contro i giudei alessandrini, esteso  anche a quei luoghi dove può arrivare la sua auctoritas.
Perciò  Avillio Flacco , coinvolto,  da buon governatore tiberiano divenne spietato  aguzzino degli ebrei, per mostrarsi zelante nella  accettazione della neoteropoiia caligoliana  per farsi perdonare le colpe avute  contro la famiglia giulia, l’appartenenza al partito filoclaudio, appoggiando  all’improvviso il partito popolare e militare alessandrino e i suoi caporioni che promettevano di assisterlo con tutto il popolo e  il senato cittadino in caso di  denunce contro la sua persona.
La condizione di sudditanza di Flacco é spiegabile  anche perché  Caligola, divorziato da Orestilla,  dopo la morte della sorella, sua amante,   dopo il viaggio in Sicilia, e la costruzione del porto di Reggio  come scalo intermedio tra Alessandria e Roma delle merci di grano,  inizia a colpire i consolari accusati di tradimento (Dione Cassio, St., LIX,11)
Insomma gli alessandrini avevano saputo della volontà di Gaio  di cambiare totalmente politica interna ed estera, specie dopo il nuovo  matrimonio  con Lollia Paolina (Dione Cassio, St.,LIX,12,1) , momento in cui  vengono esautorate implicitamente le sorelle, Agrippina e Livilla, poi esiliate, determinando un altro cambio di team, in cui rimanevano solo i liberti.
La  nuova situazione romana era ben  conosciuta  ad Alessandria, da parte greca e da parte greco-giudaica,  come anche la politica estera: i piani di Caligola di fare una doppia spedizione (una germanica ed una partica) dovevano servire  per avere una gloria militare  per debellare il potente consesso senatorio e liberarsene del tutto.
Quella germanica già era nell’aria alla fine del 38 e quella partica era stata  anticipata dalla elezione di  Erode Agrippa a re di Iturea e regioni limitrofe, di  Antioco  a re di Commagene e dei figli  di Coti      (Ibidem,12,2) a re di Ponto e  di Tracia ,  dopo che Vitellio aveva ripristinato l’ordine in Siria ed al suo posto era stato inviato Petronio Turpiliano ( Flavio ,Guer. giud. II,10, 1-5;Ant. giud.XVIII,262 ss  Filone Leg.207-260): bisognava estirpare i collegamenti che c’erano  tra lo zelotismo palestinese e quello partico, limitare il potere finanziario ed economico dei giudei ellenisti della diaspora, al cui centro era il giudaismo alessandrino, riprendendo la politica seianea antigiudaica.
Inoltre era ventilata anche l’idea di un suo abbandono di Roma e di un viaggio che poteva essere definitivo  in quanto si diceva che aveva intenzione di guidare il mondo da Alessandria, riprendendo il disegno di Cesare e quello del suo bisnonno Antonio, accarezzato anche da suo padre Germanico, sempre però dopo l’impresa germanica.
L’azione di  ripristino della  giustizia in Alessandria, quindi,  non aveva gran valore per Caligola  per il quale solo contava  l’allineamento alla sua politica interna ed estera.
Questo  cercarono di far capire al governatore  Lampone ed Isidoro: il vecchio sistema era finito, tutto era cambiato ed un nuovo ciclo iniziava.
Da qui  il via libera al popolo di Alessandria che può attaccare quei giudei della medio bassa borghesia, non ellenizzati, che abitavano in due quartieri della città: l’assalto fu su questa parte della città integralmente giudaica, non su quella parte degli altri tre quartieri dove i giudei vivevano misti ai greci.
Filone parla del sequestro di 400 case (Flac.94) e di  ammassamento della popolazione giudaica in una zona ristretta di un  quartiere  e quindi tratta della strage fatta su una parte della popolazione giudaica e su una parte del sinedrio (38 membri) e specificamente di tre membri sinedriali,  di cui fa i nomi.
Filone descrive la tragica sofferenza giudaica rilevando tre fasi di progressiva ostilità  nel comportamento antipopolare giudaico del governatore:  la prima in cui si  facevano trapelare le sue intenzioni ostili  velatamente  nel corso dei processi, nel rifiutare colloqui con i giudei , nell’accogliere solo formalmente Giulio Erode Agrippa  re e famigliare di Gaio, facendo finta di  ignorare le beffe fatte  al suo indirizzo   e la parodia del suo incoronamento e del suo rango pretorio;
la seconda fase  come profanazione delle sinagoghe con l’installazione della statua di Panthea Drusilla probabilmente e non di Gaio, non ancora deificato,   trascurando la possibile reazione dei giudei non solo di Alessandria e di  Egitto (un milione ) ma di tutta la diaspora (1’500000) e delle ripercussioni negative in ogni città, dove la popolazione giudaica era diffusa;  la terza fase come  abolizione della posizione giuridica tramite l‘atimia  per cui i giudei divennero  stranieri (csenoi) ed estranei al paese ( epelydes Flacc. 53-54) per cui i greci potevano darsi al saccheggio  anche delle case, rovinare il florido commercio ebraico,   abolire quindi  la costituzione augustea  imprigionando  membri del sinedrio, facendo stragi, crocifissioni torture, dopo aver ghettizzata la popolazione giudaica in un settore di un solo quartiere e il più piccolo.
Ma una parte del giudaismo la più numerosa è salva: il prefetto  si serve di essa che è tra i notabili della città in quanto è pars ellenizzata  aristocratica  sacerdotale, oniade, di cui fa parte Filone,la sua  famiglia  quella di suo fratello  Alessandro, quella di tutti i discendenti di Onia IV ( come  i discendenti della  famiglia di Boetho  suocero di Erode il grande) che formano l’élite di Alessandria, costituita da uomini dell’alta finanza (trapezitai), da capitalisti                 (poristai), da armatori (naukleroi) e da  grandi commercianti (emporoi), dominatori dei due porti alessandrini, ben collegati con gli argentarii romani, congiunti perfino con Antonia minor, la nonna di Caligola.
Anche questi avevano i loro informatori che facevano conoscere la situazione romana e la politica internazionale caligoliana: Filone quindi conosceva quello che conoscevano i caporioni e lo stesso Flacco, ma Filone in In Flaccum fa l’apologia del giudaismo e dice quello può dire,   marcando tutta la sofferenza giudaica: la sua ambasceria  a Gaio consisteva infatti nel racconto di ciò che aveva sofferto l’ebraismo (a epàthomen) e nella dimostrazione della legittimità  dei diritti giudaici (dìkaia).
E tra questi diritti egli  ricorda che Flacco lese  quello sinedriale,  quello di fustigazione  e quello della sospensione delle pene al momento della celebrazione del compleanno di Caligola, il 31 agosto.
Prima di quella festa, Flacco ordinò  ai soldati facendo quindi un’operazione militare, non più solo popolare, la perquisizione delle case giudaiche nei quartieri  per ricercare le armi che non erano state trovate ma che  erano state trovate precedentemente tra gli egizi e tra i giudei egizi, quelli delle case sequestrate.
Filone ci tiene a precisare sulla illegittimità delle azioni di Flacco  e precisa che  il Sinedrio era stato istituito da Magio Massimo (Flac,74) quando era governatore per la seconda volta,  su ordine di Augusto che riconosceva i diritti già accordati dai Lagidi.  Magio dopo che era stato governatore tra il 3 e 10 d.c. fu di nuovo governatore dopo Aquila (Ant. giud, XIX,283), che aveva governato l’Egitto dal 10 al 12 e  perciò Augusto  autorizzò formalmente il funzionamento del  sinedrio nel 13 ,  confermando la  carica del genarca-etnarca, probabilmente quella del  padre di Filone,  nelle sue funzioni amministrativo-giudiziarie e religiose,  poi riconfermato  da Gaio Galerio (Seneca, ad Helviam matrem, 19,4-6)  che governò per 16 anni.
Dalla lettera di Aristea (oggi riconosciuta come opera del II secolo  av.C.(310)  da Antichità giudaiche  (XII,108 e XIV, 117 in cui si riporta un passo di Strabone  che parla delle funzioni amministrative giudiziarie ed archivistiche, propria dell’alabarca)  si evince che gli oniadi avevano  anche una funzione religiosa, data la carica sommo-sacerdotale  del primogenito della  stirpe degli oniadi, celebrante nel tempio di Leontopoli.
Inoltre  Filone precisa che la fustigazione in uso era di due tipi : quella della flagellazione degli egizi, fatta con frusta particolare e da esecutori diversi e quella degli alessandrini sia greci che giudaici con spate e fatta da agenti di polizia  alessandrini  (spatafori) in quanto cittadini liberi.
Filone inoltre precisa che  era norma  per un  governatore  durante il genetliaco di un  elemento della domus augusta  non punire alcun condannato ma dedicarsi solo alla festa; Flacco, invece, oltre a punire chi non era colpevole, punì anche durante la festa, anzi ne fece uno spettacolo di festa, senza rispettare la santità del genetliaco.
Infatti  dall’alba per tre o quattro ore della mattinata  senza concedere l’ammistia di un giorno, senza far togliere i morti dalla croce,  organizzò la festa facendo  appendere altri  vivi  dopo averli fatti flagellare in pieno teatro e torturati col fuoco e col ferro davanti a  spettatori , che godevano  dapprima della vista di giudei fustigati, impiccati,  messi alla ruota,  brutalmente sfigurati  e portati alla morte, passando attraverso l’orchestra e poi dell’esibizione di danzatori, mimi flautisti  e di attori teatrali in genere.
Filone però parla solo di  ebrei che vivevano nei due quartieri separati, che dovevano essere filopalestinesi e collegati con parenti  della  Giudea: su questi  e sulle loro case si  sorvola e solo  in occasione delle perquisizione delle case dei nobili, non toccati dalla atimia si parla della  ricerca di presenza di armi  nelle case, dove non potevano essere, data la loro filoromanità.
L‘atimia, dunque, toccò solo i giudei che avevano diritto ad una cittadinanza di semplice alessandrino,quei  giudei, cioè, che vivevano da tempo in Alessandria  con diritti di  residenza  propria degli egizi alessandrini, non greci.
Nessun governatore poteva azzardarsi a toccare l’aristocrazia giudaica alessandrina ellenizzata, iscritta perfino nelle tribù e nei demi cittadini,da decenni: l’atimia, perciò,  colpisce solo i giudei alessandrini non ellenizzati indiziati e perseguiti anche per il sospetto di tenere le armi nascoste  e di essere  collegati  con lo zelotismo palestinese.
L’ intervento finale  di Flacco, infatti, fu militare  e questa volta sulla pars aristocratica, sulle abitazioni non sequestrate: i militari di Casto cercavano armi che non furono trovate ma poi come suole accadere  quando ci sono di mezzo i soldati, ci andarono di mezzo le donne non solo quelle giudee ma anche altre donne di altra etnia  che portate nell’agorà, furono distinte dando loro da mangiare carne di maiale e punite quelle che non la mangiavano.
Da Filone, che pur legge con animo di parte, ci vengono date indicazioni sul modo di procedere di Flacco e dei capi popolari alessandrini che avevano promesso al governatore di salvarlo dalla inimicizia di Gaio.
Il cambiamento, dunque, di Flacco  appare  netto: non è più un giudice imparziale ma  un giudice dispotico, caligoliano, che condanna senza processo, assumendo  contemporaneamente le vesti di accusatore, di nemico, di testimone, di giudice, di esecutore della condanna.
I  tre capi popolari sembrano  condizionare Flacco,  visto ormai  governatore  degradato,  non più padrone del campo; essi appaiono come i manovratori della situazione   mentre   Alessandria appare   città non più governata, in preda a stragi  di cittadini; questa Alessandria doveva essere  per Filone la patrona del suo governatore!.
Filone  bolla Dionisio come demagogo,  Lampone come scribacchino e ladro, Isidoro come  intrigante arruffapopolo, ed, insieme, li considera  un branco di malfattori.
La descrizione dei  responsabili dei mali giudaici è tipica della narrazione satirica giudaica  ora smodata,  nonostante i tentativi di compostezza e di  misura, propri di uno che vuole essere spoudaios , asteios. kosmios, ma è incapace di contenere la propria eccitazione e il proprio disgusto, di fronte a tanta barbarie.
Lampone è ben delineato , caratterizzato nella sua personalità di scriba corrotto  che probabilmente scoperto in seguito  come cancelliere, era stato   accusato da Flacco stesso  di frode contro lo stato che era un crimen maiestatis in quanto perpetrato contro i beni e la persona dell’imperatore  poiché l’Egitto era un bene familiare imperiale.
Nel processo di due anni  Lampone si era trovato a mal partito dovendo pagare  gli avvocati e perciò aveva denunciato, in momenti in cui la causa era a suo favore, che lui era stato rovinato nel suo patrimonio dal fatto di essere stato costretto ad assumere  la funzione di Gimnasiarca,  che comportava molte spese per rifare i ginnasi, ricostruire le palestre pagare i gumnastai e i tanti operai che svolgevano lavori  di manutenzione, in una giustificazione della sua tirchieria o a dimostrazione della sua non floridezza finanziaria.  Egli adduceva  come pretesto che non  possedeva averi sufficienti  per svolgere quel compito che richiedeva tante spese, eppure,prima del processo,  aveva sempre manifestato  di essere molto facoltoso  anche se nella dokimasia (nella verifica dei beni che si faceva  prima che qualcuno svolgesse una funzione statale), era risultato non ricchissimo, ma che si era arricchito con azioni illegali.
Egli come grammatokuphoon, scriba, a contatto diretto con i governatori  durante i processi registrava  le accuse  e, come avente tale funzione, le presentava. Egli aveva così l’opportunità di cassare  le cose dette o di ometterle  a suo piacere,  non inserendo termini e, se possibile,  cambiare le lettere  su e giù per il testo,  facendo operazioni di trasformazione, di cambiamento , rovesciamento, correzione e   in relazione a quanto fatto, si faceva pagare  per lettera o per apice, adulterata.
Per questo il popolo  lo chiamava calamosfactes (colui che uccide con la penna) in quanto uccideva  moltissimi  con le lettere che scriveva , rendendo così i vivi più disgraziati dei morti.
Infatti quelli che potevano vincere e godersela, a causa sua, invece, subivano la sconfitta e la povertà,  poiché i loro avversari pagavano lui  che capovolgeva la situazione,  dando i beni altrui a buon mercato.
Ciò era possibile perché i governatori  non potevano ricordare quanto scritto, data la mole delle pratiche sbrigate  in una provincia così grande  dove le cause si accatastavano le une sulle altre, e considerata la varia natura causidica  e il computo dei tributi e delle rendite, il cui esame richiedeva più di un anno. Lampone così sfruttava la lungaggine delle procedure e la dimenticanza dei giudici e scriveva tra i vinti  coloro che dovevano vincere e  faceva risultare quelli che dovevano perdere tra i vincitori, dopo aver preso somme di denaro.
Isidoro è anche lui ben tratteggiato nella sua funzione di agitatore di masse e di sindacalista  sempre pronto a favorire e a parteggiare o per le masse, specie greche o, ma anche per quelle egizie e delle minoranze  etniche  residenti ed avventizie.
Egli non era un funzionario effettivo, ma era anche lui un uomo dell’entourage del prefetto o meglio individuo utile  al suo  servizio, senza carica ufficiale.
Egli era per natura malvagio e facinoroso, molto abile a  creare tumulti e rivoluzioni, se non c’erano, e a fomentarli e ingigantirli, una volta scoppiati.
Egli amava circondarsi di una moltitudine disordinata e confusa  in cui convivevano elementi vari di origine servile  organizzati secondo la simmoria.
Era questa una organizzazione tipicamente ateniese,  poi divenuta tipica di ogni città del Mediterraneo di tutte le città greche  dell’impero romano, compresa Alessandria.
Ad Atene si soleva formare gruppi di 1200 uomini,  suddivisi in corpuscoli di 20 membri (due ogni tribù)  di 60 uomini ognuno. Ad Alessandria, dove la popolazione era molto eterogenea,  forse il numero era doppio o triplo, a seconda  delle classi.
Forse Filone propende per un numero di 2400 unità  ( anche se non si può scartare un numero  di molto superiore  a quello delle  simmorie ateniesi  (Flac. 143 ).
In effetti si formavano squadre di migades  (misti  greco-egizi, o di varia etnia)  e di sugkludes (plebei di norma egizi) oltre forse a greci puri, sempre pronti agli ordini di Isidoro.
Questi gruppi, comunque, erano dominati da  Isidoro che li gestiva  manovrando l’associazione come voleva, subordinandola a volte anche ai piani del prefetto.
Egli aveva questa opportunità in quanto la città era piena di  thiasoi , che  lui controllava in ogni senso.
Il thiasos  in epoca ellenistica era  una comunità, tipo le nostre confraternite, di fedeli di uno stesso dio,di norma Dioniso,  che celebravano  con danze, sacrifici, processioni e riti.

Siccome si riunivano periodicamente  in sinodi (concili, assemblee , club)  che formavano anche una corporazione e che stabiliva  i riti da farsi, le cerimonie, le feste, le date   e siccome   ogni cerimonia si concludeva con  banchetti, in cui  non c’era niente di buono, per un ebreo, ma solo vino schietto,  dove c’erano ubriachi, insolenti e violenti, i thiasoi venivano visti negativamente dai giudei,  anche se erano  occasione di integrazione sociale e di comunicazione, seppure con qualche violenza.
L’angolazione di Filone è quella di  De Vita contemplativa (75  ss) dove vengono comparati questi thiasoi  ( sinodoi e  clinai)  dei greci ed egizi con la  sinagoga greca e con cena giudaica.
In queste riunioni e banchetti  Isidoro era  il capo, salutato con vari nomi  (sumposiarckhos, klinarches, taracsipolis) ed era obbedito da tutti  quelli che facevano quanto egli ordinasse.
Isidoro era personaggio compromesso con il governatore, che aveva organizzato perfino le accuse allo stesso Flacco da parte degli spalmatori degli atleti e degli addetti alle pulizie  probabilmente in combutta con Lampone.
Isidoro, che inizialmente era in una qualche considerazione, vistosi non più stimato, si era messo in contrapposizione .
Perciò assoldò  uomini che ungevano gli atleti e che facevano  i banditori  e li convocò al ginnasio, avuta l’autorizzazione di Lampone, facendo riferimento ad Elicone, fece accusare variamente il governatore.
Mi sembra che questa  operazione sia gestita dagli agitatori popolari  ma in effetti  sia concordata col prefetto, che così viene  discolpato pubblicamente dell’eccidio giudaico: certamente il prefetto garantisce loro l’incolumità in qualche modo e li paga per l’ulteriore servizio.
Flacco, però, forse non sapeva che questi erano al soldo di altri, come Elicone  e Pallante (Dione Cassio, St.,LX,30,6b), che sapevano che la sorte di Flacco ormai era segnata.
Il governatore, allora, saputo che la città era sdegnata e che mal sopportava che il nome di Alessandria fosse disonorato, convocò i magistrati cittadini e tutto il popolo.
Vennero i capi (tra questi l’élite giudaica) ed anche tutta la cittadinanza greca, meno quella che doveva essere inquisita  per i tafferugli, i latrocini , le distruzioni, le stragi giudaiche.
Flacco fece disporre su tribune tutti i  provocatori e quelli che avevano fatto la protesta contro di lui in modo che fossero ben visti,
Interrogati davanti a tutti; ed essii confessarono che l’autore di ogni cosa era stato Isidoro, che li aveva assoldati.
Dopo che Isidoro fu riconosciuto colpevole  si discusse sulle proposte fatte contro di lui   o di privazione dei diritti civili o di esilio o di morte: all’unanimità Isidoro fu condannato a morte.
Egli però si sottrasse all’arresto con la fuga e Flacco lo lasciò andare convinto che così non ci sarebbero stati in città  lotte e  sedizioni.
Quando Flacco, poi, viene arrestato e portato a Roma davanti all’imperatore,  ha come accusatori proprio Lampone ed Isidoro: le loro accuse erano ininfluenti alla già premeditata condanna  che Caligola aveva inflitto  al suo nemico, delatore della sua famiglia.
Filone può allora di nuovo vedere il disegno divino rilevando la nuova peripeteia: due sudditi accusatori del loro prefetto,  due servi contro il padrone.
Lo scrittore giudeo è veramente un interprete, un ermeneuta  che legge sempre oltre la lettera e vede come in Dio tutto si armonizzi e che il piano provvidenziale si compie inesorabilmente.
L’eccidio di Alessandria,  voluto da Flacco, che aveva sfruttato i caporioni greco- alessandrini, divulgato dalla fama portata dai marinai e dai trapezitai, dalle navi alessandrine, accese un incendio in tutto il Mediterraneo, sia in Occidente che in Oriente.
Isidoro era stato l’untorello manovrato dal governatore che   credendo di salvarsi facendo la volontà di Caligola, anticipatamente, e dando all’opinione pubblica il capro espiatorio, sperava in una totale assoluzione per i servizi allo stato.
I giudei, oltre alle perdite umane,  erano rovinati nelle attività finanziarie e bancarie  e nel commercio; la loro secolare  tendenza   ad isolarsi e separarsi non era bastata ad Alessandria a quella pars giudaica, zelante di fede.
I giudei della medio-bassa borghesia cittadina  pagarono  anche per quei fratelli  che  erano invidiati, data la  loro immensa ricchezza, dai greci  alessandrini,  che volevano equiparare i loro diritti e le loro forze con l’etnia giudaica predominante in Alessandria, inattaccabile perché ellenizzata, romanizzata, probabilmente spregiudicata ed  atea come i sadducei.
I giudei credenti e zelanti di fede, non potendo partecipare alla vita delle sette dionisiache, orgiastiche,  per espressa proibizione della legge,  guardavano con sospetto  e con apprensione ogni riunione e  festa,  da cui  normalmente derivavano guai per loro che necessariamente erano guardinghi e sempre in uno stato di allerta.
Nel 38  d.C. troppe forze concorrevano al loro male, non solo un governatore indiziato o in procinto di essere accusato  dall’imperatore stesso.
Inoltre  nel periodo seianeo (dal  23 d.C. al 18 ottobre 31 d.C. )  essi erano memori delle persecuzioni  subite sotto Vitrasio Pollione, che aveva vietato di riunirsi in sinagoga e di fare proselitismo  e proibito di santificare il sabato  (Filone, de Somniis, II,123 ss).
Perciò essendo permesse le riunioni alle altre etnie e vietate le loro, i giudei  giudicavano moralisticamente le loro  riunioni sante  e quelle degli altri empie: una scarsa  soddisfazione!
Al di là dell’impostazione moralistica filoniana,  nell’ estate  38  (dalla morte di Drusilla alla festa delle sukkoth, inizio dell’autunno)  Flacco e i tre caporioni  determinarono la strage dei giudei, propagandando nel mondo romano l’antisemitismo e creando focolai di disordini e lotte cittadine in ogni città dell’impero, che perdureranno anche con maggiore consistenza per tutto il regno di Caligola e che avrebbero  dovuto avere come soluzione definitiva  o l’eccidio o la deportazione di tutti i giudei di Palestina.
Per me c’è sotto  questi avvenimenti alessandrini qualcosa altro, un evento che  si era verificato sotto Pilato e che aveva prodotto uno scompenso in tutto il mondo della diaspora: un giudeo prima di tutto  ha come patria Gerusalemme e poi la  città in cui è nato e vive, guarda e segue quanto avviene nella Città santa.
La sconfitta dei nazirei e  la crocifissione del loro capo  avevano diffuso in tutto l’ecumene  l’odio contro Roma anche dopo la pacificazione e l’elezione di Giulio Erode Agrippa a re.
Alessandria, la città con maggior numero di Giudei, con due diverse situazioni giuridiche  è la prima a pagare, nonostante il formale atto di ossequio  e nonostante la filoromanità della classe dirigente alessandrina giudaica.
La morte di Caligola e l’avvento al trono di Claudio riporteranno la  concordia nel mondo romano e il ripristino dello statuto augusteo in Alessandria dopo il decreto imperiale all’inizio del nuovo principato, conosciuto come lettera di Claudio agli alessandrini (Ant. Giud., XIX,278-291, Pap. Lond. 1912, in CPG- corpus papirorum iudaicorum-pubblicato da V.A Tcherikover, Arvad University Press I.1937).
Se si legge attentamente la lettera di Claudio agli alessandrini si capirà  che Claudio  vuole chiudere gli occhi sui responsabili ed invita gli alessandrini nella loro totalità, greci, egizi ed ebrei (ortodossi e scismatici, di costituzione giudaico-egizia e  greco-giudaica) alla omonoia (concordia)  come se inviasse un monito ai greci alessandrini  al fine di far loro rispettare la tradizione ebraica  secondo il decreto di Augusto da lui confermato .In effetti, egli, pur riconfermando lo status giudaico precedente, dopo aver valutato i  fatti e deciso in modo inappellabile  il suo verdetto sulle due  parti contendenti  da lui ascoltate,restringe  e limita il decreto augusteo.
Infatti Claudio  impone agli ebrei  un  divieto, quello di ellenizein ( di ellenizzarsi, cioè di diventare greci,di frequentare il ginnasio, di  partecipare agli agoni  presieduti dai gimnasiarchi) in quanto già godono di un loro politeuma e non devono andare oltre i loro diritti , che sono eccessivi, in quanto vivono in una città  altrui (en allotria polei)
Infine  Claudio impone, temendo che in Alessandria aumenti la popolazione giudaica,  che finisca l’ immigrazione  proveniente dalla Palestina o da altre parti di Egitto.
La conclusione è minacciosa: se gli ebrei  non faranno così , li perseguiterò con ogni mezzo  come propagatori di una malattia comune a tutto il mondo abitato
Così ordina Claudio, amico e fratello di latte di Giulio Erode Agrippa, suo patrono ed elettore nei giorni successivi alla morte di Caligola,  amico dell’alabarca Alessandro, sommo sacerdote scismatico di Leontopoli,  fidato procuratore dei suoi beni e di quelli di  sua madre, forse il capo trapezita di Pallante, suo ministro….

 

Pazzesco di Luca Mastrantonio

Una lingua pazzesca!

Pazzesco Dizionario ragionato  dell’italiano esagerato

Pressato da amici, mi sono sorbito, alla Palazzina Azzurra, come digestivo, per quasi un’ora, la presentazione di Pazzesco, un saggio linguistico- letterario, di Luca Mastrantonio  e poi la premiazione dell’editor Jacopo De Michelis, insieme  ad uno sparuto  gruppo di uditori, disattenti.

Continua la lettura di Pazzesco di Luca Mastrantonio

Paradosis ed endeicsis

a Paradosis ( consegna) e  l’endeicsis (denuncia)  di Gesù Cristo

Dalle notizie evangeliche risulta che Gesù vive una vita misteriosa e nascosta fino a trenta anni e che, poi, si rivela facendo uno o più viaggi a Gerusalemme, dove, dopo denuncia e consegna ad opera del clero giudaico all’autorità romana, viene ucciso.
Viene celata (sembra) la regalità, una notizia, volutamente nascosta, sulla vita di Gesù, una figura di uomo, che non è descritta in modo completo, in quanto coloro che scrivono in epoca flavia, a distanza di oltre quaranta anni, hanno  interesse solo a rendere saldo un culto e riti, già consolidati dalla pratica, e lasciano senza luce storica i fatti riguardanti  il fondatore, che assume valore maggiore, proprio dall’ambiguità, dall’equivoco, dal muthos.
Comunque, gli scrittori lasciano dei segni storici palesi perché non possono tralasciare due elementi della storia, che erano rimasti impressi nella collettività giudaica sia aramaica che ellenistica: il crimen contro l’impero romano del Messia  e  la paradosis  con l’endeicsis all’autorità romana,  da parte dei capi di Gerusalemme.
Nostro intento è quello di far emergere la regalità, da una parte,  mediante queste due verità celate, esaminate come risultanze evangeliche storiche e, da un’altra, rilevare  l’impostazione dei vangeli canonici, all’ atto della scrittura, con il Kerugma  con la predicazione della morte e resurrezione, congiunta con la giustizia del governo romano e con la perfidia giudaica: noi siamo interessati solo dalla falsificazione dei termini, non da scrupolo religioso.
Noi cerchiamo di studiare i termini, che hanno diverso valore nell’epoca dei fatti, rispetto  a quella dell’epoca di scrittura evangelica: insomma diciamo che c’è stata falsificazione, pur se si lascia intatto (o quasi) il segno linguistico come significante,  che, però, è stato rivestito con referenze nuove, attuali, di un significato aggiuntivo, tipico di un altro tempo,  rispetto a quello storico di accadimento.
Essendo caduti gli ideali del precedente periodo, cambiati i valori di un malkuth (regno), conclusosi tragicamente, divenuto esemplare e per aramaici e per ellenisti, a seconda delle diverse letture interpretative, la missione stessa  degli apostoloi (inviati), che ebbero il mandato di seguitare il compito, fu cambiata: non più la predicazione del messaggio di un  prossimo regno, ormai impossibile ed irrealizzabile, ma  di un‘attesa escatologica ed apocalittica di un regno messianico, predicato da un Gesù–dio, divenuto redentore del mondo e modello di humanitas.
Su questa base, secondo la lettura paolina, i  discepoli degli apostoloi distaccarono  la sostanza del pensiero dalla storia e dalla vicenda reale e  predicarono la morte e la resurrezione del Christòs  insomma,passarono dal piano militare, ormai finito,  al piano spirituale e morale,  trasformando lo zelotismo in pratica religiosa con il Kerugma, separandosi dal giudaismo aramaico e perfino da quello  ellenistico, occidentalizzandosi e romanizzandosi.
Questo è  un processo lungo, che dura dall’ epoca flavia a quella antonina, mentre infuria ancora la lotta contro la romanitas  in senso aramaico, che condurrà, dopo altre peripezie, dolorose,  alla Galuth (all’esilio, alla cacciata, all’espulsione dall’ impero), dopo la fine, tragica anch’ essa,  dell’impresa di Simone Bar Kokba (134-36) .
Il vangelo di Marco comporta una volontà di segretare fatti palesi, il preciso skopos  di essere contraddittorio nel proclamare lo scandalo della  croce con la rivelazione del Christòs, nel fare la volontà di Dio,  che esige adesione di fede  e sottomissione al mistero,  sulla base del modello di Jesous  Christos Kurios , re unto, ma vissuto, per suo volere,  nel nascondimento, in modo umile, considerato come un romanizzato, trinome, espressione del nomos empsuchos (Legge vivente), legge scritta e non scritta.
Il pensiero di Marco, autore popolare, levita, piccolo sacerdotale, di cultura aramaica,  immaginoso,  puerile, dal linguaggio elementare e dalla forma paratattica, propria di un non ellenizzato (o di uno appena alfabetizzato, che ha appreso i primi rudimenti della koiné), dissociato culturalmente e dai  giudei ellenisti e dagli aramaici puri, è semplice: proclamare il Christos  ucciso dai suoi stessi connazionali,  secondo il dettato  paolino ( la morte e resurrezione del Signore  e lo scandalo della Croce).
La semplicità di Marco ha, però, efficacia  per l’immediatezza del racconto, per la stupefatta  partecipazione, per l’adesione ai miracoli e alla divinizzazione del Christos ed attira il lettore  proprio perché riduce tutto a narrazione apparente, senza meditazioni e senza polemiche: l’evangelista  è parabolicamente entusiastico, fedele, miticamente persuaso di avere la verità esemplata più nelle azioni, che diventano  agrafa, parole non scritte, nuovo nomos, quasi un altro codice  rispetto al nomos mosaico,  un sistema paradossale  teorico-pratico cristiano, da dare ai fedeli pagani e giudeo-cristiani, romani ed occidentali (modellato paradigmaticamente sul bios, mitico, di Abramo di Filone), basato sull’ esempio vivente di Jesous.
Noi propendiamo nella individuazione dell’evangelista Marco per quel Giovanni Marco  (Atti degli Apostoli, 12,12-25; 15,37), chiamato anche Giovanni (Ibidem,13,5-13) o Marco (15,39), conosciuto anche perché collaboratore di Paolo, da cui si separò (Ibidem, 15,36-39)  per qualche tempo, per, poi, esserne di nuovo compagno a Roma ( Paolo, Col.,4,10; Filemone,24,9  e 2 Tim. 4,11) e come discepolo di Pietro, da cui è trattato familiarmente , e filiarmente  (I Pietro, 5,13) .
Siamo  d’accordo con la tradizione di Eusebio, che, riprendendo Papia, vescovo di Ierapoli,  (Storia Eccl.,III,39,15)   dice che  fu interprete di Pietro e che scrisse con esattezza, ma senza ordine,  tutto ciò che ricordava  delle parole e delle azioni  del Signore.
Egli, secondo la testimonianza di Papia, non ci  ingannò  scrivendo  quanto ricordava  in relazione alla lezione  di Pietro, che insegnava, adattandosi  ai vari bisogni degli uditori,  e non si curava  di dare una composizione ordinata delle parole del signore (logia) .
Anche Ireneo  (Adversus Haereses, III.1,1)  e  Tertulliano (Adversus Marcionem, 4,5) e  Clemente Alessandrino (Strom., 1) riportano che  Marco scrisse come discepolo di Pietro.
Perciò Marco  sottende, da una parte, il pensiero petrino attualizzante, e da un’altra, quello paolino  presentandosi come genuino e popolare nell’ inizio di ogni periodo  con  Kai euthus ( e subito) , scrivendo per latini  a cui spiega il greco (non per nulla ci sono latinismi 12,42: la vedova gettò due lepta o estin ekodràntes/quadrante; e i soldati  condussero Gesù nel cortile; eso tes aules, o estin praitorion/pretorio 15,16) o servendosi dell’aramaico, sua lingua naturale , dopo averlo tradotto in greco. Il gar di Marco – con cui si chiude il suo testo inconcluso–  ripetuto, stucchevolmente , secondo il parlato aramaico asindetico, deittico e ripetitivo, palese nei Talmudim,  non solo ha valore di spiegazione dei fatti e dei detti al posto  di una congiunzione dichiarativa, ma ha funzione di rendere l’affermazione personale conclusiva e sentenziale.
Yohanan  Marco, se è lui lo scrittore del tipo di  Shimon Pietro, Shaul Paolo,  Levi Matteo, Iosip Flavio, uomini di cultura mista, la cui convinzione apparentemente semplicistica è meditata  ed è data in relazione all’utenza, si avvale,comunque,  del contributo di uomini di mestiere, di grammatici e retori, scaltriti nell’ uso dei termini e quindi di un’area  letteraria flavia, connessa con quella dello storico (cfr Angelo Filipponi , Commento al I libro di Antichità Giudaiche, angelofilipponi.com).
Inoltre, Marco, forse,  è  il kolobodaktulos, cioè il  levita e sacerdote del tempio, che non volle servire e perciò si mutilò il pollice:  è un uomo di parte e, quindi, capace di compiere azioni estreme,  pur di salvaguardare il proprio pensiero e la propria fede; potrebbe essere un estremista,  come Origene,  che si autoevirò per essere tra i primi del Regno del Signore.
Marco conosce quasi certamente La guerra giudaica di Giuseppe Flavio(VII,2,2) : non può essere un caso che ripeta leukous endiduske  khitoniskous kai porphuran  emperonesamenos  khlamida (si avvolse in tunichette bianche  e fermatovi sopra  un mantelletto di porpora): egli adatta, aggiusta e contamina la cattura di Gesù con quella di  Simone di Ghiora capo dei rivoluzionari insieme a Giovanni di Giscala.
Marco conosce anche il gioco alessandrino di Karabas, descritto da Filone in In Flaccum  come parodia della regalità giudaica  da parte greco-romana.
Marco è per noi  acrimonioso nei confronti del confratelli giudaici aramaici,  dai quali forse diverge per la strategia militaristica  (12,10-11; 13 1-37; 14,57-72.) e perciò, dopo la distruzione del tempio ha possibilità di schierarsi in senso cristiano, libero dai giuramenti, e  perfino da quegli ellenisti,  specie alessandrini, che credevano solo nel vangelo di Giovanni Battista  e nel suo battesimo.
Matteo,  rispetto  a Marco ha altra cultura ed altra impostazione, quella teologica, filoniana, con riflessione biblica, comune anche a Marco,  che è segnata  nel Vangelo greco, ma doveva essere stato diverso in quella sua scrittura aramaica dei logia, ricordati  di Papia  nell’opera  Esposizione dei discorsi del Signore  pubblicata nel 110 d.C. ( Eusebio St. Eccl. III,38,16),  da cui sorsero  poi i vangeli cristiani.
Levi Matthaios, un altro ellenista, un ellenizzato, tachigrafo, pubblicano, telones,  scrisse  in dialetto ebraico-aramaico coordinando i logia (oracoli) del signore : ciascuno poi li interpretò  come poté.
Il termine  logia sia per Filone (Vita di Mosé specie nel III  è ricorrente logion) che per gli Atti  (7,38 ) hanno valore profetico mosaico e quindi connessi con la Torah, come oracoli legati alla legge di Mosè, non  esterni alla legge, non nuovi, ma come forse commenti scritti alla presenza del rab- maran, rimasti così fino a dopo  il 70, in cui  Marco e Matteo stesso, in una nuova situazione storica, aggiungono elementi e fatti, in relazione alle parole che, comunque, cambiano di significato.
Il Kerugma matthaico, predicato per i  connazionali aramaici e poi  anche per i giudei  ellenisti (Ireneo, Adv. Haer, III,1,1;  Eusebio St.Eccl., III,24,6 , Clemente Alessandrino, Paedagogos, II,1,36 ) dopo  viaggi apostolici  in Ponto, Persia e forse India (dove Panteno alla fine del II secolo ritrovò i Logia originali) non è quello di Marco:  è un contenuto,  già predisposto in relazione alle lettere di Paolo e a tutto l’annuncio evangelico, secondo il canone, veterotestamentario, dei Settanta, già interpretato da Filone, secondo Sapienza e  profeti, e secondo  quello neotestamentario, esclusi Giovanni e  Giacomo.
Certamente i logia, nel testo matteano attuale, hanno grande rilievo e rivelano il Regno dei cieli  quello zelotico, originario, ma essi hanno ben sotteso il regno messianico, a cui ogni uomo è chiamato a partecipare, inteso poi come Regno di Dio, secondo interpretazione sovrumana e celeste, distinto dal Regnum romano: essi infatti occupano i tre quinti del bios, mentre  fatti e miracoli (2/5) fanno da contorno e a volte da spiegazione concreta  all’ anima, costituita dai discorsi (5-7; 10;13; 18;  23-25;9) infarciti di salmi, di  detti  sapienziali, di oracoli dei profeti e specie di Isaia, (53) al fine della dimostrazione della necessarietà del patire del Christos non più re, ma uomo  sofferente, agnello condotto al macello.
L’autore, chiaramente ebraico,  parla dei pubblicani, di farisei, e di tutte le caste sacerdotali, parla della casa ebraica, di città santa, di  luogo santo,  conosce usi, tradizioni, parole gergali e soprattutto collega la torah con la predicazione del Vangelo,  cioè, mentre annuncia la venuta del Messia,  figlio di David,  rileva le varie predizioni,  tramite la lettura dei profeti,  ne  mostra le ragioni per cui  giustamente Gesù  sia l’atteso,  anche se rifiutato dai confratelli.
Soprattutto i logia parlano espressamente di  Il Regno dei Cieli, intendendo, però, non il Malkuth ha shamaim, cancellato, come pensiero, dopo la distruzione del tempio, ma il regno messianico,  a cui ogni uomo deve partecipare,  ed  afferma la davidità del Messia , attraverso la Genealogia (I,2,16) dimostrando come il Christos compia le profezie, dando il via alla interpretazione  del cristianesimo, come  compimento e completamento dell’ebraismo,  creando le basi per il Nuovo Testamento come punto di arrivo del Vecchio testamento…
il logion matthaico  dell’ultima cena  e specie quello del sangue versato per molti  risulta un’aggiunta successiva quando al suo significato si dava l’idea di universalità in relazione al pensiero di  Paolo  che trasforma il calice dell’alleanza in un  calice  di nuova forma di alleanza (1 Cor. 11,25;  1 Corinti 10,16; col. 1,20; Ef.1,7 Rom.3,25 Ebr 5,13-20;10,19;12,14;13,12). D’altra parte il testo di Marco 14,24  (touto estin to aima  mou ths diathhkhs to ekkhuvvoimenon peri polloon –  ben connesso con Mt  26,26-29; Lc.22,15-20)  non ha  uper ton pantoon  per(a favore di)  tutti (pro omnibus) in quanto il sangue versato è per molti  (Pro multis) e per voi (pro vobis)   amici e discepoli.
Gesù, che si sacrifica per i suoi,  al fine di evitare la distruzione della città assediata,  è un martus giudaico, come poi lo sarà Shimon bar Kokba  col suo rabbi Aqiva (cfr Martire giudaico, Temi).
Anche Origene in Principi tende a dare l’idea di universalità al sacrificio di Gesù. La sua consegna  ai Romani invece ebbe un altro valore  quello di risparmiare il saccheggio della città e quindi  di salvare il salvabile. specie i discepoli che consegnandolo si sarebbero potuti salvare…
Egli, infatti, usa le espressioni: tutto questo avvenne  affinché si adempisse ; così si adempì (1,22; 2.15; 2.17-23 ; 4.14 ed altrove): sua la colpa (o chi per lui rivide i suoi scritti, in seguito) di aver dimostrato la perfidia giudaica,  di quei confratelli che  osteggiarono il Cristo  non volendolo riconoscere  e nonostante i segni palesi,  lo perseguitarono e lo uccisero,  dopo averlo proclamato re.
Da qui non solo deriva l’endeicksis con la paradosis di Gesù ai romani, ma anche e soprattutto  la condanna ebraica alla reità della uccisione di un uomo-dio (27,25 Il popolo tutto quanto rispose: il sangue suo su di noi e sui nostri figli) e  quasi l’assoluzione a Pilato, che  si lava le mani  dicendosi innocente del sangue di questo giusto ed ammonendo il popolo Ve la vedrete voi! Insomma, Matteo ha la colpa della secolare ed ingiusta persecuzione cristiana agli ebrei e della assoluzione dell’impero romano: ha rovesciato la  storia, romanizzandola, grecizzandola, paganizzandola, da telones!
Luca,  invece, scrisse il vangelo per i pagani convertiti, in Acaia, col proposito di contrapporre per i fedeli greci,  la verità alle favole degli eretici,  (Ireneo, Adversus Haer., III,1,1; Tertulliano, Adversus Marcionem  IV,5 ;  Origene, In Lucam Hom.1 ; Eusebio, St. eccl. II,4,4-6).
Tutti, più o meno. convengono nelle stesse  notizie, confermate anche dal Canone muratoniano e dal Prologo antimarcionita  ambedue del primo decennio della seconda metà del II secolo: Luca fu siro antiocheno, un medico, compagno di Paolo, scrittore anche di Atti degli apostoli.
Chiaramente il vangelo di Luca ha valore apologetico ed è paolino, come impostazione, in quanto ha cari i temi della giustificazione per fede e l’universalismo della salvezza (Cfr Qual è il sondergut di Luca e di Matteo ?).
Senza prendere in considerazione il vangelo di Giovanni che è di epoca gnostica e quindi lontano dai tempi Flavi, noi consideriamo solo  le risultanze evangeliche sinottiche dei tre evangelisti, di cui abbiamo dato qualche indicazione.
Perciò abbiamo diviso le  risultanze   di un lungo lavoro di esame in a. storiche  e b. mitiche e poi  ne abbiamo dimostrato la storicità e la miticità in opposizione anche alle varie teorie e alla  formgeschichte e redaktiongeschichte . 

  1. Dai vangeli (Marco 14,15,16; Matteo 26,27,28, Luca “1 22,23,24) si hanno le seguenti risultanze circa la figura di Gesù, un individuo conosciuto come Messia (Cristo), del quale si cela un episodio caratterizzante, il regno, sul quale gira tutta la narrazione di un viaggio a Gerusalemme dalla Galilea, di cui si parla e per cui si parla.

1. I sommi sacerdoti, gli scribi e gli anziani, due giorni prima della Pasqua  complottano contro Gesù al fine di prenderlo e di ucciderlo, dopo che ne hanno visto l’acclamazione regale da parte del popolo, la sua potenza, e la  manifestazione autoritaria nel tempio.

2.Essi  trovano un suo discepolo, un certo Giuda Iscariota, disposto a tradirlo (Matteo 26,14-16; Luca 22,3-6;e Marco 14.10.11).

3. Gesù fu arrestato nell’orto dei Getsemani, fu legato  e portato a casa dell’ex sommo sacerdote Anano, suocero dei Kaifas, sommo pontefice del momento.

  1. Egli ebbe un processo sommario da alcuni membri del sinedrio la sera stessa; rispose alla domanda: Tu sei il Christos, figlio del benedetto? : io sono, aggiungendo una frase del salmo 110 (Mc 14,62 Mt 25,65 Lc 22,69) vedrete il figlio dell’uomo seduto alla destra della potenza e venire sulle nubi del cielo; gli inquisitori senza sentire altri testimoni, il mattino, lo giudicarono davanti al sinedrio riunito e poi, legato, lo consegnarono (paredokan) a Pilato, governatore di Giudea.
  2. Fu inquisito come re dei giudei da Pilato e fu beffeggiato dai soldati e poi condannato a morte e condotto alla crocifissione (insieme a molti dei suoi).
  3. Morì sulla croce di venerdi e fu sepolto in fretta e furia, comunque, con i dovuti onori funebri.
  4. Anche donne osservavano, da lontano, la crocifisione: Maria di Magdala, Maria madre di Gioseto e di Giacomo, e Salome.
  5. Il cadavere, regalato da Pilato a Giuseppe di Arimatea, euchemon bouleutes (un membro autorevole sinedriale), che ne aveva fatto richiesta, tratto già dalla croce, avvolto in un lenzuolo, fu deposto e messo in un sepolcro scavato nella roccia,  al cui ingresso fu fatto rotolare un masso. Dai vangeli (stessi passi) si hanno altre risultanze di tipo concettuale non fattuale, collegate con l’episodio taciuto e con l’impostazione generale, delle tre opere congiunte, come se fossero state scritte per cucire insieme i dati mancanti e per dare sostanza ad un pensiero e ad un culto, già affermato nel corso di due generazioni, dopo la crocifissione del Messia, la cui figura viene necessariamente modificata, nei nuovi contesti:

9 Il sepolcro, il giorno dopo il sabato, fu trovato vuoto.

  1. Gesù fu visto come risorto.
  2. I suoi discepoli ebbero la missione di predicare (Kerugma) la morte e resurrezione del maestro.
  3. Egli fu assunto in cielo e si sedette alla destra di Dio.

La comprensione del messaggio delle  prime otto risultanze, a distanza di secoli, non è facile, come sembra, perché i riferimenti sono vaghi, perché si parla di un malkuth  (basileia), già implicito in Meshiah (Christos) unto, cambiato da terreno a divino perché la generica paradosis (consegna) ed endeicsis (denuncia) di un giudeo, catturato e processato dal Sinedrio gerosolomitano, ad una autorità superiore, romana, che condanna  alla morte per crocifissione, uno reo di un crimen, risultano strane in un ambiente, dominato dallo zelotismo, in uno stato di belligeranza permanente per quasi duecento anni.

La persona incriminata e la natura del crimen cambiano in relazione al contesto storico: il Gesù crocifisso con la triplice iscrizione del crimen sopra la croce in  aramaico, greco e latino, è visto in modo diverso in quanto la lettura, all’epoca dei fatti, ha un altro valore, rispetto all’epoca della scrittura.

Ne consegue che la difficoltà è nel rilevare la precisa epoca dei fatti col crimen reale  e con la reale figura del protagonista della storia, separata da quella interpretativa successiva: il come vissero la vicenda gli spettatori è una cosa, un’altra come la narrarono i discepoli di chi vide, dopo che il tempo aveva portato altre sofferenze,  la distruzione e la fine del Tempio stesso e dopo che il patriottismo e l’integralismo erano stati vinti dalle armi romane e da Vespasiano e da Tito, che trionfarono sulla Ioudaea capta  e costruirono il loro stesso principato su questa impresa.

Questo lavoro di ricostruzione deve essere essenzialmente storico perché il personaggio è storico, come la sua impresa, necessariamente lasciata da coloro, che hanno scritto, perché documento storico, a cui, però, hanno dato una alonatura e una sacrosantità, differente, in relazione al culto e ai riti ormai esistenti in epoca flavia, nell’accettazione, ora necessaria, dell’auctoritas imperiale della nuova dinastia, che traeva proprio dall’impresa giudaica la sua fortuna.

Perciò, noi operiamo, dapprima, nella fase storica e poi cerchiamo di leggere i testi evangelici dopo aver capito la storia, come era stata celebrata nella tradizione giudaica, come toledoth, in relazione al contesto giudaico palestinese aramaico e a quello ellenistico greco, in un momento giulio-claudio, specifico del regno di Tiberio, riguardante il periodo 32-36, dilatato poi fino alla fine del Regno di  Giulio Erode Agrippa (agosto 44): infatti il lavoro è nella definizione dei fatti del crimen e della morte di Gesù, nella Pasqua del 36.

Tutto questo è da ritenersi parte integrante della storia ebraica  e quindi di una vicenda realmente accaduta nel 36 al momento dei fatti avvenuti, registrati  dalla toledot giudaica e da quella romana ed ellenistica (esemplare in tale senso è Flavio, storia giudaica,  IV,4 discorso di Anano e di Gesù di Gamala, fatto molti anni dopo,  – che mostrano  i sadducei che convincono il popolo, in un momento di grave crisi, a consegnare  gli zeloti, per salvare la comunità).

La comprensione del messaggio delle altre quattro risultanze è ancora più complessa perché alla morte accertata, dopo l‘episodio del buon ladrone, si fa seguire il ritrovamento del sepolcro vuoto dell’incontro di discepoli con un Gesù risorto, che  conferisce la missione di predicare la sua morte e  la sua resurrezione ad opera di Dio, prima di salire al cielo e  di assidersi alla destra del Padre.

Questa parte appartiene ad un’altra  tradizione, formatasi  al momento  della scrittura dei Vangeli che noi già in altra sede abbiamo considerato scritti  tra il 74 e 94 fra le  due opere maggiori  di Giuseppe Flavio, Storia Giudaica ed Antichità Giudaiche (Cfr prefazione a Giudaismo e Romano e al I libro di Antichità giudaiche  angelofilipponi.com).

Queste altre notizie non sono dati storici ma aggiunte, interpretazioni, ricostruzioni tipiche di discepoli, che hanno mitizzato la storia della morte ed hanno apportato modifiche a figure esistite, trasformate ai fini di una maggiore credibilità del messaggio, in un nuovo contesto, a seguito di avvenimenti epocali, la distruzione del tempio e il trionfo flavio sulla Ioudaea capta.

I problemi, che ostacolano la comprensione di queste due  parti e dei loro complessi enunciati, da noi così schematicamente sintetizzati, riguardano in una prima fase di lettura delle prime risultanze, la figura dell’ inquisito e degli inquisitori giudaici, quella del governatore romano, il luogo e il tempo,  in cui avvenne la consegna, dopo la denuncia, da parte di ebrei, di un ebreo, chiamato Mashiah–Christos, a Pilato.

Se ricreiamo la situazione reale, a partire dal punto situazionale dell’arresto di Gesù, dopo aver mostrato  precisamente la Pasqua di un determinato anno, forse la lettura dei fatti e dei personaggi coinvolti,  può essere più piana e facile.

Da storici propendiamo per la Pasqua del 36, come anno di morte di Jehoshua, e per gli avvenimenti di quell’anno seguiamo lo storico giudaico Giuseppe Flavio (cfr.Vita, opera e pensiero in I libro Antichità Giudaiche  angelofilipponi.com).

Secondo Flavio (Ant. Giud., XVIII, 90) Lucio Vitellio venne in Giudea, salì a Gerusalemme, dove si celebrava la  festa della Pasqua.

Vitellio fu ricevuto fastosamente (megaloprepos) in modo magnifico: mai nessun governatore di Siria veniva accolto con onori a Gerusalemme, solo Augusto e  Vipsanio Agrippa avevano avuto onori da Erode il Grande, non dalla popolazione: Gerusalemme era vietata ad ogni occhio profano, il suolo sacro della città non doveva essere calpestato da piedi stranieri, da uomini non circoncisi, specie nell ‘area del tempio: su ogni porta minacciosa e solenne una iscrizione vietava l’ingresso nel vestibolo stesso: Medena allogene eisporeuesthai entòs tou peri to ieron truphaktou kai peribolu, os d’an lephthè, eauto aitios estai dià to ecsakolouthein thanaton/nessun straniero varchi la transenna di recinzione del tempio. Chi verrà preso, sarà responsabile per se stesso della morte, che ne seguirà.  Flavio St. Giud, VI,124 e Cfr. E.J. BICKERMAN, The Warning Inscription of Herod’s Temple, “ J:Q. R.” XXXVII,1946-7).

Qui, invece, veniva condotto in processione Lucio Vitellio, dopo che fu  scortato per oltre 30 stadi (mt 5.550), con tutti gli onori come un vincitore, clemente: una simile accoglienza per un romano non c’era mai stata!

Megaloprepos sottende l’idea di una folla festante che stende mantelli e rami di alberi, tagliati, per la via, e che canta salmi (cfr Mt., 21,1-9; Mc., 11,1-11; Lc.,19,29-38).

Vitellio ridusse del tutto le tasse dei prodotti agricoli a quelli, che abitavano intorno alla città e, soprattutto, concesse che fosse tenuta dai sacerdoti la stola e gli altri ornamenti sacerdotali, custoditi nella Torre Antonia, che era sopra il tempio.

Flavio è costretto a fare la storia della stola, ripartendo da Hircano II (che, poco prima del 63 a.C., aveva costruito una stanza per passare direttamente nel Tempio, già ornato, degli abiti sacerdotali),bfino ad Erode.

Flavio aggiunge che nel frattempo Tiberio aveva ordinato a Vitellio di fare un trattato con Artabano, che aveva preso l’Armenia, e che lo aveva autorizzato ad avanzare ed osare di più, ma gli imponeva di non firmare il trattato, se non prima di aver ricevuto il figlio in ostaggio (Svetonio, Tiberio,4,1; Tacito Annales, VI,27; Flavio, Ant.Giud. XVIII, 88-126; Dione Cassio, St.Rom.,  LVIII,2).

Dalla notizia di Flavio si evince che Tiberio esige dal legatus una penetrazione offensiva al fine di imporre un trattato al re dei re, capo della federazione partica.

E’ chiaro che l’imperatore vuole il ripristino dello status quo dopo aver spaventato il nemico con la potenza delle armi romane e che, dopo aver piegato Artabano, ci siano anche atti di formale omaggio all’auctoritas imperiale, da parte delle popolazioni limitrofe ciseufrasiche, che avevano tradito.

E’plausibile, dunque, ritenere che Vitellio doveva avere segni di filoromanità  da parte del sinedrio gerosolomitano, dominato dai sadducei  filoromani: la  consegna del messia è l’atto dovuto di filoromani che, come segno tangibile di pacificazione e di amnistia,  ebbero la  riconsegna della stola  con tutte le vesti sacerdotali, custodite nella torre Antonia, dove di nuovo veniva imposta una guarnigione romana di 600 uomini.

L’impresa di Vitellio aveva determinato l’entrata in Gerusalemme, che era stata  un’azione romana antiebraica per ripristinare l’ordine nella città santa, turbato precedentemente.

L’entrata in Gerusalemme, pacifica, festosa aveva prodotto un nuovo orientamento del sacerdozio sulla scia della politica di Erode il Grande, che aveva potenziato l’edificio di Hircano II, adibito come camera per il rivestimento del sommo sacerdote, in una torre di sorveglianza sovrastante il tempio, con guarnigione romana, che aveva in sua mano l ‘arredo sacerdotale.

Erode aveva fatto costruire la fortezza Antonia perché temeva il popolo e le sue sedizioni, come d’altra parte, i sacerdoti filoromani che, anche loro, avevano paura della sedizione popolare, specie in occasione delle feste, in cui a Gerusalemme convenivano da ogni parte dell’ecumene romano e da quello partico, famiglie giudaiche, zelanti di fede ed integraliste, miste ad altre moderate, che però, venivano coinvolte, accese e condizionate dalla presenza armata romana, proprio sopra al Tempio.

Non per nulla Flavio volendo spiegare il motivo della riconsegna della stola, mostra la funzione della torre Antonia, quella di prevenire che il popolo non  faccia stasis, novitas secondo i latini, neoterismòs  per i greci .

Flavio insiste per spiegare che Vitellio dà ordine al phrourarchos (il comandante della fortezza phrourion) di non ingerirsi nelle questioni religiose  e quindi  sulle modalità di uso, sui tempi di  utilizzo della stola, sottendendo che c’è stato il ripristino del corpo di guardia, probabilmente ucciso e quindi assente  per un periodo: a noi sembra che un nuovo epitropos dà un nuovo mandato ad un nuovo comandante e quindi instaura un nuovo clima di collaborazione con il sommo sacerdozio.

Flavio parlando di cose  (fortezza) e di persone ormai non più esistenti,  a  persone che neanche sanno gli avvenimenti e neppure conoscono le tradizioni patrie, ormai finite, ha bisogno di precisare e di chiarire: per questo, da uomo di famiglia sacerdotale, fa la storia della stola e delle sue vicissitudini, convinto di fare la storia del sacerdozio giudaico e quindi dell’élite giudaica, scomparsa con la fine del tempio.

Nel tempo, sembra dire Flavio, in cui  Vitellio entra in Gerusalemme, Tiberio ordina di fare guerra ad Artabano:  de kai per noi diventano centrali per la nostra indagine. De kai hanno valore continuativo e quindi conclusivo, oppure esplicativo e rinforzativo se usati insieme per determinare un’idea precedentemente espressa o sottintesa, in forma ricapitolativa e, perciò, assumono significato di frattempoinoltre, infine, dunque.

Noi diamo valore di frattempo in quanto leggiamo che già Vitellio aveva  fatto qualcosa prima di quella azione in Gerusalemme, cioè il trattato sul ponte dell’Eufrate, conosciuto come  Zeugma (che è quasi un isolotto dove erano i piloni portanti centrali del ponte –gephura-), da noi datato nella seconda meta di marzo del 36, considerato anteriore alla sua entrata nella città santa, arresasi prima della Pasqua, tardiva quell’anno (metà aprile). E’ probabile che, mentre Vitellio era sull’Eufrate, un suo legatus, avendo circondato Gerusalemme, ne abbia chiesto la resa, ottenuta al momento dell’arrivo del governatore di Siria in città.

Noi, seguendo anche Tacito, che ricapitola quae duabus aestatibus gesta coniunxi (Annales,VI, 38.1) l’impresa di Lucio Vitellio (Ibidem, 31-38), riteniamo che lo storico voglia sintetizzare, da una parte, quanto fatto da Vitellio secondo il mandato di Tiberio, che gli aveva ordinato di fare guerra ad Artabano e  ad Areta e di ripristinare tutta quella zona in una volontà di  ristabilire lo status quo armeno, turbato da Monobazo e da Izate, alleati di Artabano, e di ripristinare l’ordine in Ioudaea turbato da anni.

Forse Tacito nel fare il riassunto dipende proprio dai Commentarii di Lucio Vitellio  che naturalmente sono scomparsi e di loro circola solo qualche notizia.

De kai, quindi, ha valore riassuntivo rispetto all’azione di conquista di Gerusalemme,  forse ultimo atto di un’operazione di repressione e di ripristinamento giudaico costituzionale: per noi, infatti, si tratta di una entrata da vincitore da parte del procuratore di Siria, dopo che il sinedrio ha accolto un ultimatum di resa, secondo l’aut aut romano o consegna del  capo della stasis (rivoluzione) o distruzione della città.

Per meglio entrare in merito all’assedio e alla resa di Gerusalemme ricordiamo l’exemplum di Antigono, a cui si rifanno gli evangelisti, che conoscono la storia giudaica e sanno come i romani puniscono chi si proclama re o chi è proclamato re dai parti e quindi non ha il riconoscimento del senato e dell’imperatore romano.

L’episodio di Antigono, figlio di Aristobulo II, nominato re da Pacoro, figlio di Orode II re dei re della Partia, chiarisce il tradimento giudaico della pars aristocratica e la spietata esecuzione romana come prassi  nei confronti di un usurpatore, sorto da una sedizione.

Antigono nel 37 a.C.morì ad Antiochia, dopo che  era stato eletto maran dai parti, che lo avevano insediato a Gerusalemme, a seguito di una grandiosa spedizione di conquista di tutta l’area siriaca ed asiatica, assegnata ad Antonio, dopo il secondo triumvirato e poi, dal trattato di Brindisi (da Scodra, Illirico, fino all’Eufrate  cfr.  Appiano  Guerra civile, 5,65).

Tutta questa area era in subbuglio perché c’era stata la guerra civile tra i cesaricidi e i triumviri, che si era risolta con la vittoria di Filippi nel 42 (3-23 Ottobre): due grandi eserciti fratricidi rispettivamente di 17 legioni e di 19 legioni, per un complessivo di 200000 uomini, si erano affrontati con quattro comandanti prestigiosi, Cassio e Bruto da una parte ed Ottavio ed Antonio dall’altra.

La pacificazione, comunque, non c’era stata: infatti c’erano scontri tra gli uomini dei cesaridi in fuga, riuniti da Tito Quinto Labieno, che, inviato dal re dei parti a chiedere aiuto, lo aveva ottenuto tardivamente.

Orode II aveva ritenuto opportuno entrare in merito alla guerra fratricida, dopo  Filippi, persuaso da Labieno-meirakion euerethiston kai anoias pleres7ragazzo pieno di inventiva e di pazzia  (Strabone, XIV)-, ad invadere la regione asiatica e la Siria  perché ormai i romani si erano massacrati a vicenda: egli inviò suo figlio Pacoro, giovane filelleno, conosciuto per la sua praotes e per la dikaiousune,  alla conquista dell’ area siriaca e dando mandato a  Labieno di occupare la provincia asiatica in quanto  il sovrano rivendicava l’eredità seleucide ed ora approfittava della debolezza della repubblica romana dilacerata  da guerre intestine, ancora dopo la sconfitta dei Cesaricidi.

Infatti Sesto Pompeo si opponeva ai triumviri con successo in Occidente, essendo padrone del Mediterraneo e i parti, già vincitori dei romani e di Crasso nel 53 a.C. a Carre, ora avevano, grazie anche al tradimento di Labieno, fondate ragioni di riconquistare tutta l’area orientale (cfr. Appiano,  Ibidem; Dione Cassio, St. Rom., XLVIII,39-41; e XLVIIII ,19-21;  Plutarco, Antonio, 35-36-37) ed  avevano fatto una grandiosa propaganda, attirando dalla propria parte i greci  ed anche i giudei  che, d’altra parte, erano per lingua aramaici come loro, presso cui, inoltre, era una numerosa colonia.

Pacoro, dunque, grazie all’aiuto del romano Labieno e del parto  Barzafane  (cfr. A FILIPPONI, Giudaismo romano, cit.) aveva condotto prigioniero Hircano II, sommo sacerdote ed etnarca della Giudea, asmoneo filoromano, a Babilonia e aveva dato la corona ad Antigono, che quindi fu riconosciuto  maran legittimo, in quanto asmoneo, ma era  illegittimo per i romani perché senza autorizzaione senatoria, perché  eletto dal popolo: i romani avevano come collaboratori e soci la classe sacerdotale e quella  aristocratica.

Labieno, dopo i primi successi su Decidio Saxa, si era proclamato Imperator particus, ma fu  ucciso da Ventidio Basso, che lo aveva vinto sul monte Tauro.

E  Pacoro, che era venuto in suo soccorso, fu sorpreso dalla tattica del legatus di Antonio, che  ripristinò l’ordine in tutta la zona orientale,  mandando in giro per le città la testa di Pacoro,  amato per il suo ellenismo (Dione Cassio, Ibidem 20;  Flavio Ant. Giud, XIV, 468-486), seguito anche da tutte le città asiatiche e siriache, considerato un liberatore dai popoli, soggetti ai romani.

Il senato romano aveva considerato Antigono re illegittimo  ed aveva eletto al suo posto re Erode, figlio di Antipatro, un epitropos idumeo (messo da Cesare come garante militare, protettore di  Hircano  II),  che era fuggito da Gerusalemme ed era andato da Cleopatra e, grazie a lei, era venuto a Roma,  a chiedere aiuto ed assistenza,  a seguito dell’impresa di Pacoro.

Il  Senato, grazie ad Antonio  e ad Ottaviano, ora riappacificati,  aveva non solo fatto re un privato, passando sopra i diritti legittimi della dinastia asmonea, ma aveva dato ad Erode il mandato di assalire Gerusalemme insieme a Sossio, legatus di Antonio: questi con imprecisate truppe di fanteria, con 6000 cavalieri ed auxilia (truppe ausiliarie provenienti dalla Siria) avevano assediato la capitale della Giudea, mentre già tutte le città dell’ Asia e della Siria si erano arrese a Ventidio Basso, a cui avevano tributato onori come delegato di Antonio, in attesa del triumviro e delle sue volontà (cfr. A. FILIPPONI, Giudaismo romano, cit).

I giudei, popolari, assediati, si difesero cercando di impedire il vettovagliamento ai nemici  e lottando con accanimento, ma  i romani, dopo aver disposto tre linee di terrapieni e portato le macchine  d’assedio, cominciarono a scavare sotterranei.

I Giudei, pur assediati, circondati da così grande esercito, angustiati dalla fame e dalla mancanza di necessario, in quanto correva proprio allora l’anno sabatico, pur fiduciosi in Dio, subirono la conquista della città: dapprima entrarono nelle mura 20 uomini  scelti, poi le centurie di Sossio: il primo muro fu preso dopo 40 giorni, il secondo in quindici,  alcuni portici intorno al tempio furono bruciati; poi, presa la Città bassa,  i giudei si erano ritirati nel recinto interno del tempio  e nella Città Alta.  Alla caduta della città ci fu una grande strage: furono scannati a mucchi sulle strade  nelle case e mentre cercavano rifugio nel tempio: non ci fu pietà né per bambini né per donne né per vecchi; allora Antigono, senza tener conto del suo antico stato  né del presente, discese dalla torre Baris  e si gettò ai piedi di Sossio,  che lo schernì e lo chiamò Antigona  e poi  lo tenne  prigioniero.

Erode al vedere il saccheggio, preoccupato perché i romani volevano entrare nel tempio per dare uno sguardo al tempio e alle cose sacre, ma in effetti per depredarlo, supplicò, pregò i capi romani di non fare una simile azione empia  e costrinse gli altri con le armi e con le minacce ad allontanarsi dall’area sacra.

Fece poi capire a Sossio che se i romani avessero svuotato la città della sua ricchezza e dei suoi uomini, lo avrebbero lasciato re di un deserto e che egli avrebbe considerato anche la sovranità di tutta l’ecumene una ben misera ricompensa di fronte all’eccidio di tanti  cittadini.

Sossio, da romano avido, volle che Erode pagasse di persona allora il mancato saccheggio della città: Erode accettò  e pagò di borsa sua,  diede splendidi regali ai soldati, fece doni ancora più grandi agli ufficiali e al comandante regali grandiosi .

La città era stata presa 27 anni dopo il 63,  anno della prima profanazione romana ad opera di Pompeo, sotto il consolato di Marco Agrippa e di Caninio Gallo,  nella 185 Olipiade, nel 37 a.C.

Anche la morte di Antigono ha qualcosa in comune con quella di Christos: Antigono fu portato ad Antiochia, capitale della prefettura di Siria. Erode, temendo che Antigono potesse giustamente rivendicare davanti al senato la sua dignità regale, essendo l’ultimo asmoneo, legittimo re,  seppure riconosciuto solo dai parti,  pagò Antonio perché lo uccidesse e cosi fu fatto finire dopo 126 anni il potere degli Asmonei. Antonio pensava di tenerlo fino al suo trionfo, ma quando capì che la nazione giudaica, era dominata dal popolo, che era favorevole ad Antigono e non ad Erode, decise di ucciderlo, facendogli tagliare la testa, non conoscendo altro mezzo per tenere buoni gli ebrei.

La notizia è confermata da Strabone, che mostra l’attaccamento della nazione ad Antigono e la volontà di mantenerlo nello stato regale  e di non considerare affatto Erode,  neanche a costo di fustigazioni (Flavio,  Ant. Giud., XV,I,1-8).

Lo stesso storico in Storia Giudaica aggiunge che mai un re fu  trattato così dai romani (I,18,2), cosa confermata da Plutarco (Antonio, 36,4 ) e da Dione Cassio (St.Rom, XLIX,22,6) che parla di uccisione, dopo che fu legato ad un palo e flagellato pubblicamente (emastigosen  stauro prosdesas ), e riferisce quasi le stesse parole dello storico giudaico (o medeis  Basileus upo ton Romaion  epeponthei ibidem 8).

Abbiamo voluto ricordare questo antecedente perché ci sembra  che gli evangelisti lo abbiamo tenuto presente all’atto della scrittura e perché tutto era iniziato dall’invasione dell ‘Armenia  ad opera dei Parti.

Dopo la vicenda di Pacoro le popolazioni dell’Armenia  erano  state risucchiate nell’impero romano ed avevano avuto una certa stabilità grazie all’intervento di eserciti romani, che avevano  voluto e protetto la dinastia regnante degli Artassidi.

Già con Tigrane III,  figlio di Artavaside/Artavaste  II (fatto prigioniero da Antonio  e giustiziato ad Alessandria d’Egitto dalla regina Cleopatra nel 30) era cominciata una fase nuova di sudditanza ( Cfr. A.FILIPPONI, Giudaismo romano, cit.).

Il re venne portato a Roma dall’Egitto e crebbe sotto la protezione di Augusto.

La dinastia degli Artassidi  fu testimone di  una altalena di vicende, di influenze, di ingerenze straniere ora da parte romana ora parthica: suo padre Artavaside II era stato emblema di questo continuo conflitto di interessi ed era rimasto sempre in bilico tra l’alleanza con Romani e con Parti, dovendo fare una politica camaleontica tanto da subirne tragiche conseguenze ad opera dei romani.

Tigrane III era al centro tra due partiti, quello filoromano e quello filopartico e a seconda del prevalere di uno si aveva l’ingerenza ora dell’impero romano ora di quello partico.

L’incoronazione di suo fratello Artaxias II fu il frutto dell’ingerenza dei Parti sul trono di Armenia e della vittoria del partito filopartico  che subito fu ribaltata da quella romana che lo elesse  re  d’Armenia, dopo l’uccisione del fratello.

Ottaviano in questa precisa fase del conflitto fra Romani e Parti, per il controllo dell’Armenia,  pensò di risolvere l’instabilità del regno insediando un sovrano legittimo locale, che, però, fosse fedele al volere di Roma, ritenendo Tigrane,  un candidato di rilievo,  perché  cresciuto a Roma.

Ottaviano incaricò Tiberio, di insediare Tigrane IV, nel 20 av. C., dopo una sommossa locale.

La politica augustea , che  favoriva  i sovrani legittimi, non diede al regno alcuna stabilità: dopo Tigrane III anche  suo figlio Tigrane IV e sua sorella Erato non ebbero fortuna.

A seguito di relazioni coi Parti il regno di Tigrane IV segnò il fallimento della politica romana di stabilizzare e garantire il proprio potere in Armenia tramite la protezione della dinastia legittima degli Artassidii.

Il fallimento era dovuto parzialmente alle continue ingerenze, dirette e indirette, dei Parti, rivali di Roma, che contendevano al dominatore romano il controllo dell’Armenia e del suo territorio.

Esso segnò anche, con  la fine della dinastia degli Artassidi sul trono del regno d’Armenia, la fine stessa del protettorato di Roma, interessata a contrapporsi all’impero parthico, impegnato a difendersi dall’espansionismo romano.

Ottaviano Augusto inviò  di nuovo in Armenia  Tiberio, lo stesso che aveva compiuto la missione per insediare al trono Tigrane IV e destituire suo fratello Tigrane III, per porre sul trono un cugino di Tigrane, col nome di Artavaside /Artavaste III.

Erato e Tigrane IV, favoriti da Fraate III, sobillarono i nobili ed il popolo armeno contro il nuovo sovrano parthico, insediandosi nuovamente sul trono per un brevissimo periodo (dal 2 a.C. all’1 a.C.): Augusto, allora, dopo aver fatto il I trattato di Zeugma, con Gaio Giulio Cesare  insediò sul trono un nobile di origine Meda di nome Ariobarzane di Atropatene, e alla morte del  nuovo sovrano dopo breve tempo, come suo successore venne eletto suo figlio, con il nome di Artavaside/Artavaste  IV.

Questo, essendo straniero, non fu ben  accolto dalla nobiltà armena che  ordì una congiura e dopo breve tempo uccise il giovane.

Ad Augusto non restò che abbandonare la tattica di insediare una nuova dinastia, non autoctona, e fece eleggere nuovo sovrano d’Armenia un presunto discendente della dinastia legittima Artasside, con il nome di Tigrane V.

L’equilibrio, peraltro mai stabile, con la nobiltà armena, era ormai spezzato ed una nuova sommossa permise ad Erato di tornare al trono come legittima erede della dinastia nazionale Artasside nell’ 11 d.C. per breve tempo, fino al 12.

Ci fu però una nuova sommossa, nazionalistica, per cui Erato perse il trono, allora Roma  decise, in nome di una politica nuova di  alleanza  tra  Romani e Parti, per cui si concordò   di affidare il regno d’Armenia a Vonone I, figlio del sovrano di Partia, secondo le norme stabilite nel trattato di Zeugma, firmato da Fraate e da Gaio Giulio Cesare, figlio di Agrippa, erede al trono di Augusto.

Alla morte di Orode III, Vonone fu eletto re di Parthia ma a lui fu opposto dalla  aristocrazia parthica (che rifiutava un re romanizzato, vissuto a Roma, con costumi ellenistici) Artabano, un principe arsacide di parte materna, che conquistò il potere nel 10 d.C.,  dopo una guerra civile.

Vonone  andò in esilio  in Siria nel 12 d.C.,  col suo tesoro, e, protetto dai romani visse come un sovrano  finché, pur essendo sotto la protezione di  Gneo Calpurnio Pisone,  non fu ucciso.

L’impero romano fu per oltre un secolo impelagato, dunque,  nella soluzione del problema armeno, in quanto la zona era altamente strategica, punto di passaggio e di confluenza, che metteva in comunicazione due mari e che bloccava le migrazioni delle popolazioni barbare e semibarbare delle steppe (iberi, albani, alani, sarmati, sciti, saci).

Anche  Artabano  aveva lo stesso problema che era stato  proprio del regno parthico  e che aveva necessità di controllo di quella regione dominata dagli artassidi.

Si era, perciò, stabilito forse nel trattato di Zeugma (Velleio Patercolo, Storia, II, 94)  per una tacita convenzione, sulla base dello status quo del momento,  che l’Armenia Maior  fosse parthica, appannaggio del principe ereditario del re dei Parti, mentre l’Armenia Minor fosse romana.

Tiberio all’inizio del suo impero, aveva cercato di stabilizzare la zona, dando un  potere speciale  (cfr Velleio Patercolo, Storia, II, 94,4),  a Germanico, fatto tornare dalla Germania, dopo avergli tributato il trionfo, per risolvere definitivamente il problema armeno, ora di nuovo insoluto per le mire di Artabano.

La possibilità di insediare sul trono d’Armenia Zenone, figlio di  Polemone del Ponto uno dei sovrani più fedeli di Roma, sembrò una soluzione perfetta.

Tiberio e Germanico  credettero di aver trovato una soluzione  formando una nuova dinastia, che avrebbe potuto garantire la presenza di un re, capace di reggere uno dei punti cardini dell’Oriente.

Come  Vonone, che si trovava in esilio, Zenone di Ponto, cioè  Artaxias III, era un giovane cresciuto in modo ellenistico,  amava i modi tipici della cultura  romana (caccia, libagioni, lusso) e perciò era divenuto  popolare in Armenia  ed era stato accettato anche dal re dei Parthi, vincolato dal trattato con il legatus di Tiberio.

Germanico  incoronò personalmente il giovane Zenone nel 18 d.C.  nella capitale Artashat, acclamato dal popolo armeno.

L’elezione di Artaxias III fu anche il frutto di un preciso accordo tra Germanico ed i parthi.

Germanico aveva concordato con Artabano che i  Parti non avrebbero più dovuto interferire con la politica interna del regno d’Armenia, se  veniva  esiliato  Vonone I.

I due accettarono  il patto e Germanico  inviò in esilio Vonone, nemico di Artabano, in Cilicia, presso  Silano Cretico (parente dello stesso dux),  dove morì nel tentativo di fuggire.

Sotto il regno di Artaxias III l’Armenia visse finalmente un periodo di prosperità e di stabilità per ben 16 anni, ovvero fino alla sua morte nell’anno 34 d.C..

Morto Artaxias,  Artabano, rotti gli accordi  stipulati con Germanico, impose sul trono d’Armenia Arsace, suo primogenito  portando a termine il suo disegno di destabilizzazione romana, iniziato dopo le incursioni di Monobazo di Adiabene in territori armeni, sotto pressioni del Gran Re.

Artabano  si era interessato all’ Armenia e ai  problemi della Palestina,  subito  dopo la morte di Germanico, quando  aveva favorito l’elemento zelotico contro i romani e contro  Erode Antipa e Filippo, tetrarchi filoromani, finanziando i gruppi eversivi e organizzandoli  anche grazie alla politica di fratellanza giudaica: l’impero parto aveva una grande colonia giudaica e nella confederazione partica c’erano re giudaici come Monobazo ed Izate e capi giudaici di grande valore come Asineo ed Anileo.

Artabano, perciò, aveva favorito la rivolta antiromana,  secondo Tacito: egli aveva destabilizzato l’impero romano nell’area siriaca e  in Armenia, dopo la morte di Artaxias II, ed aveva rivendicato perfino  il tesoro di Vonone (Annales, VI,31).

Per capire il pensiero di Tacito, bisogna integrarlo con quello Velleio Patercolo, di Flavio e di Svetonio, oltre che  con  Dione Cassio, dai quali possiamo comprendere che  le  4 legioni, di stanza al confine, erano tenute  in scacco da  Arsace, figlio di Artabano, che aveva preso il potere in Armenia,  dopo  avere riunito la Minore con la Maggiore, favorito da Monobazo  re di Adiabene, iniziando in effetti le ostilità con Roma.

Il problema armeno era diventato difficile, ma, solo dopo la morte di Artaxia III,  si complicò  ulteriormente  perché i tentativi romani di stabilizzazione  erano  falliti  a causa  delle ingerenze partiche.

Il problema era stato sempre difficile  fin dagli inizi quando i romani si scontrarono con Tigrane I alleato di Mitridate.

Le due regioni armene  avevano avuto un regno unitario grazie a Tigrane I,  ma con l’arrivo degli eserciti di Lucullo nel 68 a.C. e poi di quello di  Pompeo nel 66 a.C. l’Armenia era  stata suddivisa  nel corso della guerra mitridatica, in cui Roma aveva affermato la superiorità delle sue armi, già chiara dal periodo Sillano.

L’Armenia maior e minor  erano due regioni Causasiche: la prima ad ovest dell’ Eufrate  era delimitata a nord dalle catene partiche e a sud dal Tauro armeno  e andava dall’Azerbaijian ad est  fino al litorale  sud-occidentale del Caspio (Mare Hircano) , la seconda ad est dell’Eufrate, giungeva fino al Caucaso  era popolata da grandi città greche (Nicopoli, Sebastia) e da genti armene della regione Hamshen.

Tutta la regione  nel suo insieme aveva grande importanza strategica,  essendo posta tra i due mari  e  facendo da cuscinetto  tra le  popolazioni  nordiche barbariche degli Alani, Sarmati, Iberi  Albani e  Sciti e i due imperi (quello romano e quello partico), che si congiungevano alla base della regione armena.

Questi, ambedue, aspiravano al suo controllo non solo per ripararsi dalle incursioni barbariche ma anche per ulteriori conquiste  territoriali:  l’impero parthico   con la conquista dell’Armenia, dopo la morte di Germanico, svincolato da ogni trattato con Tiberio, si  salvaguardava dall’incursioni  barbariche e si proteggeva anche dall’impero romano.

Questo, invece, senza l’Armenia era a contatto diretto con l’impero parthico e con le popolazioni scitiche,  di cui temeva le penetrazioni in Siria e in Asia,  anche se  aveva ottenuto il controllo del Mar d’Azov, grazie ai trattati col Regno  del Bosforo cimmerico.

Ora, Artabano, dal 25 d.C., aveva avuto come interlocutore un ministro di Tiberio, quel Seiano che aveva fatto la politica Orientale e poi  il suo sostituto Macrone  e Tiberio sembrava disinteressarsi di tutta quella ampia regione e delle sue ripercussioni, specie nel 33-4, anno della morte del Governatore di Siria  Pomponio Flacco.

Perciò Artabano  nel periodo 31-36 cercò di destabilizzare ulteriormente  l’impero romano, favorendo una politica filogiudaica e mettendo in subbuglio il giudaismo, in quanto a Seleucia aveva imposto Asineo ed Anileo due giudei (Ant. Giud., XVIII, 310-379) contro la stessa nobiltà persiana, e aveva inoltre, invaso anche  l’Armenia Minore.

Quando Artabano si era divisa l’Armenia minore con Monobazo di Adiabene, Tiberio  non ebbe neppure una reazione, a detta di Svetonio, che parla dal lato militare diretto: l’imperatore, non potendo inviare un consolare, specie dopo la morte del governatore di Siria, in effetti, diplomaticamente, aveva agito in quanto gli aveva contrapposto per la riconquista della regione, Mitridate re degli Iberi, dopo averlo riconciliato con Farasmane suo fratello.

E nel frattempo Artabano diede forze necessarie per la riconquista ad Orode, altro figlio,  che doveva impedire il collegamento degli avversari e impedire la loro avanzata entro il territorio  parthico.

Tiberio favorì  il collegamento di Farasmane con gli Albani e con i Sarmati  e con il loro aiuto  attaccò gli armeni, impedendo il congiungimento con le forze partiche, il cui arrivo fu  rallentato anche dalla stagione estiva e dalle inondazioni causate dai venti etesi (Ibidem, 33). 

Ne derivò che Farasmane, appoggiato da ausiliari, provocava a battaglia Orode, privo di alleati,  quelli inviati in ritardo da suo fratello Arsace; e poiché questi cercava di evitarlo, lo molestava, minacciava con la cavalleria il suo campo, disturbava i  foreggiatori e spesso lo accerchiava  con postazioni armate,  assediandolo, finché i Parthi non avvezzi a tollerare provocazioni, si strinsero intorno al principe, invocando il combattimento. Tutta la loro forza era nella cavalleria; Farasmane invece aveva anche valide fanterie …Ci fu uno scontro tra albani ed iberi  e Farasmane da una parte e Orode e i parti dall’altra; ci fu perfino un duello tra i due capi: Artabano avrebbe voluto punire Farasmane e si accingeva a farlo, ma Vitellio, raccolte le sue legioni,  fece spargere la voce che anche lui avrebbe invaso la Mesopotamia.

Artabano temendo una guerra con i romani, avendo ostili i popoli della sua confederazione ed essendo insicuro nella sua stessa corte,  in quanto Sinnace trascinò alla rivolta anche suo padre Abdagese ed altri, che maturavano quel disegno in segreto e che i continui disastri avevano incoraggiato all’azione (Ibidem 36,2), pensò bene di fare il trattato con Tiberio.

Egli, secondo Flavio, accortosi che molti parenti ed amici erano stati corrotti da Vitellio ed attentavano alla sua vita  e convinto che la congiura sarebbe riuscita  perché il numero di traditori aumentava,  fuggì verso le satrapie superiori (Ant. Giud., XVIII, 99-100).

I romani avevano tentato di sostituire lo stesso Artabano con un re della stirpe di Fraate su richiesta della nobiltà medo-persiana detentrice del potere interno: Tiberio, ora libero nella sua azione,  grazie alla risoluzione del problema dinastico e,  dopo la  fine  dei processi di lesa maestà  contro i seianei,  ordinava a Lucio Vitellio (padre del futuro imperatore) di ripristinare l’autorità romana sull’area.

Su questo trattato c’è incertezza sia sull’anno che sul rappresentante partho: da Tacito sembra che Vitellio abbia avuto rapporto diretto con Tiridate, non con Artabano; gli altri storici invece parlano di un incontro a Zeugma del legatus con Artabano stesso.

Flavio, Ant Giud., XVIII, 97-98 spiega che alle offerte di denaro di Tiberio ai re degli Iberi e degli Albani per indurli a muovere guerra ad Artabano, questi diedero agli alani (altri popoli caucasici) il libero transito  per le loro  terre  aprendo le porte  del Caspio…Così l’Armenia fu di nuovo tolta ai parthi e nel loro paese si estese la guerra:  morì la migliore nobiltà e tutte le loro cose si rovesciarono; il figlio del re cadde ucciso con molte diecine di migliaia  di uomini…

Il trattato per Tacito,  comunque, fu fatto: Vitellio condusse il nerbo delle truppe   e delle forze ausiliarie all’Eufrate, fece dei sacrifici  come anche Tiridate (sacrificò un cavallo)… si costruì un ponte di barche e si fece passare l’esercito  dei parti: c’erano anche Ornospade, che era stato (haud inglorius auxiliator, Annales, VI, 37,3) aiutante  di Tiberio, da cui aveva  avuto la cittadinanza romana  nella guerra dalmatica  (Svetonio, Tiberio,9) , Sinnace e Abdagese.

Vitellio impose il trattato, secondo Tacito, mostrando la superiorità delle armi romane  ed ammonì  Tiridate e i capi a non dimenticare di aver avuto come avo Fraate e di essere stato allevato da Cesare , duplice titolo di gloria per lui; ammonì gli altri a non tralasciare l’ossequio verso il re, il rispetto verso di noi, l’onore personale e la fedeltà alla parola data (Vitellius ostentasse romana arma satis ratus monet Tiridaten promoresque, hunc Phraatis avi et altoris Caesaris quae utrubique pulchra memenerit, illos, obsequium in regem, reverentiam in nos, decus quisque suum et fidem retinerent -Ibidem, 37,4-).

Giuseppe Flavio (Ant. Giud.XVIII,101-3) parla, invece, di Vitellio e di Artabano che si incontrano:  Vitellio ed Artabano si incontrarono sull’Eufrate., Si gettò un ponte sul fiume  ed Artabano e Vitellio si incontrarono al centro,  ognuno con la sua guardia del corpo.  Giunti al termine degli accordi, il tetrarca Erode diede una festa  sotto la tenda, fatta innalzata da lui in mezzo al ponte con grande spesa, Artabano inviò suo figlio Dario  a Tiberio, come ostaggio, e con lui molto doni, tra cui un uomo alto sette cubiti, di stirpe giudea, di nome Eleazar, il quale per la eccezionale statura era detto Gigante. Sistemati questi affari, Vitellio tornò ad Antiochia ed Artabano a Babilonia. 

La campagna, dunque, condotta brillantemente da Vitellio, si concluse con un completo successo, ben valutato anche da Tacito, che, poi, da un giudizio negativo sulla sua successiva vita da cortigiano nel periodo di Caligola e di Claudio.

Artabano, di nuovo, fu attaccato dai suoi nemici di corte, fu abbandonato dai suoi sostenitori, e dovette fuggire ad Oriente.

Dobbiamo pensare che la situazione parta fu per qualche mese incerta e caotica per la presenza di due sovrani, ma la situazione si precisò ben presto.

Tiridate, una volta preso possesso del regno, non potè rimanervi a lungo, a causa della rivalità con i nobili, per la sua sudditanza a Roma.

Infatti egli non piacque nè a Tiberio né ai suoi alleati persiani: si era attirato l’inimicizia non solo di Tiberio, ma anche di Sinnace e di Abdo (Flavio, Ibidem).

Egli, d’altra parte, era un romanizzato come già Fraate,  inviato da Tiberio e morto  prima ancora di prendere il regno, odiato dai nazionalisti, che favorirono Artabano che ebbe così modo di riappropriarsi del suo regno, valendosi dell’aiuto di un esercito, composto essenzialmente di uomini della tribù dei Dahan, ottenendo l’approvazione dei Parti.

Flavio, probabilmente, segue questa tesi che cioè i parti lo accolsero dopo i primi contatti tra Vitellio e Tiridate che fece un pretrattato in cui il Legatus  considerava il romanizzato come un sovrano semindipendente e perciò lo cacciarono e richiamarono Artabano per un  foedus  aequum tra due stati  di pari grado.

La  posizione di Artabano  nei confronti di Roma rimaneva, comunque, estremamente precaria, in quanto sebbene non avesse inizialmente incontrato resistenza dalla parte avversa  (essendo Tiridate fuggito in Siria), non era, comunque, in grado di intraprendere con successo una campagna contro Vitellio, dopo l’invasione degli Iberi e delle altre popolazioni barbariche e la perdita della Armenia.

Perciò Artabano  concluse quindi di lì a poco (nel 36) il trattato di Zeugma , nel quale rinunciava alle sue mire espansionistiche, avendo un peso internazionale diverso rispetto a Tiridate,  re fantoccio.

Poco dopo tuttavia venne deposto nuovamente, in quanto la nobiltà  non aveva accettato il trattato in cui la supremazia romana era di nuovo imposta e fu  proclamato re un certo Cinnamo.

Artabano si rifugiò presso un suo vassallo, il re dell’Abiadene,  Izate (Ant Giud, XX,54) grazie al quale ritornò definitivamente al potere   facendo amnistia anche allo stesso usurpatore, che gli si era arreso spontaneamente  e regnò fino alla morte ancora per quasi due anni fino al 40 d.C..

Qusti fatti sono letti da Flavio che fa una certa confusione , come abbiamo rilevato in Giudaismo romano (Cfr. A. GARZETTI, La data dell’incontro all’Eufrate di Artabano III e Lucio Vitellio legato di Siria, in Studi in “ onore di Calderini e R .Paribeni” Vol. I 1956 pp 211-229) specie per quanto riguarda le congiure interne  al regno di Partia.

La relazione dell ‘impresa di Vitellio  fu fatta e  dal procuratore  di Siria e da Erode Antipa che come tetrarca, alleato,  aveva seguito il governatire fino all’Eufrate, come abbiamo visto.

Non sappiamo vedere la funzione di Erode Antipa accanto all’esercito e al governatore di Siria: probabilmente si era mosso per la morte contemporanea di Artaxias III  e di suo fratello Filippo, tetrarca dell’ex regno di Lisania, forse partendo dalla roccaforte di Macheronte o di Masada.

Il tetrarca della Galilea e Perea non doveva essere solido nel suo regno  in una terra in cui era stato proclamato il Malkuth ha shemaim subito dopo la presa dell’Armenia da parte di Artabano, prima dell’arrivo di Vitellio, che dovrebbe essere arrivato a Cesarea marittima non prima dell’ estate del 35.

Gesù era Galileo ed Erode poteva essere stato allontanato dalla capitale Tiberiade da un’ insurrezione popolare: Il regno dei Cieli avrebbe potuto comportare anche un rivoluzione in Galilea, da  cui  il messia era partito  per la conquista di Gerusalemme: il tetrarca si era salvato, dopo l’eccidio della guarnigione di Cafarnao, e si era  rifugiato in una delle roccaforti erodiane, come aveva fatto Pilato stesso, che si era arroccato a Cesarea Marittima, dopo la presa probabile della torre Antonia e la strage della guarnigione romana.

Erode Antipa con le legioni romane aveva fatto il viaggio fino all’Eufrate, lungo  oltre 500 km, portando un suo esercito, insieme a quello di altri reguli,  al fine di imporsi nell’ex tetrarchia di Lisania o per sé  o per la vedova Salome sua figliastra e pronipote, sposata da suo fratello Filippo poco prima di morire, oltre che per ripristinare l’ordine in Armenia e in tutta la zona.

Inoltre Erode Antipa, che conosceva il doppio mandato di Vitellio e contro  il re di parti e contro Areta IV, pensava forse di potersi vendicare di quest’ultimo con cui aveva  questioni di confine e per  problemi a seguito del suo  ripudio dell’ ex moglie Dasha, figlia del nabateo, la cui dote traconita  doveva essere riconquistata.

In questo contesto storico e politico il messaggio di Il regno dei cieli è vicino è  vincente in terra giudaica e a Gerusalemme tra il 32  e il 36: i giudei partici e quelli palestinesi già collegati ora hanno anche l’appoggio dei moderati ellenisti, che pur  convivono con i greci e col sistema imperiale romano  e ne traggono notevoli benefici commerciali. L’avvento del Regno dei cieli e la consacrazione del Messia uniscono il mondo ebraico, anche quello diasporico: l’anima giudaica rimane indelebilmente giudaica sempre, perché è spirituale.

In ogni parte del mondo si trovi il giudeo, guarda a Gerusalemme specie nel momento della realizzazione delle profezie messianiche.

Pilato, prefetto  di Ioudaea (Giudea, Samaria e Idumea) e il tetrarca di Galilea e Perea e quello di Iturea avevano sempre temuto l’ingerenza militare di Artabano, ma in quel tempo messianico tutto l’assetto romano è naufragato.

Pilato (governatore dal 26 d.C) era stato sempre un perfetto prefetto, inviato da Seiano,  probabilmente contrario al partito  giulio (di Agrippina e di Caligola) a volte perfino era andato oltre il mandato tiberiano ed era stato inflessibile e duro contro i Giudei coadiuvato da Erode Antipa, ma la sua azione più dura e repressiva, la fece contro i samaritani, poco prima della Pasqua del 36.

Noi riteniamo che a Pilato era sfuggita del tutto la situazione dopo il 32, la Pasqua, in cui Gesù si proclamò maran, e costrinse il prefetto a rinchiudersi a Cesarea e ad abbandonare al suo destino la torre Antonia  come già aveva fatto Erode Antipa con la guarnigione di Cafarnao:  Gesù dovette tenere solo la Giudea e forse anche porzioni  della Galilea e il controllo parziale  della Perea,  ma la Samaria era rimasta sotto i romani  perché dall ‘epoca di Erode, Sebaste, la città capoluogo della regione era stata sempre filoromana, ma, in quei cinque anni  di  potere regale di Gesù, forse i samaritani si volevano riunire ai Giudei, favoriti da una politica unitaria messianica e  perciò, furono sorpresi da Pilato, che ne fece  una carneficina a Tirathana.

La situazione, dunque, in Palestina tra il 32 e 35 doveva essere caotica: l’inerzia di Tiberio  era mal valutata da tutti i greci di quell’area  e la ribellione della Giudea era diventata un focolaio per tutti gli altri che aspiravano ad  avere l’indipendenza, ma la presenza degli eserciti romani, seppure senza capi e senza mandati ufficiali,  impedivano la riunione delle singole parti:  era aumentato il caos dopo la morte di Filippo e  quella di Artaxias  per la maggiore congiunzione di forze tra Artabano III ed Areta IV, i nemici di Tiberio.

La venuta di Vitellio in Giudea, quindi, fa pensare ad un ristabilimento dell’ordine e ad una ristrutturazione della politica precedente: insomma Tiberio aveva deciso di ripristinare l’ordine nella provincia di Siria e nella sottoprovincia di Ioudaea e di punire la politica di ingerenza di Artabano e quella di Areta IV di Petra.

La classe  sommosacerdotale sadducea, gli erodiani e gli scribi sono filoromani e quindi gestiscono il potere  e la ricchezza del tempio, avendo la maggioranza nel sinedrio; all’arrivo di Vitellio sia che venisse da Nord o da Sud, con le truppe congiunte di Pilato o con quelle  Siriache  il  malkuth del maran illegittimo è finito, e la ribellione interna  sadducea determina la fine, che si verifica all’atto dell’ultimatum romano, sotto le mura di Gerusalemme, assediata.

Giuseppe Flavio ci descrive l’assedio di Gerusalemme nel quinto libro di Storia Giudaica  e le sue notizie colliminano con quelle di Tacito (Hist.,V,12,3); da queste possiamo comprendere la preoccupazione da parte degli giudei assediati, convinti dell’impossibilità di sfuggire alla punizione romana.

Nella primavera, prima  della Pasqua, dunque, del 36 la città si arrende e consegna il suo maran  ai romani: era la soluzione migliore in quella situazione ormai favorevole ai romani in tutta l’area armena, siriaca e palestinese.

Tutte queste notizie ci spostano in un altro orizzonte, utile ai fini della nostra indagine e ci aiutano a  meglio capire il motivo di una accoglienza ad un nemico, così fastosa.

Noi reteniamo che nella Pasqua del 32 Gesù era entrato a Gerusalemme dopo una marcia trionfale iniziata  dalla Galilea accolto dalla popolazione festante  che lo aveva acclamato re, in quanto già riconosciuto Meshiah-Christos,  figlio di David.

Questo antefatto comporta un’altra spiegazione  in quanto da quasi un secolo i giudei palestinesi  (popolo, piccolo e medio sacerdozio, leviti e farisei) aramaici, conformati al pensiero escatologico ed apocalittico, credevano nella venuta di un Messia, che avrebbe sconfitto il popolo romano e avrebbe stabilito il patto eterno nuovo con Dio nel tempio.

I palestinesi, convinti che il tempo era venuto  grazie ad eventi grandiosi nel quadro dell’impero romano diviso in partes, in lotta fra filogiuli e filoclaudi, dopo la conclusione  tragica  della vicenda del potente capo pretoriano  Elio Seiano, inquisito ed ucciso,  avevano proclamato il malkuth ha shamaim  e si erano ribellati alla autorità romana, sostenuti da Artabano, re dei parti.

Proprio quando l’impero romano  attraversava la grave crisi a seguito della sventata  congiura antitiberiana in un momento difficile per la lotta alla successione tra  Caligola e Tiberio Gemello, sostenuti il primo dall’esercito e dal popolo e  il secondo dal senato  ed equites (cfr. A FILIPPONI, Caligola il sublime, opera inedita e  Giudaismo romano, opera inedita, angelofilipponi.com).

La reazione tiberiana  non ci fu, subito, contro il mondo giudaico e siriaco perché  l’imperatore era impegnato nella conservazione del potere imperiale prima e, poi, nel difficile compito della successione.

Egli fu  duro ed inflessibile  nei confronti prima dei seianei e poi del partito  giulio dopo il 18 ottobre del 31, morte di E. Seiano, capo pretoriano, che  era riuscito a salire tutti i gradi  degli honores fino ad avere la tribunicia potestas e l’imperium proconsulare maius per l’Oriente  tanto da  determinare una politica antigiudiaca, di cui Pilato era stato espressione violenta.

Siccome il potere di Seiano era stato grandissimo (Cfr Inizio acefalo di In Flaccum di Filone Alessandrino, angelofilipponi.com ), Pilato e lo stesso Erode Antipa, essendo sue pedine, avevano agito secondo le sue direttive, esasperando l’elemento non solo giudaico antiromano, ma perfino quello, da decenni filoromano, samaritano, che forniva truppe sebastene ausiliarie. Tiberio, ora, era sotto l’influenza di Macrone, nuovo capo dei pretoriani, e di Caligola (cfr Caligola il Sublime, cit.):  questi furono esautorati e tenuti in disparte in attesa di giudizio mentre, nel frattempo, era morto,  Pomponio Flacco  per morte naturale,  fedelissimo governatore, tiberiano, di Siria.

Impegnato nella feroce repressione in Roma e nell’impero, Tiberio tralasciò il problema siriaco e giudaico e non diede mandato al pur nominato Elio Lama (cfr.Angelo Filipponi, Giudaismo romano cit., cfr. Tacito Annales VI,28,2), per cui la Palestina e la Siria rimasero sotto l’influenza di Artabano, che aveva autorizzato Monabazo di Adiabene ad occupare l’Armenia Minore, avendo dato auctoritas regia a suo figlio Arsace.

In effetti Tiberio sembrava che avesse trascurato il problema, ma aveva già tessuto relazioni diplomatiche  con Alani Sarmati Sciti Iberi Albani,  facendo concessioni  e regali come abbiamo visto.

Tiberio aveva atteso tempi migliori per un intervento,come era nel suo stile di dux prudens, mentre a Roma deplorava che dovesse pregare consolari a mettersi a capo di legioni contro Artabano.

Anche la politica interna al suo stato nel settore orientale siriaco  e palestinese, essendo affidata a Pilato, dopo la morte di Flacco, si era rivelato un disastro tanto da essere fortemente irritato contro di lui (Filone, Legatio ad Gaium) che seguitava in una lotta di provocazione contro il giudaismo secondo l’impostazione ricevuta precedentemente da Seiano, ora forse suggerita da Macrone.

Quella zona aveva davvero bisogno di essere ristrutturata, a partire dall’Armenia Maior e  Minor; l’azione antiromana di Artabano era stata  sapiente dalla morte di Seiano ed aveva più o meno connesso tutta la regione cuacasica, ciseufrasica e transeufrausica, la Celesiria e la stessa Palestina  nella sua orbita, approfittando del fatto che quelle popolazioni parlassero la stessa lingua, aramaica ed erano della stessa tradizione medico-persiana, collegata anche da numerosi gruppi giudaici che erano entro i confini dell’impero romano  e in quello partico.

Gesù un davidida, un architetto, conosciuto non solo per la sua ablità tecnica e per i thaumasia (miracula) un discepolo di Giovanni il Battista (un goes, famoso per la sua singolare vita e per i suoi numerosi discepoli, armati, dopo il battesimo, ucciso da Erode Antipa),  eletto mashiah  dagli  esseni, riconosciuto universalmente dal mondo giudaico aramaico ed ellenistico, provocò un’ondata nazionalistica così grandiosa da sconvolgere l’assetto mediorientale dell’impero romano, favorito da Areta IV (che aveva debita di gratitudine nel salvataggio della figlia, ripudiata da Erode Antipa e che era  un fedele  credente in Giovanni e nella sua missione e  poi in quella del discepolo) e da Artabano III, e forse da Asineo, satrapo di Mesopotamia, oltre che Monobazo ed Elena di Adiabene.

Egli si autoprolama re, maran e dopo una marcia di 10 giorni, durante la quale manda messaggeri alle città e ai sinedri chiedendo di essere accolto e quindi l’autorizzazione a passare indisturbato nei territori giunge a Gerusalemme e viene accolto trionfalmente.

Dopo la purificazione del tempio che sottende la presa della fortezza Antonia e quindi la strage dei romani, probabilmente segue il rituale purificativo di Ezra e viene ristabilito il nuovo patto con Dio, mentre aiuti finanziari e militari giungono da ogni parte del mondo  sia partico che ellenistico: la realizzazione del malkuth dovette essere un evento  di valore mondiale e quindi di immensa risonanza.

La venuta del Messia e la concreta realizzazione del Malkuth ha shemaim  impressionarono il mondo intero anche perché il giudaismo tendeva di nuovo a Gerusalemme da ogni parte dell’ecumene, in un ritorno alla patria, terra dei padri ora libera ed autonoma sotto un re davidico: noi abbiamo come confronto solo l’episodio di Zevì Shabbatai (1626-1676), e quello della odierna attesa della ricostruzione del tempio di Salomone, come inizio di tempi nuovi: il clima di speranza che si accende, diventa una mania  irrefrenabile che comporta un esodo da ogni parte per ritornare alla terra santa, un vendere le proprie cose, un lasciare le proprie città, un portare con sé i propri  averi, riconvertiti in oggetti preziosi, per essere presenti al fatto gerosolomitano per partecipare all’instaurazione del malkuth: 2.500.000 di ellenisti e 1.000.000 di aramaici partici, oltre  quelli dispersi fuori  del mondo conosciuto, in Seria, in India a Ceylon, in Nubia, sono coinvolti in questa impresa, sconvolti da questa impresa,  che prelude alla Apocalisse e prepara l’escata, le ultime cose in cui  Dio crea  il regno messianico: pentimento–teshuvah, manifestazioni di gioia, digiuni, bagni rituali, ogni forma di preghiera, diventano normali inizi di una purificazione, partenze da ogni porto occidentale e ondate di ritorni da ogni terra orientale ed occidentale: tutti in una frenesia generale, vogliono favorire il Messia, combattere ed essere presente nel giorno del Signore: la lotta con le forze del male (Arconti di  Paolo, le qelippot), deve essere unitaria; in ognuno è la convinzione che l’esercito messianico, avendo l’aiuto divino, è invincibile.

I cives dell’impero romano stessi  sono sconvolti da questo esodo in quanto molte città si dimezzano perché i giudei si separano nettamente dai gerim e goyim, lasciando tutto, abbandonando le loro attività, case ed ogni altro bene immobile: i porti occidentali ed africani furono presi di assalto e le stesse strade romane erano piene di carovane, di gruppi di uomini alleluianti che tornavano in patria: il fenomeno non poteva essere fermato dai governatori locali, data la consistenza numerica dei giudei.

Sul piano politico, grazie all’appoggio del re dei Parti, si ricrea la situazione del periodo di Antigono (favorito dall’impresa di Pacoro, figlio di Orode, conclusasi con la  vittoria di Ventidio Basso e con l’uccisione del re illegittimo ad opera di Marco Antonio ad Antiochia nel 37 a.C.), ma sul piano morale non si ha altro precedente: l’evento dovette rimanere nella mentalità giudaica a lungo, se poi i giudei  attenderanno la parousia del Signore, insieme con i Cristiani,  fino al 70 e poi da soli con i nazirei, giacomiti, crederanno nel suo ritorno  fino al 136 d.C. ed oltre, considerato che la famiglia di Gesù è inquisita fino a Conone sotto Decio (249-251d.C.).

Il meshiah, quindi, creato un nuovo sacerdozio, quello essenico, protetto dalla  finanza alessandrina, probabilmente, e dai sussidi di tutti ellenisti ed aramaici, adottato il calendario solare,  riconsacrato il tempio col rito di purificazione, fatta una solenne adunanza  per la lettura della legge,  compiuta una cerimonia espiatoria,  purificò e riconsacrò il tempio  e quindi, il quattordicesimo giorno del  primo mese  (Nisan),  celebrò la prima Pasqua nel 32 d.C., in Gerusalemme, libera dai romani (cfr. Giudaismo romano, cit ).

Egli potè governare per tutto il 32 , 33, 34, 35 e solo  nel marzo del 36 con l’arrivo di Lucio Vitellio tutto si capovolgeva e la Giudea tornava in fibrillazione perché si riaccendevano  le speranze dei sadducei, degli erodiani e degli scribi che, erano rimasti senza autorità e con i diritti limitati, simili a quelli dei leviti, ridotti di rango nell’attività templare.

Infatti nel 35 Tiberio avendo risolto i problemi imperiali e fatti cessare i processi di lesa maestà,  aveva anche concluso le stragi dei giuli e quindi, con la doppia adozione di Caligola e Tiberio  Gemello, aveva  così fatto tacere i lamenti  del partito giulio, accontentato, perché aveva seguito il mandato di successione augusteo, che imponeva un elemento della famiglia di Germanico come successore accanto a quello delle linea claudia (cfr. Caligola il Sublime, cit.).

Inoltre, il vecchio imperatore invia in Palestina con un doppio mandato Lucio Vitellio contro Artabano III e contro Areta IV, convinto che una volta, debellati gli antagonisti maggiori, i re locali  sarebbero caduti  facilmente  a causa delle fazioni avverse, opposte.

Vitellio facendo pressione, grazie alla diplomazia tiberiana, già attiva  tra gli albani e i Saci, sulle popolazioni scitiche al nord, nella zona del Kurdistan attuale li spinse  con la forza e con il denaro contro il confine partico; Artabano inviò un esercito comandato da Arsace suo figlio con 100000 uomini, ma fu sconfitto.

La disfatta costrinse il re dei re al trattato di Zeugma in cui dovette pagare indennizzi di guerra e dare ostaggi e  sgombrare dall’area cisufrasica facendo ripristinare lo status quo (come abbiamo visto).

Il piccolo regno di Gesù, in quanto sottoprefettura di Ioudaea, ora è ricaduto sotto la diretta amministrazione romana, come prima del 32, e Gerusalemme, assediata, subisce  l’ultimatum romano: o si arrende concedendo i capi della sedizione o sarà distrutta con la strage della popolazione.

In questa situazione tragica, di capitolazione e di resa, si verifica l’entrata in Gerusalemme di Vitellio: il governatore di Siria viene accolto festosamente dal popolo, che è ora dominato dai sacerdoti sadducei dagli erodiani e dagli  scribi, che hanno formato un nuovo sinedrio, il quale probabilmente  ha  decretato, pur con  grande dolore e tra contrasti,  la  paradosis del Christos all’autorità romana.

I vangeli  mostrano Gesù arrestato e portato di fronte ad Anano I e alla sua famiglia, di sera e poi al sinedrio, di mattino: ciò sottende un’operazione all’insaputa del popolo e quindi contro la volontà dei più ardenti seguaci.

Nel processo contro la sua azione messianica non gli furono trovate colpe, nonostante gli accusatori e i delatori, ma il sinedrio  decise  la  paradosis di Gesù Christos, un uomo giusto, all’autorità romana dopo che sommo sacerdote, scribi ed anziani avevano complottato al fine di prenderlo ed ucciderlo,  pur timorosi di una sommossa del popolo  (Mc. 14,1-2  thorubos tou laou).

I Vangeli, così dicendo,  condannano lo stesso Sinedrio, responsabile della paradosis e della enedeicsis, ingiusta, eppure avevano già detto che Gesù era entrato già  a Gerusalemme,  salutato come un re  ed era stato accolto in un tripudio di festa popolare e che aveva  dimostrato di avere anche una ecsousia profetica, dopo aver cacciato i profanatori dal tempio.

Probabilmente il sinedrio che denuncia e consegna  è diverso da quello che accoglie e che festeggia il Christos in Gerusalemme: ora, se la pasqua è quella del 36 i componenti del sinedrio  sono nuovi perché quelli del precedente sono stati esautorati ed arrestati, come fautori del Messia.

Questi, nuovi, a maggioranza, hanno considerato decaduto Gesù come re e  quindi hanno  deciso di prenderlo e di ucciderlo, consegnandolo ai romani dopo denuncia, cioè dopo aver decretato l’illegittimità della sua azione,  della costituzione del malkuth ha shemaim.

Ora noi sappiamo tramite Filone (In Flaccum  inizio acefalo e Legatio ad Gaium ) che il Sinedrio di Alessandria si comportò in modo solidale con gli zeloti, fuggiti ad Alessandria. Infatti furono nascoste le loro armi e furono protetti col silenzio,  mentre i romani cercavano le armi e i fuggiaschi da Gerusalemme, seguaci del Malkuth, scampati alla sommaria giustizia di Pilato e di Vitellio.

Da Flavio sappiamo poi che, nel dopo settanta ad Alessandria, si verificò la stessa cosa ma gli alessandrini,  coscienti delle cose che avevano patito nella dura reazione caligoliana, ebbero un diverso comportamento: il sinedrio votò contro gli zeloti e  i sicari, ne  favorì la  cattura e li consegnò alle autorità romane  che li torturarono e li uccisero,  mentre gli altri giudei soffrivano di aver dovuto, per salvarsi, fare la delazione (cfr. Giudaismo romano,cit; Caligola il sublime,cit.; e commento al XVIII libro di Antichità giudaiche, oltre la traduzione di In FlaccumLegatio ad Gaium).

Perciò, sulla base della esemplarità della situazione alessandrina,  riteniamo  che la minoranza sadducea, scriba ed erodiana tenuta  in soggezione nel periodo del Malkuth trionfante,  riprese il potere, all’arrivo degli eserciti romani e destabilizzò il  regnum  del maran e decretò la festa per l’arrivo del procuratore di Siria, dopo averlo accolto in città (che,come compenso, secondo la clementia, fece concessioni favorevoli ai sacerdoti, come abbiamo detto, e ripristinò lo status quo)  determinando con quell’atto la morte del Messia, ora rinnegato.

Tutto ricominciò come prima della impresa di Gesù, come era avvenuto nel 6-7 dopo Cristo come era avvenuto nel 4 a.C.  alla morte di Erode: l’impero romano ristabiliva il suo ordine e la sua giustizia, dando rilievo ai sadducei, agli scribi e agli anziani e tenendo soggetto il popolo.

L’élite giudaica aveva fiutato i tempi nuovi della romanitas: l’avvento di Caligola,  l’ordo nuovo, il Regno saturnio, una nuova era di pace e di benessere, assicurata dal figlio di Germanico: ormai Tiberio malato era prossimo alla morte e lo stesso Vitellio non  avrebbe portato a termine neppure l’impresa contro Areta IV.

Lo stesso governatore si era mostrato ancora di più filogiudaico, accogliendo perfino le proposte dei capi di non passare nella loro terra sacra con le insegne, ma di deviare  per le terre samaritane e perciò, l’anno dopo, Gerusalemme, conosciuta la morte di Tiberio e la salita al trono di Gaio Caligola, di nuovo accolse il governatore di Siria  che da Gerusalemme mandò un segnale di pacificazione generale per tutto l’ebraismo non ancora ripresosi dalla sconfitta e dagli aneliti messianici, propagandando il regno saturnio caligoliano.

Ora, dunque, due propagande si avvicendano una valevole per tutto l’impero, quella del tempo suturnio, a contrapposizione dell’ideale messianico ormai frantumato e annichilito, specie nel clima di una perenne felicità, instaurata dal regno di Caligola, l’altra solo  per i giudei increduli di fronte alla realtà dei fatti, alla morte del Christos, impegnata nella interpretazione dei segni, secondo la lettura di Isaia.

JHWH stesso parla:

non ha bellezza, né splendore / perché lo ammirassimo / né amabile aspetto né prestanza/ Oggetto di sprezzo e reietto dagli uomini / uomo di dolori sperimentato dalla sofferenza / e come uno davanti a  cui ci si nasconde la faccia: / spregevole, nulla, lo stimammo / portò i nostri dolori, noi l’abbiamo stimato un percosso,/un colpito da Dio ed umiliato / Ma egli è stato trafitto a causa delle nostre colpe / è stato fiaccato a causa delle nostre  inquità! il castigo esemplare che ci rende la pace è su di lui / e per mezzo delle sue piaghe ci è data la guarigione / noi tutti come pecorelle ci sviammo / ci volgemmo ognuno alla propria strada / e JHWH fece cadere su di lui, l’iniquità di noi tutti. / Fu angariato e lui si umiliò e non aprì bocca/ come agnello fu condotto al macello / e come una pecorella davanti ai suoi tosatori / è muta e non apre bocca… (53. 1-13)

L’interpretazione essenica e teraupetica del passo fu quella del Servo di Dio, (in seguito  sarà quella del lamed vau, del trentaseiesimo destinato a morte per gli altri), di chi, offrendosi in espiazione per i peccati altrui, sarà coronato di trionfo (11-12) e sarà il capo dei credenti per sempre: perciò gli attribuirò le moltitudini delle genti / e dei possenti dividerà le spoglie / per il fatto che si sacrificò fino alla morte / e fu annoverato tra  gli scellerati  quando egli sopportava il peccato delle moltitudini /  e supplicava per i trasgressori.

Mentre subito dopo la morte di Jehoshua tutti aspettavano il suo ritorno,  chi in un modo chi in un altro a seconda della cultura di appartenenza, qualcuno cominciò (come Paolo) ad applicare i versi successivi della Nuova Gerusalemme (Isaia, 54) alla Chiesa.

Da qui il cambiamento di lettura e di impostazione tra i seguaci di Christos, tra gli aramaici e gli ellenisti: gli uni erano  fiduciosi in un ritorno, parousia del maestro-re che sarebbe venuto con forze ultraterrene e che avrebbe sterminato i romani,  costituendo la Nuova Gerusalemme, eterna; gli altri  attendevano il suo ritorno alla fine dei tempi,  quando Gesù, uomo dio, che si era caricato il peso dei peccati umani e che aveva redento col suo sangue  tutti, ebrei e non ebrei, avrebbe distinto dopo il giudizio i buoni dai cattivi, dando premi e castighi a seconda delle azioni conformi o non conformi al suo exemplum.

Sono due diverse letture ed interpretazioni di uno stesso brano di Isaia: Giacomo, il fratello di Gesù (Mc., 6,3-4; Mt. 13,55-56; Galati, 1,18-19; 2,9; Atti degli Apostoli, 1,14 12,17; 15,13;21,18;  Flavio, Ant. Giud., X,200; Eusebio, St. Eccl.,1, 12,5; 2,23,25) e i seguaci del Malkuth, seguitando a vivere seguendo le orme terrene e militaristiche di Christos, sarebbero rimasti nella via della clandestinità, in una segreta preparazione alla guerra; gli altri, invece, si sarebbbero separati lentamente dai confratelli, distaccandosi dal ceppo giudaico, pur rimanendo attaccati alle radici del nomos ebraico e dopo il settanta, con la costituzione di un preciso canone evangelico, kerigmatico, avrebbero creato il cristianesimo, come noi oggi lo viviamo, secondo la tradizione romano-ellenistica, in un rifiuto totale e categorico del giudaismo ormai senza tempio e destinato alla Galuth.

La chiesa (non è qui il caso di lavorare sulla nascita di questo termine)  è Nuova Gerusalemme decisa a conciliare humanitas con misticismo filoniano-platonico-paolino, pratica e teoria classica, secondo la methodos ellenistica giudaica sincretistica, adattata alla risultanza di moralitas romana occidentale, pagana, nella scelta della centralità dell’eredità di Roma, dopo la separazione dalla Sinagoga.

A distanza di secoli noi non siamo in grado di ricreare quel clima,  formatosi dopo la morte di Gesù Cristo, né di seguirne le vicende  fino al momento della scrittura evangelica, che fu una nuova evangelizzazione in epoca flavia connessa con la fine del tempio, legata da una cooperazione con la Romanitas e ad un rifiuto della stessa origine ebraica.

E’ quasi impossibile ricostruire quel clima in cui, i cristiani,  dopo il trauma della distruzione del tempio, uomini, abituati a convivere seppure con notevole differenze, coscienti di essere uniti dalla comune base giudaica si separarono definitivamente  dal giudaismo, di cui erano una setta ereticale.

Ma ancora di più più arduo rilevare la separazione dai nazirei, fratelli nati dalla stesso parto, seguaci e parenti del Messia, che ne seguivano la storia, non lo spirito, ormai larve pure di una comunità destinata alla fine,  esangue  a causa della  selezione degli eletti, davidici e  giudaici di stretta osservanza, aramaici, e specialmente  a causa della sede  stessa gerosolomitana, ormai periferica, dopo la fine del tempio, all’ecumene.

Possiamo, però, rilevare che  le risposte sono diverse a seconda della lettura di quella morte: i primi, giacomiti, fedeli ai principi mosaici, giudaici, anche loro vivono l’evento dell’attesa del Signore e del suo  ritorno (cfr. Il vangelo di Giacomo in Jehoshua o Jesous?, Maroni 2003); i secondi, che poi si chiameranno cristiani,  ellenisti, accettando l’interpretazione del servo di Dio di Isaia,  attendono il ritorno di Cristo, sempre più assimilato al Logos e a  Dio  e formano una nuova religione.

All’ euforia  dei giudei ellenisti per l’ elezione di Gaio Caligola, segno di una nuova era per il mondo romano occidentale e per quello romano ellenistico segue lo sgomento della nuova persecuzione antigiudaica, feroce, estesa a tutto l’impero  ancora più acuta sul territorio giudaico, quando è palese l ‘ektheosis imperiale  con la neoteropoiia, la nuova politica.

Questa fase vissuta da entrambi gli schieramenti nell’angoscia di un possibile annientamento della radice  giudaica di qualsiasi  credo, di sradicamento della pianta giudaica in ogni parte del mondo  è resa da Filone  in Peri Areton ( nelle due opere susperstiti di questa opera, che doveva constare  di cinque libri).

Filone mostra la grande illusione ebraica ellenistica dopo la bufera del periodo 25-31, del 32-36 e  del phobos mortale dell ebraismo di fronte alla divinità di Caligola: la varie gradazioni di spavento fino al terrore e alla certezza della fine  dell’ethnos  sono perfettamente rese da Filone, che precedentemente ne aveva esaltato la figura e lodato la grandezza.

Lo scrittore alessandrino sa rendere  quell’iniziale momento magico e divino, sublime, del Kronikon bion (Legatio ad Gaium, 13) , che pur doveva essere contrapposto al regno messianico: quel tacere sui fatti gerosolomitani e sull’illusione messianica, quanto male ha fatto! (ma Filone ha veramente taciuto oppure gli è stata messa la museruola! ed  è stato addomesticato successivamente!).

Chi non si sarebbe meravigliato, e sorpreso, vedendo Gaio, che, dopo la morte di Cesare Tiberio, aveva preso l’impero della terra e del mare, che era in un periodo di grande tranquillità e che aveva un  buon ordinamento?

Chi vedendo l’impero  unito in ogni parte   in un consenso universale a settentrione e a meridione, ad oriente come ad occidente – essendo d’accordo la stirpe  barbarica con la greca, e quella greca con quella barbarica, convivendo amichevolmente   soldati e cittadini,  per un comune possesso  e  godimento della pace – (questi e quelli in reciproca pace godere insieme di rapporti e commerci) non sarebbe stato ammirato e sorpreso?

Chi non sarebbe stato ammirato e sorpreso di una fortuna così grande e appena narrabile, accumulatasi grazie ad un’unica eredità, di beni infiniti, di tesori zeppi d’oro ed argento, in parte  come materiale grezzo (puro e non lavorato), in parte segnato come moneta, in parte  come  ornamento vistoso per coppe ed altri utensili che sono utili per l’ostentazione?

Chi, inoltre, non sarebbe stato ammirato e sorpreso  per le milizie di fanteria, di cavalleria, navali e  per le  rendite che affluivano come da una fonte con un  perpetuo tributo  e per il potere non  su moltissime ed essenziali  parti dell’ecumene , di  tutto il mondo  propriamente detto abitabile, limitato da due fiumi, Eufrate e Reno, separante il secondo dai Germani e da feroci altri popoli e il primo dai Parti e dalle genti sarmatiche e scitiche, che  non sono  certo meno miti di quelle germaniche  ma,  per la terra, per così dire,  quella da oriente ad occidente, bagnata dall’Oceano e comprendente alcune parti oltre Oceano?

Il popolo romano godeva le proprie feste in pace con tutta l’Italia e con tutte le province europee ed asiatiche…   Tutti erano  compiaciuti  non perché speravano che avrebbero avuto possesso ed uso dei beni pubblici e privati  ma perché pensavano  di avere già la pienezza  di una fortuna  che era in attesa della  felicità. Se ciò talora prima era accaduto sotto qualche imperatore, allora in effetti sembrava che i romani non già avessero speranze, ma tenessero l’usofrutto dei beni pubblici e privati.

Dunque,  era possibile vedere per le città solo altari, vittime, sacrifici, uomini vestiti di bianco, coronati, sereni,  mostranti  bontà  nei  volti  ilari, dovunque, feste, celebrazioni solenni nazionali, gare musicali , corse ippiche, feste orgiastiche, feste  notturne, con  flauti e cetra, diletti, condoni di debiti, tregue e divertimenti vari per ogni sensazione.

Allora non c’era nessuna distinzione tra ricchi e poveri, né tra illustri ed umili, né tra creditori e debitori, né tra  padroni e servi perché il tempo pareggiava i diritti tanto che si credeva che si fosse verificato quel secolo di Saturno, descritto dai poeti come favola mitica: così grande era l’abbondanza, così fortunata la raccolta annuale, così eccezionale la felicità e sicurezza, che erano in tutte le famiglie e in tutta la popolazione, di notte, come di giorno, che si verificarono  in modo continuato ed ininterrotto nei primi eterni sette mesi.

Filone (Ibidem,8-13) mostrando, dopo la morte di Tiberio, il sorgere di  una nuova epoca, rivela la nuova illusione da parte degli ellenisti, quasi un cambiamento epocale, durato, però, per sette, otto mesi, grazie all’avvento al trono di Gaio Caligola figlio di Germanico: i giudei  di Gerusalemme per primi conoscono l’inizio del suo regno e lo  festeggiano sacrificando a Dio insieme a Vitellio, che fa la nuova entrata a Gerusalemme ad un anno di distanza, dopo che è stato sollecito ad accettare  le richieste giudaiche di non passare nel loro territorio, sacro, ed ha fatto  deviare per la pianura di Samaria, le aquile e i segni imperiali, seguendo il consiglio del Sinedrio gerosolomitano.

Filone mostra la delusione subito dopo la malattia dell’imperatore  e il terrore, con cui il mondo intero attende le fasi dell’acuirsi della malattia, del suo esaurirsi e l’immensa gioia popolare per la guarigione: l’impero tratteneva il respiro nell’attesa dell’evento della guarigione dell’imperatore, giovane Augusto, salvatore del mondo: solo il giudaismo aramaico non partecipa ma è costretto a dare segni di passiva accettazione, mentre quello ellenistico è preso dalla illusione dell’ideale principe, venuto a redimere il mondo romano,  a dare stabilità ad ogni essere, a  creare un nuova età dell’oro.

All’ottavo mese, però, Gaio fu colpito da una grave malattia perché aveva mutato il razionale  vitto, di cui si serviva con una certa frugalità  sotto Tiberio, e che, perciò, era  piuttosto salutare  in un lusso smodato: infatti beveva vino in quantità, cercava ghiottonerie, non placava il desiderio neanche a ventre pieno.

Si aggiungevano, inoltre, bagni poco opportuni e poi vomiti e di nuove bevute, piaceri del ventre e di quelli sotto il ventre: egli faceva ginnastica erotica con donne e ragazzi e prendeva ogni altra cosa atta a distruggere il corpo e l’animo e i legami esistenti in ambedue.

La paga della temperanza è la  forza con la sanità, dell’ intemperanza, invece, la fiacchezza con la malattia, che  porta alla morte.

La fama di questa malattia si divulgò, quando ancora il mare era adatto alla navigazione; – infatti era l’inizio dell’autunno, che è quasi l’ultima navigazione per chi ritorna ai propri porti e rade,  da tutti gli empori, specie per quelli che non amano svernare in terre straniere- subito tutti,  partecipi,  mutarono quella vita serena  precedente  in tristezza ed improvvisamente tutte le case e città si riempirono  di preoccupazione e di  tristezza, eguagliando la tristezza la letizia di prima, e passando così all’opposto.

Infatti insieme  a lui erano malate anche tutte le province e, direi, in modo più grave di quella che aveva colpito Gaio: quella di cui languiva  lui riguardava  solo il corpo, quella di quelle,  invece, era totale e di ogni tipo, di vigore spirituale, di pace, di speranza  e di possesso e di godimento di beni.

Veniva alla memoria  quanti e quali mali nascessero dall’anarchia: carestia, guerre, tagli di foreste,  devastazioni territoriali, espulsioni di coloni, confische dei beni,  imprigionamenti, timore di schiavitù o di morte, pericoli di cui non c’era nessun medico e si aveva  un solo rimedio, che Gaio riavesse la salute.

Pertanto, quando la malattia cominciò  a diminuire, in breve seguirono le manifestazioni di congratulazioni provenienti perfino dagli estremi territori -niente è infatti più veloce della fama- ogni città, era in attesa, sospesa,  avida sempre di notizie migliori,  finché non ricevette la buona notizia che Cesare si era ristabilito del tutto: e come se essi stessi avessero riacquistato la salute, tutti gli abitanti del continente e delle isole, ritornarono di nuovo alla gioia. Nessuno  infatti ricorda che mai ci fu una così grande gioia di un qualsiasi popolo o regione per il recupero della salute del proprio principe, quanta allora ci fu per la salute di Gaio in tutto il mondo, appena riprese il comando e  si cominciò a riprendere dalla debolezza.

Essi che non conoscevano la verità, godevano come se allora per la prima volta incominciassero a mutare la vita selvaggia e naturale in sociale e civile e a  migrare dal deserto, dalle tane, dalle falde dei monti  alle città fortificate e dopo una vita passata senza maestro, ad obbedire sotto un prefetto,  ad un pastore e mandriano  di gregge migliore.

La mente umana, infatti,  vede male, né comprende che cosa sia veramente utile potendo servirsi  di più dell’immagine e del vaticinio  che della scienza. Pertanto non molto dopo, subito quello sperato salvatore, beneficentissimo, che avrebbe dovuto inondare l’Europa e l’Asia con nuove fonti di felicità, destinate a giovare privatamente, ciascuno e pubblicamente tutti, a cominciare dalla propria casa secondo il proverbio”a cominciare dal lare“ (dal focolare domestico), sfociò in crudeltà o piuttosto mostrò chiaramente quanto fino ad allora aveva dissimulato…

Il giudaismo, secondo Filone (Ibidem, 14-24), scopre la nuova realtà dell’impero giulio-claudio ostile, ferocemente ostile non solo agli aramaici ma anche agli ellenisti: la coesione tra un prefetto inquisito, connesso al popolo alessandrino, e l’imperatore, determina il pogrom alessandrino e con esso inizia un graduale sistema di distruzione dell’ethnos, colpito al cuore con la voluta  installazione del colosso di Caligola nel tempio di Gerusalemme (dopo l’avvenuto insediamento nella grande Sinagoga alessandrina, capace di contenere 100.000 fedeli)  e nel decreto imperiale antigiudaico di  annientamento dei palestinesi,  in caso di rifiuto.

Questa mirata azione, connessa con la soluzione del problema della successione. grazie alla morte di Tiberio Gemello e con lui la distruzione del senato, dei cavalieri, adombrata con la morte di Giunio Silano e di Macrone (cfr Caligola il Sublime, cit),  favorisce  l’inventio della pazzia di Caligola, la cui azione già doveva essere letta negli ultimi atti, compiuti  da Vitellio in terra palestinese.

Già l’azione contro i samaritani (che avevano appoggiato probabilmente Jehoshua),  i quali erano stati puniti da Pilato, su mandato di Vitellio, che ne fece una strage  e rese possibile il passaggio delle truppe e la deviazione dalle terre giudaiche, è opera di Macrone e di Caligola: Tiberio, che ordinò che Pilato fosse inquisito e condotto a Roma per essere giudicato per mal governo  compì, con questa azione, uno dei suoi ultimi atti imperiali, dal letto di morte, sotto la spinta del successore.

La situazione non era mutata in terra palestinese, se non marginalmente: a Gerusalemme,  in Giudea  Samaria ed Idumea, che costituivano la Ioudaea, dopo un anno, fatta eccezione per Kaifas destituito da Vitellio: tutto era ancora stabile in Perea  e Galilea, sotto Erode Antipa, anche lui, però, incerto nel potere perché minato già da suo nipote–cognato Erode Agrippa, che inizia la sua ascesa regale, essendo stato fatto da Caligola re di Iturea e zone limitrofe nell’ex tetrarchia di Filippo, nonostante le lamentele del tetrarca (cfr. Caligola il sublime, cit).

Caligola, finito il periodo delle feste, caduto malato e poi guarito, cominciò una  progressiva azione di riforma dello stato, i cui obiettivi erano l’abbattimento della ‘élite  senatoria e l’annientamento  della organizzazione  economico- finanziario-religiosa giudaica.

Nel disegno di Caligola il giudaismo aramaico doveva essere  annientato, data la sua recrudescenza periodica e considerata la differenza culturale con gli integralisti giudaici e con esso quello ellenistico doveva essere, prima limitato nel suo potere finanziario ed economico, stroncato  nel suo proselitismo e distrutto nel suo impero commerciale: il giovane imperatore, dopo avere fatto fuori Macrone, suo suocero  Silano e suo cugino-figlio, per consolidare il suo principato, ritiene opportuno destabilizzare i senatori e il senato e gli equites sostituendoli con i ministeriales, liberti che già operavano  alle dipendenze della domus giulio-claudia, come magistri (servi) addetti alle corrispondenza, alle finanze, alla economia e alla diplomazia, a capo di ministeri  già funzionanti in epoca tiberiana.

Dopo la prima fase, molto dispendiosa, per accattivarsi il favore militare e popolare, il principe cambia totalmente  politica  e diventa fiscalissimo e in questa attività colpisce i giudei che, grazie all’appoggio ininterrotto di Augusto e di Tiberio, avevano creato col proselitismo una rete finanziaria e commerciale,  che copriva l’intero ecumene.

Caligola, colpendo gli equites, colpiva anche i giudei e le loro molteplici attività  distruggendo il loro capitalismo, incentrato sul sistema  bancario.

La sua azione parte da una inquisizione sulle armi in Alessandria,  iniziata da uno zelante Prefetto come Avillio Flacco, un perfetto governatore tiberiano, che, temendo di esserre inquisito da Caligola perche delatore della madre, non avendo più il sostegno di Macrone, di Silano e del suo partito tiberiano, appoggia l’elemento greco di Alessandria contro i Giudei, e li priva, col tacito consenso di Caligola, dei loro diritti civili, facendoli precipitare da cives –politai ad inquilini  csenoi epeludes.

L’atimia determina la fine del commercio giudaico, prosperato per decenni dal periodo di Cesare e e  poi di Antonio e Cleopatra, divenuto grandioso fenomeno con Augusto ed anche con Tiberio pur con qualche limitazione e condanna.

Il processo antigiudaico era iniziato nel periodo seianeo 26-31, era poi rimasto latente, fino alla morte di Tiberio ed era riesploso nella primavera del 38 ad Alessandria per poi seguitare fino alla morte di Caligola: questo quindicennio è segnato da  persecuzioni, quella di Seiano, Flacco e di Caligola di cui Filone  ha  rilevato tragicamente  i momenti con la sua opera Peri areton, di cui ci sono rimaste solo In Flaccum  e Legatio ad Gaium.

La ricostruzione di quest’opera composta di cinque libri in cui sono trattati i fatti capitati ai giudei (a epathomen/quelle cose che noi soffrimmo), probabilmente divisa in modo da rilevare il crescendo di tragedie culminate con la volontà di sterminio totale  da parte di Caligola, che impone l’erezione del suo colosso nel tempio di Gerusalemme al governatore di Siria Petronio Turpiliano, come atto di profanazione della santità templare e come sua personale manifestazione divina dopo la sua ektheosis, autorizza il collegamento tra i fatti di Palestina e la costituzione del malkuth, con l’impresa di Vitellio, con l’agitazione e sommessa di tutto il mondo giudaico della diaspora al  momento della creazione del regno messianico e  della  sconfitta e morte del Christos e quelli alessandrini, permettendo congiunzioni politiche  proprie della neoteropoiia caligoliana(Cfr. Caligola il sublime, cit).

La neoteropoiia, tolta la pazzia caligoliana, una storiella ridicola, costruita dalla propaganda giudaica congiunta con quella senatoria ed equestre antigiulia, ripresa poi dalla dinastia flavia ed antonina, ai fini di una propria giustificazione di potere, è una politica di straordinario valore innovativo, basato sull’adesione popolare e militare, grazie ai meriti militari del domus giulia  (Cesare, Augusto, Druso, Germanico), tesa alla ektheosis, dopo la distruzione del ceto senatorio ed equestre, e dopo la sostituzione ai vertici amministrativi provinciali con un gruppo di  liberti amministratori pubblici, a seguito della costituzione di un sistema fiscale, che sopprimeva quello erariale e quindi considerava eguali tutti i cives, isonomici, dopo l’ eliminazione di ogni privilegio sia di classe che di stirpe, che di religione (Cfr. Caligola il sublime, cit).

Il giudaismo, che usciva da una delusione così profonda della falsificazione del suo Christos, non ancora ripresosi dallo stordimento della fine del malkuth, incapace di reagire, specie quello palestinese, di fronte al pericolo della profanazione del tempio, ha una supina accettazione, basata sulla cessazione dei lavori agricoli e sull’esodo  composto, rituale: esso va in processione, a sei file a Tiberiade, ben guidato da elementi moderati, come i sadducei, rimettendosi alla clemenza dell’imperatore e del suo rappresentante, il nuovo governatore di Siria, Petronio Turpiliano (Flavio, Ant.Giud.,  XVIII, 261) preferendo la   morte collettiva alla profanazione del tempio.

Quello diasporico, visto naufragare il proprio impero emporico e finanziario, dopo l’atimia, cerca una difesa in Dio, consapevole, inoltre, della volontà di Caligola di trasferire la propria capitale ad Alessandria e quindi di gestire l’impero proprio dalla capitale del giudaismo, sede della centrale finanziaria giudaica, già compromessa.

In questa situazione di estremo pericolo per il giudaismo universale, ben temeva Petronio le congiunzioni tra i tre giudaismi (quello palestinese, quello aramaico partico e  quello diasporico),  la ricchezza della finanza  giudaica ellenistica che, se messa al servizio del militarismo aramaico, avrebbe potuto sconvolgere il mondo e determinare un nuovo conflitto con la Partia e rivoluzioni interne all‘impero romano stesso, data la consistenza numerica in ogni città dell’elemento giudaico.

ll giudaismo ellenistico aveva mostrato non solo potenza finanziaria ed economica per il patrimonio  bancario e per il dominio sui porti del Mediterraneo, specie di Alessandria, e per le connessioni e ramificazioni in ogni centro anche piccolo di tutto l’Occidente e l’Oriente, ma ora essendo congiunto con quello aramaico minacciato nella sua sede centrale di Gerusalemme, poteva innescare un batteria di rivolte, capace di minacciare l’ordine e rompere l’eirene stessa dell’impero romano.

Il pogrom dell’estate del 38 e la difficile situazione antisemita mantenuta per tutto il regno di Caligola fino alla sua morte, nonostante l’azione di difesa di Erode Agrippa, divenuto anche re di Galilea e di Perea,determinano uno sconvolgimento nell’impero, generale, reso ancora più tragico dal clima di felicità, inaugurato nel periodo saturnio dal regno  di Caligola.

Solo la morte di Caligola salvò dalla punizione di esilio in massa  per il rifiuto di portare il colosso nel tempio e fece cessare le agitazioni  in ogni città in quanto i greci vincitori, insicuri degli eventi  e sulla successione  rimasero perplessi di fronte alla mostruosità dell’uccisione del sovrano e quindi le Boulai cittadine non ebbero tempo di votare le acquisizioni indebite, gli espropri e quindi di incamerare i beni giudaici.

Con la nomima di Claudio ad imperatore e quindi con la non interruzione dinastica, i greci frenarono la loro azione antigiudaica e gli ebrei respirarono in attesa di un editto imperiale di ripristino della situazione precedente, fiduciosi in un atto di clemenza del nuovo imperatore, che doveva seguitare nella linea economica della sua domus  secondo i  prostagmata lagidi,  accettati da Augusto.

Se, da una parte, la situazione cambia, resta, per, la necessità di non seguitare nel proselitismo, altrimenti l’imperatore punirà il giudaismo (Editto di  E. Retto o lettera agli alessandrini cfr. Giudaismo romano, cit. e Legatio ad Gaium, cit.), ritenuto come peste dell’impero.

Il giudaismo ellenistico respira, mantiene il suo status nel periodo di Claudio e di Nerone anche per la protezione di Poppea, ma, dovunque, nelle singole città, ricorrentemente si verificano scontri tra greci e giudei: Antiochia e Cesarea Marittima mostrano  come il  sistema di vita ellenistico non più  protetto, ma solo parzialmente assicurato dall’autorita centrale romana, sia, ora, privato di auctoritas locale  e perciò vulnerabile, specie dopo la morte di Erode Agrippa I (Cfr Caligola il sublime, cit e Giudaismo romano, I parte,cit).

Alla sua morte, infatti, essendo ripristinato il vecchio statuto sulla Giudea e data la prefettura a Cuspio Fado e quella di Siria a Cassio Longino (Flavio, Ant. Giud., XX, 1-14), ci furono ribellioni in Perea e la questione della veste sacerdotale, che di nuovo fu appannaggio dei romani.

Fado e Longino si accordarono, facendo un patto con i sacerdoti, che tumultuavano insieme col popolo e chiesero che, se essi davano ostaggi, potevano inviare una commissione ed ambasceria a Claudio per la richiesta della veste.

Claudio, per amore del figlio di Agrippa I (Agrippa II ) e dei suoi fratelli Erode ed Aristobulo,  permise che la veste fosse in mano giudaica e specificamente di Erode  re di Calcide, che ottenne l’autorità sul tempio, sul vasellame sacro e sull’elezione del sommo sacerdote (Ibidem, 16).

Gli episodi di Cesarea e di Antiochia sono esemplari in questo senso ed evidenziano la stato di rappresaglia nell’interno di città proprio a causa della presenza giudaica: la situazione in Ioudaea divenne tragica alla morte di Erode Agrippa nell’agosto del 44, anno in cui fu acuta la carestia (Cfr. Flavio, Giudaismo romano, cit.)

La Ioudaea, con parte della Perea e della Galilea era, ora, sotto il potere diretto di Roma: Claudio non aveva voluto dare a Agrippa II il potere neppure di una parte del regno paterno, vista la giovane età (17 anni), gli concesse solo parziale potere su zone ituraiche, mentre a Erode, fratello di Agrippa I venne dato il regno di Calcide (poi  concesso, alla sua morte, al figlio di Agrippa I)…

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Cirillo e Porfirio

Cyrillus contra Iulianum

Della Philosophos Istoria di Porfirio si conoscono alcuni frammenti, tratti da Cyrillus contra Iulianum.( 4,11-12, 14, 18-22)  per il quarto libro.
Per la conoscenza degli altri tre libri dell’opera, però, siamo debitori principalmente a Suda (framm.2,3,7- per il I e II libro)  a Teodoreto (framm. 13,15-16 e 11-12 ) per il terzo …
Anche Eusebio dà il suo contributo  (frammenti 25-29 ) al fine di conoscere l’opera di Porfirio, ma come già gli altri autori cristiani per tracciare un profilo negativo della  filosofia porfiriana…

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La traduzione e Girolamo

De optimo genere interpretandi

Girolamo e la traduzione
La lettera LVII  di Girolamo a Pammachio è un vero trattato sulla traduzione.
Essa si divide  in 13 paragrafi
La lettera è tipica  espressione di un’artificialità retorica, in cui è facile rintracciare la formazione di Girolamo, discepolo  di  Apollinare di Laodicea e di  Gregorio di Nazianzo  e quindi indirettamente della scuola origeniana del Didaskaleion di Alessandria.
Per dare un segno paradigmatico della retoricità dell’opera di Girolamo mi sembra opportuno  rilevare il sistema di semantizzazione della conclusione, connessa con la grammaticizzazione: da una parte -anche se in una porzione limitata -si capisce  il sistema operativo del grande interprete e da un’altra la sua logica apocalittica.

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Nifo o Machiavelli?

Chi ha copiato? Nifo o Machiavelli?

Nifo o Machiavelli?

Nel corso del mio lavoro di storico mi sono incontrato in tante conclusioni astoriche, in tanti giudizi assurdi, tirati col senno del poi da uomini considerati esperti.

Ho considerato, perciò, i  tanto stimati esperti solo parolai e i grandi comunicatori di massa affabulatori e non seri  operatori della storia.

Per me fare storia vuol dire ricostruire esattamente un ‘epoca in ogni settore di vita  e perfino riprodurre la quotidianità in modo da veder scorrere la regolarità di normale flusso vitale come in un corpo vivente. 

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Filone cristiano o Cristo filoniano? Ta kata Seianon

Perchè Filone non parla di Cristo?

Filone, pur conoscendo Gesù Cristo, non ne parla nella sua monumentale opera.
Neppure è possibile avere la sicurezza che Filone e il Christos si conoscano perché l’opera  Peri Toon Aretoon, in cui il theologos avrebbe potuto parlarne, ci è giunta priva di tre libri, e specificamente di quello dove probabilmente avrebbe dovuto trattare del bios del Signore.
Noi cristiani, inoltre, abbiamo fatto christianos Filone, e nemmeno abbiamo preso in considerazione che Christos potesse  essere stato filoniano, cioè  uomo seguace del pensiero legalistico oniade  e perfino capace di realizzarlo secondo la prospettica scismatica  emporistica, comunitaria propria dei discendenti di Onia IV.
Al di là di come è andata effettivamente la storia cristiana, a noi si propone il problema dei motivi per cui Filone non parla di un evento così importante per il giudaismo in epoca tiberiana.

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Agli amici e parenti, cristiani

Il mio essere anthropos e il loro cristianesimo (anche con Francesco)

Il mio essere anthropos e il cristianesimo dei miei amici e parenti.

Per almeno quaranta anni mi sono proposto come paradigma operativo, come exemplum di un vivere quotidiano faticoso, tormentato, proprio di chi ricerca un’autenticità personale e, contemporaneamente, un Dio nascosto – la cui presenza ha rasserenato il mio iter-.
Ho cercato vie alternative, facendo tortuosi percorsi ed ho girovagato, prima di orientarmi verso una salita  zigzagata, facendo, però, un’ apparente, inutile, fatica sisifea, degna, comunque,  di  essere ripetuta in quanto prodotto di una reale esperienza.
Non ho, quindi, pretesa alcuna di essere profeta  e non credo di avere una missione sacerdotale e nemmeno una funzione,  ma solo ho coscienza di poter indicare una methodos, un’altra via.

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Il messia mancato

Il fallimento del messianesimo

Ho cercato per anni di ricostruire la situazione ebraica della Pasqua del 36 d.C. e quella del settembre del 1666 per capire come un popolo di grande spiritualità possa essere rimasto,  di fronte ad un episodio di morte o di apostasia del proprio Messia.
Quale sentimento possa essersi provato, quale delusione dopo tanti anni, decenni, secoli  di attesa, proprio quando si è giunti alla liberazione, alla redenzione!.

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Apokatastasis ed Origene

La natura ed Origene

Apokatastasis ed Origene
E’ possibile ipotizzare razionalmente un kosmos ordinato secondo regole razionali, secondo logos in un’ oikonomia divina?
La phusis è figlia di Dio unigenita,  dicono i platonici e gli stoici (o meglio il figlio unigenito del theos è h phusis ).
Bene.
Ma c’è veramente ordine nel Kosmos, nell’uomo e in ogni vivente? oppure to pan è un insieme in cui esistono forze contrapposte o parallele o miste ed è geneticamente quello che è, cioè un magma indefinito, una materia /Ulh che si riproduce sempre  identicamente a se stessa, secondo un processo causale e casuale, ma anche secondo un proprio sistema di genomi,  secondo leggi fisiche chimiche, biochimiche elettrochimiche?

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La morte di un Dio

Roma, 24 gennaio 41: morte di Caligola Theòs

La morte di un Dio
Flavio  (Ant. giud., XIX,211) dopo aver parlato della congiura e della morte di  Gaio Caligola, conclude dicendo che il sovrano  aveva trattato con amore e rispetto i suoi amici Agrippa ed Antioco turannodidaskaloi, poi era diventato demokraticotatos molto democratico e si era allontanato dalla sua stessa  paideia e  docsa, nobiliare,  propria del perfetto Basileus/re  e
i suoi amici, perciò,  volta l’amicizia in odio, tramarono e l’uccisero.

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L’Italia dell’analfabetismo

Analfabetismo di ritorno

Da un’intervista del 1978 di Mario Gorini ad Angelo Filipponi
Professore, non le sembra strano che in una società acculturata, si parli di nuovo di analfabetismo?
A livello superficiale  può sembrare paradossale  che nelle società di rapido acculturamento, di alto benessere economico, democratiche, ci sia analfabetismo di ritorno, ma se si esamina il fenomeno, a livello profondo, si rileva che sono pochi coloro che detengono il potere culturale e che molti sono dipendenti e che gli uni hanno abilità di lettura e di decisionalità in situazione e gli altri ne sono privi.

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I due canoni

Differenze di costituzione dei canoni

Ad Iammia,  tra il 70 e 94 d.C.,  si decise il testo della Bibbia masoretica ( quella che oggi   diciamo Bibbia Stuttgartensia, cioè la versione a stampa del codice masoretico di Leningrado  redatto tra il VI e IX  d.C. dai custodi della masorah tradizione della scuola di Tiberiade che succede a quella di  Johanan Ben Zaccai) e si rifiutò quello dei Settanta, che era in lingua greca, usato dagli ellenisti.
Come sacre scritture furono considerate dagli ebrei:
Torah ( Pentateuco: Genesi, Esodo, Numeri, Levitico, Deuteronomio);
Nevi’im (Giosué ,Giudici, Samuele I-II, Re I-II, Isaia. Geremia. Ezechiele, 12 profeti minori);
Ketuvim (Agiografi: Salmi di Davide, Proverbi, Giobbe, Cantico dei cantici, Rut, Lamentazioni, Ecclesiaste, Ester, Daniel, Esra, Nehemia Cronache I-II ).

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Premessa a Ma,Gesù chi veramente sei stato?

Ma, Gesù, chi veramente sei stato?

 

1. Premessa
Fare luce su Jesous Christos Kurios per me è stato l’assillo della vita da quando bambino recitavo le preghiere e non capivo ciò che dicevo in latino,  da quando mi dissero che Dio si riposò il settimo giorno ed avevo la domenica come giorno festivo e non il sabato come era scritto nella Bibbia, da quando mi parlarono di un Gesù falegname che, però, era rabbì, e predicavano un Dio Veterotestamentario creatore crudele e selettivo e  un  Dio Neotestamentario Padre buono e misericordioso, da quando mi facevano cantare Deus Sebaoth/ dio degli eserciti, poi cambiato in Dio dell’universo.

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Nuova scuola

Scuola come officina-meccanica  per la formazione di persona creativa.

Perché non vendere tutti gli istituti scolastici? sono vecchi e non funzionali
Perché  col loro ricavato non si  inizia la costruzione di nuovi complessi, polifunzionali in aree agricole? costano poco o niente
Lo stato guadagnerebbe di certo tra  vendita di aree ed  edifici urbani ed acquisti di aree agricole da convertire in aree edificabili per edilizia scolastica!
Necessita una legge regionale? si faccia al più presto!
La nuova scuola potrebbe dare un nuovo volto all’Italia, spinta al rinnovamento culturale e ad una nuova politica,  grazie anche ad una ripresa economico-finanziaria !

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UN GIORNALISTA legge Caligola il Sublime

Caligola il Sublime è un’opera di revisione storica  che, insieme alla traduzione di  Antichità  Giudaiche di Giuseppe Flavio (XVIII,XIX, XX) e  di In Flaccum e di Legatio ad Gaium di Filone Alessandrino, rileva un‘altra storia giulio-claudia e ne coglie le connessioni  politiche ed economiche con quella giudaica, specie erodiana ( Cfr. Giudaismo romano I,II  e Il politico o Giuseppe). 

Paolo Di Mizio, mio alunno al Liceo Classico,  anno scolastico 1967-1968,   richiesto del suo parere, con  stima, non disgiunta da onestà e lealtà,  espresse, poco dopo la pubblicazione,  il suo giudizio, utile ai fini del successivo lavoro dell’autore, rimasto sempre ai margini della cultura ufficiale, nonostante i suoi meriti di ricercatore (cfr. Una vecchia questione).

Dopo nove anni il professore pubblica la lettera del  Giornalista e lo ringrazia per la precisa valutazione di Caligola il Sublime, riconoscendone la sagacia di giudizio,  segno della sua professionalità.

 

 

Sabaudia, 28-7-2009

 

Carissimo Angelo,

scusami innanzitutto per il ritardo con cui ti rispondo, ma è un ritardo che dipende in parte anche dal fatto che ho preso molto sul serio le quattro righe con cui mi chiedi un parere, dal quale sembra dipendere anche una tua decisione futura, e con ciò mi investi di una responsabilità non indifferente.

Ho per questo aspettato di avere il tempo di riprendere in mano il libro di Caligola e approfondirne la lettura.

Adesso, pur non avendo ancora del tutto terminato di leggerlo, penso di essermi formato un’idea definitiva.

Comincio col dirti che non sono uno storico: sono un giornalista e, al massimo, uno scrittore, che è , comunque, cosa molto diversa dallo storico, e, come tale, posso giudicare.

Io mi sono appassionato alla lettura del libro. Come già ti ho detto, è pieno di stimoli che spingono la curiosità intellettuale del lettore.

Da quello che posso capire, le tue analisi del protagonista, dei personaggi collaterali e del quadro storico sono molto originali, e i tuoi punti di vista mi sembrano sempre non conformisti: su ogni cosa applichi il metodo cartesiano del dubbio e cioè del non dare alcuna verità per scontata.

Inoltre, nel substrato del libro si legge una tua spinta etica, una tua lettura “morale” della storia, che io trovo appassionata e appassionante. Apprezzo molto il rigore appunto etico: anche per me la Storia o è “morale” o non è Storia.

Sono inoltre costernato dalla tua immensa erudizione sul mondo classico (sui banchi di scuola, invece, ti conobbi come analista di Foscolo!). E apprezzo infine il modo dettagliato con cui riporti le fonti e il fatto che riproduci brani in lingua originale (latino, greco…) e poi le traduci.

Tuttavia, quasi per gli stessi motivi che ho qui elencato, devo notare, dal punto di vista del lettore non specialista, che il libro costituisce una lettura difficile.

Innanzitutto, come dicevo, per la prosa, per lo stile espositivo, che a me piace molto, ma è indubbiamente aspro, molto denso, così fitto di citazioni (e questo va bene per lo storico, ma non agevola il lettore meno colto), così irto di riferimenti culturali e di rimandi che non sono alla portata di chiunque.

In secondo luogo, a rendere “difficile” la lettura, secondo me, contribuisce anche la costruzione, la “scaletta”, del libro, la quale presuppone un lettore già dotato di una conoscenza aprioristica dei fatti storici salienti.

Per esempio, ti faccio notare che praticamente non si trova un rigo sulla biografia di Caligola fino a pagina 27, dove comincia un capitolo che in realtà è più dedicato a Germanico che a Caligola stesso. Per le prime 26 dense pagine affronti preliminarmente i temi di fondo e di giudizio sul personaggio storico, con tesi di molto spessore e molto ben argomentate, ma esposte quando ancora il lettore (non specialista) non conosce nulla del personaggio e perciò non sa se partecipare e come partecipare al tuo giudizio. Per le prime notizie su Caligola bisogna aspettare pagina 76 (Caligola a Capri).

In due parole, quello che sto cercando di dire è che io ho preso in mano il tuo libro come fosse un libro divulgativo e invece ho scoperto che non è esattamente divulgativo, cioè adatto al “volgo” non specialista di storia. Se voleva esserlo, sappi dunque che, a mio giudizio, non lo è.

Dico questo perché voglio arrivare al dunque. Io non so – e non voglio – consigliarti se pubblicare o non pubblicare i cinque volumi sul Giudaismo Romano (tra l’altro non ti consiglio neppure di mandarlo in lettura a qualcuno della comunità ebraica italiana, perché sono sicuro che sarà un libro pieno di rose ma anche di spine, insomma non apologetico sul giudaismo).

Però penso che tu debba valutare due diversi elementi per decidere se affrontare la spesa della pubblicazione:

 

  • il primo elemento è, come ti ho detto, che il tuo modo di costruire il racconto storico non è di facile lettura e di facile divulgazione. Non lo è per il libro di Caligola e immagino lo sia ancor meno per l’altro lavoro. Per questo motivo, e per l’argomento stesso del lavoro, non credo si possa immaginare che cinque volumi sul giudaismo romano possano diventare un caso commerciale-editoriale, un best-seller nelle librerie.
  • Il secondo elemento è che i libri non si pubblicano solo per essere venduti ma anche per essere giudicati. Ma giudicati da chi? E perché? E qui veramente le risposte devi dartele da solo.

Da parte mia faccio un’amara riflessione: immagino che il mondo degli storici sia, come ogni altro ambiente culturale, sostanzialmente un circolo chiuso, una conventicola, una rete di cattedratici universitari, un sistema di potere autoreferente, una setta iniziatica, dove i non iniziati non hanno accesso, anzi vengono in ogni modo emarginati: anche con il silenzio, che è la peggiore delle critiche.

Ora, non credo tu faccia parte del sistema, dell’establishment culturale-storico (anzi per tua natura credo caso mai il contrario, che tu sia un ribelle e un anarchico). Questo significa che non credo tu possa sperare di essere “scoperto” e consacrato come grande storico da un critico autorevole e disinteressato, il cui giudizio ti ponga immediatamente al centro dell’attenzione e del dibattito storico. Tutto è possibile, ma  è anche molto improbabile.

Detto questo, aggiungo che la pubblicazione di un lavoro costato anni di lavoro e perigliose circumnavigazioni nel tempo e immensi viaggi del pensiero, costituirebbe certamente una soddisfazione personale, un momento di felicità come pochi, un piacere che può valere anche tutta una vita e che può essere un lascito per chi ci ha amati e ci sopravvive.

Un lavoro così, dovrebbe, se ci fosse giustizia al mondo, essere pubblicato “automaticamente”, per ordine divino –et sine conditio(ne)-.

Ecco, ti ho detto tutto quello che penso, come mi hai chiesto. Ho cercato di essere onesto. Spero di esserti stato un poco utile. Perdonami la lunghezza.

 

Tienimi informato delle tue riflessioni e decisioni.

 

Ti abbraccio, con grande stima

 

Paolo

Dove andiamo?

Dove va l’Italia repubblicana con Salvini e Di Maio?

Ci stacchiamo dall’Europa ?!  Diventiamo un’altra Grecia? !

Conosciamo quanto hanno sofferto i Greci in questi ultimi anni?

I nostri figli e nipoti sanno soffrire?

Sono interrogativi che ci poniamo noi vecchi ; noi non sappiamo rispondere perché abbiamo fatto qualcosa, senza parlare, ed ora vecchi-bambini forse vaneggiamo, di fronte  al cumulo  di mali di un’Italia, una barca  senza governo.

 

Alla fine di Quale futuro ci attende, Angelo Filipponi scrisse nel 1995:

 Nasce un’epoca nuova con una nuova scuola(!), con una  nuova costituzione repubblicana(!), con uno stato Europeo, autonomo, in una Confederazione  politica europea(!)?

La massa italiana ancora legata ai sindacati, alla chiesa, alla politica, ai politici collusi col potere finanziario, con quello religioso e mafioso, rimane sottomessa, incapace di una rivoluzione sociale, democratica repubblicana, ancora bambina di fronte all’ adultismo politico sindacale religioso,  postdemocristiano e postsovietico!.

Finché mafia meridionale, holding americane,  welfare caritativa  ed assistenziale,  il cristianesimo col suo apparato vaticano  filantropico,  avranno nel sistema politico i loro vertici  di riferimento,  l’Italia o berlusconiana o sinistrorsa,  pur con  con varie modifiche e cambiamenti, camaleontici, manterrà le sue strutture amministrative, indenne, nonostante le migrazioni numerose   dell’Est ex sovietico e quelle  dei flussi migratori africani!.

Solo quando finirà il castelletto bancario dei vecchi,- il risparmio di una vita di sacrificio,   tipico di nonni e padri che non hanno saputo educare i propri figli all’ autonomia personale, (familiare e statale ) perché fiduciosi nel progresso- ancora convinti della superiorità dell’élite  bianca cristiana ed Europea occidentale- di fronte ad una situazione di effettiva miseria,  la massa, pur se analfabeta di ritorno, nonostante laurea e diploma popolari, è costretta ad una revisione, a tagliare nettamente  tra passato e presente, a decidere un voto di contestazione  rivoluzionario, ad azzerare la politica  e  degradare i politici,  uniti dalla mafia  verticistica, di qualsiasi matrice, incapaci di soluzioni, inutili come amministratori pubblici, data la marea di  burocrati, autosufficienti, considerato il potere occulto senatorio.

Mi  auguro che il nuovo corso, nato da una esperienza diretta di pessima politica ed amministrazione sia atto consapevole  di volontà di distacco sia da destra che da sinistra, dalle ideologie e dai sistemi mafiosi  e risulti inizio di un avviamento operativo secondo una metanoia  di vera innovazione,  senza  più connessione con  il perbenismo  formale partitico e i vincoli  delle vecchie utopie  novecentesche,  e sia  un cambiamento rivoluzionario  neoteropiia  che cancelli il senato, la figura del vecchio politico, demagogo,  la mistione  deleteria tra Stato italiano  e Vaticano – uno Stato  cancro per Roma e per l’Italia -.

Sulla base di questa discontinuità si crei un nuovo Stato italiano ,inserito in un  Europa, da configurare,  anche con frontiere molto più ampie di quelle attuali, (compresa Turchia e Russia ) sulle comuni basi  ellenistico -bizantine (anche islamiche).

Noi, che siamo stati per secoli abili a sopravvivere da solianarchicamente,   senza governo,  e capaci di creare, seppure confusamente,  strutture proprie  di autoconservazione grazie al lavoro  e alla solidarietà, pur nella pazzia ed invidia paesana, faremo  la nostra  storia razionalmente, nonostante lo stress psicofisico,  le depressioni e l’impoverimento  progressivo, e  riusciremo, grazie al sacrificio,  necessario per il nostro riscatto e  per un reale progresso  proprio, senza  la dipendenza da altri, a crescere  e a spostarci  dalla iniziale fase di  discontinuità,  e ad orientarci, pur tra le diverse vie, positivamente, secondo le direttive della nostra classica e rinascimentale  tradizione,  tanto da costituire metodologicamente sistemi articolati  di base artigiana, seppure diversi da quelli  antitetici tradizionali, ed  integrarci nella cultura industriale mondiale.

Allora, la storia non sarà più di altri, ma sarà nostra e scandirà  i nostri passi, le nostre cadute  e i nostri progressi: la volgare lingua, italiana, segnerà i nostri contributi culturali, come testimonianza  della mediterraneità ed europeità, con termini tecnici di un mito progressivo popolare.

Oggi, dopo 23 anni, l’italiano medio dovrebbe aver capito qualcosa di politica, di democrazia, di repubblica, di religione… dovrebbe votare … secondo ragione personale… valutare  la situazione e fare un punto situazionale concreto…avere abilità e capacità di lettura, almeno, rispetto ai padri ,  educati  secondo fascismo o socialismo, ancora condizionato dal mito religioso.

Filioque e Leone III

Sono veramente storici  gli accademici italiani!

Filioque e Leone III

Abbiamo già scritto in Filioque e il concilio di Toledo www.angelofilipponi.com che nel vangelo di  Giovanni 15,26 si  trova scritto  o para tou patros ekporeuetai e si parla, in epoca antonina, dello  Pneuma Agion/ Spirito Santo.

Viene usato  da Giovanni  il termine ekporeuomai (non ekporeuoo) per intendere che dal Padre  deriva, in quanto inviato, lo Spirito, da leggersi in chiave gnostica e plotiniana, secondo emanazione.

La lettura giovannea  è resa bene ad opera dei padri consiliari a Nicea,  ma poi  è modificata sostanzialmente  nelle precisazioni  del Concilio  di Costantinopoli  Cfr E Book Amici cristiani, Perché diciamo Credo? che sono aggiunzioni dottrinali a seguito dello studio di uomini, come i cappadoci, e specie di Gregorio di Nazianzo.

Questi  in due Orazioni  (31 e 41) affronta il problema ed è chiaramente in grave difficoltà nello spiegare ad oppositori ariani e ad altri eretici, che lo  Spirito  Santo deriva dal Padre tramite il figlio usando all’attivo e al passivo il verbo ekporeuoo/procedo.

Da ekporeuoo si forma il sostantivo, derivato, ekporeusis, come da procedo latino deriva  il nome processio.

Girolamo  ed Agostino  accettano la lezione orientale, senza entrare in merito all’equivoco e all’anfibolia  terminologica, dato il diverso valore di procedo e di processio.

 Procedo, in latino,  non  ha esattamente lo stesso  valore di  Ekporeuoo nè  quello di ekporeuomai in greco, e  il termine processio latino a Roma, in Italia e in Occidente   non è neanche simile a ekporeusis che vale  il procedere  cioè la processione, la derivazionecome marcia di un popolo che precede  un personaggio importante (di norma un governatore provinciale inviato dal senato e dall’ imperatore o  il pontifex maximus nello svolgimento dei riti pagani;  a Costantinopoli ,  Nuova Roma, e in Oriente, invece  la processione è un fatto religioso cristiano,  come celebrazione di un rito o come festosa partecipazione popolare ad un avvenimento religioso o spirituale cristiano).

Sulla  differenza tra processio in latino e ekporeusis in greco ci sono molti problemi culturali in relazione ad una terminologia ambigua, volutamente lasciata equivoca per lasciare insoluta la questione, grazie all’uso di sinonimi.

Neanche è possibile capirsi tra cristiani cattolici occidentali  cristiani ed ortodosso orientali: lo Spirito procede dal Padre attraverso il Figlio (dià tou uiou),  per gli ortodossi, che si oppongono agli ariani  e che così spiegano  la processione dal Padre e dal Figlio, senza intaccare l’unità della Trinità, sulla base di un unico principio divino.

Ora  quanto detto  vale  ancora di più dopo la conversione dall’arianesimo  del re visigoto  e del suo popolo in Spagna.

In seguito  in Francia e in Italia ed anche  nelle Chiese balcaniche, insieme al rito Eucaristico si tollera la formulazione del Credo  con l’aggiunzione di Filioque, che diventa usuale in Occidente  per quasi due  secoli, in cui si accentua il distacco dell’Italia e del papato dal bizantinismo, come abbiamo mostrato in Bonifacio IV e Foca e in  Eutichio e d Astolfo. 

Ora,  inoltre, ci poniamo il problema di quando e di chi lo ratifica nella sede romana papale, a seguito dell’usurpazione  da parte di Carlo Magno,  che avrebbe dovuto  assumere, secondo Leone III e la curia romana, il titolo di autokratoor toon romaioon  ora tenuto illegittimamente da Irene di Atene, che ha avvelenato  suo marito Leone IV.

Sembra che una “certa”  ratifica ufficiale avvenga  nell’anno del  signore 809  ad opera di Leone III, quel papa che nel Natale dell’800 incorona Carlo Magno imperatore del Sacro romano Impero…

Prima di quel Natale ci sono trattative  tra Leone e Carlo  che portano alla consacrazione imperiale del re dei Franchi e dei Longobardi  già considerato defensor fidei  in quanto patricius romanorum.

Il vero direttore delle trattative  però, specie di  quelle di  Paderbon,  è certamente Alcuino di York, che  ha  un punto  fermo nella sua politica : il papa non può essere giudicato da un’autorità umana,  ma solo da Dio, in quanto è suo vicario sulla terra e  legge vivente secondo le scritture.

La sua formulazione autentica è: prima sedes  a nemine iudicatur.

Questa formulazione  sarà la base per il Dictatus papae di Grgeorio VII,  che  legge prima sedes “romana” e a nemine  come a nullo homine.

Infatti il pontefice  afferma quod unicum est nomen in mundo, quod a nemine ipse iudicari debeat, quod Romanus Pontifex  si canonice ordinatus, meritis beati Petri indubitabiter efficitur sanctus/ che  unico è il nome nel mondo e che il pontefice romano se ordinato canonicamente, senza dubbio è reso Santo dai meriti del beato Pietro e che non debba essere giudicato da nessuno. 

Al di là della lettura gregoriana  (cfr. Filone e Gregorio VII ), a noi preme in questa sede mostrare la vicenda  di Leone III (795-816), successore di   Adriano I(772-795), che è riuscito in vario modo ad imporsi a Carlo figlio di Pipino e  a completare astutamente  l’opera dei suoi predecessori ottenendo  le terre bizantine, quasi al completo, dell’ex esarcato di Ravenna come donazione, come si rileva dal suo epistolario  con la curia di Aquisgrana ( Cfr. Eutichio ed Astolfo).

Leone III, eletto appena inumato il suo predecessore,  non è uno stinco di santo ed è accusato dal nipote di   Adriano e da Campolo, sacellarius,   che iniziano un’opposizione , che sfocia nel 799 in un attentato  e in un allontanamento dalla sede papale.

Il papa,  scampato  grazie alla protezione del duca di Spoleto,  fa propagandare la sua fuga come quella di un abbacinato e  ferito mortalmente, capace, comunque, di fare un lungo viaggio con un seguito di quasi 200   presbiteri e diaconi  fino a Paderbon in Westfalia, dove ha la residenza estiva Carlo.

Non si hanno notizie circa  questo incontro tra Leone III fuggiasco- uomo  astuto, senza  blasone e senza reale credito, anche se  attorniato da una curia itinerante   accusato di innumerevoli crimini dalla pars avversa – e il re dei Franchi e Longobardi…

Secondo me , la curia franca dominata da Alcuino, seppure non allineata con Leone III, ha già delineato la propria politica nei confronti del papato romano,  in relazione alle direttive del concilio di Francoforte del 798, in cui si è stabilita da una parte la confutazione dell’ adozionismo e da un’altra  la strategia operativa del patricius romanorum, fedele scudiero del papa, massima potestas temporale rispetto all’auctoritas divina del vicario di Cristo.

Di tale trattativa non ci sono tracce né di dialoghi né di formulazioni, quasi ci fosse stato un incontro privato  senza la presenza di scribae curiales e quindi non ci sono documenti  comprovanti l’intesa,  che poi si manifesta con la venuta in Italia e a Roma di Carlo  e col reinsediamento del pontefice.

Infatti l’elezione di Carlo ad autokratoor toon Romaioon, a Roma, ad  opera di Leone III,  non è il risultato di un’improvvisazione politica, ma è un atto che conclude un accordo in relazione alla mutata situazione politica  orientale, a Costantinopoli.

Leone III, al momento della sua elezione papale, ha  già inviato  le chiavi del sepolcro di S Pietro, come  testimonianza di fiducia  e segno del potere  di Carlo patricius romanus, suo scudiero  temporale.

A Carlo  il papa ha, poi, notificato la notizia  dell’usurpazione imperiale di Irene di Atene, macchiatasi dell’avvelenamento del marito Leone IV  e del suo governo illegittimo con suo figlio Costantino VI.

Il papato romano, prima sedes occidentale, e quello costantinopolitano, prima sedes orientale, secondo Teodosio I, sono concordi nel dichiarare usurpatrice del titolo imperiale Irene!

Bisogna pensare che l’acclamazione popolare romana  sia atto  accettato  anche da Costantinopoli, con cui  Leone III ha anche una comune professione di Fede circa ekporeusis.

A Carlo, pur salutato augusto, grande e  pacifico imperatore dei romani, sembra, comunque,   non piacere l’acclamazione in quanto nel Natale dell’800 ha già intavolato trattative con Irene per un matrimonio tra sua figlia Rotrude  e Costantino VI ( Eginardo, Vita Karoli).

Solo dopo la morte di  Costantino VI e   poi  quella di Irene e la successione di Niceforo  sul trono, la curia papale e quella  palatina di Aquisgrana iniziano di comune accordo a propagandare il sacro romano impero,  esaltando l’elezione papale romana di Carlo (Cfr. Annales regni Francorum e Liber pontificalis ).

Comunque, nel Natale dell’800  la vacantia  del titolo di Basileus  catholikos  permette al pontefice la nomina  imperiale al patricius romanorum difensore dei diritti del nuovo papa , dopo il giudizio sui suoi persecutori, condannati a morte, ma graziati da Leone III e confinati.

Ciò, comunque, non sottende la scadimento della  prima sedes orientale, soggetta all’autokratoor legittimo costantinopolitano, appena ripristinato secondo diritto.

Ciò neppure può implicare legittimità alla novitas del rito di investitura da parte della prima sedes romana del patricius romanorum, illegittima!

Non si tratta, dunque, della fondazione di  un Sacro romano impero– un altro falso storico, non proponibile all’epoca-  ma di un’usurpazione di  successione imperiale come una restitutio imperii alla pars Occidentale , come se mai ci fosse stato l’atto ufficiale  di Odoacre di consegna delle insegne imperiali  valentiniane nel 476 a Zenone, che gli concede il titolo di patricius romanorum, proprio di un funzionario imperiale…

Niceforo,il Logoteta (802-811)  infatti , il successore di  Irene, convinto assertore dell’unicità dell’imperium romano e della sua  unica consacrazione, pur   riconoscendo nominalmente  a Carlo l’elezione imperiale,  ad opera del papato,  propria di un usurpatore,  lo obbliga  a riconsegnare il territorio del Veneto, l’Istria e la Dalmazia, a riconoscere perfino un trattato  del  duca beneventano Arechi  con Costantinopoli,   a legittimare   il principe bizantino di Napoli,  Stefano, e  quello del  governatore di  Sicilia.

Carlo, convinto della supremazia imperiale bizantina, accetta le condizioni del basileus orientale e ne ha un parziale e momentaneo riconoscimento di  potere imperiale in Occidente.

L’imperatore bizantino, infine, impone che la prima sedes  costantinopolitana e quella romana  abbiano un comune credo secondo la tradizione  niceno – costantinopolitana circa l’ekporeusis dell’Agion pneuma.

Ne deriva  che  Carlo, richiesto del suo parere come defensor fidei, dalla prima sedes romana, pur desideroso di non disattendere le  attese dell’imperatore bizantino in materia di fede , deve necessariamente cedere alle richieste dei  membri della chiesa gallicana riunita  ad Aquisgrana circa il filioque isidoreo, avendo già risolto la questione  circa l’adozionismo con Alcuino che, al concilio di Francoforte prima e poi ad Aquisgrana  ha confutato le proposizioni  adozioniste di Felice di Urgell.

Ora, dunque  Carlo.  per favorire la concordia religiosa tra i franchi accetta il filioque e si oppone  anche a Papa Leone III   che è legato da tempo alle formulazioni bizantine.

Il filioque è  parte integrante del Credo recitato durante la messa  in tutto l’Occidente  meno che in alcune parti del suolo italico e a Roma.

Il filioque,  ormai entrato nel rito consueto in Occidente da oltre 2 secoli,  è diventato una quaestio aperta per oltre due secoli tra la chiesa gallicana e quella romana fino ai tempi di Silvestro II il precettore di Ottone III  (999-1003)  quando a seguito dell’incremento dato alla riforma cluniacense,  si chiude con l’accettazione  della processio dello Spirito santo e dal Padre e dal Figlio, anche a Roma.

Il papa Leone III, infatti, rimane nella sua fides costantinopolitana anche dopo il concilio di Aquisgrana e la risposta  autoritaria di Carlo, e  sembra ribadire le sue  certezze conformemente  al credo atanasiano.

Il papa, fin dagli inizi  del suo pontificato  è distante dal filioque   di Isidoro e segue l’indirizzo costantinopolitano e poi si oppone a Carlo,  che per calcolo politico accetta le formulazioni di Aquisgrana e le convalida.

L’imperatore anzi   stabilisce  di accettare  la tradizione già secolare occidentale,  imponendo anche  la recita del credo  durante la Messa.

Papa Leone, rifiutando di sottoscrivere quanto decretato dalla chiesa gallicana, si separa dalla cattolicità in nome dell’ortodossia. 

Leone è un papa tosto, che ha una sua politica  ancora da funzionario  bizantino, nonostante i cedimenti al re dei Franchi e dei longobardi, militarmente i superiore!.

Il papa -ripeto- resta fedele al suo pensiero sulla processio/ ekporeusis  e mantiene la sua parola alla comune affermazione  di fede  col patriarca di Oriente, chiamato ( anche lui come l’imperatore )  Niceforo.

Solo  un cinquantennio dopo papa Silvestro II e la fine della divisione tra la Chiesa gallicana e quella romana per il filioque, ci sarà nel 1054 lo scisma tra i cattolici e gli ortodossi.

E’ una vittoria della fede o della politica!

La theologia mostra la sua forza?!

De autore Operis censura

De autore operis censura.

Senti, Marco, come nel  1575 si applica la Censura  su  Compedium Theologicae Veritatis.

Si tratta cioè  di una censura di un’opera, che non indica l’ufficio di censore ma solo un giudizio critico su un testo  di cui non si conosce  l’esatto nome dello scrittore e  si cerca l’autentica paternità…

Tanti sono i nomi di quelli che hanno scritto Compendia theologicae veritatis nel Duecento!…

Per prima cosa si nega che  ci sia una sola sententia circa l’autore e quindi ci sono molteplici attribuzioni  e diverse opinioni  quis aurei huius libelli autor exstiterit,  non una est sententia.

Solo in epoca recente si è fatta l’ esatta attribuzione con identificazione di Hugues  Repelin de Strasbourg (Hugo Ripilinus Argentoratensis…, ma questa è un’altra quaestio (cfr. L.Pfleger, Der Dominikaner Hugo von Strassburg und das Compendium theologicae veritatis, Zeitschrift für Katholische Theologie 28 -1904-, pp. 429-440 e Cfr. Georg Steer, Hugo Ripelin, von Strassburg: zur Rezeptions, und Wirkungsgeschichte des Compendium theologicae veritatis im deutschen Spätmittelalter, Tübingen, M. Niemeyer, 1981)…

Poi  loannes de Combis  aggiunge che quidam ….autumant  e si serve del verbo autumo, la cui incerta etimologia fa pensare ad autem dico, come avviene per nego  -nec dico -. in modo da indicare un’ affermazione ben sostenuta secondo Gellio, Noctes Acticae, 15,3,6 (autumo non id solum significat aestumo, sed et  dico et opinor et censeo). Infatti secondo lo scrittore cinquecentesco  quidam Albertum re ac nomine magnum eius autorem autumant cioè alcuni ritengono giustamente autore Alberto Magno, anche se molti affermano che altri hanno scritto il libro.

Infatti dice: nunnulli  Aegidium Roma(num), alii  D. Tho Aquinatem, quem  plures  Seraphicum Bonaventuram  contendunt ( a cui molti  oppongono, in gara , nel tentativo di attribuirne  in modo tendenzioso la paternità  al Serafico Bonaventura).

Ad Egidio Colonna romano (1245-1316) agostiniano, che rileva i contrasti tra platonismo ed aristotelismo, non è possibile l’attribuzione del Compendium…per molte ragioni, vista poi la formulazione pratica ed emporica del I Giubileo della storia con Bonifacio VIII…

A suo parere  lo scrittore cinquecentesco ritiene  che  questi  si avvicinano di più  alla realtà (qui et rem propius, meo quidem iudicio,  attingere videntur), ed aggiunge che in essi, comunque,  si leggono haec  eadem ad verbum, paucis mutatis, paucioribusque additis,  in quanto si può vedere nei libri anche di Tommaso (in eius Opuscolis) maestro del Colonna.

Infine  attribuisce il libro a  Pietro Tarantasio sostenendo con molta cautela  l’attribuzione.  Nec desunt tandem qui Petro tarantasio inter sacrae thelogia professores  non obscuro, id tribuunt.

Eppure Petrus di Tarantasia- 1225-1276-  (Valle di Isère) è un grande studioso, abilissimo nella lettura theologica,  divenuto anche papa con nome di Innocenzo V, beatificato dalla Chiesa…

Lo scrittore cinquecentesco si rivolge poi al candido lettore (candide Lector) apostrofandolo con  un tu, in una ricerca di empatheia, impossibile tra il doctor fanaticus ed un lettore profano invitato ad abbracciare  la causa sine dolo (sedulo) diligentemente.

E’ un tentativo di passare dalla funzione emotiva di un dotto scrivente  a quella conativa di un ricevente, dilettante, capace, però, di attivarsi, in quanto  discipulus  spoudaios/sedulus.

Chi scrive cerca  un lettore, comunque sia,  che partecipi alla sua impresa!

E’ possibile forse fra te,  Marco,  e me, oggi nel 2018, non tra  Joannes de Combis in epoca tridentina con un suo lettore candidus, confratello puro e schietto nella sua fides, cieca, secondo le theorie dei commentatori dell’Ars Poetica di Orazio,  propria   del Cardinale vescovo di Ugento , Sebastiano Minturno,  abile a miscere delectare et docere, dulce et utile, cioè platonismo ed aristotelismo!

Eppure l’autore cinquecentesco pensa di poter attirare  in qualche modo con il divertimento e il piacere della ricerca del  nomen autoris (autoris nomine parum oblectatus) il lettore, un uomo che parla  il volgare italiano, ma educato in lingua latina e greca.

Perciò aggiunge: Habes enim unde purissimos Theologiae latices extremis (ut aiunt) labiis delibes/ tu hai infatti dove poter gustare le purissime sorgenti di Theologia  a fior di labbra. 

Al discepolo, si aprirà allora un facilis aditus , un facile passaggio senza dover subire il gorgo fragoroso dell’onda.

L’autore incita  con un orsù/ age, – perché, a detta di Aristotele, agli antichi furono attribuite plurimae gratiae/moltissime attrattive,  ma non   perfecerunt, invenerunt tamen  facile- ad osare,  che è proprio dei chi inizia.

Questa è la sua conclusione, in forma interrogativa, tipica del  periodo controriformistico, propria del Piccolomini e del Varchi ( cfr. L’altra lingua l’altra storia,cit. ): cur non eadem iis, qui  multa paucis et apte quidem absolverunt, nixi sunt, quando ars brevis, vita longa.?/ perché non affidarono le medesime cose a quei pochi che  compirono  del tutto e bene molte cose, dato che l’arte è breve e la vita lunga?

Caro Marco, l’opera in questione è oggi da tutti ( quasi) creduta di Hugues de Strasbourg ma per  secoli i critici si sono orientati  e sbizzarriti in  varie attribuzioni, a volte anche risibili

Ho rivisto dopo molti anni queste pagine, lasciate in sospeso e senza pubblicazione  ed ora le ho riportate alla luce  come in una conversazione  con te,  sulla cultura  medievale, ripresa dai commentatori  di Orazio  dopo il concilio di Trento.

Perché ?, professore.

Mi sembra di capire che  ora non debba più scrivere e che debba ormai decidere di non pubblicare più.

A chi serve il  mio pensiero, oggi?

In una Italia formale e commerciale la mia pagina è inutile.   

Non mi sento più tranquillo,inoltre, neanche quando ricopio i miei quaderni  scritti  a mano:  dovunque mi sento come spiato  nello scrivere:  il mio sito  non è più mio!.

Ora tutti copiano  e scrivono banalità, piacevoli, vestendosi dei panni altrui, mentre io ricopio il frutto di un lavoro certosino, di studi fatti in solitudine, abbandonati da anni,  specie  quello della lettura dell’Epistolario di Bernardo di Clairveaux…

Seguiti a scrivere! – mi suggerisce Giovanni, -lei ha orientato tanti di noi, ed ha lasciato una bava di lumaca argentata…

Io so bene di non avere una funzione  e di non aver alcuna verità da proporre,di essere un saggio che non conosce la via, ma la cerca procedendo secondo natura e ragione ,,, 

In epoca tridentina, invece , Marco, uno scrittore, come De Combis, in obbedienza alle norme del Concilio, anche se in latino, ha un intento formativo, sentendo di avere  la missione di edificare moralmente  il  lettore candido, semplice,  bambino e  superficiale, docile, comunque,  alla parola del docente.

L’autore tridentino raccoglie, raduna, riunisce ( Collatum da confero  sottende un operazione accurata di raccolta) i  compendia theologicae veritatis, di scrittori domenicani e francescani del Duecento, ispirati dallo Spirito Santo, esemplari maestri da opporre ai fautori della Riforma luterana.

Anche gli intellettuali in volgare fanno la stessa cosa, come Tasso,    che dà al fanciullo egro /malato la medicina amara, mista al dolce, al fine della guarigione.

All’umanità viene dato per  secoli il vero storico, cattolico, condito in molli versi: La Gerusalemme liberata è esempio di un grande ufficio e pio  per un’epica classica cristianamente rinnovata! 

COMPENDIUM THEOLOGICAE VERITATIS

Hugo Ripelinus Argentoratensis cioè Hugues de Strasbourg
1200-1268  sembra abbia scritto  un Compendium theologicae veritatis  che è stato testo di Teologia a Parigi  per Dante stesso…

Il testo in mio possesso è del 1575, pubblicato  Venetiis apud Dehuchinum, opera di un certo fr.Joannes de Combis ord. min.,con l’aggiunta di utiles annotationes  oltre che di  terminorum Thelogalium declaratio divi Bonaventurae, antea nunquan in hoc volumine edita. 

C’ è una prefazione a tutta l’opera  dell’autore che de magnorum theologorum scriptis  fece una collectio  con un breve  Compendium, nunc demum ad vetera esemplaria collatum et editum.

L’autore cinquecentesco, riprendendo il testo di Hughes Argentoratensis, inneggia alla veritatis theologicae sublimitas  in quanto  superni splendoris radius  illuminans intellectum et regalium deliciarum convivium, reficiens affectum.

Premette che così evitetur mater fastidii prolixitas, tamen ad investiganda  plurima, via detur occasio sapienti

Ribadisce solennemente che Theologia certe Scientiarum est princeps omnium et regina. cui artes ceterae tamquam pedissegue famulantur precisando che de naturis rerum solum illa recipit ad usum suum, de quibus sibi speculum fabricare  valeat, in quo conspiciat conditorem, Perciò la definisce scientia scientiarum, che super omnem speculationem philosophicam extollitur et dignitate ac utilitate omnibus antefertur.

Per contrasto mostra la natura,  i compiti e le funzioni propri della philosophia.

Per lui ipsa Philosophia, in quanto  Naturalis, può docere,  cognoscere creaturas non creatorem; in quanto rationalis   può  docere concludere hominibus , non tamen Diabolo; in quanto  moralis può acquirere virtutes cardinales, non tamen docere acquirere charitatem.

Perciò, conclude dicendo che nostra Philosophia scilicet Veritas theologica haec omnia operatur….haec est divinorum pigmentorum apotheca dilectabile super mel et favum ; haec quoque est thesaurus  est desiderabilis super aurum ac lapidem pretiosam multum: Haec est  fons  de loco voluptatis egrediens, ecclesiae militantis irrigans paradisum.

L’ autore cinquecentesco, posttridentino, (Il concilio di Trento aperto nel 1545  finisce nel 1563) tratta della filosofia  retoricamente (si veda l’anafora di Haec)  riprendendo  i Salmi 19,11 e  Genesi ,2, seguendo  perfino quanto dice Giuseppe Flavio Ant. Giud.,  XX , 264 (Presso di noi giudei ha valore solo la sapienza, la conoscenza della legge  e la capacità di interpretare il significato della sacra lettera).

La divisione dell’opera in septem libellos è quella di Ripelinus  argentoratensis,  immutabile come compendium in quanto testo   reso sacro dallo studio di tanti uomini, come  Alberto Magno e Bonaventura, Tommaso di Aquino per citare solo uomini del XIII secolo e di Dante discepolo dello studio, seppure per  breve tempo, di Parigi,  prima del 1290.

E’ questo il testo integro di Hugo Ripelinus? …quali sono vetera exemplaria?  Quello di Alberto Magno o di altri ?…

Noi, comunque, elenchiamo  gli argomenti dei sette libri secondo la spiegazione rubricis propris  delle singole  materie di ogni libro.

Primus est de natura deitatis

Secundus  de operibus conditoris

Tertius de corruptela peccati

Quartus de humanitate Christi

Quintus de  sanctificatione gratiarum

Sestus de virtute sacramentorum

Septimus de ultimis temporibus et de penis malorum ac praemiis bonorum.

In questo testo  è applicato il  sistema dell’ars dictaminis (Cfr.A.Filipponi, L’altra lingua l’altra storia, Demian 1995)  col cursus tardus, planus e velox  a fine di ogni enunciato.

L’autore  chiude  la prefazione con la tecnica formale grafica  del trapezio rovesciato  cioè  scala a destra e a sinistra  della pagina  diminuendo una lettera per 12 volte (3 x 4 simboleggia la  trias e la tetarth) fino alle ultime due righe decrescenti con due parole di nove lettere e quattro sillabe  ciascuna (rerum-& beatissimae/ matris eius presens /opusculum /compilavi).

A noi non interessa lo studio di  Dante  ( che   segue da una parte   specie nella struttura  generale theologica del Paradiso, lo scrittore del Compendium, sfruttato anche nei quattro trattati del Convivio     specificamente nell’amore perla filosofia donna gentile che sottende la conoscenza dell’Etica Nikomachea di  Aristotele, quella di Posidonio attualizzata da Cicerone, secondo la visione a noi nota come tomistica  sulla distinzione averroistica  della concezione dell’uomo e  sulla creazione del mondo…

Ne abbiamo parlato in altre parti della nostra opera…

A noi qui interessa vedere l’umanità di Christos come propagandata  a Parigi  quando si scrive un testo scolastico per i clerici di formazione scolastica …

Dallo studio sulla composizione de quarto libro e  dei  25 capita  inclusi in 224-278.  posso solo dire che l’autore   procede secondo quanto stabilito nei concili,  compreso quello di Toledo ( in  relazione al pensiero di Leandro ed Isidoro sul filioque) e l’utimo lateranense  di  Innocenzo III e  perfino c’è eco del Corpus domini (formulazioni di Tommaso di Aquino).

L’autore conosce  bene  Paolo, Filone e gli alessandrini (Clemente ed  Origene,  Atanasio,  Teofilo e Cirillo)  e i Cappadoci (Basilio, Gregorio di Nazianzo e Gregorio di Nissa)…

La dimostrazione di Ripelinus si basa su Dio principium effectivum in creatione, che  è poi  refectivum in redemptione  e perfectivum in retributione.

Cosa significa, Marco?

Secondo me vuol dire che se Dio ha creato il mondo,come pater,  lo conserva con la redenzione, come Figlio-verbo e  lo rende sempre migliore, come Spirito santo con la retribuzione.

Bravo, Marco!. 

Infatti  l’autore spiega che  sicut pater omnia  creavit per verbum increatum sicut oia recreavit  et renovavit per verbum incarnatum.

Ora, Marco, il principium  effectivum, quello  refectivum e quello  perfectivum sono tre momenti della Chiesa e della sua storia…

In   questa  storia il rilievo dell’ incarnazione nel ventre della vergine Maria Deipara, Theotokos e ChristotoKos  è  visto come centrale nell’oikonomia divina.

Segui,  Marco, come  ragiona il doctor  di Argentoratum ( Strasburgo)  l’argentoratensis, secondo le  tecniche avanzate della scolastica …

Circa incarnationem Christi talis fuit ordo: salutatio angelica,responsio virginis, sanctificatio materna, conceptio divina .

Lo scrittore caro Marco procede per ordinem, secondo la disputatio e la quaestio doctorum .

Segui come il doctor intende agire ordinatamente (nunc per ordinem agendum est ).

Ti risparmio il racconto totale ma ti mostro in modo esemplare il sistema di questionare… circa l’invio di Gabriel.

Attento alla formulazione iniziale .

Missus est angelus Gabriel, qui est  de ordine archangelicorum ad beatam Virginem, cui adsensum apparuit visione corporali, quamvis ei loqueretur locutione spirituali.

Spiega che ad illud nobile sacramentum nuntius debuit esse angelus propter tria e subito elenca le motivazioni: primo propter cognationem (parentela) virginitatis  ad naturam angelicam; secundo  propter ordinem perditionis humanae quia sicut ibi venit diabolus in serpente ad mulierem,ita hic deus venit per Angelum ad Virginem. ut sic opposito medicina morbo ac reparatio lapsui et remedium nocumento; tertio quia sicut illa gratia fuit reparatio naturae humanae, sic fuit et ruinae angelicae: unde communi beneficio utraque natura communiter debuit ministrare ,angelica f.amilia ac humana.

Caro Marco, così si distingue, si divide e si interpreta: dividitur autem salutatio beatae virginis in tres partes : primam partem incipit angelus  cum dicit ave gratia plena ì, dominis tecum, benedicta tu in mulieribus. Secundum    ìsubiumxit Elisabeth cum ait benedictus fructus ventris tui. Tertiam apposuit ecclesia ut in reverentia nomen Mariae haberetur: nam Maria non est de testu…

Marco, ti interessa il modo di procedere e vuoi il  seguito della divisione di ogni singola parte del racconto?

Ti basta?

Così scrive il doctor, così argomenta, seguendo la tradizione evangelica come se fosse vera, citando i tanti padri della chiesa   venerati come santi, conservando non solo le parole ma anche le ossa  e le tombe, mediante un culto, idolatrico, nonostante l’iconoclastia …

E Dante e il suo Convivio?

Sai ben come la penso!?:  è un ignorante clericus, un tapino non invitato alla mensa dei dotti, come me, (certamente meno ignorante dell’Alighieri,  mai, comunque,  chiamato ai meeting cristiani degli accademici) che raccoglie le briciole dei banchettanti che vorrebbe, illuso come me,  far partecipare chi  è  profano.

Una cosa è essere fanatico, un’altra essere profano: chi è nel tempio, dentro  al recinto sacro  ha (dovrebbe!) dogmatismo e doctrina  certa; chi è davanti e guarda da fuori  segue le cerimonie, ammirato e stupito di fronte  alla sontuosità sacrale, ed è preso nel mysterium!

 

 

Bonifacio IV e l’imperatore Foca

La colonna di Foca è inaugurata il 1 agosto del 608 a Roma da Smaragdo, esarca di Ravenna, che vi pone sopra la statua dell’imperatore e vi appone, alla base, una iscrizione lapidea…

E’ un evento importante,  da ricordare, da esaminare e da studiare!

Perché? mi chiede Marco

E’ un atto imperiale che  è segno della dipendenza di Roma da  Costantinopoli, meglio da Ravenna, da un esarca, al pari di altri funzionari bizantini,  anche quando già  in Italia da un quarantennio funziona l’amministrazione del regno  longobardico  e dei due ducati di Spoleto e di Benevento.

Il papato romano, schiacciato da Antiochia, da Alessandria, da Gerusalemme e dalla nascente Costantinopoli, aveva avuto solo alla fine del  IV secolo  un  magico momento di fulgore  e un riconoscimento, dopo quasi tre secoli e mezzo dalla morte di Cristo, quando con Teodosio  diventava il secondo patriarcato dopo quello costantinopolitano, a seguito di un  declassamento della  sede primaria  papale di Alessandria, punita col suo papas Teofilo…

Bisogna quindi- dice Marco-  pensare che Roma  in epoca teodosiana  è già considerata sede apostolica e che già si è costituito il muthos della venuta e della morte di Pietro (di Paolo)?

Certo, il gioco è già fatto,ora serve solo la dimostrazione con la verifica della propria auctoritas!

Ora con  papa Damaso, in epoca teodosiana, bisogna solo dimostrare la legittimità della funzione  del Primato di Pietro, opera ancora da svolgersi e da organizzare, proprio  quando i valentiniani già spostano la capitale dell’impero di Occidente a Ravenna e già con Ambrogio l’amministrazione occidentale è passata da Treviri a Milano con  l’ariana Giustina  e suo figlio Valentiniano II…

Quindi, bisogna precisare che non porta fortuna la titolatura imperiale di Teodosio a Roma, che comincia, proprio allora,  il suo decadimento, proprio con il trionfo del cristianesimo e con la fine del pagano pontifex maximus …

Gli atti di un progressivo decadimento in quasi due secoli e mezzo sono tali  che la popolazione romana passa da 1.500.000 di abitanti ad una  cinquantina di mila persone agli inizi del settimo secolo, per crollare  a 20.000 alla fine dell’ottavo…

Già la città  si dimezza nel periodo di regno dell’ostrogoto Teodorico perché in Ravenna ci sono già le sedi amministrative  e politiche del nuovo regno e perché il porto con la flotta dà garanzie di difesa  e perché da lì inoltre ci sono  possibilità di scambi economici  e commerciali con tutta l’area veneta orientale e con le zone settentrionali, dove ancora coloni romani sono attivi..

Eppure Teodorico  inizialmente non trascura Roma, che non conta  più sui rifornimenti africani  ora, alla fine del V secolo,  sotto il controllo dei Vandali e quindi,  avvia progetti di bonifica per recuperare all’agricoltura le terre abbandonate,  ripristinando così la centralità della Capitale  e favorendo  i commerci e facendo talora  distribuzioni di grano,  anche se  impone una  esosa  politica fiscale, dando rilevo ad amministratori romani, riservando la difesa territoriale ai goti.

Inoltre fa coniare monete con la sua immagine, organizza giochi nel Circo, ma autorizza con l’applicazione  di una lex arimannica l’uccisione dei proprietari  terrieri – crudeli a causa della necessitas di pagare  il fisco –  da parte dei servi, per poi incamerare o far incamerare i latifondi senza proprietari legittimi, favorendo gli aristocratici ostrogoti  che non  sono  dediti all’agricoltura.

A causa  della confisca di tante ville romane, l’agricoltura dell’Italia centrale decade vistosamente,  visto la noncuranza delle terre  da parte dei nobili goti, dediti solo alla caccia.

Da qui la volontà di Teodorico di rivalutare  Ravenna, – anch’essa decaduta, nel periodo di Oreste, Romolo Augustolo e poi di Odoacre  per il difficile iter  tra gli acquitrini e  per le  inondazioni  a causa delle mareggiate e dell’essiccamento ed insabbiatura delle pinete  marittime – sull’esempio di Galla Placidia, desideroso di stabilire la corte nel suo Palazzo ravennate …

Stabilita la nuova capitale a Ravenna,  dove  confluisce il flusso di ogni occupazione  agricola  della valle del Po, dove sono lasciate integre le ville romane, allo scopo di rifornire  di derrate alimentari la corte stessa, nonostante la presenza di Christianoi cattolici, minore comunque, rispetto a quella dell’Italia centrale, su cui vige ancora  l’applicazione dell’episcopale iudicium costantiniano, da lui ben conosciuto nel ventennale periodo  vissuto a Costantinopoli, come  ostaggio.

Roma, quindi, seguita a  perdere di popolazione  per tutto il periodo di dominio ostrogotico   e poi, dopo la Restitutio imperii di Giustiniano del 553,  mentre   si ridimensiona l ‘auctoritas religiosa, quasi  pareggiata a quella di altri episkopoi, allineati sotto una monarchia  fondamentalmente rimasta ariana, nonostante il partito di Amalasunta…

Il passo è breve  verso il massimo declino  quando il papa diventa un funzionario bizantino di secondo grado rispetto al potere dell’esarca di Ravenna,  rappresentante in Italia  dell’Impero orientale, anche dopo la conquista di Alboino dell’Italia.

Nella riorganizzazione occidentale bizantina viene sancito ora il Primato di Costantinopoli, la nuova Roma,  sugli altri patriarcati orientali e specie sulla sede Romana, ancora di più ridimensionata e scaduta come sede apostolica.

Viene annullato il beneficio valentiniano e teodosiano  del IV secolo, utile solo ai fini di un’unità imperiale  su una comune base  religiosa   catholikh/universale  per quell’epoca e per una migliore  conduzione del sistema  di villae agricolo occidentale in mano ad episkopoi di credo niceno-costantinopolitani.

Infatti nel periodo del potere   ostrogotico  e poi con la nuova situazione bizantina in  Italia con  la venuta dei Longobardi c’è  uno stravolgimento politico, economico e  sociale con una nuova organizzazione del territorio, suddiviso in una pars longobardica che occupa la sezione alpina ed appenninica  italica con un Regno e con due ducati, in una la pars marittima adriatica e parzialmente quella tirrenica, appartenente ai bizantini.

Il papato del VI secolo deve adeguarsi a tale nuova situazione ed è già ben organizzato  in quanto i vertici sono quasi sempre quelli della famiglia anicia, che  è rimasta integra, grazie alla sapienza amministrativa dimostrata sotto il dominio gotico ( cfr. La domus Anicia).

Ora siccome da oltre un secolo e mezzo Roma è appannaggio  degli anici, che reclamano le terre romane  del  vecchio impero, avendo comunque cartulae,  nei  confronti dell’impero bizantino, ed ora anche nei confronti dei longobardi, come se fossero gli eredi diretti di Roma imperiale congiunta ( quella occidentale  quella orientale), c’è in Italia , in Europa e in Africa un territorio a macchie, ancora romano, considerato inalienabile , non toccabile come per un sacro terrore popolare …

Da qui la figura di Gregorio Magno e la sua propensione ad un universalismo cattolico quando non ha neanche il controllo  totale del  suo territorio romano e dipende dall’esarca ed è in soggezione al duca di Spoleto  e al re longobardo, che lo premono da nord e da sud ….

Il papato romano anicio funge, dunque,  da duca  bizantino con caratteri religiosi  ed  è autorità secondaria, che segue ordini  ricevuti  dall’esarca e dall’imperatore e dai duchi e re longobardi, ma ha coscienza di un universalismo  territoriale  secondo una concezione astratta mitico-popolare  …

Fatta questa breve premessa, preciso che  sono interessato a un tale episodio e alla situazione dell’esarcato  per la definizione della figura  reale del papa  romano in circa duecento anni dalla  fine della guerra gotica  nel 535- 553 e  (poco meno) dalla venuta dei Longobardi nel 568  d.C.

L’iscrizione  di Foca, imperatore bizantino,  è da mettere in relazione con quella di Valentiniano III, imperatore occidentale  anche se sono di due epoche diverse.?

Certo, Marco.

L’Editto di Valentiniano III del 28 giugno del 445 è  a favore di Leone I, del quale  sostanzialmente si riconosce la dignità sacerdotale connessa con lo episcopale iudicium costantiniano.

C’è il riconoscimento del primato del vescovo di Roma, teodosiano,  basato sui meriti di Pietro, sulla dignità della città e sul Credo di Nicea con una sanzione verso ogni oppositore.

Infatti  si legifera  che ogni opposizione alle  decisioni imperiali,  che hanno forza di legge, deve essere trattata come tradimento e che chiunque si  rifiuti di rispondere agli avvertimenti di Roma  deve essere ivi estradato da parte dei governatori provinciali.
E’ questo  il primo vero tassello di un’autorità romana papale?

Mi sembra.

E’ l’editto  connesso con quello di Valentiniano I ? Forse.

Può esso risultare congiunto con quanto scritto nell’iscrizione di Foca ?

Credo di si

L’impero di Occidente e  quello di Oriente nella coscienza popolare  formano un unicum, cristiano,  dall’epoca  valentiniana, post costantiniana e preteodosiana con cui si connette.

Certamente i popoli occidentali pensano di vivere anocra in territori romani anche ci sono dominatori  estranei, comunque,  romanizzati, anche se ariani.

Per me sono due atti che, anche se distanti storicamente, testimoniano una volontà  di un imperatore, che opera, comunque, in una precisa situazione in reazione a nuove condizioni economiche e sociali, politiche.

Infatti bisogna precisare le differenti situazioni in cui versa Roma nel   V secolo e  nel VI e VII secolo per comprendere il costituirsi di un primato come quello della chiesa romana, esistente a parola, seppure testimoniata dalla carta, non di  fatto.

La theoria esiste, ma ancora deve essere tradotta in pracsis.

Allude, professore, alla falsa Donazione di Costantino? 

Anche ad altro!. 

Comunque, ora agli inizi del VII, bisogna precisare che Roma  non è più caput mundi, né  capitale dell’Italia né  dell’esarcato, ma è scaduta  come città, essendo nel VI secolo  più un paesone che un’urbs, specie dopo la guerra,  le  carestie  e le pestilenze e le continue inondazioni  del Tevere.

Pavia, Spoleto e Benevento, città  Longobardiche, Comacchio e Venezia,Otranto, Bari, Messina,  Napoli,   Salerno, Palermo, poleis  bizantine oltre a Ravenna, capitale, hanno un numero di abitanti notevolmente superiore rispetto a quello di Roma, ormai decaduta a livello di villaggio, agli inizi del VII secolo.

La  domus Anicia, nonostante l’impegno  economico ed amministrativo iniziale  e la sua connessione con l’amministrazione  periferica e con la corte bizantina, non ha  più possibilità di creare condizioni di vita migliori in città, anche per il sorgere di partiti e la nascita della potenza di altre famiglie concorrenti  di origine popolare, che si collegano o con i bizantini o con i longobardi, che neanche risiedono in città ma nei castella limitrofi ed hanno proprietà terriere …

I documenti  dell’epoca non esistono:  c’è solo la colonna di Foca: poca cosa per affermare il principio del primato di Pietro, sulle terre coltivate  nei dintorni laziali e campani,  nella fascia  appenninica tosco-umbro marchigiano-romagnola, comprese tra il Regno di Pavia longobardico e il ducato di Spoleto, unite alla zona paludosa del Veneto alla foce del Po,  insieme all’Istria e alla  Dalmazia, adriatica orientale,  e  a quella occidentale litoranea  tirrenica  con l ‘Elba, la Sardegna (con a  sud-ovest la Sicilia  e  la Corsica, a nord) .

Quando  è vescovo di Roma Bonifacio IV (608-615)  neanche è possibile parlare di primato di Pietro e Paolo  e si parla  solo di zone  periferiche dell’impero bizantino, i cui domini  sono intatti  nelle terre dove non c’è la Longobardia ( pavese,  spoletana e beneventana).

Nemmeno sotto Adeodato (615-618 e Bonifacio V (618-625) ed Onorio I (625-640) si può parlarne,  date le specifiche situazioni dei papi.

Eppure il primo crea illegittimamente la novitas delle bullae in piombo (le bolle papali ) ed ha una tale possibilità  col consenso dell’esarca, per il suo esercizio spirituale, nei limiti  territoriali  e poi in un progressivo ampliamento  di competenze  e di usurpazioni di diritto in senso di evangelizzazione verso regioni barbariche non italiche  ( gli Angli)  e di propagazione della caritas christiana in zone straniere, previa autorizzazione del patriarca costantinopolitano, che coinvolge il papato romano nell’eresia monotelita.

Onorio I,  infatti,  seguendo l’esempio dei predecessori, trasforma, senza averne autorizzazione, la Curia Giulia in Chiesa  -S Adriano al Foro- illegittimamente, e poi s’ impelaga nella questione del monotelismo in quanto è succube  di Eraclio, che nel 638 formula l’ekthesis (Mansi X,994-995) cioè il pensiero  che in Cristo c’è una sola volontà (thelema)  escludendo ogni  discussione sulla  energeia operativa.

E’ la formulazione tipica del Patriarca Sergio di Costantinopoli (Mansi,X, 530-532 ): Abbiamo ritenuto necessario che in futuro a nessuno sia permesso di affermare due operazioni in Cristo, nostro Dio, ma piuttosto si affermi, come insegnano i santi ed universali Concili, che l’unico e medesimo Figlio unigenito, il Signore nostro Gesù Cristo vero Dio, ha compiuto sia atti divini sia umani che … procedono da un solo e medesimo logos/verbum incarnato.

Il papa romano deve adottare  la  formulazione del patriarca bizantino e dell’imperatore in quanto subalterno: Affermiamo che la volontà del Signore nostro Gesù Cristo era soltanto una (unam voluntatem fatemur /affermiamo una sola volontà), per il fatto che la nostra natura umana è stata assunta dalla divinità. …

Il papa romano, non essendo in pericolo la verità evangelica, trascura il problema religioso e lo considera una questione filologica, un  semplice contrasto su termini proprio di grammatici: Il Figlio e Verbo di Dio fu egli stesso operatore della divinità e dell’umanità. Se a motivo di queste duplici operazioni, umane e divine, si debbano riconoscere una o due operazioni, questo non sta a noi, ma lo lasciamo ai grammatici, che sono soliti esibire parole ricercate ricavandole da minuzie.

Anche  in Egitto il patriarca Ciro, pur dissentendo dall’imperatore comunque, sebbene con parole alquanto differenti,   ribadisce  che  Cristo agisce mia theandrike energeia (“con una sola operazione divino-umana” in quanto  vero Theos e vero anhr).

Insomma  le direttive dell’Imperatore e del patriarca sono i  binari entro cui deve passare il treno della verità (aletheia); i funzionari  bizantini non possono divergere, come ogni  altro cittadino di tutta l’area peninsulare italica e  di Africa e di Asia, tenuti   dopo la restitutio imperii di Giustiniano, a seguire gli ordinamenti imperiali secondo la Prammatica Sanzione.

Caro Marco, conosci la Pragmatica Sanzione?

E’ meglio che la spieghi!.

E’ detta Pragmatica sanctio pro petitione Vegilii una legge di Giustiniano emanata dopo la fine della guerra gotica.

L’imperatore, su richiesta di Papa Vigilio, estese il corpus iuris civilis imperiale alle terre bizantine di Italia e in Africa.

L’ editto, comunque,   fu atto utile più al papato che all’imperatore, che teneva prigioniero Vigilio  che inizialmente non aderiva allora  al pensiero imperiale sui Tre capitoli   e cercava altre soluzioni  rispetto alle formulazioni del Concilio di Calcedonia, in una volontà di indipendenza dottrinale, secondo la linea teodosiana di una parità  di lettura e di interpretazione tra le due sedi, nel nome di Roma, ( tra quella della vecchia Roma e  quella della nuova Roma) (cfr. Calcedonia :un concilio politico in www.angelofilipponi.com).

Vigilio, insicuro nelle idee circa il monofisitismo  e circa il  pensiero di Nestorio, tenuto prigioniero a Costantinopoli, pressato e sovrastato dal patriarca orientale, perse di auctoritas sui vescovi  di Africa,  Gallia, Italia settentrionale, Dalmazia, Illiria.

Essendo  cominciato uno scisma in Occidente, Vigilio si sottomise all’autorità imperiale,  pur di riportare  l’unità religiosa e poi morì a Siracusa, nel viaggio di ritorno in Italia.

La vicenda, poi, viene sfruttata dal papato romano come inizio di distacco dalla giurisdizione  papale dell’esarca di Ravenna e dalla autorità  dell’ imperatore di Costantinopoli, in una rivendicazione dei diritti occidentali imperiali sui territori romani di tutta Europa e dell’Africa!.

La prammatica Sanzione  risulta, comunque,  basilare per la concessione delle terre romane  come se il fenomeno gotico, annullato da Belisario e da Narsete, neanche fosse esistito!: il papato rivendica il principio costantiniano dell’episcopale iudicium che sottende anche un munus politico e militare.

In epoca longobardica in italia si procede secondo  due sistemi legislativi: uno  secondo l’editto di Rotari, promulgato nel 643  o l’altro secondo quello di Giustiniano del 548 , essendo stato ristabilito  l’ordo socio economico, dopo la spaventosa crisi e le tante calamità naturali in Italia e in tutto l’Occidente.

Perciò la iustitia in Italia è da una parte longobardica e da un’altra  bizantina in relazione ai territori sotto l’esarcato, che comprende anche il ducato Romano, il principato di Napoli, le zone del tacco pugliese e  quelle calabresi  davanti alla Sicilia, oltre alla Sardegna e alla Corsica.

La terra longobardica, essendo i proprietari e  cattolici e  ariani,  è regolata dall’edito di Rotari che, però, non entra in merito ai possessi ecclesiali, in quanto beni  demaniali inalienabili perché  ora di proprietà  benedettina in Italia  (Montecassino, Subiaco,  Bobbio, Farfa,  Novalesa Nonantola,  Santa Giulia di Brescia, Cava dei Tirreni, S Vincenzo al Volturno) come in Francia, in Svizzera , Germania Inghilterra ed Irlanda.

Dunque non si può parlare di un papa che svolge una sua autonoma funzione per tutto il VI e VII secolo in quanto è   funzionario alle dirette dipendenze  dell’Esarca di Ravenna e di norma  è un orientale, per lo più  siriaco, nominato a volte anche  dal Basileus a Costantinopoli o  a volte dall’esarca stesso che,  comunque, ratifica la sua elezione con la propria approvazione scritta e certificata.

Se si rileva correttamente questa situazione storica  e si  coglie una  corrente aristocratica anicia nel mare bizantino-longobardico  in cui ha valore ancora oltre alla domus  degli Anici anche la tradizione inalterata  di Roma,   si  può davvero studiare il fenomeno della Chiesa romana.

Per me, Marco,  il nomen imperituro di Roma, la gloria immortale delle imprese romane, la coscienza di un non finito imperium, data la presenza bizantina in Italia e nel Mediterraneo, fanno parte della coscienza barbarica, timorosa del diritto romano, incerta di fronte alla cultura superiore  della Romanitas.

Non solo la barbaries pagana ma anche quella cristiano-ariana  italica  sono abbagliate dai monumenti lasciati da Roma in ogni parte  di Italia e di Europa: Vandali, Visigoti, Burgundi, Franchi, Unni, Avari  mentre devastano il territorio romano, ne contemplano sbalorditi le rovine imponenti, coscienti di non aver i mezzi per la ricostruzione  e nei loro spostamenti cercano popolazioni agricole che, con le villae, ancora funzionanti,  assicurano la loro stessa sopravvivenza nelle zone conquistate.

Nella cultura barbarica, militaristica, nonostante la selvaggia natura, c’è il rispetto del sistema agricolo, della struttura ecclesiastico-religiosa, del Nome sacro dell’Urbs.

Nonostante il Muthos di Roma, la città decade, rovina con l’abbandono   del centro urbano  da parte degli aristocratici, che lasciano le loro domus e si rifugiano nelle ville  dei castella vicini  e poi  con la caduta rovinosa  dei condomini- palazzi a più piani- della plebe, che cerca   prima nei dintorni lavoro e un tozzo di pane  e poi lascia definitivamente la città per sedi più piccole dove trovare  condizioni migliori di vita ed un solido riparo sotto qualche patronus

Sotto il pontificato di Bonifacio IV, quando ancora, comunque, si esalta l’eroismo antico romano e  si celebra anche la gloria christiana degli apostoli, dei pontefici  e dei martiri, in una strana congiunzione di valori, Roma  sopravvive al suo mito,  col suo foro, col suo Colosseo,  con la rupe Tarpea, con la Via sacra, pur senza alcun fasto esteriore.

C’è qualche eco di tale memoria nell’opera di  Gregorio Magno che  secondo la narrazione di Giovanni Diacono(,Cfr. A. Graf, Roma nella memoria e  nell’immaginazione del Medioevo Torino 1923) non potendo risuscitare Traiano per la sua iustitia  implora ed ottiene da Dio la salvezza della sua anima.

Ancora più suggestiva è quanto si legge in De  septem mundi miraculis, di Beda: è la leggenda della Salvatio.

Senti bene, Marco !

Nel Campidoglio c’era una stanza con le statue raffiguranti tutte le gentes dell’impero romano, che avevano appeso al collo un campanello. Se una popolazione soggetta si ribellava, il campanellino della statua di quel popolo cominciava a suonare e perciò i romani avvisati in tempo,sedavano le rivolte, anticipando i nemici.

Come vedi, Marco,  il popolare mito della potenza romana  ha un carattere demoniaco, che spiega  la luce misteriosa del fascino di Roma,  fatale, imperitura.

Lo stesso Beda (Collectanee) riecheggia un verso Virgiliano, cristianizzato.

Dum domus  Aeneae Capitolii immobile saxum/ accolet imperiumque, pater romanus habebit.(Eneide ,IX, 448-9)

Caro Marco, il venerabile Beda ha cieca fiducia in Roma e nel Colosseo imperituro, simbolo della grandezza romana: Quandiu stat Colysaeus , stat et Roma; quando cadet Colysaeus , cadet et Roma; quando cadet Roma, cadet et mundus. 

L’URBS è L’ORBIS! La megalhpolis è Kosmos!

A questa ammirazione di Roma aeterna pagana  il papato christianos aggiunge il Christos  crocifisso e  risorto, e su questa base cioè su  questa   pietra angolare, costruisce dominando la barbaries il dictatus papae, costruendo l’ideologica teocrazia, capovolgendo secondo la giusta lettura sacerdotale ebraica, il cesaropapismo  bizantino.

Il sacerdotium ebraico-cattolico, con Gregorio VII, celebra il suo trionfo sulla Roma  popularis,pagana, di Mario e di Cesare secondo Alfano di Salerno ( Migne,  Patr. Lat., to.CXLVII,col. 1220 in  R. Morghen, Medioevo Cristiano, Universale Laterza,1968) Quanta vis anathematis !/ Quicquid et Marius prius/quodque Iulius egerant/maxima nece militum/ voce tua modica  facis  (Quanta forza dell’anathema.  Quanto Mario prima e Cesare poi avevano fatto con massima strage di soldati, tu fai con la tua modesta voce!)

Allora si potrà  dire con Tommaso da Cantimpré (1201-1272 ),  creatore un’ideale vita di santi simile a quella delle api , solennemente che Petrus,  proeitto reti  et navicula derelicta  Romanum subegit  imperium. (Cfr Bonum universale de proprietatibus apum, cap II, in  A.Graf, Roma nella memoria e  nell’immaginazione del Medioevo,cit ).

Nel periodo di Bonifacio IV, dunque,  non è possibile ancora parlare in questi termini, ma si utilizza la memoria romana,sfruttandola per la celebrazione cristiana, usando colonne di epoca pagana come quella di Diocleziano  di  cui si serve l’esarca di Ravenna per onorare il suo imperatore, che lo ha nominato suo rappresentante in Italia dopo averlo  liberato dal carcere.

Smaragdo è riconoscente, data al prigionia sotto Maurizio,   verso Foca  che, comunque,  ha breve vita sul trono di Bisanzio perché è subito ucciso,  fatto a pezzi  dal suo successore Eraclio I, che ne decreta la damnatio memoriae.

A mio parere solo dopo la crisi monotelita, che divide l’Oriente bizantino dal  mondo occidentale e dopo la caduta di Alessandria          (cfr. Monotelismo e conquista araba di Alessandria in www.angelofilipponi.com) , forse si può avere una nuova ideologia romano- cristiana  anti bizantina,  che  poi cresce con l’opposizione alla tesi  iconoclastica.

Eppure Bonifacio con l’aiuto iniziale di Smaragdo, propaganda  il culto  bizantino e esalta il sanguinario Foca, favorendo  di posizionare la colonna e la statua sulla cima con l’ iscrizione alla base  in onore del nuovo imperatore.

In questo segue l’exemplum di papa Gregorio Magno  di cui è stato collaboratore,  in una volontà  di aderire ai piani dell’autorità bizantina e  di  arginare così  i tanti mali che travagliano Roma (la fame, le inondazioni, le siccità, le epidemie succedutesi sotto il pontificato di  Bonifacio III, morto solo dopo nove mesi di potere, a seguito di una vacantia di oltre 10 mesi).

Alla fine di Agosto  il papa cerca di dipanare i tanti dissensi dottrinali, ma anche quelli demaniali  con le autorità locali  in Anglia circa i beni romani inalienabili, in quanto considerati  ecclesiali, coltivati da uomini soggetti ad iudicia episcopali di epoca post costantiniana  …

Bonifacio fa apporre alla colonna un’iscrizione,in cui ringrazia  l’imperatore   per gli innumerevoli benefici (pro innumerabilibus pietatis eius beneficiis ) , per la restituzione della pace all’Italia  e perla conservazione della libertà (pro quiete  procurata Ital(iae) ac conservata  libertate) e specie per aver donato il tempio pagano, Il Pantheon, poi consacrato al culto della Madonna dei Martiri.

L’iscrizione  evidenzia  il destinatario  in Foca ( Optimo clementiss[imo piissi]moque/principi domino n[ostro] F[ocae imperat]ori/perpetuo a d[e]o coronato, [t]riumphatori/semper Augusto) e poi il dedicatario in
Smaragdus (ex praepos[ito] sacri palatii/ac patricius et exarchus Italiae/devotus eius clementiae/) che hanc sta(tuam maiesta)tis eius/
auri splend(ore fulge)ntem huic/sublimi colu(m)na(e ad) perennem/
ipsius gloriam imposuit ac dedicavit.

Segue la data  del I agosto del 608  die prima mensis Augusti, indict[ione] und[icesima]/p[ost] c[onsulatum] pietatis eius anno quinto.

In Italia  si è rotto già  l’equilibrio tra i longobardi e  gli italici sudditi  dell’impero bizantino dopo che Foca, uccisore dell’imperatore Maurizio,  a sua volta  è stato ucciso da Eraclio, impegnato dagli Avari e dagli Slavi e poi  costretto a guerreggiare contro  Cosroe,  che occupa Siria e dilaga in Oriente.

L’Occidente  non è guidato dall’imperatore  bizantino impegnato a su  tanti fronti militari, insicuro perfino a corte  a  causa di congiure e di tentativi di  usurpazione imperiale.

Bonifacio comincia a vedere l’evacuazione dal centro urbano e  lo spopolamento dell’urbe.

Eppure c’è  stato un intervento positivo verso i romani dello stesso imperatore che ha  regalato il Pantheon al papa ed autorizzato l’erezione di una colonna nel foro: per i romani  è poca cosa di fronte alla situazione  di una politica bizantina ormai chiaramente inclinata da abbandonare l’ antica Urbs.

L’esarca Smaragdo, ha  pagato il debito della sua carica in terra italica al nuovo imperatore , scovando questa colonna  abbandonata da  qualche parte e l’ha utilizzata  mettendola  su un piedistallo cubico  di marmo bianco,  riservando di porci sulla cima la statua dell’imperatore ed apponendo l’iscrizione alla base della colonna corinzia, alta mt 13,50 (cioè 43 piedi) , ma gli abitanti di Roma  sono ormai fuggiti e neanche seguono, a distanza,  il lavoro congiunto del papa e  del rappresentante  bizantino.

Dunque, noi rileviamo solo questo formale atto imperiale bizantino e nessun altro atto o decreto attestante  munera  per il papa che invece aspira ad un reale potere,  proprio quando non esiste più un nucleo cittadino e Roma è  ridotta ad un villaggio con tante rovine…

E’ brutto vedere le rovine di una città disabitata da  secoli, Ninive, Faselide, Gortina a Creta, Sepino (Campobasso) una desolazione! un senso disperazione più acuto di  quello di  un  terremoto!

Roma decade come popolazione nel VII  ma raggiunge il minimo storico  tra l’VIII e X  tanto che i suoi castelli  hanno un maggior numero di abitanti rispetto all’Urbe.

Eppure  sulla base  inventata della venuta di Pietro a Roma si va creando il patrimonium sancti  Petri et Pauli e si formula la teoria del primato della  Chiesa …

Per  chiarirci , Marco, sarà opportuno rilevare la situazione  generale e le condizioni di vita  dei  romani vinti dagli Ostrogoti e poi  decimati dalla guerra gotico-bizantina ed infine  quasi dimezzati  dopo la conquista longobardica!.

La costituzione di uno stato, longobardico,  arimannico, con tre capitali, una centrale Pavia e due secondarie  Spoleto e Benevento    è segno di un etnos guerriero montanaro, che resta suddiviso in sippe e fare,  al di là della suddivisione in Regno e due ducati, che grosso modo  serrano e racchiudono l’Esarcato di Ravenna bizantino che, comunque, ha altre regioni italiche continentali ed insulari  sotto il suo controllo.

Ora, dunque, Marco,  la costituzione del  regno   di Pavia e di due ducati quello di Spoleto e quello di Benevento  non è unitaria perché tra i due ducati   c’è l’esarcato bizantino  che ha territori  lungo l’Adriatico e  e nell’Italia meridionale  ed insulare , come abbiamo detto.

In relazione a quanto dice Paolo Diacono  e dai ritrovamenti archeologici e  dai rescritti  risulta che  le terre del demanio imperiale   non hanno occupanti se  non quelli incaricati dal re, dai duchi o dai bizantini e che si sono mantenute  le condizioni degli antichi coloni,  intatte, secondo il principio dioclezianeo  di proprietà ( Cfr  G . Luzzatto, Breve storia economica dell’Italia medievale, Einaudi  1958).

Dopo la soluzione del monotelismo grazie agli accordi tra Costantino IV e papa Agatone  (678-681) e   dopo la condanna dell’operato negligente di Onorio I ad opera di Leone II, – che ottiene  da Costantinopoli  che la sede episcopale di Ravenna sia dipendente da Roma-   l’ltalia bizantina  ritrova una sua unità,  spezzata prima dall‘ekthesis di Eraclio e poi dall’iconoclastia di Leone III .

Con la nuova divergenza dottrinale il papato romano con Gregorio II e III deve subire le conseguenze del suo rifiuto, perdendo l’autoritas sui Balcani e sull’Asia Minore,  mentre i suoi possedimenti terrieri di Sicilia   e  di Calabria vengono accorpati dal patriarcato di Bisanzio.

.Ora continuo è il contrasto tra gli imperatori   Giustiniano II, Filippico Bardane (711-713) ed Anastasio II  e i papi Sisinio,   Giovanni VI e Giovanni VII…

Pur in un clima di lotte,  di scontri politici  e di  contrasti legislativi, i  monasteri  hanno la stessa funzione della villa romana,  in quanto hanno  granai, magazzini, cantine, stalle , piccoli opifici,  artigiani e costituiscono un  centro economico ed amministrativo  della vita rurale con i loro archivi e con le loro attività autarchiche e formano con le piccole biblioteche  un punto di incontro culturale,  secondo le regole  di Benedetto,  di Colombano,di Romualdo  e di altri   che comunque sono derivate  da quelle di Cassiodoro  (Vivarium) e da  quelle dettate da Basilio ed applicate dai monaci basiliani  calabresi.

L’abate è un conducator che secondo i decreta di Gregorio I  amministra il  patrimonio (oikos) ,  gestisce le terre,  esercita potere  di giudice sui  coloni  che non hanno vita giuridica , ma sono servi della gleba  soggetti al mandato ecclesiastico e quindi  vincolati all’auctoritas del papa.

Dall’epistolario di papa Gregorio I si evince che  è introdotta la divisione delle terre dominiche, coltivate dal proprietario dalle terre  tributarie   assegnate ai coloni e  servi ( sorprende la mancanza  di prestazione di salariati, ma c’è l’ordine di conversione dei pastori ed allevatori di cavalli  e di riduzione a semplici coloni contadini  se rimasti senza gregge).

Secondo Luzzatto ( Op. Cit.) l’ unica differenza  sarebbe: l‘ordinamento  delle grandi proprietà  prima della venuta dei longobardi   rimane immutato  e perdura anche dopo, secondo il sistema  dei  demani imperiali; solo le terre assegnate in enfiteusi a liberi fittavoli, a coloni e a servi dominici  avevano reso il sopravvento  sulla terra coltivata dalla famiglia rustica della Villa per conto del proprietario.

In  tale situazione agricola, in condizioni politiche  difficili, a seguito di uno continuo spopolamento cittadino, il papa romano poco può fare, condizionato da tanti poteri forti, contrastanti!

Bonifacio IV è un  monaco benedettino collaboratore di papa Gregorio Magno!

Cerca di arginare i tanti mali che travagliano Roma, (la fame, le inondazioni le siccità, le epidemie) appena  divenuto papa, dopo Bonifacio III  morto solo dopo nove mesi di pontificato, a seguito di una vacantia di oltre 10 mesi.

Già alla fine di Agosto, poco dopo l’erezione della colonna di Foca,  cerca di dipanare i tanti dissensi dottrinali specie in Anglia, dove accesi sono i dibattiti, connessi con le divergenze tra  i coloni e gli abati,   mentre in Italia  si è rotto l’equilibrio tra i longobardi e  gli italici sudditi  dell’impero bizantino…e  negli altri paesi  gli abati hanno una propria auctoritas, indipendente  anche dal potere  dei re locali, in nome di una dipendenza generica da Roma, lontana  …

Marco,  sono riuscito a fare comprendere qualcosa sulla condizione  del papato in epoca bizantino-longobardica, e specificamente  su Papa Bonifacio IV e sulla colonna di Foca?

 

Penso di si, data la tua volontà di apprendere e considerata la tua  preparazione culturale.

 

Astolfo ed Eutichio/Chiesa Romana

Astolfo ed Eutichio/Chiesa romana

Ubi amatur non laboratur et, si laboratur, ipse labor amatur  Agostino

 

Secondo Raffaello Morghen (Medioevo cristiano, Laterza, 1978) la tradizione di Roma, della sua gloria,  della sua potenza  e della sua eternità  costituì, durante il Medioevo, il grande alveo in cui confluiscono le più vive e profonde correnti  ideali della nuova civiltà. 

Dunque, nella tradizione di Roma  è rappresentata la concezione ecclesiastico-religiosa, che si costituisce, s’ annoda e si intriga con la potenza terrena  e della gloria  guerriera  e politica dell’impero  antico, mentre si esaltano le nuove glorie della Roma cristiana,  degli apostoli, dei martiri e dei pontefici.

La theoria christiana risulta una vera sacra rappresentazione in veste romana imperiale!

Secondo me,- che vado oltre l’interpretazione, pur  esatta di Morghen, che rileva un filone della tradizione  di Roma di sapore schiettamente popolare, laico e romanzesco, che fissa l’urbs  come centro ideale  della più alta potenza umana- rimane intatto il nomen di Roma in tutto l’Occidente barbarico e specie in Italia,  per la presenza  del Basileus  di Costantinopoli, autocratoor,- che ha ribadito  il suo potere ed ha ricostituito l’imperium universale, sconfiggendo i goti ( 535-553)-  e del suo vicario, dell’esarca, a Ravenna suo principale rappresentante  e di altri funzionari minori bizantini, che  regolano la vita secondo il diritto romano  in Puglia, in Calabria nelle isole maggiori, italiche, nonostante l’invasione dei Longobardi nel 568.

La conquista dell’Italia è solo un insediamento di barbari, cristiani monofisiti  ariani,  che si consolidano in Italia settentrionale, lungo il corso del Po e dei suoi affluenti, avendo come capitale Pavia, mentre altri gruppi della stessa stirpe occupano stabilmente  Il ducato di Spoleto  e quello di Benevento, lasciando integra  una fascia romana sulla dorsale appenninica tosco- umbro-romagnola e marchigiana, che degrada  sia verso il Mare Adriatico  che verso il Mar Tirreno,  comprendente Roma col papa, un rappresentante bizantino,di norma siriaco, di secondaria importanza.

Anche i territori campani intorno a Napoli, le coste adriatiche ed ioniche dell’Italia  meridionale,  con le isole italiche, sono  controllati dalla flotta bizantina  e risultano romani,  seppure non distinti tra loro come ex terre dell’impero d’Occidente e  come terre, bizantine, che, comunque, formano un unicum agricolo,  coltivato  da popolazioni coloniche di lingua latina, secondo il sistema delle antiche  ville romane.

Inoltre in Occidente e in Italia  il cristianesimo  cattolico  ha ancora nel VI secolo un numero minore di fedeli  rispetto ai pagani  e sono inferiori certamente ai cristiani ariani, che coi Visigoti e Vandali hanno occupato  anche il territorio Iberico, parte della Gallia e della Germania  e l’Africa settentrionale.

Ariani e cattolici,  pur essendo  in contrasto, hanno un comune interesse a cristianizzare  le popolazioni idolatriche dei Pirenei e delle Alpi, degli Appennini e quelle  delle zone interne insulari.

Non si deve pensare che  l’ltalia è già tutta cristiana cattolica, ma forse solo il Lazio con la Sabina e il Piceno ha un maggior numero di Christianoi, data la potenza della domus anicia, che, avendo molte terre romane le fa gestire da coloni cattolici, anche se  sotto l’oculata sorveglianza di praesides ebraici, che hanno una sapienza amministrativa, propria delle dioikeseis (Cfr. G. Ravegnani, I bizantini in Italia, Bologna Il mulino  2004; A. Guillou,  La civilisation Byzantine, Paris, Artaud,1974;  G. Luzzatto, Breve storia economica dell’Italia Medievale PBE 1965.pp.32-40).

Si tenga presente, infine, che Roma intorno al 600  è diventata  un paesotto, sempre più spopolato,  non solo per le guerre ma anche le continue inondazioni del  Tevere e dell’Aniene, mentre prosperano i castella collinari che circondano l’urbe.

Fare la storia di circa 150 anni  dal periodo di Gregorio Magno diventa un’operazione complessa, difficile, direi  impossibile per la mancanza di dati reali storici  e per la presenza di fonti solo ecclesiastiche.

Perciò per nostra personale  utilità e specifico interesse  abbiamo  diviso il lavoro, dopo attento esame,  operando prima sul settimo secolo, puntualizzando  lo studio sull’imperatore  Foca e sulla colonna  a Roma  e  sui papi siriaci romani, rappresentanti del potere bizantino, poi scavando sulla figura di Eutichio, esarca di Ravenna.

Ne è derivata un’altra luce sugli avvenimenti  così da ricostruire il contesto e  i sistemi di vita reale, al fine di capire il fenomeno del papato romano, che, costituitosi un proprio Patrimonium Sancti  Petri et Pauli,  nel nome dei due apostoli, illegittimamente, se lo conserva giostrando con papi, desiderosi di fare una politica nuova autonoma in senso popolare e romano, antibizantino.

Gregorio II (715-731) e Gregorio III ( 731-741) sanno gestirsi a scapito dell’ impero bizantino iconoclasta   e dello sfortunato esarca ravennate, Eutichio che, non  avendo  il solido appoggio navale e il supporto finanziario e militare di Bisanzio,   cade sotto i colpi dei Longobardi che si congiungono con il papato, intenzionati sempre più specie con Zaccaria (741-752) e Stefano II (752-757) a manovrare abilmente tra i longobardi ariani e cattolici, cercando di trarre il maggiore  utile possibile dallo scontro tra il re e i duchi  e tra l’ etnia longobarda e quella bizantina, avendo ormai l’appoggio popolare romano e quello degli abati benedettini antiariani ed anticonoclasti.

E così Eutichio (728-751),  preso tra due fuochi, inviso alle popolazioni, a causa della politica iconoclastica  imperiale, specie nella zona veneta e marchigiana, non avendo il sostegno continuo della flotta bizantina e di quella  consociata di Comacchio e di Bari – riottose ad intervenire contro i  coloni romani adriatici- pur avendo sagacia e l’abilità diplomatica, conclude miseramente la sua vita, fuggendo, mentre Astolfo  fa l’ultimo attacco  a Ravenna  per inglobare l’esarcato nel patrimonio longobardico.

Dunque, professore, se ho capito qualcosa,  studiare la figura di  Eutichio  e capire il suo mandato legatizio,   nel corso della iconoclastia di Leone III l’Isaurico  e poi di suo figlio Costantino V, Kopronimos,  è utile ai fini di fare un‘altra lettura del Papato romano  che si definisce erede di Roma imperiale, appena scomparso l’esarca di Ravenna ?!.

Allora la funzione nuova del papa  risulta  basilare  in relazione alla antica  coscienza di una diretta  discendenza secondo l’ideologia anicia, sviluppata  dai due Gregori, seguaci di Gregorio I:  sono  loro  gli iniziatori  di una politica autonoma popolare  romana  antibizantina, connessa con  la corte di Pavia prima e poi  decisamente impostatasi in senso franco!

E ciò avviene proprio mentre già urgono le prime invasioni saracene nel Meridione, dopo la scomparsa della flotta bizantina  e la  non  adeguata  difesa delle  coste ad opera dei  veneziani e dei baresi sull’Adriatico?!,

 Sul Tirreno  invece  c’è un’altra  situazione:  il pericolo saraceno  ancora  non esiste, considerata  la migliore organizzazione navale di Amalfi, di Pisa e di Genova, già competitive alla fine  del nono secolo, visti gli interessi economici e i rapporti commerciali con la corte Bizantina del duca di Napoli Sergio I, che ottiene, tra l’altro,  l’ereditarietà del titolo dall’imperatore stesso, intorno alla metà del nono secolo.

Le successive conquiste saracene  di Ripatransone -Ascoli Piceno-  (prima metà de lX secolo cfr. P.L. A. Vicione, Ripatransone sorta  dalle rovine di un castello etrusco, Fermo 1828   in  A. Rossi, Vicende ripane,  a cura dell’autore Febbraio 2007, p.19  dove si parla delle Grotte della Sanità in cui  i ripani in numero di 3.372, si rifugiano durante l’invasione dei Saraceni, comandati da Sabba)  e di Farfa nel 891, anno in cui  l’abate Pietro   si trasferisce  nel fermano a S. Vittoria in Matenano  (G. Nepi, Storia del comune di S. Vittoria in Matenano,1977)- sono  esemplari  atti di un predominio navale sull’Adriatico della flotta musulmana  in tutto il secolo.

Dunque, professore,  mi s’impone la domanda: Chi è l’esarca Eutichio? Che funzione ha avuto in Italia centrale?

Così mi chiede Marco, il mio migliore alunno, un ingegnere di buona cultura, educato storicamente  in senso medievale.

Nessuno mi ha parlato di Eutichio?!

Chi è costui?

Marco è un uomo che conosce, seppure  superficialmente, l’iconoclastia di Leone III – che vede l’idolatria in un  fenomeno favorito dai monaci orientali con la fabbrica redditizia  delle icone, acquistate e venerate dal popolo in Oriente, e  sacralizzate con profitto grazie al  lucroso commercio degli ossari e delle reliquie  in  Occidente, considerata la devozione di abati e monaci  e del Papa – e la sua storia,  ed ha seguito, comunque,  perfino le mie  lezioni  tecniche  su tale argomento e sull’idolatria nelle religioni monoteistiche, fino agli anni del vescovato di Ambrogio Squintani in Ascoli (1939-1958).

Il vescovo di Pizzighettone è  un vero christianos  tridentino!

Ha grande integrità morale e una fede in un unico Dio!  Dotato di una rigidità sacerdotale  spirituale,  pneumatica, subito dopo la II guerra mondiale, aveva cercato  incautamente di far togliere le tante immagini sacre, statue ed oggetti propri di un mondo ancora paganeggiante  nelle  chiese ascolane  di campagna per ripristinare la dignità  di fede  cristiana, secondo parametri di efficienza e di culto divino senza deviazione verso forme magiche o misteriche!.

Il povero vescovo, zelante nelle sue visite pastorali,  fu oggetto di persecuzione  da parte del popolo piceno, contadino,  inferocito per la proibizione dei manufatti religiosi, venerati come feticci, considerati quasi dei, per l’abolizione delle reliquie,  per l’abbattimento dei segni cristiani del rituale pasquale  e di quelli della Vergine, chiamata in modi diversi, secondo il sistema pagano (madonna nera isidea; madonna addolorata, madonna  panagia ecc) :   i parroci ignoranti  e fascisti di formazione crocifiggono il  prelato settentrionale che non conosce il fanatismo plebeo, isterico !

Marco, il mio caro ex alunno,  non conosce, però, la funzione dei bizantini nell’Italia centrale  e in quella meridionale ed insulare nell’VIII secolo e quindi non ha sentito mai nominare l’esarca Eutichio/ Eutuchiosil fortunato-, neanche da me!

Questi,  fatto esarca di Ravenna,  non raggiunge la città mentre questa  è in pericolo per le mire di Liutprando, intenzionato a conquistarla già nel  727,  facendo incursioni sulla costa romagnola e marchigiana,  seguendo la tattica già comprovata dal duca di Spoleto, che, comunque,  non è dalla sua parte.  Si è nel clima di una persecuzione iconoclastica  ed Eutichio è inviato ad imporre  la legge di Leone III in Italia.

La lotta contro le immagini è cominciata con le disposizioni prese nel 726 da Leone III, che replica alle accuse arabe di idolatria e  che impedisce il culto popolare delle icone dei frati cappadoci  ed armeni, che nei monasteri ne confezionano molte copie di pregevole valore.

L’ opposizione  del patriarca  di Costantinopoli, Germano, che non vuole la rimozione delle icone, determina sommosse popolari e una feroce predicazione monacale antimperiale già nel 729, per cui Leone III punisce i patriarchi  e metropoliti  protestatari, che hanno la solidarietà dei Papi Gregorio II e III che, dichiarando la legittimità del culto delle immagini nel sinodo romano del 731, devono  subire la confisca  delle terre  bizantine  italiche, assegnate ora al patriarca di Costantinopoli.

Costantino V successore di Leone III,  che invia Eutichio,  inizialmente è  più prudente, poi , rafforzatosi sul trono,  proclama comunque, il divieto delle immagini, avendo l’approvazione  da parte di un concilio ecumenico nel 754.

Il popolo e i monaci non si sottomettono, nonostante le misure violente dell’imperatore (distruzione delle immagini e delle reliquie e imposizione di rinunciare a esse, con giuramento) ed allora l’imperatore nel 764 emana un decreto  riprendendo la legislazione di  Leone III  che già nel 717 contro Gregorio II  aveva aumentato le imposte su tutto il territorio dell’impero per risanare il fisco dopo la  guerra con gli Arabi.

La Chiesa romana  ne risente in quanto colpita nelle vaste proprietà fondiarie in Italia, e Gregorio, rifiutatosi di pagare, afferma che i proventi delle imposte italiane devono essere utilizzati per le necessità locali.

Ben più grave è invece l’ingiunzione da parte di Leone III a tutti i cittadini ebrei dell’impero di convertirsi al cristianesimo, pena l’inglobamento dei beni con atimia,  in base al principio secondo cui per la stabilità dello Stato è necessaria un’uniformità di fedi.

Eutichio  risulta, quindi, un perfetto esecutore di ordini in quanto secondo il Liber pontificalis è  un patricius eunucus, cubicularius, che sbarcato  a Napoli, presso il duca, un funzionario bizantino,  da lì cerca di far uccidere  papa Gregorio II, e fatto prima un viaggio di terra, passando in rassegna i domini romano-bizantini del Tirreno per poi fare  un iter  ispettivo lungo la Via Salaria per risalire infine verso l’alto Adriatico, via mare,  dopo l’imbarco a Truentum.

L’esarca mostra la sua abilità diplomatica  con la corte di Pavia tanto da  attirare nella sua orbita Liutprando, che è intenzionato a rompere l’alleanza tra Trasamondo, l’infedele duca di  Spoleto e il papa, interessato a minare l’autorità regale.

Nel frattempo l ‘autorità di Eutichio è minata dagli abati di Bobbio e di Farfa, che sono  contrari all’iconoclastia e fomentano insurrezioni in Ravenna stessa.

L’esarca è costretto a rifugiarsi nella laguna veneta, dove,  comunque, riordina il potere bizantino,  facendo processare lo stesso doge,  in quanto carica non legittimata  da Bisanzio ed istituisce  un’ altra magistratura con  cinque  magistri militum, che, però, detengono il potere  per il breve tempo,  in cui l’esarca è a Comacchio, poiché  il popolo insorge a favore della ricostituzione della figura del doge  avendo avuto lettere dirette dall’imperatore stesso, di conferma.

Infatti ambasciatori veneti concordano col Basileus di fornire una flotta  in soccorso a quella bizantina contro Liutprando, ora congiunto col papato.

Zaccaria, allora, si fa mediatore tra i bizantini e i longobardi convincendo inoltre Trasamondo a ritirarsi in convento, dopo averlo salvato e protetto a Roma,  e  favorendo lo stesso Eutichio,  che ora non più minacciato da  insurrezioni, può soggiornare a Ravenna: l’azione politica del papa è un capolavoro di diplomazia e  di strategia, degna di Ottaviano Augusto, autorizzato ad avere rapporti plurimi con le popolazioni autonome del Veneto e della Puglia, con l’esarca stesso e con i longobardi, quando già è pronto un piano di alleanza con Pipino il Breve.

Dopo il ritiro di Rachis,   l’esarca è improvvisamente accerchiato e immobilizzato sia da forze longobardiche  del nuovo re Astolfo che da quelle latine papali popolari anticonoclastiche.

L’attacco di Astolfo sorprende l’esarca Eutichio  che  muore mentre, combattendo, si  allontana da Ravenna.

Con la scomparsa di Eutichio  finisce l’esarcato, il cui territorio  inglobato inizialmente da  Astolfo, viene poi ceduto al papato, registrato come donazione, a seguito dell’intervento dei Franchi.

Il papato romano, libero dal pericolo bizantino, ora trova un alleato cattolico contro gli ariani longobardi, avendo  in possesso non solo le terre romane occidentali ma anche quelle nominali bizantine e soprattutto  può millantare  la potestas con auctoritas dell ‘Antica Roma.

Astolfo,  avendo già dato grande rilievo non più ai romani, cattolici,  come suo fratello Rachis, ma all’elemento longobardico, ariano, vuol  punire papa Zaccaria e la sua politica infida, a favore di Trasamondo di Spoleto, propria di un  funzionario orientale.

Astolfo, violata la tregua ventennale, sconfitto Eutichio, prende Ravenna e si  dirige verso Roma, mentre il nuovo papa, diacono,  Stefano II, funzionario bizantino, dopo la brevissima elezione dell’omonimo presbitero, morto dopo 4 giorni, neanche registrato come papa,  si rivolge a Costantino V, che da poco ha ripreso le redini dell’impero.

 Il papa è costretto, comunque,  a pagare  per il momento un tributo annuo per salvarsi dalla difficile situazione in cui versa la Chiesa romana, priva dell’appoggio bizantino.

Allora Stefano II  decide di chiedere aiuto a Pipino il breve che deve la sua consacrazione regale  a papa Zaccaria,  non  potendo fidare nell’aiuto bizantino di Costantino V, che, inoltre, chiede la restituzione dei  territori dell’esarcato  e di quelli  dati da  Liutprando a Papa Zaccaria  in nome di un presunta  donazione di Costantino(?).

Comunque, l’imperatore, non avendo più come referente l’esarca,  nomina  legatus il papa, riconoscendone implicitamente  la funzione mediatrice  tra i longobardi e tra questi e i bizantini  e specialmente nella gestione delle ville romane  e dei loro patrimoni inalienabili, ora sotto il controllo degli abati benedettini, abili a tenere  i coloni riuniti in  forme di cooperazione  agricola, secondo statuti flessibili  di manovalanza  salariata e caritativa, espansi anche ai territori non italici (Cfr G. Romano,le dominazioni barbariche  in Storia politica d’Italia, F. Vallardi Milano 1909; G Volpe, il Medio Evo,Firenze 1925  F. Lot,La fin du monde antique et le debut  du Moyen Age,  Paris, 1927. L Salvatorelli, L’Italia medievale  dalle invasioni barbariche  agli inizi del secolo XII, Milano 1932; E. Pirenne, Maometto e  Carlo Magno , Bari 1939, G. Luzzatto, I servi delle grandi proprietà ecclesiastiche, dei secoli IX e X, Pisa 1910;  G. Luzzatto,  Breve storia  economica dell’Italia Medievale,  PBE  1965).

In effetti tale titolo risulta solo marginalmente in alcune carte, in quanto l’incarico è effimero  ed inconsistente nella realtà, data la non  presenza di milizie  bizantine in Italia centrale.

Professore, il gioco politico del papa  è scoperto, se la situazione è  quella  così indicata!

Marco, a me sembra che  questa sia la risultanza storica!

Stefano riprende l’esempio di Zaccaria, che, non potendo convincere Astolfo,  scrive in prima persona  lettere ai popoli come se fosse Pietro il discepolo di Cristo, in persona,  e li chiama   affabilmente suoi figli, uomini devoti e fedeli a Dio Salvatore.

Poi accantona la predica tribunizia, utile a chiamare a raccolta il gregge a difesa del proprio pastore, smette di minacciare Pipino – che non è sollecito nell’aiuto-  di scomunica e una volta liberato dai longobardi  ottiene  la restituzione totale delle terre già assegnate da Liutprando a Gregorio II e a Zaccaria.

Stefano II completa la consegna ufficiale con la deposizione sulla tomba di Pietro delle chiavi  delle città a lui donate  con la  carta  della promessa carisiaca,  che è un vero trattato, con donazione di Pipino a Carisium (Quierzy) nel 754, coram populo!.

Il papa, temendo  il pericolo ariano  decise di andare  a Quierzy presso Pipino il Breve  per avere al suo fianco  un sicuro appoggio cattolico:  Il suo viaggio  tra popoli anche ariani, ostili, avventuroso, diplomatico, era stato utilissimo per conoscere il mondo occidentale capire il significato di Roma aeterna e  il valore reale del Pontificato romano : la promessa carisiaca è di questo periodo.

ll papato ora ha  un patronus  per arginare il pericolo longobardico ariano, ora che non ha più la difesa del diritto  romano bizantino, consapevole che il suo titolo vale quanto quello di uno dei  tanti abati  benedettini!.

Con la promessa carisiaca la figura papale risulta ingigantita in Occidente.

L’abilità  diplomatica e politica di Stefano II è coronata da successo perché  con Zaccaria ha creduto nel valore delle masse agricole che, se coscienti,  hanno il potere politico, secondo il diritto romano.

Se Eutichio nel periodo tra il 728 e 751 non può svolgere il suo mandato  bizantino il merito è di Papa Zaccaria:  specie nell’  ultimo dodicennio il papa ridà un volto alla città di Roma, e  si sgancia dal potere bizantino  mettendo in fibrillazione il mondo longobardico, ora diviso tra il potere periferico di Spoleto e Benevento e quello centrale di Pavia, altalenando il suo consenso   in una guerra civile  passando ora da una pars  ora ad un’altra, tanto  da  annullare  il potere  di Trasamondo  (costretto al ritiro in Convento) e  da logorare lo stesso potere centrale di Liutprando e di Rachis (anche lui divenuto monaco), ed infine  quello di Astolfo con cui scende a patti, pur fingendo di voler impedire l’attacco definitivo e risolutivo  all’esarcato.

La scaltrezza del papa  è massima nel riallacciare, pur mantenendo il suo pensiero anticonoclastico,  i rapporti col figlio di Leone III   Costantino V, che ha ripreso il potere in Costantinopoli dopo la fine dell’usurpatore Artavaste, per usufruire  delle donazioni di Norma e di Ninfa (Cisterna Latina)  e poi di Osimo, Numana ed Ancona, che inizialmente sono state inglobate nel regno longobardico, ma poi consegnate da Liutprando al Patrimonio di S. Pietro e Paolo.

Stefano II completa la sua opera  chiedendo  di essere protetto  dal re longobardo ariano al  re franco,  che ora non può non accettare l’invito papale, dopo che papa Zaccaria  ha risolto il quesito posto  da Burcardo di Wuerburg e  da Fulrado, abate di S. Denis, venuti a Roma per la vertenza  sorta tra i  fautori dei maggiordomi  e i legittimi re merovingi:   è degno di regnare chi ha potere reale o chi, come Childerico III ha sangue reale?.

La risposta  del papato, ora giudice sul potere legittimo  tra i barbari, in nome di Roma aeterna   è che è  legittimo rex chi ha  potestas con auctoritas poiché  può assicurare pax ed iustitia al suo popolo

Perciò davanti a delegati papali vengono autorizzate la consacrazione a Soissons di Pipino  ad opera di Bonifacio di Magonza e la deposizione  del re merovingio, fannullone!.

Per arrivare a tanto il papato ha dovuto per un secolo e mezzo essere logorato sotto  le invasioni  dei longobardi, ma  alla fine ha vinto costringendo  Liutprando  a donare  nel 742   al papa Zaccaria  le città da lui occupate  dell’esarcato e la pars dei patrimoni della Chiesa in Sabina, sottratti dai duchi di  Spoleto trent’anni prima!

Zaccaria e Stefano  hanno coscienza del vuoto di potere romano in Occidente e del valore del Mito di Roma aeterna, tra le popolazioni barbariche, sia ariane che cattoliche, specie tra  i Franchi e gli Angli.

Zaccaria  ha legittimato  se stesso come legatus orientale   proponendosi  come rappresentante romano, che può  dare potestas ed  auctoritas  in nome di Roma aeterna, considerandosi da uomo di formazione orientale,  polites romano  e vir  disciplinato secondo la Pragmatica Sanzione: ha saputo   svolgere la sua funzione vicaria  legatizia  con successo, ingannando la buona fede barbarica: la superiorità del clero bizantino orientale sulle masse occidentali e sui  re barbari è tale che  la chiesa romana fa bere ogni  acqua  a popoli  germanici mal cristianizzati secondo la tradizione  romano-ellenistica.

Il clero, come Mosè con gli ebrei nel deserto, guida le masse alla libertas  christiana, mantenendole ignoranti (Cfr. A Filipponi, L’altra lingua l’altra storia, Demian 1995)!.

Si sa solo  che Zaccaria  crede di aver tale autoritas  con potestas in quanto non solo funzionario  imperiale, ma anche capo religioso occidentale perché da  secoli  il papato romano è riconosciuto   paritario al  patriarca costantinopolitano, pontefice massimo, autorizzato da Teodosio ( e forse da Costantino).

E’ Zaccaria che per primo ha pensato ad una falsa donazione di Costantino a papa Silvestro, sulla  base di carte a noi non note della famiglia anicia?!

E’ lui  il falsario, che ha una perfetta conoscenza della lingua  greca, che traduce dal latino  in greco per i prelati ancora dipendenti dall’impero di Bisanzio  stanziati nel Meridione d’Italia e nelle grandi isole,  i Dialoghi di Gregorio Magno (J.P. Migne, Patr. Lat. LXXXIX)!.

Il Documento del Constitutum constantini/ Donazione di Costantino  potrebbe  essere  a detta di studiosi, prodotto da letterati della sua curia,  abili a creare un  falso letterario, vista la richiesta dei barbari  per la concessione di potestas  con auctoritas: non è sufficiente la prammatica sanzione di Giustiniano, dopo l’editto longobardico di Rotari, che tiene presente il diritto romano in molti punti della sua legislazione, di base germanica.

La non autenticità dello scritto circa il primato della Chiesa di Roma sulle Chiese patriarcali orientali, la sovranità su tutti i sacerdoti, la sovranità della Basilica del Laterano  su tutte le chiese e le estese proprietà immobiliari,  soprattutto circa la superiorità del potere papale su quello imperiale e la giurisdizione civile del pontefice su Roma, l’Italia e l’intero impero romano di Occidente,  pur non essendo certificata,  ha valore legale per i barbari!.

Zaccaria ha mandato in convento prima Trasamondo, duca di Spoleto, e poi lo stesso  re Rachis!: è un politico raffinato capace di muoversi nelle difficili situazioni sia con Liutprando che con Astolfo quando ancora ha  potere l’esarca a Ravenna, suo diretto superiore.  Impone un tregua ventennale, come un vero legatus e la fa rispettare  grazie al favore popolare ed ha promesse con elargizioni di terre  per la sua mediazione tra parti  in belligeranza pensando al profitto  della Chiesa romana.

E‘ vir scaltro  che sa muoversi tra il duca di Spoleto e il re di Pavia, avendo competenze giuridiche, e  si serve  anche degli abati benedettini  ed è abile a ricavarsi un territorio con la sua diplomazia levantina, destreggiandosi tra il diritto romano e quello longobardico tra Eutichio e Liutprando, e poi scavalcando l’esarca,  manovrando tra la corte bizantina e quella pavese di Astolfo.

Sa approfittare anche dei maneggi rivoluzionari alla corte di Costantino  V quando c’è il colpo di Stato di Artavaste e poi, alla reazione bizantina, sa allinearsi coi vincitori.

In questo  particolare momento, maggiormente interessa a Zaccaria  un riconoscimento ufficiale sulle partes demaniali  illecitamente ed illegittimamente considerate romane, in modo da dichiarare la sovranità del papa romano di Roma,  su tutti i territori che un tempo facevano parte della Regio suburbicaria.

Questa, costituita da una linea ideale che univa la punta settentrionale della  Corsica con la  zona di Venezia  e l’Istria alla  campagna romana a sud di Roma, in cui terre, che erano dell’imperium romano bizantino, di nome ancora sotto l’esarca, fuse con quelle dell’impero di Occidente ancora con ville, era considerata da secoli come romana  e perciò poteva essere concessa a fittavoli che ne potevano  prendere possesso in quanto terre incolte,  inalienabili di una non nominata  Chiesa romana, abbandonate.

Di queste terre ora sotto il potere nominale ecclesiastico sia del papa che dell’abate di Farfa e di quello di Montecassino,  si chiede una garanzia che non può venire né dalla Prammatica Sanzione né dall’editto di Rotari.

Una sola cosa è certa: Il papa romano è una falsa autorità, un funzionario ancora bizantino come l’ abate di Farfa – che, ha le sue terre inalienabili, fino a tutto il Sannio con la Sabina e il Piceno  perché romane, cioè non  soggette ai Longobardi, in quanto territori abbandonati di ex ville, circondanti  quella porzione limitata del Lazio, ora considerata Patrimonium Sancti Petri et Pauli, sulla base del muthos di una venuta a Roma di un Pietro e Paolo, apostoli cristiani-.

D’altra parte anche Farfa  sulla base di terre romane ha avuto come  ecista  un siriaco, fondatore del  primo monastero  farfense – un ignoto Lorenzo  venuto con la sorella Susanna –  distrutto dai longobardi e poi ricostruito da abati di origine franca, benedettini ,  con un territorio progressivamente  ampliatosi  sulla dorsale appenninica sabino- umbro marchigiano- abruzzese che  penetrano perfino entro i territori del ducato di Spoleto e quello di Benevento, là dove manca l’auctoritas longobardica  e ci sono tracce antiche di romanitas sia imperiale occidentale che quelle bizantine postgiustinianee.

All’epoca   di Zaccaria e di Stefano II esiste solo un territorio  vasto romano  senza padroni, in quanto pesti, epidemie, cataclismi hanno decimato la popolazione romana  a seguito della lunga  guerra gotico-bizantina e poi dell’improvvisa conquista longobardica: sippe e fare, formazioni militari arimanniche, sono rispettose delle terre demaniali romane,  seppure spopolate, acquitrinose, o vicine ai fiumi e al mare, considerate quasi  maledette da barbari, di religione  cristiana ariana, rispetto alle terre  collinari e montane di loro gradimento.

Nel nome anicio perciò, già i  benedettini di Subiaco, Montecassino , Farfa  iniziano una colonizzazione nuova dell’Italia centrale riprendendo il modello dell’antica  colonizzazione romana, creando nel monastero un’area artigiana  favorendo  mestieri agricoli,( fabri),   in linea con la cultura contadina romana riportata in auge dagli scriptoria benedettina ( Cfr A Filipponi, L’altra lingua l’altra storia, Demian 1995.)     Si ricordi che  un abate non ha minore potere in Italia, nel periodo longobardico, tra ariani e cattolici,  di un Papa, fino alla presa di  Alessandria, in epoca monotelita, anno 641! E nemmeno fino alla  costituzione del Sacro Romano Impero nel Natale dell’800 ! Solo coi discendenti di Carlo Magno (Cfr . Liber pontificalis, ed Duchesne , Paris 1886, vol.II p.7; L. Duchesne, le premiers temps de L’etat pontifical, Paris  1904 ed Einhardo, Vita  Karoli Magni  in Scr. rer, germ. ed. Holder- HeggerHannover 1911 e cfr  R .Morghen, Medioevo Cristiano Laterza 1978; A Dempf, Sacrum imperium -trad. di C.Antoni, 1882)  comincia a  trapelare la falsa Donazione di Costatino, composta forse a S Denis, per come è scritta nella sua forma “franca” e il papa inizia la sua trionfale ascesa  verso il primato di Pietro, che risulta collaudato con la fine di Carlo il Grosso nel 880!

ll documento costantiniano,- che già serpeggia come autentico  anche se  è  un falso in cui la Chiesa è riconosciuta “Stato” con Cristo fondatore e sovrano, rappresentato dai pontefici con le stesse prerogative imperiali e che, soli, possono assegnare la corona ai potenti  della terra- sembra essere di questo periodo,  tra la metà dell’ottavo secolo e la sua fine, oppure  della metà del nono secolo in ambito parigino.

E che valore avrebbe in un tale contesto storico la donazione di Sutri  del 728 di Liutprando a Gregorio II?

Un tentativo longobardico di mettere in cattiva luce  un funzionario bizantino  di fronte all’imperatore di Oriente, occupato nella questione iconoclastica ?! La cosa è incerta: si sa però che Leone III  impegnato nella politica interna ad imporre l’iconoclastia sia in Oriente che in Occidente- dove ha grande resistenza per il consolidato culto  occidentale delle icone e delle reliquie – e in politica estera con gli Arabi  invia  un fedelissimo, Eutichio a riportare l’ordine in senso religioso e ad imporre il rispetto delle clausole  ai longobardi.

Il nuovo esarca all’inizio del suo mandato  deve cedere, comunque,  alla iniziativa di papa Gregorio II, dopo il mancato attentato, e all’appropriazione indebita del territorio  di  Narni e del  Castello di Sutri, roccaforti bizantine a difesa del ducato romano e anche successivamente  con Papa Zaccaria è costretto ad una politica cauta per i rapporti stretti tra il ducato di Spoleto e il papa, riottosi nei confronti del re longobardo  e quindi non può impegnarsi contro Liutprando e si mantiene neutrale in attesa di eventi propizi e di rinforzi militari dall’Oriente.

Il compito di Eutichio risulta difficile, non realizzabile

Eutichio ha nuova coscienza in punto di morte della potenza della Ecclesia romana cattolica.?

Forse.

Dall’angolazione di Eutichio, esarca ed eunuco bizantino,  la grandezza del papato è nella sua continuità ecclesiale  patriarcale, nella sua romanitas  e nell’ideologia sacerdotale degli anici, capaci di di trasformare il cesaropapismo in theocrazia,  e di creare una dittatura christiana cattolica, elitaria, culturale monacale,  vista la deficienza delle masse romanizzate  imbarbarite occidentali!.

 

 

Erode ed Alessandra dopo la morte di Aristobulo

 

Erode ed Alessandra dopo la morte di Aristobulo

 

Morto  Aristobulo,  il sacerdozio ritorna ad Ananelo, dopo poco meno di un anno.

Alessandra, inconsolabile nel dolore, dopo i solenni funerali indetti da Erode con la partecipazione di tutti, in quanto ogni famiglia si sente colpita da sventura, come se fosse accaduta ad uno dei suoi membri e non ad un estraneo (Ant.giud., XV,57), sa contenere nobilmente il dolore e  vive per vendicare il figlio.

Alessandra, secondo Flavio (ibidem,58,59,60) da una parte, si doleva perché sapeva la verità e dall’altra per paura  che qualcosa di più grave la minacciasse. Spesso giunse alla conclusione di uccidersi con le proprie mani, ma era trattenuta nella speranza che, vivendo, avrebbe potuto vendicare il figlio, tradito in modo così vigliacco ed empio. Dunque, senza offrire indizio  di sospetto, pensava che la morte del figlio gli offrisse una occasione propizia di vendetta e ciò la incoraggiava a vivere e a dissimulare coraggiosamente il proprio comportamento, senza dare sospetti.  

Anche Erode finge di mascherare la necessitas della morte del giovane, che per lui è una salvezza: adotta tutte le forme dell’uomo addolorato, non responsabile affatto dell’incidente, ricorre alle lacrime e dimostra un vero turbamento di animo, quando rievoca la bellezza del giovane.

Nel funerale e nei preparativi per abbellire la tomba, Erode cerca di manifestare il suo dolore conformemente alla sua famiglia, tanto da consolarla.

Alessandra, però, pur notando le manifestazioni di dolore e i tentativi di partecipazione del re, non si quieta.

Anzi, secondo Flavio (Ibidem, 63) la memoria della  propria sfortuna le recava una sofferenza così profonda da renderla più loquace e desiderosa di vendetta: scrisse, allora, una lettera a Cleopatra sul tradimento di Erode e sulla morte del figlio.

La regina è solidale con Alessandra non solo  come donna  e madre, ma ancora di più come sovrana, che non riconosce la legittimità regale di Erode e rimprovera Antonio di averlo fatto re di un paese, al quale non ha alcun diritto di comandare  (ibidem, 63) aggiungendo che per di più si è macchiato di una bassezza verso un vero re.

Cleopatra da mesi vuole intervenire a favore dell’amica ed ora, trovata l’occasione, cerca di risolvere la questione ebraica a suo favore: una regina non ama il rapporto con un privato civis, un arrivista come Erode,  e per di più vuole ripristinare i diritti lagidi su quelli seleucidi, ereditati ora dai romani.

Allora Antonio, che è a Laodicea, agli inizi del nuovo anno, dove sta raccogliendo milizie e denaro per la sua  impresa, scrive ad Erode ingiungendogli di presentarsi davanti a lui per fare luce sulle accuse fatte da Alessandra (ibidem,64).

Cleopatra, che ha preso il caso a cuore,  come se fosse personale, spinge Antonio a giudicare Erode.

Flavio usa un periodo ipotetico di I tipo con apodosi all’infinito e con protasi al perfetto per indicare che l’insidia non giustamente è stata fatta, se è stata commessa da lui stesso / peprachthai gar ouk orthoos thn epiboulhn, ei di’autou ghgonen.

Erode teme l’accusa di Alessandra ed anche l’ostilità di Cleopatra, nonostante sia sicuro di poter giustificare la sua azione filoromana.

Non potendo sottrarsi all’ordine ricevuto, prepara  il denaro da lui stesso monetato coi suoi beni  preziosi e con quelli dei nemici uccisi (Cfr. Guerra giudaica I,338), scortato da milizie, che potrebbero essere utili per i bisogni militari di Antonio, si dirige a Laodicea.

Lascia la sua basileia e la corte  ad un reggente, suo zio Giuseppe, marito di sua sorella Salome, a cui affida la cura  degli affari del regno, nominato epitropon ths archhs kai toon ekei pragmatoon.

Alla partenza dà istruzioni segrete, essendo uomo molto geloso ed insicuro e preoccupato del suo avvenire e di quello di Mariamne (il cui ritratto è in mani del triumviro, noto amatore) e decide la morte della moglie, in caso di insuccesso e di un non ritorno.

Flavio così scrive: qualora gli capitasse qualcosa quando era da Antonio, provvedesse subito all’eliminazione della moglie  e  riporta le motivazioni con le parole stesse con un discorso indiretto che io volgo in diretto: sono molto innamorato della donna (ekhein philostorgoos  pros thn gunaika ) e temo, anche da morto, che lei, data  la sua bellezza, possa essere carina e premurosa con un altro. Date tali istruzioni, Erode partì per incontrare Antonio. 

Erode conosce bene la  tetrapoli  siriaca,  cioè Antiochia e Apamea  che sono  nell’entroterra e Seleucia di Pieria e Laodicea a Mare,  che sono  città marittime,  che fanno da  centri portuali: non è pensabile un viaggio per mare; è più probabile via terra, anche se richiede più tempo  perché porta anche militari utilizzabili per l’impresa armena e denaro e viveri.

Lo storico mostra che, una volta partito il re, Giuseppe svolge il suo compito di epitropos, di amministratore dioikeths toon en thi basileiai pragmatoon, oltre che di comandante militare, che  diligentemente relaziona alla regina (e alla madre).

Nel corso di tanti incontri – il viaggio per terra richiede almeno due mesi – Giuseppe parla dell’affetto eunoia  di Erode e del suo grande  amore philostorgia; l’uomo è intelligentemente scalzato e pressato da Alessandra, che cerca di sapere,  e l’epitropos,  in un eccesso di zelo, rivela le istruzioni segrete, che lette, dalle due donne sono considerate un segno di crudeltà.

Madre e figlia sono donne asmonee che odiano Erode e lo considerano indegno del trono, uno scaltro civis, nemmeno ebreo, ma idumeo-nabateo,  reo di innumerevoli misfatti, e che capiscono che esse non saranno libere, neppure in caso di  morte del re, ma avranno sempre il destino di una morte tirannica.

Alessandra e Mariamne non leggono il pensiero di Giuseppe per come è espresso, basato sul grande  amore to philostorgon, ma rilevano solo to khalepon  la parte finale terribile e sgradevole di una  loro crudele morte.

Le parole  di Flavio sono queste: Giuseppe come amministratore degli affari  del regno incontrava  più volte Mariamne per gli affari pubblici  e per l’ossequio che doveva dimostrare come regina  e più volte il discorso cadeva sul l’affetto di Erode e sul suo amore grande  che provava per lei  e siccome, come sono solite le  donne, Mariamne ed ancora di più Alessandra, fingevano di non credere alle sue espressioni, Giuseppe volendo mostrare il suo zelo, rivelò i sentimenti del re e si spinse tanto oltre da parlare delle istruzioni  ricevute  per offrire una prova del fatto  che  Erode non poteva vivere senza di lei e che, se gli capitava qualche malvagio accidente,  non avrebbe sopportato di essere separato da lei, neanche da morto. Queste erano le argomentazioni  di Giuseppe,  ma le donne, com’è naturale, non erano impressionate dai termini di grande amore ma dall’ultima grave affermazione in quanto l’interpretarono come segno di crudeltà (si rilevi il poliptoto  to khalepon  e khalephn  uponoian!).

Essendo questa la situazione, a Gerusalemme, si sparge la voce, ad arte, pompata dalla fazione  aramaica, inferocita per la ventilata spedizione di Antonio contro i parthi che il triumviro abbia torturato e messo a morte Erode.

Flavio (ibidem,71) dice: la voce, come era naturale,  eccitò turbando tutti specie la gente del palazzo e in particolare le donne.

A corte scoppia il caos: nelle stanze degli erodiani si piange, in quelle asmonee, al pianto iniziale, emotivo, subentra la volontà di riprendere il potere, congiunta col ringraziamento alla pronoia  divina,  che ha liberato dal tiranno e che ripristinerà i legittimi sovrani con gli stessi romani, che ora sembrano intenzionati a ridare il legittimo potere all’antica dinastia.

Dovunque, nella Reggia c’è confusione e in città si formano riunioni ed assemblee di popolo,  incerto ancora sulla notizia, ma pronto per una sommossa.

Giuseppe nemmeno pensa di compiere quanto promesso ad Erode, e subito è convinto dalla regina a rifugiarsi con gli asmonei presso la legione romana di stanza a Gerusalemme, agli ordini del legatus Giulio che dovrebbe garantire la loro sicurezza in ogni tarachh ( E’ un cugino  di Erode in quanto figlio di suo zio paterno Fallione, fratello di Antipatro, anche lui  poliths Iulios !?).

Giuseppe  dovrebbe essere theios  un zio  materno ( avunculus), un nabateo come Cipro,  non paterno (patruus),  un idumeo  come  Fallione  – di cui abbiamo parlato in Antipatro, padre di Erode- un filoromano,  che si sente tradito anche lui da Antonio per la ventilata morte e  perciò riprende la sua naturale inclinazione  aramaica e subito si mette a disposizione di Alessandra, rimanendo legato alle principesse asmonee, deciso a seguirne il destino, pur retrocesso e decaduto nella sua funzione.

La regina è convinta che così non dovrà patire tarachh dal popolo e che, specie se Antonio vede Mariamne, il titolo regale sarà suo senza subire  prigionia, essendo di stirpe regale.

Così scrive Flavio: (72.73) Alessandra  persuade Giuseppe a lasciare il palazzo e a rifugiarsi con loro sotto le insegne delle legione romana  che all’epoca era accampata intorno alla città,  a protezione del regno  sotto il comando di Iulios.

Non occorre fare niente perché la notizia è falsa!.

Arriva una lettera di Erode  che rettifica ogni cosa, che stoppa ogni sommossa e ripristina la status di epitropos di Giuseppe, che con la forza riporta l’ordine in Gerusalemme, coadiuvato dal legatus romano.

La verità è un’altra: Antonio ha onorato in ogni modo Erode, ha potenziato con le parole la sua regalità, lo ha difeso da Cleopatra, ristabilendo l’amicizia e il cameratismo militare!.

Erode conosce il triumviro da anni, il suo carattere, i suoi vizi militari, la sua avidità e i suoi sogni sublimi!

Il re giudaico conquista Antonio con le monete coniate da lui a Gerusalemme (Che fortuna poter trovare un giorno una di queste monete  preziose!), di gran valore, perché di materiale prezioso,  e  con le argomentazioni politiche conformi alle disposizioni precedenti del senato romano e del triumviro orientale, accettate quattro anni prima anche da Ottaviano.

In odio all’ antiromano Antigono si votò l’elezione a re di Erode, firmando implicitamente la morte di ogni asmoneo, la cui vita sarebbe stata nelle mani di Erode!.

Antonio, uccidendo Antigono,  ha dato ad Antiochia per primo l’esempio:  per regnare come basileus di nomina senatoria ed imperiale  è necessario eliminare ogni maschio asmoneo, che ha titolo di maran dal re dei re di Parthia!.

Antonio, perciò, non indaga sul crimen del re giudaico, intasca il denaro prezioso, accetta le truppe scelte ed invita a banchetto come ospite di rilievo Erode, mentre contemporaneamente liquida  Lisania, imparentato con gli asmonei.

Il triumviro ripete l’invito per più giorni davanti a Cleopatra che ascolta gli elogi rivolti al sovrano giudaico e che, non potendo intervenire, ai festini militari,  nemmeno in privato, si disinteressa della questione, avendo avuto come compenso  la Celesiria per la sua non interferenza negli affari.

Il triumviro, secondo Flavio, afferma: non è bene che un re sia citato in giudizio a rendere ragione del suo operato nel proprio regno, (altrimenti non sarebbe più re)/ ou …kaloos  ekhein ..basilea  peri toon  katà thn arkhhn gegenhmenoon  euthunas apaitein (outoo gar an oudé basileus eih).-ibidem, 76-. 

Si rilevi l’uso di euthunas apaitein un sintagma giuridico per indicare che un re non deve essere citato in giudizio per rispondere di un reato, essendo al di sopra della legge, in quanto sovrano assoluto (Cfr Il re legge vivente, la legge re giusto  in Sito) e in specifico di Euthuna / un processo giudiziario per rendimento dei conti in senso più amministrativo che  politico-militare. 

Dopo aver mostrato la praticità del diritto romano  sembra che Flavio giustifichi anche il comportamento privato del triumviro (ed implicitamente di Ottaviano) che sentenzia: coloro che hanno dato un titolo di rango regale e lo hanno dotato di potere gli devono lasciare anche la libertà di avvalersene /ontas de thn  timhn kai  ths  ecsousias  katacsioodantas ean authi Khrhsthai.

Poi, Antonio rivolto a Cleopatra, che ha fatto pure lei stragi di parenti, sostiene che la stessa cosa,  a maggiore ragione, sarebbe  stato conveniente  per la regina egizia, cioè di non immischiars negli affari di governo che non la riguardano / to d’auto kai thi Kleopatrai mh polupragmonesthai ta peri tas archas …sumpherein  ( il verbo polupragmoneoo vale come rimprovero in quanto significa mi ingerisco in molte faccende e in cose che non mi riguardano poiché sono eccessivamente curiosa dei casi altrui!).

Erode non ritorna subito in Giudea, ma scorta Antonio  nel tragitto che va da Antiochia verso l’Eufrate: è il suo accompagnamento come quello di Cleopatra  e di altri re, che seguono il triumviro nella fase, diciamo, ispettiva e di reclutamento del suo esercito.

Flavio scrive riprendendo il discorso dal progetto di fuga di Alessandra  (ibidem 80): Il  piano non era  rimasto segreto perché, quando il re ritornò in Giudea, dopo aver in parte scortato Antonio nel cammino contro i parthi, sua sorella  Salome e sua madre gli rivelarono subito quali fossero le intenzioni di Alessandra e degli amici di lei.

Mentre Antonio  avanza  verso l’Eufrate, seguito dai re amici,  mette sotto accusa i dinasti locali e tetrarchi della Siria che, secondo Flavio, temono l’avidità di Cleopatra, ma in effetti sono incerti per la loro condotta filoparthica nel periodo 40-37 ed ora nel 36 si sentono in pericolo, essendo stati alleati con Antigono, in quanto corrono il rischio di eliminazione fisica o sostituzione.

Certamente hanno timore che Antonio e Cleopatra possano unirsi per annullare le costituzioni statali, fatte dagli arsacidi (in conformità con le vecchie disposizioni  dei seleucidi e  degli achemenidi)  a favore  delle antiche pretese dei lagidi, visto il connubio attuale tra il triumviro e la regina egizia.

Cleopatra, secondo la propaganda successiva ottavianea,  non gode di buona fama per la sua natura avida, attestata da quasi tutti gli storici augustei giunta fino a Flavio (Ibidem, 89), il quale la ritiene bramosa delle cose altrui e capace di violare ogni legge per ottenere quello che vuole.

Gli storici conoscono i delitti di Cleopatra, necessari per sbarazzarsi dei fratelli e delle sorelle  così da regnare indisturbata in modo assoluto, secondo le regole della monarchia orientale. Cleopatra è vista da Anneo Floro come un mostro (Ep. II, XXI).

Ha fatto uccidere, col veleno, suo fratello quindicenne Tolomeo Filopatore, subito al suo ritorno da Roma dopo la morte di Cesare, avendo in braccio il piccolo Cesarione.

Grazie ad Antonio si è liberata di sua sorella Arsinoe, che pur si è ritirata e vive come sacerdotessa nel tempio dell’Artemision ad Efeso solo per il fatto che è ancora chiamata regina – secondo le fonti augustee che insistono nella critica alla regina accusata di violare tombe  e templi  per avere denaro-.

Per Flavio (ibidem,90): nessun luogo  sacro era da lei considerato così inviolabile da non poterne asportare qualche ornamento e nessun luogo secolare che non fosse soggetto ad indegnità di ogni genere purché potesse soddisfare l’ingiusta  brama di donna viziosa. Insomma nulla bastava a questa donna  stravagante  e schiava dei propri appetiti  tanto che tutto il mondo non era sufficiente a soddisfare le brame della sua immaginazione.

Flavio segue una fonte augustea e quindi chiude il discorso dicendo: quando attraversava la Siria non pensava ad altro che a possederla (ibidem,91).

Secondo noi,  le richieste di Cleopatra ad Antonio sono secondo la politica lagide di rivendicazione della Celesiria e delle zone  limitrofe  sottratte da Antioco III a Tolomeo IV, nel 207.a.C., dopo la battaglia di Raphia,  in conformità col piano della ierogamia  e della impresa parthica, determinante per l’attuazione dei sogni di dominio universale  secondo la paideia katholikh alessandrina e la giustizia militaristica romana.

Erode lascia Antonio prima di Cleopatra e riparte  per Gerusalemme facendo forse la stessa strada di Cleopatra, che un mese dopo,  poco prima di giungere a Zeugma, volge verso sud e, procedendo per ritornare in Egitto, fa una prima tappa ad Apamea e poi a Damasco e presumibilmente una terza a Gerusalemme per essere infine accompagnata sulla costa.

Infatti Flavio afferma (ibidem, 96) scortato Antonio fino all’Eufrate nella spedizione contro l’Armenia, Cleopatra  fece ritorno  e si fermò ad Apamea e a Damasco;  andò poi in Giudea  dove Erode la incontrò e le passò quelle parti  dell’Arabia , che le erano state  donate, ed anche le rendite  della regione di  Gerico. Questo paese  produce balsamo che è il prodotto più prezioso e  cresce soltanto là con alberi di palma numerosi ed eccellenti.

Dunque, appena Erode torna tra aprile/ maggio a Gerusalemme sa dalla madre e dalla sorella  del comportamento del suo epitropos e di Alessandra che l’ ha persuaso a fuggire presso il legatus romano e di un rapporto ritenuto da Salome troppo intimo di Giuseppe con Mariamne.

Mentre Cleopatra viaggia verso Damasco, Erode vuole sapere di più sulla situazione  e sugli intrighi di Alessandra e sulle sue connessioni  con la famiglia di Lisania, dati i rapporti di parentela.

Scopre, sempre grazie a Salome, che il marito ha avuto frequenti incontri con sua moglie per odio verso Mariamne, che, nei litigi,  è solita rinfacciare altezzosamente i modesti natali della sua famiglia (ibidem,82). 

Erode è uomo in attesa,  ancora dopo  oltre un anno di matrimonio, di un figlio da parte di Mariamne, di cui è  innamorato folle, preso da ardente amore: il re, comunque, si sa controllare e non fa azioni precipitose ma, spinto dal suo sentimento amoroso, incalza la moglie per chiarire la sua posizione circa la presunta relazione con lo zio epitropos.

Mariamne, secondo Flavio (ibidem, 83),  negando ogni cosa con giuramento, a propria difesa disse quanto può dire chi non commise nulla di male; allora il re si convinse poco a poco,  calmò la sua  collera, vinto dalla tenerezza verso la moglie, si scusò per aver creduto quanto aveva udito. Anzi lui stesso di sua volontà  per il comportamento corretto di lei  mostrò gratitudine  e le manifestò quanto grande fosse la sua passione per lei e quanto le fosse devoto. E infine, come è naturale,  fra chi si ama  cominciarono a piangere e ad abbracciarsi con intenso e passionale trasporto.  

Nell’eccitazione Erode, travolto dalla passione, nella foga dello stimolo amoroso vanta il suo amore e stimola la donna a partecipare più intensamente all’atto d’amore.

Mariamne è lucida mentre Erode, sentimentale, è ardente e focoso: la moglie lo  gela dicendo: non è l’atto di uno che ama  il comandare che, se  fosse capitato qualcosa  di grave per mano di Antonio, io sarei dovuta, pur innocente, essere messa a morte!.

Per Erode è un rivelazione che significa adulterio da parte della moglie ed ha una reazione propria di un uomo, che, preso da dolore immenso, non avendo più autocontrollo, risulta pazzo furioso.

Flavio dice (ibidem 87): le mani del re subito la lasciarono; incominciò a gridare e a strapparsi i capelli  con le proprie mani, affermando che la sua comune intesa con Giuseppe era provata: lo zio mai avrebbe manifestato quanto gli  era stato detto in privato se tra loro due non ci fosse stata  una completa confidenza!

Erode vorrebbe uccidere Mariamne, ma si trattiene anche se gli costa reprimere l’impulso istintivo.

Comunque, comanda che sia ucciso suo zio, senza neanche vederlo, e  che Alessandra sia incatenata e messa sotto custodia a causa dei suoi intrighi.

Si è verso la fine di luglio e Cleopatra sta per giungere a Gerusalemme ed è accolta da Erode e dalla sua corte, che è ancora piena di odio e di rancori tra le due stirpi per la prigionia di Alessandra – che probabilmente è tenuta sotto costante sorveglianza, ma lasciata libera – e per la morte di Giuseppe.

La presenza di Cleopatra in città dovrebbe essere stata breve: qualche settimana, in un periodo in cui, secondo Flavio, (Guer. Giud. I, 362)  Erode con ricchi doni cercò di mitigare la sua inimicizia  e fra l’altro ne prese in affitto per 200 talenti all’anno le terre che erano state strappate  al suo regno e poi la scortò con ogni onore fino a Pelusio.

Così Flavio afferma  all’atto della scrittura del 74 d. C., ma venti anni dopo scrivendo Antichità Giudaica  l’autore ebraico  dapprima sembra voler fare credere ad un relazione sessuale tra il re e Cleopatra  per il fatto che per natura  lei era  abituata a tale  specie di piaceri senza ritegno -ibidem 91-  precisando che la regina forse sentiva anche realmente,  in qualche misura, passione  per lui  o  cosa più probabile lei stava segretamente complottando  che le si facesse una qualche violenza  e avesse così  il pretesto di tendere una trappola.

La conclusione di Flavio è questa: insomma lei dava l’impressione di essere sopraffatta dalla passione (ibidem 92).

Poi lo storico, dopo aver spiegato il comportamento di Erode che la considera depravata con tutti e in quel particolare momento la vede spregevole per la lussuria che la  spingeva  così lontano, mostra il ragionamento del re che pensa che se lei avesse fatto delle proposte per prenderlo in trappola, egli avrebbe avuto motivo di recare danno a lei prima che lei lo recasse a lui.

In conclusione Erode, secondo Flavio, sceglie la strategia di eludere le sue  profferte amorose  e prendere consiglio dai suoi amici, avendo in mente di ucciderla, mentre era in suo potere: avrebbe liberato dai guai tutti coloro  per i quali lei era stata una depravata e verosimilmente lo sarebbe stato in futuro, ritenendo che questo sarebbe stato un regalo per Antonio perché neppure a lui sarebbe apparsa leale se una necessità lo portasse ad aver bisogno del suo aiuto.

Il parere dei suoi consiglieri è di non seguire tale piano in quanto rilevano che non vale la pena di correre il pericolo più ovvio di un passo così grave  e lo invitano a non compiere gesti impulsivi, dicendo che Antonio non avrebbe tollerato un’azione del genere  anche se uno gli avesse posto davanti i vantaggi; il suo amore sarebbe divampato ancora più furioso, qualora avesse pensato che lei gli fosse sottratta con la violenza e l’inganno e nessuna scusa poteva rendere ragionevole il compiere un simile attentato contro la donna che aveva la posizione più alta tra quelle del suo tempo; quanto al beneficio che ne derivava, seppure si potesse pensare che ci fosse, si doveva vedere con la noncurante ed indifferente attitudine di Antonio.

La conclusione del consiglio degli amici è la seguente:  non era difficile prevedere come  fatti del genere avrebbero condotto un’infinita catena  di mali sul suo trono e sulla sua famiglia, pertanto non vi era alcun dubbio su ciò che doveva fare:  trattenersi dai crimini ai quali lei lo istigava  e in quella situazione doveva comportarsi in maniera rispettabile.(ibidem,102).

Il discorso è tipico degli storici augustei che riprendono Erode che a Rodi (Guer.Giud I,389) giustifica la sua amicizia con Antonio quando deposta la corona, chiede ad Ottaviano di nuovo di poter governare il  regno, mostrando che lui  avrebbe pensato ad una tale soluzione per liberare Antonio  e il mondo romano da Cleopatra.

Non si sa  quale sia la precisa fonte  (Nicola di Damasco? o Dellio? o Velleio Patercolo?) Preferisco pensare a Dellio che in quei mesi segue Antonio in Parthia e che conosce bene l’animo del triumviro e della regina di Egitto,  descritti poi, dopo il passaggio tra gli ottavianei,  in termini negativi, pur avendo condiviso l’utopia antoniana. Si ricordi che Dellio  è uno degli ultimi a passare dalla parte di Ottaviano, prima di Azio (Velleio Patercolo, St., II,84).

Il sogno antoniano,  sublime, è quello dell’impero universale su basi divine, in relazione alla concezione faraonica di Cleopatra e di Cesarione, erede di Cesare e dei lagidi.

Cleopatra è una regina scaltra che spera di fondare con Antonio una nuova dinastia, che ha in Cesarione, il piccolo Cesare il vero erede,  che deve unificare l‘imperium romano occidentale ed orientale,  dopo  che il triumviro di Oriente  ha posto i confini all’Indo ad ovest  e  a nord al Caucaso e alla catena montagnosa del Caracorum, cioè ricostruito i nuovi termini in linea con la logica di Alessandro il grande.

Il sogno di Cleopatra è in Cesarione sovrano assoluto dell’impero romano con capitale Alessandria e come patronus Antonio, cesariano scudiero, realizzatore dei piani orientali di Cesare.

Perciò quanto dice Flavio è storia  del senno del poi: in quel particolare momento Antonio sta giungendo ai confini dell’Armenia e sta facendo la più imponente parata militare mai vista,  convinto che il sogno cesariano può essere realizzato e che Cleopatra  e lui, coppia divina, possono veramente governare il mondo.

Non è pensabile nel delirio di potenza dei due amanti che Antonio non controlli il viaggio di ritorno della divina  sposa, incinta, e che Cleopatra non sia informata del cammino del divino sposo: i due stanno visitando da padroni  territori a loro di nome soggetti: ambedue devono comunque essere diplomatici e politici con chi li ospita, per averne viveri.

Cleopatra non deve ingerirsi nelle faccende di Erode  e disinteressarsi di Alessandra, pur amica;  ed Antonio  è ospite di Artavaste che propone  l’invasione della Media e che dovendo foraggiare il suo immenso esercito, preferisce dirottarlo nella direzione del nemico re medo, in pieno inverno, per il saccheggio.

Il triumviro abbocca perché è assicurato dal re che i Parthi temono la stagione invernale e, all’epoca, il re dei re ha convocato il medo Artavaste per stringere un accordo, non ancora stipulato.

Perciò, chi, conoscendo Antonio e il suo sogno,  potrebbe  ardire di toccare una donna, come Cleopatra, una regina affascinante più che bella (Ottavia è più giovane e di molto superiore per bellezza!), ma intelligente e poliglotta, politica espertissima di raffinata cultura?

Chi, pazzo, correrebbe il pericolo di fare avances ad un tale donna, di troppo superiore come persona e come regina? chi  potrebbe fare un complotto per ucciderla?

Erode, un idioths fatto re da Antonio, suo benefattore e patronus!

No, di certo.

Cleopatra è incinta di almeno 6 mesi e di norma le donne evitano il maschio ed è ancora in viaggio, con un seguito di migliaia di soldati galati, di cortigiani e di Cesarione e di tanti addetti al principe ereditario romano-egizio!

Erode è follemente  innamorato di Mariamne, che forse a luglio già è anche lei incinta di Alessandro, in un clima più disteso, dopo la fine del povero Giuseppe, a seguito delle feste per l’arrivo della regina di Egitto, che, memore dei consigli di Antonio, può  incontrare Alessandra, libera, anche se sorvegliata!

Ad Antonio nel 36 nascono Antonia minore da Ottavia a Roma  il 31 gennaio  e Tolomeo Filadelfo ad Alessandria  da Cleopatra in ottobre; ad Erode ai primi di Febbraio  Mariamne partorisce, a Gerusalemme, il suo primo figlio!.

Cleopatra ha una accoglienza trionfale: non ci possono essere né attentati popolari, né insidie  né profferte amorose da parte di un piccolo re, in mezzo ad un mare di ancelle e di eunuchi, di cui è piena la corte di Egitto, di soldati egizi e di romani, comandati da Iulios !

Dunque, la visita di Cleopatra ha solo valore di un interesse economico ed amministrativo: la regina cerca di estorcere più denaro possibile ad Erode e Malco, tramite i suoi dioichetai impegnati nella transazione delle terre  e nelle dichiarazioni di affittuario da parte di Erode, a cui conviene pagare 200 talenti lui e 200 Malco piuttosto che consegnare in mani straniere i territori giudaici  e nabatei, dati da Antonio alla regina.

Forse nel viaggio di ritorno, Erode accompagna  Cleopatra, facendola  scendere a Gerico e la ospita al palazzo asmoneo e le dà l’opportunità di vedere di persona la ricchezza e bellezza del bacino del Giordano e del Mar Morto, propagandati per il balsamo, i fanghi curativi,  le acque calde e le palme. Dopo averla  scortata con onore fino al confine con l’Egitto, manda corrieri ad Antonio per notificare di aver compiuto il suo dovere di suddito.

Il triumviro, persuaso da Artavaste II, consultati i piani di Cesare, decide ora di seguirli, dopo aver  attraversato l’Armenia  e di congiungersi sull’altopiano di Erzer (attuale Erzurum) con le truppe di Canidio e con quelle degli alleati per verificare effettivamente la grandezza del suo esercito imponente e per fare una grandiosa parata militare della potenza dell’impero romano tanto da sbalordire anche i popoli confinanti, i Battri ed Indi, e far tremare tutta l’Asia  (Plutarco, Antonio, 37,4).

Il viaggio dell’esercito è ancora unitario in quanto secondo Dione Cassio (ibidem, 25,4) Plutarco (Antonio, 38,2), (Velleio Patercolo, St., II 82) il triumviro  porta  su trecento carri le macchine necessarie per gli assedi,  fra le quali un ariete lungo ottanta piedi sotto il comando di Oppio Staziano, che rallenta la marcia ed assedia la capitale dove risiedono i figli e le mogli del re.

Lo storico greco mostra che Antonio ora asseconda il re di Armenia che lo ha persuaso a passare per il suo Regno e fare un tragitto di 8000 stadi  circa 1480 km,  per aiutarlo contro il suo omonimo re di Media Atropatene.

Plutarco nel mostrare la rassegna evidenzia l’apporto di Artavaste II  (un contingente iniziale di 6000 cavalieri, – poi 16000 – e  7000 fanti ) ed infine elenca 60000 legionari romani  e 10000  cavalieri  iberici e  celti inquadrati coi romani mentre degli altri popoli  rileva auxilia  di 30000 uomini, compresi i cavalieri e truppe leggere (ibidem, 3-4)

Un esercito così imponente mai è schierato da Roma in Oriente, sull’altopiano, posto  tra l’ Armenia e la Media! Velleio Patercolo (St. II, 82) dice le stesse cose  e parla di 13 legioni condotte attraverso l’Armenia e la Media per attaccare la Parthia!

Nel tragitto di attraversamento dell’Armenia, a marce forzate, durato quasi 30 giorni, in luoghi impervi e disagevoli,  non è facile il vettovagliamento,  nonostante i soccorsi inviati  gratuitamente dal re, che vede le violenze dei militari verso il suo popolo.

Antonio non è attento al malumore delle popolazioni aramaiche e alla situazione difficile di Artavaste II, – che ha permesso  all’esercito romano il passaggio per odio verso il re di Media – e non ha neanche consiglieri aramaici di fiducia, che traducano bene i messaggi e tanto meno può fidarsi dei mercanti e trapeziti giudaici del suo seguito,  anche loro aramaici infidi che lo finanziano perché sono Methoroi, cioè uomini, ellenisti di doppio passaporto,  che cercano il loro interesse finanziario, al confine tra due stati ed hanno banchi per il cambio di monete.

Perciò per il re armeno è conveniente  allontanare l’esercito dalle sue terre.

Da qui il consiglio dell’armeno  di saccheggiare la Media  e punire il suo re, a lui nemico: si sarebbe liberato dei romani e avrebbe sconfitto il re vicino, guadagnando territori per la corona!.

Il vero errore strategico di Antonio è questo:  a  settembre/ottobre le regioni sono quasi sempre innevate e lui ancora a fine agosto deve assediare Praaspa, la capitale meda dopo aver imposto ai soldati marce forzate per altri10 giorni, dopo 8000 stadi già percorsi, non ben vettovagliati.

A lui sarebbe stato conveniente svernare comodamente in Armenia  dividendo le spese  tra  i questori romani  coi fondi dell’ erario  e con l’aiuto finanziario dei re socii  (tra cui Cleopatra) e  dello stesso Artavaste, che avrebbe avuto il compito maggiore di rifornire  i soldati accampati  nei castra invernali (Cfr. Erode Basileus): a primavera la marcia verso la capitale meda sarebbe stata un trionfo, data la lentezza del reclutamento del parthi in quella stagione, non sempre mite e dopo il riposo dei soldati.

Gli storici ottavianei, che influenzano  Plutarco e Dione Cassio, invece rilevano che ci sia  fretta in Antonio che, avendo desiderio passionale di Cleopatra, vuole svernare in Egitto!

E’ un giudizio estremamente negativo per un condottiero di esercito come Antonio, a volte impulsivo, ma di norma prudens, abile a sfruttare le situazioni, coadiuvato da altri duces del suo consilium principis!

Comunque, Antonio, dopo la decisione di aiutare Artavaste II contro l’altro Artavaste, rilevando  due tempi diversi nella marcia dei suoi soldati, divide l’esercito in due colonne, l’una maggiore condotta da lui procede verso Nord-ovest   e poi scende a sud  verso Praaspa  (cfr. Plutarco ibidem e Dione Cassio ibidem) , mentre l’altra  segue a distanza perché trasporta  trascinando le machinae per gli assedi,  sotto il comando di Oppio Staziano, protetta dal re Polemone e da altre truppe ausiliarie.

I due corpi militari fanno due marce  parallele,  senza veri collegamenti, se non tramite corrieri,  lenti necessariamente nella comunicazione in relazione alle diverse condizioni di cammino e alla speditezza di marcia del primo che giunge a Praaspa e l’assedia. Col passare dei giorni le distanze tra i due corpi aumentano.

Accortosi di ciò, il re medo senza neanche attendere l’aiuto di Fraate, che sta ancora convincendo ì capi del suo esercito ad allungare i tempi di milizia a causa della presenza dell’esercito invasore,  attacca il  corpo lento  con le salmerie, le macchine da guerra,  annientando due legioni romane  (Velleio Patercolo, St., II,82; Cassio Dione  St. Rom., XLIX, 25,2),

Il re Artavaste II non è lontano dal luogo e potrebbe intervenire, invece assiste  alla pioggia di frecce, da cui è tempestato l’esercito romano, impegnato a trascinare carri e salmerie e machinae (Cassio Dione, ibidem, 25,5).

Il re, visto l’eccidio romano, preferisce tornare al suo paese,  senza neanche avvertire Antonio!.

Questi, avuta la notizia,  lascia l’assedio di Praaspa, cerca di aiutare i suoi col grosso dell’esercito, ma arriva tardi, constata la morte dei legionari, l’incendio delle machinae e la prigionia di re Polemone,  preso e non ucciso, a scopo di riscatto.

Secondo Plutarco i barbari, inorgogliti per il successo, disprezzano ora i romani ed accerchiano l’accampamento, convinti di poterlo al mattino  depredare, e, perciò, aumentano il numero fino a 40.000 cavalieri.

Antonio, visto il concentramento dei Parthi congiunti con i Medi, raduna l’esercito: inizialmente intende presentarsi con segni del lutto,  poi arringa i soldati, vestito della porpora propria del comandante,  esorta nobilmente al combattimento e conclude il suo discorso col dire che il cielo punisca lui e conceda salvezza e vittoria all’esercito in caso di sconfitta.

Lo storico greco così scrive: il giorno dopo,  i romani  escono dai castra ed avanzano, dopo essersi meglio protetti  e i parthi che li assalirono  si imbatterono in una grossa sorpresa. Credevano infatti di andare a saccheggiare  e  fare bottino  non a combattere, perciò,  avvolti in un nugolo di proiettili, in cospetto dei romani, forti, freschi e pieni di slancio, nuovamente persero il coraggio. Tuttavia, mentre i romani erano costretti a scendere dal pendio di alcune alture  li assalirono e li  bersagliarono di frecce. Allora tra i soldati romani quelli armati di grandi scudi, voltisi verso la fronte, chiusero all’interno, al riparo, gli armati alla leggera e piegatisi su un ginocchio, misero davanti a sé gli scudi sopra di loro e gli altri  di seguito fecero lo stesso. I Parthi ritenendo che il piegare il ginocchio da parte dei romani  significasse stanchezza e sfinimento deposero gli archi  ed afferrate le picche ingaggiarono il combattimento corpo a corpo. Allora i romani  lanciando  tutti insieme l’urlo di guerra balzarono in piedi all’improvviso  e colpendo con i giavellotti  che tenevano in mano i primi tra i nemici,  li uccisero e volsero in fuga tutti gli altri.

Di questa tecnica della testuggine parla diffusamente Dione Cassio, St rom. XLIX,30, al fine di mostrare la superiorità tattica romana.

Antonio riprende l’assedio di Praaspa,  che risulta vano per il valore degli assediati e  per la grandezza delle mura da una parte,  per la mancanza dei mezzi di sfondamento e per la necessità di fare terrapieni con  alberi da tagliare, da un’altra,  considerata anche la fatica della ricerca di vettovaglie  e il trasporto, pagato con molte morti.

In tale situazione si allenta la disciplina ed allora Antonio ricorre  alle  decimazioni (Cassio Dione, Ibidem, 27;  Plutarco, Antonio39).

Cassio Dione  chiude il discorso: to te sumpan poliorkein dokoon ta toon poliorkoumenoon epaskhen / credeva di essere assediante ed invece pativa le sofferenze degli assediati.

Plutarco insiste nel mostrare il tentativo di Antonio di fare  una battaglia campale e risolvere subito la guerra ma i Parthi, convinti della superiorità militare romana, fanno scorrerie veloci ed imprevedibili con la cavalleria leggera e con gli arcieri, impedendo, però, ai romani di schierare i frombolieri per loro nemici micidiali.

Nelle poche scaramucce il triumviro prevale facilmente ma non infligge una sconfitta con strage di nemici, che si sottraggono allo scontro diretto e  sfruttano la conoscenza dei luoghi, subendo perdite molto limitate e nascondendosi in zone sicure (Plutarco, Ibidem,39).

Gli storici mostrano che Antonio comincia a temere la fame, i latrocini all’interno dei castra e la diserzione: Infatti Antonio prevedeva la fame in quanto non si poteva più andare  a raccogliere vettovaglie senza avere molti morti e feriti (Plutarco, ibidem,40,39) mentre per il fenomeno dei ladri sono sufficienti le punizioni  da parte dei decurioni e centurioni e per le diserzioni  basta la visione dei disertori crivellati da frecce dai Parthi, che dissuadono i romani dalla fuga.

Siccome la guerra è dura per i due eserciti Fraate libera da questa situazione senza scampo Antonio perché,  da una parte, teme la defezione dei suoi uomini – che non  sono abituati a  combattere nella stagione invernale in quanto  sanno che in zona il clima si irrigidisce e che dopo il 21 settembre/hdh tou aeros sunidtamenou  metà phthinopoorinhn ishmerian (Plutarco, ibidem,40) iniziano le nevicate – e da un’altra rileva danni ed incendi  per la città recati o dai romani  o dagli alleati: la decisione del re dei re  allora  è quella di  inviare messaggeri per una trattativa, che sarebbe sfociata in una tregua /spondh.

Comunque, a detta di Dione Cassio, (Ibidem,27,4 ) il re riceve i messaggeri su un trono d’oro facendo risuonare la corda dell’arco, inveisce contro i romani  e alla fine thn eirhnen, an ge parakhrema apostratopedeusoontai  doosein upeskheto/ prometteva che, se avessero tolto subito l’assedio, avrebbe concesso la pace.

Al di là dell’ostentazione di potenza di Fraate IV nella trattativa, i Parthi hanno piena coscienza della superiorità tattico-strategica militare  e disciplinare dell’esercito romano e perciò cercano un trattato di pace.

Antonio, dunque, nonostante  tanti problemi logistici e qualche episodio bellico disastroso, ha imposto la potenza del militarismo romano, che ha impressionato con le manovre della fanteria, capace di passare attraverso i territori indenne, nonostante il netto predominio della cavalleria parthica, il clima, la fame e la non conoscenza dei luoghi.  

Plutarco (ibidem 40)  e Dione  (ibidem) spesso citano che contingenti parthici, ammirati si affiancano ai legionari  con gli archi tenuti in mano, volti all’ingiù,  per lodare il valore dei romani, riconoscendone la superiore forza nell‘arte della guerra  e dichiarando lo stupore dello stesso loro re.

Ottaviano Augusto nel 20 a.C., pur dopo preparativi militari, si accorda con lo stesso Fraate IV  e, grazie alla diplomazia, senza fare alcuna parata militare,  ottiene le insegne sottratte a Crasso e figli del re come ostaggi contro il parere della nobiltà partha: tanto rispetto si  è meritato Antonio col suo esercito e con le sue vittorie sul campo!

Augusto impone anche nel trattato la clausola che ai romani spetta l’elezione del re  della Armenia Maior, come riconoscimento del diritto romano sull‘intera area: nel 2 d.C.  Gaio Cesare, inviato per sostenere Ariobarzane con una grande armata e con molti consiglieri militari, data la giovane età del principe,  impone di nuovo tale diritto al trasgressore Fraate V, che si ritira  dalla zona contesa (Cfr Velleio Patercolo, St. II,102 1-3).

Perciò, Antonio, non ritiene di dover parlare di sconfitta e tanto meno di essere umile nei confronti dei Parthi (come pensa Floro che parla di immensa vanitas hominis che, per desiderio di titoli, ha vilipeso il nomen romano, senza un disegno e senza nemmeno l’ombra di una dichiarazione di guerra, come se anche la furberia rientrasse nell’arte di un comandante, Epit.II,10,2).

Antonio, invece, inizia la ritirata, a causa della malasorte  – anche Giulio  Cesare sarebbe stato in tale situazione incapace di cambiare gli eventi col quel clima, in quei luoghi, dopo la defezione di Artavaste!-, con la volontà segreta  di punire il traditore, che,  comunque, viene trattato con benevolenza, come se nulla avesse fatto di contrario ai romani.

La concomitanza di fame, di sete, di malattie, di mancanza di viveri,  la necessità di attraversare regioni sconosciute e il pericolo di subire agguati dei nemici (cfr. Plutarco, ibidem 46-47; Dione Cassio, Ibidem, 28), l’ insicurezza delle guide ( sia del Mardo che dell’ex legionario di Crasso, che di Mitridate, cugino di Monese), la non conoscenza della lingua  aramaica, diversa perfino dall’armeno, che confonde le indicazioni, sono indizio  non di una cattiva gestione dell’impresa ma di fatali coincidenze  per  un dux  di norma fiducioso verso gli altri, magnanimo, tollerante, in sostanza, comunque, prudens.

Poi la provvidenziale mutata situazione politica, dopo la frattura fra il re medo e Fraate per la divisione  delle spoglie romane in loro possesso  mette in evidenza l’animo invitto del dux romano, pronto a tornare in Armenia, là dove è stato costretto per salvare il salvabile a  riverire Artavaste, a lisciarlo e a vederlo in relazione con i Parthi e con le spie di Ottaviano.

Il ritratto che ne fa Plutarco è di un grande dux,  amato dai  milites, di cui tesse un elogio dopo una battaglia persa,  volendo mostrare l’adottamento della strategia di marcia a formazione quadrata come dimostrazione della capacità di cambiare in corsa le strategie, per proteggere non solo la retroguardia, ma anche i fianchi, grazie al rafforzamento dei lanciatori di giavellotti e di frombolieri.

Lo storico  (ibidem,43,3-4) – oltre a mostrare la grande umanità e la dedizione cameratesca verso i soldati, a cui è vicino, specie ai feriti che chiamano il dux col titolo  di imperator –  aggiunge un elogio dei milites e del comandante, anche se sconfitto: nessun altro comandante di quei tempi  è riuscito a raccogliere un esercito più brillante del suo,  per coraggio, resistenza alle fatiche  ed ardore giovanile. Il  rispetto, che dimostravano verso il comandante, l’obbedienza e l’affetto e la concordia di tutti, illustri e sconosciuti,  capi e soldati semplici nel  preferire la stima e il favore di Antonio alla salvezza della propria vita,  non furono superati nemmeno  dai romani di una volta.

Dunque, lo storico mostra poi le cause che determinano un  sentimento  così generale verso un uomo: La nobiltà della stirpe, la sua capacità oratoria, la semplicità, la liberalità  e la larghezza nel fare doni, l’inclinazione a scherzare e a conversare con tutti.

 Ed infine conclude dicendo che in quella triste occasione il dux partecipa alle pene e sofferenze degli infortunati  fornendo ciò di cui ognuno ha bisogno, facendo sì che malati e feriti abbiano più animo dei sani.

Sembra che gli storici, al di là delle lettura generale dell’impresa parthica antoniana secondo l’angolazione di parte,  abbiano, comunque, in comune un giudizio positivo sulla conduzione della campagna.

Il triumviro sarebbe passato indenne, pur nel mare di imprevisti e la concentrata forza della sorte, se non avesse dovuto fare un intervento correttivo per evitare il peggio nell’ occasione di un’impresa inizialmente riuscita, da lui accordata, ad  un valoroso tribuno, Flavio Gallo che, avendo chiesto molti veliti della retroguardia ed alcuni cavalieri dell’avanguardia,  resiste con un’altra tattica ai nemici!

Il tribuno,  secondo Plutarco (Ibidem,42,4 ) dopo 4 giorni di scaramucce  senza vinti e vincitori, nonostante il continuo ripiego dei cavalieri romani,  al quinto giorno respinse i nemici che attaccavano,  senza però ripiegare poco a poco, come si faceva prima, verso la fanteria e senza ritirarsi, ma rimanendo fermo, impegnandosi nella mischia in modo troppo audace: sa bene che così facendo può essere accerchiato!

I comandanti della retroguardia, vedendolo ormai staccato dal resto dell’esercito, mandano a chiamarlo ma Gallo non obbedisce, anzi apostrofa il questore Tizio che afferra le insegne  e le volge indietro e lo rimprovera perché porta  al massacro molti uomini valorosi costringendo  il questore  a ritirarsi e obbligando i suoi a rimanere fermi.

Il tribuno è un valoroso che conosce i piani di Antonio e la sua volontà di  trascinare i Parthi ad una battaglia campale.

Infatti, essendo, come previsto, preso alle spalle  dai cavalieri  parthi  e medi, riuniti, chiamati i rinforzi,  spera di essere liberato dal grosso dell’esercito e di fare una strage dei nemici, grazie all’urto di tutto l’esercito romano.

Invece accade che i capi della fanteria, tra cui era anche Canidio, che poteva moltissimo presso Antonio commettessero allora un grave errore. Infatti, mentre era necessario andare in soccorso con l’intero esercito , mandarono invece o pochi soldati per volta, inviandone di nuovo altri  quando i precedenti erano sconfitti. Non si accorsero che sarebbe mancato poco alla completa sconfitta e disfatta di tutto l’esercito se Antonio in persona in tutta fretta non fosse accorso a far fronte con le truppe  dell’avanguardia. Spingendo subito la terza legione  in mezzo ai fuggitivi contro i nemici arrestò il loro ulteriore inseguimento (Plutarco,ibidem,6,7,8).

Secondo Plutarco (Ibidem,43).  Non c’è concordia nel numero dei morti  tra gli storici!: morirono non meno di  tremila romani  e furono portati  in tenda 5000 feriti, tra cui Gallo che  era stato crivellato da frecce.

Gli uomini, comunque, hanno fiducia somma in Antonio che senza badare a fatica né alla mancanza d’acqua, né a malattie, derivate da acqua inquinata o malsana,  consapevole che all’Arasse termina l’inseguimento parthico,  fa passare l’esercito  lungo zone montane  per evitare agguati.

Dopo cinque giorni da questa battaglia Antonio raggiunge finalmente  l’Arasse,  facendo fare marce, specie quella in cui, in una sola notte,  percorre 240 stadi oltre 44 km.!

E pur entrato in Armenia, sorvegliato da un re infido,  il triumviro deve  contare morti perché molti si ammalano di idropisia e di dissenteria a causa dell’acqua bevuta malsana e delle erbe mangiate, nocive.

Ad Erzer, là dove ha fatto una trionfale parata, ora fa il computo generale della sua non fortunata impresa, una specie di consuntivo bellico:  per Plutarco (ibidem,50) mancavano 20.000 fanti,  4000 cavalieri  non tutti  uccisi dai nemici  ma più di metà morti per le malattie.  Avevano compiuto  da Fraata (Praaspa per Dione Cassio) un cammino di 27 giorni avevano vinti in 18  battaglie i Parthi, ma le vittorie non avevano portati risultati decisivi e stabili perché si erano limitati ad inseguimenti brevi ed incompiuti.  

Per Antonio, dux cesariano, abilitato  a  sconfiggere e  ad essere sconfitto, ora è il momento peggiore, quello della simulazione di fronte al re responsabile della non riuscita dell’impresa, al fine, però, della vittoria finale.

Antonio, dunque, ha capito  che  l’armeno Artavaste ha impedito di portare a termine l‘impresa: i suoi 16 mila cavalieri  sarebbero stati utili  a tenere a bada i parthi  che subito sarebbero tornati a casa,  mentre ora anche se  sconfitti seguitano a combattere contro il sistema  loro solito,  perché non ostacolati nella fuga e non inseguiti debitamente.

Il triumviro  intelligentemente, comunque,  va contro i l suo consilium che vuole la punizione immediata del re (Plutarco, ibidem 50) e la rimanda a data successiva.

Nel frattempo  non rinfaccia il tradimento, né abolisce  le consuete dimostrazioni  di cortesia  e di riguardo  verso di lui, ben sapendo di disporre di un esercito debole  e di essere senza risorse.

Anche Dione Cassio (ibidem, 31) dice avrebbe voluto punirlo ma gli usava riguardo e lo blandiva allo scopo di ricevere vettovaglie e denaro.

Anche  con questa strategia, seppure entro il territorio armeno, Antonio guida una  ritirata ordinata, resa difficile dall’inverno che è  duro, dalla neve  che cade ininterrottamente  e si accumula sulle alture, per cui il dux è provato ed addolorato di perdere in questo ultimo tragitto altri 8000 uomini.

Plutarco infatti aggiunge: All’arrivo sulla costa fenicia, tra Berito e Sidone, nella località di Villaggio bianco, si mise ad attendere  Cleopatra e poiché ella tardava  era agitato e  inquieto:  subito cominciò a bere  e ad ubriacarsi  e non riusciva a star fermo a tavola, ma si alzava mentre gli altri bevevano  e correva spesso a vedere se arrivava.

Antonio ha bisogno di tutto, di abiti, di viveri e  di denaro contante per pagare i milites.

Da qui la sua agitazione di animo, con ricorso all’ubriacatura, abituale in casi difficili, quando subentra la depressione, per uomini del sistema agricolo-militare.

Dione Cassio  aggiunge: gli giunse del denaro anche da Cleopatra: così poté dare agli opliti cento dracme a testa  e buona somma anche agli altri soldati. E poiché il denaro che gli era stato mandato  non bastava  provvide alle somme mancanti  coi propri fondi  assumendo il debito che si era assunto con Cleopatra.

Antonio ha al suo seguito trapezitai alessandrini che pagano con denaro liquido o promettono di darlo appena arrivati in Egitto,  se il dux  firma  cartulae di compromesso al fine di accedere ai depositi bancari alessandrini, con cambiali, diremmo oggi noi ( cfr. A Petrucci, Mensam exercere, Studio sull’impresa finanziaria romana,  Jovine 1991)..

Dione Cassio così conclude:  Cleopatra giunse, portando molte vesti e denaro per i soldati.

 Non è pensabile che  Erode ed Alessandra, vicini alla zona, non siano  accorsi, se non di persona, almeno con  delegati  che portano  soccorsi immediati di viveri e di abiti  e  di trapezitai  gerosolomitani con denaro liquido.

La notizia del ritorno di Antonio gira  in tutta la Siria con voci contraddittorie circa l’esito finale, ma con la sicurezza del passaggio di un esercito in ripiegamento con tutti gli acciacchi di una campagna militare.

 

 

Ottavia e la propaganda Ottavianea

 

Ottavia e la propaganda ottavianea

 

Ottavia stessa, a Roma,  viene a sapere di un Antonio, aiutato da amici, alleati e  da Cleopatra, fermo con l’esercito in Fenicia.

Non si conoscono le fonti da cui la moglie abbia avuto le informazioni sul marito.

Ottaviano, avendo moltissime spie nell’esercito stesso del rivale, avutene le relazioni  segrete circa l’andamento della campagna e la situazione attuale di Antonio,  accoglie le richieste della sorella, seppure a malincuore: la moglie vuole ricongiungersi col marito  e tentare di riappacificarsi,  anche se lui sa che non è possibile,  date le motivazioni politiche e il comune sogno di un ideale regno universale, basato su Cesarione, figlio legittimo di Cesare.

Il fratello protegge la sorella, madre di Antonia Maior  e di Antonia minor,  avute da Antonio,  emblema delle donne romane, fedele, anche se offesa nel suo onore muliebre, che vuole attendere il marito ad Atene nella loro casa e consegnare i regali di Ottaviano, che desidera la pace.

Ottavia,  secondo Plutarco  porta come regali  molte vesti per i soldati,  molti animali da soma, denaro e  doni per gli ufficiali e gli amici, che lo accompagnavano, e,  oltre a ciò. 2000 soldati scelti  destinati alle coorti pretorie,  fornite di splendide armature.

Cosi scrive Plutarco (ibidem 53):Ottavia desiderava imbarcarsi per raggiungere Antonio e Cesare glielo concesse…Giunta ad Atene, Ottavia ricevette una lettera da Antonio che ordinava di rimanere lì e la informava della spedizione.

Lo storico antico come quelli contemporanei sono d’accordo nel ritenere che l’azione di Ottaviano non ha niente di fraterno ma ha una motivazione politica e propagandistica per avere l’opinione pubblica a lui favorevole in un momento in cui il rivale si è alienato i propri concittadini sia con l’amore per la regina di Egitto che con la non riuscita impresa parthica, causa di dolore  per le molte morti per le famiglie romane.

   Plutarco  precisa che Ottaviano lo fa non per compiacerla ma  perché la sorella, offesa e trascurata  da Antonio, gli offrisse  un conveniente pretesto per la guerra / pros ton polemon  aitian  eupreph  paraskhoi (Ibidem)

Ormai Il triumviro occidentale è propenso per i preparativi di guerra. Ottavia risponde ad Antonio dove debba inviare quanto dato dal fratello ed invia una lettera, portata a mano al marito, da Nigro, un suo amico, che  aggiunge notevoli e meritate lodi di Ottavia, madre delle sue due figlie di tre anni  e di un anno e mezzo, e tutrice dei figli suoi e di Fulvia

 Così facendo, l’astuto Ottaviano, con l’ autorizzazione alla sorella, propaganda la sua immagine di vir della tradizione latina, un pater  di grande animo, che non vuole guerra ma cerca di riappacificare la moglie col perfido marito, perduto dietro sogni mitici, ammaliato dalla passione  per Cleopatra, sempre di più dipinta come nemica dei romani e mostro (fatale monstrum  di Orazio, Carmina I,37), connotato da lussuria.

Secondo Plutarco solo ora la regina egizia prende in considerazione Ottavia: Cleopatra si accorse allora  che Ottavia era divenuta una sua rivale /khoorousan authi  e temette che,se avesse aggiunto alla nobiltà del carattere  e alla potenza di Cesare la possibilità di stare insieme ad Antonio a suo piacimento  e di vezzeggiarlo, sarebbe diventata invincibile/amakhos e completamente padrona di suo marito.

A corte ad Alessandria nell’estate del 35, quando Antonio intende partire per Antiochia  per poi muovere dalla Siria verso la Media nuovamente  per un accordo, scortato da Quinto Dellio e da altri legati, Cleopatra ancora deve tornare in forma fisica dopo il parto di Tolomeo Filadelfo, ora bimbo di 7/8 mesi, ancora da allattare, mentre vede i ritratti di Ottavia, più bella di prima, dopo il parto di Antonia Minor ora bimba di 18 mesi circa.

Per Plutarco e gli storici  filottavianei Cleopatra è impegnata  a circuire e ad ammaliare Antonio con tutte le moine, i vezzi, le finzioni tipiche delle donne  che vogliono l’esclusivo potere u di un uomo, assecondata dai suoi cortigiani che favoriscono la sua azione di riconquista del proprio uomo.  In ogni corte si parla di questa circuizione della regina verso il romano che sta per partire per la nuova spedizione.

Non è improbabile che a Gerusalemme alla corte di Erode le donne asmonee, Alessandra e  Mariamne siano dalla parte di Cleopatra mentre quelle idumee Cipro e Salome dalla parte della casta Ottavia, a cui fanno arrivare probabilmente lettere, essendo noto il rapporto epistolare tra Giulia Livilla, moglie di Ottaviano, e Salome.

Non si escludono nemmeno lettere di solidarietà femminile e consigli da parte di Alessandra, interessata a coltivare l’amicizia con la regina di Egitto: la corte erodiana ha così un altro motivo di litigio, data la divisione in ogni cosa.

Comunque, a corte, a Lochias, secondo Plutarco (ibidem 53,6-10):  Allora finse di essere l’innamorata di Antonio e si sottopose ad una dieta per dimagrire/to soma leptais kathhirei  diaitais; quando lui si avvicinava mostrava lo sguardo smarrito e quando si allontanava  appariva afflitta e abbattuta. Faceva in modo che fosse vista spesso piangere ma subito si asciugava le lacrime e cercava di nasconderle, come per evitare che Antonio se ne accorgesse…Gli adulatori  adoperandosi a favore di Cleopatra , rimproveravano Antonio di essere duro e insensibile  e di far morire  una donna che viveva unicamente per lui. Dicevano che Ottavia si era unita a lui per ragioni di stato a causa di suo fratello e sfruttava il titolo di moglie /pragmatoon eneka  dià ton adelphon sunelthein kai to ths gameths  onoma  karpousthai  mentre Cleopatra, regina di tanti  sudditi, veniva chiamata amata eroomenhn di Antonio  eppure non sfuggiva né sdegnava questa denominazione, purché le fosse possibile  vederlo e vivere con lui: non sarebbe sopravvissuta lontana da Lui.

Dellio e Planco sono tra gli adulatori che favoriscono la decisione di Antonio di rimandare alla prossima stagione, cioè all’inizio della  primavera del 34, gli affari con l’armeno e col Medo, sebbene si dicesse  che i Parthi erano in rivoluzione (Plutarco, Ibidem, 11).

Il disegno antoniano è di ritornare quanto prima in Media  secondo Plutarco (ibidem), per stabilire un’alleanza col re, che gli ha fatto proposte, essendo ora in disaccordo con Fraate, per prendere come sposa per uno dei  figl, che aveva avuto da Cleopatra, una delle figlie di Artavaste, che era ancora piccola.

Antonio ritorna ad Alessandria non rammollito, né intenerito da Cleopatra, ma vi  torna per svernare accontentando la regina che sembrava rinunciare alla vita, e per prepararsi non solo alla spedizione contro l’armeno Artavaste, ma anche alla guerra contro Ottaviano,  contro cui oppone il figlio stesso di Cesare, Tolomeo Cesarione, riconosciuto da tutti i romani  presenti, compreso Gneo Domizio, uomo non certamente cortigiano (Velleio Patercolo, St.,II,84,2),  a corte, similis patris, in un’adozione collettiva.

Agli inizi della primavera invia Dellio in Armenia (Dione Cassio. Ibidem,  39), mentre lui, giunto a Nicopoli di Pompeo, al confine tra il Ponto e l’Armenia minor,  convoca il re Artavaste II per consigliarsi per una nuova guerra contro i Parthi.

Si sa da Dione Cassio (Ibidem) che il re non viene perché sospetta  insidia/epiboulhn,  ed allora gli invia di nuovo Dellio con un messaggio mentre lui marcia verso la capitale armena.

Antonio cerca in tutti i modi di attirarlo presso di sé: Dione Cassio (ibidem39,4-5) scrive:  Così  dopo molte fatiche attraverso i consigli  che gli faceva dare  dagli alleati, con la paura  che gli infondeva con l’esercito e comportandosi in tutto con lui, nelle lettere  e nelle azioni  da vero amico, lo persuase a venire nel suo accampamento. Qui lo fece arrestare senza, però, tenerlo legato,  almeno in principio.

Antonio ha così vendicato Oppio Staziano e la retroguardia, massacrata dai parthi sotto gli occhi del re armeno, indifferente!

In seguito porta il re sotto le mura di Artaxata per convincere gli armeni a pagare un tributo  per la sua salvezza e per quella del regno (ibidem).

Siccome i khrusophulakes i custodi dell’oro non lo ascoltano e i soldati eleggono Artaxe, il figlio maggior,e come loro re, Antonio  fa legare Artavaste con catene di argento (quelle di ferro non sono  adatte per un re!).

Dunque, Antonio conquista l’Armenia ed altre regioni limitrofe,  alcune  con le buone ed altre con la forza, sconfiggendo Artaxe, che si rifugia presso i Parthi.

La presenza del triumviro nella zona  armena scompagina le alleanze col re dei Parthi determinando uno  scontro tra i maggiori re della confederazione, che si ribellano al re dei re, che non è stato moderato nella divisione delle spoglie romane e  non ha rispettato i meriti di Artavaste di Media, maggiore alleato.

Questi rompe i rapporti diplomatici con Fraate ed avendo già avuto rapporti con Dellio, ora stringe nuove relazioni con Antonio stesso: il Medo infatti sospetta e teme di essere privato del regno. Perciò mandò a chiamare Antonio  promettendogli di combattere a suo fianco col proprio esercito (Plutarco, ibidem).

La stessa cosa conferma Plutarco: intanto tra il re dei medi e il partho  Fraate sorse una contesa, che cominciò, a quanto raccontano, a proposito delle spoglie dei romani.

Antonio – lo sappiamo anche da Dione Cassio – è  entusiasta della cosa perché ha su un piatto d’oro l’offerta della potente cavalleria meda e, dopo aver mandato Dellio,  stringe diplomaticamente i rapporti col re, che concede la figlia Iotape come moglie di Alessandro.

Ci sono molti altri atti diplomatici di Antonio in questa fase come risulta anche a  R. Syme (La rivoluzione romana, Einaudi 2014) ed altri storici contemporanei, che noi, comunque,  non prendiamo in considerazione in quanto vediamo i fatti in relazione allo scontro in Oriente tra  barbaries aramaica  ed l’ellenismo romano.

Antonio, data un’impostazione  costituzionale romano-ellenistica  all’Armenia, lasciata  sotto il comando di Publio Canidio,  torna in Egitto, volendo fare il trionfo ad Alessandria, dove invia  grande bottino insieme al re armeno con tutta la sua famiglia, in una volontà di opposizione alla tradizione,  che vuole Roma centro dei festeggiamenti di un trionfo:  è una provocazione ad Ottaviano, che è già sul piede di guerra, e al senato diviso tra i cesariani antoniani ed ottavianei.

Eppure il trionfo ad Alessandria è approvato dal  suo consilium principis, compreso Gneo Domizio Enobarbo, che mai riverisce Cleopatra e l’apostrofa col nome, solo, di Cleopatra, senza il formalismo vigente a corte, secondo i canoni della Basileia ellenistica.

Il Trionfo alessandrino secondo Flavio, Dione Cassio e Plutarco, è un momento magico della carriera del triumviro, il suo culmine, il vertice della sua attività politica.  Sembra che nel primo  giorno Antonio – Dione Cassio ibidem, 40 – fa il suo trionfo su Artavaste di Armenia: mandò avanti verso Alessandria, come in una processione trionfale, la famiglia reale con tutti i prigionieri, poi venne anche lui col cocchio. Fece dono di tutto a Cleopatra  e le presentò il re e  i suoi familiari legati con catene d’oro. Cleopatra stava in mezzo al suo popolo su un palco d’argento, seduta su un seggio dorato. I prigionieri né la supplicarono, né le rivolsero parole di ossequio benché si fosse cercato di costringerli con la forza e facendo anche balenare  delle speranze: La chiamarono col solo nome mostrando in questo modo coraggio, ma pagando amaramente per il loro comportamento.

Negli altri due giorni Antonio risulta teatrale, arrogante ed odiosamente  ostile ai romani, riunendo il popolo nel ginnasio come un gumnasiarca (cfr Paideia e Gimnasiarca in Sito).

Plutarco (Ibidem, 54,6) dice: Dopo aver fatto riempire di folla il ginnasio e collocare due palchi d’oro, uno per sé, uno per Cleopatra  e gli altri più bassi per i loro figli, prima di tutto proclamò Cleopatra regina d’Egitto, di Cipro,  di Libia e di Celesiria. Con lei avrebbe diviso il potere Cesarione, che si diceva figlio del primo Cesare, il quale aveva lasciato Cleopatra incinta.

Leggermente diverso è il racconto di Dione che dice:  Antonio diede un banchetto pubblico agli abitanti di Alessandria,  fece sedere accanto a sé nell’assemblea del popolo Cleopatra e i suoi figli  e, nel discorso che vi tenne, ordinò di chiamare Cleopatra regina delle regine e Tolomeo, che  chiamavano Cesarione,  avesse il titolo di Re dei re. Procedendo  poi ad un’altra distribuzione di province diede loro l’Egitto e Cipro  e disse che Cleopatra era veramente moglie di Cesare e che Tolomeo era suo figlio.

 Lo storico dell’epoca severiana risente delle diatribe accese degli storici dell’epoca augustea sulla legittimità di Ottaviano o di Cesarione circa l’eredità cesariana.

Da qui il commento della fonte filottavianea, con cui Dione Cassio chiude: voleva far credere di fare ciò in omaggio a Cesare; in realtà intendeva in  tale modo screditare Ottaviano facendolo apparire come un figlio adottivo  non come figlio legittimo di Cesare. Questi doni egli fece a Cleopatra e a Tolomeo.

Sembra poi che nell’ultimo giorno di Trionfo Antonio, con l’elezione dei figli di Cleopatra a re,  concedendo loro territori non ancora sotto l’impero romano, abbia voluto mostrare quale sia il suo disegno come se già fosse completamente realizzato.

Così egli celebra con la rappresentazione teatrale dei figli, re delle varie parti del mondo, vestiti con gli abiti esotici dei  popoli, il suo trionfo alessandrino.

Questa è la descrizione di Plutarco,ibidem,54,7-8-9: Antonio, avendo dato il titolo di re dei re-Basileus toon basileoon- ai figli suoi e di Cleopatra, ad Alessandro assegnò l’Armenia, la Media e l’impero dei Parti, una volta sottomessi; a Tolomeo la Fenicia la Siria  e la Cilicia  E nello stesso tempo presentò al popolo i suoi figli, Alessandro vestito come i Medi, con la Tiara e il cappello puntuto  detto Cidari, Tolomeo con sandali, clamide e cappello a tesa larga ornato di Diadema; quest’ultimo era  secondo l’abbigliamento  dei successori di Alessandro Magno, quello invece dei Medi e degli Armeni. Dopo che i bambini ebbero abbracciato i  genitori, furono attorniati dalle relative guardie  del corpo di Armeni l’uno e di Macedoni l’altro.

In questo trionfo di Antonio Cleopatra  – secondo Plutarco – sia in quella che nelle altre occasioni,  in cui lei usciva in pubblico,  si vestiva del manto sacro di Iside  e dava udienza come nuova Iside.

Gli alessandrini,  egizi, giudei  e stranieri, acclamando alla coppia divina   augurano buona sorte, mentre Ottaviano comincia i preparativi di guerra e  la sua campagna di propaganda contro Antonio, degenere romano, marito infedele, magistrato corrotto,  amministratore  pazzo di beni pubblici, come fossero proprietà privata. 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Giulio Erode e Giulio Cesare Ottaviano

Giulio Erode e Giulio Cesare Ottaviano

 

Con la battaglia di Azio, la sconfitta di Antonio significa per Erode precipitare in un baratro, in vani tentativi di appiglio,  in un incubo notturno,  alla ricerca affannosa di un’ancora di salvezza, di una luce: il re giudaico è tale più  per volontà di Antonio che  per decreto del Senato!.

Il triumviro, dominus dell’Oriente  andando oltre il decreto del senato del 40,  ha ucciso il legittimo monarca Antigono, filoparthico, aramaico, per dare il titolo a  Giulio Erode, dopo aver preso  Gerusalemme tramite il Legatus Sossio/Sosio, al di là dei suoi meriti personali e di quelli paterni nei confronti non solo della sua  persona di  triumviro, ma anche di quella di  Cesare e della Res publica romana.

Senza il patronus un re cliens non ha il suo referente politico, né ha più un’area di potestas e quindi auctoritas né sul Tempio né su Gerusalemme,  né nella corte con le sue due famiglie divise, né coi protoi giudaici e col sinedrio, volti verso il nuovo dominus dell’impero romano e  tanto meno col popolo, che  è da sempre filoasmoneo, aramaico, antiromano.

La vittoria di Ottaviano, neanche preventivata, data la superiorità navale  e quella terrestre di Antonio, è per lui un terremoto politico, superiore al sisma catastrofico naturale, una punizione divina, che rovescia il normale ordo razionale umano e rovina la sua personale costruzione, facendo franare, alla base, il suo Regno.

Bisogna ricostruire tutto, a cominciare dalle amicizie, dopo averle ben ponderate, rovesciare le relazioni umane, perfino cambiando i contatti con le donne asmonee e con gli altri monarchi delle zone vicine, adeguarsi al loro stesso sistema procedurale, entrare in rapporto diretto col nuovo governatore di Siria: la corruzione con migliaia di talenti potrebbe non essere utile senza la sicurezza dei passaggi nelle mani realmente amiche, senza la certezza dell’approdo nelle casse di Ottaviano, ora stanziato a Samo.

Correre a Samo, facendo un iter di oltre 2000 km via terra, come anche via mare,  non sarebbe stato fruttuoso: avrebbe dovuto poi aspettare il suo turno  dopo avere chiesto udienza, a seguito di un‘ottenuta convocazione: Erode è un avversario politico, convertito dopo la vittoria, che chiede il perdono, facendo la proskunesis, come un cliens!.

Erode comprende che deve solo attendere l’occasione propizia e la convocazione  ufficiale del Vincitore.

Quindi  Erode  attiva il suo servizio di spie, di  emissari, di ambasciatori e ripristina i contatti tramite i piccioni viaggiatori  di suo padre per conoscere gli eventi prima degli altri, specie per sapere i fatti prima di Alessandra, che ha buoni rapporti epistolari sia con Roma che con Alessandria, e con Ottavia e Giulia Livilla e con Cleopatra.

Dal 2 settembre a dicembre del 31 a.C. ha le orecchie aperte in attesa di un evento  che gli dia la possibilità di una sua  azione  a favore  di Ottaviano  e nel frattempo ha propagandato  la sua  separazione netta da Antonio e Cleopatra.

Questa sua scelta, pur dolorosa, fa volgere, per contrapposizione, verso la pars antoniana, anche se  perdente, le regine asmonee, che, ancora di più offese dopo la morte di Hircano, sono ambigue quotidianamente con lui, equivoche  nel loro carteggio e con l’egizia e con le romane, controllate nelle parole, misurate dai loro scribi.

 

Erode, ucciso HIrcano, secondo Flavio –ibidem, 183- è in pensiero, essendo stato convocato poco prima della fine dell’inverno,  perché deve affrontare il lungo viaggio per Rodi  e non sa la data di ritorno e neppure se ritorna sano e salvo a casa: non si attendeva da Cesare niente di bene in quanto lui era stato amico di Antonio e sospettava di Alessandra che potesse prendere occasione per muovere il popolo contro di lui  e fare sedizioni nel regno.

Erode sa che deve tenere lontane le sue due famiglie, ostili fra loro, sistemare il regno in modo che nessuno si possa impossessare delle redini del comando, tenute da suo fratello Ferora, tutore dei suoi figli Alessandro e Aristobulo, oltre che di Antipatro, suo primogenito, vivente con la madre Doris, prima moglie, ora riunita con la famiglia idumea, che controlla tutte le fortezze militari di Gerusalemme e di Giudea, pronto ai suoi ordini  ad inviare denaro, mezzi, vettovagliamento  muli e cammelli per l’attraversata del deserto da parte dell’esercito romano e a coordinare anche i rifornimenti di acqua da parte nabatea.

Erode sa che Ottaviano intende prendere l’Egitto passando per Pelusio, dopo un tragitto di una quindicina di giorni, a partire da Ascalona ed entrare in città da Porta Sole.

Flavio così scrive- ibidem184/185- : affidò ogni cosa a Ferora, suo fratello e pose Cipro sua madre e sua sorella (Salome) e tutta la famiglia in Masada, raccomandando di prendere il potere, se sentisse di qualche pericolo, incombente su di lui. Pose la moglie Mariamne – che non poteva comunicare con la madre e la sorella, in quanto sue nemiche – con Alessandra in Alessandreion e lasciò come tesoriere/tamias Giuseppe e l’Itureo Soemo, suoi fedeli amici da tempo, ed allora,  sotto forma di onore e di amore, come loro guardie.

Lo storico aggiunge – ibidem, 186-: A questi aveva ordinato che se sentivano qualche cosa pericolosa  circa lui, le uccidessero entrambe e, insieme a Ferora, suo fratello, conservassero il regno ai suoi figli.

Per Flavio, quindi, Erode lascia solo la fortezza di Alexandreion ad Alessandra che rimane comunque sotto custodia in quanto il tamias Tesoriere  Giuseppe e il phrourarcho Soemo, che sono amici di Erode, hanno disposizioni di uccidere le regine  in caso di cattive notizie.

Lo storico aggiunge –ibidem, 187- : Lasciati questi ordini, egli andò in fretta a Rodi per incontrare Cesare.

Viene usato il termine prima  speudoo  e poi  epeigomai per indicare l’essere frettoloso  come  stato ansioso di Erode  nel primo,  come fretta reale, nel secondo,  di incontrare  il vincitore Ottaviano, da cui dipendono vita e corona.

Da quanto seguita a dire lo storico sembra che Ottaviano sia nel capoluogo omonimo di Rodi, dove riceve il re giudaico, di nuovo semplice civis, in attesa della sentenza dell’autokrator: quando la sua nave giunse in città, depose la corona, senza però diminuire in niente altro la sua dignità. Quando arrivò il momento dell’udienza,  ebbe licenza di comunicare con lui e mostrò piuttosto chiaramente la sua grandezza conservando l’onore della sua maestà.

Non si piegò né a preghiere, come si fa in tali situazioni, né a richieste come se non lo dovesse per i suoi errori, fidando, comunque, senza scusarsi, della ragione da lui usata nei suoi atti.

Erode, secondo Flavio- Ibidem, 189 – proclama subito la sua amicizia per Antonio: senza alcun dubbio io sono stato amicissimo di Antonio ed ho agito sotto suo ordine  perché ottenesse il totale potere, ma non sono stato nel suo esercito perché ero occupato nella scaramuccia contro gli arabi, tuttavia gli avevo mandato denaro e grano,  anche se questi erano un contributo più modesto di quanto avrebbe dovuto fare.

Il re giudaico parla a lungo di Antonio come suo benefattore  e di un dovere verso l’amico di prender parte ai suoi pericoli, rischiando con tutto quello che ha, con la vita,  personalmente, e con i suoi averi, senza mai abbandonarlo.

Aggiunge che soprattutto è rimasto fino alla fine buon consigliere/ sumboulos di Antonio  suggerendogli che l’unica via per salvare  se stesso, senza perdere il suo potere era di uccidere Cleopatra  –Ibidem191-.

Flavio riporta perfino le parole di Erode, come  segno che la sua storia deriva dei Registri di  Memorie/Upomnemata  personali, raccolte da Nicola di Damasco, nel periodo in cui è maestro dei suoi figli: se si fosse sbarazzato di lei, gli sarebbe stato possibile  mantenere il suo potere  e più facilmente avrebbe  trovato il modo  di giungere ad un’intesa/ sumbasis  con te invece che mantenerti nemico -Ibidem 192-.

La conclusione, nobile,  del re di fronte ad Ottaviano è la seguente:  Se, essendo in collera con Antonio, condanni  anche il mio affetto verso di lui, io non rinnegherò mai quanto ho fatto fino ad oggi, né mi vergogno di parlare apertamente della fides verso di lui. Se tu non tieni conto delle apparenze ed esamini il comportamento con i benefattori  e la tipologia della mia amicizia, comparata con l’esperienza di quanto è passato,  potrai davvero conoscermi: infatti col solo cambiamento del nome avrai in me l’esempio del vero“ideale” di una stabile amicizia – Ibidem 193 -.

E’ chiaro che già Ottaviano conosce da lettere tutto questo e ha sotto gli occhi il rapporto inviatogli da Quinto Didio sull’aiuto ricevuto da  Erode nell‘affaire dei gladiatori e nella  distruzione delle navi di Cleopatra, fatta insieme con  Malco.

Perciò Ottaviano incassa i doni e gli 800 talenti, di cui ha bisogno per l’invasione dell’Egitto, elogia per il suo comportamento dignitoso  Erode, che gli assicura anche l’aiuto – un incarico gravoso per qualsiasi re, più pesante per il re giudaico che ha subìto un sisma catastrofico – con carovane di cammelli e muli, carichi di acqua  e di viveri, nel tragitto difficile della durata di oltre10 giorni per un esercito da Ascalona verso Pelusio in una zona desertica.

Perciò, secondo Flavio da uomo onorevole e splendido/ philotimos kai lampros Ottaviano  gli concede la sua benevolenza,  invitandolo ad essere amico come lo è stato con Antonio, gli rimette la corona in testa,  reintegrandolo nel regno più stabilmente di prima.

Infatti il re giudaico ottiene  per l’interesse della sicurezza del suo trono  un nuovo decreto del senato con una personale concessione dell’imperator,  utile per i suoi discendenti e per la successiva elezione dei governatori di Giudea, quando questa sarà annessa al territorio romano, divenendo quasi un feudo personale dei Giuli, come l’Egitto.

L’argentarius Ottaviano ha fatto i suoi affari con rimettere il diadema ad Erode!

E’ probabile che i due facciano il viaggio verso L’Egitto via  Cipro, costeggiando la Caria, la Licia, la Panfilia, la Licaonia e l’Isauria  per sbarcare Erode in un porto fenicio o a Tolemaide,  mentre Ottaviano si dirige verso Dafne ed Antiochia da dove iniziare a dirigere le operazioni belliche.

Erode è autorizzato a tornare al suo regno alla fine di marzo, i primi di aprile, dopo circa tre mesi di assenza,  dopo promessa  di ritrovarsi a Tolemaide  ai primi di maggio per l’invasione  dell’Egitto con tutto l’occorrente per il viaggio nel deserto (guide, carovane di cammelli, acqua, viveri,  denaro).

Erode torna felice a corte per il successo avuto  e per lo scampato pericolo, ma al ritorno dal suo viaggio marittimo la famiglia, ora riunita, a corte  è turbata, mentre Alessandra e Mariamne sono furiose contro di lui/ khalepoos ekhousasIbidem 202-

Secondo Flavio –ibidem 203-: le donne  erano convinte, come era naturale sospettare, che  erano state sistemate nella fortezza non per la loro incolumità fisica, ma per essere mantenute in custodia  e senza alcuna autorità sugli altri o su se stesse.

Erode si accorge che Mariamne è ancora di più arrabbiata, quando il re desidera avere un rapporto con lei, che resta fredda, insensibile, rancorosa.  

Lo storico scrive: anzi Mariamne considerava l’amore del re niente altro che un pretestuoso bisogno, una finzione per il proprio interessato piacere. Si tormentava perché a causa sua  lei non avrebbe  avuto alcuna speranza di sopravvivere  anche se lui fosse andato incontro  a grandi guai e si ricordava  delle istruzioni   precedentemente date a Giuseppe.-Ibidem 204-

Erode, dunque, risulta di nuovo incapace di gestire la situazione familiare  a causa dell’ostilità delle due  partes, l’una che vede sfumate per sempre le proprie speranze di regno, l’altra che pensa concretamente di predominare a corte,  rilegando le asmonee, in un ruolo di prigioniere, ridando fiducia alla prima moglie e ai diritti di primogenito del giovine Antipatro.

In questo clima di nervosismo, pettegolezzi e invidie,  il re non può godersi i festeggiamenti per gli onori riceviti dai romani e la sua nuova, maggiore libertà di azione che lascia storditi quelli che si aspettavano  l’opposto, come se, col favore di Dio, lui scampasse sempre ai pericoli in una maniera sempre più brillante- ibidem 198-

Flavio, che pur conosce l’anatheema degli esseni,  insiste nel verificare come il Dio assista Erode, lo  protegga e lo faccia uscire dalla prova del fuoco ringiovanito!

Comunque, prepara i rifornimenti dovuti ai romani  per la spedizione in Egitto e si presenta a Tolemaide, alla data stabilita, secondo gli ordini, col suo apparato regale.

Flavio – Ibidem, 199- così scrive:  quando Cesare arrivò,  Erode lo accolse a Tolemaide con tutta la magnificenza regale / pashi thi basilikhi therapeiai ed ospitò il suo esercito dando il benvenuto con doni ed abbondanza di provvigioni/ ksenia kai toon epithdeioon aphtonian.

E poi aggiunge-Ibidem-: Egli tu annoverato tra i più leali  amici di Cesare   e cavalcava con lui che passava in rassegna  le truppe ed alloggiò  sia lui che i suoi amic  in cento cinquanta stanze (androosin), allestite con ricca magnificenza per il loro  confortevole benestare.

Oltre al denaro, Erode rifornisce di ogni cosa necessaria per l’attraversamento del deserto tanto da avere l’ammirata gratitudine dei soldati romani che, avendo perfino il vino, durante la marcia, ritengono che il re abbia fatto più di quanto avrebbe potuto e dovuto in quanto il servizio era grande e splendido.

Lo storico allora chiude elogiando la sua azione: Cesare si convinse ancora di più della sua lealtà e devozione  ma ciò che portò ad accrescere di più il credito fu il fatto di aver adeguato la sua generosità al bisogno del momento.

Non si sa se Erode- nessuna fonte lo mostra attivo ad Alessandria- accompagni solo fino a Pelusio o che partecipi alla spedizione per l’ assedio della città,  dopo il passaggio del confine, anche se si conosce che l’esercito romano entra e da Porta Sole, orientale, e da Porta Luna, occidentale, per incontrarsi al Ginnasio, quasi al centro dell’odos principale.

E‘ credibile che il re torni indietro e  ritorni a corte  a Gerusalemme dove trova lo stesso clima anche nei momenti di intimità con Mariamne, che,  insieme alla madre, spera negli insuccessi politici del re in modo da proporre la propria candidatura di regina.

Mariamne, poi  secondo Flavio – ibidem 208 -: nel suo risentimento si meravigliava come non avessero mai  fine i pericoli che da Erode la sovrastavano  ed essendo risentita  pregava  che egli non ottenesse da Cesare  alcun trattamento favorevole  perché la sua  vita con lui sarebbe stata  intollerabile  se avesse avuto successo.

Perciò le donne  sono sempre più vicine a Soemo, che è incline a cedere, credendo nelle loro possibilità  e convinto di non dover subire danno in considerazione del folle amore di Erode per la moglie, in caso contrario.

Infatti, Soemo, secondo Flavio,  fu fedele  al re solo agli inizi, quando  eseguiva  tutte le istruzioni ricevute, ma, in seguito,  persistendo le donne  con promesse e regali gradatamente si diede per vinto e finalmente svelò le istruzioni del re soprattutto indotto dalla  convinzione  nella probabilità   che sarebbe sfuggito  ai pericoli che gli potevano venire da parte del re e che avrebbe fatto molto piacere alle  donne.

Erode invece ha un successo superiore al credibile e comunicato ciò alla moglie,  appena giunto,  è desideroso di abbracciarla per prima.

Mariamne, invece di rallegrarsi,  pareva più abbattuta che felice e le fu impossibile nascondere i suoi sentimenti, a causa del suo disprezzo e della superiorità dei propri antenati, ma al suo abbraccio lei mandò un sospiro di disapprovazione  e diede chiarissimi segni  mostrando che era dispiaciuta più che compiaciuta dei racconti che lui faceva tanto che ad Erode venne un sospetto, connesso alla costatazione ovvia, che lo contristò profondamente.

 Flavio marca – ibidem 210 – oute… khairein  mallon h khalepoos  pherein il  non rallegrarsi rispetto al subire contristata la situazione del successo del marito.

Erode, pur offeso dal comportamento irrazionale ed altezzoso della moglie, sapendo di amarla, si contiene,  convinto che se  avesse  ecceduto nel punire,  lui sarebbe risultato la vera vittima.

Comunque, giunge a corte la notizia della fine della guerra e dell’imminente ritorno ad Antiochia di Ottaviano, vincitore, e della morte di Antonio e di  Cleopatra, già nota alle due regine, che hanno una corrispondenza segreta con la regina egizia. Erode, dovendo fornire il mezzi per il nuovo viaggio di Ottaviano  e del suo esercito  si affretta  ad incontrare Cesare in Egitto e  a lasciare da parte i suoi affari privati.

Secondo Flavio, mentre Erode sta per  andare all’incontro con Ottaviano, Mariamne – ìbidem 212 – portò da lui  Soemo e riconobbe la sua gratitudine per la cura che aveva avuto di  lei e chiese al re di affidargli il governo di un distretto.

Erode, fatta la concessione a Soemo, per amore della moglie, fa il suo viaggio in Egitto e discute con Ottaviano degli affari con una certa libertà,  come con un vecchio amico.

Erode ha molti doni, tra cui quattrocento Galati che erano stati guardie  del corpo di Cleopatra  da Ottaviano, che gli restituì il territorio che gli era stato tolto da lei  ed inoltre aggiunse al suo  Gadara, Hippo, Samaria, e sulla costa  Gaza, Antedone, Ioppe e Torre di Stratone

 Ottenuti questi territori, Erode risulta re ancora più famoso e potente degli altri sovrani, resta al fianco di Ottaviano, che passa di nuovo attraverso il suo territorio fino ad Antiochia.

Scortatolo fino al confine con la Siria, torna indietro, dopo due mesi, per ritornare a Gerusalemme.

 

 

Angelo Filipponi – Un' altra storia del cristianesimo