Il quadrante della vedova

Marco 12,41-44 tratta di una vedova che mette in una  shupharot del gazophulakion due spiccioli /leptà, equivalenti ad quadrante cioè 1/4 di asse (una moneta del valore  di 50 centesimi di euro, cioè di circa mille vecchie lire)

Gesù – questa è la mia ricostruzione del fatto – si trovava nel cortile delle  donne, una zona  che era  separata dal cortile degli israeliti da un muretto ed aveva all’intorno delle colonne, che sorreggevano il matroneo, da cui  si poteva assistere ai sacrifici e alle funzioni del tempio. In questi portici  c’erano 13 bossoli /buche, a forma di corno, disposti in modo che chi passava poteva deporre monete, che calavano giù  ed arrivavano nella stanza del tesoro.

Un fedele, circonciso – era vietata severamente  ai non circoncisi entrare sia nel cortile degli ebrei che in quello della donne, pena la morte: un’iscrizione sulle monumentali porte di ingresso del  tempio vietava l’accesso ai pagani- poteva andare al cortile degli israeliti  dal cortile delle donne, mediante 15 gradini.

Dai bossoli il denaro, dunque,  confluiva, da varie parti, a seconda della disposizione  dei corni,  nella vasta sala del gazophulakion come elemosina  o come tributo per il tempio (la doppia dracma): questo
costituiva il tesoro del tempio dove c’erano addetti al raggruppamento delle singole  entrate, in relazione alle porte di ingresso del tempio  e dove  c’erano depositi pubblici statali con  proprio sigillo, ma anche  di  comunità distinte per segni,  e  perfino di conti  privati, custoditi in sacchetti, dopo che le monete erano state accertate nella loro  autenticità di conio- date le tante contraffazioni- e contrassegnate con il timbro templare   con certificato di probatio,  che attestava  che i saggiatori l’avevano provato e comprovato  (solo allora il deposito era definito  pecunia clusa et obsignata).

Insomma,  il gazophulakion era una banca/trapeza (cfr. A. Petrucci, Mensam exercere, Studi sull’impresa finanziaria romana , Iovine , Napoli 1991), la banca più grande  degli ebrei – perfino di quella di Alessandria-  ed aveva  molti gestori,  con un tamias, responsabile,  di stirpe sacerdotale,  che  -di solito- era collegato con lo strategos, di nomina del sinedrio, ambedue.

Gesù, dunque, era davanti al  gazophulakion.

Perché un profeta, un maestro, un uomo  spirituale  sta davanti al gazaphulakion?  Strano!

Ancora di più mi sorprende che stia seduto proprio davanti  alle bocche del Gazophulakion.

Se fosse un re ed avesse potere censorio, invece, avrebbe anche un significato lo stare presso una delle 13 supharot?!

Comunque, qualsiasi cosa stesse facendo nel tempio, Gesù che stava seduto (kathisas katenanti tou gazophulakiou –  proprio di fronte al tesoro- katenanti  fa supporre una volontà di inquisire ,come anche etheoorei)  esaminava, non stava a guardare, da curioso,  il modo come  l’ochlos popolo  gettasse denaro nel tesoro!.

Marco  parla dell’obolo ( è moneta greca del valore simile al quadrante latino) della vedova,  dopo il tributo a Cesare, a seguito della confutazione dell’errore dei sadducei sulla resurrezione (ouk estin theos nekroon alla zoontoon : polu planaste/ è dio non dei morti ma dei viventi: errate molto), della proclamazione dell’amore del prossimo come primo comandamento, della propria proclamazione come Messia, Signore più che  Figlio di Davide in una correzione della lettura degli scribi, apostrofati come uomini che amano passeggiare in lunghe vesti, rivere saluti nelle piazze  avere i primi seggi nelle sinagoghe , i primi posti nei conviti, divorare le case delle vedove,  fare ostentazione delle lunghe preghiere.

Il  racconto di Marco, quindi, è nodale  in quanto subito  dopo  l’evangelista fa un discorso escatologico, mostrando l’inizio dei dolori e il vertice della tribolazione (tutti termini  spie dell’avvenuta  distruzione del tempio e della città)  per giungere a focalizzare la venuta del Figlio dell’uomo  sconosciuta  a tutti (perfino agli angeli e  allo stesso Figlio) e nota solo  al Padre, per cui  c’è l’esortazione a vegliare  con l’uso  di tre termini  blepete, agrupneite… grhgoreite (anafora  di quest’ultimo con  poliptoto /ina grhgorhi).

Noi abbiamo parlato a lungo di discorsi apocalittici ed escatologici e rinviamo ad altri studi ( Apokalupsiscuriosità– ed altrove ), qui mi preme  rilevare che lo studio sulla vedova  da parte di un maran/ re, che esamina i suoi sudditi (specie sadducei e scribi, filoromani)  versare nel tesoro del tempio, ha un altro valore rispetto a quello dato dalla tradizione…

Dopo la purificazione del tempio, il maran può aver chiesto un contributo ai suoi sudditi ?…come Oro alla patria di Mussolini, fissato per la Giornata della fede il 18 Dicembre 1935?!…

Chi attende ancora la venuta del Signore, come parousia/ritorno, presenza divina, invece,  intorno alla fine del primo secolo d.C. , mira a  risolvere tutto in  un ammaestramento morale secondo quanto detto da Christos  che rileva  come la vedova  (definita non khhra ma auth h ptookhh),   anche se poveretta,  ha gettato  più di tutti (pleion pantoon ebalen toon ballontoon ), dando  una spiegazione divina –  solo un dio può vedere quanto versato e sapere la verità!- di quanto dato da tutti gli altri  (to perisseuon il superfluo) , rispetto al  versato dalla vedova che ha dato tutto ciò che ha, cioè tutta quanta la sua vita/ panta osa eiken, olon ton bion auths.

La conclusione di Marco è, dunque, che la poveretta dà tutto ciò che ha, mentre  tutti gli altri solo il superfluo, in una esaltazione dei poveri  rispetto  ai ricchi (condannati!), degli ultimi rispetto ai primi, in un rovesciamento delle situazioni, secondo la retorica delle antitesi.

Una facile lezione morale, amici cristiani,  puzza -tanto- di inganno, da parte del  nuovo sacerdozio christianos!

Gesù. Meshiah aramaico, methorios , politikos

Gesù fu un messia aramaico, methorios e politikos.

Ho già trattato il problema della regalità di Gesù aramaica,  e quindi del Makuth ha shemaim, ed ho puntualizzato la funzione methoria dei giudei ellenisti, oniadi,  in relazione al sistema trapezitario ed emporico (Cfr. Jehoshua o Iesous? Maroni,2003).

O methorios, da una parte, ed o politikos, da un’altra, sono due  tipici aggettivi  sostantivati che  sono stati  da me per anni connessi alla figura dell’ellenista giudaico- alessandrino, di cultura greca, in particolar modo all‘alabarca di Egitto, espressione di un’attività commerciale e politica  dell’ebreo nell’impero romano. In quest’ultimo decennio, ristudiando e rivedendo  la situazione del Malkuth alla luce delle indicazioni di Marco ( e di Matteo), mi sembra di poter/dovere correggere  la radicale impostazione precedente in senso aramaico del Messia  nel  corso del suo Regno, imprecisato nella sostanza, anche se determinato nella cronologia. 

Se si legge Marco (11,12,13)  è possibile rilevare da una parte l’aspetto della novitas  di Gesù aramaico,  che ha preso il tempio, che ha una sua neoteropoiia/politica nuova, dopo una stasis/rivolta vittoriosa, ma  non precisa la  provenienza della sua exousia/potere/ potestas, mentre ambiguamente  specifica, secondo i criteri zelotici, il suo pensiero  antiromano, senza provocare  dilacerazioni tra i suoi seguaci e senza tagliarsi i ponti per una ricucitura politica con la romanitas dominante, di cui c’è  traccia in ta Kaisaros apodote Caisari kai ta tou Theu Theooi, in un servizio  apparente a due padroni.

Gesù, methorios e politikos  è compatibile  nel periodo 32-36, in un momento in cui l’impero romano non si interessa alla situazione dell’area siriaca e siro-palestinese, mentre  l’impero parthico  sostiene il messianesimo, utile ora alla sua espansione fino al Mediterraneo in una ripresa della politica di Pacoro del 40-38 av. C., in un recupero dell’eredità achemenide e seleucide,

Il messianesimo giudaico autorizzava  Artabano III, collegato con Areta IV, re dei nabatei  e con Monobazo ed Izate,  re dell’Adiabene ad un  intervento militare antiromano  per la riconquista dell’Armenia e della Siria e della Celesiria  e alla definitiva rottura della siepe antoniana dei regni vassalli e delle tetrarchie, imposti dai romani alle popolazioni aramaiche (specie quelle di Erode Antipa, di Filippo)  e all’ abolizione  della provincia  di Siria e  della sotto provincia di Iudaea

A vittoria  conseguita,…  instaurato il malkuth,  purificato il tempio… il regnare era oltremodo difficile per il Messia:  c’erano problemi logistici di collegamento tra gli aramaici di due imperi diversi e c’erano  controversie decennali tra aramaici e  pagani greci e gli stessi giudeo- ellenisti,  c’erano perfino incompatibilità  religiose e commerciali tra i giudei ellenisti e i  greci pagani.

Il regno del Messia,  ricavato entro i limiti del confine romano, era di popolazione mista,  con una popolazione non inferiore ai 1.800.000, di cui gli aramaici formavano un nucleo compatto di 600.000  persone, ma la maggioranza era  quella costituita da  giudeo ellenisti e  da pagani (specie nelle due tetrarchie erodiane e in  Decapoli ,e lungo il litorale mediterraneo), mentre ancora  le forze parthiche occupavano la Siria e l’Armenia ed arrivavano fino al Mediterraneo…

Inoltre gli aramaici non predominavano nemmeno in Gerusalemme e nella Giudea, data l’alta presenza di giudei ellenisti che formavano la classe  dominante sacerdotale sadducea, gli erodiani e gli scribi, che   avevano il supporto dei sebasteni, truppe erodiane consociate come auxilia ai  milites romani,  che, inoperosi, erano nei castra  dislocati in molte postazioni non distanti dall’Eufrate. Inoltre tutta la regione della Giudea  era collegata  con quella di Samaria, di religione   scismatica,  che aveva  una propria Bibbia (Pentateuco e libro di Giosuè) e  con l’Idumea , che,  pur divisa tra aramaici e greci, aveva un consistente gruppo di  elementi di sicuro affidamento messianico, come anche la Perea e la stessa Galilea, da cui era partito il movimento, vincente,  di insurrezione messianica…

Le forze, dunque, del Messia, seppure insediato in Gerusalemme e  nel Tempio, non permettevano un governo della città  e delle zone occupate, circonvicine, secondo la rigida applicazione legalistica della Musar, cultura  aramaica: il sinedrio messianico doveva essere di  varia composizione e comprendeva sadducei,  farisei ed esseni,  erodiani e naziroi galilaici di varia estrazione sociale,  ed era subentrato a quello sciolto,  dominato dai sadducei e dagli erodiani  e  controllato dalle  potenti famiglie di Anano I  e del genero Kaifas (collegato con i cinque cognati,  Eleazar, Teofilo, Gionata, Mattia, Anano II – Per Flavio- che si meraviglia del fortuna del vecchio,  Ant. Giud. XX, 9.1 Anano fu molto fortunato . Infatti cinque suoi figli , dopo che lui aveva goduto dell’ufficio per un periodo piuttosto lungo, sono stati sommi sacerdoti-) e di Anania Boeto Canthera.

Infine il Regno secondo i confini erodiani  (cioè fascia costiera, l’ex tetrarchia di Filippo, la zona transgiordana)  era da conquistare,  come anche il titolo di maran  senza il riconoscimento di Tiberio  (come anche quello di Basileus con  il consenso di Roma)…

Essere Messia  comportava un tenere a freno i vincitori aramaici sia gerosolomitani, che galilaici che parthici,  e quindi  venire a patti con  gli  stessi sostenitori, limitati nella loro esuberanza vittoriosa, e nelle pretese di ricompensa legittima con le funzioni governative e le cariche  (cfr. Marco,10, 35-45), delusi nella spartizione del potere: Il pensiero riportato dall’evangelista non corrisponde alla situazione di accadimento ma  è  collegato con quella di scrittura domizianea ed ha valore anagogico e morale, in una   contrapposizione tra potere pagano dispotico,  per honores  e quello messianico per servitium /diakonia (cfr. l’uso di diakonos  in relazione a doulos   e il poliptoto diakonethhnai – diakonhsai al fine di mostrare l’exemplum di chi dà la vita per il riscatto di molti).

E contemporaneamente sottendeva curare i vinti  sadducei e erodiani e scribi, filoromani e i romani stessi  in quanto bisognava rispettare i greci e specie i giudeo-greci  che si erano arresi senza spargimento di sangue e che  si erano consegnati alla clemenza del vincitore  ed aumentare i rapporti con i giudei ellenisti specie di Egitto e di Cirenaica che avevano finanziato l’impresa, considerato l’immobilismo di Tiberio…

Il messia sapeva bene che le truppe romane erano  e nelle  regioni  a lui nominalmente sottoposte e  in Siria, dove il  contingente era  maggiore, anche se   le truppe  ora erano disorganizzate e  senza capi , specie, dopo la morte di Pomponio Flacco e la mancata rapida sostituzione da parte di Tiberio, più interessato all’eliminazione fisica  dei seguaci di Elio Seiano, -che aveva gestito la questione mediorientale, ed aveva posto  in Iudaea un suo uomo di fiducia, Ponzio Pilato- …

Ben si conosceva l’ attendismo  fatalistico  del vecchio imperatore, la politica, lenta nella rimozione dei  governatori. Tiberio raccontava l’apologo del ferito e delle mosche,  sentenziando che per un ferito era meglio sopportare le mosche vecchie che  ucciderle, perché, morte quelle che avevano a sazietà  succhiato sangue, sarebbero venute altre fameliche, avide: l’imperatore considerava i suoi governatori specie di nomina senatoria, agli inizi del mandato, avidissimi,  che però, si spegnevano col tempo, perché avevano raggiunto la sazietà  e potevano tornare dall’incarico provinciale con molte ricchezze tanto che, partiti poveri,  tornavano ricchi... (Cfr. Flavio ,Ant. Giud., XVIII,174-176). Celebre la  sua  massima:  è proprio di un buon pastore tosare il  gregge, non scorticarlo/ Boni pastoris tondère pecus, non deglùbere  (Svetonio,Tiberio XXXII).

La politica aramaica, immitis,  senza praoths,  barbaricamente violenta, di aggressione, non era possibile  come non era possibile seguire l’exemplum di Giovanni il battista,  la cui rigida vita di recabita, imponeva una dura osservanza della legge, una palingenesis una nuova vita col battesimo di purificazione ad Al Karrar (Betania oltre il Giordano), dopo un’attesa penitenziale ed addestramento militare: il messia, invece, doveva coniugare le tante anime dell’ebraismo e quelle  ellenistiche della società pagana,  per cui blanda era la sua interpretazione legalistica…

Infatti  Matteo (oltre che in 26,6 e sgg   circa il puro ed impuro ed unzione)   in 15,1 mostra, prima, che i discepoli di Gesù non seguono la tradizione degli antichi e nel mangiare  e nel lavarsi  e nell’onorare il padre e la madre  e poi  mette in evidenza Gesù che  definisce i  farisei ciechi e guide di ciechi...  Marco  aggiunge  in 18, 1 sgg un attacco dei seguaci di Giovanni, oltre che dei farisei, sul digiuno  non osservato dai discepoli del Signore   e in genere sul mangiare e bere con i peccatori, specie  con i pubblicani e specificamente  viene condannato lo sperpero,  in casa di Simone il lebbroso, di  unguento di nardo  e della rottura del vaso di alabastro  del costo complessivo di 300 denarii  (6000 euro circa;   si pensi  che a Giuda  vengono dati  30 denarii  circa 600 euro- il valore di un denario è di  quattro sesterzi  cioè di 16 assi; si noti che  con due assi si  può comprare un kg. di pane)

Insomma sembra che Gesù abbia un’altra gestione politica rispetto alla tradizione farisaica e alla  impostazione aramaica, giovannea, e che la sua deviazione sia  scandalosa e perciò marcata da oppositori seppure della sua stessa fazione….

Voleva forse  indicare altre possibilità, oltre a quella aramaica, ai suoi discepoli, pur rimanendo saldo il principio di fede giudaico e mosaico   di Dio solo padrone e padre di Israel ?.

Fu  quella stessa pretoria e censoria  di Erode Agrippa, convinto assertore di  una politica filoromana,  entro cui, però, doveva trovare spazio il giudaismo ellenizzato con le connessioni all’istanza messianica  aramaica !

Fu quella stessa  politica di Giacomo,  che nella sua figura di recabita e di  giusto tzadik, di baluardo del popolo aramaico  si faceva garante con i governatori filogiudaici (Fado, Tiberio Alessandro, Felice ) del comune  affare delle festività  ebraiche, assicurate nella loro regolarità,  lasciando aperto e il canale ellenistico e  quello aramaico, finché, cessata la collaborazione censoria e finanziaria  coi romani -ormai decisi ad estirpare   il cancro aramaico  ed ebraico ellenistico- riprendeva decisamente la politica  militaristica, esclusivamente aramaica, facendo sequestri ed  attentati  contro sadducei ed erodiani e contro i nemici romani.

La sua morte risultava  per Giuseppe Flavio l’inizio della fine del Tempio di Gerusalemme e di Gerusalemme stessa:  il giudaismo aramaico, fusosi con quello adiabene e mesopotamico, collegato con  quello idumeo, galilaico,  peraita e con gli ebrei scismatici  alessandrini  più intransigenti,-che erano stati rovinati della politica finanziaria dell’ultimo Nerone,- andavano alla  guerra contro i romani convinti che Davide  avrebbe vinto Golia  e che i più deboli avrebbero superato i più forti, sicuri che a Dio niente era impossibile e  che perciò  si sarebbe verificato miracolosamente  l’evento salvifico …

Si potrebbe,  dunque, inferire che  da Gesù derivi una doppia via operativa, mediante  due metodi diversi in relazione  alle 613 prescrizioni della legge utili  (sebbene in modi differenti)   a conseguire il benessere dell’anima e  quello del corpo?.

Ora,  siccome il popolo non ha la capacità di percepire  la natura delle cose spirituali, espresse in  forma esplicita o forma metaforica, allora per ogni massa occorre fare le correzioni delle condizioni di esistenza,   cosa che si consegue solo con l’eliminazione dei torti reciproci,  da una parte,  impedendo all’individuo  di compiere la propria volontà e  allontanando  le mete alla portata delle specifiche capacità, costringendo a fare quanto è utile alla collettività e, da un’altra , formando costumi utili alla comunità  tali da rendere la città ordinata.

Il benessere dell’anima non si consegue se non si raggiunge quello del corpo: si vuol dire cioè che bisogna assicurare lo stare bene  nella migliore salute, avendo tutte le cose necessarie a vivere  (casa  famiglia, cibo, denaro,  ogni cosa buona ed  utile al soddisfacimento degli appetiti umani)  non solo per un individuo o gruppo familiare ma per una comunità politica, perché l’uomo  è un animale  per natura  razionale  e politico, un vivente consociato che pensa prima alla propria sussistenza personale  poi a quella dei famigliari ed infine agli altri, come prossimo, facente parte dell comunità,  con cui condividerà  le cose, anche se  teso ad un  vantaggio, comunque,  sempre proprio.

Il benessere dell’anima  è di ben altra forma,  in quanto si cerca iniziando il proprio percorso  purificandosi col rifiuto  della pars corporale  (tengo presente il sistema sia degli Esseni che dei Terapeuti che  si disfano di ogni patrimonio e lo cedono a  parenti)  allontanandosi dagli altri e vivendo in comunità o in solitudine, tendendo  a sviluppare la razionalità  in atto, con un intelletto in atto, in un’ ansia e volontà di conoscere  tutto ciò che è possibile e tutti gli enti, in ragione  della perfezione ultima/teleioosis ,  che non consta di azioni o di costumi, ma solo di opinioni, come risultanze di una speculazione razionale  e  come conferma  di uno studio fatto.

Maimonide,  a proposito della legge e della perfezione ultima,  dice: la legge di Mosè nostro maestro  ci dà il vantaggio  di entrambe le perfezioni insieme: ossia crea le condizioni  migliori in cui  gli uomini possano vivere   gli uni con gli altri,  eliminando l’ingiustizia, e concedendo un carattere  nobile e virtuoso, così che gli abitanti del paese possano sopravvivere e perpetuarsi  secondo un unico ordine, affinché ciascuno  di essi raggiunga la sua perfezione prima, e le credenze  e le opinioni  corrette con le  quali  si raggiunge la perfezione ultima  (Cfr.la Guida dei perplessi, a cura di M. Zonta, Utet,,2013).

Quindi per Gesù maran  assicurare la giustizia  con tutte le condizioni politiche  è il primo compito, anche se  impossibile da realizzare in una comunità  composita, per dare un benessere corporale  …

La musar contempla di  fondere  le due perfezioni dando rilievo prioritario a quella corporale senza la quale non è pensabile nemmeno l’intelligibile benessere spirituale,,.

La paideia insegna philanthropia, ad essere uomo, ad  amare l’uomo come altro se stesso (Homo sum: humani nihil  a me alienum puto  Terenzio, Eautontimoroumenos ,77) in un adattamento  in situazione  e  a superare la prova/ ostacolo in relazione al proprio ingegno,  ad essere faber del proprio destinovivendo  moderatamente, secondo natura e  ragione, conseguendo uno stato  di eudaimonia in quanto anhr theios, capace di discernere tra le cose che esistono, e quelle  che dipendono da noi,  quelle che non dipendono da noi, servendosi della proairesis.

Questa  distingue, secondo la cultura stoica, i  fatti nostri  e li sottopone ad un razionale controllo  (giudizio di valore, impulso ad agire , desiderio, avversione, amore e ed ogni altro sentimento) da quelli non nostri  ( i nostri averi, le opinioni che gli altri hanno di noi, la cariche pubbliche ,  qualsiasi cosa  che non dipenda da noi esseri umani, ma da cause esterne).

Ora, Gesù regnando su ebrei e pagani, con un Tempio da gestire, un tesoro senza pari, con alleati armati  entro i propri confini e con nemici invasori, vinti, ma ancora sul proprio territorio, doveva per forza  praticare una politica di moderazione, quindi impostata sulla metrioths e non sulla ferocia barbarica.

Noi abbiamo cercato con pazienza, in tanti anni di  studio, i segni di una politica nei vangeli sinottici di  un Gesù Methorios, uomo al confine tra due regni, un aramaico moderato, che ha insegnato una doppia via, una seguita dal fratello Jakobos,  quella naziroa del Malkuth ha shemaim, ed una da Shaul  Paulus ed evangelisti,  che  hanno,  poi,  a seconda delle  situazioni,  sviluppato  in modo personale, l’eredità politica e  spirituale del  Maran, Re/Maestro, martire aramaico.

Da lui dunque derivano  e la via seguita da Giacomo  e dagli aramaici, che vanno ciecamente, fiduciosi solo  in Dio, alla guerra, alla distruzione  del Tempio , ed arrivano, dopo la rivolta del 115-116, allo sterminio con Shimon bar Kokba –  e quella dei Christianoi antiocheni e di Paolo che, seguendo la metriotes, fondendo  musar e paideia, tradizione ebraica e pagana, rompendo con la sinagoga- inquisita  e condannata dalle autorità- hanno una loro possibilità di sopravvivenza nel territorio romano, nonostante le differenze di lettura,  a seguito di skimmata ed erides ecclesiali, della medesima lezione del Signore e sopravvivono secondo  una propria gerarchia, greca, in relazione alle zone di diffusione della Basileia tou Theou.

Giacomo, dopo un lungo periodo di connessione con i prefetti romani,  irrigidisce la sua politica, specie negli ultimi anni di governatorato di Felice  nell’interpretazione integralista mesopotamica  del pensiero del fratello  a seguito della scoperta dei piani di distruzione romana dell‘ etnos giudaico,  mentre Paolo  e gli evangelisti  seguono l’indirizzo moderato di comunione tra giudei e pagani e  costituiscono   su una struttura retorica  una nuova base teologale e celebrano il mito di Gesù (figlio di Dio e di una Vergine, che,   venuto in terra  per redimere il mondo  dal peccato originale, ucciso dal suo stesso popolo,  risuscita)  e lo rievocano  con riti  come modello di vita e lo considerano nomos empsuchos.

Vediamo, dunque, come Gesù sia stato per ambedue le vie una guida ..

Non è facile seguire la doppia indicazione di Gesù (cosa  che richiede esami tecnici linguistici e storici):  in questa sede portiamo solo alcuni esempi di moderazione  politica che ci autorizzano a definire il Messia o politikos  Cfr A Filipponi, Giuseppe o il Politico , eBook Narcissus 2011) e trascuriamo tanti altri.

Scegliamo, tra i tanti,  due episodi, quelli più famosi, tratti da Marco.

ll  primo  (11,27) racconta di Gesù  che, tornato a Gerusalemme per la terza volta, passeggia nel Tempio  (viene usato il termine peripateo , aristotelico che indica un camminare e discutere con altri  forse nel cortile dei gentili  ), come uomo, che vincitore, domina la scena  col suo seguito di naziroi…

Il passeggiare  sottende  che già ha fatto l’ingresso trionfale, davidico, in città, seduto su un puledro, tra gli osanna popolari, ma a sera del giorno del 7 nisan, periblepsamenos tauta avendo attentamente guardato intorno le cose, ecselthen eis Bhthanian metà toon doodeka uscì in direzione di Betania con i dodici.

 Peripatein sottende anche  il possesso del tempio  da cui ha scacciato quelli che comprano e vendono, avendo rovesciato i tavoli  dei trapeziti, cambiavalute, e  banchi dei venditori di colombe  facendo da despoths queste azioni e rimproverando,  secondo i logia di Isaia (56,7) e di Geremia (7,11)  che il tempio è diventato una spelonca di ladri  quando è un luogo di preghiera ed impedendo di portare oggetti attraverso l’area templare.

L’evangelista, quindi, implicitamente  dichiara che Gesù ha svolto la sua funzione militare avendo non solo  exousia  strategikh/potestas praetoria ma anche h toon dhmàrchoon exousia / potestas  tribunicia.

Queste cose erano state fatte  (si rilevi che poieoo è verbo molto difficile da intendere  e che ha molti valori dal generico fare a creare di Dio kosmopoihths)  il giorno 8  di Nisan e i  sommi sacerdoti e gli scribi volevano ucciderlo, quando Gesù era nel cortile degli ebrei, ma temevano la folla: Gesù era andato via ed era tornato otan opse  egeneto, quando giunse la sera,  in una zona tra Betfage e Betania, il suo centro militare operativo.

Il giorno dopo , 9 Nisan,  stando Gesù nel cortile  dei gentili (non era entrato ancora in quello degli ebrei), mentre passeggia (con la Thiara parthica?!),  si presentano i sommi sacerdoti, gli scribi e gli anziani, insomma il sinedrio al completo, filoromano e chiedono: en poia ecsousia (dativo singolare, con alfa ed iota sottoscritto) tauta poieis; con quale potere  fai questo? ed aggiungono per meglio precisare la domanda  h tis soi edooken thn ecsousian tauthn ina tauta poihis /o chi ti ha dato il potere di fare questo?,

La domanda, pur duplice, è una in quanto la seconda è pura richiesta del nome del datore di ecsousia, che tutti conoscono, ma  non dicono e vogliono invece che Gesù lo dica espressamente.

Insomma si fa una richiesta ufficiale: chi rompe l’ordine stabilito nel  tempio stesso? con quale autorità lo faccia? Qui non si parla di autorità religiosa, di parola, di  disputa …

Le due precise domande sono fatte a chi ha turbato la normalità commerciale del tempio e quindi sottendono  la presenza armata  di chi ha preso militarmente  il tempio,  annientando anche la guarnigione romana sulla Torre Antonia e le truppe  templari  col loro strategos.

La prima domanda sottende che Gesù ha  potestas  sul popolo (ochlos) – i leviti, il piccolo  e medio sacerdozio, gli artigiani  e i militari zelotai   che l’acclamano meshiah  e che  riconoscono in lui i segni della elezione divina  dellunto del signore; la seconda è in relazione all‘ecsousia politico-militare, tipica del popolo romano cioè dell’imperatore e del senato -dai quali dipende la provincia di Iudaea col Tempio di Gerusalemme-  e fa intendere  che si conosce  il  sostegno straniero (quello di Artabano III e di Areta IV) e si vuole una dichiarazione  pubblica della  reale autorità messianica.

Dunque il sinedrio  esige  una  risposta  politica, pubblica,  da chi ha interrotto la normalità del Tempio gestito dai sadducei, protetto dai milites e  dal diritto/ Ius romano.

Gesù si mostra o politikos , un politico abile nella comunicazione, diplomatico: non risponde alle domande, ma ne fa un’altra marcando sempre il termine  ecsousia  e pone una condizione, (con un periodo ipotetico di II tipo) in tono imperativo: se mi risponderete, vi dirò con quale potere faccio queste cose: to baptisma to Jooannou ecs ouranou hn h ecs anthroopoon; apokrithte moi/ il battesimo diGiovanni era dal Dio o dagli uomini? rispondetemi.

E’ una sfida al sinedrio!  c’è coscienza  da parte del Messia di avere in pugno la situazione politica e di essere il vincitore, a cui i settanta  devono piegarsi, allinearsi, inchinarsi – anche perché rischiano la vita – e dichiarare ouk oidamen/non sappiamo, costretti a professarsi ignoranti  davanti al popolo e quindi  a rassegnare le dimissioni…

E’ la massima umiliazione per un sophisths: un maestro di vita  che non sa, perde  il diritto di guidare ed ogni dignità, che deriva dalla  saggezza profetica!…

E’  ammissione pubblica di non aver riconosciuto i segni della missione divina di Giovanni, della sua ecsousia celeste,  di averlo lasciato solo davanti al potere romano ed erodiano, di averlo così condannato a morte …

Il ragionamento del sinedrio, anche se  individuale,   presuppone già nel verbo dialogizoo una febbrile attività interiore razionale, al fine di una soluzione possibile  all’aut aut  del Christos,  con la pressione imperativa dell’immediatezza della risposta.

La coscienza che qualsiasi  delle due risposte sarebbe stata non giusta  ed avrebbe avuto ripercussioni sulla stessa  incolumità sinedriale, aumenta l’incertezza  dei singoli e determina la confessione di ignoranza, unica possibilità di reale salvezza.

Infatti per l’evangelista  ognuno degli oppositori,  che pur desiderano la risposta ufficiale, da inviare  al senato e all’imperatore  romano, ha la coscienza di correre un pericolo mortale o da parte del Messia o da parte del popolo: dire che il battesimo di Giovanni era dal cielo significava  ammettere  davanti al Signore, annunciato dal precursore, la propria colpa e  confessare di  non essere uomini di Dio, ma suoi nemici e quindi  giustificare la condanna a morte in quanto menzogneri; dire che derivava dagli uomini, equivaleva ad  una condanna alla lapidazione popolare  perché Giovanni era considerato propheths.

Un vero politico è Gesù che realizza i sogni dei suoi seguaci aramaici, vedere umiliati e rei confessi i nemici, ma  moderato nella vendetta, come un ellenista  che si rifugia  nel rifiuto di comunicazione con uomini non degni, menzogneri! Infatti dice: neanche io dico con quale autorità faccio queste cose.

Matteo (21,23-27)e Marco  dicono sostanzialmente lo  stesso pensiero e  scrivono la stesse parole  oude egoo legoo umin en poia ecsousia tauta poioo, mentre Luca (2.1-8) fa una premessa  su Gesù che in quei giorni istruisce il popolo nel tempio ed annuncia la buona novella, per cui il resto del racconto, seppure simile a quello degli altri evangelisti,  assume un valore solo morale.

Il secondo episodio (Mc12,13-17), è quello che più di ogni altro mi ha fatto perdere sonno (cfr. Il tributo a Cesare in Jehoshua o Iesous ? cit. pp. 173-179)

Il vecchio sinedrio non ha  più potere in Gerusalemme  e Gesù ne sta formando  uno nuovo.

Da oppositori nascosti, dopo la paura del precedente incontro,  vengono inviati al Signore/Despoths  farisei (di cui non si conosce il preciso indirizzo- di norma  i farisei sono molto fedeli al Messia-) ed erodiani, intenzionati a comprometterlo ulteriormente  coi romani.

Questo è l’effettivo valore della  proposizione finale ina auton agreusoosin logooi in quel cotesto e in quel contesto: il verbo agreuoo è dell’area semantica della pesca ( o caccia)  ed indica un pescatore/cacciatore agreus  che con rete  (o amo o laccio) fa preda (agreuma): quindi qui si vuole prendere  al laccio il Messia  con qualche parola (logos)  da riferire ai mandanti romani.

I richiedenti sono politici, uomini che sanno conquistare  il proprio interlocutore  con la retorica ed usare la  captatio benevolentiae  e che lo chiamano maestro (didaskalos /rabbi non è dell’epoca tiberiana!) Despoths /maran, affermando di sapere (oidamen) che lui è  alethhs (non menzognero),  che non guarda in  faccia  gli uomini   e che segue la via  di Dio secondo verità: essi, seppure retoricamente, prima professano di riconoscerlo come Messia e poi chiedono: ecsestin  dounai khnson kaisari  h ou;  doomen h mh doomen;

La domanda è come quella di Gesù precedente: si può rispondere solo si o no  e la risposta ha valore di una dichiarazione di guerra se negativa, se è positiva ha valore di  negazione dell’impresa  messianica, di fine  del Malkuth ha shemaim e ritorno alla normalità di soggezione alla romanità con la conseguenza della lapidazione del menzognero che ha tradito le attese popolari.  

Diamo o non diamo ? come congiuntivo esortativo, in forma interrogativa ha  significato pratico finanziario  che necessita di un’azione concreta di sborsare telein  (non dounai azione sponta nea!)quanto dovuto al senato e all’imperatore: o si dà il dovuto a Cesare  e si  torna sotto il controllo della  censura romana e dei pubblicani;  o non si dà  il denario perché già moneta impura  in quanto ha l’effigie di Cesare, non toccabile per il giudeo puro ,  che non si serve del denario o, caso mai , usa siclo e suz  (con l’implicito ritorno dei banchi dei cambiavalute) e si riprende lo stato di belligeranza, dopo la pausa della purificazione del tempio…

Dato l’uso della prima  persona plurale doomen h doomen? sottende un ravvicinato colloquio tra chi chiede  e chi deve rispondere, un guardarsi negli occhi di emittente e ricevente e tutti quelli che seguono le due parti   coinvolte emotivamente nella stessa drammatica azione, e risulta un confronto, quasi un diretto incontro-scontro, tra  avversari (non nemici)…

Sono, dunque, concrete domande in relazione al modo di comportamento quotidiano coi pubblicani,  che implicano la volontà di conoscere il  reale pensiero del Meshiah,  che ha ecsousia tamieutikh potere censorio…

Bisogna vedere  che Gesù  sta  col nuovo  strategos del tempio e con il tamias  amministratore  e quindi anche col suo clero fedele di esseni  che, hanno sostituito i sadducei. Non  deve sorprendere in tale situazione la richiesta di portare un denario  al suo interlocutore, che è in febbrile attesa con gli altri farisei, intenzionati, anche secondo Matteo,  a prenderlo in trappola mediante la parola (Pagideusoosin en logooi)!

Il problema sulla liceità  del tributo romano e sul dovere giudaico del pagamento comporta da una parte l’esclusione  dal cleronomos  dei figli con  scelta di un altro popolo eletto e da un’altra la fine del pensiero theocratico  di Dio Padrone unico di Israel, proprio ora che c’è il Meshiah, che è stato instaurato il Malkuth ha shemaim...

Ogni uomo presente nel cortile degli  gentili si attende, invece,  un solenne pronunciamento e quindi che il meshiah  sancisca definitivamente  il diritto ebraico del cleronomos  ed abolisca  il dovere pagare il tributo ai romani, come aveva fatto Giuda il gaulanita….

Gesù, incurante dell’ipocrisia farisaica  e della malizia,  comanda che gli sia portato il denario per vederlo (pherete moi dhnarion ina idoo).

Gesù osserva, (senza toccarlo) il denario  con la testa di Tiberio laureata e volta a destra, e  legge l’iscrizione TICAESAR DIVI C AUG. F AUGUSTUS  e forse (per prendere tempo) vede (dopo averlo fatto girare)  anche il retro con la figura di Tiberio che guida una quadriga   e che ha nella mano destra un ramo d’alloro  e nella  sinistra uno scettro con aquila,  con sotto scritto  gli anni  del pontificato massimo  e quelli del suo regno.

La domanda tinos h eikoon kai h epigraphh; di chi è questa immagine e l’iscrizione ?, scontata,  è stata per secoli  letta dai Christianoi come fatta non secondo l’epoca  tiberiana,  ma  secondo  quella flavia quando il tempio non esisteva più  e già Vespasiano aveva  stabilito un nuovo tributo  fiscus iudaicus da versare conglobato, nel fisco imperiale …

La valenza significativa è diversa  a seconda dei tempi, specie se c’è stata la stasis vittoriosa messianica: non si può leggere la  risposta di Gesù come accettazione del potere romano  e come suddivisione di campi  come  frase  che sancisce  un doppio servitium ad una doppia autorità,  distinta in una umana e in una divina, paritariamente, da parte di un Messia, spirituale, figlio di Dio; si deve leggere invece  come una risposta di un politikos che nel  contesto templare,  da Meshiah,  che è entrato trionfalmente in città ed ha preso il tempio, ed ora, dopo la purificazione, in un clima festoso,  mostra  clemenza e moderazione, a vittoria conseguita.

La richiesta del denario è in relazione alla già studiata risposta, spettacolare,  tanto da destare meraviglia  in tutti (ecsethaumazon), come segno di una diplomazia politica, tesa a non  tagliare ogni ponte  col potente nemico, momentaneamente sconfitto, date le infinite risorse finanziarie economiche e militari  dell’ imperium romano…

C’è coscienza della propria precaria situazione regale, methoria rispetto ai Parthi e ai romani…

C‘è una logica  di rispetto per i romani, con una coscienza della propria propria  missione ancora da ultimare;  rinviare, quindi, è atto  astuto  che permette d i  soprassedere  e procrasticare  circa la liceità e il  gioco -antitetico – del pagare (telein ) o non pagare.

Da  politikos,  Gesù  sa bene che il suo Malkuth  è uno stato vassallo, associato all’impero parthico, non riconosciuto da Roma  e quindi è abile a lasciarsi uno spazio  diplomatico per eventuale tregua  in attesa di  avvenimenti, da opportunista eukairos,  capace di tranquillizzare i  suoi irriducibili galilei  integralisti con un sguardo di intesa e di complicità, negante perfino  quanto si dice espressamente per convenienza politica: la parola contraddice l’azione e l’azione la parola.

D’altra arte non si espone coi suoi detrattori politici  che cercano  materiale  orale da inviare  al senato romano e all’imperatore, come atto di accusa  connesso con  gli accadimenti dei giorni pasquali: la sua  doppiezza nasconde sotto  l’ufficialità del detto ambiguo  tutta la tradizione di odio aramaico  secolare  contro Roma, sottesa  nello Shema  basata sul  timore di un solo signore, immortale .

Il breve scambio  domanda-risposta  tra il Messia e l’interlocutore sintetizza la conclusione rapida della discussione  e la tronca  (Tinos h eikoon auth kai epigraphh?.. Kaisaros)  bruscamente – con tono autoritario – una doppia frase iussiva, strutturata secondo una perfetta simmetria  con ellissi  di apodote nel secondo membro  della proposizione coordinata che  è giustamente diventata apoftegma  di rara efficacia morale, mirabile per la società cristiana- abile opportunisticamente  a servire ora l’uno ora l’altro- .Ta kaisaros apodote Kaisari, kai ta tou theou tooi theooi è ancora oggi di attualità…

Dunque, si può dire che Gesù dimostra ha una sua abilità politica, congiunta ad una  retorica basata sul gioco dell’equivoco e   dell’ambiguo,

Gesù  segue il modello di Areta IV, che agli inizi del regno, domina sui nabatei senza il  riconoscimento romano, poi si avvicina a loro tanto da essere riconosciuto come socius  ed infine  accoglie come ospite e Petra sia Germanico, che ha  imperium proconsulare maius per  l’Oriente,   che Pisone, governatore di Siria, anche se rimane sempre ambiguo nella sua politica?

L a politica di Gesù e quella di Areta IV possono essere in relazione specie dopo la fine del matrimonio venticinquennale di sua  figlia Dasha, ripudiata da   Erode Antipa, per sposare sua nipote  Erodiade sorella di Erode Agrippa, a seguito della decapitazione di Giovanni?..

Il vecchio monarca  seguace  del Giovanni il battista fu  guida politica anche per Gesù?: Tiberio inviando nel 35 in Siria  Lucio Vitellio gli dà mandato di punire Artabano  III e di portargli  vivo o morto la testa di  Areta….

Gesù, o politikos, inoltre non si vede  nel colloquio con Pilato? cfrMatteo 27,11; Marco 5, 2-15 , LUCA 23, 2-5.  Alla domanda  del procuratore  Su  ei o basileus toon iudaioon; tu sei il re dei giudei? Gesù risponde su legeis tu dici  (cf.  Pilato in Jehoshua o Iesous?pp.231-235, cit) da aramaico  atta amarta/tu dicis (latino) ribadendo quanto detto dall’inquisitore senza intenzione personale di positiva dichiarazione:  il giudeo sa quanto è inviso il termine basileus in Roma e quanto complesso sia invece il termine meshiah per un goy/pagano, che non può  comprendere la struttura intima della connessione di ieroosunh sacerdozio  con l’unzione regale  giudaica…

 

Betsaida o Cafarnao?

Per un pescatore aramaico era più conveniente vivere a Betsaida o  a Cafarnao, in epoca Tiberiana?

Betsaida, era, sotto il regno di Erode il Grande 38 a. C. -4 a.C,  un paese, i cui  abitanti erano  quasi tutti  agricoltori e i pochi, che facevano i pescatori,  stentavano a campare.

I pescatori erano  ebrei  di lingua aramaica,  che avevano una barchetta, lasciata sulla spiaggia,  fissata alla meglio, ed avevano legami stretti con le popolazioni della Traconitide e della  Gaulanitide  e tramite queste, con i correligionari  Parthi, stanziati oltre Il confine dell’Eufrate.

Probabilmente a Betsaida  i giudei erano analfabeti ed avevano solo una tradizione orale biblica (Torah she be’alpé): avevano avuto un’istruzione sommaria ad opera di  maestri  di sinagoga, dal periodo di Giovanni Hircano, (re asmoneo dal 134-al 104 a.C) che avevano fissato  le prescrizioni  più importanti, che venivano  ricordate nel corso delle preghiere giornaliere dal Kohen ( per pregare bisogna essere in almeno dieci persone-minian-, oltre a colui che intona Shema , Israel, Adonai elohenu, Adonai echad )…

I giudei, pescatori,  stazionavano  sempre sulla rive del lago di Gennezaret, che  era abbastanza lontano dalle case (circa 2 km) e  normalmente depositavano il pescato  nell’altra sponda, oltre il Giordano,  dove correligionari compravano il loro pesce perché formavano una comunità  ebraica,   che  aveva depositi  per l’affumicatura,  per la essiccatura e per l’imbarilamento.

Alla morte  di Erode il Grande,   Betsaida era toccata in eredità  a Filippo, il figlio di Cleopatra gerosolomitana, che  aveva avuto Traconitide, Iturea, Paneas, Auranitide e Gaulanitide;   ad Erode Antipa figlio di Maltace samaritana, erano capitate Galilea e Perea,   col titolo di Tetrarca  per entrambi , mentre  Archelao altro figlio di Maltace,  oltre il titolo di Etnarca,  aveva il potere su ogni altra parte della provincia di Iudaea, tranne la costa mediterranea, concessa a Salome, sorella del grande Re.

Questa divisione divenne un male per i pescatori di Betsaida specie dopo che Archelao nel 6 d. C. fu esautorato da Augusto,  che  creò la  sotto provincia di Iudaea, (Idumea, Samaria e Samaria ) alle dipendenze di  un procuratore imperiale, sottoposto al Prefetto di Siria.

Ora i pescatori dovevano pagare  se volevano passare il confine  del Giordano,  perché entravano sotto la tetrarchia di Erode Antipa,  che imponeva una tassa, concordata  col procuratore romano,il quale aveva stanziato  una guarnigione militare all’uscita da Cafarnao,  per proteggersi da pericolose congiunzioni ed alleanze tra aramaici , vista la rivolta di Giuda il Gaulanita, di recente repressa.

I pescatori dovevano pagare una tassa  quando si  attraversava il confine tra la tetrarchia di  Erode Antipa e quella di Filippo  al centurione, comandante della postazione.

Andrea e Simone,  figli di Giona (Johanan), oltre a Filippo, aramaici,  emigrarono da Betsaida, quando il paese s’ingrandì e  divenne Iulia, una città costruita per ordine del tetrarca,  divisa  in cardo e decumanus , come  i castra romani,  chiamata così in onore di Giulia Livia moglie di Augusto, morta nel 29 d.C,  dove confluirono molti  ellenizzati, chiamati dal Tetrarca  a colonizzare la sua città, come stava facendo il suo fratellastro con Tiberiade, chiamata così in onore di Tiberio,  quasi nello stesso periodo.

Mentre nelle due sponde del Lago ferveva il lavoro di costruzione delle due capitali, -ordinate dai figli  di Erode  come esaltazione del nomen di  Roma e come gratitudine  per la  domus  imperiale –  e le città prendevano forma ad opera dei qainiti,- mastri muratori che operavano con le loro squadre, pagate in sesterzi,   a dimostrazione dell’avvenuta ellenizzazione della zona-, i figli di Johna con Filippo  passarono dall’altra parte del lago.

I tre emigrarono  anche per convenienza, oltre che per la necessità di separazione dai goyim,- considerata l’integrità morale dell’aramaico  galilaico- e si stanziarono a Cafarnao, divenendo sudditi di Erode Antipa e non pagavano più il pedaggio sul pescato.

Erode Antipa intorno al 26 d.C. tendeva anche lui ad ellenizzare il suo popolo di Galilei e di Peraiti (abitanti di Perea) e perciò, dopo la costruzione della sua capitale e del trasferimento degli archivi da Sepphoris, aveva  costituito  nuovi  grandi depositi  sia  a Cafarnao che a Tarichea/Magdala per  la conservazione del pesce, messo in barili,  affumicato o in salamoia.

Il Giordano alla confluenza col lago  ora era il confine settentrionale    tra le due Tetrarchie erodiane, e a Cafarnao c’era la sede degli uffici doganali (Mt 9,9)  con una piccola guarnigione  militare alle dipendenze di un centurione  (Mt 8,5), che controllava le carovane che venivano dal Monte Hermon. e da Cesarea di Filippo (Banias), dove c’era il santuario di Pan,  in marmo bianco, dedicato da Erode il Grande ad Augusto.

La facciata  del tempio, che era  su una sporgenza rocciosa  su cui erano scavate una grotta  e tre nicchie (in quella centrale c’erano iscrizioni), potrebbe essere quella rappresentata nelle monete, coniate da Filippo   col frontone,  sostenuto da quattro colonne … Ora, nella nuova sede,  i figli di Giona e l’amico, nonostante l’aramaicità, conclamata,  risiedevano con le rispettive famiglie vicino al lago  ed erano in rapporti con ellenizzati (anche loro   già   dovevano essere uomini ellenizzati, considerati i nomi specie di Andrea e di Filippo, -ma anche quello di Petros Cepha -).

Il trasferimento, anche se non si sa l’esatta epoca,   sembra, dunque,  essere più motivato da interesse che da  fattori religiosi, più da una esigenza  sociale che  di una ricerca  spirituale  in uomini che cercavano di sopravvivere  in uno stato di  chiara povertà ed anelavano ad un miglioramento del tenore di vita, considerate le famiglie dei tre, che formavano un nucleo di almeno  quindici  persone ( se è vero che Pietro aveva- secondo la tradizione cristiana-   con sé moglie e cinque figli !), visto il transito di persone  e di carri, scortati da milizie  parthiche – secondo trattati tra Il re dei re e l’imperatore romano –  per il trasporto della doppia dracma al Tempio e il libero  passaggio di pellegrini, considerata   l’attività commerciale di Cafarnao e  la presenza di una sinagoga,  rispetto al sistema agricolo della vecchia Betsaida.

La posizione geografica , a nord ovest del lago,   ai confini tra la tribù di Zabulon e Neftali,  faceva  di Cafarnao uno snodo stradale di grande rilievo  nella Via del Mare  che  congiungeva Damasco col Mediterraneo.

Già Isaia (9,1, ) (Il popolo che camminava nelle tenebre / vide un grande splendore /su chi abitava in una regione caliginosa  rifulse la luce ) per la tradizione cristiana  prevedeva l’irradiazione  dell’idea messianica da Cafarnao, da cui sarebbe sorta la luce  proprio dalle tenebre del paganesimo galilaico.

Così  J.Murphy- O’Connor, La terra santa , CED 1996, p..2O5 descrive  Betsaida.

Il sito si trova a 750 metri a nord dell’incrocio per Betsaida  sul lato ovest  della strada 888… (area destinata da un parco nazionale).. si tratta di una casa  di 430 metri  risalente al II secolo av.C.-I sec. d.C.,costruita intorno ai tre lati di un cortile lastricato  metri 13,5 X7 : vi sono quattro piccole stanze dalla parte nord, una cucina con due forni  dalla parte est  ed una sola grande stanza dalla parte sud . Sparsi in queste stanze  sono stati ritrovati un amo da pesca pesi di piombo per le reti, ed un ago di bronzo curvo  che potrebbe essere  stato usato per fare o riparare una vela. E’  difficile non concludere che  quella fosse una casa  di una famiglia di pescatori.

Anche Marco (1.16) tratta  di famiglie di pescatori sia a Betsaida che  a Cafarnao (Kaphernaum). Non c’è da stupirsi, dunque,se più nuclei familiari vivano in una stessa casa  di simili dimensioni e con un cortile lastricato di metri 94,5.

Marco 2.1 e Matteo 9.1 sembrano considerare Cafarnao come la  città di Gesù, destinata ,  comunque,  a precipitare  all’inferno  per la sua incredulità ai miracoli  (Matteo 11,23, Luca 10,15)...

Il paese si estendeva lungo il fronte del lago  per circa 500 metri e doveva   essere, comunque, povero  perché popolato  da agricoltori e in maggioranza   da pescatori  che, nonostante la cooperativa, erano schiacciati dalla concorrenza con Magdala/Tarichea a sud del Lago.

Forse per questo motivo  la sinagoga fu fatta da un pagano, quel Cornelio centurione,  di cui parla Matteo 9,9., un militare di stanza nella zona da anni (la ferma all’epoca era di 26 anni),  un convertito un circonciso, uno strano miles, che  serviva due padroni (Jhwh e l’imperatore)   che amava  la Torah,  senza disdegnare il suo dovere nei confronti dell’impero, in un zona  dove lo spirito guerriero  antiromano  era alimentato  dai Farisei che predicavano il Timore di Dio, ricordando  che l’ebreo  aveva un solo Signore,  immortale!

La zona era sicuramente dominata da ebrei  aramaici   prima della fine del Tempio, ma anche dopo il 70 d.C,  nel periodo  che precede l’impresa di Shimon bar Kokba (132-135) e  pur dopo, fino all ‘epoca di Teodosio, considerati i rapporti con l’area mesopotamica…

Non è da accettare, comunque,  la notizia del 374 di  Epifanio di Salamina (315-403)  che in De Ponderibus et mensuris – ed. Migne II ,259-60 (dove tratta  nella terza parte delle località cristiane, -cosa che ribadisce in Panarion cassetta di medicazione, in cui mostra  60 eresie cristiane e 20 precristiane-)  scrive:  a Cafarnao  si proibiva  di vivere  e  si vietava perfino l’accesso ai gentili, ai samaritani e ai  cristiani.  Forse il cristiano- la cui prima opera  è tramandata  totalmente solo in siriaco,  mentre in greco esistono la I parte e frammenti della II -, si riferisce   solo al periodo traianeo ed adrianeo  perché i testi rabbinici  poi parlano  di normali relazioni fra ebrei e le altre popolazioni…

Infatti si sa che la città si estese, dopo la galuth adrianea, – molti giudei di Iudaea  si  stabilirono a Cafarnao –  verso la collina  e ciascuno aveva i suoi luoghi sacri come testimonia Egeria (una ricca ispanica o gallica)  nel resoconto della sua visita al paese fra il 381 e 384 in Itinerarium Aegeriae (o Peregrinatio Aeteriae):  a Cafarnao la casa del principe degli apostoli è stata trasformata in una chiesa che possiede  ancora i propri muri originali…Lì c’è anche la sinagoga  dove il signore guarì un uomo posseduto dal demonio.  L’ingresso è in cima di molti gradini ed è fatto di pietra lavorata …

La condizione di vita galilaica era  mutata, comunque,  dopo la morte di Filippo, con Erode Agrippa, nominato  prima tetrarca da Caligola  al posto dello zio, e poi dopo la nomina a tetrarca di Galilea e Perea,  Rex Iudaeae ad opera di Claudio, che così  riuniva tutti i territori dell’ex regno di Erode il grande  e quindi esentava  da tasse tutti i suoi concittadini. (Cfr. Giudaismo romano,II ).

Per oltre tre anni (41-44) la comunità di Cafarnao,  sotto l’amministrazione di Erode Agrippa, dovette fiorire,  dato il libero commercio tra le parti riunite  del mondo giudaico e i rapporti sia con la Nabatea e le altre province vicine, interessate e al pescato e al sale e al commercio di  balsami  di Gerico, trasportati da barche galilaiche.

Il commercio fu meno fiorente  solo rispetto al  periodo 32- 36 d.C. all’epoca del Meshiah: dopo l’evento del Malkuth  ha shemaim, con Jehoshua maran/re  per quasi 5 anni a Gerusalemme, dopo la resa di ogni città lungo il percorso, dopo la pacifica entrata e la conquista del tempio, nonostante la difesa dei milites della fortezza Antonia  ( Cfr.  Jehoshua o Jesous? ) Cafarnao  e la sua Comunità erano  celebrate come la luce  nelle tenebre, come  un’apokàlupsis / rivelazione per l’oikoumenh romano-ellenistica  ed i pescatori del lago divennero i protagonisti del messianesimo  e tutti  volevano avere relazioni con loro, da ogni parte  e dai confratelli di Parthia e da quelli ellenistici sparsi nell’impero romano …

Il regno di Jehoshua fu un affare per i galilei  e per ogni abitante di Cafarnao, anche se il messia si lamentò molto  di loro increduli  e disse secondo Matteo 11,21 : Guai  a te, Corazain; Guai a te,  Betsaida   e 11,23 Guai a te Cafarnao, forse che fino al cielo sarai innalzata? fino all’inferno sarai precipitata!- ripreso poi da Luca 10, 13-15: Gesù bolla  le città  mettendole in confronto con Tiro e Sidone, località pagane fenicie, note per il commercio e soprattutto con Sodoma già punita da Dio ..

Anche quello di Agrippa prometteva bene …perché assicurava un nuovo sistema di rapporti con i vicini ed eliminava la concorrenza…

Il re, ebreo di Gerusalemme, erede degli asmonei e degli erodiani, nonostante la filoromanità,  (era civis/Poliths, praetor/strategos    Basileus/ rex,  summachos/ socius,  dell’impero romano, fratello di latte dell’imperatore  Claudio)  era  uomo di mediazione- sebbene accusato anche lui di menzogna-: cercava un sistema nuovo di regno  cercando di essere equidistante tra gli aramaici e i romani facendo leva sulla pars moderata ellenistica sadducea, senza però  condannare gli aramaici, seguaci del Christos,  come Iakobos  il Giusto, riconosciuto nella sua funzione e nel suo ufficio di  controllore del gazophulakion, nella sua  pratica templare col titolo  sacerdotale, seppure condiviso con quello proprio dei sadducei,  accettando il doppio  sistema  del calendario  solare  e lunare…

Probabilmente Agrippa  inaugurò con Giacomo un costume di collaborazione al fine di favorire lo svolgimento delle feste  a Gerusalemme, così da  spartire, in proporzione, i guadagni  che provenivano dal flusso di pellegrini che affluivano da ogni parte del mondo romano e da quello parthico  e perfino dall’Arabia meridionale e dall’India.

Era  un profitto di grande portata, un utile grande per il re e per il sacerdozio templare: era come un giubileo  (specie per la Pasqua e per la festa dei Tabernacoli) che richiamava folle sterminate  di fedeli che riempivano gli csenodochia / gli alberghi, le case private,  i paesi intorno a  Gerusalemme, che entravano nel Tempio, per fare  offerte  doni.,  per portare greggi, buoi … insomma era un  enorme affare per il sacerdozio e per il re, per tutti …

Il piano, che fu  concordato da  Agrippa con Jakobos, fu la base di una trattazione tra il fratello di Gesù  e  i nuovi governatori romani, di origine ebraica ( Cuspio Fado, Tiberio Alessandro, Felice,) ed anche con gli altri ( Porcio Festo e Lucceio Albino) inviati da Claudio prima e poi da Nerone, dopo l’immatura morte del sovrano ebraico  …

Agrippa, comunque, non poteva  non punire quelli che si erano  troppo esposti e compromessi come kanahim Zelotai, e perciò li condannò a morte, salvando qualcuno, che si pentì,  come Shimon Pietro,  che  fu  liberato dal carcere,  mentre fece decapitare  perché civis, Jaqob fratello di Johanan, figlio  di Zebedeo, un ricco armatore nauarchos  ed  emporos,  noto  per la azioni militari  antiromane, nel corso delle operazioni rivoluzionarie  messianiche. e fece morire  con una morte gloriosa, dignitosa, gli altri oppositori.

Nell’anfiteatro di Cesarea Marittima, infatti, indisse  combattimenti fra confratelli, zeloti,  divisi in gruppi, come gladiatori,  come in un suicidio di massa, come esaltazione del valore di gruppo e riconoscimento militare  da parte del sovrano,  che  ambiguamente e politicamente salvava la faccia con l’imperatore: sapeva che per  i romani quel che contava era l’applicazione della lex,- la condanna a morte  dei nemici- con la confisca dei beni giudaici e   vi aggiungeva il divertimento  allestito per i goyim pagani, greci.

Erode Agrippa ben Aristobulo,  -che era stato, a corte, a Tiberiade,  presso la sorella Erodiade, moglie e nipote del tetrarca philadelphos, con la sua famiglia, come addetto ai mercati e che  aveva conosciuto anche il Meshiah, – non poteva dimenticarsi del suo popolo  e  non  sentirsi vincolato dal patto eterno con Jhwh.

Agrippa  conosceva bene la comunità di pescatori di Cafarnao  e perfino Matthaios il pubblicano che era al suo servizio diretto ..

Dell’amore per la torah del sovrano  nessuno dubitava in Iudaea: lo provava la sua preghiera al Tempio quotidiana, lo dimostrava la sua offerta mensile ai sacerdoti, lo comprovavano le donazioni al gazophulahkion, l’assistenza ai poveri della città e la sua dikaiousune, ma soprattutto la sua politica a favore dell’elemento ebraico con le consociazioni coi  re filogiudaici o giudaici,  come difesa contro il prepotere del Governatore di Siria Vibio Marso…

Erode Agrippa era sempre apparentemente ligio alla romanitas anche se  la sua politica era equivoca ed  ambigua: era  un ebreo opportunista;   anche se filoromano  impegnato politicamente restava sempre ebreo, come ogni erodiano, dilacerato nel suo dolore nel mettere a morte tanti compatrioti valorosi, eroi degni di  memoria, giusti da onorare pubblicamente anche nella morte: era un’ostentazione amara della tragedia  di un popolo …

Infine tutti avevano  conosciuto  la  sua  devozione verso  Caligola, la sua perorazione per il suo popolo perché non fosse costretto a dover scegliere tra l’imperatore e Dio, la sua preghiera di non fare l’affronto ad un popolo amico di porre nel Tempio di Gerusalemme,  antico e sacro, una statua- seppure statua dell’imperatore-:  sarebbe stato sacrilegio per lui, figlio di sommi sacerdoti  e di re, come per il suo genos intero.

Era risaputo che  Agrippa era malato di cuore e che l’emozione mista a phobos/paura  gli aveva fatto perdere i sensi  e che l’imperapore stesso, commosso,  comandò di riportarlo in lettiga a casa sua e di curare la salute  dell’amico didaskalos maestro,  che pur aveva osato sfidarlo coram populo e coram principis consilio.Cfr Legatio ad Gaium

Ancora di più era nota agli aramaici la sua azione di sostegno  a corte per Petronio Turpiliano, governatore  di Siria che  doveva eseguire l’ordine di installare il colosso di Caligola nel tempio di Gerusalemme  e di fare  stragi  e di deportare l’intera popolazione aramaica   in caso di ribellione…

A Petronio incerto sul da farsi  si presentarono i giudei ( un popolo intero in processione  con le mogli e i figli nella pianura di Tolemaide)  supplicando in favore delle leggi patrie e di se stessi -Guerra Giudaica II,10,3-e mostrando i colli  preferendo morire piuttosto che tradire la legge mosaica, offrendosi come agnelli per ilsacrificio, tanto che il governatore, turbato, dopo aver convocato il suo consilium, visto che  gli ebrei si erano accampati e non tornavano a casa per seminare  disse: preferisco correre  il rischio e  con l’aiuto di Dio convincerò Cesare  avrò la gioia di essere salvo insieme con voi, o se egli si adirerà,  sarò pronto a dare la vita  per un così grande numero di persone ibidem II,10,20…

Non certamente, però, conoscevano che Agrippa aveva congiurato contro Caligola ed era stato un  promotore della sua morte…

Comunque, ora con Claudio, anche se gli ebrei non dovevano più fare proselitismo, erano liberi e non pagavano più tasse ai romani  ma solo davano la doppia dracma al tempio…

Anche se Erode Agrippa era per gli aramaici, il loro re – che avevano avuto accanto  quando svolgeva la sua funzione di agoranomos a Tiberiade per  ordine del cognato Erode Antipa – restava per loro  sempre un re dipendente da Roma, ma giudeo, comunque,  che poteva  favorire in qualche modo i confratelli e ricordare il Meshiah , suo predecessore nel Malkuth…

E Cafarnao restava la sede di un movimento messianico, da cui sarebbe venuta una luce perenne…altri uomini, come Teuda, avrebbero promesso  di redimere il popolo …

Dunque, amici, era meglio vivere a Cafarnao o a Betsaida per un un aramaico come  Cefa/Simon Pietro?

 

Oralità e scrittura dei Vangeli

 

 

Per la genesi  dei Vangeli, a  nostro parere, non bisogna più stare a ragionare secondo la logica ottocentesca  sinottica, né secondo quella della theoria di  Quelle /sorgente, elaborata agli inizi del Novecento, né secondo  quella più recente delle due fonti,  ma bisogna tenere presente un lungo periodo di oralità dalla morte di Gesù Mashiah/Christos, un eroe nazionale aramaico,  celebrato in due diversi modi (e da una tradizione aramaico-ebraica gerosolomitana  e da una ebraico-ellenistica antiochena ed alessandrina.

J.J. Griesbach (1745-1812) per primo considera i Vangeli leggibili unitariamente e li definisce sinottici (sunoptikos da sunopteon -oraoochi ha una visione d’insieme o chi è perspicace, in quanto è capace di vedere l’insieme), presupponendo che il messaggio evangelico sia unitario  e di univoca lettura.

Chiaramente gli scrittori ottocenteschi e novecenteschi non hanno la corretta  visione del  fenomeno del cristianesimo primitivo e non fanno  la distinzione in Malkuth ha shamaim- un regno secondo lingua e cultura aramaica-  e in   Basileia tou Teou – un regno   secondo lingua e cultura greca – e perciò non considerano affatto  la lezione ebraico-aramaica,  la sua storia di duecento anni di  lotte staseis antiromane, che comprende  tutto il periodo che va da Pompeo Magno  a Shimon bar Kokba (63 a.C. -135 d. C. ), ma leggono allegoricamente parole e fatti di un Gesù, figlio di Dio, di una figura astorica, secondo la tradizione cristiana.

Si parte, dunque, solo  da una lettura del fenomeno greco e si trascura quello ebraico-siriaco-aramaico, non avendo i precisi contorni della figura ebraico -aramaica di Jehoshua,  di Iaqob,  di Shimon e della comunità aramaica di Gerusalemme,  cancellata come nome, essendo scomparsa la regione stessa della  Giudea anche  come entità geografica con la  repressione di Adriano, a seguito della galuth/dispersione ebraica,-  da non confondere con la diaspora ellenistica-.

Personalmente, invece, distinguo  i due mondi, quello ebraico-aramaico,  basato su una diversa concezione del vedere, puntata  su un diverso sistema di staticità (i cui termini sono ‘amidah/stare  saldo generico, precisato da nasav stare eretto e da yasav essere eretto che si rappresenta come sur roccia intesa come coltelli di roccia di granito ) e su  una  concezione sensibile  di bene  e di male (tov wa ra ) e di  una, ontologica, intellegibile, di  vero e falso ( ‘emet  wa sheqer),  e specie di una diversa idea di  visione.

Su un’ altra visione,- propriamente ebraica,  basata su vedere  ra’ah  su  guardare hibbit  e  su avere una visione  hazah    in modo differenziato- si possono indicare vari gradi di osservazione  fisica ma anche  designare  una percezione intellettuale tanto  da avere la forma/temunah  (come vera natura di Dio- Num.12,8) in seguito ad un aprirsi  degli organi  a cui è tolto il velo  così da leggere  oltre la vista sensibile (paqah), in un cosciente andare  verso Dio, in un approssimarsi ed avvicinarsi nuovo, rispetto a quello materiale, in un sollevamento verso l’alto ram, in un alzarsi  qimah grazie al cuore lev, centro sensibile affettivo infi’al-  su  cui poggia  la spiritualità aramaica, tipica della tradizione culturale mesopotamica.

Il Davar  sottende al significato primario di  parola, anche quello di azione  e prudenza in quanto  il dire amirah (o parlare dibbur ) accompagnato da spirito (ruach)  è base della ricerca intensa dell’uomo  ( cfr. Levitico 10, 16 dorosh darash fece pure continue ricerche) ( cfr. Proverbi16,10-11,  oracolo  sulle labbra del re, nel giudizio non prevalicherà la sua bocca/ peso e bilance giuste sono di Jhwh, opere sue sono tutti i pesi della borsa) che diventa saggio  (proprio perché umile), in una progressiva formazione: musar è la formazione culturale di un sofer, che si  esprime nell’ azione giusta, saggia.

Ora il progressivo salire ‘alah,  introdotto da Paolo e da Luca indica eccellenza e grandezza, che sono  attributi di Dio, per cui Gesù Christos  diventa con un graduale processo, figlio di Dio, in senso mosaico,  nel corso di tre secoli, passando da eroe  ad aner theios,  a semieroe divino , a dio minore  fino all’assimilazione con il Theos Upsistos, fino ad essere considerato  una sostanza ousia divina, un nome esplicito (Shem meforash)  di cui si celebrano tre upostaseis persone,  consustanziali.

La lettura paolina ebraico-ellenistica, christiana, portata avanti dalla tradizione antiochena,  letterale, mista con quella allegorico-morale alessandrina, contrasta con quella ebraico- aramaica.

I termini, infatti,  (sottesi ) qarav avvicinarsi, nagah toccare  e nagash  venire vicino indicano  anche dopo, oltre un millennio,  per Maimonide, non solo una prossimità spaziale,  ma anche una congiunzione della scienza  con il suo oggetto, in quanto si assimila la scienza ad un corpo che si avvicina ad un altro corpo. cfr.  Guida dei perplessi,  a cura di Mauro Zonta, Utet, 2013, p.114, per cui sembra che si possa dire  che  essere saldi, vedere e avvicinarsi  diventano espressione di un’altra  cultura, di un mondo di puri e perfetti sacerdoti, timorosi e zelanti di fede, coscienti  di essere figli di Dio, eredi del Regno, (come furono i naziroi)  irriducibili guerrieri, che preferiscono morire  piuttosto che infrangere la Torah, imitando gli Esseni, sterminati dalla decima legione di Vespasiano.

Quindi nella narrazione del  Malkuth ha shemaim è scritta  la storia di uomini che  lottano insieme col Mashiah  contro l’imperium romano, convinti di fare la storia voluta da Dio,  ispirata e condotta da lui per la realizzazione del piano divino, conformati alla sua sua parola e quindi  educati secondo musar.

La storia di Gesù greco, invece,  è Basileia tou Thèou, la cui vita  e le cui parole sono state scritte, dopo un lungo periodo di oralità, da uomini che vogliono consolidare il pensiero ebraico ellenistico di Paolo, che risulta elemento cardine  della formulazione di questo secondo regno, filoromano, basato su una paideia greca, una graduale formazione  ed educazione del fanciullo, secondo  anche la precettistica  della metrioths di Platone  e di Isocrate, centrata  sul polìths e sulla politeia, secondo il valore di autonomia e di democrazia confusa con la sapienza biblica nella lecsis filoniana.

Interprete di questa altra storia  è Eusebio di Cesarea (265-340 d.C.) – che  confonde e poi fonde i due regni mostrando la storia delle ecclesiai  al fine di  segnare i fondatori  di  Antiochia (Pietro Shimon) e di Alessandria  (Marco ), le due sedi  dominanti anche per la diversa tradizione di lecsis  secondo lettera e secondo allegoria, tramandando il percorso di una chiesa  di Gerusalemme rimasta pura fino alla Galuth adrianea, cancellata  nella sua aramaicità e sostituita con un’altra, greca,  senza alcuna continuità linguistica ecclesiale e  culturale.

Eusebio  raccoglie l’eredità  ecclesiale  del maestro Panfilo di Cesarea Marittima,  i tanti frammenti ebraici, ebraico- cristiani, e pagano-cristiani  del II e III secolo con le infinite sfaccettature ereticali, dovute alla  diversa collocazione geografica orientale, oltre a quelli di qualche nucleo occidentale  di scarsa consistenza numerica,  come Roma, Pozzuoli, Vienne, Lione ecc., dove ci  sono sedi coloniali episcopali come succursali di metropoli  orientali (Antiochia e d Efeso). Nel III secolo  e specie nel IV secolo, dopo la fondazione di Costantinopoli, Eusebio ha un seguito  anche nei patriarchi costantinopolitani e in  altri orientali (specie  i  cappadoci  Basilio, Gregorio di Nazianzo e Gregorio di Nissa) ed  occidentali come Ambrogio,  Girolamo ed Agostino,  che  si impegnano quasi in gara, in epoca teodosiana, per segnare secondo la logica christiana  di Teodosio, la funzione della chiesa costantinopolitana, in onore della nuova Roma imperiale,  voluta da Costantino.

In questa impostazione  cristiana  vengono fatto confluire  i due regni in  una cristianizzazione di  tutto il sistema ebraico,  fonte della matrice culturale cristiana antiochena, che ingloba il Malkuth aramaico ormai scomparso   e con esso  Gesù e  Giacomo, suo fratello, la lettera di Aristea, le opere di  Filone alessandrino, Seneca,  Giuseppe Flavio, i modelli  di vita pratica ed ascetica, gli esseni e i terapeuti, metabolizzando anche pitagorismo, stoicismo,  platonismo e neoplatonismo.

Col concilio di Costantinopoli, nell’ottobre dl 381, concluso il processo di deificazione – ektheosis di Gesù, chiuso il discorso trinitario, pur mantenendo l’unità di Dio, con upostaseis/persone  ed ousia/sostanza, costituita la teologia cristologica, il cristianesimo divenuto religio triumphans, regola i conti col paganesimo e con l’ebraismo, specie in Alessandria  con Teofilo e Cirillo, sulla scia dell’insegnamento  di Atanasio Cfr. www.angelofilipponi.com I due canoni.

In un lasso di tempo  relativamente breve, quello compreso tra il Concilio di Nicea  del 325 e quello di Costantinopoli, in nemmeno 56 anni,  il cristianesimo, riunificate le diversissime anime ereticali   provinciali, nate dall’assenza di una centralità dottrinale, a causa delle molteplici tradizioni evangeliche orali e scritte esistenti, scoordinate anche per la  distanze geografiche delle aree cristiane nell’immenso impero romano,  chiuse ed isolate dalla maggioranza pagana, grazie al patrocinio del tredicesimo apostolo, l’imperatore Costantino,   fedele del Christos, deus sebhaot, unifica il suo credo,  già inficiato dalla eresia di Ario, che, comunque,  ha la meglio negli ultimi anni costantiniani e sotto il regno dei suoi figli, specie di Costanzo II.

Insomma si vuole dire che  nei tre Vangeli  detti sinottici  c’è una doppia storia e che una cosa è  la concezione di vita ebraico- aramaica ed una  quella di stampo giudaico- romano-ellenistico.

Esemplare è il termine genealogia  genehlogiai /toledot di Matteo differente da Biblos geneseoos Ihsou Khristou: ambedue  indicano  diverse letture di un fenomeno non univoco, uno di matrice ebraico -aramaico ed uno di matrice  greca, andati avanti   secondo processi  retorici in relazione alla diversità di un’ ideologia teologale  giudaica  e di una cultura  platonico-stoica ellenistica.

Dunque, una è  la genesi delle  parole  e dei fatti  di Gesù, cioè la genesi dei Vangeli,  propagandati da quelli che andarono  secondo Marco  a predicare a tutta la creazione  pashi thi ktizei  il Vangelo la buona novella di uno, morto, risorto, salito al Cielo e seduto alla destra di Dio Padre (I-e II conclusione del vangelo di Marco): questa potrebbe essere quella del proto Marco, aramaica, basata sulle parole, con qualche episodio della vita-scritta poco prima o poco dopo la morte di Giacomo,  connessa con Paolo e per lui basilare,  visto il rapporto di Marco con Pietro- ; un’altra è la genesi  di un Vangelo, quello di Matteo, la cui stesura iniziale, aramaica, sui Detti del Signore potrebbe avere una sua collocazione perfino prima della distruzione di Gerusalemme, subito dopo il quinquennio di potere del re unto /maran Mashiah, il cui ampliamento con la Vita di Gesù, successiva, potrebbe essere stato scritto tra  il massacro  degli esseni e  la distruzione del Tempio in quanto  il modello di martirio, – per la presenza  di dolore/ esev, –  è utile ai combattenti aramaici proprio per la stessa concezione di vittima  del Christos.

Comunque, la forma della sezione Jhwh dice  che equivale a logia del  signore della koiné  cioè quella di un nabi -corrispondente a propheths-, forse  scritta  in poesia (o in prosa ? anche questo non si sa) ,  è davar, parola oracolare, poetica,  come i salmi Tehillim o tefillot e i proverbi – che sono una forma di similitudine gnomica  multiforme,  detta mashal – mentre la narrazione  della vita  doveva essere in prosa.

Quindi, dopo  un momento di oralità  comune (non si sa per quanto tempo) per i due Regni, anche se hanno due diverse odoi e due diverse concezioni, si costituisce un corpus scritto aramaico,  in qualche modo  connesso  con la scuola di Jammia di Johanan Ben Zaccai, mentre l’altro mantiene un più lungo periodo di oralità  e poi  inizia una fase di scrittura  con Marco, quel  Proto Marco, considerato nella teoria delle due fonti quasi  un’altra Q, databile tra le due opere di Giuseppe Flavio- Guerra giudaica del 74  ed Antichità Giudaica del 94-  di cui il vangelo del Marco, che noi conosciamo,  è un successivo rifacimento di epoca  traianea: il primo  sottende  un corpo letterario ebraico- aramaico  delle parole di Gesù  a cui si aggiunge la vita storica di Gesù come paradigma di uomo di lavoro, di combattente e di martire come Messia/Christos  vinto ma destinato al ritorno, secondo la volontà di Dio, il cui piano eterno deve essere compiuto.

E’ questo  un materiale  oralmente trasmesso da padre in figlio  per quasi un sessantennio sulla base della scrittura aramaica matthaica  di parole divine tradotte come logia dai christianoi, presenti come termine già in Filone e in Flavio specie in la Vita di Mosé,  tipico dell’area semantica oracolare, connessa con la profezia.

E’ un processo che segue la vita della sinagoga e del didaskaleion fino al momento del distacco dall’ebraismo, alla fine del I secolo;  da allora inizia una trascrizione evangelica, di cui Luca è espressione concreta, propria di un ellenista acculturato, che redige per scritto la tradizione evangelica, secondo la sua propria cultura e professione, senza  neanche entrare in merito a quanto scrive, senza capire il valore  sotteso delle parole stesse di un’altra cultura, in quanto ha un proprio telos/fine, come, d’altra parte, Marco.

Infatti per Luca la fede è salvezza  8,48 , 17,19 ecc, ma la salvezza ha valore di vita Hayyim rispetto  alla morte mawet: l’evangelista segue solo la lezione di Paolo che  con la fede e con la preghiera pensa di rendere operosa la salvezza del Christos morto e risorto, lui stesso paradigma di vita eterna.

Luca non intende, in quanto greco, il significato del plurale  di vivo hay  che  comprende nella pluralità l‘essenza della vita  che sottende e  chi cresce e  ha sensazione, ma anche chi è mobile vivente  ed anche chi si riprende da una malattia: insomma  all’evangelista  sfugge il valore  del  termine  che indica un  essere che ha carne viva, respira e compie azioni da vivente, le cui conoscenze corrette sono espresse come vita,  al contrario di quelle scorrette, indicate come morte Cfr. Proverbi 8,35 giacché chi trova me trova la vita e riceverà favore da Jhwh; Proverbi 4,20-22  figlio mio, presta attenzione ai miei discorsi, alle mie parole inclina le r tue orecchie, non si dipartano dai tuoi occhi, custodiscili in mezzo al tuo cuore, perché la vita sono essi  per chi li trova…

Per l’evangelista, paolino, il sistema cristiano trasforma con l’agape amore  il mondo perché Gesù è odos, aletheia e bios (via, verità e vita) secondo la retorica romano-ellenistica e secondo la logica dell’oikonomia divina che travolge e sconvolge il  mondo della creatura  in un totale rovesciamento, per cui  all’uomo resta solo la speranza  in Dio che concede  in un altro regno la soluzione di ogni umano problema con il premio eterno ad un mortale.

L’evangelista, dunque, segue, comunque,  da una parte la sapienza secondo Proverbi 2, 3,4 ,  che invita a non uscire  dalla retta via, che esorta  alla carità verso il prossimo, alla vita tranquilla  e alla giustizia e da un’altra  si regola con abilità  secondo la paideia greca , avendo  i piedi su due staffe, servendosi di due padroni usando  scaltramente, a sua discrezione, ora una cultura ora un’altra, risultando efficace, funzionale e  dilettevole.

Dunque, bene vita e male morte sono  nel discorso evangelico espressioni metaforiche tanto da poter dire  che i giusti  anche da morti sono vivi,  mentre i malvagi sono morti anche da vivi,  in una  sottensione di  due diverse culture, che hanno differenti parametri valutativi

Eusebio, che riprende la tradizione evangelica, e che ha forti perplessità,  dopo circa due secoli, ad accettare la testimonianza  di Papia di Ierapolis – un cristiano nato  nella seconda metà del I secolo e morto nella prima metà del II secolo,  scrittore di  un’opera esegetica sui detti del signore Logioon kuriakoon- ecshghsis,   connessa con la tradizione  orale dei presbiteri   e con quella  di Filippo e delle sue figlie, attivi nell’area geropolitana, di cui sono citati frammenti  evangelici  di Marco e di Matteo, nonostante  che sia considerato  discepolo di Giovanni,  millenarista  e  maestro di Ireneo-  accoglie, invece, la fonte di Egesippo (Hist. Eccl.. 3,11,1), di cui sono note le molte incongruenze  ed alcune  notizie su Giacomo (2.23,6) rivelanti un differente Regno rispetto alla Basileia tou Theou,  propugnata da un Giovanni,  il cui messaggio  è di molto diverso da quello degli altri tre evangelisti.(Marco Luca e Matteo), la cui lezione giustamente è detta, comunque, secondo Matteo (Kata Matthaion ).

Non si tratta di Matteo, però,  del codice Muratoniano (documento che contiene la lista dei libri del nuovo testamento- datata forse 150 d.C–  scoperta da Ludovico Antonio Muratori  nel 1740 nella Biblioteca Ambrosiana di Milano).

Inoltre  il logion Freer – Cfr. B.   Mariani, Enciclopedia cattolica -sembra alludere a  un Marco  successivo,   non databile esattamente.  
Infine il vangelo di  Giovanni, -che  non è  certamente Giovanni il discepolo prediletto, ma  è uomo di età adrianea  (un discepolo omonimo o un altro  Giovanni) che scrive intorno al 130  epoca in cui oggi si colloca il papiro 457 del Fayum (Ossirinco) della biblioteca di Roland Ryland pubblicato da C.H.   Roberts , contenente un brano giovanneo, in cui si parla del dialogo di Gesù con Pietro, –presenta connotazioni chiaramente gnostiche che lo fanno datare   nel periodo  di Basilide e Valentino.

Infatti si può arguire che quanto scritto ad Efeso  fosse in circolazione da poco anche in Egitto e in Africa: studi paleografici hanno fissato la datazione non oltre il 150 d.C e non prima del 130 d.C.  con l’oscillazione di un ventennio, considerati il papiro, la grafia e il sistema a colonne.
Perciò i redattori della Nuovissima versione della Bibbia dai testi originali  ritengono  che  si sono succeduti più stadi ma non ne precisano i termini storici.
Di conseguenza noi cerchiamo, data la frammentarietà di notizie,  di rilevare i periodi  su un piano storico per quanto ci è possibile,  e di mostrare secondo un certo ordine  e di  precisare in relazione  ai testi  in nostro possesso.

Precisiamo per quelli che non conoscono il mio pensiero  su Gesù, qenita, kanah e meshiah /Maran.

La vita storica di Gesù  che va dal 7 a.C fino alla Pasqua del 36 (cfr. A FILIPPONI, Nascita di Gesù in Jehoshua o Iesous?  Maroni, 2003) è  tutta da documentare secondo fatti accaduti realmente come le parole veramente dette alla presenza dei cosiddetti discepoli (apostoli)  dopo un lavoro sulla tradizione evangelica, nel quadro di una belligeranza ininterrotta tra il giudaismo e la romanitas, nel contesto di una reale  proclamazione di un malkuth e del riconoscimento  della venuta del Messia: è un periodo sconosciuto nonostante i tanti scritti, di cui niente è effettivamente certo in quanto tutto è stato letto in una chiave religiosa e mitica, poiché alonato da un senso di divino, dato come credibile,  non comunque  razionalizzabile e quindi custodito come tesoro intoccabile ed inguardabile, come segreto, non esplorabile in quanto mistero.

Secondo il mio parere, i logia del Signore e il bios di Gesù Christos, per come diciamo noi oggi,   sono  inizialmente guide e vie  per la  perfezione  e la formazione morale e pratica di un combattente  kanah  ebraico zeloths  antiromano, per quanto dice  Giuseppe Flavio in greco  in Guerra Giudaica  e  in Antichità Giudaica, che  usa il termine  anche lhsths per indicare ladro, ma  sottende il significato di un armato antiromano,  guidato da esseni o da maghi goeths, aramaico per formazione e per lingua, impegnato in azioni sia contro gli erodiani e sadducei  e i sebasteni  samaritani che contro i milites romani controllori della provincia della Iudaea. convinto di fare la volontà divina perché conformato secondo la musar ebraica.

Insomma tutto questo corpus letterario sottende inizialmente un popolo in ribellione contro  il dominio romano; Roma ha un  controllo, diretto   in Idumea Samaria e  Giudea  ad opera di un procuratore  – con  circa una legione e mezza con postazioni a Cesarea Marittima, sulla Fortezza Antonia sopra al tempio di Gerusalemme, e con un reparto di cavalleria  alla periferia di Cafarnao  in Galilea-  coadiuvato dal prefetto di Siria che controlla le quattro legioni sull’Eufrate  e i contingenti militari ausiliari, forniti da reguli  socii dell’impero romano. I figli di Erode il Grande (Erode Antipa, tetrarca di Galilea e di Perea,  e Filippo  di Iturea, Traconitide, Batanea, Paneas Auranitide Gaulanitide) hanno truppe proprie e fanno leve per dare auxilia truppe ausiliarie  ai romani, che a volte hanno anche la cooperazione di sebasteni samaritani e degli strategoi templari che gestiscono le milizie del Tempio.  Truppe militari vengono fornite anche dai re di Cappadocia, del Ponto, di Bitinia  e di Armenia, filoromani, impegnati a difendere il fronte eufrasico, estremo baluardo  orientale dell’imperium romano.

A questo imponente schieramento di forze antiaramaiche contro l’impero di Artabano III, re dei re di Parthia, si oppongono le forze zelotiche  che possono fare solo una guerriglia  in regioni impervie montuose, boscose,(cfr.  Tetrachia di Lisania ) in Galilea, in Iturea, Gaulanitide e Traconitide e in zone desertiche , dislocate non lontane dal confine parthico. Eppure  nonostante la scarsa consistenza numerica  e la difficile vita di banditi, protetti dalla popolazione locale aramaica, data la  lotta per quasi  due secoli, la continua stasis giudaico-aramaica  risulta un cancro da estirpare già per i Giulio Claudii, e diventa, dopo la parentesi  dei Flavi-che pur avevano distrutto il Tempio-  per gli antonini  una necessitas storica  quasi un dovere,  l’annientare il genos  ebraico, con estirpazione della radice  e   dei segni visibili  del culto stesso di Jhwh e del nome stesso di Sion/Gerusalemme.

Gli aramaici,  dunque,   connessi con la tradizione ebraica dei discepoli di Ben Zaccai, prescrittiva ed orale, hanno  bisogno dopo la morte di Iaqob, la fine dei esseni e  la distruzione del tempio,  non solo delle  parole del signore ma anche di esempi concreti  di  vita  che potevano anche essere  presi dalla parte scismatica ebraica  alessandrina che, dopo la costrizione flavia  e la forzata concessione sinedriale della condanna a morte di molti  fuorusciti naziroi  da Gerusalemme, è solidale con l’ebraismo gerosolomitano aramaico, seppure sterminato col consenso ebraico ellenistico.   Gli alessandrini, al di là del  traumatico editto del sinedrio necessario per l’incolumità della città,  ammirati dall’eroismo aramaico, esaltato nei loro scritti, hanno un rapporto più stretto,  da quel momento, con correligionari, in nome della  comune Legge  mosaica. Le discussioni rabbiniche di Iammia  sono lette e confrontate con quelle alessandrine  e cirenaiche  e creano un corpus letterario orale per oltre un quarantennio, in cui  c’è una pacificazione generale, seppure con screzi dottrinali,   non solo tra le differenti anime ebraiche, ma anche tra queste e la romanitas e  i greci.

In un clima di apparente filoromanità,  in cui  cova  l’odio zelotico antiromano,   si costituisce  parte di quella Torah she be ‘alpe  (torah orale) che poi sarà  messa in scritto da Giuda ha Nasi,  come  raccolta unitaria  anche di tutte le altre  discussioni rabbiniche, tenutesi   dal periodo del tempio fino all’epoca di Antonino il Pio e Marco Aurelio  (Midrash). Da qui, grazie ai commenti (pesharim) dei tannaim,  si costituiscono i Talmudim (Jerushalmi e Bauli) formando due rami,  quello  “haggadico” (da Haggadah/ narrazione ) e  quello” halachico”(da -Halakhah/norma), secondo due diverse letture ed interpretazioni, una narrativa ed una legalistica.
I cristiani, antiocheni, invece, -già separatisi dai naziroi basileici di Jakob, cioè  da quelli della Chiesa gerosolomitana e forse dai mandei, fuggiti  in Parthia ( che avevano lo stesso codice ebraico scritto, masoretico)- avevano già, come libri sacri, subito dopo il 70, la Bibbia dei Settanta, le Lettere di Paolo, i tre vangeli sinottici, Lettera di Barnaba, Erma e Clemente I-II .
I christianoi,  dunque, si appropriano non solo della Bibbia dei settanta, del metodo divisorio, del sistema pesher tipico  della Sapienza, dei Salmi e Proverbi, ma anche dell’opera del Siracide, di Filone e poi di Flavio, seppure rifiutati  come libri  menzogneri, impuri dall’ebraismo, che scomunica il cristianesimo antiocheno, già minacciato da altre eresie nel suo interno.
Gli ebrei  aggiungono  proprio allora la Birkat Ha Minim  la dodicesima benedizione della Amidah, redatta da Samuel il giovane, secondo le indicazioni di Gamaliel I: “Per i calunniatori e per gli eretici non vi sia speranza, tutti si perdano presto, tutti i Tuoi nemici vadano in rovina repentinamente. Tu li annichilirai ai nostri giorni. Benedetto sii Tu o Signore che spezzi gli avversari ed umili i reprobi.
Inoltre essi, (compresi i seguaci di Giacomo) pregano così contro i Christianoi, ed assumono  ufficialmente il testo masoretico in una volontà di distacco definitivo dai Christianoi, minim, che seguono il Testo dei Settanta e la lettura di Filone.

Per me anche Filone di De vita Contemplativa e  di Quod omnis probus inizialmente   fonte comune per rabbini ebraici naziroi e christianoi in quanto,   propositore  di   una doppia via per chi  vuole conoscere Dio, mostra come chi ha scienza e timore di Dio  occupa il posto/magon  degli avi e che ha diritto al trono/kisse che è eterno dando modelli di vita mediante la  pratica essenica e  la theoria  contemplativa Terapeutica.  Poi,  sebbene tutto questo costituisca  un corpus unitario  di base terapeutico- essenico  su cui si forma una  primissima tradizione orale, utile per tutti le radici ebraiche, la storia  divide gli ebrei aramaici , compresi i naziroi,  dai christianoi, che separati ideologicamente dagli ebrei, sanno vivere vicino ai greci, goyim pagani.

Invece  gli ebrei ellenistici  cominciano ad avvicinarsi sempre più al radicalismo ed oltranzismo aramaico per motivi politici, amministrativi e  ed economici e quindi si staccano definitivamente da Filone e dalla Bibbia dei Settanta, inficiata nella lettera dalla paideia ellenica.

I Christianoi antiocheni, vivono separati  e  sono ben distinti da Traiano-   come si vede  nella lettera di Plinio all’imperatore – dagli ebrei, che ora sono perseguitati  e perché aramaici e perché ellenizzati  oppositori però alle auctoritates locali  a  causa del decadere delle loro azioni finanziarie, non più sostenute dalla politica romana, ormai vicina ai banchieri pagani, danneggiate ulteriormente dalla nuova famiglia regnante  filellena, dopo il tracollo in epoca flavia.

Inoltre  gli aramaici ora  sparsi in Partia, e specificamente  in  Mesopotamia e in Assiria e in Perside, ma  in maggioranza     propagatisi in Alessandria  e Cirene,  portano il contributo della loro formazione  e cultura ai confratelli ellenisti in territorio romano con mesopotamizzazione, che sottende odio contro Roma e fratellanza con i Parthi.

Eppure l’ amministrazione dei governatori romani, che  pur applicano la legge di Nerva(96-98), giusto imperatore che ha abolito l’obolo ebraico cancellando la tassa flavia,  risulta per gli ebrei ellenisti  rapace   in relazione alle loro attuali situazioni commerciali, di sopravvivenza,  e perciò  attendono in uno stato di quasi miseria  il compimento del Malkuth, come un ripristino della loro antica  condizione sociale.

I rabbini  di  Iudaea e quelli ellenisti ora hanno una voce comune e sono apparentemente pacifici in attesa dell’evento messianico,  del ritorno del Meshiah, avendo cancellato parzialmente  la memoria di quello  vinto e crocifisso,  atteso invece, ancora,  dai naziroi gerosolomitani.

Una nuova ondata di Messianesimo si abbatte in tutto l’oriente mentre i giovani sono segretamente arruolati ed addestrati  e sono formati secondo le prescrizioni della torah e formati dottrinalmente  con la davar scritta,  secondo moduli apocalittici ed escatologici.

In effetti nei primi anni del principato di Traiano la teoria apocalittica e escatologica si sviluppa come concezione della fine dell’ira di Dio dopo  le tante prove subite e patite  da Israel peccatore e come avvento di un Nuovo Messia  in quanto è giunta l’ora del Signore.

Gli aramaici, dunque, hanno due differenti letture una propria dei  giacomiti , la cui Bibbia siriaca, autorizza un’interpretazione  di ritorno del signore per l’instaurazione definitiva del regno, mentre gli altri aramaici di Parthia  e di Giudea, non naziroi,  hanno una  visione  di vittoria di Sion su Roma con la venuta di un Nuovo Meshiah  invincibile.(cfr Apocalisse di Baruc  e IV libro di Esdra  con l’immagine  vittoriosa del Leone messia  sull‘aquila imperiale sconfitta ).

Le comunità ebraiche  di Mesopotamia, di Cipro,  di Cirene e di Egitto iniziano ad essere in fibrillazione al momento della spedizione antinabatea, come già prima intorno al 101,  alla morte di Erode Agrippa II , quando questi lascia in eredità a Traiano il suo regno, cosa che  autorizza l’imperatore a congiungere l’area giudaica con quella sinaitica ed egizia, con l’annessione del Regno di Nabatea  tanto da poter dire che ormai il Mediterraneo è  mare nostrum.

Dunque,tra il 101 e il105, epoca della annessione della Nabatea  da parte di Traiano, intenzionato ad aprirsi la via pelusiaca per avere l’appoggio della flotta romana,  che doveva essere  forza ausiliare  alle legioni   sul Mar  Rosso,  sul golfo di Aqaba  e perfino su quello Persico, all’occorrenza- in quanto la Parthia non aveva un contingente marittimo –   e ad avere libero il passaggio dall’ Armenia minor, obbligatorio secondo i piani di Cesare, di Germanico e di Caligola, per un’invasione del territorio parthico.

Eusebio parla  di Papia   che  con  l’esegesi dei logia del signore,- già scritti in aramaico da Matteo –   afferma che  gli altri evangelisti scrissero come potevano sulla base matthaica senza indicare l’esatto tempo, dopo la fase orale.

Bisogna pensare perciò che la testimonianza papiana sottenda un lavoro già compiuto da Matteo aramaico  prima del periodo compreso tra  il 105 e  il 115 d.C. e perciò è possibile  inferire che  Matteo greco, il proto Marco e  e Luca scrivano  per integrare la tradizione orale  con quella scritta delle Lettere di Paolo   in modo da formare un corpus greco per i Christianoi di Antiochia, anche per meglio distinguersi dai naziroi e  dagli ebrei,  in un momento storico grave  perché la parentela religiosa  è  un percolo per la loro incolumità. E’ un momento veramente gifficile, il più   delicato della storia romana, tanto traumatico per la romanitas quanto per l’ebraismo aramaico, che, congiunto con quello ellenistico si macchia di orribili misfatti, dolorosi ad ammettersi anche a distanza di secoli, indegni di un popolo sacerdotale, eletto...

Credo di poter mostrare la gravità   rilevando con Cassio Dione , LVIII,28,29,30 la situazione tragica ad Antiochia dove è Traiano nel 115 d.C., pronto per la partenza per la spedizione parthica.

Un terremoto catastrofico in città è  interpretato dai giudei come i partecipazione di Jhwh alla guerra contro i Romani,  come presagio della  sconfitta romana,  come segno della venuta prossima del Messia: per  loro il cataclisma diventa  come una chiamata alla armi al suono del corno shofar.

La campagna parthica di Traiano comincia bene con vittorie  in Assiria e  poi  con una navigazione sicura sul Tigri (mentre una parte naviga  sull’Eufrate, dopo la conquista di Nisibis ad opera di Lusio Quieto)  grazie ai battellieri giudaici  che sembrano  collaborare  con l’esercito romano e con le truppe di invasione socie.

Sbarcato l’esercito  non lontano dalla confluenza dei due fiumi, nelle vicinanze di Seleucia, Traiano  entra invitto nella capitale Ctesifonte, mentre Lusio Quieto avanza verso il delta  paludoso fino al Golfo Persico…

Non è chiaro cosa succeda, ma quando Traiano insedia come Re dei re Partamaspate, la situazione si capovolge, forse per la sconfitta dell’esercito schierato  fuori delle mura  ad opera della cavalleria catafratta…

La reazione parthica è totale  nella bassa Mesopotamia a causa di un  violento contrattacco giudaico,  che divide l’esercito in due tronconi  una guidato da Traiano e l’altro da Adriano e  Cornelio Palma  Cfr J. BENNETT, Traian optimus princeps, Bloomington,2001)

Separatamente si cerca di prendere le navi sull’Eufrate e sul Tigri per  il ritorno in Patria e questo aggrava ulteriormente la ritirata anche per la defezione  dei battellieri ebraici, che  cessano la collaborazione con i milites, incalzati dalla cavalleria parthica  e  svantaggiati in una pianura aperta, nonostante la presenza dei cavalieri mauri di Quieto, tornato con l’esercito decimato da malattie (dalla malaria) privo di rifornimento e impossibilitato a prendere  Hatra  …

Alla fine del 116  si viene a conoscenza della ribellione ebraica e delle stragi fatte a Cirene e a  Salamina di Cipro dai  Giudei  e Traiano  è sollecitato a tornare ad Antiochia, da dove dirigere le operazioni  contro i rivoltosi di Egitto, di Cirenaica e di Cipro.   Vengono accelerate le marce ( si passa da magnis itineribus a maximis itineribus) guidate  da Publilio Celso e da Avidio Nigrino, pur se si è in zone desertiche.

Il titolo di Particus, già acquisito da Traiano, proclamato dalle truppe imperator,   sottende ora una sconfitta, in quanto  l’esercito  che avanza è decimato dalla cavalleria parthica  completamente ricompattata nel nome del nuovo re, anche se  nominato dai Romani, ma ora riconosciuto universalmente i da ogni suddito …

La morte di Traiano  a Selinunte di Cilicia   ha come conseguenza la necessaria cessione dell’Armenia e  della neo provincia di Mesopotamia, già del tutto riconquistata dai Parthi: Adriano ora imperatore,  sancisce un dato di fatto e ripristina lo status antecedente l’impresa parthica.

Inoltre poco dopo la congiura di  Quieto  e di Nigrino, di  Palma  e Celso,  si manifestano  segni di un malcontento militare  per l’ inattesa conclusione dell’impresa parthica  e per il ripristino dell’ordine nell’imperium romano già alla fine del 118, senza aver punito debitamente i Giudei, responsabili del fallimento della politica  imperialistica, che, comunque, restano cives  anche se  sotto oculata sorveglianza . cfr  M . GRANT,  The Antonines: the roman empire in transition London 1996,  mentre le città non lontane dal fronte  eufrasico sono adeguatamente fortificate come ad esempio Gerasa/ Jerash.,

Il rescritto di Adriano  a Gaio Minucio Fundano, governatore di Asia dal 122 al 123,  riportato da Eusebio (Hist. Eccl. IV,9,1-3),   già in Giustino, Apologia, XVIII, 3-5  è in linea con quello traianeo sotteso alla risposta dell’imperatore a  Plinio il giovane, legatus   Augusti pro praetore  in Bitinia  e Ponto  cfr. Epistula X,96 -97  in quanto  fotografa i necessari  e differenziati interventi sugli ebrei e sui christianoi.

I giudei, circoncisi e separati dai goyim/pagani, aramaici o ellenistici, sono vigilati speciali, mentre i cristiani ben integrati tra le popolazioni locali, amati e rispettati per la tendenza alla riunione pacifica e all‘agape fraterna, anche se, data la comunione dei beni, pagano le tasse  alle autorità regionali non individualmente  per capita, ma per etnos associato nella persona dell’epitropos o episcopos o epimeleths, con titoli  differenziati  a seconda della grandezza dell’ecclesia.

Nel rescritto si sottende che l’ebreo  deve essere investigato nella proprietà e nel suo culto di latria  e perseguito  sulla base di un  semplice accusa, mentre per  il Christianos  oltre all’accusa di un accusatore, perseguibile penalmente  in caso di infondatezza delle,  prove procedurali, non basta il nomen ipsum ma sono necessarie le documentazioni  dei flagitia coehrentia nomini   cioè  non c’è  punizione per il nome stesso, ma per  le colpe connesse al nome. Plinio  Ep.X,96.

Comunque, Traiano indica una procedura , a cui si attiene anche Adriano, e impone  che non li si deve ricercare; qualora vengano denunciati e riconosciuti colpevoli, li si deve punire, ma in modo tale che colui che avrà negato di essere cristiano e lo avrà dimostrato con i fatti, cioè rivolgendo suppliche ai nostri dei, quantunque abbia suscitato sospetti in passato, ottenga il perdono per il suo ravvedimento. Quanto ai libelli anonimi, essi in circolazione, non devono godere di considerazione in alcun processo; infatti è prassi di pessimo esempio, indegna dei nostri tempi. Ep. X,97.

Chiaramente gli imperatori antonini indagano  il christianos che pur ha una radice ebraica, ma sono indulgenti  anche se richiedono in pratica  qualche manifesto segno (grano di incenso offerto in pubblico). come riconoscimento del numen dell’imperatore e di Roma: in sostanza sembrano più inclini a perdonare che a punire il cristiano, mentre sono determinati a perseguire l’ebreo  indistintamente.

Dunque se è chiara la situazione  che precede la nuova ed ultima  insurrezione giudaica,  quella di Shimon bar Kokba,  si può forse far rilevare che in un clima di sorveglianza stretta  da parte delle auctoritates provinciali romane verso l’elemento ebraico, sia compatibile la presenza di una scrittura aramaica  sulla vita e sulle parole del Meshiah.

Quindi  tutte le prescrizioni della  torah  con gli huqqim disposizioni e con i mishpatim giudizi connessi con le profezie oracolari mosaiche mostrate  da Iaqob e  fuse con le  prescrizioni del  malkuth del fratello – le cui parole oracolari e i cui decreti  sono da seguire con scrupolo da tutti i seguaci che proprio nell’attesa del ritorno aumentano il timore di Dio, seguendo il modello di vita di Gesù, morto e risorto, legge vivente ora…

Ne consegue che, vivente ancora Jakobos, sulla base della celebrazione del martirio di Gesù si era costituto un racconto della vita, della passione,  morte  e resurrezione del fratello, dapprima orale ma poi, dopo la strage degli esseni, con la memoria annuale non solo del Meshiah ma anche dei nuovi martiri,  si costituì una sorta di narrazione scritta  con prescrizioni giuridiche, in assenza del tempio, letta in riunioni  più o meno segrete, data la vigilanza romana.

Dopo secoli non è possibile determinare se  il testo esiste già al trasferimento a Pella, considerato poi che al ritorno a Gerusalemme  gli aramaici gerolosomitani sono  ancora connessi con i confratelli giudaici  e  che avessero collegamenti con Ben Zaccai  tanto da essere uniti nella lotta coi romani al momento dell’annessione della Nabatea e ancora di più  nel corso della guerra di Kitos o se la  codificazione scritta  è connessa con gli avvenimenti antonini.

Questo scritto è quello stesso di  Papia, di cui parla Eusebio?

Certamente questo  corpus  fu comune agli aramaici di Giacomo e  a quelli di Parthia nel clima bellico traianeo  e poi in quello della repressione adrianea.

Allora bisogna  presupporre  tra gli ultimi anni del I secolo e i primi cinque anni del II secolo, una scrittura greca evangelica kata Marcon, kata Matthaion, kata Lukan, di cui non si conosce l’esatto momento di redazione!

Infatti da Giustino  in poi è possibile trovare segni di Vangeli scritti in varie ecclesiai in greco – perfino quello giovanneo- nel corso di tutto il II secolo e prima metà del terzo secolo.

Eusebio in Historia Ecclesiastica 5,10 parla di Panteno e mostra come in Alessandria sia presente ancora il vangelo di Matteo aramaico, ma circolano  anche quello di Marco e di Luca  e Matteo greco secondo Ammonio alessandrino,  mentre  in altre parti dell’mondo romano Taziano, nato in Assiria nel 120 e morto forse nel 180,  cerca di comporre un Vangelo unitario nella sua opera Diatesseroon, detta anche  Armonia, perché fa il tentativo di unificare , armonizzando le tante e diverse tradizioni -anche orali- greche, pur già scritte.

Queste sono le sue precise parole: Un uomo celeberrimo per la sua cultura, di nome Panteno, dirigeva allora la scuola dei fedeli di quella città, dato che per antica usanza esisteva presso di loro una scuola di dottrina sacra: essa si è conservata fino a noi, e abbiamo saputo che è tenuta da uomini abili nella parola e nello studio delle cose divine. Si narra che il suddetto Panteno si sia distinto tra i più brillanti di quel tempo, in quanto proveniente dalla scuola filosofica dei cosiddetti Stoici. Si dice quindi che mostrò un tale ardore nella sua fervidissima disposizione per la parola divina, da essere designato araldo del Vangelo di Cristo alle nazioni d’Oriente, giungendo sino all’India. V’erano infatti, v’erano ancora a quei tempi, numerosi evangelisti della parola, che avevano cura di portare zelo divino ad imitazione degli apostoli per accrescere ed edificare la parola divina.
Anche Panteno fu uno di loro, e si dice che andò tra gli Indiani, dove trovò, come narra la tradizione, presso alcuni del luogo che avevano imparato a conoscere Cristo, che il Vangelo secondo Matteo aveva preceduto la sua venuta: tra loro, infatti, aveva predicato Bartolomeo, uno degli apostoli, che aveva lasciato agli Indiani l’opera di Matteo nella scrittura degli Ebrei, ed essa si era conservata fino all’epoca in questione.
Panteno, comunque, dopo numerose imprese, diresse infine la scuola di Alessandria, commentando a viva voce e con gli scritti i tesori dei dogmi divini.

Da quanto detto da Eusebio il vangelo aramaico di Matteo, portato da Bartolomeo in India ( non si sa se l’apostolo fa un viaggio marittimo con navi – sul mar Rosso  da  Clisma fino ad Aden per costeggiare l’Arabia ed arrivare  fino a Barigaza- o se ci viene, via  terra, dalla Perside; la prima è più trafficata data la presenza di  192 navi che fanno il tragitto  mensile  per India, la seconda è tipica degli ebrei della zona della bassa Mesopotamia e  della regione intorno a Susa),   si può arguire  per prima cosa che poco dopo la distruzione di Gerusalemme  alcuni  aramaici dopo Masada, si dirigono, oltre che ad Alessandria anche  in Arabia e  in Babilonia. Inoltre  si evince  che Panteno  ritrova lo scritto aramaico  tra le popolazioni indiane  e lo riporta ad Alessandria ( e poi  non se ne  ha più notizie- pare-).

Da altre fonti si conosce  che in India centrale c’è una fioritura di naziroismo dopo la galuth adrianea, come anche in Arabia  più  in quella centrale che  lungo la coste  e del mar Rosso e dell’ oceano indiano- compreso il golfo di Oman: sono attestati naziroi perfino all’epoca di Maometto…

Questa codificazione aramaica  costituisce  un corpus unitario  di base terapeutico- essenico, portato avanti dai Terapeuti di Alessandria  rimasti puri fino al tempo di Sinesio (Cfr. www.angelofilipponi.com Il vescovo Sinesio) su cui si forma una  primissima tradizione orale, christiana antiochena  anche dopo la violenta scomparsa ad opera della decima legione romana degli esseni, recuperati poi nel II secolo,   e dopo  la distruzione del Tempio…di cui si ha traccia implicita in Clemente Alessandrino (Stromateis , 1,21,147 ) in Origene ( Comm. in Matteo, 1) e forse in Tertulliano (De carne Christi, 22)che parlano già di un Vangelo di Matteo scritto in greco  e ne riportano l ‘ incipit …

Dopo la codificazione scritta greca, la varietà dei vangeli è in relazione alle tante e differenti aree di  predicazione cristiana, in Oriente e in Occidente, in cui appaiono modifiche, aggiunte  e  cambi strutturali con  formule  utili  per la definizione della  regalità, della cristologia e del mistero trinitario e talora  si costituiscono perfino  Nuovi Vangeli, attribuiti ad Apostoli …

Il primo,a detta di Eusebio, che li  certifica e li cataloga  facendo precise enucleazioni sarebbe stato un Ammonio di Alessandria   contemporaneo di Ammonio Sacca, il filosofo, maestro di Plotino…

In Eusebio come  in Atanasio , comunque, sono presenti i segni  di una avvenuta  evangelizzazione  cristiana, ma anche di una incertezza sul criterio di autenticità e su quello di classificazione…

Il sistema classificatorio  arriva fino a Isidoro di Siviglia, la cui esposizione sottende una precisa eredità ariana, quella della cultura visigotica, inficiata dall’evangelizzazione anche nestoriana monofisita,  in Spagna….

Isidoro in De canonibus evangeliorum  dice: 1. Canones Evangeliorum Ammonius Alexandriae primus excogitavit, quem postea Eusebius Caesariensis secutus plenius conposuit. Qui ideo facti sunt, ut per eos invenire et scire possimus qui reliquorum Evangelistarum similia aut propria dixerunt.

2. Sunt autem numero decem, quorum primus continet numeros in quibus quattuor eadem dixerunt: Matthaeus, Marcus, Lucas, Iohannes. Secundus, in quibus tres (eadem dixerunt): Matthaeus, Marcus, Lucas.Tertius, in quibus tres: Matthaeus, Lucas, Iohannes. Quartus, in quibus tres: Matthaeus, Marcus,Iohannes.

3, Quintus, in quibus duo: Matthaeus, Lucas. Sextus, in quibus duo: Matthaeus, Marcus.Septimus, in quibus duo: Matthaeus, Iohannes. Octavus, in quibus duo: Lucas, Marcus. Nonus, inquibus duo: Lucas, Iohannes.

4. Decimus, in quibus singuli eorum propria quaedam dixerunt.Quorum expositio haec est. Per singulos enim Evangelistas numerus quidam capitulis adfixus adiacet, quibus numeris subdita est aera quaedam mineo notata, quae indicat in quoto canone positus sit numerus, cui subiecta est aera.

5. Verbi gratia: Si est aera .., in primo canone; si secunda, in secundo; si tertia, in tertio; et sic per ordinem usque ad decimum perveniens. Si igitur, aperto quolibet Evangelio, placuerit scire qui reliquorum Evangelistarum similia dixerunt, adsumes adiacentem numerum capituli, et requires ipsum numerum in suo canone quem indicat,ibique invenies quot et qui dixerint; et ita demum in corpore inquisita loca, quae ex ipsis numeris indicantur, per singula Evangelia de eisdem dixisse invenies.

In epoca visigotica grande era  la confusione, nonostante i canoni, i raggruppamenti, le divisioni, le logiche differenziate semantiche!.

Riassumiamo  e concludiamo.

Si era costituita  in epoca flavia una doppia tradizione  quella  aramaica, orale, che serpeggiava, si  vivificava e si rianimava col paradigma dei martiri nella lotta clandestina contro i Romani e che, finita dopo il settanta, iniziava un nuovo reclutamento militare collegato con quello dottrinale di Johanan ben Zaccai e  con  i discepoli del maestro /Rabbi ,  formatore di altri rabbi …Era una scuola o che tramandava  tramite Rabbi la legge mosaica secondo il costume essenico,  mantenendo la tradizione giudaico-aramaica…

Accanto si era costituita un’altra tradizione, greca  ad Antiochia, che    enucleava il suo messaggio sulla morte e resurrezione del Christos, destinato a tornare come nikeths , trionfatore che riuniva tutte le stirpi del giudaismo ellenistico  e i pagani convertiti, secondo il pensiero di Paolo  e secondo il contributo della scuola alessandrina e di quella  antiochena, in senso allegorico. e in senso letterale…

La  prima aveva come emblema il Messia  risorto propagandato  oralmente da Giacomo   che  proclamava il malkuth  ha Shemaim, destinato a trionfare al ritorno  prossimo del fratello; la seconda era di stampo paolino, una Basileia tou Theou, scismatica  che visse, senza essere mai accettata per qualche tempo vicino alla sinagoga ebraica …

Perciò non esiste  un nucleo evangelico scritto né in aramaico né in greco in quanto ci sono due diverse  di  una tradizione orale aramaica ed una  ellenistica secondo Giacomo e secondo Paolo.. .

La tradizione aramaica per prima  passa dalla fase orale a scritta per necessità politico-storica, poiché i capi aramaici hanno fatto  una scelta in senso mosaico ebraico e quindi hanno rifiutato la linea ereticale paolina, dopo il Settanta, specie nella  Chiesa di Gerusalemme, nonostante la vigilanza romana e l’incipiente persecuzione imperiale .

Ne deriva che è possibile  parlare di un vangelo scritto aramaico ma non di un vangelo greco  che invece deve essere  collocato entro il ventennio tra la stesura di Guerra  giudaica e Antichità Giudaica , contemporanea al Bios flaviano,  che potrebbe essere  il modello da   imitare  per i letterati Christianoi, che avrebbero potuto servirsi anche della fonte scritta  aramaica …

Aggiungo  che sono  propenso, perciò, a datare la scrittura  greca di una originaria fonte Q  solo tra il 74 e il 94 d.C ..   e a considerare il Proto Marco,  subito dopo la fonte,  negli ultimi anni di Domiziano, mentre i testi che noi abbiamo -escluso Giovanni – sono compresi tra l’ epoca  nerviana e l ‘annessione della Nabatea …Dunque questa è la storia, o meglio questa –  dovrei dire – è la risultanza storica di anni di studio.

E i miei parenti ed amici cristiani dicono  che credono in Gesù Cristo  e non sanno distinguere il Cristo da Dio:  sono veramente credenti  cristiani cattolici?

Recitano il Credo  ogni domenica e vanno settimanalmente al rito eucaristico a nutrirsi del Corpus Christi. Perché? non lo so.

Parabola del fariseo e del pubblicano

Gesù può aver detto la parabola del Fariseo e del pubblicano?. Non credo e non certo come la scrive Luca.

Perché? diranno molti cristiani.

Per due motivi.

Primo, perché i personaggi non  sono realmente storici, ma sono inventati sulla base dell’osservazione della vita ecclesiale, di una provincia romana  di fine primo secolo: né Gesù, né i due protagonisti della parabola, il fariseo e il pubblicano, sono figure vere, ma costruite ed assimilate con  altre  di epoca successiva. Infatti il tempio, che è il santuario ebraico per eccellenza, non più esistente  in epoca flavia,  equivale ad  un locale  di  riunione  e di preghiera in una città orientale, pensato da Luca come ambiente e contesto simile, in cui creare una  situazione con l’episodio dei due oranti.  esaminati nella specifica superbia  del fariseo, puro,   e nella umiltà del pubblicano, peccatore. La parabola è un‘inventio di Luca come anche la valutazione da parte di Gesù, che fa la dieghesis narrazione.
Secondo, perché la parabola di Luca ha un telos, un fine prefissato che è conforme al pensiero di Paolo, che deve essere diffuso contro  quello espresso da Yaqob Iakobos Giacomo e i suoi seguaci aramaici, -già sconfitti dai romani, che hanno distrutto il Tempio -(Cfr. Giacomo e Paolo), pronti a nuove staseis rivolte.

La sua scrittura ha un fine dimostrativo,  già chiaro nella premessa alla parabola stessa del Fariseo e del pubblicano, esplicito nella conclusione e nell’ apoftegma finale (Lc. 18,9-14), che è una ripetizione di 14,11.perché chi si esalta, sarà umiliato e chi si umilia sarà esaltato.  

La parabola di Luca,  scritta dopo oltre cinquanta anni  dalla morte del Christos, ha la struttura di una favola  di Fedro, esopiana,   con una conclusione pertinente  morale.

La premessa (Per certuni, poi, che dentro di sé erano persuasi di essere giusti e disprezzavano gli altri,  disse questa parabola) è simile a quella della parabola precedente del Giudice iniquo (Raccontava poi loro una parabola sul dovere che avevano di pregare sempre, senza perdersi di animo -18,1 come assicurazione  che Dio renderà  loro giustizia con sollecitudine  anche se c’è il dubbio che il figlio dell’uomo al suo ritorno   troverà la fede sulla terra).

Dunque, Luca ha uno scopo, quello di invitare i fedeli della ecclesia christiana  alla preghiera, alla fede,  alla fiducia nella pronoia divina  che risolve ogni problema con la peripeteia e con l’improvviso  e tragico capovolgimento, per cui i primi saranno gli ultimi e gli ultimi i primi, in quanto ciò che è impossibile agli uomini  è possibile a Dio ( Lc.18,27) .

Luca in effetti predica il vangelo di Paolo: la salvezza  si consegue con la preghiera e con la fede ed è un dono di Dio, non un merito  individuale umano.

Luca scrive quando l’essenismo  con il fariseismo è un vago ricordo nelle ecclesiai cristiane, specie in Macedonia e Tracia, anche se in Galilea, Gaulanitide, Traconitide ed altrove ancor  sono presenti  gli zelanti della Torah che eseguono  i  precetti dei rabbi della scuola di Iammia, che mantengono vivo lo spirito del pensiero  farisaico ed anche se  l’haburah con edah, costituita da Yaqob, ancora funziona.

Ma seguitiamo a  leggere  e cerchiamo di capire la parabola.  Gesù, secondo Luca  disse questa parabola per certuni  che dentro di sé  erano persuasi  d’essere giusti e disprezzavano gli altri, mostrando i protagonisti: due uomini  salirono al tempio per pregare, l’uno era fariseo, l’altro pubblicano... evidenziando il fariseo che,   ritto in piedi pregava fra sé così: O dio, ti ringrazio che non sono come gli altri uomini, rapaci, ingiusti,  adulteri anche come quel pubblicano. Digiuno due volte alla settimana e pago la decima di tutto quel che compero.

Solo uno, che narra dopo la distruzione del tempio, può avere un incipit di tale genere parabolico: ritenere gli ebrei   quelli che hanno una concezione farisaica  di giustizia, collegata con l’idea di un popolo eletto,- che, avendo  un culto threschia, esclusivo, per un solo dio e padrone, disprezza non solo i culti di tutti gli altri popoli pagani, ma anche le comunità cristiane,- è  spia di un’antitesi tra la tzedaqah della sinagoga e l‘agaph /caritas  dell’ecclesia cristiana, non più, comunque,  in territorio siro-palestinese, ma  in ogni città orientale.

Il fariseo diventa figura antipatica, disgustosa davanti a Dio  per la superbia dell’eletto ed è  prototipo di tutto il popolo ebraico condannato già dall‘auctoritas senatoriale e flavia, sorvegliato  per la sua perfidia integralista, già taeterrimus per Tacito.

Luca scrittore di epoca flavia dovrebbe sapere (dovrebbe averlo sentito dire da Saul/Paolo o da altri di  stirpe ebraica)  che un esseno o un terapeuta, uomini di formazione farisaica,  mangiava ogni tre giorni e quindi digiunava  2 volte a settimana, anche se la Torah  imponeva una volta all’anno nel giorno della Espiazione ( Levitico 16,29; 23,27; Numeri 29,7). Inoltre si sapeva che  il fariseo era  ligio a pagare le decime perché diffidava  del venditore (impuro) che tendeva a non pagarla.

L’ evangelista è teso ad opporre i due caratteri, per creare  contrastivamente  una rete di antipatia  per il primo e  per formare un alone di simpatia per il secondo.

Infatti contrappone  al fariseo il pubblicano, un  appaltatore  di imposte seduto a to teloneion, al banco, cioè un teloonhs (teloonhths -telos ooneomai ) da tutti conosciuto come arpaks rapace, perché esattore,  in  Giudea  considerato un apostata o uomo bollato da anathema, di solito  filoromano, un ebreo romanizzato con doppio nome come Levi/Matthaios, emblema dei pagani  moichoi  adulteri ed adikoi ingiusti: Non sa Luca che neanche il teloonhs può entrare nel tempio  e che  deve stare a distanza di metri da un puro, regolata secondo la prescrizione della  Legge, all’atto della condanna!.

Il pubblicano,invece, diventa per l’evangelista  elemento positivo, simpatico  e caro proprio per la sua coscienza di essere peccatore in quanto creatura, a cui va la solidarietà di ogni  uomo mortale.

Luca  così scrive: il Pubblicano invece si teneva lontano  e non osava neppure alzare gli occhi al cielo, ma si batteva il petto dicendo: Signore, abbi pietà di me, peccatore.

ll pubblicano, peccatore  secondo lo schema paolino cristiano, di uomo mortale che vive nel peccato e che solo con la preghiera e con la fede si redime grazie al sangue di Cristo,  tanto da  essere degno di risuscitare e di avere il premio della vita eterna, è il modello del fidelis, che è umile,  creatura di fronte al creatore, cosciente del suo peccare. 

Il pubblicano amartolos, (uno che commette amarthma in quanto è peccatore perché riscuote il denaro per conto del romano  e maneggia le monete stesse con l’effigie dell’imperatore, diventa  non colui che  rimette il debito estinguendo il dovuto to opheleimenon (to khreos) come Zaccheo, ma è uomo giustificato per la sua umiltà e preghiera (congiunta alla Fede nel Christos ).

Luca, dunque, con il rovesciamento delle due figure, rinnega il giudaismo, esalta la romanitas e vede la salvezza per l’uomo secondo il  disegno salvifico di Paolo, romano -ellenistico,  basato non sull’uomo faber suae quisque fortunae, ma sul  Theos che sovverte la sorte umana  ed attua la sua oikonomia divina imperscrutabile.

Luca, dunque, testimonia  il baratro che si è aperto tra la sinagoga e  l‘ecclesia, in epoca flavia, poco prima o poco dopo il distacco  tra  i due credi, verso la fine del I secolo dopo Cristo, quando ancora il ramo  nazireo è  ancora nell ‘albero giudaico come Malkuth ha shamaim, ancorato alla Torah mosaica, -diversamente dalla Basileia tou Theou/il regno di Dio  antiocheno  che invece ha rotto ogni rapporto con la tradizione gerosolomitana ortodossa,- destinato ad  andare verso altre insurrezioni e verso il suo stesso sterminio sotto  Adriano.

Luca non sa (finge di non sapere) , però, che la preghiera ebraica si fa in piedi  e che ogni ebreo aspira ad essere giusto  e fa opere di giustizia, convinto di servire e di temere il suo Signore,  che lo ha eletto, in quanto  figlio, erede del Regno: la puntualizzazione (ritto in piedi e la preghiera di ringraziamento per essere diverso rispetto agli altri uomini)  dall’ angolazione  ebraica  non  rende ripugnante il fariseo, che è uomo distinto proprio per la sua fede collegata con le opere, elemento  leale e coerente  nel suo modus operandi,  tipico di eroe che muore per la patria  e per la sua fede, ma lo sublima.

I due per Luca antiocheno sono due caratteri giudaici, uno spocchioso, cosciente dello zelo  per la legge, l’altro umile e dimesso, sicuro di essere un reietto rispetto ad ogni puro giudeo: da parte dell’evangelista si  arcaicizza di proposito e si  falsifica la storia  di Gesù eroe popolare, di stampo farisaico, morto da puro ebreo.

Gesù, invece, è visto da Luca (da Paolo), anche  se scandalo della croce,   come un saggio sophos, alonato di divinità, capace di  predicare la remissione dei peccati, di  affermare che il pubblicano peccatore scese a casa sua  giustificato. Luca si è servito di  salire anabainesin ‘alah  e di scendere katabainein yarad così per mostrare solo che il tempio è in alto e che  la casa del peccatore è in basso: l’evangelista non sa che nel primo c’è sotteso tutto un mondo di  ascensione sublime  con esercizio che indica eccellenza e grandezza verso cui tende il  fedele, mentre lo scendere  indica il tragitto opposto, secondo un sistema di allegoria, tipicamente farisaico.

Luca,  dunque, descrive non il reale fariseo e il vero pubblicano, ma  due cristiani: uno spocchioso  che in piedi prega, convinto di essere un santo; l’ altro che  è umile, è cosciente del suo peccato e crede in Dio. E così avendo mostrato due tipi opposti,l’evangelista applica la regola paolina della metamorfosi  per  attuare la metabolh il cambiamento, in nome di Dio,  che  abbatte il superbo ed innalza il debole.

La conclusione di un  Gesù astorico, secondo Luca, è questa:  vi dico che quest’ultimo scese a casa giustificato, al contrario del primo. Di quale Gesù parla Luca (o chi per lui)? , di quale fariseo? o di quale pubblicano?

Solo Filone avrebbe potuto  illuminarci davvero perché contemporaneo di Gesù, ma la sua fonte non ha lasciato tracce né sulle  parole né sul bios del Signore, neanche  ci è giunta una goccia della sua acqua. Eppure Filone ha parlato di ameicsia non mescolanza, di una  sorta di separazione e distinzione farisaica ed ha proposto due modelli di vita ebraica di sicura radice farisaica, quella attiva degli esseni e quella contemplativa dei terapeuti, da cui risulta chiara, bella, virtuosa l’airesis setta dei Farisei.   Anche Saul Paolo, un cristiano ellenizzato dal doppio nome, che si è sempre professato  e vantato fariseo  e discepolo di Gamaliel-ma è un uomo di menzogna, condannato alla fustigazione e poi  a morte dal sinedrio e da Yaqob/Iakobos, fratello del signore  perché non obbediente alla legge,  e alla prescrizione  sulla Casherut – tiene in grande onore la figura del fariseo,  come ogni altro ebreo dell’ epoca che precede la distruzione del Tempio.

Giuseppe Flavio, figlio di Mattatia,- che è un  contemporaneo di Gesù,  parente degli Anano, meglio di tutti  potrebbe darci qualche indicazione anche se per dovere di suddito e per gratitudine verso i Flavi suoi padroni, scrive  Guerra Giudaica  nel 74  ed Antichità Giudaica nel 94, mantenendosi necessariamente nei binari della lealtà all’imperatore, senza però celare la verità storica,  facendo l’apologia giudaica senza offuscare il valore dell’imperium romano, risultando, però, ambiguo ed equivoco in questa contraddizione concettuale,   utile, comunque,   al fine della trasmissione  dell’eredità culturale sacerdotale ebraica – sembra smentire Luca e la sua cristiana interpretazione.

Lui è storico ufficiale dell’impero romano, autorizzato alla lettura della sua opera, impegnato nella esaltazione dei Flavi, pagato per la celebrazione del mito soterico di Vespasiano   e dei suoi figli, salvatori dell’impero romano, pacificatori dell’oikoumene, ripristinatori dell’ordo kosmico, dopo il disordine della guerra civile  dell’anno 69, a seguito della morte di Nerone.

Guerra Giudaica (a cura di Giovanni Vitucci, Mondadori 1974) II,14  così descrive la setta dei  farisei,- che  lo storico dice di aver scelto, pur essendo di stirpe sacerdotale, di una della migliori famiglie, dopo il sodalizio con Banno nel deserto, in considerazione della virtù-: essi godono fama di interpretare correttamente  le leggi, costituiscono la setta più importante  ed attribuiscono ogni cosa  al destino e a dio; ritengono che l’agire bene o male  dipende in massima parte dagli uomini,  ma che in ogni cosa ha  parte il destino ; che l’anima è immortale, ma soltanto quella dei buoni passa in un altro corpo,mentre quella dei malvagi  sono punite con un castigo senza fine…i farisei sono legati da scambievole  amore  e perseguono la concordia  entro la comunità .

In  Antichità giudaica XVIII 12-15 (Angelo Filipponi, Antichità Giudaica, XVIII, E book Simplicissimus , 2012) Flavio dice:

I  Farisei hanno un sistema di vita semplice e non concedono niente alle mollezze: seguono con autorità quanto la loro dottrina trasmette giudicando buono ciò che bisogna dettare considerandolo degno di contesa.Tengono in onore i più anziani,  non essendo orgogliosi in niente altro se non coraggiosi, di fronte alle  risposte di coloro che ostacolano  il loro parere. Essi ritengono che ogni cosa avvenga per destino, senza però negare il libero arbitrio, in quanto sono contenti che ci sia mistione di potere tra Dio e il magistero del destino: gli uomini, virtuosi e malvagi  devono stare con propri meriti Essi hanno la speranza della immortalità delle anime (Essi hanno speranza che le anime abbiano una forza immortale) e che sotto terra ognuno avrà un’adeguata dimora, a seconda del merito e in relazione alla virtù e al vizio, che alcune anime saranno chiuse in eterne prigioni e che altre invece potranno ritornare in vita. Per questo essi risultano molto graditi al popolo, ogni preghiera e tutti i riti cultuali divini sono svolti conformemente alle loro prescrizioni; la loro virtù fu così lodata dalle  popolazioni(cittadinanze)  che  li seguivano per la pratica, perché ritenuti  migliori  nel sistema di vita e nelle regole.

Perciò bisogna  concludere  secondo pertinenza  che in epoca di Gesù  il fariseismo era una setta che insegnava la resurrezione,  la stretta osservanza delle regola ma soprattutto ogni fariseo sapeva come agire di fronte ai sadducei,  sacerdoti e loro avversari, come combattere   i romani,  come comportarsi coi  pubblicani dando regole di comportamento pratico. Insomma  i farisei erano maestri  di giustizia, laici , ed una loro frangia  era la setta degli esseni .

Gesù, ebreo, il Christos Messia,  mai avrebbe  potuto mostrare una simile figura di fariseo, un  giusto come suo fratello Giacomo,  che predicava il Malkuth ha shemaim, la sua prossima venuta e il valore delle opere e non delle Parole !.

Cosa  diranno di questa lettura i miei amici e parenti cristiani? mi auguro solo che abbiano almeno qualche dubbio sui Vangeli e sulla ispirazione dello Spirito Santo!

Io lavoro, essi credono! Cosa? Non lo so.

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Un’ordalia nel 1498, a Firenze!

Francescani e domenicani in una sfida… mortale

Firenze  7 aprile 1498: Un’ordalia, un giudizio di Dio!
Che Vergogna per gli umanisti!
7 aprile 1498 un francescano e un domenicano a Firenze, in Piazza della signoria, si sfidano ad un’ordalia di fuoco.
I priori hanno concesso l’area della piazza ed hanno allestito il teatro della sfida, facendo  una piattaforma di legno  alta oltre due metri, di circa trenta metri di lunghezza e di sei di larghezza : i quattro lati a mò di recinto, erano  fatti di mattoni verdi, crudi, sovrapposti, di altezza di poco più di 30 centimetri.
I due contendenti arrivavano dai propri monasteri di S. Croce l’uno e di S. Marco l’altro: uno è lo sfidante il francescano Giuliano Rondinelli, che ha assunto l’incarico  e si è “sacrificato” al posto di Fra Francesco da Puglia, che aveva lanciato la sfida, contro i savanaroliani;   l’altro è Fra Domenico da Pescia, che gareggia per l’onore di Fra Gerolamo Savonarola.
Dovevano fare il percorso senza bruciarsi: risultava vincitore chi usciva vivo da quell’inferno!
Savanarola  guidava la Repubblica di Firenze,  che si era costituita dopo la morte di Lorenzo il Magnifico e  la venuta di Carlo VIII in Italia.
Fra Gerolamo  con la sua visione apocalittica aveva profetizzato gli eventi ed aveva attaccato la politica di Rodrigo Borgia
(Alessandro VI, successore di Innocenzo VIII Cybo) inimicandosi così col papato, da cui precedentemente aveva  avuto autorizzazione per l’indipendenza del Convento di S. Marco e per il raggruppamento di tutti  i monasteri domenicani sotto la sua tutela, grazie al cardinale Oliviero Carafa.
In città si erano costituite due fazioni/ partes quella dei Palleschi a favore dei  Medici e  quella dei Piagnoni a favore del frate  che aveva  perfino messo al rogo tutti  i libri considerati “mondani” cioè non utili alla moralizzazione dei cives e che aveva intensificato la sua azione nelle prediche, quaresimali, contro il papa simoniaco.
Alessandro VI, dopo le ammonizioni, rituali, aveva scomunicato il frate che aveva insistito nella sua azione antipapale  nei suoi commenti  alla Bibbia, mostrando come la vigna del Signore era desolata e in mani sacrileghe.
Pochi giorni prima della sfida era giunto un breve  papale con cui si condannava al fuoco l’eretico Fra Gerolamo.
In questa situazione di grave lotta civile tra le due opposte fazioni, bisognava dimostrare che il domenicano  era nel giusto perché fautore e cavaliere di Dio per Fra Gerolamo   giusto, santo  e profeta, mentre il  Francescano Fra Giuliano  affrontava il martirio  competendo  per dimostrare il contrario che cioè Fra Gerolamo era un falso profeta degno di essere condannato: Dio doveva dimostrare  chi dei due fosse nel giusto, salvandolo dal fuoco.
I due frati erano pronti per passare a piedi nudi e fare il percorso, senza bruciare,  grazie a Dio che avrebbe protetto il giusto.
Come finisce la disputa?
Con un acquazzone tale che  spegne il fuoco.
I due concorrenti sono tenuti in sospeso dai priori che li sentono discutere teologicamente e fanno questioni di ogni genere, timorosi dell’ordalia: l’uno, più motivato al martirio,  è sulla piazza; l’altro è dentro il palazzo della Signoria, con i notabili.
Dapprima i francescani  rifiutano la cappa  di fra Domenico inadatta per l’ordalia,  perché stregata  e fatta con incantesimo, poi   hanno dubbi sugli abiti stessi, per cui  il frate  è spogliato di quelli che porta  ed  ha abiti da un altro domenicano,  ed infine   sollevano obiezioni sulla  distanza che deve  esserci tra il  domenicano e Fra Savonarola,  capace di magie  perché dotato di poteri diabolici.
I francescani,  inoltre,  contestano Fra Domenico  che vuole portare  il crocifisso  ed anche l’ostia consacrata, ritenendo la croce una protezione e  il corpo di Cristo non  bruciabile: per loro si fa  cosa iniquissima e contro la chiesa se si procede secondo il volere del domenicano.
I francescani da parte loro cercano di far passare tempo e di spingere i domenicani ad iniziare per primi la gara: la dilazione sembra  fatta  in relazione al mutamento delle nuvole e al peggioramento del tempo sopra Firenze.
Fra Domenico, savanaroliano,  sembra l’unico deciso ad entrare sui carboni, mentre il Rondinelli, forse impaurito dal fuoco, è tenuto prudentemente in attesa, comunque,  forse, all’occasione,  sarebbe stato capace anche di morire martire.
Cavilli religiosi, comunque  dall’una e dall’altra parte, prima della purificazione… dell’acqua e della fine  definitiva della disputa!
La folla, tutta maschile, era in fibrillazione (Le donne i bambini assistevano dalle finestre e dai tetti della piazza), le due fazioni, armate, erano all’erta, mentre la signoria aveva disposto un suo esercito per evitare gli scontri e le violenze.
Un  temporale con lampi e tuoni   spegne il fuoco: Dio non vuole quella prova: questo sanciscono, concordi,  domenicani e francescani e le auctoritates presenti,  che, tutti inzuppati di pioggia, tornano ai loro conventi e case.
La razionale Firenze, patria di Lorenzo il Magnifico, morto da pochi anni, domicilio  di Pico della Mirandola (anche lui  morto da poco, seguace del Frate che aveva visto la sua anima salva in Purgatorio) e di  Poliziano, letterato  devoto e di Michelangelo religiosissimo,  mostra con questa ordalia una diversa realtà di fine quattrocento, tutta  ancora medievale, solo in apparenza umanistico-rinascimentale.
Il povero  Fra Gerolamo Savanarola,  quasi un mese dopo, il 23 maggio,  fu bruciato vivo, con due  confratelli!

Viene eseguita la condanna papale .

Trionfa Alessandro VI con la sua politica a Firenze e suo figlio Cesare si crea uno stato indipendente nel Centro Italia  grazie al  potere paterno…

Un’altra lettura di “I dieci lebbrosi”

Luca  narra la guarigione di 10 lebbrosi in 17,11-19.

Il racconto di Luca non è una testimonianza  di un miracolo paradoxon, di Gesù, che si trova a passare, al confine  tra la terra di Samaria e quella di Galilea, mentre va  a Gerusalemme,  ma  è spia di un telos,  quello lucano, di mostrare  cioè la riconoscenza di un Samaritano -rispetto all’ingratitudine degli altri nove, giudei – e la sua fede nel  Regno  di Christos venuto.

Il racconto di Luca non è storia, ma è una dihghsis  narrazione di un normale scrittore ellenistico, impegnato cristianamente secondo la scuola antiochena: Luca non conosce  la toledot giudaica e neanche la torah/nomos legge, sia giudaica che samaritana…

D’altra parte già  Luca aveva parlato della guarigione di  un solo lebbroso in 5, 12-16 , raccontata anche da Marco 1,40-45 e da Matteo 8 1-4.

Dunque, il  racconto  di un Gesù Methorios- che  con una comitiva attraversa il confine tra Galilea e Samaria per prendere decisamente il cammino lungo il Giordano fino a Gerico, prima di salire alla Città Santa-  fa parte del sondergut lucano, di quel materiale speciale tipico del mestiere di Luca medico e scrittore,  che ha lo skopos di rivalutare la cultura e il popolo samaritano, coinvolto nella stessa comune sconfitta, dopo la distruzione del tempio, dopo la fine di Simon Mago a seguito del pagamento della doppia dracma al  tempio di Zeus, a Roma, di tutta la Iudaea capta  (Idumea, Samaria e Giudea) secondo gli ordini di Vespasiano (69-79 d.C).

Nel disegno lucano grande rilievo ha la parabola del buon samaritano 10.30-37, paradeigma di uomo che ama il prossimo, esempio di uno che  ha compassione/eleos,  che  si ferma, anche se ha impegni di lavoro,  vedendo un altro soffrire, perché ferito da lesthai/ladri, che si accosta premurosamente,   che fascia le ferite, che  versa sopra olio e vino, che  lo fa montare sulla sua cavalcatura,  che lo conduce all’albergo/csenodochion, che  cava  dalla borsa due denari,(8 sesterzi  cioè 32 assi, poco meno di 40 Euro), che  li dà all’albergatore,  a cui affida il ferito, con la raccomandazione di  curarlo,  aggiungendo  che al ritorno restituirà (il verbo sottende  che c’è già rapporto  tra i due) quanto avrà speso di più.

Per capire quanto il samaritano dà concretamente all’albergatore  aggiungo per il mio lettore che un romano compra con  due assi  un kg.di pane  (poco più di un due Euro ) e con  un sesterzio cioè con  quattro assi  (quattro/ cinque euro circa )  può scopare una  scadente  prostituta.

E’ un racconto ellenistico, filantropico, comunitario  che tratta di un civis romano incappato nei briganti,  che turbano l’ordine del Kosmos imperiale in Iudaea nei trenta chilometri circa, che dividono Gerusalemme (città a 750 metri  sul livello del mare)   da Gerico (località a 250 metri sotto il livello del Mare), lungo sentieri  tortuosi, impervi, aridi e desertici, a volte dirupati…

C’è sottesa  la denuncia del precedente sistema di vita,  giudaico, (anche se Luca, probabilmente,  non lo sa!), perché non associa a lesthai  gli zeloti, i partigiani, integralisti  religiosi  antiromani del periodo  erodiano e posterodiano …

Chiaramente, comunque,  Luca marca i semeia di un comportamento caritatevole nei confronti di uno sconosciuto da parte di un samaritano  che, secondo Giovanni (4,9), è animato da ostilità  verso gli ebrei, che lo considerano eretico e scismatico.

L’attenzione alle azioni del samaritano è in relazione  contrapposta al comportamento dell’élite sacerdotale ebraica  (sacerdoti e leviti)  condannata perché  gira alla larga (antiparerchomai  significa passo oltre e vado dalla parte opposta),  anche se non più esistente perché non esiste più il tempio…

La domanda di Gesù al dottore della legge- uno scriba, un fariseo, un laico  che chiede  cosa fare per ottenere la vita eterna -è volta da Luca non nella direzione della legge  mosaica e quindi secondo le Scritture  (Deuteromio.6,5 e Levitico 19,18)  a dire cioè amerai il signore Dio tuo da tutto il tuo cuore , con tutta la tua anima e con tutta la tua forza, con tutta la tua mente  e il  prossimo tuo come te stesso, ma a referenziare  con un esempio pratico l’idea astratta di prossimo/o pelas,  secondo parabola...

Infatti Luca  fa rispondere il dottore della legge a Gesù – che chiede Chi di questi tre (Sacerdote, Levita, Samaritano)  è  stato prossimo  di colui che incappò nei predoni?- : Chi gli ha usato misericordia.

Chiaramente  il telos di Luca è quello di un cambio di destinatari  e di fruitori del Vangelo: non più gli ebrei (sacerdoti e leviti, sadducei e farisei) ma samaritani (e pagani) sono ora i cleronomoi  gli eredi del pathr, senza il patriottico hmoon (Lc.11,1-4) molto diverso da quello di Matteo  (Cfr. Una lettura del “padre nostro “)…

In questo disegno lucano la Guarigione dei dieci lebbrosi   è un altro segno dell’intento sotteso di Luca, già mostrato nella parabola della dramma perduta 15,8-10,   del figliuol prodigo 1511-32, del fattore infedele 16,1-12, e del  ricco eupolone e del povero Lazzaro 16 19-31., della scelta dei posti al banchetto 14,7-11.

Prima di parlare del paradoxon  del miracolo della guarigione dalla lebbra,-  su cui non entriamo in merito- è opportuno chiarire che secondo la legge  giudaica, il lebbroso, guarito,  deve essere reintegrato nella società dei viventi,  e deve avere una certificazione  per poter  abbandonare l ‘isolamento (o la vita comunitaria con altri lebbrosi) da un sacerdote  da presentare al suo eparco/nomarco, capo civile della zona di residenza.

Detto questo, il racconto lucano ha una sua logica,  non di un uomo vivente nel  periodo prima della distruzione del tempio (70 d. C) ma  di uno  che  vive e scrive nell’epoca dei Flavi.  

Infatti Luca  fa dire a  Gesù (morto nel 36 d.C.), uomo  conforme alla Legge: andate e mostratevi ai sacerdoti  dimostrando  che  conosce  l’obbligo per un giudeo di purificazione e di espiazione  secondo la valutazione sacerdotale.

Il seguito del racconto,invece, tratta del ritorno di uno, -un samaritano, che, vistosi  guarito,  torna indietro, glorifica Dio a gran voce-  si prostra con la faccia a terra- fa la proskinesis che si deve ad un re o a un Dio –  ringrazia  (impossibile,  in situazione di fatto, la vicinanza ai piedi di qualcuno, da parte di un lebbroso,  senza una certificazione legittima sacerdotale, pena la morte!) il maestro, che dice: non furono mondati tutti e dieci. Dove sono gli altri nove?  e che aggiunge: non s’è trovato alcuno che tornasse per rendere gloria a Dio, se non  questo straniero.

Non sono  congruenti i due enunciati iniziali  e tanto meno l’aggiunta! un Gesù, Christos o no, dopo aver obbedito alla Torah, non può parlare in questo modo.

Gesù,  Christos , attivo tra terzo e quarto decennio del I secolo  in terra  giudaica  avrebbe dovuto sapere che la prescrizione della legge impediva il ritorno ai 9 giudei per almeno otto giorni!

Quel Gesù, secondo noi, in quell’epoca, non può non conoscere  la procedura per la reintegrazione sociale  secondo le forme e le disposizioni mosaiche,  che impongono purificazione ed espiazione dei peccati-dopo i giorni di cammino da luogo di residenza dei lebbrosi al Tempio-  tramite la figura del sacerdote e poi dell’addetto ufficiale  politico!

D’altra parte lo dice espressamente… ogni giudeo dell’epoca conosce il Levitico e la procedura (da seguire per la lebbra)  per  la purificazione e per l’espiazione.

Non per nulla minuziosa è la prescrizione  per la riammissione  di un lebbroso in comunità in Levitico  13,1-59  e 14 1-56, da cui stralciamo alcune prescrizioni, che riguardano  il purificatore e  il purificando.

Il sacerdote   per la purificazione –  dopo aver costatato la guarigione     ordinerà di portare: due uccelli vivi e puri, del legno di cedro, del panno scarlatto e dell’issopo…  e fatte i sacrifici  necessari, inizierà il  rito di espiazione al cospetto di Jhwh… e dopo  le operazioni richieste … gli permetterà di  entrare nell’accampamento o città nel luogo dove abita, dopo l’autorizzazione del  toparco, senza entrare in casa o tenda…(da purificare anche esse) per sette giorni.

All’ottavo giorno  il purificando, (a seconda delle sue possibilità)   prenderà un agnello per il sacrificio di riparazione, l’offrirà ….prenderà anche un decimo  di un’efa  (13kg, quindi 1,3Kg) di fior di farina intrisa in olio, come oblazione e un log di olio,   due tortorelle o due colombi, di cui uno come sacrificio  di espiazione e l’altro come olocausto…

Non ho la minima voglia  di mostrare i tanti atti rituali che sono compiuti dal sacerdote  per la purificazione di un lebbroso, mi preme però, far capire che Luca o non  conosce il costume,  pur facendo parlare Gesù  in tal senso, oppure non essendoci più il sacerdote sadduceo ( essendo  stato distrutto  il Tempio) segue la sua logica di Christianos antiocheno, del periodo flavio,  desideroso solo di mostrare  la fede in Christos.

Ecco dunque il  vero messaggio di Luca : La fede nel Cristo venuto è salvezza per il samaritano e per tutti gli uomini che credono nel suo messaggio secondo Paolo e Luca, ma non per gli ebrei.

Invece  la lettura del passo evangelico, se in linea con i tempi di Gesù  sarebbe stata diversa e non  ci sarebbe stata possibilità di mostrare la gratitudine  di un samaritano, anche lui vincolato dalla stessa legge  – anche se legge  propria di scismatici, ma univoca per la procedura della lebbra – e costretto a seguire il rituale di reintegrazione sociale con altri sacerdoti, quelli del Monte Garizim, vincolati anch’essi  dalla Bibbia Samaritana (che comprende oltre al Pentateuco- Genesi, Esodo, Levitico, Numeri e Deuteronomio-anche Giosuè) …

In epoca Flavia tutto è azzerato : un narratore, di formazione  ellenistica, può dare significato nuovo ed aggiungere altri  valori, secondo il proprio credo e la propria inventiva  creativa …

All’epoca , la condizione di Samaria  è diversa rispetto  all’Idumea e alla Giudea,  molto più coinvolte nella guerra giudaica,   perché tutelata maggiormente da Roma, data la consistenza dell’elemento militare,  sicuramente  filoromano  da quasi un secolo, da quando Erode fondò Sebaste in onore dOttaviano, Augusto/Sebastos, e netta è la distinzione tra l’ebreo vinto infidus,  taeterrimus  secondo Tacito, perfidus nella sua accezione negativa, e il samaritano  quasi un confederato, un auxiliarius  sebastenus nell’esercito romano….

Da questa angolazione il passo di Luca  ha altro valore e significato: il ritorno del samaritano è quindi  segno di gratitudine   di un individuo che diventa simbolo di un popolo  che venera il Christos venuto, come benefattore e  come Dio …

Luca, comunque,  non ha buone conoscenze né giudaiche né samaritane, ma  solo generiche  informazioni bibliche derivate (sembra)  da 2 Re  5, 14-17 , dove viene presentata una figura parallela a quella del Samaritano: un lebbroso, un militare,  lo straniero Naaman il siro, che  quando si vede risanato, torna dal profeta Eliseo, pieno di fede verso l’unico Dio, dopo che si è lavato sette volte nel Giordano secondo l’ordine del profeta …

Luca è un ellenista che ama inventare  parabole, fare aggiunzioni, propagandare il Christos– in quanto  discepolo di Paolo- uomo dio venuto, ucciso dai romani, risuscitato, destinato a tornare  presto  per instaurare il Regnum

Il fatto del Miracolo dei dieci lebbrosi, quindi,  per come  scritto,  è una riqualificazione dei samaritani, che divenuti da barbari-scismatici e quasi idolatri,  assimilati agli assiri, ai babilonesi, ai persiani,  ai siriaci   considerate le tante deportazioni dal periodo di Sargon- cives romani, degni di essere nel Kosmos imperiale, perché conformati all’imperium, alla iustitia  e pax  romana…

la tetrarchia di Lisania

Zenodoro

Lisania era  figlio di Tolomeo di Menneo, signore di Calcide che, alleato di Aristobulo II, suo suocero, aveva accolto Antigono, dopo la morte di suo fratello Alessandro, con le sorelle  a corte.
Tolomeo era stato un padre spietato, che aveva fatto uccidere l’altro figlio Filippione, a cui era stata  concessa come sposa Alessandra, sorella di Antigono, per sposarla a sua volta (cfr.Flavio Ant.Giud. XIII, 392,XIV,126).
Aveva fatto una politica antiantoniana e filoparthica ed aveva riportato nella sua terra Antigono, promettendo ulteriori aiuti, all’atto dell’invasione di Pacoro, figlio di Orode, re dei parthi.
Questi aveva conquistato tutta la Fenicia ed era arrivato al Mediterraneo, ma non era padrone del mare per la presenza della flotta antoniana, mentre Barzafrane e Quinto Labieno, figlio di Tito Labieno  (Ant .Giud.XIV,330,  Dione Cassio, Storie XLIX,19-21)  agivano nell’interno della Siria e Celesiria.
Lisania, alla morte del padre, alleatosi con Antigono, lo aiutò a conquistare  Gerusalemme e a consolidarsi nel potere, facendo, quindi, una politica avversa ad Antonio, secondo la tradizione familiare.
Quando, però, Pacoro fu vinto, nel 38 a.C.  da Ventidio Basso, che già aveva sconfitto ed ucciso Barzafrane e Labieno, gli furono imposte, dopo la vittoria di Gindaro, gravi  tributi:  le condizioni di pace,  trattate con Antonio stesso, furono pesanti.
Antonio, vincitore per legatum dei parthi, già innamorato di Cleopatra, ucciso Antigono in Antiochia, aveva imposto Erode come sovrano in Giudea ed aveva assegnato  in dono alla regina egizia  la tetrarchia di Lisania (che, accusato  di aver favorito i parthi  e di aver cospirato contro i romani, era stato ucciso   Ant. Giud.  XV,92) ed alcuni territori di Malco, re nabateo (quelli intorno a Damasco).
I due re pagarono caramente specie Lisania, che, prima di morire, dovette cedere anche la capitale Abila  (di cui si vedono rovine al villaggio, oggi  chiamato Suk Wady Barada, a 20 km da Damasco) alla regina egizia.
Erode, pur socius  dei romani  dovette pagare  per non dare territori  richiesti  da Cleopatra (la zona di Gerico): diede infatti  duecento talenti, versando anche la metà di Malco,  che non aveva alcuna intenzione di saldare il debito.
Il re giudaico, in quanto fiduciario del triumviro, dichiarò guerra a Malco, poco prima della battaglia di Azio (31 a.C.).
Questa guerra si protrasse per oltre un ventennio e fu contro i nabatei e contro Zenodoro, che  era stato  l’amministratore della casa di Tolomeo di Menneo  e quindi di suo figlio Lisania (o ton  Lusaniou memisthomenos oikon).
Questi  nel corso e  dopo la guerra aziaca, riprese il controllo della ex tetrarchia di Lisania e la gestiva approfittando della mancanza di autorità romana ed egizia, nel periodo compreso tra il  32  e  il 29  e forse, fino al 27 a.C.,  epoca in cui Augusto decise il destino della Celesiria e  delle zone  ciseufrasiche e transeufrasiche.
La zona  di Calcide, ai piedi del Libano, con quella di Abila,  estesa  fino  verso il monte Hermon  comprendeva  parte della fascia orientale settentrionale del Libano attuale, tutta la zona montuosa  nordoccidentale compresa l’ Iturea (Batanea, Ulatha e Paneas) Gaulanitide, Traconitide, Auranitide e  zone dell’alta Galilea, fino alla Decapoli.
La tetrarchia di Lisania non era una  piccola  regione e per di più  non omogenea, difficile  a gestirsi, data la diversità di popolazioni, considerate le differenze morfologiche e la mancanza di una capitale unitaria: essa,  grosso modo (tolta la parte settentrionale del  Libano) poi toccò a Filippo,  figlio di Erode il grande,  che edificò al centro di questo territorio, Cesarea  sotto l’Hermon, alle sorgenti del Giordano,  dando così  una  nuova capitale (cfr Ant. Giud.XVIII,12-28,106).
Poi la tetrarchia ebbe qualche spostamento territoriale verso oriente, dopo la separazione coi territori nord-ovest (aggregati, forse,  alla Siria)  e fu data a Erode Agrippa-Ant.Giud  XVIII, 276- ed infine  assegnata da Claudio  a suo fratello Erode, pur ridotta nelle dimensioni (Ibidem,XX 138) territoriali,  limitati alla zona di Calcide. Per questo motivo  il fratello di Erode Agrippa I viene chiamato Erode di Calcide.
Molte di queste zone erano state occupate, quelle transgiordane, da Iamneo ( Ant. giud. ,XIII,393-4,397), che aveva conquistato  tra l’altro la Valle detta di Antioco e la fortezza di Gamala e perfino Pella in Decapoli, e le aveva  colonizzate  insieme con la Perea (che è  più a sud), inviandovi sacerdoti,  per far adottare i costumi giudaici.
Zenodoro, comunque,  si oppose ad Erode il grande, che era stato investito  da Augusto come sovrano della ex tetrachia di Lisania, con cause e con operazioni militari, impedendone la conquista.
Erode ebbe il sopravvento nella causa giuridica per l’appoggio sia di Marco Agrippa  che di Augusto, il quale,  nel 20 a.C. , stando in Siria,  in occasione di una ventilata spedizione  contro i parthi, riconfermò il precedente dono, fatto dopo la guerra aziaca.
Erode, però, non ne aveva preso militarmente  possesso definitivo perché ostacolato da Zenodoro, dagli arabi, dai parthi.
Infatti Zenodoro, non avendo avuto l’appoggio romano, essendo nemico di Erode, cominciò a tessere rapporti diplomatici con i parthi e con gli arabi, e  fece  concessioni di porzioni  del territorio a Fraate e  vendette l’Auranitide a 50 talenti (ad un basso prezzo, circa 1.250.000 euro)  ai nabatei, in modo da poter regnare indisturbato  sul restante della tetrarchia.
Da qui la difficoltà di inglobare la tetrarchia di Lisania da parte di Erode, che, solo nel 12 a.C. , alla morte di Zenodoro, ne entrava in possesso, nominale.
La zona, infatti,  non era di facile controllo sia per la morfologia accidentata del territorio, montuoso, che per la presenza di lhistai, ladroni (sul problema lhistai-zelotai nel territorio di Lisania -Zenodoro  cfr. Giudaismo romano I parte).
L’intervento romano di Varrone, governatore di Siria e poi quello di  Senzio Saturnino, incaricati a più riprese  di ripulire la zona non dovette avere esito se Erode non ne prendeva possesso ed era tenuto in scacco dai lhistai in una regione adatta alla guerriglia.
La zona  per me era covo  degli zeloti  che, protetti dai Parthi e dai Nabatei, avevano rifornimenti e quindi fomentavano rivolte  mantenendo  uno stato permanente di guerriglia, inestirpabile, perdurato fino alla vicenda di Cristo e poi fino alla guerra del 66-73 d.C.
Erode (forse) trovò la soluzione con Zimari, che, cacciato dalla Parthia, esule, aveva chiesto ospitalità e una sede per i suoi 500 arcieri e per il centinaio di famigliari mesopotamici  babilonesi giudaici, che, stanziati ai confini della Traconitide, la controllavano.
Erode gli concesse Ulhata a nord del lago di Hule e l’eparchia di Batanea,  esentò lui e tutta la regione  da tasse e da altri obblighi.
Zimari  ne prese possesso ed edificò Bathira: egli  fu uno scudo per  gli abitanti,  opposti  ai traconiti, e per coloro che da Babilonia venivano al tempio di Gerusalemme e fu sempre fedele ad Erode.
Zimari pacificò la zona, facendo accordi con i lhistai, concedendo forse loro delle garanzie, se i suoi figli (Iacimo e Filippo, pur amici dei figli di Erode e dei romani ) poi non tradirono i figli Giuda il gaulanita e tanti altri zeloti.
Il solo Tiberio Alessandro, figlio dell’alabarca, diventato prefetto di Giudea, ebbe successo in quella zona e poté prendere ed uccidere Simone e Giacomo,  figli di Giuda.
Qui l’abilità politica e strategica  di Erode (Ant.giud., XVII,23-31) prevalse sul militarismo romano, dapprima facendo concedere parte dell’ex tetrarchia a suo fratello Ferora, che era diventato tetrarca  di Perea, poi  mediando con i nabatei e i parthi, specie dopo il matrimonio di Erode Antipa con Dasha, figlia di Areta IV.
Il problema degli zeloti, però, non fu risolto  e sembra che solo con Agrippa I  la zona fu oppressa pesantemente (Ibidem, 28) . In seguito  i romani imposero,  pur lasciando lo statuto di libere popolazioni,  tributi agli abitanti.
La tetrarchia di Tolomeo di Menneo, di Lisania, di Zenodoro,  tenuta da Erode  con l’aiuto di Zimari, e di Ferora, divenuta  tetrarchia di Filippo, poi di Agrippa I e infine passata sotto i romani, pur con  speciali statuti è il covo degli zeloti, che gravitano sulla sponda transgiordana, alla sorgente (nord est e nord ovest ) e che, animati da santoni del tipo di Giovanni il battista,  sono  oltranzisti irriducibili contro l‘auctoritas romana, inafferrabili in quell’intrigo di sentieri montani, di rupi e di caverne e di boscaglia ancora oggi visibili, ben testimoniati da Flavio (Ant. Giud., XV,346-348).

 

Methorios

il banchiere tra due stati

 

Il termine methorios è usato in diversi significati in autori  di epoche differenti: Tucidite  alla fine del V secolo,   Filone  nel periodo di Tiberio e Giuseppe Flavio in epoca flavia.

Tucidide usa il termine, unito a  h gh , per indicare che la terra di Egina  è  methoria,  cioè un avamposto Spartano contro Argo e contro Atene in cui gli egineti, filospartani, sono protetti dagli  Spartani ed hanno un comandante spartano.
Per methorios, dunque,  si intende una terra di confine tra due popoli in opposizione.
Il termine, invece, è usato, dopo secoli, in età ellenistica, in Filone di Alessandria  in quanto  il giudaismo,  in epoca giulio- claudia, è genos di confine,  ai margini dell’impero romano e confinante con quello parthico, con cui ha stretti legami per agkhisteia, suggeneia  e phratria per vincoli cioè di parentela e di affinità linguistica e religiosa  per cui esiste un popolo aramaico, come se  fosse un’unica etnia.
Questa, vivendo sotto l’impero romano e sotto quello parthico, territorialmente  suddivisa, ha le stesse usanze,  le stesse leggi, lo stesso sistema  di vita tribale agricolo ed una comune lingua, l’aramaico.
Quella, però, dell’impero romano ha due sistemi differenti  uno aramaico come quello parthico  e un altro ellenistico,  basato sul commercio e quindi diverso, pur nella comune fede ebraica mosaica.
Ne deriva, perciò. che la popolazione giudaica, poluanthropica  in epoca romano-ellenistica, risulta divisa in una pars aramaica di circa 1.600.000 (1.000.000 di Parti e 600.000 palestinesi) e 2.500.000 ellenisti.
La prima vive secondo dikaiousunh  ( Filone, Quod omnis Probus,  159) e secondo areth/virtù ( Praem., 15), conformata alla legge di Mosè, secondo le norme del Dio di Abramo, di Isacco e di Giacobbe, con cui ha una particolare relazione con un patto eterno; la seconda è un ethnos misto, contrassegnato da pleonecsia /cupidigia,  in quanto  cerca  di più  il personale guadagno (Spec. 4,5)  e vive secondo una pratica di vita mediana così da servire due padroni (Dio e i romani), pur coscienti di essere ancora   una stirpe sacerdotale, amata da un pateer provvidente, che è numen confuso con il theos  romano-ellenistico…
Filone in Vita Mosis I 324 mostra  come il genos ebraico sia  per natura isotimos , paritario,   anche se evidenzia che ci sono alcuni che nella divisione delle terre bramano di più,  andando oltre i limiti  e le misure stabilite  per mantenere il kosmos  e per l’equilibrio intimo e per  la convivenza sociale.

Il filosofo rivela di conseguenza la presenza di anisotes ineguaglianza ((De Vita contemplativa, 70)  con  l’atacsia disordine con indisciplina  oltre  che di adikia  ingiustizia e di akolasia sregolatezza in opposizione a soophrosunh….
Non è, comunque, facile delineare l’area geografica  parthico-palestinese, entro cui ci sono zone interamente pagane con popolazione di diversi credi, mentre è più facile rilevare la comune matrice oltranzista (fondamentalista, direi)…
Quale  sia esattamente la zona abitata al confine dai giudei non è facile rilevarlo, anche se si conosce, grosso modo,  tutto il territorio di confine lungo l’Eufrate: essa comprende un’ampia zona non ben delimitata ed abitata, a macchia, da ebrei  che hanno fatto proselitismo, da secoli e che si sono diffusi al di qua e al di là dell’Eufrate, più a Nord che a sud: la ricostruzione di queste zone giudaiche  intorno ad un centro specifico potrebbe essere un grande lavoro al fine di capire la funzione di Methorios e la diversa applicazione differenziata  del Tokos (interesse) tra fratelli e  tra ebrei e pagani nelle zone di confine.
Una zona  dovrebbe essere quella  intono a Nisibi  e Neerda  lungo il corso del fiume, fino alla confluenza dei due fiumi, a Ctesifonte e Seleucia  con una popolazione ebraica  superiore a quella dei  giudei di Palestina …
Dalla fine del III secolo a.C. è attestata una famiglia, quella dei Tubiadi che svolge una funzione methoria  di raccordo  e di unità tra il popolo diviso nel territorio, seppure tenuto legato  da convenzioni specie religiose,  ed unito dal tempio di Gerusalemme fino alla distruzione del Tempio…
Filone probabilmente ha di mira il potere dei Tubiadi che avevano tentato di creare un stato cuscinetto tra Siria e  Egitto nella zona dell’ Ammanitide, ( Flavio, Ant Giud. XII, 230.233)  di cui oggi si hanno le rovine in Araq el Emir (un impianto monumentale comprendente  un lago artificiale, grandi saloni, parchi, grotte scavate  nella roccia e una rocca Birta – in aramaico –swr– torre in greco= phrourion)….
Probabilmente Giuseppe ed Hircano  uomini della tradizione giudaica egizio -tolemaica, sopportati da Antioco III e da Seleuco  avevano costruito una loro sede templare con trapeza  in concorrenza con quella gerosolomitana .(cfr M. Hengel,Giudaismo ed ellenismo, Paideia ,2001,  555-562)…
Nel caso di ritrovamento di monete, come Jehud  di Elefantina si potrebbe meglio sapere le relazioni tra i due stati ,come si rileva tra Nubia ed Egitto. Cfr. A. Vincent , Religion des Judeo-Arameans d’Elephantine  i937, 562 ss passim…
Comunque, allo stato attuale è solo ipotizzabile la volontà di creazione di uno stato  di confine, la cui grandezza non è conosciuta  e di cui non è neanche pensabile una ulteriore estensione al territorio palestinese, saldamente in mani romane, seppure  sia arguibile uno stato filoromano methorios come l’Armenia minor, al di qua e al di là dell’Eufrate, come forse doveva essere quello di Erode il grande, se ci fosse stata la conquista della Parthia nel 20 a.C…
I ritrovamenti del Papiro Rainer  e i papiri di Zenone mostrano come i telonai che derivano dalla cleruchia  tolemaica di Tobia  agiscano a Tiro e a Gaza  ed evidenziano rapporti  e probabili collegamenti col tempio di Gerusalemme, oltre a quello con la Birsa: sono telonai di origine sicuramente giudaica? E’ certo che essi sono attivi e a fianco o di Giuda maccabeocontro i siriaci, da cui sono sterminati (sembra)  tutti quelli  che sono tra i tubiadi ( Oi ontes ent tois Toubiou) , nonostante un’azione protettiva del capo giudaico a Xaraxs … Il legame militare e finanziario-economico tra i maccabei e i tubiadi non sarebbe spiegabile, se non ci fosse un medesimo credo religioso con un comune linguaggio …
Inoltre bisogna ben capire la funzione del giudaismo nel regno di Parthia, nel periodo di occupazione romana della Iudaea,  nel quadro della confederazione di stati parthici: i giudei sono diffusi in ogni stato confederativo con maggiore o minore  popolazione  ed hanno in alcuni un grande rilievo, in altri minore,  in altri  quasi nullo e quindi  svolgono un ruolo diverso in Mesopotamia rispetto a quello svolto in Adiabene, Armenia Minor e Perside…
Neanche si conosce il funzionamento del sistema amministrativo parthico che, però, dovrebbe perdurare in  quello  lagide  in alcuni stati e  in quello seleucide in altri: si sa, comunque, che  per un certo periodo è solo seleucide fino a Antioco Epifane IV  che desidera estenderlo a tutta la Celesiria  o in territori semiautonomi, secondo i principi ellenistici.
Queste zone, cadute , poi, sotto gli asmonei sono  ritenute autonome  sotto Pompeo e Gabinio: non si conoscono se i diritti sono vecchi, cioé quelli acquisiti sotto i lagidi e sotto i seleucidi e mantenuti sotto gli asmonei…
Di una cosa si è certi che nella zona molte città hanno diritti ibridi poi codificati in epoca romana,  ma la loro tradizione è  quella ellenistica .
cfr.  Flavio che cita Strabone  (Ant giud. 14,75-78 ,   e Flavio stesso  Guerra Giudaica  1 ,156-166),..

Inoltre, si sa che in Palestina quattro etnie  (giudei, idumei, gazei e azotei)  vivono mescolati ai siri , celesiri e fenici.
Dalla corrispondenza di Zenone Cfr papiri di Zenone in A Momigliano, I tubiadi nella preistoria  del moto maccabaico in Atti della reale accademia delle scienze di Torino  ,67 (1931/2) 174 s.) si rileva l’apparato amministrativo in Idumea, mentre  si conosce un gruppo di giudei sotto i Tolomei  considerato come somata laika eleuthera.
Mentre la funzione del tempio di Gerusalemme è da stabilire se è secondo la struttura vecchia  tolemaica o quella lagide prima della grande  crisi di Giasone 175 a.C….
Ora, comunque sia la questione, Filone in epoca  tiberiana e Caligoliana considera il termine Methorios  come basilare in senso giudaico e dà significato  secondo la valenza già acquisita in epoca lagide, seleucide ed asmonea.
La comprensione può essere difficile, ma diviene possibile se si tiene presente la cura/epimeleia di una basileia nei confronti del tempio e dei templi in genere.
Filone sposta ora in una nuova situazione storica  quella dell’universalismo romano quiritario, connesso con la basileia romana secondo le impostazione di Areio Didimo,  che ha visto in Augustus Sebastos, Zeus, venerabile come datore di vita e come adresteia sorte stessa eimarmene,  e per di più nomos empsuchos  per tutti i cittadini dell’ecumene….
Ora Filone vedendo la situazione giudaica compromessa nel dopo Seiano (dopo il 18 Ottobre 31 ), rivendica un ruolo per il giudaismo ellenistico, distaccandosi per quanto è possibile dal giudaismo palestinese ormai schierato in senso antiromano…
Se suo nipote  Tiberio Giulio Alessandro si schiera totalmente da parte romana apostatando, lui tende invece ad una azione methoria  dopo aver mostrato la singolare impostazione methoria del giudaismo ellenistico nel suo insieme con l’ idea  di uno stato cuscinetto tra Barbaroi e  Romanitas ellenizzata.
Sulla base degli esempi dei Tubiadi e di suoi antenati oniadi propone questa nuova forma  methoria a cui dà anche specificamente un valore morale  secondo una linea di interpretazione etica in relazione a Mosè stesso theophiles / philotheos  complementari per l’unità della figura  stessa del profeta-sacerdote,  legislatore e basileus.
Egli è diviso tra l’amore  verso Dio e amore verso il popolo  e nell’incertezza è a metà tra due opposti oosper epi plastiggos     (come in una bilancia ) Vita di Mosè, III,153.
Filone sembra congiungere varie forme della cultura giudaica e le ingloba in una propria sincresi  che potrebbe essere originale ai fini d in un’ armonizzazione ed integrazione   con  la romanitas, specie nel momento critico dell’impero di Caligola.
Filone, perciò, si pone da una parte secondo la struttura greca e da un’altra secondo quella della tradizione di Neemia ed Esra , essendo lui stesso, erede della famiglia oniade,  methorios tra due culture differenti  e quindi vuole essere mediatore culturale, sacerdotale, pontefice e sviluppa la theoria dell ‘ameicsia  tipica del sacerdozio mosaico…

Filone aggiunge che il sacerdozio mosaico sottende un sacerdozio universale di tutta la la stirpe giudaica che, essendo  intermedio, svolge una funzione di congiunzione tra Dio e il popolo/ l’uomo  in genere laico.

La funzione ripresa dal cristianesimo  col suo papato cattolico romano e dalla cultura occidentale, di razza  bianca, diventa theoria delle élites di inizio Novecento  (Cfr. L’altra lingua l’altra storia), che autorizza il colonialismo, in una ripresa dell’elezione ebraica …

Il termine methorios  sottende una  ben precisa  struttura organizzativa giudaica ellenistica quella della trapeza,  dell’emporion, e della sua dislocazione in terra al confine,  dopo apoikia, dopo aver mandato una colonia, come già fatto in epoca lagide e in epoca seleucide, in epoca asmonea  e  come facevano  a loro modo gli erodiani, insomma l ‘élite della società giudaica ellenizzata che viveva in mezzo ,tra i goyim e che  si era adattata, in modo methorios, facendo effettivamente  gli intermediari  finanziari
Ho potuto rilevare che  Roberto Radice e forse ancora di più  la Kraus Reggiani abbiano intuito qualcosa del  valore di Methorios  proprio perché  più attenti al lavoro di traduzione  e più legati al testo del direttore Giovanni Reale , hanno letto con qualche altra valenza il termine (Cfr Filone,  Commentario allegorico  alla Bibbia, Rusconi 1994) …
Specie in De Iosepho, comunque,  Filone mostra la funzione  methoria  proprio del sacerdozio sadduceo e di tutte le forme derivate  da quella dei Tubiadi e degli oniadi evidenziano il ruolo politico

(25.148. Certo in modo simbolico si dice salire sul secondo dei carri regali per questo motivo. Il politico è detto secondo del re (ta deutereia pheretai  basileos).Infatti non essendo né privato né re è al confine tra i due (methorios), migliore di un privato cittadino per potere,inferiore di un re assoluto, soggetto a un popolo re, per il quale preferisce fare ogni cosa con fede pura e lealissima.)…
Fatta questa premessa tra le due letture di base del termine cerchiamo di capire da dove effettivamente sia derivato il termine nella concezione giudaica e chi per primo tra i giudei  lo abbia usato: senza dubbio i tubiadi prima  e poi gli oniadi hanno dato il significato in senso commerciale in quanto hanno svolto una precisa funzione in zone di confine., sia tra i Parthi e  romani,  che in zone dell’India…
Gli oniadi, poi, avendo fatto apoikia e quindi vivendo in mezzo a pagani, esercitando l’usura  hanno svolto in epoca romana  una precisa funzione di intermediario finanziario ai confini tra l’impero romano e zone semi barbariche in cui esisteva  una moneta diversa, applicando forme diverse di interesse  in relazione al cambio…

Gli oniadi , inoltre, essendo elementi sacerdotali, connessi politicamente con i vincitori, dovunque si trovino,e facendo proselitismo fino agli inizi del regno di Claudio, hanno piena coscienza  della propria elezione  e della loro funzione culturale in quanto  figli unici del Theos pathr,  signore dell’universo

Perciò, si può dire in conclusione che Il termine  Methorios, pur comparendo  in Tucidide  nel suo significato di base, diventa  espressione di un nuovo valore solo in Filone.
Lo  storico greco, antico,  dà , dopo la denotazione  geografico-storica, una connotazione logistico-militare.
Il filosofo giudaico, ermeneuta, esegeta biblico,  erede di una famiglia sacerdotale (che  ha  esperimentato  col sistema templare  trapezitario  ebraico, il compito di  appaltare  di phorologein  la riscossione dei tributi  per i  dominatori lagidi e seleucidi, prima, e , poi,  per gli asmonei e per gli ultimi Tolomei  ed infine per i romani,  congiunto con quello di collettivizzare  in luoghi di raccolta e di smistare con  carovane i depositi bancari  fino al Tempio di Gerusalemme,(derivati dall’ ingente massa annuale della doppia dramma, di ogni giudeo ) dà un valore  nuovo,  aggiungendo  un significato morale ad un termine  proprio del codice militare e fiscale.
Gli studiosi, specialisti,  forse, non congiungendo opportunamente l’area semantica di methorios, ed  avendo conoscenze solo teologiche di Filone,  rilevano  il valore  lessicale e l’area allegorico- analogico-simbolico-anagogica  e concludono quindi in senso  etico…
Filone,  in un’ epoca come quella Tiberiana e Caligoliana, quando critica è la situazione di tutta l ‘etnia ebraica, colpita  a morte nel suo sistema emporico e trapezitario ecumenico, sia  nella madre patria della Giudea che  nelle sedi mediterranee della Diaspora ellenistica usa il termine, a mio parere, in modo da mostrare la funzione oniade nelle zone di confine: è una difesa  (un ‘apologia) morale  che copre, sottendendo  la ragnatela bancaria e il sistema emporico giudaico, di uomini  ricchissimi, cives romani  divenuti csenoi  ed epeludes, non più  epitimoi  perché colpiti da atimia ..
Methorios, methoria, methorion, dunque,   è un aggettivo certamente  usato  da Tucidide.(460/456-395/390 a. C.) in La  Guerra del Peloponneso  due  volte, mentre è variamente usato con significato, diverso da Filone.
In II,27 lo storico ateniese dice: H de Thureatis ge methoria  tes Argeias kai Lakonikes estin/ la terra Tureatide è  confinante tra Argolide e Laconia.
Il termine ha un particolare rilievo per lo stato di ostilità continua tra la due regioni e per la situazione, creatasi nel corso della guerra peloponnesiaca,  per cui gli abitanti di Egina, scacciati dagli ateniesi, perché rei di avere causato la guerra in Locride, erano stati condotti in quella terra, per ripopolarla, dagli spartani, memori del loro aiuto nel precedente terremoto e nella rivolta degli Iloti.
Nella seconda citazione Tucidide (IV,56) parlando dei fatti  del 425 anno, in cui Brasida, dopo al sconfitta di Sfacteria, stabilisce di fare la spedizione in Calcidica  nel momento in cui  c’è l’occupazione di Tirea, il capoluogo della zona methoria  e oltre alla  cattura dello spartano Patroclo, ferito.
Lo storico intende, dunque,  con gh methoria  indicare la terra di Cinuria- Tureatide  posta al confine tra Laconia ed Argolide, marcando la difficile situazione di una zona  posta tra due stati in conflitto, e rilevando la sua funzione difensiva per la Laconia e quindi per Sparta.
Filone Alessandrino (30/25 a.C- 42/43 d.C.) usa il termine Methorios varie volte,    dà di norma una valenza significativa morale, mentre parla della figura di progrediente  in relazione al bios di Abramo e  specie di  Giacobbe per  mostrare la singolarità dell’ebreo, di un uomo che cerca e vede Dio, di uomo che combatte con Dio in una continua skepsis, secondo linee ascetiche,  in una visione ecumenica.
Su questa base  semantica Filone attualizza il termine in epoca caligoliana e lo vede nella sua crisi  e lo connota come methorios ,uomo al confine tra Romanitas e Parthia: infatti l’ebreo è da una parte romano-ellenistico e da un’altra mesopotamico, integralista ed incapace di mediare e  di mettere insieme due culture oppositive. Per Filone, invece, l’ebreo methorios è chi corre il rischio di essere bruciato tra i due estremismi, ma è anche il  saggio  che sa congiungere i due opposti e  lanciare ponti in  modo da svolgere la sua funzione di mediazione non solo culturale ma anche economico-finanziaria.

Il compito del methorios diventa difficile ed eroico  quando domina il fanatismo religioso , quando ci sono scissioni/skimmata , erides contese  e  staseis , quando c’è guerra/polemos nell’anima ebraica, dilacerata tra la cultura occidentale romana e quella orientale parthica…
Nei conflitti  tra Romanitas e Parthia  si è rilevato  puntualmente in Giudaismo Romano   un tradimento ebraico: dall’impresa antipartica  di Crasso a quella di Antonio, dalla ventilata guerra di Augusto ai Parthi nelle 20 av. C., alla volontà di invasione da parte di Caligola fino alla guerra di Traiano nel 116.
Sempre i romani sono sconfitti perché con l’esercito romano ci sono i giudei che,essendo inizialmente methorioi, poi passano dalla parte dei Parthi  dimostrando coi fatti la loro reale appartenenza al mondo mesopotamico barbarico: i battellieri ebraici che imbarcano a Nord l’esercito romano e lo portano fino alla pianura mesopotamica  in epoca traianea, dopo la sconfitta romana ad opera della cavalleria catafratta parthica, non fanno risalire i soldati romani sulle loro barche e quindi rendono manifesta la sconfitta e penosa la ritirata di Adriano  mentre Traiano è malato…
Il solo Ventidio Basso, un legatus antoniano,  ebbe la meglio sui Parthi  nel 38 av.C. perché non volle la mediazione ebraica né alcun aiuto, rifiutando perfino le guide e vinse a Gindaro, grazie ad una sua specifica scelta militare e alla capacità di evitare lo scontro con la cavalleria catafratta nemica …
Il termine Methorios, dunque, per me   è basilare per la costruzione di una nuova figura di ebreo, vilipeso perché privo di diritti civili nel mondo romano, nel periodo seianeo e caligoliano,  perché considerato gente  xenofoba,  taeterrima, perfida,  secondo una connotazione dovuta più all’integralismo palestinese che  a quella degli ellenisti,  seppure  odiosi  alle altre nazionalità con cui convivono alla pari nel Kosmos romano, perché ricchissimi ed avidi esattori della domus Giulio-claudia, che hanno organizzato un grandioso sistema trapezitario grazie all’abilità nella  riscossione dei tributi…
Nelle due opere storico-politiche In Flaccum e Legatio ad Gaium,  ed anche in De Iosepho e nelle Vite di Abramo e di Mosé, in particolare, è possibile rilevare il valore completo di methorios, seppure espresso solo in senso morale…

Ci piace  a questo punto precisare  questo ultimo punto rilevato nell’opera filoniana.
Noi riportiamo,  perciò, due puntuali citazioni di Filone, da cui si evince  la lettura di methorios come elemento  intermedio posto al limite tra due estremi, in cui il suo etimo  semanticamente diventa tipico  nei rapporti intercorrenti tra Dio ed uomo come  ricerca di equilibrio tra materia e divinità,  come  via intermedia propria di una methodos , che dovrebbe dare stabilità all’ uomo che cerca Dio  nella giungla materiale diairetica di bene/male , di sensibile/ soprasensibile di transeunte /eterno, di mortale /immortale,  di umano/ divino.
In De opificio,  135  si legge : l’uomo è al confine tra  la natura mortale e la natura immortale  perché partecipa  anancasticamente  dell’una e dell’altra in quanto creato insieme mortale ed immortale, mortale nel corpo ed immortale nella mente…
In quasi tutta l’opera di Filone è presente questa impostazione  apologetica  in una considerazione simbolica secondo l’esegesi biblica del giudeo  “spiritalis”, come i farisei e  gli esseni e, specie i contemplativi ( De Vita contemplativa)   in un rovesciamento della figura dell’ebreo/ivri – chi vede Dio   Israel , in sacerdote e quindi persona sacra che aspira a congiungersi con Dio.
Questa impostazione apologetica è ancora più palese è  in  De Somniis II,229-230:e in Peri  ths Moseos kosmopoiias , 105
Filone mostra la mente del saggio,  distaccata dalle tempeste e dalle guerre e  la vede  approdata  alla serenità in una pace profonda, come tipica di un  essere  inferiore a Dio,  ma superiore all’uomo
In questa visione Filone  è connesso con la lezione epicurea propria della Lettera  a Meneceo: ouden eoike tooi thnetooi,  anthropos   o zoon en tois athanatois agatois.
La precisazione che fa è la seguente: l’uomo di valore occupa una posizione methoria  in quanto  non è Dio  né uomo, ma un essere  legato ad ambedue  gli estremi, alla specie mortale per la sua condizione  di uomo, a quella immortale  per la sua virtù.
Da una parte  il valore epicureo, a seconda del  libero arbitrio umano,  può portare alla perfezione o alla abiezione, in relazione al  prevalere  della virtù o delle passioni; da un’altra, la via è quella dello spoudaios, del saggio che tende progressivamente al sommo bene  seguendo il paradigma di Abramo, di Isacco, Giacobbe e  specie di Mosè che è la sintesi dell’uomo perfetto(teleios).
Filone, dunque, con  methorios esprime la concezione di filosofo posto al confine tra la paideia greca e la musar aramaica, di mediatore culturale,  nella certezza della centralità  della  lettura biblica, simbolica in una sincresi di  Socrate e di Tare, padre di Abramo.
Questa fusione culturale seppure sincretica, tra cultura greca e cultura aramaica mediata dal giudaismo ellenistico, specie alessandrino, e dalla sua oikos (domus ) Oniade che aveva profonde connessione con i Tubiadi, è dominante nel periodo flavio, quando il giudaismo subisce limitazioni e viene fatto scadere in senso commerciale: il declino trapezitario  giudaico in epoca antonina produrrà staseis e neoterismoi e favorirà il ricongiungimento tra aramaici ed ellenisti, specie nella rivolta di Shimon bar Kokba…
Finito il successo dei methorioi  che, in epoca diversa, avevano fatto la storia  tra i due imperi.  ora l’ebraismo era giunto al massimo parossismo tanto da commettere misfatti inauditi: stragi a Cirene e a Cipro nella guerra di Kitos…

Eppure da Cesare  fino a Nerone  i methorioi, specie alessandrini, manovrati dagli oniadi,  erano stati utili intermediari che appaltando la gestione della riscossione dei tributi, per i romani, fecero l’ epopea mercantilistica  ebraica, maggiore di quella fatta precedentemente  al soldo dei lagidi  dal terzo secolo  fino al  II e al I secolo. in ogni parte del mondo essi cambiavano valute, in India come nel cuore dell’Africa, sulla costa atlantica come su quella della palude Meotide o su quella Caspia ,  le loro trapezai erano una garanzia per i popoli barbaroi, essendo  in relazione anche ai diversi cambiamenti politici e ai grandi rivolgimenti storici.
Essi con il sistema bancario  connesso col proselitismo grazie alle alle apoikiai (colonie),  formavano un élite di naucleroi, di emporoi, di kapeloi  ben serviti da una schiera di trapezitai e loro agenti  che timbravano e marchiavano i i tributi per il Tempio di Gerusalemme Essi per oltre un secolo erano i  rappresentanti del comemrcio ellenistico e specificamente erano cives romani  in terre lontane  riuscendo a prosperare  anche dopo la fine dei regni ellenistici, col vincitore romano, e ad aumenatre  il loro impero finanziario, che  anzi viene decuplicato nel periodo di Augusto e il primo Tiberio…
I giudei ellenisti  anche se si opponevano come scismatici al Tempio di Gerusalemme, massima trapeza, il cui controllo era necessariamente in mano romana grazie al fedele servizio dei sadducei,  avendo perfino un proprio Tempio a Leontopoli e trapezai in ogni  parte del mondo perfino oltre i limiti dell’impero romano e di quello parthico, erano l’avanguardia dell’esercito romano stesso , costituendo la base per l’ ellenizzazione, per la penetrazione nelle remote plaghe dell’India e della Cina, dell’Africa, delle fredde isole del Nord Europa
Methorios, però, risulta ambiguo proprio per la doppia nazionalità dell’ebreo che oltre alla cittadinanza del luogo di domicilio ha la cittadinanza di Gerusalemme, una cittadinanza katholikotera (più universale)  segno di diversità e di separazione rispetto alle altre etnie…

Comunque  ci teniamo a concludere definitivamente con  Filone, che  in De Iosepho ,148 sviluppando il tema della morale come politica e fissando le funzioni del politico e del suo rapporto col sovrano, con il privato e col popolo, precisa la funzione intermedia del Methorios  congiunto con o politikos (vir civilis).
Egli mostra Giuseppe salente sul secondo carro e quindi come colui che fa le seconde parti rispetto al faraone (o politikos ta deutereia pheretai basileos) quindi come un uomo non privato né re, ma methorios  tra i due  in quanto è superiore al privato ma inferiore al re per comando assoluto (autecsusion), che si serve del popolo re,  a favore del  quale  preferisce fare ogni cosa  con fede pura e che serve lealmente il sovrano…

Il Methorios di  Filone  risulta, allora, eguale a quello di Flavio Bios , 22, 105 kai de pempsantes  pros Ihsoun ton archilesten eis ten Ptolemaidos methorian, upeschonto dosein  pollà chremata ..  Cosi avendo inviato un messaggio a Gesù il capo brigante, nella terra di confine di Tolemaide  promisero di dargli molte ricchezze … uomo che vive in una terra di confine -dove si scontrano due auctoritates  quella romana e quella di un’ecsousia di un capobrigante  cioè di una zona franca, dove  esiste solo un potere locale,- in cui il trapezita  è garanzia di un superiore potere economico e finanziario…

La chiesa cattolica romana è erede di tale cultura methoria: il  pontificato  svolgendo la sua funzione sacerdotale, ha vanificato dapprima la potestas imperiale  di Roma, perché demoniaca,  poi il potere politico regale popolare, del popolo- re, minando ogni democrazia, creando la massima ingiustizia sociale  sulla base di un  privilegio  ebraico, di un Theos pathr provvidente…che ha un patto di alleanza col suo popolo, bianco, ebraico cristiano …

Retorica e cristianesimo

Ha ragione Nietzsche?

Secondo Nietzsche (Umano, troppo Umano) “l’origine del cristianesimo sta nel progetto di spacciare la sconfitta storica di Gesù, la sua morte ignominiosa sulla croce in una vittoria in un altro mondo”
Il filosofo vede, dunque, il cristianesimo come “sviluppo e prosecuzione dell’ebraismo” e considera i cristiani come uomini che “incapaci di accettare la realtà della morte del Christos, ne stravolgono l’insegnamento in senso morale” secondo la lettura allegorica farisaica e vi introducono la prospettiva del peccato, della colpa, dell’aldilà, concetti del tutto estranei ad un ebreo di quell’epoca.

E’ dunque, il cristianesimo un fenomeno, letto tragicamente,  secondo i canoni della retorica dove i fatti vengono mutati nel loro contrario, in un sistema ordinato secondo i criteri di verisimiglianza, in modo da sbalordire lo spettatore (il fedele) che rileva l’azione con mutamento (metabolh), unito a peripeteia?
Se esaminiamo i termini secondo la logica della Poetica di Aristotele (1452a 11ss ) si rileva che peripéteia è il termine centrale in una situazione mutata, passata improvvisamente da un male ad un bene, da forma, dominata da forze negative, inaspettativamente rovesciatasi tanto che, nella tragedia. si richiede l’intervento miracoloso del deus ex machina.

Il passaggio da un fatto con mutamento può avvenire secondo normale anagnoresis/riconoscimento, ma diventa miracoloso e paradossale quando si ha la peripeteia.
Il termine indica  uno straordinario mutamento situazionale, un accadimento improvviso, imponderabile, in quanto sul soggetto agente piomba addosso (peripiptoo)un accadimento improvviso che stravolge ogni cosa, in quanto si passa esattamente al contrario di quanto si poteva prevedere umanamente.
C’è in peripeteia sottesa l’azione di un Dio pater provvidente che, avendo un suo piano sul soggetto, lo realizza in modo imprevedibile, secondo una conclusione in linea con la sua oikonomia divina.

Dunque la peripeteia è un segno dell’intervento di un Dio che stravolge la storia ed avvia il suo fedele passivo, ad una sorte nuova, migliore, facendolo passare da uno stato di massima afflizione ad uno di massima felicità, dando così un compenso eterno ad un mortale che segue la sua volontà ed accetta lo stato di miseria di vita umana secondo le regole, imposte dai sacerdoti, che sono i medium (pontefici) di questo passaggio e che autorizzano coi sacramenti il graduale trasferimento dalla vita alla morte, dall’infelicità dello stato umano e terreno ad una felicità di uno stato ultraumano e celeste.

Insomma secondo il pensiero cristiano bisogna essere macerati in un ingranaggio di dolore ed arrivare ad una catastrophé tale da produrre catarsi/purificazione per conseguire poi il passaggio allo stato contrario grazie all’intervento di Dio: non c’è salvezza senza questo passaggio; non nasce la vita se non con la morte, non si sale in cielo senza la sofferenza terrena…

Il cristianesimo ha banalizzato il sistema della tragedia greca e lo ha reso popolare, anzi ha fatto si che ogni uomo debba subire la massima forma di dolore o sofferenza o afflizione terrena per aver un premio infinitamente maggiore in un altro mondo, come compenso del quotidiano travaglio di vita: dare eternità di vita come promessa per una vita effimera, dominata dal male, sofferto rassegnatamente …
E’ questo proprio il metodo dei Theourgoi/ teurgi – di cui parla Giamblico (245-325 d.C.) specie nel III e IV libro di Misteri degli egiziani – la cui funzione tra gli uomini è utile per la conoscenza del futuro.

Essi insegnano una pratica di vita ascetica progressiva…
I cristiani in epoca costantiniana e poi teodosiana, influenzati o condizionati dal pensiero del filosofo platonico mettono insieme Theamata theia (visioni divine) e theoreemata episteemonika (osservazioni scientifiche) proprie dei teurgi in modo che Christos sia chreestos /utile perché l’élite sacerdotale sia guida morale pari ai maestri di Teurgia.

I sacerdoti come i teurgi, quindi, cercano un metodo di conoscenza irrazionalistico, teologico da una parte e da un’altra uno razionale epistemico, capovolgendo ogni sistema ed ogni struttura con la duplice loro via di indagine logica e mitica…secondo procedimenti retorici, basati  sull’asse metaforico mediante la similitudine, -che passa  direttamente  alla metafora (esempio: donna splendida  come il sole, soppressione di splendida e come e quindi  risultanza di assimilazione dei due termini apparentemente di aree diverse ed incomunicabili, La  donna è  sole) – o su quello simbolico ed allegorico, dove il secondo termine, quello di paragone può diventare e soggetto mediante inversione o rimanere predicato nominale   in quanto sono equiparate le due sostanze reali (sole e donna), poeticamente e religiosamente,  in quanto   ambedue sono sumbolon  ed hanno infinite possibilità di scambio ed autorizzano alleegoria, un dire diverso da quello  che deve essere inteso (esempio  agnello divino = Dio/agnello),  specie nel corso della ripetizione rituale  e cultuale, specie se  in sette o in folle  di fedeli, riuniti in manifestazioni sacre, presiedute da sacerdoti ….
Dunque, Nietzsche ha ragione?….
Non è proprio come dice Nietzsche, ma il filosofo aveva ben individuato il problema ed aveva visto la derivazione dall’ebraismo del cristianesimo cioè del Regno di Dio, come di una cellula ebraica antiochena, anche se non rilevava la differenza con l’altra del tutto ebraica e rimasta pura, quella del Regno dei Cieli, confusa poi, dopo la vittoria definitiva del cristianesimo, con l’altro Malkuth/regno…

Nietzsche ha certamente capito la funzione del sacerdozio, simile a quella dei rabbini del periodo talmudico, che facendo la peripeteia promettono un eterno premio al mortale che soffre e vive la quotidianità di vita nella sofferenza: lui autore di La nascita della Tragedia e professore di greco ha piena coscienza dei termini e mostra la funzione arbitraria di una classe intermedia sacerdotale tra uomo e Dio tanto avida da svolgere un ruolo tra i credenti e la divinità, convinta di operare per il bene dell’uomo, in attesa della fase del suo adultismo

La funzione methoria/mediatrice del pontefice, come quella del rabbino e come quella del teurgo, ha in comune lo stesso procedimento, quello della peripéteia: l’inganno/panourgia è nel capovolgimento delle strutture: Paolo di Tarso ne è il sublime interprete.
E’, dunque, il cristianesimo (il Regno di Dio) davvero una forma ebraica ed ellenistica, (costituita da retori fruitori di doppia cultura che già nell’ambiguità del nome si classificano) che trova la sua applicazione nella peripeteia, in una sincresi forzosa di elementi giudaici e di formule ellenistiche?

Secondo me, questo è il cristianesimo, ma non so se è “la più nichilista di tutte le religioni ” o è “una religione, come le altre”, che si basa su un popolo -bambino che crede alle parole di chi ha privilegi, in quanto clero, che capovolge ogni sistema e lo stravolge in nome di Dio, facendo il proprio interesse.

So, però, che il clero oniade (discendente da Onia III), alessandrino, imitando la perfezione/teleioosis di Mosè, con la sua attività bancaria e con la sua perfetta economia- penetrata in ogni parte dell’impero romano- ha, comunque, creato questo sistema religioso.  Esso, più di quello gerosolomitano, più di quello essenico, incorporatosi nel sistema romano ellenistico, prima nel II secolo  e poi come fenomeno cristiano con Costantino ed infine con  Teodosio, si è sempre più radicato tra i vari popoli…, approfittando del nomen di Roma,  eterna in Occidente e in Oriente,…grazie  anche ad un’ educazione impartita fin dalla prima infanzia …

Un Dio tragico: aprosdoketon e peripeteia in Historia

Un Dio tragico

Pasa episteemh khoorizomenh dikaiosunhs kai ths allhs areths, panourgia, all’ou sophia phainetai/ ogni sapere, disgiunto da giustizia e da altra virtù,  sembra raggiro, non sapienza.  Fozio,Gnoomai 245.

Ho sempre pensato che il Dio cristiano abbia più una connotazione militaristica e tragica -in quanto è un dio arcaico ebraico- che quella universalistica e provvidenziale, successiva, della filosofia platonico/stoica….

Costantino, imperatore d’Occidente, vincitore nikeths  su Licinio, imperatore d’Oriente, capace di riunire l’impero romano,  è personaggio controverso, data la sua nascita bastarda, vista la sua educazione militare, considerata la sua ferocia:  vede solo nel Theos , Jhwh sebaoth  dio degli eserciti,  il proprio numen tutelare, come Christos giovanneo…

Perciò, l’imperatore, sotto il consiglio dei suoi intellettuali (specie Osio di Cordova e  Lattanzio) innesta,  grazie anche allo storico Eusebio di Cesarea, il cristianesimo sulla tradizione  giudaica biblica, già collaudata, dopo Marcione,  che ne era stato fiero oppositore sulla linea della paternità divina, congiunta con la metrioths/moderazione ellenistica…

Il Theos  giudaico del Vecchio Testamento è crudele e spietato contro i nemici, ma è anche un dio tragicamente assetato di sangue, direi, sadico, desideroso di sconvolgere i piani del razionalismo della creatura umana, che procede secondo logos  nella costruzione della storia privata e collettiva.

Con thaumasia/miracoli  e terata/ prodigi  il theos scardina la normalità di vita,  sconvolge ed abbatte il regolare flusso  temporale di vita, storico,   e lo snatura.
La divinità non solo sconvolge i piani umani, ma improvvisamente li capovolge,  dimostrando di essere il solo padrone della storia  e lo fa secondo canoni propri della tragedia, avendo bisogno di vittime

L’uomo, entusiasta, teso verso l’alto,   stordito dalla katastrophh, è costretto a ridimensionare i suoi piani di elevazione  spirituale, e si prostra riverente davanti alla grandezza del numen e alla sua epiphaneia, e alla natura stessa, simbolo della divinità, in una volontà di purificazione della propria  ubris/superbia  di creatura rispetto al creatore…

Questo avviene non solo nei processi  storici  e nelle vite di grandi personaggi, ma anche negli  accadimenti naturali  come maremoti,  terremoti,  eruzioni di vulcani, inondazioni,  glaciazioni,  e nelle staseis  rivolgimenti sociali e politici o come le rivoluzioni popolari, i cambiamenti cruenti di governo, le formazioni di stati  ecc…

Non solo ai vertici  delle gerarchie sociali e politiche, laiche ed ecclesiastiche, ma anche a livello popolare  il theos applica la sua legge  indistintamente  accomunando tutti i mortali, nati per morire.

Ogni creazione stessa  umana  è labile, transitoria, destinata a crollare, comunque sia la costruzione, già inficiata  dalla sua stessa materialità e dai limiti del costruttore stesso, nonostante la  riconosciuta geniale perizia…

Il theos esprime con il cambiamento improvviso la sua legge provvidenziale, imperscrutabile,  rivelando un altro disegno diverso da quello umano, un‘altra storia…

Ma la provvidenza/pronoia, che stabilisce l’ oikonomia tou theou, esiste veramente in quanto esiste un Dio creatore  del to olon  universo, e del to pan,  il mondo conosciuto  terreno, ellenistico e barbarico  costituito da tutti  viventi  (piante ed animali)?

Si parla, comunque,  di un Theos ellenico,  dei contadini della beozia dell’Vlll secolo,  di Esiodo che  parte dal Kaos (Teogonia 116- prootista Kaos geneto,)-  che però  dipende  dai  culti accadici ed hurriti,  derivati, anche loro, dal RgVeda…

Esiste, dunque,  kosmos con armonia / un sistema costruito ordinatamente  e meravigliosamente dalla mente del Theos,  a vantaggio  dell ‘uomo, razionale e loquace,  principe rispetto agli altri elementi irrazionali  e muti  del creato?

Ma,  ci può essere armonia con kosmos, se c’è privilegio dell’uomo e dell’ebreo-cristiano  sugli altri ?!

Non ci sarebbe omonoia, neanche se imposta  dall’alto, ma solo principato di una specie . La pronoia di un Dio, giusto  distributore  di sorti,  potrebbe non esserci perché esiste l’irrazionale anagkh del destino,  da cui dipende la vita dei viventi in Natura, indistinti, capaci  da soli, secondo processi evolutivi, di organizzarsi in relazione agli ambienti  e ai climi e al suolo stesso  e alle diverse latitudini.

Potrebbe valere solo h eimarmene sorte, destinata ad ognuno di noi, senza intervento di nessun daimon, regolata automaticamente  senza merito e casualmente,  tipica dell’uomo e  di ogni vivente di ogni parte del mondo e dell’universo?

Se il pianeta Terra  è, nel sistema solare, con la sua Luna,  solo una pars minima del Creato, galattico ed extragalattico, costituito da miliardi di astri, non certamente esseri angelici,-come riteneva il mondo antico- ma mondi  dotati di energia vitale, infinitamente più grandi del nostro stesso intero sistema solare,  perfino nei buchi neri, come possiamo avere ancora una concezione ellenistica tolemaica, anche se  aggiornata in senso copernicano ed einsteiniano, basilare per i sistemi religiosi occidentali cristiani?

Tra  i tanti  elementi  antitetici, contrastivi e  contraddittori,  connotanti il sistema retorico classico-giudaico cristiano, teso  verso la spiritualità come elevazione morale,  ektheosis/ indiamento e  telioosis/ perfezione,  disgiunta nettamente dalla realtà  umana popolare, volgare e materialistica,  discriminata come ilica, mi piace sottolineare  come il Dio cristiano operi secondo i processi dell’aprosdoketon  e della peripeteia, che sono fenomeni retorici, propri  del romanzo e della tragedia.

Aprodookhton da aprosdokao esprime un valore di inatteso, inaspettato ed imprevisto e si dice di qualcosa – che l’uomo, pur nella sua razionalità e normalità, non può prevedere – che capita improvvisamente non solo come calamità naturale, ma come evento  straordinario privato.

Infatti l’uomo costruendo, in modo personale, se stesso e facendo un suo percorso, fabbrica un  futuro, poco a poco, e vede giorno dopo giorno la sua opera crescere  come cultura individuale, come  famiglia, come  relazione sociale, come  possibilità di proiezioni  in varie direzioni, anche in senso  commerciale, secondo la logica dell’aspettativa umana, connessa con il naturale evento di successione cronologica, come se fosse possessore del suo tempo, pur breve, avendo, comunque,  moderata fiducia  e  speranza compatibile con l’età, nella convinzione di un’eternità genetica.

Così facendo, pur senza salti utopici, l’uomo, arrogantemente usurpa, si dice, natura e tempo, quasi fosse superbo della sua personale  costruzione, convinto del suo genio creativo,  che è risultanza di una vita realmente vissuta e di una continuità di lavoro, come se fosse realmente pars divina,  perché educato religiosamente  come figlio di Dio, padre,  di cui  ha  sacro timore, secondo la tradizione giudaica.

Il mondo classico parla, allora, di phtonos theoon, invidia degli dei e il cristianesimo di vendetta di Dio sul superbo arrogante.

In latino  il concetto  retorico di aprosdoketon  è espresso come fulmen in clausola o come in cauda venenum, come se l’autore – di solito è  Marziale  che lo usa –  facesse un’operazione di una stoccata conclusiva finale, come  di un fulmineo colpo  di un gladiatore che chiude definitivamente la partita proprio quando stava per soccombere, come di uno scorpione che, alla fine, vince colpendo col suo mortale veleno caudale.

I latini sono uomini convinti di essere ognuno faber suae quisque fortunae, anche se rilevano la disgrazia di Emilio Paolo vincitore fortunato a Pidna, trionfante su Filippo V, re di Macedonia, rimasto senza figli maschi, pochi giorni dopo il suo trionfo (due gli morirono naturalmente  e gli altri  legalmente perché erano stati adottati da famiglie prestigiose)…

Dunque, aprosdoketon è usato  specialmente nell’epilogo di un epigramma e di una vicenda comica o tragica   e  vale in effetti come una battuta finale inaspettata, paradossale, che stupisce il lettore o lo spettatore che ne rimane sbigottito: l’ekplecsis  è lo stato finale di chi, colpito, resta intontito come fuori di sé per qualche attimo, tanto che  l’autore del Peri upsos  parla di Ekstasis/ fuoruscita di mente.

Il Dio cristiano per i Padri Orientali ed Occidentali, nutriti di Paolo e della sapienza evangelica,  fa la storia dell’uomo a suo piacimento ed arbitrio e porta a giusto compimento ogni cosa, facendo partorire dal male il bene, dando funzione all’inetto, dando potere al debole  sovvertendo ogni valore e considerazione umana razionale.

Dio, secondo Paolo ( 1 Corinzi)  confonde i sapienti, abbatte i potenti ed innalza gli umili…perciò per l’uomo adamitico esiste la morte,  per l’uomo che vive di Cristo esiste la resurrezione. Cristo fu risvegliato dai morti  ed anche il cristiano lo sarà. Come per un uomo esiste la morte così per un Uomo (cristiano) esiste la risurrezione…Tutto si muta,  tutto finisce, tutto si consuma, la stessa conoscenza katarghthhsetai si dissolverà….

Per i Vangeli il cielo e la terra passeranno, le mie parole non passeranno Luca 21,33; gli ultimi diventeranno primi e i primi diventeranno ultimi Matteo 20,16 …

E’ una visione escatologica ed apocalittica, propria di scrittori giudaico-cristiani, ed anche platonico-stoici, che, comunque, hanno una elpis, quella di un’altra vita utraterrena, un regno dei cieli come dimora dei giusti,  che la  conquistano con una  vita di sacrifici e di dolore,  a seguito di profonde lacerazioni  materiali,  pur circondati dal  male  e fiduciosi in Dio Padre, che sarà il giudice  che ricompenserà il breve soggiorno infelice con la beatitudine eterna.

Ora  per noi cristiani la Storia  con le sue peripeteiai, le improvvise mutazioni situazionali,  è nelle mani di Dio,  che ne  è il vero costruttore, il vero faber, unico artefice,  che  guida la nave tra le onde del mare, da esperto pilota,  mentre l’uomo creatura si illude di essere creativo costruttore, artefice della sua vita, di saper navigare il male esistenziale …

Peripeteia -deriva da peripiptoo che vale  cado circondato ( sottende  “da nemici “o “da onde del mare” , o “da fuoco”, da altri elementi pericolosi).

Dunque, peripeteia  rimanda all’idea di un qualcosa, in cui si piomba,  cadendo circondati tanto da non poterne uscire, se non dopo lungo tempo di permanenza, in uno stato di sofferenza,  e grazie a fortunate coincidenze…

Perciò, si può dire, generalizzando, che i due termini rivelano, insieme a tanti altri, il sistema retorico classico giudaico-cristiano, di cui sono strutture minime; si passa poeticamente  cioè dalla similitudine  alla metafora e religiosamente  al gioco simbolico ed allegorico  sulla base di due termini che sono messi insieme arbitrariamente, in quanto appartenenti a due aree semantiche diverse.

L’artificialità classica  poetica, se diventa consuetudine di vita mediante canto o rappresentazione  e  risulta rito ripetuto,  specie da masse guidate da un sacerdote,  trasforma i due termini da elementi complementari e  formali in sostanze reali assimilate e divinamente congiunte  in un unicum…

Gesù è per il cristiano nella quotidianità di vita come la manna nel deserto, …Gesù  è manna eterna rispetto alla manna caduca terrena,... Col rito della memoria dell’ultima cena,  Gesù diventa il pane della vita, data la continuità rituale , la ripetitività del fatto in comunità ecclesiali e il predominio culturale della romanitas, anche se in forme cristiane…

Perciò, la coscienza terrena quotidiana del male, che circonda  la luce come tenebra  e con  esso  la non presenza della dike giustizia, dell’armonia, del kosmos,  ha conformato l’uomo in senso manicheo... chiuso tra Dio e il suo antagonista, simbolo di luce e di vita il primo, di tenebra e di morte il secondo…

Allora, così circondato, io-mortale – a cui il sapere sacerdotale, teologale, scisso da giustizia, sembra un raggiro e non sapienza– sono incline a pensare non a un Dio ordinatore, pater, costruttore,  venuto perfino a salvarmi su questa terra,  a redimermi da peccati originali,  ma al Caos datore di  Bios vita e  di amore, nel suo vortice senza principio e senza fine, in cui si scontrano  e  si fondono gli opposti nel magma del divenire, in senso vitalistico infinito, autogenerantesi, in una continuità creativa.

La presenza oggettiva di male  come ingiustizia, come mancanza di armonia e kosmos  mi turba  tanto da farmi pensare che ogni disarmonia,  ogni forma ed ogni suo contrario, convivano in un unicum informe con tutte le forme difformi, ibride, innaturali, mostruose, prima ancora delle  idee  rappresentative  del mondo  terreno, secondo ottica antropologica, prima degli inizi dei tempi, come trionfo del Caos.

Un ribollire caotico di pulsioni primordiali  è  preferibile, come concezione,  ad un kosmos classico giudaico/cristiano…

D’altra parte classicismo e giudaismo hanno creato i miti  con la tragedia, col romanzo, con la Sapienza,  con la Bibbia,  con ogni forma letteraria collegata con la cultura manichea, antitetica,  e con essa la  retorica della theoria, che risulta una spettacolarizzazione di ogni cosa naturale, capace di attirare  e dilettare  e di insegnare l’esercizio   della mimesis/ imitazione dei modelli,  paradigmi di vita teatrali.

Ambedue, comunque, dipendono  culturalmente, data la vicinanza geografica dalla civiltà accadico-hurrita, influenzata dal RgVeda induista.

Genesi 1-2   sembra  dipendere da un testo cuneiforme del XIII secolo che tratta di tre re degli dei – Alalus, Anu e Kumarpi prima del sorgere del tempo cfr P. MERIGGI,in Atenaeum XXXI,1953,pp.101-103 , come  anche Esiodo per la nascita di Urano, Crono e Zeus :  in principio Elohim creò il cielo e la terra. E la terra era deserta e vuota e le tenebre erano sulla superficie dell’abisso  e lo spirito di Elohim aleggiava sulla superficie delle acque…

La cultura ebraica, con Elohim (al plurale-gli dei), rimanda ad una  base politeista mesopotamica, e si lega al mondo vedico…

In Rg.,X,129, infatti, si legge Cfr. R.PANIKKAR, I Veda,BUR,2001):

in principio non vi era essere né non essere / non vi era l’aria né ancora il cielo al di là/ che cosa lo avvolgeva? dove? Chi lo proteggeva?/ c’era l’acqua insondabile e profonda?//non vi era morte, allora, né immortalità/di notte e di giorno non vi era alcun segno/l’Uno (tad ekam) respirava  senza respiro, per impulso proprio/oltre a quello, non vi era assolutamente nient’altro.// Tenebra vi era,  Tutto avvolto di tenebra / e tutto era Acqua indifferenziata. Allora/ quello che era nascosto dal Vuoto, quell’Uno, emergendo/agitandosi, mediante il potere dell’Ardore, venne in essere/ in principio Amore sorse...cfr.  www.angelofilipponi.com Creazione del mondo.

Anche, dunque, il mondo classico giudaico-cristiano sembra rifarsi ai primordi, al Caos,  in cui ogni uomo è stato  informe  e a cui  personalmente, alla fine della vita, desidero rituffarmi, nel magma fluidico dell’essere,  indistintamente, nel vuoto assoluto,  io con Stefano, mio nipote autistico, in un abbraccio informale, impossibile nella realtà…

 

Corpus Domini 1264

 

 

Transiturus de hoc mundo  è  la bolla papale, del 1264 , che istituisce  la Festa con la processione del Corpus domini  e completa il lungo processo dottrinale sulla  transustanziazione, trasformazione oltre la sostanza  del pane e del vino  in Corpo e sangue del Cristo, sancita come dogma dal  IV Concilio Lateranense del 1215, controversa  fino  ad allora  …

L’ultima grande controversia con disputa accademica c’era stata tra Berengario di Tours (1098-1188) e  Lanfranco di Bec in Normandia, poi arcivescovo di  Canterbury.

L’uno in De sacra cena adversus Lanfrancum  affermava, nel 1147, che il pane e il vino sono simboli e  non reale corpo  e sangue di Cristo come sosteneva l’altro, il suo avversario, sulla base di Paolo e di Giovanni evangelista .

Berengario fu condannato in vari Concili e alla fine  fu costretto a ritrattare  anche se per lui Matteo Marco e Luca dopo la celebrazione  del mysterium eucaristico. neppure aggiungevano fate questo in memoria di me…

ll papa  Urbano IV , Jacques Pantaléon,   istituì , dunque,  la festa del Corpus domini, la fissò per il giovedì che segue la domenica della Pentecoste   ed affidò l’ufficio rituale della solennità a Tommaso di Aquino (1225-1274), un domenicano allora in convento ad Orvieto…

Due eventi sono alla base di tale festività: uno storico, la battaglia di Montaperti , 4 settembre del 1260, vinta dai Ghibellini  senesi contro i guelfi fiorentini; uno  mitico-religioso del miracolo di Bolsena.

E’ opportuno spiegare i due eventi contestualizzandoli, da una parte nell’Italia centrale, in Toscana,  lacerata tra ghibellini, filo -svevi e guelfi, filo-angioini, in un revisione seria non solo dei fatti avvenuti  in quel quattrennio , specie religiosi,  ma anche  dei ruoli e delle funzioni degli uomini, implicati nella storia…

Alessandro IV (1256-61)  è  papa  favorevole ai fiorentini e contrario ai senesi, ostile  alla politica  imperiale  di Manfredi, figlio di  Federico II e di Bianca Lancia , molto legato con  i diplomatici  di Luigi IX e di suo  fratello Carlo di Angiò  e profondamente connesso con i movimenti religiosi gallicani…

Alla sua morte nel 1261,  i cardinali  presenti ( circa otto o nove) ,  sono lontani da  Roma, -dominata dalle potenti famiglie romane, che insieme col popolo dovrebbero, secondo lo statuto di papa Gregorio VII,   ratificare la nomina ufficiale, fatta dai cardinali, nonostante le tante elezioni illegittime – e risiedono  ad Orvieto  e non riescono a puntare decisamente su  un nome.

Dopo lunghe e vane trattative due cardinali, Riccardo Annibaldi e Giovanni Gaetano Orsini, indirizzano gli altri sulla persona di un prelato non facente parte del collegio cardinalizio, il patriarca di Gerusalemme.

Questi, venuto  da Viterbo ad Orvieto, per relazionare sulla situazione della città santa,  -ormai circondata dagli Ayyubidi  egizi , rinvigoriti dopo la vittoria sui crociati di Luigi IX,  non più protetta dalle navi  dei genovesi e dei veneziani, in lotta fra loro per interessi commerciali- è sorpreso dalla nomina, ma accetta.

L’eletto, proclamato papa  dopo molte reticenze, è un francese che viene chiamato Urbano IV e prosegue nella linea politica del suo predecessore.

Questi, legato da decenni alla politica  del re di Francia e  favorevole al riformismo religioso francese,  è  incline a considerare il sacramento della Eucarestia  sulla base teologica del pensiero  di Tommaso come  essenziale per il cristiano che,  grazie alla  transustanziazione  – cioè alla trasformazione  e al vero passaggio, ad opera dello Spirito Santo, dalla sostanza naturale della  materia del pane e del vino alla sostanza del  corpo e del sangue  di Christos, -può nutrirsi  con un cibo divino e vivere divinamente.

Per  Tommaso (De venerabili sacramento altaris), infatti, non solo  la sostanza del pane  rimane  intatta,   pur trasformata in Cristo, pur restando integri gli accidenti e le qualità del pane ,  ma anche resta unitaria  come corpo di Cristo, anche se il pane si duplica o si fraziona in parti  per la distribuzione ai fedeli e a causa del frazionamento, fatto dal sacerdote …

La bolla papale e la  politica romana  sono tipica espressione della superiorità  del guelfismo con gli eserciti in formazione di Carlo d’Angiò, grazie ai banchieri toscani,  destinati alla vittoria a Benevento (1266) e  sottendono l’investitura angioina, nel Meridione d’Italia  a scapito degli  svevi  e una serie di dispute teologiche,  anche se già sopite, dopo l’ultimo concilio lateranense.

Eppure  Giovanni (Vangelo, 13,1-20 )   durante la lavanda dei piedi, nell’ultima cena , mostra il Cristo,  che invita i discepoli a lavarsi i piedi reciprocamente, senza fare distinzioni e dice : upodeigma gar  edooka umin  ina, kathoos  egoo epoihsa, umin kai umeis poihte/io infatti vi ho dato un esempio  perché ,come ho fatto io, facciate anche voi… Si noti che in questa sede   viene usato upodeigma che vale  modello, esemplare  per chi imita nel rifare le stesse azioni.

Giovanni (6,1-14) in altra situazione, dopo la moltiplicazione dei pani dopo il monstrum del camminare sulle acque,  mostra  Gesù che parla  del pane della vita  ricordando a chi lo segue : voi mi cercate non perché avete visto prodigi,  ma perché avete mangiato dei pani  e vi siete saziati : procuratevi non il cibo che si consuma  ma il cibo che dura per la vita eterna. quello che vi darà il figlio dell’uomo, perché il padre, Dio, segnò lui col suo sigillo…

Giovanni seguita, mettendosi dalla parte dei discepoli, che chiedono  di quel pane che scende dal cielo e che dà la vita al mondo ed  aggiunge che  Gesù , tra i mormorii della folla, dice: io sono il pane della vita,  chi viene a me non avrà più fame e chi crede in me non avrà  più sete …  io sono il pane disceso dal cielo  e ribadisce, mentre crescono i mormorii  6,48 : chi crede ha la vita eterna.  Io sono il pane della vita, i vostri padri mangiarono  la manna del deserto  e morirono . Questo è il pane che scende dal cielo perché chi lo mangia non muoia. Io sono il pane vivo disceso dal cielo. Se uno mangia questo pane, vivrà in eterno. E il pane che darò io  è la mia carne  per la vita del mondo. A queste parole, sorte questioni,  Gesù così risponde: se non mangiate la carne del Figlio dell’uomo e non  bevete il suo sangue non avete la vita in voi . Chi mangia la mia carme  e beve il mio sangue ha la vita eterna ed  io lo risusciterò. nell’ultimo giorno… 

Poi Gesù, rispondendo ai giudei che dicono che i loro padri mangiarono la manna come pane venuto dal cielo e morirono, afferma: in verità in verità vi dico: se non mangiate  la carne del figlio dell’uomo e non bevete il suo sangue  non avete la vita in voi. Chi mangia la mia carne  e beve il mio sangue  ha la vita eterna ed io lo risusciterò  nell’ultimo giorno. Infatti la mia carne  è vero cibo  e il mio sangue è vera bevanda  Chi mangia la mia carne  e beve il mio sangue dimora  in me ed io in lui. Come il padre  che vive, ha mandato me ed io vivo  a causa del Padre, così chi mangia me, vivrà anche lui a causa di me….53-58 

Ancora di più  nel corso dei secoli  ci sono  contrasti   sulla tradizione eucaristica  di Ireneo (130-202) e di altri , che poggiano la loro  lettura  più che  sulla base di Luca 22,7-38 ,  di Marco 14,12-25 e Matteo, 26,17-29,   su quella di Paolo 1 Cor.,11,23-26.

I tre evangelisti, sinottici, infatti,  hanno, grosso modo,  la stessa terminologia, ma non hanno fate questo in memoria di me: preso del pane e, benedettolo,  lo spezzò e dandolo ai discepoli, disse: prendete e mangiate: questo è il mio corpo  Poi, preso il calice,  dopo avere reso grazie, lo diede  loro dicendo:  Bevetene tutti poiché questo è il sangue dell’alleanza  che viene versato per molti  a remissione dei  peccati.

 Dunque, solo Paolo racconta il fatto della cena del signore 1Cor.11,17-34 nel quadro di una situazione  difficile, in cui sono necessari rimproveri per i dissensi e per le depravazioni  dei Corinzi, indicazioni prescrittive precise sul matrimonio e sul celibato  e sull’uso delle carni sacrificate per gli idoli, in una volontà di proporre un modello di vita (siate imitatori  miei, come anch’io lo sono di Cristo/ mimetai mou ginesthe, kathoos kagooo Khristou).

Tutto il discorso, comunque,  è in relazione alla volontà di  riportare l’ordine nella assemblea  tanto  che il tarsense aggiunge:  Gesù prese del pane e dopo aver reso grazie/ eucharisthsas,  lo spezzò e disse: questo è il mio corpo per voi /touto mou estin to sooma to uper umoon;  fate questo in mia memoria  /touto poieite  eis emhn anamnhsin. Ed ancora  Paolo narra che Gesù, dopo aver fatto altrettanto col calice, dopo aver cenato dice :questo calice è il nuovo patto ,nel mio sangue; fate questo ogni volta che bevete, in mia memoria/eis emhn anamnhsin (anadiplosi)

Il successivo discorso è connesso col telos /fine che è quello di dare la prescrizione di riunirsi  per mangiare insieme e di aspettarsi l’un l’altro… perché chi indegnamente beve il sangue mangia il corpo  sarà colpevole del sangue e del corpo del Signore e di invitare  chi ha fame a  mangiare a casa propria  affinché voi,-discepoli- non cadiate in un crimine  condannabile/ ina mh eis crima sunerchhsthe.

Altri avevano letto i passi paolini  senza andare oltre l’interpretazione metaforica, sulla scia dei Padri orientali  perché  temevano di cadere  se si procedeva secondo allegoria,  in forme di antropofagismo pagano o di finire in riti misterici come quello dionisiaco o orfico.

Urbano IV,  avendo conosciuto l’insegnamento della tradizione orientale  aveva, pur seguendo Tommaso, preferito  chiamare la festa del  Corpo del signore e non  dell’Eucarestia, conscio  che non si doveva definire per metonimia   la manifestazione  completa del mysterium  della transustanziazione  con  il  ringraziamento che   è  pars accessoria del tutto sostanziale cioè della trasformazione del pane e del vino  in corpo e sangue del Cristo, nonostante che conoscesse perfettamente  il valore di ekchunoo –  spargo e diffondo il sangue di una vittima  sacrificale   e il problema di uper polloon (o polloisper molti .

Inoltre il papa, molto favorevole  a considerare il sacramento eucaristico  come  il patto nuovo di alleanza -kainh diathekh,- connesso   con la Pasqua (morte e resurrezione del Cristo) e con la Pentecoste (discesa dello Spirito santo),  si collegava alla tradizione francese  in quanto era molto devoto di   Giuliana de Cornillon (1192-1258), una  mistica  morta in odore di santità,  che in vari momenti della vita aveva  avuto visioni, Famosa quella della luna piena, listata di nero ed ancora  di più quella di Cristo che le chiedeva di impegnarsi a far istituire la festa dell’eucarestia, che in  Troyes e in altre zone, specie Liegi, veniva già celebrata, pur senza l’autorizzazione papale…

L’evento di Bolsena  viene a fagiolo,  risulta  una manna per Urbano IV !

Era accaduto che, nella primavera del 1263, un sacerdote boemo, Pietro da Praga, in pellegrinaggio a Roma, si era fermato a Bolsena e, nel celebrare la messa, ebbe dubbi sul dogma della transustanziazione,  Il prete, spiegato il corporale  in nove parti ( è  quel  tovagliolo quadrato  di lino posto sopra il calice! )  vide l’ostia sanguinare  sul corporale e subito l’avvolse in esso  e fuggì in sacrestia. Nel tragitto caddero delle gocce sul pavimento ed alcune sui gradini.

Il papa apre subito un ‘inchiesta sotto la direzione del vescovo di Orvieto per chiarire ogni momento del fatto , subito ritenuto reale dalla pars guelfa…

L’inchiesta  è subito chiusa e l’evento è giudicato soprannaturale  da Urbano IV, che – considerato il suo rafforzamento come pontefice dopo l’elezione di molti cardinali francesi, vista la vicinanza del  grande teologo aquinate , vincitore nelle tante diatribe parigine,  stimate veritiere le profetiche visioni di Giuliana –  rileva il piano provvidenziale, come applicazione dell’oikonomia tou theou, come avvento di una nuova epoca , quella del trionfo del guelfismo,-che sancisce la fine del ghibellinismo, e scrive  con tono enfatico la bolla… La festa, dopo la morte del papa …  dopo breve tempo decade…e viene rivitalizzata nel concilio di Vienne nel 1314 ,,,e resta molto controversa fino al Concilio di Trento 1545-1563, quando viene di nuovo imposta …

Amici miei, Betto e Tonino, Emma e Gianna, non è preferibile documentarsi e sapere ( e poi, magari, credere!)  al credere  ciecamente, senza alcuna  informazione?

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“Filioque” e il concilio di Toledo

Il III concilio di Toledo e Homelia de Triumpho ecclesiae ob conversionem Gothorum (CPL 1184) sono basilari per la cultura  cristiana occidentale , che completa il pensiero sulla ekporeusis processione dello Spirito Santo,  che viene definito come Persona  che procede dal Padre e dal Figlio.

Nel vangelo di  Giovanni 15,26 si  trova scritto  o para tou patros ekporeuetai e si parla , in epoca antonina , dello  Pneuma Agion/ Spirito Santo .

Viene usato  da Giovanni  il termine ekporeuomai (non ekporeuoo) per intendere che dal Padre  deriva, in quanto inviato, lo Spirito, da leggersi in chiave gnostica e plotiniana , secondo emanazione…

La lettura giovannea  è resa bene ad opera dei padri consiliari a Nicea  ma poi  è modificata sostanzialmente  nelle precisazioni  del concilio  di Costantinopoli  che sono aggiunzioni dottrinali a seguito dello studio di uomini, come i cappadoci, e specie di Gregorio di Nazianzo.

Questi  in due Orazioni  (31 e 41) affronta il problema ed è chiaramente in grave difficoltà nello spiegare ad oppositori ariani e ad altri eretici, che lo  Spirito  Santo deriva dal Padre tramite il figlio usando all’attivo e al passivo il verbo ekporeuoo,/procedo .

Da ekporeuoo si forma il sostantivo, derivato, ekporeusis, come da procedo latino deriva  il nome processio…

Girolamo  ed Agostino  accettano la lezione orientale, senza entrare in merito all’equivoco e all’anfibolia  terminologica, dato il diverso valore di procedo e di processio.

 Procedo , in latino,  non  ha esattamente lo stesso  valore di  Ekporeuoo nè  quello di ekporeuomai in greco, e  il termine processio latino a Roma, in Italia e in Occidente   non è neanche simile a ekporeusis che vale  il procedere  cioè la processione, la derivazione come marcia di un popolo che precede  un personaggio importante ( di norma un governatore provinciale inviato dal senato e dall’ imperatore o  il pontifex maximus nello svolgimento dei riti pagani;  a Costantinopoli ,  Nuova Roma, e in Oriente, invece   la processione è un fatto religioso cristiano,  come celebrazione di un rito o come festosa partecipazione popolare ad un avvenimento religioso o spirituale cristiano…

Sulla  differenza tra processio in latino e ekporeusis in greco ci sono molti problemi culturali in relazione ad una terminologia ambigua, volutamente lasciata equivoca per lasciare insoluta la questione, grazie all’uso di sinonimi.

Neanche è possibile capirsi tra cristiani cattolici occidentali  cristiani ed ortodosso orientali: lo Spirito procede dal Padre attraverso il Figlio (dià tou uiou),  per gli ortodossi che si oppongono agli ariani  e che così spiegano  la processione dal Padre e dal Figlio, senza intaccare l’unità della Trinità , sulla base di un unico principio divino…

Questo si chiarìsce parzialmente  al concilio di Firenze 1439 senza risolvere  la questione, per l’imperizia  tecnica dei latini che ostentavano il principio del Filioque del concilio di Toledo e seguivano la tesi di  Leandro di Siviglia , sostenuta da papa Gregorio Magno…
A Nicea si era stabilito che lo Spirito santo procedeva dal Padre  secondo la traduzione latina (ex patre procedit).

A Toledo invece Leandro ed Isidoro,creando un rito nuovo cattolico in opposizione all’arianesimo, da cui si allontanava Recaredo I nel 589, aggiungevano arbitrariamente Spiritus sanctus ex patre filioque procedit. traducendo il testo greco secondo il significato  generale greco…

La questione  della disparità di significato non era sfuggita già  a Fozio (820-893) che nella  I elezione a Patriarca e poi nella II elezione tra le varie controversie con la Chiesa Romana -che si riteneva   primate dei cinque patriarcati – sulla base teodosiana, poneva oltre al celibato e all’eucarestia il problema semantico di  processione, divenuta per Gregorio di Nazianzo  lithos proskommatos  …kai petra skandalou /sasso di inciampo, pietra dello scandalo (Orazione 41,7)

Il santo prima invita   (in effetti ordina) a  confessare la trinità( thn Triada omologhsate) , poi  cerca di  spiegare lo Spirito Santo come  Dio  che ispira   a tutti la parola divina…

Cerulario ancora di più nel contrasto con il cardinale Umberto di Silva Candida, rappresentante papale,  nel 1054 ,  latore della scomunica di Leone IX,  ribadisce che lo Spirito Santo non procede dal Figlio ma solo dal Padre… contro la tesi  dello stesso  Gregorio di Nazianzo.. . che mostra la sua  tesi trinitaria  e fermamente rileva l’ousia dello Spirito Santo upostasis come il Pather e lo Uios  sia nella orazione 31 che nella 41, dove parla della  Pentecoste,  della discesa del Paraclito  come fuoco sugli apostoli, riuniti nel cenacolo, 50 giorni dopo la Pasqua …

Diverse sono le situazioni e le motivazioni di Gregorio  rispetto a quelle di Leandro e di Papa Gregorio Magno…

Per Leandro i la professione di fede  costantinopolitana fatta da Recaredo e dal suo popolo di Goti ,ariano, sottendeva un  Gloria Patri et Filio et Spiritui Sancto invece dell’ariano Gloria Patri per Filium in Spiritu Sancto …

Il vescovo di Siviglia doveva cambiare la formula per dare l’idea unitaria della Trinità , e fare in  modo da eliminare definitivamente le tracce dell’arianesimo  e  di ridurre al minimo le diatribe con l’ortodossia, data la non partecipazione del popolo al mysterium teologale  e la sua passiva accettazione, al contrario,  dei riti del segno della croce e della glorificazione dei  nomina divini…

Il patriarca di Costantinopoli, invece, diversamente dal vescovo  ispanico  si  trovava, poco prima del Concilio, nel 380,   nel  vivo della lotta con gli ariani e doveva  mostrare ancora il valore della Trinità  e del significato del Corpo del  Christos , del reale contenuto del sette e del 49 +  1  e del miracolo continuo della Pentecoste  nel fedele cristiano…

La  definizione dello Spirito santo  è una necessitas… e nonostante questo suo attenersi scrupolosamente alla verità christiana , è costretto alle dimissioni…

La figura dello Spirito Santo, rimasta imprecisata a Nicea, ma ora a Costantinopoli   precisata  da Gregorio  di Nazianzo,  autore dell’orazione Peri tou agiou pneumatos 31,  1-33,  resta, comunque, un ostacolo per l’unita dei cristiani…

Gregorio, anche se  grande retore, abile  a trattare la differenza tra ousia ed upostasis, a mostrare Dio uno e trino, ad evidenziare che la divinità è incompleta senza il riconoscimento dello Spirito Santo,  che è sostanza divina, che procede  ingenerato, increato… chiaramente si arrampica sugli specchi continuamente, ma procede nella sua  trattazione teologica  e specie sulla ekporeusis ..

Il discepolo di Proeresio (276-368 d. C.),  l’ amico di Basilio e compagno di studi di Giuliano l’apostata, è convinto di saper vedere le relazione di conoscenza del  Padre, generante Logos con  quella  di amore tra il Padre e  Figlio, generante Pneuma  Agion...ma non convince i suoi avversari… e nemmeno noi: il suo parlare è un parlare bello, risulta una theoria, uno spettacolo. ben rappresentato, un sermo ben argomentato, .. non certamente  alethhs…

Inoltre è  un episcopos,  esaltato  patriarca di Costantinopoli,  che  pontifica in senso dottrinale, cosciente che le tre upostaseis  formano un unicum,  tanto che la consustanzialità non implica necessariamente  la connumerazione  (cioè  1+1+1 non fa 3, ma  fa 1)…

Gregorio è così bravo in quanto  capace di trovare  sia nel Vecchio che nel Nuovo Testamento  l’immagine dello Spirito Santo,  che ora, come presidente del Concilio , detta  quattro aggiunzioni conciliari  mediante l’anafora insistita  di to: circa l’essere signore   e il dare vita (to kurion kai to zooopoion),  circa il procedere dal padre (to ek patros ekporeuomenon); circa l’adorazione e la glorificazione col Padre; (to sun patri sumproskunoumenon kai sundocsazomenon) e circa la sua ispirazione anche nell’ orazione 41 trattando della  Pentecoste parla dello Spirito santo …

Qual era il logion originario del “Sale”?

Voi siete il sale della terra

Voi siete il sale della terra  è l‘incipit attuale del logion di Matteo (5,13).
Sale della terra è un sintagma che è metafora in quanto il discepolo di Gesù è come il sale che rende saporita ogni cosa sulla terra.
La sottesa  similitudine  autorizza a dire che chi segue Gesù, oltre ad essere beato (makarios), è anche sale della terra e luce del mondo oscuro (logion successivo).
Ne risulta che le beatitudini (Matteo,5,3-12) e l’essere sale e luce sono  collegati insieme ed hanno un significato congiunto, costruito successivamente, quando già era stata costituita la Chiesa: la pericope è espressione retorica di una costruzione teologica legata ad un ambiente e ad un società che hanno bisogno ed interesse tali da creare una “sentenza”, sulla base di un logion di Matteo, preesistente
Ora personalmente ritengo  che al momento della stesura tachigrafica di Matthaios e quindi  all’atto del discorso di Gesù (maran  o aspirante meshiah, prima  del regno o durante il periodo della regalità )  le beatitudini non erano così enucleate, ma erano del tutto sparse, come anche le maledizioni
Bisogna pure pensare che l’essere sale non era in relazione diretta con l’essere luce?
E’ probabile che  tutto inizialmente forse  era distinto e separato ed erano solo  logia che esprimevano i detti del Signore ( non kurios ma despotes, in quanto basileus-maran) in tipici momenti della sua storia  di uomo privato e di re, non di un Maestro.
Nella seconda metà del II secolo, invece,  quando viene costruita la Chiesa (grande) e c’è la necessità di opporre i veri discepoli a quelli gnostici, la vera dottrina a quella gnostica di Valentino e Basilide (forse ad Alessandria) viene fuori la funzione del macarismo con i compiti del cristiano, inteso come apostolo-inviato, che deve essere sale della terra e luce del  mondo…
Dunque, tra la scrittura matthaica con una precisa semantizzazione basileica (in lingua aramaica con un’utenza palestinese -parthica)   e la riscrittura con nuova semantizzazione  (con la  lingua koinh, in relazione alla nuova utenza ellenistica ) c’è una diversa  impostazione in quanto i fruitori sono differenti ed hanno una logica opposta, collegata con le diverse realtà  sociali e storiche…

Ora il bacino di utenza è tutta l’area commerciale, non solo mediterranea ma anche quella del Mar Nero e del Bosforo cimmerio ….
I fruitori invece aramaici, che  erano nel periodo dell’attesa del malkuth o lo avevano realizzato, erano makarioi  e si sentivano sale della terra in quanto avevano condito (thabal condire),  dando sapore, grazie  alla regalità messianica, ad ogni cosa  terrena  ed, avendo il Meshiah, attendevano gli eventi escatologici e la realizzazione eterna d’Israel: essi puri e  lucenti, come gli esseni, avevano vinto le tenebre (e la Romanitas)  vedevano splendere  in alto come  su un candelabro  Gerusalemme radiosa e luminosa, dominante su tutti i popoli vinti…
I cristiani ellenisti, dopo l’evento della sconfitta di Shimon bar Kokba (Giustino, Dialogo di Trifone), nel momento gnostico, fondono insieme  i logia matthaici. creando una nuova legge,  che doveva essere  un sostituto/ tupos  del messia, legge vivente (nomos empsuchos) e creano secondo formule asseverative, come risultanze sintetiche di un lungo lavoro tecnico retorico, l’ideale del buon cristiano  e ne  scrivono i compiti e le specifiche funzioni, in relazione alla missione dei discepoli del Kurios-signore che ha dato loro il kerugma della diffusione evangelica, in precisi luoghi e in particolari situazioni sociali …
Allora tutto il logion del sale ha significato a seconda della lettura e degli utenti: la  comprensione del periodo ipotetico della possibilità  di II tipo con la protasi  ean ..moranthh (qualora diventerà insipido –thaphal-) e con l’apodosi con che cosa si salerà?, non è facile capire, ma si può afferrare se si ha presente il tanto sale  del Mar Morto inutilizzabile  (o quello della Mareotide alessandrina o del Lago Salato della Licaonia-Tuz Goelu- ), calpestato  da cristiani locali,  i cui capi sentono la necessità di fissare, di organizzare nuclei semantici e di schematizzare contenuti teologici ..o quella della palude Meotide (Mar d’Azov)….
Il sale ha valore  ai fini del condire i cibi  e, quindi,  se il cristiano/sale diventa  insipido e stolto (moraino vale sono moros cioè pazzo, stolto, insipido, sciapo, stupido), non ci sarà la salatura della terra, non ci sarà la luce nel mondo), non avendo funzione, sarà gettato per terra e  calpestato.
E’ chiaro che il logion non è quello originario, ma è quello ricostruito da cristiani ellenisti che,  vista la fine del giudaismo romano, la galuth, hanno un ricordo della escatologia e del messianesimo e vivono il momento apocalittico, dello svelamento, cosci della necessità della funzione cristiana di essere sale e luce, in una separazione netta dalla cultura giudaica e da quella gnostica.
Certamente il testo originario, che Panteno ritrovò in India, con questo specifico logion,  aveva ben altro valore  in senso messianico, entusiastico, trionfalistico: in esso non c’era nemmeno la possibilità di diventare nabal (stolto), in quanto Thaphal: tutti erano makarioi  (compreso  Levi- Matthaios che registra il pensiero regale), euforici  per la realizzazione del malkuth, in quella Pasqua essenica  del 32 d.C ,  pochi mesi dopo la morte di Elio Seiano…
Allora i seguaci mangiavano insieme pane e sale e non avevano contese per il primato, ma erano eguali uniformati ad essere bambini (talja’- piccolo di donna o di pecora) ed avevano la pace, quella  propria dei vittoriosi, di coloro che avevano vinto ed attendevano l’ultima ora e il trionfo  definitivo del resto d’Israel …
Dunque, nella fase escatologica Sale originario  è collegato con pace, in quella apocalittica sale è connesso con discordia, lotte per il primato, con la possibilità di diventare insipido e quindi  di deviare dalla retta via  e con la necessità di essere o di tornare ad essere  pedion  e diaconos (bambino e servo),  se si vuole entrare nel regno dei Cieli…
A me risulta , perciò, che ci sono due  logiche, del tutto diverse, a seconda dei tempi e che la stessa figura del Signore (Kurios e despoths) è cambiata  in quanto essa ed è diventata quella del Maestro (didaskalos/ rabi), che, secondo il pensiero di Clemente Alessandrino,  ammaestra i mathetas/apostolous  che formano il fedele

 

La cultura dell’infanzia

Colere infantem

Professore, perché non è stato mai trattato effettivamente il tema di  La cultura  dell’infanzia in Italia né  quello sui modi di concepire il ragazzo?

Non si può dire che non ci sia una cultura dell’Infanzia in Italia, anzi si può dire che il tema è antico  in quanto trattato dai greci e, poi, dai latini.
La metafora colere infantem/coltivare l’infante il non parlante  rimanda ad una coltivazione  del bambino  considerato come una piantina.  L’immagine è tipica del registro agricolo,  centrato su colere,  che sottende studium (amore e specifico interesse)  e cura (amore preoccupato ed ansioso) e su infans, inteso non solo nella fase iniziale  afantica  ma anche quella fantica  fino alla pubertà, secondo le linee proprie della pedagogia greca e di Quintiliano.
Anzi bisogna affermare che sempre si è discusso,  parlato della cultura dell’infanzia, limitatamente all’educazione, basata giustamente sull’educare (educere ad ) come processo modificante, che porta  progressivamente dal non conoscere al  conoscere,  procedendo sulla base dell’errore  per dare correttezza grazie anche all’esercizio,  sotto la guida di un ductor, maestro, secondo linee di unitarietà, dinamicità, priorità, prospettività.  Se, dunque, da una parte, c’è stata un’attenzione alla cultura dell’infanzia, da un’altra, in un certo senso,  bisogna confessare  che non esiste una vera cultura dell’infanzia  in quanto, nonostante il rispetto al pensiero quintilianeo, espresso con Maxima debetur reverentia puero, l’insegnamento  è stato  un insegnare, mediante signa,  propri dell’adulto, che guida, in un unilaterale lavoro secondo il sistema conformato e convenzionale sociale, economico, politico,  teso a formare mediante modelli preesistenti il discepolo. conformandolo nella cultura  esistente,  in aggiunta e in rapporto con il condizionamento del contesto e dei media secondo un’impostazione  specifica dell’erudizione (e.rudis passare dalla rozzezza alla civiltà, dall’informe struttura giovanile al sistema della maturità moderato). 
Praticamente non si rispetta l’infante, ma lo si condiziona creando un esemplare della stessa conformazione dell’adulto in quanto si ritiene giusta la definizione del giovane immaturo e dell’adulto maturo, secondo una tradizione marcatamente maschilista e senile.
Sembra che solo in questo ultimo ventennio, almeno sul piano teorico, in Italia si sia entrati correttamente nella cultura dell’infanzia, grazie specialmente ai contributi dell’antropologia, dell’etologia, della linguistica (in senso semantico, e socio-psico-semiologico), della epistemologia e della docimologia: da queste scienze viene la lezione tecnica sullo studio e sulla cura dell’infante.
Lo studio sistemico del bambino (anche in senso neuropsichico ed auxologico), la sperimentazione sulle aree affettive, motorie, cognitive, sociali, l’osservazione sistematica  dei comportamenti  a seconda della fascia di età in relazione ad un processo auxo-socio-psichico  e soprattutto il rilievo dato al linguaggio, come chiave di lettura  dell’universo infantile, autorizzano in situazione una operatività sulla base di una diagnosi  valutativa (riferita ad un’ anamnesi specifica) che permette un costante orientamento  operativo e formativo, in rapporto all’effettivo sistema culturale informativo, senza modelli, ma solo con paradigmi esemplari. In tal senso si è sviluppato anche in Italia un processo culturale  puerocentrico, non una cultura infantile. Questa si basa sulla conoscenza del bambino, visto come costruttore fantastico e sentimentale di un mondo, esaminato dall’angolazione ludica puerile, senza l’ottica funzionale adulta, il quale si muove per conoscere sé  e il proprio corpo, socializza per porsi in un continuum ludico,  che, però, avendo già i segni della funzionalità  e della razionalità, non deve essere turbato   da interferenze dell’ adultismo, specie se coercitive.

Che cosa comporta, professore, una cultura dell’infanzia così intesa?

Comporterebbe (meglio usare il condizionale che traduce la non possibilità di attuazione sul piano operativo  con le sottese frustrazioni di questi ultimi anni)  un radicale cambiamento  del sistema politico (anch’esso vecchio e modellato su criteri da una parte comunisti togliattiani e quindi sovietici, e da un’altra liberale e quindi anglosassone  ed americano) sociale-cristiano (caritativo ed assistenziale), culturale e scolastico in quanto una microstruttura, affetta da malattia,  non può essere curata settorialmente  con interventi locali e puntuali poiché è segno di un sistema malato,  che, perciò, deve essere integralmente sanato. Ora il sistema scolastico, malato, infettato ulteriormente dagli altri sistemi,  con cui interagisce, non favorisce il tentativo, necessariamente teorico, di pochi che procedono paradigmaticamente in situazioni concrete, ma parziali e limitate, operando, seppure efficacemente, in condizioni di disagio. Inoltre per la nascita di una cultura (risultanza di un processo eruditivo, educativo, formativo, come somma di competenze , abilità e capacità, esplicate sul piano pratico in situazioni oggettive, coerentemente  ad una decisionalità per una ruolizzazione) necessita  la compresenza di forze interattive  già ruolizzate e mature, capaci di orientare grazie ad operazioni docimologiche, strutturali sistemiche. Ora, col bambino coagiscono ed interagiscono famiglia, società, scuola, stato  con compiti, considerati diversi, ma in effetti eguali se si tiene presente il fine  educativo e/o formativo, specie se il procedimento è univoco sul piano dell’unitarietà metodologica.
Ne consegue che nel momento operativo scolastico (sia strutturale che sistemico) le singole fasce,  turbate nella loro sfera,  operano saltuariamente ed irrazionalmente,  impedendosi reciprocamente, non raggiungendo gli obiettivi, disperdendosi in un lavoro settoriale, burocratico e quotidiano: una prova è il consiglio di classe dove le  componenti genitori, alunni, insegnanti, si fronteggiano su posizioni diverse, senza avere la coscienza del loro ruolo specifico, dei compiti, delle funzioni in una libertà di metodo (utile ai fini del pluralismo democratico!) e varietà procedurale, con l’esigenza di una scansione programmatica e di rilievi esterni d’ordine disciplinare.

E’ dunque da ipotizzare  una nuova tipologia di insegnamento?

Ritengo che non si possa insegnare se non si stacca nettamente l’alunno, la scuola e la cultura dell’infanzia dall’ambito della città (intesa come il mondo delle interferenze politiche sociali economiche ecc) e non si situi in zone lontane dalla cultura ufficiale, convenzionale, conformata dell’adulto: ci vogliono strutture ed edifici scolastici lontani dalla vita cittadina, dove far crescere la pianta dell’anthropos, secondo le concezioni umane funzionali razionali scettiche: molti conoscono i miei progetti di scuola separata  in zone agricole, in immense aree  sia per i ragazzi (3-13) che per giovani (15-18).
Comunque. a mio parere,  se si fa un’analisi  superficiale sulla scuola e si procede statisticamente  va a finire che la scuola italiana è una delle migliori in Europa perché  conforme ai suoi compiti primari  di formazione e di educazione generale e capace di dare, a certi livelli, possibilità occupazionali e professionali come per il passato.
Se si fa uno studio  serio e mirato  alle singole strutture e poi si valuta l’intero sistema  di insegnamento-apprendimento si rileva un disagio in tutti gli operatori scolastici, una crisi culturale, un malessere diffuso.
L’insegnante in un sistema  basato sullo scambio culturale in un continuo passaggio dalla fase di ricevenza a quella di emittenza  e viceversa  in una variabilità situazionale,  è vittima incolpevole.
Egli è stato abilitato all’insegnamento senza la necessaria preparazione pedagogica, psicologica,  docimologica per cui la sua possibilità di insegnamento (dal tardo latino insignare incidere, imprimendo signa, segni  come marchi  di riconoscimento sul bestiame in un codice agricolo) non marchia alunni, che  sono di un altro codice.
Inoltre né l’insegnante né l’alunno conoscono la comunicazione che sottende un processo  non direttivo, ma paritario, che trasforma la superiorità dell’adulto, che imprime segnali, in cooperazione e cogestione, sulla base di dati informativi in uno scambievole aiuto in una interazione psico-sociale, in un ritrovamento dei comportamenti  individuali dei singoli giovani cointeressati  all’argomento e al problema, tesi a passare  da uno stato di dipendenza  a quello della partecipazione, al fine di consentire, non assentire.
D’altra parte con la comunicazione la competenza si sostituisce alla superiorità  gerarchica, in quanto non c’è lezione con l’insegnamento tradizionale di un lector medievale.
Questi aveva abilità  di lettura  ed insegnava  tramite la conoscenza  delle Sacre Scritture  in un tentativo  di tradere la cultura del passato al presente per un’ attualizzazione  concreta: l’insegnante, invece,  ha la docenza,  cioè  una risultanza  di conoscenze  interrelate  in una visione sincronica, che ne sottende una diacronica,  con valutazione dell’asse unitario sincronico-diacronico, per una proiezione  possibile  in un sistema ordinato,  le cui strutture funzionali  si esprimono in una fusione operativa  continua nella prassi  quotidiana.
La docenza implica un’informazione ampia e rielaborata  personalmente data per una ricerca oggettiva  regolata, a seconda  delle esigenze  dell’alunno e della classe,  già tramata in uno schema  paradigmatico e sintagmatico, metodologico, che autorizza una decisionalità in situazione lavorativa, tagli, riconversioni (specie in caso di errori e deviazioni tematiche e procedurali).
Di conseguenza la docenza comporta  professionalità di chi docet  insegna, svolgendo una funzione educativa di avvio, di guida di orientamento nella ricerca del Sàpere (esperienza conoscitiva, intesa come crescita  dell’essere, individuale, che assapora , provando ciò che càpita).
Docere diventa così un insegnare pratico  in quanto  autorizza  a mostrare i passi da fare, la via da seguire  marcando i signa  le orme  spiegando il percorso  formando un iter  sempre nuovo  in un’ evidenziazione  delle abilità decisionali in rapporto alla situazione  storico-socio-economico-politica, culturale e letteraria, in relazione all’altro viandante , nel rispetto della contestualità altrui e per un vantaggio personale: esso è anche segno di autorevolezza di un’ auctoritas riconosciuta.
Docere è segnare  i connotatori, dopo aver fatto la situazione  in una ricostruzione  del sistema-struttura  per fare un punto situazionale  al fine di un intervento costruttivo sull’altro, sulla base della conoscenza scolastica.L’insegnante però , formatosi crocianamente (magari) attento talvolta  al nesso opera -ambiente, segue, a volte l’angolazione desanctisiana e gramsciana e crede di poter dare la sua preparazione  scolastico-nominale, come informazione, all’alunno. Non riesce, però, in tale operazione perché,  avendo  tale formazione e seguendo i programmi ancora gentiliani, non ha effettiva competenza  (come sistema di conoscenze acquisite sul piano lessico-morfosintattico, su quello semantico e referenziale – e tanto meno una abilità esecutiva  che  permetta  di fare una situazione storica  tale da confrontare col presente,  in modo da fare proiezioni per un intervento costruttivo).
Egli non ha una professionalità come il medico che dall’esame mediante anamnesi  e da quello diretto  strutturale in situazione,  può diagnosticare  e dare una terapia  su base probabilistica,tuzioristica, in relazione al quadro  contingente delle analisi cliniche: non è abilitato ad un lavoro sistemico-strutturale  e tanto meno ad una valutazione con giudizio epistemico,  essendo preso dal nominalismo e dal nozionismo ideologico. E’ abituato, in una continua  ripartizione  dei programmi ministeriali, a procedere  in un faticoso, quanto inutile  lavoro di manovalanza intellettuale, che lo costringe ad obbedire a certe scadenze trimestrali o quadrimestrali e a dare “quantità  informativa”. Non ha neppure possibilità effettive di programmare, progettare, pianificare,  seppure si parli di attività curricolare, di interdisciplinarità e nei collegi dei docenti e nei consigli di classe. Demotivato e poco pagato assiste passivamente, nonostante qualche incentivazione orale del preside o di colleghi più velleitari e spontaneistici, comunque, delusi dalla scuola e dal sistema governativo, che privilegia categorie  più produttive.
L’insegnante, non essendo orientato pedagogicamente e didatticamente fa scuola insegnando ciò che sa e ciò che deve insegnare, secondo tradizione, senza una logica costruttiva, senza attenzione all’alunno, senza porsi il problema educativo: egli è sul piano dell’informazione emotivamente spontaneo, cosciente di essere in una condizione di sottoproletariato letterato,  costretto a svolgere un ruolo senza funzione, disturbato dai mass media, dalla famiglia, dalla chiesa, dai sindacati, dal collegialismo e dall’assemblearismo.

Il povero insegnante  è trascinato all’apatia  dalla monotonia ripetitiva, agitato dal velleitarismo aggiornativo di dilettanti formatori ministeriali, profumatamente pagati,  sindacalizzati: è ucciso nel suo elementare lavoro dalla pubblicazione specialistica propagandante una riforma scolastica mai attuata.

Reclutato secondo forme concorsuali  facilmente pilotabili e con logiche clientelari partitiche, l’insegnante si presenta  all’opinione pubblica  con la tipologia di buon uomo connotato di buona cultura generale, senza una funzione sociale, in un momento di alta specializzazione e di ricercata produzione dove ogni imbecille  che opera con impegno  su una sola cosa raggiunge il massimo,  data la  semplicità del prodotto.
Espressione vecchia del sistema agricolo paesano  il professore intruppato vive la sua esperienza scolastica  senza confronto e senza  personalità: gli errori del sistema scolastico (verticismo burocratico, impostazione ancora crociana e gentiliana, assemblearismo senza la competenza individuale, la collegialità senza la pianificazione  soggettiva, l’obiettivismo senza l’oggettivismo, la sconnessione strutturale , il maggioritarismo come espressione della minoranza, l’oclocrazia come regime ecc.) sono spia di una situazione critica molto più complessa statale  ed istituzionale,  che condiziona  il professore che  può solo professare  la sua nominale conoscenza,  inadeguata ai tempi.
Ormai l’insegnante è considerato come colui che insegna perché non sa fare niente e perciò la scuola è diventata il rifugio di tutti i perdenti, gli scansafatiche, delle donne  in cerca di una funzione, insomma un immenso teatrino dove si recita un ruolo  di docenza senza saperla professare ed ognuno recita a modo suo.
Non è, però, il caso di generalizzare: ci sono molti insegnanti che lavorano  seriamente specie gli uomini (meno le donne che salvo poche, vanno a  scuola per ben altri motivi), non  sono docenti gli ingegneri, gli architetti, psicologi,  dottori in discipline  giuridiche o  i  tecnici e i commercialisti, revisori di conti ecc., uomini che hanno uno stipendio in più,ma non sanno neanche cosa vuol dire insegnare, come tutti i professori impegnati in politica.

Se necessita una nuova docenza  con un nuovo insegnante,  non è necessario anche un nuovo alunno, che abbia un diverso rapporto  col professore?

Secondo me, per ottenere un nuovo rapporto tra le parti del sistema  scolastico,  specie tra alunno ed insegnante e tra alunno ed alunno  e tra alunno e famiglia, è necessaria la comunicazione,  intesa come azione del comunicare ( da cum munus) come procedimento verbale  che intercorre tra emittente e ricevente,  tramite un canale, in un contesto, con un codice, comune,  per l’invio di un messaggio, connotato sulla base lessicale  da due valenze significative, compito e dono in reciprocità.
La comunicazione rientra  nell’area semantica aristocratica in quanto munus è termine  che sottende da una parte il compito  del nobile (militare e  sacerdotale)  e dall’altra  il dono è espressione comunicativa  di due patroni  secondo le formule della munificentia sul piano della paritarietà.
Ora la nostra società di base agricola acculturata secondo linee americane, industrializzata rapidamente,  evidenzia la crisi di valori  specie nel linguaggio misto.
Esso, essendo una risultanza confusa di cultura  agricola e  industriale, risulta una strana lingua  usata da soggetti né agricoli né industriali, che vivono senza una propria cultura.
Il linguaggio presenta forme  della tradizione  operativa paterna  con parametri  valutativi immediati, derivati dalla funzionalità industriale   propria della  organizzazione sistemica.  in cui si vive
Inoltre esso  ha in sé la presunzione  di chi  non comunica  perché  non ascolta e  non ha rispetto dell’altro  che in situazione ha possibilità paritarie e competenze  medesime  per la soluzione del problema, in un’arroganza di modi, senza più la docilità contadina.
Nel rapporto tra insegnante ed alunno i due  hanno il ruolo di emittente e di ricevente  a seconda delle situazioni  che autorizzano l’interscambio  in quanto l’uno assume la leadership verbale  a seconda della competenza  mentre l’altro interiorizza nell’ascolto il messaggio ricevuto per rimandarlo in relazione alla sua ricchezza  cambiato e modificato  alla luce delle sue valutazioni e del suo patrimonio culturale in un processo educativo senza fine.
Il rapporto perciò è connotato da un continuo flusso di pensiero  interpersonale  per un obiettivo comune  da conseguire  dalle persone  interessate, in un’interazione di modi e di piani senza la gerarchia, in relazione alla competenza.
Ciò avviene però solo in un rapporto connotato da rispetto e da empateia:  ora, il rapporto sta diventando sempre più problematico per la disistima dei docenti e per la  sfrenatezza dei ragazzi abituati ad avere quanto vogliono, ad essere protagonisti  anche nel male: il processo educativo diventa sempre più difficile e la stessa comunicazione è considerata  espressione di debolezza davanti  all’arroganza giovanile, volgare  perfino nelle manifestazioni  verbali.

E la famiglia come si immette nel rapporto comunicativo tra insegnante ed alunno?  

La famiglia,  disagiata, ha demandato in questi ultimi tempi l’educazione ai professori  e sembra non volere entrare  nella operatività della sfera dell’insegnante, mentre quella agiata segue e complica la vita dell’insegnante con le sue interferenze  ostacolando il lavoro.

La famiglia non dovrebbe entrare nel campo tecnico didattico-metodologico, dove l’insegnante dovrebbe fare le sue sperimentazioni e  svolgere il suo compito servendosi anche dell’ausilio della famiglie e delle istituzioni in senso formativo,  dove  è necessario  procedere di pari passo  secondo la stessa metodologia  per meglio definire la personalità dell’allievo.

Certamente la famiglia può, là dove è possibile,  entrare anche in merito scolastico, ma  deve assecondare il processo educativo   in modo da coadiuvare  il docente ( senza interferire in problemi tecnici  e valutativi) o il preside sulla gestione scolastica specie in caso di autonomia, data la rappresentanza del consiglio di istituto.

In conclusione  il carrozzone della scuola, anche con una cultura dell’infanzia  all’italiana, può andare avanti  con un qualche successo perfino in Europa?

Noi italiani siamo i maestri di un vivere equivoco e contraddittorio e sappiamo lentamente  seguire gli altri e avviarci verso  una certa correttezza  formale e quindi scolasticamente  forse potremo anche allinearci,  ma scieremo  come quelli che non hanno i fondamentali  e che spesso sono pericolosi  sulle piste per sé e per gli altri, se non procederemo con metodo.

 

Un prefetto tiberiano- A.Avillio Flacco

A.Avillio Flacco

Aulo Avillio Flacco, fu governatore dopo Ibero, che aveva sostituito brevemente Vitrasio Pollione (Dione Cassio,St. LVIII,19,6) uomo probabilmente di Seiano  e governò  Alessandria e  Egitto dal 32  fino al 38.
Flacco, dopo essere stato uno del seguito di Tiberio, tra i consiglieri finanziari e tributari, fu inviato in Egitto in quanto suo fedelissimo ed abile  amministratore, iure gladii, con funzioni giudiziarie e militari.
Come tale fu eccezionale,  date le capacità di intelligenza e di perseveranza, di rapidità intuitiva ed abilità realizzativa, considerate le doti di perfetto oratore, perspicace osservatore, conoscitore di uomini  ed interprete sapiente  di parole , di fatti: tale giudizio è di  Filone, suo nemico, e perciò le lodi sono reale riconoscimento del suo valore.
Egli fu rapido ad entrare nella difficile ragnatela  amministrativa dello stato egizio  e nel complicato sistema  ancora lagide di  equivoca comprensione per un romano.
L’errore rilevato da Tiberio Alessandro,  giudeo apostata, un  suo successore  come prefetto di Egitto nel 69 d.c. di aver riscosso i tributi senza computare le immunità prediali, deve farci pensare che Filone può aver  amplificato l’operato di Flacco, ma non intacca il sostanziale precedente giudizio.
D’altra parte Filone procede in questo modo (e lo dichiara apertamente) per  evidenziare con  la pars destruens del suo discorso le accuse di eccidio giudaico (cfr.  Flac. 6-8 cfr  CIG-corpus iscriptionum graecarum- III,4957) e marcare il suo radicale cambiamento, degno di punizione.
Flacco, impratichitosi, dunque,  della normativa del  sistema tributario e finanziario egizio, grazie all’apporto dei funzionari alessandrini, costituito da una massa di scribi, la semplificò mantenendo i migliori dei numerosissimi segretari, ufficiali e   cancellieri giudiziari, sapendo gestire con integrità , seppure con un certo dispotismo, i tanti impiegati della tesoreria alessandrina e  delle segreterie  dell’ex regno tolemaico. Specificamente aveva dignità  regale nel reggere lo stato, ben commisurata con la forma esteriore; sapeva giudicare  con l’aiuto di funzionari in carica; non si faceva intimorire dai violenti;  impediva le riunioni di popolazione promiscua e tumultuosa specie se organizzata, secondo  summorie, che venivano sciolte d’autorità e fermezza, in caso di tensioni.
Anche sul piano militare Flacco  assicurò una regolare funzionalità, dopo aver dato al paese e alla città una perfetta osservanza  della legalità sociale: ricostituì le truppe,  dando un nuovo assetto  in relazione alla  città e al territorio egizio,  faceva esercitazioni continue,  tenendo in allenamento le truppe di  fanteria, di cavalleria e di armati alla leggera .
Pur esigendo  obbedienza ai capi  nei militari non graduati,  li proteggeva dalle angherie degli ufficiali superiori, che tendevano ad appropriarsi degli stipendi  dei subalterni ed inculcava loro il senso di dovere  in ogni situazione e specialmente educandoli alla  neutralità, in faccende estranee al servizio  e nella tutela della pace, secondo la logica di Seiano.
Accanto a Flacco  come cancelliere era Lampone  e come funzionario  popolare Isidoro  che rimasero correttamente al loro posto fino all’avvento del regno di Caligola e alle  sue prime azioni in senso popolare e militare, e furono strumento del prefetto.
Il nostro esame tende a rilevare  il carattere  e  del governatore e quello dei due, la loro funzione e il loro specifico compito nell’entourage del governatore in carica, senza entrare specificamente in merito al problema giudaico e senza valutare moralmente, per cercare di capire non solo il mondo giudaico alessandrino e le ultime fasi del regno tiberiano, ma anche il complesso mondo ellenistico in genere e quello  della diaspora giudaica e  del sistema imperiale romano ecumenico, di cui Flacco e  gli altri uomini sono solo un esempio di funzionalità. in una situazione difficile quale quella della successione dinastica, come conclusione di una lotta tra i due partiti, quello  giulio  e quello claudio, schierati a favore di Gaio Caligola  (meris… ton theton, la parte degli adottati)  e di Tiberio Gemello (meris… ton gnesion, la parte dei legittimi per nascita) e all’inizio di un contrasto tra il giovane monarca e la famiglia, il senato e la classe equestre.
Nell’esaminare la complessa vicenda e i personaggi, attori della politica alessandrina, si apre un altro grandioso scenario quello di Roma, sotteso alle notizie filoniane, in cui gli avvenimenti della morte di Tiberio e della successione di Caligola  con il successivo omicidio del coerede Tiberio Gemello  e poi del capo dei pretoriani, Macrone, e del princeps senatus Silano determinano un cambiamento totale di politica e di amministrazione in Alessandria e  in ogni città dell’impero, dove  i partiti filogiuli e filoclaudi si contendono il primato cittadino, ad di là delle divisioni etniche e delle suddivisioni interne alle stesse etnie: dalla capitale le notizie  dell’avvento al trono  del nuovo imperatore con l’instaurazione della sua neoteropoiia,  palese già alla fine del 38, irradiandosi per il mondo romano, diffondono il messaggio  dell’inizio di un’era nuova.
I governatori delle province, specie di quelle imperiali, Siria e Giudea ed Egitto, sono maggiormente interessati al cambiamento di regime e  cercano di adeguarsi al  regime imposto dal figlio di Germanico, espressione delle forze popolari e  militari.
Flacco, che era stato  un  governatore tiberiano, filoclaudio, che aveva accusato Agrippina , madre di Caligola, e determinato la morte non solo di lei ma anche dei due fratelli, Nerone e Druso, sorpreso dalla elezione del nuovo imperatore, amareggiato dalla uccisione del coerede nipote diretto dell’ex imperatore,  da lui favorito,  annichilito dalla morte di Macrone, suo protettore, e poi da quella di  Silano  con cui era collegato,  colpito da queste mazzate  aveva disperato della sua salvezza, nonostante l’amnistia e la distruzione degli incartamenti  relativi le cause del periodo di Tiberio.
Quindi Flacco,  dal momento della nomina di Caligola ad imperatore  e del suo riconoscimento a Roma il 28 marzo 37  fino al compleanno  del 31 agosto del 38,  fu in grande ansia ma  ebbe tempo di manovra per difendersi da accuse possibili.
Le notizie  negative,  progressive, dopo un intervallo di otto mesi, compresa la malattia di Gaio,   avevano dato tempo e possibilità di autodifesa, in caso di accuse contro la sua persona e il suo mandato di governatore.
Egli sicuramente preparò un piano che doveva essere suffragato dalla testimonianza del senato alessandrino e dai rappresentanti popolari di Alessandria, oltre che dai cives romani alessandrini.
Il caso dei cinque magistrati e di curatores viarum , vittime di Caligola  e quello   di Gaio Calvisio Sabino, tornato dalla Pannonia (Dione, St. LIX, 18,4), che aveva governato,   costretto a suicidarsi  e quello di Tizio Rufo ( Ibidem 18,5)   dovevano avere impaurito ancor di più il governatore di Egitto.
La persecuzione di uomini del ceto senatorio e equestre accentuò ulteriormente la paura di Flacco, che dovette anche predisporre ogni cosa per la divinizzazione di Drusilla, la sorella di Caligola morta il 10 giugno, che  fu venerata come Panthea (Dione, St. LIX,11).
Filone, senza informarci sulle condizioni della madrepatria Gerusalemme, sugli avvenimenti accaduti nell’ex regno erodiano e sull’azione militare di  Lucio Vitellio, governatore di Siria, accenna  solo ad una reazione antigiudaica di Pilato, (Leg.301) fa la situazione del giudaismo ellenistico sia di Alessandria, che di Egitto che di tutta la diaspora, evidenziando che  non era stato inviato  il decreto del sinedrio, in cui si facevano le congratulazioni  per il regno a Gaio e le felicitazioni  in relazione a quanto fatto e testimoniato nella città santa nella Pasqua del 37  (Ant giud. XVIII,  Leg.231-2) per la malevolenza  di Flacco, che non aveva  fatto il suo dovere e che poi fu svolto in ritardo da Erode Agrippa, che lo inoltrò,  diciotto mesi  dopo, con le scuse per il ritardo. (In Flaccum, 93, 103).
Noi sappiamo che Caligola  aveva iniziato una campagna antiaristocratica  tale da sminuire la  auctoritas  senatoria ed equipararla , ironicamente,  quasi a quella del suo cavallo Incitato  tanto che  gli storici  a quel punto cominciano a considerare l’imperatore pazzo come se il suo regno fosse finito alla fine del 38.
In effetti la volontà di Caligola di annientare il senato era connessa con la posizione infida di quel consesso; il giovane imperatore era uomo di grande intelligenza, di  dissimulazione e simulazione e secondo Flavio (Ant.Giud, XIX,208) valentissimo oratore espertissimo della lingua greca e latina, sapeva come rispondere a discorsi pronunciati da altri, dopo lunga preparazione, e mostrarsi presto e più persuasivo anche quando si dibattevano argomenti di grande interesse: e  risultava  tanto abile  perché egli aveva in questo una attitudine naturale,  potenziata da una pratica acquisita con il continuo esercizio.
Egli era stato per 6 anni presso Tiberio a Capri a scuola di recitazione e di simulazione, secondo i modelli di Augusto e di Tiberio, mentre madre e fratelli venivano condannati e mai si era lasciato sfuggire una parola compromettente, mai un gesto sconsiderato (Tacito, Annales, VI,20,1); aveva accettato sempre ogni azione di suo padre adottivo, memore degli insegnamenti  della  bisnonna Livia e della nonna Antonia.
Caligola, dopo il discorso del 1 luglio del 37, al suo primo consolato,  divenuto programmatico  sia per lui che per il senato, che stabilì per decreto che le parole dette  fossero rilette ogni anno (Cassio Dione, St.,LIX,6,7), in cui aveva condannato le azioni di Tiberio  rimproverate dall’aristocrazia, eseguite, comunque , e con cui  pur mostrando condiscendenza verso il senato, era stato tanto abile da smascherare il comportamento pavido ed infido senatorio.
Aveva  poi mostrato  la sua intelligenza superiore e  rapidità di  decisione  nel momento della malattia, quando nominò Drusilla, che si era separata da Cassio Longino e si era sposata con Marco Emilio Lepido, erede dei suoi beni e dell’impero (Svetonio, Caligola,24,1) proprio quando aveva visto Macrone e Silano spostarsi verso il coerede tiberiano Tiberio Gemello, per loro unica alternativa al morente imperatore.
La successiva eliminazione dei tre e la sua accusa verso il senato doppiogiochista,  inchiodato alle sue  responsabilità, evidenziavano  il piano di un governo assoluto, la ricerca di uno spazio totale  per  governare senza il senato, solo con il sostegno popolare e  militare: non per nulla era  solito ripetere, secondo Svetonio, il verso omerico uno sia il capo, uno il re (Iliade,2,204).
Egli  gradualmente  minava il  prestigio senatorio costringendo i senatori ad indebitarsi con allestimenti di giochi  popolari e col fare le campagne elettorali, dopo che aveva ripristinato  le elezioni dei magistrati da parte dei comizi (che erano state abolite) in quanto  cardine dell ‘ordinamento politico repubblicano.
Era questa una strategia  attuata al fine di impoverire il ceto senatorio e rimpolparlo con uomini novi che potevano comprare sia il titolo equestre che quello senatorio, e che, provenendo dalle province, erano più malleabili, meno pretenziosi e  più fidati, certamente non infidi e non portati alla congiura, dati i rapporti di dipendenza  con il princeps.
In effetti Caligola avendo  un team giovane  di rilievo in questo periodo composto, oltre che dai famigliari Lepido e dalle tre sorelle, dai re Erode Agrippa  ed Antioco di Commagene,  tyrannodidascaloi / maestri di tirannia,(Dione Cassio,St. LIX,24,1), puntava anche su  uomini come Callisto,  Pallante, Protogene, Elicone, liberti della nonna Antonia di pieno affidamento  ed amministratori capaci, scaltriti da un lungo esercizio commerciale.
In questa fase Caligola obbligava chiunque ad avere coerenza  pratica  così da mantenere quanto detto o giurato, cosciente che lealtà  sia coincidenza tra il piano espressivo  e quello operativo: non per nulla  obbligò Afranio Potito ad uccidersi perché aveva promesso di sacrificare la vita se l’imperatore guariva e  Atanio Secondo a combattere nell’arena  per la promessa fatta per la sua guarigione.
E’ chiaro che Caligola  accentrando in sé non solo il potere ma distribuendo le cariche in modo  clientelare  aveva tolto la possibilità di reclutamento ai senatori di clientes  obbligando loro stessi ad essere suoi clientes con la salutatio: chi non osservava tale dovere e o chi non veniva ricambiato, praticamente era un uomo morto.
L’uso della salutatio diventava un vincolo sicuro di amicizia, che toglieva inoltre il rapporto tra le varie famiglie aristocratiche ora  in lotta per essere vicine al nuovo imperatore, anche se costrette ad un’azione servile, a riconoscersi inferiori rispetto all’autocrator.
Inoltre Caligola era un anomalista  cioè seguace di  un sistema  letterari- opposto a quello  analogista- , basato sul sublime , includente un modus vivendi  opposto a quello convenzionale e normale, come espressione istintuale, secondo norme di creatività e genialità (cfr  Pseudo-Longino, Peri Ypsous,8)
Caligola mostrava il sublime in sé , nelle sue costruzioni, nel suo vincere terra mare e cielo, nel suo essere unico rispetto a tutti gli altri: la salutatio  matutina da  forma aristocratica usata da ogni nobile famiglia per la tutela della clientela,  diveniva forma unica imperatoria,  che comportava omaggio dovuto al solo princeps ( che neppure riceveva , ma delegava i suoi rappresentanti per tale ufficio) patronus.
In effetti  Gaio riprendeva il sistema già adottato da  Tiberio e Seiano che avevano obbligato la nobiltà alla salutatio a contendersi questo favore del princeps, facendola rimanere per giorni in attesa.
La salutatio però comportava per Caligola l’esigenza di una dimora di una domus aurea  , che non aveva a Roma per accogliere  in modo magnifico  i tanti che si sarebbero presentati  a salutare l’autocrator.
Da qui la magnificenza  delle sue costruzioni in ville nei dintorni della città e in Campania, seguendo il modello di Tiberio, prima di stabilire la propria residenza, non essendo ancora certo di quella romana sul Palatino.
Sembrava che lui volesse  assoggettare la natura,  realizzare l’irrealizzabile,  in quanto tendeva  all’adrepebolon ( Peri ypsous,8)  Svetonio (Caligola,37,3)  vennero gettate dighe nel mare  tempestoso e profondo, furono tagliate rupi di selce durissima  elevate pianure all’altezza di montagne …livellate le cime più alte a forza di scavi e tutto ciò avveniva  con incredibile rapidità.
La singolarità della sua figura e delle sue azioni e dei suoi viaggi doveva essere rilevata  come quella della sua donna  e dei suoi amici, invidiata ed emulata  dagli aristocratici che, imitando, dovevano impoverirsi e quindi dovevano essere sostituiti da uomini novi provinciali.
Le sue navi avevano poppe ornate di gemme  e vele dai colori sgargianti,  in cui c’era un grande numero di terme, portici, sale da pranzo,  ma anche una immensa varietà di viti ed alberi da frutto . Con navi  di tal genere  navigava lungo le coste della Campania (Svetonio, Cal. 37,29),e le sue spese dovevano essere eccezionali, sia per i pranzi inimitabili per portate, qualità e quantità di cibi, anomali rispetto al sistema normale culinario, fuori cerimoniale, tanto da sbalordire la pur decadente aristocrazia che, per imitarlo, si indebitava  per un pranzo da offrire all’imperatore: Caligola faceva  servire pietanze  coperte di sfoglie d’oro, beveva perle preziose sciolte nell’aceto,  faceva banchetti di oltre 10 milioni di sesterzi , sperperava a volte in pranzi  le tasse di tre province,  faceva indossare gioielli alla  moglie (Lollia Paolina) di 40.000.000 di sesterzi.
Nei primi mesi Caligola sperperò circa 2.000.700.000 sesterzi (Svetonio, Caligola,37) l’eredità di Tiberio e 90.000.000 del suo stesso patrimonio: per queste ingenti spese l’imperatore  aveva accanto a sé molti trapezitai alessandrini, dipendenti propri dell’alabarca di Egitto, che era  l’amministratore dei beni della nonna (Flavio Ant. Giud.XIX,276.) amico di vecchia data di Claudio, probabilmente cittadino romano, come poi suo figlio Tiberio Alessandro.
Chiaramente Caligola così vivendo nel lusso più smodato  costringeva l’aristocrazia all’imitazione e quindi alla rovina allorché era incaricata di allestire una cena per il principe: ci volevano vari argentarii per finanziare  una tale impresa: nessun senatore ,che aveva un patrimonio minimo , quaranta volte minore della parure di Paolina , poteva competere con la forma imperiale a cui, comunque, doveva attenersi, se voleva invitare l’imperatore.
Se da una parte il suo comportamento anomalista lo distaccava dal senato, l’ amore per le corse  di cavalli per i combattimenti e per le rappresentazioni teatrali, essendo un  comune ideale per la gioventù e per la plebe, che sempre di più lo seguivano (anche perché era cancellata  l’etichetta e quindi più facile l’incontro e il suo rapporto) lo avvicinava al suo popolo …
Filone  che  non parla di questo  cambiamento a Roma, da cui venivano echi secondo la lettura  critica sacerdotale dei giudei delle sinagoghe romane, ostili a tale sconvolgenti ed innaturali atti, vede solo la trasformazione che avviene in Alessandria nel comportamento del governatore e nel nuovo rapporto stabilitosi tra il prefetto e i caporioni popolari.
Egli afferma che improvvisamente c’è una cambiamento di direzione amministrativa in quanto Flacco, da retto governatore diventa inetto e insicuro e per di più risulta  un fantoccio dominato dai due  alessandrini, popolari, che, essendo espressione della massa popolare,  gli   impongono  di procedere in senso antigiudaico (Flac. ,41)…
A dire il vero il prefetto si serve dei  caporioni e finge di essere da loro dominato: egli infatti fa ordinare ad Isidoro perfino una protesta con accuse contro di lui dal ceto più umile della città.
Insomma il piano antiebraico veniva realizzato, ma il prefetto  doveva rimanere esente da colpe: i colpevoli erano già pronti.
Filone  sembra invece credere a questo rovesciamento teatrale , proprio della peripeteia tragica,  e  nella descrizione di questi tre personaggi   mostra come sia stato  modificato il carattere del governatore rilevando la sua paura e la sua depressione.
Filone indulge al tragico, non è  storico; Filone dà una verità letta dall’angolazione giudaica nobiliare, doppiochista, abile a tenere la posizione ambigua, pronta per la scelta più redditizia.
I  mestatori alessandrini , comunque,   sono collegati con altri elementi  attivi alla corte di Caligola, probabilmente  Elicone,  una specie di ciambellano factotum sempre presente in ogni momento della vita quotidiana del sovrano (Legatio,166-178) ed inizialmente anche  col governatore.
Questi capirono che  era imminente una persecuzione contro gli ebrei e che si riprendeva la persecuzione secondo le linee già indicate da Seiano e  fecero piani in relazione all’azione permissiva  di Gaio nei confronti di servi, che facevano delazione contro i padroni. (Flavio, Ant. giud. XIX,1-3): l’azione contro tutto il popolo giudaico sta per iniziare  (sumpan.. to ethnos Filone, In Flaccum,1) e Flacco coordina il suo operato parziale (merei  Ibidem) contro i giudei alessandrini, esteso  anche a quei luoghi dove può arrivare la sua auctoritas.
Perciò  Avillio Flacco , coinvolto,  da buon governatore tiberiano divenne spietato  aguzzino degli ebrei, per mostrarsi zelante nella  accettazione della neoteropoiia caligoliana  per farsi perdonare le colpe avute  contro la famiglia giulia, l’appartenenza al partito filoclaudio, appoggiando  all’improvviso il partito popolare e militare alessandrino e i suoi caporioni che promettevano di assisterlo con tutto il popolo e  il senato cittadino in caso di  denunce contro la sua persona.
La condizione di sudditanza di Flacco é spiegabile  anche perché  Caligola, divorziato da Orestilla,  dopo la morte della sorella, sua amante,   dopo il viaggio in Sicilia, e la costruzione del porto di Reggio  come scalo intermedio tra Alessandria e Roma delle merci di grano,  inizia a colpire i consolari accusati di tradimento (Dione Cassio, St., LIX,11)
Insomma gli alessandrini avevano saputo della volontà di Gaio  di cambiare totalmente politica interna ed estera, specie dopo il nuovo  matrimonio  con Lollia Paolina (Dione Cassio, St.,LIX,12,1) , momento in cui  vengono esautorate implicitamente le sorelle, Agrippina e Livilla, poi esiliate, determinando un altro cambio di team, in cui rimanevano solo i liberti.
La  nuova situazione romana era ben  conosciuta  ad Alessandria, da parte greca e da parte greco-giudaica,  come anche la politica estera: i piani di Caligola di fare una doppia spedizione (una germanica ed una partica) dovevano servire  per avere una gloria militare  per debellare il potente consesso senatorio e liberarsene del tutto.
Quella germanica già era nell’aria alla fine del 38 e quella partica era stata  anticipata dalla elezione di  Erode Agrippa a re di Iturea e regioni limitrofe, di  Antioco  a re di Commagene e dei figli  di Coti      (Ibidem,12,2) a re di Ponto e  di Tracia ,  dopo che Vitellio aveva ripristinato l’ordine in Siria ed al suo posto era stato inviato Petronio Turpiliano ( Flavio ,Guer. giud. II,10, 1-5;Ant. giud.XVIII,262 ss  Filone Leg.207-260): bisognava estirpare i collegamenti che c’erano  tra lo zelotismo palestinese e quello partico, limitare il potere finanziario ed economico dei giudei ellenisti della diaspora, al cui centro era il giudaismo alessandrino, riprendendo la politica seianea antigiudaica.
Inoltre era ventilata anche l’idea di un suo abbandono di Roma e di un viaggio che poteva essere definitivo  in quanto si diceva che aveva intenzione di guidare il mondo da Alessandria, riprendendo il disegno di Cesare e quello del suo bisnonno Antonio, accarezzato anche da suo padre Germanico, sempre però dopo l’impresa germanica.
L’azione di  ripristino della  giustizia in Alessandria, quindi,  non aveva gran valore per Caligola  per il quale solo contava  l’allineamento alla sua politica interna ed estera.
Questo  cercarono di far capire al governatore  Lampone ed Isidoro: il vecchio sistema era finito, tutto era cambiato ed un nuovo ciclo iniziava.
Da qui  il via libera al popolo di Alessandria che può attaccare quei giudei della medio bassa borghesia, non ellenizzati, che abitavano in due quartieri della città: l’assalto fu su questa parte della città integralmente giudaica, non su quella parte degli altri tre quartieri dove i giudei vivevano misti ai greci.
Filone parla del sequestro di 400 case (Flac.94) e di  ammassamento della popolazione giudaica in una zona ristretta di un  quartiere  e quindi tratta della strage fatta su una parte della popolazione giudaica e su una parte del sinedrio (38 membri) e specificamente di tre membri sinedriali,  di cui fa i nomi.
Filone descrive la tragica sofferenza giudaica rilevando tre fasi di progressiva ostilità  nel comportamento antipopolare giudaico del governatore:  la prima in cui si  facevano trapelare le sue intenzioni ostili  velatamente  nel corso dei processi, nel rifiutare colloqui con i giudei , nell’accogliere solo formalmente Giulio Erode Agrippa  re e famigliare di Gaio, facendo finta di  ignorare le beffe fatte  al suo indirizzo   e la parodia del suo incoronamento e del suo rango pretorio;
la seconda fase  come profanazione delle sinagoghe con l’installazione della statua di Panthea Drusilla probabilmente e non di Gaio, non ancora deificato,   trascurando la possibile reazione dei giudei non solo di Alessandria e di  Egitto (un milione ) ma di tutta la diaspora (1’500000) e delle ripercussioni negative in ogni città, dove la popolazione giudaica era diffusa;  la terza fase come  abolizione della posizione giuridica tramite l‘atimia  per cui i giudei divennero  stranieri (csenoi) ed estranei al paese ( epelydes Flacc. 53-54) per cui i greci potevano darsi al saccheggio  anche delle case, rovinare il florido commercio ebraico,   abolire quindi  la costituzione augustea  imprigionando  membri del sinedrio, facendo stragi, crocifissioni torture, dopo aver ghettizzata la popolazione giudaica in un settore di un solo quartiere e il più piccolo.
Ma una parte del giudaismo la più numerosa è salva: il prefetto  si serve di essa che è tra i notabili della città in quanto è pars ellenizzata  aristocratica  sacerdotale, oniade, di cui fa parte Filone,la sua  famiglia  quella di suo fratello  Alessandro, quella di tutti i discendenti di Onia IV ( come  i discendenti della  famiglia di Boetho  suocero di Erode il grande) che formano l’élite di Alessandria, costituita da uomini dell’alta finanza (trapezitai), da capitalisti                 (poristai), da armatori (naukleroi) e da  grandi commercianti (emporoi), dominatori dei due porti alessandrini, ben collegati con gli argentarii romani, congiunti perfino con Antonia minor, la nonna di Caligola.
Anche questi avevano i loro informatori che facevano conoscere la situazione romana e la politica internazionale caligoliana: Filone quindi conosceva quello che conoscevano i caporioni e lo stesso Flacco, ma Filone in In Flaccum fa l’apologia del giudaismo e dice quello può dire,   marcando tutta la sofferenza giudaica: la sua ambasceria  a Gaio consisteva infatti nel racconto di ciò che aveva sofferto l’ebraismo (a epàthomen) e nella dimostrazione della legittimità  dei diritti giudaici (dìkaia).
E tra questi diritti egli  ricorda che Flacco lese  quello sinedriale,  quello di fustigazione  e quello della sospensione delle pene al momento della celebrazione del compleanno di Caligola, il 31 agosto.
Prima di quella festa, Flacco ordinò  ai soldati facendo quindi un’operazione militare, non più solo popolare, la perquisizione delle case giudaiche nei quartieri  per ricercare le armi che non erano state trovate ma che  erano state trovate precedentemente tra gli egizi e tra i giudei egizi, quelli delle case sequestrate.
Filone ci tiene a precisare sulla illegittimità delle azioni di Flacco  e precisa che  il Sinedrio era stato istituito da Magio Massimo (Flac,74) quando era governatore per la seconda volta,  su ordine di Augusto che riconosceva i diritti già accordati dai Lagidi.  Magio dopo che era stato governatore tra il 3 e 10 d.c. fu di nuovo governatore dopo Aquila (Ant. giud, XIX,283), che aveva governato l’Egitto dal 10 al 12 e  perciò Augusto  autorizzò formalmente il funzionamento del  sinedrio nel 13 ,  confermando la  carica del genarca-etnarca, probabilmente quella del  padre di Filone,  nelle sue funzioni amministrativo-giudiziarie e religiose,  poi riconfermato  da Gaio Galerio (Seneca, ad Helviam matrem, 19,4-6)  che governò per 16 anni.
Dalla lettera di Aristea (oggi riconosciuta come opera del II secolo  av.C.(310)  da Antichità giudaiche  (XII,108 e XIV, 117 in cui si riporta un passo di Strabone  che parla delle funzioni amministrative giudiziarie ed archivistiche, propria dell’alabarca)  si evince che gli oniadi avevano  anche una funzione religiosa, data la carica sommo-sacerdotale  del primogenito della  stirpe degli oniadi, celebrante nel tempio di Leontopoli.
Inoltre  Filone precisa che la fustigazione in uso era di due tipi : quella della flagellazione degli egizi, fatta con frusta particolare e da esecutori diversi e quella degli alessandrini sia greci che giudaici con spate e fatta da agenti di polizia  alessandrini  (spatafori) in quanto cittadini liberi.
Filone inoltre precisa che  era norma  per un  governatore  durante il genetliaco di un  elemento della domus augusta  non punire alcun condannato ma dedicarsi solo alla festa; Flacco, invece, oltre a punire chi non era colpevole, punì anche durante la festa, anzi ne fece uno spettacolo di festa, senza rispettare la santità del genetliaco.
Infatti  dall’alba per tre o quattro ore della mattinata  senza concedere l’ammistia di un giorno, senza far togliere i morti dalla croce,  organizzò la festa facendo  appendere altri  vivi  dopo averli fatti flagellare in pieno teatro e torturati col fuoco e col ferro davanti a  spettatori , che godevano  dapprima della vista di giudei fustigati, impiccati,  messi alla ruota,  brutalmente sfigurati  e portati alla morte, passando attraverso l’orchestra e poi dell’esibizione di danzatori, mimi flautisti  e di attori teatrali in genere.
Filone però parla solo di  ebrei che vivevano nei due quartieri separati, che dovevano essere filopalestinesi e collegati con parenti  della  Giudea: su questi  e sulle loro case si  sorvola e solo  in occasione delle perquisizione delle case dei nobili, non toccati dalla atimia si parla della  ricerca di presenza di armi  nelle case, dove non potevano essere, data la loro filoromanità.
L‘atimia, dunque, toccò solo i giudei che avevano diritto ad una cittadinanza di semplice alessandrino,quei  giudei, cioè, che vivevano da tempo in Alessandria  con diritti di  residenza  propria degli egizi alessandrini, non greci.
Nessun governatore poteva azzardarsi a toccare l’aristocrazia giudaica alessandrina ellenizzata, iscritta perfino nelle tribù e nei demi cittadini,da decenni: l’atimia, perciò,  colpisce solo i giudei alessandrini non ellenizzati indiziati e perseguiti anche per il sospetto di tenere le armi nascoste  e di essere  collegati  con lo zelotismo palestinese.
L’ intervento finale  di Flacco, infatti, fu militare  e questa volta sulla pars aristocratica, sulle abitazioni non sequestrate: i militari di Casto cercavano armi che non furono trovate ma poi come suole accadere  quando ci sono di mezzo i soldati, ci andarono di mezzo le donne non solo quelle giudee ma anche altre donne di altra etnia  che portate nell’agorà, furono distinte dando loro da mangiare carne di maiale e punite quelle che non la mangiavano.
Da Filone, che pur legge con animo di parte, ci vengono date indicazioni sul modo di procedere di Flacco e dei capi popolari alessandrini che avevano promesso al governatore di salvarlo dalla inimicizia di Gaio.
Il cambiamento, dunque, di Flacco  appare  netto: non è più un giudice imparziale ma  un giudice dispotico, caligoliano, che condanna senza processo, assumendo  contemporaneamente le vesti di accusatore, di nemico, di testimone, di giudice, di esecutore della condanna.
I  tre capi popolari sembrano  condizionare Flacco,  visto ormai  governatore  degradato,  non più padrone del campo; essi appaiono come i manovratori della situazione   mentre   Alessandria appare   città non più governata, in preda a stragi  di cittadini; questa Alessandria doveva essere  per Filone la patrona del suo governatore!.
Filone  bolla Dionisio come demagogo,  Lampone come scribacchino e ladro, Isidoro come  intrigante arruffapopolo, ed, insieme, li considera  un branco di malfattori.
La descrizione dei  responsabili dei mali giudaici è tipica della narrazione satirica giudaica  ora smodata,  nonostante i tentativi di compostezza e di  misura, propri di uno che vuole essere spoudaios , asteios. kosmios, ma è incapace di contenere la propria eccitazione e il proprio disgusto, di fronte a tanta barbarie.
Lampone è ben delineato , caratterizzato nella sua personalità di scriba corrotto  che probabilmente scoperto in seguito  come cancelliere, era stato   accusato da Flacco stesso  di frode contro lo stato che era un crimen maiestatis in quanto perpetrato contro i beni e la persona dell’imperatore  poiché l’Egitto era un bene familiare imperiale.
Nel processo di due anni  Lampone si era trovato a mal partito dovendo pagare  gli avvocati e perciò aveva denunciato, in momenti in cui la causa era a suo favore, che lui era stato rovinato nel suo patrimonio dal fatto di essere stato costretto ad assumere  la funzione di Gimnasiarca,  che comportava molte spese per rifare i ginnasi, ricostruire le palestre pagare i gumnastai e i tanti operai che svolgevano lavori  di manutenzione, in una giustificazione della sua tirchieria o a dimostrazione della sua non floridezza finanziaria.  Egli adduceva  come pretesto che non  possedeva averi sufficienti  per svolgere quel compito che richiedeva tante spese, eppure,prima del processo,  aveva sempre manifestato  di essere molto facoltoso  anche se nella dokimasia (nella verifica dei beni che si faceva  prima che qualcuno svolgesse una funzione statale), era risultato non ricchissimo, ma che si era arricchito con azioni illegali.
Egli come grammatokuphoon, scriba, a contatto diretto con i governatori  durante i processi registrava  le accuse  e, come avente tale funzione, le presentava. Egli aveva così l’opportunità di cassare  le cose dette o di ometterle  a suo piacere,  non inserendo termini e, se possibile,  cambiare le lettere  su e giù per il testo,  facendo operazioni di trasformazione, di cambiamento , rovesciamento, correzione e   in relazione a quanto fatto, si faceva pagare  per lettera o per apice, adulterata.
Per questo il popolo  lo chiamava calamosfactes (colui che uccide con la penna) in quanto uccideva  moltissimi  con le lettere che scriveva , rendendo così i vivi più disgraziati dei morti.
Infatti quelli che potevano vincere e godersela, a causa sua, invece, subivano la sconfitta e la povertà,  poiché i loro avversari pagavano lui  che capovolgeva la situazione,  dando i beni altrui a buon mercato.
Ciò era possibile perché i governatori  non potevano ricordare quanto scritto, data la mole delle pratiche sbrigate  in una provincia così grande  dove le cause si accatastavano le une sulle altre, e considerata la varia natura causidica  e il computo dei tributi e delle rendite, il cui esame richiedeva più di un anno. Lampone così sfruttava la lungaggine delle procedure e la dimenticanza dei giudici e scriveva tra i vinti  coloro che dovevano vincere e  faceva risultare quelli che dovevano perdere tra i vincitori, dopo aver preso somme di denaro.
Isidoro è anche lui ben tratteggiato nella sua funzione di agitatore di masse e di sindacalista  sempre pronto a favorire e a parteggiare o per le masse, specie greche o, ma anche per quelle egizie e delle minoranze  etniche  residenti ed avventizie.
Egli non era un funzionario effettivo, ma era anche lui un uomo dell’entourage del prefetto o meglio individuo utile  al suo  servizio, senza carica ufficiale.
Egli era per natura malvagio e facinoroso, molto abile a  creare tumulti e rivoluzioni, se non c’erano, e a fomentarli e ingigantirli, una volta scoppiati.
Egli amava circondarsi di una moltitudine disordinata e confusa  in cui convivevano elementi vari di origine servile  organizzati secondo la simmoria.
Era questa una organizzazione tipicamente ateniese,  poi divenuta tipica di ogni città del Mediterraneo di tutte le città greche  dell’impero romano, compresa Alessandria.
Ad Atene si soleva formare gruppi di 1200 uomini,  suddivisi in corpuscoli di 20 membri (due ogni tribù)  di 60 uomini ognuno. Ad Alessandria, dove la popolazione era molto eterogenea,  forse il numero era doppio o triplo, a seconda  delle classi.
Forse Filone propende per un numero di 2400 unità  ( anche se non si può scartare un numero  di molto superiore  a quello delle  simmorie ateniesi  (Flac. 143 ).
In effetti si formavano squadre di migades  (misti  greco-egizi, o di varia etnia)  e di sugkludes (plebei di norma egizi) oltre forse a greci puri, sempre pronti agli ordini di Isidoro.
Questi gruppi, comunque, erano dominati da  Isidoro che li gestiva  manovrando l’associazione come voleva, subordinandola a volte anche ai piani del prefetto.
Egli aveva questa opportunità in quanto la città era piena di  thiasoi , che  lui controllava in ogni senso.
Il thiasos  in epoca ellenistica era  una comunità, tipo le nostre confraternite, di fedeli di uno stesso dio,di norma Dioniso,  che celebravano  con danze, sacrifici, processioni e riti.

Siccome si riunivano periodicamente  in sinodi (concili, assemblee , club)  che formavano anche una corporazione e che stabiliva  i riti da farsi, le cerimonie, le feste, le date   e siccome   ogni cerimonia si concludeva con  banchetti, in cui  non c’era niente di buono, per un ebreo, ma solo vino schietto,  dove c’erano ubriachi, insolenti e violenti, i thiasoi venivano visti negativamente dai giudei,  anche se erano  occasione di integrazione sociale e di comunicazione, seppure con qualche violenza.
L’angolazione di Filone è quella di  De Vita contemplativa (75  ss) dove vengono comparati questi thiasoi  ( sinodoi e  clinai)  dei greci ed egizi con la  sinagoga greca e con cena giudaica.
In queste riunioni e banchetti  Isidoro era  il capo, salutato con vari nomi  (sumposiarckhos, klinarches, taracsipolis) ed era obbedito da tutti  quelli che facevano quanto egli ordinasse.
Isidoro era personaggio compromesso con il governatore, che aveva organizzato perfino le accuse allo stesso Flacco da parte degli spalmatori degli atleti e degli addetti alle pulizie  probabilmente in combutta con Lampone.
Isidoro, che inizialmente era in una qualche considerazione, vistosi non più stimato, si era messo in contrapposizione .
Perciò assoldò  uomini che ungevano gli atleti e che facevano  i banditori  e li convocò al ginnasio, avuta l’autorizzazione di Lampone, facendo riferimento ad Elicone, fece accusare variamente il governatore.
Mi sembra che questa  operazione sia gestita dagli agitatori popolari  ma in effetti  sia concordata col prefetto, che così viene  discolpato pubblicamente dell’eccidio giudaico: certamente il prefetto garantisce loro l’incolumità in qualche modo e li paga per l’ulteriore servizio.
Flacco, però, forse non sapeva che questi erano al soldo di altri, come Elicone  e Pallante (Dione Cassio, St.,LX,30,6b), che sapevano che la sorte di Flacco ormai era segnata.
Il governatore, allora, saputo che la città era sdegnata e che mal sopportava che il nome di Alessandria fosse disonorato, convocò i magistrati cittadini e tutto il popolo.
Vennero i capi (tra questi l’élite giudaica) ed anche tutta la cittadinanza greca, meno quella che doveva essere inquisita  per i tafferugli, i latrocini , le distruzioni, le stragi giudaiche.
Flacco fece disporre su tribune tutti i  provocatori e quelli che avevano fatto la protesta contro di lui in modo che fossero ben visti,
Interrogati davanti a tutti; ed essii confessarono che l’autore di ogni cosa era stato Isidoro, che li aveva assoldati.
Dopo che Isidoro fu riconosciuto colpevole  si discusse sulle proposte fatte contro di lui   o di privazione dei diritti civili o di esilio o di morte: all’unanimità Isidoro fu condannato a morte.
Egli però si sottrasse all’arresto con la fuga e Flacco lo lasciò andare convinto che così non ci sarebbero stati in città  lotte e  sedizioni.
Quando Flacco, poi, viene arrestato e portato a Roma davanti all’imperatore,  ha come accusatori proprio Lampone ed Isidoro: le loro accuse erano ininfluenti alla già premeditata condanna  che Caligola aveva inflitto  al suo nemico, delatore della sua famiglia.
Filone può allora di nuovo vedere il disegno divino rilevando la nuova peripeteia: due sudditi accusatori del loro prefetto,  due servi contro il padrone.
Lo scrittore giudeo è veramente un interprete, un ermeneuta  che legge sempre oltre la lettera e vede come in Dio tutto si armonizzi e che il piano provvidenziale si compie inesorabilmente.
L’eccidio di Alessandria,  voluto da Flacco, che aveva sfruttato i caporioni greco- alessandrini, divulgato dalla fama portata dai marinai e dai trapezitai, dalle navi alessandrine, accese un incendio in tutto il Mediterraneo, sia in Occidente che in Oriente.
Isidoro era stato l’untorello manovrato dal governatore che   credendo di salvarsi facendo la volontà di Caligola, anticipatamente, e dando all’opinione pubblica il capro espiatorio, sperava in una totale assoluzione per i servizi allo stato.
I giudei, oltre alle perdite umane,  erano rovinati nelle attività finanziarie e bancarie  e nel commercio; la loro secolare  tendenza   ad isolarsi e separarsi non era bastata ad Alessandria a quella pars giudaica, zelante di fede.
I giudei della medio-bassa borghesia cittadina  pagarono  anche per quei fratelli  che  erano invidiati, data la  loro immensa ricchezza, dai greci  alessandrini,  che volevano equiparare i loro diritti e le loro forze con l’etnia giudaica predominante in Alessandria, inattaccabile perché ellenizzata, romanizzata, probabilmente spregiudicata ed  atea come i sadducei.
I giudei credenti e zelanti di fede, non potendo partecipare alla vita delle sette dionisiache, orgiastiche,  per espressa proibizione della legge,  guardavano con sospetto  e con apprensione ogni riunione e  festa,  da cui  normalmente derivavano guai per loro che necessariamente erano guardinghi e sempre in uno stato di allerta.
Nel 38  d.C. troppe forze concorrevano al loro male, non solo un governatore indiziato o in procinto di essere accusato  dall’imperatore stesso.
Inoltre  nel periodo seianeo (dal  23 d.C. al 18 ottobre 31 d.C. )  essi erano memori delle persecuzioni  subite sotto Vitrasio Pollione, che aveva vietato di riunirsi in sinagoga e di fare proselitismo  e proibito di santificare il sabato  (Filone, de Somniis, II,123 ss).
Perciò essendo permesse le riunioni alle altre etnie e vietate le loro, i giudei  giudicavano moralisticamente le loro  riunioni sante  e quelle degli altri empie: una scarsa  soddisfazione!
Al di là dell’impostazione moralistica filoniana,  nell’ estate  38  (dalla morte di Drusilla alla festa delle sukkoth, inizio dell’autunno)  Flacco e i tre caporioni  determinarono la strage dei giudei, propagandando nel mondo romano l’antisemitismo e creando focolai di disordini e lotte cittadine in ogni città dell’impero, che perdureranno anche con maggiore consistenza per tutto il regno di Caligola e che avrebbero  dovuto avere come soluzione definitiva  o l’eccidio o la deportazione di tutti i giudei di Palestina.
Per me c’è sotto  questi avvenimenti alessandrini qualcosa altro, un evento che  si era verificato sotto Pilato e che aveva prodotto uno scompenso in tutto il mondo della diaspora: un giudeo prima di tutto  ha come patria Gerusalemme e poi la  città in cui è nato e vive, guarda e segue quanto avviene nella Città santa.
La sconfitta dei nazirei e  la crocifissione del loro capo  avevano diffuso in tutto l’ecumene  l’odio contro Roma anche dopo la pacificazione e l’elezione di Giulio Erode Agrippa a re.
Alessandria, la città con maggior numero di Giudei, con due diverse situazioni giuridiche  è la prima a pagare, nonostante il formale atto di ossequio  e nonostante la filoromanità della classe dirigente alessandrina giudaica.
La morte di Caligola e l’avvento al trono di Claudio riporteranno la  concordia nel mondo romano e il ripristino dello statuto augusteo in Alessandria dopo il decreto imperiale all’inizio del nuovo principato, conosciuto come lettera di Claudio agli alessandrini (Ant. Giud., XIX,278-291, Pap. Lond. 1912, in CPG- corpus papirorum iudaicorum-pubblicato da V.A Tcherikover, Arvad University Press I.1937).
Se si legge attentamente la lettera di Claudio agli alessandrini si capirà  che Claudio  vuole chiudere gli occhi sui responsabili ed invita gli alessandrini nella loro totalità, greci, egizi ed ebrei (ortodossi e scismatici, di costituzione giudaico-egizia e  greco-giudaica) alla omonoia (concordia)  come se inviasse un monito ai greci alessandrini  al fine di far loro rispettare la tradizione ebraica  secondo il decreto di Augusto da lui confermato .In effetti, egli, pur riconfermando lo status giudaico precedente, dopo aver valutato i  fatti e deciso in modo inappellabile  il suo verdetto sulle due  parti contendenti  da lui ascoltate,restringe  e limita il decreto augusteo.
Infatti Claudio  impone agli ebrei  un  divieto, quello di ellenizein ( di ellenizzarsi, cioè di diventare greci,di frequentare il ginnasio, di  partecipare agli agoni  presieduti dai gimnasiarchi) in quanto già godono di un loro politeuma e non devono andare oltre i loro diritti , che sono eccessivi, in quanto vivono in una città  altrui (en allotria polei)
Infine  Claudio impone, temendo che in Alessandria aumenti la popolazione giudaica,  che finisca l’ immigrazione  proveniente dalla Palestina o da altre parti di Egitto.
La conclusione è minacciosa: se gli ebrei  non faranno così , li perseguiterò con ogni mezzo  come propagatori di una malattia comune a tutto il mondo abitato
Così ordina Claudio, amico e fratello di latte di Giulio Erode Agrippa, suo patrono ed elettore nei giorni successivi alla morte di Caligola,  amico dell’alabarca Alessandro, sommo sacerdote scismatico di Leontopoli,  fidato procuratore dei suoi beni e di quelli di  sua madre, forse il capo trapezita di Pallante, suo ministro….

 

Pazzesco di Luca Mastrantonio

Una lingua pazzesca!

Pazzesco Dizionario ragionato  dell’italiano esagerato

Pressato da amici, mi sono sorbito, alla Palazzina Azzurra, come digestivo, per quasi un’ora, la presentazione di Pazzesco, un saggio linguistico- letterario, di Luca Mastrantonio  e poi la premiazione dell’editor Jacopo De Michelis, insieme  ad uno sparuto  gruppo di uditori, disattenti.

Continua la lettura di Pazzesco di Luca Mastrantonio

Denuncia e consegna di Gesù

Paradosis ( consegna) e  l’endeicsis (denuncia)  di Gesù Cristo

Dalle notizie evangeliche risulta che Gesù vive una vita misteriosa e nascosta fino a trenta anni e che, poi, si rivela facendo uno o più viaggi a Gerusalemme, dove, dopo denuncia e consegna ad opera del clero giudaico all’autorità romana, viene ucciso.
Viene celata (sembra) la regalità, una notizia, volutamente nascosta, sulla vita di Gesù, una figura di uomo, che non è descritta in modo completo, in quanto coloro che scrivono in epoca flavia, a distanza di oltre quaranta anni, hanno  interesse solo a rendere saldo un culto e riti, già consolidati dalla pratica, e lasciano senza luce storica i fatti riguardanti  il fondatore, che assume valore maggiore, proprio dall’ambiguità, dall’equivoco, dal muthos.
Comunque, gli scrittori lasciano dei segni storici palesi perché non possono tralasciare due elementi della storia, che erano rimasti impressi nella collettività giudaica sia aramaica che ellenistica: il crimen contro l’impero romano del Messia  e  la paradosis  con l’endeicsis all’autorità romana,  da parte dei capi di Gerusalemme.

Nostro intento, Marco,  è quello di far emergere la regalità, da una parte,  mediante queste due verità celate, esaminate come risultanze evangeliche storiche e, da un’altra, rilevare  l’impostazione dei vangeli canonici, all’ atto della scrittura, con il Kerugma  con la predicazione della morte e resurrezione, congiunta con la giustizia del governo romano e con la perfidia giudaica: noi siamo interessati solo dalla falsificazione dei termini, non da scrupolo religioso.
Noi cerchiamo di studiare i termini, che hanno diverso valore nell’epoca dei fatti, rispetto  a quella dell’epoca di scrittura evangelica: insomma diciamo che c’è stata falsificazione, pur se si lascia intatto (o quasi) il segno linguistico come significante,  che, però, è stato rivestito con referenze nuove, attuali, di un significato aggiuntivo, tipico di un altro tempo,  rispetto a quello storico di accadimento.

Professore, essendo caduti gli ideali del precedente periodo, cambiati i valori di un malkuth (regno), conclusosi tragicamente, divenuto esemplare e per aramaici e per ellenisti, a seconda delle diverse letture interpretative, la missione stessa  degli apostoloi (inviati), che ebbero il mandato di seguitare il compito, fu cambiata?

Certo tutto cambiò: non più la predicazione del messaggio di un  prossimo regno, ormai impossibile ed irrealizzabile, ma  di un‘attesa escatologica ed apocalittica di un regno messianico, predicato da un Gesù–dio, divenuto redentore del mondo e modello di humanitas.
Su questa base, secondo la lettura paolina, i  discepoli degli apostoloi distaccarono  la sostanza del pensiero dalla storia e dalla vicenda reale e  predicarono la morte e la resurrezione del Christòs  insomma,passarono dal piano militare, ormai finito,  al piano spirituale e morale,  trasformando lo zelotismo in pratica religiosa con il Kerugma, separandosi dal giudaismo aramaico e perfino da quello  ellenistico, occidentalizzandosi e romanizzandosi.

Ma per far questo ci vuole tempo, molto tempo, professore?

Questo è  un processo lungo, che dura dall’ epoca flavia a quella antonina, mentre infuria ancora la lotta contro la romanitas  in senso aramaico, che condurrà, dopo altre peripezie, dolorose,  alla Galuth (all’esilio, alla cacciata, all’espulsione dall’ impero), dopo la fine, tragica anch’ essa,  dell’impresa di Simone Bar Kokba (134-35) .

Allora, professore, Il vangelo di Marco comporta una volontà di segretare fatti palesi, il preciso skopos  di essere contraddittorio nel proclamare lo scandalo della  croce con la rivelazione del Christòs, nel fare la volontà di Dio,  che esige adesione di fede  e sottomissione al mistero,  sulla base del modello di Jesous  Christos Kurios, re unto, ma vissuto, per suo volere,  nel nascondimento, in modo umile, considerato come un romanizzato, trinome, espressione del nomos empsuchos (Legge vivente), legge scritta e non scritta?.

Certo. Il pensiero di Marco, autore popolare, levita, piccolo sacerdotale, di cultura aramaica,  immaginoso,  puerile, dal linguaggio elementare e dalla forma paratattica, propria di un non ellenizzato (o di uno appena alfabetizzato, che ha appreso i primi rudimenti della koiné), dissociato culturalmente e dai  giudei ellenisti e dagli aramaici puri, è semplice: proclamare il Christos  ucciso dai suoi stessi connazionali,  secondo il dettato  paolino ( la morte e resurrezione del Signore  e lo scandalo della Croce).

La semplicità di Marco ha, però, professore,  efficacia  per l’immediatezza del racconto, per la stupefatta  partecipazione, per l’adesione ai miracoli e alla divinizzazione del Christos ed attira il lettore  proprio perché riduce tutto a narrazione apparente, senza meditazioni e senza polemiche?

Certo. L’evangelista  è parabolicamente entusiastico, fedele, miticamente persuaso di avere la verità esemplata più nelle azioni, che diventano  agrafa, parole non scritte, nuovo nomos, quasi un altro codice  rispetto al nomos mosaico,  un sistema paradossale  teorico-pratico cristiano, da dare ai fedeli pagani e giudeo-cristiani, romani ed occidentali (modellato paradigmaticamente sul bios, mitico, di Abramo di Filone), basato sull’ esempio vivente di Jesous.
Noi propendiamo nella individuazione dell’evangelista Marco per quel Giovanni Marco  (Atti degli Apostoli, 12,12-25; 15,37), chiamato anche Giovanni (Ibidem,13,5-13) o Marco (15,39), conosciuto anche perché collaboratore di Paolo, da cui si separò (Ibidem, 15,36-39)  per qualche tempo, per, poi, esserne di nuovo compagno a Roma ( Paolo, Col.,4,10; Filemone,24,9  e 2 Tim. 4,11) e come discepolo di Pietro, da cui è trattato familiarmente , e filiarmente  (I Pietro, 5,13) .
Siamo  d’accordo con la tradizione di Eusebio, che, riprendendo Papia, vescovo di Ierapoli,  (Storia Eccl.,III,39,15)   dice che  fu interprete di Pietro e che scrisse con esattezza, ma senza ordine,  tutto ciò che ricordava  delle parole e delle azioni  del Signore.
Egli, secondo la testimonianza di Papia, non ci  ingannò  scrivendo  quanto ricordava  in relazione alla lezione  di Pietro, che insegnava, adattandosi  ai vari bisogni degli uditori,  e non si curava  di dare una composizione ordinata delle parole del signore (logia) .
Anche Ireneo  (Adversus Haereses, III.1,1)  e  Tertulliano (Adversus Marcionem, 4,5) e  Clemente Alessandrino (Strom., 1) riportano che  Marco scrisse come discepolo di Pietro.

Perciò Marco  sottende,professore,  da una parte, il pensiero petrino attualizzante, e da un’altra, quello paolino  presentandosi come genuino e popolare nell’ inizio di ogni periodo  con  Kai euthus ( e subito) , scrivendo per latini  a cui spiega il greco (non per nulla ci sono latinismi 12,42: la vedova gettò due lepta o estin ekodràntes/quadrante; e i soldati  condussero Gesù nel cortile; eso tes aules, o estin praitorion/pretorio 15,16) o servendosi dell’aramaico, sua lingua naturale , dopo averlo tradotto in greco. Il gar di Marco – con cui si chiude il suo testo inconcluso–  ripetuto, stucchevolmente , secondo il parlato aramaico asindetico, deittico e ripetitivo, palese nei Talmudim,  non solo ha valore di spiegazione dei fatti e dei detti al posto  di una congiunzione dichiarativa, ma ha funzione di rendere l’affermazione personale conclusiva e sentenziale?.

E’questo il metodo dell’evangelista.Yohanan  Marco, se è lui lo scrittore del tipo di  Shimon Pietro, Shaul Paolo,  Levi Matteo, Iosip Flavio, uomini di cultura mista, la cui convinzione apparentemente semplicistica è meditata  ed è data in relazione all’utenza, si avvale,comunque,  del contributo di uomini di mestiere, di grammatici e retori, scaltriti nell’ uso dei termini e quindi di un’area  letteraria flavia, connessa con quella dello storico (cfr.  Commento al I libro di Antichità Giudaiche, www.angelofilipponi.com).

Inoltre, Marco forse  è  il kolobodaktulos, cioè il  levita e sacerdote del tempio, che non volle servire e perciò si mutilò il pollice:  è un uomo di parte e, quindi, capace di compiere azioni estreme,  pur di salvaguardare il proprio pensiero e la propria fede; potrebbe essere un estremista,  come Origene,  che si autoevirò per essere tra i primi del Regno del Signore. Marco conosce quasi certamente La guerra giudaica di Giuseppe Flavio(VII,2,2) : non può essere un caso che ripeta leukous endiduske  khitoniskous kai porphuran  emperonesamenos  khlamida (si avvolse in tunichette bianche  e fermatovi sopra  un mantelletto di porpora): egli adatta, aggiusta e contamina la cattura di Gesù con quella di  Simone di Ghiora capo dei rivoluzionari insieme a Giovanni di Giscala. Marco conosce anche il gioco alessandrino di Karabas, descritto da Filone in In Flaccum  come parodia della regalità giudaica  da parte greco-romana.
Marco è per noi  acrimonioso nei confronti del confratelli giudaici aramaici,  dai quali forse diverge per la strategia militaristica  (12,10-11; 13 1-37; 14,57-72.) e perciò, dopo la distruzione del tempio ha possibilità di schierarsi in senso cristiano, libero dai giuramenti, e  perfino da quegli ellenisti,  specie alessandrini, che credevano solo nel vangelo di Giovanni Battista  e nel suo battesimo.

Matteo, professore, ha altra cultura ed altra impostazione, quella teologica, filoniana, con riflessione biblica, comune anche a Marco,  che è segnata  nel Vangelo greco, ma doveva essere stato diverso in quella sua scrittura aramaica dei logia, ricordati  di Papia  nell’opera  Esposizione dei discorsi del Signore  pubblicata nel 110 d.C. ( Eusebio St. Eccl. III,38,16),  da cui sorsero  poi i vangeli cristiani.?

Levi Matthaios, era, Marco, un altro ellenista, un ellenizzato, tachigrafo, pubblicano, telones, che scrisse  in dialetto ebraico-aramaico coordinando i logia (oracoli) del signore : ciascuno poi li interpretò  come poté.
Il termine  logia sia per Filone ( in Vita di Mosé -specie nel III libro- è ricorrente logion) che per gli Atti  (7,38 ) ha valore profetico mosaico e quindi connesso con la Torah, come oracolo legato alla legge di Mosè, non  esterno alla legge, non nuovo, ma come forse commento scritto alla presenza del rab- maran, rimasto così fino a dopo  il 70, in cui  Marco e Matteo stesso, in una nuova situazione storica, aggiungono elementi e fatti, in relazione alle parole che, comunque, cambiano di significato.
Il Kerugma matthaico, predicato per i  connazionali aramaici e poi  anche per i giudei  ellenisti (Ireneo, Adv. Haer, III,1,1;  Eusebio St.Eccl., III,24,6 , Clemente Alessandrino, Paedagogos, II,1,36 ) dopo  viaggi apostolici  in Ponto, Persia e forse India (dove Panteno alla fine del II secolo ritrovò i Logia originali) non è quello di Marco:  è un contenuto,  già predisposto in relazione alle lettere di Paolo e a tutto l’annuncio evangelico, secondo il canone, veterotestamentario, dei Settanta, già interpretato da Filone, secondo Sapienza e  profeti, e secondo  quello neotestamentario, esclusi Giovanni e  Giacomo.
Certamente i logia, nel testo matteano attuale, hanno grande rilievo e rivelano il Regno dei cieli  quello zelotico, originario, ma essi hanno ben sotteso il regno messianico, a cui ogni uomo è chiamato a partecipare, inteso poi come Regno di Dio, secondo interpretazione sovrumana e celeste, distinto dal Regnum romano: essi infatti occupano i tre quinti del bios, mentre  fatti e miracoli (2/5) fanno da contorno e a volte da spiegazione concreta  all’ anima, costituita dai discorsi (5-7; 10;13; 18;  23-25;9) infarciti di salmi, di  detti  sapienziali, di oracoli dei profeti e specie di Isaia, (53) al fine della dimostrazione della necessarietà del patire del Christos non più re, ma uomo  sofferente, agnello condotto al macello.
L’autore, chiaramente ebraico,  parla dei pubblicani, di farisei, e di tutte le caste sacerdotali, parla della casa ebraica, di città santa, di  luogo santo,  conosce usi, tradizioni, parole gergali e soprattutto collega la torah con la predicazione del Vangelo,  cioè, mentre annuncia la venuta del Messia,  figlio di David,  rileva le varie predizioni,  tramite la lettura dei profeti,  ne  mostra le ragioni per cui  giustamente Gesù  sia l’atteso,  anche se rifiutato dai confratelli.
Soprattutto i logia parlano espressamente di  Il Regno dei Cieli, intendendo, però, non il Malkuth ha shamaim, cancellato, come pensiero, dopo la distruzione del tempio, ma il regno messianico,  a cui ogni uomo deve partecipare,  ed  afferma la davidità del Messia , attraverso la Genealogia (I,2,16) dimostrando come il Christos compia le profezie, dando il via alla interpretazione  del cristianesimo, come  compimento e completamento dell’ebraismo,  creando le basi per il Nuovo Testamento come punto di arrivo del Vecchio testamento…
il logion matthaico  dell’ultima cena  e specie quello del sangue versato per molti  risulta un’aggiunta successiva quando al suo significato si dava l’idea di universalità in relazione al pensiero di  Paolo  che trasforma il calice dell’alleanza in un  calice  di nuova forma di alleanza (1 Cor. 11,25;  1 Corinti 10,16; col. 1,20; Ef.1,7 Rom.3,25 Ebr 5,13-20;10,19;12,14;13,12). D’altra parte il testo di Marco 14,24  (touto estin to aima  mou ths diathhkhs to ekkhuvvoimenon peri polloon –  ben connesso con Mt  26,26-29; Lc.22,15-20)  non ha  uper ton pantoon  per (a favore di)  tutti (pro omnibus) in quanto il sangue versato è per molti  (Pro multis) e per voi (pro vobis)   amici e discepoli.

Allora, professore, Gesù, che si sacrifica per i suoi,  al fine di evitare la distruzione della città assediata,  è un martus giudaico, come poi lo sarà Shimon bar Kokba  col suo rabbi Aqiva (cfr Martire giudaico, Temi?.

Certo.Anche Origene in Principi tende a dare l’idea di universalità al sacrificio di Gesù, martus. La sua consegna  ai Romani invece ebbe un altro valore  quello di risparmiare il saccheggio della città e quindi  di salvare il salvabile: specie i discepoli che, consegnandolo, si sarebbero potuti salvare…
Egli, infatti, usa le espressioni: tutto questo avvenne  affinché si adempisse ; così si adempì (1,22; 2.15; 2.17-23 ; 4.14 ed altrove): sua la colpa (o chi per lui rivide i suoi scritti, in seguito) di aver dimostrato la perfidia giudaica,  di quei confratelli che  osteggiarono il Cristo  non volendolo riconoscere  e nonostante i segni palesi,  lo perseguitarono e lo uccisero,  dopo averlo proclamato re.
Da qui non solo deriva l’endeicksis con la paradosis di Gesù ai romani, ma anche e soprattutto  la condanna ebraica alla reità della uccisione di un uomo-dio (27,25 Il popolo tutto quanto rispose: il sangue suo su di noi e sui nostri figli) e  quasi l’assoluzione a Pilato, che  si lava le mani  dicendosi innocente del sangue di questo giusto ed ammonendo il popolo Ve la vedrete voi! Insomma, Matteo ha la colpa della secolare ed ingiusta persecuzione cristiana agli ebrei e della assoluzione dell’impero romano: ha rovesciato la  storia, romanizzandola, grecizzandola, paganizzandola, da telones!

E Luca?,professore

Luca,  invece, scrisse il vangelo per i pagani convertiti, in Acaia e  Macedonia  col proposito di contrapporre per i fedeli greci,  la verità alle favole degli eretici,  (Ireneo, Adversus Haer., III,1,1; Tertulliano, Adversus Marcionem  IV,5 ;  Origene, In Lucam Hom.1 ; Eusebio, St. eccl. II,4,4-6). Tutti, più o meno, convengono nelle stesse  notizie, confermate anche dal Canone muratoniano e dal Prologo antimarcionita  ambedue del primo decennio della seconda metà del II secolo.

Luca,professore  fu siro antiocheno, un medico, compagno di Paolo, scrittore anche di Atti degli apostoli?.

Chiaramente il vangelo di Luca ha valore apologetico ed è paolino, come impostazione, in quanto ha cari i temi della giustificazione per fede e l’universalismo della salvezza (Cfr Qual è il sondergut di Luca e di Matteo ?).
Senza prendere in considerazione il vangelo di Giovanni ,che è di epoca gnostica, e quindi lontano dai tempi Flavi, noi consideriamo solo  le risultanze evangeliche sinottiche dei tre evangelisti, di cui abbiamo dato qualche indicazione.
Perciò abbiamo diviso le  risultanze  di un lungo lavoro di esame in a. storiche  e b. mitiche e poi  ne abbiamo dimostrato la storicità e la miticità in opposizione anche alle varie teorie e alla  formgeschichte e redaktiongeschichte . 

  1. Dai vangeli (Marco 14,15,16; Matteo 26,27,28, Luca “1 22,23,24) si hanno le seguenti risultanze circa la figura di Gesù, un individuo conosciuto come Messia (Christos), del quale si cela un episodio caratterizzante, il regno, sul quale gira tutta la narrazione di un viaggio a Gerusalemme dalla Galilea, di cui si parla e per cui si parla.. I sommi sacerdoti, gli scribi e gli anziani, due giorni prima della Pasqua  complottano contro Gesù al fine di prenderlo e di ucciderlo, dopo che ne hanno visto l’acclamazione regale da parte del popolo, la sua potenza, e la  manifestazione autoritaria nel tempio.

2.Essi  trovano un suo discepolo, un certo Giuda Iscariota, disposto a tradirlo (Matteo 26,14-16; Luca 22,3-6;e Marco 14.10.11).

3. Gesù fu arrestato nell’orto dei Getsemani, fu legato  e portato a casa dell’ex sommo sacerdote Anano, suocero dei Kaifas, sommo pontefice del momento.

  1. Egli ebbe un processo sommario da alcuni membri del sinedrio la sera stessa; rispose alla domanda: Tu sei il Christos, figlio del benedetto? : io sono, aggiungendo una frase del salmo 110 (Mc 14,62 Mt. 25,65 Lc 22,69) vedrete il figlio dell’uomo seduto alla destra della potenza e venire sulle nubi del cielo; gli inquisitori senza sentire altri testimoni, il mattino, lo giudicarono davanti al sinedrio riunito e poi, legato, lo consegnarono (paredokan) a Pilato, governatore di Giudea.
  2. Fu inquisito come re dei giudei da Pilato e fu beffeggiato dai soldati e poi condannato a morte e condotto alla crocifissione (insieme a molti dei suoi).
  3. Morì sulla croce di venerdì e fu sepolto in fretta e furia, comunque, con i dovuti onori funebri.
  4. Anche donne osservavano, da lontano, la crocifissione: Maria di Magdala, Maria madre di Gioseto e di Giacomo, e Salome.
  5. Il cadavere, regalato da Pilato a Giuseppe di Arimatea, euchemon bouleutes (un membro autorevole sinedriale), che ne aveva fatto richiesta, tratto già dalla croce, avvolto in un lenzuolo, fu deposto e messo in un sepolcro scavato nella roccia,  al cui ingresso fu fatto rotolare un masso. Dai vangeli (stessi passi) si hanno altre risultanze di tipo concettuale non fattuale, collegate con l’episodio taciuto e con l’impostazione generale, delle tre opere congiunte, come se fossero state scritte per cucire insieme i dati mancanti e per dare sostanza ad un pensiero e ad un culto, già affermato nel corso di due generazioni, dopo la crocifissione del Messia, la cui figura viene necessariamente modificata, nei nuovi contesti:

9 Il sepolcro, il giorno dopo il sabato, fu trovato vuoto.

  1. Gesù fu visto come risorto.
  2. I suoi discepoli ebbero la missione di predicare (Kerugma) la morte e resurrezione del maestro.
  3. Egli fu assunto in cielo e si sedette alla destra di Dio.

La comprensione del messaggio delle  prime otto risultanze, a distanza di secoli, non è facile, come sembra, perché i riferimenti sono vaghi, perché si parla di un malkuth  (basileia), già implicito in Meshiah (Christos) unto, cambiato da terreno a divino perché la generica paradosis (consegna) ed endeicsis (denuncia) di un giudeo, catturato e processato dal Sinedrio gerosolomitano, ad una autorità superiore, romana, che condanna  alla morte per crocifissione, uno reo di un crimen, risultano strane in un ambiente, dominato dallo zelotismo, in uno stato di belligeranza permanente per quasi duecento anni.

La persona incriminata e la natura del crimen cambiano in relazione al contesto storico: il Gesù crocifisso con la triplice iscrizione del crimen sopra la croce in  aramaico, greco e latino, è visto in modo diverso in quanto la lettura, all’epoca dei fatti, ha un altro valore, rispetto all’epoca della scrittura.

Ne consegue che la difficoltà è nel rilevare la precisa epoca dei fatti col crimen reale  e con la reale figura del protagonista della storia, separata da quella interpretativa successiva: il come vissero la vicenda gli spettatori è una cosa, un’altra come la narrarono i discepoli di chi vide, dopo che il tempo aveva portato altre sofferenze,  la distruzione e la fine del Tempio stesso e dopo che il patriottismo e l’integralismo erano stati vinti dalle armi romane e da Vespasiano e da Tito, che trionfarono sulla Ioudaea capta  e costruirono il loro stesso principato su questa impresa.

Questo lavoro di ricostruzione deve essere essenzialmente storico perché il personaggio è storico, come la sua impresa, necessariamente lasciata da coloro, che hanno scritto, perché documento storico, a cui, però, hanno dato una alonatura e una sacrosantità, differente, in relazione al culto e ai riti ormai esistenti in epoca flavia, nell’accettazione, ora necessaria, dell’auctoritas imperiale della nuova dinastia, che traeva proprio dall’impresa giudaica la sua fortuna.

Perciò, noi operiamo, dapprima, nella fase storica e poi cerchiamo di leggere i testi evangelici dopo aver capito la storia, come era stata celebrata nella tradizione giudaica, come toledoth, in relazione al contesto giudaico palestinese aramaico e a quello ellenistico greco, in un momento giulio-claudio, specifico del regno di Tiberio, riguardante il periodo 32-36, dilatato poi fino alla fine del Regno di  Giulio Erode Agrippa (agosto 44): infatti il lavoro è nella definizione dei fatti del crimen e della morte di Gesù, nella Pasqua del 36.

Tutto questo è da ritenersi parte integrante della storia ebraica  e quindi di una vicenda realmente accaduta nel 36 al momento dei fatti avvenuti, registrati  dalla toledot giudaica e da quella romana ed ellenistica (esemplare in tale senso è Flavio, storia giudaica,  IV,4 discorso di Anano e di Gesù di Gamala, fatto molti anni dopo,  – che mostrano  i sadducei che convincono il popolo, in un momento di grave crisi, a consegnare  gli zeloti, per salvare la comunità).

La comprensione del messaggio delle altre quattro risultanze è ancora più complessa perché alla morte accertata, dopo l‘episodio del buon ladrone, si fa seguire il ritrovamento del sepolcro vuoto dell’incontro di discepoli con un Gesù risorto, che  conferisce la missione di predicare la sua morte e  la sua resurrezione ad opera di Dio, prima di salire al cielo e  di assidersi alla destra del Padre.

Questa parte appartiene ad un’altra  tradizione, formatasi  al momento  della scrittura dei Vangeli, che noi già in altra sede abbiamo considerato scritti  tra il 74 e 94 fra le  due opere maggiori  di Giuseppe Flavio, Storia Giudaica ed Antichità Giudaiche (Cfr prefazione a Giudaismo e Romano e al I libro di Antichità giudaiche  www.angelofilipponi.com).

Queste altre notizie non sono dati storici ma aggiunte, interpretazioni, ricostruzioni tipiche di discepoli, che hanno mitizzato la storia della morte ed hanno apportato modifiche a figure esistite, trasformate ai fini di una maggiore credibilità del messaggio, in un nuovo contesto, a seguito di avvenimenti epocali, la distruzione del tempio e il trionfo flavio sulla Ioudaea capta.

I problemi, che ostacolano la comprensione di queste due  parti e dei loro complessi enunciati, da noi così schematicamente sintetizzati, riguardano in una prima fase di lettura delle prime risultanze, la figura dell’ inquisito e degli inquisitori giudaici, quella del governatore romano, il luogo e il tempo,  in cui avvenne la consegna, dopo la denuncia, da parte di ebrei, di un ebreo, chiamato Mashiah–Christos, a Pilato.

Se ricreiamo , Marco, la situazione reale, a partire dal punto situazionale dell’arresto di Gesù, dopo aver mostrato  precisamente la Pasqua di un determinato anno, forse la lettura dei fatti e dei personaggi coinvolti,  può essere più piana e facile.

Proviamoci , professore, io ascolto.

Da storici propendiamo- tu ben lo sai-  per la Pasqua del 36, come anno di morte di Jehoshua, e per gli avvenimenti di quell’anno seguiamo lo storico giudaico Giuseppe Flavio (cfr.Vita, opera e pensiero in I libro Antichità Giudaiche  www.angelofilipponi.com).

Secondo Flavio (Ant. Giud., XVIII, 90) Lucio Vitellio venne in Giudea, salì a Gerusalemme, dove si celebrava la  festa della Pasqua.

Vitellio fu ricevuto fastosamente (megaloprepoos) in modo magnifico: mai nessun governatore di Siria veniva accolto con onori a Gerusalemme, solo Augusto e  Vipsanio Agrippa avevano avuto onori da Erode il Grande, non dalla popolazione: Gerusalemme era vietata ad ogni occhio profano, il suolo sacro della città non doveva essere calpestato da piedi stranieri, da uomini non circoncisi, specie nell ‘area del tempio: su ogni porta minacciosa e solenne una iscrizione vietava l’ingresso nel vestibolo stesso: Medena allogene eisporeuesthai entòs tou peri to ieron truphaktou kai peribolu, os d’an lephthè, eauto aitios estai dià to ecsakolouthein thanaton/nessun straniero varchi la transenna di recinzione del tempio. Chi verrà preso, sarà responsabile per se stesso della morte, che ne seguirà.  Flavio St. Giud, VI,124 e Cfr. E.J. BICKERMAN, The Warning Inscription of Herod’s Temple, “ J.Q. R.” XXXVII,1946-7).

Qui, invece, veniva condotto in processione Lucio Vitellio, dopo che fu  scortato per oltre 30 stadi (mt. 5.550), con tutti gli onori come un vincitore, clemente: una simile accoglienza per un romano non c’era mai stata!

Megaloprepoos sottende l’idea di una folla festante che stende mantelli e rami di alberi, tagliati, per la via, e che canta salmi (cfr Mt., 21,1-9; Mc., 11,1-11; Lc.,19,29-38).

Vitellio ridusse del tutto le tasse dei prodotti agricoli a quelli, che abitavano intorno alla città e, soprattutto, concesse che fosse tenuta dai sacerdoti la stola e gli altri ornamenti sacerdotali, custoditi nella Torre Antonia, che era sopra il tempio.

Flavio è costretto a fare la storia della stola, ripartendo da Hircano II (che, poco prima del 63 a.C., aveva costruito una stanza per passare direttamente nel Tempio, già ornato, degli abiti sacerdotali),fino ad Erode.

Flavio aggiunge che nel frattempo Tiberio aveva ordinato a Vitellio di fare un trattato con Artabano, che aveva preso l’Armenia, e che lo aveva autorizzato ad avanzare ed osare di più, ma gli imponeva di non firmare il trattato, se non prima di aver ricevuto il figlio in ostaggio (Svetonio, Tiberio,4,1; Tacito Annales, VI,27; Flavio, Ant.Giud. XVIII, 88-126; Dione Cassio, St.Rom.,  LVIII,2).

Dalla notizia di Flavio si evince che Tiberio esige dal legatus una penetrazione offensiva al fine di imporre un trattato al re dei re, capo della federazione parthica.

E’ chiaro che l’imperatore vuole il ripristino dello status quo dopo aver spaventato il nemico con la potenza delle armi romane e che, dopo aver piegato Artabano, ci siano anche atti di formale omaggio all’auctoritas imperiale, da parte delle popolazioni limitrofe ciseufrasiche, che avevano tradito.

E’plausibile, dunque, ritenere che Vitellio doveva avere segni di filoromanità  da parte del sinedrio gerosolomitano, dominato dai sadducei  filoromani: la  consegna del messia è l’atto dovuto di filoromani che, come segno tangibile di pacificazione e di amnistia,  ebbero la  riconsegna della stola  con tutte le vesti sacerdotali, custodite nella torre Antonia, dove di nuovo veniva imposta una guarnigione romana di 600 uomini.

L’impresa di Vitellio aveva determinato l’entrata in Gerusalemme, che era stata  un’azione romana antiebraica per ripristinare l’ordine nella città santa, turbato precedentemente.

L’entrata in Gerusalemme, pacifica, festosa aveva prodotto un nuovo orientamento del sacerdozio sulla scia della politica di Erode il Grande, che aveva potenziato l’edificio di Hircano II, adibito come camera per il rivestimento del sommo sacerdote, in una torre di sorveglianza sovrastante il tempio, con guarnigione romana, che aveva in sua mano l ‘arredo sacerdotale.

Erode aveva fatto costruire la fortezza Antonia perché temeva il popolo e le sue sedizioni, come d’altra parte, i sacerdoti filoromani che, anche loro, avevano paura della sedizione popolare, specie in occasione delle feste, in cui a Gerusalemme convenivano da ogni parte dell’ecumene romano e da quello partico, famiglie giudaiche, zelanti di fede ed integraliste, miste ad altre moderate, che però, venivano coinvolte, accese e condizionate dalla presenza armata romana, proprio sopra al Tempio.

Non per nulla Flavio volendo spiegare il motivo della riconsegna della stola, mostra la funzione della torre Antonia, quella di prevenire che il popolo non  faccia stasis,( novitas secondo i latini), neoterismòs  per i greci.

Flavio insiste per spiegare che Vitellio dà ordine al phrourarchos (il comandante della fortezza phrourion) di non ingerirsi nelle questioni religiose  e quindi  sulle modalità di uso, sui tempi di  utilizzo della stola, sottendendo che c’è stato il ripristino del corpo di guardia, probabilmente ucciso e quindi assente  per un periodo: a noi sembra che un nuovo epitropos dà un nuovo mandato ad un nuovo comandante e quindi instaura un nuovo clima di collaborazione con il sommo sacerdozio.

Flavio parlando di cose  (fortezza) e di persone ormai non più esistenti,  a  persone che neanche sanno gli avvenimenti e neppure conoscono le tradizioni patrie, ormai finite, ha bisogno di precisare e di chiarire: per questo, da uomo di famiglia sacerdotale, fa la storia della stola e delle sue vicissitudini, convinto di fare la storia del sacerdozio giudaico e quindi dell’élite giudaica, scomparsa con la fine del tempio.

Nel tempo, sembra dire Flavio, in cui  Vitellio entra in Gerusalemme, Tiberio ordina di fare guerra ad Artabano:  de kai per noi diventano centrali per la nostra indagine. De kai hanno valore continuativo e quindi conclusivo, oppure esplicativo e rinforzativo se usati insieme per determinare un’idea precedentemente espressa o sottintesa, in forma ricapitolativa e, perciò, assumono significato di frattempoinoltre, infine, dunque.

Noi diamo valore di frattempo in quanto leggiamo che già Vitellio aveva  fatto qualcosa prima di quella azione in Gerusalemme, cioè il trattato sul ponte dell’Eufrate, conosciuto come  Zeugma (che è quasi un isolotto dove erano i piloni portanti centrali del ponte –gephura-), da noi datato nella seconda metà di marzo del 36, considerato anteriore alla sua entrata nella città santa, arresasi prima della Pasqua, tardiva quell’anno (metà aprile). E’ probabile che, mentre Vitellio era sull’Eufrate, un suo legatus, avendo circondato Gerusalemme, ne abbia chiesto la resa, ottenuta al momento dell’arrivo del governatore di Siria in città.

Noi, seguendo anche Tacito, che ricapitola quae duabus aestatibus gesta coniunxi (Annales,VI, 38.1) l’impresa di Lucio Vitellio (Ibidem, 31-38), riteniamo che lo storico voglia sintetizzare, da una parte, quanto fatto da Vitellio secondo il mandato di Tiberio, che gli aveva ordinato di fare guerra ad Artabano e  ad Areta e di ripristinare tutta quella zona in una volontà di  ristabilire lo status quo armeno, turbato da Monobazo e da Izate, alleati di Artabano, e di ripristinare l’ordine in Ioudaea turbato da anni.

Forse Tacito nel fare il riassunto dipende proprio dai Commentarii di Lucio Vitellio  che naturalmente sono scomparsi e di loro circola solo qualche notizia.

De kai, quindi, ha valore riassuntivo rispetto all’azione di conquista di Gerusalemme,  forse ultimo atto di un’operazione di repressione e di ripristinamento giudaico costituzionale: per noi, infatti, si tratta di una entrata da vincitore da parte del procuratore di Siria, dopo che il sinedrio ha accolto un ultimatum di resa, secondo l’aut aut romano o consegna del  capo della stasis (rivoluzione) o distruzione della città.

Per meglio entrare in merito all’assedio e alla resa di Gerusalemme ricordiamo l’exemplum di Antigono, a cui si rifanno gli evangelisti, che conoscono la storia giudaica e sanno come i romani puniscono chi si proclama re o chi è proclamato re dai parthi e quindi non ha il riconoscimento del senato e dell’imperatore romano.

L’episodio di Antigono, figlio di Aristobulo II, nominato re da Pacoro, figlio di Orode II re dei re della Partia, chiarisce il tradimento giudaico della pars aristocratica e la spietata esecuzione romana come prassi  nei confronti di un usurpatore, sorto da una sedizione.

Antigono nel 37 a.C.morì ad Antiochia, dopo che  era stato eletto maran dai parti, che lo avevano insediato a Gerusalemme, a seguito di una grandiosa spedizione di conquista di tutta l’area siriaca ed asiatica, assegnata ad Antonio, dopo il secondo triumvirato e poi, dal trattato di Brindisi (da Scodra, Illirico, fino all’Eufrate  cfr.  Appiano  Guerra civile, 5,65).

Tutta questa area era in subbuglio perché c’era stata la guerra civile tra i cesaricidi e i triumviri, che si era risolta con la vittoria di Filippi nel 42 (3-23 Ottobre): due grandi eserciti fratricidi rispettivamente di 17 legioni e di 19 legioni, per un complessivo di 200000 uomini, si erano affrontati con quattro comandanti prestigiosi, Cassio e Bruto da una parte ed Ottavio ed Antonio dall’altra.

La pacificazione, comunque, non c’era stata: infatti c’erano scontri tra gli uomini dei cesaridi in fuga, riuniti da Tito Quinto Labieno, che, inviato dal re dei parti a chiedere aiuto, lo aveva ottenuto tardivamente.

Orode II aveva ritenuto opportuno entrare in merito alla guerra fratricida, dopo  Filippi, persuaso da Labieno-meirakion euerethiston kai anoias pleres/ragazzo pieno di inventiva e di pazzia  (Strabone, XIV)-, ad invadere la regione asiatica e la Siria  perché ormai i romani si erano massacrati a vicenda: egli inviò suo figlio Pacoro, giovane filelleno, conosciuto per la sua praotes e per la dikaiousune,  alla conquista dell’ area siriaca e dando mandato a  Labieno di occupare la provincia asiatica in quanto  il sovrano rivendicava l’eredità seleucide ed ora approfittava della debolezza della repubblica romana dilacerata  da guerre intestine, ancora dopo la sconfitta dei Cesaricidi.

Infatti Sesto Pompeo si opponeva ai triumviri con successo in Occidente, essendo padrone del Mediterraneo e i parthi, già vincitori dei romani e di Crasso nel 53 a.C. a Carre, ora avevano, grazie anche al tradimento di Labieno, fondate ragioni di riconquistare tutta l’area orientale (cfr. Appiano,  Ibidem; Dione Cassio, St. Rom., XLVIII,39-41; e XLVIIII ,19-21;  Plutarco, Antonio, 35-36-37) ed  avevano fatto una grandiosa propaganda, attirando dalla propria parte i greci  ed anche i giudei  che, d’altra parte, erano per lingua aramaici come loro, presso cui, inoltre, era una numerosa colonia.

Pacoro, dunque, grazie all’aiuto del romano Labieno e del parto  Barzafane  (cfr. A FILIPPONI, Giudaismo romano, cit.) aveva condotto prigioniero Hircano II, sommo sacerdote ed etnarca della Giudea, asmoneo filoromano, a Babilonia e aveva dato la corona ad Antigono, che quindi fu riconosciuto  maran legittimo, in quanto asmoneo, ma era  illegittimo per i romani perché senza autorizzazione senatoria, perché  eletto dal popolo: i romani avevano come collaboratori e soci la classe sacerdotale e quella  aristocratica.

Labieno, dopo i primi successi su Decidio Saxa, si era proclamato Imperator particus, ma fu  ucciso da Ventidio Basso, che lo aveva vinto sul monte Tauro.

E  Pacoro, che era venuto in suo soccorso, fu sorpreso dalla tattica del legatus di Antonio, che  ripristinò l’ordine in tutta la zona orientale,  mandando in giro per le città la testa di Pacoro,  amato per il suo ellenismo (Dione Cassio, Ibidem 20;  Flavio Ant. Giud, XIV, 468-486), seguito anche da tutte le città asiatiche e siriache, considerato un liberatore dai popoli, soggetti ai romani.

Il senato romano aveva considerato Antigono re illegittimo  ed aveva eletto al suo posto re Erode, figlio di Antipatro, un epitropos idumeo (messo da Cesare come garante militare, protettore di  Hircano  II),  che era fuggito da Gerusalemme ed era andato da Cleopatra e, grazie a lei, era venuto a Roma,  a chiedere aiuto ed assistenza,  a seguito dell’impresa di Pacoro.

Il  Senato, grazie ad Antonio  e ad Ottaviano, ora riappacificati,  aveva non solo fatto re un privato, passando sopra i diritti legittimi della dinastia asmonea, ma aveva dato ad Erode il mandato di assalire Gerusalemme insieme a Sossio, legatus di Antonio: questi con imprecisate truppe di fanteria, con 6000 cavalieri ed auxilia (truppe ausiliarie provenienti dalla Siria) avevano assediato la capitale della Giudea, mentre già tutte le città dell’ Asia e della Siria si erano arrese a Ventidio Basso, a cui avevano tributato onori come delegato di Antonio, in attesa del triumviro e delle sue volontà (cfr. A. FILIPPONI, Giudaismo romano, cit).

I giudei, popolari, assediati, si difesero cercando di impedire il vettovagliamento ai nemici  e lottando con accanimento, ma  i romani, dopo aver disposto tre linee di terrapieni e portato le macchine  d’assedio, cominciarono a scavare sotterranei.

I Giudei, pur assediati, circondati da così grande esercito, angustiati dalla fame e dalla mancanza di necessario, in quanto correva proprio allora l’anno sabatico, pur fiduciosi in Dio, subirono la conquista della città: dapprima entrarono nelle mura 20 uomini  scelti, poi le centurie di Sossio: il primo muro fu preso dopo 40 giorni, il secondo in quindici,  alcuni portici intorno al tempio furono bruciati; poi, presa la Città bassa,  i giudei si erano ritirati nel recinto interno del tempio  e nella Città Alta.  Alla caduta della città ci fu una grande strage: furono scannati a mucchi sulle strade  nelle case e mentre cercavano rifugio nel tempio: non ci fu pietà né per bambini né per donne né per vecchi; allora Antigono, senza tener conto del suo antico stato  né del presente, discese dalla torre Baris  e si gettò ai piedi di Sossio,  che lo schernì e lo chiamò Antigona  e poi  lo tenne  prigioniero.

Erode al vedere il saccheggio, preoccupato perché i romani volevano entrare nel tempio per dare uno sguardo al tempio e alle cose sacre, ma in effetti per depredarlo, supplicò, pregò i capi romani di non fare una simile azione empia  e costrinse gli altri con le armi e con le minacce ad allontanarsi dall’area sacra.

Fece poi capire a Sossio che se i romani avessero svuotato la città della sua ricchezza e dei suoi uomini, lo avrebbero lasciato re di un deserto e che egli avrebbe considerato anche la sovranità di tutta l’ecumene una ben misera ricompensa di fronte all’ eccidio di tanti  cittadini.

Sossio, da romano avido, volle che Erode pagasse di persona, allora, il mancato saccheggio della città: Erode accettò  e pagò di borsa sua,  diede splendidi regali ai soldati, fece doni ancora più grandi agli ufficiali e al comandante regali grandiosi .

La città era stata presa 27 anni dopo il 63,  anno della prima profanazione romana ad opera di Pompeo, sotto il consolato di Marco Agrippa e di Caninio Gallo,  nella 185 Olipiade, nel 37 a.C.

Anche la morte di Antigono ha qualcosa in comune con quella di Christos: Antigono fu portato ad Antiochia, capitale della prefettura di Siria. Erode, temendo che Antigono potesse giustamente rivendicare davanti al senato la sua dignità regale, essendo l’ultimo asmoneo, legittimo re,  seppure riconosciuto solo dai parthi,  pagò Antonio perché lo uccidesse e cosi fu fatto finire dopo 126 anni il potere degli Asmonei. Antonio pensava di tenerlo fino al suo trionfo, ma quando capì che la nazione giudaica, era dominata dal popolo, che era favorevole ad Antigono e non ad Erode, decise di ucciderlo, facendogli tagliare la testa, non conoscendo altro mezzo per tenere buoni gli ebrei.

La notizia è confermata da Strabone, che mostra l’attaccamento della nazione ad Antigono e la volontà di mantenerlo nello stato regale  e di non considerare affatto Erode,  neanche a costo di fustigazioni (Flavio,  Ant. Giud., XV,I,1-8).

Lo stesso storico in Storia Giudaica aggiunge che mai un re fu  trattato così dai romani (I,18,2), cosa confermata da Plutarco (Antonio, 36,4 ) e da Dione Cassio (St.Rom, XLIX,22,6) che parla di uccisione, dopo che fu legato ad un palo e flagellato pubblicamente (emastigosen  stauro prosdesas ), e riferisce quasi le stesse parole dello storico giudaico (o medeis  Basileus upo ton Romaion  epeponthei ibidem 8).

Grazie, professore, per avermi ricordato questi avvenimenti.

Marco, Abbiamo voluto ricordare questo antecedente perché ci sembra  che gli evangelisti lo abbiamo tenuto presente all’atto della scrittura e perché tutto era iniziato dall’invasione dell ‘Armenia  ad opera dei Parti.

Dopo la vicenda di Pacoro le popolazioni dell’Armenia  erano  state risucchiate nell’impero romano ed avevano avuto una certa stabilità grazie all’intervento di eserciti romani, che avevano  voluto e protetto la dinastia regnante degli Artassidi.

Già con Tigrane III,  figlio di Artavaside/Artavaste  II (fatto prigioniero da Antonio  e giustiziato ad Alessandria d’Egitto dalla regina Cleopatra nel 30) era cominciata una fase nuova di sudditanza ( Cfr. A.Filipponi, Giudaismo romano, cit.).

Il re venne portato a Roma dall’Egitto e crebbe sotto la protezione di Augusto.

La dinastia degli Artassidi  fu testimone di  una altalena di vicende, di influenze, di ingerenze straniere ora da parte romana ora parthica: Artavaste II era stato emblema di questo continuo conflitto di interessi ed era rimasto sempre in bilico tra l’alleanza con Romani e con Parti, dovendo fare una politica camaleontica tanto da subirne tragiche conseguenze ad opera dei romani.

Tigrane III era al centro tra due partiti, quello filoromano e quello filopartico e a seconda del prevalere di uno si aveva l’ingerenza ora dell’impero romano ora di quello parthico.

L’incoronazione di suo fratello Artaxias II fu il frutto dell’ingerenza dei Parthi sul trono di Armenia e della vittoria del partito filoparthico  che subito fu ribaltata da quella romana che lo elesse  re  d’Armenia, dopo l’uccisione del fratello.

Ottaviano in questa precisa fase del conflitto fra Romani e Parthi, per il controllo dell’Armenia,  pensò di risolvere l’instabilità del regno insediando un sovrano legittimo locale, che, però, fosse fedele al volere di Roma, ritenendo Tigrane,  un candidato di rilievo,  perché  cresciuto a Roma.

Ottaviano incaricò Tiberio, di insediare Tigrane IV, nel 20 av. C., dopo una sommossa locale.

La politica augustea , che  favoriva  i sovrani legittimi, non diede al regno alcuna stabilità: dopo Tigrane III anche  suo figlio Tigrane IV e sua sorella Erato non ebbero fortuna.

A seguito di relazioni coi Parti il regno di Tigrane IV segnò il fallimento della politica romana di stabilizzare e garantire il proprio potere in Armenia tramite la protezione di una dinastia legittima .

Il fallimento era dovuto parzialmente alle continue ingerenze, dirette e indirette, dei Parti, rivali di Roma, che contendevano al dominatore romano il controllo dell’Armenia e del suo territorio.

Esso segnò anche, con  la fine della dinastia degli Artassidi sul trono del regno d’Armenia, la fine stessa del protettorato di Roma, interessata a contrapporsi all’impero parthico, impegnato a difendersi dall’espansionismo romano.

destituire suo fratello Tigrane III, per porre sul trono un cugino di Tigrane, col nome di Artavaste III.

Erato e Tigrane IV, favoriti da Fraate III, sobillarono i nobili ed il popolo armeno contro il nuovo sovrano, insediandosi nuovamente sul trono per un brevissimo periodo (dal 2 a.C. all’1 a.C.): Augusto, allora, dopo aver fatto il I trattato di Zeugma, con Gaio  Cesare  insediò sul trono un nobile di origine Meda di nome Ariobarzane di Atropatene, e alla morte del  nuovo sovrano dopo breve tempo, come suo successore venne eletto suo figlio, con il nome di Artavaste  IV.

Questo, essendo straniero, non fu ben  accolto dalla nobiltà armena che  ordì una congiura e dopo breve tempo uccise il giovane.

Ad Augusto non restò che abbandonare la tattica di insediare una nuova dinastia, non autoctona, e fece eleggere nuovo sovrano d’Armenia un presunto discendente della dinastia legittima Artasside, con il nome di Tigrane V.

L’equilibrio, peraltro mai stabile, con la nobiltà armena, era ormai spezzato ed una nuova sommossa permise ad Erato di tornare al trono come legittima erede della dinastia nazionale Artasside nell’ 11 d.C. per breve tempo, fino al 12.

Ci fu però una nuova sommossa, nazionalistica, per cui Erato perse il trono, allora Roma  decise, in nome di una politica nuova di  alleanza  tra  Romani e Parti, per cui si concordò   di affidare il regno d’Armenia a Vonone I, figlio del sovrano di Parthia, secondo le norme stabilite nel trattato di Zeugma, firmato da Fraate e da Gaio Giulio Cesare, figlio di Agrippa, erede al trono di Augusto.

Alla morte di Orode III, Vonone fu eletto re di Parthia ma a lui fu opposto dalla  aristocrazia parthica (che rifiutava un re romanizzato, vissuto a Roma, con costumi ellenistici) Artabano, un principe arsacide di parte materna, che conquistò il potere nel 10 d.C.,  dopo una guerra civile.

Vonone  andò in esilio  in Siria nel 12 d.C.,  col suo tesoro, e, protetto dai romani visse come un sovrano  finché, pur essendo sotto la protezione di  Gneo Calpurnio Pisone,  non fu ucciso.

L’impero romano fu per oltre un secolo impelagato, dunque,  nella soluzione del problema armeno, in quanto la zona era altamente strategica, punto di passaggio e di confluenza, che metteva in comunicazione due mari e che bloccava le migrazioni delle popolazioni barbare e semibarbare delle steppe (iberi, albani, alani, sarmati, sciti, saci).

Anche  Artabano  aveva lo stesso problema che era stato  proprio del regno parthico  e che aveva necessità di controllo di quella regione dominata dagli artassidi.

Si era, perciò, stabilito forse nel trattato di Zeugma (Velleio Patercolo, Storia, II, 94)  per una tacita convenzione, sulla base dello status quo del momento,  che l’Armenia Maior  fosse parthica, appannaggio del principe ereditario del re dei Parti, mentre l’Armenia Minor fosse romana.

Tiberio all’inizio del suo impero, aveva cercato di stabilizzare la zona, dando un  potere speciale  (cfr Velleio Patercolo, Storia, II, 94,4),  a Germanico, fatto tornare dalla Germania, dopo avergli tributato il trionfo, per risolvere definitivamente il problema armeno, ora di nuovo insoluto per le mire di Artabano.

La possibilità di insediare sul trono d’Armenia Zenone, figlio di  Polemone del Ponto uno dei sovrani più fedeli di Roma, sembrò una soluzione perfetta.

Tiberio e Germanico  credettero di aver trovato una soluzione  formando una nuova dinastia, che avrebbe potuto garantire la presenza di un re, capace di reggere uno dei punti cardini dell’Oriente.

Come  Vonone, che si trovava in esilio, Zenone di Ponto, cioè  Artaxias III, era un giovane cresciuto in modo ellenistico,  amava i modi tipici della cultura  romana (caccia, libagioni, lusso) e perciò era divenuto  popolare in Armenia  ed era stato accettato anche dal re dei Parthi, vincolato dal trattato con il legatus di Tiberio.

Germanico  incoronò personalmente il giovane Zenone nel 18 d.C.  nella capitale Artashat, acclamato dal popolo armeno.

L’elezione di Artaxias III fu anche il frutto di un preciso accordo tra Germanico ed i parthi.

Germanico aveva concordato con Artabano che i  Parti non avrebbero più dovuto interferire con la politica interna del regno d’Armenia, se  veniva  esiliato  Vonone I.

I due accettarono  il patto e Germanico  inviò in esilio Vonone, nemico di Artabano, in Cilicia, presso  Silano Cretico (parente dello stesso dux),  dove morì nel tentativo di fuggire.

Sotto il regno di Artaxias III l’Armenia visse finalmente un periodo di prosperità e di stabilità per ben 16 anni, ovvero fino alla sua morte nell’anno 34 d.C..

Morto Artaxias,  Artabano, rotti gli accordi  stipulati con Germanico, impose sul trono d’Armenia Arsace, suo primogenito  portando a termine il suo disegno di destabilizzazione romana, iniziato dopo le incursioni di Monobazo di Adiabene in territori armeni, sotto pressioni del Gran Re.

Artabano  si era interessato all’ Armenia e ai  problemi della Palestina,  subito  dopo la morte di Germanico, quando  aveva favorito l’elemento zelotico contro i romani e contro  Erode Antipa e Filippo, tetrarchi filoromani, finanziando i gruppi eversivi e organizzandoli  anche grazie alla politica di fratellanza giudaica: l’impero parto aveva una grande colonia giudaica e nella confederazione parthica c’erano re giudaici come Monobazo ed Izate e capi giudaici di grande valore come Asineo ed Anileo.

Artabano, perciò, aveva favorito la rivolta antiromana,  secondo Tacito: egli aveva destabilizzato l’impero romano nell’area siriaca e  in Armenia, dopo la morte di Artaxias II, ed aveva rivendicato perfino  il tesoro di Vonone (Annales, VI,31).

Professore mi trovo in difficoltà . mi può precisare?

Per capire ,Marco, il pensiero di Tacito, bisogna integrarlo con quello Velleio Patercolo, di Flavio e di Svetonio, oltre che  con  Dione Cassio, dai quali possiamo comprendere che  le  4 legioni, di stanza al confine, erano tenute  in scacco da  Arsace, figlio di Artabano, che aveva preso il potere in Armenia,  dopo  avere riunito la Minore con la Maggiore, favorito da Monobazo  re di Adiabene, iniziando in effetti le ostilità con Roma.

Il problema armeno era diventato difficile, ma, solo dopo la morte di Artaxia III, nel 34 d.C.  si complicò  ulteriormente  perché i tentativi romani di stabilizzazione  erano  falliti  a causa  delle ingerenze parthiche.

Il problema era stato sempre difficile  fin dagli inizi quando i romani si scontrarono con Tigrane I alleato di Mitridate.

Le due regioni armene  avevano avuto un regno unitario grazie a Tigrane I,  ma con l’arrivo degli eserciti di Lucullo nel 68 a.C. e poi di quello di  Pompeo nel 66 a.C. l’Armenia era  stata suddivisa  nel corso della guerra mitridatica, in cui Roma aveva affermato la superiorità delle sue armi, già chiara dal periodo sillano.

L’Armenia maior e minor  erano due regioni Causasiche: la prima ad ovest dell’ Eufrate  era delimitata a nord dalle catene parthiche e a sud dal Tauro armeno  e andava dall’Azerbaijian ad est  fino al litorale  sud-occidentale del Caspio (Mare Hircano) , la seconda ad est dell’Eufrate, giungeva fino al Caucaso  era popolata da grandi città greche (Nicopoli, Sebastia) e da genti armene della regione Hamshen.

Tutta la regione  nel suo insieme aveva grande importanza strategica,  essendo posta tra i due mari  e  facendo da cuscinetto  tra le  popolazioni  nordiche barbariche degli Alani, Sarmati, Iberi  Albani e  Sciti e i due imperi (quello romano e quello parthico), che si congiungevano alla base della regione armena.

Questi, ambedue, aspiravano al suo controllo non solo per ripararsi dalle incursioni barbariche ma anche per ulteriori conquiste  territoriali:  l’impero parthico   con la conquista dell’Armenia, dopo la morte di Germanico, svincolato da ogni trattato con Tiberio, si  salvaguardava dalle incursioni  barbariche e si proteggeva anche dall’ impero romano.

Questo, invece, senza l’Armenia era a contatto diretto con l’impero parthico e con le popolazioni scitiche,  di cui temeva le penetrazioni in Siria e in Asia,  anche se  aveva ottenuto il controllo del Mar d’Azov, grazie ai trattati col Regno  del Bosforo cimmerico.

Ora, Artabano, dal 25 d.C., aveva avuto come interlocutore un ministro di Tiberio, quel Seiano che aveva fatto la politica Orientale e poi  il suo sostituto Macrone  e Tiberio sembrava disinteressarsi di tutta quella ampia regione e delle sue ripercussioni, specie nel 33-4, anno della morte del Governatore di Siria  Pomponio Flacco.

Perciò Artabano  nel periodo 31-36 cercò di destabilizzare ulteriormente  l’impero romano, favorendo una politica filogiudaica e mettendo in subbuglio il giudaismo, in quanto a Seleucia aveva imposto Asineo ed Anileo due giudei (Ant. Giud., XVIII, 310-379) contro la stessa nobiltà persiana, e aveva inoltre, invaso anche  l’Armenia Minore.

Quando Artabano si era divisa l’Armenia minore con Monobazo di Adiabene, Tiberio  non ebbe neppure una reazione, a detta di Svetonio, che parla dal lato militare diretto: l’imperatore, non potendo inviare un consolare, specie dopo la morte del governatore di Siria, in effetti, diplomaticamente, aveva agito in quanto gli aveva contrapposto per la riconquista della regione, Mitridate re degli Iberi, dopo averlo riconciliato con Farasmane suo fratello.

E nel frattempo Artabano diede forze necessarie per la riconquista ad Orode, altro figlio,  che doveva impedire il collegamento degli avversari e impedire la loro avanzata entro il territorio  parthico.

Tiberio favorì  il collegamento di Farasmane con gli Albani e con i Sarmati  e con il loro aiuto  attaccò gli armeni, impedendo il congiungimento con le forze parthiche, il cui arrivo fu  rallentato anche dalla stagione estiva e dalle inondazioni causate dai venti etesi (Ibidem, 33). 

Ne derivò che Farasmane, appoggiato da ausiliari, provocava a battaglia Orode, privo di alleati,  quelli inviati in ritardo da suo fratello Arsace; e poiché questi cercava di evitarlo, lo molestava, minacciava con la cavalleria il suo campo, disturbava i  foreggiatori e spesso lo accerchiava  con postazioni armate,  assediandolo, finché i Parthi non avvezzi a tollerare provocazioni, si strinsero intorno al principe, invocando il combattimento. Tutta la loro forza era nella cavalleria; Farasmane, invece, aveva anche valide fanterie …Ci fu uno scontro tra albani ed iberi  e Farasmane da una parte e Orode e i parthi dall’altra; ci fu perfino un duello tra i due capi: Artabano avrebbe voluto punire Farasmane e si accingeva a farlo, ma Vitellio, raccolte le sue legioni,  fece spargere la voce che anche lui avrebbe invaso la Mesopotamia.

Artabano temendo una guerra con i romani, avendo ostili i popoli della sua confederazione ed essendo insicuro nella sua stessa corte,  in quanto Sinnace trascinò alla rivolta anche suo padre Abdagese ed altri, che maturavano quel disegno in segreto e che i continui disastri avevano incoraggiato all’azione (Ibidem 36,2), pensò bene di fare il trattato con Tiberio.

Egli, secondo Flavio, accortosi che molti parenti ed amici erano stati corrotti da Vitellio ed attentavano alla sua vita  e convinto che la congiura sarebbe riuscita  perché il numero di traditori aumentava,  fuggì verso le satrapie superiori (Ant. Giud., XVIII, 99-100).

I romani avevano tentato di sostituire lo stesso Artabano con un re della stirpe di Fraate su richiesta della nobiltà medo-persiana detentrice del potere interno: Tiberio, ora libero nella sua azione,  grazie alla risoluzione del problema dinastico e,  dopo la  fine  dei processi di lesa maestà  contro i seianei,  ordinava a Lucio Vitellio (padre del futuro imperatore) di ripristinare l’autorità romana sull’area.

Su questo trattato c’è incertezza sia sull’anno che sul rappresentante partho: da Tacito sembra che Vitellio abbia avuto rapporto diretto con Tiridate, non con Artabano; gli altri storici invece parlano di un incontro a Zeugma del legatus con Artabano stesso.

Flavio, Ant Giud., XVIII, 97-98 spiega che alle offerte di denaro di Tiberio ai re degli Iberi e degli Albani per indurli a muovere guerra ad Artabano, questi diedero agli alani (altri popoli caucasici) il libero transito  per le loro  terre  aprendo le porte  del Caspio…Così l’Armenia fu di nuovo tolta ai parthi e nel loro paese si estese la guerra:  morì la migliore nobiltà e tutte le loro cose si rovesciarono; il figlio del re cadde ucciso con molte decine di migliaia  di uomini…

Il trattato per Tacito,  comunque, fu fatto: Vitellio condusse il nerbo delle truppe   e delle forze ausiliarie all’Eufrate, fece dei sacrifici  come anche Tiridate (sacrificò un cavallo)… si costruì un ponte di barche e si fece passare l’esercito  dei parti: c’erano anche Ornospade, che era stato (haud inglorius auxiliator, Annales, VI, 37,3) aiutante  di Tiberio, da cui aveva  avuto la cittadinanza romana  nella guerra dalmatica  (Svetonio, Tiberio,9) , Sinnace e Abdagese.

Vitellio impose il trattato, secondo Tacito, mostrando la superiorità delle armi romane  ed ammonì  Tiridate e i capi a non dimenticare di aver avuto come avo Fraate e di essere stato allevato da Cesare, duplice titolo di gloria per lui; ammonì gli altri a non tralasciare l’ossequio verso il re, il rispetto verso di noi, l’onore personale e la fedeltà alla parola data (Vitellius ostentasse romana arma satis ratus monet Tiridaten promoresque, hunc Phraatis avi et altoris Caesaris quae utrubique pulchra memenerit, illos, obsequium in regem, reverentiam in nos, decus quisque suum et fidem retinerent -Ibidem, 37,4-).

Giuseppe Flavio (Ant. Giud.XVIII,101-3) parla, invece, di Vitellio e di Artabano che si incontrano:  Vitellio ed Artabano si incontrarono sull’Eufrate., Si gettò un ponte sul fiume  ed Artabano e Vitellio si incontrarono al centro,  ognuno con la sua guardia del corpo.  Giunti al termine degli accordi, il tetrarca Erode diede una festa  sotto la tenda, fatta innalzata da lui in mezzo al ponte con grande spesa, Artabano inviò suo figlio Dario  a Tiberio, come ostaggio, e con lui molto doni, tra cui un uomo alto sette cubiti, di stirpe giudea, di nome Eleazar, il quale per la eccezionale statura era detto Gigante. Sistemati questi affari, Vitellio tornò ad Antiochia ed Artabano a Babilonia. 

La campagna, dunque, condotta brillantemente da Vitellio, si concluse con un completo successo, ben valutato anche da Tacito, che, poi, da un giudizio negativo sulla sua successiva vita da cortigiano nel periodo di Caligola e di Claudio.

Artabano, di nuovo, fu attaccato dai suoi nemici di corte, fu abbandonato dai suoi sostenitori, e dovette fuggire ad Oriente.

Dobbiamo pensare che la situazione parta fu per qualche mese incerta e caotica per la presenza di due sovrani, ma la situazione si precisò ben presto.

Tiridate, una volta preso possesso del regno, non potè rimanervi a lungo, a causa della rivalità con i nobili, per la sua sudditanza a Roma.

Infatti egli non piacque né a Tiberio né ai suoi alleati persiani: si era attirato l’inimicizia non solo di Tiberio, ma anche di Sinnace e di Abdo (Flavio, Ibidem).

Egli, d’altra parte, era un romanizzato come già Fraate,  inviato da Tiberio e morto  prima ancora di prendere il regno, odiato dai nazionalisti, che favorirono Artabano che ebbe così modo di riappropriarsi del suo regno, valendosi dell’aiuto di un esercito, composto essenzialmente di uomini della tribù dei Dahan, ottenendo l’approvazione dei Parthi.

Flavio, probabilmente, segue questa tesi che cioè i parthi lo accolsero dopo i primi contatti tra Vitellio e Tiridate che fece un pretrattato in cui il Legatus  considerava il romanizzato come un sovrano semindipendente e perciò lo cacciarono e richiamarono Artabano per un  foedus  aequum tra due stati  di pari grado.

La  posizione di Artabano  nei confronti di Roma rimaneva, comunque, estremamente precaria, in quanto sebbene non avesse inizialmente incontrato resistenza dalla parte avversa  (essendo Tiridate fuggito in Siria), non era, comunque, in grado di intraprendere con successo una campagna contro Vitellio, dopo l’invasione degli Iberi e delle altre popolazioni barbariche e la perdita della Armenia.

Perciò Artabano  concluse quindi, di lì a poco (nel 36) il trattato di Zeugma , nel quale rinunciava alle sue mire espansionistiche, avendo un peso internazionale diverso rispetto a Tiridate,  re fantoccio.

Poco dopo, tuttavia venne deposto nuovamente, in quanto la nobiltà  non aveva accettato il trattato in cui la supremazia romana era di nuovo imposta e fu  proclamato re un certo Cinnamo.

Artabano si rifugiò presso un suo vassallo, il re dell’Abiadene,  Izate (Ant Giud, XX,54) grazie al quale ritornò definitivamente al potere   facendo amnistia anche allo stesso usurpatore, che gli si era arreso spontaneamente  e regnò fino alla morte ancora per quasi due anni fino al 40 d.C..

Professore ora  capisco perché nessuno ha affrontato questo problema. E’ veramente complesso e difficile inserire la consegna di Gesù  ai Romani!

Questi fatti , Marco, sono letti da Flavio  in modo disordinato e  confuso, come abbiamo rilevato in Giudaismo romano (Cfr. A. GARZETTI, La data dell’incontro all’Eufrate di Artabano III e Lucio Vitellio legato di Siria, in Studi in “ onore di Calderini e R .Paribeni” Vol. I 1956 pp 211-229) specie per quanto riguarda le congiure interne  al regno di Parthia.

La relazione dell ‘impresa di Vitellio  fu fatta e  dal procuratore  di Siria e da Erode Antipa, che come tetrarca, alleato,  aveva seguito il governatore fino all’Eufrate, come abbiamo visto.

Non sappiamo vedere la funzione di Erode Antipa accanto all’esercito e al governatore di Siria: probabilmente si era mosso per la morte contemporanea di Artaxias III  e di suo fratello Filippo, tetrarca dell’ex regno di Lisania, forse partendo dalla roccaforte di Macheronte o di Masada.

Il tetrarca della Galilea e Perea non doveva essere solido nel suo regno  in una terra in cui era stato proclamato il Malkuth ha shemaim subito dopo la presa dell’Armenia da parte di Artabano, prima dell’arrivo di Vitellio, che dovrebbe essere arrivato a Cesarea marittima, non prima dell’ estate del 35.

Gesù era Galileo ed Erode poteva essere stato allontanato dalla capitale Tiberiade da un’ insurrezione popolare: Il regno dei Cieli avrebbe potuto comportare anche un rivoluzione in Galilea, da  cui  il messia era partito  per la conquista di Gerusalemme: il tetrarca si era salvato, dopo l’eccidio della guarnigione di Cafarnao, e si era  rifugiato in una delle roccaforti erodiane, come aveva fatto Pilato stesso, che si era arroccato a Cesarea Marittima, dopo la presa probabile della torre Antonia e la strage della guarnigione romana.

Erode Antipa con le legioni romane aveva fatto il viaggio fino all’Eufrate, lungo  oltre 500 km, portando un suo esercito, insieme a quello di altri reguli,  al fine di imporsi nell’ex tetrarchia di Lisania o per sé  o per la vedova Salome sua figliastra e pronipote, sposata da suo fratello Filippo, poco prima di morire, oltre che per ripristinare l’ordine in Armenia e in tutta la zona.

Inoltre Erode Antipa, che conosceva il doppio mandato di Vitellio e contro  il re di parti e contro Areta IV, pensava forse di potersi vendicare di quest’ultimo con cui aveva  questioni di confine e per  problemi a seguito del suo  ripudio dell’ ex moglie Dasha, figlia del nabateo, la cui dote traconita  doveva essere riconquistata.

In questo contesto storico e politico il messaggio di Il regno dei cieli è vicino è  vincente in terra giudaica e a Gerusalemme tra il 32  e il 36: i giudei partici e quelli palestinesi già collegati ora hanno anche l’appoggio dei moderati ellenisti, che pur  convivono con i greci e col sistema imperiale romano  e ne traggono notevoli benefici commerciali. L’avvento del Regno dei cieli e la consacrazione del Messia uniscono il mondo ebraico, anche quello diasporico: l’anima giudaica rimane indelebilmente giudaica sempre, perché è spirituale.

In ogni parte del mondo si trovi il giudeo, guarda a Gerusalemme specie nel momento della realizzazione delle profezie messianiche.

Pilato, prefetto  di Ioudaea (Giudea, Samaria e Idumea) e il tetrarca di Galilea e Perea e quello di Iturea avevano sempre temuto l’ingerenza militare di Artabano, ma in quel tempo messianico tutto l’assetto romano è naufragato.

Professore,in una tale situazione  come si comportò Pilato?

Pilato (governatore dal 26 d.C) era stato sempre un perfetto prefetto, inviato da Seiano,  probabilmente contrario al partito  giulio (di Agrippina e di Caligola) a volte perfino era andato oltre il mandato tiberiano ed era stato inflessibile e duro contro i Giudei, coadiuvato da Erode Antipa, ma la sua azione più dura e repressiva, la fece contro i samaritani, poco prima della Pasqua del 36.

Noi riteniamo che a Pilato era sfuggita del tutto la situazione dopo il 32, la Pasqua, in cui Gesù si proclamò maran, e costrinse il prefetto a rinchiudersi a Cesarea e ad abbandonare al suo destino la torre Antonia,  come già aveva fatto Erode Antipa con la guarnigione di Cafarnao:  Gesù dovette tenere solo la Giudea e forse anche porzioni  della Galilea e il controllo parziale  della Perea,  ma la Samaria era rimasta sotto i romani,  perché dall ‘epoca di Erode, Sebaste, la città capoluogo della regione, era stata sempre filoromana, ma, in quei cinque anni  di  potere regale di Gesù, forse i samaritani si volevano riunire ai Giudei, favoriti da una politica unitaria messianica e  perciò, furono sorpresi da Pilato, che ne fece  una carneficina a Tirathana.

La situazione, dunque, in Palestina tra il 32 e 35 doveva essere caotica: l’inerzia di Tiberio  era mal valutata da tutti i greci di quell’area  e la ribellione della Giudea era diventata un focolaio per tutti gli altri che aspiravano ad  avere l’indipendenza, ma la presenza degli eserciti romani, seppure senza capi e senza mandati ufficiali,  impedivano la riunione delle singole parti:  era aumentato il caos dopo la morte di Filippo e  quella di Artaxias e di Pomponio Flacco,   per la maggiore congiunzione di forze tra Artabano III ed Areta IV, i nemici di Tiberio.

La venuta di Vitellio in Giudea, quindi, fa pensare ad un ristabilimento dell’ordine e ad una ristrutturazione della politica precedente: insomma Tiberio aveva deciso di ripristinare l’ordine nella provincia di Siria e nella sottoprovincia di Ioudaea e di punire la politica di ingerenza di Artabano e quella di Areta IV di Petra.

La classe  sommosacerdotale sadducea, gli erodiani e gli scribi sono filoromani e quindi gestiscono il potere  e la ricchezza del tempio, avendo la maggioranza nel sinedrio; all’arrivo di Vitellio sia che venisse da Nord o da Sud, con le truppe congiunte di Pilato o con quelle  Siriache  il  malkuth del maran illegittimo è finito, e la ribellione interna  sadducea determina la fine, che si verifica all’atto dell’ultimatum romano, sotto le mura di Gerusalemme, assediata.

Giuseppe Flavio ci descrive l’assedio di Gerusalemme nel quinto libro di Storia Giudaica  e le sue notizie collimano con quelle di Tacito (Hist.,V,12,3); da queste possiamo comprendere la preoccupazione da parte degli giudei assediati, convinti dell’impossibilità di sfuggire alla punizione romana.

Nella primavera, prima  della Pasqua, dunque, del 36 la città si arrende e consegna il suo maran  ai romani: era la soluzione migliore in quella situazione ormai favorevole ai romani in tutta l’area armena, siriaca e palestinese.

Tutte queste notizie ci spostano in un altro orizzonte, utile ai fini della nostra indagine e ci aiutano a  meglio capire il motivo di una accoglienza ad un nemico, così festosa.

Noi riteniamo che nella Pasqua del 32 Gesù era entrato a Gerusalemme dopo una marcia trionfale iniziata  dalla Galilea accolto dalla popolazione festante  che lo aveva acclamato re, in quanto già riconosciuto Meshiah-Christos,  figlio di David.

Questo antefatto comporta un’altra spiegazione  in quanto da quasi un secolo i giudei palestinesi  (popolo, piccolo e medio sacerdozio, leviti e farisei) aramaici, conformati al pensiero escatologico ed apocalittico, credevano nella venuta di un Messia, che avrebbe sconfitto il popolo romano e avrebbe stabilito il patto eterno nuovo con Dio nel tempio.

I  giudei, convinti che il tempo era venuto  grazie ad eventi grandiosi nel quadro dell’impero romano diviso in partes, in lotta fra filogiuli e filoclaudi, dopo la conclusione  tragica  della vicenda del potente capo pretoriano  Elio Seiano, inquisito ed ucciso,  avevano proclamato il malkuth ha shamaim  e si erano ribellati alla autorità romana, sostenuti da Artabano, re dei parthi.

Proprio quando l’impero romano  attraversava la grave crisi a seguito della sventata  congiura antitiberiana in un momento difficile per la lotta alla successione tra  Caligola e Tiberio Gemello, sostenuti il primo dall’esercito e dal popolo e  il secondo dal senato  ed equites (cfr. A Filipponi, Caligola il sublime, Cattedrale 2008 e  Giudaismo romano, opera inedita, www.angelofilipponi.com).

La reazione tiberiana  non ci fu, subito, contro il mondo giudaico e siriaco perché  l’imperatore era impegnato nella conservazione del potere imperiale prima e, poi, nel difficile compito della successione.

Egli fu  duro ed inflessibile  nei confronti prima dei seianei e poi del partito  giulio dopo il 18 ottobre del 31, morte di E. Seiano, capo pretoriano, che era riuscito a salire tutti i gradi  degli honores fino ad avere la tribunicia potestas e l’imperium proconsulare maius per l’Oriente  tanto da  determinare una politica antigiudiaca, di cui Pilato era stato espressione violenta.

Siccome il potere di Seiano era stato grandissimo (Cfr Inizio acefalo di In Flaccum di Filone Alessandrino, www.angelofilipponi.com ), Pilato e lo stesso Erode Antipa, essendo sue pedine, avevano agito secondo le sue direttive, esasperando l’elemento non solo giudaico antiromano, ma perfino quello, da decenni filoromano, samaritano, che forniva truppe sebastene ausiliarie. Tiberio, ora, era sotto l’influenza di Macrone, nuovo capo dei pretoriani, e di Caligola (cfr Caligola il Sublime, cit.):  questi furono esautorati e tenuti in disparte in attesa di giudizio mentre, nel frattempo, era morto,  Pomponio Flacco  per morte naturale,  fedelissimo governatore, tiberiano, di Siria.

Impegnato nella feroce repressione in Roma e nell’impero, Tiberio tralasciò il problema siriaco e giudaico e non diede mandato al pur nominato Elio Lama (cfr.Angelo Filipponi, Giudaismo romano cit., cfr. Tacito Annales VI,28,2), per cui la Palestina e la Siria rimasero sotto l’influenza di Artabano, che aveva autorizzato Monobazo di Adiabene ad occupare l’Armenia Minore, avendo dato auctoritas regia a suo figlio Arsace.

In effetti Tiberio sembrava che avesse trascurato il problema, ma aveva già tessuto relazioni diplomatiche  con Alani,Sarmati, Sciti, Iberi, Albani,  facendo concessioni  e regali come abbiamo visto.

Tiberio aveva atteso tempi migliori per un intervento,come era nel suo stile di dux prudens, mentre a Roma deplorava che dovesse pregare consolari a mettersi a capo di legioni contro Artabano.

Anche la politica interna al suo stato nel settore orientale siriaco  e palestinese, essendo affidata a Pilato, dopo la morte di Flacco, si era rivelato un disastro tanto da essere fortemente irritato contro di lui (Filone, Legatio ad Gaium) che seguitava in una lotta di provocazione contro il giudaismo secondo l’impostazione ricevuta precedentemente da Seiano, ora forse suggerita da Macrone.

Quella zona aveva davvero bisogno di essere ristrutturata, a partire dall’Armenia Maior e  Minor; l’azione antiromana di Artabano era stata  sapiente dalla morte di Seiano ed aveva più o meno connesso tutta la regione caucasica, ciseufrasica e transeufrausica, la Celesiria e la stessa Palestina  nella sua orbita, approfittando del fatto che quelle popolazioni parlassero la stessa lingua, aramaica ed erano della stessa tradizione medico-persiana, collegata anche da numerosi gruppi giudaici che erano entro i confini dell’impero romano  e in quello parthico.

Gesù un davidida, un architetto, conosciuto non solo per la sua ablità tecnica e per i thaumasia (miracula) un discepolo di Giovanni il Battista (un goes, famoso per la sua singolare vita e per i suoi numerosi discepoli, armati, dopo il battesimo, ucciso da Erode Antipa),  eletto mashiah  dagli  esseni, riconosciuto universalmente dal mondo giudaico aramaico ed ellenistico, provocò un’ondata nazionalistica così grandiosa da sconvolgere l’assetto mediorientale dell’impero romano, favorito da Areta IV (che aveva debita di gratitudine nel salvataggio della figlia, ripudiata da Erode Antipa e che era  un fedele  credente in Giovanni e nella sua missione e  poi in quella del discepolo) e da Artabano III, e forse da Asineo, satrapo di Mesopotamia, oltre che da  Monobazo ed Elena di Adiabene.

Professore, mi può dire esattamente cosa pensa di Gesù re?

Quello, che noi chiamiamo Gesù, si autoproclama re, maran e dopo una marcia di 10 giorni, durante la quale manda messaggeri alle città e ai sinedri chiedendo di essere accolto e quindi l’autorizzazione a passare indisturbato nei territori, giunge a Gerusalemme e viene accolto trionfalmente.

Dopo la purificazione del tempio, che sottende la presa della fortezza Antonia e quindi la strage dei romani, probabilmente segue il rituale purificativo di Ezra e viene ristabilito il nuovo patto con Dio, mentre aiuti finanziari e militari giungono da ogni parte del mondo  sia parthico che ellenistico: la realizzazione del malkuth dovette essere un evento  di valore mondiale e quindi di immensa risonanza.

La venuta del Messia e la concreta realizzazione del Malkuth ha shemaim  impressionarono il mondo intero anche perché il giudaismo tendeva di nuovo a Gerusalemme da ogni parte dell’ecumene, in un ritorno alla patria, terra dei padri ora libera ed autonoma sotto un re davidico: noi abbiamo come confronto solo l’episodio di Zevì Shabbatai (1626-1676), e quello della odierna attesa della ricostruzione del tempio di Salomone, come inizio di tempi nuovi: il clima di speranza che si accende, diventa una mania  irrefrenabile che comporta un esodo da ogni parte per ritornare alla terra santa, un vendere le proprie cose, un lasciare le proprie città, un portare con sé i propri  averi, riconvertiti in oggetti preziosi, per essere presenti al fatto gerosolomitano per partecipare all’instaurazione del malkuth: 2.500.000 di ellenisti e 1.000.000 di aramaici partici, oltre  quelli dispersi fuori  del mondo conosciuto, in Seria, in India a Ceylon, in Nubia, sono coinvolti in questa impresa, sconvolti da questa impresa,  che prelude alla Apocalisse e prepara l’escata, le ultime cose in cui  Dio crea  il regno messianico: pentimento–teshuvah, manifestazioni di gioia, digiuni, bagni rituali, ogni forma di preghiera, diventano normali inizi di una purificazione, partenze da ogni porto occidentale e ondate di ritorni da ogni terra orientale ed occidentale: tutti in una frenesia generale, vogliono favorire il Messia, combattere ed essere presente nel giorno del Signore: la lotta con le forze del male (Arconti di  Paolo, le qelippot), deve essere unitaria; in ognuno è la convinzione che l’esercito messianico, avendo l’aiuto divino, è invincibile!.

C’è professore euforia con enthousiasmos?

Certo, Marco , dovunque:e nel mondo romano e in quello parthico e in ogni altra parte del mondo dove ci sono colonie ebraiche.I cives dell’impero romano stessi  sono sconvolti da questo esodo in quanto molte città si dimezzano perché i giudei si separano nettamente dai gerim e goyim, lasciando tutto, abbandonando le loro attività, case ed ogni altro bene immobile: i porti occidentali ed africani furono presi di assalto e le stesse strade romane erano piene di carovane, di gruppi di uomini alleluianti che tornavano in patria: il fenomeno non poteva essere fermato dai governatori locali, data la consistenza numerica dei giudei.

Sul piano politico, grazie all’aiuto del re dei Parthi, si ricrea la situazione del periodo di Antigono (favorito dall’impresa di Pacoro, figlio di Orode, conclusasi con la  vittoria di Ventidio Basso e con l’uccisione del re  ad opera di Marco Antonio ad Antiochia nel 37 a.C.), ma sul piano morale non si ha altro precedente: l’evento dovette rimanere nella mentalità giudaica a lungo, se poi i giudei  attenderanno la parousia del Signore, insieme con i Cristiani,  fino al 70 e poi da soli con i nazirei, giacomiti, crederanno nel suo ritorno  fino al 135 d.C. ed oltre, considerato che la famiglia di Gesù è inquisita fino a Conone sotto Decio (249-251d.C.).

Il meshiah, quindi, creato un nuovo sacerdozio, quello essenico, protetto dalla  finanza alessandrina, probabilmente, e dai sussidi di tutti ellenisti ed aramaici, adottato il calendario solare,  riconsacrato il tempio col rito di purificazione, fatta una solenne adunanza  per la lettura della legge,  compiuta una cerimonia espiatoria,  purificò e riconsacrò il tempio  e quindi, il quattordicesimo giorno del mese  Nisan,  celebrò la prima Pasqua nel 32 d.C., in Gerusalemme, libera dai romani (cfr. Giudaismo romano, cit ).

Egli potè governare per tutto il 32 , 33, 34, 35 e solo  nel marzo del 36 con l’arrivo di Lucio Vitellio tutto si capovolgeva e la Giudea tornava in fibrillazione perché si riaccendevano  le speranze dei sadducei, degli erodiani e degli scribi che, erano rimasti senza autorità e con i diritti limitati, simili a quelli dei leviti, ridotti di rango nell’ attività templare.

Infatti nel 35 Tiberio avendo risolto i problemi imperiali e fatti cessare i processi di lesa maestà,  aveva anche concluso le stragi dei giuli e quindi, con la doppia adozione di Caligola e Tiberio  Gemello, aveva  così fatto tacere i lamenti  del partito giulio, accontentato, perché aveva seguito il mandato di successione augusteo, che imponeva un elemento della famiglia di Germanico come successore accanto a quello della linea claudia (cfr. Caligola il Sublime, cit.).

Inoltre, il vecchio imperatore invia in Palestina con un doppio mandato Lucio Vitellio contro Artabano III e contro Areta IV, convinto che una volta, debellati gli antagonisti maggiori, i re locali  sarebbero caduti  facilmente  a causa delle fazioni avverse, opposte.

Vitellio facendo pressione, grazie alla diplomazia tiberiana, già attiva  tra gli albani e i Saci, sulle popolazioni scitiche al nord, nella zona del Kurdistan attuale li spinse  con la forza e con il denaro contro il confine parthico; Artabano inviò un esercito comandato da Arsace suo figlio con 100000 uomini, ma fu sconfitto.

La disfatta costrinse il re dei re al trattato di Zeugma in cui dovette pagare indennizzi di guerra e dare ostaggi e  sgombrare dall’area cisufrasica facendo ripristinare lo status quo (come abbiamo visto).

Il piccolo regno di Gesù, in quanto sottoprefettura di Ioudaea, ora è ricaduto sotto la diretta amministrazione romana, come prima del 32, e Gerusalemme, assediata, subisce  l’ultimatum romano: o si arrende concedendo i capi della sedizione o sarà distrutta con la strage della popolazione.

In questa situazione tragica, di capitolazione e di resa, si verifica l’entrata in Gerusalemme di Vitellio: il governatore di Siria viene accolto festosamente dal popolo, che è ora dominato dai sacerdoti sadducei dagli erodiani e dagli  scribi, che hanno formato un nuovo sinedrio, il quale probabilmente  ha  decretato, pur con  grande dolore e tra contrasti,  la paradosis del Christos all’autorità romana.

I vangeli  mostrano Gesù arrestato e portato di fronte ad Anano I e alla sua famiglia, di sera e poi al sinedrio, di mattino: ciò sottende un’operazione all’insaputa del popolo e quindi contro la volontà dei più ardenti seguaci.

Nel processo contro la sua azione messianica non gli furono trovate colpe, nonostante gli accusatori e i delatori, ma il sinedrio  decise  la  paradosis di Gesù Christos, un uomo giusto, all’autorità romana dopo che sommo sacerdote, scribi ed anziani avevano complottato al fine di prenderlo ed ucciderlo,  pur timorosi di una sommossa del popolo  (Mc. 14,1-2  thorubos tou laou).

I Vangeli, così dicendo,  condannano lo stesso Sinedrio, responsabile della paradosis e della enedeicsis, ingiusta, eppure avevano già detto che Gesù era entrato già  a Gerusalemme,  salutato come un re  ed era stato accolto in un tripudio di festa popolare e che aveva  dimostrato di avere anche una ecsousia profetica, dopo aver cacciato i profanatori dal tempio.

Probabilmente il sinedrio che denuncia e consegna  è diverso da quello che accoglie e che festeggia il Christos in Gerusalemme: ora, se la Pasqua è quella del 36 i componenti del sinedrio  sono nuovi perché quelli del precedente sono stati esautorati ed arrestati, come fautori del Messia.

Questi, nuovi, a maggioranza, hanno considerato decaduto Gesù come re e  quindi hanno  deciso di prenderlo e di ucciderlo, consegnandolo ai romani dopo denuncia, cioè dopo aver decretato l’illegittimità della sua azione,  della costituzione del malkuth ha shemaim.

Ora noi sappiamo tramite Filone (In Flaccum  inizio acefalo e Legatio ad Gaium ) che il Sinedrio di Alessandria si comportò in modo solidale con gli zeloti, fuggiti ad Alessandria. Infatti furono nascoste le loro armi e furono protetti col silenzio,  mentre i romani cercavano le armi e i fuggiaschi da Gerusalemme, seguaci del Malkuth, scampati alla sommaria giustizia di Pilato e di Vitellio.

Da Flavio sappiamo, poi, che, nel dopo settanta ad Alessandria, si verificò la stessa cosa ma gli alessandrini,  coscienti delle cose che avevano patito nella dura reazione caligoliana, ebbero un diverso comportamento: il sinedrio votò contro gli zeloti e  i sicari, ne  favorì la  cattura e li consegnò alle autorità romane  che li torturarono e li uccisero,  mentre gli altri giudei soffrivano di aver dovuto, per salvarsi, fare la delazione (cfr. Giudaismo romano,cit; Caligola il sublime,cit.; e commento al XVIII libro di Antichità giudaiche, oltre la traduzione di In FlaccumLegatio ad Gaium).

Perciò, sulla base della esemplarità della situazione alessandrina,  riteniamo  che la minoranza sadducea, scriba ed erodiana tenuta  in soggezione nel periodo del Malkuth trionfante,  riprese il potere, all’arrivo degli eserciti romani e destabilizzò il  regnum  del maran e decretò la festa per l’arrivo del procuratore di Siria, dopo averlo accolto in città (che, come compenso, secondo la clementia, fece concessioni favorevoli ai sacerdoti, come abbiamo detto, e ripristinò lo status quo)  determinando con quell’atto la morte del Messia, ora rinnegato.

Tutto ricominciò come prima della impresa di Gesù, come era avvenuto nel 6-7 dopo Cristo come era avvenuto nel 4 a.C.  alla morte di Erode: l’impero romano ristabiliva il suo ordine e la sua giustizia, dando rilievo ai sadducei, agli scribi e agli anziani e tenendo soggetto il popolo.

L’élite giudaica aveva fiutato i tempi nuovi della romanitas: l’avvento di Caligola,  l’ordo nuovo, il Regno saturnio, una nuova era di pace e di benessere, assicurata dal figlio di Germanico: ormai Tiberio malato era prossimo alla morte e lo stesso Vitellio non  avrebbe portato a termine neppure l’impresa contro Areta IV.

Lo stesso governatore si era mostrato ancora di più filogiudaico, accogliendo perfino le proposte dei capi di non passare nella loro terra sacra con le insegne, ma di deviare  per le terre samaritane e perciò, l’anno dopo, Gerusalemme, conosciuta la morte di Tiberio e la salita al trono di Gaio Caligola, di nuovo accolse il governatore di Siria  che da Gerusalemme mandò un segnale di pacificazione generale per tutto l’ebraismo non ancora, ripresosi dalla sconfitta e dagli aneliti messianici, propagandando il regno saturnio caligoliano.

Ora, dunque, due propagande si avvicendano una valevole per tutto l’impero, quella del tempo suturnio, a contrapposizione dell’ideale messianico ormai frantumato e annichilito, specie nel clima di una perenne felicità, instaurata dal regno di Caligola, l’altra solo  per i giudei increduli di fronte alla realtà dei fatti, alla morte del Christos, impegnata nella interpretazione dei segni, secondo la lettura di Isaia.

JHWH stesso parla: non ha bellezza, né splendore / perché lo ammirassimo / né amabile aspetto né prestanza/ Oggetto di sprezzo e reietto dagli uomini / uomo di dolori sperimentato dalla sofferenza / e come uno davanti a  cui ci si nasconde la faccia: / spregevole, nulla, lo stimammo / portò i nostri dolori, noi l’abbiamo stimato un percosso,/un colpito da Dio ed umiliato / Ma egli è stato trafitto a causa delle nostre colpe / è stato fiaccato a causa delle nostre  iniquità! il castigo esemplare che ci rende la pace è su di lui / e per mezzo delle sue piaghe ci è data la guarigione / noi tutti come pecorelle ci sviammo / ci volgemmo ognuno alla propria strada / e JHWH fece cadere su di lui, l’iniquità di noi tutti. / Fu angariato e lui si umiliò e non aprì bocca/ come agnello fu condotto al macello / e come una pecorella davanti ai suoi tosatori / è muta e non apre bocca… (53. 1-13)

L’interpretazione essenica e teraupetica del passo fu quella del Servo di Dio, (in seguito  sarà quella del lamed vau, del trentaseiesimo destinato a morte per dare vita agli altri), di chi, offrendosi in espiazione per i peccati altrui, sarà coronato di trionfo (11-12) e sarà il capo dei credenti per sempre: perciò gli attribuirò le moltitudini delle genti / e dei possenti dividerà le spoglie / per il fatto che si sacrificò fino alla morte / e fu annoverato tra  gli scellerati  quando egli sopportava il peccato delle moltitudini /  e supplicava per i trasgressori.

Mentre subito dopo la morte di Jehoshua tutti aspettavano il suo ritorno,  chi in un modo chi in un altro a seconda della cultura di appartenenza, qualcuno cominciò (come Paolo) ad applicare i versi successivi della Nuova Gerusalemme (Isaia, 54) alla Chiesa.

Da qui il cambiamento di lettura e di impostazione tra i seguaci di Christos, tra gli aramaici e gli ellenisti: gli uni erano  fiduciosi in un ritorno, parousia del maestro-re, che sarebbe venuto con forze ultraterrene e che avrebbe sterminato i romani,  costituendo la Nuova Gerusalemme, eterna; gli altri  attendevano il suo ritorno alla fine dei tempi,  quando Gesù, uomo dio, che si era caricato il peso dei peccati umani e che aveva redento col suo sangue  tutti, ebrei e non ebrei, avrebbe distinto dopo il giudizio i buoni dai cattivi, dando premi e castighi a seconda delle azioni conformi o non conformi al suo exemplum.

Sono due diverse letture ed interpretazioni di uno stesso brano di Isaia: Giacomo, il fratello di Gesù (Mc., 6,3-4; Mt. 13,55-56; Galati, 1,18-19; 2,9; Atti degli Apostoli, 1,14 12,17; 15,13;21,18;  Flavio, Ant. Giud., X,200; Eusebio, St. Eccl.,1, 12,5; 2,23,25) e i seguaci del Malkuth, seguitando a vivere, seguendo le orme terrene e militaristiche di Christos, sarebbero rimasti nella via della clandestinità, in una segreta preparazione alla guerra; gli altri, invece, si sarebbero separati lentamente dai confratelli, distaccandosi dal ceppo giudaico, pur rimanendo attaccati alle radici del nomos ebraico e dopo il settanta, con la costituzione di un preciso canone evangelico, kerigmatico, avrebbero creato il cristianesimo, come noi oggi lo viviamo, secondo la tradizione romano-ellenistica, in un rifiuto totale e categorico del giudaismo ormai senza tempio e destinato alla Galuth.

La chiesa (non è qui il caso di lavorare sulla nascita di questo termine)  è Nuova Gerusalemme decisa a conciliare humanitas con misticismo filoniano-platonico-paolino, pratica e teoria classica, secondo la methodos ellenistica giudaica sincretistica, adattata alla risultanza di moralitas romana occidentale, pagana, nella scelta della centralità dell’eredità di Roma, dopo la separazione dalla Sinagoga.

A distanza di secoli noi non siamo in grado di ricreare quel clima,  formatosi dopo la morte di Gesù Cristo, né di seguirne le vicende  fino al momento della scrittura evangelica, che fu una nuova evangelizzazione in epoca flavia connessa con la fine del tempio, legata da una cooperazione con la Romanitas e ad un rifiuto della stessa origine ebraica.

E’ quasi impossibile ricostruire quel clima in cui, i cristiani,  dopo il trauma della distruzione del tempio, uomini, abituati a convivere seppure con notevole differenze, coscienti di essere uniti dalla comune base giudaica si separarono definitivamente  dal giudaismo, di cui erano una setta ereticale.

Ancora  più arduo rilevare la separazione dai nazirei, fratelli nati dalla stesso parto, seguaci e parenti del Messia, che ne seguivano la storia, non lo spirito, ormai larve pure di una comunità destinata alla fine,  esangue  a causa della  selezione degli eletti, davidici e  giudaici di stretta osservanza, aramaici, e specialmente  a causa della sede  stessa gerosolomitana, ormai periferica, dopo la fine del tempio, all’ecumene!.

Possiamo, però, rilevare che  le risposte sono diverse a seconda della lettura di quella morte: i primi, giacomiti, fedeli ai principi mosaici, giudaici, anche loro vivono l’evento dell’attesa del Signore e del suo  ritorno (cfr. Il vangelo di Giacomo in Jehoshua o Jesous?, Maroni 2003); i secondi, che poi si chiameranno cristiani,  ellenisti, accettando l’interpretazione del servo di Dio di Isaia,  attendono il ritorno di Cristo, sempre più assimilato al Logos e a  Dio,  e formano una nuova religione.

All’ euforia  dei giudei ellenisti per l’ elezione di Gaio Caligola, segno di una nuova era per il mondo romano occidentale e per quello romano ellenistico segue lo sgomento della nuova persecuzione antigiudaica, feroce, estesa a tutto l’impero  ancora più acuta sul territorio giudaico, quando è palese l ‘ektheosis imperiale  con la neoteropoiia, la nuova politica.

Questa fase vissuta da entrambi gli schieramenti nell’angoscia di un possibile annientamento della radice  giudaica di qualsiasi  credo, di sradicamento della pianta giudaica in ogni parte del mondo  è resa da Filone  in Peri Areton ( nelle due opere susperstiti di questa opera, che doveva constare  di cinque libri).

Filone mostra la grande illusione ebraica ellenistica dopo la bufera del periodo 25-31, del 32-36 e del phobos mortale dell ebraismo di fronte alla divinità di Caligola: la varie gradazioni di spavento fino al terrore e alla certezza della fine  dell’ethnos  sono perfettamente rese da Filone, che precedentemente ne aveva esaltato la figura e lodato la grandezza.

Lo scrittore alessandrino sa rendere  quell’iniziale momento magico e divino, sublime, del Kronikon bion (Legatio ad Gaium, 13) , che pur doveva essere contrapposto al regno messianico: quel tacere sui fatti gerosolomitani e sull’illusione messianica, quanto male ha fatto! (ma Filone ha veramente taciuto oppure gli è stata messa la museruola! ed  è stato addomesticato successivamente!).

Chi non si sarebbe meravigliato, e sorpreso, vedendo Gaio, che, dopo la morte di Cesare Tiberio, aveva preso l’impero della terra e del mare, che era in un periodo di grande tranquillità e che aveva un  buon ordinamento?

Chi vedendo l’impero  unito in ogni parte   in un consenso universale a settentrione e a meridione, ad oriente come ad occidente – essendo d’accordo la stirpe  barbarica con la greca, e quella greca con quella barbarica, convivendo amichevolmente   soldati e cittadini,  per un comune possesso  e  godimento della pace – (questi e quelli in reciproca pace godere insieme di rapporti e commerci) non sarebbe stato ammirato e sorpreso?

Chi non sarebbe stato ammirato e sorpreso di una fortuna così grande e appena narrabile, accumulatasi grazie ad un’unica eredità, di beni infiniti, di tesori zeppi d’oro ed argento, in parte  come materiale grezzo (puro e non lavorato), in parte segnato come moneta, in parte  come  ornamento vistoso per coppe ed altri utensili che sono utili per l’ostentazione?

Chi, inoltre, non sarebbe stato ammirato e sorpreso  per le milizie di fanteria, di cavalleria, navali e  per le  rendite che affluivano come da una fonte con un  perpetuo tributo  e per il potere non  su moltissime ed essenziali  parti dell’ecumene , di  tutto il mondo  propriamente detto abitabile, limitato da due fiumi, Eufrate e Reno, separante il secondo dai Germani e da feroci altri popoli e il primo dai Parti e dalle genti sarmatiche e scitiche, che  non sono  certo meno miti di quelle germaniche  ma,  per la terra, per così dire,  quella da oriente ad occidente, bagnata dall’Oceano e comprendente alcune parti oltre Oceano?

Il popolo romano godeva le proprie feste in pace con tutta l’Italia e con tutte le province europee ed asiatiche…   Tutti erano  compiaciuti  non perché speravano che avrebbero avuto possesso ed uso dei beni pubblici e privati  ma perché pensavano  di avere già la pienezza  di una fortuna  che era in attesa della  felicità. Se ciò talora prima era accaduto sotto qualche imperatore, allora in effetti sembrava che i romani non già avessero speranze, ma tenessero l’usofrutto dei beni pubblici e privati.

Dunque,  era possibile vedere per le città solo altari, vittime, sacrifici, uomini vestiti di bianco, coronati, sereni,  mostranti  bontà  nei  volti  ilari, dovunque, feste, celebrazioni solenni nazionali, gare musicali , corse ippiche, feste orgiastiche, feste  notturne, con  flauti e cetra, diletti, condoni di debiti, tregue e divertimenti vari per ogni sensazione.

Allora non c’era nessuna distinzione tra ricchi e poveri, né tra illustri ed umili, né tra creditori e debitori, né tra  padroni e servi perché il tempo pareggiava i diritti tanto che si credeva che si fosse verificato quel secolo di Saturno, descritto dai poeti come favola mitica: così grande era l’abbondanza, così fortunata la raccolta annuale, così eccezionale la felicità e sicurezza, che erano in tutte le famiglie e in tutta la popolazione, di notte, come di giorno, che si verificarono  in modo continuato ed ininterrotto nei primi eterni sette mesi.

Filone (Ibidem,8-13) mostrando, dopo la morte di Tiberio, il sorgere di  una nuova epoca, rivela la nuova illusione da parte degli ellenisti, quasi un cambiamento epocale, durato, però, per sette, otto mesi, grazie all’avvento al trono di Gaio Caligola figlio di Germanico: i giudei  di Gerusalemme per primi conoscono l’inizio del suo regno e lo  festeggiano sacrificando a Dio insieme a Vitellio, che fa la nuova entrata a Gerusalemme ad un anno di distanza, dopo che è stato sollecito ad accettare  le richieste giudaiche di non passare nel loro territorio, sacro, ed ha fatto  deviare per la pianura di Samaria, le aquile e i segni imperiali, seguendo il consiglio del Sinedrio gerosolomitano.

Filone mostra la delusione subito dopo la malattia dell’imperatore  e il terrore, con cui il mondo intero attende le fasi dell’acuirsi della malattia, del suo esaurirsi e l’immensa gioia popolare per la guarigione: l’impero tratteneva il respiro nell’attesa dell’evento della guarigione dell’imperatore, giovane Augusto, salvatore del mondo: solo il giudaismo aramaico non partecipa ma è costretto a dare segni di passiva accettazione, mentre quello ellenistico è preso dalla illusione dell’ideale principe, venuto a redimere il mondo romano,  a dare stabilità ad ogni essere, a  creare un nuova età dell’oro.

All’ottavo mese, però, Gaio fu colpito da una grave malattia perché aveva mutato il razionale  vitto, di cui si serviva con una certa frugalità  sotto Tiberio, e che, perciò, era  piuttosto salutare  in un lusso smodato: infatti beveva vino in quantità, cercava ghiottonerie, non placava il desiderio neanche a ventre pieno.

Si aggiungevano, inoltre, bagni poco opportuni e poi vomiti e di nuove bevute, piaceri del ventre e di quelli sotto il ventre: egli faceva ginnastica erotica con donne e ragazzi e prendeva ogni altra cosa atta a distruggere il corpo e l’animo e i legami esistenti in ambedue.

La paga della temperanza è la  forza con la sanità, dell’ intemperanza, invece, la fiacchezza con la malattia, che  porta alla morte.

La fama di questa malattia si divulgò, quando ancora il mare era adatto alla navigazione; – infatti era l’inizio dell’autunno, che è quasi l’ultima navigazione per chi ritorna ai propri porti e rade,  da tutti gli empori, specie per quelli che non amano svernare in terre straniere- subito tutti,  partecipi,  mutarono quella vita serena  precedente  in tristezza ed improvvisamente tutte le case e città si riempirono  di preoccupazione e di  tristezza, eguagliando la tristezza la letizia di prima, e passando così all’opposto.

Infatti insieme  a lui erano malate anche tutte le province e, direi, in modo più grave di quella che aveva colpito Gaio: quella di cui languiva  lui riguardava  solo il corpo, quella di quelle,  invece, era totale e di ogni tipo, di vigore spirituale, di pace, di speranza  e di possesso e di godimento di beni.

Veniva alla memoria  quanti e quali mali nascessero dall’anarchia: carestia, guerre, tagli di foreste,  devastazioni territoriali, espulsioni di coloni, confische dei beni,  imprigionamenti, timore di schiavitù o di morte, pericoli di cui non c’era nessun medico e si aveva  un solo rimedio, che Gaio riavesse la salute.

Pertanto, quando la malattia cominciò  a diminuire, in breve seguirono le manifestazioni di congratulazioni provenienti perfino dagli estremi territori -niente è infatti più veloce della fama- ogni città, era in attesa, sospesa,  avida sempre di notizie migliori,  finché non ricevette la buona notizia che Cesare si era ristabilito del tutto: e come se essi stessi avessero riacquistato la salute, tutti gli abitanti del continente e delle isole, ritornarono di nuovo alla gioia. Nessuno  infatti ricorda che mai ci fu una così grande gioia di un qualsiasi popolo o regione per il recupero della salute del proprio principe, quanta allora ci fu per la salute di Gaio in tutto il mondo, appena riprese il comando e  si cominciò a riprendere dalla debolezza.

Essi che non conoscevano la verità, godevano come se allora per la prima volta incominciassero a mutare la vita selvaggia e naturale in sociale e civile e a  migrare dal deserto, dalle tane, dalle falde dei monti  alle città fortificate e dopo una vita passata senza maestro, ad obbedire sotto un prefetto,  ad un pastore e mandriano  di gregge migliore.

La mente umana, infatti,  vede male, né comprende che cosa sia veramente utile potendo servirsi  di più dell’immagine e del vaticinio  che della scienza. Pertanto non molto dopo, subito quello sperato salvatore, beneficentissimo, che avrebbe dovuto inondare l’Europa e l’Asia con nuove fonti di felicità, destinate a giovare privatamente, ciascuno e pubblicamente tutti, a cominciare dalla propria casa secondo il proverbio”a cominciare dal lare“ (dal focolare domestico), sfociò in crudeltà o piuttosto mostrò chiaramente quanto fino ad allora aveva dissimulato…

Il giudaismo, secondo Filone (Ibidem, 14-24), scopre la nuova realtà dell’impero giulio-claudio ostile, ferocemente ostile non solo agli aramaici ma anche agli ellenisti: la coesione tra un prefetto inquisito, connesso al popolo alessandrino, e l’imperatore, determina il pogrom alessandrino e con esso inizia un graduale sistema di distruzione dell’ethnos, colpito al cuore con la voluta  installazione del colosso di Caligola nel tempio di Gerusalemme (dopo l’avvenuto insediamento nella grande Sinagoga alessandrina, capace di contenere 100.000 fedeli)  e nel decreto imperiale antigiudaico di annientamento dei palestinesi,  in caso di rifiuto.

Questa mirata azione, connessa con la soluzione del problema della successione. grazie alla morte di Tiberio Gemello e con lui la distruzione del senato, dei cavalieri, adombrata con la morte di Giunio Silano e di Macrone (cfr Caligola il Sublime, cit),  favorisce  l’inventio della pazzia di Caligola, la cui azione già doveva essere letta negli ultimi atti, compiuti  da Vitellio in terra palestinese.

Già l’azione contro i samaritani (che avevano appoggiato probabilmente Jehoshua),  i quali erano stati puniti da Pilato, su mandato di Vitellio, che ne fece una strage  e rese possibile il passaggio delle truppe e la deviazione dalle terre giudaiche, è opera di Macrone e di Caligola: Tiberio, che ordinò che Pilato fosse inquisito e condotto a Roma per essere giudicato per mal governo  compì, con questa azione, uno dei suoi ultimi atti imperiali, dal letto di morte, sotto la spinta del successore.

La situazione non era mutata in terra palestinese, se non marginalmente: a Gerusalemme,  in Giudea  Samaria ed Idumea, che costituivano la Ioudaea, dopo un anno, fatta eccezione per Kaifas destituito da Vitellio: tutto era ancora stabile in Perea  e Galilea, sotto Erode Antipa, anche lui, però, incerto nel potere perché minato già da suo nipote–cognato Erode Agrippa, che inizia la sua ascesa regale, essendo stato fatto da Caligola re di Iturea e zone limitrofe nell’ex tetrarchia di Filippo, nonostante le lamentele del tetrarca (cfr. Caligola il sublime, cit).

Caligola, finito il periodo delle feste, caduto malato e poi guarito, cominciò una  progressiva azione di riforma dello stato, i cui obiettivi erano l’abbattimento della ‘élite  senatoria e l’annientamento  della organizzazione  economico- finanziario-religiosa giudaica.

Nel disegno di Caligola il giudaismo aramaico doveva essere  annientato, data la sua recrudescenza periodica e considerata la differenza culturale con gli integralisti giudaici e con esso quello ellenistico doveva essere, prima limitato nel suo potere finanziario ed economico, stroncato  nel suo proselitismo e distrutto nel suo impero commerciale: il giovane imperatore, dopo avere fatto fuori Macrone, suo suocero  Silano e suo cugino-figlio, per consolidare il suo principato, ritiene opportuno destabilizzare i senatori e il senato e gli equites sostituendoli con i ministeriales, liberti che già operavano  alle dipendenze della domus giulio-claudia, come magistri (servi) addetti alle corrispondenza, alle finanze, alla economia e alla diplomazia, a capo di ministeri  già funzionanti in epoca tiberiana.

Dopo la prima fase, molto dispendiosa, per accattivarsi il favore militare e popolare, il principe cambia totalmente  politica  e diventa fiscalissimo e in questa attività colpisce i giudei che, grazie all’aiuto ininterrotto di Augusto e di Tiberio, avevano creato col proselitismo una rete finanziaria e commerciale,  che copriva l’intero ecumene.

Caligola, colpendo gli equites, colpiva anche i giudei e le loro molteplici attività  distruggendo il loro capitalismo, incentrato sul sistema  bancario.

La sua azione parte da una inquisizione sulle armi in Alessandria,  iniziata da uno zelante Prefetto come Avillio Flacco, un perfetto governatore tiberiano, che, temendo di esserre inquisito da Caligola perche delatore della madre, non avendo più il sostegno di Macrone, di Silano e del suo partito tiberiano, appoggia l’elemento greco di Alessandria contro i Giudei, e li priva, col tacito consenso di Caligola, dei loro diritti civili, facendoli precipitare da cives –politai ad inquilini  csenoi epeludes.

L’atimia determina la fine del commercio giudaico, prosperato per decenni dal periodo di Cesare e e  poi di Antonio e Cleopatra, divenuto grandioso fenomeno con Augusto ed anche con Tiberio pur con qualche limitazione e condanna.

Il processo antigiudaico era iniziato nel periodo seianeo 26-31, era poi rimasto latente, fino alla morte di Tiberio ed era riesploso nella primavera del 38 ad Alessandria per poi seguitare fino alla morte di Caligola: questo quindicennio è segnato da  persecuzioni, quella di Seiano, Flacco e di Caligola di cui Filone  ha  rilevato tragicamente  i momenti con la sua opera Peri aretoon, di cui ci sono rimaste solo In Flaccum  e Legatio ad Gaium.

La ricostruzione di quest’opera composta di cinque libri in cui sono trattati i fatti capitati ai giudei (a epathomen/quelle cose che noi soffrimmo), probabilmente divisa in modo da rilevare il crescendo di tragedie culminate con la volontà di sterminio totale  da parte di Caligola, che impone l’erezione del suo colosso nel tempio di Gerusalemme al governatore di Siria Petronio Turpiliano, come atto di profanazione della santità templare e come sua personale manifestazione divina dopo la sua ektheosis, autorizza il collegamento tra i fatti di Palestina e la costituzione del malkuth, con l’impresa di Vitellio, con l’agitazione e sommessa di tutto il mondo giudaico della diaspora al  momento della creazione del regno messianico e  della  sconfitta e morte del Christos e quelli alessandrini, permettendo congiunzioni politiche  proprie della neoteropoiia caligoliana(Cfr. Caligola il sublime, cit).

La neoteropoiia, tolta la pazzia caligoliana, una storiella ridicola, costruita dalla propaganda giudaica congiunta con quella senatoria ed equestre antigiulia, ripresa poi dalla dinastia flavia ed antonina, ai fini di una propria giustificazione di potere, è una politica di straordinario valore innovativo, basato sull’adesione popolare e militare, grazie ai meriti militari del domus giulia  (Cesare, Augusto, Druso, Germanico), tesa alla ektheosis, dopo la distruzione del ceto senatorio ed equestre, e dopo la sostituzione ai vertici amministrativi provinciali con un gruppo di  liberti amministratori pubblici, a seguito della costituzione di un sistema fiscale, che sopprimeva quello erariale e quindi considerava eguali tutti i cives, isonomici, dopo l’ eliminazione di ogni privilegio sia di classe che di stirpe, che di religione (Cfr. Caligola il sublime, cit).

Il giudaismo, che usciva da una delusione così profonda della falsificazione del suo Christos, non ancora ripresosi dallo stordimento della fine del malkuth, incapace di reagire, specie quello palestinese, di fronte al pericolo della profanazione del tempio, ha una supina accettazione, basata sulla cessazione dei lavori agricoli e sull’esodo  composto, rituale: esso va in processione, a sei file a Tiberiade, ben guidato da elementi moderati, come i sadducei, rimettendosi alla clemenza dell’imperatore e del suo rappresentante, il nuovo governatore di Siria, Petronio Turpiliano (Flavio, Ant.Giud.,  XVIII, 261) preferendo la   morte collettiva alla profanazione del tempio.

Quello diasporico, visto naufragare il proprio impero emporico e finanziario, dopo l’atimia, cerca una difesa in Dio, consapevole, inoltre, della volontà di Caligola di trasferire la propria capitale ad Alessandria e quindi di gestire l’impero proprio dalla capitale del giudaismo, sede della centrale finanziaria giudaica, già compromessa.

In questa situazione di estremo pericolo per il giudaismo universale, ben temeva Petronio le congiunzioni tra i tre giudaismi (quello palestinese, quello aramaico parthico e  quello diasporico),  la ricchezza della finanza  giudaica ellenistica che, se messa al servizio del militarismo aramaico, avrebbe potuto sconvolgere il mondo e determinare un nuovo conflitto con la Parthia e rivoluzioni interne all‘impero romano stesso, data la consistenza numerica in ogni città dell’elemento giudaico.

ll giudaismo ellenistico aveva mostrato non solo potenza finanziaria ed economica per il patrimonio  bancario e per il dominio sui porti del Mediterraneo, specie di Alessandria, e per le connessioni e ramificazioni in ogni centro anche piccolo di tutto l’Occidente e l’Oriente, ma ora essendo congiunto con quello aramaico minacciato nella sua sede centrale di Gerusalemme, poteva innescare un batteria di rivolte, capace di minacciare l’ordine e rompere l’eirene stessa dell’impero romano.

Il pogrom dell’estate del 38 e la difficile situazione antisemita mantenuta per tutto il regno di Caligola fino alla sua morte, nonostante l’azione di difesa di Erode Agrippa, divenuto anche re di Galilea e di Perea,determinano uno sconvolgimento nell’impero, generale, reso ancora più tragico dal clima di felicità, inaugurato nel periodo saturnio dal regno  di Caligola.

Solo la morte di Caligola salvò dalla punizione di esilio in massa  per il rifiuto di portare il colosso nel tempio e fece cessare le agitazioni  in ogni città in quanto i greci vincitori, insicuri degli eventi  e sulla successione  rimasero perplessi di fronte alla mostruosità dell’uccisione del sovrano e quindi le Boulai cittadine non ebbero tempo di votare le acquisizioni indebite, gli espropri e quindi di incamerare i beni giudaici.

Con la nomina di Claudio ad imperatore e quindi con la non interruzione dinastica, i greci frenarono la loro azione antigiudaica e gli ebrei respirarono in attesa di un editto imperiale di ripristino della situazione precedente, fiduciosi in un atto di clemenza del nuovo imperatore, che doveva seguitare nella linea economica della sua domus  secondo i  prostagmata lagidi,  accettati da Augusto.

Se, da una parte, la situazione cambia, resta, per, la necessità di non seguitare nel proselitismo, altrimenti l’imperatore punirà il giudaismo (Editto di  E. Retto o lettera agli alessandrini cfr. Giudaismo romano, cit. e Legatio ad Gaium, cit.), ritenuto come peste dell’impero.

Il giudaismo ellenistico respira, mantiene il suo status nel periodo di Claudio e di Nerone anche per la protezione di Poppea, ma, dovunque, nelle singole città, ricorrentemente si verificano scontri tra greci e giudei: Antiochia e Cesarea Marittima mostrano  come il  sistema di vita ellenistico non più  protetto, ma solo parzialmente assicurato dall’autorita centrale romana, sia, ora, privato di auctoritas locale  e perciò vulnerabile, specie dopo la morte di Erode Agrippa I (Cfr Caligola il sublime, cit e Giudaismo romano, I parte,cit).

Alla sua morte, infatti, essendo ripristinato il vecchio statuto sulla Giudea e data la prefettura a Cuspio Fado e quella di Siria a Cassio Longino (Flavio, Ant. Giud., XX, 1-14), ci furono ribellioni in Perea e la questione della veste sacerdotale, che di nuovo fu appannaggio dei romani.

Fado e Longino si accordarono, facendo un patto con i sacerdoti, che tumultuavano insieme col popolo e chiesero che, se essi davano ostaggi, potevano inviare una commissione ed ambasceria a Claudio per la richiesta della veste.

Claudio, per amore del figlio di Agrippa I (Agrippa II ) e dei suoi fratelli Erode ed Aristobulo,  permise che la veste fosse in mano giudaica e specificamente di Erode  re di Calcide, che ottenne l’autorità sul tempio, sul vasellame sacro e sull’elezione del sommo sacerdote (Ibidem, 16).

Gli episodi di Cesarea e di Antiochia sono esemplari in questo senso ed evidenziano la stato di rappresaglia nell’interno di città proprio a causa della presenza giudaica: la situazione in Ioudaea divenne tragica alla morte di Erode Agrippa nell’agosto del 44, anno in cui fu acuta la carestia (Cfr. Flavio, Giudaismo romano, cit.)

Professore, La nuova costituzione per la Iudaea  è un altro segno del buon governo romano?

Non scherzare, Marco!  Specie in un momento di grave crisi economica,   Claudio  sa contenere l’ira imperiale, ma ha le stesse idee del nipote, che voleva estirpare il cancro giudaico!. La Ioudaea, con parte della Perea e della Galilea , ora,  è di nuovo  sotto il potere diretto di Roma: Claudio non ha voluto dare a Agrippa II il potere neppure di una parte del regno paterno, vista la giovane età (17 anni), gli concede solo parziale potere su zone ituraiche, mentre a Erode, fratello di Agrippa I venne dato il regno di Calcide (poi  concesso, alla sua morte, al figlio di Agrippa I)!…

Con la nuova costituzione la Iudaea va ormai  verso la sua distruzione totale,  prima templare ed infine   gerosolomitana e nazionale! …

 

Cirillo e Porfirio

Cyrillus contra Iulianum

Della Philosophos Istoria di Porfirio si conoscono alcuni frammenti, tratti da Cyrillus contra Iulianum.( 4,11-12, 14, 18-22)  per il quarto libro.
Per la conoscenza degli altri tre libri dell’opera, però, siamo debitori principalmente a Suda (framm.2,3,7- per il I e II libro)  a Teodoreto (framm. 13,15-16 e 11-12 ) per il terzo …
Anche Eusebio dà il suo contributo  (frammenti 25-29 ) al fine di conoscere l’opera di Porfirio, ma come già gli altri autori cristiani per tracciare un profilo negativo della  filosofia porfiriana…

Continua la lettura di Cirillo e Porfirio

La traduzione e Girolamo

De optimo genere interpretandi

Girolamo e la traduzione
La lettera LVII  di Girolamo a Pammachio è un vero trattato sulla traduzione.
Essa si divide  in 13 paragrafi
La lettera è tipica  espressione di un’artificialità retorica, in cui è facile rintracciare la formazione di Girolamo, discepolo  di  Apollinare di Laodicea e di  Gregorio di Nazianzo  e quindi indirettamente della scuola origeniana del Didaskaleion di Alessandria.  Girolamo è inficiato, quindi, di apollinarismo!La sua opera risente della theoria apollinarista, che seppure condannata in Oriente, in Occidente, ha qualche sua applicazione!.Gli apollinaristi affermano che Gesù Christos non  ha un’anima razionale come l’uomo, avendo nell’incarnazione il Verbo assunto un corpo senza l’anima, per cui le manifestazioni della vita intellettiva dell’anima in Cristo sono dovute unicamente al Verbo. Polemizzando con gli ariani, Apollinare,  nell’uomo distingue, secondo il pensiero platonico di  Plutarco (Il volto della luna, a cura di  D. Del Corno, Plutarchi moralia selecta, Adelphi 1991) il corpo/soma o Hule, l’anima sensitiva /psyché e l’anima intellettiva /nous, rilevando che il Verbo divino assume della natura umana soltanto il corpo e l’anima sensitiva ma non l’anima intellettiva. Apollinare ritiene che  nell’unione di due nature, in sé perfette,  quella umana e quella divina non possono rimanere integrali,  altrimenti verrebbe diminuita la natura divina. Perciò, è necessario che nell’unione sia mutilata la natura umana che risulta imperfetta in quanto senza anima . Infatti secondo Apollinare, in un uomo completo esiste il peccato, che deriva dalla volontà, dallo spirito. Se si vuole salvare l’impeccabilità di Cristo, è necessario eliminare l’anima intellettiva! a mio parere Girolamo all’epoca è origeniano e, quindi, segue ancora l’indirizzo di  Gregorio di Nazianzo, razionale, pur nella dimostrazione, e retorico in ogni sua   affermazione.

Precisato questo, per dare un segno paradigmatico della retoricità dell’opera di Girolamo, mi sembra opportuno  rilevare il sistema di semantizzazione della conclusione, connessa con la grammaticizzazione: da una parte -anche se in una porzione limitata -si capisce  il sistema operativo del grande interprete e da un’altra la sua logica apocalittica.

Continua la lettura di La traduzione e Girolamo

Nifo o Machiavelli?

Chi ha copiato? Nifo o Machiavelli?

Nifo o Machiavelli?

Nel corso del mio lavoro di storico mi sono incontrato in tante conclusioni astoriche, in tanti giudizi assurdi, tirati col senno del poi da uomini considerati esperti.

Ho considerato, perciò, i  tanto stimati esperti solo parolai e i grandi comunicatori di massa affabulatori e non seri  operatori della storia.

Per me fare storia vuol dire ricostruire esattamente un ‘epoca in ogni settore di vita  e perfino riprodurre la quotidianità in modo da veder scorrere la regolarità di normale flusso vitale come in un corpo vivente. 

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Filone cristiano o Cristo filoniano? Ta kata Seianon

Perchè Filone non parla di Cristo?

Filone, pur conoscendo Gesù Cristo, non ne parla nella sua monumentale opera.
Neppure è possibile avere la sicurezza che Filone e il Christos si conoscano perché l’opera  Peri Toon Aretoon, in cui il theologos avrebbe potuto parlarne, ci è giunta priva di tre libri, e specificamente di quello dove probabilmente avrebbe dovuto trattare del bios del Signore.
Noi cristiani, inoltre, abbiamo fatto christianos Filone, e nemmeno abbiamo preso in considerazione che Christos potesse  essere stato filoniano, cioè  uomo seguace del pensiero legalistico oniade  e perfino capace di realizzarlo secondo la prospettica scismatica  emporistica, comunitaria propria dei discendenti di Onia IV.
Al di là di come è andata effettivamente la storia cristiana, a noi si propone il problema dei motivi per cui Filone non parla di un evento così importante per il giudaismo in epoca tiberiana.

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Agli amici e parenti, cristiani

Il mio essere anthropos e il loro cristianesimo (anche con Francesco)

Il mio essere anthropos e il cristianesimo dei miei amici e parenti.

Per almeno quaranta anni mi sono proposto come paradigma operativo, come exemplum di un vivere quotidiano faticoso, tormentato, proprio di chi ricerca un’autenticità personale e, contemporaneamente, un Dio nascosto – la cui presenza ha rasserenato il mio iter-.
Ho cercato vie alternative, facendo tortuosi percorsi ed ho girovagato, prima di orientarmi verso una salita  zigzagata, facendo, però, un’ apparente, inutile, fatica sisifea, degna, comunque,  di  essere ripetuta in quanto prodotto di una reale esperienza.
Non ho, quindi, pretesa alcuna di essere profeta  e non credo di avere una missione sacerdotale e nemmeno una funzione,  ma solo ho coscienza di poter indicare una methodos, un’altra via.

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Il messia mancato

Il fallimento del messianesimo

Ho cercato per anni di ricostruire la situazione ebraica della Pasqua del 36 d.C. e quella del settembre del 1666 per capire come un popolo di grande spiritualità possa essere rimasto,  di fronte ad un episodio di morte o di apostasia del proprio Messia.
Quale sentimento possa essersi provato, quale delusione dopo tanti anni, decenni, secoli  di attesa, proprio quando si è giunti alla liberazione, alla redenzione!.

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Apokatastasis ed Origene

La natura ed Origene

Apokatastasis ed Origene
E’ possibile ipotizzare razionalmente un kosmos ordinato secondo regole razionali, secondo logos in un’ oikonomia divina?
La phusis è figlia di Dio unigenita,  dicono i platonici e gli stoici (o meglio il figlio unigenito del theos è h phusis ).
Bene.
Ma c’è veramente ordine nel Kosmos, nell’uomo e in ogni vivente? oppure to pan è un insieme in cui esistono forze contrapposte o parallele o miste ed è geneticamente quello che è, cioè un magma indefinito, una materia /Ulh che si riproduce sempre  identicamente a se stessa, secondo un processo causale e casuale, ma anche secondo un proprio sistema di genomi,  secondo leggi fisiche chimiche, biochimiche elettrochimiche?

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La morte di un Dio

Roma, 24 gennaio 41: morte di Caligola Theòs

La morte di un Dio
Flavio  (Ant. giud., XIX,211) dopo aver parlato della congiura e della morte di  Gaio Caligola, conclude dicendo che il sovrano  aveva trattato con amore e rispetto i suoi amici Agrippa ed Antioco turannodidaskaloi, poi era diventato demokraticotatos molto democratico e si era allontanato dalla sua stessa  paideia e  docsa, nobiliare,  propria del perfetto Basileus/re  e
i suoi amici, perciò,  volta l’amicizia in odio, tramarono e l’uccisero.

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L’Italia dell’analfabetismo

Analfabetismo di ritorno

Da un’intervista del 1978 di Mario Gorini ad Angelo Filipponi
Professore, non le sembra strano che in una società acculturata, si parli di nuovo di analfabetismo?
A livello superficiale  può sembrare paradossale  che nelle società di rapido acculturamento, di alto benessere economico, democratiche, ci sia analfabetismo di ritorno, ma se si esamina il fenomeno, a livello profondo, si rileva che sono pochi coloro che detengono il potere culturale e che molti sono dipendenti e che gli uni hanno abilità di lettura e di decisionalità in situazione e gli altri ne sono privi.

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I due canoni

Differenze di costituzione dei canoni

Ad Iammia,  tra il 70 e 94 d.C.,  si decise il testo della Bibbia masoretica ( quella che oggi   diciamo Bibbia Stuttgartensia, cioè la versione a stampa del codice masoretico di Leningrado  redatto tra il VI e IX  d.C. dai custodi della masorah tradizione della scuola di Tiberiade che succede a quella di  Johanan Ben Zaccai) e si rifiutò quello dei Settanta, che era in lingua greca, usato dagli ellenisti.
Come sacre scritture furono considerate dagli ebrei:
Torah ( Pentateuco: Genesi, Esodo, Numeri, Levitico, Deuteronomio);
Nevi’im (Giosué ,Giudici, Samuele I-II, Re I-II, Isaia. Geremia. Ezechiele, 12 profeti minori);
Ketuvim (Agiografi: Salmi di Davide, Proverbi, Giobbe, Cantico dei cantici, Rut, Lamentazioni, Ecclesiaste, Ester, Daniel, Esra, Nehemia Cronache I-II ).

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Premessa a Ma,Gesù chi veramente sei stato?

Ma, Gesù, chi veramente sei stato?

 

1. Premessa
Fare luce su Jesous Christos Kurios per me è stato l’assillo della vita da quando bambino recitavo le preghiere e non capivo ciò che dicevo in latino,  da quando mi dissero che Dio si riposò il settimo giorno ed avevo la domenica come giorno festivo e non il sabato come era scritto nella Bibbia, da quando mi parlarono di un Gesù falegname che, però, era rabbì, e predicavano un Dio Veterotestamentario creatore crudele e selettivo e  un  Dio Neotestamentario Padre buono e misericordioso, da quando mi facevano cantare Deus Sebaoth/ dio degli eserciti, poi cambiato in Dio dell’universo.

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Nuova scuola

Scuola come officina-meccanica  per la formazione di persona creativa.

Perché non vendere tutti gli istituti scolastici? sono vecchi e non funzionali
Perché  col loro ricavato non si  inizia la costruzione di nuovi complessi, polifunzionali in aree agricole? costano poco o niente
Lo stato guadagnerebbe di certo tra  vendita di aree ed  edifici urbani ed acquisti di aree agricole da convertire in aree edificabili per edilizia scolastica!
Necessita una legge regionale? si faccia al più presto!
La nuova scuola potrebbe dare un nuovo volto all’Italia, spinta al rinnovamento culturale e ad una nuova politica,  grazie anche ad una ripresa economico-finanziaria !

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Di una proposta editoriale… respinta

Professore, lei ha sempre stimato Adelphi, Einaudi e  Rizzoli,  anche se non ha mai pubblicato, con loro, nessuna opera. Ha fatto, comunque,  qualche proposta?.

Tante  volte.  L’ultima l’ho fatta direttamente a Roberto Calasso per la pubblicazione di Per un bios di Giulio Erode, il filelleno. Ho sempre stimato l’uomo, lo  scrittore  e la sua casa editrice, in quanto ritenuta  umanistico- scientifica, pur nelle sottese contraddizioni. Ti aggiungo che ho provato dolore vero alla notizia  della sua scomparsa il  28 luglio di questo anno.

Comunque, professore, lei  non ha pubblicato con lui ed anzi ha avuto risposte negative. Prova  è  questa mail in risposta alla non accettazione  della  sua  proposta editoriale, dove lei evidenzia anche la sua critica  all’opera di Calasso scrittore, celiando sulla sua bravura, confrontata con quella di Carrère-ambedue fortunati eredi di famiglia –  sminuendola  nel confronto  diretto  con la sua  faticosa e solitaria ricerca  personale.

Grazie per aver fatto rispondere ad uno sconosciuto, che ha fatto ricerca, isolata, per  decenni, sulla cultura aramaica e giudaico-ellenistica, dopo aver tradotto Filone di Alessandria e Giuseppe Flavio (Antichità Giudaiche), ed altri autori,  in una volontà di riscrivere la Storia romana dall’angolazione ebraica (Caligola il Sublime!,),   che vive dignitosamente con lo stipendio di professore di Liceo! Grazie, dunque, anche se non si è degnato di leggermi!. Eppure, vista l’età di uno, che ha qualità e competenze plurime, storiche,  tanto da presentare nel suo sito da una parte – dopo la distinzione del Regno dei cieli e del Regno di Dio-  una nuova figura di Gesù Messia Ebreo e da un’altra, la novità di Il regno di Giulio Erode, il Filelleno –  avrebbe potuto leggere o far leggere almeno qualche articolo del sito  www.angelofilipponi.com  su Erode e la siccità o su  Gesù Christos  o  Oralità e scrittura dei vangeli! Avrebbe rilevato, allora,  che esiste un  altro,  giunto all’afasia scettica e all’epoché/sospensione di giudizio, un uomo non fortunato, come lei, un suo coetaneo! Lei, saggista e narratore fin dalla nascita, proprietario e direttore della casa editrice Adelphi, che ha saputo guidare con una proficua logica economica, come un  banchiere, non come un ricercatore! Lei pure ha fatto cultura in cinquanta anni, credendo d’aver scritto qualcosa su il Libro di tutti i libri, di poter  interpretare Ezechiele e di entrare nell’oikonomia tou theou, sapendola leggere, da giusto, come un terapeuta, pneumatikos! Lei è bravo come E. Carrère  di Il Regno!. Lei  sa  coniugare  iuvare e delectare in una volontà di  miscere utile  et  dulce  per il lettore,  secondo le prescrizioni controriformistiche cattoliche, come ogni altro editore cristiano, come uno, educato secondo paideia, non secondo musar-alla forma non alla sostanza, alle parole non alle opere –! Oggi in Italia e nel mondo ogni casa editrice fa conti e vale in relazione a quanto guadagna! Il coronavirus non ha insegnato niente a nessuno: la cultura è un bene che serve!: non è forma, è sostanza dell’essere!

Professore, la sua conclusione  è beffarda  ed irriverente propria di un vecchio -bambino, che non sa vivere e chiede formalmentperdono della sua audacia verbale, in quanto  praptikos.

Mi si perdoni il parlare: sono un vecchio- bambino, vissuto nel silenzio, abituato a fare, non a parlare! Signor Calasso, lei, da editore, può seguitare a fare business, io, stolidamente, da insegnante, a fare cultura!. Buona giornata Angelo

Questa è la lettera successiva alla proposta editoriale, 8 giugno 2020, respinta, inviata Alla cortese attenzione di Roberto Calasso.

Da: Manoscritti Adelphi [mailto:manoscritti@adelphi.itInviato: lunedì 8 giugno 2020 11.49 a: Angelo Filipponi
Oggetto: Re: proposta editoriale   Gentile Signore,  abbiamo ricevuto la Sua cortese proposta e La ringraziamo. Non ci pare, tuttavia, che essa abbia i requisiti per rientrare fra le nostre scelte. La preghiamo di gradire ugualmente i nostri più cordiali saluti, Adelphi Edizioni

Il 15/05/2020 07:30, Angelo Filipponi ha scritto: Alla  cortese attenzione di Roberto Calasso

A lei, signor Calasso, forse interessa la proposta editoriale di Angelo Filipponi, che ha fatto una revisione storica  sulla figura umana di Gesù un giudeo di Galilea  con L’eterno e il Regno, un apparente Romanzo storico, ma di fatto una  fedele ricostruzione della storia giudaica sulla base di una ricerca su Gesù qainita- un costruttore riconosciuto messia e fatto re/Maran dai suoi operai e dagli esseni, con l’aiuto dei Parthi, nel momento  della congiura di Seiano (ucciso da Tiberio il 18 ottobre 31)-.Anche potrebbe  interessarla la revisione della figura storica di Giulio Erode il grande, un civis romano, idumeo, turannodidaskalos di Augusto, un’opera in  6 libri, così suddivisi: 1. Antipatro, padre di Erode; 2.Giulio Erode Basileus 3..Alessandra, suocera di Erode.4.Erode il monarca (a.Erode e la Siccità, Un peccato di Erode: i figli studiano a Roma!5.Il regno di Antipatro, figlio di Erode ( a.Antipatro e gli innocenti figli di Mariamne; b. La morte degli Innocenti e il “regno” di Antipatro. 6.L’ultimo Erode (a. Erode turannodidaskalos di Augusto? b.Giulio Archelao, figlio di Erode c.. Il falso Alessandro ed Augusto; Perché la casata di Erode e quella di Filone hanno in comune il nome di Giulio? e. Giulio Erode il grande, filelleno). Le sono grato  se prende in seria considerazione la proposta. E’ gradita una sollecita risposta- sono un vecchio di 81 anni Grazie Angelo.

Lei, professore, insieme ad altri,  già  era stato critico nei confronti dell’ Adelphi circa il  romanzo il Regno di Emmanuel Carrère, di cui evidenziava, tra l’altro,  precisi errori storici  circa la figura di Giulio Erode  Agrippa I,  in un rilievo della scarsa attendibilità generale storica della ricostruzione del francese del contesto e della cultura  giudaica, nell’epoca del Christos – cfr. Agrippa secondo Emmanuel Carrère  in www.angelofilipponi.com  –

Marco,  rimasi sorpreso all’arrivo della mail della casa editrice, che era una normale anonima lettera di rifiuto di manoscritti.

Lei, già, allora,  pensava ad una svista  della casa editrice, anche se conosceva  la dipendenza di Calasso  dalla cultura francese e in un certo senso lo bollava come  uomo  che crede di leggere i fatti, ma non li legge,  in quanto legge solo le interpretazioni,  per cui  la sua casa editrice  a lei e ad altri studiosi  risultava  un’innocua  tigre di carta…  rispetto alla immane dittatura  globale editoriale, senza più una reale funzione storica.

Lei, infatti, ha evidenziato la progressiva  crisi dell’editoria italiana  ed ha cercato di mostrare la truffa di molti piccoli editori,  che approfittano della vanità di scrittori dilettanti, desiderosi di pubblicare un libro  anche  a prezzo  di somme, seppure consistenti,  di denaro, versato come cooperazione e contribuzione  alle spese  editoriali.  Certo, Marco, io stesso  ho pagato  per pubblicare.  cfr. Ad un editore amante della cultura e non  affarista in www.angelofilipponi.com

Secondo  me, professore,  anche Adelphi è decaduta come  Einaudi, Rizzoli e tante altre case editrici, che non pubblicano  più saggi di autori  che, dopo lungo lavoro, dànno risultanze storiche, ma puntano su scrittori emergenti  per qualche  successo o personaggi televisivi  – attori,  cuochi , calciatori ecc.-   ai fini di un  profitto immediato  oppure fanno tradurre  autori stranieri di successo, in un deserto di lettori, proni in un quadro di desolante povertà culturale, interessati  alle immagini.

Capisco, Marco.  Tu vedi  chiaramente che non riesco  a pubblicare nessuna opera storica e che l’editoria italiana  si rivolge ad un lettore italiano medio- basso facendo tradurre  dall’inglese o dal francese  o dallo spagnolo   autori che già hanno una sicura buona vendita di copie, senza neanche tentare  pubblicazioni  di scrittori, come me, che ha fatto reale ricerca storica, noto, citato e segnalato perfino  da  famosi  autori  internazionali per le traduzioni di Filone alessandrino  come Tom  Holland, DYNASTY. The  Rise and Fall of the House of Caesar, 2016  ed altri.

A lei  dispiace, professore, specie  Per un bios di Ponzio Pilato.

Certo, Marco. La lettura da parte di  pochi  amici -10 –  delle mie opere  su Giulio Erode il filelleno e su Ponzio Pilato con le traduzioni da Antichità giudaiche  di Giuseppe Flavio  (XIV,XV,XVI, XVII) come  appendice, è certamente un piccolo sollievo  per la mia anima,  ma  non è gratificante per il  lavoro  di una vita intera, tesa  alla revisione della  Storia romano ellenistica imperiale – specie giulio claudia, flavia ed antonina –  e della Storia giudaica e  cristiana.

Sorridiamo, professore, ed auguriamoci la fortuna di Alessandro Manzoni che aveva  solo 25 lettori nel periodo della revisione linguistica del suo romanzo I PROMESSI SPOSI.   Ridiamoci su e forse anche il suo romanzo L’eterno e il regno– finito nel 1999, pubblicato a  puntate su Quotidiano.it e poi in ebook,- risulterà  per tutti un vero capolavoro sulla Vita di Gesù CHRISTOS e potrà avere la meritata fortuna.

Grazie, Marco, per l’augurio.

 

 

 

GAMLA

Da

L’eterno e il regno

Anno 785 di Roma, Consoli Gneo Domizio e Camillo Scriboniano – Anno 32

I senatori votarono che Tiberio scegliesse tra di loro un gruppo a suo piacimento e che di questo gruppo ne utilizzasse venti, così come venivano sorteggiati, armati di pugnale ed adibiti come guardie, ogni volta che lui entrasse in senato… Naturalmente Tiberio li lodò e senza dubbio ringraziò la loro benevolenza, ma respinse la loro proposta.. Divenne poi più sospettoso verso di loro e da un lato disse di essere molto contento dei loro decreti, da un altro onorò i pretoriani sia con discorsi che con denaro, sebbene sapesse che avevano sostenuto Seiano, in modo tale da renderli a sé più devoti nella sua politica, avversa ai senatori.

Dione Cassio, Storia Romana, LVIII,17

Dei due consoli Domizio rimase in carica per tutto l’anno (era marito di Agrippina, figlia di Germanico e padre di Nerone imperatore), mentre gli altri solo fino a quando lo decise Tiberio.
Alcuni infatti li avrebbe scelti per un periodo più lungo, altri per uno più breve, alcuni li destituì prima del previsto ed ad altri invece consentiva di rimanere, oltre la scadenza.
Queste irregolarità continuarono a ripetersi per quasi tutto il periodo del suo principato.
Dione Cassio, Storia Romana, LVIII,20

Quando furono vicini a Gerusalemme , giunti a Betfage, presso il monte degli Olivi , Gesù inviò due discepoli dicendo loro: ” andate nel villaggio che è davanti a voi e troverete subito un’asina legata e un puledro con essa: scioglieteli e conducetemeli. Se qualcuno vi dirà qualcosa , dite che Il signore ne ha bisogno e subito li lascerà andare” …..I discepoli andarono e, avendo fatto come Gesù aveva comandato, condussero l’asina e il puledro, vi posero sopra i mantelli ed egli si mise a sedere sopra di essi . Moltissimi della folla stesero i loro mantelli sulla via, altri poi tagliavano dei rami dagli alberi e li stendevano sulla via. Le folle, che lo precedevano, e quelle, che lo seguivano, gridavano dicendo:
“Osanna al figlio di David!
Benedetto colui che viene nel nome del Signore !
Osanna nei cieli altissimi!”
Essendo poi entrato in Gerusalemme, tutta la città, commossa, diceva:”chi è costui? ” E le folle rispondevano:”Questi è il profeta Gesù da Nazaret della Galilea ”

Matteo, 21, 1-10

 

 

 

Gamla

 

Vista dal basso, Gamla  era un nido di aquila.

Venendo dalla grande strada regia babilonese, Jakob e Melazzar avevano preso brutti viottoli di campagna ed erano sfiancati: essi si erano staccati dal convoglio del tributo e si erano diretti verso Gamla, avevano deviato e procedevano spediti, da soli.

Ora seguivano una grande strada romana, ma erano nervosi e digrignavano ambedue i denti, vedendo le erme di Mercurio, erette ai margini, ed abbassavano la testa, con i cappucci calati, davanti ai romani, che facevano pagare, con arroganza, i pedaggi.

I romani bloccavano ogni cinque miglia, nelle strade, i viandanti e si facevano pagare, altrimenti punivano: erano come gli avvoltoi.

Ad ogni ponte c’era una guarnigione che riscuoteva : bisognava pagare anche sulla propria terra!

Questo pensavano i due fratelli, che guardavano in alto e vedevano Gamla e dai dirupi di Gamla vedevano scendere verso il basso avvoltoi in picchiata, dopo vari volteggi e roteazioni.

Ormai vedevano Gamla e per loro era un sollievo: lì avrebbero fatto tappa e i fratelli li avrebbero dissetati, assistiti, ripuliti e rifocillati.  Il pane e l’olio  gaulanita erano rinomati in  tutta la Galilea, ed  anche in Giudea  ed in Idumea e perfino in Egitto.

Ora  i due si rasserenavano, mentre attaccavano la salita per Gamla e proseguivano compunti e composti, come voleva la legge: erano in un territorio, dominato da un sovrano ebreo, Filippo, un erodiano, un romanizzato ma sempre un giudeo, che poteva ricordare che Dio è al di sopra di ogni cosa e di ogni uomo.

Si erano uniti a loro due giovani di Gamla, che avevano seguito con interesse le manovre dei romani, che avanzavano da sud, e li avevano esaminati mentre marciavano sei a sei ed occupavano con la colonna tutta la strada e spingevano arrogantemente, da padroni, i passanti verso la campagna.

Avevano seguito con lo sguardo, finché avevano potuto, con eccessivo interesse, così aveva pensato Melazzar, a cui non sfuggiva niente e che soprattutto conosceva l’animo umano.

Aveva notato perfino che i due seguivano il volo degli avvoltoi, guardavano i romani e sputavano: egli sapeva leggere non solo i libri sacri e penetrarli allegoricamente, ma sapeva leggere anche gli atti, i comportamenti e trovare le relazioni più profonde, con una sapienza che non era libresca , ma si nutriva di esperienza, che era frutto di meditazione e di ascesi.

Non era freddo, ma Melazzar, forse perché stanco, aveva qualche brivido e, forse perché agitato, si rinchiudeva nel suo mantello : a metà autunno faceva freddo in Gaulanitide e tirava vento.

I giovani, ora, si erano accodati ai due esseni e vedendo il più anziano, affaticato, si offrirono di portare i sacchetti, che i due avevano, e confidavano loro le notizie sui romani, sulla loro disorganizzazione, dopo la morte di Seiano.

Parlavano molto e lo potevano fare: un esseno è un giusto e nessuno in Israel può dubitare della fede in Dio e dell’odio verso i romani di un gadosh(santo).

Heliaqim, un quindicenne, secco secco e con capelli neri, ricci ricci, sembrava un arcangelo, grazie a due occhi grandi e sereni, nonostante le parole di odio.

Questi diceva, festoso, con la sua bocca carnosa, in cui si intravedevano denti bianchissimi, al suo amico, un giovane di una ventina di anni, solido e roccioso, dalla muscolatura possente e dal collo taurino: Joiada , il Regno dei cieli è vicino! Il loro impero si è spaccato, ora è il nostro tempo!

Ma l’amico lo zittiva, con lo sguardo.

Ora è il nostro tempo! ripeteva Heliaqim, insolentemente, ed aggiungeva frasi, proprie della sua formazione. Noi di Gamla siamo i prediletti  del  Signore, che protegge noi e la città. I romani  temono noi e i grifoni. 

L’amico, invece, lo correggeva.

No, disse Joiada, no, non è il tempo dei gaulaniti, ma è il tempo di Shaddai. Adonai sia con noi!

Amen! disse Melazzar, entrando nel discorso ed approvando le parole del più anziano, Adonai sia con noi. La morte del nostro persecutore è segno di grandi eventi: l’Adir si è ricordato di noi e ha diviso i nemici e li ha resi canne al vento; presto saranno nostra preda; noi ora dobbiamo seguire Jehoshua, capire la sua volontà, attendere il suo cenno.

Al nome di Jehoshua i due si guardarono,  ma non dissero niente.

Erano, comunque, sorpresi.

I giovani si rallegrarono, specie Joiada, che indicò ai due esseni Gamla, che sovrastava.

Eccola, Gamla!

Le case, costruite sui ripidi pendii, erano strettamente disposte, l’una sopra l’altra, tanto che la città sembrava sospesa e quasi sul punto di cadere su se stessa e precipitare su una nuvola bianca, che stazionava quasi alla base della città verso oriente, sopra una folta boscaglia, mentre il sole stava tramontando.

I quattro, arrivati su un cucuzzolo di un costone, vedevano meglio Gamla e l’ammiravano con diverso animo.

Ora si vedeva che la città era adagiata su un piano, lungo un crinale, che era un dirupato costone, diviso nettamente, su due gradoni rocciosi.

Sul primo, che finiva in uno sperone di basalto, proteso nel vuoto, c’era un gruppo di case meglio curate, tra cui spiccava un edificio rettangolare,   mentre sull’altro, più basso, ma più impervio, tanti cubetti bianchi, assiepati, che risplendevano alla luce del tramonto.

Gamla era tipica per l’ammasso  roccioso di basalto,  su cui tutto il paese era arroccato e su cui nidificavano gli avvoltoi: i suoi abitanti, perciò, apparivano ai corregionali uomini contraddittori, cammelli pacifici e rapaci feroci.

D’altra parte nel suo insieme la città poteva dare l’idea della testa di un cammello.

Gamla era divisa anche per abitanti da tempo immemorabile e solo nell’ultimo secolo, dopo interne lotte,  le due etnie si erano accettate  e condividevano appositi spazi,   ben ripartiti : quello in basso era abitato da goyim-pagani, l’altro da giudei.

Giudei e Goyim, dal  periodo  di Iamneo, convivevano  pacificamente.

E’ bella Gamla! fece ingenuamente Heliaqim, vedendo i due esseni che l’ammiravano e noi viviamo fraternamente in paese, aggiunse il ragazzo.

Non sempre fraternamente diceva, ammiccando, Joiada, ora fraternamente perché noi dominiamo e i romani non vengono quassù in alto.

I goyim rispettano noi, che siamo armati e forti, e noi li rispettiamo secondo la legge di Mosé; quando loro dominavano, noi eravamo succubi e la nostra vita era precaria, le nostre botteghe incendiate, i nostri artigiani costretti a lavorare come schiavi: Seiano, avendoci tolto i diritti civili, ci aveva fatto servi degli altri popoli, ma ora coi figli di Jehudah,  noi siamo liberi e presto tutto Israel sarà libero.

Noi, diceva pomposo il ragazzo, libereremo anche la santa Jerushalaim. Sia benedetto Adonai!

Amen, ripeteva Melazzar che aggiungeva: un solo grido deve echeggiare, però: venga il Regno dei cieli e tutti dobbiamo seguire il mashiah! Adonai così vuole!.

A Gamla, i figli di Jehudah avevano riunito i loro guerrierizeloti e con loro avevano creato una rocca imprendibile e da lì facevano spedizioni punitive contro i sadducei e contro i romani, spesso interrompendo le comunicazioni, a volte attaccando i convogli, servendosi anche dei figli di Zimari  che, dalla Traconitide, venivano con le loro barbe squadrate, da babilonesi, seminando il terrore nei romani per la precisione delle loro frecce e per la rapidità di attacchi equestri.

I figli di Jehudah erano i signori di Gamla e dominavano per tutta la zona e come ogni israelita volevano l’attuazione del Regno dei Cieli: erano rapidi nelle loro incursioni e spietati come gli avvoltoi.

Essi avevano sentito parlare di Jehoshua, e siccome alcuni avevano riferito di cose magnifiche e avevano visto i segni della sua potenza, avevano mandato dapprima uomini dal loro parente Jahir e poi dal Maestro di Giustizia a chiedere se quello era il santo di Israel, il Mashiah.

Jakob, il figlio maggiore di Jehudah, aveva mandato perfino suo fratello Shimon a contattare la comunità di Caphernaum con molta discrezione, senza impegno: era un capo prudente, un saggio, un maestro della legge, come suo padre, ma rispettava molto il parere degli esseni: l’ultima parola doveva essere del maestro di Giustizia.

Aveva saputo che Melazzar tornava dall’Adiabene e che lui aveva l’incarico di comunicare la lieta novella, di collegare gli zelanti di fede, di formare alleanze.

Melazzar era il nabi che conosceva la volontà di Dio; Melazzar era l’uomo con cui Jakob doveva incontrarsi.

Il capo zelota aveva, perciò, fatto incontrare il profeta coi suoi due uomini ed ora lui in persona era sceso dalla sua casa, posta proprio sul cucuzzolo dello sperone e veniva giù seguito da un numeroso gruppo festoso, pronto ad accogliere i due nuovi arrivati.

Era il giorno prima del sabato e tutti erano festosi e perfino i goyim sembravano felici, contagiati dall’allegria degli altri. Anche le donne erano uscite con i bambini, che battevano le mani per testimoniare la loro gioia: i due uomini si erano purificati del lungo cammino, ed ora, lavati, avevano ai loro piedi, posti in larghi catini, pieni di acqua calda, donne che asciugavano i piedi, li strofinavano e riscaldavano, profumandoli.

Ora si erano appartati il capo zelota e Melazzar.

I due erano l’uno di fronte all’altro; erano due servi di JHWH, due Chakamim di Israel.

Il capo zelota era anche un dottore della legge, un Chakam, uno dei più riveriti chakamim che portava i Tefillin, i filatteri, due scatolette legate da strisce di cuoio, contenenti brani della Torah, applicati alla testa e al braccio, come segno di preghiera, ma anche come distinzione in quanto interprete della legge.

L’esseno, magrissimo ed altissimo, era l’espressione di un ascetismo congiunto col duro lavoro agricolo.

Il primo cominciò a parlare di Dio, della missione della sua famiglia, di suo nonno Ezechia e di sua padre Jehudah, e diceva: Adonai ha dato alla mia famiglia il compito di mostrare la via, il diritto di guidare gli uomini, poi…, a metà strada, il nostro dovere sembra cessare, la nostra funzione sembra inutile 

Adonai vuole solo questo: noi dobbiamo aprire la strada per altri, che devono venire… Adonai frena il nostro dovere, ci arresta prima di concludere… noi eppure siamo della stirpe di David…

Eppure mio nonno lottò, lottò per YHWH e il suo popolo, ma YHWH lo mise nelle mani di Erode e lui è stato cantato dalla Toledoh; mio padre lottò e si sacrificò per YHWH e il suo popolo ma YHWH lo consegnò nelle mani dei romani e tutti cantiamo le sue gesta.

Io e i miei fratelli Shimon e Menahem abbiamo lottato e lottiamo ma siamo rilegati quassù lontano da Jerushalaim e speriamo…

YHWH a tutto provvede, tutti segue, nessuno è escluso, disse Melazzar, notando le interruzioni di discorso e le pause; il vostro compito è grande quando viene il tempo di Israel, il tempo della rinascita, quando il resto di Israel trionfa.

Shaddai predilige l’eterno e il regno, ‘Olam e Malkuth; è questo il tempo del regno eterno: tempo (‘et) e destino (pega’) raggiungono tutti.

Io e i miei fratelli avevamo pensato che tra noi discendenti di Isai ci fosse il Mashiah, che Adonai ci perdoni!, ma sappiamo che non è questo il nostro compito: noi dobbiamo morire per Israel, solo questo ora sappiamo.

Per noi è tempo di morire: la corona (keter) di martiri Il Santo ha riservato a noi.

Certo, precisò Melazzar, mettendo la mano sua piccola sopra la mano grande ed aperta di Jakob e guardandolo fisso negli occhi, certo, così vuole YHWH: gloria diversa, ma gloria per i suoi figli migliori, destinati a combattere e a morire.

E’ giunto il tempo di Israel: tutti dobbiamo seguire il proprio destino, fino in fondo: ogni giudeo sempre ricorderà Jakob e i suoi fratelli e il padre e il nonno.

YHWH ha posto l’Eterno e il Regno in Jehoshua; la vostra famiglia è segnata solo di tempo .

YHWH ha già scelto il suo prediletto, lo ha già unto di sua mano con segni speciali e col potere di vita e di morte.

Lodiamo YHWH e diciamo insieme :

Anche l’uomo non conosce il suo tempo

Come i pesci catturati in una rete maligna, come

gli uccelli presi al laccio!

E l’esseno concluse: Gioisci con noi, Jakob! Il Regno dei cieli è vicino!

Si alzò dalla panca Jakob e Melazzar vide un gigante, ancora giovane, potente, che si abbassava per baciare le mani, che erano stese sul tavolo, con devozione, con un atto di ringraziamento verso l’esseno, il servo di YHWH, che gli aveva comunicato la sua volontà.

E poi, sempre chino, con la testa bassa, ricciuta, disse: Sia fatta la volontà di YHWH, la mia destra come quella dei miei fratelli, sarà sempre in difesa di Israel: io sono figlio di Jehudah e nipote di Ezechia. Il santo, l’adir, l’unto mi avrà al suo fianco, quando vorrà, quando sarà giunto il suo tempo!

All’uscita dalla stanza c’era una folla di giudei, che gridava e che applaudiva, consapevole che era avvenuto qualcosa di grande per Israel: un capo zelota, come Jakob, e un capo esseno non si incontravano per caso a Gamla.

Specie dopo la morte di Seiano, la mancanza di collegamento tra Roma e la Siria e il caos, in cui si trovava la regione, ora pressata dalle milizie parthiche al confine e dagli uomini di Asineo, avevano reso euforica la popolazione gaulanita, che inneggiava ai suoi capi e che gridava: Malkut ed imprecava contro il proconsole siriaco, contro Filippo, contro Ponzio Pilato e contro Erode Antipa.

Ormai tutti i gaulaniti speravano nella venuta del tempo del Regno dei Cieli, nella cacciata dei romani: la morte di Seiano era l’inizio per loro di una nuova era, quella del nuovo patto con Dio che avrebbe sterminato la guarnigione dell’Antonia, quella di Caphernaum, la legione di Cesarea e le 4 legioni siriache del proconsole Pomponio Flacco, unico garante dell‘imperium di Tiberio, in mezzo a tanti, che avevano seguito il perfido ministro imperiale.

Gli abbracci, le grida, i lulav significavano già l’inizio di una nuova età.

I detti sublimi di Caligola

Le parole del divino Caligola- PRIMA PARTE-

Da Svetonio e da Seneca, scrittori di lingua latina  più che da Flavio e da Filone e da Dione Cassio, autori di lingua greca, conosciamo i detti di Caligola.
Noi li abbiamo raccolti e poi commentati secondo il nostro metodo, cercando di spiegare esattamente la situazione o l’episodio che  ha partorito l’enunciato, operando  sul contesto in modo da dare possibilità effettiva di valutazione, al di là della interpretazione delle singole  parole e della loro esatta traduzione.
Noi crediamo che l’autore, a seconda della sua  lettura,  condizionata dal tempo di scrittura  rispetto al tempo di reale fonazione dei singoli morfemi, scriva, a distanza di anni, avendo di mira la dissacrazione della famiglia imperiale giulio-claudia e quindi dia valore ai termini in relazione alla nuova situazione.
Inoltre pensiamo che la storia è continuamente riscritta dai vincitori, che devono necessariamente farsi belli di fronte ai posteri a scapito di quelli che li hanno preceduti, per cui essi appaiono sempre all’apice di ogni manifestazione culturale  appoggiati da un’ élite  intellettuale prona  al servizio del potente signore.
Ad ogni cambio di domus dominante e ad ogni trasformazione epocale – specie dal passaggio da una civiltà e cultura pagana ad una cristiana – tutta l’area significantica e quella significativa cambiano ed hanno una sistema di referenza diverso  in relazione alle nuove elaborazioni letterarie e culturali  e allo stesso ambiente socio-economico: la lingua stessa è mutata dal cambiamento di gestione e dagli scrittori nuovi  che hanno un linguaggio tipico, una retorica propria di un sistema di significazione, in quanto devono tradere una cultura che, solo in apparenza, ha la stessa base linguistica  svuotata dei vecchi contenuti e riempita di nuovi evangeloi.
Ora noi  procederemo in modo semplice in relazione al testo di Svetonio che ci fa da guida, tenendo presente che  lo storico aneddotico scrive in epoca Flavia ed Antonina ed ha particolari interessi anti giulii.
Quando leggeremo  secondo Filone, terremo presente non solo la personalità dell’alessandrino, la sua famiglia oniade, il sistema economico degli alabarca, ma anche la sua  interessata filoromanità, diversa da quella dei sadducei gerosolomitani,  ma anche il suo settarismo di giudeo ellenista  contrario ai giudei aramaici, ostile a Caligola  neoteropoieths e uomo-dio teso all’extheosis: ogni enunciato, quindi, pur di prima mano non è quello che appare  per come è scritto, in quanto prende valore solo dopo la morte del persecutore dell’ebraismo ed ha valore apologetico: esso ha una sostanza, sottesa, molto più pesante di quanto è detto.
Compito del vero storico è rilevare l’ambiguità del detto nascosto dalla retorica e dalla forma di accettazione del principato di Claudio che risolve il problema giudaico,  ma diventa anche lui espressione ambigua di un proclama che è sostanzialmente antigiudaico, in quanto limita l’espansione del giudaismo, dando ad ogni popolo pari libertà di culto (threesheia) nel Kosmos romano. cfr. Giudaismo romano II e.book 2014
Ora tutto è ambiguo ed equivoco  in storia e niente è semplice specie in Filone platonico anche perché  il platonismo è prefazione del Vangelo stesso  e del cristianesimo
La lettura di Caligola secondo Flavio, sacerdote figlio di sommi sacerdoti,  governatore della Galilea nel periodo di guerra antiromana, difensore di Iotapata contro Vespasiano, presenta infinite difficoltà, dato il tradimento da parte di Josip ben Mattatia che, divenuto schiavo di Vespasiano, ne assume il nomen e diventa Flavius, storico ufficiale …
La sua storia è uno scrigno dove l’ambiguità giudaica è serrata e continua,  data anche la non scrittura del testo affidata a scribi ellenisti, traduttori, in quanto lui, come sacerdote, non può neanche pensare in greco e tanto meno scrivere per non contaminarsi , nonostante la sua apostasia.
Ancora oggi diciamo che un prete è prete per sempre, dopo l’unzione SACERDOTALE; cosa dire di uno come Flavio che è ebreo di stirpe sacerdotale, abile a mascherare, al fine della sua stessa carriera politica e del personale e familiare  benessere non solo le sue parole, ma anche le sue stesse opere?…
La storia di Flavio  è opera criptica, vera storia romana e vera storia ebraica, archailogia iudikh da mettere in connessione con quella ellenikh e con quella romaikh, con la presunzione tutta giudaica di essere il popolo eletto,  il popolo eterno ancora oggi valido secondo  B. Netanyahu  rispetto agli Stati Uniti – popolo effimero e transitorio come gli Assiri, Babilonesi – anche se alleato e deciso a proteggere la nazione israeliana dal l’Iran di M.Ahmadinejab…
Per Seneca  le frasi riportate come dette da Caligola   formano  un discorso a parte, come l’ho già fatto in Caligola il sublime, alle cui conclusioni rinvio…
Per quanto riguarda Dione Cassio, autore dell’epoca dei Severi, la sua valutazione è in relazione alle tante  fonti da cui dipende, per cui,  in assenza di precise documentazioni, bisogna pensare che la sua dipendenza sia da quella o giudaica o da quella latina (Svetonio e Tacito, sul quale c’è un buco circa la figura totale di Caligola.)…
Per ora noi prendiamo in esame il giuramento completo come lo deduciamo dalle fonti, specie da quella su Ummidio Quadrato, ma rileviamo solo l’aggiunta che fu fatta dopo pochi mesi in modo da comprendere anche le sorelle: quod bonum felixque sit C,  Caesari  sororibusque eius  –  o meglio  neque me liberosque meos cariores  habebo quam Gaium et ab eo sorores eius.

Iniziamo, allora con le citazioni sublimi, partendo da Omero: La prima  è in Iliade II,204 ….eis koiranos estoo/ eis Basileus
Caligola afferma che ci deve essere un solo capo, e, quindi, un solo re  e, perciò, pretende di mettere il diadema, volendo immediatamente trasformare la ridicola pagliacciata di Augusto e  di Tiberio, che si erano mantenuti sul piano formale repubblicano per trasformare la forma del principato in regni formam.  A questo aggiunge  la volontà di essere re secondo i riti orientali, propri della basileia ellenistica  e, quindi, crea l’apparato  propagandistico dell‘ektheosis.
Da qui la seconda frase omerica  rivolta, minacciosamente, contro Zeus:  H m’eir’ h egoo se /o togli di mezzo me o io te – Iliade XXXII, 724 –
L’aut aut  non tende a spiegare, ma a far comprendere al popolo, all’esercito e ai senatori-protoi,  la collocazione della frase in un discorso effettivo, fatto dall’imperatore, deciso, nella sua condizione di sovrano assoluto,  ad avere le stesse prerogative divine dell’ unico Upsistos / Iuppiter,  Zeus, YHWH,  in relazione alle tre etnie dominanti, romano- latina occidentale  e le due orientali, quella greca e giudaica.

Noi siamo convinti che non si ricostruisce la storia con una frase o con un gruppo di frasi, in quanto certi  dell’errore retorico di Livio ( e di Tacito) e degli storici greci, che facevano discorsi quando non conoscevano i fatti, in modo da dare possibilità di orientamento nella storia degli avvenimenti, legati fra loro secondo una successione causale e temporale, a chi, lontano nel tempo, avrebbe letto, interpretando i termini aggiunti  come abbellimento  nella funzione di congiunzione.

Neanche Hitler e Mussolini avrebbero potuto competere e neppure Berlusconi lo potrebbe con Caligola, adorato come Dio in quanto superiore di molto per mezzi, potere e seguaci.

Tenere unito l’impero romano e dare l’illusione di una nuova età dell’oro era impresa molto più complessa che unificare una pars (come Germania o Italia).  Poca cosa sono gli slogan nazisti e fascisti –Ein Volk, ein Reich ein Fueher- vincere, vinceremo, dux mea lux, dux nobis – come ogni propaganda monumentale sia quella berlinese di Albert Speer che quella  romana di Giuseppe Sacconi!.

L’ altare della Patria coi gruppi scultorei del Pensiero, dell’Azione, della Concordia, della Forza, del Diritto, coi bassorilievi del Lavoro che edifica e feconda, dell’Amor Patrio che combatte e che vince, con le fontane dell’Adriatico e del Tirreno, con le statue delle Regioni d’Italia, coi mosaici della Fede, della Sapienza, della Pace e soprattutto con le quadrighe dell’Unità della Patria e della Libertà dei cittadini, può dare un’idea della propaganda imperiale giulio-claudia  destinata a  lasciare segni  con la Domus aurea – e  poi con l ‘Anfiteatro Flavio e archi di trionfo  e con le colonne  antonine-.

Perciò, ogni frase di Caligola deve essere studiata ai fini di una propaganda alessandrina, fedele interprete de pensiero divino del monarca.

In seguito,  se campo,  cercherò di riportare le frasi, sublimi, dette  di Caligola, che ho già selezionate, ma lo farò a tempo opportuno, in modo da fare entrare il lettore in reale  situazione storica: questo articolo è stato scritto  qualche anno dopo la pubblicazione di Caligola il sublime, una diecina di anni prima di Incitato il cavallo di Caligola, in altri momenti!.

 

Età dell’oro e Lucrezio Caro

Età dell’oro e Lucrezio Caro

Ante amicitiam iudicandum, post amicitiam credendum  Epistulae ad Lucilium, 3,… un detto senecano  da non applicare, data la natura umana popolare, mutevole, estremamente perfida, sempre tesa al suo particulare!

 

A Niceta, mio consuocero, un grande uomo, un meraviglioso padre  e nonno,  un artista atipico, naturale, prezioso come l’ulivo di Puglia, vetusto,  suo simbolo pittorico.

 

Sara la bella  preferì uscire dalla vita, dieci anni fa!, Marco. Il 25 Febbraio del 2011 volle morire, distaccarsi, separarsi da tutti! Quanto pesante le era la Terra! Quanto duro il rapporto umano, quanto misterioso ed oscuro quello con se stessa! Ed era bella, Sara!  Era buona, vivace,  intelligente,  sentimentale, matura, aperta alla novità, donna a cui niente sarebbe stato precluso, se non avesse  avuto tensioni verso l’alto,  se non avesse puntato il caelum, disdegnando la Terra, in quanto persona divina, creatura spirituale/pneumatikh! Forse la ragazza, improvvisamente  si sentì troppo giovane, korh troppo sola, in una determinata volontà di salire, pur avendo  conseguito  traguardi, pur piacendosi ed essendo piaciuta, secondo i propri desideri e misurazioni altrui! Forse, nel corso di questa ricerca di infinito, in questa classica scalata di perfezione,  scoprì, in un istante, la sua reale humanitas, tipica dei mortali, capì di essere povera materia, mescolata variamente di tutto, comprese l’essenza umana di un essere informe, ben altra cosa di un essere spirituale! Forse perché inadeguata rispetto alla valutazione critica classico ebraico-cristiana, capì la sua essenza  di monade spirituale, raminga nell’ immensità celeste e si sentì disorientata ed accecata dal sole esistenzialesalamandra abbagliata da luce e si fece falena suicida, perduta!.

Professore, per noi cristiani, la falena è la rappresentazione spirituale di streghe e di fate, in quanto anime che ricercano il proprio  corpo e sono, per il colore nero, portatrici di sfortuna, come  i gufi, e gli amerindi ritengono la pseudo farfalla, dotata del potere di trasformazione e rigenerazione!.

Credenze cristiane, non scientifiche! elucubrazioni amerindie precristiane, barbariche!

Comunque, Marco, Sara idealista, hegeliana, segue il mito del dispotismo orientale, che è quello ellenico -ellenistico  nei confronti dei  barbari persiani,  per cui noi, occidentali, ellhnikoi, siamo affascinati, da loro passionali,  essendo noi  razionali e loro irrazionali!. Noi uomini abbiamo in noi ben fuse e confuse civiltà e barbarie e ci crediamo divini,  illudendoci talora di essere Dei imagines, perché espressione del Kosmos naturale! Non ho mai  capito, comunque,  il suo gesto feroce,  né la sua inadeguatezza a vivere, simile a quella di noi tutti, in un mondo di bene e di male, accettato per quel poco di bello e di buono, che  possiamo  trarre nel mare di sofferenza quotidiana, che sovrasta noi esseri mortali! La vita è per tutti un supplizio / timoorian einai ton bion!.  

Di chi  è questa frase- di cui conosco la traduzione latina  di Seneca (Ad Polibium  9,6 , tutta la vita è un supplizio!)?

E’  dell’accademico Krantore, autore del Peri Penthous  vissuto nel quarto terzo secolo a. C., per un padre di nome  Ierocle  a cui erano morti dei figli. cfr H. Th. Johanan, Trauer und Trost  Muenchen 1968.

Ho tanta voglia di dire a Sara  che  nella ricerca  scientifica naturale della fisica, noi ancora brancoliamo – invece, lei pensava che aveva capito già tutto e che ciò che sapeva era giusto! – ma andiamo avanti, convinti di niente, sperando nell’uomo,  divino essere, un camaleonte che si sa trasformare e  passare perfino nel fuoco, per rinascere, come la fenice,  dalle sue ceneri, testardo più di  lei, che ha intuito, ma non ha avuto pazienza di apprendere che tutto si impara e che ciò che sappiamo può essere utile ad altri, anche se sembra non servire a niente e che preziosa  è la nostra vita  per il  prossimo, per l’altro, accanto, che diventa ricco della nostra  esperienza e della stessa presenza, corporea, anche se di apparente nessuno valore, comunque, fratello! A lei mi sarebbe piaciuto dire che  non c’è amicizia  né possibilità di giudicare e tanto meno credere  in chi vuol esserti  accanto e ti si impone perché tu sei, anche  tu, come lui essere  fragile immaturo, insicuro,  una canna al vento, anche se sembri avere qualcosa di saggio, ma tutto  sei fuorché saggio, – un saggio che sa  di non saper niente e di non saper fare, anche se  devi sempre ricercare  senza sapere neanche che cosa  cercare, fiduciosa solo nella parola, potenza psicagogica, dunamis toon logoon, e nella sua possibilità di rimozione  del dolore (luphn aphelein),  essendo di base cristiana, una educata a credere  che  noi cristiani abbiamo sconfitto la morte con Christos risorto, che  è morto perché la morte morisse  (Girolamo, ep. 75,1)   in quanto la morte essendo  universale (ad Marciam11,1) è un bene ed un valore per l’uomo e per la natura,  perché Christos risorto  consola con la fede e con la speranza!.

La morte, comunque, professore  non è liberazione  nonostante la certezza di fine, essendo incerto il futuro, che inclina al peggio,  perché  non chiude il tempo e non apre l’eternità, anche se  fa sì che il nascere non sia  un supplizio in quanto  rende cara la vita proprio  per il beneficio dell’ inevitabilità di morire  -Ad Marciam 20,3-.

Marco, il fatto che la vita in quanto breve  è accettabile, visto che non è eterna e quindi sopportabile, nonostante il supplizio, passeggero,   essendo la morte il limite invalicabile della vita, non risulta una liberazione dell’anima secondo il presupposto  platonico, nonostante l’incertezza socratica se essa sia  una fine o un passaggio! illusorio e retorico sembra il detto di  Seneca (ad Marciam,  102,2 ) circa il  bellum somnium/ il sogno buonino  che, comunque ha valore individuale,  limitato  fino all’ekpuroosis, che distrugge il mondo, per rigenerarlo  in un vortice di distruzione e palingenesi, in cui il filosofo  mostra la catastrofe universale e le fine delle felices animae che, non possono avere una eternità  se non quella promessa dalle superstizioni religiose. (Ambrogio, De obitu Valentiniani consolatio  43 – cfr.John M. O’ Flynn, Generalissimos of the western Roman empire, University of Alberta Press, 1983,ISBN 0-88864-031-5.. Ed. it. I generalissimi dell’ Impero romano d’Occidente, Ar, Padova, 2020-.

Dunque professore, grave è la perdita di Sara, anima felix, per noi tutti?

Può esistere un’anima felix, professore , una sostanza che è e si muove vivendo e si adatta continuamente al movimento  continuo senza potere sfuggire alla fiumana del divenire   storico, nonostante i tentativi di stabilizzazione della  specie,  che fa scelte temporanee di localizzazione geografica, come affermazione del proprio esserci per un periodo in quel determinato spazio, per segnare il territorio, che ritiene suo possesso , insieme ad altri  animalia, che non sanno di vivere, perchè caricati di  eimarmenh /destino comune?

Noi che siamo nati, Marco, andiamo incontro al nostro destino con le nostre affezioni istantanee, epidermiche, sentimentali  senza saperlo,  e viviamo  una vita che non è nostra, spinti da bisogni e da impulsi naturali  senza poter veramente conformare al tutto  che ci  sfugge come ambiente  che si modifica continuamente e come  storia  che  avviene perché così deve avvenire  in un ciclico progesso di confragazioni e di rinascite astrali, infinitamente superiore ai singoli elementi costitutivi universali?  Felicitas-eudaimonia  e amicitia-philia  per un’ anima  naturalis non possono esserci nel vortice dei movimenti terrestri  del sistema solare, di quello galattico ed estragalattico  come possibilità di redenzione da oscuri peccati primordiali  tramite elementi  redentori divini  in questo abisso vorticoso,  di cui neanche si conoscono le cause né le funzioni né il suo continuo verificarsi atemporale1

La philia  di Sara  per ognuno di noi, amici e parenti,  emblema di un rapporto di reciprocità, sarebbe risultata forse  un vero tesoro di alterità, un possesso umano per sempre/Kthsis eis aei secondo la umana visione Lei sarebbe stata  un prezioso tesoro per chiunque altro, vicino, data la sua affettività ed empateia, avrebbe potuto essere  un vero sollievo nel supplizio esistenziale, in cui predominano gli anaffettivi e freddi calcolatori. Lei, però, non ha voluto consolari  l’altro, perché  tutta presa dal proprio dolore di vivere, convinta dell’inutilità di ogni pulsione  individuale, data l’immensità del caos, in cui ribolle l’universo, di cui ogni sistema solare  è parte periferica di un mondo senza centro, casuale, un niente con dentro microscopici corpi vitali, pulsanti come lucciole nella notte !.

Niente, comunque, vale e tutto vale nel mondo umano e terreno! Il caelum,- anche per le coordinate culturali arcaiche  del mondo, sumerico. accadico, caldaico-giudaico greco-latino ellenistico . è  senza valore, perché astratto, ideale, lontanissimo! Potrebbe avere, però, anch’esso  perfino valore se noi, in effetti, potessimo leggere  qualcosa di quel mondo infinito incommensurabile in quanto acentrale, troppo alto in quanto periferia di periferia per chi guarda da mortale, dal basso, per tutto il tempo di vita, da un punto ben definito! Leggere altri che scrivono e che dicono le stesse cose e che fanno tradizionale critica letteraria e storica, cristiana,  ora, mi dà fastidio e mi crea malessere perché  penso  alle due lauree di Sara,  al suo encomiabile tragitto scolastico, al periodo  radioso di archivista e  di  dottoressa  universitaria, assistente  ricercatrice,  libera  e aperta nelle analisi situazionali, negli studi critici e  nei paradigmi sintetico-valutativi, espressione  tecnico-professionale  del suo lavoro scientifico, anche nel campo letterario, specie  nella tesi di Laurea  su Lettere di Amore di   Filostrato, un capolavoro  sulla retorica  dei poeti novelli e sul già decadente periodo severiano!. Non si può più accettare il vuoto religioso mitico celeste! E’ finita la favola bella del cristianesimo, khrhstos/utile all’uomo, fatto ad immagine di Dio, bianco, sacerdote, romano-greco, che porta democrazia e libertà agli altri, mediante caritas, il segno tangibile della comune identità umana sul pianeta Terra del sistema solare, uno dei sistemi galattici, uno dei miliardi sistemi extragalattici. Povero Lucrezio, povero  Filone ,  povero Seneca, povero mitico Christos divino !

La parola cristiana  con historia christiana è solo retorica e teologia, celeste astrazione, mentre ogni parola di chi ricerca   ha  corpo e sangue, è vita quotidiana  storica,  è  atto di amore fraterno  con solidarietà universale,  è armonia cosmica,  anche se , comunque, destinato a finire e di nuovo a ricominciare dopo ekpuroosis! Sara, quindi, si è lasciata rapire dalla morte cosciente della fine dell’universo, già sintonizzata con la ragione immanente de  tutto (magnum solacium cum universo rapi-  Seneca, De Providentia 5) in quanto morendo almeno si può contemplare per un attimo il Kosmos, di cui si  è  parte  all’atto già del morire!.

Marco, neanche ora  accetto  la  volontà di morire  di Sara e di privarsi, comunque,  drasticamente  dei doni e degli anni  a lei destinati, di lasciare soli  i suoi cari, senza la sua  vivacità creativa  e senza  il conforto  filiale e sororale, e di privare  gli altri  della luce del suo orientamento costruttivo, il suo prossimo – compresi  gli amici, non consolabili per il suo spietato egoistico atto  definitivo, imprevisto ed imprevedibile!.

Lei manca a tutti  come presenza, anche se  ce la sentiamo  a fianco nella figura stessa del padre e della sorella,  ancora più vicina, specie ora, che è morta anche la madre Tullia,  stroncata,  da pochi mesi,  da malattia mortale! Ambedue sono forse nella stanza, a noi accanto, che comunicano in modo incomunicabile, mute,  la loro vita ancora fluente in noi viventi parenti  e nel  cicaleccio delle  due nipotine, solari creature, sempre intente al gioco magico di un misterioso inconscio vivere!.

Lei, ora, forse,  potrebbe  orientarci  e guidarci nel lavoro  e nella lettura atomistica delle cose con l’epicureo Lucrezio, che per primo ha squarciato le tenebre, sulla scia sacra di Epicuro: Quodsi iam rerum ignorem primordia quae sint/hoc tamen ex ipsis caeli rationibus  ausim/confirmare  aliisque ex rebus  reddere  multis/nequaquam nobis divinitus esse paratam/naturam rerum: tanta stat praedita  culpa/Ma se anche ignorassi  quali sono i principi delle cose, questo, però, oserei affermare  dalle stesse vicende del cielo e sostenere in forza  di molti altri fatti, che non certo per noi  dal volere divino è stata formata la natura del mondodi tanto male è ingombraDe rerum Natura  V, 195-199!.

Comunque, consideriamo Sara altra guida nel nostro cammino di mortali e siamo contenti di seguirla come se ci precedesse nel cammino duro della vita, imprimendo in noi  mortali la coscienza di una non possibilità di ricerca di epoca d’oro, un muthos di un istante per l’uomo!

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Marco, dopo il dovuto ricordo di Sara Cosi, tua compaesana, oggi vorrei trattare della mitica  età dell’oro  e della contrapposta  theoria evoluzionistica, a partire dalla fisica atomistica, in una volontà di opposizione alla cultura agostiniana, risultanza cristiana di una filosofia platonico aristotelica, stoica, mathematica, pitagorica, celeste/ourania, e condannare la sua carica elitaria spirituale /pneumatica!

Con questo, non voglio fare un taglio netto del male agostiniano celeste, ma  desidero fare  un elogio alla scienza umana -che col  solo  procedere scientifico fa faticose conquiste, se conosce qualcosa in più, seguendo  un  altro metodo,  vanificando quanto ritenuto precedentemente vero -, cosciente che si inverte la rotta  su una base, davvero umana, quotidiana e reale, se  si fa ricerca vera, grazie all’ errore, senza scomodare la verità !

La nostra  tradizione classica ha tramandato una scienza astronomica tolemaica, una medicina  arcaica  ippocratica, asclepiadea e  galeniana, una fisica con metafisica, operando sul logos, fino a divinizzarlo.

Vedeva, ad esempio,  nella salamandra un essere di  fuoco che viveva  nel fuoco, secondo Plinio il vecchio ( St. Nat.,X,86): essa è tanto fredda che al suo contatto, il fuoco si estingue non diversamente  dall’effetto prodotto dal ghiaccio. La cosa  vale anche per il Medioevo  se Brunetto Latini  (Li livres du Trevor, I,146) scrive: Sappiate  che la salamandra vive in mezzo alla fiamma senza dolore e senza danni per il suo corpo, ma spegne il fuoco grazie alla sua natura!  

Non c’è niente di vero, ma così hanno creduto!  il mito dei saturnia regna è presente nella cultura classica, da Esiodo a Filone ed anche  nell’umanista  Poggio Bracciolini, già nel 1416, nell‘epistola dai bagni di Baden a Niccolò Nicoli, (cfr. Facezie, BUR,1994) idea paganeggiante di un ricercatore di codici  abile copiatore in onciale minuscolo, dei testi ritrovati negli scriptoria medievali monacali. Facezie  diventano pretesto con gli allettamenti  per attaccare i prelati  i loro vizi,   il malcostume di tutto il clero pontificio!. L’umanista allora mette insieme l’epicureo Orazio  con lo stoicismo di Boezio, legandosi storicamente  a modelli universali della cultura antica greca e latina concilianti il motivo prerussoviano della semplicitas  et licentia  germanica  con quella della  balneazione– cfr.  Saggio di Eugneio Garin in Facezie cit- ,

Sappi, Marco,  che  lo stesso Bracciolini mantiene ancora l’ideale  saturnio  tanto da scrivere trenta anni dopo ad Alfonso il Magnanimo, ritenuto prototipo di sovrano dell’età dell’oro  che era stato ostile al papa Eugenio IV e poi anche   a Niccolò V  Parentucelli  Tommaso,,  il cui pontificato,  è paragonato anch’esso  all’età di Saturno, mostrandosi davvero uomo servile che parla  di epoca aurea  in modo superficiale, da uomo di corte!la sua è una contraddizione umanistica  tra affermazione  papale di supremazia  falsificata e libertà regale magnanima, anche se  viene evidenziato il valore individuale di Huss,  di Gerolamo di Praga ed affermata, pur nell’upourgia/servizio cortigiano  di Cusano,  la libertà nei confronti dei papi e specie di  Eugenio IV sconfessato nelle sue mire  ancora feudali, collegate ad un falsa donazione di Costantino.

Così va  male il mondo  avrebbe detto, poi, l’anonimo ascolano!

Eppure, Marco, la verità prima o poi si afferma! Nessuno oggi nega che la salamandra sia un anfibio che teme, ancora di più degli altri esseri, il fuoco! 

Per ora  questo è il dato scientifico  certo, non quello classico-medievale!

Marco, oggi si procede sulla base della struttura elementare delle cose e si afferma che il fenomeno ( presente participio neutro di phainomai/ appaio) non è quello che appare,  ma ciò che èuna realtà  di vuoto-spazio/tempo, di campi e di particelle,  che si muovono nello spazio, nel corso del tempo.

Oggi si parla in questi termini, stando sulle spalle dei giganti (Einstein, Planck) e si proclama la fine dell’infinito, nella coscienza di essere equivoci, anche in fisica e dubbiosi, perfino  delle foto del nuovo universo, scattate da navicelle spaziali! ogni epoca pensa di avere meriti nuovi  propri, ogni scienziato fa un nuovo passo verso la conoscenza, come ogni singolo uomo  con gli altri condomini del proprio tempo,  crede di migliorarsi, ben sapendo  di essere nato informe essere primordiale in un mondo informe, naturale, in moto perpetuo, universale, in un rifiuto  di un iniziale kosmos divino e di una propria  nascita privilegiata, da cui progressivamente si è decaduti!

Professore, parlare  di Età dell’oro, per lei, quindi, significa trattare di fisica  e dimostrare che lo svolgimento scientifico cristiano  agostiniano,  collegato col platonismo, essendo un processo  più matematico che fisico, è direzione preclusa rispetto a quella atomistica da riesaminare per un altro cammino, quello epicureo- lucreziano? Professore, lei per anni ci ha detto di una disputa tra Dante, guidato nella Commedia da Virgilio  e Cecco d’Ascoli  mago e fisicus dottore, nell’Acerba guidato da Lucrezio!  Già l’ascolano aveva letto la Via naturalis, da scienziato rispetto a  Dante  acconcio coi frati, uomo mitico, retorico, religiosus?

Marco, penso che bisogna staccarsi dall’impostazione matematica  asistematica  e servirci di quella strettamente fisica, se si vuole intendere effettivamente la lezione della  scienza attuale!.

Allora, professore,  per lei  è un dovere falsificare quanto detto precedentemente in senso agostiniano  e trattare di Fisica!

Marco, ritengo una normalità parlare di fisica e non di morale nel 2021 in cui si celebra Dante ed ancora si considera  mago Cecco d’Ascoli perché morto sul rogo condannato nel 1327 dall’inquisizione della Chiesa Romana!

Quindi, per lei, un passo avanti nella scienza è quello Epicureo- lucreziano?

Certo  Marco  se si esamina il periodo di Epicuro  e poi e quello di Lucrezio,  anche storicamente  viene fuori  una realtà, quella delle non esistenza e quindi della negazione della generazione  d’oro/ kruson …genos, di una mitica  biblica età edenica  e tanto meno una degradazione di generazioni, passate successivamente dallo stadio argenteo, plumbeo ed eroico a quello ferreo!

Certo, Marco, intendo parlarti  di fisica atomistica scientificamente  e trattare con te di evoluzionismo animale e di fenomeni storici  reali  in cui si rilevano non le generazioni, che decadono da un’ epoca ad un’altra, ma piuttosto il progressivo ascendere alla razionalità, tramite esperienze, anche dolorose, e ad un miglioramento sociale e politico tramite erudizione, consapevole,  a seguito di un contratto sociale  da parte di esseri, votati alla politica e alla mediazione, nelle discordie personali, familiari,  tribali, di fronte alla auctoritas unica del padre, in una ricerca di  paritarietà di espressione e di verdetto giudiziale,  di corpuscoli aristocratici, capaci di creare un articolato sistema  organizzativo per un comune progresso, seppure settoriale, in modo da affiancare l’altro, parallelo, sacerdotale, che, da tempo, aveva usurpato la scienza celeste, opposta a quella terrena dei singoli patres ed archontes,  così da realizzare quanto stabilito lassù, da loro individuato mediante l’esercizio della lettura dei segni celesti,  conformemente a  quaggiù, mediante riti propiziatori!

Professore, lei vede l‘historia umana, laica, aristocratica,  viziata dalla pseudo scienza theologica che, incapace di spiegare il mistero naturale,  accetta supinamente il verdetto di una volontà superiore  celeste su indicazione magico -sacrale, vincolante legittimamente  – di cui sono rappresentanti i pontifices, eredi di magoi, che, investigando notte giorno il cielo,  sanno  riequilibrare e pacificare il popolo terrorizzato  da fenomeni, non più contenuto dal potere laico!.

Marco, sono contento che tu sia entrato nella logica di una commistione di poteri subito dopo il contratto sociale, di uomini intenzionati a creare per primi  una communitas, in un dato momento storico e in un dato ambiente- forse mesopotamico – poi imitato come sistema esemplare da altri,  in cui si scontrano l’anima laica e  quella sacerdotale!

Professore, l‘humanitas, segnata da questa iniziale operazione nel corso della propria storia, sembra creare un iter progressivo  in relazione anche a dolorose esperienze  e seguire questa duplice  guida, di uomini superiori, impostisi per forza e per violenza da una parte e di  elementi di cultura elevata  che si arrogano il diritto di leggere il cielo e di saperne interpretare i segni e di far incisione su pietra della loro scienza, da un’altra,  scrivendo  mediante una comunicazione verbale  alfabetica, sacra! Lei vede l’errore nella presunzione di un’arbitraria elezione sacerdotale e nella succube obbedienza  del gregge, che, accettando  la relazione tra mondo celeste e mondo terreno, si prostra devota  ad una potenza estranea  superiore, lontana,  che, dall’alto, guida  con la sua onnipotenza e presenza, seppure invisibile, il destino dell’uomo, sua creatura,  fatta  a sua immagine, con i fenomeni naturali!. Lei mi vuole dire che il progresso umano è frutto di due  tipologie umane  che si impongono sulla massa popolare impaurita e superstiziosa, ignorante, fin dagli inizi del tempoquando ancora neanche si sa che  il sole segue la notte  o se la notte il giorno  o  se il sole sorge e tramonta ogni giorno! lei non accetta  sia  l’ una di primitiva razionalità  continuamente sopraffatta dal phobos, data l’ignoranza,  sia quella  più scientificamente strutturata, perché già intenta alla scrittura e capace di  tramandarsi, che s’ impone all’altra, a seconda delle situazioni e degli ambienti, formulando  un credo ultraterreno, celeste, basato sul dio creatore, onnipotente e onnisciente, provvidente padre, ma anche  feroce tiranno, temibile  e perciò venerabile con riti, sacrifici e preghiere sulla  terra, su cui ci sono suoi rappresentanti, che sono quelli che  sanno leggere i segni divini e ne svelano la volontà!. Per lei, professore, quindi, la continua osservazione celeste magica è basilare alla costituzione del linguaggio e della religione e del predominio sulla terra della sfera celeste e  di un theos, inventato dalla casta sacerdotale ,che abbindola il prossimo, prima ancora del sorgere dell’abilità verbale, quando si è ancora nella prememoria e preistoria, oltre la convenzione  comunicativa   e la fissazione dei referenti  per la definizione dei nomina?

Marco, una certa conoscenza del dio tragico ebraico e  della storia mediorientale circa il dio e il suo nomen, terribile, specie nelle comunità  sumerico-accadiche,   assiro babilonesi e medico- persiane, o a quelle egizie, mitannico-hurrita-ittita,  già storicizzate, di dei crudeli, o  di quella greca esiodea, di quelle primitive africane,  italiche e gallico- germaniche, si può dire che il culto divino ha una manifestazione dal cielo, da una posizione elevata propria da upsistos, di un essere che dal caos  crea il mondo come pars bassa, ordinata, come terra, come pianura,  distesa  terrena ed acquea con  la varietà  multiforme di cose e di animali e di vegetali, a beneficio di un uomo, che ha il dovere del sacrificio e  della preghiera come  segno di  dipendenza  di creatura dal creatore, non visibile ma presente, che rivela la sua figura in rari  momenti, in terribili  attimi  come  punitore, che lascia il suo segno di sovranità!

Dunque, professore, l’idea di Dio creatore è connaturata con quella degli uomini creature,  che si sentono quasi  un tutt’uno con lui e neanche pensano di essere una forma materiale naturale della stessa comune natura terrena!

Marco, io, comunque,  neanche considero l’idea che cielo e terra e che  Dei ed uomini possano avere una medesima origine/oos omothen gegeasi theoi thnhtoi t’anthroopoi! io vedo solo uomini, animali, vegetali, e cose nel sistema “terra”, che è infinitesima parte di un sistema celeste immenso senza centro  e rilevo interazioni e comportamenti e perfino tentativi di uscita  dalla propria area  da parte di elementi dotati di ragione, maggiore rispetto a quella di altri in condizioni di differenti sviluppi, a seguito di diversi adattamenti ambientali, che vivono senza avvertire il vorticoso caotico giro astrale  infinito in cui  si è cullati!

lo so. Lei opera più sulla natura che sulla storia o mito! L’ aetas aurea latina  – come  khrusion…genos  esiodeo-   opera propria del Dio Saturno/ Kronos,  titanico,  prima dell’epoca di Zeus olimpio, non è né naturale né storica!- Per lei non conta  il mito del vaso di Pandora, dono funesto per gli uomini come neppure  la mela di Eva per  Adamo Cfr. Genesi, creazione dell’uomo ed origine del male,   Esiodo Opere e i giorni. a cura di Gr. Arrighetti, Garzanti 1985), dove il male primigenio è connesso con la donna dall’angolazione  del maschio arcaico sumerico-accadico  godente di una felicità terrena olimpia, di una vita  felice, senza malattia, senza morte, senza lavoro,  raccoglitore dei beni terreni,  spontaneamente  partoriti dalla madre terra! Lo so. Lei segue Pelagio e non Agostino! Ho ben capito, leggendo i suoi articoli sulla presenza del male sulla terra  secondo i seguaci dell’uno e dell’altro nel V secolo (Pelagio, I pelagiani e GirolamoMelania iunior e i pelagiani)!.

Lei non legge né la concezione esiodea né quella virgiliana, connesse col muthos di una medesima origine  per gli dei e per i mortali uomini  ma segue una visione democritea atomistica naturale, epicurea, materialistica, meccanicistica, lucreziana, diciamo scientifica!. Il vivere secondo natura e ragione  di Epicuro, un dio sulla terra per Lucrezio, è simbolo di una ricerca scientifica che, seppure con i limiti, è, comunque, un passo  avanti nella conoscenza della grandezza dell’uomo e del suo vivere conformemente alla natura!

Certo, Marco,  tratto di Fisica, cioè della natura delle cose, di un ente che genera   ed intendo trattare della Lettera di Epicuro ad Erodoto (cfr. Epicuro, Lettere prefazione di  Fr. Adorno,   ed introduzione, traduzione e note dii Nicoletta Russello, BUR 1995), non dell‘etica – cosa che è tipica del II secolo a.C. a partire da Posidonio, stoico, che inizia la divisione tra fisica e  morale, imitato da Partenio e Filodemo, che volgarizzano in Roma e in Italia il pensiero epicureo – in una volontà di  tornare indietro  all’ originale pensiero epicureo  del IV-III secolo av. C. in modo da  orientare bene  nella doctrina pratica, nella praksis edonistica  di Epicuro di Samos (341-277 a.C.), fondatore ad Atene dell’orto /khpos in Atene,  in opposizione ad Aristotele e a Platone  e agli stoici.

Quindi, professore, oggi, in piena pandemia  lei mi vuole impostare  prima il problema del vivere naturale, al di là del male del vivere e del muthos esiodeo e virgiliano, cristiano-agostiniano!

Marco, prescindo da Esiodo e dalla sua concezione  di una generazione aurea divina, titanica  perfino argentea, bronzea, eroica, e da quella  ferrea, attuale, ancora oggi, e vado nella direzione invece, della nascita dell’uomo primordiale come bestia, (cfr. Lucrezio De rerum natura V-VI libro), il cui processo  razionale civile e sociale  non è liberatorio, ma risulta  innaturale  in quanto  deleterio autodistruttivo perfino a seguito di un effettivo progresso razionale!. L’occhialuto uomo – espressione di una natura degenerata – di Coscienza di Zeno,  preme il bottone, per Italo Svevo, nella speranza di tornare alla salute, dopo la catastrofica esplosione!

Ma l’occhialuto uomo, invece, inventa gli ordigni fuori del suo corpo e se c’è stata salute e nobiltà in chi li inventò, quasi sempre manca in chi li usa!. Gli ordigni si comperano, si vendono e si rubano e l’uomo diventa sempre più furbo e più debole. Anzi si capisce che la sua furbizia cresce in proporzione della sua debolezza. I primi suoi ordigni parevano prolungazioni del suo braccio e non potevano essere efficaci che per la forza dello stesso, ma, oramai, l’ordigno non ha più alcuna relazione con l’arto. Ed è l’ordigno che crea la malattia con l’abbandono della legge che fu su tutta la terra la creatrice. La legge del più forte sparì e perdemmo la selezione salutare. Altro che psico-analisi ci vorrebbe: sotto la legge del possessore del maggior numero di ordigni prospereranno malattie e ammalati. Forse traverso una catastrofe inaudita prodotta dagli ordigni ritorneremo alla salute. Quando i gas velenosi non basteranno più, un uomo fatto come tutti gli altri, nel segreto di una stanza di questo mondo, inventerà un esplosivo incomparabile, in confronto al quale gli esplosivi attualmente esistenti saranno considerati quali innocui giocattoli. Ed un altro uomo fatto anche lui come tutti gli altri, ma degli altri un po’ più ammalato, ruberà tale esplosivo e s’arrampicherà al centro della terra per porlo nel punto ove il suo effetto potrà essere il massimo. Ci sarà un’esplosione enorme che nessuno udrà e la terra ritornata alla forma di nebulosa errerà nei cieli priva di parassiti e di malattie!

Mi vuole dire con Svevo che  anche l’uomo scientifico, gubernhths  degenera e si autodistrugge!

Il pensiero per Svevo di un uomo malato, già nel 1923, anticipa il male in una volontà di annullamento dell’intero sistema umano  naturale! Io invece, vorrei darti una speranza di tipo epicureo, ma secondo la dottrina  scientifica di  un antico scrittore che, davvero fu un un dio sulla terra  per gli altri uomini, non un parolaio come gli altri filosofi – compresi quelli cristiani e  la dottrina inventata di Christos –  anche se “scientifici ed apatici“! Comunque, non, con questo, ti voglio mostrare un uomo perfetto – pur convinto della non reale esistenza  di stirpe aurea decaduta !- che, avendo coscienza di essere cellula, minima, e quindi, sempre e dovunque di scarsa significazione,  di un corpus,  destinata a  disgregarsi, essendo parte di un unicum imperfetto,  anch’esso soggetto alla disgregazione e alla trasformazione organica  come fenomeno, pur positivo, autorigenerantesi, perché basato sul principio dialettico  di incontro-scontro, di  attrazione e repulsione, di odio-amore, di comunione di vita e di morte, che risulta fenomeno fisico eternamente continuo!.

Professore, me ne parli, allora, io la seguirò come sempre.

Marco, di questo ti parlerò diffusamente in un altro momento, per ora ti parlo della falsa età dell’oro  di Esiodo in Opere e i giorni che, riprendendo la sua opera Teogonia, è desideroso di orientare il fratello Perse al Lavoro e  alla Giustizia!

lo scrittore greco  afferma che uomini di aurea stirpe, mortali, furono creati nei primissimi tempi dagli dei, che hanno dimore sull’Olimpo e che  essi vivevano al tempo di Kronos, che regnava nel cielo,  e, come dei  passavano la vita con l’animo sgombro da angosce, e lontano dalle miseria senza che la vecchiaia  incombesse su di loro, possedendo ogni cosa bella, senza fatica,  e morivano addormentandosi, restando sempre giovani!.

L’ antico scrittore dice che a questa generazione segue una di argento, poi  una  del bronzo, una degli eroi e l’ultima del ferro. Esiodo  racconta che ciò  avviene perché gli dei  crearono Pandora  la prima donna , come  dono malefico, dato agli uomini  che avevano accettato il fuoco rubato a loro  dal titano Prometeo, destinato a rimanere incatenato su Caucaso,  per la sua colpa!

Il mito biblico ebraico  e quello esiodeo  hanno una stessa matrice nella cultura sumerico-accadica-assira  in quanto la coppia Adamo ed Eva  e  quella di Epimeteo e  Pandora  rievocano il mondo di uomini-dei  senza morte senza malattia,  viventi oziosi senza fatica,  beati nell’Eden (mai esistito, se non nella mente sacerdotale di un casta intermedia tra uomo e dio, capace di leggere il mondo di sopra come quello  di sotto e di  congiungerli  per un proprio utile) decaduto  ad uno stato di massima crisi, anche dopo aver provato vari gradi progressivi  di civiltà  cfr. Mito di  Gilgamesh;  Beroso e  Flavio in ww.angelofilipponi.com.

E Virgilio, professore?

Virgilio è un poeta scaltro, un suddito, virginiello/parthenias,  utile al principato augusto, capace di profetizzare poeticamente intorno al 40 a.C., in un momento di grave crisi istituzionale  repubblicana,  un futuro radioso di princeps destinato ad essere  autokratoor,  ad Ottaviano, il puer, pur dedicando la IV egloga ad Asinio  Pollione  per la nascita del figlio Asinino Pollione, storico e dux allora di rilievo, nonostante fosse chiuso politicamente dall’onnipotenza dei triumviri.

Ottaviano ha, all’ epoca,  l’eredità  nominale di Cesare ed  è un divino puer che, a 23 anni,  ha  già concesso  la spartizione delle  terre ai veterani cesariani  ed ha salvato  dall’espropriazione del proprio terreno il futuro  cantore, suo personale,  familiare ed imperiale  – considerato dopo la morte vate di  tutto il mondo romano, anche se, nel preciso tempo,  ambiguo poeta che allude anche alla nascita di un  nascituro figlio di Antonio ed Ottavia,  che poi sarà una femmina,  Antonia maior, nata  ad Atene, la futura nonna di  Domizio Nerone!-.

Virgilio non ha ancora  scritto né  Georgiche né l’Eneide, ma intuendo la metamorfosi politica in atto a Roma,  riprendendo i miti  orientali e quello esiodeo, inneggianti all’arrivo prossimo di un  puer nel corso di guerre fratricide, già  lunghe (Silla -Mario, congiura di Catilina, Cesare e Pompeo  ed ora l’inizio di uno scontro tra Ottaviano ed Antonio),  attende fiducioso,  mentre Orazio, non ancora suo amico, essendo della pars avversa ed ex militare, combattente a Filippi, a Roma, disorientato e squattrinato, negli Epodi,  propone  ai cives,  l’idea di  fuggire lontano dalla guerra, di  rifugiarsi   nelle isole  beate  facendo sognare, anche lui,  un salvatore /soothr, atteso come  un’unica guida per l’impero!Hic Caesar et omnis Iuli /progenies,magnum caeli ventura sub axem/ Hic vir, hic est, tibi quem promitti saepius audis/ Augustus Caesar, Divi genus, aurea condet / saecula qui rursus  Latio regnata  per arva/ Saturno quondam, super et Garamantas et Indos /proferet imperium; iacet extra sidera tellus/ extra anni  solisque vias, ubi caelifer Atlans/ axem umero torquet stellis ardentibus aptum (Ecco Cesare  e tutta la discendenza di Iulo  destinata a venire  sotto il grande asse del cielo. Ecco l’uomo, ecco colui che ti senti più spesso promettere, Augusto Cesare, stirpe del Divino, che stabilirà l’età dell’oro  di nuovo nel Lazio, dove regnò per gli arabili campi un tempo Saturno; oltre i Garamanti e gli Indi  estenderà l’impero nella terra che giace  oltre gli astri,  oltre le vie dell’anno e del sole, ove il portatore del Cielo, Atlante,  fa girare   sulle sue spalle, l’asse  connesso di ardenti stelle.   Eneide VI, 789-797).

L’anafora di Hic virgiliano tradisce il suo esatto pensiero, ora, dopo oltre un ventennio quando ormai è  storia la vittoria di Azio e quando si conosce il sotteso significato del titolo di Augustus imperator/autocratoor, destinato a conquistare anche i Garamanti e perfino gli Indi, ancora non sottomessi, essendo stata evitata la guerra parthica  (Virgilio muore nel 19 a.C!.).

Virgilio, comunque, esprime  il desiderio epicureo  di rigenerazione  e di miglioramento tipico di quel momento storico, anelante, all’ epoca, a pace  e a quiete, avendo già ogni civis  fiducia nella sicurezza  della persona e dei propri beni essendo ormai lontana  belli rabies e ormai tutelata la proprietà dagli  avidi accusatori, spinti dall’ amor habendi al possesso degli averi altrui!

Professore, perciò, lei mi vuole mostrare non la storia  di quell’epoca ma  l’originale pensiero epicureo,  sfruttato in senso politico come distrazione dal negotium del civis, incitato all’otium cioè alla ricerca privata del vero valore di ataracsia e di philia, come pratica di felicità/eudaimonia  su una base fisicanon ancora volgarizzata  in ambiente romano-greco   e  in quello romano ellenistico, mal inteso e letto  infine dai cristiani come  theoria peccaminosa, basata sul materialismo, sui sensi e sul piacere  terreno,  opposto allo spiritualismo e alla patria  celeste, nonostante  l’entusiastica  e divina celebrazione  di Lucrezio Caro! Lei mi vuole tenere lontano dalle  degenerazioni filosofiche che giungono fino al cristiano  Agostino e da quelle mitico-poetiche dei poeti augustei  volgarizzatori  come  Virgilio, guida morale per i sudditi cives,  obbedienti al lathe bioosas/vivi nascosto, rispettosi  e veneranti Ottaviano l’ Augustus,  condizionati già da Cicerone, come  Orazio- un porcellino del gregge di Epicuro cfr.  Ep.I,4,10-  come Ovidio diventato espressione di pratica sensuale  e sessuale di  vita, esiliato. Eppure non mancano  positivi  successivi esempi di saggezza  secolo d. C.,  di  vero ed autentico epicureismo, come quello, vissuto da Tiberio Balbillo e dai  nipoti  Filopappo e Giulia  Balbilla!.

Professore, ma siamo già in un’epoca  antonina  quando spirito stoico ed epicureo si fondono in un certo senso, data la quasi comune fisica, nonostante le due diverse  pratiche di vita e modelli  basati  rispettivamente sulla apatia e sulla ataracsia!.

Marco, per spiegarti  questo aspetto, equivoco, vado oltre i tempi di Lucrezio  e  dei poeti augustei  e perfino oltre quelli di tutta l’epoca giulio-claudia e  flavia  e ti  metto in evidenza  una frase  di  Erode Attico,  che risponde ad uno stoico, apatico: cfr. A. Gellio, Noctes Acticae, XIX,12.: nessun uomo, che sentiva  e pensava normalmente, poteva  fare  a meno delle emozioni dell’animo che egli chiamava pathee, di fronte alla malattia, al desiderio, al timore, all’ira al piacere ; ed anche se ci riuscisse, tanto da farle scomparire, ciò non sarebbe un bene perché lascerebbe  l’animo languente e intorpidito, privato dal sostegno di certe emozioni, quasi necessario stimolo nullus usquam homo, qui secundum  naturam sentiret et saperet, adfectionibus istis animi, quas pathee  appellabat, aegritudinis, cupiditatis, timoris, irae, voluptatis, carere et vacare totis posset; atque si  posset etiam, obniti,  ut totis careret, nofore id melius, quoniam animus langueret et torperet  adfectionum quarundam adminiculis ut  necessaria plurium temperie privatus.

Secondo Gellio, sono basilari le  affectiones animi /pathh, naturali  e necessarie  per Erode Attico, che aggiunge,  anche  se tali sentimenti ed impulsi, quando  eccedono  sono dannosi, sono, comunque,  connessi e radicati  in certe forze  ed attività dell’intelletto,  e, perciò, se li stronchiamo tutti,  sradicandoli, c’è il pericolo che perdiamo anche le buone qualità, utili della mente, connesse, perciò, occorre  raffrenarli e purgarli  con senso e moderazione / moderandos esse igitur scite considerateque purgandos!

Erode Attico, così, conclude dopo aver fatto l’esempio del Trace, che ignorante e barbaro, – è un immigrato dediticio!- volendo imitare la coltivazione di ulivi  e viti, potate magistralmente dal vicino colono,  distrugge  colture per l’eccesso  e zelo nel  tagliare  purgativoai fini della pulizia del campo; i seguaci  di Zenone, desiderando essere apatici risultano calmi, intrepidi, immobili, senza desideri, senza dolori, senza ira,  senza piacere  e, così facendo, amputano i più vigorosi moti dell’animo ed invecchiano nel torpore di una vita inerte e  quasi snervata /omnibus vehementioris animi  officiis amputati in corpore ignavae et quasi enervatae viae consenescunt !- ibidem,10-.

Professore, la lezione di Erode Attico agli stoici  è quella di Epicuro  che, nella lettera a a Meneceo tratta della necessità e naturalezza delle pathee, che risultano fondamentali  per l’animo umano, grazie alla virtù della prudenza e temperanza- cosa di cui lei ci ha parlato in altre occasioni-. Quindi, non è il caso di trattare  sui timori  (degli dei, della morte, dei mali della vita,  del futuro (123-127), né del  dolore  del  destino, della fortuna (133-50 ed oltre)  né dei  desideri in genere  (127-28) né  di  quelli  connessi alle virtù della temperanza e prudenza (128-132) e neppure  delle kuriai docsai -massimae capitali- e del tetrafarmaco?

Certo! Marco. Complimenti per come conosci l’etica epicurea! Sappi, però,  che  Epicuro così tratta il problema senza considerare la iustitia,  che è insita come osservanza del  patto,  che gli uomini stipulano  fra loro di non fare danno, perché è nella sfera delle tenebre,  in quanto  espressione del  timore,  derivato dall’infrazione  di quanto comunemente stabilito e pattuito, cosa  contraria ed estranea alla natura, anche se divino è il suo insegnamento, liberatorio dalla paura degli dei  e della morte!

Per lei, dunque,  bisogna seguire la via  naturale di Democrito e di Epicuro e non quella del dovere  di Zenone e degli stoici e questo si può fare solo se si rileva la vera filosofia  fisica, ben espressa nella lettera  ad Erodoto di Epicuro?

Marco, io ti sto orientando, in un tentativo di  diradare  le tenebre che ti offuscano la mente,  verso la  fisica epicurea, che è una conquista dello spirito umano,  abbandonato dal razionalismo,  vinto dal muthos  irrazionalistco stoico platonico-aristotelico,  neoplatonico,  soggiogato dalla fides christiana, e voglio zoomare, in un momento storico eccezionale, quello  ateniese della fine  del IV secolo  e primi decenni del III secolo, a seguito di una revisione del pensiero ionico, milesio, che si fa discorso logos scientifico,  pur derivato da  linee orientali sumerico-accadiche, assiro babilonesi e caldaiche, confluite in Esiodo, prima di  giungere ad Epicuro di Samos (341-271 a.C.)  che studia il maestro Democrito  (460-370 a.C.) e le connessioni con Parmenide  (516-450 a.C.), ritenuto degno di imitazione anche se, poi,cancellato dalla Historia.

Lei,  professore vuole partire dal mito de krusion genos, esiodeo, per falsificarlo e  mostrare la mancanza di Dike sulla terra  in quanto il processo umano è solo naturale e non è determinato dagli dei  – che  non esistono, e se esistono, sono indifferenti nella loro divina ataracsia – e che, quindi dal cielo non viene niente e che  da niente non si genera niente ! Vuole, quindi, riproporre il modello di un Epicuro dio sulla terra perché scientifico e razionale,  creatura  mortale  che si riscatta continuamente e faticosamente  dalla  misera condizione umana e terrena  di bene  e male, confusi  in un calderone di vizi e virtù, cosciente della mancanza di Giustizia  tra i mortali, che, però,  formano un solidale sistema,  in quanto coscienti  esseri sentienti, parti di uno stesso sistema, capaci di trovare nella philia un modo per essere uniti  nel comune destino di vita e di morte, in un rifiuto della politica, del negotium, in un fiducia nella figura di un illuminato  basileus,  nomos empsuchos!

Lei, dopo Esiodo, vuole mostrarmi Parmenide  di Elea che, influenzato da Pitagora  nel suo poema Peri phuseoos simbolicamente annuncia di  cercare sotto la  guida delle  figlie del Sole  la via che conduce a Tetide e  a  Dike,  le due dee della giustizia divina ed  umana così da poter  distinguere il vero dal falso,  realtà ed  apparenza  per un orientamento,  su un preciso sistema  giusto, tanto  da affermare che la dike  kosmia domina  su tutto  come basilare perno  di virtù riconosciuta e praticata?.

Marco,  per me, la filosofia eleatica   e quella milesia in due ambienti diversi  favoriscono  la fondazione della scienza  da una parte e da un’ altra  quella dell’historia  con Ecateo, mentre  si sviluppa anche il pensiero scientifico  con Anassimandro e con Leucippo,  il cui  discepolo Democrito  arriva a determinare  l’esistenza di un qualcosa che origina il  fenomeno naturale  tanto da capire il segreto del kosmos inteso come ordine del  mondo  che è ... il vuoto to kenon /inane!.

Professore, sul ragionamento democriteo del vuoto come  spazio illimitato, senza centro, inizia la ricerca umana?

Non  penso, Marco,  che derivi da questa coscienza di vuoto e di spazio   e dall’esistenza probabile  di atomi indivisibili,  che  lo percorrono  liberi,  si possa dire che si costituisca la struttura stessa spaziale. I termini greci e poi quelli latini non autorizzano un tale sviluppo scientifico atomistico, certo: solo nel I secolo a. C. con Lucrezio, in ambiente campano, Ercolano forse,   si elabora un sistema linguistico latino  su cui si basa il De rerum natura,  specie la pars  centrale del libro (III-IV).

Lei parla del vorticoso giro degli atomi che  senza forma, senza colore, senza  ordine  prefissato ora si scontrano, alla fine del IV libro nella spazio vuoto a  causa del clinamen ?….

Continua

Il “cristianesimo” di Filone Alessandrino

 

Trasformare la collocazione e la funzione sociale della letteratura   Walter  Benjamin

 

Marco, già in altre occasioni ti ho parlato della Scuola di Giovanni Reale e  del Centro ricerche di Metafisica dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano?!

Mi ricordo bene e mi ricordo anche della sua stima per Reale e per la sua prodigiosa memoria, quasi simile a quella sua, e della sua ammirazione per Roberto Radice e il suo lavoro strutturalistico, curatore di Del Commentario allegorico alla Bibbia – a cui lei inviò il suo Quod omnis probus, (oggi e.book  col titolo  Filone,  Esseni ) dopo che aveva tradotto De vita contemplativa, In  Flaccum e Legatio ad Gaium  (opere pubblicate successivamente), per una pubblicazione con la casa editrice Rusconi -.

Certo, Marco,  io arrivo sempre al momento opportuno! Anche se accettato a parole – per telefono-  (forse) da Roberto Radice, proprio, allora,  la casa editrice si ferma con le pubblicazioni  filoniane,  anche se precedentemente aveva prodotto L’uomo e Dio (Il connubio con gli studi preliminari, la fuga e il ritrovamento, il mutamento dei nomi, i sogni sono mandati da Dio) con introduzione prefazione note ed apparati  di Clara  Kraus  Reggiani, 1986 – che già aveva  tradotto In Flaccum e Legatio ad Gaium (Filone alessandrino e un’ora tragica della storia ebraica, Morano, Napoli 1967) e De Iosepho, oltre a De Abrahamo e De opificio Mundi Filone alessandrino e la filosofia mosaica,  Rusconi 1987- e La migrazione verso l’eterno (L’agricoltura e La piantagione di Noè, l’ebrietà e la sobrietà, La confusione delle lingue,  la Migrazione di Abramo) saggio introduttivo,  traduzioni e note di Roberto Radice, 1988)!.

Un grande lavoro su Filone Alessandrino in lingua italiana fu fatto dalla casa editrice  Rusconi, che accettò il progetto di Clara Kraus Reggiani,  curato sostanzialmente  da Giovanni Reale- che si era servito  anche di Roberto. Radice e di Claudio Mazzarelli- nella collana I Classici del Pensiero (Vittorio Mathieu, direttore)-!

Certamente, professore,  il lavoro dell’Università di Milano  segue dopo decenni, l’esempio Tedesco, Inglese, Francese e Spagnolo-argentino! Un lavoro grandioso, sotto  il nome di prestigiosi accademici con finanziamenti statali e con reclutamento personale  di giovani di belle speranze, disposti a tutto!  Si è ancora nel periodo del dominio assoluto dei baroni universitari!  tutto è organizzato da una piramide verticistica   dirigenziale che controlla  ogni  fase e i singoli lavori! Neanche   si tiene conto della lezione cinquecentesca di revisione  umanistica del testo  latino – greco, controriformistico, di Turnebus -Hoeschelius  1614,  base per ogni ricercatore filoniano di qualsiasi temponazionalità!?.

Marco, tu alludi alla mia Questione  in tre libri  di  Prefazione a vita di Mosè 2016  www.angelofilipponi.com  che rimanda a Vita di Mosè -opera inedita come Creazione del Mondo e Vita di Abrahamo – e al progetto filosofico di  Giovanni Reale, idealistico, platonico-cristiano,  seppure critico verso l’altrui lavoro,  staccato da quello della Kraus Reggiani, che pur aveva intravisto la già  avvenuta ellenizzazione sacerdotale gerosolomitana e quella degli oniadi (discendenti di Onia IV), di Filone e del fratello, Alessandro Alabarca, e della intera famiglia, migrata in Egitto nel II secolo a. C., intenta, da oltre un secolo, all’attività militare e commerciale, all’impresa finanziario-economica della trapeza, di Leontopoli, città Tempio egizia,  collegata coi lagidi prima  e poi con Gabinio, Pompeo e Giulio Cesare ed infine  con Ottaviano e  con Tiberio e,  quindi con  Antipatro e Giulio Erode e figli, cives  perfettamente integrati nel kosmos romano-ellenistico, avendo rilevato  il decuplicarsi dell’economia giudaica  in epoca  Giulio-claudia, dal periodo postaziaco fino a Gaio Caligola, pur avendo lasciato  in ombra  la profonda scissione culturale tra i giudei aramaici e i giudei ellenisti,  divenuta insanabile,  a causa del passaggio  dal Regno asmoneo a quello erodiano  e del nuovo rapporto tra Gerusalemme ed Alessandria, tra il sacerdozio sadduceo, fuso ora  e confuso con quello oniade,  opposto a quello essenico, che risultavano due odoi/ vie, sostanzialmente, una pratica ed una contemplativa?

Professore, io ho seguito  con diligenza il suo lavoro ed anche quello di autori christianoi, allineati secondo la lezione del concilio Vaticano II 1962-1965! Per me, lei, non altri- sempre più  subordinati a un apparato industriale  che non possono controllare – è scrittore rivoluzionario! lei ha distinto  dai giudei ellenisti, sparsi per il Mediterraneo, il mondo aramaico, rimasto fedele agli asmonei,  integralista, ferocemente antiromano, seguace dei  farisei  e degli esseni  che, interpretando la Bibbia, predicano la lotta  contro l’invasore – che, dopo un sessantennio,  ha fatto  il censimento e riscuote le  tasse-  ed eccitano alla rivolta il popolo, preferendo la morte alla integrazione culturale – che significa abbandono della tradizione mosaica -in attesa dell’avvento del Messia e della ricongiunzione con i fratelli aramaici di Parthia!

Marco, tu forse mi dài meriti che non ho, ma certamente ho fatto quel che ho potuto fare,  isolandomi, pur facendo tentativi di tanto in tanto di vendere un prodotto invendibile,  in un ambiente cristiano, dogmatico, dove, invece, si sono ben inseriti elementi ebraici.

La  Kraus Reggiani, comunque,  professore, all’epoca, non poteva mandare un tale messaggio perché traduceva Filone e non Antichità giudaiche  XIV-XX, da cui, lei, invece, ha tratto, – avendo già tradotto tanta parte di Turnebus -Hoeschelius (la pars politica  e parti del Commentario  della Bibbia),- la distinzione del Regno dei Cieli dal Regno di Dio cristiano e con esso  la distinzione tra un Jehoshua galileo aramaico qainita e  maran, e un Iesous  ellenizzato e romanizzato,  già dall’ecclesia di  Antiochia e da quelle fondate da Paolo di Tarso e da quella giovannea di  Efeso, confluite tutte nel Didaskaleion di Alessandria, dopo la fine dell’ impresa di Shimon bar Kokba – dove, essendo attecchito il processo di integrazione commerciale  trapezitario  ellenistico giudaico, dell’ ameicsia, filoniano, si deifica in un quadro gnostico e neoplatonico, la memoria dell’ eroe crocifisso,  morto e risorto, sulla base della formulazione dell‘ agia trias,  quando  è in atto a Roma e nelle province  l’ektheosis imperiale, progressivamente impostasi dall’epoca di Caligola, con un culto  prescritto da decreti senatori e da leggi flavie ed antonine.

Marco,  certo,  la Kraus e gli altri, allora, non potevano leggere iFilone quello che poi, invece,è stato il compito del didaskaleion di Alessandria, che stravolge la figura di Gesù aramaico, antiromano, in  quella di rabbi, in quanto ritenuto kurios,  uios theou, logos,  upostasis tra  Pateer  e Pneuma agion,  facendo una sincresi  della lezione filoniana del  Commentario biblico e del pensiero  di Ammonio Sacca  ( e  di Plotino),  in un ambiente dominato dalla  gnosis  e da tutte le formule cristologiche delle comunità cristiane esistenti (specie efesine). Inoltre l’Alessandria dei severi sta cambiando rispetto a quella antonina e specie a quella Giulio-claudia e flavia, in quanto  è cambiato il rapporto di forza economico e finanziario tra i giudei  – ancora perseguitati e  non più campioni della trapeza – e i banchieri greci.  Infine sopravvivendo nel lago Maryut la  colonia dei  contemplativi  si rileva in essa il paradigma  operativo per gli pneumatikoi,  mentre si costruisce l’altro sistema pratico di bios per  gli ilico -psichici,  formando due percorsi, uno funzionale alla formazione sacerdotale  e l’altro quello popolare, visibile nell’opera di Clemente alessandrino  e di Origene!

Perciò, professore, la doctrina dell’Università di  Milano, pur avendo meriti, è sostanzialmente quella origeniana, rivista  da uomini  del periodo costantiniano e  teodosiano, che  nei due concili di  Nicea e  di  Costantinopoli  crearono  le basi dogmatiche della  Chiesa cristiana  pur nel contrasto con il pensiero di Ario e dei suoi sostenitori: la  lettura di Filone  non è quella di un ebreo fedele ad una tradizione giudaica (quella di Eupolemo ed ArIstobulo)  tipica del politeuma alessandrino dell’ epoca giulio-claudia,  di un oniade, capace di  fondere  l’avita musar aramaica e la paideia greca, (che all’epoca è un sistema sincretico di forme pitagorico-platoniche e  stoico-scettico -aristoteliche, necessario nel contesto romano imperiale pronto ad accogliere il neos sebastos Gaio Caligola, desideroso di dare amalgama  universale  con la sua neoteropooia, prima alla multietnica città lagide, destinata ad essere capitale dell’impero,  poi al mondo intero,  convinto di essere Zeus upsistos,  il sublime  autokratoor, nomos empsuchos, unico despoths e kurios, solo pastore di tanti popoli – Cfr. A. Filipponi, Caligola il sublime Cattedrale 2008- ed ebook  Narcissus 2014, Amici  cristiani,  perché diciamo “crediamo”?) ma è quella  successiva di Origene, portata avanti dai Padri della chiesa di Alessandria, che domina grazie all’allegoria  filoniana  sulle altre chiese,  pur con qualche difficoltà,  mediante la creazione di un’unità  comune dottrinale, avendo prevalso sulle altre sedi patriarcali ed anche su quella costantinopolitana, di Gregorio di Nazianzo e di Giovanni Crisostomo,  pur più vicina al potere politico teodosiano!

Certo,  Marco, Giovanni Reale neanche si accorge che  non ha occhi per vedere né orecchie per sentire in quanto  non sa leggere realmente  sotto l’allegoria filoniana perché ha seguito la guida cieca dei Padri  della Chiesa, che interpretano in senso cristiano orientale prima e poi occidentale, agostiniano,  ed infine secondo l’impostazione di Massimo il confessore,  dopo la presa islamica  di Alessandria , definitiva nel 646 (era stata conquistata nel settembre del 641 poi riconquistata  da Eraclio  nel 645!),  a seguito della latinizzazione pontificia  anicia romana e del successivo dettato pontificio di Gregorio VII.

La celebrazione di un Iesus Nazarenus Rex Iudaeorum  è la conclusione  definitiva di una lotta di affrancamento dell’ autorità occidentale pontificia dall’esarca di  Ravenna  e dal Basileus  di Costantinopoli, nei confronti del potere legittimo statale romano bizantino.

Professore, perciò, Giovanni Reale critica  incautamente le altre letture  e parla di sbaglio  senza accorgersi che gli altri hanno negli occhi una pagliuzza e lui un trave, in quanto i lettori milanesi cattolici neanche rilevano le diversità delle due impostazioni, quella  ebraica, secondo il velo  atavico di vittima  sacrificale e  di agnello e l’altra di un idealismo universalistico  platonico -agostiniano di un millantato amore  filantropico e di  pecorismo nazareno: la lettura di Platone, di  Filone,  di Seneca – tutti sotto il controllo e cura di Reale!-sono segno di un lavoro astratto e generico  non omogeneo  e non unitario, nonostante l’oggettiva bravura di chi legge e traduce! Infatti Reale lo sa bene se scrive così in Filone  Commentario allegorico alla Bibbia, nella Presentazione, p. XIII: a. sbagliano quegli interpreti che leggono Filone solo dal punto di vista  teologico, religioso ed ascetico, e che lo ritengono filosofo solo a latere   b. ma sbagliano in senso contrario  anche quegli interpreti che lo rileggono scindendo  con una vera e propria spaccatura  di contenuto, la sua fede dalla filosofia,  la quale si ridurrebbe al logos greco.  c.  sbagliano inoltre coloro che, per capire  questo logos filosofico greco,  si disperdono nelle Quellenforschungen, distinguendo ciò che risale a Platone, ciò che riporta ad Aristotele oppure alla  Stoa e così via.   d.  sbaglia chi riduce Filone ai canoni dello stoicismo    e. così pure  sbaglia chi con canoni strutturalistici   ritiene di dare senso  ai trattati filoniani/cfr. A. Filipponi,  Giuseppe  o il politico, De Iosepho   ebook Narcissus 2013.

Marco, eppure  i  suoi collaboratori sono davvero di grande rilievo culturale: Clara Kraus Reggiani- rimasta  subito isolata  –   non  può entrare nella logica cristiana di una lettura platonica controriformistica di Reale,  connessa con quella di Claudio Mazzarelli,  traduttore di  i Cherubini, Il malvagio tende a sopraffare il buono, Posterità di Caino,  I giganti e Immutabilità di Dio, già noto  per la traduzione di Etica Nicomachea  di Aristotele,  competente del medioplatonismo,  uomini legati al platonismo e al logos romano-ellenistico e quindi dipendenti dalla lettura cristiana origeniana e cappadoce.  Infine  Reale, allora  impegnato nella preparazione di Per una nuova interpretazione  di Platone  – Vita e pensiero, Milano 1994- dopo aver interpellato e richiesto l’opera di molti intellettuali,  alla fine, si orienta su Roberto  Radice,  che accetta la grossa fatica per tutti gli anni necessari  in maniera costante e  a tempo pieno,  risultando un collaboratore eccezionale perché  già vicino a Filone per aver tradotto  L’erede delle cose divine,   prezioso  per le sintesi e per il lavoro strutturalistico,  oltre che per la preparazione di Bibliografia  generale, anche in collaborazione  D. T. Runia (Leiden, 1988,1992)!.

Professore, comunque, nessuno di questi può entrare in merito a Filone senza un reale lavoro storico! Forse  solo la Kraus Reggiani avrebbe potuto fare la differenza nella lettura  di Filone  Alessandrino, se  svincolata dalla cultura christiana?   Certo,  Marco, lei era l’unica a poter avviare in altra direzione la lettura di Filone, avendo una grandissima cultura, la padronanza di 14 lingue  e la guida spirituale  del rabbino di Trieste, Paolo Nissim,  essendo  pure sulla scia di G. Calvetti e di  R.  Bigatti  la cui traduzione di  Creazione del  mondo e di  Le Allegorie delle leggi del 1978,  ha un indirizzo più ebraico che cristiano, nonostante  la cura di Giovanni  Reale e la casa editrice Rusconi!

Allora, professore, la successiva lettura filoniana in senso alessandrino origeniano ha condizionato non solo la storia del cristianesimo ma anche  quella  di Filone, cristianizzato  cfr. www.angelofilipponi.com  Filone cristiano  o Cristo filoniano?

Marco, senza la distinzione storica  di Il Regno dei cieli, aramaico, dal Regno di Dio christianos,  si ha una storia  generica cristiana con una figura  diafana ed evanescente di  un Gesù uomo -dio, come tramandato in greco dai Vangeli,  che sono  della stessa epoca antonina- severiana, nati dopo una lunga gestazione orale aramaica e poi greca, prima di una riscrittura  tipica del Didaskaleion, che è quella di una revisione evangelica sistematica  di un probabile  Marco,  ipotetico vescovo di Alessandria! Certo tutti usano la terminologia di Filone, che è equivoca come ogni allegoria riferita ad un patriarca , ad Abramo  migratore  che fa ecsoikhsis, a Isacco che è stabile e stanziale, a Giacobbe che migra e combatte con Dio,  e perfino al cambio dei  nomi– Peri toon metonomazomenoon  kai oon eneka metonomazontai/ qua re  quorumdam in scripturis mutata sint nomina- che comporta e sottende una metanoia in senso giudaico, non platonico: logoscleeronomos  methorios,  phugas,  sono  i termini  esemplari  di un vuoto parlare senza base storica e senza reali referenze, un puro esercizio sofistico, utile  nei tanti passaggi da una lingua ad un’altra,  specie da quella greca a quella latina.

Professore, lei mi vuole dire che in Filone, secondo la lettura, cristiana, si trova tutto  quanto serve, come nei libri biblici dei Profeti e della Sapienza,  per la costruzione dell’autorità sacerdotale e regale,  come anticipazione o prefigurazione  del Patrimonium sancti Petri ed Pauli, usurpato organismo di doppia natura, umano-celeste, oltre alle singole parabole cristiane, ai detti sapienziali, proverbi,  tutto un apparato ora redatto in lingua latina  in senso  teocratico- gregoriano, da utilizzare nei confronti della pretesa tirannia dell’imperatore occidentale, -nato dal connubio di sacro e profano,  nei patti di Paderborn, del 799, momento determinante  per la costituzione del Sacro romano impero  di  Carlo  Magno e per quello successivo  Germanico  di  Ottone I, derivato- specie dopo la fine della lunga lotta con Ravenna, a seguito della morte di Eutichio,  e poi anche contro la legittima auctoritas romano-bizantina, destabilizzata  con la proclamazione della superiorità ebraica dell’ ierousune sull’ exousia regale, propria  della musar aramaica, rimasta nella titolatura  giudaica ellenistica erodiana  e poi passata a quella  costantiniano-teodosiana, secondo processi  cesaropapisti, da noi definiti  romano-bizantini.

Marco, riflettendo  su quanto male sia  derivato per la cristianità dalla mancata opportunità di una corretta revisione del pensiero di Filone, non  separato nettamente da quello  dell’esegesi ermeneutica  dei Padri della Chiesa da parte dell’ Università del Sacro Cuore  coi commentatori del  Commento allegorico  della Bibbia,  penso anche al  fatto che nessuno di loro, pur  grandi menti,  abbia  considerato, (traducendo le varie parti dell’opera  filoniana, la figura elitaria  di  Heres  delle  cose divine – che adombra  per loro solo il popolo ebraico spirituale e quindi il sacerdozio cristiano, in una legittimazione della scelta di Dio per la guida del popolo,  che consacra col Papa un nuovo Mosè, sacerdote  e re, profeta e legislatore –)  senza considerare il  valore reale etimologico di cleeronomos / di uno, scelto per sorte, a succedere in un ambiente economico e finanziario, dominato dagli oniadi, epitropoi/ amministratori dell’oikos/patrimonio antoniano (di Antonia minor!), dioichetai di un ramo  della casa imperiale giulio claudia, anche se eredi legittimi del sommo sacerdozio gerosolomitano! Inoltre davvero soffro e mi dolgo, ancora di più, nel rilevare la diversità di significato di methorios  di un essere al confine tra umano e divino, tra  mortale ed immortale – che, comunque, non è né uomo né dio,  pur rilevando  l’esperienza di attività  umana, propedeutica a quella contemplativa,  che, comunque, sottende la valenza di un trapezita o addetto alla trapeza  nell’ufficio di  cambiare valuta,  di uno che sta  col suo banco al confine tra due stati  sovrani – di norma tra impero romano e impero parthico-  in quanto può fare profitto grazie ai buoni  rapporti amichevoli coi governanti  di frontiera!  Infine mi inquieto davanti al significato di spoudaios connesso con dikaios, del tutto disgiunto dal significato  di tzadik e dalla pratica della tzedaqah, una dikaiousunh differente perché sottende un’ osioths santità impensabile per un greco, che la traduce in relazione alle proprie referenze logiche, occidentali, diverse da quelle di un orientale contemplativo.    Mi arrabbio, perfino, invece, se, leggendo  l’opera di Paolo di Tarso,  christianos antiocheno, un fedele seguace filoniano,  ebreo, beniaminita, e  credente  in Iesous Christos Kurios, nato, in Giudea, vissuto in Galilea, crocifisso, morto,  risorto ed asceso al padre, -un’ ideale figura di aramaico antiromano, eroe  messianico di un Malkuth ha shemaim – mi vogliono far credere a valori solo spirituali, quando il tarsense è un commerciante giudaico  romano,  il cui padre si è arricchito facendo tende per l’esercito, la cui sorella è sposata ad un erodiano e la cui madre, risposatasi con un indeterminato Rufo, vive  ancora forse a Roma quando il figlio vi giunge, in catene, ed incontra i fratellastri ! E mi infurio se si dice di un Paolo mitico predicatore giudaico in epoca neroniana, di un Gesù Crocifisso,- a Roma, nella capitale dell’impero ! – e se si parla  del sintagma  scandalo della croce,  di una  predicazione  assurda  per un romano dell’epoca- cfr.  Crucis ofla   in www.angelofilipponi.com  – accettata, comunque, cristianamente,  a seguito di una lettura biblica filoniana sapienziale.

Comprendo  ora,  professore, la sua sofferenza   di fronte alla mistificazione  terminologica cristiana  e la sua denuncia  morale  di un’operazione  non certamente utile per il sapere e nemmeno per il cristianesimo in quanto viene  convalidata l’esegesi  origeniana, oltre a quella cappadoce e quella agostiniana con la riproposizione della filosofia come ancilla theologiae, della subordinazione del terreno al celeste, del tempo all’eternità della creatura al creatore!

Marco,  la concezione di un Filone, ambasciatore e  propulsore culturale,  con  la sua forza dinamica, nella sua  ardente fede in Dio  e nel metodo esegetico – che rileva invece la forza unitaria naturale  di un  ebreo che  conosce il legame  profondo  tra corpo e spirito, tra ulee/psuchee e pneuma, avendo il modello di vita di un contemplativo,  ritiratosi, da vecchio da ogni affare, dopo una logorante  vita di attività pratica commerciale, redditizia, lasciando ogni bene  alla  propria famiglia, per iniziare un bios theorikos, che è un’ascesa progressiva  a Dio, inimitabile per un occidentale  (Cfr. De vita contemplativa -La vita contemplativa, ebook Narcissus 2014)- non è compresa e, cristianamente, risulta inesplorata!.  Filone, ambasciatore alessandrino a Caligola,  dopo l’arresto del  fratello Alessandro alabarca, epitropos di Antonia minore, forse già morta, dopo l’orrore dell’ektheosis di Panthea  Drusilla e dell’eccidio di confratelli,  quanto avrà rimpianto – nel momento in cui ha notizia  di una profanazione  del tempio con  la paura dello sterminio etnico ad opera del Governatore di Siria Petronio Turpiliano in caso di non accettazione dell’ordine imperiale di installazione nel sancta sanctorum  del colosso imperiale –  la pace del suo semneion sul lago Maryut, nel traffico delle convulse vie di Roma  o nei tanti giri per l’Italia per un colloquio con l’imperatore per la normalizzazione di rapporti con i cittadini  di Alessandria,  già destinata ad essere capitale dell’Impero!

Certo  i professori universitari sono, in realtà, letterati, intenti in un lavoro, commissionato da  Rusconi, che ha sovvenzioni  statali  e legami anche col Vaticano, da  cui dipende l’Università del Sacro Cuore  e quindi operano non per  studiare un pensatore giudaico ellenistico  dell’epoca Giulio-claudia, come artefice,  tra l’altro, di una rivoluzione economico sociale finanziaria seppure sotto le forme letterarie  pitagorico-platoniche  e di un commento biblico, religioso,  come quello di predecessori come Eupolemo ed  Aristobulo, già impegnato  nell’apologia giudaica della propria superiorità  culturale, rispetto al contributo greco, derivata  dal Pentateuco, fonte di verità, ma per trovare in Filone la lezione cristiana , seguono la via più facile, quella segnata dalla tradizione cattolica,  essendo oltre tutto,  uomini cattolici,  di una università cattolica!. A loro sfugge tutta la storia di quel particolare momento  in Alessandria, già al centro delle operazioni militari antiparthiche, avendo già Caligola preparato il suo viaggio  per la nuova capitale  senza pretoriani e coi soli germani, come guardie del corpo, e  stanziato il  suo esercito  in punti nevralgici,  in Armenia, in Cirrestica e  in Adiabene, mentre i suoi legati, già nominati, attendono il suo arrivo a Dafne, alle porte di Antiochia, secondo i vecchi progetti d’invasione della Parthia  di Cesare  e di Antonio.

Professore, io ho seguito il suo processo di separazione della  scienza /episthme  dalla ricerca della verità, i due percorsi diversi e differenti  da non confondere,  per non alterare il concetto di verità  col dogma religioso, in un trasferimento illuministico-positivistico di quanto bisogna fare  o di quanto  storicamente si fa al fine di un’utilità pratica  per un reale beneficio umano, quotidiano. Sono stato accanto a lei, anche se giovanissimo,  negli anni  90, durante la  scrittura di  L’eterno e il regno,  che  avrebbe dovuto  propagandare una tale visione giudaica di Regnum messianico terreno, unito alla  concezione dell’ eternità sacerdotale. Perciò, posso rilevare come negativa l’operazione cattolica su Filone, come su quella  di Seneca  ed anche su quella di Platone (e di Aristotele), in quanto  lavoro erudito e dotto, utile ai fini della conoscenza della religiosità cristiana  collegabile  ai tentativi  del concilio Vaticano II  di Paolo VI , ingloriosamente chiuso con la vendita della Rusconi ad  Hachette, a seguito della morte dell’editore. Lavori di tale genere  tradizionali, comportano non la lettura storico-geografico di fenomeni reali propri della quotidianità, ma solo una coscienza superficiale di notizie  storiche  sottese ad un linguaggio filosofico, in cui poco vale se  l’impresa di Caligola non fu fatta e se la storia poi andò  nel senso dettato da Claudio imperatore, ben legato con re  Erode Agrippa  I  che,  cercando di fare una propria politica  autonoma,  si scontra con la intransigenza prefettizia di Vibio Marso, governatore di Siria !  Nulla si rileva  di una situazione giudaica, giunta quasi al collasso  economico, data la prevalenza greca finanziaria,  dopo l’editto imperiale di Alessandria,  che impedisce  il proselitismo e limita l’attività methoria ebraica,  ridimensionandola,  mentre  si profila  una nuova ondata di antiromanità in Giudea  tanto che  risulta  chiaro a Roma il cancro giudaico da estirpare, prima possibile!

Marco, vedo che hai ben seguito il mio lavoro.

Certo, professore, lei dice che in  De migratione Abrahami e in De legibus   specialibus  Filone  esprime una vita attiva  di chi vive autenticamente come methorios, che cerca Dio  come  oikonomos e poliths, che applica come virtù  l’ars economica  e politica,  col Principio di mediazione,  specifico di  ameicsia di una vita ebraica, separata in terra straniera egizia, senza il timore di non procedere verso la perfezione teleioosis, congiunta, invece,  con  l’attività pubblica  e privata   in quanto dimostrazione di    capacità  di governare bene la propria casa/ oikos,  secondo un paradigma  patriarcale, non differente dall’etica stoica virtuosa (Quaestiones et solutiones in Genesim,IV,165,  e  De Praemiis et poenis .113). e  rileva l’ambiguità politica di ogni giudeo ellenista come quella dello stesso re  Erode Agrippa I! Professore,  secondo me, è strano che si sia fatto solo un lavoro letterario, filosofico e teologico  alla presenza e con l’assistenza tecnica di un’ebrea, grande traduttrice  e  con tanti filosofi insigni. Mi sembra  quasi impossibile che non abbiano visto Filone, pur  pitagorico- platonico, come  oniade, sacerdote,   pneumatikos,  anche se commerciante,  politikos  in epoca caligoliana e primo-claudiana,   come maestro di  theoria  e di pracsis, contemporaneo ai christianoi antiocheni e a  Paolo e Luca, Pietro e  Marco e Matteo, alquanto vicino a  Giovanni e  alla scuola efesina, che, poi,  sotto gli antonini e i severi, insieme coi didaskaloi, paidagoogoi del didaskaleion alessandrino lo hanno cristianizzato con lo stesso Gesù e suo fratello Giacomo?

Marco, le ragioni potrebbero essere tante  e fondamentalmente penso che la struttura culturale  basilare dello studioso di fine novecento, sia la stessa di quella classica ed umanistico- rinascimentale, cioè tipica di  uno studium liberale, che privilegia  il letterato, filosofo e teologo e considera secondarie le artes sordidae che sono quelle di uno studium   scientifico e   tecnico-artigianale,  operaio- popolare. Inoltre devo aggiungere che in tali lavori  di così grande complessità, ognuno opera per conto suo e non è facile la coordinazione anche da parte di una mente eccezionale!

Qualcosa del genere sembra  che lei denunciò  per il vocabolario DIR  quando mostrò la non coordinazione  tra il letterato Angelo Gianni e l’etimologo  Tristano  Bolelli, operanti ognuno  a casa propria,  a distanza!.

Marco, la casa D’Anna, allora,  mi definì non angelo, ma diavolo! Comunque, ora ritengo che vi siano ragioni  di politica  posthitleriana, da parte ebraica, che,  pur rilevando la figura  di Filone  platonico che, commentando il Pentateuco crea un sistema filosofico nuovo – che in seguito presenta i segni caratterizzanti il cristianesimo,  il quale  nel Christos theos e kurios riassume  la simbologia connessa alla triade dei Patriarchi ( Abramo – Isacco-  e Giacobbe) – ,  mentre  da parte cristiana   Filone, letto ed interpretato da Paolo, poi rivisto e revisionato secondo la lezione evangelica  greca,  successiva all’impresa di Shimon bar Kokba,  perde la sua autentica natura di mediatore culturale  tra musar  e paideia,   perché cristianizzato da uomini  che  rivendicano l’originalità cristiana di agape, in una volontà specie dopo l’interpretazione dei  Padri cappadoci e di quella occidentale agostiniana ed ambrosiana,  geronomiana e rufiniana, che valorizzano le tesi evangeliche e il pensiero paolino di predicazione di morte e resurrezione del Christos, la venuta dello pneuma agion e la costituzione della Trias agia!.

Da qui un Filone inautentico, il cui testo –  studiato solo in ambito tedesco da Koehn-Reiter-Wendland agli inizi del  XX secolo,  neppure è ben conosciuto nella sua sostanziale autenticità, dato l’apporto sotteso  del  contributo dottrinale cristiano e considerata  la lettura  puntuale,  prima in senso medio platonico, poi  secondo l’insegnamento  di Ammonio Sacca, che fonde anche col platonismo la lezione  epistemica aristotelica ed epicureo – stoica!

Filone  rimane equivoca base  per  ogni credere in quanto  capire è  in funzione del credere, quando,  invece ,l’alessandrino  riassume nella sua opera  la sua  molteplice attività  di nauarchos, di trapezita e  di methorios,  di un vero  commerciante che conosce il mondo romano e parthico, oltre a quello indiano, dati i rapporti di Alessandria con i porti dell’ India  centro meridionale e di Ceylon, e quindi, i monsoni, ha famigliarità con atleti come  i  pancraziasti e con attori al teatro greco, e contatti vari  con scrittori che fanno allegoresi omerica ed esiodea. Insomma  Filone è  un uomo completo alessandrino, che ha una visione  anche scientifica  della phusis, figlia unigenita del theos, nella sua  struttura atomistica  stoico-epicurea e che ha fatto varia esperienza di vita prima di ritirarsi  dal mondo degli affari per andare  alla ricerca di dio,  prima di fare l’anakhooreesis!  Filone, Marco, ha distinto  la creatura  genneethenta/generata dal creatore ou poihthenta/non creato, su una duplice base di genneesis/generazione e di poieesis/creazione, pur riconoscendo che il nato, mortale, è  immagine di Dio,  della sua stessa sostanza, come ogni elemento celeste astrale

Professore, lei mi vuole dire che Filone è un uomo del  suo tempo, un sacerdote  ellenizzato e romanizzato  davvero, e che anche la sua allegoria del Pentateuco  è connessa con quella greca: non per nulla è riconosciuto maestro di Seneca!

Certo, Marco anche Seneca non è ben letto da Giovanni Reale come Platone, in quanto usa gli stessi criteri di lettura filoniani per cui si alona la figura del romano, come filosofo eclettico capace di fare ora sincresi, ora  sintesi  pneumatiche,  theoriche, proprie della cultura alessandrina, in cui si è formato, stando ospite in casa di ebrei, dai quali il suo stoicismo è contemperato e  sublimato secondo le linee contemplative di ricerca della teleioosis/perfezione.

Si spiega, allora, professore, anche il tentativo di mettere in relazione Paolo di Tarso col filosofo romano  al fine della  consueta cristianizzazione?!

Seneca è discepolo per 15 anni di Filone ad Alessandria!  Il padre Seneca il vecchio  invia il figlio  ansioso ed asmatico con problemi polmonari  (Lettere a Lucilio, VI,54,1  satis enim apte dici suspirium potest/infatti la si può denominare con sufficiente proprietà ” difficoltà di respiro” ) presso la zia,  moglie di Galerio, praefectus Aegypti dal 16  d c., al 31  d.C.(cfr. Ad Helviam matrem,19) che probabilmente lo indirizza verso gli  amici oniadi, che sono i diretti  collaboratori finanziari del marito! . Lei, professore ,nel Romanzo  ha perfino   ipotizzato una  coena  in cui sono riuniti  Gesù costruttore/qainita, invitato con Erode Agrippa,   Filone e un contemplativo, di nome Ruben, in casa di Alessandro l’alabarca, sommo sacerdote leontinopolitano,  che discutono  sulla creazione ex nihilo  e su Dio Ktistees , mediante il  logos. Allora io  ero sorpreso che nell’ambiente alessandrino si facesse la  storia con l’esercizio delle trapezai, col denario o dracma,   e che il fratello di Filone potesse avere un potere così grande nel mondo romano !

Marco, il mondo ebraico  non è cambiato mai, nonostante le tragedie immense e  le sofferenze  inaudite patite, nonostante  la ghettizzazione, fatta dai cristiani, che, grazie  a Filone, hanno potuto creare un sistema  ibrido  commerciale -religioso, fare una mistione  di sacro e profano, di mortale ed immortale,  in nome di Gesù- ebreo-:  Dio  e Mammona sono la vera anima del giudaismo romano-ellenistico, secondo il christos!

Dunque, professore,  sono  i  christianoi – in genere i monoteisti di cultura avanzata- che, servendo, ambiguamente  due padroni, impongono  o hanno imposto storicamente il principio morale (una costruzione filosofico -teologica!) di dare leggi e di portare con la violenza  alla democrazia i barbaroi, che seguono  un loro naturale percorso , in nome di Dio, in relazione a quanto detto dai rispettivi profeti Mosè, Gesù, Maometto, coprendosi con il progresso economico-finanziario!

E’ da storici  – uomini che, scrivendo, operano e lottano, diversi da quelli che informano, stando nascosti– smascherare la storia  e falsificarla,  confutando la theoria secolare dominante  assiro-babilonese, persiano-giudaico – greco -romana(compreso il colonialismo inglese- americano islamico, e  comunista  russo- cinese),  che si basa sul principio che il vincitore militare  ha il diritto  di imporre leggi e  di far crescere secondo  democrazia un altro popolo, costretto ad integrarsi sul modello di  un’ altra cultura!

Questo   è  fare storia, questa è la novitas di fare storia e ricerca storica, come lei già ha fatto in Mosè  e il sacerdozio cristiano (e islamico) www.angelofilipponi.com – non di ripetere quanto si trova già scritto-  dove si afferma: il Sacerdozio diventa emblema di tempo e di eternitàsimbolo terreno del cieloteleiosis/perfezione  come kthma eis aei/possesso per sempre,! 

E’, professore, una concreta operazione  secondo principi scientifici (e non filosofico-teologici), che sono in grado di  verificare l’esattezza di ogni ipotesi, nel corso dei secoli !.

 

 

 

 

 

 

 

I qainiti e le tasse sotto i figli di Erode!

I qainiti e le tasse sotto i figli di Erode

Marco, è difficile, direi, impossibile spiegare ad un Cristiano praticante la nascita in Giudea di Gesù all’epoca dell’ apographh e il suo successivo domicilio in Galilea, al ritorno dall’Egitto, e  mostrare la sua infanzia tra i qainiti, tra muratori ed artigiani, manovali, nel contesto di un clan patriarcale, numeroso, composto da molte famiglie, che riconoscono i diritti del  primogenito Ioseph bar Iakob, di  Mattan, di Eleazar secondo la genealogia di Matteo (Vangelo, I,25), nel 6 d. C.

Professore, lei parla di Giuseppe, il  creduto padre putativo di Gesù/ Jehoshua/Iesous – suo figlio naturale, invece – come di un patriarca, architetto imprenditore, che gestisce una comunità di  qainiti e non di un umile falegname che , nel 4 a.C.,  è andato a Bethlem con la moglie incinta per il censimento, secondo il decreto di Augusto, applicato da  Sabino, all’epoca della morte di Erode e della  spartizione del regno, diviso dai romani  tra Archelao  etnarca di Iudaea (Giudea, Idumea e Samaria),  ed Erode Antipa,  tetrarca di   Galilea e Perea  e Filippo, tetrarca di Iturea ed altre zone, mentre a Salome viene concessa la zona costiera con Iammia ed Azoto, quando infuria una rivoluzione su molti fronti, ricordata anche da Tacito-  Historiae, V- oltre che da Flavio  (Guerra giudaica II,4 ed Antichità Giudaiche XVII).

Marco, Giuseppe è un uomo di cultura aramaica, che ha altri figli Giacomo, Simone, Giuda e il piccolo Giuseppe  e  due figlie (Asha ed Asia, di cui si parla anche nei Vangeli (Marco, 6,1-6; Matteo 13,53-58; Luca 4,16-20) e forse altre mogli, oltre a Maria. Bisogna correggere la figura del padre di Gesù, che è il capofamiglia di un clan con molti parenti,  che è responsabile di una comunità con altre famiglie di qainiti, che lavorano insieme e mettono in comune il guadagno in  un’unica  cassa comunitaria,  e  che vivono in accampamento, in tende,  secondo l’uso mesopotamico, non in casa  di pietra, come  i cananei: l’ aramaico Jehoshua è uno della tribù che, avendo una specifica professione, quella paterna, la segue  da quando diventa bar mitzvah/ figlio del precetto, al tredicesimo anno  e un giorno, nel 6 d.C, quando inizia la nuova stasis/rivolta contro i Romani proprio in Galilea a seguito dei veementi rimproveri di Giuda il gaulanita- figlio di Ezechia, – un edim/martire aramaico, un rabbi, un maestro della legge/sophisths,  fatto uccidere da Erode  giovane epimelethsche ricorda che ogni giudeo è figlio di Dio, suo erede, e  che ha un solo padrone celeste e non uno terreno, straniero!

Ai qainiti tassati e a Giuseppe architetto, il capo riconosciuto del clan, il monito di Giuda è esortazione a dare la vita  per la legge mosaica, a combattere per la libertà,  a scuotere il predominio straniero,  ora che  i romani, esautorando l’erodiano Archelao,  non ripristinano la vecchia monarchia asmonea, ma annettono la Iudaea, come territorio  tributario all‘imperium ed impongono, come padroni,  il pagamento delle tasse /apotìmhsis!

Comprendi che, perciò, Jehoshua non può aver detto mai  date  a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio (Mt. 22,15-22  ), come ben ho dimostrato in molte occasioni.

Professore, ho letto il suo articolo Gesù, Meshiah aramaico,   methorios, o politikos, fondamentale per conoscere il pensiero  politico, rivoluzionario ed asmoneo  di Giuda il Gaulanita! Non è facile capire questo, comunque,  per un cristiano  educato fin da bambino a considerare Gesù figlio di Dio, nato da Maria, vergine madre di 14 anni,  per opera dello Spirito santo,  custodita nelle sua purezza  verginale da un vecchio artigiano / Qain/tektoon che pur originario di Bethlem,  vive a Nazareth col suo lavoro!.

La mia, Marco,  è un’altra storia, incredibile,  anche se ci sono dati precisi storici, ancora più sospetta perché  frutto di una ricerca cinquantennale aramaica fatta da un traduttore non digiuno di lingue antiche, che ha studiato  una  categoria di  costruttori professionisti, mai esaminati  nello specifico lavoro,  nella loro organizzazione piramidale  e nel sistema di contratti  per chiamata, da parte di dioichetai, amministratori regi  di  Erode Il grande  o dei suoi  figli e nipoti, che hanno lasciato opere monumentali e che hanno costruito intere città,  di cui parlano anche i Vangeli,  come dimostrato in altre sedi.

D’altra parte la  storia dei qainiti è  già legata alla  famiglia  degli asmonei, anche  loro datori  di lavoro, perché costruttori di fortezze e di città, certamente inferiori per mezzi alla  dinastia erodiana, che partecipa agli utili del gazophulakion  templare coi romani, ben assistita e patrocinata dalle trapezai  oniadi alessandrine  e dai gestori ellenistici  commerciali  come l’alabarca di Egitto, oltre che  dagli imperatori di casa giulio-Claudia, connessa  col sistema bancario alessandrino. (Cfr. A F.,  Caligola il sublime,  Cattedrale,  Ancona 2008).

Infine  la stessa tecnica   di rilievo analitica diventa  un impedimento a chi è abituato, non all’esatto termine aramaico o greco o latino, proprio di un lavoro filologico ed etimologico, referenziato e denotato,  ma solo alla parola retorica e mitica! Sappi, comunque, che la rivoluzione viene stroncata da Quintilio Varo che interviene in favore di  Sabino, incaricato del censimento e  ne abbiamo parlato ed abbiamo accennato anche alla distruzione di Sepphoris, ad opera di un Gaio – non ben identificato-, amico di  Quintilio Varo (Flavio, Guer. Giud., II,68 :Gaion hgemona  toon autou  philoon,  os  tous te upantiasantas trepetai kai  Sepphoorin polin  eloon  authn men empiprhsi, tous de enoikountas andropotizetai/ diede parte dell’ esercito a Gaio comandante, uno die suoi amici, che, piegata la resistenza prese la città di Sepphoris  e la diede alle  fiamme,  facendone schiavi gli abitanti). 

Professore, lei parla  poi dell’altra rivoluzione nel  6 d. C., quella guidata da Giuda il Gaulanita, un sophisths /dottore, –  insieme ad un non ben definito Sadoc – quando Augusto  esautora Archelao e invia  a reggere la Iudaea il  procuratore Coponio, un praefectus cum iure gladii  sotto la sorveglianza dell’ epitropos di Siria Sulpicio Quirinio (cfr. La nascita di Gesù,  cit).  Lei  mostra la figura – in relazione a  quanto scritto  da Flavio in Guer Giud., II. 8.1  e in Ant. giudaica XVII –  del  figlio di Ezechia, fondatore dello zelotismo, in epoca erodiana, iniziale – rilevando  un fenomeno, costituitosi per affermare l’integralismo giudaico religioso, basato sul culto di un unico Dio, come non riconoscimento della legittimità delle tasse imposte ad un figlio di Dio, cleronomos/erede del malkuth,  nella sua stessa terra,  da estranei, come volontà di  resistenza militare con la  formazione di un partito  politico – airesis –  che rifiuta di chiamare sovrano  nessun altro mortale, se non Jhwh, padrone celeste?

Marco, io leggo attentamente le parole di Flavio che sottendono non solo un movimento religioso integralista  ma anche una rivolta contro  il sistema censitario  di Roma che considerando la Iudaea  ormai pacificata  ed integrata nel sistema imperiale, applica l’apotìmeesis, la  reale riscossione dei tributi in relazione alla dichiarazione scritta, fatta un decennio  prima,  – come fa poi Gaio Germanico, padre di Caligola, in Gallia, anche dopo la sconfitta  nel 9 d.C. , ad opera di Arminio,  di Quintilio Varo, che  la stava facendo in Germania- : kakizoon ei phoron te Romaiois  telein upomenousin  kai metà ton theon oisousi thnhtous despotas/ colmando di ingiurie (i suoi ), se avessero continuato  a pagare il tributo ai  Romani e ad avere, oltre Dio, padroni mortali.

Già con la rivolta, sedata  da Varo, il sentimento antiromano si era moltiplicato a causa della feroce repressione culminata con la crocifissione  di  2000  uomini e  con la fuga di molti, tra  cui Giuseppe, che, coi suoi,  era andato in Egitto,  ma ora, dieci anni dopo, al momento dell’ attuazione dell‘apotìmeesis,  cioè alla riscossione di denarii da parte dei pubblicani, seguiti da scribi delle varie eparchie,  e da schiere di cavalieri e da carri per il sequestro dei beni, in caso di mancanza di liquidi,  è uno spettacolo inconsueto per un aramaico, figlio di Dio, non tributario di un padrone terreno!

Dunque, Marco,   vedendo il legame tra apographeè ed apotìmhsis, metto in relazione Giuseppe  capo di un clan, fuggito in Egitto  e poi tornato in Galilea, – perché forse richiamato dal tetrarca Erode Antipa, desideroso  di ricostruire la capitale del suo regno,  grazie all’opera di qainiti – con il vangelo di Matteo  che parla di un’apparizione di un angelo al padre di Gesù, che gli dice di  tornare in Israele,  ma non di stanziarsi in terra giudaica sotto Archelao, ma in  Galilea, sotto Erode Antipa, a Nazareth (Mt.2.19-23). E, quindi, sapendo del ritorno in patria  del  tekton, conoscendo la necessità di ricostruzione di Sepphoris del tetrarca e l’attività  precedente costruttrice anche di Archelao, non mi è stato difficile collegare la residenza a Nazareth, località poco distante da  Seffhoris,  con la costituzione di una grossa squadra di prezzolati oikodomoi, di lithotomoi e di tektones, riunita in un campo non lontano dai  due centri urbani,  agli ordini di un capomastro qainita, capace di costruire  un’ intera città nel giro di un quinquennio (Cfr.  Giulio Erode sovrano costruttore in www.angelofilipponi.com).

Professore, dalla sua associazione si evince la reale possibilità di una rivolta da parte di operai di Seffhoris, non pagati, già  eccitati dalla parola di Giuda  al non pagamento delle tasse agli esattori romani,  perché sudditi di un sovrano celeste, che non impone tributi ai suoi figli che sono eredi /cleronomoi !?

Non lo si può dire con esattezza, ma è probabile che l’insurrezione sia in relazione ai tafferugli/tarachai,  sorti precedentemente in terra giudaica  nel 1 d.C. ,  subito dopo il  trattato tra parthi e romani a Zeugma tra il re dei re Fraate  e il giovanissimo dux, erede al trono romano, Gaio Cesare circondato dal suo consilium principis,  costituito da Lollio e da Quirinio,  quando Tiberio è in esilio a Rodi, allorché  Archelao, avendo bisogno di liquidi, anticipa l’apotimhsis, col supporto delle truppe romane e fa scoppiare la rivolta tra gli operai intenti alla fondazione di una citta chiamata  Archelaide e alla ricostruzione del palazzo asmoneo di Gerico: sembra che l’etnarca paghi una metà di quanto dovuto,  sottraendo l’altra metà come imposta e tributo  da inviare a Roma!  Archelao  giovane,  poco avveduto in campo finanziario, non ben consigliato dai dioichetai,  reprime nel sangue i tanti lamenti di   qainiti che contestano  la legittimità di pagamento in relazione a quanto stabilito all’inizio dei  lavori (Cfr. Il Vangelo di Luca e gli amministratori in  www.angelofilipponi.com )!

A  questo pagamento decurtato  seguirono nel Tempio di Gerusalemme altre tarachai  nel periodo delle feste  pasquali e di quell’anno ed anche nei successivi  anni, come rievocazione dei fatti e come memoria dei morti, quando già  l’impresa di Gaio stava andando non più bene, essendo stato il principe ferito ed non essendo più in grado di  gestire l’imperium proconsulare maius  e non sapendo limitare i suoi legati, dopo il ritiro a  Limira in Cilicia!

Sembra, Marco,  che Erode Antipa, trovandosi a corto di  liquidi, imiti il fratello nel pagamento ristretto, rompendo i patti coi  qainiti, per cui  questi, seguendo  Giuda, smettono le attività murarie, lasciandole  incomplete ed iniziano la guerriglia in Galilea, proprio quando è in atto la riscossione dei tributi da parte di pubblicani!

Professore, dunque,  la rivolta del 6 d.C. di Giuda e di Sadoc,  quando Gesù diventa bar mitzvah  è da mettere in relazione con una questione finanziaria ed economica,  connessa, comunque, con l’ideologia messianica?

Certo Marco! Anche dopo la sconfitta e l’uccisione di Giuda il gaulanita ad opera   dai milites di  Sulpicio Quirinio, epitropos ths Surias,  prontamente intervenuto per ristabilire l’ordine e in Galilea inferiore e in  quella  superiore,  e in zone circonvicine,  per fare applicare la nuova costituzione giudaica in Giudea, ora annessa all’impero romano,  secondo gli ordini congiunti  di Tiberio, richiamato a Roma, e di Augusto.

E Giuseppe?  e i qainiti?

Marco, anche i romani  capivano che Giuseppe – o suo padre Jakobos o suo nonno Mattan – era  un capo artigiano e che i qainiti  erano solo operai che lavoravano e che volevano essere pagati secondo contratto. Forse, furono sparpagliati  perché il loro numero consistente costituiva un pericolo e  poteva generare qualche grosso tumulto difficile da reprimere!

Si può pensare che Gesù e il padre rimasero nella zona con  un gruppo diminuito  di famiglie qainite, mentre quelle più compromesse, rifugiatesi in Iturea e Traconitide, ingrossarono il numero degli irriducibili lhistai.

Marco, queste notizie  non sono presenti solo in Flavio,  ma anche in Cassio Dione, Storia romana, IV, 27,6 e, poi, in autori cristiani e dànno informazioni, puntuali, a distanza di decine di anni o di secoli e, quindi, sono da sottoporre a studio. Comunque,  l’insurrezione  si chiude con una riforma in quanto si istituisce  la sotto provincia  di Iudaea  dopo l’esperimento di Augusto di seguitare a dare un re legittimo ai giudei della  stirpe di Erode – un fedele  re  socius, buon amministratore ( A Filipponi,  Jehoshua o Iesous? ,Maroni, 2003)!-.

Flavio, infatti, così scrive riassumendo i fatti e facendo una  sintesi di circa otto anni, perché tratta del periodo 6-14 d.C.: ths Archelaou d’ethnarchias  metapesoushs eis eparchian oi loipoi, Philippos kai  Heroodhs o clhtheis Antipas, diooikoun tas eautoon tetrarchias, Saloomh gar teleutoosasa Iouliai thi tou Sebastou  gunaiki,  thn te auths  topachian, kai Iamneian kai tous en Phasaeelidi, phoinikoonas katelipen . metabashs  de eis  Tiberion ton Iulias uion ths romaioon  hgemonias, meta thn Augoustou teleuthn….diameinantes en tais tetrarchias o Heroodhs kai Philippos, o men pros tais tou phgais en Paneadi polin  Kaisareian, kan thi katoo Gaulanitikhi Iouliada, Heroodhs d’en the Galilaiai Tiberiada, en de thi Peraiai pheroonumon Ioulias/ trasformata l’etnarchia in provincia, gli altri Filippo e d Erode detto Antipas, continuarono a governare le loro tetrarchie, Salome  invece  morì  e lasciò in eredità a Giulia la moglie di Augusto la sua toparchia con Iammia e i palmeti di Faselide. Alla morte di Augusto …  rimaste le tetrarchie  in possesso di Erode e di Filippo,  l’uno fondò una città  di nome Cesarea,  presso le fonti del Giordano in Paniade ed un’altra di nome Giuliade nella Gaulanitide inferiore;  Erode fondòTiberiade  in  Galilea  e nella Perea un’altra città, che gli ricordava il nome di Giulia (Guer. Giud., 9.1,167-168).

Sembra che Flavio voglia sottendere,  col marcare l’attività costruttrice dei figli di Erode,  ora  protetta anche dal procuratore romano di Giudea e dalle sue truppe,  che i qainiti e quindi, Giuseppe e Gesù, abbiano lavoro  assicurato, anche se permangono le solite questioni  circa il pagamento  e  persista il clima antiromano proprio degli aramaici che, avendo una cassa comune, hanno minori entrate che non permettono un dignitoso  sistema di vita, che risulta,  comunque, accettabile rispetto  a quello degli altri ceti operai  e alle condizioni generali popolari. Flavio parla  prima solo del periodo dei figli di Erode  ma, poi, trattando del ramo misto asmoneo-erodiano della  stirpe di Aristobulo, figlio di Mariamne di Hyrcano, mostra l’ascesa  progressiva al potere di un erede cadetto, sostenuto prima dallo zio cognato Erode Antipa,  poi, dal Governatore di Siria Pomponio Flacco ed infine da Gaio Caligola e da Claudio, evidenziando l’iter  di un civis romanus,  che giunge al trono  seguendo il modello del nonno  Giulio Erode il filelleno.

Per questo, professore, lei ha ipotizzato  nel romanzo storico L’Eterno e il Regno, l’incontro tra  Erode Agrippa, agoranomos  in Tiberiade e il costruttore  architetto  Jehoshua,  che lavora per ordine di  Erode Antipa  e che poi viene inviato in Egitto  alle dipendenze dell‘alabarca di Egitto,  Alessandro (Cfr. Alabarca in www.angelofilipponi.com)!

Già negli anni ’90, Marco, ipotizzavo un Gesù aramaico costruttore  indipendente anche se  per mestiere doveva  accettare ogni lavoro dagli erodiani e dai sadducei,  e dai banchieri ellenisti. Certo la scoperta di  Giulio Erode Agrippa,  a seguito della traduzione  di Legatio ad Gaium,  e poi degli ultimi tre libri di Antichità giudaiche, mi autorizzava a tirare qualche   pertinente conclusione  sui datori di  lavoro In Giudea, in Siria e in Egitto  (e anche in Parthia cfr. Methorios!) e sui qainiti e a d ipotizzare una certa fama di Jehoshua costruttore, utile ai fini di una scelta messianica ad opera di esseni e di farisei, come proposta al re  dei re Artabano esule, da parte del  re giudeo adiabene Monobazo e del  figlio Izate,  di una nomina a maran/re /basileus  di Giudea nel periodo  postseianeo 32.-36!  (cfr. A.Filipponi, Giudaismo romano I, e II, ebook Narcisuss 2012).

La vita , sconosciuta dai tredici  fino a trenta anni, prendeva corpo, di Gesù, di un  architetto  che, seguendo  il mestiere paterno, raggiungeva una certa notorietà tanto da aver l’incarico di costruire nel 28 d.C.  Tiberiade  da Erode Antipa e da Erodiade, ora moglie del tetrarca, che, compiendo un’azione illegittima,  esecrata dagli aramaici e da Giovanni Il battista -che  proteggeva  i diritti della moglie legittima, Dasha,  figlia di Areta IV- ceduta a lui dal fratello maggiore Filippo, figlio della  figlia di Boetho, allora  domiciliato a Roma!.

Professore, ora mi è chiaro l’odio di Giovanni il battista che considerava illegittimo il matrimonio per il levirato  e capisco l’ostilità  di Areta IV  contro Erode Antipa, che ha il coraggio di riportare  in patria la nipote, come moglie con la pronipote Salome,  destinata come sposa  al fratello  Tetrarca  ituraico, ben  sapendo le conseguenze  dell’anathema  farisaica ad Archelao,   che aveva  sposato la  vedova del fratello  Alessandro – dopo il ripudio  da parte di Giuba II di Mauritania -,  Glafira, figlia di Archelao di Cappadocia!

Lei cuce  gli avvenimenti  storici  e mostra i collegamenti nei tanti passaggi di potere in Giudea e in Galilea e nel frattempo mette in luce una classe  sociale ignota, e rileva aspetti nuovi mettendo in contrasto la musar aramaica  e la paideia greca, per cui si riesce a vedere porzioni della possibile  vita di un ebreo aramaico, molto diversa da quello di un ebreo ellenistico, romanizzato.

Marco, sono contento che tu e i tuoi compagni di classe possiate capire qualcosa  del mio studio sulla cultura  ellenistica,  ed anche su quella aramaica dei qainiti, della cui opera penso che vi siano segni  in Israele  e in Giordania  visibili  anche nelle rovine di Sepphoris / Diocaisareia / Autocritis e in  quelle di Tiberiade!.

 

 

 

 

 

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Seffhoris, un pavimento

 

Ferdinando Pinelli

Repressione piemontese nell’ascolano

Abbiamo avuto Il Risorgimento noi ascolani e  noi marchigiani (papalini) e tutto il Meridione d’Italia (borbonico)?
No.
Noi, popolani, oltre il 96%, non avevamo alcun peso politico, perché analfabeti (cfr. A.Filipponi, L’altra lingua  l’altra storia , Demian, Teramo 1995) : contavano solo i liberali (nobili, borghesi, clero).
Siamo stati massa da sottomettere, da massacrare, da far lavorare dall’alba al tramonto, lasciata analfabeta, lasciata vivere in promiscuità dentro covili come bestie, senza alcuna identità. tanto che all’inizio del Novecento si cominciò a parlare di Guerra sola  igiene del mondo.
Insomma gli intellettuali (specie i futuristi) pensavano che  ci voleva la guerra per far piazza pulita degli operai che scioperavano e dei contadini che si lamentavano: sentivano il bisogno di diradare e di  sfoltire un po’ la massa! Il Risorgimento (Cfr. Inno di Mameli in www.angelofilipponi.com ) non è stato una libera scelta popolare con atti di eroismo, ma una  repressione feroce, disumana  da parte di  liberali locali (lombardi, toscani, papalini, meridionali ecc.) propugnatori degli ideali di  indipendenza e di libertà che, con l’aiuto delle truppe sabaude, delegittimano il potere di Sovrani legittimi (secondo la Santa alleanza) che governano su parti della nostra Italia, a favore dell’unico riconosciuto re d’Italia, Vittorio Emanuele II,  in nome di un ‘idea  astratta di Nazione Unitaria
Siamo stati conquistati a forza noi papalini, popolari, che amavamo preti e monache e frati, analfabeti, che odiavamo i padroni liberali e garibaldini, che facevano l’Unità d’Italia.
Noi popolari, dialettali,  morti di fame, artigiani e contadini, siamo stati conquistati a forza e piemontesizzati, mentre parteggiavamo per i briganti  che combattevano con i papalini e con i borboni contro le milizie sabaude che parlavano francese, non italiano.
I giovani piceni ed abruzzesi, nati nel ’41, preferivano andare sulla Montagna dei Fiori a fare il brigante  piuttosto che fare il servizio militare.
Noi piceni, esentati dal servizio militare da secoli (lo facevano al posto nostro gli Svizzeri), venivamo reclutati da briganti, che erano l’orgoglio dei popolani, che parlavano la stessa lingua ed avevano gli stessi ideali, che erano quelli di una cieca fede cattolica che prometteva un Paradiso per chi sapeva vivere con pazienza una esistenza di stenti e di soprusi, senza lamenti.
Noi siamo stati conquistati a forza dal generale Ferdinando Pinelli (1810-1865)
Le gesta di Pinelli furono tanto crudeli che ancora  mia nonna   diceva negli anni cinquanta  a noi  nipoti  quando facevamo i  cattivi  chiame Pnell p te che ie nu Pnell/ chiamo Pinelli per te che sei un Pinelli.
Furono uccisi preti  e frati, cacciate monache dai loro conventi che  furono sequestrati e messi all’asta con i  beni, acquistati dai liberali (cioè borghesi e nobili ascolani-Luciani, Sgariglia, Desgrilli, Alvitreti ecc.) come applicazione delle Leggi Siccardiane (abolizione del  foro ecclesiastico, del diritto di asilo, e della manomorta ) e della legge Rattazzi (abolizione di tutti gli ordini religiosi -tra i quali agostiniani, carmelitani, certosini, cistercensi, cappuccini, domenicani, benedettini ecc. – perché privi di utilità sociale, anche se si dedicavano apparentemente ” alla predicazione, all’educazione, o all’assistenza degli infermi», con  esproprio di tutti i conventi, con sfratto immediato degli  uomini e donne addette).
Pinelli applicava la legge militare  e puniva  specie i prelati, rei di avvertire i briganti  con il suono delle campane: furono trucidati  in questa azione selvaggia  donne e bambini, seviziate e violentate bambine, figlie di briganti, e distrutti interi paesi nell’ entroterra montano ascolano, nel corso di 2 anni -1861/3-, in cui i piemontesi  riuscirono a stroncare il fenomeno brigantesco.
I  piemontesi, comunque,   spesso subivano insuccessi e scacchi e perfino sconfitte, come quella sul Vallone (dove oggi è la seggiovia e l’albergo Remigio I), dove i briganti portarono via anche  i viveri e le pentole dell’esercito italiano.
I briganti sapevano sfruttare bene la conoscenza dei luoghi e colpivano a momento opportuno i soldati piemontesi, che non conoscevano i luoghi e il clima: a febbraio e a marzo si passava da cielo stellato ad una nebbia improvvisa e  a burrasche di neve.
Inoltre i  briganti avevano la  protezione  e la  copertura dai montanari e rifugi sicuri: la Grotta di S Angelo a Ripe di Civitella (Teramo) li accoglieva dopo le sortite.
Con la stessa ferocia di Pinelli, altri comandanti  piemontesi  fecero decimazioni  a Pontelandolfo ed altre località (Benevento).
Il 14 agosto 1861, essendo stati uccisi 1 ufficiale, 40 soldati e 4 carabinieri,  in una imboscata fatta dai briganti, guidati da Cosimo Giordano, il  comandante di un battaglione di bersaglieri, Pier Eleonoro Negri,  massacrò quasi 400 inermi contadini, dopo aver incendiato il paese,  e dopo che erano state stuprate ed assassinate le donne.
L’Italia era già stata proclamata unita ( 17 Febbraio del 1861)!
Pinelli  nel Piceno  condannava a morte chiunque che  “con parole o con danaro o con altri mezzi avesse  eccitato i villici ad insorgere, nonché a coloro che con parole od atti insultassero lo stemma dei Savoia, il ritratto del re o la bandiera nazionale “…..
Egli fece un bando, tipico dei liberali anticlericali  (Noi li annienteremo, schiacceremo il sacerdotale vampiro  che colle sozze labbra succhia da secoli il sangue della madre nostra, purificheremo col ferro e col fuoco le regioni infettate dall’immonda sua bava!)  per eccitare i soldati al combattimento contro i difensori di Civitella del Tronto, che combattevano con  forza e non si arrendevano, nonostante le notizie della fine della guerra e della sconfitta dei Borboni.
Il bando fu propagandato in tutta Europa come esempio di ferocia piemontese e come testo giacobino, tanto che  la monarchia sabauda  allontanò Pinelli  dal Piceno  e lo sostituì col generale Luigi Mezzacapo, che portò a termine l’impresa.
Qualche giorno dopo la proclamazione dell’Unità d’Italia,  la rocca di Civitella  comandata da Maggiore Luigi Ascione, sostituito dai  Borboni con il Capitano Giuseppe Giovane, nominato colonnello, si arrese, per fame  il 20 Marzo del 1861 (cfr. Mastrejà,  e.book Narcissus  2011) : il comandante,  coi  suoi 110 soldati superstiti, ebbe l’onore delle armi  a piazza dell’Arengo in Ascoli.
Nonostante questo, quasi tutti, eccettuati i feriti gravi, furono inviati in prigione a Savona e a Fenestrelle da dove non tornarono  più.
Invece il generale Ferdinando Pinelli,  l’anno dopo, nel febbraio,  fu premiato con la seguente motivazione :”Per i soddisfacenti risultati ottenuti col suo coraggio e per l’instancabile sua operosità nella persecuzione del brigantaggio nelle provincie napoletane nel 1861″.
Noi ascolani  e piceni,dunque,  siamo stati conquistati dai Piemontesi mediante un’azione militare secondo gli storici locali ascolani,  (Ascoli 1861-63).

Cosa accadde davvero nel 44 d.C. ad Antiochia capitale della provincia di Siria

 

Io non conosco verità assolute e sono umile di fronte alla mia ignoranza: in ciò sono la mia ricompensa e il mio onore Kahlil Gibran

 

 

Professore, cosa davvero avvenne ad Antiochia, capitale della provincia di Siria, nell’estate del 44 d.C.?

Sembra, Marco, che  lì, per la prima volta i discepoli  del Christos si chiamarono  christianoi –  Atti degli apostoli 11,26-.

Si tratta, professore,  della formazione di un ‘ecclesia, dove ci sono circoncisi, giudei,  e non circoncisi,  gentili,  sui cui è calato lo Spirito Santo –  Ibidem, 10,47! – E’ un fatto successivo all’episodio di  Pietro a Cesarea  Marittima  e alle accuse dei  giudei  a Pietro, che si difende – ha accolto gentili,  pur essendo un aramaico! – dicendo:  se, dunque, Dio ha  concesso loro il medesimo dono, che ha concesso a noi,  che abbiamo creduto nel signore Gesù Cristo,  io, chi ero,  da potermi opporre a Dio -Ibidem 11,17-?

Si. Marco, in nome di Christos si sono riuniti giudei (aramaici ed ellenisti, circoncisi ) e gentili /ethnikoi non circoncisi.

Quindi, professore,  sorge una nuova comunità che ha il suo fulcro nel battesimo di fuoco dello Spirito santo -Cfr. Lettera  I ai Corinzi e  Lettera ai Galati – opposto a quello dei naziroi gerosolomitani aramaici, basato sul battesimo di acqua di Giovanni, rimasti puri e a quello della tradizione aramaica dei Mandei, stabilitisi già in Parthia o in Perside? Professore, pochi anni dopo la creduta morte di Gesù,  oltre a quella  gerosolomitana aramaica pura,  sorge, dunque,  un’altra comunità,  mista, greca,  che riunisce  giudei ellenisti  e gentili,  accomunati ora dal battesimo di Gesù, ritenuto non quello  di Giovanni,  umano, perché ad opera di acqua, ma divino, in quanto  ad opera di fuoco, come afferma Paolo nelle sue lettere?!

Marco,  sembra che sia così!.  Ora si parla di una riunione/ecclesia antiochena nuova,  mista –  otto anni dopo la crocifissione gerosolomitana del signore/kurios Gesù Cristo, rievocata poi successivamente dopo oltre cinquanta anni, da Luca, un medico,  considerato scrittore del  Vangelo e degli Atti degli apostoli-.

E’ possibile dire, professore,  che si tratta di una nuova chiesa sorta dopo la morte di Erode Agrippa I a Gerusalemme e la costituzione di un  nuova provincia in Iudaea  ad opera di Romani che nominano  Cuspio Fado  prefetto (44-46), sotto cui sembra avvenire  l’episodio contestato di Teuda – Ant giud. XIX, 360-366-  in cui è chiara l’azione del re  con  la sua opposizione  a Vibio Marso, punito, comunque,  coi soldati di Cesarea, che avevano disonorato la memoria del re, grande elettore di Claudio imperatore   (cfr. Ant Giud. XX, 1.14), che ribadì quanto ordinato già da Lucio Vitelio, che aveva accolto  la richiesta  di gestione giudaica della  stola sacerdotale,  concedendo l’onore al fratello del monarca morto, Erode di Calcide e, alla sua morte nel 48,  al nipote Erode Agrippa II?

Penso di si. L’ebraismo aramaico è  così accontentato nel suo nazionalismo  sacerdotale per onore al defunto  Erode Agrippa, mentre viene limitato l’espansionismo commerciale ebraico e con esso il proselitismo  religioso, essendo favorita la pars trapezitaria   ed emporistica della concorrenza  latino-greca. Marco, nel 44,  il sorgere di christianoi in Antiochia, in un  momento di arresto della supremazia emporistica ebraica-  anche se ancora  predominante  in ogni parte dell’impero – suona condanna di ogni manifestazione egemonica  e risulta denuncia  sottesa alla memoria di un Messia,   crocifisso dai romani, che è considerata una rivolta ideologica,  connessa con la discesa dello Spirito  santo,  a seguito del ventilato  pericolo di soppressione  della stirpe giudaico -aramaica  gerosolomitana! Il governatore di Siria  non guarda con piacere la manifestazione memoriale di una cellula ebraica,  desiderosa  di diffondere il keerugma evangelico  in nome di un Messia  crocifisso dai romani a Gerusalemme,  proprio quando è iniziata la pacificazione  generale religiosa voluta da Claudio! Ogni popolo sia  libero nel servirsi della propria threskeia /religione e nessuno osi parlare nazionalisticamente del proprio credo vantandosi della propria  verità religiosa. Ad ogni popolo il suo Dio, aveva decretato l’imperatore! Dunque, non piace all’amministrazione antiochena la predicazione del nuovo messaggio  circa il battesimo di fuoco  che sembra ancora più nazionalistico del battesimo di Giovanni  sul fiume Giordano,  simile  a quello mandaico, che risultava  una fucina Aramaica di patrioti contrari all’universalismo romano, uomini integralisti, votati al martirio  per l’integrità della fede!.

Professore,  questo Gesù/ Iesous paolino, un ebreo ellenizzato, non ha niente  o poco a vedere col Messia,  vero ebreo aramaico?

Il Gesù/IesousChristos,  di Paolo,  Kurios, è una figura di  ellenizzato, il cui pensiero  poi   latinizzato, conformemente  a Lettera ai romani, -Rom.3,28   credo per fidem sine operibus legis   che leggo nel libro del suo amico Mauro Pesce,  che  è in linea – mi sembra-  con  quella di Guy Stroumsa ed altri, non è un vero giudeo,  in quanto non presenta gli aspetti tipici di un aramaico o di un  mandaico, uomini  alimentati  dalla musar, sdegnosi della paideia?

Tu, Marco, parli di  questa  conclusione di Mauro Pesce – con cui ho  una corrispondenza di mail, amichevoli,  propria di due vecchi, che  trattano di covid e che si informano del reciproco stato di  salute-?!

Per quanto riguarda l’impatto con Rom 3,28, i pensatori e uomini di cultura, che hanno sentito il bisogno di pensare un tipo nuovo di persona,  in cui la libertà del singolo fosse fondata sulla dignità della scelta individuale, della coscienza individuale, della libertà individuale e di un’organizzazione statale rispettosa di queste libertà, si sono trovati nella necessità di criticare a fondo la concezione paolina, dal punto di vista della possibilità dell’uomo di compiere la legge, dal punto di vista della natura della legge, dal punto di vista del rapporto del pensiero di Paolo con quello di Gesù. Si trattava anche di determinare quale rapporto quella dottrina potesse avere con la legittimazione di un ceto o comunque di un’autorità che – nelle chiese – controllasse sia l’esecuzione della legge, sia la fede, sia i contenuti di ambedue. In questo processo di revisione, tutte le categorie direttamente o indirettamente connesse con il rapporto tra opere della legge e fede in Cristo, dovevano essere sottoposte a riesame: peccato, giustificazione, redenzione, ma anche legge (legge naturale, legge ebraica, legge ebraica morale, legge ebraica cerimoniale, universalità o meno della legge ebraica) ma anche la distinzione tra ebrei e non-ebrei. Un risultato finale di questo processo non c’è. Il processo di riesame critico mediante l’esegesi non è ancora finito. Un comportamento morale corretto è possibile senza alcun intervento della grazia divina? Esiste un rapporto necessario tra atto morale e legge o basta l’obbedienza alla coscienza interiore, quantunque erronea? Di fronte alla domanda se il pensiero illuministico sia una creazione di carattere universale o, semplicemente, un momento dialettico interno al sistema culturale cristiano, non so dare una risposta e forse la mia stessa domanda è errata, superficiale ed inutile. Credo tuttavia che il tentativo di creazione di un sistema categoriale indipendente dalle Scritture ebraico-cristiane sia iniziato, ma tutt’altro che terminato. Sembra che le grandi categorie culturali ebraico-cristiane continuino a determinare il nostro modo di pensare anche se l’empirismo della scienza e della tecnica, e i modi di vita di grande quantità di persone (siano questi modi di vita connessi con la diffusione di una cultura tecnico-scientifica o no) sembrano usciti da qualche tempo dalla cultura cristiana. La situazione attuale più dinamica nelle scienze umane è quella rappresentata dalla storia comparata delle religioni e delle culture, una storia comparata che però anch’essa nasce alla fine del XVII secolo…..? 

Si professore. Questa revisione…è una strana confessione !

Marco, non tirare conclusioni anche tu, senza aver compreso il tutto!  gli studiosi del  cristianesimo dicono che un risultato finale di questo processo non c’è!. Il processo di riesame critico mediante l’esegesi non è ancora finito!.

Tu, amico mio,  devi prendere atto di quanto giustamente dicono e credono!.   Sappi che essi credono, però,  così,  sulla base di una lettura latina occidentale di un testo paolino, incerto, e come messaggio e come datazione e come scrittura! Infatti nessuno  oggi può dire in coscienza che si  tratta certamente di  una Lettera di Paolo  ad una  comunità di giudei e di christianoi, romani, numericamente inconsistenti, in mezzo ad oltre un milione di pagani, in epoca neroniana!? E’ impossibile la datazione della Lettera ai romani! Neanche si può attribuirla con certezza a Paolo civis tarsense, legato per famiglia con gli erodiani! 

Questa  lettera la si data in questo modo,  perché in Atti 20,2 – scritti probabilmente dopo il 94 d.C.- si parla di un Paolo che parte per Gerusalemme, con la colletta  fatta in Macedonia e in Acaia, avendo già il disegno teologico e storico della redenzione, consapevole  e che la legge mosaica sia esaurita con le sue norme e le sue opere,  in quanto sostituita  dalla fede nel Christos venuto, in una giustificazione generale  e in una conciliazione katholikh/universale!. Quindi sembra che la lettera sia stata scritta prima del 50 d.C., dopo  che Paolo ha fatto la colletta in Acaia e in Macedonia. E’ possibile che a così in breve tempo, dopo pochi  anni dalla  morte di JEHOSHUA,  maran aramaico, messia, sia stato elaborato  un tale progetto  quando ancora non esistono  i vangeli  in greco -cfr.  I vangeli  www.angelofilipponi.com -?

Non è più probabile, professore, che tale disegno  sia di una scuola, come quella di  Clemente e di Origene  in Alessandria, del  secolo  successivo, dopo qualche ventennio a seguito dell’annientamento  della radice aramaica di Shimon Bar kokba  dopo il ridimensionamento del giudaismo ellenistico mediterraneo,  ora ricollegato con le forme cristiane antiochene – impegnate nel recupero del messia aramaico risorto ed asceso al cielo, centrale nella formulazione divina dell’ uios-logos,  e di uno Pneuma di Dio Pater, in senso trinitario – insieme a christianoi efesini, uniformati al pensiero visionario ed  apocalittico di Giovanni discepolo di Cristo e a quello di Giustino, palestinese Secondo me, Mauro Pesce e  i  professori universitari con  le loro  formulazioni rimangono  su una  logica esegetica ebraica, farisaica, poi divenuta tipica espressione di una revisione protestantica, su di un piano di predilezione paterna  divina per un figlio, a seguito di una scelta agostiniana (Expositio quarundam propositionum ex epistula ad Romanos 13) antipelagiana, geronomiana, della tradizione latina, anche se si parla di revisione e di inizio di tentativo di creare un sistema categoriale indipendente dalle scritture, in una coscienza dell’ebraicità di Gesù, indistinta, comunque,  nella figura umana aramaica da quella divina, successiva, ellenistica!

A mio parere, Marco,  la via è un’altra: dobbiamo aprire gli occhi e vedere se esiste davvero, senza parlare genericamente e generalmente, e procedere  specificamente, metodologicamente,  dopo avere ricostruito  testo, cotesto e contesto,  esaminato storicamente e geograficamente in determinate reali situazioni, quella  della costituzione di un  didaskaleion alessandrino,  in epoca antonina, utilizzato, poi, per la predicazione  della khreestotees  cristiana nel terzo secolo ed, infine, sfruttato  sotto Costantino e specie  sotto Teodosio  con i padri cappadoci. Allora, forse,  la lettera pseudopaolina  potrebbe evidenziare col disegno  libertario individuale una legge mosaica esaurita nelle sue norme ed opere,  a causa delle venuta del Messia Jehoshua, Aramaico,  assimilato alla  figura di  Iesous  morto, risorto ed asceso al cielo, in una fusione confusa/sugkrisis-sugkhusis di malkuth e di basileia, di Regno  aramaico con Regno ellenistico, di musar e  di paideia, sulla base della lettura di Origene, che rileva  la sublimità formale paolina!

Forse, così, professore,  si comprende lo stupore di Erasmo da Rotterdam  che parla di ossimoro-  ordo confusus, romano  paolino,  prima di rassegnarsi nella lettura  idealistica religiosa,  conscio di essere sulla linea stessa  letterale di Teodoro di Mopsuestia e di Giovanni Crisostomo! Allora forse si comprende  il giudizio di Lutero che considera la lettera paolina  il vangelo più puro per una teologia dogmatica- considerato il suo pecca fortiter, crede fortius-!

Marco, stai mostrando un Gesù christianos,  non un Gesù aramaico, quello che noi conosciamo, seppure a frammenti,  tramite  i 41 papiri e i 4 codici onciali  del lII-IV secolo!-

Io ritengo  da vecchio studioso, senza titoli, – conscio di sapersi tenere lontano dalla lettura alessandrina e da quella bizantina- che  si tratta,  invece, di un problema di testo e quindi di rifiuto del textus receptus e della necessità di un’altra lettura, neutra, tra codice  sinaitico e il codice vaticanus! So che così appaio un vecchio-bambino, libero, comunque,  di pensiero, ma uomo, ottuso nella ricerca laica, del tipo di Samuel  Prideux Tregelles!

Chì è ? professore

E’ un lettore biblico -1813-1875-  ritenuto ortodosso! E’ uomo  che, pur debilitato da varie vicissitudini, rimane  impegnato, nel suo credo, come un monaco,    in senso cattolico, interessato solo al successo della Chiesa!  Marco, comunque,   mi sembra utile, concludere,  col commento di  Ambrosiaster  circa la lettera ai romani, 5,14 sg: chi non  può valersi di una propria autorità  per prevalere,  adultera il dettato della legge per affermare la propria interpretazione,  quasi fosse il dettato della legge, tanto da fare apparire una prescrizione non della ragione ma dell’autorità Per me bisogna meditare a lungo sulla frase finale riassuntiva: molto è stato cambiato  al fine di riferirlo e portarlo  al pensiero umano, così che le lettere  contengano ciò che pare all’uomo! Io invece, giudico vero ciò che segue la ragione,  la tradizione e l’autorità!

 Il mio io,  caro Marco, potrebbe essere  proprio di chi sa solo di aver lavorato,  facendo storia cristiana, dopo lunghi anni spesi, senza guadagno,  per distinguere  le varie forme di giudaismo, i due regni  tra loro,    la musar e la paideia, dopo periodi, dedicati alla traduzione  delle fonti, cosciente di essere  uomo che, non avendo certezza di niente, è  anche pronto all’ ascolto,  come discepolo,  di un altro, che  può essere avanti nello …studio, desideroso dell’amicizia altrui! .

Professore,  io la seguo nel suo pensiero  di un Gesù vero ebreo, diverso da quello paolino cristiano, fusosi poi con  quello alessandrino del II e III secolo d. C.,  poi latinizzato, e distinguo  il battesimo sul Giordano con acqua da quello con fuoco, proprio  degli pneumatici  e dei mandei. Per gli altri cristiani  i due battesimi sono la stessa cosa, come se  non esistesse la  divisione tra i seguaci di Apollo e quelli di Paolo, Aquila e Priscilla, come se  gli aramaici e i mandei non fossero rimasti fedeli al loro battesimo,  gli uni  fino alla sconfitta  di Shimon bar Kokba e i secondi fino ad oggi!

A mio parere, professore,  i nostri interlocutori credono perché lettori latini che conoscono,  in superficie ,  la storia dei Mandei, un popolo che venera ancora come Dio lo stesso Giovanni il Battista, che battezzò con acqua  il nostro Gesù, il giudeo di galilea, aramaico, poi messia del suo popolo, crocifisso dai romani!

Mi sembra che tu conosci bene i  Mandei oggi stanziati in Iraq e in Iran, credenti in Giovanni Battista, che nel periodo  di Caligola e di Claudio  accolgono i giudei aramaici dispersi dai romani e li nascondono  in una loro comunità  ad Harran e in altre In Perea, convinti di avere lo stesso ed unico principio di luce e di doversi opporre al maligno come il tentatore,  principio del male, signore delle tenebre!  – Parlai di loro , una volta, con  Mario Pincherle, un uomo di grande intelligenza  e preparazione, inascoltato come me,  dai dotti professori universitari- e perfino da  Costanzo-  tanti anni fa, nella sua villa, a Palombina ! –  Nel  III secolo d.C.,  essi si allineano al pensiero di Mani (216-277 ), pur conservando il battesimo di Giovanni  e il suo culto divino!.

Professore, lei ci ha parlato di un Gesù non morto e di una successiva  esistenza per altri circa  25 anni, vissuta forse in incognito tra  i mandei, che  col fratello Iakobos e gli altri aramaici non possono accettare il battesimo di fuoco  del Paraclito, perché come eletti  e puri attendono il lento e graduale processo di smaterializzazione e di progressiva spiritualizzazione, che avviene nel corso della storia,  non miracolosamente,  ma con il proprio retto agire, inteso  a migliorare  se stessi e gli altri, che sono solo popolo, che crede ed  ascolta  la parola messianica.

Marco, tu vuoi sapere se, in epoca di Claudio  – che proprio nel 44 , ha smantellato il sistema  religioso dei druidi,  cancellando  la loro reazione al culto divino imperiale augusteo, con la conquista della Britannia ed annullando anche la pretesa religiosa elettiva  aramaica, con l’editto agli alessandrini! – i mandei e i rifugiati aramaici  accettano il pensiero paolino di morte e di resurrezione del Christos e la discesa del Paraclito? Vuoi sapere questo. Bene Ti rispondo a cuore aperto. Non credo che  quelli che poi saranno manichei,  possono accettare la predicazione del cristianesimo paolino,   ma certamente  rilevano la via della spiritualità e della purezza pneumatica,  sciolta, però, dalla discesa del Pneuma Agion, la cui azione è già tra loro come  purificazione personale tipica del loro corso  di vita ascetica, per come ce lo descrive Agostino -che fu manicheo-!

Allora, professore,  come si spiega la conversione di Apollo ad opera  di  Aquila e Priscilla  ad Efeso,   che  come Paolo  credono ad un battesimo di fuoco e  mostrano la differenza da quello di acqua,  giovanneo, tanto caro a Jehoshua cfr. Atti degli apostoli, 18,26-?

Marco, per Luca, scrittore di Atti, opera scritta almeno cinquanta anni dopo la costituzione dell’ ekklesia antiochena, è ormai una norma  christiana il battesimo come manifestazione del Paraclito.

Professore,  è prova di quanto dice il fatto che la sede di Efeso risulta non sicura  per Luca perché i due coniugi, artigiani,  sono costretti a  tornare a Corinto,  a seguito dei  tafferugli efesini ad opera  dell’argentiere Dionigi ed altri artisti che vivevano col commercio di statue  e di immagini. Luca, che scrive agli inizi dell’epoca antonina, conosce l’accaduto e la stessa distruzione del Tempio gerosolomitano  e la nuova situazione efesina postdomizianea!

Marco, Aquila e Priscilla  già erano stati cacciati da Roma da un editto di  Claudio tra i 49 e 50,  quindi,  i due vivendo un momento di persecuzione proprio perché facevano proselitismo, vietato dall’imperatore, e si fermavano in località dove operavano come sconosciuti (Corinto e,  poi, Efeso)  rimanendovi anche nel periodo del quinquennio felice -54/59- neroniano,  – in cui  il decreto sul proselitismo sembra meno vincolante, rispetto al rigore iniziale imposto della legge-.

Professore, se Jehoshua  non era morto ed ancora viveva, come avrebbe potuto  considerare il cambio di battesimo, ad opera di christianoi?

Su un dato storico incerto- attualmente quasi improponibile data la mancanza di prove reali,  come quello della non morte e non  resurrezione di Gesù –  tu chiedi come un aramaico, educato secondo legge e battezzato secondo il rito giovanneo, in un momento di stasis rivoluzionaria e di condivisione della ricchezza templare tra  suo fratello Jakobos e il governatore giudaico,  possa pensare dei christianoi – quelli che hanno tramutato, nel suo nome grecizzato, il suo regno terreno in uno celeste, secondo il muthos ellenistico, quelli che, credendo nella sua resurrezione e risveglio dai morti, lo hanno divinizzato e creato una religione! – quando Porcio Festo, inviato da Nerone,  trova la Giudea in rivolta e i ribelli  che  incendiano e saccheggiano i villaggi, che pagano regolarmente le tasse ai romani  ( cfr. Ant. Giud.,XX,185) in un  quadro, in cui sono chiari  i prodromi di guerra!? Gesù aramaico, aramaicamente non può non essere   tra i rivoltosi, contro Roma,   e neanche non può non considerare  farneticanti le letture mitiche cristiane, opposte a quelle divine, monarchiane, di un solo Dio!  Ritengo che permanga in lui l’odio per i romani che hanno fatto l’eccidio di Alessandria  alla morte di Drusilla,  sorella di Caligola  divinizzata come Panthea, che  sia indignato e pianga come  Filone, per l’ordine caligoliano di profanazione del Tempio  a causa della  collocazione del  colosso imperiale nel Debir e di deportazione di tutti i  giudei in caso di rivolta, che abbia gioito barbaricamente per la sua morte  voluta dall‘ira di Dio  e forse accettato inizialmente  Il regno di Claudio e il suo editto, la nuova amministrazione dei governatori romani, compromessi col fratello Jakobos, che, dati i suoi meriti di condivisione delle entrate  del tempio  e  considerata la  sua giustizia, garantisce uno stato  pacifico civile in  Gerusalemme con gli esseni,   che condividono  il potere  sacerdotale insieme con i sadducei, autorizzando il regolare flusso dei fedeli adiabeni e mesopotamici, parthici  oltre a quelli  romanizzati del bacino del  Mediterraneo ed asiatici e siriaci, alla città santa, e  i consueti  annuali sacrifici, specie pasquali, fonte  comune di ricchezza  e per il sacerdozio e per Roma!. Il messia, ora in incognito,  rimane un battezzato da Giovanni che vive lontano dal banditori del messaggio paolino, eretico per un vero ebreo, che riconosce l’albero dai frutti e che  fa opere  a dimostrazione di una scelta sublime, mosaica, non pneumatica! 

E’ la normale linea degli aramaici della  Chiesa di Gerusalemme  che resta incontaminata e pura secondo Eusebio fino alla galuth adrianea  e che poi è rifondata secondo i criteri non della musar ma  della  paideia greca!

Per lei, quindi, professore, la  comunità di cui si  parla in Atti degli apostoli  (4,31-37 e 5,1-10)   circa la mirabilie unione di christianoi , è aramaica,  non cristiana  romano-ellenistica modificata  in forma  ecclesiale in Efeso, Antiochia, Alessandria dopo la fine del giudaismo aramaico?

Marco,  i chrystianoi non hanno una svolta  decisiva dopo la distruzione del  Tempio, ma dopo  l’impresa di Shimon bar Kohkba,  quando cominciano ad attirare sempre più i  giudei  ellenistici,- dai quali, comunque, inizialmente si sono già separati- e li  accettano per le  preghiere comuni ancora al sabato, estese anche alla domenica/ hmera kuriakh,  convincendoli  con l‘eleos, inteso aramaicamente come tzedaqah, invitandoli  anche alla frazione del pane (Atti 2,41-47).  

Professore dobbiamo, dunque, chiarirci che uno è il percorso aramaico ed uno quello christianos!

 Marco, attualmente, in relazione alle fonti, a noi tramandate, tutto è confuso : non si è mai certi di niente  e le distinzioni stesse  anche da noi fatte  non possono definirsi esatte. Il cristianesimo primitivo  è un  fenomeno impossibile da decifrare  in quanto è una matassa ingarbugliatissima, inestricabile,  un ‘ informe poltiglia  bollente in un calderone  dove sono state messe  a cucinare dal tempo  miriadi di  culture   non più identificabili  nemmeno per sapore sapienziale, perché componenti che si sono fuse  e confuse  nella cottura secolare  dal fuoco temporale : tutto (il mondo sumerico -accadico, quello  assiro-babilonese, medo- persiano, ellenico –  macedone, giudaico, latino  e romano -ellenistico) è  christianos,   un groviglio  culturale misterioso, destinato  a rimanere un enigma impenetrabile!

La riduzione  ad una sola religio, quella catholika, ha complicato ulteriormente il mistero col Concilio di Nicea, prima, con Costantino e, poi,  con quello di Costantinopoli  con Teodosio, data la volontà imperiale  occidentale di dare un unico credo cristiano all’impero pagano romano,  con  un solo imperator ed un solo pontifex maximus,  e di riunire  in sé il profano e il sacro,   il corpo e l’anima, il tempo e l’eterno

Che bravo Costantino, il figlio di Elena, la donna illegittima di Costanzo Cloro,  tredicesimo apostolo, vivente, sovrano e sacerdote di un Dio Sebaoth/ signore degli eserciti, nikeths! 

Certo il cesaropapismo costantiniano – che ha come emblema la Nuova Roma , Costantinopoli- e la riunificazione dei tanti  credi cristiani, nonostante l’opposizione di Ario – poi vincitrice per quasi un cinquantennio – sono  fondamentali per  una pacificazione  generale  religiosa dell’impero romano, definitivamente voluta da Teodosio, che  autorizza, comunque,   con la sua  divisione finale  in impero romano di Occidente, affidato al figlio Onorio  e  in quello di Oriente ad Arcadio, il travaso culturale,  sulla base del  comune diritto latino, con  la  latinizzazione del  fenomeno cristiano, nato ellenistico, seppure da una radice aramaico-giudaica!

 

 

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Ponzio Pilato e il Malkuth aramaico messianico

Iscrizione di Anonimo ascolano MDXXVIIII

Chi po non vo, chi vo non po; chi fa non sa, chi sa non fa/  Et così il mondo male va!chi può non vuole, chi vuole non può; chi fa non sa, chi sa non fa. E così il mondo va male!

 

Professore, noi sappiamo che Gesù si fece sorprendere da  Ponzio Pilato, mentre era armato e con seguaci, davanti a Gerusalemme!

Marco, tu  ti  riferisci  a quanto ho scritto, parlando di Robert EISLER in Ihsous Basileus ou Basileusas, che  ipotizza un archetipo aramaico (o uno greco dal Titolo Alosis toon Ierosolumoon), di cui ci sarebbe traccia nella traduzione di Guerra giudaica, in lingua slava.  Tu ti ricordi che in essa, tra l’altro, si dice che i gerosolomitani, vedendo la potenza di Gesù, che era nel Getsemani con 150 armati e con molto popolo, gli chiesero di entrare in città, di massacrare le truppe romane e Pilato, e di regnare, ma lui non se ne curò; allora Pilato, informato, lo prevenne … e lo prese.

Si, professore, io mi riferisco a questa frase, ma sapendo dai Vangeli di un’entrata trionfale in Gerusalemme di Gesù, ragiono che i fatti non accaddero così! Anzi, ritengo vero il contrario che, cioè, avvenne,  invece, che Gesù fece l’impresa messianica militare con l’aiuto di Areta,  re di Petra e di Izate  re di Adiabene  e  di Artabano, il re dei re, dal  quale ebbe il titolo di maran/ Basileus , e che, quindi, conquistò la città Santa e il Tempio e stabilì il Malkuth, federato col regno parthico, avendo avuto l’appoggio militare del popolo, che spalancò le porte!. Si suppone  perfino che Gesù massacrò la guarnigione romana della Torre Antonia, favorito anche dal tamias e dallo strategos  templare, che aderirono all’impresa messianica!. Ci fu, quindi, il distacco  del territorio giudaico dalla Siria (la Iudaea  ne era una sotto provincia, dal 6 d.C!.)  e da Roma, con proclamazione del Regno e con l’unzione del Messia da parte del sacerdozio essenico, subentrato a quello sadduceo!.

Marco, il tuo ragionamento è frutto di una personale ricostruzione  dei fatti, che non ha basi reali storiche, ma solo una coerenza logica, derivata da una coscienza di non integrazione degli aramaici con la classe dirigente sacerdotale ed erodiana filoromana, profondamente ellenizzata da tempo!  Io lo condivido e lo ritengo  giusto perché gli aramaici, essendo ancora fautori della dinastia  asmonea, non si erano integrati  con i giudei ellenisti, non rispettavano i sadducei filoromani  ed erano ostili ad Erode Antipa, tetrarca   di Galilea e Perea e a Filippo tetrarca di  Traconitide, Auranitide, Paneas, Batanea  ed altre regioni! Dalla traduzione di Antichità giudaiche di Flavio  mi deriva,  inoltre, la certezza che gli aramaici, rifiutando l’ellenizzazione sadducea  e quella alessandrina,  costituiscono un enclave  mesopotamico, irriducibile nel rigore fideistico legalistico,  ancorato alla lingua, fede e stirpe comune, in quartieri di Gerusalemme stessa e in punti chiave della Iudaea, in  specifiche  zone dell’Idumea e  del deserto giudaico, oltre che in Galilea e  Perea  ed in Iturea –   e sono  puri integralisti, pronti alla morte- nonostante il precedente buon governo di Erode il grande, filelleno,  anche se i primi prefetti, fino a Ponzio Pilato, non hanno mal governato, in nome di Roma –  poiché hanno approfittato delle occasioni  di repressione romana  militare e fiscale,   e soffiato  sulla situazione  critica degli operai e  dei servi agricoli del  tempio, sulla  condizione declassata economica  del basso e medio clero, avendo il potere romano imperiale privilegiato  l’amicizia dell’alta casta sacerdotale  e degli erodiani!

Quindi, professore,  si può affermare che in Iudaea  l’alta classe sacerdotale e  gli erodiani – che   sono stati limitati, comunque,  nel potere e parzialmente sostituiti, essendo stato esautorato Archelao nel 6 d.C.-  essendo  già ellenizzati e romanizzati, godono dei vantaggi di essere cittadini romani, partecipi  della gestione templare  e dello sfruttamento stesso  delle  classi popolari filoparthiche, vessate   e gravate da  tributi, riscossi dai milites e dai pubblicani, in quanto la choora  era stata censita da  oltre un trentennio! Posso anche aggiungere che  essi   seguono, dopo la morte di Seiano,  il  messaggio di Salvezza  del Messia, avendo avuto il battesimo sul Giordano da Giovanni e  posso sostenere che  l’impresa di Gesù, messianica,  avviene perché il popolo aramaico non si è integrato, nonostante il censimento augusteo,   dopo quasi cento anni dalla presa del Tempio di Pompeo nel  63 a. C ?

Certo,  Marco, l’impresa messianica di Gesù  avviene in un momento critico per l’imperium romano, quello della morte di Elio Seiano, 18 ottobre del 31 d.C. , durante la reazione tiberiana alla politica orientale  seianea, che aveva  provocato gli animi di uomini,  mai domi nel loro integralismo religioso, sempre pronti alla rivolta/stasis, convinti di avere un solo Signore, celeste, ed un solo padrone, non mortale, quotidianamente pregato con lo Shema, fiduciosi nella sua assistenza paterna:  la politica imperiale di attendismo e di non intervento immediato illuse gli aramaici che, pensando di approfittare  di una  pur momentanea impotenza romana, cullarono il sogno di redenzione e  di liberazione, nella speranza della cacciata definitiva dei soldati romani, che arrogantemente calpestavano il suolo sacro della  patria e  profanavano con le armi Gerusalemme e il Tempio,  feudo divino, centro in cui palpitava la presenza stessa di Jhwh!.

Dunque, professore, tutti i tentativi di  conciliazione di circa un secolo di politica di democratizzazione, di koinonia  e philanthropia romano- ellenistica  non erano stati  stati sufficienti perché la cultura aramaica, musar, aveva  intatti  i centri di predicazione nelle sinagoghe e nelle sedi degli esseni e dei farisei, che, invece,  bandivano il formalismo  sadduceo  e il cerimonialismo sacrificale  templare, fonte di ricchezza  per l’alto clero e per i romani  e preparavano   rivolte /staseis con una cadenza quasi quarantennale,  fiduciosi nella presenza ed  aiuto  del Signore, che aveva stabilito di inviare il Messia, come detto dai profeti, che  era attivo,  essendo  già venuto, secondo l’annuncio di Giovanni il Battista.

Le azioni di Ponzio Pilato, dettate da  Elio Seiano,  erano state una sfida all’integralismo giudaico aramaico, che si era ricompattato e riconnesso  con tutti gli altri giudaismi aramaici della Provincia di Siria e con quelli adiabenici,  peraico- galilaici, solidali con quelli nabatei, ed era esploso con la manifestazione entusiastica  messianica,  facendo traballare il potere degli erodiani tanto  che Filippo e   Erode Antipa si erano asserragliati rispettivamente nella fortezza di Masada e  Macheronte.

Ora la proclamazione ufficiale del Messia da parte essenica  e la sua trionfale accoglienza in città,  nella Pasqua del  32 d.C.,    sono atti che sottendono la piena padronanza di Gerusalemme (città alta  e bassa)  e il controllo  del tesoro del Tempio e di tutta la popolazione anche dei  giudei ellenisti,  sopraggiunti per  la festa. Ponzio Pilato, quindi,  non potendo intervenire  in nessun modo, perché relegato a Cesarea, probabilmente venne  a sapere della capitolazione della Torre Antonia e della strage  dei romani, che sorvegliavano il tempio, dopo il cambio di costituzione sinedriale,  cittadino, non più dominata da sadducei e da erodiani,  ma da farisei, esseni  e popolo, in rivolta, credenti nel Messia, predicanti che era giunto il momento  dell’ira divina.

Professore, anche Pomponio Flacco, governatore di Siria fu sorpreso dall’ avvento  del Messia in Gerusalemme?  Gli erano sfuggiti i controlli delle truppe di cavalleria di Izate e quelle di   Artabano che erano già avanzate in Commagene,  per  cui tardivo fu il suo intervento per frenare la cavalleria catafratta parthica, che,  al solo vederla, aveva terrorizzato i milites,  che si diedero alla fuga in Cirrestica. Per questo i rivoltosi delle  tetrarchie erodiane poterono fondersi   con quelle nabatee ed idumee,   in appoggio al Messia, che avanzava, come in processione,  chiedendo la resa delle singole città, prima di fermarsi davanti alle porte, chiuse, della  città santa,  ancora incerta sulla sua adesione: l’arrivo del supporto anche della cavalleria sebastena samaritana, passata dai romani alle forze consociate messianiche  e l’unione  fraterna con le altre truppe  indussero i gerosolomitani,  incerti, alla resa e  all’apertura  delle porte, dopo aver cambiato il governo della  città! .

In conclusione,   Marco, si può dire che  l’impresa messianica   avvenne perché al momento  le forze romane non avevano alcun collegamento, ma erano sparse  o bivaccavano convinte delle avvenuta integrazione culturale  della  Siria ed anche della  Iudaea, ormai ellenizzate  e  viventi secondo i costumi romani. Invece  il Messia aveva fatto esplodere  la comune fede legalistica  e il desiderio di libertà comune a tutte le popolazioni  filoparthiche,  transeufrasiche,  ed aveva dato unità  alle tante tribù, inneggianti a Dio e al suo Inviato  tanto atteso  per l’instaurazione del Regno dei Cieli, che avrebbe sterminato gli eserciti romani e i loro simboli pagani.

Il fenomeno messianico  fu di breve durata e durò il tempo necessario a Tiberio per stanare i fautori di Seiano a Roma e nelle province e  per riorganizzare la riconquista della Siria e della Giudea,  di riordinare gli eserciti e di inviare un comandante abile come Lucio Vitellio, col mandato di fare trattati con i  re caucasici, di invadere con loro  la Parthia settentrionale e di esautorare il re dei re, di punire con la morte Areta IV, socius traditore, – che, entrambi avevano fomentato disordini e provocato rivolte, col messianesimo,  per ampliamenti  territoriali,  sulla base  di un vecchio  diritto alla eredità seleucide-. Ristabilito l’ordo provincialis, crocifisso il Messia, accolto per ben due volte in Gerusalemme il governatore di Siria dal nuovo Sinedrio, costituito ora da filoromani sadducei ed erodiani, si celebra dapprima  la Pasqua del 36 d.C. in un clima di amnistia e di generale pacificazione, poi quella del 37 d.C.  per festeggiare l’annuncio  della salita al trono di Gaio Germanico Caligola, il neos sebastos,  che  inizia  un kronikos bios, un’era saturnia   nel tripudio universale di Roma, dell’Italia e delle province.

Lei, ha mostrato in La morte di un Dio che non la crocifissione e morte  del Messia ha valore nell’epoca, ma l‘era saturnia iniziale del regno di Caligola con  la sua neooteropoiia ed ektheoosis e con lo stupore  dei contemporanei per la sua morte!?

Certo, storicamente è vero questo, non la costruzione successiva christiana antiochena, tipica espressione  del pensiero di un civis Romanus, Paolo di Tarso, un sincretico visionario, celebrante la mitica morte e resurrezione di un eroe nazionale aramaico,  ripresa in epoca antonina,  nelle  sedi di Efeso e di Alessandria, in un un clima teorico  medio platonico e gnostico per la formazione  di un‘ecclesia, imitante strutturalmente  quella aramaica,  ellenizzata,  grazie al  magistero di uomini come lo pseudo Giovanni evangelista apocalittico, Panteno,  Clemente alessandrino ed Origene, che diffondono il nuovo vangelo, greco, basato sulla paideia, propria  del didaskaleion alessandrino,  sul dogma dell’ Agia Trias, sulla redenzione umana ad opera del Christos-uios, logos, inviato dal padre /pathr, secondo l’oikonomia divina   dello Pneuma/spirito!.  

Marco,  essendo falliti i tentativi nuovi aramaici di stasis in Giudea  –  avviata già  con Claudio ad una normalizzazione religiosa alla pari di ogni altra etnia, obbligata a vivere conformemente alla lex romana, che impegnava ogni popolo al rispetto e timore del  proprio dio, senza derisione per il credo  altrui,  dopo gli interventi traumatici e tragici di Caligola – già assimilato a  Zeus olimpio, desideroso di un culto divino uniforme in tutto l’impero, in Occidente e in Oriente – in Alessandria,  minaccianti annientamento etnico  per la provincia giudaica- in caso di  opposizione  aramaica all’ordine di installare il suo colosso nel  Tempio di Gerusalemme- la nuova costituzione della prefettura di Iudaea  era anch’essa un provvedimento provvisorio, data la natura stessa dell’integralismo aramaico, impossibile da sradicare!

Eppure, professore,  i romani  avevano   accontentato  i giudei  concedendo la veste sacerdotale  ad un ebreo, seppure erodiano, Erode di Calcide, nominato designatore del sommo pontefice! E  Claudio aveva fatto re di tutta la Giudea, ricostituendo l’antico regno di Erode il grande,  l’amico  e fratello di latte,  Erode Agrippa I,  anche se poi non lo aveva sostituito  col figlio, un adolescente di 17 anni, troppo immaturo per reggere un regno,  diviso tra filoromani ed antiromani , lacerato per gli odi religiosi al suo interno e non ben amalgamato con le altre popolazioni dell’impero, ellenizzate e ben  integrate! Comunque, Claudio prima e Nerone poi  sono decisi, seguendo la consulenza di  consiglieri come Vitellio e Marso, e di altri come Corbulone, a sradicare  il cancro aramaico,  facendo una politica   di  graduale annientamento dell’etnia aramaica, secondo le direttive giulio-claudie, già fissate   da Gaio Germanico Caligola, – la cui morte, provvidenziale, aveva ritardato il tragico epilogo -, provocata continuamente tanto da indurla ad  abbandonare la strategia   della atavica guerriglia, ed andare ad una guerra suicida, come, di fatto, avvenne nel 66-73 d.C..

Finita la guerra e distrutto il tempo, sono  cambiati i vertici  ad opera dei Flavi,  che, divenuti con l’impresa giudaica  i  sooteres tou  kosmou,  mantengono  tutto il territorio, da poco riconquistato,  in una condizione di  pacifica  convivenza con le altre etnie limitrofe e coi Parthi, vincolati con trattati-  anche se  ora iniziano i rapporti e le collusioni  con l’elemento ebraico ellenistico della diaspora,  non più dominante  economicamente e finanziariamente rispetto ai greci e ai latini – e  sono costretti a frenarli e così facendo  li avviano ad una coalizione con i  fratelli correligionari aramaici,  sempre feroci oppositori al sistema romano,  specie, in epoca antonina,  con Traiano desideroso di romanizzare tutto il Mediterraneo, come  mare nostrum, che aveva ripresa la politica espansionistica anche in Oriente,  annettendo prima la Nabatea  e  poi invadendo Il regno dei Parthi, incurante  della generale opposizione  giudaica!

Allora, professore, la distruzione del Tempio  e la Galuth   sono due sequenze di una stessa tragedia, successive alla morte del Messia/ christos,  due momenti della secolare tragedia ebraica intervallati dall’episodio della guerra di Kitos che risulta evento  contemporaneo  alla invasione parthica traianea, come un altro fronte antiromano, per  favorire i confratelli parthici!  Ormai è vicino  l’epilogo  dell’ultima impresa  messianica di Shimon bar kokba e di Rab Aqiva,  lo sconfitto ed ucciso figlio delle stelle e il santo  maestro della legge, ultra novantenne, spellato vivo, con cui si  sancisce la dispersione definitiva del  seme giudaico con la cancellazione da parte di Adriano,  dei nomina stessi  di  Sion/Gerusalemme  e di Giudea, divenute  rispettivamente  Aelia Capitolina e Palestina,   e con lo sterminio di massa, ultimo atto dell’eccidio di circa un ventennio prima di giudei ellenisti ciprioti e  cirenaici, ribelli a Traiano e rei di efferati delitti contro gli altri isolani e i corregionali afri?

Professore, lei ha mostrato facendo ricerca storica, la vera figura aramaica di Gesù ma non ha potuto  neanche avere la soddisfazione di un riconoscimento ufficiale  da parte ebraica anche se  storici ed archeologi ora rivendicano  giustamente  un Gesù, vero ebreo! Essi dovrebbero, a mio modesto parere,  seguire le indicazioni di una lettura  aramaica, quella del Regno dei Cieli,  distinta da quella romano- ellenistica, del Regno di Dio, in un rilievo  del suo Malkuth a Gerusalemme, in una scoperta della vicenda umana e terrena  di Jehoshua  Messia, ben separata da quella  di un Iesous Christos Kurios,  un christianos, figlio di Dio,  unigenito uios patros, logos /verbum, upostasis  dell’ Agia Trias,   propagandata da pneumatikoi, che, ispirati dallo Pneuma,  operano mediante fede, non mediante opere  e credono così di salvarsi. 

Il Mondo va così per l’anonimo cinquecentesco ascolano, non degenere  seguace di Cecco d’Ascoli! Lei ha capito e scritto poiché ha tradotto direttamente fonti e specie  Antichità Giudaiche , Filone di Alessandria,  studiato i Vangeli, gli autori alessandrini e i cappadoci  e gli autori  bizantini  oltre a quelli  latini e ai padri medievali  ed ha allora scritto la vera storia di Giudea, rilevando un popolo che non poteva integrarsi,  data la sua fede in un unico Dio ed ha compreso che  due secoli non furono sufficienti per l’ellenizzazione di barbaroi, condizionati fin da bambini dalla predicazione essenica e da quella  farisaica sinagogale  e che lo stesso Augusto, pur abilissimo politico, si lasciò  ingannare  di potervi riuscire col Regno più che trentennale  di Erode il grande e con quello  dei suoi fedeli figli, filelleni! Lei, davvero, ha capito la Storia del  cristianesimo primitivo e l’ha scritta, facendo un’altra lettura in opposizione a quanto predicato dalla Chiesa Romana  cristiana, che certamente nel corso dei secoli ha evidenziato infinite contraddizioni  ed incertezze, dubbi,  nonostante la certezza dell’ assistenza divina e la  coscienza  di non poter mai sbagliare essendo ispirata dallo Spirito Santo!.

Marco, ho fatto quello che ho potuto nel  corso di una breve vita umana!  La chiesa cristiana non può non sapere, data che ha negli archivi  vaticani la maggior parte di testi antichi,  anche se frammentari, che una cosa è  la Storia aramaica di  Jehoshua  ed una cosa la storia ellenistica di Iesous Christos Kurios, ma non potrà mai dirlo perché  tradirebbe  il pensiero fondante  paolino, basato sulla theoria di  morte e resurrezione del MESSIA/CHRISTOS  aramaico, senza la quale non può  esistere il cristianesimo e tanto meno  può rilevare la crudeltà barbarica  del sistema aramaico  integralista, avendo parlato  per secoli di  Gesù, assimilato al martire aramaico, che predica  koinonia ed agape, che invita i discepoli a porgere l’altra guancia,  a dare a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio  e  che desidera premiare  il povero  col premio eterno paradisiaco  se, però,  sopporta con pazienza il male naturale di vivere e i soprusi dei  potenti! Il mondo  è andato così e va ed andrà sempre così, Marco! Chi vince, giustifica politicamente il proprio potere,   ma  non può dire mai la verità/alhtheia, nascosta, anche se sa che non bisogna nasconderla!

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Il silenzio di Apollonio

 

 

Naturale silentium  deus, unus, audit sentitque

 

Lei ci ha parlato del silenzio di Apollonio di Tiana, ma non ci ha spiegato nemmeno perché segue il consiglio di Pitagora? Professore, in quale periodo, in realtà, Apollonio rimane in silenzio e dove? Noi sappiamo  la differenza che c’è tra  siopaoo  e sigaoo!  Bene. Il primo indica il non parlare, come sileo  latino ; il secondo indica  l’atto di cessare dal parlare  e stare zitto come taceo (opposto a  loqui, dìcere e fari)!. Lei ci ha mostrato, di fatto,  che seguire il silenzio di Pitagora è basilare per ogni uomo che aspira all’ascesi, in quanto  è il primo atto dopo l’erudizione nelle scienze encicliche,  dopo l’iscrizione tra i neoi degli efebi, ora politai!   Quindi abbiamo compreso che un filosofo completa la sua formazione  con la prova del silenzio:  infatti sappiamo quello che il tianeo risponde al suo maestro pitagorico Eusseno,  da lui ospitato in una sua casa di campagna,  che gli chiede di scrivere su quanto gli dice il Dio, che è in lui e lo ispira:  come posso pensare a scrivere, senza prima aver fatto la prova del silenzio?

Dunque, per Apollonio, come per Pitagora, come per ogni contemplativo  il  primo passo  per una comunicazione  proficua con gli altri, scritta o orale,  coincide con  la scoperta del mistero del silenzio, che è esercizio di conoscenza  del numero e del valore della parola, in quanto fa aprire gli occhi nell’abisso dell’animo e scoprire l’io profondo, naturale, prima di iniziare la  missione di educare gli altri, mediante logos? E’ questo,  professore, quello che esige Pitagora per i suoi discepoli, imponendo una sottomissione assoluta al silenzio. come dovere di concentrazione dell’anima su se stessa, per la comprensione della doctrina, naturale?

Marco,  io so solo che Apollonio  si astiene dal parlare  e si chiude in un mutismo per cinque anni -anche se Pitagora oscillava tra un tempo di due anni a cinque- e che sceglie la zona di confine tra  Panfilia e Cilicia  e cessa il silenzio dopo l’episodio di Aspendos e che gli anni sono quelli del principato di Caligola e dell’inizio di quello di Claudio, epoca in cui un limos devasta la zona.

Professore, questo limos  è una spanositia, – di cui si parla nello stesso tempo e quasi nella stessa zona e nel bios  di Apollonio di Filostrato  e  in Atti degli apostoli dello pseudo Luca – di una mancanza di frumento, di una carestia,   che preoccupa i governatori, incapaci di frenare chi fa incetta e tiene il cibo in magazzini,  sorvegliati,  affamando  il popolo che lo cerca negli emporia,  supermercati delle città e della stessa capitale di Siria. Gli Atti  trattano  della calata dello  Spirito Santo  ed anche  di una colletta  da parte dei Gerosolomitani per gli antiocheni,  fratelli colpiti tra l’altro anche da un terremoto, e dell’ opera di Paolo e di Barnaba e di altri. In questa particolare situazione di carestia  alimentare  e di pienezza di Spirito Santo  sorge  in Antiochia sull’Oronte la setta dei christianoi, forse nello stesso tempo in cui Apollonio vive, stanziato  già nel tempio di Apollo dafneo, avendo già terminato il suo silenzio quinquennale. C’è una qualche attinenza o rapporto  tra l’esigenza di radicamento templare di Apollonio e  quella di  diffusione della predicazione delle morte e resurrezione del Christos, il messia aramaico sconfitto, qualche anno prima,   a seguito della  millantata discesa dello Spirito Santo, intesa come battesimo di fuoco del  poliths christianos?

Marco, ciò avviene  non solo  a seguito della spanositia,  profetizzata da Agabo sotto  Claudio (41-54),  ma anche  per la necessità  di tenere riunioni nella metropoli siriana e  di  dare istruzione ad una grande moltitudine,  tanto da determinare la distinzione tra i vari  giudei antiocheni di una nuova setta di Christianoi-11,26- probabilmente fruitori unici della colletta gerosolomitana, inviati agli anziani  per mezzo di Barnaba e di Saulo -ibidem 28-. La testimonianza  di Filostrato,  datata tra il  37 /40 e 44,  sembra alludere ad un periodo successivo a quello del governatorato di Petronio  e all’arrivo di   Vibio Marso e alla sua politica antierodiana, tesa a ridimensionare l’opera del re Erode Agrippa I, possibile  alla sua morte e alla mancata successione del figlio  diciassettenne, immaturo a guidare una regione così vasta, che necessita  di una nuova costituzione   statale romana occidentale.

Per lei, dunque, professore,  in un momento così complicato si costituisce la ecclesia  dei christianoi, cioè dei seguaci  giudaico-greci del Christos, credenti nella venuta della Spirito santo e nella morte e  resurrezione del messia  aramaico, quando il pensiero gerosolomitano, ancorato al battesimo  di Giovanni  è già discorde da quello  giudaico ellenistico, nonostante l’aiuto finanziario e la colletta, raccolta in Giudea da uomini che hanno una comunità  di fratelli che condividono ogni bene,  avendo un deposito comune, con una unica cassa!.

Marco, se si è nell’ultimo periodo del regno di Caligola, mentre in Giudea e a Gerusalemme c’è il netto rifiuto sacerdotale e  popolare  al voler imperiale di installare entro le mura templari la statua del Neos Sebastos, con accettazione dello sterminio della  popolazione giudaica, ordinata al procuratore di Siria Petronio Turpiliano, bisogna ritenere con Filone – Legatio ad Gaium – che  c’è coscienza che la nave giudaica affonda, pur restando la fiducia nella salvezza ad opera di Jhwh, che si manifesta  subito con la morte dl persecutore e con il proclama di Claudio  agli alessandrini!  Dopo  questo mortale pericolo per la stirpe giudaica, mentre si attua  la  politica di obbedienza al  nuovo imperatore, che vieta il proselitismo, non è chiara l’attività predicatoria di un Paulus, civis romano che propaga il  pensiero di morte e resurrezione del  Christos aramaico, un ribelle crocifisso, come vita eterna per i credenti,   non solo nella capitale siriaca ma anche nel bacino  orientale del  Mediterraneo, dove i controlli imperiali dovevano essere continui, considerati i contrasti ideologici con i giudei aramaici sulla figura stessa del Messia!

Quindi, in tale clima  sembra che   Apollonio termini il  periodo del silenzio e  si chiuda nel santuario di Apollo daphneios, il tempio pitico per eccellenza,  simbolo stesso della  castità  sacerdotale, collegato al mythos di Dafne.

Professore, sembra che lei voglia vedere, da una parte, relazioni tra  la fine del silenzio e la scelta dello stanziamento templare del  tianeo e, da un’altra, rilevare  nel mito di Dafne, una vergine che preferisce all’amore di un dio e al suo amplesso  un radicamento arboreo naturale  come sfida  della natura vegetale  stessa alla divinitas che, comunque, consacra l’alloro come simbolo di gloria per i migliori tra gli uomini, segnalatisi per altezza di ingegno?!

Apollonio, ora  lettore dei segni del tempio dafneio,  secondo me, propaganda la Sapienza pitica  mediante la spiegazione dei logia  apollinei, naturali simboli vegetali,  mentre i christianoi, da parte loro ispirati dallo Pneuma agion, rivelano il musterion del Christos incarnato, uios del Pathr,  logos divino, crocifisso!

Allora, professore, lei mette in relazione  ispirazione divina con l’arte della divinazione e della medicina stessa, ambedue legate ad Apollo,  e quella cristiana pneumatica?

Marco,  per me,  dopo il silenzio, Apollonio  si dedica alla profezia e alla scienza divinatoria, come dimostra poi nel colloquio con Iarca,  in India: chi ama la divinazione diventa  per Sé uomo divino e  risulta utile servitore per gli altri. Infatti chi  conosce l’avvenire e lo fa conoscere al prossimo non on è forse un essere   potente e rassicurante come Apollo delfico? E’ necessario  che  chi lo consulta sia puro   sia ancora più puro il saggio che sa discernere futuro e  ne è il diretto augure  se vuole essere  chiaro nelle risposte  ed aver avere chiaroveggenza  ed ispirazione lucida per profetizzare, avendo cuore   innocente e  uno spirito  al riparo di ogni macchia,  sozzura e traccia immorale. Non per nulla Apollo è padre di  Asclepio che con la medicina guarisce avendo chiari i segni  le predizioni oracolari, le visioni  tanto da trasmettere medicine confezionate per ogni malattia e da conoscere le erbe  medicinali da indicare  i le proporzioni  per la preparazione delle pozioni  e dare  i rimedi  i contro i veleni  e i mezzi per tramutare anche le sostanze tossiche  tanto da avere un effetto salutare e trarre dal male il bene.

Quindi, professore,  il radicamento di un essere umano che si trasfigura in materia vegetale, perdendo la sensibilità animale snaturandosi , mantenendo, comunque,  un vita  vegetativa, diventa segno di una nuova  pulsione verso il cielo, di un’anima     che ha scoperto la necessità del confinamento, dopo l’errare del periodo di silenzio,  compagno di una  avventura  raminga animale: la struttura fisica umana  rimane come ombra nel  tronco arboreo le cui radici sprofondano nella terra  e i cui rami, come braccia alzate tendono al cielo, in una dimostrazione dell’avvenuta metamorfosi,necessaria !

Marco, l’episodio di Aspendos di un Apollonio che favorisce le plebi fameliche e  che denuncia i proprietari di emporeia probabilmente giudaici,  come affamatori,  pur mantenendo il silenzio, segna il  passaggio ad una nuova fase della vita del Taumaturgo  tianeo. Infatti Filostrato mostra le folle, in rivolta,  che  se la prendono col governatore regionale assediato, minacciato di morte, anche se attaccato alla statua venerata  di Tiberio, da una parte,  mentre, da un’altra,  indica Apollonio che  con precisi gesti dimostra l’innocenza del prefetto che, allora, confessa   i nomi e le ubicazioni dei depositi alimentari degli affamatori pubblicani, comunque,  risparmiati e salvati dall’ira popolare, grazie  al tianeo, che  trascrive su tavolette il suo pensiero, minaccioso verso chi non è conforme alla legge di natura:   la terra è madre di tutti; essa è giusta per tutti, mentre voi accaparratori di grano, volete che sia madre  solo per voi. Voi , se non cambiate, sappiate che non resterete più  a lungo su di essa!.

Dunque, professore, Apollonio che si confina nel tempio apollineo dafneio e si scioglie dal voto del  silenzio,  aprendosi alla divinazione  e all’ermeneusis dei logia delfici,  è anche lui, uomo ispirato divino, cosciente  di una nuova predicazione  di saggezza oracolare, come i christianoi, invasi e ispirati da  pneuma agion?!

Marco  tu  tiri  conclusioni,  anche quando fai domande, fiducioso nella tua intuizione, io, da storico, invece, ritengo   che il tianeo, pur concludendo il periodo di indottrinamento pitagorico naturalistico,  resti sul dato naturale secondo logica greca, mentre il christianos   va oltre l’umano e il naturale,  credendo in un’ investitura divina ad opera del Paraclito, poiché ha una missione di  proselitismo universale, di cui Paolo è il protagonista,  che rompe la struttura perfino giudaica  per una azione catholikh, secondo l’universalismo romano -ellenistico per una predicazione aperta anche agli etnikoi. Apollonio  è fermo al logion oracolare dopo la maturazione avvenuta  nel silenzio e nella sistemazione pitagorica del mondo fisico  e nella parola indagata,  esaminata, studiata, meditata ma non pronunciata,  in quanto ancora  inattiva, essendo non compresa nel suo reale significato comunicativo, ma solo in quello proprio dell’ oracolo, lui,  essendo uomo puro  e celibe, che vive in povertà, seguito dai suoi sette discepoli,   risulta ormai dedicato al dio, unico capace di ascoltare e sentire davvero il messaggio naturale.

Quanto diverso il suo silenzio da quello dei gimnosofisti, degli stessi contemplativi terapeuti ebraici  e da quello dei seguaci della Grande Madre  e di Christos, pieni di Agion Pneuma, arsi dal fuoco divino!

Marco, è un’altra via verso sophia/ sapienza!

 

Angelo Filipponi – Un' altra storia del cristianesimo