Il quadrante della vedova

Marco 12,41-44 tratta di una vedova che mette in una  shupharot del gazophulakion due spiccioli /leptà, equivalenti ad quadrante cioè 1/4 di asse (una moneta del valore  di 50 centesimi di euro, cioè di circa mille vecchie lire)

Gesù – questa è la mia ricostruzione del fatto – si trovava nel cortile delle  donne, una zona  che era  separata dal cortile degli israeliti da un muretto ed aveva all’intorno delle colonne, che sorreggevano il matroneo, da cui  si poteva assistere ai sacrifici e alle funzioni del tempio. In questi portici  c’erano 13 bossoli /buche, a forma di corno, disposti in modo che chi passava poteva deporre monete, che calavano giù  ed arrivavano nella stanza del tesoro.

Un fedele, circonciso – era vietata severamente  ai non circoncisi entrare sia nel cortile degli ebrei che in quello della donne, pena la morte: un’iscrizione sulle monumentali porte di ingresso del  tempio vietava l’accesso ai pagani- poteva andare al cortile degli israeliti  dal cortile delle donne, mediante 15 gradini.

Dai bossoli il denaro, dunque,  confluiva, da varie parti, a seconda della disposizione  dei corni,  nella vasta sala del gazophulakion come elemosina  o come tributo per il tempio (la doppia dracma): questo
costituiva il tesoro del tempio dove c’erano addetti al raggruppamento delle singole  entrate, in relazione alle porte di ingresso del tempio  e dove  c’erano depositi pubblici statali con  proprio sigillo, ma anche  di  comunità distinte per segni,  e  perfino di conti  privati, custoditi in sacchetti, dopo che le monete erano state accertate nella loro  autenticità di conio- date le tante contraffazioni- e contrassegnate con il timbro templare   con certificato di probatio,  che attestava  che i saggiatori l’avevano provato e comprovato  (solo allora il deposito era definito  pecunia clusa et obsignata).

Insomma,  il gazophulakion era una banca/trapeza (cfr. A. Petrucci, Mensam exercere, Studi sull’impresa finanziaria romana , Iovine , Napoli 1991), la banca più grande  degli ebrei – perfino di quella di Alessandria-  ed aveva  molti gestori,  con un tamias, responsabile,  di stirpe sacerdotale,  che  -di solito- era collegato con lo strategos, di nomina del sinedrio, ambedue.

Gesù, dunque, era davanti al  gazophulakion.

Perché un profeta, un maestro, un uomo  spirituale  sta davanti al gazaphulakion?  Strano!

Ancora di più mi sorprende che stia seduto proprio davanti  alle bocche del Gazophulakion.

Se fosse un re ed avesse potere censorio, invece, avrebbe anche un significato lo stare presso una delle 13 supharot?!

Comunque, qualsiasi cosa stesse facendo nel tempio, Gesù che stava seduto (kathisas katenanti tou gazophulakiou –  proprio di fronte al tesoro- katenanti  fa supporre una volontà di inquisire ,come anche etheoorei)  esaminava, non stava a guardare, da curioso,  il modo come  l’ochlos popolo  gettasse denaro nel tesoro!.

Marco  parla dell’obolo ( è moneta greca del valore simile al quadrante latino) della vedova,  dopo il tributo a Cesare, a seguito della confutazione dell’errore dei sadducei sulla resurrezione (ouk estin theos nekroon alla zoontoon : polu planaste/ è dio non dei morti ma dei viventi: errate molto), della proclamazione dell’amore del prossimo come primo comandamento, della propria proclamazione come Messia, Signore più che  Figlio di Davide in una correzione della lettura degli scribi, apostrofati come uomini che amano passeggiare in lunghe vesti, rivere saluti nelle piazze  avere i primi seggi nelle sinagoghe , i primi posti nei conviti, divorare le case delle vedove,  fare ostentazione delle lunghe preghiere.

Il  racconto di Marco, quindi, è nodale  in quanto subito  dopo  l’evangelista fa un discorso escatologico, mostrando l’inizio dei dolori e il vertice della tribolazione (tutti termini  spie dell’avvenuta  distruzione del tempio e della città)  per giungere a focalizzare la venuta del Figlio dell’uomo  sconosciuta  a tutti (perfino agli angeli e  allo stesso Figlio) e nota solo  al Padre, per cui  c’è l’esortazione a vegliare  con l’uso  di tre termini  blepete, agrupneite… grhgoreite (anafora  di quest’ultimo con  poliptoto /ina grhgorhi).

Noi abbiamo parlato a lungo di discorsi apocalittici ed escatologici e rinviamo ad altri studi ( Apokalupsiscuriosità– ed altrove ), qui mi preme  rilevare che lo studio sulla vedova  da parte di un maran/ re, che esamina i suoi sudditi (specie sadducei e scribi, filoromani)  versare nel tesoro del tempio, ha un altro valore rispetto a quello dato dalla tradizione…

Dopo la purificazione del tempio, il maran può aver chiesto un contributo ai suoi sudditi ?…come Oro alla patria di Mussolini, fissato per la Giornata della fede il 18 Dicembre 1935?!…

Chi attende ancora la venuta del Signore, come parousia/ritorno, presenza divina, invece,  intorno alla fine del primo secolo d.C. , mira a  risolvere tutto in  un ammaestramento morale secondo quanto detto da Christos  che rileva  come la vedova  (definita non khhra ma auth h ptookhh),   anche se poveretta,  ha gettato  più di tutti (pleion pantoon ebalen toon ballontoon ), dando  una spiegazione divina –  solo un dio può vedere quanto versato e sapere la verità!- di quanto dato da tutti gli altri  (to perisseuon il superfluo) , rispetto al  versato dalla vedova che ha dato tutto ciò che ha, cioè tutta quanta la sua vita/ panta osa eiken, olon ton bion auths.

La conclusione di Marco è, dunque, che la poveretta dà tutto ciò che ha, mentre  tutti gli altri solo il superfluo, in una esaltazione dei poveri  rispetto  ai ricchi (condannati!), degli ultimi rispetto ai primi, in un rovesciamento delle situazioni, secondo la retorica delle antitesi.

Una facile lezione morale, amici cristiani,  puzza -tanto- di inganno, da parte del  nuovo sacerdozio christianos!

Gesù. Meshiah aramaico, methorios , politikos

Gesù fu un messia aramaico, methorios e politikos.

Ho già trattato il problema della regalità di Gesù aramaica,  e quindi del Makuth ha shemaim, ed ho puntualizzato la funzione methoria dei giudei ellenisti, oniadi,  in relazione al sistema trapezitario ed emporico (Cfr. Jehoshua o Iesous? Maroni,2003).

O methorios, da una parte, ed o politikos, da un’altra, sono due  tipici aggettivi  sostantivati che  sono stati  da me per anni connessi alla figura dell’ellenista giudaico- alessandrino, di cultura greca, in particolar modo all‘alabarca di Egitto, espressione di un’attività commerciale e politica  dell’ebreo nell’impero romano. In quest’ultimo decennio, ristudiando e rivedendo  la situazione del Malkuth alla luce delle indicazioni di Marco ( e di Matteo), mi sembra di poter/dovere correggere  la radicale impostazione precedente in senso aramaico del Messia  nel  corso del suo Regno, imprecisato nella sostanza, anche se determinato nella cronologia. 

Se si legge Marco (11,12,13)  è possibile rilevare da una parte l’aspetto della novitas  di Gesù aramaico,  che ha preso il tempio, che ha una sua neoteropoiia/politica nuova, dopo una stasis/rivolta vittoriosa, ma  non precisa la  provenienza della sua exousia/potere/ potestas, mentre ambiguamente  specifica, secondo i criteri zelotici, il suo pensiero  antiromano, senza provocare  dilacerazioni tra i suoi seguaci e senza tagliarsi i ponti per una ricucitura politica con la romanitas dominante, di cui c’è  traccia in ta Kaisaros apodote Caisari kai ta tou Theu Theooi, in un servizio  apparente a due padroni.

Gesù, methorios e politikos  è compatibile  nel periodo 32-36, in un momento in cui l’impero romano non si interessa alla situazione dell’area siriaca e siro-palestinese, mentre  l’impero parthico  sostiene il messianesimo, utile ora alla sua espansione fino al Mediterraneo in una ripresa della politica di Pacoro del 40-38 av. C., in un recupero dell’eredità achemenide e seleucide,

Il messianesimo giudaico autorizzava  Artabano III, collegato con Areta IV, re dei nabatei  e con Monobazo ed Izate,  re dell’Adiabene ad un  intervento militare antiromano  per la riconquista dell’Armenia e della Siria e della Celesiria  e alla definitiva rottura della siepe antoniana dei regni vassalli e delle tetrarchie, imposti dai romani alle popolazioni aramaiche (specie quelle di Erode Antipa, di Filippo)  e all’ abolizione  della provincia  di Siria e  della sotto provincia di Iudaea

A vittoria  conseguita,…  instaurato il malkuth,  purificato il tempio… il regnare era oltremodo difficile per il Messia:  c’erano problemi logistici di collegamento tra gli aramaici di due imperi diversi e c’erano  controversie decennali tra aramaici e  pagani greci e gli stessi giudeo- ellenisti,  c’erano perfino incompatibilità  religiose e commerciali tra i giudei ellenisti e i  greci pagani.

Il regno del Messia,  ricavato entro i limiti del confine romano, era di popolazione mista,  con una popolazione non inferiore ai 1.800.000, di cui gli aramaici formavano un nucleo compatto di 600.000  persone, ma la maggioranza era  quella costituita da  giudeo ellenisti e  da pagani (specie nelle due tetrarchie erodiane e in  Decapoli ,e lungo il litorale mediterraneo), mentre ancora  le forze parthiche occupavano la Siria e l’Armenia ed arrivavano fino al Mediterraneo…

Inoltre gli aramaici non predominavano nemmeno in Gerusalemme e nella Giudea, data l’alta presenza di giudei ellenisti che formavano la classe  dominante sacerdotale sadducea, gli erodiani e gli scribi, che   avevano il supporto dei sebasteni, truppe erodiane consociate come auxilia ai  milites romani,  che, inoperosi, erano nei castra  dislocati in molte postazioni non distanti dall’Eufrate. Inoltre tutta la regione della Giudea  era collegata  con quella di Samaria, di religione   scismatica,  che aveva  una propria Bibbia (Pentateuco e libro di Giosuè) e  con l’Idumea , che,  pur divisa tra aramaici e greci, aveva un consistente gruppo di  elementi di sicuro affidamento messianico, come anche la Perea e la stessa Galilea, da cui era partito il movimento, vincente,  di insurrezione messianica…

Le forze, dunque, del Messia, seppure insediato in Gerusalemme e  nel Tempio, non permettevano un governo della città  e delle zone occupate, circonvicine, secondo la rigida applicazione legalistica della Musar, cultura  aramaica: il sinedrio messianico doveva essere di  varia composizione e comprendeva sadducei,  farisei ed esseni,  erodiani e naziroi galilaici di varia estrazione sociale,  ed era subentrato a quello sciolto,  dominato dai sadducei e dagli erodiani  e  controllato dalle  potenti famiglie di Anano I  e del genero Kaifas (collegato con i cinque cognati,  Eleazar, Teofilo, Gionata, Mattia, Anano II – Per Flavio- che si meraviglia del fortuna del vecchio,  Ant. Giud. XX, 9.1 Anano fu molto fortunato . Infatti cinque suoi figli , dopo che lui aveva goduto dell’ufficio per un periodo piuttosto lungo, sono stati sommi sacerdoti-) e di Anania Boeto Canthera.

Infine il Regno secondo i confini erodiani  (cioè fascia costiera, l’ex tetrarchia di Filippo, la zona transgiordana)  era da conquistare,  come anche il titolo di maran  senza il riconoscimento di Tiberio  (come anche quello di Basileus con  il consenso di Roma)…

Essere Messia  comportava un tenere a freno i vincitori aramaici sia gerosolomitani, che galilaici che parthici,  e quindi  venire a patti con  gli  stessi sostenitori, limitati nella loro esuberanza vittoriosa, e nelle pretese di ricompensa legittima con le funzioni governative e le cariche  (cfr. Marco,10, 35-45), delusi nella spartizione del potere: Il pensiero riportato dall’evangelista non corrisponde alla situazione di accadimento ma  è  collegato con quella di scrittura domizianea ed ha valore anagogico e morale, in una   contrapposizione tra potere pagano dispotico,  per honores  e quello messianico per servitium /diakonia (cfr. l’uso di diakonos  in relazione a doulos   e il poliptoto diakonethhnai – diakonhsai al fine di mostrare l’exemplum di chi dà la vita per il riscatto di molti).

E contemporaneamente sottendeva curare i vinti  sadducei e erodiani e scribi, filoromani e i romani stessi  in quanto bisognava rispettare i greci e specie i giudeo-greci  che si erano arresi senza spargimento di sangue e che  si erano consegnati alla clemenza del vincitore  ed aumentare i rapporti con i giudei ellenisti specie di Egitto e di Cirenaica che avevano finanziato l’impresa, considerato l’immobilismo di Tiberio…

Il messia sapeva bene che le truppe romane erano  e nelle  regioni  a lui nominalmente sottoposte e  in Siria, dove il  contingente era  maggiore, anche se   le truppe  ora erano disorganizzate e  senza capi , specie, dopo la morte di Pomponio Flacco e la mancata rapida sostituzione da parte di Tiberio, più interessato all’eliminazione fisica  dei seguaci di Elio Seiano, -che aveva gestito la questione mediorientale, ed aveva posto  in Iudaea un suo uomo di fiducia, Ponzio Pilato- …

Ben si conosceva l’ attendismo  fatalistico  del vecchio imperatore, la politica, lenta nella rimozione dei  governatori. Tiberio raccontava l’apologo del ferito e delle mosche,  sentenziando che per un ferito era meglio sopportare le mosche vecchie che  ucciderle, perché, morte quelle che avevano a sazietà  succhiato sangue, sarebbero venute altre fameliche, avide: l’imperatore considerava i suoi governatori specie di nomina senatoria, agli inizi del mandato, avidissimi,  che però, si spegnevano col tempo, perché avevano raggiunto la sazietà  e potevano tornare dall’incarico provinciale con molte ricchezze tanto che, partiti poveri,  tornavano ricchi... (Cfr. Flavio ,Ant. Giud., XVIII,174-176). Celebre la  sua  massima:  è proprio di un buon pastore tosare il  gregge, non scorticarlo/ Boni pastoris tondère pecus, non deglùbere  (Svetonio,Tiberio XXXII).

La politica aramaica, immitis,  senza praoths,  barbaricamente violenta, di aggressione, non era possibile  come non era possibile seguire l’exemplum di Giovanni il battista,  la cui rigida vita di recabita, imponeva una dura osservanza della legge, una palingenesis una nuova vita col battesimo di purificazione ad Al Karrar (Betania oltre il Giordano), dopo un’attesa penitenziale ed addestramento militare: il messia, invece, doveva coniugare le tante anime dell’ebraismo e quelle  ellenistiche della società pagana,  per cui blanda era la sua interpretazione legalistica…

Infatti  Matteo (oltre che in 26,6 e sgg   circa il puro ed impuro ed unzione)   in 15,1 mostra, prima, che i discepoli di Gesù non seguono la tradizione degli antichi e nel mangiare  e nel lavarsi  e nell’onorare il padre e la madre  e poi  mette in evidenza Gesù che  definisce i  farisei ciechi e guide di ciechi...  Marco  aggiunge  in 18, 1 sgg un attacco dei seguaci di Giovanni, oltre che dei farisei, sul digiuno  non osservato dai discepoli del Signore   e in genere sul mangiare e bere con i peccatori, specie  con i pubblicani e specificamente  viene condannato lo sperpero,  in casa di Simone il lebbroso, di  unguento di nardo  e della rottura del vaso di alabastro  del costo complessivo di 300 denarii  (6000 euro circa;   si pensi  che a Giuda  vengono dati  30 denarii  circa 600 euro- il valore di un denario è di  quattro sesterzi  cioè di 16 assi; si noti che  con due assi si  può comprare un kg. di pane)

Insomma sembra che Gesù abbia un’altra gestione politica rispetto alla tradizione farisaica e alla  impostazione aramaica, giovannea, e che la sua deviazione sia  scandalosa e perciò marcata da oppositori seppure della sua stessa fazione….

Voleva forse  indicare altre possibilità, oltre a quella aramaica, ai suoi discepoli, pur rimanendo saldo il principio di fede giudaico e mosaico   di Dio solo padrone e padre di Israel ?.

Fu  quella stessa pretoria e censoria  di Erode Agrippa, convinto assertore di  una politica filoromana,  entro cui, però, doveva trovare spazio il giudaismo ellenizzato con le connessioni all’istanza messianica  aramaica !

Fu quella stessa  politica di Giacomo,  che nella sua figura di recabita e di  giusto tzadik, di baluardo del popolo aramaico  si faceva garante con i governatori filogiudaici (Fado, Tiberio Alessandro, Felice ) del comune  affare delle festività  ebraiche, assicurate nella loro regolarità,  lasciando aperto e il canale ellenistico e  quello aramaico, finché, cessata la collaborazione censoria e finanziaria  coi romani -ormai decisi ad estirpare   il cancro aramaico  ed ebraico ellenistico- riprendeva decisamente la politica  militaristica, esclusivamente aramaica, facendo sequestri ed  attentati  contro sadducei ed erodiani e contro i nemici romani.

La sua morte risultava  per Giuseppe Flavio l’inizio della fine del Tempio di Gerusalemme e di Gerusalemme stessa:  il giudaismo aramaico, fusosi con quello adiabene e mesopotamico, collegato con  quello idumeo, galilaico,  peraita e con gli ebrei scismatici  alessandrini  più intransigenti,-che erano stati rovinati della politica finanziaria dell’ultimo Nerone,- andavano alla  guerra contro i romani convinti che Davide  avrebbe vinto Golia  e che i più deboli avrebbero superato i più forti, sicuri che a Dio niente era impossibile e  che perciò  si sarebbe verificato miracolosamente  l’evento salvifico …

Si potrebbe,  dunque, inferire che  da Gesù derivi una doppia via operativa, mediante  due metodi diversi in relazione  alle 613 prescrizioni della legge utili  (sebbene in modi differenti)   a conseguire il benessere dell’anima e  quello del corpo?.

Ora,  siccome il popolo non ha la capacità di percepire  la natura delle cose spirituali, espresse in  forma esplicita o forma metaforica, allora per ogni massa occorre fare le correzioni delle condizioni di esistenza,   cosa che si consegue solo con l’eliminazione dei torti reciproci,  da una parte,  impedendo all’individuo  di compiere la propria volontà e  allontanando  le mete alla portata delle specifiche capacità, costringendo a fare quanto è utile alla collettività e, da un’altra , formando costumi utili alla comunità  tali da rendere la città ordinata.

Il benessere dell’anima non si consegue se non si raggiunge quello del corpo: si vuol dire cioè che bisogna assicurare lo stare bene  nella migliore salute, avendo tutte le cose necessarie a vivere  (casa  famiglia, cibo, denaro,  ogni cosa buona ed  utile al soddisfacimento degli appetiti umani)  non solo per un individuo o gruppo familiare ma per una comunità politica, perché l’uomo  è un animale  per natura  razionale  e politico, un vivente consociato che pensa prima alla propria sussistenza personale  poi a quella dei famigliari ed infine agli altri, come prossimo, facente parte dell comunità,  con cui condividerà  le cose, anche se  teso ad un  vantaggio, comunque,  sempre proprio.

Il benessere dell’anima  è di ben altra forma,  in quanto si cerca iniziando il proprio percorso  purificandosi col rifiuto  della pars corporale  (tengo presente il sistema sia degli Esseni che dei Terapeuti che  si disfano di ogni patrimonio e lo cedono a  parenti)  allontanandosi dagli altri e vivendo in comunità o in solitudine, tendendo  a sviluppare la razionalità  in atto, con un intelletto in atto, in un’ ansia e volontà di conoscere  tutto ciò che è possibile e tutti gli enti, in ragione  della perfezione ultima/teleioosis ,  che non consta di azioni o di costumi, ma solo di opinioni, come risultanze di una speculazione razionale  e  come conferma  di uno studio fatto.

Maimonide,  a proposito della legge e della perfezione ultima,  dice: la legge di Mosè nostro maestro  ci dà il vantaggio  di entrambe le perfezioni insieme: ossia crea le condizioni  migliori in cui  gli uomini possano vivere   gli uni con gli altri,  eliminando l’ingiustizia, e concedendo un carattere  nobile e virtuoso, così che gli abitanti del paese possano sopravvivere e perpetuarsi  secondo un unico ordine, affinché ciascuno  di essi raggiunga la sua perfezione prima, e le credenze  e le opinioni  corrette con le  quali  si raggiunge la perfezione ultima  (Cfr.la Guida dei perplessi, a cura di M. Zonta, Utet,,2013).

Quindi per Gesù maran  assicurare la giustizia  con tutte le condizioni politiche  è il primo compito, anche se  impossibile da realizzare in una comunità  composita, per dare un benessere corporale  …

La musar contempla di  fondere  le due perfezioni dando rilievo prioritario a quella corporale senza la quale non è pensabile nemmeno l’intelligibile benessere spirituale,,.

La paideia insegna philanthropia, ad essere uomo, ad  amare l’uomo come altro se stesso (Homo sum: humani nihil  a me alienum puto  Terenzio, Eautontimoroumenos ,77) in un adattamento  in situazione  e  a superare la prova/ ostacolo in relazione al proprio ingegno,  ad essere faber del proprio destinovivendo  moderatamente, secondo natura e  ragione, conseguendo uno stato  di eudaimonia in quanto anhr theios, capace di discernere tra le cose che esistono, e quelle  che dipendono da noi,  quelle che non dipendono da noi, servendosi della proairesis.

Questa  distingue, secondo la cultura stoica, i  fatti nostri  e li sottopone ad un razionale controllo  (giudizio di valore, impulso ad agire , desiderio, avversione, amore e ed ogni altro sentimento) da quelli non nostri  ( i nostri averi, le opinioni che gli altri hanno di noi, la cariche pubbliche ,  qualsiasi cosa  che non dipenda da noi esseri umani, ma da cause esterne).

Ora, Gesù regnando su ebrei e pagani, con un Tempio da gestire, un tesoro senza pari, con alleati armati  entro i propri confini e con nemici invasori, vinti, ma ancora sul proprio territorio, doveva per forza  praticare una politica di moderazione, quindi impostata sulla metrioths e non sulla ferocia barbarica.

Noi abbiamo cercato con pazienza, in tanti anni di  studio, i segni di una politica nei vangeli sinottici di  un Gesù Methorios, uomo al confine tra due regni, un aramaico moderato, che ha insegnato una doppia via, una seguita dal fratello Jakobos,  quella naziroa del Malkuth ha shemaim, ed una da Shaul  Paulus ed evangelisti,  che  hanno,  poi,  a seconda delle  situazioni,  sviluppato  in modo personale, l’eredità politica e  spirituale del  Maran, Re/Maestro, martire aramaico.

Da lui dunque derivano  e la via seguita da Giacomo  e dagli aramaici, che vanno ciecamente, fiduciosi solo  in Dio, alla guerra, alla distruzione  del Tempio , ed arrivano, dopo la rivolta del 115-116, allo sterminio con Shimon bar Kokba –  e quella dei Christianoi antiocheni e di Paolo che, seguendo la metriotes, fondendo  musar e paideia, tradizione ebraica e pagana, rompendo con la sinagoga- inquisita  e condannata dalle autorità- hanno una loro possibilità di sopravvivenza nel territorio romano, nonostante le differenze di lettura,  a seguito di skimmata ed erides ecclesiali, della medesima lezione del Signore e sopravvivono secondo  una propria gerarchia, greca, in relazione alle zone di diffusione della Basileia tou Theou.

Giacomo, dopo un lungo periodo di connessione con i prefetti romani,  irrigidisce la sua politica, specie negli ultimi anni di governatorato di Felice  nell’interpretazione integralista mesopotamica  del pensiero del fratello  a seguito della scoperta dei piani di distruzione romana dell‘ etnos giudaico,  mentre Paolo  e gli evangelisti  seguono l’indirizzo moderato di comunione tra giudei e pagani e  costituiscono   su una struttura retorica  una nuova base teologale e celebrano il mito di Gesù (figlio di Dio e di una Vergine, che,   venuto in terra  per redimere il mondo  dal peccato originale, ucciso dal suo stesso popolo,  risuscita)  e lo rievocano  con riti  come modello di vita e lo considerano nomos empsuchos.

Vediamo, dunque, come Gesù sia stato per ambedue le vie una guida ..

Non è facile seguire la doppia indicazione di Gesù (cosa  che richiede esami tecnici linguistici e storici):  in questa sede portiamo solo alcuni esempi di moderazione  politica che ci autorizzano a definire il Messia o politikos  Cfr A Filipponi, Giuseppe o il Politico , eBook Narcissus 2011) e trascuriamo tanti altri.

Scegliamo, tra i tanti,  due episodi, quelli più famosi, tratti da Marco.

ll  primo  (11,27) racconta di Gesù  che, tornato a Gerusalemme per la terza volta, passeggia nel Tempio  (viene usato il termine peripateo , aristotelico che indica un camminare e discutere con altri  forse nel cortile dei gentili  ), come uomo, che vincitore, domina la scena  col suo seguito di naziroi…

Il passeggiare  sottende  che già ha fatto l’ingresso trionfale, davidico, in città, seduto su un puledro, tra gli osanna popolari, ma a sera del giorno del 7 nisan, periblepsamenos tauta avendo attentamente guardato intorno le cose, ecselthen eis Bhthanian metà toon doodeka uscì in direzione di Betania con i dodici.

 Peripatein sottende anche  il possesso del tempio  da cui ha scacciato quelli che comprano e vendono, avendo rovesciato i tavoli  dei trapeziti, cambiavalute, e  banchi dei venditori di colombe  facendo da despoths queste azioni e rimproverando,  secondo i logia di Isaia (56,7) e di Geremia (7,11)  che il tempio è diventato una spelonca di ladri  quando è un luogo di preghiera ed impedendo di portare oggetti attraverso l’area templare.

L’evangelista, quindi, implicitamente  dichiara che Gesù ha svolto la sua funzione militare avendo non solo  exousia  strategikh/potestas praetoria ma anche h toon dhmàrchoon exousia / potestas  tribunicia.

Queste cose erano state fatte  (si rilevi che poieoo è verbo molto difficile da intendere  e che ha molti valori dal generico fare a creare di Dio kosmopoihths)  il giorno 8  di Nisan e i  sommi sacerdoti e gli scribi volevano ucciderlo, quando Gesù era nel cortile degli ebrei, ma temevano la folla: Gesù era andato via ed era tornato otan opse  egeneto, quando giunse la sera,  in una zona tra Betfage e Betania, il suo centro militare operativo.

Il giorno dopo , 9 Nisan,  stando Gesù nel cortile  dei gentili (non era entrato ancora in quello degli ebrei), mentre passeggia (con la Thiara parthica?!),  si presentano i sommi sacerdoti, gli scribi e gli anziani, insomma il sinedrio al completo, filoromano e chiedono: en poia ecsousia (dativo singolare, con alfa ed iota sottoscritto) tauta poieis; con quale potere  fai questo? ed aggiungono per meglio precisare la domanda  h tis soi edooken thn ecsousian tauthn ina tauta poihis /o chi ti ha dato il potere di fare questo?,

La domanda, pur duplice, è una in quanto la seconda è pura richiesta del nome del datore di ecsousia, che tutti conoscono, ma  non dicono e vogliono invece che Gesù lo dica espressamente.

Insomma si fa una richiesta ufficiale: chi rompe l’ordine stabilito nel  tempio stesso? con quale autorità lo faccia? Qui non si parla di autorità religiosa, di parola, di  disputa …

Le due precise domande sono fatte a chi ha turbato la normalità commerciale del tempio e quindi sottendono  la presenza armata  di chi ha preso militarmente  il tempio,  annientando anche la guarnigione romana sulla Torre Antonia e le truppe  templari  col loro strategos.

La prima domanda sottende che Gesù ha  potestas  sul popolo (ochlos) – i leviti, il piccolo  e medio sacerdozio, gli artigiani  e i militari zelotai   che l’acclamano meshiah  e che  riconoscono in lui i segni della elezione divina  dellunto del signore; la seconda è in relazione all‘ecsousia politico-militare, tipica del popolo romano cioè dell’imperatore e del senato -dai quali dipende la provincia di Iudaea col Tempio di Gerusalemme-  e fa intendere  che si conosce  il  sostegno straniero (quello di Artabano III e di Areta IV) e si vuole una dichiarazione  pubblica della  reale autorità messianica.

Dunque il sinedrio  esige  una  risposta  politica, pubblica,  da chi ha interrotto la normalità del Tempio gestito dai sadducei, protetto dai milites e  dal diritto/ Ius romano.

Gesù si mostra o politikos , un politico abile nella comunicazione, diplomatico: non risponde alle domande, ma ne fa un’altra marcando sempre il termine  ecsousia  e pone una condizione, (con un periodo ipotetico di II tipo) in tono imperativo: se mi risponderete, vi dirò con quale potere faccio queste cose: to baptisma to Jooannou ecs ouranou hn h ecs anthroopoon; apokrithte moi/ il battesimo diGiovanni era dal Dio o dagli uomini? rispondetemi.

E’ una sfida al sinedrio!  c’è coscienza  da parte del Messia di avere in pugno la situazione politica e di essere il vincitore, a cui i settanta  devono piegarsi, allinearsi, inchinarsi – anche perché rischiano la vita – e dichiarare ouk oidamen/non sappiamo, costretti a professarsi ignoranti  davanti al popolo e quindi  a rassegnare le dimissioni…

E’ la massima umiliazione per un sophisths: un maestro di vita  che non sa, perde  il diritto di guidare ed ogni dignità, che deriva dalla  saggezza profetica!…

E’  ammissione pubblica di non aver riconosciuto i segni della missione divina di Giovanni, della sua ecsousia celeste,  di averlo lasciato solo davanti al potere romano ed erodiano, di averlo così condannato a morte …

Il ragionamento del sinedrio, anche se  individuale,   presuppone già nel verbo dialogizoo una febbrile attività interiore razionale, al fine di una soluzione possibile  all’aut aut  del Christos,  con la pressione imperativa dell’immediatezza della risposta.

La coscienza che qualsiasi  delle due risposte sarebbe stata non giusta  ed avrebbe avuto ripercussioni sulla stessa  incolumità sinedriale, aumenta l’incertezza  dei singoli e determina la confessione di ignoranza, unica possibilità di reale salvezza.

Infatti per l’evangelista  ognuno degli oppositori,  che pur desiderano la risposta ufficiale, da inviare  al senato e all’imperatore  romano, ha la coscienza di correre un pericolo mortale o da parte del Messia o da parte del popolo: dire che il battesimo di Giovanni era dal cielo significava  ammettere  davanti al Signore, annunciato dal precursore, la propria colpa e  confessare di  non essere uomini di Dio, ma suoi nemici e quindi  giustificare la condanna a morte in quanto menzogneri; dire che derivava dagli uomini, equivaleva ad  una condanna alla lapidazione popolare  perché Giovanni era considerato propheths.

Un vero politico è Gesù che realizza i sogni dei suoi seguaci aramaici, vedere umiliati e rei confessi i nemici, ma  moderato nella vendetta, come un ellenista  che si rifugia  nel rifiuto di comunicazione con uomini non degni, menzogneri! Infatti dice: neanche io dico con quale autorità faccio queste cose.

Matteo (21,23-27)e Marco  dicono sostanzialmente lo  stesso pensiero e  scrivono la stesse parole  oude egoo legoo umin en poia ecsousia tauta poioo, mentre Luca (2.1-8) fa una premessa  su Gesù che in quei giorni istruisce il popolo nel tempio ed annuncia la buona novella, per cui il resto del racconto, seppure simile a quello degli altri evangelisti,  assume un valore solo morale.

Il secondo episodio (Mc12,13-17), è quello che più di ogni altro mi ha fatto perdere sonno (cfr. Il tributo a Cesare in Jehoshua o Iesous ? cit. pp. 173-179)

Il vecchio sinedrio non ha  più potere in Gerusalemme  e Gesù ne sta formando  uno nuovo.

Da oppositori nascosti, dopo la paura del precedente incontro,  vengono inviati al Signore/Despoths  farisei (di cui non si conosce il preciso indirizzo- di norma  i farisei sono molto fedeli al Messia-) ed erodiani, intenzionati a comprometterlo ulteriormente  coi romani.

Questo è l’effettivo valore della  proposizione finale ina auton agreusoosin logooi in quel cotesto e in quel contesto: il verbo agreuoo è dell’area semantica della pesca ( o caccia)  ed indica un pescatore/cacciatore agreus  che con rete  (o amo o laccio) fa preda (agreuma): quindi qui si vuole prendere  al laccio il Messia  con qualche parola (logos)  da riferire ai mandanti romani.

I richiedenti sono politici, uomini che sanno conquistare  il proprio interlocutore  con la retorica ed usare la  captatio benevolentiae  e che lo chiamano maestro (didaskalos /rabbi non è dell’epoca tiberiana!) Despoths /maran, affermando di sapere (oidamen) che lui è  alethhs (non menzognero),  che non guarda in  faccia  gli uomini   e che segue la via  di Dio secondo verità: essi, seppure retoricamente, prima professano di riconoscerlo come Messia e poi chiedono: ecsestin  dounai khnson kaisari  h ou;  doomen h mh doomen;

La domanda è come quella di Gesù precedente: si può rispondere solo si o no  e la risposta ha valore di una dichiarazione di guerra se negativa, se è positiva ha valore di  negazione dell’impresa  messianica, di fine  del Malkuth ha shemaim e ritorno alla normalità di soggezione alla romanità con la conseguenza della lapidazione del menzognero che ha tradito le attese popolari.  

Diamo o non diamo ? come congiuntivo esortativo, in forma interrogativa ha  significato pratico finanziario  che necessita di un’azione concreta di sborsare telein  (non dounai azione sponta nea!)quanto dovuto al senato e all’imperatore: o si dà il dovuto a Cesare  e si  torna sotto il controllo della  censura romana e dei pubblicani;  o non si dà  il denario perché già moneta impura  in quanto ha l’effigie di Cesare, non toccabile per il giudeo puro ,  che non si serve del denario o, caso mai , usa siclo e suz  (con l’implicito ritorno dei banchi dei cambiavalute) e si riprende lo stato di belligeranza, dopo la pausa della purificazione del tempio…

Dato l’uso della prima  persona plurale doomen h doomen? sottende un ravvicinato colloquio tra chi chiede  e chi deve rispondere, un guardarsi negli occhi di emittente e ricevente e tutti quelli che seguono le due parti   coinvolte emotivamente nella stessa drammatica azione, e risulta un confronto, quasi un diretto incontro-scontro, tra  avversari (non nemici)…

Sono, dunque, concrete domande in relazione al modo di comportamento quotidiano coi pubblicani,  che implicano la volontà di conoscere il  reale pensiero del Meshiah,  che ha ecsousia tamieutikh potere censorio…

Bisogna vedere  che Gesù  sta  col nuovo  strategos del tempio e con il tamias  amministratore  e quindi anche col suo clero fedele di esseni  che, hanno sostituito i sadducei. Non  deve sorprendere in tale situazione la richiesta di portare un denario  al suo interlocutore, che è in febbrile attesa con gli altri farisei, intenzionati, anche secondo Matteo,  a prenderlo in trappola mediante la parola (Pagideusoosin en logooi)!

Il problema sulla liceità  del tributo romano e sul dovere giudaico del pagamento comporta da una parte l’esclusione  dal cleronomos  dei figli con  scelta di un altro popolo eletto e da un’altra la fine del pensiero theocratico  di Dio Padrone unico di Israel, proprio ora che c’è il Meshiah, che è stato instaurato il Malkuth ha shemaim...

Ogni uomo presente nel cortile degli  gentili si attende, invece,  un solenne pronunciamento e quindi che il meshiah  sancisca definitivamente  il diritto ebraico del cleronomos  ed abolisca  il dovere pagare il tributo ai romani, come aveva fatto Giuda il gaulanita….

Gesù, incurante dell’ipocrisia farisaica  e della malizia,  comanda che gli sia portato il denario per vederlo (pherete moi dhnarion ina idoo).

Gesù osserva, (senza toccarlo) il denario  con la testa di Tiberio laureata e volta a destra, e  legge l’iscrizione TICAESAR DIVI C AUG. F AUGUSTUS  e forse (per prendere tempo) vede (dopo averlo fatto girare)  anche il retro con la figura di Tiberio che guida una quadriga   e che ha nella mano destra un ramo d’alloro  e nella  sinistra uno scettro con aquila,  con sotto scritto  gli anni  del pontificato massimo  e quelli del suo regno.

La domanda tinos h eikoon kai h epigraphh; di chi è questa immagine e l’iscrizione ?, scontata,  è stata per secoli  letta dai Christianoi come fatta non secondo l’epoca  tiberiana,  ma  secondo  quella flavia quando il tempio non esisteva più  e già Vespasiano aveva  stabilito un nuovo tributo  fiscus iudaicus da versare conglobato, nel fisco imperiale …

La valenza significativa è diversa  a seconda dei tempi, specie se c’è stata la stasis vittoriosa messianica: non si può leggere la  risposta di Gesù come accettazione del potere romano  e come suddivisione di campi  come  frase  che sancisce  un doppio servitium ad una doppia autorità,  distinta in una umana e in una divina, paritariamente, da parte di un Messia, spirituale, figlio di Dio; si deve leggere invece  come una risposta di un politikos che nel  contesto templare,  da Meshiah,  che è entrato trionfalmente in città ed ha preso il tempio, ed ora, dopo la purificazione, in un clima festoso,  mostra  clemenza e moderazione, a vittoria conseguita.

La richiesta del denario è in relazione alla già studiata risposta, spettacolare,  tanto da destare meraviglia  in tutti (ecsethaumazon), come segno di una diplomazia politica, tesa a non  tagliare ogni ponte  col potente nemico, momentaneamente sconfitto, date le infinite risorse finanziarie economiche e militari  dell’ imperium romano…

C’è coscienza della propria precaria situazione regale, methoria rispetto ai Parthi e ai romani…

C‘è una logica  di rispetto per i romani, con una coscienza della propria propria  missione ancora da ultimare;  rinviare, quindi, è atto  astuto  che permette d i  soprassedere  e procrasticare  circa la liceità e il  gioco -antitetico – del pagare (telein ) o non pagare.

Da  politikos,  Gesù  sa bene che il suo Malkuth  è uno stato vassallo, associato all’impero parthico, non riconosciuto da Roma  e quindi è abile a lasciarsi uno spazio  diplomatico per eventuale tregua  in attesa di  avvenimenti, da opportunista eukairos,  capace di tranquillizzare i  suoi irriducibili galilei  integralisti con un sguardo di intesa e di complicità, negante perfino  quanto si dice espressamente per convenienza politica: la parola contraddice l’azione e l’azione la parola.

D’altra arte non si espone coi suoi detrattori politici  che cercano  materiale  orale da inviare  al senato romano e all’imperatore, come atto di accusa  connesso con  gli accadimenti dei giorni pasquali: la sua  doppiezza nasconde sotto  l’ufficialità del detto ambiguo  tutta la tradizione di odio aramaico  secolare  contro Roma, sottesa  nello Shema  basata sul  timore di un solo signore, immortale .

Il breve scambio  domanda-risposta  tra il Messia e l’interlocutore sintetizza la conclusione rapida della discussione  e la tronca  (Tinos h eikoon auth kai epigraphh?.. Kaisaros)  bruscamente – con tono autoritario – una doppia frase iussiva, strutturata secondo una perfetta simmetria  con ellissi  di apodote nel secondo membro  della proposizione coordinata che  è giustamente diventata apoftegma  di rara efficacia morale, mirabile per la società cristiana- abile opportunisticamente  a servire ora l’uno ora l’altro- .Ta kaisaros apodote Kaisari, kai ta tou theou tooi theooi è ancora oggi di attualità…

Dunque, si può dire che Gesù dimostra ha una sua abilità politica, congiunta ad una  retorica basata sul gioco dell’equivoco e   dell’ambiguo,

Gesù  segue il modello di Areta IV, che agli inizi del regno, domina sui nabatei senza il  riconoscimento romano, poi si avvicina a loro tanto da essere riconosciuto come socius  ed infine  accoglie come ospite e Petra sia Germanico, che ha  imperium proconsulare maius per  l’Oriente,   che Pisone, governatore di Siria, anche se rimane sempre ambiguo nella sua politica?

L a politica di Gesù e quella di Areta IV possono essere in relazione specie dopo la fine del matrimonio venticinquennale di sua  figlia Dasha, ripudiata da   Erode Antipa, per sposare sua nipote  Erodiade sorella di Erode Agrippa, a seguito della decapitazione di Giovanni?..

Il vecchio monarca  seguace  del Giovanni il battista fu  guida politica anche per Gesù?: Tiberio inviando nel 35 in Siria  Lucio Vitellio gli dà mandato di punire Artabano  III e di portargli  vivo o morto la testa di  Areta….

Gesù, o politikos, inoltre non si vede  nel colloquio con Pilato? cfrMatteo 27,11; Marco 5, 2-15 , LUCA 23, 2-5.  Alla domanda  del procuratore  Su  ei o basileus toon iudaioon; tu sei il re dei giudei? Gesù risponde su legeis tu dici  (cf.  Pilato in Jehoshua o Iesous?pp.231-235, cit) da aramaico  atta amarta/tu dicis (latino) ribadendo quanto detto dall’inquisitore senza intenzione personale di positiva dichiarazione:  il giudeo sa quanto è inviso il termine basileus in Roma e quanto complesso sia invece il termine meshiah per un goy/pagano, che non può  comprendere la struttura intima della connessione di ieroosunh sacerdozio  con l’unzione regale  giudaica…

 

Betsaida o Cafarnao?

Per un pescatore aramaico era più conveniente vivere a Betsaida o  a Cafarnao, in epoca Tiberiana?

Betsaida, era, sotto il regno di Erode il Grande 38 a. C. -4 a.C,  un paese, i cui  abitanti erano  quasi tutti  agricoltori e i pochi, che facevano i pescatori,  stentavano a campare.

I pescatori erano  ebrei  di lingua aramaica,  che avevano una barchetta, lasciata sulla spiaggia,  fissata alla meglio, ed avevano legami stretti con le popolazioni della Traconitide e della  Gaulanitide  e tramite queste, con i correligionari  Parthi, stanziati oltre Il confine dell’Eufrate.

Probabilmente a Betsaida  i giudei erano analfabeti ed avevano solo una tradizione orale biblica (Torah she be’alpé): avevano avuto un’istruzione sommaria ad opera di  maestri  di sinagoga, dal periodo di Giovanni Hircano, (re asmoneo dal 134-al 104 a.C) che avevano fissato  le prescrizioni  più importanti, che venivano  ricordate nel corso delle preghiere giornaliere dal Kohen ( per pregare bisogna essere in almeno dieci persone-minian-, oltre a colui che intona Shema , Israel, Adonai elohenu, Adonai echad )…

I giudei, pescatori,  stazionavano  sempre sulla rive del lago di Gennezaret, che  era abbastanza lontano dalle case (circa 2 km) e  normalmente depositavano il pescato  nell’altra sponda, oltre il Giordano,  dove correligionari compravano il loro pesce perché formavano una comunità  ebraica,   che  aveva depositi  per l’affumicatura,  per la essiccatura e per l’imbarilamento.

Alla morte  di Erode il Grande,   Betsaida era toccata in eredità  a Filippo, il figlio di Cleopatra gerosolomitana, che  aveva avuto Traconitide, Iturea, Paneas, Auranitide e Gaulanitide;   ad Erode Antipa figlio di Maltace samaritana, erano capitate Galilea e Perea,   col titolo di Tetrarca  per entrambi , mentre  Archelao altro figlio di Maltace,  oltre il titolo di Etnarca,  aveva il potere su ogni altra parte della provincia di Iudaea, tranne la costa mediterranea, concessa a Salome, sorella del grande Re.

Questa divisione divenne un male per i pescatori di Betsaida specie dopo che Archelao nel 6 d. C. fu esautorato da Augusto,  che  creò la  sotto provincia di Iudaea, (Idumea, Samaria e Samaria ) alle dipendenze di  un procuratore imperiale, sottoposto al Prefetto di Siria.

Ora i pescatori dovevano pagare  se volevano passare il confine  del Giordano,  perché entravano sotto la tetrarchia di Erode Antipa,  che imponeva una tassa, concordata  col procuratore romano,il quale aveva stanziato  una guarnigione militare all’uscita da Cafarnao,  per proteggersi da pericolose congiunzioni ed alleanze tra aramaici , vista la rivolta di Giuda il Gaulanita, di recente repressa.

I pescatori dovevano pagare una tassa  quando si  attraversava il confine tra la tetrarchia di  Erode Antipa e quella di Filippo  al centurione, comandante della postazione.

Andrea e Simone,  figli di Giona (Johanan), oltre a Filippo, aramaici,  emigrarono da Betsaida, quando il paese s’ingrandì e  divenne Iulia, una città costruita per ordine del tetrarca,  divisa  in cardo e decumanus , come  i castra romani,  chiamata così in onore di Giulia Livia moglie di Augusto, morta nel 29 d.C,  dove confluirono molti  ellenizzati, chiamati dal Tetrarca  a colonizzare la sua città, come stava facendo il suo fratellastro con Tiberiade, chiamata così in onore di Tiberio,  quasi nello stesso periodo.

Mentre nelle due sponde del Lago ferveva il lavoro di costruzione delle due capitali, -ordinate dai figli  di Erode  come esaltazione del nomen di  Roma e come gratitudine  per la  domus  imperiale –  e le città prendevano forma ad opera dei qainiti,- mastri muratori che operavano con le loro squadre, pagate in sesterzi,   a dimostrazione dell’avvenuta ellenizzazione della zona-, i figli di Johna con Filippo  passarono dall’altra parte del lago.

I tre emigrarono  anche per convenienza, oltre che per la necessità di separazione dai goyim,- considerata l’integrità morale dell’aramaico  galilaico- e si stanziarono a Cafarnao, divenendo sudditi di Erode Antipa e non pagavano più il pedaggio sul pescato.

Erode Antipa intorno al 26 d.C. tendeva anche lui ad ellenizzare il suo popolo di Galilei e di Peraiti (abitanti di Perea) e perciò, dopo la costruzione della sua capitale e del trasferimento degli archivi da Sepphoris, aveva  costituito  nuovi  grandi depositi  sia  a Cafarnao che a Tarichea/Magdala per  la conservazione del pesce, messo in barili,  affumicato o in salamoia.

Il Giordano alla confluenza col lago  ora era il confine settentrionale    tra le due Tetrarchie erodiane, e a Cafarnao c’era la sede degli uffici doganali (Mt 9,9)  con una piccola guarnigione  militare alle dipendenze di un centurione  (Mt 8,5), che controllava le carovane che venivano dal Monte Hermon. e da Cesarea di Filippo (Banias), dove c’era il santuario di Pan,  in marmo bianco, dedicato da Erode il Grande ad Augusto.

La facciata  del tempio, che era  su una sporgenza rocciosa  su cui erano scavate una grotta  e tre nicchie (in quella centrale c’erano iscrizioni), potrebbe essere quella rappresentata nelle monete, coniate da Filippo   col frontone,  sostenuto da quattro colonne … Ora, nella nuova sede,  i figli di Giona e l’amico, nonostante l’aramaicità, conclamata,  risiedevano con le rispettive famiglie vicino al lago  ed erano in rapporti con ellenizzati (anche loro   già   dovevano essere uomini ellenizzati, considerati i nomi specie di Andrea e di Filippo, -ma anche quello di Petros Cepha -).

Il trasferimento, anche se non si sa l’esatta epoca,   sembra, dunque,  essere più motivato da interesse che da  fattori religiosi, più da una esigenza  sociale che  di una ricerca  spirituale  in uomini che cercavano di sopravvivere  in uno stato di  chiara povertà ed anelavano ad un miglioramento del tenore di vita, considerate le famiglie dei tre, che formavano un nucleo di almeno  quindici  persone ( se è vero che Pietro aveva- secondo la tradizione cristiana-   con sé moglie e cinque figli !), visto il transito di persone  e di carri, scortati da milizie  parthiche – secondo trattati tra Il re dei re e l’imperatore romano –  per il trasporto della doppia dracma al Tempio e il libero  passaggio di pellegrini, considerata   l’attività commerciale di Cafarnao e  la presenza di una sinagoga,  rispetto al sistema agricolo della vecchia Betsaida.

La posizione geografica , a nord ovest del lago,   ai confini tra la tribù di Zabulon e Neftali,  faceva  di Cafarnao uno snodo stradale di grande rilievo  nella Via del Mare  che  congiungeva Damasco col Mediterraneo.

Già Isaia (9,1, ) (Il popolo che camminava nelle tenebre / vide un grande splendore /su chi abitava in una regione caliginosa  rifulse la luce ) per la tradizione cristiana  prevedeva l’irradiazione  dell’idea messianica da Cafarnao, da cui sarebbe sorta la luce  proprio dalle tenebre del paganesimo galilaico.

Così  J.Murphy- O’Connor, La terra santa , CED 1996, p..2O5 descrive  Betsaida.

Il sito si trova a 750 metri a nord dell’incrocio per Betsaida  sul lato ovest  della strada 888… (area destinata da un parco nazionale).. si tratta di una casa  di 430 metri  risalente al II secolo av.C.-I sec. d.C.,costruita intorno ai tre lati di un cortile lastricato  metri 13,5 X7 : vi sono quattro piccole stanze dalla parte nord, una cucina con due forni  dalla parte est  ed una sola grande stanza dalla parte sud . Sparsi in queste stanze  sono stati ritrovati un amo da pesca pesi di piombo per le reti, ed un ago di bronzo curvo  che potrebbe essere  stato usato per fare o riparare una vela. E’  difficile non concludere che  quella fosse una casa  di una famiglia di pescatori.

Anche Marco (1.16) tratta  di famiglie di pescatori sia a Betsaida che  a Cafarnao (Kaphernaum). Non c’è da stupirsi, dunque,se più nuclei familiari vivano in una stessa casa  di simili dimensioni e con un cortile lastricato di metri 94,5.

Marco 2.1 e Matteo 9.1 sembrano considerare Cafarnao come la  città di Gesù, destinata ,  comunque,  a precipitare  all’inferno  per la sua incredulità ai miracoli  (Matteo 11,23, Luca 10,15)...

Il paese si estendeva lungo il fronte del lago  per circa 500 metri e doveva   essere, comunque, povero  perché popolato  da agricoltori e in maggioranza   da pescatori  che, nonostante la cooperativa, erano schiacciati dalla concorrenza con Magdala/Tarichea a sud del Lago.

Forse per questo motivo  la sinagoga fu fatta da un pagano, quel Cornelio centurione,  di cui parla Matteo 9,9., un militare di stanza nella zona da anni (la ferma all’epoca era di 26 anni),  un convertito un circonciso, uno strano miles, che  serviva due padroni (Jhwh e l’imperatore)   che amava  la Torah,  senza disdegnare il suo dovere nei confronti dell’impero, in un zona  dove lo spirito guerriero  antiromano  era alimentato  dai Farisei che predicavano il Timore di Dio, ricordando  che l’ebreo  aveva un solo Signore,  immortale!

La zona era sicuramente dominata da ebrei  aramaici   prima della fine del Tempio, ma anche dopo il 70 d.C,  nel periodo  che precede l’impresa di Shimon bar Kokba (132-135) e  pur dopo, fino all ‘epoca di Teodosio, considerati i rapporti con l’area mesopotamica…

Non è da accettare, comunque,  la notizia del 374 di  Epifanio di Salamina (315-403)  che in De Ponderibus et mensuris – ed. Migne II ,259-60 (dove tratta  nella terza parte delle località cristiane, -cosa che ribadisce in Panarion cassetta di medicazione, in cui mostra  60 eresie cristiane e 20 precristiane-)  scrive:  a Cafarnao  si proibiva  di vivere  e  si vietava perfino l’accesso ai gentili, ai samaritani e ai  cristiani.  Forse il cristiano- la cui prima opera  è tramandata  totalmente solo in siriaco,  mentre in greco esistono la I parte e frammenti della II -, si riferisce   solo al periodo traianeo ed adrianeo  perché i testi rabbinici  poi parlano  di normali relazioni fra ebrei e le altre popolazioni…

Infatti si sa che la città si estese, dopo la galuth adrianea, – molti giudei di Iudaea  si  stabilirono a Cafarnao –  verso la collina  e ciascuno aveva i suoi luoghi sacri come testimonia Egeria (una ricca ispanica o gallica)  nel resoconto della sua visita al paese fra il 381 e 384 in Itinerarium Aegeriae (o Peregrinatio Aeteriae):  a Cafarnao la casa del principe degli apostoli è stata trasformata in una chiesa che possiede  ancora i propri muri originali…Lì c’è anche la sinagoga  dove il signore guarì un uomo posseduto dal demonio.  L’ingresso è in cima di molti gradini ed è fatto di pietra lavorata …

La condizione di vita galilaica era  mutata, comunque,  dopo la morte di Filippo, con Erode Agrippa, nominato  prima tetrarca da Caligola  al posto dello zio, e poi dopo la nomina a tetrarca di Galilea e Perea,  Rex Iudaeae ad opera di Claudio, che così  riuniva tutti i territori dell’ex regno di Erode il grande  e quindi esentava  da tasse tutti i suoi concittadini. (Cfr. Giudaismo romano,II ).

Per oltre tre anni (41-44) la comunità di Cafarnao,  sotto l’amministrazione di Erode Agrippa, dovette fiorire,  dato il libero commercio tra le parti riunite  del mondo giudaico e i rapporti sia con la Nabatea e le altre province vicine, interessate e al pescato e al sale e al commercio di  balsami  di Gerico, trasportati da barche galilaiche.

Il commercio fu meno fiorente  solo rispetto al  periodo 32- 36 d.C. all’epoca del Meshiah: dopo l’evento del Malkuth  ha shemaim, con Jehoshua maran/re  per quasi 5 anni a Gerusalemme, dopo la resa di ogni città lungo il percorso, dopo la pacifica entrata e la conquista del tempio, nonostante la difesa dei milites della fortezza Antonia  ( Cfr.  Jehoshua o Jesous? ) Cafarnao  e la sua Comunità erano  celebrate come la luce  nelle tenebre, come  un’apokàlupsis / rivelazione per l’oikoumenh romano-ellenistica  ed i pescatori del lago divennero i protagonisti del messianesimo  e tutti  volevano avere relazioni con loro, da ogni parte  e dai confratelli di Parthia e da quelli ellenistici sparsi nell’impero romano …

Il regno di Jehoshua fu un affare per i galilei  e per ogni abitante di Cafarnao, anche se il messia si lamentò molto  di loro increduli  e disse secondo Matteo 11,21 : Guai  a te, Corazain; Guai a te,  Betsaida   e 11,23 Guai a te Cafarnao, forse che fino al cielo sarai innalzata? fino all’inferno sarai precipitata!- ripreso poi da Luca 10, 13-15: Gesù bolla  le città  mettendole in confronto con Tiro e Sidone, località pagane fenicie, note per il commercio e soprattutto con Sodoma già punita da Dio ..

Anche quello di Agrippa prometteva bene …perché assicurava un nuovo sistema di rapporti con i vicini ed eliminava la concorrenza…

Il re, ebreo di Gerusalemme, erede degli asmonei e degli erodiani, nonostante la filoromanità,  (era civis/Poliths, praetor/strategos    Basileus/ rex,  summachos/ socius,  dell’impero romano, fratello di latte dell’imperatore  Claudio)  era  uomo di mediazione- sebbene accusato anche lui di menzogna-: cercava un sistema nuovo di regno  cercando di essere equidistante tra gli aramaici e i romani facendo leva sulla pars moderata ellenistica sadducea, senza però  condannare gli aramaici, seguaci del Christos,  come Iakobos  il Giusto, riconosciuto nella sua funzione e nel suo ufficio di  controllore del gazophulakion, nella sua  pratica templare col titolo  sacerdotale, seppure condiviso con quello proprio dei sadducei,  accettando il doppio  sistema  del calendario  solare  e lunare…

Probabilmente Agrippa  inaugurò con Giacomo un costume di collaborazione al fine di favorire lo svolgimento delle feste  a Gerusalemme, così da  spartire, in proporzione, i guadagni  che provenivano dal flusso di pellegrini che affluivano da ogni parte del mondo romano e da quello parthico  e perfino dall’Arabia meridionale e dall’India.

Era  un profitto di grande portata, un utile grande per il re e per il sacerdozio templare: era come un giubileo  (specie per la Pasqua e per la festa dei Tabernacoli) che richiamava folle sterminate  di fedeli che riempivano gli csenodochia / gli alberghi, le case private,  i paesi intorno a  Gerusalemme, che entravano nel Tempio, per fare  offerte  doni.,  per portare greggi, buoi … insomma era un  enorme affare per il sacerdozio e per il re, per tutti …

Il piano, che fu  concordato da  Agrippa con Jakobos, fu la base di una trattazione tra il fratello di Gesù  e  i nuovi governatori romani, di origine ebraica ( Cuspio Fado, Tiberio Alessandro, Felice,) ed anche con gli altri ( Porcio Festo e Lucceio Albino) inviati da Claudio prima e poi da Nerone, dopo l’immatura morte del sovrano ebraico  …

Agrippa, comunque, non poteva  non punire quelli che si erano  troppo esposti e compromessi come kanahim Zelotai, e perciò li condannò a morte, salvando qualcuno, che si pentì,  come Shimon Pietro,  che  fu  liberato dal carcere,  mentre fece decapitare  perché civis, Jaqob fratello di Johanan, figlio  di Zebedeo, un ricco armatore nauarchos  ed  emporos,  noto  per la azioni militari  antiromane, nel corso delle operazioni rivoluzionarie  messianiche. e fece morire  con una morte gloriosa, dignitosa, gli altri oppositori.

Nell’anfiteatro di Cesarea Marittima, infatti, indisse  combattimenti fra confratelli, zeloti,  divisi in gruppi, come gladiatori,  come in un suicidio di massa, come esaltazione del valore di gruppo e riconoscimento militare  da parte del sovrano,  che  ambiguamente e politicamente salvava la faccia con l’imperatore: sapeva che per  i romani quel che contava era l’applicazione della lex,- la condanna a morte  dei nemici- con la confisca dei beni giudaici e   vi aggiungeva il divertimento  allestito per i goyim pagani, greci.

Erode Agrippa ben Aristobulo,  -che era stato, a corte, a Tiberiade,  presso la sorella Erodiade, moglie e nipote del tetrarca philadelphos, con la sua famiglia, come addetto ai mercati e che  aveva conosciuto anche il Meshiah, – non poteva dimenticarsi del suo popolo  e  non  sentirsi vincolato dal patto eterno con Jhwh.

Agrippa  conosceva bene la comunità di pescatori di Cafarnao  e perfino Matthaios il pubblicano che era al suo servizio diretto ..

Dell’amore per la torah del sovrano  nessuno dubitava in Iudaea: lo provava la sua preghiera al Tempio quotidiana, lo dimostrava la sua offerta mensile ai sacerdoti, lo comprovavano le donazioni al gazophulahkion, l’assistenza ai poveri della città e la sua dikaiousune, ma soprattutto la sua politica a favore dell’elemento ebraico con le consociazioni coi  re filogiudaici o giudaici,  come difesa contro il prepotere del Governatore di Siria Vibio Marso…

Erode Agrippa era sempre apparentemente ligio alla romanitas anche se  la sua politica era equivoca ed  ambigua: era  un ebreo opportunista;   anche se filoromano  impegnato politicamente restava sempre ebreo, come ogni erodiano, dilacerato nel suo dolore nel mettere a morte tanti compatrioti valorosi, eroi degni di  memoria, giusti da onorare pubblicamente anche nella morte: era un’ostentazione amara della tragedia  di un popolo …

Infine tutti avevano  conosciuto  la  sua  devozione verso  Caligola, la sua perorazione per il suo popolo perché non fosse costretto a dover scegliere tra l’imperatore e Dio, la sua preghiera di non fare l’affronto ad un popolo amico di porre nel Tempio di Gerusalemme,  antico e sacro, una statua- seppure statua dell’imperatore-:  sarebbe stato sacrilegio per lui, figlio di sommi sacerdoti  e di re, come per il suo genos intero.

Era risaputo che  Agrippa era malato di cuore e che l’emozione mista a phobos/paura  gli aveva fatto perdere i sensi  e che l’imperapore stesso, commosso,  comandò di riportarlo in lettiga a casa sua e di curare la salute  dell’amico didaskalos maestro,  che pur aveva osato sfidarlo coram populo e coram principis consilio.Cfr Legatio ad Gaium

Ancora di più era nota agli aramaici la sua azione di sostegno  a corte per Petronio Turpiliano, governatore  di Siria che  doveva eseguire l’ordine di installare il colosso di Caligola nel tempio di Gerusalemme  e di fare  stragi  e di deportare l’intera popolazione aramaica   in caso di ribellione…

A Petronio incerto sul da farsi  si presentarono i giudei ( un popolo intero in processione  con le mogli e i figli nella pianura di Tolemaide)  supplicando in favore delle leggi patrie e di se stessi -Guerra Giudaica II,10,3-e mostrando i colli  preferendo morire piuttosto che tradire la legge mosaica, offrendosi come agnelli per ilsacrificio, tanto che il governatore, turbato, dopo aver convocato il suo consilium, visto che  gli ebrei si erano accampati e non tornavano a casa per seminare  disse: preferisco correre  il rischio e  con l’aiuto di Dio convincerò Cesare  avrò la gioia di essere salvo insieme con voi, o se egli si adirerà,  sarò pronto a dare la vita  per un così grande numero di persone ibidem II,10,20…

Non certamente, però, conoscevano che Agrippa aveva congiurato contro Caligola ed era stato un  promotore della sua morte…

Comunque, ora con Claudio, anche se gli ebrei non dovevano più fare proselitismo, erano liberi e non pagavano più tasse ai romani  ma solo davano la doppia dracma al tempio…

Anche se Erode Agrippa era per gli aramaici, il loro re – che avevano avuto accanto  quando svolgeva la sua funzione di agoranomos a Tiberiade per  ordine del cognato Erode Antipa – restava per loro  sempre un re dipendente da Roma, ma giudeo, comunque,  che poteva  favorire in qualche modo i confratelli e ricordare il Meshiah , suo predecessore nel Malkuth…

E Cafarnao restava la sede di un movimento messianico, da cui sarebbe venuta una luce perenne…altri uomini, come Teuda, avrebbero promesso  di redimere il popolo …

Dunque, amici, era meglio vivere a Cafarnao o a Betsaida per un un aramaico come  Cefa/Simon Pietro?

 

Oralità e scrittura dei Vangeli

 

 

Per la genesi  dei Vangeli, a  nostro parere, non bisogna più stare a ragionare secondo la logica ottocentesca  sinottica, né secondo quella della theoria di  Quelle /sorgente, elaborata agli inizi del Novecento, né secondo  quella più recente delle due fonti,  ma bisogna tenere presente un lungo periodo di oralità dalla morte di Gesù Mashiah/Christos, un eroe nazionale aramaico,  celebrato in due diversi modi (e da una tradizione aramaico-ebraica gerosolomitana  e da una ebraico-ellenistica antiochena ed alessandrina.

J.J. Griesbach (1745-1812) per primo considera i Vangeli leggibili unitariamente e li definisce sinottici (sunoptikos da sunopteon -oraoochi ha una visione d’insieme o chi è perspicace, in quanto è capace di vedere l’insieme), presupponendo che il messaggio evangelico sia unitario  e di univoca lettura.

Chiaramente gli scrittori ottocenteschi e novecenteschi non hanno la corretta  visione del  fenomeno del cristianesimo primitivo e non fanno  la distinzione in Malkuth ha shamaim- un regno secondo lingua e cultura aramaica-  e in   Basileia tou Teou – un regno   secondo lingua e cultura greca – e perciò non considerano affatto  la lezione ebraico-aramaica,  la sua storia di duecento anni di  lotte staseis antiromane, che comprende  tutto il periodo che va da Pompeo Magno  a Shimon bar Kokba (63 a.C. -135 d. C. ), ma leggono allegoricamente parole e fatti di un Gesù, figlio di Dio, di una figura astorica, secondo la tradizione cristiana.

Si parte, dunque, solo  da una lettura del fenomeno greco e si trascura quello ebraico-siriaco-aramaico, non avendo i precisi contorni della figura ebraico -aramaica di Jehoshua,  di Iaqob,  di Shimon e della comunità aramaica di Gerusalemme,  cancellata come nome, essendo scomparsa la regione stessa della  Giudea anche  come entità geografica con la  repressione di Adriano, a seguito della galuth/dispersione ebraica,-  da non confondere con la diaspora ellenistica-.

Personalmente, invece, distinguo  i due mondi, quello ebraico-aramaico,  basato su una diversa concezione del vedere, puntata  su un diverso sistema di staticità (i cui termini sono ‘amidah/stare  saldo generico, precisato da nasav stare eretto e da yasav essere eretto che si rappresenta come sur roccia intesa come coltelli di roccia di granito ) e su  una  concezione sensibile  di bene  e di male (tov wa ra ) e di  una, ontologica, intellegibile, di  vero e falso ( ‘emet  wa sheqer),  e specie di una diversa idea di  visione.

Su un’ altra visione,- propriamente ebraica,  basata su vedere  ra’ah  su  guardare hibbit  e  su avere una visione  hazah    in modo differenziato- si possono indicare vari gradi di osservazione  fisica ma anche  designare  una percezione intellettuale tanto  da avere la forma/temunah  (come vera natura di Dio- Num.12,8) in seguito ad un aprirsi  degli organi  a cui è tolto il velo  così da leggere  oltre la vista sensibile (paqah), in un cosciente andare  verso Dio, in un approssimarsi ed avvicinarsi nuovo, rispetto a quello materiale, in un sollevamento verso l’alto ram, in un alzarsi  qimah grazie al cuore lev, centro sensibile affettivo infi’al-  su  cui poggia  la spiritualità aramaica, tipica della tradizione culturale mesopotamica.

Il Davar  sottende al significato primario di  parola, anche quello di azione  e prudenza in quanto  il dire amirah (o parlare dibbur ) accompagnato da spirito (ruach)  è base della ricerca intensa dell’uomo  ( cfr. Levitico 10, 16 dorosh darash fece pure continue ricerche) ( cfr. Proverbi16,10-11,  oracolo  sulle labbra del re, nel giudizio non prevalicherà la sua bocca/ peso e bilance giuste sono di Jhwh, opere sue sono tutti i pesi della borsa) che diventa saggio  (proprio perché umile), in una progressiva formazione: musar è la formazione culturale di un sofer, che si  esprime nell’ azione giusta, saggia.

Ora il progressivo salire ‘alah,  introdotto da Paolo e da Luca indica eccellenza e grandezza, che sono  attributi di Dio, per cui Gesù Christos  diventa con un graduale processo, figlio di Dio, in senso mosaico,  nel corso di tre secoli, passando da eroe  ad aner theios,  a semieroe divino , a dio minore  fino all’assimilazione con il Theos Upsistos, fino ad essere considerato  una sostanza ousia divina, un nome esplicito (Shem meforash)  di cui si celebrano tre upostaseis persone,  consustanziali.

La lettura paolina ebraico-ellenistica, christiana, portata avanti dalla tradizione antiochena,  letterale, mista con quella allegorico-morale alessandrina, contrasta con quella ebraico- aramaica.

I termini, infatti,  (sottesi ) qarav avvicinarsi, nagah toccare  e nagash  venire vicino indicano  anche dopo, oltre un millennio,  per Maimonide, non solo una prossimità spaziale,  ma anche una congiunzione della scienza  con il suo oggetto, in quanto si assimila la scienza ad un corpo che si avvicina ad un altro corpo. cfr.  Guida dei perplessi,  a cura di Mauro Zonta, Utet, 2013, p.114, per cui sembra che si possa dire  che  essere saldi, vedere e avvicinarsi  diventano espressione di un’altra  cultura, di un mondo di puri e perfetti sacerdoti, timorosi e zelanti di fede, coscienti  di essere figli di Dio, eredi del Regno, (come furono i naziroi)  irriducibili guerrieri, che preferiscono morire  piuttosto che infrangere la Torah, imitando gli Esseni, sterminati dalla decima legione di Vespasiano.

Quindi nella narrazione del  Malkuth ha shemaim è scritta  la storia di uomini che  lottano insieme col Mashiah  contro l’imperium romano, convinti di fare la storia voluta da Dio,  ispirata e condotta da lui per la realizzazione del piano divino, conformati alla sua sua parola e quindi  educati secondo musar.

La storia di Gesù greco, invece,  è Basileia tou Thèou, la cui vita  e le cui parole sono state scritte, dopo un lungo periodo di oralità, da uomini che vogliono consolidare il pensiero ebraico ellenistico di Paolo, che risulta elemento cardine  della formulazione di questo secondo regno, filoromano, basato su una paideia greca, una graduale formazione  ed educazione del fanciullo, secondo  anche la precettistica  della metrioths di Platone  e di Isocrate, centrata  sul polìths e sulla politeia, secondo il valore di autonomia e di democrazia confusa con la sapienza biblica nella lecsis filoniana.

Interprete di questa altra storia  è Eusebio di Cesarea (265-340 d.C.) – che  confonde e poi fonde i due regni mostrando la storia delle ecclesiai  al fine di  segnare i fondatori  di  Antiochia (Pietro Shimon) e di Alessandria  (Marco ), le due sedi  dominanti anche per la diversa tradizione di lecsis  secondo lettera e secondo allegoria, tramandando il percorso di una chiesa  di Gerusalemme rimasta pura fino alla Galuth adrianea, cancellata  nella sua aramaicità e sostituita con un’altra, greca,  senza alcuna continuità linguistica ecclesiale e  culturale.

Eusebio  raccoglie l’eredità  ecclesiale  del maestro Panfilo di Cesarea Marittima,  i tanti frammenti ebraici, ebraico- cristiani, e pagano-cristiani  del II e III secolo con le infinite sfaccettature ereticali, dovute alla  diversa collocazione geografica orientale, oltre a quelli di qualche nucleo occidentale  di scarsa consistenza numerica,  come Roma, Pozzuoli, Vienne, Lione ecc., dove ci  sono sedi coloniali episcopali come succursali di metropoli  orientali (Antiochia e d Efeso). Nel III secolo  e specie nel IV secolo, dopo la fondazione di Costantinopoli, Eusebio ha un seguito  anche nei patriarchi costantinopolitani e in  altri orientali (specie  i  cappadoci  Basilio, Gregorio di Nazianzo e Gregorio di Nissa) ed  occidentali come Ambrogio,  Girolamo ed Agostino,  che  si impegnano quasi in gara, in epoca teodosiana, per segnare secondo la logica christiana  di Teodosio, la funzione della chiesa costantinopolitana, in onore della nuova Roma imperiale,  voluta da Costantino.

In questa impostazione  cristiana  vengono fatto confluire  i due regni in  una cristianizzazione di  tutto il sistema ebraico,  fonte della matrice culturale cristiana antiochena, che ingloba il Malkuth aramaico ormai scomparso   e con esso  Gesù e  Giacomo, suo fratello, la lettera di Aristea, le opere di  Filone alessandrino, Seneca,  Giuseppe Flavio, i modelli  di vita pratica ed ascetica, gli esseni e i terapeuti, metabolizzando anche pitagorismo, stoicismo,  platonismo e neoplatonismo.

Col concilio di Costantinopoli, nell’ottobre dl 381, concluso il processo di deificazione – ektheosis di Gesù, chiuso il discorso trinitario, pur mantenendo l’unità di Dio, con upostaseis/persone  ed ousia/sostanza, costituita la teologia cristologica, il cristianesimo divenuto religio triumphans, regola i conti col paganesimo e con l’ebraismo, specie in Alessandria  con Teofilo e Cirillo, sulla scia dell’insegnamento  di Atanasio Cfr. www.angelofilipponi.com I due canoni.

In un lasso di tempo  relativamente breve, quello compreso tra il Concilio di Nicea  del 325 e quello di Costantinopoli, in nemmeno 56 anni,  il cristianesimo, riunificate le diversissime anime ereticali   provinciali, nate dall’assenza di una centralità dottrinale, a causa delle molteplici tradizioni evangeliche orali e scritte esistenti, scoordinate anche per la  distanze geografiche delle aree cristiane nell’immenso impero romano,  chiuse ed isolate dalla maggioranza pagana, grazie al patrocinio del tredicesimo apostolo, l’imperatore Costantino,   fedele del Christos, deus sebhaot, unifica il suo credo,  già inficiato dalla eresia di Ario, che, comunque,  ha la meglio negli ultimi anni costantiniani e sotto il regno dei suoi figli, specie di Costanzo II.

Insomma si vuole dire che  nei tre Vangeli  detti sinottici  c’è una doppia storia e che una cosa è  la concezione di vita ebraico- aramaica ed una  quella di stampo giudaico- romano-ellenistico.

Esemplare è il termine genealogia  genehlogiai /toledot di Matteo differente da Biblos geneseoos Ihsou Khristou: ambedue  indicano  diverse letture di un fenomeno non univoco, uno di matrice ebraico -aramaico ed uno di matrice  greca, andati avanti   secondo processi  retorici in relazione alla diversità di un’ ideologia teologale  giudaica  e di una cultura  platonico-stoica ellenistica.

Dunque, una è  la genesi delle  parole  e dei fatti  di Gesù, cioè la genesi dei Vangeli,  propagandati da quelli che andarono  secondo Marco  a predicare a tutta la creazione  pashi thi ktizei  il Vangelo la buona novella di uno, morto, risorto, salito al Cielo e seduto alla destra di Dio Padre (I-e II conclusione del vangelo di Marco): questa potrebbe essere quella del proto Marco, aramaica, basata sulle parole, con qualche episodio della vita-scritta poco prima o poco dopo la morte di Giacomo,  connessa con Paolo e per lui basilare,  visto il rapporto di Marco con Pietro- ; un’altra è la genesi  di un Vangelo, quello di Matteo, la cui stesura iniziale, aramaica, sui Detti del Signore potrebbe avere una sua collocazione perfino prima della distruzione di Gerusalemme, subito dopo il quinquennio di potere del re unto /maran Mashiah, il cui ampliamento con la Vita di Gesù, successiva, potrebbe essere stato scritto tra  il massacro  degli esseni e  la distruzione del Tempio in quanto  il modello di martirio, – per la presenza  di dolore/ esev, –  è utile ai combattenti aramaici proprio per la stessa concezione di vittima  del Christos.

Comunque, la forma della sezione Jhwh dice  che equivale a logia del  signore della koiné  cioè quella di un nabi -corrispondente a propheths-, forse  scritta  in poesia (o in prosa ? anche questo non si sa) ,  è davar, parola oracolare, poetica,  come i salmi Tehillim o tefillot e i proverbi – che sono una forma di similitudine gnomica  multiforme,  detta mashal – mentre la narrazione  della vita  doveva essere in prosa.

Quindi, dopo  un momento di oralità  comune (non si sa per quanto tempo) per i due Regni, anche se hanno due diverse odoi e due diverse concezioni, si costituisce un corpus scritto aramaico,  in qualche modo  connesso  con la scuola di Jammia di Johanan Ben Zaccai, mentre l’altro mantiene un più lungo periodo di oralità  e poi  inizia una fase di scrittura  con Marco, quel  Proto Marco, considerato nella teoria delle due fonti quasi  un’altra Q, databile tra le due opere di Giuseppe Flavio- Guerra giudaica del 74  ed Antichità Giudaica del 94-  di cui il vangelo del Marco, che noi conosciamo,  è un successivo rifacimento di epoca  traianea: il primo  sottende  un corpo letterario ebraico- aramaico  delle parole di Gesù  a cui si aggiunge la vita storica di Gesù come paradigma di uomo di lavoro, di combattente e di martire come Messia/Christos  vinto ma destinato al ritorno, secondo la volontà di Dio, il cui piano eterno deve essere compiuto.

E’ questo  un materiale  oralmente trasmesso da padre in figlio  per quasi un sessantennio sulla base della scrittura aramaica matthaica  di parole divine tradotte come logia dai christianoi, presenti come termine già in Filone e in Flavio specie in la Vita di Mosé,  tipico dell’area semantica oracolare, connessa con la profezia.

E’ un processo che segue la vita della sinagoga e del didaskaleion fino al momento del distacco dall’ebraismo, alla fine del I secolo;  da allora inizia una trascrizione evangelica, di cui Luca è espressione concreta, propria di un ellenista acculturato, che redige per scritto la tradizione evangelica, secondo la sua propria cultura e professione, senza  neanche entrare in merito a quanto scrive, senza capire il valore  sotteso delle parole stesse di un’altra cultura, in quanto ha un proprio telos/fine, come, d’altra parte, Marco.

Infatti per Luca la fede è salvezza  8,48 , 17,19 ecc, ma la salvezza ha valore di vita Hayyim rispetto  alla morte mawet: l’evangelista segue solo la lezione di Paolo che  con la fede e con la preghiera pensa di rendere operosa la salvezza del Christos morto e risorto, lui stesso paradigma di vita eterna.

Luca non intende, in quanto greco, il significato del plurale  di vivo hay  che  comprende nella pluralità l‘essenza della vita  che sottende e  chi cresce e  ha sensazione, ma anche chi è mobile vivente  ed anche chi si riprende da una malattia: insomma  all’evangelista  sfugge il valore  del  termine  che indica un  essere che ha carne viva, respira e compie azioni da vivente, le cui conoscenze corrette sono espresse come vita,  al contrario di quelle scorrette, indicate come morte Cfr. Proverbi 8,35 giacché chi trova me trova la vita e riceverà favore da Jhwh; Proverbi 4,20-22  figlio mio, presta attenzione ai miei discorsi, alle mie parole inclina le r tue orecchie, non si dipartano dai tuoi occhi, custodiscili in mezzo al tuo cuore, perché la vita sono essi  per chi li trova…

Per l’evangelista, paolino, il sistema cristiano trasforma con l’agape amore  il mondo perché Gesù è odos, aletheia e bios (via, verità e vita) secondo la retorica romano-ellenistica e secondo la logica dell’oikonomia divina che travolge e sconvolge il  mondo della creatura  in un totale rovesciamento, per cui  all’uomo resta solo la speranza  in Dio che concede  in un altro regno la soluzione di ogni umano problema con il premio eterno ad un mortale.

L’evangelista, dunque, segue, comunque,  da una parte la sapienza secondo Proverbi 2, 3,4 ,  che invita a non uscire  dalla retta via, che esorta  alla carità verso il prossimo, alla vita tranquilla  e alla giustizia e da un’altra  si regola con abilità  secondo la paideia greca , avendo  i piedi su due staffe, servendosi di due padroni usando  scaltramente, a sua discrezione, ora una cultura ora un’altra, risultando efficace, funzionale e  dilettevole.

Dunque, bene vita e male morte sono  nel discorso evangelico espressioni metaforiche tanto da poter dire  che i giusti  anche da morti sono vivi,  mentre i malvagi sono morti anche da vivi,  in una  sottensione di  due diverse culture, che hanno differenti parametri valutativi

Eusebio, che riprende la tradizione evangelica, e che ha forti perplessità,  dopo circa due secoli, ad accettare la testimonianza  di Papia di Ierapolis – un cristiano nato  nella seconda metà del I secolo e morto nella prima metà del II secolo,  scrittore di  un’opera esegetica sui detti del signore Logioon kuriakoon- ecshghsis,   connessa con la tradizione  orale dei presbiteri   e con quella  di Filippo e delle sue figlie, attivi nell’area geropolitana, di cui sono citati frammenti  evangelici  di Marco e di Matteo, nonostante  che sia considerato  discepolo di Giovanni,  millenarista  e  maestro di Ireneo-  accoglie, invece, la fonte di Egesippo (Hist. Eccl.. 3,11,1), di cui sono note le molte incongruenze  ed alcune  notizie su Giacomo (2.23,6) rivelanti un differente Regno rispetto alla Basileia tou Theou,  propugnata da un Giovanni,  il cui messaggio  è di molto diverso da quello degli altri tre evangelisti.(Marco Luca e Matteo), la cui lezione giustamente è detta, comunque, secondo Matteo (Kata Matthaion ).

Non si tratta di Matteo, però,  del codice Muratoniano (documento che contiene la lista dei libri del nuovo testamento- datata forse 150 d.C–  scoperta da Ludovico Antonio Muratori  nel 1740 nella Biblioteca Ambrosiana di Milano).

Inoltre  il logion Freer – Cfr. B.   Mariani, Enciclopedia cattolica -sembra alludere a  un Marco  successivo,   non databile esattamente.  
Infine il vangelo di  Giovanni, -che  non è  certamente Giovanni il discepolo prediletto, ma  è uomo di età adrianea  (un discepolo omonimo o un altro  Giovanni) che scrive intorno al 130  epoca in cui oggi si colloca il papiro 457 del Fayum (Ossirinco) della biblioteca di Roland Ryland pubblicato da C.H.   Roberts , contenente un brano giovanneo, in cui si parla del dialogo di Gesù con Pietro, –presenta connotazioni chiaramente gnostiche che lo fanno datare   nel periodo  di Basilide e Valentino.

Infatti si può arguire che quanto scritto ad Efeso  fosse in circolazione da poco anche in Egitto e in Africa: studi paleografici hanno fissato la datazione non oltre il 150 d.C e non prima del 130 d.C.  con l’oscillazione di un ventennio, considerati il papiro, la grafia e il sistema a colonne.
Perciò i redattori della Nuovissima versione della Bibbia dai testi originali  ritengono  che  si sono succeduti più stadi ma non ne precisano i termini storici.
Di conseguenza noi cerchiamo, data la frammentarietà di notizie,  di rilevare i periodi  su un piano storico per quanto ci è possibile,  e di mostrare secondo un certo ordine  e di  precisare in relazione  ai testi  in nostro possesso.

Precisiamo per quelli che non conoscono il mio pensiero  su Gesù, qenita, kanah e meshiah /Maran.

La vita storica di Gesù  che va dal 7 a.C fino alla Pasqua del 36 (cfr. A FILIPPONI, Nascita di Gesù in Jehoshua o Iesous?  Maroni, 2003) è  tutta da documentare secondo fatti accaduti realmente come le parole veramente dette alla presenza dei cosiddetti discepoli (apostoli)  dopo un lavoro sulla tradizione evangelica, nel quadro di una belligeranza ininterrotta tra il giudaismo e la romanitas, nel contesto di una reale  proclamazione di un malkuth e del riconoscimento  della venuta del Messia: è un periodo sconosciuto nonostante i tanti scritti, di cui niente è effettivamente certo in quanto tutto è stato letto in una chiave religiosa e mitica, poiché alonato da un senso di divino, dato come credibile,  non comunque  razionalizzabile e quindi custodito come tesoro intoccabile ed inguardabile, come segreto, non esplorabile in quanto mistero.

Secondo il mio parere, i logia del Signore e il bios di Gesù Christos, per come diciamo noi oggi,   sono  inizialmente guide e vie  per la  perfezione  e la formazione morale e pratica di un combattente  kanah  ebraico zeloths  antiromano, per quanto dice  Giuseppe Flavio in greco  in Guerra Giudaica  e  in Antichità Giudaica, che  usa il termine  anche lhsths per indicare ladro, ma  sottende il significato di un armato antiromano,  guidato da esseni o da maghi goeths, aramaico per formazione e per lingua, impegnato in azioni sia contro gli erodiani e sadducei  e i sebasteni  samaritani che contro i milites romani controllori della provincia della Iudaea. convinto di fare la volontà divina perché conformato secondo la musar ebraica.

Insomma tutto questo corpus letterario sottende inizialmente un popolo in ribellione contro  il dominio romano; Roma ha un  controllo, diretto   in Idumea Samaria e  Giudea  ad opera di un procuratore  – con  circa una legione e mezza con postazioni a Cesarea Marittima, sulla Fortezza Antonia sopra al tempio di Gerusalemme, e con un reparto di cavalleria  alla periferia di Cafarnao  in Galilea-  coadiuvato dal prefetto di Siria che controlla le quattro legioni sull’Eufrate  e i contingenti militari ausiliari, forniti da reguli  socii dell’impero romano. I figli di Erode il Grande (Erode Antipa, tetrarca di Galilea e di Perea,  e Filippo  di Iturea, Traconitide, Batanea, Paneas Auranitide Gaulanitide) hanno truppe proprie e fanno leve per dare auxilia truppe ausiliarie  ai romani, che a volte hanno anche la cooperazione di sebasteni samaritani e degli strategoi templari che gestiscono le milizie del Tempio.  Truppe militari vengono fornite anche dai re di Cappadocia, del Ponto, di Bitinia  e di Armenia, filoromani, impegnati a difendere il fronte eufrasico, estremo baluardo  orientale dell’imperium romano.

A questo imponente schieramento di forze antiaramaiche contro l’impero di Artabano III, re dei re di Parthia, si oppongono le forze zelotiche  che possono fare solo una guerriglia  in regioni impervie montuose, boscose,(cfr.  Tetrachia di Lisania ) in Galilea, in Iturea, Gaulanitide e Traconitide e in zone desertiche , dislocate non lontane dal confine parthico. Eppure  nonostante la scarsa consistenza numerica  e la difficile vita di banditi, protetti dalla popolazione locale aramaica, data la  lotta per quasi  due secoli, la continua stasis giudaico-aramaica  risulta un cancro da estirpare già per i Giulio Claudii, e diventa, dopo la parentesi  dei Flavi-che pur avevano distrutto il Tempio-  per gli antonini  una necessitas storica  quasi un dovere,  l’annientare il genos  ebraico, con estirpazione della radice  e   dei segni visibili  del culto stesso di Jhwh e del nome stesso di Sion/Gerusalemme.

Gli aramaici,  dunque,   connessi con la tradizione ebraica dei discepoli di Ben Zaccai, prescrittiva ed orale, hanno  bisogno dopo la morte di Iaqob, la fine dei esseni e  la distruzione del tempio,  non solo delle  parole del signore ma anche di esempi concreti  di  vita  che potevano anche essere  presi dalla parte scismatica ebraica  alessandrina che, dopo la costrizione flavia  e la forzata concessione sinedriale della condanna a morte di molti  fuorusciti naziroi  da Gerusalemme, è solidale con l’ebraismo gerosolomitano aramaico, seppure sterminato col consenso ebraico ellenistico.   Gli alessandrini, al di là del  traumatico editto del sinedrio necessario per l’incolumità della città,  ammirati dall’eroismo aramaico, esaltato nei loro scritti, hanno un rapporto più stretto,  da quel momento, con correligionari, in nome della  comune Legge  mosaica. Le discussioni rabbiniche di Iammia  sono lette e confrontate con quelle alessandrine  e cirenaiche  e creano un corpus letterario orale per oltre un quarantennio, in cui  c’è una pacificazione generale, seppure con screzi dottrinali,   non solo tra le differenti anime ebraiche, ma anche tra queste e la romanitas e  i greci.

In un clima di apparente filoromanità,  in cui  cova  l’odio zelotico antiromano,   si costituisce  parte di quella Torah she be ‘alpe  (torah orale) che poi sarà  messa in scritto da Giuda ha Nasi,  come  raccolta unitaria  anche di tutte le altre  discussioni rabbiniche, tenutesi   dal periodo del tempio fino all’epoca di Antonino il Pio e Marco Aurelio  (Midrash). Da qui, grazie ai commenti (pesharim) dei tannaim,  si costituiscono i Talmudim (Jerushalmi e Bauli) formando due rami,  quello  “haggadico” (da Haggadah/ narrazione ) e  quello” halachico”(da -Halakhah/norma), secondo due diverse letture ed interpretazioni, una narrativa ed una legalistica.
I cristiani, antiocheni, invece, -già separatisi dai naziroi basileici di Jakob, cioè  da quelli della Chiesa gerosolomitana e forse dai mandei, fuggiti  in Parthia ( che avevano lo stesso codice ebraico scritto, masoretico)- avevano già, come libri sacri, subito dopo il 70, la Bibbia dei Settanta, le Lettere di Paolo, i tre vangeli sinottici, Lettera di Barnaba, Erma e Clemente I-II .
I christianoi,  dunque, si appropriano non solo della Bibbia dei settanta, del metodo divisorio, del sistema pesher tipico  della Sapienza, dei Salmi e Proverbi, ma anche dell’opera del Siracide, di Filone e poi di Flavio, seppure rifiutati  come libri  menzogneri, impuri dall’ebraismo, che scomunica il cristianesimo antiocheno, già minacciato da altre eresie nel suo interno.
Gli ebrei  aggiungono  proprio allora la Birkat Ha Minim  la dodicesima benedizione della Amidah, redatta da Samuel il giovane, secondo le indicazioni di Gamaliel I: “Per i calunniatori e per gli eretici non vi sia speranza, tutti si perdano presto, tutti i Tuoi nemici vadano in rovina repentinamente. Tu li annichilirai ai nostri giorni. Benedetto sii Tu o Signore che spezzi gli avversari ed umili i reprobi.
Inoltre essi, (compresi i seguaci di Giacomo) pregano così contro i Christianoi, ed assumono  ufficialmente il testo masoretico in una volontà di distacco definitivo dai Christianoi, minim, che seguono il Testo dei Settanta e la lettura di Filone.

Per me anche Filone di De vita Contemplativa e  di Quod omnis probus inizialmente   fonte comune per rabbini ebraici naziroi e christianoi in quanto,   propositore  di   una doppia via per chi  vuole conoscere Dio, mostra come chi ha scienza e timore di Dio  occupa il posto/magon  degli avi e che ha diritto al trono/kisse che è eterno dando modelli di vita mediante la  pratica essenica e  la theoria  contemplativa Terapeutica.  Poi,  sebbene tutto questo costituisca  un corpus unitario  di base terapeutico- essenico  su cui si forma una  primissima tradizione orale, utile per tutti le radici ebraiche, la storia  divide gli ebrei aramaici , compresi i naziroi,  dai christianoi, che separati ideologicamente dagli ebrei, sanno vivere vicino ai greci, goyim pagani.

Invece  gli ebrei ellenistici  cominciano ad avvicinarsi sempre più al radicalismo ed oltranzismo aramaico per motivi politici, amministrativi e  ed economici e quindi si staccano definitivamente da Filone e dalla Bibbia dei Settanta, inficiata nella lettera dalla paideia ellenica.

I Christianoi antiocheni, vivono separati  e  sono ben distinti da Traiano-   come si vede  nella lettera di Plinio all’imperatore – dagli ebrei, che ora sono perseguitati  e perché aramaici e perché ellenizzati  oppositori però alle auctoritates locali  a  causa del decadere delle loro azioni finanziarie, non più sostenute dalla politica romana, ormai vicina ai banchieri pagani, danneggiate ulteriormente dalla nuova famiglia regnante  filellena, dopo il tracollo in epoca flavia.

Inoltre  gli aramaici ora  sparsi in Partia, e specificamente  in  Mesopotamia e in Assiria e in Perside, ma  in maggioranza     propagatisi in Alessandria  e Cirene,  portano il contributo della loro formazione  e cultura ai confratelli ellenisti in territorio romano con mesopotamizzazione, che sottende odio contro Roma e fratellanza con i Parthi.

Eppure l’ amministrazione dei governatori romani, che  pur applicano la legge di Nerva(96-98), giusto imperatore che ha abolito l’obolo ebraico cancellando la tassa flavia,  risulta per gli ebrei ellenisti  rapace   in relazione alle loro attuali situazioni commerciali, di sopravvivenza,  e perciò  attendono in uno stato di quasi miseria  il compimento del Malkuth, come un ripristino della loro antica  condizione sociale.

I rabbini  di  Iudaea e quelli ellenisti ora hanno una voce comune e sono apparentemente pacifici in attesa dell’evento messianico,  del ritorno del Meshiah, avendo cancellato parzialmente  la memoria di quello  vinto e crocifisso,  atteso invece, ancora,  dai naziroi gerosolomitani.

Una nuova ondata di Messianesimo si abbatte in tutto l’oriente mentre i giovani sono segretamente arruolati ed addestrati  e sono formati secondo le prescrizioni della torah e formati dottrinalmente  con la davar scritta,  secondo moduli apocalittici ed escatologici.

In effetti nei primi anni del principato di Traiano la teoria apocalittica e escatologica si sviluppa come concezione della fine dell’ira di Dio dopo  le tante prove subite e patite  da Israel peccatore e come avvento di un Nuovo Messia  in quanto è giunta l’ora del Signore.

Gli aramaici, dunque, hanno due differenti letture una propria dei  giacomiti , la cui Bibbia siriaca, autorizza un’interpretazione  di ritorno del signore per l’instaurazione definitiva del regno, mentre gli altri aramaici di Parthia  e di Giudea, non naziroi,  hanno una  visione  di vittoria di Sion su Roma con la venuta di un Nuovo Meshiah  invincibile.(cfr Apocalisse di Baruc  e IV libro di Esdra  con l’immagine  vittoriosa del Leone messia  sull‘aquila imperiale sconfitta ).

Le comunità ebraiche  di Mesopotamia, di Cipro,  di Cirene e di Egitto iniziano ad essere in fibrillazione al momento della spedizione antinabatea, come già prima intorno al 101,  alla morte di Erode Agrippa II , quando questi lascia in eredità a Traiano il suo regno, cosa che  autorizza l’imperatore a congiungere l’area giudaica con quella sinaitica ed egizia, con l’annessione del Regno di Nabatea  tanto da poter dire che ormai il Mediterraneo è  mare nostrum.

Dunque,tra il 101 e il105, epoca della annessione della Nabatea  da parte di Traiano, intenzionato ad aprirsi la via pelusiaca per avere l’appoggio della flotta romana,  che doveva essere  forza ausiliare  alle legioni   sul Mar  Rosso,  sul golfo di Aqaba  e perfino su quello Persico, all’occorrenza- in quanto la Parthia non aveva un contingente marittimo –   e ad avere libero il passaggio dall’ Armenia minor, obbligatorio secondo i piani di Cesare, di Germanico e di Caligola, per un’invasione del territorio parthico.

Eusebio parla  di Papia   che  con  l’esegesi dei logia del signore,- già scritti in aramaico da Matteo –   afferma che  gli altri evangelisti scrissero come potevano sulla base matthaica senza indicare l’esatto tempo, dopo la fase orale.

Bisogna pensare perciò che la testimonianza papiana sottenda un lavoro già compiuto da Matteo aramaico  prima del periodo compreso tra  il 105 e  il 115 d.C. e perciò è possibile  inferire che  Matteo greco, il proto Marco e  e Luca scrivano  per integrare la tradizione orale  con quella scritta delle Lettere di Paolo   in modo da formare un corpus greco per i Christianoi di Antiochia, anche per meglio distinguersi dai naziroi e  dagli ebrei,  in un momento storico grave  perché la parentela religiosa  è  un percolo per la loro incolumità. E’ un momento veramente gifficile, il più   delicato della storia romana, tanto traumatico per la romanitas quanto per l’ebraismo aramaico, che, congiunto con quello ellenistico si macchia di orribili misfatti, dolorosi ad ammettersi anche a distanza di secoli, indegni di un popolo sacerdotale, eletto...

Credo di poter mostrare la gravità   rilevando con Cassio Dione , LVIII,28,29,30 la situazione tragica ad Antiochia dove è Traiano nel 115 d.C., pronto per la partenza per la spedizione parthica.

Un terremoto catastrofico in città è  interpretato dai giudei come i partecipazione di Jhwh alla guerra contro i Romani,  come presagio della  sconfitta romana,  come segno della venuta prossima del Messia: per  loro il cataclisma diventa  come una chiamata alla armi al suono del corno shofar.

La campagna parthica di Traiano comincia bene con vittorie  in Assiria e  poi  con una navigazione sicura sul Tigri (mentre una parte naviga  sull’Eufrate, dopo la conquista di Nisibis ad opera di Lusio Quieto)  grazie ai battellieri giudaici  che sembrano  collaborare  con l’esercito romano e con le truppe di invasione socie.

Sbarcato l’esercito  non lontano dalla confluenza dei due fiumi, nelle vicinanze di Seleucia, Traiano  entra invitto nella capitale Ctesifonte, mentre Lusio Quieto avanza verso il delta  paludoso fino al Golfo Persico…

Non è chiaro cosa succeda, ma quando Traiano insedia come Re dei re Partamaspate, la situazione si capovolge, forse per la sconfitta dell’esercito schierato  fuori delle mura  ad opera della cavalleria catafratta…

La reazione parthica è totale  nella bassa Mesopotamia a causa di un  violento contrattacco giudaico,  che divide l’esercito in due tronconi  una guidato da Traiano e l’altro da Adriano e  Cornelio Palma  Cfr J. BENNETT, Traian optimus princeps, Bloomington,2001)

Separatamente si cerca di prendere le navi sull’Eufrate e sul Tigri per  il ritorno in Patria e questo aggrava ulteriormente la ritirata anche per la defezione  dei battellieri ebraici, che  cessano la collaborazione con i milites, incalzati dalla cavalleria parthica  e  svantaggiati in una pianura aperta, nonostante la presenza dei cavalieri mauri di Quieto, tornato con l’esercito decimato da malattie (dalla malaria) privo di rifornimento e impossibilitato a prendere  Hatra  …

Alla fine del 116  si viene a conoscenza della ribellione ebraica e delle stragi fatte a Cirene e a  Salamina di Cipro dai  Giudei  e Traiano  è sollecitato a tornare ad Antiochia, da dove dirigere le operazioni  contro i rivoltosi di Egitto, di Cirenaica e di Cipro.   Vengono accelerate le marce ( si passa da magnis itineribus a maximis itineribus) guidate  da Publilio Celso e da Avidio Nigrino, pur se si è in zone desertiche.

Il titolo di Particus, già acquisito da Traiano, proclamato dalle truppe imperator,   sottende ora una sconfitta, in quanto  l’esercito  che avanza è decimato dalla cavalleria parthica  completamente ricompattata nel nome del nuovo re, anche se  nominato dai Romani, ma ora riconosciuto universalmente i da ogni suddito …

La morte di Traiano  a Selinunte di Cilicia   ha come conseguenza la necessaria cessione dell’Armenia e  della neo provincia di Mesopotamia, già del tutto riconquistata dai Parthi: Adriano ora imperatore,  sancisce un dato di fatto e ripristina lo status antecedente l’impresa parthica.

Inoltre poco dopo la congiura di  Quieto  e di Nigrino, di  Palma  e Celso,  si manifestano  segni di un malcontento militare  per l’ inattesa conclusione dell’impresa parthica  e per il ripristino dell’ordine nell’imperium romano già alla fine del 118, senza aver punito debitamente i Giudei, responsabili del fallimento della politica  imperialistica, che, comunque, restano cives  anche se  sotto oculata sorveglianza . cfr  M . GRANT,  The Antonines: the roman empire in transition London 1996,  mentre le città non lontane dal fronte  eufrasico sono adeguatamente fortificate come ad esempio Gerasa/ Jerash.,

Il rescritto di Adriano  a Gaio Minucio Fundano, governatore di Asia dal 122 al 123,  riportato da Eusebio (Hist. Eccl. IV,9,1-3),   già in Giustino, Apologia, XVIII, 3-5  è in linea con quello traianeo sotteso alla risposta dell’imperatore a  Plinio il giovane, legatus   Augusti pro praetore  in Bitinia  e Ponto  cfr. Epistula X,96 -97  in quanto  fotografa i necessari  e differenziati interventi sugli ebrei e sui christianoi.

I giudei, circoncisi e separati dai goyim/pagani, aramaici o ellenistici, sono vigilati speciali, mentre i cristiani ben integrati tra le popolazioni locali, amati e rispettati per la tendenza alla riunione pacifica e all‘agape fraterna, anche se, data la comunione dei beni, pagano le tasse  alle autorità regionali non individualmente  per capita, ma per etnos associato nella persona dell’epitropos o episcopos o epimeleths, con titoli  differenziati  a seconda della grandezza dell’ecclesia.

Nel rescritto si sottende che l’ebreo  deve essere investigato nella proprietà e nel suo culto di latria  e perseguito  sulla base di un  semplice accusa, mentre per  il Christianos  oltre all’accusa di un accusatore, perseguibile penalmente  in caso di infondatezza delle,  prove procedurali, non basta il nomen ipsum ma sono necessarie le documentazioni  dei flagitia coehrentia nomini   cioè  non c’è  punizione per il nome stesso, ma per  le colpe connesse al nome. Plinio  Ep.X,96.

Comunque, Traiano indica una procedura , a cui si attiene anche Adriano, e impone  che non li si deve ricercare; qualora vengano denunciati e riconosciuti colpevoli, li si deve punire, ma in modo tale che colui che avrà negato di essere cristiano e lo avrà dimostrato con i fatti, cioè rivolgendo suppliche ai nostri dei, quantunque abbia suscitato sospetti in passato, ottenga il perdono per il suo ravvedimento. Quanto ai libelli anonimi, essi in circolazione, non devono godere di considerazione in alcun processo; infatti è prassi di pessimo esempio, indegna dei nostri tempi. Ep. X,97.

Chiaramente gli imperatori antonini indagano  il christianos che pur ha una radice ebraica, ma sono indulgenti  anche se richiedono in pratica  qualche manifesto segno (grano di incenso offerto in pubblico). come riconoscimento del numen dell’imperatore e di Roma: in sostanza sembrano più inclini a perdonare che a punire il cristiano, mentre sono determinati a perseguire l’ebreo  indistintamente.

Dunque se è chiara la situazione  che precede la nuova ed ultima  insurrezione giudaica,  quella di Shimon bar Kokba,  si può forse far rilevare che in un clima di sorveglianza stretta  da parte delle auctoritates provinciali romane verso l’elemento ebraico, sia compatibile la presenza di una scrittura aramaica  sulla vita e sulle parole del Meshiah.

Quindi  tutte le prescrizioni della  torah  con gli huqqim disposizioni e con i mishpatim giudizi connessi con le profezie oracolari mosaiche mostrate  da Iaqob e  fuse con le  prescrizioni del  malkuth del fratello – le cui parole oracolari e i cui decreti  sono da seguire con scrupolo da tutti i seguaci che proprio nell’attesa del ritorno aumentano il timore di Dio, seguendo il modello di vita di Gesù, morto e risorto, legge vivente ora…

Ne consegue che, vivente ancora Jakobos, sulla base della celebrazione del martirio di Gesù si era costituto un racconto della vita, della passione,  morte  e resurrezione del fratello, dapprima orale ma poi, dopo la strage degli esseni, con la memoria annuale non solo del Meshiah ma anche dei nuovi martiri,  si costituì una sorta di narrazione scritta  con prescrizioni giuridiche, in assenza del tempio, letta in riunioni  più o meno segrete, data la vigilanza romana.

Dopo secoli non è possibile determinare se  il testo esiste già al trasferimento a Pella, considerato poi che al ritorno a Gerusalemme  gli aramaici gerolosomitani sono  ancora connessi con i confratelli giudaici  e  che avessero collegamenti con Ben Zaccai  tanto da essere uniti nella lotta coi romani al momento dell’annessione della Nabatea e ancora di più  nel corso della guerra di Kitos o se la  codificazione scritta  è connessa con gli avvenimenti antonini.

Questo scritto è quello stesso di  Papia, di cui parla Eusebio?

Certamente questo  corpus  fu comune agli aramaici di Giacomo e  a quelli di Parthia nel clima bellico traianeo  e poi in quello della repressione adrianea.

Allora bisogna  presupporre  tra gli ultimi anni del I secolo e i primi cinque anni del II secolo, una scrittura greca evangelica kata Marcon, kata Matthaion, kata Lukan, di cui non si conosce l’esatto momento di redazione!

Infatti da Giustino  in poi è possibile trovare segni di Vangeli scritti in varie ecclesiai in greco – perfino quello giovanneo- nel corso di tutto il II secolo e prima metà del terzo secolo.

Eusebio in Historia Ecclesiastica 5,10 parla di Panteno e mostra come in Alessandria sia presente ancora il vangelo di Matteo aramaico, ma circolano  anche quello di Marco e di Luca  e Matteo greco secondo Ammonio alessandrino,  mentre  in altre parti dell’mondo romano Taziano, nato in Assiria nel 120 e morto forse nel 180,  cerca di comporre un Vangelo unitario nella sua opera Diatesseroon, detta anche  Armonia, perché fa il tentativo di unificare , armonizzando le tante e diverse tradizioni -anche orali- greche, pur già scritte.

Queste sono le sue precise parole: Un uomo celeberrimo per la sua cultura, di nome Panteno, dirigeva allora la scuola dei fedeli di quella città, dato che per antica usanza esisteva presso di loro una scuola di dottrina sacra: essa si è conservata fino a noi, e abbiamo saputo che è tenuta da uomini abili nella parola e nello studio delle cose divine. Si narra che il suddetto Panteno si sia distinto tra i più brillanti di quel tempo, in quanto proveniente dalla scuola filosofica dei cosiddetti Stoici. Si dice quindi che mostrò un tale ardore nella sua fervidissima disposizione per la parola divina, da essere designato araldo del Vangelo di Cristo alle nazioni d’Oriente, giungendo sino all’India. V’erano infatti, v’erano ancora a quei tempi, numerosi evangelisti della parola, che avevano cura di portare zelo divino ad imitazione degli apostoli per accrescere ed edificare la parola divina.
Anche Panteno fu uno di loro, e si dice che andò tra gli Indiani, dove trovò, come narra la tradizione, presso alcuni del luogo che avevano imparato a conoscere Cristo, che il Vangelo secondo Matteo aveva preceduto la sua venuta: tra loro, infatti, aveva predicato Bartolomeo, uno degli apostoli, che aveva lasciato agli Indiani l’opera di Matteo nella scrittura degli Ebrei, ed essa si era conservata fino all’epoca in questione.
Panteno, comunque, dopo numerose imprese, diresse infine la scuola di Alessandria, commentando a viva voce e con gli scritti i tesori dei dogmi divini.

Da quanto detto da Eusebio il vangelo aramaico di Matteo, portato da Bartolomeo in India ( non si sa se l’apostolo fa un viaggio marittimo con navi – sul mar Rosso  da  Clisma fino ad Aden per costeggiare l’Arabia ed arrivare  fino a Barigaza- o se ci viene, via  terra, dalla Perside; la prima è più trafficata data la presenza di  192 navi che fanno il tragitto  mensile  per India, la seconda è tipica degli ebrei della zona della bassa Mesopotamia e  della regione intorno a Susa),   si può arguire  per prima cosa che poco dopo la distruzione di Gerusalemme  alcuni  aramaici dopo Masada, si dirigono, oltre che ad Alessandria anche  in Arabia e  in Babilonia. Inoltre  si evince  che Panteno  ritrova lo scritto aramaico  tra le popolazioni indiane  e lo riporta ad Alessandria ( e poi  non se ne  ha più notizie- pare-).

Da altre fonti si conosce  che in India centrale c’è una fioritura di naziroismo dopo la galuth adrianea, come anche in Arabia  più  in quella centrale che  lungo la coste  e del mar Rosso e dell’ oceano indiano- compreso il golfo di Oman: sono attestati naziroi perfino all’epoca di Maometto…

Questa codificazione aramaica  costituisce  un corpus unitario  di base terapeutico- essenico, portato avanti dai Terapeuti di Alessandria  rimasti puri fino al tempo di Sinesio (Cfr. www.angelofilipponi.com Il vescovo Sinesio) su cui si forma una  primissima tradizione orale, christiana antiochena  anche dopo la violenta scomparsa ad opera della decima legione romana degli esseni, recuperati poi nel II secolo,   e dopo  la distruzione del Tempio…di cui si ha traccia implicita in Clemente Alessandrino (Stromateis , 1,21,147 ) in Origene ( Comm. in Matteo, 1) e forse in Tertulliano (De carne Christi, 22)che parlano già di un Vangelo di Matteo scritto in greco  e ne riportano l ‘ incipit …

Dopo la codificazione scritta greca, la varietà dei vangeli è in relazione alle tante e differenti aree di  predicazione cristiana, in Oriente e in Occidente, in cui appaiono modifiche, aggiunte  e  cambi strutturali con  formule  utili  per la definizione della  regalità, della cristologia e del mistero trinitario e talora  si costituiscono perfino  Nuovi Vangeli, attribuiti ad Apostoli …

Il primo,a detta di Eusebio, che li  certifica e li cataloga  facendo precise enucleazioni sarebbe stato un Ammonio di Alessandria   contemporaneo di Ammonio Sacca, il filosofo, maestro di Plotino…

In Eusebio come  in Atanasio , comunque, sono presenti i segni  di una avvenuta  evangelizzazione  cristiana, ma anche di una incertezza sul criterio di autenticità e su quello di classificazione…

Il sistema classificatorio  arriva fino a Isidoro di Siviglia, la cui esposizione sottende una precisa eredità ariana, quella della cultura visigotica, inficiata dall’evangelizzazione anche nestoriana monofisita,  in Spagna….

Isidoro in De canonibus evangeliorum  dice: 1. Canones Evangeliorum Ammonius Alexandriae primus excogitavit, quem postea Eusebius Caesariensis secutus plenius conposuit. Qui ideo facti sunt, ut per eos invenire et scire possimus qui reliquorum Evangelistarum similia aut propria dixerunt.

2. Sunt autem numero decem, quorum primus continet numeros in quibus quattuor eadem dixerunt: Matthaeus, Marcus, Lucas, Iohannes. Secundus, in quibus tres (eadem dixerunt): Matthaeus, Marcus, Lucas.Tertius, in quibus tres: Matthaeus, Lucas, Iohannes. Quartus, in quibus tres: Matthaeus, Marcus,Iohannes.

3, Quintus, in quibus duo: Matthaeus, Lucas. Sextus, in quibus duo: Matthaeus, Marcus.Septimus, in quibus duo: Matthaeus, Iohannes. Octavus, in quibus duo: Lucas, Marcus. Nonus, inquibus duo: Lucas, Iohannes.

4. Decimus, in quibus singuli eorum propria quaedam dixerunt.Quorum expositio haec est. Per singulos enim Evangelistas numerus quidam capitulis adfixus adiacet, quibus numeris subdita est aera quaedam mineo notata, quae indicat in quoto canone positus sit numerus, cui subiecta est aera.

5. Verbi gratia: Si est aera .., in primo canone; si secunda, in secundo; si tertia, in tertio; et sic per ordinem usque ad decimum perveniens. Si igitur, aperto quolibet Evangelio, placuerit scire qui reliquorum Evangelistarum similia dixerunt, adsumes adiacentem numerum capituli, et requires ipsum numerum in suo canone quem indicat,ibique invenies quot et qui dixerint; et ita demum in corpore inquisita loca, quae ex ipsis numeris indicantur, per singula Evangelia de eisdem dixisse invenies.

In epoca visigotica grande era  la confusione, nonostante i canoni, i raggruppamenti, le divisioni, le logiche differenziate semantiche!.

Riassumiamo  e concludiamo.

Si era costituita  in epoca flavia una doppia tradizione  quella  aramaica, orale, che serpeggiava, si  vivificava e si rianimava col paradigma dei martiri nella lotta clandestina contro i Romani e che, finita dopo il settanta, iniziava un nuovo reclutamento militare collegato con quello dottrinale di Johanan ben Zaccai e  con  i discepoli del maestro /Rabbi ,  formatore di altri rabbi …Era una scuola o che tramandava  tramite Rabbi la legge mosaica secondo il costume essenico,  mantenendo la tradizione giudaico-aramaica…

Accanto si era costituita un’altra tradizione, greca  ad Antiochia, che    enucleava il suo messaggio sulla morte e resurrezione del Christos, destinato a tornare come nikeths , trionfatore che riuniva tutte le stirpi del giudaismo ellenistico  e i pagani convertiti, secondo il pensiero di Paolo  e secondo il contributo della scuola alessandrina e di quella  antiochena, in senso allegorico. e in senso letterale…

La  prima aveva come emblema il Messia  risorto propagandato  oralmente da Giacomo   che  proclamava il malkuth  ha Shemaim, destinato a trionfare al ritorno  prossimo del fratello; la seconda era di stampo paolino, una Basileia tou Theou, scismatica  che visse, senza essere mai accettata per qualche tempo vicino alla sinagoga ebraica …

Perciò non esiste  un nucleo evangelico scritto né in aramaico né in greco in quanto ci sono due diverse  di  una tradizione orale aramaica ed una  ellenistica secondo Giacomo e secondo Paolo.. .

La tradizione aramaica per prima  passa dalla fase orale a scritta per necessità politico-storica, poiché i capi aramaici hanno fatto  una scelta in senso mosaico ebraico e quindi hanno rifiutato la linea ereticale paolina, dopo il Settanta, specie nella  Chiesa di Gerusalemme, nonostante la vigilanza romana e l’incipiente persecuzione imperiale .

Ne deriva che è possibile  parlare di un vangelo scritto aramaico ma non di un vangelo greco  che invece deve essere  collocato entro il ventennio tra la stesura di Guerra  giudaica e Antichità Giudaica , contemporanea al Bios flaviano,  che potrebbe essere  il modello da   imitare  per i letterati Christianoi, che avrebbero potuto servirsi anche della fonte scritta  aramaica …

Aggiungo  che sono  propenso, perciò, a datare la scrittura  greca di una originaria fonte Q  solo tra il 74 e il 94 d.C ..   e a considerare il Proto Marco,  subito dopo la fonte,  negli ultimi anni di Domiziano, mentre i testi che noi abbiamo -escluso Giovanni – sono compresi tra l’ epoca  nerviana e l ‘annessione della Nabatea …Dunque questa è la storia, o meglio questa –  dovrei dire – è la risultanza storica di anni di studio.

E i miei parenti ed amici cristiani dicono  che credono in Gesù Cristo  e non sanno distinguere il Cristo da Dio:  sono veramente credenti  cristiani cattolici?

Recitano il Credo  ogni domenica e vanno settimanalmente al rito eucaristico a nutrirsi del Corpus Christi. Perché? non lo so.

Parabola del fariseo e del pubblicano

Gesù può aver detto la parabola del Fariseo e del pubblicano?. Non credo e non certo come la scrive Luca.

Perché? diranno molti cristiani.

Per due motivi.

Primo, perché i personaggi non  sono realmente storici, ma sono inventati sulla base dell’osservazione della vita ecclesiale, di una provincia romana  di fine primo secolo: né Gesù, né i due protagonisti della parabola, il fariseo e il pubblicano, sono figure vere, ma costruite ed assimilate con  altre  di epoca successiva. Infatti il tempio, che è il santuario ebraico per eccellenza, non più esistente  in epoca flavia,  equivale ad  un locale  di  riunione  e di preghiera in una città orientale, pensato da Luca come ambiente e contesto simile, in cui creare una  situazione con l’episodio dei due oranti.  esaminati nella specifica superbia  del fariseo, puro,   e nella umiltà del pubblicano, peccatore. La parabola è un‘inventio di Luca come anche la valutazione da parte di Gesù, che fa la dieghesis narrazione.
Secondo, perché la parabola di Luca ha un telos, un fine prefissato che è conforme al pensiero di Paolo, che deve essere diffuso contro  quello espresso da Yaqob Iakobos Giacomo e i suoi seguaci aramaici, -già sconfitti dai romani, che hanno distrutto il Tempio -(Cfr. Giacomo e Paolo), pronti a nuove staseis rivolte.

La sua scrittura ha un fine dimostrativo,  già chiaro nella premessa alla parabola stessa del Fariseo e del pubblicano, esplicito nella conclusione e nell’ apoftegma finale (Lc. 18,9-14), che è una ripetizione di 14,11.perché chi si esalta, sarà umiliato e chi si umilia sarà esaltato.  

La parabola di Luca,  scritta dopo oltre cinquanta anni  dalla morte del Christos, ha la struttura di una favola  di Fedro, esopiana,   con una conclusione pertinente  morale.

La premessa (Per certuni, poi, che dentro di sé erano persuasi di essere giusti e disprezzavano gli altri,  disse questa parabola) è simile a quella della parabola precedente del Giudice iniquo (Raccontava poi loro una parabola sul dovere che avevano di pregare sempre, senza perdersi di animo -18,1 come assicurazione  che Dio renderà  loro giustizia con sollecitudine  anche se c’è il dubbio che il figlio dell’uomo al suo ritorno   troverà la fede sulla terra).

Dunque, Luca ha uno scopo, quello di invitare i fedeli della ecclesia christiana  alla preghiera, alla fede,  alla fiducia nella pronoia divina  che risolve ogni problema con la peripeteia e con l’improvviso  e tragico capovolgimento, per cui i primi saranno gli ultimi e gli ultimi i primi, in quanto ciò che è impossibile agli uomini  è possibile a Dio ( Lc.18,27) .

Luca in effetti predica il vangelo di Paolo: la salvezza  si consegue con la preghiera e con la fede ed è un dono di Dio, non un merito  individuale umano.

Luca scrive quando l’essenismo  con il fariseismo è un vago ricordo nelle ecclesiai cristiane, specie in Macedonia e Tracia, anche se in Galilea, Gaulanitide, Traconitide ed altrove ancor  sono presenti  gli zelanti della Torah che eseguono  i  precetti dei rabbi della scuola di Iammia, che mantengono vivo lo spirito del pensiero  farisaico ed anche se  l’haburah con edah, costituita da Yaqob, ancora funziona.

Ma seguitiamo a  leggere  e cerchiamo di capire la parabola.  Gesù, secondo Luca  disse questa parabola per certuni  che dentro di sé  erano persuasi  d’essere giusti e disprezzavano gli altri, mostrando i protagonisti: due uomini  salirono al tempio per pregare, l’uno era fariseo, l’altro pubblicano... evidenziando il fariseo che,   ritto in piedi pregava fra sé così: O dio, ti ringrazio che non sono come gli altri uomini, rapaci, ingiusti,  adulteri anche come quel pubblicano. Digiuno due volte alla settimana e pago la decima di tutto quel che compero.

Solo uno, che narra dopo la distruzione del tempio, può avere un incipit di tale genere parabolico: ritenere gli ebrei   quelli che hanno una concezione farisaica  di giustizia, collegata con l’idea di un popolo eletto,- che, avendo  un culto threschia, esclusivo, per un solo dio e padrone, disprezza non solo i culti di tutti gli altri popoli pagani, ma anche le comunità cristiane,- è  spia di un’antitesi tra la tzedaqah della sinagoga e l‘agaph /caritas  dell’ecclesia cristiana, non più, comunque,  in territorio siro-palestinese, ma  in ogni città orientale.

Il fariseo diventa figura antipatica, disgustosa davanti a Dio  per la superbia dell’eletto ed è  prototipo di tutto il popolo ebraico condannato già dall‘auctoritas senatoriale e flavia, sorvegliato  per la sua perfidia integralista, già taeterrimus per Tacito.

Luca scrittore di epoca flavia dovrebbe sapere (dovrebbe averlo sentito dire da Saul/Paolo o da altri di  stirpe ebraica)  che un esseno o un terapeuta, uomini di formazione farisaica,  mangiava ogni tre giorni e quindi digiunava  2 volte a settimana, anche se la Torah  imponeva una volta all’anno nel giorno della Espiazione ( Levitico 16,29; 23,27; Numeri 29,7). Inoltre si sapeva che  il fariseo era  ligio a pagare le decime perché diffidava  del venditore (impuro) che tendeva a non pagarla.

L’ evangelista è teso ad opporre i due caratteri, per creare  contrastivamente  una rete di antipatia  per il primo e  per formare un alone di simpatia per il secondo.

Infatti contrappone  al fariseo il pubblicano, un  appaltatore  di imposte seduto a to teloneion, al banco, cioè un teloonhs (teloonhths -telos ooneomai ) da tutti conosciuto come arpaks rapace, perché esattore,  in  Giudea  considerato un apostata o uomo bollato da anathema, di solito  filoromano, un ebreo romanizzato con doppio nome come Levi/Matthaios, emblema dei pagani  moichoi  adulteri ed adikoi ingiusti: Non sa Luca che neanche il teloonhs può entrare nel tempio  e che  deve stare a distanza di metri da un puro, regolata secondo la prescrizione della  Legge, all’atto della condanna!.

Il pubblicano,invece, diventa per l’evangelista  elemento positivo, simpatico  e caro proprio per la sua coscienza di essere peccatore in quanto creatura, a cui va la solidarietà di ogni  uomo mortale.

Luca  così scrive: il Pubblicano invece si teneva lontano  e non osava neppure alzare gli occhi al cielo, ma si batteva il petto dicendo: Signore, abbi pietà di me, peccatore.

ll pubblicano, peccatore  secondo lo schema paolino cristiano, di uomo mortale che vive nel peccato e che solo con la preghiera e con la fede si redime grazie al sangue di Cristo,  tanto da  essere degno di risuscitare e di avere il premio della vita eterna, è il modello del fidelis, che è umile,  creatura di fronte al creatore, cosciente del suo peccare. 

Il pubblicano amartolos, (uno che commette amarthma in quanto è peccatore perché riscuote il denaro per conto del romano  e maneggia le monete stesse con l’effigie dell’imperatore, diventa  non colui che  rimette il debito estinguendo il dovuto to opheleimenon (to khreos) come Zaccheo, ma è uomo giustificato per la sua umiltà e preghiera (congiunta alla Fede nel Christos ).

Luca, dunque, con il rovesciamento delle due figure, rinnega il giudaismo, esalta la romanitas e vede la salvezza per l’uomo secondo il  disegno salvifico di Paolo, romano -ellenistico,  basato non sull’uomo faber suae quisque fortunae, ma sul  Theos che sovverte la sorte umana  ed attua la sua oikonomia divina imperscrutabile.

Luca, dunque, testimonia  il baratro che si è aperto tra la sinagoga e  l‘ecclesia, in epoca flavia, poco prima o poco dopo il distacco  tra  i due credi, verso la fine del I secolo dopo Cristo, quando ancora il ramo  nazireo è  ancora nell ‘albero giudaico come Malkuth ha shamaim, ancorato alla Torah mosaica, -diversamente dalla Basileia tou Theou/il regno di Dio  antiocheno  che invece ha rotto ogni rapporto con la tradizione gerosolomitana ortodossa,- destinato ad  andare verso altre insurrezioni e verso il suo stesso sterminio sotto  Adriano.

Luca non sa (finge di non sapere) , però, che la preghiera ebraica si fa in piedi  e che ogni ebreo aspira ad essere giusto  e fa opere di giustizia, convinto di servire e di temere il suo Signore,  che lo ha eletto, in quanto  figlio, erede del Regno: la puntualizzazione (ritto in piedi e la preghiera di ringraziamento per essere diverso rispetto agli altri uomini)  dall’ angolazione  ebraica  non  rende ripugnante il fariseo, che è uomo distinto proprio per la sua fede collegata con le opere, elemento  leale e coerente  nel suo modus operandi,  tipico di eroe che muore per la patria  e per la sua fede, ma lo sublima.

I due per Luca antiocheno sono due caratteri giudaici, uno spocchioso, cosciente dello zelo  per la legge, l’altro umile e dimesso, sicuro di essere un reietto rispetto ad ogni puro giudeo: da parte dell’evangelista si  arcaicizza di proposito e si  falsifica la storia  di Gesù eroe popolare, di stampo farisaico, morto da puro ebreo.

Gesù, invece, è visto da Luca (da Paolo), anche  se scandalo della croce,   come un saggio sophos, alonato di divinità, capace di  predicare la remissione dei peccati, di  affermare che il pubblicano peccatore scese a casa sua  giustificato. Luca si è servito di  salire anabainesin ‘alah  e di scendere katabainein yarad così per mostrare solo che il tempio è in alto e che  la casa del peccatore è in basso: l’evangelista non sa che nel primo c’è sotteso tutto un mondo di  ascensione sublime  con esercizio che indica eccellenza e grandezza verso cui tende il  fedele, mentre lo scendere  indica il tragitto opposto, secondo un sistema di allegoria, tipicamente farisaico.

Luca,  dunque, descrive non il reale fariseo e il vero pubblicano, ma  due cristiani: uno spocchioso  che in piedi prega, convinto di essere un santo; l’ altro che  è umile, è cosciente del suo peccato e crede in Dio. E così avendo mostrato due tipi opposti,l’evangelista applica la regola paolina della metamorfosi  per  attuare la metabolh il cambiamento, in nome di Dio,  che  abbatte il superbo ed innalza il debole.

La conclusione di un  Gesù astorico, secondo Luca, è questa:  vi dico che quest’ultimo scese a casa giustificato, al contrario del primo. Di quale Gesù parla Luca (o chi per lui)? , di quale fariseo? o di quale pubblicano?

Solo Filone avrebbe potuto  illuminarci davvero perché contemporaneo di Gesù, ma la sua fonte non ha lasciato tracce né sulle  parole né sul bios del Signore, neanche  ci è giunta una goccia della sua acqua. Eppure Filone ha parlato di ameicsia non mescolanza, di una  sorta di separazione e distinzione farisaica ed ha proposto due modelli di vita ebraica di sicura radice farisaica, quella attiva degli esseni e quella contemplativa dei terapeuti, da cui risulta chiara, bella, virtuosa l’airesis setta dei Farisei.   Anche Saul Paolo, un cristiano ellenizzato dal doppio nome, che si è sempre professato  e vantato fariseo  e discepolo di Gamaliel-ma è un uomo di menzogna, condannato alla fustigazione e poi  a morte dal sinedrio e da Yaqob/Iakobos, fratello del signore  perché non obbediente alla legge,  e alla prescrizione  sulla Casherut – tiene in grande onore la figura del fariseo,  come ogni altro ebreo dell’ epoca che precede la distruzione del Tempio.

Giuseppe Flavio, figlio di Mattatia,- che è un  contemporaneo di Gesù,  parente degli Anano, meglio di tutti  potrebbe darci qualche indicazione anche se per dovere di suddito e per gratitudine verso i Flavi suoi padroni, scrive  Guerra Giudaica  nel 74  ed Antichità Giudaica nel 94, mantenendosi necessariamente nei binari della lealtà all’imperatore, senza però celare la verità storica,  facendo l’apologia giudaica senza offuscare il valore dell’imperium romano, risultando, però, ambiguo ed equivoco in questa contraddizione concettuale,   utile, comunque,   al fine della trasmissione  dell’eredità culturale sacerdotale ebraica – sembra smentire Luca e la sua cristiana interpretazione.

Lui è storico ufficiale dell’impero romano, autorizzato alla lettura della sua opera, impegnato nella esaltazione dei Flavi, pagato per la celebrazione del mito soterico di Vespasiano   e dei suoi figli, salvatori dell’impero romano, pacificatori dell’oikoumene, ripristinatori dell’ordo kosmico, dopo il disordine della guerra civile  dell’anno 69, a seguito della morte di Nerone.

Guerra Giudaica (a cura di Giovanni Vitucci, Mondadori 1974) II,14  così descrive la setta dei  farisei,- che  lo storico dice di aver scelto, pur essendo di stirpe sacerdotale, di una della migliori famiglie, dopo il sodalizio con Banno nel deserto, in considerazione della virtù-: essi godono fama di interpretare correttamente  le leggi, costituiscono la setta più importante  ed attribuiscono ogni cosa  al destino e a dio; ritengono che l’agire bene o male  dipende in massima parte dagli uomini,  ma che in ogni cosa ha  parte il destino ; che l’anima è immortale, ma soltanto quella dei buoni passa in un altro corpo,mentre quella dei malvagi  sono punite con un castigo senza fine…i farisei sono legati da scambievole  amore  e perseguono la concordia  entro la comunità .

In  Antichità giudaica XVIII 12-15 (Angelo Filipponi, Antichità Giudaica, XVIII, E book Simplicissimus , 2012) Flavio dice:

I  Farisei hanno un sistema di vita semplice e non concedono niente alle mollezze: seguono con autorità quanto la loro dottrina trasmette giudicando buono ciò che bisogna dettare considerandolo degno di contesa.Tengono in onore i più anziani,  non essendo orgogliosi in niente altro se non coraggiosi, di fronte alle  risposte di coloro che ostacolano  il loro parere. Essi ritengono che ogni cosa avvenga per destino, senza però negare il libero arbitrio, in quanto sono contenti che ci sia mistione di potere tra Dio e il magistero del destino: gli uomini, virtuosi e malvagi  devono stare con propri meriti Essi hanno la speranza della immortalità delle anime (Essi hanno speranza che le anime abbiano una forza immortale) e che sotto terra ognuno avrà un’adeguata dimora, a seconda del merito e in relazione alla virtù e al vizio, che alcune anime saranno chiuse in eterne prigioni e che altre invece potranno ritornare in vita. Per questo essi risultano molto graditi al popolo, ogni preghiera e tutti i riti cultuali divini sono svolti conformemente alle loro prescrizioni; la loro virtù fu così lodata dalle  popolazioni(cittadinanze)  che  li seguivano per la pratica, perché ritenuti  migliori  nel sistema di vita e nelle regole.

Perciò bisogna  concludere  secondo pertinenza  che in epoca di Gesù  il fariseismo era una setta che insegnava la resurrezione,  la stretta osservanza delle regola ma soprattutto ogni fariseo sapeva come agire di fronte ai sadducei,  sacerdoti e loro avversari, come combattere   i romani,  come comportarsi coi  pubblicani dando regole di comportamento pratico. Insomma  i farisei erano maestri  di giustizia, laici , ed una loro frangia  era la setta degli esseni .

Gesù, ebreo, il Christos Messia,  mai avrebbe  potuto mostrare una simile figura di fariseo, un  giusto come suo fratello Giacomo,  che predicava il Malkuth ha shemaim, la sua prossima venuta e il valore delle opere e non delle Parole !.

Cosa  diranno di questa lettura i miei amici e parenti cristiani? mi auguro solo che abbiano almeno qualche dubbio sui Vangeli e sulla ispirazione dello Spirito Santo!

Io lavoro, essi credono! Cosa? Non lo so.

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Un’ordalia nel 1498, a Firenze!

Francescani e domenicani in una sfida… mortale

Firenze  7 aprile 1498: Un’ordalia, un giudizio di Dio!
Che Vergogna per gli umanisti!
7 aprile 1498 un francescano e un domenicano a Firenze, in Piazza della signoria, si sfidano ad un’ordalia di fuoco.
I priori hanno concesso l’area della piazza ed hanno allestito il teatro della sfida, facendo  una piattaforma di legno  alta oltre due metri, di circa trenta metri di lunghezza e di sei di larghezza : i quattro lati a mò di recinto, erano  fatti di mattoni verdi, crudi, sovrapposti, di altezza di poco più di 30 centimetri.
I due contendenti arrivavano dai propri monasteri di S. Croce l’uno e di S. Marco l’altro: uno è lo sfidante il francescano Giuliano Rondinelli, che ha assunto l’incarico  e si è “sacrificato” al posto di Fra Francesco da Puglia, che aveva lanciato la sfida, contro i savanaroliani;   l’altro è Fra Domenico da Pescia, che gareggia per l’onore di Fra Gerolamo Savonarola.
Dovevano fare il percorso senza bruciarsi: risultava vincitore chi usciva vivo da quell’inferno!
Savanarola  guidava la Repubblica di Firenze,  che si era costituita dopo la morte di Lorenzo il Magnifico e  la venuta di Carlo VIII in Italia.
Fra Gerolamo  con la sua visione apocalittica aveva profetizzato gli eventi ed aveva attaccato la politica di Rodrigo Borgia
(Alessandro VI, successore di Innocenzo VIII Cybo) inimicandosi così col papato, da cui precedentemente aveva  avuto autorizzazione per l’indipendenza del Convento di S. Marco e per il raggruppamento di tutti  i monasteri domenicani sotto la sua tutela, grazie al cardinale Oliviero Carafa.
In città si erano costituite due fazioni/ partes quella dei Palleschi a favore dei  Medici e  quella dei Piagnoni a favore del frate  che aveva  perfino messo al rogo tutti  i libri considerati “mondani” cioè non utili alla moralizzazione dei cives e che aveva intensificato la sua azione nelle prediche, quaresimali, contro il papa simoniaco.
Alessandro VI, dopo le ammonizioni, rituali, aveva scomunicato il frate che aveva insistito nella sua azione antipapale  nei suoi commenti  alla Bibbia, mostrando come la vigna del Signore era desolata e in mani sacrileghe.
Pochi giorni prima della sfida era giunto un breve  papale con cui si condannava al fuoco l’eretico Fra Gerolamo.
In questa situazione di grave lotta civile tra le due opposte fazioni, bisognava dimostrare che il domenicano  era nel giusto perché fautore e cavaliere di Dio per Fra Gerolamo   giusto, santo  e profeta, mentre il  Francescano Fra Giuliano  affrontava il martirio  competendo  per dimostrare il contrario che cioè Fra Gerolamo era un falso profeta degno di essere condannato: Dio doveva dimostrare  chi dei due fosse nel giusto, salvandolo dal fuoco.
I due frati erano pronti per passare a piedi nudi e fare il percorso, senza bruciare,  grazie a Dio che avrebbe protetto il giusto.
Come finisce la disputa?
Con un acquazzone tale che  spegne il fuoco.
I due concorrenti sono tenuti in sospeso dai priori che li sentono discutere teologicamente e fanno questioni di ogni genere, timorosi dell’ordalia: l’uno, più motivato al martirio,  è sulla piazza; l’altro è dentro il palazzo della Signoria, con i notabili.
Dapprima i francescani  rifiutano la cappa  di fra Domenico inadatta per l’ordalia,  perché stregata  e fatta con incantesimo, poi   hanno dubbi sugli abiti stessi, per cui  il frate  è spogliato di quelli che porta  ed  ha abiti da un altro domenicano,  ed infine   sollevano obiezioni sulla  distanza che deve  esserci tra il  domenicano e Fra Savonarola,  capace di magie  perché dotato di poteri diabolici.
I francescani,  inoltre,  contestano Fra Domenico  che vuole portare  il crocifisso  ed anche l’ostia consacrata, ritenendo la croce una protezione e  il corpo di Cristo non  bruciabile: per loro si fa  cosa iniquissima e contro la chiesa se si procede secondo il volere del domenicano.
I francescani da parte loro cercano di far passare tempo e di spingere i domenicani ad iniziare per primi la gara: la dilazione sembra  fatta  in relazione al mutamento delle nuvole e al peggioramento del tempo sopra Firenze.
Fra Domenico, savanaroliano,  sembra l’unico deciso ad entrare sui carboni, mentre il Rondinelli, forse impaurito dal fuoco, è tenuto prudentemente in attesa, comunque,  forse, all’occasione,  sarebbe stato capace anche di morire martire.
Cavilli religiosi, comunque  dall’una e dall’altra parte, prima della purificazione… dell’acqua e della fine  definitiva della disputa!
La folla, tutta maschile, era in fibrillazione (Le donne i bambini assistevano dalle finestre e dai tetti della piazza), le due fazioni, armate, erano all’erta, mentre la signoria aveva disposto un suo esercito per evitare gli scontri e le violenze.
Un  temporale con lampi e tuoni   spegne il fuoco: Dio non vuole quella prova: questo sanciscono, concordi,  domenicani e francescani e le auctoritates presenti,  che, tutti inzuppati di pioggia, tornano ai loro conventi e case.
La razionale Firenze, patria di Lorenzo il Magnifico, morto da pochi anni, domicilio  di Pico della Mirandola (anche lui  morto da poco, seguace del Frate che aveva visto la sua anima salva in Purgatorio) e di  Poliziano, letterato  devoto e di Michelangelo religiosissimo,  mostra con questa ordalia una diversa realtà di fine quattrocento, tutta  ancora medievale, solo in apparenza umanistico-rinascimentale.
Il povero  Fra Gerolamo Savanarola,  quasi un mese dopo, il 23 maggio,  fu bruciato vivo, con due  confratelli!

Viene eseguita la condanna papale .

Trionfa Alessandro VI con la sua politica a Firenze e suo figlio Cesare si crea uno stato indipendente nel Centro Italia  grazie al  potere paterno…

Un’altra lettura di “I dieci lebbrosi”

Luca  narra la guarigione di 10 lebbrosi in 17,11-19.

Il racconto di Luca non è una testimonianza  di un miracolo paradoxon, di Gesù, che si trova a passare, al confine  tra la terra di Samaria e quella di Galilea, mentre va  a Gerusalemme,  ma  è spia di un telos,  quello lucano, di mostrare  cioè la riconoscenza di un Samaritano -rispetto all’ingratitudine degli altri nove, giudei – e la sua fede nel  Regno  di Christos venuto.

Il racconto di Luca non è storia, ma è una dihghsis  narrazione di un normale scrittore ellenistico, impegnato cristianamente secondo la scuola antiochena: Luca non conosce  la toledot giudaica e neanche la torah/nomos legge, sia giudaica che samaritana…

D’altra parte già  Luca aveva parlato della guarigione di  un solo lebbroso in 5, 12-16 , raccontata anche da Marco 1,40-45 e da Matteo 8 1-4.

Dunque, il  racconto  di un Gesù Methorios- che  con una comitiva attraversa il confine tra Galilea e Samaria per prendere decisamente il cammino lungo il Giordano fino a Gerico, prima di salire alla Città Santa-  fa parte del sondergut lucano, di quel materiale speciale tipico del mestiere di Luca medico e scrittore,  che ha lo skopos di rivalutare la cultura e il popolo samaritano, coinvolto nella stessa comune sconfitta, dopo la distruzione del tempio, dopo la fine di Simon Mago a seguito del pagamento della doppia dracma al  tempio di Zeus, a Roma, di tutta la Iudaea capta  (Idumea, Samaria e Giudea) secondo gli ordini di Vespasiano (69-79 d.C).

Nel disegno lucano grande rilievo ha la parabola del buon samaritano 10.30-37, paradeigma di uomo che ama il prossimo, esempio di uno che  ha compassione/eleos,  che  si ferma, anche se ha impegni di lavoro,  vedendo un altro soffrire, perché ferito da lesthai/ladri, che si accosta premurosamente,   che fascia le ferite, che  versa sopra olio e vino, che  lo fa montare sulla sua cavalcatura,  che lo conduce all’albergo/csenodochion, che  cava  dalla borsa due denari,(8 sesterzi  cioè 32 assi, poco meno di 40 Euro), che  li dà all’albergatore,  a cui affida il ferito, con la raccomandazione di  curarlo,  aggiungendo  che al ritorno restituirà (il verbo sottende  che c’è già rapporto  tra i due) quanto avrà speso di più.

Per capire quanto il samaritano dà concretamente all’albergatore  aggiungo per il mio lettore che un romano compra con  due assi  un kg.di pane  (poco più di un due Euro ) e con  un sesterzio cioè con  quattro assi  (quattro/ cinque euro circa )  può scopare una  scadente  prostituta.

E’ un racconto ellenistico, filantropico, comunitario  che tratta di un civis romano incappato nei briganti,  che turbano l’ordine del Kosmos imperiale in Iudaea nei trenta chilometri circa, che dividono Gerusalemme (città a 750 metri  sul livello del mare)   da Gerico (località a 250 metri sotto il livello del Mare), lungo sentieri  tortuosi, impervi, aridi e desertici, a volte dirupati…

C’è sottesa  la denuncia del precedente sistema di vita,  giudaico, (anche se Luca, probabilmente,  non lo sa!), perché non associa a lesthai  gli zeloti, i partigiani, integralisti  religiosi  antiromani del periodo  erodiano e posterodiano …

Chiaramente, comunque,  Luca marca i semeia di un comportamento caritatevole nei confronti di uno sconosciuto da parte di un samaritano  che, secondo Giovanni (4,9), è animato da ostilità  verso gli ebrei, che lo considerano eretico e scismatico.

L’attenzione alle azioni del samaritano è in relazione  contrapposta al comportamento dell’élite sacerdotale ebraica  (sacerdoti e leviti)  condannata perché  gira alla larga (antiparerchomai  significa passo oltre e vado dalla parte opposta),  anche se non più esistente perché non esiste più il tempio…

La domanda di Gesù al dottore della legge- uno scriba, un fariseo, un laico  che chiede  cosa fare per ottenere la vita eterna -è volta da Luca non nella direzione della legge  mosaica e quindi secondo le Scritture  (Deuteromio.6,5 e Levitico 19,18)  a dire cioè amerai il signore Dio tuo da tutto il tuo cuore , con tutta la tua anima e con tutta la tua forza, con tutta la tua mente  e il  prossimo tuo come te stesso, ma a referenziare  con un esempio pratico l’idea astratta di prossimo/o pelas,  secondo parabola...

Infatti Luca  fa rispondere il dottore della legge a Gesù – che chiede Chi di questi tre (Sacerdote, Levita, Samaritano)  è  stato prossimo  di colui che incappò nei predoni?- : Chi gli ha usato misericordia.

Chiaramente  il telos di Luca è quello di un cambio di destinatari  e di fruitori del Vangelo: non più gli ebrei (sacerdoti e leviti, sadducei e farisei) ma samaritani (e pagani) sono ora i cleronomoi  gli eredi del pathr, senza il patriottico hmoon (Lc.11,1-4) molto diverso da quello di Matteo  (Cfr. Una lettura del “padre nostro “)…

In questo disegno lucano la Guarigione dei dieci lebbrosi   è un altro segno dell’intento sotteso di Luca, già mostrato nella parabola della dramma perduta 15,8-10,   del figliuol prodigo 1511-32, del fattore infedele 16,1-12, e del  ricco eupolone e del povero Lazzaro 16 19-31., della scelta dei posti al banchetto 14,7-11.

Prima di parlare del paradoxon  del miracolo della guarigione dalla lebbra,-  su cui non entriamo in merito- è opportuno chiarire che secondo la legge  giudaica, il lebbroso, guarito,  deve essere reintegrato nella società dei viventi,  e deve avere una certificazione  per poter  abbandonare l ‘isolamento (o la vita comunitaria con altri lebbrosi) da un sacerdote  da presentare al suo eparco/nomarco, capo civile della zona di residenza.

Detto questo, il racconto lucano ha una sua logica,  non di un uomo vivente nel  periodo prima della distruzione del tempio (70 d. C) ma  di uno  che  vive e scrive nell’epoca dei Flavi.  

Infatti Luca  fa dire a  Gesù (morto nel 36 d.C.), uomo  conforme alla Legge: andate e mostratevi ai sacerdoti  dimostrando  che  conosce  l’obbligo per un giudeo di purificazione e di espiazione  secondo la valutazione sacerdotale.

Il seguito del racconto,invece, tratta del ritorno di uno, -un samaritano, che, vistosi  guarito,  torna indietro, glorifica Dio a gran voce-  si prostra con la faccia a terra- fa la proskinesis che si deve ad un re o a un Dio –  ringrazia  (impossibile,  in situazione di fatto, la vicinanza ai piedi di qualcuno, da parte di un lebbroso,  senza una certificazione legittima sacerdotale, pena la morte!) il maestro, che dice: non furono mondati tutti e dieci. Dove sono gli altri nove?  e che aggiunge: non s’è trovato alcuno che tornasse per rendere gloria a Dio, se non  questo straniero.

Non sono  congruenti i due enunciati iniziali  e tanto meno l’aggiunta! un Gesù, Christos o no, dopo aver obbedito alla Torah, non può parlare in questo modo.

Gesù,  Christos , attivo tra terzo e quarto decennio del I secolo  in terra  giudaica  avrebbe dovuto sapere che la prescrizione della legge impediva il ritorno ai 9 giudei per almeno otto giorni!

Quel Gesù, secondo noi, in quell’epoca, non può non conoscere  la procedura per la reintegrazione sociale  secondo le forme e le disposizioni mosaiche,  che impongono purificazione ed espiazione dei peccati-dopo i giorni di cammino da luogo di residenza dei lebbrosi al Tempio-  tramite la figura del sacerdote e poi dell’addetto ufficiale  politico!

D’altra parte lo dice espressamente… ogni giudeo dell’epoca conosce il Levitico e la procedura (da seguire per la lebbra)  per  la purificazione e per l’espiazione.

Non per nulla minuziosa è la prescrizione  per la riammissione  di un lebbroso in comunità in Levitico  13,1-59  e 14 1-56, da cui stralciamo alcune prescrizioni, che riguardano  il purificatore e  il purificando.

Il sacerdote   per la purificazione –  dopo aver costatato la guarigione     ordinerà di portare: due uccelli vivi e puri, del legno di cedro, del panno scarlatto e dell’issopo…  e fatte i sacrifici  necessari, inizierà il  rito di espiazione al cospetto di Jhwh… e dopo  le operazioni richieste … gli permetterà di  entrare nell’accampamento o città nel luogo dove abita, dopo l’autorizzazione del  toparco, senza entrare in casa o tenda…(da purificare anche esse) per sette giorni.

All’ottavo giorno  il purificando, (a seconda delle sue possibilità)   prenderà un agnello per il sacrificio di riparazione, l’offrirà ….prenderà anche un decimo  di un’efa  (13kg, quindi 1,3Kg) di fior di farina intrisa in olio, come oblazione e un log di olio,   due tortorelle o due colombi, di cui uno come sacrificio  di espiazione e l’altro come olocausto…

Non ho la minima voglia  di mostrare i tanti atti rituali che sono compiuti dal sacerdote  per la purificazione di un lebbroso, mi preme però, far capire che Luca o non  conosce il costume,  pur facendo parlare Gesù  in tal senso, oppure non essendoci più il sacerdote sadduceo ( essendo  stato distrutto  il Tempio) segue la sua logica di Christianos antiocheno, del periodo flavio,  desideroso solo di mostrare  la fede in Christos.

Ecco dunque il  vero messaggio di Luca : La fede nel Cristo venuto è salvezza per il samaritano e per tutti gli uomini che credono nel suo messaggio secondo Paolo e Luca, ma non per gli ebrei.

Invece  la lettura del passo evangelico, se in linea con i tempi di Gesù  sarebbe stata diversa e non  ci sarebbe stata possibilità di mostrare la gratitudine  di un samaritano, anche lui vincolato dalla stessa legge  – anche se legge  propria di scismatici, ma univoca per la procedura della lebbra – e costretto a seguire il rituale di reintegrazione sociale con altri sacerdoti, quelli del Monte Garizim, vincolati anch’essi  dalla Bibbia Samaritana (che comprende oltre al Pentateuco- Genesi, Esodo, Levitico, Numeri e Deuteronomio-anche Giosuè) …

In epoca Flavia tutto è azzerato : un narratore, di formazione  ellenistica, può dare significato nuovo ed aggiungere altri  valori, secondo il proprio credo e la propria inventiva  creativa …

All’epoca , la condizione di Samaria  è diversa rispetto  all’Idumea e alla Giudea,  molto più coinvolte nella guerra giudaica,   perché tutelata maggiormente da Roma, data la consistenza dell’elemento militare,  sicuramente  filoromano  da quasi un secolo, da quando Erode fondò Sebaste in onore dOttaviano, Augusto/Sebastos, e netta è la distinzione tra l’ebreo vinto infidus,  taeterrimus  secondo Tacito, perfidus nella sua accezione negativa, e il samaritano  quasi un confederato, un auxiliarius  sebastenus nell’esercito romano….

Da questa angolazione il passo di Luca  ha altro valore e significato: il ritorno del samaritano è quindi  segno di gratitudine   di un individuo che diventa simbolo di un popolo  che venera il Christos venuto, come benefattore e  come Dio …

Luca, comunque,  non ha buone conoscenze né giudaiche né samaritane, ma  solo generiche  informazioni bibliche derivate (sembra)  da 2 Re  5, 14-17 , dove viene presentata una figura parallela a quella del Samaritano: un lebbroso, un militare,  lo straniero Naaman il siro, che  quando si vede risanato, torna dal profeta Eliseo, pieno di fede verso l’unico Dio, dopo che si è lavato sette volte nel Giordano secondo l’ordine del profeta …

Luca è un ellenista che ama inventare  parabole, fare aggiunzioni, propagandare il Christos– in quanto  discepolo di Paolo- uomo dio venuto, ucciso dai romani, risuscitato, destinato a tornare  presto  per instaurare il Regnum

Il fatto del Miracolo dei dieci lebbrosi, quindi,  per come  scritto,  è una riqualificazione dei samaritani, che divenuti da barbari-scismatici e quasi idolatri,  assimilati agli assiri, ai babilonesi, ai persiani,  ai siriaci   considerate le tante deportazioni dal periodo di Sargon- cives romani, degni di essere nel Kosmos imperiale, perché conformati all’imperium, alla iustitia  e pax  romana…

la tetrarchia di Lisania

Zenodoro

Lisania era  figlio di Tolomeo di Menneo, signore di Calcide che, alleato di Aristobulo II, suo suocero, aveva accolto Antigono, dopo la morte di suo fratello Alessandro, con le sorelle  a corte.
Tolomeo era stato un padre spietato, che aveva fatto uccidere l’altro figlio Filippione, a cui era stata  concessa come sposa Alessandra, sorella di Antigono, per sposarla a sua volta (cfr.Flavio Ant.Giud. XIII, 392,XIV,126).
Aveva fatto una politica antiantoniana e filoparthica ed aveva riportato nella sua terra Antigono, promettendo ulteriori aiuti, all’atto dell’invasione di Pacoro, figlio di Orode, re dei parthi.
Questi aveva conquistato tutta la Fenicia ed era arrivato al Mediterraneo, ma non era padrone del mare per la presenza della flotta antoniana, mentre Barzafrane e Quinto Labieno, figlio di Tito Labieno  (Ant .Giud.XIV,330,  Dione Cassio, Storie XLIX,19-21)  agivano nell’interno della Siria e Celesiria.
Lisania, alla morte del padre, alleatosi con Antigono, lo aiutò a conquistare  Gerusalemme e a consolidarsi nel potere, facendo, quindi, una politica avversa ad Antonio, secondo la tradizione familiare.
Quando, però, Pacoro fu vinto, nel 38 a.C.  da Ventidio Basso, che già aveva sconfitto ed ucciso Barzafrane e Labieno, gli furono imposte, dopo la vittoria di Gindaro, gravi  tributi:  le condizioni di pace,  trattate con Antonio stesso, furono pesanti.
Antonio, vincitore per legatum dei parthi, già innamorato di Cleopatra, ucciso Antigono in Antiochia, aveva imposto Erode come sovrano in Giudea ed aveva assegnato  in dono alla regina egizia  la tetrarchia di Lisania (che, accusato  di aver favorito i parthi  e di aver cospirato contro i romani, era stato ucciso   Ant. Giud.  XV,92) ed alcuni territori di Malco, re nabateo (quelli intorno a Damasco).
I due re pagarono caramente specie Lisania, che, prima di morire, dovette cedere anche la capitale Abila  (di cui si vedono rovine al villaggio, oggi  chiamato Suk Wady Barada, a 20 km da Damasco) alla regina egizia.
Erode, pur socius  dei romani  dovette pagare  per non dare territori  richiesti  da Cleopatra (la zona di Gerico): diede infatti  duecento talenti, versando anche la metà di Malco,  che non aveva alcuna intenzione di saldare il debito.
Il re giudaico, in quanto fiduciario del triumviro, dichiarò guerra a Malco, poco prima della battaglia di Azio (31 a.C.).
Questa guerra si protrasse per oltre un ventennio e fu contro i nabatei e contro Zenodoro, che  era stato  l’amministratore della casa di Tolomeo di Menneo  e quindi di suo figlio Lisania (o ton  Lusaniou memisthomenos oikon).
Questi  nel corso e  dopo la guerra aziaca, riprese il controllo della ex tetrarchia di Lisania e la gestiva approfittando della mancanza di autorità romana ed egizia, nel periodo compreso tra il  32  e  il 29  e forse, fino al 27 a.C.,  epoca in cui Augusto decise il destino della Celesiria e  delle zone  ciseufrasiche e transeufrasiche.
La zona  di Calcide, ai piedi del Libano, con quella di Abila,  estesa  fino  verso il monte Hermon  comprendeva  parte della fascia orientale settentrionale del Libano attuale, tutta la zona montuosa  nordoccidentale compresa l’ Iturea (Batanea, Ulatha e Paneas) Gaulanitide, Traconitide, Auranitide e  zone dell’alta Galilea, fino alla Decapoli.
La tetrarchia di Lisania non era una  piccola  regione e per di più  non omogenea, difficile  a gestirsi, data la diversità di popolazioni, considerate le differenze morfologiche e la mancanza di una capitale unitaria: essa,  grosso modo (tolta la parte settentrionale del  Libano) poi toccò a Filippo,  figlio di Erode il grande,  che edificò al centro di questo territorio, Cesarea  sotto l’Hermon, alle sorgenti del Giordano,  dando così  una  nuova capitale (cfr Ant. Giud.XVIII,12-28,106).
Poi la tetrarchia ebbe qualche spostamento territoriale verso oriente, dopo la separazione coi territori nord-ovest (aggregati, forse,  alla Siria)  e fu data a Erode Agrippa-Ant.Giud  XVIII, 276- ed infine  assegnata da Claudio  a suo fratello Erode, pur ridotta nelle dimensioni (Ibidem,XX 138) territoriali,  limitati alla zona di Calcide. Per questo motivo  il fratello di Erode Agrippa I viene chiamato Erode di Calcide.
Molte di queste zone erano state occupate, quelle transgiordane, da Iamneo ( Ant. giud. ,XIII,393-4,397). che aveva conquistato  tra l’altro la Valle detta di Antioco e la fortezza di Gamala e perfino Pella in Decapoli, e le aveva  colonizzate  insieme con la Perea( che è  più a sud), inviandovi sacerdoti,  per far adottare i costumi giudaici.
Zenodoro, comunque,  si oppose ad Erode il grande, che era stato investito  da Augusto come sovrano della ex tetrachia di Lisania, con cause e con operazioni militari, impedendone la conquista.
Erode ebbe il sopravvento nella causa giuridica per l’appoggio sia di Marco Agrippa  che di Augusto, il quale,  nel 20a.C. , stando in Siria,  in occasione di una ventilata spedizione  contro i parthi, riconfermò il precedente dono, fatto dopo la guerra aziaca.
Erode, però, non ne aveva preso militarmente  possesso definitivo perché ostacolato da Zenodoro, dagli arabi, dai parthi.
Infatti Zenodoro, non avendo avuto l’appoggio romano, essendo nemico di Erode, cominciò a tessere rapporti diplomatici con i parthi e con gli arabi, e  fece  concessioni di porzioni  del territorio a Fraate e  vendette l’Auranitide a 50 talenti (ad un basso prezzo, circa 1.250.000 euro)  ai nabatei, in modo da poter regnare indisturbato  sul restante della tetrarchia.
Da qui la difficoltà di inglobare il tetrarchia di Lisania da parte di Erode, che, solo nel 12 a.C. , alla morte di Zenodoro, ne entrava in possesso, nominale.
La zona, infatti,  non era di facile controllo sia per la morfologia accidentata del territorio.  montuoso, che per la presenza di lestai, ladroni (sul problema lestai-zelotai nel territorio di Lisania -Zenodoro  cfr. Giudaismo romano I parte).
L’intervento romano di Varrone, governatore di Siria e poi quello di  Senzio Saturnino, incaricati a più riprese  di ripulire la zona non dovette avere esito se Erode non ne prendeva possesso ed era tenuto in scacco dai lestai in una regione adatta alla guerriglia.
La zona  per me era covo  degli zeloti  che, protetti dai Parthi e dai Nabatei, avevano rifornimenti e quindi fomentavano rivolte  mantenendo  uno stato permanente di guerriglia, inestirpabile, perdurato fino alla vicenda di Cristo e poi fino alla guerra del 66-73 d.C.
Erode ( forse)trovò la soluzione con Zimari, che, cacciato dalla Parthia, esule, aveva chiesto ospitalità e una sede per i suoi 500 arcieri e per il centinaio di famigliari mesopotamici  babilonesi giudaici  che, stanziati ai confini della Traconitide, la controllavano.
Erode gli concesse Ulhata a nord del lago di Hule e l’eparchia di Batanea,  esentò lui e tutta la regione  da tasse e da altri obblighi.
Zimari  ne prese possesso ed edificò Bathira: egli  fu uno scudo per  gli abitanti,  opposti  ai traconiti, e per coloro che da Babilonia venivano al tempio di Gerusalemme e fu sempre fedele ad Erode.
Zimari pacificò la zona, facendo accordi con i lestai, concedendo forse loro delle garanzie, se i suoi figli (Iacimo e Filippo, pur amici dei figli di Erode e dei romani ) poi non tradirono i figli Giuda il gaulanita e tanti altri zeloti.
Il solo Tiberio Alessandro, figlio dell’alabarca, diventato prefetto di Giudea, ebbe successo in quella zona e poté prendere ed uccidere Simone e Giacomo,  figli di Giuda.
Qui l’abilità politica e strategica  di Erode (Ant.giud., XVII,23-31) prevalse sul militarismo romano, dapprima facendo concedere parte dell’ex tetrarchia a suo fratello Ferora, che era diventato tetrarca  di Perea, poi  mediando con i nabatei e i parthi, specie dopo il matrimonio di Erode Antipa con Dasha, figlia di Areta IV.
Il problema degli zeloti, però, non fu risolto  e sembra che solo con Agrippa I  la zona fu oppressa pesantemente (Ibidem, 28) . In seguito  i romani imposero,  pur lasciando lo statuto di libere popolazioni,  tributi agli abitanti.
La tetrarchia di Tolomeo di Menneo, di Lisania, di Zenodoro,  tenuta da Erode  con l’aiuto di Zimari, e di Ferora, divenuta  tetrarchia di Filippo, poi di Agrippa I e infine passata sotto i romani, pur con  speciali statuti è il covo degli zeloti che gravitano sulla sponda transgiordana, alla sorgente ( nord est e nord ovest ) e che, animati da santoni del tipo di Giovanni il battista,  sono  oltranzisti irriducibili contro l‘auctoritas romana, inafferrabili in quell’intrigo di sentieri montani, di rupi e di caverne e di boscaglia ancora oggi visibili, ben testimoniati da Flavio (Ant. Giud., XV,346-348).

 

Methorios

il banchiere tra due stati

Methorios

Il termine methorios è usato in diversi significati in autori  di epoche differenti: Tucidite  alla fine del V secolo,   Filone  nel periodo di Tiberio e Giuseppe Flavio in epoca flavia.

Tucidide usa il termine, unito a  h gh , per indicare che la terra di Egina  è  methoria,  cioè un avamposto Spartano contro Argo e contro Atene in cui gli egineti, filospartani, sono protetti dagli  Spartani ed hanno un comandante spartano.
Per methorios, dunque,  si intende una terra di confine tra due popoli in opposizione.
Il termine, invece, è usato, dopo secoli, in età ellenistica, in Filone di Alessandria  in quanto  il giudaismo,  in epoca giulio- claudia, è genos di confine,  ai margini dell’impero romano e confinante con quello parthico, con cui ha stretti legami per agkhisteia, suggeneia  e phratria per vincoli cioè di parentela e di affinità linguistica e religiosa  per cui esiste un popolo aramaico, come se  fosse un’unica etnia.
Questa, vivendo sotto l’impero romano e sotto quello parthico, territorialmente  suddivisa, ha le stesse usanze,  le stesse leggi, lo stesso sistema  di vita tribale agricolo ed una comune lingua, l’aramaico.
Quella, però, dell’impero romano ha due sistemi differenti  uno aramaico come quello parthico  e un altro ellenistico,  basato sul commercio e quindi diverso, pur nella comune fede ebraica mosaica.
Ne deriva, perciò. che la popolazione giudaica, poluanthropica  in epoca romano-ellenistica, risulta divisa in una pars aramaica di circa 1.600.000 (1.000.000 di Parti e 600.000 palestinesi) e 2.500.000 ellenisti.
La prima vive secondo dikaiousunh  ( Filone, Quod omnis Probus,  159) e secondo areth/virtù ( Praem., 15), conformata alla legge di Mosè, secondo le norme del Dio di Abramo, di Isacco e di Giacobbe, con cui ha una particolare relazione con un patto eterno; la seconda è un ethnos misto, contrassegnato da pleonecsia /cupidigia,  in quanto  cerca  di più  il personale guadagno (Spec. 4,5)  e vive secondo una pratica di vita mediana così da servire due padroni (Dio e i romani), pur coscienti di essere ancora   una stirpe sacerdotale, amata da un pateer provvidente, che è numen confuso con il theos  romano-ellenistico…
Filone in Vita Mosis I 324 mostra  come il genos ebraico sia  per natura isotimos , paritario,   anche se evidenzia che ci sono alcuni che nella divisione delle terre bramano di più,  andando oltre i limiti  e le misure stabilite  per mantenere il kosmos  e per l’equilibrio intimo e per  la convivenza sociale.

Il filosofo rivela di conseguenza la presenza di anisotes ineguaglianza ((De Vita contemplativa, 70)  con  l’atacsia disordine con indisciplina  oltre  che di adikia  ingiustizia e di akolasia sregolatezza in opposizione a soophrosunh….
Non è, comunque, facile delineare l’area geografica  parthico-palestinese, entro cui ci sono zone interamente pagane con popolazione di diversi credi, mentre è più facile rilevare la comune matrice oltranzista (fondamentalista, direi)…
Quale  sia esattamente la zona abitata al confine dai giudei non è facile rilevarlo, anche se si conosce, grosso modo,  tutto il territorio di confine lungo l’Eufrate: essa comprende un’ampia zona non ben delimitata ed abitata, a macchia, da ebrei  che hanno fatto proselitismo, da secoli e che si sono diffusi al di qua e al di là dell’Eufrate, più a Nord che a sud: la ricostruzione di queste zone giudaiche  intorno ad un centro specifico potrebbe essere un grande lavoro al fine di capire la funzione di Methorios e la diversa applicazione differenziata  del Tokos (interesse) tra fratelli e  tra ebrei e pagani nelle zone di confine.
Una zona  dovrebbe essere quella  intono a Nisibi  e Neerda  lungo il corso del fiume, fino alla confluenza dei due fiumi, a Ctesifonte e Seleucia  con una popolazione ebraica  superiore a quella dei  giudei di Palestina …
Dalla fine del III secolo a.C. è attestata una famiglia, quella dei Tubiadi che svolge una funzione methoria  di raccordo  e di unità tra il popolo diviso nel territorio, seppure tenuto legato  da convenzioni specie religiose,  ed unito dal tempio di Gerusalemme fino alla distruzione del Tempio…
Filone probabilmente ha di mira il potere dei Tubiadi che avevano tentato di creare un stato cuscinetto tra Siria e  Egitto nella zona dell’ Ammanitide, ( Flavio, Ant Giud. XII, 230.233)  di cui oggi si hanno le rovine in Araq el Emir (un impianto monumentale comprendente  un lago artificiale, grandi saloni, parchi, grotte scavate  nella roccia e una rocca Birta – in aramaico –swr– torre in greco= phrourion)….
Probabilmente Giuseppe ed Hircano  uomini della tradizione giudaica egizio -tolemaica, sopportati da Antioco III e da Seleuco  avevano costruito una loro sede templare con trapeza  in concorrenza con quella gerosolomitana .(cfr M. Hengel,Giudaismo ed ellenismo, Paideia ,2001,  555-562)…
Nel caso di ritrovamento di monete, come Jehud  di Elefantina si potrebbe meglio sapere le relazioni tra i due stati ,come si rileva tra Nubia ed Egitto. Cfr. A. Vincent , Religion des Judeo-Arameans d’Elephantine  i937, 562 ss passim…
Comunque, allo stato attuale è solo ipotizzabile la volontà di creazione di uno stato  di confine, la cui grandezza non è conosciuta  e di cui non è neanche pensabile una ulteriore estensione al territorio palestinese, saldamente in mani romane, seppure  sia arguibile uno stato filoromano methorios come l’Armenia minor, al di qua e al di là dell’Eufrate, come forse doveva essere quello di Erode il grande, se ci fosse stata la conquista della Parthia nel 20 a.C…
I ritrovamenti del Papiro Rainer  e i papiri di Zenone mostrano come i telonai che derivano dalla cleruchia  tolemaica di Tobia  agiscano a Tiro e a Gaza  ed evidenziano rapporti  e probabili collegamenti col tempio di Gerusalemme, oltre a quello con la Birsa: sono telonai di origine sicuramente giudaica? E’ certo che essi sono attivi e a fianco o di Giuda maccabeocontro i siriaci, da cui sono sterminati (sembra)  tutti quelli  che sono tra i tubiadi ( Oi ontes ent tois Toubiou) , nonostante un’azione protettiva del capo giudaico a Xaraxs … Il legame militare e finanziario-economico tra i maccabei e i tubiadi non sarebbe spiegabile, se non ci fosse un medesimo credo religioso con un comune linguaggio …
Inoltre bisogna ben capire la funzione del giudaismo nel regno di Parthia, nel periodo di occupazione romana della Iudaea,  nel quadro della confederazione di stati parthici: i giudei sono diffusi in ogni stato confederativo con maggiore o minore  popolazione  ed hanno in alcuni un grande rilievo, in altri minore,  in altri  quasi nullo e quindi  svolgono un ruolo diverso in Mesopotamia rispetto a quello svolto in Adiabene, Armenia Minor e Perside…
Neanche si conosce il funzionamento del sistema amministrativo parthico che, però, dovrebbe perdurare in  quello  lagide  in alcuni stati e  in quello seleucide in altri: si sa, comunque, che  per un certo periodo è solo seleucide fino a Antioco Epifane IV  che desidera estenderlo a tutta la Celesiria  o in territori semiautonomi, secondo i principi ellenistici.
Queste zone, cadute , poi, sotto gli asmonei sono  ritenute autonome  sotto Pompeo e Gabinio: non si conoscono se i diritti sono vecchi, cioé quelli acquisiti sotto i lagidi e sotto i seleucidi e mantenuti sotto gli asmonei…
Di una cosa si è certi che nella zona molte città hanno diritti ibridi poi codificati in epoca romana,  ma la loro tradizione è  quella ellenistica .
cfr.  Flavio che cita Strabone  (Ant giud. 14,75-78 ,   e Flavio stesso  Guerra Giudaica  1 ,156-166),..

Inoltre, si sa che in Palestina quattro etnie  (giudei, idumei, gazei e azotei)  vivono mescolati ai siri , celesiri e fenici.
Dalla corrispondenza di Zenone Cfr papiri di Zenone in A Momigliano, I tubiadi nella preistoria  del moto maccabaico in Atti della reale accademia delle scienze di Torino  ,67 (1931/2) 174 s.) si rileva l’apparato amministrativo in Idumea, mentre  si conosce un gruppo di giudei sotto i Tolomei  considerato come somata laika eleuthera.
Mentre la funzione del tempio di Gerusalemme è da stabilire se è secondo la struttura vecchia  tolemaica o quella lagide prima della grande  crisi di Giasone 175 a.C….
Ora, comunque sia la questione, Filone in epoca  tiberiana e Caligoliana considera il termine Methorios  come basilare in senso giudaico e dà significato  secondo la valenza già acquisita in epoca lagide, seleucide ed asmonea.
La comprensione può essere difficile, ma diviene possibile se si tiene presente la cura/epimeleia di una basileia nei confronti del tempio e dei templi in genere.
Filone sposta ora in una nuova situazione storica  quella dell’universalismo romano quiritario, connesso con la basileia romana secondo le impostazione di Areio Didimo,  che ha visto in Augustus Sebastos, Zeus, venerabile come datore di vita e come adresteia sorte stessa eimarmene,  e per di più nomos empsuchos  per tutti i cittadini dell’ecumene….
Ora Filone vedendo la situazione giudaica compromessa nel dopo Seiano (dopo il 18 Ottobre 31 ), rivendica un ruolo per il giudaismo ellenistico, distaccandosi per quanto è possibile dal giudaismo palestinese ormai schierato in senso antiromano…
Se suo nipote  Tiberio Giulio Alessandro si schiera totalmente da parte romana apostatando, lui tende invece ad una azione methoria  dopo aver mostrato la singolare impostazione methoria del giudaismo ellenistico nel suo insieme con l’ idea  di uno stato cuscinetto tra Barbaroi e  Romanitas ellenizzata.
Sulla base degli esempi dei Tubiadi e di suoi antenati oniadi propone questa nuova forma  methoria a cui dà anche specificamente un valore morale  secondo una linea di interpretazione etica in relazione a Mosè stesso theophiles / philotheos  complementari per l’unità della figura  stessa del profeta-sacerdote,  legislatore e basileus.
Egli è diviso tra l’amore  verso Dio e amore verso il popolo  e nell’incertezza è a metà tra due opposti oosper epi plastiggos     (come in una bilancia ) Vita di Mosè, III,153.
Filone sembra congiungere varie forme della cultura giudaica e le ingloba in una propria sincresi  che potrebbe essere originale ai fini d in un’ armonizzazione ed integrazione   con  la romanitas, specie nel momento critico dell’impero di Caligola.
Filone, perciò, si pone da una parte secondo la struttura greca e da un’altra secondo quella della tradizione di Neemia ed Esra , essendo lui stesso, erede della famiglia oniade,  methorios tra due culture differenti  e quindi vuole essere mediatore culturale, sacerdotale, pontefice e sviluppa la theoria dell ‘ameicsia  tipica del sacerdozio mosaico…

Filone aggiunge che il sacerdozio mosaico sottende un sacerdozio universale di tutta la la stirpe giudaica che, essendo  intermedio, svolge una funzione di congiunzione tra Dio e il popolo/ l’uomo  in genere laico.

La funzione ripresa dal cristianesimo  col suo papato cattolico romano e dalla cultura occidentale, di razza  bianca, diventa theoria delle élites di inizio Novecento  (Cfr. L’altra lingua l’altra storia), che autorizza il colonialismo, in una ripresa dell’elezione ebraica …

Il termine methorios  sottende una  ben precisa  struttura organizzativa giudaica ellenistica quella della trapeza,  dell’emporion, e della sua dislocazione in terra al confine,  dopo apoikia, dopo aver mandato una colonia, come già fatto in epoca lagide e in epoca seleucide, in epoca asmonea  e  come facevano  a loro modo gli erodiani, insomma l ‘élite della società giudaica ellenizzata che viveva in mezzo ,tra i goyim e che  si era adattata, in modo methorios, facendo effettivamente  gli intermediari  finanziari
Ho potuto rilevare che  Roberto Radice e forse ancora di più  la Kraus Reggiani abbiano intuito qualcosa del  valore di Methorios  proprio perché  più attenti al lavoro di traduzione  e più legati al testo del direttore Giovanni Reale , hanno letto con qualche altra valenza il termine (Cfr Filone,  Commentario allegorico  alla Bibbia, Rusconi 1994) …
Specie in De Iosepho, comunque,  Filone mostra la funzione  methoria  proprio del sacerdozio sadduceo e di tutte le forme derivate  da quella dei Tubiadi e degli oniadi evidenziano il ruolo politico

(25.148. Certo in modo simbolico si dice salire sul secondo dei carri regali per questo motivo. Il politico è detto secondo del re (ta deutereia pheretai  basileos).Infatti non essendo né privato né re è al confine tra i due (methorios), migliore di un privato cittadino per potere,inferiore di un re assoluto, soggetto a un popolo re, per il quale preferisce fare ogni cosa con fede pura e lealissima.)…
Fatta questa premessa tra le due letture di base del termine cerchiamo di capire da dove effettivamente sia derivato il termine nella concezione giudaica e chi per primo tra i giudei  lo abbia usato: senza dubbio i tubiadi prima  e poi gli oniadi hanno dato il significato in senso commerciale in quanto hanno svolto una precisa funzione in zone di confine., sia tra i Parthi e  romani,  che in zone dell’India…
Gli oniadi, poi, avendo fatto apoikia e quindi vivendo in mezzo a pagani, esercitando l’usura  hanno svolto in epoca romana  una precisa funzione di intermediario finanziario ai confini tra l’impero romano e zone semi barbariche in cui esisteva  una moneta diversa, applicando forme diverse di interesse  in relazione al cambio…

Gli oniadi , inoltre, essendo elementi sacerdotali, connessi politicamente con i vincitori, dovunque si trovino,e facendo proselitismo fino agli inizi del regno di Claudio, hanno piena coscienza  della propria elezione  e della loro funzione culturale in quanto  figli unici del Theos pathr,  signore dell’universo

Perciò, si può dire in conclusione che Il termine  Methorios, pur comparendo  in Tucidide  nel suo significato di base, diventa  espressione di un nuovo valore solo in Filone.
Lo  storico greco, antico,  dà , dopo la denotazione  geografico-storica, una connotazione logistico-militare.
Il filosofo giudaico, ermeneuta, esegeta biblico,  erede di una famiglia sacerdotale (che  ha  esperimentato  col sistema templare  trapezitario  ebraico, il compito di  appaltare  di phorologein  la riscossione dei tributi  per i  dominatori lagidi e seleucidi, prima, e , poi,  per gli asmonei e per gli ultimi Tolomei  ed infine per i romani,  congiunto con quello di collettivizzare  in luoghi di raccolta e di smistare con  carovane i depositi bancari  fino al Tempio di Gerusalemme,(derivati dall’ ingente massa annuale della doppia dramma, di ogni giudeo ) dà un valore  nuovo,  aggiungendo  un significato morale ad un termine  proprio del codice militare e fiscale.
Gli studiosi, specialisti,  forse, non congiungendo opportunamente l’area semantica di methorios, ed  avendo conoscenze solo teologiche di Filone,  rilevano  il valore  lessicale e l’area allegorico- analogico-simbolico-anagogica  e concludono quindi in senso  etico…
Filone,  in un’ epoca come quella Tiberiana e Caligoliana, quando critica è la situazione di tutta l ‘etnia ebraica, colpita  a morte nel suo sistema emporico e trapezitario ecumenico, sia  nella madre patria della Giudea che  nelle sedi mediterranee della Diaspora ellenistica usa il termine, a mio parere, in modo da mostrare la funzione oniade nelle zone di confine: è una difesa  (un ‘apologia) morale  che copre, sottendendo  la ragnatela bancaria e il sistema emporico giudaico, di uomini  ricchissimi, cives romani  divenuti csenoi  ed epeludes, non più  epitimoi  perché colpiti da atimia ..
Methorios, methoria, methorion, dunque,   è un aggettivo certamente  usato  da Tucidide.(460/456-395/390 a. C.) in La  Guerra del Peloponneso  due  volte, mentre è variamente usato con significato, diverso da Filone.
In II,27 lo storico ateniese dice: H de Thureatis ge methoria  tes Argeias kai Lakonikes estin/ la terra Tureatide è  confinante tra Argolide e Laconia.
Il termine ha un particolare rilievo per lo stato di ostilità continua tra la due regioni e per la situazione, creatasi nel corso della guerra peloponnesiaca,  per cui gli abitanti di Egina, scacciati dagli ateniesi, perché rei di avere causato la guerra in Locride, erano stati condotti in quella terra, per ripopolarla, dagli spartani, memori del loro aiuto nel precedente terremoto e nella rivolta degli Iloti.
Nella seconda citazione Tucidide (IV,56) parlando dei fatti  del 425 anno, in cui Brasida, dopo al sconfitta di Sfacteria, stabilisce di fare la spedizione in Calcidica  nel momento in cui  c’è l’occupazione di Tirea, il capoluogo della zona methoria  e oltre alla  cattura dello spartano Patroclo, ferito.
Lo storico intende, dunque,  con gh methoria  indicare la terra di Cinuria- Tureatide  posta al confine tra Laconia ed Argolide, marcando la difficile situazione di una zona  posta tra due stati in conflitto, e rilevando la sua funzione difensiva per la Laconia e quindi per Sparta.
Filone Alessandrino (30/25 a.C- 42/43 d.C.) usa il termine Methorios varie volte,    dà di norma una valenza significativa morale, mentre parla della figura di progrediente  in relazione al bios di Abramo e  specie di  Giacobbe per  mostrare la singolarità dell’ebreo, di un uomo che cerca e vede Dio, di uomo che combatte con Dio in una continua skepsis, secondo linee ascetiche,  in una visione ecumenica.
Su questa base  semantica Filone attualizza il termine in epoca caligoliana e lo vede nella sua crisi  e lo connota come methorios ,uomo al confine tra Romanitas e Parthia: infatti l’ebreo è da una parte romano-ellenistico e da un’altra mesopotamico, integralista ed incapace di mediare e  di mettere insieme due culture oppositive. Per Filone, invece, l’ebreo methorios è chi corre il rischio di essere bruciato tra i due estremismi, ma è anche il  saggio  che sa congiungere i due opposti e  lanciare ponti in  modo da svolgere la sua funzione di mediazione non solo culturale ma anche economico-finanziaria.

Il compito del methorios diventa difficile ed eroico  quando domina il fanatismo religioso , quando ci sono scissioni/skimmata , erides contese  e  staseis , quando c’è guerra/polemos nell’anima ebraica, dilacerata tra la cultura occidentale romana e quella orientale parthica…
Nei conflitti  tra Romanitas e Parthia  si è rilevato  puntualmente in Giudaismo Romano   un tradimento ebraico: dall’impresa antipartica  di Crasso a quella di Antonio, dalla ventilata guerra di Augusto ai Parthi nelle 20 av. C., alla volontà di invasione da parte di Caligola fino alla guerra di Traiano nel 116.
Sempre i romani sono sconfitti perché con l’esercito romano ci sono i giudei che,essendo inizialmente methorioi, poi passano dalla parte dei Parthi  dimostrando coi fatti la loro reale appartenenza al mondo mesopotamico barbarico: i battellieri ebraici che imbarcano a Nord l’esercito romano e lo portano fino alla pianura mesopotamica  in epoca traianea, dopo la sconfitta romana ad opera della cavalleria catafratta parthica, non fanno risalire i soldati romani sulle loro barche e quindi rendono manifesta la sconfitta e penosa la ritirata di Adriano  mentre Traiano è malato…
Il solo Ventidio Basso, un legatus antoniano,  ebbe la meglio sui Parthi  nel 38 av.C. perché non volle la mediazione ebraica né alcun aiuto, rifiutando perfino le guide e vinse a Gindaro, grazie ad una sua specifica scelta militare e alla capacità di evitare lo scontro con la cavalleria catafratta nemica …
Il termine Methorios, dunque, per me   è basilare per la costruzione di una nuova figura di ebreo, vilipeso perché privo di diritti civili nel mondo romano, nel periodo seianeo e caligoliano,  perché considerato gente  xenofoba,  taeterrima, perfida,  secondo una connotazione dovuta più all’integralismo palestinese che  a quella degli ellenisti,  seppure  odiosi  alle altre nazionalità con cui convivono alla pari nel Kosmos romano, perché ricchissimi ed avidi esattori della domus Giulio-claudia, che hanno organizzato un grandioso sistema trapezitario grazie all’abilità nella  riscossione dei tributi…
Nelle due opere storico-politiche In Flaccum e Legatio ad Gaium,  ed anche in De Iosepho e nelle Vite di Abramo e di Mosé, in particolare, è possibile rilevare il valore completo di methorios, seppure espresso solo in senso morale…

Ci piace  a questo punto precisare  questo ultimo punto rilevato nell’opera filoniana.
Noi riportiamo,  perciò, due puntuali citazioni di Filone, da cui si evince  la lettura di methorios come elemento  intermedio posto al limite tra due estremi, in cui il suo etimo  semanticamente diventa tipico  nei rapporti intercorrenti tra Dio ed uomo come  ricerca di equilibrio tra materia e divinità,  come  via intermedia propria di una methodos , che dovrebbe dare stabilità all’ uomo che cerca Dio  nella giungla materiale diairetica di bene/male , di sensibile/ soprasensibile di transeunte /eterno, di mortale /immortale,  di umano/ divino.
In De opificio,  135  si legge : l’uomo è al confine tra  la natura mortale e la natura immortale  perché partecipa  anancasticamente  dell’una e dell’altra in quanto creato insieme mortale ed immortale, mortale nel corpo ed immortale nella mente…
In quasi tutta l’opera di Filone è presente questa impostazione  apologetica  in una considerazione simbolica secondo l’esegesi biblica del giudeo  “spiritalis”, come i farisei e  gli esseni e, specie i contemplativi ( De Vita contemplativa)   in un rovesciamento della figura dell’ebreo/ivri – chi vede Dio   Israel , in sacerdote e quindi persona sacra che aspira a congiungersi con Dio.
Questa impostazione apologetica è ancora più palese è  in  De Somniis II,229-230:e in Peri  ths Moseos kosmopoiias , 105
Filone mostra la mente del saggio,  distaccata dalle tempeste e dalle guerre e  la vede  approdata  alla serenità in una pace profonda, come tipica di un  essere  inferiore a Dio,  ma superiore all’uomo
In questa visione Filone  è connesso con la lezione epicurea propria della Lettera  a Meneceo: ouden eoike tooi thnetooi,  anthropos   o zoon en tois athanatois agatois.
La precisazione che fa è la seguente: l’uomo di valore occupa una posizione methoria  in quanto  non è Dio  né uomo, ma un essere  legato ad ambedue  gli estremi, alla specie mortale per la sua condizione  di uomo, a quella immortale  per la sua virtù.
Da una parte  il valore epicureo, a seconda del  libero arbitrio umano,  può portare alla perfezione o alla abiezione, in relazione al  prevalere  della virtù o delle passioni; da un’altra, la via è quella dello spoudaios, del saggio che tende progressivamente al sommo bene  seguendo il paradigma di Abramo, di Isacco, Giacobbe e  specie di Mosè che è la sintesi dell’uomo perfetto(teleios).
Filone, dunque, con  methorios esprime la concezione di filosofo posto al confine tra la paideia greca e la musar aramaica, di mediatore culturale,  nella certezza della centralità  della  lettura biblica, simbolica in una sincresi di  Socrate e di Tare, padre di Abramo.
Questa fusione culturale seppure sincretica, tra cultura greca e cultura aramaica mediata dal giudaismo ellenistico, specie alessandrino, e dalla sua oikos (domus ) Oniade che aveva profonde connessione con i Tubiadi, è dominante nel periodo flavio, quando il giudaismo subisce limitazioni e viene fatto scadere in senso commerciale: il declino trapezitario  giudaico in epoca antonina produrrà staseis e neoterismoi e favorirà il ricongiungimento tra aramaici ed ellenisti, specie nella rivolta di Shimon bar Kokba…
Finito il successo dei methorioi  che, in epoca diversa, avevano fatto la storia  tra i due imperi.  ora l’ebraismo era giunto al massimo parossismo tanto da commettere misfatti inauditi: stragi a Cirene e a Cipro nella guerra di Kitos…

Eppure da Cesare  fino a Nerone  i methorioi, specie alessandrini, manovrati dagli oniadi,  erano stati utili intermediari che appaltando la gestione della riscossione dei tributi, per i romani, fecero l’ epopea mercantilistica  ebraica, maggiore di quella fatta precedentemente  al soldo dei lagidi  dal terzo secolo  fino al  II e al I secolo. in ogni parte del mondo essi cambiavano valute, in India come nel cuore dell’Africa, sulla costa atlantica come su quella della palude Meotide o su quella Caspia ,  le loro trapezai erano una garanzia per i popoli barbaroi, essendo  in relazione anche ai diversi cambiamenti politici e ai grandi rivolgimenti storici.
Essi con il sistema bancario  connesso col proselitismo grazie alle alle apoikiai (colonie),  formavano un élite di naucleroi, di emporoi, di kapeloi  ben serviti da una schiera di trapezitai e loro agenti  che timbravano e marchiavano i i tributi per il Tempio di Gerusalemme Essi per oltre un secolo erano i  rappresentanti del comemrcio ellenistico e specificamente erano cives romani  in terre lontane  riuscendo a prosperare  anche dopo la fine dei regni ellenistici, col vincitore romano, e ad aumenatre  il loro impero finanziario, che  anzi viene decuplicato nel periodo di Augusto e il primo Tiberio…
I giudei ellenisti  anche se si opponevano come scismatici al Tempio di Gerusalemme, massima trapeza, il cui controllo era necessariamente in mano romana grazie al fedele servizio dei sadducei,  avendo perfino un proprio Tempio a Leontopoli e trapezai in ogni  parte del mondo perfino oltre i limiti dell’impero romano e di quello parthico, erano l’avanguardia dell’esercito romano stesso , costituendo la base per l’ ellenizzazione, per la penetrazione nelle remote plaghe dell’India e della Cina, dell’Africa, delle fredde isole del Nord Europa
Methorios, però, risulta ambiguo proprio per la doppia nazionalità dell’ebreo che oltre alla cittadinanza del luogo di domicilio ha la cittadinanza di Gerusalemme, una cittadinanza katholikotera (più universale)  segno di diversità e di separazione rispetto alle altre etnie…

Comunque  ci teniamo a concludere definitivamente con  Filone, che  in De Iosepho ,148 sviluppando il tema della morale come politica e fissando le funzioni del politico e del suo rapporto col sovrano, con il privato e col popolo, precisa la funzione intermedia del Methorios  congiunto con o politikos (vir civilis).
Egli mostra Giuseppe salente sul secondo carro e quindi come colui che fa le seconde parti rispetto al faraone (o politikos ta deutereia pheretai basileos) quindi come un uomo non privato né re, ma methorios  tra i due  in quanto è superiore al privato ma inferiore al re per comando assoluto (autecsusion), che si serve del popolo re,  a favore del  quale  preferisce fare ogni cosa  con fede pura e che serve lealmente il sovrano…

Il Methorios di  Filone  risulta, allora, eguale a quello di Flavio Bios , 22, 105 kai de pempsantes  pros Ihsoun ton archilesten eis ten Ptolemaidos methorian, upeschonto dosein  pollà chremata ..  Cosi avendo inviato un messaggio a Gesù il capo brigante, nella terra di confine di Tolemaide  promisero di dargli molte ricchezze … uomo che vive in una terra di confine -dove si scontrano due auctoritates  quella romana e quella di un’ecsousia di un capobrigante  cioè di una zona franca, dove  esiste solo un potere locale,- in cui il trapezita  è garanzia di un superiore potere economico e finanziario…

La chiesa cattolica romana è erede di tale cultura methoria: il  pontificato  svolgendo la sua funzione sacerdotale, ha vanificato dapprima la potestas imperiale  di Roma, perché demoniaca,  poi il potere politico regale popolare, del popolo- re, minando ogni democrazia, creando la massima ingiustizia sociale  sulla base di un  privilegio  ebraico, di un Theos pathr provvidente…che ha un patto di alleanza col suo popolo, bianco, ebraico cristiano …

Retorica e cristianesimo

Ha ragione Nietzsche?

Secondo Nietzsche (Umano, troppo Umano) “l’origine del cristianesimo sta nel progetto di spacciare la sconfitta storica di Gesù, la sua morte ignominiosa sulla croce in una vittoria in un altro mondo”
Il filosofo vede, dunque, il cristianesimo come “sviluppo e prosecuzione dell’ebraismo” e considera i cristiani come uomini che “incapaci di accettare la realtà della morte del Christos, ne stravolgono l’insegnamento in senso morale” secondo la lettura allegorica farisaica e vi introducono la prospettiva del peccato, della colpa, dell’aldilà, concetti del tutto estranei ad un ebreo di quell’epoca.

E’ dunque, il cristianesimo un fenomeno, letto tragicamente,  secondo i canoni della retorica dove i fatti vengono mutati nel loro contrario, in un sistema ordinato secondo i criteri di verisimiglianza, in modo da sbalordire lo spettatore (il fedele) che rileva l’azione con mutamento (metabolh), unito a peripeteia?
Se esaminiamo i termini secondo la logica della Poetica di Aristotele (1452a 11ss ) si rileva che peripéteia è il termine centrale in una situazione mutata, passata improvvisamente da un male ad un bene, da forma, dominata da forze negative, inaspettativamente rovesciatasi tanto che, nella tragedia. si richiede l’intervento miracoloso del deus ex machina.

Il passaggio da un fatto con mutamento può avvenire secondo normale anagnoresis/riconoscimento, ma diventa miracoloso e paradossale quando si ha la peripeteia.
Il termine indica  uno straordinario mutamento situazionale, un accadimento improvviso, imponderabile, in quanto sul soggetto agente piomba addosso (peripiptoo)un accadimento improvviso che stravolge ogni cosa, in quanto si passa esattamente al contrario di quanto si poteva prevedere umanamente.
C’è in peripeteia sottesa l’azione di un Dio pater provvidente che, avendo un suo piano sul soggetto, lo realizza in modo imprevedibile, secondo una conclusione in linea con la sua oikonomia divina.

Dunque la peripeteia è un segno dell’intervento di un Dio che stravolge la storia ed avvia il suo fedele passivo, ad una sorte nuova, migliore, facendolo passare da uno stato di massima afflizione ad uno di massima felicità, dando così un compenso eterno ad un mortale che segue la sua volontà ed accetta lo stato di miseria di vita umana secondo le regole, imposte dai sacerdoti, che sono i medium (pontefici) di questo passaggio e che autorizzano coi sacramenti il graduale trasferimento dalla vita alla morte, dall’infelicità dello stato umano e terreno ad una felicità di uno stato ultraumano e celeste.

Insomma secondo il pensiero cristiano bisogna essere macerati in un ingranaggio di dolore ed arrivare ad una catastrophé tale da produrre catarsi/purificazione per conseguire poi il passaggio allo stato contrario grazie all’intervento di Dio: non c’è salvezza senza questo passaggio; non nasce la vita se non con la morte, non si sale in cielo senza la sofferenza terrena…

Il cristianesimo ha banalizzato il sistema della tragedia greca e lo ha reso popolare, anzi ha fatto si che ogni uomo debba subire la massima forma di dolore o sofferenza o afflizione terrena per aver un premio infinitamente maggiore in un altro mondo, come compenso del quotidiano travaglio di vita: dare eternità di vita come promessa per una vita effimera, dominata dal male, sofferto rassegnatamente …
E’ questo proprio il metodo dei Theourgoi/ teurgi – di cui parla Giamblico (245-325 d.C.) specie nel III e IV libro di Misteri degli egiziani – la cui funzione tra gli uomini è utile per la conoscenza del futuro.

Essi insegnano una pratica di vita ascetica progressiva…
I cristiani in epoca costantiniana e poi teodosiana, influenzati o condizionati dal pensiero del filosofo platonico mettono insieme Theamata theia (visioni divine) e theoreemata episteemonika (osservazioni scientifiche) proprie dei teurgi in modo che Christos sia chreestos /utile perché l’élite sacerdotale sia guida morale pari ai maestri di Teurgia.

I sacerdoti come i teurgi, quindi, cercano un metodo di conoscenza irrazionalistico, teologico da una parte e da un’altra uno razionale epistemico, capovolgendo ogni sistema ed ogni struttura con la duplice loro via di indagine logica e mitica…secondo procedimenti retorici, basati  sull’asse metaforico mediante la similitudine, -che passa  direttamente  alla metafora (esempio: donna splendida  come il sole, soppressione di splendida e come e quindi  risultanza di assimilazione dei due termini apparentemente di aree diverse ed incomunicabili, La  donna è  sole) – o su quello simbolico ed allegorico, dove il secondo termine, quello di paragone può diventare e soggetto mediante inversione o rimanere predicato nominale   in quanto sono equiparate le due sostanze reali (sole e donna), poeticamente e religiosamente,  in quanto   ambedue sono sumbolon  ed hanno infinite possibilità di scambio ed autorizzano alleegoria, un dire diverso da quello  che deve essere inteso (esempio  agnello divino = Dio/agnello),  specie nel corso della ripetizione rituale  e cultuale, specie se  in sette o in folle  di fedeli, riuniti in manifestazioni sacre, presiedute da sacerdoti ….
Dunque, Nietzsche ha ragione?….
Non è proprio come dice Nietzsche, ma il filosofo aveva ben individuato il problema ed aveva visto la derivazione dall’ebraismo del cristianesimo cioè del Regno di Dio, come di una cellula ebraica antiochena, anche se non rilevava la differenza con l’altra del tutto ebraica e rimasta pura, quella del Regno dei Cieli, confusa poi, dopo la vittoria definitiva del cristianesimo, con l’altro Malkuth/regno…

Nietzsche ha certamente capito la funzione del sacerdozio, simile a quella dei rabbini del periodo talmudico, che facendo la peripeteia promettono un eterno premio al mortale che soffre e vive la quotidianità di vita nella sofferenza: lui autore di La nascita della Tragedia e professore di greco ha piena coscienza dei termini e mostra la funzione arbitraria di una classe intermedia sacerdotale tra uomo e Dio tanto avida da svolgere un ruolo tra i credenti e la divinità, convinta di operare per il bene dell’uomo, in attesa della fase del suo adultismo

La funzione methoria/mediatrice del pontefice, come quella del rabbino e come quella del teurgo, ha in comune lo stesso procedimento, quello della peripéteia: l’inganno/panourgia è nel capovolgimento delle strutture: Paolo di Tarso ne è il sublime interprete.
E’, dunque, il cristianesimo (il Regno di Dio) davvero una forma ebraica ed ellenistica, (costituita da retori fruitori di doppia cultura che già nell’ambiguità del nome si classificano) che trova la sua applicazione nella peripeteia, in una sincresi forzosa di elementi giudaici e di formule ellenistiche?

Secondo me, questo è il cristianesimo, ma non so se è “la più nichilista di tutte le religioni ” o è “una religione, come le altre”, che si basa su un popolo -bambino che crede alle parole di chi ha privilegi, in quanto clero, che capovolge ogni sistema e lo stravolge in nome di Dio, facendo il proprio interesse.

So, però, che il clero oniade (discendente da Onia III), alessandrino, imitando la perfezione/teleioosis di Mosè, con la sua attività bancaria e con la sua perfetta economia- penetrata in ogni parte dell’impero romano- ha, comunque, creato questo sistema religioso.  Esso, più di quello gerosolomitano, più di quello essenico, incorporatosi nel sistema romano ellenistico, prima nel II secolo  e poi come fenomeno cristiano con Costantino ed infine con  Teodosio, si è sempre più radicato tra i vari popoli…, approfittando del nomen di Roma,  eterna in Occidente e in Oriente,…grazie  anche ad un’ educazione impartita fin dalla prima infanzia …

Un Dio tragico: aprosdoketon e peripeteia in Historia

Un Dio tragico

Pasa episteemh khoorizomenh dikaiosunhs kai ths allhs areths, panourgia, all’ou sophia phainetai/ ogni sapere, disgiunto da giustizia e da altra virtù,  sembra raggiro, non sapienza.  Fozio,Gnoomai 245.

Ho sempre pensato che il Dio cristiano abbia più una connotazione militaristica e tragica -in quanto è un dio arcaico ebraico- che quella universalistica e provvidenziale, successiva, della filosofia platonico/stoica….

Costantino, imperatore d’Occidente, vincitore nikeths  su Licinio, imperatore d’Oriente, capace di riunire l’impero romano,  è personaggio controverso, data la sua nascita bastarda, vista la sua educazione militare, considerata la sua ferocia:  vede solo nel Theos , Jhwh sebaoth  dio degli eserciti,  il proprio numen tutelare, come Christos giovanneo…

Perciò, l’imperatore, sotto il consiglio dei suoi intellettuali (specie Osio di Cordova e  Lattanzio) innesta,  grazie anche allo storico Eusebio di Cesarea, il cristianesimo sulla tradizione  giudaica biblica, già collaudata, dopo Marcione,  che ne era stato fiero oppositore sulla linea della paternità divina, congiunta con la metrioths/moderazione ellenistica…

Il Theos  giudaico del Vecchio Testamento è crudele e spietato contro i nemici, ma è anche un dio tragicamente assetato di sangue, direi, sadico, desideroso di sconvolgere i piani del razionalismo della creatura umana, che procede secondo logos  nella costruzione della storia privata e collettiva.

Con thaumasia/miracoli  e terata/ prodigi  il theos scardina la normalità di vita,  sconvolge ed abbatte il regolare flusso  temporale di vita, storico,   e lo snatura.
La divinità non solo sconvolge i piani umani, ma improvvisamente li capovolge,  dimostrando di essere il solo padrone della storia  e lo fa secondo canoni propri della tragedia, avendo bisogno di vittime

L’uomo, entusiasta, teso verso l’alto,   stordito dalla katastrophh, è costretto a ridimensionare i suoi piani di elevazione  spirituale, e si prostra riverente davanti alla grandezza del numen e alla sua epiphaneia, e alla natura stessa, simbolo della divinità, in una volontà di purificazione della propria  ubris/superbia  di creatura rispetto al creatore…

Questo avviene non solo nei processi  storici  e nelle vite di grandi personaggi, ma anche negli  accadimenti naturali  come maremoti,  terremoti,  eruzioni di vulcani, inondazioni,  glaciazioni,  e nelle staseis  rivolgimenti sociali e politici o come le rivoluzioni popolari, i cambiamenti cruenti di governo, le formazioni di stati  ecc…

Non solo ai vertici  delle gerarchie sociali e politiche, laiche ed ecclesiastiche, ma anche a livello popolare  il theos applica la sua legge  indistintamente  accomunando tutti i mortali, nati per morire.

Ogni creazione stessa  umana  è labile, transitoria, destinata a crollare, comunque sia la costruzione, già inficiata  dalla sua stessa materialità e dai limiti del costruttore stesso, nonostante la  riconosciuta geniale perizia…

Il theos esprime con il cambiamento improvviso la sua legge provvidenziale, imperscrutabile,  rivelando un altro disegno diverso da quello umano, un‘altra storia…

Ma la provvidenza/pronoia, che stabilisce l’ oikonomia tou theou, esiste veramente in quanto esiste un Dio creatore  del to olon  universo, e del to pan,  il mondo conosciuto  terreno, ellenistico e barbarico  costituito da tutti  viventi  (piante ed animali)?

Si parla, comunque,  di un Theos ellenico,  dei contadini della beozia dell’Vlll secolo,  di Esiodo che  parte dal Kaos (Teogonia 116- prootista Kaos geneto,)-  che però  dipende  dai  culti accadici ed hurriti,  derivati, anche loro, dal RgVeda…

Esiste, dunque,  kosmos con armonia / un sistema costruito ordinatamente  e meravigliosamente dalla mente del Theos,  a vantaggio  dell ‘uomo, razionale e loquace,  principe rispetto agli altri elementi irrazionali  e muti  del creato?

Ma,  ci può essere armonia con kosmos, se c’è privilegio dell’uomo e dell’ebreo-cristiano  sugli altri ?!

Non ci sarebbe omonoia, neanche se imposta  dall’alto, ma solo principato di una specie . La pronoia di un Dio, giusto  distributore  di sorti,  potrebbe non esserci perché esiste l’irrazionale anagkh del destino,  da cui dipende la vita dei viventi in Natura, indistinti, capaci  da soli, secondo processi evolutivi, di organizzarsi in relazione agli ambienti  e ai climi e al suolo stesso  e alle diverse latitudini.

Potrebbe valere solo h eimarmene sorte, destinata ad ognuno di noi, senza intervento di nessun daimon, regolata automaticamente  senza merito e casualmente,  tipica dell’uomo e  di ogni vivente di ogni parte del mondo e dell’universo?

Se il pianeta Terra  è, nel sistema solare, con la sua Luna,  solo una pars minima del Creato, galattico ed extragalattico, costituito da miliardi di astri, non certamente esseri angelici,-come riteneva il mondo antico- ma mondi  dotati di energia vitale, infinitamente più grandi del nostro stesso intero sistema solare,  perfino nei buchi neri, come possiamo avere ancora una concezione ellenistica tolemaica, anche se  aggiornata in senso copernicano ed einsteiniano, basilare per i sistemi religiosi occidentali cristiani?

Tra  i tanti  elementi  antitetici, contrastivi e  contraddittori,  connotanti il sistema retorico classico-giudaico cristiano, teso  verso la spiritualità come elevazione morale,  ektheosis/ indiamento e  telioosis/ perfezione,  disgiunta nettamente dalla realtà  umana popolare, volgare e materialistica,  discriminata come ilica, mi piace sottolineare  come il Dio cristiano operi secondo i processi dell’aprosdoketon  e della peripeteia, che sono fenomeni retorici, propri  del romanzo e della tragedia.

Aprodookhton da aprosdokao esprime un valore di inatteso, inaspettato ed imprevisto e si dice di qualcosa – che l’uomo, pur nella sua razionalità e normalità, non può prevedere – che capita improvvisamente non solo come calamità naturale, ma come evento  straordinario privato.

Infatti l’uomo costruendo, in modo personale, se stesso e facendo un suo percorso, fabbrica un  futuro, poco a poco, e vede giorno dopo giorno la sua opera crescere  come cultura individuale, come  famiglia, come  relazione sociale, come  possibilità di proiezioni  in varie direzioni, anche in senso  commerciale, secondo la logica dell’aspettativa umana, connessa con il naturale evento di successione cronologica, come se fosse possessore del suo tempo, pur breve, avendo, comunque,  moderata fiducia  e  speranza compatibile con l’età, nella convinzione di un’eternità genetica.

Così facendo, pur senza salti utopici, l’uomo, arrogantemente usurpa, si dice, natura e tempo, quasi fosse superbo della sua personale  costruzione, convinto del suo genio creativo,  che è risultanza di una vita realmente vissuta e di una continuità di lavoro, come se fosse realmente pars divina,  perché educato religiosamente  come figlio di Dio, padre,  di cui  ha  sacro timore, secondo la tradizione giudaica.

Il mondo classico parla, allora, di phtonos theoon, invidia degli dei e il cristianesimo di vendetta di Dio sul superbo arrogante.

In latino  il concetto  retorico di aprosdoketon  è espresso come fulmen in clausola o come in cauda venenum, come se l’autore – di solito è  Marziale  che lo usa –  facesse un’operazione di una stoccata conclusiva finale, come  di un fulmineo colpo  di un gladiatore che chiude definitivamente la partita proprio quando stava per soccombere, come di uno scorpione che, alla fine, vince colpendo col suo mortale veleno caudale.

I latini sono uomini convinti di essere ognuno faber suae quisque fortunae, anche se rilevano la disgrazia di Emilio Paolo vincitore fortunato a Pidna, trionfante su Filippo V, re di Macedonia, rimasto senza figli maschi, pochi giorni dopo il suo trionfo (due gli morirono naturalmente  e gli altri  legalmente perché erano stati adottati da famiglie prestigiose)…

Dunque, aprosdoketon è usato  specialmente nell’epilogo di un epigramma e di una vicenda comica o tragica   e  vale in effetti come una battuta finale inaspettata, paradossale, che stupisce il lettore o lo spettatore che ne rimane sbigottito: l’ekplecsis  è lo stato finale di chi, colpito, resta intontito come fuori di sé per qualche attimo, tanto che  l’autore del Peri upsos  parla di Ekstasis/ fuoruscita di mente.

Il Dio cristiano per i Padri Orientali ed Occidentali, nutriti di Paolo e della sapienza evangelica,  fa la storia dell’uomo a suo piacimento ed arbitrio e porta a giusto compimento ogni cosa, facendo partorire dal male il bene, dando funzione all’inetto, dando potere al debole  sovvertendo ogni valore e considerazione umana razionale.

Dio, secondo Paolo ( 1 Corinzi)  confonde i sapienti, abbatte i potenti ed innalza gli umili…perciò per l’uomo adamitico esiste la morte,  per l’uomo che vive di Cristo esiste la resurrezione. Cristo fu risvegliato dai morti  ed anche il cristiano lo sarà. Come per un uomo esiste la morte così per un Uomo (cristiano) esiste la risurrezione…Tutto si muta,  tutto finisce, tutto si consuma, la stessa conoscenza katarghthhsetai si dissolverà….

Per i Vangeli il cielo e la terra passeranno, le mie parole non passeranno Luca 21,33; gli ultimi diventeranno primi e i primi diventeranno ultimi Matteo 20,16 …

E’ una visione escatologica ed apocalittica, propria di scrittori giudaico-cristiani, ed anche platonico-stoici, che, comunque, hanno una elpis, quella di un’altra vita utraterrena, un regno dei cieli come dimora dei giusti,  che la  conquistano con una  vita di sacrifici e di dolore,  a seguito di profonde lacerazioni  materiali,  pur circondati dal  male  e fiduciosi in Dio Padre, che sarà il giudice  che ricompenserà il breve soggiorno infelice con la beatitudine eterna.

Ora  per noi cristiani la Storia  con le sue peripeteiai, le improvvise mutazioni situazionali,  è nelle mani di Dio,  che ne  è il vero costruttore, il vero faber, unico artefice,  che  guida la nave tra le onde del mare, da esperto pilota,  mentre l’uomo creatura si illude di essere creativo costruttore, artefice della sua vita, di saper navigare il male esistenziale …

Peripeteia -deriva da peripiptoo che vale  cado circondato ( sottende  “da nemici “o “da onde del mare” , o “da fuoco”, da altri elementi pericolosi).

Dunque, peripeteia  rimanda all’idea di un qualcosa, in cui si piomba,  cadendo circondati tanto da non poterne uscire, se non dopo lungo tempo di permanenza, in uno stato di sofferenza,  e grazie a fortunate coincidenze…

Perciò, si può dire, generalizzando, che i due termini rivelano, insieme a tanti altri, il sistema retorico classico giudaico-cristiano, di cui sono strutture minime; si passa poeticamente  cioè dalla similitudine  alla metafora e religiosamente  al gioco simbolico ed allegorico  sulla base di due termini che sono messi insieme arbitrariamente, in quanto appartenenti a due aree semantiche diverse.

L’artificialità classica  poetica, se diventa consuetudine di vita mediante canto o rappresentazione  e  risulta rito ripetuto,  specie da masse guidate da un sacerdote,  trasforma i due termini da elementi complementari e  formali in sostanze reali assimilate e divinamente congiunte  in un unicum…

Gesù è per il cristiano nella quotidianità di vita come la manna nel deserto, …Gesù  è manna eterna rispetto alla manna caduca terrena,... Col rito della memoria dell’ultima cena,  Gesù diventa il pane della vita, data la continuità rituale , la ripetitività del fatto in comunità ecclesiali e il predominio culturale della romanitas, anche se in forme cristiane…

Perciò, la coscienza terrena quotidiana del male, che circonda  la luce come tenebra  e con  esso  la non presenza della dike giustizia, dell’armonia, del kosmos,  ha conformato l’uomo in senso manicheo... chiuso tra Dio e il suo antagonista, simbolo di luce e di vita il primo, di tenebra e di morte il secondo…

Allora, così circondato, io-mortale – a cui il sapere sacerdotale, teologale, scisso da giustizia, sembra un raggiro e non sapienza– sono incline a pensare non a un Dio ordinatore, pater, costruttore,  venuto perfino a salvarmi su questa terra,  a redimermi da peccati originali,  ma al Caos datore di  Bios vita e  di amore, nel suo vortice senza principio e senza fine, in cui si scontrano  e  si fondono gli opposti nel magma del divenire, in senso vitalistico infinito, autogenerantesi, in una continuità creativa.

La presenza oggettiva di male  come ingiustizia, come mancanza di armonia e kosmos  mi turba  tanto da farmi pensare che ogni disarmonia,  ogni forma ed ogni suo contrario, convivano in un unicum informe con tutte le forme difformi, ibride, innaturali, mostruose, prima ancora delle  idee  rappresentative  del mondo  terreno, secondo ottica antropologica, prima degli inizi dei tempi, come trionfo del Caos.

Un ribollire caotico di pulsioni primordiali  è  preferibile, come concezione,  ad un kosmos classico giudaico/cristiano…

D’altra parte classicismo e giudaismo hanno creato i miti  con la tragedia, col romanzo, con la Sapienza,  con la Bibbia,  con ogni forma letteraria collegata con la cultura manichea, antitetica,  e con essa la  retorica della theoria, che risulta una spettacolarizzazione di ogni cosa naturale, capace di attirare  e dilettare  e di insegnare l’esercizio   della mimesis/ imitazione dei modelli,  paradigmi di vita teatrali.

Ambedue, comunque, dipendono  culturalmente, data la vicinanza geografica dalla civiltà accadico-hurrita, influenzata dal RgVeda induista.

Genesi 1-2   sembra  dipendere da un testo cuneiforme del XIII secolo che tratta di tre re degli dei – Alalus, Anu e Kumarpi prima del sorgere del tempo cfr P. MERIGGI,in Atenaeum XXXI,1953,pp.101-103 , come  anche Esiodo per la nascita di Urano, Crono e Zeus :  in principio Elohim creò il cielo e la terra. E la terra era deserta e vuota e le tenebre erano sulla superficie dell’abisso  e lo spirito di Elohim aleggiava sulla superficie delle acque…

La cultura ebraica, con Elohim (al plurale-gli dei), rimanda ad una  base politeista mesopotamica, e si lega al mondo vedico…

In Rg.,X,129, infatti, si legge Cfr. R.PANIKKAR, I Veda,BUR,2001):

in principio non vi era essere né non essere / non vi era l’aria né ancora il cielo al di là/ che cosa lo avvolgeva? dove? Chi lo proteggeva?/ c’era l’acqua insondabile e profonda?//non vi era morte, allora, né immortalità/di notte e di giorno non vi era alcun segno/l’Uno (tad ekam) respirava  senza respiro, per impulso proprio/oltre a quello, non vi era assolutamente nient’altro.// Tenebra vi era,  Tutto avvolto di tenebra / e tutto era Acqua indifferenziata. Allora/ quello che era nascosto dal Vuoto, quell’Uno, emergendo/agitandosi, mediante il potere dell’Ardore, venne in essere/ in principio Amore sorse...cfr.  www.angelofilipponi.com Creazione del mondo.

Anche, dunque, il mondo classico giudaico-cristiano sembra rifarsi ai primordi, al Caos,  in cui ogni uomo è stato  informe  e a cui  personalmente, alla fine della vita, desidero rituffarmi, nel magma fluidico dell’essere,  indistintamente, nel vuoto assoluto,  io con Stefano, mio nipote autistico, in un abbraccio informale, impossibile nella realtà…

 

Corpus Domini 1264

 

 

Transiturus de hoc mundo  è  la bolla papale, del 1264 , che istituisce  la Festa con la processione del Corpus domini  e completa il lungo processo dottrinale sulla  transustanziazione, trasformazione oltre la sostanza  del pane e del vino  in Corpo e sangue del Cristo, sancita come dogma dal  IV Concilio Lateranense del 1215, controversa  fino  ad allora  …

L’ultima grande controversia con disputa accademica c’era stata tra Berengario di Tours (1098-1188) e  Lanfranco di Bec in Normandia, poi arcivescovo di  Canterbury.

L’uno in De sacra cena adversus Lanfrancum  affermava, nel 1147, che il pane e il vino sono simboli e  non reale corpo  e sangue di Cristo come sosteneva l’altro, il suo avversario, sulla base di Paolo e di Giovanni evangelista .

Berengario fu condannato in vari Concili e alla fine  fu costretto a ritrattare  anche se per lui Matteo Marco e Luca dopo la celebrazione  del mysterium eucaristico. neppure aggiungevano fate questo in memoria di me…

ll papa  Urbano IV , Jacques Pantaléon,   istituì , dunque,  la festa del Corpus domini, la fissò per il giovedì che segue la domenica della Pentecoste   ed affidò l’ufficio rituale della solennità a Tommaso di Aquino (1225-1274), un domenicano allora in convento ad Orvieto…

Due eventi sono alla base di tale festività: uno storico, la battaglia di Montaperti , 4 settembre del 1260, vinta dai Ghibellini  senesi contro i guelfi fiorentini; uno  mitico-religioso del miracolo di Bolsena.

E’ opportuno spiegare i due eventi contestualizzandoli, da una parte nell’Italia centrale, in Toscana,  lacerata tra ghibellini, filo -svevi e guelfi, filo-angioini, in un revisione seria non solo dei fatti avvenuti  in quel quattrennio , specie religiosi,  ma anche  dei ruoli e delle funzioni degli uomini, implicati nella storia…

Alessandro IV (1256-61)  è  papa  favorevole ai fiorentini e contrario ai senesi, ostile  alla politica  imperiale  di Manfredi, figlio di  Federico II e di Bianca Lancia , molto legato con  i diplomatici  di Luigi IX e di suo  fratello Carlo di Angiò  e profondamente connesso con i movimenti religiosi gallicani…

Alla sua morte nel 1261,  i cardinali  presenti ( circa otto o nove) ,  sono lontani da  Roma, -dominata dalle potenti famiglie romane, che insieme col popolo dovrebbero, secondo lo statuto di papa Gregorio VII,   ratificare la nomina ufficiale, fatta dai cardinali, nonostante le tante elezioni illegittime – e risiedono  ad Orvieto  e non riescono a puntare decisamente su  un nome.

Dopo lunghe e vane trattative due cardinali, Riccardo Annibaldi e Giovanni Gaetano Orsini, indirizzano gli altri sulla persona di un prelato non facente parte del collegio cardinalizio, il patriarca di Gerusalemme.

Questi, venuto  da Viterbo ad Orvieto, per relazionare sulla situazione della città santa,  -ormai circondata dagli Ayyubidi  egizi , rinvigoriti dopo la vittoria sui crociati di Luigi IX,  non più protetta dalle navi  dei genovesi e dei veneziani, in lotta fra loro per interessi commerciali- è sorpreso dalla nomina, ma accetta.

L’eletto, proclamato papa  dopo molte reticenze, è un francese che viene chiamato Urbano IV e prosegue nella linea politica del suo predecessore.

Questi, legato da decenni alla politica  del re di Francia e  favorevole al riformismo religioso francese,  è  incline a considerare il sacramento della Eucarestia  sulla base teologica del pensiero  di Tommaso come  essenziale per il cristiano che,  grazie alla  transustanziazione  – cioè alla trasformazione  e al vero passaggio, ad opera dello Spirito Santo, dalla sostanza naturale della  materia del pane e del vino alla sostanza del  corpo e del sangue  di Christos, -può nutrirsi  con un cibo divino e vivere divinamente.

Per  Tommaso (De venerabili sacramento altaris), infatti, non solo  la sostanza del pane  rimane  intatta,   pur trasformata in Cristo, pur restando integri gli accidenti e le qualità del pane ,  ma anche resta unitaria  come corpo di Cristo, anche se il pane si duplica o si fraziona in parti  per la distribuzione ai fedeli e a causa del frazionamento, fatto dal sacerdote …

La bolla papale e la  politica romana  sono tipica espressione della superiorità  del guelfismo con gli eserciti in formazione di Carlo d’Angiò, grazie ai banchieri toscani,  destinati alla vittoria a Benevento (1266) e  sottendono l’investitura angioina, nel Meridione d’Italia  a scapito degli  svevi  e una serie di dispute teologiche,  anche se già sopite, dopo l’ultimo concilio lateranense.

Eppure  Giovanni (Vangelo, 13,1-20 )   durante la lavanda dei piedi, nell’ultima cena , mostra il Cristo,  che invita i discepoli a lavarsi i piedi reciprocamente, senza fare distinzioni e dice : upodeigma gar  edooka umin  ina, kathoos  egoo epoihsa, umin kai umeis poihte/io infatti vi ho dato un esempio  perché ,come ho fatto io, facciate anche voi… Si noti che in questa sede   viene usato upodeigma che vale  modello, esemplare  per chi imita nel rifare le stesse azioni.

Giovanni (6,1-14) in altra situazione, dopo la moltiplicazione dei pani dopo il monstrum del camminare sulle acque,  mostra  Gesù che parla  del pane della vita  ricordando a chi lo segue : voi mi cercate non perché avete visto prodigi,  ma perché avete mangiato dei pani  e vi siete saziati : procuratevi non il cibo che si consuma  ma il cibo che dura per la vita eterna. quello che vi darà il figlio dell’uomo, perché il padre, Dio, segnò lui col suo sigillo…

Giovanni seguita, mettendosi dalla parte dei discepoli, che chiedono  di quel pane che scende dal cielo e che dà la vita al mondo ed  aggiunge che  Gesù , tra i mormorii della folla, dice: io sono il pane della vita,  chi viene a me non avrà più fame e chi crede in me non avrà  più sete …  io sono il pane disceso dal cielo  e ribadisce, mentre crescono i mormorii  6,48 : chi crede ha la vita eterna.  Io sono il pane della vita, i vostri padri mangiarono  la manna del deserto  e morirono . Questo è il pane che scende dal cielo perché chi lo mangia non muoia. Io sono il pane vivo disceso dal cielo. Se uno mangia questo pane, vivrà in eterno. E il pane che darò io  è la mia carne  per la vita del mondo. A queste parole, sorte questioni,  Gesù così risponde: se non mangiate la carne del Figlio dell’uomo e non  bevete il suo sangue non avete la vita in voi . Chi mangia la mia carme  e beve il mio sangue ha la vita eterna ed  io lo risusciterò. nell’ultimo giorno… 

Poi Gesù, rispondendo ai giudei che dicono che i loro padri mangiarono la manna come pane venuto dal cielo e morirono, afferma: in verità in verità vi dico: se non mangiate  la carne del figlio dell’uomo e non bevete il suo sangue  non avete la vita in voi. Chi mangia la mia carne  e beve il mio sangue  ha la vita eterna ed io lo risusciterò  nell’ultimo giorno. Infatti la mia carne  è vero cibo  e il mio sangue è vera bevanda  Chi mangia la mia carne  e beve il mio sangue dimora  in me ed io in lui. Come il padre  che vive, ha mandato me ed io vivo  a causa del Padre, così chi mangia me, vivrà anche lui a causa di me….53-58 

Ancora di più  nel corso dei secoli  ci sono  contrasti   sulla tradizione eucaristica  di Ireneo (130-202) e di altri , che poggiano la loro  lettura  più che  sulla base di Luca 22,7-38 ,  di Marco 14,12-25 e Matteo, 26,17-29,   su quella di Paolo 1 Cor.,11,23-26.

I tre evangelisti, sinottici, infatti,  hanno, grosso modo,  la stessa terminologia, ma non hanno fate questo in memoria di me: preso del pane e, benedettolo,  lo spezzò e dandolo ai discepoli, disse: prendete e mangiate: questo è il mio corpo  Poi, preso il calice,  dopo avere reso grazie, lo diede  loro dicendo:  Bevetene tutti poiché questo è il sangue dell’alleanza  che viene versato per molti  a remissione dei  peccati.

 Dunque, solo Paolo racconta il fatto della cena del signore 1Cor.11,17-34 nel quadro di una situazione  difficile, in cui sono necessari rimproveri per i dissensi e per le depravazioni  dei Corinzi, indicazioni prescrittive precise sul matrimonio e sul celibato  e sull’uso delle carni sacrificate per gli idoli, in una volontà di proporre un modello di vita (siate imitatori  miei, come anch’io lo sono di Cristo/ mimetai mou ginesthe, kathoos kagooo Khristou).

Tutto il discorso, comunque,  è in relazione alla volontà di  riportare l’ordine nella assemblea  tanto  che il tarsense aggiunge:  Gesù prese del pane e dopo aver reso grazie/ eucharisthsas,  lo spezzò e disse: questo è il mio corpo per voi /touto mou estin to sooma to uper umoon;  fate questo in mia memoria  /touto poieite  eis emhn anamnhsin. Ed ancora  Paolo narra che Gesù, dopo aver fatto altrettanto col calice, dopo aver cenato dice :questo calice è il nuovo patto ,nel mio sangue; fate questo ogni volta che bevete, in mia memoria/eis emhn anamnhsin (anadiplosi)

Il successivo discorso è connesso col telos /fine che è quello di dare la prescrizione di riunirsi  per mangiare insieme e di aspettarsi l’un l’altro… perché chi indegnamente beve il sangue mangia il corpo  sarà colpevole del sangue e del corpo del Signore e di invitare  chi ha fame a  mangiare a casa propria  affinché voi,-discepoli- non cadiate in un crimine  condannabile/ ina mh eis crima sunerchhsthe.

Altri avevano letto i passi paolini  senza andare oltre l’interpretazione metaforica, sulla scia dei Padri orientali  perché  temevano di cadere  se si procedeva secondo allegoria,  in forme di antropofagismo pagano o di finire in riti misterici come quello dionisiaco o orfico.

Urbano IV,  avendo conosciuto l’insegnamento della tradizione orientale  aveva, pur seguendo Tommaso, preferito  chiamare la festa del  Corpo del signore e non  dell’Eucarestia, conscio  che non si doveva definire per metonimia   la manifestazione  completa del mysterium  della transustanziazione  con  il  ringraziamento che   è  pars accessoria del tutto sostanziale cioè della trasformazione del pane e del vino  in corpo e sangue del Cristo, nonostante che conoscesse perfettamente  il valore di ekchunoo –  spargo e diffondo il sangue di una vittima  sacrificale   e il problema di uper polloon (o polloisper molti .

Inoltre il papa, molto favorevole  a considerare il sacramento eucaristico  come  il patto nuovo di alleanza -kainh diathekh,- connesso   con la Pasqua (morte e resurrezione del Cristo) e con la Pentecoste (discesa dello Spirito santo),  si collegava alla tradizione francese  in quanto era molto devoto di   Giuliana de Cornillon (1192-1258), una  mistica  morta in odore di santità,  che in vari momenti della vita aveva  avuto visioni, Famosa quella della luna piena, listata di nero ed ancora  di più quella di Cristo che le chiedeva di impegnarsi a far istituire la festa dell’eucarestia, che in  Troyes e in altre zone, specie Liegi, veniva già celebrata, pur senza l’autorizzazione papale…

L’evento di Bolsena  viene a fagiolo,  risulta  una manna per Urbano IV !

Era accaduto che, nella primavera del 1263, un sacerdote boemo, Pietro da Praga, in pellegrinaggio a Roma, si era fermato a Bolsena e, nel celebrare la messa, ebbe dubbi sul dogma della transustanziazione,  Il prete, spiegato il corporale  in nove parti ( è  quel  tovagliolo quadrato  di lino posto sopra il calice! )  vide l’ostia sanguinare  sul corporale e subito l’avvolse in esso  e fuggì in sacrestia. Nel tragitto caddero delle gocce sul pavimento ed alcune sui gradini.

Il papa apre subito un ‘inchiesta sotto la direzione del vescovo di Orvieto per chiarire ogni momento del fatto , subito ritenuto reale dalla pars guelfa…

L’inchiesta  è subito chiusa e l’evento è giudicato soprannaturale  da Urbano IV, che – considerato il suo rafforzamento come pontefice dopo l’elezione di molti cardinali francesi, vista la vicinanza del  grande teologo aquinate , vincitore nelle tante diatribe parigine,  stimate veritiere le profetiche visioni di Giuliana –  rileva il piano provvidenziale, come applicazione dell’oikonomia tou theou, come avvento di una nuova epoca , quella del trionfo del guelfismo,-che sancisce la fine del ghibellinismo, e scrive  con tono enfatico la bolla… La festa, dopo la morte del papa …  dopo breve tempo decade…e viene rivitalizzata nel concilio di Vienne nel 1314 ,,,e resta molto controversa fino al Concilio di Trento 1545-1563, quando viene di nuovo imposta …

Amici miei, Betto e Tonino, Emma e Gianna, non è preferibile documentarsi e sapere ( e poi, magari, credere!)  al credere  ciecamente, senza alcuna  informazione?

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“Filioque” e il concilio di Toledo

Il III concilio di Toledo e Homelia de Triumpho ecclesiae ob conversionem Gothorum (CPL 1184) sono basilari per la cultura  cristiana occidentale , che completa il pensiero sulla ekporeusis processione dello Spirito Santo,  che viene definito come Persona  che procede dal Padre e dal Figlio.

Nel vangelo di  Giovanni 15,26 si  trova scritto  o para tou patros ekporeuetai e si parla , in epoca antonina , dello  Pneuma Agion/ Spirito Santo .

Viene usato  da Giovanni  il termine ekporeuomai (non ekporeuoo) per intendere che dal Padre  deriva, in quanto inviato, lo Spirito, da leggersi in chiave gnostica e plotiniana , secondo emanazione…

La lettura giovannea  è resa bene ad opera dei padri consiliari a Nicea  ma poi  è modificata sostanzialmente  nelle precisazioni  del concilio  di Costantinopoli  che sono aggiunzioni dottrinali a seguito dello studio di uomini, come i cappadoci, e specie di Gregorio di Nazianzo.

Questi  in due Orazioni  (31 e 41) affronta il problema ed è chiaramente in grave difficoltà nello spiegare ad oppositori ariani e ad altri eretici, che lo  Spirito  Santo deriva dal Padre tramite il figlio usando all’attivo e al passivo il verbo ekporeuoo,/procedo .

Da ekporeuoo si forma il sostantivo, derivato, ekporeusis, come da procedo latino deriva  il nome processio…

Girolamo  ed Agostino  accettano la lezione orientale, senza entrare in merito all’equivoco e all’anfibolia  terminologica, dato il diverso valore di procedo e di processio.

 Procedo , in latino,  non  ha esattamente lo stesso  valore di  Ekporeuoo nè  quello di ekporeuomai in greco, e  il termine processio latino a Roma, in Italia e in Occidente   non è neanche simile a ekporeusis che vale  il procedere  cioè la processione, la derivazione come marcia di un popolo che precede  un personaggio importante ( di norma un governatore provinciale inviato dal senato e dall’ imperatore o  il pontifex maximus nello svolgimento dei riti pagani;  a Costantinopoli ,  Nuova Roma, e in Oriente, invece   la processione è un fatto religioso cristiano,  come celebrazione di un rito o come festosa partecipazione popolare ad un avvenimento religioso o spirituale cristiano…

Sulla  differenza tra processio in latino e ekporeusis in greco ci sono molti problemi culturali in relazione ad una terminologia ambigua, volutamente lasciata equivoca per lasciare insoluta la questione, grazie all’uso di sinonimi.

Neanche è possibile capirsi tra cristiani cattolici occidentali  cristiani ed ortodosso orientali: lo Spirito procede dal Padre attraverso il Figlio (dià tou uiou),  per gli ortodossi che si oppongono agli ariani  e che così spiegano  la processione dal Padre e dal Figlio, senza intaccare l’unità della Trinità , sulla base di un unico principio divino…

Questo si chiarìsce parzialmente  al concilio di Firenze 1439 senza risolvere  la questione, per l’imperizia  tecnica dei latini che ostentavano il principio del Filioque del concilio di Toledo e seguivano la tesi di  Leandro di Siviglia , sostenuta da papa Gregorio Magno…
A Nicea si era stabilito che lo Spirito santo procedeva dal Padre  secondo la traduzione latina (ex patre procedit).

A Toledo invece Leandro ed Isidoro,creando un rito nuovo cattolico in opposizione all’arianesimo, da cui si allontanava Recaredo I nel 589, aggiungevano arbitrariamente Spiritus sanctus ex patre filioque procedit. traducendo il testo greco secondo il significato  generale greco…

La questione  della disparità di significato non era sfuggita già  a Fozio (820-893) che nella  I elezione a Patriarca e poi nella II elezione tra le varie controversie con la Chiesa Romana -che si riteneva   primate dei cinque patriarcati – sulla base teodosiana, poneva oltre al celibato e all’eucarestia il problema semantico di  processione, divenuta per Gregorio di Nazianzo  lithos proskommatos  …kai petra skandalou /sasso di inciampo, pietra dello scandalo (Orazione 41,7)

Il santo prima invita   (in effetti ordina) a  confessare la trinità( thn Triada omologhsate) , poi  cerca di  spiegare lo Spirito Santo come  Dio  che ispira   a tutti la parola divina…

Cerulario ancora di più nel contrasto con il cardinale Umberto di Silva Candida, rappresentante papale,  nel 1054 ,  latore della scomunica di Leone IX,  ribadisce che lo Spirito Santo non procede dal Figlio ma solo dal Padre… contro la tesi  dello stesso  Gregorio di Nazianzo.. . che mostra la sua  tesi trinitaria  e fermamente rileva l’ousia dello Spirito Santo upostasis come il Pather e lo Uios  sia nella orazione 31 che nella 41, dove parla della  Pentecoste,  della discesa del Paraclito  come fuoco sugli apostoli, riuniti nel cenacolo, 50 giorni dopo la Pasqua …

Diverse sono le situazioni e le motivazioni di Gregorio  rispetto a quelle di Leandro e di Papa Gregorio Magno…

Per Leandro i la professione di fede  costantinopolitana fatta da Recaredo e dal suo popolo di Goti ,ariano, sottendeva un  Gloria Patri et Filio et Spiritui Sancto invece dell’ariano Gloria Patri per Filium in Spiritu Sancto …

Il vescovo di Siviglia doveva cambiare la formula per dare l’idea unitaria della Trinità , e fare in  modo da eliminare definitivamente le tracce dell’arianesimo  e  di ridurre al minimo le diatribe con l’ortodossia, data la non partecipazione del popolo al mysterium teologale  e la sua passiva accettazione, al contrario,  dei riti del segno della croce e della glorificazione dei  nomina divini…

Il patriarca di Costantinopoli, invece, diversamente dal vescovo  ispanico  si  trovava, poco prima del Concilio, nel 380,   nel  vivo della lotta con gli ariani e doveva  mostrare ancora il valore della Trinità  e del significato del Corpo del  Christos , del reale contenuto del sette e del 49 +  1  e del miracolo continuo della Pentecoste  nel fedele cristiano…

La  definizione dello Spirito santo  è una necessitas… e nonostante questo suo attenersi scrupolosamente alla verità christiana , è costretto alle dimissioni…

La figura dello Spirito Santo, rimasta imprecisata a Nicea, ma ora a Costantinopoli   precisata  da Gregorio  di Nazianzo,  autore dell’orazione Peri tou agiou pneumatos 31,  1-33,  resta, comunque, un ostacolo per l’unita dei cristiani…

Gregorio, anche se  grande retore, abile  a trattare la differenza tra ousia ed upostasis, a mostrare Dio uno e trino, ad evidenziare che la divinità è incompleta senza il riconoscimento dello Spirito Santo,  che è sostanza divina, che procede  ingenerato, increato… chiaramente si arrampica sugli specchi continuamente, ma procede nella sua  trattazione teologica  e specie sulla ekporeusis ..

Il discepolo di Proeresio (276-368 d. C.),  l’ amico di Basilio e compagno di studi di Giuliano l’apostata, è convinto di saper vedere le relazione di conoscenza del  Padre, generante Logos con  quella  di amore tra il Padre e  Figlio, generante Pneuma  Agion...ma non convince i suoi avversari… e nemmeno noi: il suo parlare è un parlare bello, risulta una theoria, uno spettacolo. ben rappresentato, un sermo ben argomentato, .. non certamente  alethhs…

Inoltre è  un episcopos,  esaltato  patriarca di Costantinopoli,  che  pontifica in senso dottrinale, cosciente che le tre upostaseis  formano un unicum,  tanto che la consustanzialità non implica necessariamente  la connumerazione  (cioè  1+1+1 non fa 3, ma  fa 1)…

Gregorio è così bravo in quanto  capace di trovare  sia nel Vecchio che nel Nuovo Testamento  l’immagine dello Spirito Santo,  che ora, come presidente del Concilio , detta  quattro aggiunzioni conciliari  mediante l’anafora insistita  di to: circa l’essere signore   e il dare vita (to kurion kai to zooopoion),  circa il procedere dal padre (to ek patros ekporeuomenon); circa l’adorazione e la glorificazione col Padre; (to sun patri sumproskunoumenon kai sundocsazomenon) e circa la sua ispirazione anche nell’ orazione 41 trattando della  Pentecoste parla dello Spirito santo …

Qual era il logion originario del “Sale”?

Voi siete il sale della terra

Voi siete il sale della terra  è l‘incipit attuale del logion di Matteo (5,13).
Sale della terra è un sintagma che è metafora in quanto il discepolo di Gesù è come il sale che rende saporita ogni cosa sulla terra.
La sottesa  similitudine  autorizza a dire che chi segue Gesù, oltre ad essere beato (makarios), è anche sale della terra e luce del mondo oscuro (logion successivo).
Ne risulta che le beatitudini (Matteo,5,3-12) e l’essere sale e luce sono  collegati insieme ed hanno un significato congiunto, costruito successivamente, quando già era stata costituita la Chiesa: la pericope è espressione retorica di una costruzione teologica legata ad un ambiente e ad un società che hanno bisogno ed interesse tali da creare una “sentenza”, sulla base di un logion di Matteo, preesistente
Ora personalmente ritengo  che al momento della stesura tachigrafica di Matthaios e quindi  all’atto del discorso di Gesù (maran  o aspirante meshiah, prima  del regno o durante il periodo della regalità )  le beatitudini non erano così enucleate, ma erano del tutto sparse, come anche le maledizioni
Bisogna pure pensare che l’essere sale non era in relazione diretta con l’essere luce?
E’ probabile che  tutto inizialmente forse  era distinto e separato ed erano solo  logia che esprimevano i detti del Signore ( non kurios ma despotes, in quanto basileus-maran) in tipici momenti della sua storia  di uomo privato e di re, non di un Maestro.
Nella seconda metà del II secolo, invece,  quando viene costruita la Chiesa (grande) e c’è la necessità di opporre i veri discepoli a quelli gnostici, la vera dottrina a quella gnostica di Valentino e Basilide (forse ad Alessandria) viene fuori la funzione del macarismo con i compiti del cristiano, inteso come apostolo-inviato, che deve essere sale della terra e luce del  mondo…
Dunque, tra la scrittura matthaica con una precisa semantizzazione basileica (in lingua aramaica con un’utenza palestinese -parthica)   e la riscrittura con nuova semantizzazione  (con la  lingua koinh, in relazione alla nuova utenza ellenistica ) c’è una diversa  impostazione in quanto i fruitori sono differenti ed hanno una logica opposta, collegata con le diverse realtà  sociali e storiche…

Ora il bacino di utenza è tutta l’area commerciale, non solo mediterranea ma anche quella del Mar Nero e del Bosforo cimmerio ….
I fruitori invece aramaici, che  erano nel periodo dell’attesa del malkuth o lo avevano realizzato, erano makarioi  e si sentivano sale della terra in quanto avevano condito (thabal condire),  dando sapore, grazie  alla regalità messianica, ad ogni cosa  terrena  ed, avendo il Meshiah, attendevano gli eventi escatologici e la realizzazione eterna d’Israel: essi puri e  lucenti, come gli esseni, avevano vinto le tenebre (e la Romanitas)  vedevano splendere  in alto come  su un candelabro  Gerusalemme radiosa e luminosa, dominante su tutti i popoli vinti…
I cristiani ellenisti, dopo l’evento della sconfitta di Shimon bar Kokba (Giustino, Dialogo di Trifone), nel momento gnostico, fondono insieme  i logia matthaici. creando una nuova legge,  che doveva essere  un sostituto/ tupos  del messia, legge vivente (nomos empsuchos) e creano secondo formule asseverative, come risultanze sintetiche di un lungo lavoro tecnico retorico, l’ideale del buon cristiano  e ne  scrivono i compiti e le specifiche funzioni, in relazione alla missione dei discepoli del Kurios-signore che ha dato loro il kerugma della diffusione evangelica, in precisi luoghi e in particolari situazioni sociali …
Allora tutto il logion del sale ha significato a seconda della lettura e degli utenti: la  comprensione del periodo ipotetico della possibilità  di II tipo con la protasi  ean ..moranthh (qualora diventerà insipido –thaphal-) e con l’apodosi con che cosa si salerà?, non è facile capire, ma si può afferrare se si ha presente il tanto sale  del Mar Morto inutilizzabile  (o quello della Mareotide alessandrina o del Lago Salato della Licaonia-Tuz Goelu- ), calpestato  da cristiani locali,  i cui capi sentono la necessità di fissare, di organizzare nuclei semantici e di schematizzare contenuti teologici ..o quella della palude Meotide (Mar d’Azov)….
Il sale ha valore  ai fini del condire i cibi  e, quindi,  se il cristiano/sale diventa  insipido e stolto (moraino vale sono moros cioè pazzo, stolto, insipido, sciapo, stupido), non ci sarà la salatura della terra, non ci sarà la luce nel mondo), non avendo funzione, sarà gettato per terra e  calpestato.
E’ chiaro che il logion non è quello originario, ma è quello ricostruito da cristiani ellenisti che,  vista la fine del giudaismo romano, la galuth, hanno un ricordo della escatologia e del messianesimo e vivono il momento apocalittico, dello svelamento, cosci della necessità della funzione cristiana di essere sale e luce, in una separazione netta dalla cultura giudaica e da quella gnostica.
Certamente il testo originario, che Panteno ritrovò in India, con questo specifico logion,  aveva ben altro valore  in senso messianico, entusiastico, trionfalistico: in esso non c’era nemmeno la possibilità di diventare nabal (stolto), in quanto Thaphal: tutti erano makarioi  (compreso  Levi- Matthaios che registra il pensiero regale), euforici  per la realizzazione del malkuth, in quella Pasqua essenica  del 32 d.C ,  pochi mesi dopo la morte di Elio Seiano…
Allora i seguaci mangiavano insieme pane e sale e non avevano contese per il primato, ma erano eguali uniformati ad essere bambini (talja’- piccolo di donna o di pecora) ed avevano la pace, quella  propria dei vittoriosi, di coloro che avevano vinto ed attendevano l’ultima ora e il trionfo  definitivo del resto d’Israel …
Dunque, nella fase escatologica Sale originario  è collegato con pace, in quella apocalittica sale è connesso con discordia, lotte per il primato, con la possibilità di diventare insipido e quindi  di deviare dalla retta via  e con la necessità di essere o di tornare ad essere  pedion  e diaconos (bambino e servo),  se si vuole entrare nel regno dei Cieli…
A me risulta , perciò, che ci sono due  logiche, del tutto diverse, a seconda dei tempi e che la stessa figura del Signore (Kurios e despoths) è cambiata  in quanto essa ed è diventata quella del Maestro (didaskalos/ rabi), che, secondo il pensiero di Clemente Alessandrino,  ammaestra i mathetas/apostolous  che formano il fedele

 

La cultura dell’infanzia

Colere infantem

Professore, perché non è stato mai trattato effettivamente il tema di  La cultura  dell’infanzia in Italia né  quello sui modi di concepire il ragazzo?

Non si può dire che non ci sia una cultura dell’Infanzia in Italia, anzi si può dire che il tema è antico  in quanto trattato dai greci e, poi, dai latini.
La metafora colere infantem/coltivare l’infante il non parlante  rimanda ad una coltivazione  del bambino  considerato come una piantina.  L’immagine è tipica del registro agricolo,  centrato su colere,  che sottende studium (amore e specifico interesse)  e cura (amore preoccupato ed ansioso) e su infans, inteso non solo nella fase iniziale  afantica  ma anche quella fantica  fino alla pubertà, secondo le linee proprie della pedagogia greca e di Quintiliano.
Anzi bisogna affermare che sempre si è discusso,  parlato della cultura dell’infanzia, limitatamente all’educazione, basata giustamente sull’educare (educere ad ) come processo modificante, che porta  progressivamente dal non conoscere al  conoscere,  procedendo sulla base dell’errore  per dare correttezza grazie anche all’esercizio,  sotto la guida di un ductor, maestro, secondo linee di unitarietà, dinamicità, priorità, prospettività.  Se, dunque, da una parte, c’è stata un’attenzione alla cultura dell’infanzia, da un’altra, in un certo senso,  bisogna confessare  che non esiste una vera cultura dell’infanzia  in quanto, nonostante il rispetto al pensiero quintilianeo, espresso con Maxima debetur reverentia puero, l’insegnamento  è stato  un insegnare, mediante signa,  propri dell’adulto, che guida, in un unilaterale lavoro secondo il sistema conformato e convenzionale sociale, economico, politico,  teso a formare mediante modelli preesistenti il discepolo. conformandolo nella cultura  esistente,  in aggiunta e in rapporto con il condizionamento del contesto e dei media secondo un’impostazione  specifica dell’erudizione (e.rudis passare dalla rozzezza alla civiltà, dall’informe struttura giovanile al sistema della maturità moderato). 
Praticamente non si rispetta l’infante, ma lo si condiziona creando un esemplare della stessa conformazione dell’adulto in quanto si ritiene giusta la definizione del giovane immaturo e dell’adulto maturo, secondo una tradizione marcatamente maschilista e senile.
Sembra che solo in questo ultimo ventennio, almeno sul piano teorico, in Italia si sia entrati correttamente nella cultura dell’infanzia, grazie specialmente ai contributi dell’antropologia, dell’etologia, della linguistica (in senso semantico, e socio-psico-semiologico), della epistemologia e della docimologia: da queste scienze viene la lezione tecnica sullo studio e sulla cura dell’infante.
Lo studio sistemico del bambino (anche in senso neuropsichico ed auxologico), la sperimentazione sulle aree affettive, motorie, cognitive, sociali, l’osservazione sistematica  dei comportamenti  a seconda della fascia di età in relazione ad un processo auxo-socio-psichico  e soprattutto il rilievo dato al linguaggio, come chiave di lettura  dell’universo infantile, autorizzano in situazione una operatività sulla base di una diagnosi  valutativa (riferita ad un’ anamnesi specifica) che permette un costante orientamento  operativo e formativo, in rapporto all’effettivo sistema culturale informativo, senza modelli, ma solo con paradigmi esemplari. In tal senso si è sviluppato anche in Italia un processo culturale  puerocentrico, non una cultura infantile. Questa si basa sulla conoscenza del bambino, visto come costruttore fantastico e sentimentale di un mondo, esaminato dall’angolazione ludica puerile, senza l’ottica funzionale adulta, il quale si muove per conoscere sé  e il proprio corpo, socializza per porsi in un continuum ludico,  che, però, avendo già i segni della funzionalità  e della razionalità, non deve essere turbato   da interferenze dell’ adultismo, specie se coercitive.

Che cosa comporta, professore, una cultura dell’infanzia così intesa?

Comporterebbe (meglio usare il condizionale che traduce la non possibilità di attuazione sul piano operativo  con le sottese frustrazioni di questi ultimi anni)  un radicale cambiamento  del sistema politico (anch’esso vecchio e modellato su criteri da una parte comunisti togliattiani e quindi sovietici, e da un’altra liberale e quindi anglosassone  ed americano) sociale-cristiano (caritativo ed assistenziale), culturale e scolastico in quanto una microstruttura, affetta da malattia,  non può essere curata settorialmente  con interventi locali e puntuali poiché è segno di un sistema malato,  che, perciò, deve essere integralmente sanato. Ora il sistema scolastico, malato, infettato ulteriormente dagli altri sistemi,  con cui interagisce, non favorisce il tentativo, necessariamente teorico, di pochi che procedono paradigmaticamente in situazioni concrete, ma parziali e limitate, operando, seppure efficacemente, in condizioni di disagio. Inoltre per la nascita di una cultura (risultanza di un processo eruditivo, educativo, formativo, come somma di competenze , abilità e capacità, esplicate sul piano pratico in situazioni oggettive, coerentemente  ad una decisionalità per una ruolizzazione) necessita  la compresenza di forze interattive  già ruolizzate e mature, capaci di orientare grazie ad operazioni docimologiche, strutturali sistemiche. Ora, col bambino coagiscono ed interagiscono famiglia, società, scuola, stato  con compiti, considerati diversi, ma in effetti eguali se si tiene presente il fine  educativo e/o formativo, specie se il procedimento è univoco sul piano dell’unitarietà metodologica.
Ne consegue che nel momento operativo scolastico (sia strutturale che sistemico) le singole fasce,  turbate nella loro sfera,  operano saltuariamente ed irrazionalmente,  impedendosi reciprocamente, non raggiungendo gli obiettivi, disperdendosi in un lavoro settoriale, burocratico e quotidiano: una prova è il consiglio di classe dove le  componenti genitori, alunni, insegnanti, si fronteggiano su posizioni diverse, senza avere la coscienza del loro ruolo specifico, dei compiti, delle funzioni in una libertà di metodo (utile ai fini del pluralismo democratico!) e varietà procedurale, con l’esigenza di una scansione programmatica e di rilievi esterni d’ordine disciplinare.

E’ dunque da ipotizzare  una nuova tipologia di insegnamento?

Ritengo che non si possa insegnare se non si stacca nettamente l’alunno, la scuola e la cultura dell’infanzia dall’ambito della città (intesa come il mondo delle interferenze politiche sociali economiche ecc) e non si situi in zone lontane dalla cultura ufficiale, convenzionale, conformata dell’adulto: ci vogliono strutture ed edifici scolastici lontani dalla vita cittadina, dove far crescere la pianta dell’anthropos, secondo le concezioni umane funzionali razionali scettiche: molti conoscono i miei progetti di scuola separata  in zone agricole, in immense aree  sia per i ragazzi (3-13) che per giovani (15-18).
Comunque. a mio parere,  se si fa un’analisi  superficiale sulla scuola e si procede statisticamente  va a finire che la scuola italiana è una delle migliori in Europa perché  conforme ai suoi compiti primari  di formazione e di educazione generale e capace di dare, a certi livelli, possibilità occupazionali e professionali come per il passato.
Se si fa uno studio  serio e mirato  alle singole strutture e poi si valuta l’intero sistema  di insegnamento-apprendimento si rileva un disagio in tutti gli operatori scolastici, una crisi culturale, un malessere diffuso.
L’insegnante in un sistema  basato sullo scambio culturale in un continuo passaggio dalla fase di ricevenza a quella di emittenza  e viceversa  in una variabilità situazionale,  è vittima incolpevole.
Egli è stato abilitato all’insegnamento senza la necessaria preparazione pedagogica, psicologica,  docimologica per cui la sua possibilità di insegnamento (dal tardo latino insignare incidere, imprimendo signa, segni  come marchi  di riconoscimento sul bestiame in un codice agricolo) non marchia alunni, che  sono di un altro codice.
Inoltre né l’insegnante né l’alunno conoscono la comunicazione che sottende un processo  non direttivo, ma paritario, che trasforma la superiorità dell’adulto, che imprime segnali, in cooperazione e cogestione, sulla base di dati informativi in uno scambievole aiuto in una interazione psico-sociale, in un ritrovamento dei comportamenti  individuali dei singoli giovani cointeressati  all’argomento e al problema, tesi a passare  da uno stato di dipendenza  a quello della partecipazione, al fine di consentire, non assentire.
D’altra parte con la comunicazione la competenza si sostituisce alla superiorità  gerarchica, in quanto non c’è lezione con l’insegnamento tradizionale di un lector medievale.
Questi aveva abilità  di lettura  ed insegnava  tramite la conoscenza  delle Sacre Scritture  in un tentativo  di tradere la cultura del passato al presente per un’ attualizzazione  concreta: l’insegnante, invece,  ha la docenza,  cioè  una risultanza  di conoscenze  interrelate  in una visione sincronica, che ne sottende una diacronica,  con valutazione dell’asse unitario sincronico-diacronico, per una proiezione  possibile  in un sistema ordinato,  le cui strutture funzionali  si esprimono in una fusione operativa  continua nella prassi  quotidiana.
La docenza implica un’informazione ampia e rielaborata  personalmente data per una ricerca oggettiva  regolata, a seconda  delle esigenze  dell’alunno e della classe,  già tramata in uno schema  paradigmatico e sintagmatico, metodologico, che autorizza una decisionalità in situazione lavorativa, tagli, riconversioni (specie in caso di errori e deviazioni tematiche e procedurali).
Di conseguenza la docenza comporta  professionalità di chi docet  insegna, svolgendo una funzione educativa di avvio, di guida di orientamento nella ricerca del Sàpere (esperienza conoscitiva, intesa come crescita  dell’essere, individuale, che assapora , provando ciò che càpita).
Docere diventa così un insegnare pratico  in quanto  autorizza  a mostrare i passi da fare, la via da seguire  marcando i signa  le orme  spiegando il percorso  formando un iter  sempre nuovo  in un’ evidenziazione  delle abilità decisionali in rapporto alla situazione  storico-socio-economico-politica, culturale e letteraria, in relazione all’altro viandante , nel rispetto della contestualità altrui e per un vantaggio personale: esso è anche segno di autorevolezza di un’ auctoritas riconosciuta.
Docere è segnare  i connotatori, dopo aver fatto la situazione  in una ricostruzione  del sistema-struttura  per fare un punto situazionale  al fine di un intervento costruttivo sull’altro, sulla base della conoscenza scolastica.L’insegnante però , formatosi crocianamente (magari) attento talvolta  al nesso opera -ambiente, segue, a volte l’angolazione desanctisiana e gramsciana e crede di poter dare la sua preparazione  scolastico-nominale, come informazione, all’alunno. Non riesce, però, in tale operazione perché,  avendo  tale formazione e seguendo i programmi ancora gentiliani, non ha effettiva competenza  (come sistema di conoscenze acquisite sul piano lessico-morfosintattico, su quello semantico e referenziale – e tanto meno una abilità esecutiva  che  permetta  di fare una situazione storica  tale da confrontare col presente,  in modo da fare proiezioni per un intervento costruttivo).
Egli non ha una professionalità come il medico che dall’esame mediante anamnesi  e da quello diretto  strutturale in situazione,  può diagnosticare  e dare una terapia  su base probabilistica,tuzioristica, in relazione al quadro  contingente delle analisi cliniche: non è abilitato ad un lavoro sistemico-strutturale  e tanto meno ad una valutazione con giudizio epistemico,  essendo preso dal nominalismo e dal nozionismo ideologico. E’ abituato, in una continua  ripartizione  dei programmi ministeriali, a procedere  in un faticoso, quanto inutile  lavoro di manovalanza intellettuale, che lo costringe ad obbedire a certe scadenze trimestrali o quadrimestrali e a dare “quantità  informativa”. Non ha neppure possibilità effettive di programmare, progettare, pianificare,  seppure si parli di attività curricolare, di interdisciplinarità e nei collegi dei docenti e nei consigli di classe. Demotivato e poco pagato assiste passivamente, nonostante qualche incentivazione orale del preside o di colleghi più velleitari e spontaneistici, comunque, delusi dalla scuola e dal sistema governativo, che privilegia categorie  più produttive.
L’insegnante, non essendo orientato pedagogicamente e didatticamente fa scuola insegnando ciò che sa e ciò che deve insegnare, secondo tradizione, senza una logica costruttiva, senza attenzione all’alunno, senza porsi il problema educativo: egli è sul piano dell’informazione emotivamente spontaneo, cosciente di essere in una condizione di sottoproletariato letterato,  costretto a svolgere un ruolo senza funzione, disturbato dai mass media, dalla famiglia, dalla chiesa, dai sindacati, dal collegialismo e dall’assemblearismo.

Il povero insegnante  è trascinato all’apatia  dalla monotonia ripetitiva, agitato dal velleitarismo aggiornativo di dilettanti formatori ministeriali, profumatamente pagati,  sindacalizzati: è ucciso nel suo elementare lavoro dalla pubblicazione specialistica propagandante una riforma scolastica mai attuata.

Reclutato secondo forme concorsuali  facilmente pilotabili e con logiche clientelari partitiche, l’insegnante si presenta  all’opinione pubblica  con la tipologia di buon uomo connotato di buona cultura generale, senza una funzione sociale, in un momento di alta specializzazione e di ricercata produzione dove ogni imbecille  che opera con impegno  su una sola cosa raggiunge il massimo,  data la  semplicità del prodotto.
Espressione vecchia del sistema agricolo paesano  il professore intruppato vive la sua esperienza scolastica  senza confronto e senza  personalità: gli errori del sistema scolastico (verticismo burocratico, impostazione ancora crociana e gentiliana, assemblearismo senza la competenza individuale, la collegialità senza la pianificazione  soggettiva, l’obiettivismo senza l’oggettivismo, la sconnessione strutturale , il maggioritarismo come espressione della minoranza, l’oclocrazia come regime ecc.) sono spia di una situazione critica molto più complessa statale  ed istituzionale,  che condiziona  il professore che  può solo professare  la sua nominale conoscenza,  inadeguata ai tempi.
Ormai l’insegnante è considerato come colui che insegna perché non sa fare niente e perciò la scuola è diventata il rifugio di tutti i perdenti, gli scansafatiche, delle donne  in cerca di una funzione, insomma un immenso teatrino dove si recita un ruolo  di docenza senza saperla professare ed ognuno recita a modo suo.
Non è, però, il caso di generalizzare: ci sono molti insegnanti che lavorano  seriamente specie gli uomini (meno le donne che salvo poche, vanno a  scuola per ben altri motivi), non  sono docenti gli ingegneri, gli architetti, psicologi,  dottori in discipline  giuridiche o  i  tecnici e i commercialisti, revisori di conti ecc., uomini che hanno uno stipendio in più,ma non sanno neanche cosa vuol dire insegnare, come tutti i professori impegnati in politica.

Se necessita una nuova docenza  con un nuovo insegnante,  non è necessario anche un nuovo alunno, che abbia un diverso rapporto  col professore?

Secondo me, per ottenere un nuovo rapporto tra le parti del sistema  scolastico,  specie tra alunno ed insegnante e tra alunno ed alunno  e tra alunno e famiglia, è necessaria la comunicazione,  intesa come azione del comunicare ( da cum munus) come procedimento verbale  che intercorre tra emittente e ricevente,  tramite un canale, in un contesto, con un codice, comune,  per l’invio di un messaggio, connotato sulla base lessicale  da due valenze significative, compito e dono in reciprocità.
La comunicazione rientra  nell’area semantica aristocratica in quanto munus è termine  che sottende da una parte il compito  del nobile (militare e  sacerdotale)  e dall’altra  il dono è espressione comunicativa  di due patroni  secondo le formule della munificentia sul piano della paritarietà.
Ora la nostra società di base agricola acculturata secondo linee americane, industrializzata rapidamente,  evidenzia la crisi di valori  specie nel linguaggio misto.
Esso, essendo una risultanza confusa di cultura  agricola e  industriale, risulta una strana lingua  usata da soggetti né agricoli né industriali, che vivono senza una propria cultura.
Il linguaggio presenta forme  della tradizione  operativa paterna  con parametri  valutativi immediati, derivati dalla funzionalità industriale   propria della  organizzazione sistemica.  in cui si vive
Inoltre esso  ha in sé la presunzione  di chi  non comunica  perché  non ascolta e  non ha rispetto dell’altro  che in situazione ha possibilità paritarie e competenze  medesime  per la soluzione del problema, in un’arroganza di modi, senza più la docilità contadina.
Nel rapporto tra insegnante ed alunno i due  hanno il ruolo di emittente e di ricevente  a seconda delle situazioni  che autorizzano l’interscambio  in quanto l’uno assume la leadership verbale  a seconda della competenza  mentre l’altro interiorizza nell’ascolto il messaggio ricevuto per rimandarlo in relazione alla sua ricchezza  cambiato e modificato  alla luce delle sue valutazioni e del suo patrimonio culturale in un processo educativo senza fine.
Il rapporto perciò è connotato da un continuo flusso di pensiero  interpersonale  per un obiettivo comune  da conseguire  dalle persone  interessate, in un’interazione di modi e di piani senza la gerarchia, in relazione alla competenza.
Ciò avviene però solo in un rapporto connotato da rispetto e da empateia:  ora, il rapporto sta diventando sempre più problematico per la disistima dei docenti e per la  sfrenatezza dei ragazzi abituati ad avere quanto vogliono, ad essere protagonisti  anche nel male: il processo educativo diventa sempre più difficile e la stessa comunicazione è considerata  espressione di debolezza davanti  all’arroganza giovanile, volgare  perfino nelle manifestazioni  verbali.

E la famiglia come si immette nel rapporto comunicativo tra insegnante ed alunno?  

La famiglia,  disagiata, ha demandato in questi ultimi tempi l’educazione ai professori  e sembra non volere entrare  nella operatività della sfera dell’insegnante, mentre quella agiata segue e complica la vita dell’insegnante con le sue interferenze  ostacolando il lavoro.

La famiglia non dovrebbe entrare nel campo tecnico didattico-metodologico, dove l’insegnante dovrebbe fare le sue sperimentazioni e  svolgere il suo compito servendosi anche dell’ausilio della famiglie e delle istituzioni in senso formativo,  dove  è necessario  procedere di pari passo  secondo la stessa metodologia  per meglio definire la personalità dell’allievo.

Certamente la famiglia può, là dove è possibile,  entrare anche in merito scolastico, ma  deve assecondare il processo educativo   in modo da coadiuvare  il docente ( senza interferire in problemi tecnici  e valutativi) o il preside sulla gestione scolastica specie in caso di autonomia, data la rappresentanza del consiglio di istituto.
In conclusione  il carrozzone della scuola, anche con una cultura dell’infanzia  all’italiana, può andare avanti  con un qualche successo perfino in Europa?
Noi italiani siamo i maestri di un vivere equivoco e contraddittorio e sappiamo lentamente  seguire gli altri e avviarci verso  una certa correttezza  formale e quindi scolasticamente  forse potremo anche allinearci  ma scieremo  come quelli che non hanno i fondamentali  e che spesso sono pericolosi  sulle piste per sé e per gli altri, se non procederemo con metodo.

 

Un prefetto tiberiano

A.Avillio Flacco

Aulo Avillio Flacco, fu governatore dopo Ibero, che aveva sostituito brevemente Vitrasio Pollione (Dione Cassio,St. LVIII,19,6) uomo probabilmente di Seiano  e governò  Alessandria e  Egitto dal 32  fino al 38.
Flacco, dopo essere stato uno del seguito di Tiberio, tra i consiglieri finanziari e tributari, fu inviato in Egitto in quanto suo fedelissimo ed abile  amministratore, iure gladii, con funzioni giudiziarie e militari.
Come tale fu eccezionale,  date le capacità di intelligenza e di perseveranza, di rapidità intuitiva ed abilità realizzativa, considerate le doti di perfetto oratore, perspicace osservatore, conoscitore di uomini  ed interprete sapiente  di parole , di fatti: tale giudizio è di  Filone, suo nemico, e perciò le lodi sono reale riconoscimento del suo valore.
Egli fu rapido ad entrare nella difficile ragnatela  amministrativa dello stato egizio  e nel complicato sistema  ancora lagide di  equivoca comprensione per un romano.
L’errore rilevato da Tiberio Alessandro,  giudeo apostata, un  suo successore  come prefetto di Egitto nel 69 d.c. di aver riscosso i tributi senza computare le immunità prediali, deve farci pensare che Filone può aver  amplificato l’operato di Flacco, ma non intacca il sostanziale precedente giudizio.
D’altra parte Filone procede in questo modo (e lo dichiara apertamente) per  evidenziare con  la pars destruens del suo discorso le accuse di eccidio giudaico (cfr.  Flac. 6-8 cfr  CIG-corpus iscriptionum graecarum- III,4957) e marcare il suo radicale cambiamento, degno di punizione.
Flacco, impratichitosi, dunque,  della normativa del  sistema tributario e finanziario egizio, grazie all’apporto dei funzionari alessandrini, costituito da una massa di scribi, la semplificò mantenendo i migliori dei numerosissimi segretari, ufficiali e   cancellieri giudiziari, sapendo gestire con integrità , seppure con un certo dispotismo, i tanti impiegati della tesoreria alessandrina e  delle segreterie  dell’ex regno tolemaico. Specificamente aveva dignità  regale nel reggere lo stato, ben commisurata con la forma esteriore; sapeva giudicare  con l’aiuto di funzionari in carica; non si faceva intimorire dai violenti;  impediva le riunioni di popolazione promiscua e tumultuosa specie se organizzata, secondo  summorie, che venivano sciolte d’autorità e fermezza, in caso di tensioni.
Anche sul piano militare Flacco  assicurò una regolare funzionalità, dopo aver dato al paese e alla città una perfetta osservanza  della legalità sociale: ricostituì le truppe,  dando un nuovo assetto  in relazione alla  città e al territorio egizio,  faceva esercitazioni continue,  tenendo in allenamento le truppe di  fanteria, di cavalleria e di armati alla leggera .
Pur esigendo  obbedienza ai capi  nei militari non graduati,  li proteggeva dalle angherie degli ufficiali superiori, che tendevano ad appropriarsi degli stipendi  dei subalterni ed inculcava loro il senso di dovere  in ogni situazione e specialmente educandoli alla  neutralità, in faccende estranee al servizio  e nella tutela della pace, secondo la logica di Seiano.
Accanto a Flacco  come cancelliere era Lampone  e come funzionario  popolare Isidoro  che rimasero correttamente al loro posto fino all’avvento del regno di Caligola e alle  sue prime azioni in senso popolare e militare, e furono strumento del prefetto.
Il nostro esame tende a rilevare  il carattere  e  del governatore e quello dei due, la loro funzione e il loro specifico compito nell’entourage del governatore in carica, senza entrare specificamente in merito al problema giudaico e senza valutare moralmente, per cercare di capire non solo il mondo giudaico alessandrino e le ultime fasi del regno tiberiano, ma anche il complesso mondo ellenistico in genere e quello  della diaspora giudaica e  del sistema imperiale romano ecumenico, di cui Flacco e  gli altri uomini sono solo un esempio di funzionalità. in una situazione difficile quale quella della successione dinastica, come conclusione di una lotta tra i due partiti, quello  giulio  e quello claudio, schierati a favore di Gaio Caligola  (meris… ton theton, la parte degli adottati)  e di Tiberio Gemello (meris… ton gnesion, la parte dei legittimi per nascita) e all’inizio di un contrasto tra il giovane monarca e la famiglia, il senato e la classe equestre.
Nell’esaminare la complessa vicenda e i personaggi, attori della politica alessandrina, si apre un altro grandioso scenario quello di Roma, sotteso alle notizie filoniane, in cui gli avvenimenti della morte di Tiberio e della successione di Caligola  con il successivo omicidio del coerede Tiberio Gemello  e poi del capo dei pretoriani, Macrone, e del princeps senatus Silano determinano un cambiamento totale di politica e di amministrazione in Alessandria e  in ogni città dell’impero, dove  i partiti filogiuli e filoclaudi si contendono il primato cittadino, ad di là delle divisioni etniche e delle suddivisioni interne alle stesse etnie: dalla capitale le notizie  dell’avvento al trono  del nuovo imperatore con l’instaurazione della sua neoteropoiia,  palese già alla fine del 38, irradiandosi per il mondo romano, diffondono il messaggio  dell’inizio di un’era nuova.
I governatori delle province, specie di quelle imperiali, Siria e Giudea ed Egitto, sono maggiormente interessati al cambiamento di regime e  cercano di adeguarsi al  regime imposto dal figlio di Germanico, espressione delle forze popolari e  militari.
Flacco, che era stato  un  governatore tiberiano, filoclaudio, che aveva accusato Agrippina , madre di Caligola, e determinato la morte non solo di lei ma anche dei due fratelli, Nerone e Druso, sorpreso dalla elezione del nuovo imperatore, amareggiato dalla uccisione del coerede nipote diretto dell’ex imperatore,  da lui favorito,  annichilito dalla morte di Macrone, suo protettore, e poi da quella di  Silano  con cui era collegato,  colpito da queste mazzate  aveva disperato della sua salvezza, nonostante l’amnistia e la distruzione degli incartamenti  relativi le cause del periodo di Tiberio.
Quindi Flacco,  dal momento della nomina di Caligola ad imperatore  e del suo riconoscimento a Roma il 28 marzo 37  fino al compleanno  del 31 agosto del 38,  fu in grande ansia ma  ebbe tempo di manovra per difendersi da accuse possibili.
Le notizie  negative,  progressive, dopo un intervallo di otto mesi, compresa la malattia di Gaio,   avevano dato tempo e possibilità di autodifesa, in caso di accuse contro la sua persona e il suo mandato di governatore.
Egli sicuramente preparò un piano che doveva essere suffragato dalla testimonianza del senato alessandrino e dai rappresentanti popolari di Alessandria, oltre che dai cives romani alessandrini.
Il caso dei cinque magistrati e di curatores viarum , vittime di Caligola  e quello   di Gaio Calvisio Sabino, tornato dalla Pannonia (Dione, St. LIX, 18,4), che aveva governato,   costretto a suicidarsi  e quello di Tizio Rufo ( Ibidem 18,5)   dovevano avere impaurito ancor di più il governatore di Egitto.
La persecuzione di uomini del ceto senatorio e equestre accentuò ulteriormente la paura di Flacco, che dovette anche predisporre ogni cosa per la divinizzazione di Drusilla, la sorella di Caligola morta il 10 giugno, che  fu venerata come Panthea (Dione, St. LIX,11).
Filone, senza informarci sulle condizioni della madrepatria Gerusalemme, sugli avvenimenti accaduti nell’ex regno erodiano e sull’azione militare di  Lucio Vitellio, governatore di Siria, accenna  solo ad una reazione antigiudaica di Pilato, (Leg.301) fa la situazione del giudaismo ellenistico sia di Alessandria, che di Egitto che di tutta la diaspora, evidenziando che  non era stato inviato  il decreto del sinedrio, in cui si facevano le congratulazioni  per il regno a Gaio e le felicitazioni  in relazione a quanto fatto e testimoniato nella città santa nella Pasqua del 37  (Ant giud. XVIII,  Leg.231-2) per la malevolenza  di Flacco, che non aveva  fatto il suo dovere e che poi fu svolto in ritardo da Erode Agrippa, che lo inoltrò,  diciotto mesi  dopo, con le scuse per il ritardo. (In Flaccum, 93, 103).
Noi sappiamo che Caligola  aveva iniziato una campagna antiaristocratica  tale da sminuire la  auctoritas  senatoria ed equipararla , ironicamente,  quasi a quella del suo cavallo Incitato  tanto che  gli storici  a quel punto cominciano a considerare l’imperatore pazzo come se il suo regno fosse finito alla fine del 38.
In effetti la volontà di Caligola di annientare il senato era connessa con la posizione infida di quel consesso; il giovane imperatore era uomo di grande intelligenza, di  dissimulazione e simulazione e secondo Flavio (Ant.Giud, XIX,208) valentissimo oratore espertissimo della lingua greca e latina, sapeva come rispondere a discorsi pronunciati da altri, dopo lunga preparazione, e mostrarsi presto e più persuasivo anche quando si dibattevano argomenti di grande interesse: e  risultava  tanto abile  perché egli aveva in questo una attitudine naturale,  potenziata da una pratica acquisita con il continuo esercizio.
Egli era stato per 6 anni presso Tiberio a Capri a scuola di recitazione e di simulazione, secondo i modelli di Augusto e di Tiberio, mentre madre e fratelli venivano condannati e mai si era lasciato sfuggire una parola compromettente, mai un gesto sconsiderato (Tacito, Annales, VI,20,1); aveva accettato sempre ogni azione di suo padre adottivo, memore degli insegnamenti  della  bisnonna Livia e della nonna Antonia.
Caligola, dopo il discorso del 1 luglio del 37, al suo primo consolato,  divenuto programmatico  sia per lui che per il senato, che stabilì per decreto che le parole dette  fossero rilette ogni anno (Cassio Dione, St.,LIX,6,7), in cui aveva condannato le azioni di Tiberio  rimproverate dall’aristocrazia, eseguite, comunque , e con cui  pur mostrando condiscendenza verso il senato, era stato tanto abile da smascherare il comportamento pavido ed infido senatorio.
Aveva  poi mostrato  la sua intelligenza superiore e  rapidità di  decisione  nel momento della malattia, quando nominò Drusilla, che si era separata da Cassio Longino e si era sposata con Marco Emilio Lepido, erede dei suoi beni e dell’impero (Svetonio, Caligola,24,1) proprio quando aveva visto Macrone e Silano spostarsi verso il coerede tiberiano Tiberio Gemello, per loro unica alternativa al morente imperatore.
La successiva eliminazione dei tre e la sua accusa verso il senato doppiogiochista,  inchiodato alle sue  responsabilità, evidenziavano  il piano di un governo assoluto, la ricerca di uno spazio totale  per  governare senza il senato, solo con il sostegno popolare e  militare: non per nulla era  solito ripetere, secondo Svetonio, il verso omerico uno sia il capo, uno il re (Iliade,2,204).
Egli  gradualmente  minava il  prestigio senatorio costringendo i senatori ad indebitarsi con allestimenti di giochi  popolari e col fare le campagne elettorali, dopo che aveva ripristinato  le elezioni dei magistrati da parte dei comizi (che erano state abolite) in quanto  cardine dell ‘ordinamento politico repubblicano.
Era questa una strategia  attuata al fine di impoverire il ceto senatorio e rimpolparlo con uomini novi che potevano comprare sia il titolo equestre che quello senatorio, e che, provenendo dalle province, erano più malleabili, meno pretenziosi e  più fidati, certamente non infidi e non portati alla congiura, dati i rapporti di dipendenza  con il princeps.
In effetti Caligola avendo  un team giovane  di rilievo in questo periodo composto, oltre che dai famigliari Lepido e dalle tre sorelle, dai re Erode Agrippa  ed Antioco di Commagene,  tyrannodidascaloi / maestri di tirannia,(Dione Cassio,St. LIX,24,1), puntava anche su  uomini come Callisto,  Pallante, Protogene, Elicone, liberti della nonna Antonia di pieno affidamento  ed amministratori capaci, scaltriti da un lungo esercizio commerciale.
In questa fase Caligola obbligava chiunque ad avere coerenza  pratica  così da mantenere quanto detto o giurato, cosciente che lealtà  sia coincidenza tra il piano espressivo  e quello operativo: non per nulla  obbligò Afranio Potito ad uccidersi perché aveva promesso di sacrificare la vita se l’imperatore guariva e  Atanio Secondo a combattere nell’arena  per la promessa fatta per la sua guarigione.
E’ chiaro che Caligola  accentrando in sé non solo il potere ma distribuendo le cariche in modo  clientelare  aveva tolto la possibilità di reclutamento ai senatori di clientes  obbligando loro stessi ad essere suoi clientes con la salutatio: chi non osservava tale dovere e o chi non veniva ricambiato, praticamente era un uomo morto.
L’uso della salutatio diventava un vincolo sicuro di amicizia, che toglieva inoltre il rapporto tra le varie famiglie aristocratiche ora  in lotta per essere vicine al nuovo imperatore, anche se costrette ad un’azione servile, a riconoscersi inferiori rispetto all’autocrator.
Inoltre Caligola era un anomalista  cioè seguace di  un sistema  letterari- opposto a quello  analogista- , basato sul sublime , includente un modus vivendi  opposto a quello convenzionale e normale, come espressione istintuale, secondo norme di creatività e genialità (cfr  Pseudo-Longino, Peri Ypsous,8)
Caligola mostrava il sublime in sé , nelle sue costruzioni, nel suo vincere terra mare e cielo, nel suo essere unico rispetto a tutti gli altri: la salutatio  matutina da  forma aristocratica usata da ogni nobile famiglia per la tutela della clientela,  diveniva forma unica imperatoria,  che comportava omaggio dovuto al solo princeps ( che neppure riceveva , ma delegava i suoi rappresentanti per tale ufficio) patronus.
In effetti  Gaio riprendeva il sistema già adottato da  Tiberio e Seiano che avevano obbligato la nobiltà alla salutatio a contendersi questo favore del princeps, facendola rimanere per giorni in attesa.
La salutatio però comportava per Caligola l’esigenza di una dimora di una domus aurea  , che non aveva a Roma per accogliere  in modo magnifico  i tanti che si sarebbero presentati  a salutare l’autocrator.
Da qui la magnificenza  delle sue costruzioni in ville nei dintorni della città e in Campania, seguendo il modello di Tiberio, prima di stabilire la propria residenza, non essendo ancora certo di quella romana sul Palatino.
Sembrava che lui volesse  assoggettare la natura,  realizzare l’irrealizzabile,  in quanto tendeva  all’adrepebolon ( Peri ypsous,8)  Svetonio (Caligola,37,3)  vennero gettate dighe nel mare  tempestoso e profondo, furono tagliate rupi di selce durissima  elevate pianure all’altezza di montagne …livellate le cime più alte a forza di scavi e tutto ciò avveniva  con incredibile rapidità.
La singolarità della sua figura e delle sue azioni e dei suoi viaggi doveva essere rilevata  come quella della sua donna  e dei suoi amici, invidiata ed emulata  dagli aristocratici che, imitando, dovevano impoverirsi e quindi dovevano essere sostituiti da uomini novi provinciali.
Le sue navi avevano poppe ornate di gemme  e vele dai colori sgargianti,  in cui c’era un grande numero di terme, portici, sale da pranzo,  ma anche una immensa varietà di viti ed alberi da frutto . Con navi  di tal genere  navigava lungo le coste della Campania (Svetonio, Cal. 37,29),e le sue spese dovevano essere eccezionali, sia per i pranzi inimitabili per portate, qualità e quantità di cibi, anomali rispetto al sistema normale culinario, fuori cerimoniale, tanto da sbalordire la pur decadente aristocrazia che, per imitarlo, si indebitava  per un pranzo da offrire all’imperatore: Caligola faceva  servire pietanze  coperte di sfoglie d’oro, beveva perle preziose sciolte nell’aceto,  faceva banchetti di oltre 10 milioni di sesterzi , sperperava a volte in pranzi  le tasse di tre province,  faceva indossare gioielli alla  moglie (Lollia Paolina) di 40.000.000 di sesterzi.
Nei primi mesi Caligola sperperò circa 2.000.700.000 sesterzi (Svetonio, Caligola,37) l’eredità di Tiberio e 90.000.000 del suo stesso patrimonio: per queste ingenti spese l’imperatore  aveva accanto a sé molti trapezitai alessandrini, dipendenti propri dell’alabarca di Egitto, che era  l’amministratore dei beni della nonna (Flavio Ant. Giud.XIX,276.) amico di vecchia data di Claudio, probabilmente cittadino romano, come poi suo figlio Tiberio Alessandro.
Chiaramente Caligola così vivendo nel lusso più smodato  costringeva l’aristocrazia all’imitazione e quindi alla rovina allorché era incaricata di allestire una cena per il principe: ci volevano vari argentarii per finanziare  una tale impresa: nessun senatore ,che aveva un patrimonio minimo , quaranta volte minore della parure di Paolina , poteva competere con la forma imperiale a cui, comunque, doveva attenersi, se voleva invitare l’imperatore.
Se da una parte il suo comportamento anomalista lo distaccava dal senato, l’ amore per le corse  di cavalli per i combattimenti e per le rappresentazioni teatrali, essendo un  comune ideale per la gioventù e per la plebe, che sempre di più lo seguivano (anche perché era cancellata  l’etichetta e quindi più facile l’incontro e il suo rapporto) lo avvicinava al suo popolo …
Filone  che  non parla di questo  cambiamento a Roma, da cui venivano echi secondo la lettura  critica sacerdotale dei giudei delle sinagoghe romane, ostili a tale sconvolgenti ed innaturali atti, vede solo la trasformazione che avviene in Alessandria nel comportamento del governatore e nel nuovo rapporto stabilitosi tra il prefetto e i caporioni popolari.
Egli afferma che improvvisamente c’è una cambiamento di direzione amministrativa in quanto Flacco, da retto governatore diventa inetto e insicuro e per di più risulta  un fantoccio dominato dai due  alessandrini, popolari, che, essendo espressione della massa popolare,  gli   impongono  di procedere in senso antigiudaico (Flac. ,41)…
A dire il vero il prefetto si serve dei  caporioni e finge di essere da loro dominato: egli infatti fa ordinare ad Isidoro perfino una protesta con accuse contro di lui dal ceto più umile della città.
Insomma il piano antiebraico veniva realizzato, ma il prefetto  doveva rimanere esente da colpe: i colpevoli erano già pronti.
Filone  sembra invece credere a questo rovesciamento teatrale , proprio della peripeteia tragica,  e  nella descrizione di questi tre personaggi   mostra come sia stato  modificato il carattere del governatore rilevando la sua paura e la sua depressione.
Filone indulge al tragico, non è  storico; Filone dà una verità letta dall’angolazione giudaica nobiliare, doppiochista, abile a tenere la posizione ambigua, pronta per la scelta più redditizia.
I  mestatori alessandrini , comunque,   sono collegati con altri elementi  attivi alla corte di Caligola, probabilmente  Elicone,  una specie di ciambellano factotum sempre presente in ogni momento della vita quotidiana del sovrano (Legatio,166-178) ed inizialmente anche  col governatore.
Questi capirono che  era imminente una persecuzione contro gli ebrei e che si riprendeva la persecuzione secondo le linee già indicate da Seiano e  fecero piani in relazione all’azione permissiva  di Gaio nei confronti di servi, che facevano delazione contro i padroni. (Flavio, Ant. giud. XIX,1-3): l’azione contro tutto il popolo giudaico sta per iniziare  (sumpan.. to ethnos Filone, In Flaccum,1) e Flacco coordina il suo operato parziale (merei  Ibidem) contro i giudei alessandrini, esteso  anche a quei luoghi dove può arrivare la sua auctoritas.
Perciò  Avillio Flacco , coinvolto,  da buon governatore tiberiano divenne spietato  aguzzino degli ebrei, per mostrarsi zelante nella  accettazione della neoteropoiia caligoliana  per farsi perdonare le colpe avute  contro la famiglia giulia, l’appartenenza al partito filoclaudio, appoggiando  all’improvviso il partito popolare e militare alessandrino e i suoi caporioni che promettevano di assisterlo con tutto il popolo e  il senato cittadino in caso di  denunce contro la sua persona.
La condizione di sudditanza di Flacco é spiegabile  anche perché  Caligola, divorziato da Orestilla,  dopo la morte della sorella, sua amante,   dopo il viaggio in Sicilia, e la costruzione del porto di Reggio  come scalo intermedio tra Alessandria e Roma delle merci di grano,  inizia a colpire i consolari accusati di tradimento (Dione Cassio, St., LIX,11)
Insomma gli alessandrini avevano saputo della volontà di Gaio  di cambiare totalmente politica interna ed estera, specie dopo il nuovo  matrimonio  con Lollia Paolina (Dione Cassio, St.,LIX,12,1) , momento in cui  vengono esautorate implicitamente le sorelle, Agrippina e Livilla, poi esiliate, determinando un altro cambio di team, in cui rimanevano solo i liberti.
La  nuova situazione romana era ben  conosciuta  ad Alessandria, da parte greca e da parte greco-giudaica,  come anche la politica estera: i piani di Caligola di fare una doppia spedizione (una germanica ed una partica) dovevano servire  per avere una gloria militare  per debellare il potente consesso senatorio e liberarsene del tutto.
Quella germanica già era nell’aria alla fine del 38 e quella partica era stata  anticipata dalla elezione di  Erode Agrippa a re di Iturea e regioni limitrofe, di  Antioco  a re di Commagene e dei figli  di Coti      (Ibidem,12,2) a re di Ponto e  di Tracia ,  dopo che Vitellio aveva ripristinato l’ordine in Siria ed al suo posto era stato inviato Petronio Turpiliano ( Flavio ,Guer. giud. II,10, 1-5;Ant. giud.XVIII,262 ss  Filone Leg.207-260): bisognava estirpare i collegamenti che c’erano  tra lo zelotismo palestinese e quello partico, limitare il potere finanziario ed economico dei giudei ellenisti della diaspora, al cui centro era il giudaismo alessandrino, riprendendo la politica seianea antigiudaica.
Inoltre era ventilata anche l’idea di un suo abbandono di Roma e di un viaggio che poteva essere definitivo  in quanto si diceva che aveva intenzione di guidare il mondo da Alessandria, riprendendo il disegno di Cesare e quello del suo bisnonno Antonio, accarezzato anche da suo padre Germanico, sempre però dopo l’impresa germanica.
L’azione di  ripristino della  giustizia in Alessandria, quindi,  non aveva gran valore per Caligola  per il quale solo contava  l’allineamento alla sua politica interna ed estera.
Questo  cercarono di far capire al governatore  Lampone ed Isidoro: il vecchio sistema era finito, tutto era cambiato ed un nuovo ciclo iniziava.
Da qui  il via libera al popolo di Alessandria che può attaccare quei giudei della medio bassa borghesia, non ellenizzati, che abitavano in due quartieri della città: l’assalto fu su questa parte della città integralmente giudaica, non su quella parte degli altri tre quartieri dove i giudei vivevano misti ai greci.
Filone parla del sequestro di 400 case (Flac.94) e di  ammassamento della popolazione giudaica in una zona ristretta di un  quartiere  e quindi tratta della strage fatta su una parte della popolazione giudaica e su una parte del sinedrio (38 membri) e specificamente di tre membri sinedriali,  di cui fa i nomi.
Filone descrive la tragica sofferenza giudaica rilevando tre fasi di progressiva ostilità  nel comportamento antipopolare giudaico del governatore:  la prima in cui si  facevano trapelare le sue intenzioni ostili  velatamente  nel corso dei processi, nel rifiutare colloqui con i giudei , nell’accogliere solo formalmente Giulio Erode Agrippa  re e famigliare di Gaio, facendo finta di  ignorare le beffe fatte  al suo indirizzo   e la parodia del suo incoronamento e del suo rango pretorio;
la seconda fase  come profanazione delle sinagoghe con l’installazione della statua di Panthea Drusilla probabilmente e non di Gaio, non ancora deificato,   trascurando la possibile reazione dei giudei non solo di Alessandria e di  Egitto (un milione ) ma di tutta la diaspora (1’500000) e delle ripercussioni negative in ogni città, dove la popolazione giudaica era diffusa;  la terza fase come  abolizione della posizione giuridica tramite l‘atimia  per cui i giudei divennero  stranieri (csenoi) ed estranei al paese ( epelydes Flacc. 53-54) per cui i greci potevano darsi al saccheggio  anche delle case, rovinare il florido commercio ebraico,   abolire quindi  la costituzione augustea  imprigionando  membri del sinedrio, facendo stragi, crocifissioni torture, dopo aver ghettizzata la popolazione giudaica in un settore di un solo quartiere e il più piccolo.
Ma una parte del giudaismo la più numerosa è salva: il prefetto  si serve di essa che è tra i notabili della città in quanto è pars ellenizzata  aristocratica  sacerdotale, oniade, di cui fa parte Filone,la sua  famiglia  quella di suo fratello  Alessandro, quella di tutti i discendenti di Onia IV ( come  i discendenti della  famiglia di Boetho  suocero di Erode il grande) che formano l’élite di Alessandria, costituita da uomini dell’alta finanza (trapezitai), da capitalisti                 (poristai), da armatori (naukleroi) e da  grandi commercianti (emporoi), dominatori dei due porti alessandrini, ben collegati con gli argentarii romani, congiunti perfino con Antonia minor, la nonna di Caligola.
Anche questi avevano i loro informatori che facevano conoscere la situazione romana e la politica internazionale caligoliana: Filone quindi conosceva quello che conoscevano i caporioni e lo stesso Flacco, ma Filone in In Flaccum fa l’apologia del giudaismo e dice quello può dire,   marcando tutta la sofferenza giudaica: la sua ambasceria  a Gaio consisteva infatti nel racconto di ciò che aveva sofferto l’ebraismo (a epàthomen) e nella dimostrazione della legittimità  dei diritti giudaici (dìkaia).
E tra questi diritti egli  ricorda che Flacco lese  quello sinedriale,  quello di fustigazione  e quello della sospensione delle pene al momento della celebrazione del compleanno di Caligola, il 31 agosto.
Prima di quella festa, Flacco ordinò  ai soldati facendo quindi un’operazione militare, non più solo popolare, la perquisizione delle case giudaiche nei quartieri  per ricercare le armi che non erano state trovate ma che  erano state trovate precedentemente tra gli egizi e tra i giudei egizi, quelli delle case sequestrate.
Filone ci tiene a precisare sulla illegittimità delle azioni di Flacco  e precisa che  il Sinedrio era stato istituito da Magio Massimo (Flac,74) quando era governatore per la seconda volta,  su ordine di Augusto che riconosceva i diritti già accordati dai Lagidi.  Magio dopo che era stato governatore tra il 3 e 10 d.c. fu di nuovo governatore dopo Aquila (Ant. giud, XIX,283), che aveva governato l’Egitto dal 10 al 12 e  perciò Augusto  autorizzò formalmente il funzionamento del  sinedrio nel 13 ,  confermando la  carica del genarca-etnarca, probabilmente quella del  padre di Filone,  nelle sue funzioni amministrativo-giudiziarie e religiose,  poi riconfermato  da Gaio Galerio (Seneca, ad Helviam matrem, 19,4-6)  che governò per 16 anni.
Dalla lettera di Aristea (oggi riconosciuta come opera del II secolo  av.C.(310)  da Antichità giudaiche  (XII,108 e XIV, 117 in cui si riporta un passo di Strabone  che parla delle funzioni amministrative giudiziarie ed archivistiche, propria dell’alabarca)  si evince che gli oniadi avevano  anche una funzione religiosa, data la carica sommo-sacerdotale  del primogenito della  stirpe degli oniadi, celebrante nel tempio di Leontopoli.
Inoltre  Filone precisa che la fustigazione in uso era di due tipi : quella della flagellazione degli egizi, fatta con frusta particolare e da esecutori diversi e quella degli alessandrini sia greci che giudaici con spate e fatta da agenti di polizia  alessandrini  (spatafori) in quanto cittadini liberi.
Filone inoltre precisa che  era norma  per un  governatore  durante il genetliaco di un  elemento della domus augusta  non punire alcun condannato ma dedicarsi solo alla festa; Flacco, invece, oltre a punire chi non era colpevole, punì anche durante la festa, anzi ne fece uno spettacolo di festa, senza rispettare la santità del genetliaco.
Infatti  dall’alba per tre o quattro ore della mattinata  senza concedere l’ammistia di un giorno, senza far togliere i morti dalla croce,  organizzò la festa facendo  appendere altri  vivi  dopo averli fatti flagellare in pieno teatro e torturati col fuoco e col ferro davanti a  spettatori , che godevano  dapprima della vista di giudei fustigati, impiccati,  messi alla ruota,  brutalmente sfigurati  e portati alla morte, passando attraverso l’orchestra e poi dell’esibizione di danzatori, mimi flautisti  e di attori teatrali in genere.
Filone però parla solo di  ebrei che vivevano nei due quartieri separati, che dovevano essere filopalestinesi e collegati con parenti  della  Giudea: su questi  e sulle loro case si  sorvola e solo  in occasione delle perquisizione delle case dei nobili, non toccati dalla atimia si parla della  ricerca di presenza di armi  nelle case, dove non potevano essere, data la loro filoromanità.
L‘atimia, dunque, toccò solo i giudei che avevano diritto ad una cittadinanza di semplice alessandrino,quei  giudei, cioè, che vivevano da tempo in Alessandria  con diritti di  residenza  propria degli egizi alessandrini, non greci.
Nessun governatore poteva azzardarsi a toccare l’aristocrazia giudaica alessandrina ellenizzata, iscritta perfino nelle tribù e nei demi cittadini,da decenni: l’atimia, perciò,  colpisce solo i giudei alessandrini non ellenizzati indiziati e perseguiti anche per il sospetto di tenere le armi nascoste  e di essere  collegati  con lo zelotismo palestinese.
L’ intervento finale  di Flacco, infatti, fu militare  e questa volta sulla pars aristocratica, sulle abitazioni non sequestrate: i militari di Casto cercavano armi che non furono trovate ma poi come suole accadere  quando ci sono di mezzo i soldati, ci andarono di mezzo le donne non solo quelle giudee ma anche altre donne di altra etnia  che portate nell’agorà, furono distinte dando loro da mangiare carne di maiale e punite quelle che non la mangiavano.
Da Filone, che pur legge con animo di parte, ci vengono date indicazioni sul modo di procedere di Flacco e dei capi popolari alessandrini che avevano promesso al governatore di salvarlo dalla inimicizia di Gaio.
Il cambiamento, dunque, di Flacco  appare  netto: non è più un giudice imparziale ma  un giudice dispotico, caligoliano, che condanna senza processo, assumendo  contemporaneamente le vesti di accusatore, di nemico, di testimone, di giudice, di esecutore della condanna.
I  tre capi popolari sembrano  condizionare Flacco,  visto ormai  governatore  degradato,  non più padrone del campo; essi appaiono come i manovratori della situazione   mentre   Alessandria appare   città non più governata, in preda a stragi  di cittadini; questa Alessandria doveva essere  per Filone la patrona del suo governatore!.
Filone  bolla Dionisio come demagogo,  Lampone come scribacchino e ladro, Isidoro come  intrigante arruffapopolo, ed, insieme, li considera  un branco di malfattori.
La descrizione dei  responsabili dei mali giudaici è tipica della narrazione satirica giudaica  ora smodata,  nonostante i tentativi di compostezza e di  misura, propri di uno che vuole essere spoudaios , asteios. kosmios, ma è incapace di contenere la propria eccitazione e il proprio disgusto, di fronte a tanta barbarie.
Lampone è ben delineato , caratterizzato nella sua personalità di scriba corrotto  che probabilmente scoperto in seguito  come cancelliere, era stato   accusato da Flacco stesso  di frode contro lo stato che era un crimen maiestatis in quanto perpetrato contro i beni e la persona dell’imperatore  poiché l’Egitto era un bene familiare imperiale.
Nel processo di due anni  Lampone si era trovato a mal partito dovendo pagare  gli avvocati e perciò aveva denunciato, in momenti in cui la causa era a suo favore, che lui era stato rovinato nel suo patrimonio dal fatto di essere stato costretto ad assumere  la funzione di Gimnasiarca,  che comportava molte spese per rifare i ginnasi, ricostruire le palestre pagare i gumnastai e i tanti operai che svolgevano lavori  di manutenzione, in una giustificazione della sua tirchieria o a dimostrazione della sua non floridezza finanziaria.  Egli adduceva  come pretesto che non  possedeva averi sufficienti  per svolgere quel compito che richiedeva tante spese, eppure,prima del processo,  aveva sempre manifestato  di essere molto facoltoso  anche se nella dokimasia (nella verifica dei beni che si faceva  prima che qualcuno svolgesse una funzione statale), era risultato non ricchissimo, ma che si era arricchito con azioni illegali.
Egli come grammatokuphoon, scriba, a contatto diretto con i governatori  durante i processi registrava  le accuse  e, come avente tale funzione, le presentava. Egli aveva così l’opportunità di cassare  le cose dette o di ometterle  a suo piacere,  non inserendo termini e, se possibile,  cambiare le lettere  su e giù per il testo,  facendo operazioni di trasformazione, di cambiamento , rovesciamento, correzione e   in relazione a quanto fatto, si faceva pagare  per lettera o per apice, adulterata.
Per questo il popolo  lo chiamava calamosfactes (colui che uccide con la penna) in quanto uccideva  moltissimi  con le lettere che scriveva , rendendo così i vivi più disgraziati dei morti.
Infatti quelli che potevano vincere e godersela, a causa sua, invece, subivano la sconfitta e la povertà,  poiché i loro avversari pagavano lui  che capovolgeva la situazione,  dando i beni altrui a buon mercato.
Ciò era possibile perché i governatori  non potevano ricordare quanto scritto, data la mole delle pratiche sbrigate  in una provincia così grande  dove le cause si accatastavano le une sulle altre, e considerata la varia natura causidica  e il computo dei tributi e delle rendite, il cui esame richiedeva più di un anno. Lampone così sfruttava la lungaggine delle procedure e la dimenticanza dei giudici e scriveva tra i vinti  coloro che dovevano vincere e  faceva risultare quelli che dovevano perdere tra i vincitori, dopo aver preso somme di denaro.
Isidoro è anche lui ben tratteggiato nella sua funzione di agitatore di masse e di sindacalista  sempre pronto a favorire e a parteggiare o per le masse, specie greche o, ma anche per quelle egizie e delle minoranze  etniche  residenti ed avventizie.
Egli non era un funzionario effettivo, ma era anche lui un uomo dell’entourage del prefetto o meglio individuo utile  al suo  servizio, senza carica ufficiale.
Egli era per natura malvagio e facinoroso, molto abile a  creare tumulti e rivoluzioni, se non c’erano, e a fomentarli e ingigantirli, una volta scoppiati.
Egli amava circondarsi di una moltitudine disordinata e confusa  in cui convivevano elementi vari di origine servile  organizzati secondo la simmoria.
Era questa una organizzazione tipicamente ateniese,  poi divenuta tipica di ogni città del Mediterraneo di tutte le città greche  dell’impero romano, compresa Alessandria.
Ad Atene si soleva formare gruppi di 1200 uomini,  suddivisi in corpuscoli di 20 membri (due ogni tribù)  di 60 uomini ognuno. Ad Alessandria, dove la popolazione era molto eterogenea,  forse il numero era doppio o triplo, a seconda  delle classi.
Forse Filone propende per un numero di 2400 unità  ( anche se non si può scartare un numero  di molto superiore  a quello delle  simmorie ateniesi  (Flac. 143 ).
In effetti si formavano squadre di migades  (misti  greco-egizi, o di varia etnia)  e di sugkludes (plebei di norma egizi) oltre forse a greci puri, sempre pronti agli ordini di Isidoro.
Questi gruppi, comunque, erano dominati da  Isidoro che li gestiva  manovrando l’associazione come voleva, subordinandola a volte anche ai piani del prefetto.
Egli aveva questa opportunità in quanto la città era piena di  thiasoi , che  lui controllava in ogni senso.
Il thiasos  in epoca ellenistica era  una comunità, tipo le nostre confraternite, di fedeli di uno stesso dio,di norma Dioniso,  che celebravano  con danze, sacrifici, processioni e riti.

Siccome si riunivano periodicamente  in sinodi (concili, assemblee , club)  che formavano anche una corporazione e che stabiliva  i riti da farsi, le cerimonie, le feste, le date   e siccome   ogni cerimonia si concludeva con  banchetti, in cui  non c’era niente di buono, per un ebreo, ma solo vino schietto,  dove c’erano ubriachi, insolenti e violenti, i thiasoi venivano visti negativamente dai giudei,  anche se erano  occasione di integrazione sociale e di comunicazione, seppure con qualche violenza.
L’angolazione di Filone è quella di  De Vita contemplativa (75  ss) dove vengono comparati questi thiasoi  ( sinodoi e  clinai)  dei greci ed egizi con la  sinagoga greca e con cena giudaica.
In queste riunioni e banchetti  Isidoro era  il capo, salutato con vari nomi  (sumposiarckhos, klinarches, taracsipolis) ed era obbedito da tutti  quelli che facevano quanto egli ordinasse.
Isidoro era personaggio compromesso con il governatore, che aveva organizzato perfino le accuse allo stesso Flacco da parte degli spalmatori degli atleti e degli addetti alle pulizie  probabilmente in combutta con Lampone.
Isidoro, che inizialmente era in una qualche considerazione, vistosi non più stimato, si era messo in contrapposizione .
Perciò assoldò  uomini che ungevano gli atleti e che facevano  i banditori  e li convocò al ginnasio, avuta l’autorizzazione di Lampone, facendo riferimento ad Elicone, fece accusare variamente il governatore.
Mi sembra che questa  operazione sia gestita dagli agitatori popolari  ma in effetti  sia concordata col prefetto, che così viene  discolpato pubblicamente dell’eccidio giudaico: certamente il prefetto garantisce loro l’incolumità in qualche modo e li paga per l’ulteriore servizio.
Flacco, però, forse non sapeva che questi erano al soldo di altri, come Elicone  e Pallante (Dione Cassio, St.,LX,30,6b), che sapevano che la sorte di Flacco ormai era segnata.
Il governatore, allora, saputo che la città era sdegnata e che mal sopportava che il nome di Alessandria fosse disonorato, convocò i magistrati cittadini e tutto il popolo.
Vennero i capi (tra questi l’élite giudaica) ed anche tutta la cittadinanza greca, meno quella che doveva essere inquisita  per i tafferugli, i latrocini , le distruzioni, le stragi giudaiche.
Flacco fece disporre su tribune tutti i  provocatori e quelli che avevano fatto la protesta contro di lui in modo che fossero ben visti,
Interrogati davanti a tutti; ed essii confessarono che l’autore di ogni cosa era stato Isidoro, che li aveva assoldati.
Dopo che Isidoro fu riconosciuto colpevole  si discusse sulle proposte fatte contro di lui   o di privazione dei diritti civili o di esilio o di morte: all’unanimità Isidoro fu condannato a morte.
Egli però si sottrasse all’arresto con la fuga e Flacco lo lasciò andare convinto che così non ci sarebbero stati in città  lotte e  sedizioni.
Quando Flacco, poi, viene arrestato e portato a Roma davanti all’imperatore,  ha come accusatori proprio Lampone ed Isidoro: le loro accuse erano ininfluenti alla già premeditata condanna  che Caligola aveva inflitto  al suo nemico, delatore della sua famiglia.
Filone può allora di nuovo vedere il disegno divino rilevando la nuova peripeteia: due sudditi accusatori del loro prefetto,  due servi contro il padrone.
Lo scrittore giudeo è veramente un interprete, un ermeneuta  che legge sempre oltre la lettera e vede come in Dio tutto si armonizzi e che il piano provvidenziale si compie inesorabilmente.
L’eccidio di Alessandria,  voluto da Flacco, che aveva sfruttato i caporioni greco- alessandrini, divulgato dalla fama portata dai marinai e dai trapezitai, dalle navi alessandrine, accese un incendio in tutto il Mediterraneo, sia in Occidente che in Oriente.
Isidoro era stato l’untorello manovrato dal governatore che   credendo di salvarsi facendo la volontà di Caligola, anticipatamente, e dando all’opinione pubblica il capro espiatorio, sperava in una totale assoluzione per i servizi allo stato.
I giudei, oltre alle perdite umane,  erano rovinati nelle attività finanziarie e bancarie  e nel commercio; la loro secolare  tendenza   ad isolarsi e separarsi non era bastata ad Alessandria a quella pars giudaica, zelante di fede.
I giudei della medio-bassa borghesia cittadina  pagarono  anche per quei fratelli  che  erano invidiati, data la  loro immensa ricchezza, dai greci  alessandrini,  che volevano equiparare i loro diritti e le loro forze con l’etnia giudaica predominante in Alessandria, inattaccabile perché ellenizzata, romanizzata, probabilmente spregiudicata ed  atea come i sadducei.
I giudei credenti e zelanti di fede, non potendo partecipare alla vita delle sette dionisiache, orgiastiche,  per espressa proibizione della legge,  guardavano con sospetto  e con apprensione ogni riunione e  festa,  da cui  normalmente derivavano guai per loro che necessariamente erano guardinghi e sempre in uno stato di allerta.
Nel 38  d.C. troppe forze concorrevano al loro male, non solo un governatore indiziato o in procinto di essere accusato  dall’imperatore stesso.
Inoltre  nel periodo seianeo (dal  23 d.C. al 18 ottobre 31 d.C. )  essi erano memori delle persecuzioni  subite sotto Vitrasio Pollione, che aveva vietato di riunirsi in sinagoga e di fare proselitismo  e proibito di santificare il sabato  (Filone, de Somniis, II,123 ss).
Perciò essendo permesse le riunioni alle altre etnie e vietate le loro, i giudei  giudicavano moralisticamente le loro  riunioni sante  e quelle degli altri empie: una scarsa  soddisfazione!
Al di là dell’impostazione moralistica filoniana,  nell’ estate  38  (dalla morte di Drusilla alla festa delle sukkoth, inizio dell’autunno)  Flacco e i tre caporioni  determinarono la strage dei giudei, propagandando nel mondo romano l’antisemitismo e creando focolai di disordini e lotte cittadine in ogni città dell’impero, che perdureranno anche con maggiore consistenza per tutto il regno di Caligola e che avrebbero  dovuto avere come soluzione definitiva  o l’eccidio o la deportazione di tutti i giudei di Palestina.
Per me c’è sotto  questi avvenimenti alessandrini qualcosa altro, un evento che  si era verificato sotto Pilato e che aveva prodotto uno scompenso in tutto il mondo della diaspora: un giudeo prima di tutto  ha come patria Gerusalemme e poi la  città in cui è nato e vive, guarda e segue quanto avviene nella Città santa.
La sconfitta dei nazirei e  la crocifissione del loro capo  avevano diffuso in tutto l’ecumene  l’odio contro Roma anche dopo la pacificazione e l’elezione di Giulio Erode Agrippa a re.
Alessandria, la città con maggior numero di Giudei, con due diverse situazioni giuridiche  è la prima a pagare, nonostante il formale atto di ossequio  e nonostante la filoromanità della classe dirigente alessandrina giudaica.
La morte di Caligola e l’avvento al trono di Claudio riporteranno la  concordia nel mondo romano e il ripristino dello statuto augusteo in Alessandria dopo il decreto imperiale all’inizio del nuovo principato, conosciuto come lettera di Claudio agli alessandrini (Ant. Giud., XIX,278-291, Pap. Lond. 1912, in CPG- corpus papirorum iudaicorum-pubblicato da V.A Tcherikover, Arvad University Press I.1937).
Se si legge attentamente la lettera di Claudio agli alessandrini si capirà  che Claudio  vuole chiudere gli occhi sui responsabili ed invita gli alessandrini nella loro totalità, greci, egizi ed ebrei (ortodossi e scismatici, di costituzione giudaico-egizia e  greco-giudaica) alla omonoia (concordia)  come se inviasse un monito ai greci alessandrini  al fine di far loro rispettare la tradizione ebraica  secondo il decreto di Augusto da lui confermato .In effetti, egli, pur riconfermando lo status giudaico precedente, dopo aver valutato i  fatti e deciso in modo inappellabile  il suo verdetto sulle due  parti contendenti  da lui ascoltate,restringe  e limita il decreto augusteo.
Infatti Claudio  impone agli ebrei  un  divieto, quello di ellenizein ( di ellenizzarsi, cioè di diventare greci,di frequentare il ginnasio, di  partecipare agli agoni  presieduti dai gimnasiarchi) in quanto già godono di un loro politeuma e non devono andare oltre i loro diritti , che sono eccessivi, in quanto vivono in una città  altrui (en allotria polei)
Infine  Claudio impone, temendo che in Alessandria aumenti la popolazione giudaica,  che finisca l’ immigrazione  proveniente dalla Palestina o da altre parti di Egitto.
La conclusione è minacciosa: se gli ebrei  non faranno così , li perseguiterò con ogni mezzo  come propagatori di una malattia comune a tutto il mondo abitato
Così ordina Claudio, amico e fratello di latte di Giulio Erode Agrippa, suo patrono ed elettore nei giorni successivi alla morte di Caligola,  amico dell’alabarca Alessandro, sommo sacerdote scismatico di Leontopoli,  fidato procuratore dei suoi beni e di quelli di  sua madre, forse il capo trapezita di Pallante, suo ministro….

 

Pazzesco di Luca Mastrantonio

Una lingua pazzesca!

Pazzesco Dizionario ragionato  dell’italiano esagerato

Pressato da amici, mi sono sorbito, alla Palazzina Azzurra, come digestivo, per quasi un’ora, la presentazione di Pazzesco, un saggio linguistico- letterario, di Luca Mastrantonio  e poi la premiazione dell’editor Jacopo De Michelis, insieme  ad uno sparuto  gruppo di uditori, disattenti.

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Paradosis ed endeicsis

a Paradosis ( consegna) e  l’endeicsis (denuncia)  di Gesù Cristo

Dalle notizie evangeliche risulta che Gesù vive una vita misteriosa e nascosta fino a trenta anni e che, poi, si rivela facendo uno o più viaggi a Gerusalemme, dove, dopo denuncia e consegna ad opera del clero giudaico all’autorità romana, viene ucciso.
Viene celata (sembra) la regalità, una notizia, volutamente nascosta, sulla vita di Gesù, una figura di uomo, che non è descritta in modo completo, in quanto coloro che scrivono in epoca flavia, a distanza di oltre quaranta anni, hanno  interesse solo a rendere saldo un culto e riti, già consolidati dalla pratica, e lasciano senza luce storica i fatti riguardanti  il fondatore, che assume valore maggiore, proprio dall’ambiguità, dall’equivoco, dal muthos.
Comunque, gli scrittori lasciano dei segni storici palesi perché non possono tralasciare due elementi della storia, che erano rimasti impressi nella collettività giudaica sia aramaica che ellenistica: il crimen contro l’impero romano del Messia  e  la paradosis  con l’endeicsis all’autorità romana,  da parte dei capi di Gerusalemme.
Nostro intento è quello di far emergere la regalità, da una parte,  mediante queste due verità celate, esaminate come risultanze evangeliche storiche e, da un’altra, rilevare  l’impostazione dei vangeli canonici, all’ atto della scrittura, con il Kerugma  con la predicazione della morte e resurrezione, congiunta con la giustizia del governo romano e con la perfidia giudaica: noi siamo interessati solo dalla falsificazione dei termini, non da scrupolo religioso.
Noi cerchiamo di studiare i termini, che hanno diverso valore nell’epoca dei fatti, rispetto  a quella dell’epoca di scrittura evangelica: insomma diciamo che c’è stata falsificazione, pur se si lascia intatto (o quasi) il segno linguistico come significante,  che, però, è stato rivestito con referenze nuove, attuali, di un significato aggiuntivo, tipico di un altro tempo,  rispetto a quello storico di accadimento.
Essendo caduti gli ideali del precedente periodo, cambiati i valori di un malkuth (regno), conclusosi tragicamente, divenuto esemplare e per aramaici e per ellenisti, a seconda delle diverse letture interpretative, la missione stessa  degli apostoloi (inviati), che ebbero il mandato di seguitare il compito, fu cambiata: non più la predicazione del messaggio di un  prossimo regno, ormai impossibile ed irrealizzabile, ma  di un‘attesa escatologica ed apocalittica di un regno messianico, predicato da un Gesù–dio, divenuto redentore del mondo e modello di humanitas.
Su questa base, secondo la lettura paolina, i  discepoli degli apostoloi distaccarono  la sostanza del pensiero dalla storia e dalla vicenda reale e  predicarono la morte e la resurrezione del Christòs  insomma,passarono dal piano militare, ormai finito,  al piano spirituale e morale,  trasformando lo zelotismo in pratica religiosa con il Kerugma, separandosi dal giudaismo aramaico e perfino da quello  ellenistico, occidentalizzandosi e romanizzandosi.
Questo è  un processo lungo, che dura dall’ epoca flavia a quella antonina, mentre infuria ancora la lotta contro la romanitas  in senso aramaico, che condurrà, dopo altre peripezie, dolorose,  alla Galuth (all’esilio, alla cacciata, all’espulsione dall’ impero), dopo la fine, tragica anch’ essa,  dell’impresa di Simone Bar Kokba (134-36) .
Il vangelo di Marco comporta una volontà di segretare fatti palesi, il preciso skopos  di essere contraddittorio nel proclamare lo scandalo della  croce con la rivelazione del Christòs, nel fare la volontà di Dio,  che esige adesione di fede  e sottomissione al mistero,  sulla base del modello di Jesous  Christos Kurios , re unto, ma vissuto, per suo volere,  nel nascondimento, in modo umile, considerato come un romanizzato, trinome, espressione del nomos empsuchos (Legge vivente), legge scritta e non scritta.
Il pensiero di Marco, autore popolare, levita, piccolo sacerdotale, di cultura aramaica,  immaginoso,  puerile, dal linguaggio elementare e dalla forma paratattica, propria di un non ellenizzato (o di uno appena alfabetizzato, che ha appreso i primi rudimenti della koiné), dissociato culturalmente e dai  giudei ellenisti e dagli aramaici puri, è semplice: proclamare il Christos  ucciso dai suoi stessi connazionali,  secondo il dettato  paolino ( la morte e resurrezione del Signore  e lo scandalo della Croce).
La semplicità di Marco ha, però, efficacia  per l’immediatezza del racconto, per la stupefatta  partecipazione, per l’adesione ai miracoli e alla divinizzazione del Christos ed attira il lettore  proprio perché riduce tutto a narrazione apparente, senza meditazioni e senza polemiche: l’evangelista  è parabolicamente entusiastico, fedele, miticamente persuaso di avere la verità esemplata più nelle azioni, che diventano  agrafa, parole non scritte, nuovo nomos, quasi un altro codice  rispetto al nomos mosaico,  un sistema paradossale  teorico-pratico cristiano, da dare ai fedeli pagani e giudeo-cristiani, romani ed occidentali (modellato paradigmaticamente sul bios, mitico, di Abramo di Filone), basato sull’ esempio vivente di Jesous.
Noi propendiamo nella individuazione dell’evangelista Marco per quel Giovanni Marco  (Atti degli Apostoli, 12,12-25; 15,37), chiamato anche Giovanni (Ibidem,13,5-13) o Marco (15,39), conosciuto anche perché collaboratore di Paolo, da cui si separò (Ibidem, 15,36-39)  per qualche tempo, per, poi, esserne di nuovo compagno a Roma ( Paolo, Col.,4,10; Filemone,24,9  e 2 Tim. 4,11) e come discepolo di Pietro, da cui è trattato familiarmente , e filiarmente  (I Pietro, 5,13) .
Siamo  d’accordo con la tradizione di Eusebio, che, riprendendo Papia, vescovo di Ierapoli,  (Storia Eccl.,III,39,15)   dice che  fu interprete di Pietro e che scrisse con esattezza, ma senza ordine,  tutto ciò che ricordava  delle parole e delle azioni  del Signore.
Egli, secondo la testimonianza di Papia, non ci  ingannò  scrivendo  quanto ricordava  in relazione alla lezione  di Pietro, che insegnava, adattandosi  ai vari bisogni degli uditori,  e non si curava  di dare una composizione ordinata delle parole del signore (logia) .
Anche Ireneo  (Adversus Haereses, III.1,1)  e  Tertulliano (Adversus Marcionem, 4,5) e  Clemente Alessandrino (Strom., 1) riportano che  Marco scrisse come discepolo di Pietro.
Perciò Marco  sottende, da una parte, il pensiero petrino attualizzante, e da un’altra, quello paolino  presentandosi come genuino e popolare nell’ inizio di ogni periodo  con  Kai euthus ( e subito) , scrivendo per latini  a cui spiega il greco (non per nulla ci sono latinismi 12,42: la vedova gettò due lepta o estin ekodràntes/quadrante; e i soldati  condussero Gesù nel cortile; eso tes aules, o estin praitorion/pretorio 15,16) o servendosi dell’aramaico, sua lingua naturale , dopo averlo tradotto in greco. Il gar di Marco – con cui si chiude il suo testo inconcluso–  ripetuto, stucchevolmente , secondo il parlato aramaico asindetico, deittico e ripetitivo, palese nei Talmudim,  non solo ha valore di spiegazione dei fatti e dei detti al posto  di una congiunzione dichiarativa, ma ha funzione di rendere l’affermazione personale conclusiva e sentenziale.
Yohanan  Marco, se è lui lo scrittore del tipo di  Shimon Pietro, Shaul Paolo,  Levi Matteo, Iosip Flavio, uomini di cultura mista, la cui convinzione apparentemente semplicistica è meditata  ed è data in relazione all’utenza, si avvale,comunque,  del contributo di uomini di mestiere, di grammatici e retori, scaltriti nell’ uso dei termini e quindi di un’area  letteraria flavia, connessa con quella dello storico (cfr Angelo Filipponi , Commento al I libro di Antichità Giudaiche, angelofilipponi.com).
Inoltre, Marco, forse,  è  il kolobodaktulos, cioè il  levita e sacerdote del tempio, che non volle servire e perciò si mutilò il pollice:  è un uomo di parte e, quindi, capace di compiere azioni estreme,  pur di salvaguardare il proprio pensiero e la propria fede; potrebbe essere un estremista,  come Origene,  che si autoevirò per essere tra i primi del Regno del Signore.
Marco conosce quasi certamente La guerra giudaica di Giuseppe Flavio(VII,2,2) : non può essere un caso che ripeta leukous endiduske  khitoniskous kai porphuran  emperonesamenos  khlamida (si avvolse in tunichette bianche  e fermatovi sopra  un mantelletto di porpora): egli adatta, aggiusta e contamina la cattura di Gesù con quella di  Simone di Ghiora capo dei rivoluzionari insieme a Giovanni di Giscala.
Marco conosce anche il gioco alessandrino di Karabas, descritto da Filone in In Flaccum  come parodia della regalità giudaica  da parte greco-romana.
Marco è per noi  acrimonioso nei confronti del confratelli giudaici aramaici,  dai quali forse diverge per la strategia militaristica  (12,10-11; 13 1-37; 14,57-72.) e perciò, dopo la distruzione del tempio ha possibilità di schierarsi in senso cristiano, libero dai giuramenti, e  perfino da quegli ellenisti,  specie alessandrini, che credevano solo nel vangelo di Giovanni Battista  e nel suo battesimo.
Matteo,  rispetto  a Marco ha altra cultura ed altra impostazione, quella teologica, filoniana, con riflessione biblica, comune anche a Marco,  che è segnata  nel Vangelo greco, ma doveva essere stato diverso in quella sua scrittura aramaica dei logia, ricordati  di Papia  nell’opera  Esposizione dei discorsi del Signore  pubblicata nel 110 d.C. ( Eusebio St. Eccl. III,38,16),  da cui sorsero  poi i vangeli cristiani.
Levi Matthaios, un altro ellenista, un ellenizzato, tachigrafo, pubblicano, telones,  scrisse  in dialetto ebraico-aramaico coordinando i logia (oracoli) del signore : ciascuno poi li interpretò  come poté.
Il termine  logia sia per Filone (Vita di Mosé specie nel III  è ricorrente logion) che per gli Atti  (7,38 ) hanno valore profetico mosaico e quindi connessi con la Torah, come oracoli legati alla legge di Mosè, non  esterni alla legge, non nuovi, ma come forse commenti scritti alla presenza del rab- maran, rimasti così fino a dopo  il 70, in cui  Marco e Matteo stesso, in una nuova situazione storica, aggiungono elementi e fatti, in relazione alle parole che, comunque, cambiano di significato.
Il Kerugma matthaico, predicato per i  connazionali aramaici e poi  anche per i giudei  ellenisti (Ireneo, Adv. Haer, III,1,1;  Eusebio St.Eccl., III,24,6 , Clemente Alessandrino, Paedagogos, II,1,36 ) dopo  viaggi apostolici  in Ponto, Persia e forse India (dove Panteno alla fine del II secolo ritrovò i Logia originali) non è quello di Marco:  è un contenuto,  già predisposto in relazione alle lettere di Paolo e a tutto l’annuncio evangelico, secondo il canone, veterotestamentario, dei Settanta, già interpretato da Filone, secondo Sapienza e  profeti, e secondo  quello neotestamentario, esclusi Giovanni e  Giacomo.
Certamente i logia, nel testo matteano attuale, hanno grande rilievo e rivelano il Regno dei cieli  quello zelotico, originario, ma essi hanno ben sotteso il regno messianico, a cui ogni uomo è chiamato a partecipare, inteso poi come Regno di Dio, secondo interpretazione sovrumana e celeste, distinto dal Regnum romano: essi infatti occupano i tre quinti del bios, mentre  fatti e miracoli (2/5) fanno da contorno e a volte da spiegazione concreta  all’ anima, costituita dai discorsi (5-7; 10;13; 18;  23-25;9) infarciti di salmi, di  detti  sapienziali, di oracoli dei profeti e specie di Isaia, (53) al fine della dimostrazione della necessarietà del patire del Christos non più re, ma uomo  sofferente, agnello condotto al macello.
L’autore, chiaramente ebraico,  parla dei pubblicani, di farisei, e di tutte le caste sacerdotali, parla della casa ebraica, di città santa, di  luogo santo,  conosce usi, tradizioni, parole gergali e soprattutto collega la torah con la predicazione del Vangelo,  cioè, mentre annuncia la venuta del Messia,  figlio di David,  rileva le varie predizioni,  tramite la lettura dei profeti,  ne  mostra le ragioni per cui  giustamente Gesù  sia l’atteso,  anche se rifiutato dai confratelli.
Soprattutto i logia parlano espressamente di  Il Regno dei Cieli, intendendo, però, non il Malkuth ha shamaim, cancellato, come pensiero, dopo la distruzione del tempio, ma il regno messianico,  a cui ogni uomo deve partecipare,  ed  afferma la davidità del Messia , attraverso la Genealogia (I,2,16) dimostrando come il Christos compia le profezie, dando il via alla interpretazione  del cristianesimo, come  compimento e completamento dell’ebraismo,  creando le basi per il Nuovo Testamento come punto di arrivo del Vecchio testamento…
il logion matthaico  dell’ultima cena  e specie quello del sangue versato per molti  risulta un’aggiunta successiva quando al suo significato si dava l’idea di universalità in relazione al pensiero di  Paolo  che trasforma il calice dell’alleanza in un  calice  di nuova forma di alleanza (1 Cor. 11,25;  1 Corinti 10,16; col. 1,20; Ef.1,7 Rom.3,25 Ebr 5,13-20;10,19;12,14;13,12). D’altra parte il testo di Marco 14,24  (touto estin to aima  mou ths diathhkhs to ekkhuvvoimenon peri polloon –  ben connesso con Mt  26,26-29; Lc.22,15-20)  non ha  uper ton pantoon  per(a favore di)  tutti (pro omnibus) in quanto il sangue versato è per molti  (Pro multis) e per voi (pro vobis)   amici e discepoli.
Gesù, che si sacrifica per i suoi,  al fine di evitare la distruzione della città assediata,  è un martus giudaico, come poi lo sarà Shimon bar Kokba  col suo rabbi Aqiva (cfr Martire giudaico, Temi).
Anche Origene in Principi tende a dare l’idea di universalità al sacrificio di Gesù. La sua consegna  ai Romani invece ebbe un altro valore  quello di risparmiare il saccheggio della città e quindi  di salvare il salvabile. specie i discepoli che consegnandolo si sarebbero potuti salvare…
Egli, infatti, usa le espressioni: tutto questo avvenne  affinché si adempisse ; così si adempì (1,22; 2.15; 2.17-23 ; 4.14 ed altrove): sua la colpa (o chi per lui rivide i suoi scritti, in seguito) di aver dimostrato la perfidia giudaica,  di quei confratelli che  osteggiarono il Cristo  non volendolo riconoscere  e nonostante i segni palesi,  lo perseguitarono e lo uccisero,  dopo averlo proclamato re.
Da qui non solo deriva l’endeicksis con la paradosis di Gesù ai romani, ma anche e soprattutto  la condanna ebraica alla reità della uccisione di un uomo-dio (27,25 Il popolo tutto quanto rispose: il sangue suo su di noi e sui nostri figli) e  quasi l’assoluzione a Pilato, che  si lava le mani  dicendosi innocente del sangue di questo giusto ed ammonendo il popolo Ve la vedrete voi! Insomma, Matteo ha la colpa della secolare ed ingiusta persecuzione cristiana agli ebrei e della assoluzione dell’impero romano: ha rovesciato la  storia, romanizzandola, grecizzandola, paganizzandola, da telones!
Luca,  invece, scrisse il vangelo per i pagani convertiti, in Acaia, col proposito di contrapporre per i fedeli greci,  la verità alle favole degli eretici,  (Ireneo, Adversus Haer., III,1,1; Tertulliano, Adversus Marcionem  IV,5 ;  Origene, In Lucam Hom.1 ; Eusebio, St. eccl. II,4,4-6).
Tutti, più o meno. convengono nelle stesse  notizie, confermate anche dal Canone muratoniano e dal Prologo antimarcionita  ambedue del primo decennio della seconda metà del II secolo: Luca fu siro antiocheno, un medico, compagno di Paolo, scrittore anche di Atti degli apostoli.
Chiaramente il vangelo di Luca ha valore apologetico ed è paolino, come impostazione, in quanto ha cari i temi della giustificazione per fede e l’universalismo della salvezza (Cfr Qual è il sondergut di Luca e di Matteo ?).
Senza prendere in considerazione il vangelo di Giovanni che è di epoca gnostica e quindi lontano dai tempi Flavi, noi consideriamo solo  le risultanze evangeliche sinottiche dei tre evangelisti, di cui abbiamo dato qualche indicazione.
Perciò abbiamo diviso le  risultanze   di un lungo lavoro di esame in a. storiche  e b. mitiche e poi  ne abbiamo dimostrato la storicità e la miticità in opposizione anche alle varie teorie e alla  formgeschichte e redaktiongeschichte . …

Cirillo e Porfirio

Cyrillus contra Iulianum

Della Philosophos Istoria di Porfirio si conoscono alcuni frammenti, tratti da Cyrillus contra Iulianum.( 4,11-12, 14, 18-22)  per il quarto libro.
Per la conoscenza degli altri tre libri dell’opera, però, siamo debitori principalmente a Suda (framm.2,3,7- per il I e II libro)  a Teodoreto (framm. 13,15-16 e 11-12 ) per il terzo …
Anche Eusebio dà il suo contributo  (frammenti 25-29 ) al fine di conoscere l’opera di Porfirio, ma come già gli altri autori cristiani per tracciare un profilo negativo della  filosofia porfiriana…

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La traduzione e Girolamo

De optimo genere interpretandi

Girolamo e la traduzione
La lettera LVII  di Girolamo a Pammachio è un vero trattato sulla traduzione.
Essa si divide  in 13 paragrafi
La lettera è tipica  espressione di un’artificialità retorica, in cui è facile rintracciare la formazione di Girolamo, discepolo  di  Apollinare di Laodicea e di  Gregorio di Nazianzo  e quindi indirettamente della scuola origeniana del Didaskaleion di Alessandria.
Per dare un segno paradigmatico della retoricità dell’opera di Girolamo mi sembra opportuno  rilevare il sistema di semantizzazione della conclusione, connessa con la grammaticizzazione: da una parte -anche se in una porzione limitata -si capisce  il sistema operativo del grande interprete e da un’altra la sua logica apocalittica.

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Nifo o Machiavelli?

Chi ha copiato? Nifo o Machiavelli?

Nifo o Machiavelli?

Nel corso del mio lavoro di storico mi sono incontrato in tante conclusioni astoriche, in tanti giudizi assurdi, tirati col senno del poi da uomini considerati esperti.

Ho considerato, perciò, i  tanto stimati esperti solo parolai e i grandi comunicatori di massa affabulatori e non seri  operatori della storia.

Per me fare storia vuol dire ricostruire esattamente un ‘epoca in ogni settore di vita  e perfino riprodurre la quotidianità in modo da veder scorrere la regolarità di normale flusso vitale come in un corpo vivente. 

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Filone cristiano o Cristo filoniano? Ta kata Seianon

Perchè Filone non parla di Cristo?

Filone, pur conoscendo Gesù Cristo, non ne parla nella sua monumentale opera.
Neppure è possibile avere la sicurezza che Filone e il Christos si conoscano perché l’opera  Peri Toon Aretoon, in cui il theologos avrebbe potuto parlarne, ci è giunta priva di tre libri, e specificamente di quello dove probabilmente avrebbe dovuto trattare del bios del Signore.
Noi cristiani, inoltre, abbiamo fatto christianos Filone, e nemmeno abbiamo preso in considerazione che Christos potesse  essere stato filoniano, cioè  uomo seguace del pensiero legalistico oniade  e perfino capace di realizzarlo secondo la prospettica scismatica  emporistica, comunitaria propria dei discendenti di Onia IV.
Al di là di come è andata effettivamente la storia cristiana, a noi si propone il problema dei motivi per cui Filone non parla di un evento così importante per il giudaismo in epoca tiberiana.

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Agli amici e parenti, cristiani

Il mio essere anthropos e il loro cristianesimo (anche con Francesco)

Il mio essere anthropos e il cristianesimo dei miei amici e parenti.

Per almeno quaranta anni mi sono proposto come paradigma operativo, come exemplum di un vivere quotidiano faticoso, tormentato, proprio di chi ricerca un’autenticità personale e, contemporaneamente, un Dio nascosto – la cui presenza ha rasserenato il mio iter-.
Ho cercato vie alternative, facendo tortuosi percorsi ed ho girovagato, prima di orientarmi verso una salita  zigzagata, facendo, però, un’ apparente, inutile, fatica sisifea, degna, comunque,  di  essere ripetuta in quanto prodotto di una reale esperienza.
Non ho, quindi, pretesa alcuna di essere profeta  e non credo di avere una missione sacerdotale e nemmeno una funzione,  ma solo ho coscienza di poter indicare una methodos, un’altra via.

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Il messia mancato

Il fallimento del messianesimo

Ho cercato per anni di ricostruire la situazione ebraica della Pasqua del 36 d.C. e quella del settembre del 1666 per capire come un popolo di grande spiritualità possa essere rimasto,  di fronte ad un episodio di morte o di apostasia del proprio Messia.
Quale sentimento possa essersi provato, quale delusione dopo tanti anni, decenni, secoli  di attesa, proprio quando si è giunti alla liberazione, alla redenzione!.

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Apokatastasis ed Origene

La natura ed Origene

Apokatastasis ed Origene
E’ possibile ipotizzare razionalmente un kosmos ordinato secondo regole razionali, secondo logos in un’ oikonomia divina?
La phusis è figlia di Dio unigenita,  dicono i platonici e gli stoici (o meglio il figlio unigenito del theos è h phusis ).
Bene.
Ma c’è veramente ordine nel Kosmos, nell’uomo e in ogni vivente? oppure to pan è un insieme in cui esistono forze contrapposte o parallele o miste ed è geneticamente quello che è, cioè un magma indefinito, una materia /Ulh che si riproduce sempre  identicamente a se stessa, secondo un processo causale e casuale, ma anche secondo un proprio sistema di genomi,  secondo leggi fisiche chimiche, biochimiche elettrochimiche?

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La morte di un Dio

Roma, 24 gennaio 41: morte di Caligola Theòs

La morte di un Dio
Flavio  (Ant. giud., XIX,211) dopo aver parlato della congiura e della morte di  Gaio Caligola, conclude dicendo che il sovrano  aveva trattato con amore e rispetto i suoi amici Agrippa ed Antioco turannodidaskaloi, poi era diventato demokraticotatos molto democratico e si era allontanato dalla sua stessa  paideia e  docsa, nobiliare,  propria del perfetto Basileus/re  e
i suoi amici, perciò,  volta l’amicizia in odio, tramarono e l’uccisero.

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L’Italia dell’analfabetismo

Analfabetismo di ritorno

Da un’intervista del 1978 di Mario Gorini ad Angelo Filipponi
Professore, non le sembra strano che in una società acculturata, si parli di nuovo di analfabetismo?
A livello superficiale  può sembrare paradossale  che nelle società di rapido acculturamento, di alto benessere economico, democratiche, ci sia analfabetismo di ritorno, ma se si esamina il fenomeno, a livello profondo, si rileva che sono pochi coloro che detengono il potere culturale e che molti sono dipendenti e che gli uni hanno abilità di lettura e di decisionalità in situazione e gli altri ne sono privi.

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I due canoni

Differenze di costituzione dei canoni

Ad Iammia,  tra il 70 e 94 d.C.,  si decise il testo della Bibbia masoretica ( quella che oggi   diciamo Bibbia Stuttgartensia, cioè la versione a stampa del codice masoretico di Leningrado  redatto tra il VI e IX  d.C. dai custodi della masorah tradizione della scuola di Tiberiade che succede a quella di  Johanan Ben Zaccai) e si rifiutò quello dei Settanta, che era in lingua greca, usato dagli ellenisti.
Come sacre scritture furono considerate dagli ebrei:
Torah ( Pentateuco: Genesi, Esodo, Numeri, Levitico, Deuteronomio);
Nevi’im (Giosué ,Giudici, Samuele I-II, Re I-II, Isaia. Geremia. Ezechiele, 12 profeti minori);
Ketuvim (Agiografi: Salmi di Davide, Proverbi, Giobbe, Cantico dei cantici, Rut, Lamentazioni, Ecclesiaste, Ester, Daniel, Esra, Nehemia Cronache I-II ).

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Premessa a Ma,Gesù chi veramente sei stato?

Ma, Gesù, chi veramente sei stato?

 

1. Premessa
Fare luce su Jesous Christos Kurios per me è stato l’assillo della vita da quando bambino recitavo le preghiere e non capivo ciò che dicevo in latino,  da quando mi dissero che Dio si riposò il settimo giorno ed avevo la domenica come giorno festivo e non il sabato come era scritto nella Bibbia, da quando mi parlarono di un Gesù falegname che, però, era rabbì, e predicavano un Dio Veterotestamentario creatore crudele e selettivo e  un  Dio Neotestamentario Padre buono e misericordioso, da quando mi facevano cantare Deus Sebaoth/ dio degli eserciti, poi cambiato in Dio dell’universo.

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Nuova scuola

Scuola come officina-meccanica  per la formazione di persona creativa.

Perché non vendere tutti gli istituti scolastici? sono vecchi e non funzionali
Perché  col loro ricavato non si  inizia la costruzione di nuovi complessi, polifunzionali in aree agricole? costano poco o niente
Lo stato guadagnerebbe di certo tra  vendita di aree ed  edifici urbani ed acquisti di aree agricole da convertire in aree edificabili per edilizia scolastica!
Necessita una legge regionale? si faccia al più presto!
La nuova scuola potrebbe dare un nuovo volto all’Italia, spinta al rinnovamento culturale e ad una nuova politica,  grazie anche ad una ripresa economico-finanziaria !

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Cleopatra ed Antonio

Cleopatra

Antonio convoca a Tarso in Cilicia, Cleopatra, come triumviro di Oriente, rettore di  Acaia-Macedonia e di tutta la zona, compresa tra il mar Ionio e l’Eufrate, tutta l’ Asia Minore, Siria,  Fenicia e Palestina.

La regina dì Egitto deve giustificare davanti ad un tribunale romano la sua politica in favore di Cassio e di mancato aiuto ai triumviri: è un sovrano vassallo che deve provare la propria innocenza, a seguito della sconfitta dei Cesaricidi, davanti al  vincitore.

Alla fine di settembre la regina arriva in Cilicia, da Alessandria, su un battello, nilotico, appositamente varato, lussuosissimo, seguito dall’intera flotta egizia, che controlla il mare di Fenicia e la costa egizia.

Antonio, secondo Plutarco, viene dalla Grecia, dove si è comportato in modo stolto e grossolano, anche se partecipa a conversazioni letterarie, a spettacoli agonistici e ad iniziazioni misteriche, pur di essere definito amico dei greci  ed ancora di più  amico degli ateniesi ai quali fa moltissimi doni ( Antonio, 23).

In Grecia il triumviro c’è stato da giovane a studiare retorica ed ha fatto una certa carriera come oratore asiano, che è una forma ben connessa con le nature di chi ha vita boriosa, superba, piena di vano orgoglio e di capricciose ambizioni (Ibidem,2), applicandosi con successo in esercizi militari (stratiotikou agonas).

Lasciata la Grecia in mano del pretore Lucio Marzio Censorino, nominato  proconsole  di Acaia, venuto in Asia, è ricevuto in Bitinia da molti re, che gli porgono omaggi, venerandolo come un dio, con le loro regine disposte a farsi sedurre, a farsi belle, in gara, nel portare doni  (Ibidem 24).

Il triumviro ha con sé una corte di adulatori e di parassiti ed accoglie ancora citaredi, flautisti, artisti asiatici che superano con la loro impudenza e insulsaggine quelli, che già porta con sé dall’Italia. (Ibidem).

Plutarco così descrive l’entrata ad Efeso: lo precedevano  donne vestite da baccanti ed uomini e fanciulli abbigliati da Satiri e da Pan; la città era piena di edera, tirsi, cetre, zampogne e flauti, mentre la gente acclamava  Antonio come Dionisio benefico e soave – Dionuson auton anakaloumenon Kharidothn  kai Meilichion -.

Lo storico precisa che ci sono, però, molti che lo chiamano Omhsths kai Agrioonos (carnivoro e selvaggio) perché toglie i beni agli uomini per bene per darli alle canaglie e agli adulatori, arricchiti con gli averi dei morti: Antonio si comporta democraticamente, come in uso a Roma, dopo la morte di Cesare, in un momento di anarchia, dove regnano i falsari!

Così vivendo, il triumviro converte la tragica gravitas in persona maschera comica e parodistica.

Di Antonio Dionisos neos ed Heracles mangione e  ubriacone approfittano i kolakes adulatori asiatici, abili a tracciare figure di militari spacconi secondo la commedia nuova che sanno mescolare, come in una salsa, la libertà di parola/parrhsia con la più sfacciata adulazione così da mascherare il disgusto.

Plutarco, citando Sofocle, chiude il suo pensiero: l’intera Asia era piena di fumi di incenso ed insieme di peani e di gemiti (Ibidem).

Secondo noi, davvero Antonio scredita l’austerità senatoria  con la sua epihaneia/apparizione divina, propria della cultura della retorica asiana, ma segue il modello  cesariano di una nuova costituzione per l’Oriente, secondo le formule  religiose della basileia !

Non è un caso, ma un preciso sistema per l’ektheosis! Una recita da teatrante, non riuscita ad Antonio! Nemmeno in Oriente.

Ottaviano, solo dopo la vittoria, si avvicina al mondo asiano  e, pur  vivendo  da teatrante politico,- tanto che alla fine della vita, nel 14 d. C., può chiedere ai senatori Ho recitato bene la mia parte?,- sa mantenere un suo equilibrio argentario italico, cosa difficile ad Antonio, data la sua educazione militare ed aristocratica.

Per un Ottaviano, erede di Cesare, allora nel 41 av. C.  figlio di modesti nummularii dipendenti da grandi mediatori finanziari, argentarii, i comportamenti istrionici del rivale aristocratico, propri degli ottimati ,abili ad arricchire nelle province  a scapito delle popolazioni, è facile bollare  l’insania/pazzia antoniana, l’assenza di modus e il dispendio di denaro  pubblico.

Per lui ancora più facile condannare in seguito lo smodato lusso del rivale, la sua megalomania, il suo vivere da Basileus  re orientale:  è facilissimo  fare una propaganda in senso Occidentale, agricolo e conservatore,  in modo da fomentare odio verso l’Oriente ricco e commerciale e contro  la coppia illegittima di Antonio e Cleopatra,  che gestiscono l’imperium  a proprio arbitrio, considerata ridicola la loro millantata ierogamia!

In effetti Antonio è un militare, amante del vino, della compagnia, manesco, un fanciullone grezzo, un campagnolo spiritoso, un Pirgopolinice plautino, un carattere di Teofrasto, un soldataccio come Polemone descritto da Luciano di Samosata in Dialoghi delle cortigiane.

E’ davvero un discepolo di Clodio e di  Curione, di cui imita i comportamenti: dal primo deriva  la furia rivoluzionaria, l’impudenza e  audacia demagogica e dal secondo  – di cui è stato a lungo la donna (ibidem,2 Kurioonos philia kai sunetheia),  l’amore grossolano per i piaceri, il bere smodato, l’uso delle donne virili,  le spese eccessive  e sfrenate  tanto da accumulare un debito di 250 talenti!

Sposa perfino Fulvia- già madre di Publio Clodio Pulchro e di Clodia Pulchra,  la  vedova di Clodio, divenuta nel 51 moglie di Curione, alla sua morte nel 49, come terzo marito!

Plutarco rileva anche  i difetti  della semplicità di modi e  della lentezza nell’accorgersi degli errori, perché incline a bere e facile all’ira e al pentimento, in quanto borioso, prodigo verso chi definisce superficialmente amico, ricompensato in modo eccessivo, troppo generosamente.

E’ un sentimentale Antonio rispetto ad Ottaviano anaffettivo e  razionale!

E’, comunque, un vero dux , anche se non abile amministratore, vero discepolo di Cesare nelle strategie militari, capace di coordinare legati , duces prudentes  di grande valore, e già per conto loro perfetti strategicamente.

Antonio, pur avendo tamiai (tesorieri) e censori, non ha  cura  dell’amministrazione finanziaria in quanto non controlla costantemente le entrate , ma si fida del conteggio altrui e delle persone più a lui legate da rapporti camerateschi che da affetti reali.

In una successione rapida di  rapine, si confische e di saccheggi  di riscossione di tributi, sarebbe stata necessaria la registrazione ad opera di  veri contabili ,che sotto la guida dei tamiai, fedelissimi,  facessero il loro dovere quotidiano., opportunamente pagati da lui stesso!. Invece si moltiplicano le casse a seconda  dei legati, cresce il numero degli addetti al lavoro contabile  senza però l’oculata e periodica  ispezione del dux.

Senza documenti,  senza  registrazione  le entrate  sono nominali , mentre le  uscite, continue sono senza controllo.

Ognuno, legatus, centurio, decurio, a seconda del grado militare prende dalle casse dell’esercito quanto occorre, senza alcuna  registrazione ufficiale: non ci sono note per le spese di vettovagliamento né voci indicanti i prelievi del dux o dei legati vicari, o di quaestores autorizzati dalla auctoritas e non dalla necessitas quotidiana.

Ne consegue che, non esistendo registri, non esiste contabilità: le confische si succedono, ma ci sono molte casse distinte da quella dell’erario pubblico, che si esauriscono per spese arbitrarie e solo in precise date, quando ci sono richieste ufficiali dal senato, si preparano convogli da inviare a Roma per nave o per terra a seconda delle destinazioni.

Quanto diversa la strutturazione delle tasse, delle casse, degli  esattori della famiglia di Antipatro, connessa col tesoro templare e con una capillare organizzazione trapezitaria secolare!

Plutarco mostra come un adulatore colax sa pungere il dux con la sua denuncia, forse esagerata, circa la cattiva amministrazione romana in terra asiatica.

L’Asia ha pagato 200.000  talenti (un talento vale 26,2 kg, 60 mine)

Per capire qualcosa si pensi che Antioco III sconfitto da Scipione asiatico a Magnesia sul Sipilo nel 190 a.c.  deve pagare 15000 talenti e d è costretto per anni a  depredare templi e tassare i suoi sudditi, ad invasioni!.

Per il  trasporto di 52.400 tonnellate di argento occorrono  carovane e carovane di muli e di cammelli, centinaia di carri e legioni di scorta!

Antonio, cattivo amministratore,  non ha piena coscienza di tanta fortuna e delle migliaia di tonnellate di argento e seguita ad avere fiducia nei suoi tamiai/censori, che non producono documenti e non fanno conti di entrata ed uscita e continui resoconti, lasciando i conti dell’erario, in mani private, per spese proprie, a seconda delle casse delle varie legioni e dei legati che ne usufruiscono in modo indipendente. 

A chi allude Ibrea, il noto oratore di Mylasa?

A L. Munacio Planco, da Antonio nominato governatore di Asia nel 40, dopo l’incontro di Atene?

Allora l’oratore non ha fatto l’affermazione nel 41 ad Efeso, ma in altra circostanza , nel periodo che va dal 40 al 32, anno  del  suo tradimento di Munacio  (defecit ad Octavianum)?

Plutarco ha un suo filo narrativo ma le informazioni, le dà  senza precisare il  tempo, considerando nel suo insieme l’arco di potere orientale di Antonio.

Se si confrontano i suoi  dati  con quelli di Velleio Patercolo   si giunge alla conclusione che Munacio Planco è  spesso invitato a corte, ad Alessandria dove tra i tanti parassiti   si trova anche l’oratore di Mylasa.

Perché proprio Munacio Planco

  1. – perché Planco, nativo di Tivoli, ha svolto mansioni censorie  nel corso della campagna gallica, quando è legatus di Cesare durante la guerra gallica e poi  è suo collaboratore durante la guerra civile,  in Spagna e in Africa e praefectus urbi nel 45, governatore della Gallia Comata- nel 44 (epoca in cui fonda Lugdunum/Lione e Raurica/Basilea)-
  2. perché, dopo la morte di Cesare, divenuto console nel 42 ha un  comportamento incerto tra cesaricidi ed anticesaridi, per schierarsi poi con Antonio, e partecipa alla rivolta di Fulvia e di Lucio Antonio arruolando  i perdenti terre in seguito alla decretata spartizione delle proprietà e alla designazione dei coloni (Velleio Patercolo St, Rom., II,74) diffamando Ottaviano che fa distribuzioni in Umbria e Gallia (Virgilio, Bucolica I e IX ),   impegnandosi lui stesso  a distribuire in Campania terre ai veterani dando luogo a malcontenti e malumori. Per aver reso questi servizi e per aver accompagnato nella fuga dall’Italia Fulvia, Antonio lo ricompensa con il Governo dell’Asia ( prima, e poi della Siria). Planco è uomo definito da Velleio Patercolo (Ibidem,  II,83) –come già detto- per la opportunistica  politica morbo proditor/traditore per morbosa disposizione, abile nell’assegnare territori nel beneventano ai reduci. Velleio considera Planco il più basso degli adulatori della regina, un cliente più strisciante degli schiaviper Antonio il segretario (librarius) inventore ed organizzatore delle più sozze oscenità, venale per ogni cosa e per tutti.

Per lo storico Planco è una squallida comparsa, un pantomimo  capace di recitare  nudo e dipinto da azzurro  col capo cinto di canne, traendosi dietro  una coda  e sostenendosi sulle ginocchia per interpretare – come un  istrione – la figura  di Glauco, durante un banchetto

Davvero Planco diventa espressione parodistica del romano degenere come lo stesso Antonio, indegno del nomen senatorio!

Poco prima della battaglia di Azio  tradirà Antonio  per  poi proporre, quattro anni dopo la vittoria, il titolo di Augustus/Sebastos ad Ottaviano, abituando così al servilismo l’ordine senatorio.

Eppure  lo stesso popolo campano – grato per la distribuzione di terre,- a Gaeta erige, alla sua memoria,  sulla sommità del monte Orlando una  tomba cilindrica, su una base quadrata!.

Antonio ha in quel tempo sotto il suo potere costantemente dalle 16 alle 20 legioni, a seguito degli accordi, e spesso anche auxilia, truppe ausiliarie  oltre a turmae di equites, che devono mangiare, equipaggiarsi, d’estate e d’inverno sia in roccaforti delle province, depredate,  che nei castra, vicini alle città, di norma saccheggiate, perché i milites sono bisognosi di rifornimenti continui ed ogni legatus ha, all’occorrenza, a sua disposizione il tesoro erariale, che è la cassa comune  antoniana, portata in giro per le province conquistate, con una fila innumerevole di muli, cammelli, carri!

Ed anche la flotta, allora stanziata nelle vicinanze delle isole greche è vettovagliata costantemente dalle popolazioni  isolane che pagano tributi!

Senza abili censori, onesti, non si mangia né si fa addestramento, specie se ci sono nell’ esercito demagogoi , che eccitano i milites a rivolte contro i legati e  contro lo stesso dux amministratore inadeguato: Antonio, aristocratico passato al popularismo,  non è un epimeleths e tanto meno un dioicheths, che cura  l’ordo censorio,

Antonio per natura non è  un uomo capace di mettere in ordine i conti, comandare e spendere quanto gli occorre, ma  prende pecunia secondo  i suoi umori, concedendo la stessa libertà ai figli piccoli.

Se è vero quanto scrive Plutarco di Antillo, figlio di Fulvia – che, ridendo, dona tutte le coppe della tavola, preziose, al medico Filota, incredulo che si possa  accordare il permesso di far raccogliere e metterle in un sacco, dopo avervi impresso il sigillo, ad un bambino  (Ibidem28) – bisogna meditare sul disprezzo romano dei beni, sull’educazione nobiliare in epoca repubblicana.

Si pensi che questo avviene ad Alessandria,  oltre tutto, in casa altrui, di Cleopatra!

Ottaviano, pur giovane di 21 anni, invece, essendo nummularius,   proveniente dal ceto mercantile, connesso con le trapezai ebraiche, fa esattamente il contrario, imponendo una capillare registrazione di ogni entrata e  delle corrispettive spese, mettendo in evidenza con voci specifiche chi porta e chi prende, secondo un preciso sistema bancario, usato anche da Cesare sotto il controllo ebraico!

Plutarco, pur scusando Antonio per la negligenza e per l’ingenua fiducia in chi riscuote somme così ingenti, fa dire all’asiatico preoccupato della bancarotta: Se tu non li hai ricevuto, domandali a chi li ha presi, ma se li hai ricevuti  e non li hai più, noi andiamo in rovina.

Apoloolamen/andiamo in rovina è il grido degli asiatici di fronte allo sperpero di denaro pubblico da parte dei romani, che rubano e sprecano la ricchezza asiatica: e’un monito per il theos, il  neos Duonisos, che folleggia!

Dunque, Antonio non ha seguito Cesare come il mulio/il mulattiere piceno, Ventidio Basso, che ha fatto carriera col condurre lunghe file di muli, trasportatori di viveri, di denaro e di armi,  e perfino di mensae praetoriae con le posate d’oro e d’argento del dux!,   ragioniere ante litteram, oikonomos spilorcio  nelle spese  registrate  in singole voci contabili, utili per i censori che verificano, all’ occorrenza, su ordine  senatorio!.

Antonio ha solo visto l’aspetto dispotico, munifico, aristocratico, del potere cesariano, non quello popularis  e non ha colto il lavoro  di revisione dei conti e di verifica dei censori, di studio dei programmi e di pianificazione di ogni singolo atto burocratico e strategico-militare per un telos/fine superiore!

Antonio ha solo sogni aristocratici secondo il militarismo romano di sfruttamento provinciale, secondo una concezione elitaria della superiorità romana, che impone il diritto del vincitore, che mettela spada sul piatto allestito dai vinti!.

Antonio non ha Fulvia alle sue spalle in Asia. Non ha nel suo letto  Fulvia, che guida l’oikos familaire e che avrebbe organizzato la ricchezza asiatica.

Lui vive senza curae, mentre lei gestisce il patrimonio  e lo conserva gelosamente:  è  strumento di una donna virago capace di imporsi ad uomini come suo cognato Lucio Antonio a costringerlo ad una comune causa,  a subire insieme l’assedio di Perugia ed andare in fuga, lasciare la madre Giulia presso Sesto Pompeo  per favorire il marito lontano, pur se tra le braccia di Cleopatra.

Fulvia è come Precia, come Sempronia, come Clodia una femminista, un’economa, tesa all’oikos patrimonio familiare, capace  di sfruttare la sua personale femminilità per un bene superiore, mai doma davanti ad ogni pericolo.

Antonio non è dunque uomo per una donna, un amministratore di patrimoni, un pianificatore strategico,  e forse neanche un dux prudens, ma  solo un polemisths valoroso, troppo istintivo per conquistare un imperium, fortunato per mantenersi l’amore di  una regina, del tipo di Cleopatra, erede della raffinata cultura  lagide.

E’ un uomo forte, belloccio, di media altezza, atletico perché esercitato nei gumnasia  e nelle arti marziali, ma già limitato e quasi distrutto dalle donne, dal vino, dagli amori efebici e dal vizietto amasio persistente.

Ora Cleopatra incontrando Antonio, che già conosce dal periodo romano, come fido cesariano, non si pone alla pari delle regine vinte.

E’ la donna di Cesare, una regina ammirata  e venerata dal dictator sia per la bellezza e per l’eleganza che per la raffinata intelligenza oltre che per la superiore cultura della stirpe lagide, signora assoluta  del ricco Egitto da oltre due secoli, nuovo simbolo dell’antichissimo potere  faraonico!

Cesare non era Antonio: altra struttura fisica, spirituale, culturale, un altro mondo maschile!

Ora Antonio è, comunque, il rettore dell’Oriente: questa verità sa l’intelligentissima Cleopatra,  che va a Tarso.

La regina ha avuto la lettera di comparizione da Q. Dellio, ha ascoltato a voce le accuse  ed è informata su Antonio, uomo incapace di fare del male ad alcuna donna  e tantomeno ad una regina.

Cleopatra è persuasa da Dellio, scaltro ed abile nei discorsi,  ad andare all’incontro a Tarso, dopo la descrizione di Antonio come il più amabile  e  benevolo  dei comandanti /ton antonion hdiston  eghmonoon onta kai  philantroopotaton (ibidem 25).

Cleopatra ha alla fine del 41 poco  più di 25 anni, ma è maturata come donna dopo l’amore verginale con Cesare, dopo la nascita di Cesarione e il biennio Romano  (Cfr  A. e M. Filipponi, Antipatro, padre di Erode).

Da un triennio è  nella sua corte di Alessandria, circondata da uomini letterati, scienziati, militari, musici, ballerini, artisti,  libera di amare chi desidera, di scegliersi il migliore di aspetto per prestanza fisica e per intelligenza.

Secondo Plutarco la donna è nel fiore dell’età, molto diversa da quella fanciulla inesperta conosciuta da Cesare:  ora lei stava per incontrare  Antonio nel momento in cui la  bellezza delle donne  è al suo massimo splendore  e l’intelligenza sviluppa  tutta la sua maturità. (Ibidem 26)

Perciò Cleopatra prepara molti doni , talenti  ed ornamenti  – secondo le possibilità di un grande regno e prospero-  e si presenta ponendo le maggiori speranze  in se stessa, negli incanti, nel fascino  e nelle attrattive personali (Ibidem).

Di fronte ad Antonio, quindi c’è una donna matura la dea Iside simbolo di maternità, regina calcolatrice, che pensa a suo figlio Cesarione e che, solo per lui, può avere fatto un piano per conquistare il nuovo fortunato volgare padrone dell’Oriente/ dipinto dai letterati come Neos Dionisos, semidio romano, della stirpe di Hracles.

A lei conviene un amore con Antonio. per legittimare il futuro di Cesarione figlio di Cesare, erede legittimo  dell’imperium romano grazie al potere di un padrino aristocratico di Roma, popularis, che dovrebbe esserne patronus fino alla sua maggiore età .

Cleopatra si comporta comunque, anche  da regina che pensa al benessere dell’Egitto  socio e alleato del popolo romano che  tramite il rettore dell’Oriente, potrebbe diventare la più grande potenza insieme con la Siria, ricostituita nelle sue partes orientali ora sotto il regno arsacide.

Ad Antonio, imitatore di Cesare, ancora di più conviene un amore con Cleopatra, la donna di Cesare, la regina di Egitto, l’ammiraglia di una flotta colossale, padrona di un terra ricchissima di tutto, la cui capitale Alessandria è il faro  culturale, l’emporion più grande di tutto il mondo, superiore di molto a Roma.

Cleopatra fa attendere Antonio che la pressa con lettere e con ambasciatori ad affrettarsi: in un certo senso si prende gioco di lui           (kategelase tou andros), che spera di consolidare la sua posizione di triumviro orientale con l’appoggio della regina di Egitto.  La regina viene dal mare  ordinando ai marinai  di risalire col battello il  fiume Cidno, che allora attraversava  il centro della città, per una ventina di Km., fino sulla piazza, dove è  il tribunale con Antonio seduto, in attesa col suo consilium principis e le guardie che proteggono la zona.

Secondo Plutarco il battello ha la poppa dorata con le vele purpuree spiegate  mentre i rematori vogavano con remi di argento al suono del flauto, accompagnato da zampogne  e cetre. E’una scena teatrale! La regina è sdraiata sotto un padiglione, ricamato d’oro, ornata come Afrodite  nei dipinti,  e dei ragazzini, simili agli Eroti dei quadri, da una parte e dall’altra le fanno vento. Le più belle delle sue ancelle  abbigliate da Nereidi  e Grazie  stanno chi al timone, chi alle funi. Meravigliosi profumi provenienti da essenze e aromi  invadono le sponde (ibidem, 26)

La folla, festosa, su entrambe le rive, accompagna il battello dalla foce del Cidno, lo segue nel suo lento tragitto.

Ne deriva che anche la folla  che è in piazza intorno al dux romano, compresi i notabili  della città,  attirata ed ammirata dallo spettacolo si sposta verso il battello di Cleopatra  e lascia solo Antonio, seduto sulla tribuna. (Antonios epi bhmatos kathezomenos apeleiphthh monos), con gli amici e i soldati romani di guardia.

La venuta, dunque, di Cleopatra risulta col suo sfarzo  un’offesa  per  lo ius romano, per l’autokrator, l’imperator, il dux vincitore, per l’aristocratico consilium principis.

La diplomazia romana è sconfitta, schiacciata di fronte alla parata egizia!.

La popolazione greco- cilicia è arbitra non di un verdetto ma della superiorità culturale lagide, ancora dominante nella zona, favorevole più alla regina egizia che ai nemici romani, nonostante le concessioni di civitas numerose ad opera di Pompeo e di Cesare.

Solo più tardi in epoca preaziaca si fa satira su questa beffa all’honor romano del giudice, rimasto solo, senza l’imputata Cleopatra!

Allora si legge lo scorno del Neos Dionusos, dell’Heraches romano,  deriso da Afrodite/ Venus anadyomene /che viene dal mare .

Allora si vede il coniugium illecito,  la ierogamia tra Dionusos e Iside non voluta dagli dei, come quello di Enea e Didone, e si maledice il sodalizio tra Antonio e Cleopatra, come funesto per l’impero romano, come la causa della nuova guerra civile.

Invece alla fine di settembre del 41  s’inizia a vociferare che  il fato ha mandato Afrodite  col suo corteo  ad incontrarsi con Dioniso  per il bene dell’Asia – h Aphrodith komazoi pros ton Dionuson  ep’agathooi  ths Asias-.

Antonio è stordito dallo splendore della corte di Cleopatra e Plutarco  ne mostra lo sconcerto fanciullesco  davanti  a tante indescrivibili meraviglie: Il triumviro rimase letteralmente incantato  dal gioco e dalla quantità di luci/malista toon photoon  to plhthos ecseplagh.

Plutarco così scrive: tante brillavano insieme e dappertutto, posate per terra ed appese in alto, ed erano artisticamente disposte le une in rapporto con le altre con tali inclinazioni sapienti da formare cerchi, quadrati, in modo che pochi spettacoli  furono così splendidi  e degni di essere visti come quello (Ibidem, 26).

Antonio, pur colpito dalla creatività e magnificenza egizia, vuole competere ed invitare la regina, credendo di poterla superare in splendore e raffinatezza, ma si sente sconfitto tanto da scherzarci parlando di miseria e di rozzezza/auchmon kai aigrokian, anche se ha sperperato i proventi di una tassazione provinciale.

Ibrea, infatti, dice, in occasione di un secondo tributo imposto alle città carie, spiritosamente, celiando  secondo il tono scherzoso di Antonio:  Se puoi riscuotere  il tributo due volte in un solo anno, puoi anche fare per noi due estati  e due autunni! (Ibidem, 24; è lo stesso oratore che scherza denunciando i censori sui 200.000 talenti!).

Ibrea è un vir civilis, o politikos  greco di norma di base oratoria,  ma certamente un parrasiasths che con un ghigno sorride e nella sua adulazione parla liberamente convinto della superiorità culturale orientale rispetto anche ad un magistrato romano!.

Cleopatra, come l’oratore di Mylasa, da donna scaltra, scopre la simplicitas del militare, volgare e si adegua con intelligenza, cercando di approfittarne servendosi dello stesso linguaggio, senza alcun timore, cosciente della sua superiore cultura.

Cleopatra è una poliglotta. parla moltissime lingue  ed ha una presa irresistibile sul maschio, anche se non è di una bellezza eccezionale  tale da stordire chi la vede, ma è donna di grande complicità e di allegria e di mirabile vivacità.

Plutarco come per concludere, afferma: Nell’insieme, l‘aspetto il fascino della conversazione, il suo modo di trattare con gli altri  lasciavano il segno. Era anche piacevole ascoltare il suono della sua voce e poiché ella volgeva facilmente la sua lingua come un apparecchio musicale a parecchie corde, a qualsiasi idioma volesse,  erano ben pochi i barbari  coi quali doveva trattare  per mezzo di un interprete (di’ermhneoos),ma era in grado di dare risposte alla maggioranza di loro, e direttamente, come agli Etiopi, ai Trogloditi, agli Ebrei, agli Arabi, ai Siri, ai Medi e ai Parthi.(ibidem,27).

Termina il discorso aggiungendo che mentre i sovrani suoi predecessori  nemmeno si affaticavano ad imparare la lingua egizia  ed alcuni avevano disimparato perfino la lingua macedone, lei  conosce molti altri linguaggi e dialetti.

Plutarco inoltre aggiunge che Cleopatra invita  Antonio a seguirla ad Alessandria, dove svernare .

E’ probabile, quindi,  che, essendo la navigazione vietata,  da ottobre a marzo i due abbiano trascorso  a corte nel Palazzo di Lochias, il periodo invernale.

Lì meglio che a Tarso  la regina può spiegare – senza trovarsi nella condizione di imputata. in un giudizio, le ragioni per il mancato  aiuto navale ai triumviri, impegnati contro i cesaricidi, a causa  di una improvvisa tempesta che ha impedito alla flotta di giungere in tempo e poi mostrare con documenti  il suo tentativo, non riuscito, di unire le proprie legioni a quelle di Cornelio Dolabella  per bloccare Cassio  in Siria.

Ora, dunque, Antonio, convinto delle giustificazioni di Cleopatra,   vive accanto  alla regina (cfr. E BRADFORD, Cleopatra, Bompiani 2002)  per almeno 5 mesi, mentre in Italia infuria la guerra tra sua moglie e suo fratello da una parte ed Ottaviano da un’altra in Oriente sta iniziando l’invasione della Siria, ad opera dei Parthi che reclamano i diritti sui territori asiatici sotto la guida di Pacoro, Barzafarne e Tito Labieno. La moglie combatte l’altro triumviro nella guerra di Perugia per gli interessi di suo marito e di Lucio Antonio, circondato da Ottaviano e da truppe senatorie.

Per gli storici -che esaminano nel complesso, in un arco di 12 anni-  Antonio è un  soldato  di normale  intelligenza,  abile solo a perdere tempo, incapace di una costruzione duratura- data la incostanza di carattere,-e di progettare qualcosa di grandioso, se non a livello astratto ed irreale  (cfr A Floro, II XX,  che rileva l’immensa vanità dell’uomo, che, per desiderio di titoli, attacca di nuovo i Parthi dopo la vittoria di Ventidio Basso, senza un motivo, senza un disegno, senza neppure l’ombra di una dichiarazione di guerra, come se anche la furberia rientrasse nell’arte di un comandante).

La vita di palazzo coi pettegolezzi, comunque,  diventa anche la vita di questo quarantaduenne, che lascia il campo politico al suo avversariopoco più che ventenne, dedicandosi alle gioie intemperanti  e ai capricci giovanili di banchetti,  a bevute seguite da sbornie colossali, a qualsiasi erotico gioco, sempre con un codazzo di compagni, tenendosi in forma atletica, con l’attività ginnica, seguendo  Cleopatra  che in incognito, gira per le strade alessandrine, passa per i canali specie per la odos megalh, allungando la notte a contatto con le plebi urbane.  S’innamora certamente di Alessandria, del Faro di Canopos, della Mareotide,  oltre che di Lochias, dei monumenti del Museo e della  Biblioteca, del popolo stesso egizio. Plutarco, (Antonio,28,29) dopo aver indugiato sulle spese incredibili e senza misura/apiston tina …toon analiskomenoon ametrian,  sulle buffonate e scherzi tanto da dire che Antonio usa la maschera tragica  coi romani e quella comica con loro/tooi tragikooi pros tous Romaious khrhtai prosoopooi, tooi men koomikooi pros autous, scrive: Raccontare tutti o quasi i giochi fanciulleschi che combinò sarebbe gran vanità.

Comunque, due episodi sono significativi per comprendere il rapporto  reale tra Antonio e la regina  e  verificare il loro carattere.

Un giorno la regina fa preparare il salone per una banchetto e  dispone sul pavimento uno strato di rose, molto spesso, mentre ha fatto sospendere su reti disposte nelle pareti altre rose in modo che  gli ospiti  possano camminare  su un solido e profumato tappeto  di fiori  (E. Bradford, ibidem ). Ora Antonio, in tale contesto, avendo il gusto delle scommesse ed essendo un megalomane, sfida la regina a preparare un banchetto del costo di  30.000 talenti circa 100 miliardi di  vecchie lire.

E’ designato arbitro il librarius Munacio Planco., uomo corretto, capace di diventare un pagliaccio con la danza saltica, ignominioso nella sua oscenità, privo di dignità,  in una corte ellenistica, dove il romano già è considerato un agroikos, un villano rivestito.

Dunque  al di là della precisa datazione del  fatto  Munacio Planco è il giudice, che fa registrare a contabile le spese

Ritengo che il termine in questo caso dovrebbe valere come scriba censorio e come addetto contabile della spesa, insomma uso Librarius  in forma altamente dispregiativa per un magistrato romano  secondo il quadro tracciato da Velleio Patercolo,  ridotto a persona /maschera alla corte  di Cleopatra.

Munacio Planco, fatti conti, stabilisce che la regina  ha perso la scommessa  ed allora Cleopatra,  sorridente,   fatta portare una coppa , con aceto, vi versa sopra una delle due perle  che ha alle orecchie,  la fa sciogliere e la beve.

E chiede al censore di Antonio se ha raggiunto la cifra fissata mentre stacca anche l’altra perla per gettarla in un’altra coppa e si ferma solo quando il romano dice che è risultata vincitrice.

Per lei, regina,  che ha la riserva delle perle del Mar Rosso  e che commercia con l’India, non è una perdita grave!: è  solo una dimostrazione dell’immensa ricchezza dell’Egitto, davanti al fanciullesco Antonio e al suo avido  librarius! . Cleopatra mostra la superiorità commerciale della cultura lagide rispetto a quella agricola della res publica!

Senza entrare in merito al coniugium sacro e all ’innamoramento  o passione amorosa dei due,- argomento caro ai letterati, che seguono la propaganda di Ottaviano difensore dei diritti della sorella Ottavia, legittima coniuge, dopo la morte di Fulvia, che partorisce ad Antonio  poco dopo due figlie Antonia Maior ed Antonia minor, rispetto a  Cleopatra,  che dà alla luce  Alessandro Helios e  Cleopatra Selene il 25 dicembre del 40   e molto  più tardi avrà Tolomeo Filadelfo –  si ritiene che  ciascuno dei due, in relazione alla propria cultura, insegue, oltre al benessere fisico personale, un telos politico: Antonio  raggiungere lo scopo di essere l’unico padrone di Roma e dell’imperium, l’altra di creare un impero universale con capitale Alessandria, e come centro l’Egitto secondo i piani  di Cesare.

Non si sa se i due abbiano concordato un’azione comune per conseguire l’obiettivo proprio e quello del  benessere dell’ecumene!

Comunque,  la cornice di Alessandria, città unica al mondo costruita da Alessandro Magno, arricchita dai primi lagidi,  resa la più grande e più ricca, considerata geograficamente anello di congiunzione tra Asia ed Africa ed Europa,  diventa per Antonio  teatro ed occasione delle  bravate militari, oratorie, atletiche.

Deve cedere, però, ad alcune pressanti richieste della donna: riconsegnare Cipro all’Egitto lagide; far uccidere Arsinoe, sua sorella, che pur vive ritirata in Asia Minore chiamata solo dal Sommo sacerdote dell’Artemision, regina, pericolosa ai fini dinastici. va  errando per Alessandria in incognito  e si innamora della città della Mareotide, di Canopos  e della megalh odos  del centro cittadino.

Nella città Cleopatra  attira sempre di più Antonio con la kolakeia  che sa praticare anche oltre le quattro forme di Platone – due sono quelle rivolte al corpo, alla cucina e l’abbigliamento raffinato; e due all’animo . sofistica e retorica -.La regina per un decennio gioca con Antonio come una gatta col topo  deridendo spesso lui occidentale che crede di essere il dominatore, che prende per vero che tutti ridano   felici e festosi alle  sue performances,   come beone,  o come atleta o come pescatore,  senza accorgersi che il loro assenso è quello  del suddito,   costretto a magnificarlo (Ibidem 24)  Cassio Dione ha nella sua opera spesso mostrato l’aspetto levantino dell’alessandrino che è certamente il più scaltro dei kolakes,megalophues, un sublime ruffiano, per dirla con Il Peri Upsous (Il sublime, XLIV,3 a cura di F Donadi,, Bur ,1991)  che così scrive in generale dell’orientale, alla fine del trattatello pseudo longiniano. Cleopatra ne è con Ibrea l’esempio più lampante .

Emblematica è la sua frase nei confronti del ragazzone romano, americano spocchioso,  scoperto nella sua millantata pesca, che copre l’atteggiamento di derisione con un apparente rispetto:  parados hmin ton kalamon, autokrator,  tois  Pharitais  kai  Kanobitais  basileusin. H de sh thhra  poleis  eisi  kai basileiaai  kai hpeiroi /concedi a noi re  abitanti di Faro e di Canopo, la canna: la tua preda sono città, regni e continenti.(ibidem,29)

Antonio non riuscendo a pescare niente,  fa attaccare  all’amo pesci da sommozzatori, ma scoperto dalla regina  è beffato perché un abile nuotatore egizio pone  un pesce salato del Ponto sulla sua esca, lo rende oggetto di risate per i cortigiani.

Secondo noi Antonio e Cleopatra sono amanti – hanno  i gemelli nati il 25 dicembre del 40, in quasi dieci anni di relazione- ma non formano una vera coppia, che possono pure aver sognato con diverse finalità il sogno di un impero universale cesariano, da realizzare più per volontà di Cleopatra che di Antonio.

Non so con quanta fiducia Cleopatra possa coltivare  tale  idea,  non certo per amore: abissale è il divario culturale tra i due coniugi!

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

La Giudea ed Aulo Gabinio

La Giudea e il governatore di Siria Aulo Gabinio

Antipatro, Hircano e sua figlia Alessandra  si tengono a contatto con Roma, mediante messaggeri e lettere: Pompeo  e gli aristocratici romani   sono i referenti di una comunicazione ininterrotta per un oltre un triennio per cui  si conoscono  sia i termini del primo triumvirato tra Gneo Pompeo,Giulio Cesare e Licinio Crasso Dives, che il consolato di Cesare e Bibulo, ed anche l’arrivo del pompeiano  Aulo Gabinio come governatore di Giudea.

Nel 57.  a.C. arriva in Siria Gabinio, mentre in Giudea sta per iniziare una nuova stasis rivolta,  fomentata da Alessandro, figlio di Aristobulo,  che non riesce a prendere il Tempio  per l’opposizione dei legati romani i quali  stanno supplendo il governatore non ancora giunto  e per il valore delle truppe  di Antipatro che coordina le forze di Hircano.

Gabinio  è già stato  console nel 58, a seguito di  una rapida carriera  cominciata da  tribuno della plebe quando, fautore ed intimo di Pompeo  eis toon Pomphiou sunhthoon, propone la lex Gabinia  per dargli pieni poteri militari nel 67  nella  guerra contro i pirati  (cfr. Plutarco Pompeo , 25 ).

Pompeo, poi,  con la  Lex Manilia, proposta  dal tribuno Caio Manilio Crispo del gennaio del 66, ottiene il comando supremo della guerra mitridatica, pur ben condotta da  Licinio Lucullo, esautorato tra molte polemiche,  nello stesso anno, grazie al sostegno di Cesare,  capo dei populares  e di Cicerone  che pronuncia la Pro lege Manilia de Imperio Gnei Pompeii.

Il senato mette a disposizione di Pompeo un esercito di 20 legioni, 5000 cavalieri ed una flotta di 300 navi.

Gabinio da allora  risulta  un birbo adulatore di Pompeo (andra toon Pomphiou kolakoon uperphuestaton/il più smodato tra gli adulatori di Pompeo,  Plutarco, Pompeo, 48).

Sull’astuzia volpina del governatore di Siria, sullo stretto legame politico col triumviro  e sulla sua fides  per gli ottimati gli storici concordano e nemmeno si discute il valore militare e strategico di Gabinio, dux  esemplare per i militari, prudens,   mentre  si dice molto male  circa l’avidità di denaro.

Ogni governatore romano dell’epoca cesariana, comunque,  è disonesto: perfino l’integerrimo Catone è criticato nel corso della  sua missione a Cipro.

Appena ottenuta la carica  da Clodio con  l’imperium propraetore si fece una legge apposita per la riduzione dell’isola a provincia sotto il patronato romano.

Catone  con due scribae e con un questore fece il censimento e  delle terre e degli abitanti (Plutarco, Catone uticense, 38) e sembra fare regolarmente il suo dovere secondo iustitia.

Infatti il testamento di Tolomeo Physcon – ucciso dalla folla ad Alessandria nell’80 –  prevede la divisione del suo regno, in Egitto  destinato a Tolomeo Aulete e in  Cipro da assegnare  a Tolomeo figlio  minore,  che ne invece privato perché  inviso al  tribuno della plebe Clodio – per non avergli pagato il riscatto nel periodo della sua prigione  tra i pirati-  il quale ha attenuto il decreto di annessione dell’isola all’imperium.

Catone esegue  secondo mandato senatoriale, obbedendo alla lex iulia de  pecuniis repetundis del 59, ma accumula un gruzzolo di 7000 talenti  (Ibidem, 38) e per trasportarli inventa un sistema ingegnoso utilizzando una infinità di vasi  da trasportare su navi, riempiti ognuno con due talenti e 500 dracme, temendo le insidie del viaggio di mare, dei marinai e i pericoli dello smistamento.

A Roma non arrivano certamente tutti, ed allora si fanno rumores  chiacchiere circa il naufragio, gli attracchi e le soste.

Anche Catone, dunque, nonostante la stoica rigidità morale  ha qualche vizietto!.

Quindi meglio sorvolare sulla aischrokerdeia di Gabinio  e  seguiamolo nella sua impresa egizia, facile con l’aiuto di Antipatro  che è amico dei Nabatei, che riforniscono di acqua e degli ebrei  di Egitto che fanno passare  i romani con Tolomeo Aulete che oltretutto si è indebitato con i trapezitai alessandrini e coi nummularii romani oltre che con Cesare e con il dux della spedizione.

Un mare di denarii è alla base dell’ impresa del pompeiano Gabinio:  è un momento bruttissimo della vita  di Roma  repubblicana: comprenderlo è utile per definire  la grave crisi morale dell’ultima repubblica che coinvolge  e snatura gli optimates e i polulares, i pompeiani e  i  cesariani, che vanno progressivamente alla guerra civile.

Nella provincia di norma gli atti vengono trascritti ed affissi per il pubblico in due città,  scelte tra le altre,  dopo che il  governatore ha il riconoscimento legittimo da parte del senato romano: perciò talora il loro operato è noto.

Di Gabinio  amministratore, un pompeiano astuto, Dione Cassio (St.Rom. XXXIX,56)  dice che governa malissimo la Siria tanto da arrecarle danni  di gran lunga maggiori  di  quelli dei pirati  che allora padroneggiavano.

E poi aggiunge che per andare a fare la spedizione in Egitto, quantunque una legge vietasse al governatore di una regione   di varcare i confini di un’altra regione e di intraprendere guerre di propria iniziativa e quantunque il popolo romano e la sibilla   si fossero già espressi  contro il ritorno di Tolomeo Aulete in Patria… lascia il figlio di Sisenna ancora   giovinetto con pochi soldati, esponendo la regione, che gli era stata affidata ancora di più agli attacchi dei pirati.(Cassio Dione, Storia romana,  BUR 1995, traduzione e note di Giuseppe Norcio).

I termini di lhstikoi e lhstai, comunque, in  quel cotesto e contesto sembrano  che possano sottendere  (anche se lo storico severiano non lo può sapere e perciò equivoca-  col traduttore – coi pirati che sono stati debellati da un decennio) il fenomeno non dei pirati, ma quello dei ladri  che  imperversa in Siria e in Palestina, cioè di uomini di lingua e religione aramaica, che attaccano proditoriamente i convogli  dei romani o degli alleati, ed impediscono il normale commercio.

Essi infatti sono nemici dei filoromani e dei sadducei, avendo buoni rapporti con il popolo siriaco e  con quello giudaico,  ed hanno sedi in Paneas, Traconitide, Iturea, Alta  e Bassa Galilea ed altrove nelle zone vicine al monte Hermon, centro operativo delle loro azioni antiromane.

Oggi  si sa che i termini indicano in Giuseppe Flavio anche un movimento nazionalistica aramaico non solo giudeo ma anche siriano filoparthico,  che  viene indicato un trentennio più tardi come quello  dei zelotai

Prima ancora di Ezechia, debellato dal giovane  Erode, dunque, esiste  il fenomeno   che in seguita avendo come capo  Giuda il gaulanita specie in terra galilaica, ne diventa il fondatore.

Comunque sia, Gabinio, per Cassio Dione, quanto più forti erano i divieti tanto più era il prezzo chiesto per trasgredirli (all’osooi gar ekekoolutontautantosoooi pleinos  auta aphmpolhse ), cosa che si può dire ancora di più per Licinio Crasso, triumviro responsabile del settore imperiale dell’impero,  dopo gli accordi di Lucca.

Lo storico severiano riprende quanto ha già detto precedentemente  (St.Rom. XXXIX, 12,13,14,15,16), dove parla della corruzione romana nel caso di Tolomeo Aulete,  rifugiatosi a Roma  e del regno di Egitto in mano  di sua figlia Berenice che, avendo  saputo del padre che chiedeva aiuto ai romani,  aveva  inviato una delegazione di 100 uomini, con a capo Dione, incaricata di mostrare  le malefatte del re..

La delegazione viene sterminata nel viaggio da Pozzuoli, prima dell’arrivo a Roma,  e siccome solo il  capodelegazione e qualche altro  si  salvano dall’agguato, allora Pompeo, che protegge  l’Aulete,  si incarica di tenere a casa sua Dione per farlo testimoniare in giudizio contro il re spodestato, ma impedisce perfino la causa, conscio del mal governo dell’egizio, mentre scompare lo stesso Dione e vengono condannati molti alessandrini.

E’ questa una grave macchia nella carriera politica di Pompeo, che, comunque, è d’accordo con Cesare, suo suocero!.

Dione Cassio mostra come  imperante la corruzione a Roma e precisa che il re non pagò il fio della strage,   ma se ne andò convinto di non avere più possibilità di ritorno  in patria  e visse  ad Efeso  vicino all’Artemision, il  venerabile tempio di Artemide, considerato una meraviglia, la più bella opera del mondo, costruita col denaro di  tutta la comunità di fedeli  asiatica, che aveva 127 colonne alte, ciascuna  20 piedi (6 metri).

L’impresa di Gabinio è vietata perfino dalla Sibilla!:  Se il re di Egitto verrà e chiederà aiuto, voi non rinnegherete l’amicizia, ma non lo soccorrerete con un grosso esercito, altrimenti avrete sofferenze e pericoli ( Ibidem, 15).

La situazione dei senatori corrotti, dopo il ritorno di Pompeo a Roma e l’affaire dell’Aulete, è nota ai provinciali e specie ad Hircano e ad Antipatro, che sono aramaici, in cuore loro legati a filoparthici, in quanto hanno milioni di fratelli di lingua e di religione nel  Regno parthico di Orode, che inviano annualmente carovane  con le monete, dovute al tempio di Gerusalemme dagli ebrei parthici, scortate da cavalieri parthi fino al confine con la Siria,  dove c’è il cambio con  quelli romani  che devono assicurare l’arrivo delle somme al tesoro gazophulakion nel Tempio.

Pompeo aveva concordato ciò in un trattato con i principi settentrionali   della federazione parthica, poi ratificato da re Fraate e quindi dal successore Orode.

E’ quindi un’operazione di normalità amministrativa interna  di controllo   e di difesa in una precaria situazione banditesca  nel percorso che va dall’Adiabene  o da  Zeugma,- che sono  i due passaggi  delle carovane dirette al tempio-.

Ai confini della Siria, poi, le carovane arrivano a Gerusalemme con il contributo dei cavalieri di Hircano e di Antipatro.

Quindi, il primo compito dato da Pompeo (e da Cesare-visto che il mandato di Gabinio si svolge nel periodo tra le due gravidanze di Giulia e che i duumviri concordano in ogni cosa) è ripristinare la situazione  siriana e controllare i lhstai lungo i tragitti carovanieri e raggiungere  l’Eufrate.

L’impresa contro i parthi, quindi, è da intendere come accertamento di percorribilità delle vie  e come politica di prevenzione per una vera campagna militare antiparhica, missione proibita ad un Governatore.

Certamente Gabinio inizia la sua impresa dopo che Orode ha cacciato dall’ Armenia, uno stato della federazione, il re  Mitridate   e dopo che questi,  rifugiatosi presso  di lui,  lo convince con doni e denarii  a riportarlo  sul trono. A causa di questa occasione  da sfruttare,  Gabinio, che ha già al suo fianco Antipatro, inviato da Hircano, riporta l’ordine nelle vie  carovaniere  che portano verso il Nord e verso la grande ansa eufrasica, nei dintorni di Zeugma.

L’impresa è ben iniziata in quanto Gabinio conosce il pericolo dei lhstai, rileva le connessione tra i giudei   dell’impero romano e quelli partici, è informato sulla potenza ebraica lungo il corso dell’Eufrate e sul commercio  fluviale grazie ai battellieri giudaici.

Ora quindi  si  spiega il rapporto tra Siria e Giudea e la Parthia e tra Gabinio e Hircano  e il suo epimleths, che facilitano la penetrazione verso l’Eufrate grazie alla comunanza di lingua e di religione tra le popolazioni.

Perciò Gabinio su ordine di Pompeo – lui è governatore legatus pompeiano-   ricevuto un secondo mandato quello di reinsediare sul trono Tolomeo Aulete, accanto il primo mandato esegue l’impresa egizia, un affare per Pompeo e per Cesare, che intendono ristabilire l’armonia universale anche in terra egizia, dilacerata da contrasti interni e da staseis  continue.

Allora il governatore di Siria può arrivare secondo Cassio Dione a Pelusio senza  incontrare resistenza. Lì  avanzando  con l’esercito, diviso  in due raggruppamenti,  vinse nello stesso giorno i nemici  che gli vennero contro  e dopo vinse una seconda volta sul fiume con le navi e sulla terra.

E’ sotteso l’aiuto dei  giudei e dei nabatei, di cui non si parla nell’opera di Cassio Dione,  che tratta invece degli alessandrini e del loro carattere: questi sono molto disposti  ad insolentire in ogni occasione e molto inclini   a fare chiacchiere inutili su tutto ciò che può capitare,  ma sono assai inetti in guerra  e nei pericoli che da essa derivano. Invece nelle guerre civili  che presso di loro sono terribili e molto frequenti, arrivano spesso  al delitto, perché non danno nessun peso alla vita in confronto alle liti del momento ed accettano la morte come una delle cose più nobili  o più necessarie.

Vinti gli egizi, dunque, Gabinio  uccide molti nemici tra i quali lo stesso Archelao, marito di Berenice, un disertore siriaco, di grande qualità strategiche,  ben noto al dux romano, ripristina l’ordine in Egitto  e lo riconsegna a Tolomeo  che uccide la figlia  e i più ragguardevoli e ricchi cittadini di Alessandria,  avendo bisogno di molto denaro per pagare i debiti contratti a Roma e ad Efeso.

Dell’impresa fatta  non manda notizie a Roma  per non far evidenziare  le  illegalità compiute, ma la cosa si sa a Roma,  a seguito di lettere e di ambasciate,  da parte dei siriani e forse anche  di Antipatro e di Hircano, che non possono certamente condividere le rapine del proconsole. L’Aulete secondo Cicerone, appena rimesso sul trono, deve pagare i debiti contratti con tanti  banchieri romani.

Per quietare il suo creditore maggiore Rabirio Postumo, lo nomina ministro delle finanze, dioikeths ed epimeleths e quindi lo asseconda nell’aumento delle tasse tanto che il suo amministratore tiene il monopolio  del vetro e del papiro   e risulta  il maggiore azionista  anche  dell’avorio e delle pietre preziose, che vengono inviate  su navi a Roma.

Il popolo alessandrino si  ribella (non solo gli ebrei e  i greci ma anche i contadini egizi) ed allora il re simula di non essere a conoscenza delle imposte  e fa imprigionare Rabirio,  poi lo fa ripartire di notte su una nave per Roma, liberandosi del dioikeths disonesto.

A Roma,  Rabirio, appena arriva, è processato per aver servito un monarca straniero  con una carica amministrativa e condannato.

Gabinio ritorna in fretta dall’Egitto  perché Alessandro di nuovo ha fatto insorgere  i giudei e dopo a aver raccolto  un grandissimo esercito ha preso a fare stragi  di tutti i romani  che si trovano in regione (Guerra giudaica, I,177).

Nel frattempo Antipatro , che è in avanscoperta, fa passare dalla  sua parte alcuni ribelli, indebolendo l’esercito di Alessandro che, comunque, ha una notevole consistenza (30.000 uomini).

Il dux, che  ritiene Alessandro un capo lhsths,  secondo l’accusa  di Lhsteia  fatta da Antipatro – per noi significativa per la definizione degli zeloti antiromani-   avanza e affronta  i giudei presso il monte Tabor, ne uccide 10.000 e disperde gli altri.

Entrato in Gerusalemme,  riordina il governo , secondo la volontà di Antipatro / pros to Antipatrou Boulhma katestasato thn politeian (Ibidem,178).

 Eppure già prima di partire per l’Egitto, Gabinio ha fortificato e ricostruito senza pagare di persona, ma  ha saldato conti, dopo  aver prelevato denarii dalle casse, con le squadre di costruttori, qainiti, che erano uomini della stirpe di David, che prendevano anche appalti statali e costruivano con migliaia di uomini,  technitai, guidati da architetti di provata maestria.

Gabinio, dunque, obbediente ai mandata del triumviro, capace di gestire personalità di grande rilievo come il romano Marco Antonio e i tre palestinesi  Pitolao, Malico ed Antipatro è bravo anche negli affari, anche se non è ben rilevata la sua amministrazione, controversa a Roma per l’esosità: noi non abbiamo intenzione affatto, in questa sede,  di fare uno studio accurato sui talenti presi ed intascati da Gabinio in Giudea, in Siria e in Egitto, ben conoscendo l’attività  methoria dei trapezitai ebraici.

Precisiamo solo che precedentemente il dux, avendo già vinto Alessandro

 con l’aiuto di generali giudaici e di suoi legati ,specie di Marco Antonio che  mostra il suo valore  specialmente, nella presa di Alexandreion ,  ristabilisce l’ordine nelle città devastate e le ripopola  con un volontario afflusso di coloni  in Scitopoli, Samaria, Antedone, Apollonia, Iammia, Rafia, Marisa  Adoreo, Gamala ed Azoto (Ibidem,166) comportandosi secondo clementia col popolo e con Alessandro, perfino perdonato,  sempre dietro compenso,  quando il capo giudaico dispera   della situazione e consegna le fortezze, poi  distrutte su consiglio della madre stessa, moglie di Aristobulo, timorosa per gli altri componenti della sua  famiglia prigionieri a Roma.

Inoltre Gabinio, tenendo conto dei suggerimenti di Antipatro e seguendo i decreti del senato e specie i mandata di Pompeo,  secondo Flavio, restaura Hircano in Gerusalemme, gli  concede thn tou ierou khdomian il potere di sorveglianza del tempio, mentre affida la cura del governo ad una giunta aristocratica / then allhn  politeian  epi prostasiai toon aristooon ,  ed infine divide  l’intera nazione in  cinque distretti, assegnandone uno  a Gerusalemme,  un altro a Gadara,  il terzo con centro ad Amatunte,  il quarto a Gerico e il quinto a Sepphoris, città di Galilea  (ibidem 170)

La conclusione di Flavio  è la seguente  come  per indicare che il governo di Gabinio è stato determinante per il cambio, gradito, di politeia e per mostrare una certa partecipazione della nobiltà:Asmenoos  de ths  ecs enos apikarteias  eleutheroothentes to loipon aristokratiai diooikounto/ lietamente liberati dal governo monarchico, si ressero per il futuro col sistema  aristocratico.

Il cambio di costituzione gabiniano  lascia il campo come prima  e il potere rimane nelle mani del sommo sacerdote e di Antipatro  e in quelle dell’aristocrazia  sadducea, mentre è penalizzato l’elemento popolare, farisaico, noto come espressione del malcontento generale giudaico, come forza antiromana .

Infatti, nonostante gli accordi del figlio e della moglie con Gabinio, poco dopo Aristobulo, fuggito da Roma  riesce a  raccogliere molti giudei,  desiderosi di metabolh di cambiamento  e altri suoi  fautori,  come Pitolao – che pur essendo vicecomandante in seconda di Gerusalemme, ha defezionato con mille uomini- rioccupa Alexandreion e, pur vinto dai legati di Gabinio,  Sisenna, Antonio e Servilio, si ritira nella fortezza di Macheronte, inseguito dai romani.

Lo sfortunato Aristobulo resiste per due giorni e poi è costretto ad arrendersi: viene catturato col figlio Antigono ed inviato di nuovo a Roma.

Poco dopo giunge  a Roma anche Gabinio , dopo aver tergiversato un  poco, prima della consegna definitiva del comando di Siria  a Licinio Crasso: al suo arrivo  non ci sono accoglienze  e lui stesso si tiene quasi nascosto, timoroso di essere inquisito, poi è costretto a subire due processi.

Inizialmente, comunque,  durante il consolato di Crasso e Pompeo, essendo lui ancor assente, è difeso da loro ed è salvo: il primolo protegge  per non dispiacere al collega, il secondo per non essere coinvolto, cosciente di essere il mandante delle sue azioni, avendo preso doni e denarii.

I consoli dell’anno successivo  Lucio Domizio ed Appio Claudio,  invece,   sperando di ricevere denarii anche loro da Gabinio, volendo  favorire il popolo, si impegnano a  far condannare l’imputato  per frode e per  disobbedienza alla predizione della Sibilla, sia per  ostilità verso Pompeo, che per l’inondazione del Tevere, – questa, per la plebe,  si è verificata a causa dell’ira degli dei, provocata dalle colpe del  governatore di Siria-.

La condanna  è ribadita, al ritorno di Gabinio,  in un momento in cui

Pompeo  essendo fuori Roma per le provviste di grano,  arriva tardi al dibattito processuale   e non può incidere sul verdetto. Eppure  il triumviro  pronuncia discorsi a favore dell’amico  e lo stesso Cesare invia lettere di difesa del suo operato: tutto risulta vano contro l’azione demagogica e contro le fobie religiose popolari, nonostante le suppliche di Pompeo  che proibisce a Cicerone di non insistere nell’accusa.

I giudici,  allora,  emettono la loro sentenza di condanna all’esilio e solo Cesare, come dittatore, lo richiamerà. Nel 49 , Inviato da Cesare in Illiria, ( Cfr Appiano, Guerra Illirica, 12), attaccato e sconfitto  dagli Illiri, si rifugia  a Salona, cade malato e muore nel 47 a.C.

il trionfalismo aramaico e morte di Antipatro

 

Trionfalismo aramaico  e morte di Antipatro

Antipatro, ora, segue la politica romana tramite la corrispondenza ufficiale  tra Senato ed Hircano per mezzo dei suoi scribae,  tramite  le lettere di  Giulio Cesare a Sesto Cesare, governatore di Siria -che favorisce suo figlio Erode nella sua attività contro gli zeloti- e tramite i suoi piccioni viaggiatori, che lo collegano con amici romani.

Sesto Cesare vive a Antiochia, dopo che ha seguito il cugino in Spagna,  a Farsàlo e nella campagna di Egitto ed ora è  amico delle famiglie nobiliari  siriane ed   vigile nei rapporti tra la Siria e la Giudea col suo epitropos e i suoi figli.

Per Flavio Antipatro ha raggiunto un potere  exousia che gli deriva da   therapeia .. basilikh, cura verso i suoi concittadini -che lo rispettano e fanno proskunesis genuflessione come ad un basileus –  e  dagli onori ricevuti come fosse despoths un signore assoluto, pur mostrandosi  formalmente corretto con Hircano, suo etnarca, del quale amministra il patrimonio  con qualche astuta sottrazione.

Inoltre avendo l’amicizia dei romani e figli di valore è cresciuto nella stima di tutti, a dismisura.

L’invidia dei giudei, avversari,  aumenta, però,sempre di più fino all’episodio di Erode che fa uccidere Ezechia l’archilesths, amato dai galilei  per la sua pietas.

Erode , facendo    uccidere uno,  considerato capo dei ladroni, visto come un bandito dai romani, quando è invece  un eroe per il suo popolo, in quanto  fariseo, un maestro integralista antisadduceo ed antiromano,   ha compiuto, comunque, un crimen punibile con la morte per la legge ebraica: l’uccisione di giudei è ingiustificata senza autorizzazione del Sommo sacerdote  e il reo  deve essere processato  dal Sinedrio.

Hircano, come capo del sinedrio, deve decidere la pena da infliggere all’imputato.

La preoccupazione di Antipatro per il figlio minore è massima e quindi l’epitropos cerca appoggi non solo tra i  giudei ma anche tra i romani: da qui  regali e denarii al governatore di Siria, personali e pubblici, per di più sottratti ad Hircano.

Inoltre il padre al figlio consiglia di venire dalla Galilea con un gruppo  tale da potersi difendere, visto che a Gerusalemme la situazione è già sotto controllo dell’altro figlio Fasael, a cui potrebbe sfuggire di mano, dato il numero alto di nemici in città, e considerato l’odio dell’aristocrazia.

Antipatro, conoscendo, però, la titubanza di Hircano, non dispera di  influenzare e condizionare il verdetto  del sinedrio, di solito connesso con quello del Sommo sacerdote, ormai a lui soggetto.

Erode,  per Flavio,  (Ant. Giud, XIV,168), poi, essendo amato dai  Siriani  perché ha ridato loro la pace e la sicurezza dei  loro averi, è diventato,  per conto suo, amico di Sesto Cesare, parente del grande Cesare.

 Allora i più potenti tra i giudei, che erano maliziosi, vedendo Antipatro con i suoi figli  crescere  smisuratamente nel favore popolare e  gestire le rendite della Giudea e i tesori di Ircano – infatti Antipatro si era fatto amico dei comandanti romani ed aveva convinto Hircano a mandare ricchezze a Roma, ma  lui stesso defraudava il dono, e , dopo averlo preso, lo inviava ai  capi romani  non come dato da Hircano, ma da lui stesso- mostrano all’etnarca con prove la rapacità finanziaria ed amministrativa,  evidenziando la frode mercantile del suo dioikeths.

E’, dunque,  congiunta all’accusa diretta al giovane Erode un’altra di  cattiva amministrazione per il padre,  con sospetto di latrocinio nei confronti del Sommo Sacerdote

Lo stesso Sesto, infine,  secondo Flavio  si impegna a difendere il giovane figlio di Antipatro: scrisse ad Hircano, pregandolo di assolvere nel giudizio Erode e minacciandolo se non  obbediva;  a lui furono un pretesto  le lettere  di Sesto  perché Erode non avesse a patire un qualche male  e che anzi fosse assolto: infatti  Hircano lo amava come un figlio.

La questione non è come la descrive Flavio perché Hircano, ormai è entrato nella logica  dei sadducei ,  cioè nella necessitas di dover limitare il potere dell ‘epitropos e dei suoi figli, mascherando , col particolare affetto per Erode, la propria sconfitta di etnarca, che deve cedere alla violenza romana e del suo consigliere, che coi suoi denarii ha comprato la protezione.

Hircano , apparentemente esaltato da Cesare nei decreti, è,invece,  un fantoccio  nelle mani  del suo epitropos scaltro, del governatore di Siria e dell’imperium cesariano.

Tutti i protoi  gerosolomitani affermano che il titolo regale di Hircano  è vuoto e che la sua negligenza di etnarca ha autorizzato Antipatro e i figli ad assumere ogni autorità e ad usarla autonomamente.

Perciò, essi  chiedono un netto intervento contro l’abuso di potere di Antipatro e contro i  figli che hanno dimostrato  coi fatti  la loro arroganza sfidando il legittimo potere  e sostengono che Erode venga in giudizio davanti al Sinedrio.

Secondo  Flavio, nel giorno del giudizio, Erode si presenta,

senza mostrarsi temibile ad Hircano,  ma portando  truppe sufficienti  per non trovarsi  nudo  e senza protezione  davanti ai giudici- secondo il consiglio paterno-,  e risulta, nonostante la giovinezza,  uomo capace di fare tacere  i suoi oppositori e  per lo meno intimorirli.

 Creata, dunque, una situazione di controllo del sinedrio,  grazie alla paura di fronte ad armati, stando tutti  seduti uno di loro, -un sacerdote esseno-  Samea, uomo giusto, e perciò meno pauroso degli altri del pericolo, parlò in questo modo: o giudici del sinedrio, O re, io personalmente non conosco nessuno che, chiamato in giudizio,  sia venuto e stia in tal modo – presuppongo che anche voi pensiate la stessa cosa!- anzi ciascuno, se citato a questo giudizio,  si presenta  con umiltà e chiede  pietà, portando i capelli lunghi e vestito di nero, ma, questo  ottimo  Erode,  pur dovendosi difendere dell’accusa di omicidio e chiamato per questa ragione,  è presente qui, vestito di porpora, avendo il capo accuratamente ornato e circondato da armati,  cosi che, se viene condannato da noi secondo legge,  ci uccide tutti (Flavio ibidem 173).

Lo storico fa chiudere bruscamente il discorso all’esseno, che assolve l’imputato, cosciente che non bisogna andare contro la vis militare,  per non  dare la possibilità della strage.

Hircano e il sinedrio non condannano Erode  che rimane libero e mai più sarà inquisito,  ed allora  il governatore Sesto – dopo quasi un ventennio di dominio romano- può dettare le regole ed andare contro la legge giudaica, invalidandola con la prepotenza delle armi anche con un suo giovane protetto, accusato di illegalità.

Samea, esseno, che conosce il sapore della sconfitta e che, nella sua giustizia  e santità,  rileva la necessitas di  arrendersi alla bia – sottesa nel verbo  Biazoo-, per evitare un male peggiore, grida: sothhi/ sia salvo e libero chi fa violenza alla dikh!.

Una massima essenica!  Un esseno deve arrendersi davanti al pericolo e sottomettersi alla violenza: la vita è bene prezioso.

Flavio sa mascherare anche lui in epoca Flavia la sua dignità di sconfitto  e mangiare sul piatto, amaro,  del vincitore!

Infatti seguita a mostrare  gli editti cesariani, inviati alle città della Fenicia a favore degli ebrei e di Hircano: possedessero i suoi figli  il principato sui giudei; il principe dei giudei e rettore sostenesse i legati che avessero subito violenza; gli ambasciatori dei giudei, che fossero rinviati ad Hircano, figlio di Alessandro, perché trattassero con lui dell’amicizia e dell’aiuto e  appendessero per lui una tavola di metallo scritta in Greco e in latino, come sotto è mostrato, in Campidoglio, in Tiro, Sidone, Ascalona e nei templi. e che il presente  decreto fosse  notificato per gli amici  a tutti i questori e ai magistrati delle città  affinché si prestasse ospitalità agli inviati e che queste ordinanze fossero pubblicate ovunque. (Ibidem 196-198) .

E  Flavio ci tiene a mostrare che gli editti riguardanti Hircano e la sua gente,  scritti  e sotto Cesare e sotto altri governatori e sovrani romani, sono appesi, molti a Sardi, alcuni ad Efeso, a Coos,  a Mileto, a Pergamo  ad Alicarnasso!

Noi oggi sappiamo come  si falsifica un editto e quanto spesso lo  si faccia in epoca cesariana, specie sotto il consolato di Antonio: per oltre quattro mesi, dopo la sua morte,  Cesare decretava ancora!

I beneficiari possono essere anche i giudei, tanto bravi a pagare talenti ai corrottissimi romani dell’estrema res publica!

Flavio conclude affermando che decreti  di questo genere ce ne sono molti approvati dal senato e dagli imperatori riguardanti Hircano e la nostra nazione e così risoluzioni di città e trascrizioni di  governatori provinciali in risposta  a lettere, in merito ai nostri diritti, tutti coloro che desiderano leggere la presente storia senza malizia avranno la possibilità di credere

dai documenti che abbiamo citato.  Infatti abbiamo addotto prove  chiare e visibili  della nostra amicizia ai romani, additando  quei decreti incisi  su colonne di bronzo e tavole,  che tuttora si conservano in Campidoglio e seguiteranno a rimanervi; mi sono astenuto dal citarli tutti perché ritengo  ciò noioso e sgradevole (Ibidem, 265-266)

Il discorso fatto da Flavio non è alethhs vero( aletheia vale non si nasconda!)  ed  è dettato da paura propria di chi scrive sotto padrone e di chi deve fare apologia  e si chiama Flavio e che è storico ufficiale della dinastia flavia!:  è il phobos di Hircano e di Samea, di fronte ad Erode, ad Antipatro,  a Sesto, ai romani!

Servare vitam è la legge fondamentale dell’ebreo davanti alla prepotenza; mascherare la verità è necessitas nella speranza essenica di altri tempi  per ricacciare, da martire,  l’odio contro l’invasore ed oppressore!.

Flavio (Ibidem 268) aggiunge da sadduceo, nutrito di fariseismo che questo sia detto circa l’amicizia che ci fu in quei tempi coi Romani!

E subito dopo parla così: Ci fu in quei tempi una sedizione in Siria: in tale circostanza il pompeiano Cecilio Basso uccise a tradimento Sesto  e prese coi suoi soldati il potere.

Si è nel 45 a.C. poco  prima della battaglia di Munda e Cesare sa dei tafferugli in Siria  ed invia , perciò, truppe in aiuto del cugino, che arrivano tardi  e restano a disposizione del vincitore tra i cesariani, divisi poi, dopo la morte del Dictator, in filocesaricidi e in anticesaricidi, prima di cominciare un’altra guerra civile tra Antonio ed Ottaviano nel seno degli stessi populares, mentre ancora sono continue le lotte  con i vecchi pompeiani, non ancora domi dopo tante sconfitte, nelle province.

In Giudea la situazione è  ancora più grave: oltre alla guerra civile romana delle partes  c’è anche la lotta tra Antipatro ed Hircano, ora congiunto con Malico.

Agli idi di marzo del 44 peggiora la situazione quando già gli eserciti cesariani, pronti ad Apollonia per iniziare la campagna parthica, contro  confratelli aramaici,  sono di nuove suddivisi  a seconda dei capi per nuove destinazioni.

C’è amicizia davvero tra i romani e i giudei in Giudea!  

Con l’arrivo  nella  Provincia  di Siria  e  in Giudea di Cassio Longino e  dopo non molto di Staio Murco, cesariano filo antoniano,  in un giro di nomine senatoriali  in nemmeno 18 mesi,  si verifica un disorientamento generale tra i provinciali costretti a schierarsi a favore dei cesaricidi e degli anticesaricidi e poi a favore  di una pars contro un’altra dopo la  Battaglia di Filippi.

La vittoria di Antonio e di Ottaviano su Cassio e Bruto determina una divisione tra i populares cesariani mentre ancora vagano nell’impero eserciti ex pompeiani e truppe  seguaci dei  cesaricidi, pur dopo la sconfitta dei fautori della Restitutio rei publicae.

Non solo  nelle corti e nelle città e nei villaggi,  ma anche nei clan tribali  si verificano contrasti, lotte e scissioni.

Nella famiglia di Antipatro, che è un clan  idumeo-nabateo, con elementi di varia natura, con una moglie nabatea, Cipro, che gli ha dato 5 figli (quattro maschi, Fasael, Erode, Giuseppe, e Ferora;  ed una femmina Salome) – non si escludono  altre mogli e  concubine -(Flavio, Guer Giud. I, 181) ci sono divisioni in relazione alla maggiore o minore informazione dei fatti romani.

Erode, che è  in Galilea, collegato con elementi siriani, giovane irrequieto, precipitoso, desideroso di regno, (Ibidem 214 e Ant. Giud. XIV,182-184)  è diventato amico di Cassio Longino, mentre la sua famiglia,  che vive a Gerusalemme,  avendo notizie dirette  da Roma- tramite anche il carteggio tra il senato e Hircano –  più precise circa gli eventi prima e dopo Filippi, si schiera concordemente con Antonio,  coi triumviri, desiderosi di punire i colpevoli della morte di Cesare, dopo essersi liberati dei propri avversari politici.

La morte di Cicerone nel dicembre del 43 è in relazione alla fuga dei cesaricidi  dopo la lex Pedia,  a  seguito dell’esito della guerra di Modena un senatus consultum di espulsione e di esilio nei confronti di Bruto e di Cassio e di ratifica dell’avvenuto II triumvirato, per cui è concessa la proscrizione dei propri avversari.

Il resto della famiglia è compatto a Gerusalemme anche perché Fasael non ha più il controllo della città ed Hircano ha già in Malico, un factotum  rappresentante dell’aristocrazia  e dell’élite templare, capace di scalzare lo stesso Antipatro, connesso anche lui con i triumviri: sono scelte fondamentali, vitali per ognuno durante una guerra civile.

Secondo Flavio  tutto deriva  dalla tarachh/sconvolgimento, scoppiata ad Apamea  al momento della  morte di Sesto Cesare  e della lotta tra i cesariani e i pompeiani, acuita poi da o megas polemos  tra Cassio e Bruto da una parte  e i triumviri dall’altra.

In effetti Cassio Longino, venendo in Siria cerca di riconciliare le fazioni  per meglio imporre  tributi e libera dall’assedio i pompeiani di Cecilio Basso, circondati dai cesariani   di Staio Murco, destinato poi a succedergli nella carica.

La situazione è molto difficile, critica a causa dei tanti eserciti romani presenti in zona e dei disaccordi politici dei legati schierati chi da una parte chi da un‘altra, non essendoci una vera comunicazione nell’alternarsi rapido  dei fatti,  data anche la distanza da Roma.

Non si conosce in una guerra civile, nemmeno nelle famiglie, chi sia amico o nemico!

Comunque, Cassio Longino, avendo bisogno di denarii e di uomini,  impone tributi duri  alla Siria ed anche alla Giudea.

In questa ultima regione, poco più  piccola di  come Marche –Abruzzo- Molise-, già depauperata per un prelievo di oltre 13000 talenti  Cassio chiede 700 talenti da reperire in fretta (Guer. Giud.I, 220, Ant. Giud.XIV, 272).

Perciò, secondo noi, anche nella famiglia di Antipatro subentra una divisione tra Erode  che, entrato nell’orbita di Cassio (e di Bruto), attirato dai romani che, andandosene,  gli affidano, dopo  averlo nominato governatore della Celesiria,  navi ed una forza di cavalleria  e di fanteria  promettendogli  di nominarlo re di Giudea , non appena  sarebbe finita la guerra  propria allora  iniziata  tra Antonio e il giovane Cesare. (Ibidem 280).

Flavio  parla non della guerra di Filippi, ma di quella che terminerà ad Azio, ora appena iniziata: i cesaricidi cioè fanno una promessa  da mantenere dopo la loro vittoria sugli avversari e  a seguito della fine della guerra aziaca.

Un assurdo! Un assurdo che si spiega con la conoscenza dei fatti successivi poi narrati dell’elezione a re di Erode, – fuggito dalla patria invasa da Pacoro ed Antigono, figlio di Aritobulo- a Roma, in senato, begli ultimi sette giorni di dicembre del 40, ad opera di Antonio e d Ottaviano.

Orar invece in situazione reale,  Antipatro ha inviato inizialmente i suoi  figli perché si ricorda dei ricevuti benefici e perché riteneva giusto punire chi ha ucciso Sesto, nonostante la conciliazione poi imposta da Cassio.

L’epitropos sa che la nomina di  Cassio è del senato ma attende notizia da Antonio che è impegnato nella guerra modenese  in cui si sono scontrati  le forze senatorie  comandate dai due consoli dell’anno Gaio Vibio Pansa e Aulo Irzio, congiunte con le truppe  del giovane Ottaviano  e l’esercito  di Antonio, che assedia il cesaricida Decimo Bruto, il 21 aprile del 43.  La vittoria senatoria non ha impedito, a causa della morte dei due consoli quasi simultanea, ad Antonio, comunque, la congiunzione con le altre forze cesariane con quelle di  P. Ventidio Basso  proveniente dal Piceno e con quelle dalle Gallie di Emilio Lepido e di Manuzio Planco.

Grazie a questa riunione di forze cesariane Ottaviano è costretto a venire ad un accordo (poi sancito dalla lex Tizia, con Emilio Lepido ed con Antonio).

Antipatro, infine, ha  avuto informazioni sul viaggio di Cornelio Dolabella, destinato alla carica di governatore di Siria   con  un mandato  snatorio autorizzato da Antonio e quindi dai triumviri, cesariani.

Antipatro   deve accettare  per il momento  che  Cassio, dopo aver convinto    i cesariani Lucio Staio Murco e Quinto Marcio Crispo con le loro sei legioni a passare dalla sua parte,  avuto in qualche modo il  consenso di Aulo Allieno con le sue quattro legioni egizie , abbia imposto  tributi.

Nel pagamento dei tributi Antipatro  deve essere entrato in conflitto con Hircano e  Malico, che vogliono  seguire il Cesarida come  uomo  rappresentante del senato, che sta ristabilendo l’ordine repubblicano, che ha  potere su tante legioni, pur  nel lor cuore avendo un sentimento aramaico antiromano.

Il capo famiglia idumeo,  invece,  ha piena coscienza che la Giudea è in uno spaventoso disordine  (ibidem,273) essendo percorsa da eserciti comandati da ex legati cesariani che cercano ognuno il proprio profitto e quindi, di fronte ad un  megiston kinhma  un grandissimo rivolgimento politico, in una  contraddizione di comandi e in un’incertezza dell’esito finale della  guerra di Ottaviano con  Antonio, decide di essere molto prudente nel raccogliere  i tributi e  dissente dall’etnarca.

L’epitropos prende tempo,  per prima cosa, per stabilire  con Hircano  e con Malico come riscuotere e a chi affidare il compito.

Poi stabilisce di dividere  la riscossione dei  tributi   dando la  cura ai suoi due figli ed  ordinando che una parte fosse raccolta da Malico  e il resto  da  altri.

Sembrerebbe perciò che l’epitropos faccia una triplice ripartizione di lavoro, in relazione forse ai distretti gabiniani,  una ai figli, una a Malico, una ad altri (gli ufficiali delle città- pare-) ed abbia una precisa conoscenza della situazione (migliore di quella di Giuseppe Flavio che non ha  compresenti i tanti fatti della realtà storica del momento).

Nella sua prudenza di uomo non lontano dalla senectus  Antipatro sa di poter giocare la carta  di una raccolta lenta sapendo che Cassio ha fretta ed ha urgente bisogno di denarii, essendo ben informato sull’imminente arrivo di  Cornelio Dolabella.

L’adesione  di Erode, invece,  alla volontà di Cassio  è totale: il  giovane, memore delle promesse (nella sua famiglia, non essendo primogenito non ha diritto di  succedere al padre! ) vuole essere il primo  a consegnare 100 talenti,  come prova della sua solerte  partecipazione, (lodato, perfino, da Flavio, Ant giud.XIV, 274 perché riteneva  opportuno, da uomo accorto,  coltivare, fin da allora, i romani  e guadagnarsene  la benevolenza, a spese altrui.

Lo storico non ha presente la situazione , perciò ritiene uomo accorto chi   segue Cassio solo perché romano, e non tiene conto del suo destino di

sconfitto,  mescolando insieme e confondendo – come un uomo del I secolo d.C.- i fatti, senza distinguerli: una cosa è la guerra filippense, un’altra la guerra  tra i triumviri; ed infine mette la  promessa ad Erode  in relazione al fatto che poi altri romani realizzeranno tale attesa del giovane  in altro grave momento storico.

La filoromanità ambigua degli erodiani che si guadagnano l’amicizia romana a spese altrui,  comunque, è anche la sua stessa filoromanità!.

Antipatro, invece,  che deve aver ricevuto lettere da amici  sulla situazione a Roma e in Asia nel primo semestre del 43,  è informato circa il tradimento di Cornelio Dolabella, genero di Cicerone, passato prima dalla parte dei cesaricidi  e poi ripassato tra i cesariani  per  ottenere la conferma del suo ufficio di console da Antonii.

Successive lettere lo informano poi che Dolabella grazi  al suo cambio di bandiera, ha avuto denarii ed appoggio politico da Antonio  col comando della spedizione militare contro i Parthi e con la nomina a proconsole della provincia di Siria e quindi  con le forze necessarie per cacciare Cassio.

Sono così conosciute  da Antipatro la rapina  fatta in  Acaia ,  in Macedonia, in Tracia in Asia da Dolabella , che si scontra col cesaricida  Gaio Trebonio e lo fa uccidere.

Infine vien informato  che Dolabella  si è messo in contatto con Cleopatra , la quale  gli ha assicurato l’appoggio della sua fotta,  se riconosce la coreggenza di Cesarione  in Egitto.

Antipatro quindi è fiducioso nel ripristino della situazione secondo l’ordo cesariano  grazie al genero di Cicerone.

Le ultime lettere  però  gli tolgono ogni  speranza perché Cassio avendo saputo della morte di Trebonio,  governatore di Asia, blocca  Dolabella, a Laodicea, appena arrivato in Siria e perché nel luglio il praefectus Classis l’ammiraglio L. Staio Murco ha sconfitto la flotta egizia, impedendo i rifornimenti alla città.

Da lettere sa che Dolabella, dopo una sortita non riuscita, si uccide.

Quindi Antipatro, caduta la speranza  dell’arrivo del nuovo proconsole tende a non pagare, con la sua strategia, e quindi fa ritardare Fasael a consegnare i 100 talenti, in attesa degli eventi romani.

L’ira di Cassio, però,   si abbatte su Malico, destinato a morte, se non paga i 200 talenti previsti, che però,  viene salvato, da Antipatro, tramite Hircano, che versa di tasca propria 100 talenti per il suo diretto collaboratore.

Sorprende questa operazione dell’epitropos a favore di una avversario,  che è presentato dallo storico come ambiguo nella sua politica.

Gli altri 300 talenti, dovevano essere raccolti dagli ufficiali che, non avendo svolto il compito, da Cassio sono venduti come schiavi, mentre quattro città sono ridotte in servitù (Gofna ed Emmaus; Lidda e Tamna).

 

Malico, comunque, ed Hircano ora, dopo il pagamento forzato a Cassio,  fanno piani secondo Flavio,(Ibidem 278) rimasti ignoti, contro Antipatro, che scopertili, passò il Giordano,  radunò un esercito di arabi e di nativi  contro di lui.

Seguono spiegazioni circa la non esistenza di complotti, in un riconoscimento formale della superiorità militare dei suoi due figli, e  si giunge ad un riconciliazione (Ant giud,XIV,279) dopo un secondo salvamento di Malico ad opera di Antipatro (questa volta lo vuole morto  Murco,  governatore di Siria, amico di Cassio, partito verso l’Asia minore).

Questa parte flaviana presenta molte parti che non sono chiare   e si prestano ad equivoci,  data l’imprecisione delle date, la non distinzione delle  due guerre, confuse stranamente da Flavio  in quanto l’autore sovrappone le imprese : una cosa è la guerra dei cesaricidi contro Antonio e Ottaviano ed una quella tra i due triumviri.

La sconfitta e la morte di Cassio mette Erode in una situazione difficile dovendo poi riciclarsi con i cesariani che  dubitano della sua lealtà dopo il periodo cassiano: d’altra parte il suo rapporto dura fino  a pochi giorni prima della battaglia di Filippi.

Solo dopo la vittoria dei Triumviri  presso  Filippi, città della Macedonia sulla via Egnatia, sotto il monte Pangeo, non lontano da Cavala odierna, nell’ottobre del 42 , sulle forze repubblicane  dei cospiratori, dopo due battaglie, la prima del 3 ottobre e la seconda del 23 dello stesso mese  grazie (Lepido è assente, rimasto in Italia come presidio cesariano)  al valore  e alla strategia militare di  Antonio  e in minore misura di Ottaviano, in quel momento malato, la situazione nelle province cambia e si cerca di tornare alla normalità.

Circa un anno prima, verso primi di agosto, la vicenda umana di Antipatro si è chiusa  per avvelenamento ad opera di Malico.

Flavio non ci spiega né ci dà indizi per la definizione esatta del personaggio, che potrebbe avere un qualche parentela con Antipatro, che lo protegge anche quando gli è chiaramente avverso.

Non ci sono dati reali ma si può ricostruire la fisionomia di Malico, come un aristocratico sadduceo, consigliere di Hircano, cesariano, ma anche un patriota, integralista che  approfitta della situazione di crisi di comando romano, per trascinare il debole Hircano verso soluzioni nazionalistiche  subito dopo la morte di Cesare e nel periodo della guerra modenese , quando  è assente al regia del senato allorché predominano gli egoismi dei legati delle truppe cesariane, per di più in disaccordo.

Hircano, comunque, sembra, il mandante della morte- decisa per la sua ferma filoromanità-  di Antipatro, di cui Malico è l’artefice tramite il coppiere.

Hircano quindi è staccato dalla tutela di Antipatro lentamente  nel corso di tutto il primi mesi del 43 per appoggiarsi a Malico e alla fazione vincente senatoria.

Quali sono i piani di Malico?

Costituire forze ebraiche sia politiche che militari senza dipendere dalle legioni romane ? fare  connessione col Tempio? e con Cleopatra e  l’Egitto  tramite gli oniadi? con i confratelli Parthici?

Qualunque siano i piani di Malico   in quel 43,  così controverso perfino nella storia,  Hircano,  è entrato in una logica  di generica conformità coi cesariani ma con uno spirito di indipendenza e di patriottismo  mentre ,  Antipatro e Fasael  pur essendo   della stessa impostazione concettuale sono ricattabili  a causa del comportamento filocassiano di Erode , ed esposti alla critica anche dei farisei e del popolo filoparthico.

Malico, dunque  grazie al consenso di Hircano e del sinedrio, zelante  nelal sua politica  nazionalistica popolare  convince il coppiere del suo sovrano  ad uccidere col veleno Antipatro.

Flavio dice ( 281 ) che Malico,  avvelenato Antipatro, avendo  con sé  dei soldati, restituì l’ordine nella città, sottendendo che Gerusalemme era in tumulto.

Quini è possibile inferire che  gà la città non è più sotto controllo di Fasael e che l’azione di Malico è  congiunta con lo strategos del tempio, di nomina del sinedrio .

Flavio  (Ant Giud.,283) fa il panegirico di Antipatro  quasi un elogio funebre marcando  Eusebeia, dikaiusunh  e  spoudh verso la patria: fu uomo distinto per pietà e  per giustizia, superiore a tutti  per devozione verso la patria

Flavio con i tre termini  fa il ritratto del giudeo teleios/perfetto,  pio, giusto e patriota. secondo la lettura di Nicola di Damasco che è lo storico di Erode e che vive nella sua corte  fino alla sua morte, per poi passare a quella di Gaio Cesare Ottaviano Augusto, mostrandone la filoromanità

Secondo noi, Antipatro  è un aramaico, di formazione e di pensiero farisaico-essenico, antisadduceo, ma fedele al suo Tempio e al suo Sommo sacerdote ed etnarca.

E ’un militare, un combattente  valoroso- che porta impressi nel suo corpo i segni delle ferite,  ammirato da amici, nemici e perfino da Cesare- per la sua patria contro Nabatei e  contro i romani invasori, corrotti, padroni del  mondo.

E’  politikos,  un politico  capace di  amministrare bene, di fare politica    reale in situazione, freddo nel ragionamento e funzionale in  ogni sua azione, calcolatore opportunista.

Ogni sua scelta decisionale è ponderata sia con Pompeo che con Gabinio e con Crasso: pur da soggetto e  subalterno, è a loro fianco, meritando il rispetto e l’amicizia  di chiunque, perché capace di rimanere al suo posto , nonostante la  utilità funzionale, nella imperscrutabilità del personale  pensiero.

La decisione in senso cesariano, dopo il lungo servizio pompeiano, maturata dopo l’uccisione di Pompeo, a seguito della trappola in cui è caduto il Dictator in Alessandria, risulta  di Salvezza per i cesariani e per lo stesso Cesare nella guerra alessandrina.

La conseguente  riconoscenza cesariana sancita nei decreti filoebraici, è premio del suo tempestivo intervento militare, della sua capacita di coordinatore  e mediatore politico, dotato di metrioths.

Lo stesso rapporto con Hircano,  ambiguo, e quello con Malico sono segni di un adattamento provvisorio, locale  in relazione a situazioni più grandi in contesti più complessi come quello della politica dell’imperium romano universale.

Antipatro è uomo che sa passare indenne nelle spire del primo triumvirato servendo i tre viri dominatori, sopravvivendo alla guerra civile tra i cesaricidi e anticesaricidi, all’incipiente lotta tra Ottaviano Antonio e Lepido.

La sua morte  per avvelenamento  è opera di un  Sommo sacerdote, conservatore, e di un avversario sadduceo, integralista: una stolida esecuzione in nome di una reazione momentanea antiromana e di progetti filoparthici.

Malico è  un altro buon  giudeo, più integralista, più legato alla mesopotamicità  giudaica e ai confratelli di Parthia, minacciati dai romani,  che pur nella guerra civile più feroce, sono dell’avviso di seguire i piani cesariani, con Dolabella prima e poi con Antonio.

La politica di Malico quindi è conservatrice  anche se deve subire il predominio delle truppe romane  ed è  contraria a quella di Antipatro troppo moderato per un integralista

Malico ha molti legami con le popolazioni armene  adiabene  siriache al confine  che hanno legami con  la Parthia da dove vengono segnali di una controffensiva e d preparativi militari  eccezionali: gli ebrei già methoroi

Banchieri che cambiano le valute, che parlano aramaico e sono  correligionari di molti sperano in una cambiamento totale e in un’annessione della  Siria al Regno arsacide.

Malico quindi   potrebbe aver fatto piani per la connessione con le forze  parthiche, proprio quando l’imperium romano si sta logorando in guerre intestine, specie quella filippense quando potrebbe essere facile una rivolta popolare antiromana con l’aiuto dei Parthi.

La morte di Antipatro potrebbe essere un segno del trionfalismo aramaico in Giudea ed avvertimento per la romanitas.!

Saputa la notizia ,i due figli vogliono una vendetta rapida, ma non possono senza autorizzazione romana. Fatto il funerale sontuoso per il padre, Erode  attende notizie da Cassio.

Ora per tutto il 43 e buona parte del 42  i due figli sono concordi nel volere la vendetta e specie  Erode  che spera di averne l’autorizzazione il più presto possibile, quando già  si respira aria di guerra tra la Parthia e Roma .

Nell’attesa  di una risposta di Cassio, comunque, Erode , fiducioso nell’aiuto romano, provoca i rivali, entrando in Gerusalemme ,  durante la festa dei Tabernacoli,  con le sue truppe,  (ottobre),  anche se non ha il permesso di Hircano che ha motivato il rifiuto, su suggerimento di Malico,  che non era conveniente  introdurre una folla di stranieri  quando il popolo  era in uno stato di purità rituale (Ibidem, 285)

Erode, senza curarsi del  divieto, vi entra, di notte,  facendo spaventare Malico,  che subito si professa estraneo alla morte del padre di fronte a tanti testimoni.

Di conseguenza Erode  ritiene opportuno non smascherare la sua simulazione  e contraccambia la sua cortesia  con cortesia, per non destare sospetti (Ibidem 287): Gerusalemme come popolazione  e come fedeli di varia etnia  non è un campo di battaglia   facile , potrebbe diventare una trappola, dato il valore del simbolo religioso e   considerata la potenza d sadducea.

Cassio  essendo impegnato nel riunire le legioni e  nell’addestramento  delle nuove leve, ritarda la risposta: probabilmente  concede ad Erode l’autorizzazione ad uccidere l’avversario verso al fine di settembre del 42, quando si attende a Roma l’esito della battaglia di Filippi.

Anche  Hircano e Malico, comunque, hanno nella capitale uomini  di riferimento, che possono solo  dare vaghe indicazioni: si è in una tragica situazione di attesa.

L’azione  è concordata, mediante  lettere, da Erode  con Cassio,  che  alla fine  decide di accordare il permesso di uccidere il protos Malico, dopo qualche mese dalla presa di Laodicea: in quell’occasione  sono presenti Malico, che rappresenta  Hircano , ed Erode stesso,  ambedue   con le mani piene di doni,  corone  e denarii per i romani.

Poco dopo,  dunque,  ad Erode giunge l’autorizzazione ad uccidere a Tiro Malico con l’aiuto di tribuni di stanza in quella città, che diventano i suoi sicari, naturalmente, pagati.

Flavio, come per spiegare meglio,   mostra che Malico,  avendo suo figlio ostaggio di Cassio a Tiro, vuole per prima cosa liberarlo e poi  suscitare una rivolta nella nazione  e prendere il potere,  mentre i cesaricidi e gli anticesaricidi si affrontano in campo aperto.

Malico è un aramaico integralista, eukairos, come ogni ebreo, vicino al sacerdozio, in quell’epoca romana, alla fine della repubblica!

Flavio  usa il termine daimon per indicare il divino to theion  che si oppone ai piani di Malico, uomo che va contro il volere thelema di Dio!

To Theion favorisce  i piani di Erode!

Flavio, sacerdote e storico,  (Ibidem, 292) racconta, volendo mostrare  come si compia il destino di Malico: I tribuni vennero, lo incontrarono  sulla spiaggia  e lo pugnalarono a morte ….

Quando la notizia giunge ad Hircano,  questi rimase stordito  e senza parola  per quanto era avvenuto. Riavutosi, poi, con difficoltà, domandò agli uomini di Erode quale fosse stato il significato di quell’atto e chi avesse ucciso Malico.

Saputo che questo era stato ordinato da Cassio, lodò l’impresa affermando che Malico era veramente un pessimo individuo e cospiratore contro la sua patria.

Il sacerdozio mostra il suo vero volto: emotività e pavidità, testa china davanti al potente, disprezzo e condanna del servo, perfino fedele, senza alcuna commiserazione!

Hircano il cesariano, l’imbelle sovrano di Giudea, il  servo dei romani, manovrato ora da Antipatro ora da Malico,  ordina la morte del primo e condanna spietatamente  il secondo, mostrando la falsità sacerdotale, la propria immorale ignavia,  in un disprezzo dell’altro, in una negazione della sua stessa politica filoromana moderata e di quella antiromana filoparthica, nazionalistica, in nome della superbia di casta.

La sua meschina posizione  è la supina rassegnazione dell’ asmoneo degenere, smidollato e del  sadduceo fatalista, molto lontana  da quella di Samea fariseo ed esseno, che cede solo alla vis , pronto a sacrificare la vita, all’occorrenza,  per la propria fede e per la propria patria.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Trionfo di Cesare e morte

Trionfo di Cesare e morte

Secondo Flavio (Guer. Giud: I,193-4) Cesare, dopo aver sistemato le cose in Egitto, navigò e  tornò in Siria.

Non si crede che il dittatore, scortato da Antipatro fino ai confini con l’Asia (Ant. Giud,XIV, 156,) sia passato via terra,  ma che, giunto alla Torre di Stratone (la futura Cesarea Marittima) -dove esisteva un piccolo porto-  approda in Idumea,  terra giudaica come ospite di Antipatro.

Cesare porta con sé molti scienziati del Museo, tra cui  alcuni caldei e l’alessandrino Sosigene, esperto nell’osservazione del corso del sole, capace di riformare il vecchio sistema di misurazione ufficiale del calendario lunario.

 Probabilmente, lì  sulla costa   Cesare, col suo questore e con gli schiavi addetti agli acta,  e con copisti alessandrini detta conferendo la  cittadinanza romana politeia h romaioon  e immunità ateleia insieme ad altri onori e riconoscimenti militari  tanto da rendere Antipatro zhloton invidiabile.  

Infine,  per merito suo, il dittatore conferisce l’archieroosunh ad Hircano (Guer. Giud., I.194),

Antipatro ha così diritto  ad essere chiamato Giulio e alla esenzione dai tributi perché civis/poliths  e la possibilità di trasmetterla ai suoi figli: è un dono di inestimabile valore.

Tra i tanti decreti fatti da Cesare e dai suoi amici, poi,  per gli ebrei riportati da Giuseppe Flavio c’è l’esenzione  dal servizio militare come privilegio ebraico in considerazione della tipicità di vita giudaica a causa del particolare modo di vivere giudaico (casherut, astensione da cibi di maiale, sospensione dell’attività dal venerdì  al  sabato, interruzione per le preghiere quotidiane ecc) e dal pagamento dei tributi.

Tutti questi decreti sono segni di una riconoscenza da parte di Cesare ma anche di una sua profonda conoscenza di un ethnos, capace di dominare il mondo con la funzione commerciale emporistica e trapezitaria e la superiore organizzazione sociale in senso universale come cosmopolita, che trae profitto proprio dalla sua stessa dispersione coloniale, avendo un’unità culturale grazie alla legge mosaica e al tempio.

Cesare accanto a Hircano e a Antipatro matura l’idea universale giudaica  di penetrazione in Parthia e in India, i suoi due sogni, a seguito della visione mercantilistica ebraica, che già ha preceduto  con la sua funzione methoria, le legioni romane!

Cesare pontifex maximus, imperator, nikeths,   rappresentante di Zeus, onora la famiglia sacerdotale e regale asmonea  riconfermando il sommo sacerdozio ad Hircano, exemplum per la romanitas di unità e simbolo religioso in quanto Nomos empsuchos legge vivente,  grazie al valore militare e alla fides di Antipatro.

Essendo in un ambiente di romanizzati  e in una festa, in cui  c’è ringraziamento  da parte del dictator, despoths del mondo, ad Antipatro, si presenta, senza invito,  una delegazione  giudaica, comunque  accettata da Cesare,  composta da ribelli, capitanata da Antigono, fratello di Alessandro, figlio di Aristobulo  neoteropoiios, in casa  proprio di chi ospita, per chiedere il riconoscimento dei suoi diritti al trono.

Si tenga presente che si conoscono altre feste  a Baia e Pozzuoli  di amici  e parenti che ospitano nello loro ville  il dux  con quasi mezza legione.

Il giovane Antigono si lamenta di fronte a Cesare, ben cosciente che il padre Aristobulo è stato avvelenato dai pompeiani e che suo fratello Alessandro è stato  decapitato da Scipione, e  desta la compassione del dittatore. Antigono è veramente personaggio sfortunato a capitare  nel momento peggiore in quanto Cesare è debitore della vita stessa ad Antipatro,  che è il nemico giurato della sua famiglia!. Accade allora  che Antipatro  si straccia le vesti e mette a nudo le sue ferite  numerose e dice che della sua lealtà verso Cesare non ha bisogno di parlare perché lo conclama il suo corpo ed aggiunge di stupirsi dell’ardire di Antigono che, essendo figlio  di un nemico dei romani, anzi di un prigioniero fuggito da Roma, ha ereditato dal padre l’inclinazione alla rivolta e alla sedizione (polemiou romaioon uios,oon kai romaioon drapetou kai  to neooteropoios einai kai staisodhs autos patrooion echoon)  e del coraggio di accusare  gli altri davanti ad un generale romano.

E conclude dicendo di meravigliarsi  che  invece di ringraziare  di essere vivo , cerca di trarre profitto e precisa che  la sua ambizione non nasce dal bisogno ma dalla volontà di spingere alla ribellione i giudei, una volta  ritornato in patria, per servirsi dei suoi mezzi a danno di chi gliel ‘ha offerti. (Ibidem, 198).

Cesare, neanche ascolta le  richieste  di Antigono per il principato  e tanto meno le accuse contro Hircano ed Antipatro stesso, di cui sa bene il valore.

Secondo Flavio (Ibidem, 200) Cesare allora dichiara Hircano ancora più degno del principato e concede ad Antipatro  il titolo di epitropos Iudaias  di governatore di Giudea e lo autorizza a ricostruire le mura abbattute della patria  e stabilisce che il decreto sia iscritto  in una lapide  da affiggere sul Campidoglio, a testimonianza e della sua giustizia e del valore di quello (tas men  dh  timas  tautas  Kaisar  epestellen  en tooi Kapitooliooi, ths te autou dikaiusunhs shmeion kai ths tandros esomenas areths).

Dalla località idumea Cesare di nuovo con le sue tre legioni si imbarca fino ad Efeso dove l’attende Mitridate,  con cui, unite le truppe,  a marce forzate fa il percorso di 600 km,  in poco più di un mese, per arrivare nei pressi di Zela dove il 2/ Agosto/12 giugno sconfigge Farnace.

Mentre Cesare  dopo la vittoria, sistemata l’Asia, fa scalo ad Atene  e poi a Patrasso e da lì giunge a Taranto, dove riceve i senatori pentiti pompeiani tra cui Cicerone, Antipatro subito rifece le mura  abbattute da Pompeo,   secondo Flavio, cioè Iosip ben Mattatia  – che  è sacerdote e bravo a  consultare gli archivi sacerdotali-  abile a mostrare  l’esaltazione da parte dei romani e dei greci nei confronti del sommo sacerdote Hircano – pronto a sfruttare l’occasione di  dare valore  e prestigio a lui stesso, erede di quella tradizione-!

Lo storico poi aggiunge (Ibidem 156-7) che l’epitropos

seda ogni tumulto girando per la regione, minacciando ed esortando a stare in pace dicendo: se date il vostro consenso ad Hircano, potete vivere serenamente ed indisturbati godere dei propri beni, ma se qualcuno spererà  di  ribellarsi con sedizione  e di guadagnare qualcosa, avrà me signore/despoths  al posto del prefetto  prostaths  e  Hircano turannos  invece del  re  e i romani  e Cesare invece di governatori, terribili nemici:

Flavio chiude:  infatti essi non possono consentire che  si cambi colui che essi hanno stabilito.

Insomma Antipatro  ristabilisce l’ordine, dopo le sommosse, fissa i ruoli di potere, propri  di Prostaths , che può degenerare in  despoths  quelli della potestas sacerdotale e regale con possibilità tiranniche, in caso di neoteropoiia/rivoluzione.

In questo discorso di Flavio è sotteso un netto divieto per gli ebrei:  ogni potere deriva solo da Roma e da Cesare e suoi discendenti .

 Flavio poi aggiunge che vedendo, però, Hircano indolente e pigro, nominò suo figlio maggiore governatore militare di Gerusalemme ed Erode, il secondogenito, che aveva solo 15 anni (in effetti ne ha 25), ebbe la stessa carica per la Galilea. A lui non nocque la giovinezza/ neoths: essendo un ragazzo nobile nel pensiero, trovava l’occasione per manifestare  il suo  reale  valore.

Antipatro legge il mandato di Cesare a sua discrezione ed inizia a  costruire la sua fortuna e quella della sua famiglia.

Antipatro è in  contatto con Antonio nel periodo del suo consolato, in cui sono manipolati gli acta Caesaris?

Non ci sono prove di contatti diretti, ma  non si possono negare che non ci sono stati,  se Cicerone in II Filippica 36.91 afferma che  su tutto quanto il Campidoglio non si faceva altro che affiggere leggi per giungere  all’affissione del decreto concernente il re Deiotaro e per concludere  con un apoftegma  Haec vivus eripuit, reddit mortuus! Da vivo portò via i beni ed ora li restituisce da morto, dopo aver dichiarato che l’esenzione dai tributi veniva venduta  non più a singole persone, ma pure ad intere comunità e la cittadinanza romana veniva concessa non più individualmente, ma ad intere province.

Per Flavio mostrare i documenti ebraici è una necessitas perché in epoca flavia  gli scrittori ebraici sono in polemica con  altri  greci e persiani,che parlano di non presenza degli atti in biblioteche pubbliche, ma solo presso di noi e presso alcuni barbari; però non si può dubitare dei decreti romani in quanto sono riposti in pubblici luoghi e pendono nel Campidoglio, intagliati su tavole di metallo.

Flavio è scrittore apologista, molto nazionalistico, desideroso di evidenziare la grandezza del suo popolo, affermandolo nel  contesto di un sistema universalistico romano-ellenistico.

Anche da Cesare, però,  è rilevato Hircano  come bradus e noothhs  e per questo viene autorizzato il  potere di Antipatro, non quello dei figli, che invece ora occupano due dei distretti gabiniani migliori, Gerusalemme e Sefforis, cioè il cuore della Giudea col tempio e la frontiera galilaica.

Mentre Antipatro  inizia la sua trionfale ascesa come padrone della regione  Cesare si avvia verso il trionfo definitivo sui  nemici pompeiani dopo il suo ritorno a Roma e la espropriazione dei beni di Pompeo accaparrati subito dai suoi fedelissimi specie da Antonio, che è il massimo beneficiario (ha perfino la sua casa).

Dopo l’arrivo in Sicilia, Cesare passa in Africa, dove intorno a Giuba re di Mauretania, si è coagulato un grande esercito sotto il comando di  Quinto Cecilio Metello Pio Scipione, che ha come legati uomini di grande valore come i due figli di Pompeo, Fausto Silla, Catone il Censore ed Afranio

Cesare, disposte le truppe su tre fronti, pone alle ali  i veterani  mentre tiene al centro  la V legione , che ha uomini specializzati contro gli elefanti  già spaventati  dal lancio  di proiettili con fionde e di  frecce incendiarie e in breve l’esercito avversario si sbanda: muoiono 10000 pompeiani e solo 50 cesariani, mentre  fuggono Labieno  e Sesto Pompeo.

La battaglia di Tapso del 6 Aprile/6febbraio   è vinta da Cesare, che subito procede secondo proclami di perdono e di clementia, inascoltato da Catone e  da Silla, che si uccidono,  mentre gli altri si disperdono e in maggioranza si riuniscono in Spagna.

Tra le ambascerie dei molti sovrani, che vengono a riverire l’invitto imperator c’è pure quella di Hircano e di Antipatro, che  riceve da Cesare una copia di un suo decreto   per la curia e al popolo di Sidone di cui parla Flavio (Ant Giud, XIV­ 191-195) Cesare, imperator, pontefice massimo,  dittatore per la seconda volta, ai magistrati, alla curia e al popolo di Sidone salute: se state bene, pure io col mio esercito. Vi mando copia del decreto, inciso su tavoletta fatto ad Hircano figlio di Alessandro, principe dei sacerdoti ed etnarca dei giudei perché si riponga nelle vostre pubbliche memorie  e voglio che si intagli in lettere greche e latine su tavole di metallo.192. Questo è (il testo): io, Giulio Cesare, dittatore per la seconda volta, pontefice massimo di mia volontà e col parere del consiglio ho deciso così: poiché Hircano figlio di Alessandro, ebreo ora e in passato  in pace e in guerra ha dimostrato lealtà e  cura  per le nostre cose, come testimoniano per lui molti comandanti  e nell’ultima guerra è venuto in soccorso come alleato  con 1500  soldati e  mandato da me in aiuto a Mitridate superò in valore tutti i commilitoni   per queste ragioni voglio che Hircano, figlio di Alessandro, e i suoi figli siano etnarchi dei giudei, che abbiano il sommo sacerdozio sul loro popolo  secondo i costumi patri e che lui e i suoi figlioli, miei  alleati, ed anche siano annoverati nel numero dei miei amicissimi e  che per mio ordine  lui e i suoi figli posseggano tutte le giurisdizioni sacerdotali tradizionali. Nel caso dovesse sorgere questione su cose giudaiche, mi piace che si venga al  nostro giudizio e comunque non voglio  che paghino per lo svernare dei soldati  e che si riscuota da loro  altri denarii.

Cesare afferma, con questo decreto  (ouk dokimazoo)  di non autorizzare  che si faccia la paracheimasian  lo svernamento  che non ci siano le richieste di denarii ( khrhmata): era in uso che lo svernamento era a carico non dei romani ma degli alleati, che si assumevano l’onere di far svernare l’esercito romano con il versamento di sesterzi, se non erano sufficienti i viveri.

In conclusione Flavio vuole dire che i giudei hanno nel mondo romano una considerazione secondo i decreti cesariani simile a quella dei cives romani e quindi il loro particolare politeuma è comparato con quello  della Politeia/civitas.

Ne consegue che lo statuto di Alessandria, Cirene, Efeso, Antiochia e quello delle altre maggiori città dell’impero, dominate dai giudei ellenisti, vale  quasi come  Politeia, specie in seguito,  quando è riconosciuta e confermata da Augusto e da Agrippa che, insieme ad Erode sono considerati gli uomini più importanti di tutto l’impero.

E’ questa un’ulteriore prova della superiorità giudaica tra gli altri popoli dell’impero romano in quel lasso di tempo.

A Roma, dopo il suo ritorno il 25 luglio (poi 25 maggio) intanto si comincia a preparare il trionfo: viene invitata Cleopatra con  suo fratello minore Tolemeo XIV anche se  la loro sorella Arsinoe con Ganimede  è destinata ad ornare il carro del vincitore, in quanto Cesare trionfa sui ribelli alessandrini che l’ hanno intrappolato in città.

Il trionfo risulta più grandioso di quello di Pompeo ed è  fatto in quattro giorni.

Il primo è sui Galli e termina  con la morte di Vercingetorige, dopo la sfilata delle legioni galliche – che inneggiano satireggiando sui vizi del comandante che ha sottomesso la Gallia, ma è stato sottomesso di Nicomede  re di Bitinia  (Svetonio Cesare 51)- delle insegne militari, dei nomina dei capi tribù e delle gentes galliche e germaniche

Nel secondo  si celebra la vittoria di Cesare sull‘Egitto: sfila per prima la statua del  dio Nilo,   poi il disegno di un modello del Faro di Alessandria portato da  4 giganti , e ogni tipo di animali, zebre e giraffe sconosciute ai romani. Infine  sono mostrate le immagini di Achilla e Potino  mentre sfilano come prigionieri, insieme ad altri egizi,  Arsinoe e Ganimede.

Nel terzo viene celebrata la vittoria su Farnace, mostrati i carri falcati, le ricche credenze della corte, le regine e concubine del re, oltre ai tanti prigionieri di guerra,  che  portano in processione  la famosa frase di Cesare veni vidi vici, che lo acclamano come Nikeths/vincitore. Cesare col suo mantelletto rosso, su un cavallo bianco, sfila coi suoi migliori legati, seguito da quaranta elefanti, bardati, con sul dorso monumentali torce, alla presenza di Cleopatra, che tiene il figlio in braccio, in mezzo ad ancelle e alla sua corte.

Vengono portati carri pieni di talenti d’argento e d’oro presi nelle città nemiche,  che sono  destinati a donativi per il popolo.

Per ultimo c’è la celebrazione della vittoria su Giuba  e non si fa menzione dei prigionieri di guerra romani, ma solo dei numidi e di altre popolazioni mauritane.

Come appendice al trionfo c’è la memoria della Diva Giulia, la sfortunata figlia di Cesare, moglie di Pompeo, morta 8 anni prima: si fanno finte battaglie navali,  giochi di gladiatori  e un banchetto- dopo la premiazione dei soldati segnalatisi in battaglia,  i congedi e i compensi dovuti-, per 66000 Romani, che trovano posto sui 22 000 divani tricliniari  (Plutarco, Cesare,55) e sono serviti con quattro vini Falerno, Chio, Lesbo e Mamertino (Plinio il Vecchio, Nat, Hist, XIV,97)

Il senato nomina Cesare  console per cinque anni e dittatore a tempo indeterminato.

Cesare ora essendo pontefice massimo, imperator, basileus e  nomos empsuchos per l’Oriente tende  a dilatare la stessa idea divina, procedendo secondo le formule di ektheosis  divinizzazione tolemaica, connesse con  la consacrazione del Foro Giulio,  con la dedica del tempio di Venere Genitrice  e con l’installazione di una statua d’oro di Cleopatra VII.

Cesare ha intenzione di rinnovare  non solo la costituzione del mondo romano  ma anche il  sistema monetario e il calendario

Secondo Cesare I cives romani in ogni parte del mondo devono avere un unico  sovrano un’unica legge, un’unica moneta, un unico calendario per avere una comunicazione reale e per una fraterna interazione, in modo da costituire un kosmos con armonia, mantenendo per ora Occidente la lingua latina e in Oriente la koinè, sopportando un bilinguismo per facilitare per il momento  l’integrazione tra i popoli  destinati però ad un’unica lingua quella latina..

Perciò avendo,  grazie alla rapina militare, fatta in Occidente e in Oriente, grande disponibilità di metalli preziosi,  crea una nuova moneta ed affida  al senato e ai questori  il controllo della  circolazione monetaria.

Fino al 49 si erano coniate monete  d’oro del peso di 8,21 grammi, un quarantesimo di libbra romana  del valore di 25 denarii di cioè 100 sesterzii, ora Cesare introducendo nella giusta proporzione  del 12/1  il rapporto  tra l’oro e l’argento fissa il denario  al peso di 3,88 grammi  e il sesterzio a quello di  0,97 e stabilisce il valore  reale creando così  il  monopolio monetario romano, che è basilare, in confronto alle altre monete, coniate dai re barbari, favorendo la funzione methoria ebraica  specie nelle zone di confine (Cfr A. Petrucci, Mensam exercere, Iovine Napoli 1991).

L’altra riforma necessaria nel 46 – ultimo anno di confusione-  è quella del calendario.

Cesare, grazie al matematico Sosigene, comprende che l’omissione del mese intercalare dal 51 al 46 ha provocato disordini nel calendario repubblicano lunisolare  e quindi rimedia  colmando la differenza tra le date ufficiali e i fenomeni astronomici.

Perciò viene ripristinato l’accordo tra la cronologia e le stagioni, inserendo  tra novembre e dicembre  tre mesi intercalari, (due di 22 giorni ed uno di 23) per un totale di 67.

Infatti Sosigene da matematico e da astronomo mostra che la durata della rivoluzione terrestre è di 365 giorni più un quarto di giorno per cui se Cesare  abolisce il sistema precedente  lunisolare, lo può sostituire

uniformando  gli anni  alla lunghezza solare della rivoluzione terrestre, facendo iniziare  l’anno con I gennaio:in questo modo l’inizio dell’anno solare coincide con il potere  dei consules designati.

Infine   Cesare aggiungendo  al 28 febbraio un giorno ogni 4 anni bissestus ( bissestilis completa l’operazione  della riforma chiamando  dal suo Nome  Iulius il mese di Quintilis,.

Mentre Cesare prepara il suo trionfo  ed è ancora in attesa dell’arrivo di Cleopatra   ed è impegnato nel calendario, sembra che,  grazie ad Erode e all’amicizia  con Sesto Pompeo, cugino di Cesare, Antipatro cominci a dare un colpo alla stabilità del principato di Hircano, nonostante la correttezza formale nei confronti del sommo sacerdote.

La propagazione  dei decreti cesariani e il riconoscimento della tipicità ebraica, la stima giudaica e per Antipatro  e per i suoi figli e l’amore dei siriani per Erode, divenuto il beniamino delle folle, per averle liberate dai Lhsthai, sono testimonianza della popolarità dell’epitropos giudaico in tutta quella zona orientale.

Secondo  Flavio  (Ibidem 159) accade che Erode cattura Ezechia, un capobrigante che devastava  le regioni vicine di Siria con una folta banda e lo fece uccidere con molti suoi compagni ladri.

Questa azione, però, non è conforme alla legge e va contro l’auctoritas del Sommo  pontefice che, sobillato dai sadducei e dai suoi familiari, invidiosi dell’enorme potere degli idumei, lo convoca a Gerusalemme per essere giudicato dal sinedrio.

A Cesare le notizie della fortuna del suo amico Antipatro  vengono da relazioni di Sesto e da quelle di Hircano, oltre che da agenti segreti,- un corpo speciale di spie da lui formato in Gallia e sparso poi nelle province dell’impero-.

Cesare,  a Roma,  riceve notizie circa la congiunzione di eserciti e    l’arrivo di legati pompeiani in Iberia, dove si stanno riunendo sotto il comando di Sesto e di Gneo Pompeo  e di Labieno  e di altri capi anticesariani, convinti ancora di abbattere la dittatura.

Cesare alla fine dell’anno (o forse ai primi di  gennaio del 45) con sole due legioni, conscio di averne in Iberia altre sei,  oltre ad un’altra di stanza in Sardinia, già imbarcata su navi, inizia  il viaggio che risulta faticoso e tanto duro che il dictator cade malato  e viene portato in lettiga o su carri.

Fatto l’iter con la celerità consueta,  finge un attacco a Cordova, invece diverte verso  Ategua, roccaforte pompeiana, che viene circondata e  poco dopo  presa

Siccome Gneo Pompeo  si è appostato su una collina di Munda con 13 legioni, Cesare, confidando nella superiore organizzazione militare,  nonostante la posizione sfavorevole, attacca,  pur essendo in  inferiorità numerica, avendo solo 8 legioni.

La battaglia subito piega a favore dei nemici, data la posizione,  e le truppe cesariane sbandano, si scompaginano ed iniziano  a fuggire alcuni, ad  indietreggiare altri.   Cesare  in persona, distinguibile dal suo mantelletto rosso,  entra in battaglia, andando  minaccioso contro i suoi in fuga e li rimprovera, impone il combattimento ai pavidi,  mentre  combatte come un forsennato,  impavido tra le frecce e lotta per la sua stessa vita (Plutarco, Cesare 56) , coinvolgendo anche il  pretorio, le sue guardie del corpo,  e stimolando i milites che ripiegano  e che ora seguono il cuneo aperto dal condottiero cinquantacinquenne, esempio di virtus militare. Inoltre sopraggiunge la cavalleria gallica cesariana che prende alle spalle i nemici, che subito vanno in fuga: 30000 sono i morti tra i pompeiani, tra i quali Labieno- e dopo qualche giorno viene portata la testa di Gneo, che ferito ad una gamba,  è ucciso da un iberico- e solo 1100 sono le perdite dei cesariani.

Finisce la guerra civile il 27 marzo del 45, dopo quattro anni di lotte fratricide.

Fatto di nuovo il trionfo, con poca partecipazione di popolo (molte sono le famiglie romane che piangono!) Cesare  ora  console e dictator perpetuus  ritiene giunto il momento delle ricostruzioni  e comincia a  sanare le lacerazioni sociali economiche, finanziarie, a ricompensare i veterani con l’assegnazione di terre,   invia ottantamila coloni  a Cartagine e Corinto, ricostruite dopo un secolo di distruzione, e si dedica  a tanti progetti (La costruzione della curia Iulia, il prosciugamento del  Fucino,  la congiunzione del Tevere   con l’Aniene il taglio dell’istmo di Corinto ecc).

Questo periodo, specie l’inverno del 45/44, è trascorso totalmente a Roma: lo vive   alternandosi tra la famiglia romana con Calpurnia e  quella Egizia con Cleopatra  che vive alla periferia nei suoi horti sulla destra del Tevere, lungo la via Appia.

Sembra che  Cesare, dopo aver collocato strategicamente la sua armata nei territori provinciali  sia su isola che su terraferma,  – oltre ad aver allestito un esercito di 16 legioni , pronto ad Apollonia, dove è inviato  il  pronipote Ottaviano diciottenne,  per la guerra contro i Parti- ne assegna anche il comando a legati: 1 in Sardinia;  4 in Iberia; 2 nella Cisalpina;5 nelle Gallie;  4 in Egitto;  4 nell’Illirico; 3 in Africa.

Cesare ha così sotto controllo una potenza militare senza pari, allestita per nuove conquiste.

Inoltre ha un contingente navale non ancora ben distribuito, ma funzionante nei porti occidentali iberici e gallici e  in quelli orientali ad Efeso e ad Alessandria tanto da essere il dominatore incontrastato del mare Mediterraneo.

Esercito e marina anche in tempo di pace hanno la funzione di favorire al colonizzazione, incrementare  il commercio tra le parti dell’impero, data la sicurezza delle vie, autorizzando la libera circolazione marittima e fluviale.

Cesare è convinto che la pace sia collegata con la guerra, e  che la guerra porti progresso, che l’imperium romano espandendosi verso Oriente  risolva i suoi problemi sociali interni, ed avendo sicuri già i confini occidentali, debba necessariamente fare la spedizione contro i Daci e contro i Parthi.

Il suo imperium  così  ha valore sociale perché con la sua clementia ha vinto gli avversari, con la sua philanthropia e generosità  ha attirato  gli amici con benefici e ricompense superiori all’ attesa ed ha conquistato il popolo con spettacoli, monumenti, elargizioni e banchetti e ha creato lavoro e dato terra  per i più bisognosi mediante la colonizzazione e grazie al  progetto di razionalizzazione della frumentazione.

Il Kosmos cesariano, nato dalla guerra, sarebbe stato il regno della pace, dopo l’integrazione dei vari popoli  secondo la pietas e il diritto ormano, avendo come base  l’unità romano-greca philanthropica  e  la paritarietà dei cives al di là della diversità delle gene, nel rispetto delle singole differenze etniche, nella cultura della convivenza multietnica.

A Cesare sembra che  la pacificazione sia generale e che non esistano più oppositori ed avversari, e che tutti, amici e nemici siano vinti oramai della superiorità della sua figura ormai universalmente accettata come divina, in quanto pater patriae,  sublimazione del tradizionale  pater familias.

Avendo portato avanti la divinizzazione  personale con il progressivo riconoscimento dell’origine divina dei Giuli, da Venus-Anchise,  giunto ad essere proclamato Zeus Iuppiter Iulius,  come re assoluto di tutti gli uomini in rappresentanza di Zeus re di uomini e Dei, pur avendo rifiutato la corona offerta da Antonio, ora attende la convocazione del senato per ottenere il permesso di portare il diadema tanto da essere come un re orientale con auctoritas e potestas dittatoriale.

Infatti secondo Plutarco (Cesare, 60) alcuni,  avendo interrogato la Sibilla   chiedono espressamente che si faccia quanto è stato predetto per conseguire la vittoria parthica: i parthi non potevano essere vinti se i romani non li avessero attaccati sotto il comando di un re.!

Ora la notizia è diffusa degli amici di Cesare che vogliono  il riconoscimento della  basileia universale di Cesare dal Senato.  D’altra parte tutti riconoscono i meriti del dictator perpetuus e il senato ha concesso il pulvinar il sacro cuscino per la statua del dictator, ha autorizzato il fastigium proprio dei templi come  adornamento della casa di Cesare e di  Calpurnia, ha dato un flamen sacerdote , addetto al suo culto, in attesa di concedere il titolo di basileus kosmios per la conduzione della guerra parthica.

Lo stesso Cicerone dice di lui dopo la morte:  aveva natura geniale,  discernimento, memoria, cultura, operosità, previdenza, diligenza (II Filippica. 45,115).

Cicerone  che ha visto in Cesare l’uomo che ha pensato solo al regno per tutta la vita,   si è logorato in fatiche,  ha affrontato pericoli  per lunghi anni  per ottenerlo senza realizzarlo, lui che  lo ha salutato allo sbarco di Cesare in Puglia, imperator dux vincitore per eccellenza, guida dell’ esercito e flotta, che ha riconosciuto il suo imperium proconsulare maius, la tribunicia potestas e che è stato da lui graziato ed ottenuto  di vivere come privatus, lontano dal negotium, ora  da morto lo contrappone ad Antonio e al suo malgoverno in Città.

Cicerone è vir civilis, o politikos,  abile a passare da una parte all’altra, infido anche come ideologo della restitutio rei publica!

Certamente ora che Cesare è morto, Cicerone, non più supplice, non più privato,  è tornato in senato  nei giorni che seguono le idi di marzo!.

L’oratore è formale, solo formale; il politico, strategos, riformatore dello stato è operativo, sostanzialmente creativo, sublime.

Cesare sa bene chi deve temere, conosce   gli uomini  infidi dal livore delle facce,  ma ha fiducia nel suo piano, nel suo sogno universale, convinto di avere tanti collaboratori, sicuro della fine degli odi civili e dell’inizio di un nuovo ciclo, compos sui padrone di sé, cosciente di essere anhr theios, di poter fondare una dinastia.

L’enthousiasmos, che è stato l’arma vincente di una vita operosa,  diventa il suo limite!

Troppo fiducioso, comunque, degli altri perché troppo sicuro di sé!

Eppure quella mattina sente che non è il caso di andare in Curia non solo per i presentimenti di Calpurnia, ma per un certo personale malessere, indistinto.

Convinto dal fidus Decimo Bruto Albino, erede testamentario, ad entrare nella curia per ricevere il diadema dal Senato (non si accorge che  Antonio è trattenuto fuori!), secondo Plutarco(Ibidem,66) gli amici di Bruto gli si disposero, in parte, dietro il suo seggio, mentre alcuni gli andarono incontro per unire le loro preghiere  a quelle di Tillio Cimbro che lo supplicava per il fratello esule, e continuarono le loro suppliche  accompagnandolo fino al suo seggio. Sedutosi, egli respingeva le loro preghiere  e quando essi insistettero  con maggior forza, egli si irritò con ciascuno, allora Tillio gli afferrò con ambedue le mani la toga  e gliela tirò giù dal collo. Questo era il segnale dell’azione. Per primo Casca   lo colpisce col pugnale nel collo, con un colpo non profondo né mortale …quando ognuno dei congiurati ebbe  sguainato il pugnale Cesare, circondato, ed ovunque volgesse lo sguardo, incontrando solo colpi  e il ferro sollevato contro il suo volto  e i suoi occhi, inseguito come una bestia, venne a trovarsi irretito nelle mani di tutti: era infatti necessario che tutti avessero parte alla strage e gustassero del suo sangue. Perciò anche Bruto gli inferse  un colpo all’inguine.

Plutarco aggiunge che solo quando vide Bruto tra i congiurati, mentre ancora  si difendeva, ..si tirò su la toga  sul capo  e si lasciò andare… e ricevette 23 pugnalate (Ibidem).

Dal senato Cesare ha la morte, non il riconoscimento della Basileia universale, il titolo per avere la consacrazione  di imperator contro i Parhi, per poter partire con auspici favorevoli  per la sua impresa parthica  il 18 marzo: le legioni ed Ottaviano ad Apollonia erano  già pronte  sulle navi per Efeso, punto di incontro tra il dux e le sue truppe!

I senatori e Cicerone, ora lodano, dopo le la morte,  le sue imprese anche sociali e le sue riforme agricole in una  celebrazione dell’attività cesariana per la  plebe (la feccia della città, cfr. Ad Attico, I,19,4),  per sanarne i debiti,  per pagare gli affitti,  per migliorare le condizioni dei più bisognosi (cfr. Cassio Dione, St. Rom.,  XLII,32)

Dovunque,  nel mondo romano riesplode la guerra civile, alla notizia della morte di Cesare, dopo lo sbalordimento generale: invece della pax e della conclamata armonia  ci sono staseis  e caos.

In Giudea  già la lotta è iniziata con la morte di Cecilio Basso,  ucciso da  cesariani  come Antistio Vetere,  come in Siria dove  i legati cesariani si dividono in due partes ,gli uni per i cesaricidi ora fuggiti da Roma, gli altri per il senato ed il neos Ottaviano, erede di Cesare favorito da Antonio e da Lepido.

Dopo la lettura del testamento, conosciuti i nomi dei beneficiari, (Decimo Bruto, Ottaviano, lo stesso popolo romano)  ingigantisce a dismisura l’amore per Cesare  del popolo e dei militari  e del senato stesso, pur espressione del conservatorismo repubblicano.

Tutti ora a Roma e prima e dopo  i funerali  del dictator  perpetuus   applaudono e magnificano la  sua opera  e reclamano vendetta  su Bruto e Cassio.e gli altri millantati tirannicidi.

In una Roma senza Cesare , in uno stato di continui scontri urbani, in una tensione  tra le varie fazioni cittadine, in una situazione incontrollata, vista la varietà dei competitori , sorgono ogni mattina  tribuni  dhmagoogoi, che arringano il popolo.

E Cleopatra? E suo figlio Cesarione? e la sua corte egizio-romana suburbana?

Cleopatra alla chetichella se n’è andata e in tutta fretta su navi alessandrine, facendo un corso diretto, dopo il tragitto via terra, lungo, pericoloso e penoso fino a Pozzuoli, ha attraversato il Mare Mediterraneo ed è approdata ad Alessandria, e si è rinchiusa nel Palazzo.

Nessun cenno nel testamento di Cesare su  Cesarione e su Cleopatra, sulla dinastia universale!

Non è concepibile a Roma il testamento di un pater familias senza il nome del figlio legittimo, erede: tutto è cancellato dai romani abili a cassare anche parti del testamento di Cesare, a fare correzioni e  sostituzioni opportune.

In una situazione, come quella della morte di Cesare, indescrivibile, il timore di un’altra guerra civile  è nei volti di ogni senatore, che diventa paura  nei cesaricidi, che dopo i vuoti ed inascoltati proclami di libertà hanno trovato scampo nella fuga, ed anche nei filocesariani che ora vogliono dividersi l’eredità sulla base delle forze attuali di Antonio e di Lepido che hanno un potere reale ,l’uno come console  l’altro come capo di truppe,  oltre ad Ottaviano che, partito da Apollonia con uno stuolo di fedeli legati cesariani, riunito un esercito  con forze raccogliticce e coi disertori delle legioni Martia e Macedonica, prende Roma (Cfr. L. Canfora, La marcia su Roma, Laterza 2009).

Per il popolo Cesare è vivo nei suoi eredi: questa è la verità? O la falsificazione dei documenti fa sì che Cesare comandi anche dall’Ade! Ecco quanto dice Cicerone, l’oratore  che mostra il dopo Cesare  a Roma in Filippica II 42,109 :

Qui chirographa Caesaris  defendisset  lucri sui causa, is leges  Caesaris easque praeclaras, ut rem publicam  concutere posset,  evertit/ Chi per trarne guadagno si era fatto sostenitore della validità degli appunti  autografi di Cesare, eccolo annullare  le leggi di Cesare  e per di più le migliori, per poter far vacillare lo stato fin dalle fondamenta

Ed aggiunge: numerum annorum provinciis  prorogavit; idemque cum actorum Caesaris  defensor esse deberet e  in publicis et privatis rebus acta  Caesaris rescidit/ ha prorogato la durata del governo nelle province;   proprio lui che doveva essere il difensore degli atti di Cesare , li ha aboliti e come pubblici atti e come privati.

E conclude:  in publicis nihil  est lege gravius, in privatis firmissimum est testamentum. Leges  alias sine  promulgatione  sustulit, alias  ut tolleret promulgavit. Testamentum irritum fecit, quod etiam infimis civibus  semper  obtentum est . Signa tabulas, quas populo romano Caesar  una cum hortis legavit  eas hic partim in hortos Pompei deportavit, partim in Villam Scipionis./Nel diritto pubblico non c’è nulla di più grave della legge, in quello  privato l’istituto più saldo è quello del testamento. Quanto alle leggi, alcune le ha abrogate senza consultare il popolo, mentre per abrogarne altre,  ne ha pubblicato delle nuove.  Quanto al testamento di Cesare  ne ha annullato ogni effetto.  Eppure si tratta di un istituto che vien sempre rispettato perfino dalla gente di infima condizione  Le statue e i quadri che Cesare ha lasciato al popolo con i suoi giardini  costui se li portati via, parte nei giardini di Pompeo, parte in quelli di Scipione.

Il pensiero di Cicerone  sulla fine di Cesare e sul consolato di Antonio, suo primo Flamine, sottende lo sfacelo giuridico pubblico e privato  nel momento della nuova spartizione dell’imperium romano repubblicano ad opera di tre viri cesariani che, comunque, hanno il compito del ripristino della res pubblica dal senato contro i cesaricidi  che, nelle  province raggruppano uomini, eserciti e denarii per  opporsi alla delibera senatoria.

In questo scempio di diritto pubblico e privato  cerchiamo di rilevare la probabile  cancellazione nel testamento autografo di Cesare del nome d Cesarione e di Cleopatra

Un dubbio ragionevole pensiamo di poter sollevare, a questo punto, sulla legittimità del testamento letto da Antonio, che ha al suo servizio il più abile falsificatore di Atti, quel Faberio scriba copista,  che fa deliberare Cesare da morto,  per bocca del console. Noi  riteniamo ehe gli atti horcyni di Cesare siano stati manipolati  conoscendo tanti copisti non solo in epoca repubblicana ma anche in quella imperiale, che si vendono a chi paga di più.

Un uomo, pianificatore razionale, capillare in ogni dettaglio,  come Cesare,che  ha una donna e un figlio a Roma -Cleopatra e Cesarione-, fatti venire, nonostante la sua conoscenza dei concittadini populares  romani,  appositamente dall’Egitto,  riveriti ed amati pubblicamente  alla presenza della legittima moglie, dell’aristocrazia,  della plebs  e del senato,  delle sacrae vigines  vestali, -lui pontifex maximus-  partecipi del trionfo, non può non aver lasciato una riga a favore della uxor egizia, regina ufficiale riconosciuta come amica ed alleata  dallo stato romano, congiunta  con rito egizio per il riconoscimento del figlio da parte del  pater familias.

Antonio  più tardi sarà patrigno di Cesarione e lo educherà nel gumnasion alessandrino  secondo il sistema romano-alessandrino e ne farà un neos , poliths, un iuvenis civis, iscrivendolo nell’ephebia come gumnasiarcha,  anche se  scomodo – in quanto figlio legittimo-  per il futuro Gaio Giulio Cesare Ottaviano, erede adottivo, allora suo cognato, zio di Antonia  Maior e Minor!.

Non è credibile, quindi, che nel testamento di Cesare, che nomina Decimo Bruto Albino come erede  ed Ottaviano, non  ci sia un riferimento  al figlio di Cleopatra!

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

La Giudea e Gneo Pompeo

La giudea  e Gneo Pompeo

Antipatro,  gli asmonei  e i romani

Antipatro compare in Giuseppe Flavio Guerra Giudaica , I,6,2 e in Antichità Giudaiche, XIV, 8-14, come amico di Hircano  ed ostile ad Aristòbulo.

Di lui si dice che è un philos di Hircano, un idumeo di stirpe,  uomo ricco e valoroso, superbo (drasthrios) per natura e sedizioso (stasiasths) che si comporta in modo ostile ad Aristobulo, a causa della indole benevola  (Eunoia) del primogenito,  nella guerra tra i due fratelli, dopo la morte della madre Alessandra, regina di Giudea (76-67).

E’ uomo nato da una nobile famiglia venuta da Babilonia,  stimato come attivo, audace  e fortunato.

Flavio non lo dice  espressamente,  ma fa capire che la sua azione è apprezzata già al tempo di  Alessandro  Jamneo  e  durante il regno di  Alessandra.

Gli asmonei  hanno un territorio khoora, che comprende vaste zone della Siria,  tutta l’Idumea e parte della Fenicia  e la Iudaea (Ant. Giud.XIII, 395-397).

Antipatro  è presentato col titolo di governatore di tutta l’Idumea (l’antica Edom) e come persona che ha amicizie con gli Arabi, coi Gazei, e gli Ascaloniti.

Si sottende che è  presente  alla sconfitta di Alessandro presso la  fortezza di Adida ad opera di Areta III, re deiNabatei,  che ha invaso la Giudea, dopo che ha preso  i territori di Tolomeo, figlio di Menneo.

Sembra che favorisca gli accordi tra i due sovrani tanto che, poi  Iamneo, grazie al trattato, può intervenire in Transgiordania, dove sono i maggiori possedimenti di Zenone,  tanto da impadronirsi della valle di Antioco e di Gamala (Ibidem, 392-97).

Morto Alessandro Iamneo, la regina Alessandra  ha al suo fianco Antipatro  come  consigliere  abile a destreggiarsi tra i sadducei, sacerdot,   e i farisei, laici,  zelanti di fede, amati dal popolo (operai , contadini, pastori e le categorie medio-basse levito-sacerdotali ).

Questi, dal periodo di Giovanni Hircano (134-104) , si contendono la supremazia a corte, anche se il re, educato farisaicamente, ha  amici e appoggi tra i farisei  e quindi tra il popolo.

Giovanni Hircano è un grande re,  ritenuto giusto e capace di seguire la retta via, indicata dai farisei, che fanno circolare tra il popolo certe norme trasmesse dalle precedenti generazioni,  non scritte nelle leggi di Mosè, perciò respinte dai sadducei,  che, invece, sostengono che bisogna  ritenere valide solo quelle scritte  e  non bisogna  seguire quelle aggiunte.

In effetti le due scuole di pensiero differiscono nel modo di leggere le Sacre pagine; i farisei le leggono allegoricamente e simbolicamente facendo  aggiunzioni  secondo una propria esegesi, mentre i sadducei restano ancorati alla scrittura  e non vanno oltre la lettera. Cfr. Guerra giudaica, II, 119-166).

Inoltre, Giovanni Hircano , oltre al privilegio del governo della nazione e all’ufficio di sommo sacerdozio,  ha il dono della profezia, e lo esercita, grazie alla facoltà,  potenziata dalla volontà di Dio, che lo ha così fornito, anche per la educazione ricevuta da Farisei, che normalmente hanno questo stesso dono.

La sorte/ tuchh come h eimarmenh /moira è considerata dai farisei e dai sadducei in modo opposto: i primi  ritengono che certi eventi  sono opera del destino, ma non tutti, in quanto  gli eventi, se avvengono o meno,  dipendono da noi; gli esseni, che sono una loro frangia più vivace e drastica, ritengono che il destino sia il signore  di tutto quanto  avviene  e che agli uomini nulla accada che non sia conforme al suo decreto(Ant.Giud., III, 172);  i secondi  prescindono  dal destino e ritengono  che esso non esista  e che le azioni umane non si realizzino in base al  decreto della sorte e che tutte le cose siano in potere nostro,  tanto che noi  siamo i soli responsabili  del nostro bene  e subiamo la sfortuna  a  causa della nostra  irrazionale mancanza di ponderazione.

Il sovrano giudaico,  Giovanni Hircano,  seppure sia considerato  virtuoso  da tutti,  è accusato dai farisei di essere stato generato dalla madre, quando era schiava,  sotto il regno di Antioco Epifane (175-164 a.C.) e  perciò gli impongono di dimettersi dal pontificato   (bisognava per legge essere ebreo, con certificato!) e di accontentarsi  di governare il popolo (Ant.Giud., XIII 291).

Il re chiede ai farisei di condannare Eleazaro, che ha così parlato,  in un’assemblea, ma questi lo condannano solo a 39 battiture di verga e  alle catene  e non a morte; allora Hircano, sobillato da Gionata, un sadduceo, gli instilla rancore nei confronti dei farisei  tanto  da farlo passare  al partito dei Sadducei, facendogli  perdere l’amore del popolo, indicando la via da seguire ai figli,  Aristobulo I, sovrano per un anno,  e ad Alessandro Iamneo.

Questi comprendono che i farisei esigono la divisione dei poteri in quanto quello  dei corpi è in relazione ai beni temporali, quello delle anime è  connesso con la spiritualità e con Dio stesso; perciò gli asmonei  accentrano  e fortificano il loro principato in modo unitario, pensando di essere guida delle due odoi, quella corporale e quella spirituale.

La situazione, quindi,  con l’inizio del regno di Alessandria si  profila a favore dei farisei.

Antipatro, essendo uomo amato dal popolo, è favorevole ai farisei  ed intelligentemente guida la donna, già propensa, al fariseismo, nel seguire i consigli, avuti dal marito morente.

Iamneo le ha detto, infatti,  di  non  seguitare nella strada antifarisaica, ma di trattarli con amicizia e di non fare niente senza il loro consenso, anche circa tutto il rituale del suo funerale  (Guer. Giud. I, 107-119 e  Ant. Giud., XIII,399-304)

E’ un’abile mossa politica per dare un qualche valore al regno della moglie, fatta da un uomo scaltro in fine di vita per salvare il suo onore personale e per favorire Alessandra nel suo difficile compito  di governare uno stato sacerdotale, dilacerato dalla lotta tra i sadducei aristocratici e  i farisei popolari.

Il re  è conscio che la Giudea è  posta geograficamente vicino al debole regno di Siria, seleucide, ormai in mani romane, dopo la sconfitta di Mitridate del Ponto  e la pace di Dardano,  considerata la presenza massiccia delle navi romane nel Mediterraneo orientale- già all’arrivo di Licinio Lucullo come ammiraglio,  destinato poi al comando supremo militare contro Mitridate  e contro Tigrane per il biennio 68-66, a sostegno delle forze militari insediate nel cuore  della Siria, specie dopo le vittorie di Cabira e di Artashata- (cfr.  Plutarco, Lucullo).

Perciò, sapendo dell’avidità romana, vuole lasciare  almeno il suo regno in pace, senza contrasti religiosi.

I farisei, con grande opportunismo politico, diventano amici degli asmonei,  fanno discorsi funebri elogiativi,  esaltano le gesta di Alessandro  tanto da dire che hanno perso un re giusto.

Eppure poco prima il sovrano ha fatto stragi di giudei  che, nella Festa dei tabernacoli, – cinti di tirso, intrecciati con rami di palma e di cedro- lo colpivano con cedri e lo insultavano  dicendogli  di  essere di condizione servile  ed indegno dell’ufficio di offrire quei sacrifici-    avendone fatto  uccidere 6000 e poi, dopo una  nuova sedizione,   avendo  fatto  trucidare ottocento giudei,  costringendoli ad  assistere, da crocifissi,  al massacro di  figli e mogli.

I farisei coprono le azioni del re morto, lo trasfigurano, collegandolo col padre, giusto, e, in questo modo, propagandano una nuova figura di Alessandro, rilevando la sua  eusebeia/pietas, instillando nel popolo un profondo cordoglio  e rimpianto vero, indicendo  funerali splendidi come  mai per altro sovrano.

E’ probabile che, già Antipatro  sumbouleus di Alessandro Iamneo,  influenzi il re a lasciare il regno alla moglie, non compromessa, in considerazione dell’età dei  figli  ancora fanciulli paidia  (Hircano il più grande ha undici anni ed Aristobulo il minore, ne ha  nove).

I farisei fanno circolare l’idea  che la regina non ha colpe negli eccidi precedenti del re, e neanche nella politica filo aristocratica del marito, antipopolare.

La regina, quindi, dato il sommo sacerdozio al figlio, ora quasi ventenne, uomo disinteressato alla politica, non  intento all’amministrazione  degli affari ed amante del quieto vivere,  pusillanime  e debole/ agennh kai anandron,  si affida totalmente ai farisei, che gestiscono il potere nei rapporti col popolo,  ristabilendo  gli ordinamenti tipici del fariseismo,  conformi alla tradizione,  aboliti da Giovanni Hircano ed autorizza  a richiamare gli esiliati e a  liberare i prigionieri.

Secondo  Flavio (Ant. Giud., XIII 409) viene dato ai farisei un potere assoluto.

Antipatro, che è  filo farisaico, da sempre, perché di formazione aramaico- babilonese,  fa reclutare  forze mercenarie,  raddoppia l’esercito  e tiene a bada i vicini, da cui ha ostaggi, avendo al suo seguito il fratello Fallione.

Si deve ritenere che già nel 76 a.C.  il padre di Erode, uomo di una trentina di anni,  ha un suo potere  che consolida  tenendo a freno le mire  crescenti del giovane Aristobulo, considerato  anche lui drastherios energico  …diegergemenos  to phronhma  sveglio di spirito, personaggio d’indole molto simile ad Antipatro.

Farisei ed Antipatro per oltre un triennio  sono alla caccia dei sadducei, che, responsabili della morte atroce degli ottocento, dopo la sconfitta subita da parte di Demetrio Acairo presso Sichem,  dopo la morte  di Diogene e di molti altri, fanno una petizione insieme con il principe  Aristòbulo:  se  i nemici sono paghi del sangue degli avversari,  essi avrebbero sopportato equamente  l’accaduto  per un senso di pura devozione verso il loro re; se persistevano in tale idea  di stragi,  avrebbero accolto volentieri la morte  e, se  abbandonati e cacciati  dalla regina ,  sarebbero diventati  soldati mercenari  per i suoi nemici.

Aristobulo, inoltre,  presa la parola,  accusa la madre come  responsabile della  situazione, mentre tutti i presenti  piangono.

L’arringa di  Aristobulo  è feroce contro i  farisei  e contro  Antipatro, uomo ambizioso,  reo di fare governare, per il proprio utile,  una donna  perdutamente ed irrazionalmente bramosa  di potere che,  pur ha già figli rispettivamente di 20 e18 anni.

La regina, su consiglio dei farisei, concede al figlio di presidiare le fortezze di Hircania, di Alessandreion e di Macheronte e gli dà l’incarico di muovere guerra  a Tolomeo figlio di Menneo, un vicino inquieto,

inviandolo a Damasco.

Queste tre fortezze, date ad Aristobulo, saranno  luoghi dove  si accendono  focolai  di insurrezione contro Hircano ed Antipatro e servono per anni  come asilo e come basi di riunione dei dissidenti antiromani.

Non si sa se Antipatro, durante questi fatti, abbia già una sua rete di relazione con i romani, né con chi per primo  abbia avuto rapporto: si sa di una corrispondenza epistolare con Pompeo e di una sua abilità nell’uso di colombi postali: Flavio non ci illustra a proposito.

L’invasione, comunque,  della Siria da parte di Tigrane del 69 e di  una sua marcia contro la Giudea  con un esercito di 300.000 uomini,  spaventa Alessandra, tanto da chiedere aiuto a Lucullo, già vincitore di Mitridate nel biennio 70-69: Antipatro in questa occasione  può aver contattato i romani ad Artashata, poco prima del mandato della regina al figlio contro Tolomeo.

Forse è più probabile che  i contatti siano avvenuti nel periodo della guerra di Pompeo contro i Pirati  quando i romani esasperati per l’insicurezza del Mediterraneo,  impraticabile per i naviganti,   precluso ad ogni commercio temono  di non avere normale  approvvigionamento e hanno paura di una grande carestia  tanto da accogliere  la lex Gabinia  che concede un  mandato di un potere assoluto ed universale  a Pompeo  sul mare fino alla colonne di Ercole e dovunque sulla terraferma, entro un raggio di quattrocento stadi  dal mare (75 km dalla costa).

Pompeo, in breve tempo,  forma una flotta,  avendo diritto di scegliersi  personalmente 15,   comandanti di una parte dell’esercito,  all’interno del senato, cui rimettere parte del comando, di prendere tutto il denaro che gli pare dal tesoro  pubblico e di guidare 500 navi con la facoltà di  decidere autonomamente  gli effettivi e le condizioni di arruolamento dei soldati e dei rematori.

Pompeo ha un esercito  formidabile di 120000 fanti e 5000 cavalieri tanto che, aumentato il numero dei strategikoi e degli egemonikoi  li porta a 24 eikositessares,   conducendo  con sé due censori (tamiai).

Inoltre Pompeo, intento a  dividere  l’intera estensione del mare  in tredici settori, può chiedere  ai popoli e ai re  confinanti col Mare Mediterraneo cooperazione alle richieste dei suoi legati(Plutarco Pompeo,26).

E’ possibile, a nostro parere  che qualche lettera sia giunta anche ad Alessandra o ad Hircano nel periodo in cui si conosce  anche la notizia, grazie a lettere  inviate  da Cleopatra Selene,  regina di Siria, di una invasione da  parte di Tigrane.

La regina ebrea, infatti, invia un’ambasciata a Tigrane, a Tolemaide, e viene informata che il re ha ricevuto  i suoi ambasciatori  ed accettato i  doni,  e nell’occasione viene a sapere, però, anche, che il re armeno è costretto al ritiro perché Lucullo  sta inseguendo Mitridate, che si è rifugiato tra  gli Iberi, dopo aver saccheggiato l’Armenia, mentre Pompeo sta terminando la guerra contro i Pirati.

Flavio mostra che  la regina, pur caduta malata, conosce una insurrezione da parte di Aristobulo, che  non sopporta il potere di farisei e di Antipatro e che non vuole accettare la successione del fratello,  incapace e potenzialmente incline a farsi dominare da altri.

E’ questo il momento del primo incontro di Antipatro con qualche legato pompeiano?

Aristobulo,   ha avuto l’appoggio di Emilio Scauro  pagando somme in talenti,  e sembra collegarsi  con Lollio e con Metello e forse con contingenti guidati da Gabinio  a Damasco (Ant. Giud., XIV,30 ) e  marcia sicuro contro  Areta ed Hircano  e a Papirone  li sconfigge,  uccidendo  6000 nemici e lo stesso Fallione, fratello di Antipatro (Ibidem, XIV,33).  Quindi non è da escludere che in questa stessa vicenda Antipatro abbia avuto  nuovi rapporti coi romani, ma non disponendo di somme non ha avuto fortuna e deve piangere per la morte del fratello.

Subito dopo la vittoria su Mitridate, intorno alla Giudea ed anche nella stessa  Giudea ci sono legioni romane, sparse sotto i controllo di legati, che, inoperosi militarmente, fanno razzie là dove possono, a  scopo di rifornimento di viveri.

Pompeo, cessate le ostilità contro Areta III, si dedica con i suoi uomini ai festeggiamenti  per la notizia della morte di Mitridate, mentre è in viaggio verso Petra, secondo Plutarco (Pompeo,41) mentre, secondo Flavio, si trova sotto le mura di Gerico (Ant Giud,XIV, 53-54)

La fine di Mitridate  significa la conclusione del mandato straordinario di Pompeo  che, ambizioso, seguita nella sua missione e rinvia  il suo ritorno a Roma- come già aveva fatto Lucullo, nonostante le forti pressioni del senato e degli aristocratici pompeiani.

Ora Antipatro in questa caotica situazione,  mentre Pompeo  è lento nel deporre il potere ed ancora avanza  in Giudea,  lasciando ampia libertà  a molti luogotenenti di razziare,  deve avere avuto contatti con legati pompeiani, che sono intenzionati ad aiutarlo contro Aristobulo.

Noi pensiamo a Gabinio,  e crediamo che, tramite lui , e grazie a molti doni,  abbia  allacciato rapporti diretti,  con Pompeo,  che allora era ancora  per legatum  alla caccia di Tigrane, che si era insediato in Armenia.

Pompeo  in quel tempo sta conducendo (Plutarco Pompeo39)- avendo sottomesso già  gli arabi  che vivevano sul monte Amano, grazie a Lucio Afranio (console poi nel 60)-  il grosso dell’esercito nella Siria, che viene dichiarata provincia  e possesso del popolo romano, poiché non vi sono più i legittimi sovrani seleucidi.

QQquindi, Antipatro  deve aver cambiato i rapporti  con il legatus  Emilio  Scauro, molto venale,  che ora, oltretutto,  si è ricongiunto col suo dux, al quale  vanno le ambasciate di Siria, di Egitto, di Giudea,  proprio quando  Aristobulo invia una vite d’oro (Ant.Giud., XIV,34).

Le ambascerie, guidate da Antipatro per Hircano e da Nicodemo per Aristobulo, sono davanti a Pompeo insieme a quelle di altri dinasti locali come Antioco cizicheno,  Tolomeo, figlio di Menneo e Dionisio di Tripoli e il giudeo Sila, riuniti a Damasco.

Pompeo,  in effetti, dopo aver sistemato,  a suo arbitrio, la zona,  sente  per primi  i giudei integralisti che vogliono la separazione dei due poteri quello sacerdotale e quello temporale regale in quanto  essi obbediscono, come sacerdoti,  solo a Dio  e  si oppongono sia ad Hircano che a Aristobulo, ambedue desiderosi  di cambiare la loro politeia  e  di fare di loro una nazione di schiavi, proprio reclamando ognuno per sé il titolo regale, segno dei due uniti poteri.

E’la prima manifestazione del pensiero effettivo degli esseni, stanziati già sulla costa marnosa del Mar Morto?!

Hanno avuto la possibilità di trattare con i Romani invasori!?

Poi, Pompeo sente  i due capi della delegazione  di Hircano e  di quella di Aristobulo: è incerta la loro presenza diretta  (Guerra giudaica I,6, 3-4)

Antipatro conduce con sé mille  protoi  giudaici perché comprovino che Hircano, in quanto primogenito, ha diritto alla regalità,  ereditata dalla madre, e  che è ingiusta seconda la legge ebraica  l’ usurpazione di Aristobulo, secondogenito, che ha ridotto il fratello allo stato di privato

e perché mostrino la mitezza del carattere del primo rispetto alla  smodata energia  e tracotanza del secondo.

Presentatasi  l’ambasceria di Aristobulo, costituta da giovani galanti  vestiti  elegantemente  di porpora  con varie acconciature  ed altre forme  leziose, come se fossero non persone  che dovevano subire un processo  ma andare ad una festa  (Ant giud.XIV,45).

Pompeo, nonostante abbia preso la terpolé (la vite d’oro del valore di 500 talenti  -3.000.000 di denari, 12.000.000 di sesterzi, poco meno di 12 tonnellate di argento-) decide in favore di Hircano  che non  dà  niente  e priva del regno Aristobulo, capovolgendo quanto fatto in precedenza da M. Emilio Scauro,  corrotto con 300 talenti cioè un 1.800.000 denarii , 7.200.000 di sesterzi, sette tonnellate di argento,(cfr. Guerra giud.I,, 6.3,1) dal sovrano  ebreo.

Dunque, grazie alla sapiente regia di Antipatro, Pompeo  riconosce ad Hircano il sommo sacerdozio e la dignità di  Etnarca.

A Damasco si decide anche il futuro assetto della regione:  il regno di Giudea rimase  quasi intatto,- vengono sottratte  solo Samaria e Scitopoli, congiunte con la provincia di Siria- e quindi  comprende ancora Giudea, Idumea, Perea e Galilea.

La notizia di  Flavio  è confermata da  Plutarco (Pompeo,39) e  da Cassio Dione (Storia Romana  XXXVII, 15-19).

Antipatro, grazie  a Pompeo  e quindi ad Hircano, riconosciuto nel suo potere, può gestire  la regione di Gerusalemme (la Giudea),  la sua patria, Idumea,  la Perea e la Galilea, due porzioni staccate, ma  che fanno parte del principato  asmoneo, anche se  ora  è suddito e soggetto a tributo ai romani.

Antipatro, dunque, in questo periodo assume il titolo di Epimeleths  cioè di un curator, therapeuoon, procuratore,  uomo che amministra come dioicheths il territorio,  per conto di Hircano, e ne ha cura e tutela quasi c fosse un  comandante militare con funzioni di supplenza amministrativa.

Egli ha ancora  buone relazioni con Areta III, che ha bisogno di lui per il pagamento dei 300 talenti, imposti da Emilio Scauro  (Ant.Giud .,XIV,80-81).

Tutta la regione, dato il continuo passaggio di truppe romane, di contingenti dell’esercito di Pompeo, che, avendo bisogno di rifornimento,  arraffano quanto necessario, dai contadini e dalle città, imponendo anche  tributi in una terra già pervasa da lotte intestine religiose e dall’antagonismo tra i due fratelli asmonei.

La rivolta contro le sanzioni romane, in un triennio,  è alimentata anche  dai dissidenti farisei e dai fautori di Aristobulo, che si è insediato nelle sue fortezze di Alexandreion e di Macheronte, per cui  scoppia di nuovo la guerra civile  tra i popolari  e farisei , da una parte, e i sadducei con gli aristocratici,  da un’altra, mentre scorrazzano nel territorio le milizie romane.

E’ un periodo molto agitato, di guerra civile, da una parte, e di guerriglia  montana e desertica contro l’invasore, senza alcuna coordinazione, tanto che Antipatro ritiene opportuno trasferire la sua famiglia a Petra, in Nabatea,  presso i parenti della moglie Cipro.

Non si capisce  se la discordia interna sia più nella regione che nella città di Gerusalemme,  che, però,  entra in fibrillazione dopo l’occupazione di Aristobulo, braccato da Pompeo, che assedia la capitale con buona parte del suo numeroso esercito.

Dunque, i sadducei favorevoli ad Aristobulo si rinchiudono nel tempio, impediscono l’apertura della porta esterna, mentre i farisei e i popolani accettano Pompeo nella prima e seconda cerchia delle mura fino a consegnare la reggia e la città, assistito da Hircano, desideroso di occupare il  trono, tanto che il dux fa presidiare le parti occupate da Calpurnio  Pisone  (Cfr. Ant. Giud. XIV 59-60).

Hircano, sostenuto da Antipatro  incita i suoi dopo il rifiuto dei sadducei  di arrendersi, a favorire l’impresa di Pompeo  e a  prendere il tempio dal lato settentrionale, che  era l’unico lato  debole, seppure   protetto dalla torre asmonea.

Il sommo sacerdote partecipa coi romani alla presa di Gerusalemme e del tempio!

I romani scavano una trincea, dopo che è  stato abbattuto il ponte, ed essendoci un dirupo molto scosceso con vegetazione, iniziano a riempirlo, intenzionati ad innalzare un terrapieno, dopo aver disboscato la zona sottostante: la riempitura è fatta con le machinae tractoriae e  con una  speciale gru  di grandi dimensioni con una ruota,  i cui raggi  sono girati da militari, anche se azionata mediante un sistema di leve, tanto da  accatastare  grandi massi  e materiali per la costruzione del terrapieno.

Poi, dopo aver completato in un mese  il terrapieno  durante il sabato, giorno di riposo per gli ebrei, che non combattono,  Pompeo accosta le macchine d’assedio e  ogni strumento bellico (Ariete e Catapulte ) ed inizia poi a martellare il tempio (Cfr. CassioDione, Storia Rom., XXXVII,16,4)

L’azione di Pompeo è fatta alla presenza di Hircano, che coopera-non di sabato- alla presa del tempio: il taglio della selva e la formazione del terrapieno si fanno nel giorno del venerdì sera e del sabato nel giro di un paio di mesi  (Il termine argein mostra come i giudei dalla prescrizione mosaica siano costretti all’ozio, mentre i nemici costruiscono il terrapieno. Cfr. Flavio, Guer. Giud, I,7,3-4).

Il tempio è preso il mese delle espiazioni, Tishri-settembre/ottobre, nella 179^ olimpiade, sotto il consolato di C. Antonio e di M. Tullio Cicerone nel 63 a.C, dopo tre mesi di assedio.

Pompeo, presa la città, entra nel tempio (cfr.Tacito, Hist.,V 9,1Romanorum primus, Gn. Pompeius Iudaeos domuit templumque iure  victoriae ingressus est: inde volgatum  intus deum effigie vacuam sedem et inania arcana) e trova nel tempio solo 2000 talenti (kai ieron  chrematon  eis talanta dischilia).

Per Flavio sacerdote, cosciente della profanazione, (Ant. Giud.XIV,64-78) e della strage di 12000 ebrei, il dux romano, stando a cavallo, vede ciò che non è lecito agli altri uomini, eccettuati i sommi sacerdoti  che  entrano nel sancta sanctorum una volta all’anno, anche se ne loda l’eusebeia  per non aver toccato niente.

Sembra strano che Pompeo sia entrato nel debir  alla presenza del sommo sacerdote, per la cui presenza, comunque, non avviene il regolare saccheggio- per gli idolatri  romani- del tempio, forse grazie all’intervento di Antipatro,.

L’idumeo ha partecipato ai combattimenti per odio contro Aristobulo e i sadducei, ma non può, data la sua fede templare aramaica, non astenersi da ogni profanazione: è vincolato dal patto  del Padre con Figlio,  dall’alleanza dell’Eterno col Mortale, dell’Altissimo col suo Popolo.

La presa della città e l’imprigionamento di Aristobulo hanno come conseguenza  che  Gerusalemme diventa upotelh  tributaria (paga il phoros Cfr.Guerra giudaica I,7,7) e che viene stilato lo statuto della Decapoli  oltre quello di  Gadara, (poi data dai romani a Demetrio) e quello per  la fascia costiera  (Cfr. Guer. Giud.,  I,7.7 ) e quello di Giudea.

Flavio così chiude Ant. Giud. XIV,77-78:  i responsabili di tutte le cose che soffrì Gerusalemme furono Hircano ed Aristobulo a causa della loro discordia…noi abbiamo perso la libertà  e siamo diventati soggetti dei romani  e  siamo stati costretti a riconsegnare il territorio conquistato con le armi, preso  ai siriani ed abbiamo concesso ai romani di riscuotere  da noi oltre 10000 talenti . Il regno che prima era concesso a coloro che erano della stirpe sacerdotale diventò un privilegio di uomini del popolo.

(egeneto dhmotikoon androon). Da allora la Giudea è annessa alla Siria anche se non direttamente.

Gli odi di parte irrazionali, la guerra civile e i contrasti religiosi hanno dato l’opportunità ai romani e a Pompeo di conquistare Gerusalemme e il tempio (Cassio Dione, St.Rom. XXXVII,16,2)

Pompeo ritorna a Roma e lascia Emilio Scauro come governatore di Siria  fino al 62,  mentre Aristobulo è condotto a Roma per ornare il trionfo del dux vincitore (Plutarco, Pompeo,45).

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

La Giudea e Licinio Crasso

La Giudea  e Licinio Crasso

Nel 54 Siria e Giudea si trovano ancora in una situazione di stasis di rivolta a causa dei lesthai,  di zeloti,  cioè di partigiani che cercano in tutti i modi di liberarsi dall’invasore romano, favoriti da elementi parthi,  contenuti  e frenati da Hircano e da Antipatro, che pur essendo solidali con i farisei e contrari ai sadducei,  comunque, subiscono il prepotere romano,  a cui devono collaborare, data la superiorità delle forze militari, in attesa di  eventi favorevoli.

Il triumviro Licinio Crasso,  giunto nella provincia assegnatagli, svolta la sua azione politica e militare in Siria, sentito il rapporto di Gabinio, dopo essersi congiunto con la cavalleria gallica inviata da Cesare,  viene in Giudea  e come  ha fatto con i sacerdoti dei templi siriaci, ora impone tributi ai sacerdoti del tempio gerosolomitano, avendo bisogno di denarii  per i reclutamento di auxilia.

Nei primi mesi del 53,  secondo Flavio (Guerra giud., I, 179), mette le mani  su tutto l’oro del tempio  e prende anche i 2000 talenti  che Pompeo non ha toccato.

In Antichità Giudaiche XIV,105-111 si dice: Crasso, andando con l’esercito contro i Parthi, giunse in Giudea e prese quei due mila talenti, che Pompeo non aveva toccato, oltre il restante oro di circa ottomila talenti e portò via anche il trave d’oro girevole, che pesava trecento mine.(la mina presso noi è di due libbre e mezza).Gli diede questo trave il  sacerdote tesoriere Eleazar non per malvagità in quanto era uomo giusto e probo, ma perché  era custode dei veli del tempio, che splendevano per mirabile bellezza e per  ricami artistici, pendendo da questo trave. Avendo visto Crasso intenzionato a raccogliere tutto l’oro del tempio  temendo che potesse prendere anche gli ornamenti gli diede il trave d’oro per recuperare tutte le altre cose facendogli giurare che non avrebbe  preso niente altro dal tempio, ma che si sarebbe accontentato  dell’oro da lui datogli, che avrebbe trovato del peso di molte  migliaia di libre. Era questo trave circondato da un altro  pezzo di legno, per cui era nascosto a tutti  e il solo Eleazar lo conosceva. Ma Crasso, anche se aveva giurato di non prendere altro oro dal tempio, dopo aver avuto il trave, divenne spergiuro  e prese tutto l’oro del tempio.

 La spiegazione che Flavio dà per dimostrare la ricchezza del tempio è utile da una parte  per comprendere, dall’angolazione aramaica  l’azione sacrilega di Crasso, che ha ingannato il tamias e che ha spergiurato e, da un’altra ,  le ramificazioni e  i rapporti e le  connessioni  di sangue di lingua e di cultura, che ci sono tra Gerusalemme, centro del giudaismo e le colonie di  giudei sparsi per il mondo sia romano che parthico: Nessuno si deve meravigliare che tante ricchezze fossero nel nostro tempio perché i Giudei, che abitano in tante e diverse terre in Europa e in Asia, onoravano Dio e gli  facevano offerte  da tempi antichi. Non mancano testimoni dell’enormità di queste  ricchezze  né siamo mossi da vanità nell’ostentazione.

Dunque, Flavio sottende  la precisazione che i giudei di Parthia sono un milione, e che sono confratelli tenuti a vendicare l’offesa fatta al tempio  insieme ai giudei che, pur dovendo seguire  con la forza il dux romano, sono però per fede impegnati a boicottare l’impresa di un uomo di menzogna condannato a morte  tanto da essere considerato morto vivente, perché ha la condanna di Dio su di lui.

 Depredare il tempio è l’ errore politico maggiore di Licinio Crasso, uno scelus, che gli costa la sconfitta e la vita: ogni aramaico, convinto della santità della guerra antiromana, ha Dio al suo fianco mentre combatte contro l’esercito di Crasso!.

Il dux,  così facendo, ha scatenato un inferno intorno a sé: tutti i  giudei dell’impero romano, -compresi i filoromani, moderati,  Hircano ed Antipatro e gli stessi sadducei- si sentono svincolati dall’obbligo di fedeltà a Roma e si coagulano con i fratelli di Parthia nella guerra comune religiosa con il nemico romano.

Anche gli ebrei di Osroene  ed Agbaro  sono fedeli al tempio come molti adiabeni, armeni, mesopotamici, che oltre tutto dominano con i loro battelli la via fluviale.

Licinio Crasso ha nemici anche tra gli amici e le guide, quando passa l’Eufrate con le sette legioni e con  altrettante  truppe ausiliarie.

La stessa  figura di Agbaro , che per Cassio Dione (St.Rom.,XL, 16-30) è un traditore, come anche per Plutarco (Crasso, 21-22) gli storici rilevano    l’abilità oratoria, la scaltrezza araba  senza mostrare  i rapporti con Surena e lo stesso re dei re, Orode, e il personaggio  è da studiare nella millantata amicizia col benefattore Pompeo e nei   riguardi degli ebrei dell’esercito  romano,  sulla base dell’aspetto aramaico e religioso: allora l’anhr doleros kai palimbolos/ uomo falso ed infido, colpevole della rovina di Crasso assume un altro valore e diventa simbolo, seppure ambiguo, del patriottismo aramaico.

Strategicamente, comunque, Crasso non cura il piano di Cassio, suo questore e segue invece il principe arabo Agbaro, aramaico, che poi  passa al nemico.

Inoltre il percorso- fatto da Crasso,  quello delle vie commerciali arabe  segnate da cisterne, proprio delle carovaniere con  cammelli-  non è adatto  per un esercito che deve attraversare il deserto  prima di giungere nella vallate del Belik  per raggiungere  Seleucia, città posta a sud.

Inoltre la via è piena di ebrei di lingua aramaica non certamente favorevoli ai romani ed   informatori per il  comandante Surena,capo del quale si  conosce la nobiltà di stirpe, ma non la religione.

Insomma l’esercito di Crasso va verso zone dove la cavalleria catafratta  può mostrare tutta la sua potenza,  di cui i milites hanno una terribile paura.

Plutarco (Crasso, 18) narra che Crasso  promette  un’impresa  consistente in lunghe marce  e nell’inseguimento di uomini  che non vogliono  impegnarsi in battaglia  a soldati terrorizzati dalla presenza dei cavalieri catafratti: a quegli uomini non c’era modo di sfuggire  quando inseguivano e d’altra parte quando fuggivano erano irraggiungibili; il loro apparire era preceduto da frecce alate che perforavano tutto, prima che si scorgesse chi le aveva lanciate, le armi poi dei cavalieri corazzati penetravano dappertutto  ma erano impenetrabili ai colpi altrui.

Nonostante lo scarso morale di soldati,  Crasso attacca battaglia  convinto  da Artavaste re degli Armeni, succeduto a Tigrane spodestato da Pompeo,  giunto con 6000 cavalieri – con cui  forse fa un cambio di direzione verso nord.

Al primo vero attacco parthico l’esercito romano si sfalda  e,

nonostante il valore del figlio Publio, Crasso è  sconfitto vicino Carre nella primavera del  53 a.C..

Flavio in Guerra giud., I, 8,8 e in Antichità Giud.,  XIV 119,  in modo scheletrico e riassuntivo dice:  trovò la morte lui  e il suo esercito.

Per lo storico giudaico questa è la sorte meritata dal triumviro.

Flavio, Plutarco e Dione Cassio sono concordi nel mostrare la situazione post bellica molto difficile per i romani:  Armenia  Siria e Giudea sono in fibrillazione e le staseis sono continue mentre i parthi, ora baldanzosi,  sconfinano  e invadono  a più riprese, ad ondate, terre romane.

I parthi, dopo aver conquistato tutta la zona ad oriente  dell’Eufrate perché la Siria non ha né comandanti né soldati, (Cassio Dione,St.Rom., XXX,28) e penetrano nell’interno.

In effetti è giunto là Cassio Longino superstite  della sconfitta e  con le  forze a  sua disposizione  respinge i non molti parthi, che hanno invaso la regione.

Su Cassio lo storico Cassio Dione  dice:  A Carre aveva rinunciato al supremo comando offertogli dai soldati per odio che nutrivano per Crasso  e che lo stesso Crasso- senza mandato– era disposto a  cedergli in considerazione della disfatta; egli venne a trovarsi  per forza delle circostanze  a capo della Siria in quel momento e poi anche in seguito.

Aggiunge poi che  riesce a sconfiggere un nuovo gruppo di parthi  giunti fino ad Antiochia, guidati da  Osace, –ma è già presente il giovane Pacoro figlio di Orode-: essi avanzano perché i romani non hanno forze sufficienti per contrastarli  ed anche perché le popolazioni odiavano il potere dei romani ed erano ben disposte verso di loro  in quanto confinanti ed affini per stirpe (ate kai geitonaskai sunhtheis  sphisin ontas)

La guerra dura fino al 49 – consoli Marco Marcello e Sulpicio Rufo-per tutto il tempo del mandato di governatore di Marco Calpurnio  Bibulo  che cerca di mettere i parthi gli uni contro gli altri,  dopo essersi guadagnato l’amicizia del satrapo Ornodapate  che con l’aiuto di Pacoro  marcia contro  il re dei re Orode  (St. Rom.,  XL ,30)

Il tanto denigrato Bibulo nel consolato con Cesare, risulta invece un buon governatore di provincia!

La situazione non è controllabile neanche in Giudea, dove Antipatro, nonostante il suo militarismo e la sua inclinazione aramaica, ben conscio della potenza romana,  frena  ogni  eccesso ed attende l’occasione, da opportunista eukairos, propizia.

Comunque, negli ultimi dieci anni  i parthi sulla scia della vittoria sconfinano in continuazione e  occupano punti chiave del confine siriaco, e si posizionano a ridosso del corso dell’Eufrate avendo la solidarietà delle popolazioni contigue, specie di Armenia,  di Osroene e di Adiabene: essi aspirano a ricostituire il regno achemenide e a raggiungere le rive del Mediterraneo.

La guerra civile tra Cesare e Pompeo e poi quella tra i cesaricidi e gli anticesaricidi sembrano favorire il sogno di Orode e di suo figlio Pacoro, convinti che sia il tempo giusto di un’invasione del territorio romano.

 

 

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Antipatro, padre di Erode

Antipatro  e Cesare

Antipatro  è  un pompeiano, che esegue gli ordini di Cornelio Scipione, il suocero  di Pompeo – che ha sposato nel 50  sua figlia Cornelia-  governatore di Siria nel 49 a.C.. che è tenuto sotto controllo da gruppi cesariani, una legione di Cassio Longino e due legioni di Gneo Domizio Calvino.

Non è facile vivere nel corso di una guerra civile: alla vittoria inziale di Durazzo pompeiana, segue dopo scaramucce, il disastro di Farsalo con la netta vittoria dei cesariani.

Finché Antipatro è nell’incertezza della vittoria finale, non è possibile alcuna azione ed  inoltre è costretto a fronteggiare di nuovo Aristobulo, liberato da Cesare al suo arrivo a Roma nel 49, dopo la fuga del senato.

Cesare,  secondo Flavio, spera  che ,  a suo mezzo, possa assicurarsi  il possesso della Siria  e della Giudea, ma l’impresa di Aristobulo finisce con la sua morte per avvelenamento ad opera di legati   pompeiani contattati dal re giudaico  con promesse di denarii, allo scopo di attirarli dalla sua parte.

Invece i partigiani di Pompeo  prendono i doni e poi lo eliminano  e neppure gli dànno sepoltura  e Flavio sconsolatamente  dice: per lungo tempo non ebbe  nemmeno sepoltura in patria, e il suo cadavere rimase conservato nel miele fino a  quando fu inviato da Antonio ai giudei perché lo seppellissero  nelle tombe reali (Guerra giud., I, 9,1).

Dopo la battaglia di Farsàlo del 9 agosto del 48, l’epimeleths Antipatro  ha un suo raggio di azione più ampio, non avendo più il controllo romano pompeiano,  perciò  ha  maggiore potere sui dinasti della Calcide (Giamblico e il figlio Tolomeo )  e sui Nabatei, amici da sempre, presso i quali ha  fatto educare  i suoi figli maggiori  tenuti  a Petra  dal 67 al 57 a.C. con i parenti di Cipro, sua moglie.

Conosciuto il nome del vincitore, tutta la zona  siriaca  è controllata ora dai cesariani , che ormai dominano dovunque nella Siria e in  Celesiria  nella vallata dell’Oronte,  specie dopo la morte di Pompeo e il successivo arrivo di Cesare nel delta del Nilo e poi in Alessandria e il suo insediamento nel Palazzo  tolemaico.

Avendo saputo, poco dopo,  da informatori, la situazione di Cesare in Egitto e la sua precaria  condizione di prigioniero in Alessandria sul promontorio  Lochias,  nel Palazzo,  e conosciuta, poi, la missione di Mitridate pergameno, figlio naturale di Midridate del Ponto, inviato con trapezitai  giudaici  dal dittatore in Asia Minore e in Siria  ad arruolare truppe  ausiliarie contro gli egizi, decide di saltare sul cavallo del vincitore  e quindi di schierarsi, d’accordo con Hircano, coi populares cesariani.

Antipatro,   cinquantacinquenne,  scaltro,  eukairos, opportunista,  ricco, consigliere di Hircano,  uomo di struttura atletica, un cavaliere audace in battaglia,  ha piena coscienza  di essere nel momento giusto per giocarsi il suo ruolo e quello del popolo ebraico  in quella particolare  situazione di passaggio tra una costituzione aristocratica romana ed una popularis.

E’ ben informato sui fatti di Alessandria  e sulla posizione del legatus cesariano, fermo ad Ascalona con i suoi auxilia, incapace di fare la traversata del deserto fino a Pelusio,  consapevole dei pericoli del viaggio senza il dovuto approvvigionamento di acqua e senza rifornimento di viveri,  preoccupato della fides incerta dei giudei egizi.

Antipatro  gli offre aiuto, proponendosi  come  socius e summachos nell’impresa, come coordinatore dei soccorsi in terra  giudaica ed intermediario con la numerosa colonia di giudei di Egitto.

Secondo Flavio già così Antipatro si era comportato  con Gabinio  favorito da Hircano nella sua impresa di insediamento sul trono di Tolomeo Aulete.

Infatti Antipatro, avendo stabilito un patto col dux romanus fornisce armi, denaro, viveri e milizie e per di più persuade i giudei incaricati di sorvegliare  la zona di Pelusio  (Guer giud., I,175)  a far passare i romani.

Mitridate ed Antipatro, dunque,  fanno un accordo, sapendo di giocarsi entrambi una carta importante ai fini della loro stessa precaria situazione individuale: il primo  nei confronti di  Farnace e  degli abitanti  sconfitti del  Ponto; il  secondo nei confronti di Hircano e dei figli di Aristobulo, del clero e dei farisei.

Antipatro ha  già  avuto  l’adesione al suo piano da parte del Sinedrio e di Hircano, di Giamblico e dei Nabatei, tutti disposti a  cooperare  per presentarsi  di fronte al vincitore di Pompeo e dominatore del mondo,  come i suoi salvatori/sooteres nel pantano alessandrino, in cui è caduto imprudentemente l’imperator  massimo, a causa della inimicizia  e perfidia dei consiglieri  di Tolomeo XIII e della passione per la tolemaica Cleopatra VII – secondo i rumores dei milites romani-.

Ha programmato tutto: Giamblico paga le spese per i milites, i nabatei portano acqua e riforniscano i romani nei 250 km tra Ascalona e Pelusio  nei quindici giorni di marcia, Hircano ha scritto lettere per gli  ebrei egizi e  per i figli di Onia, come sommo sacerdote gerosolomitano.

Probabilmente  l’impresa si realizza,  come preventivato – grazie anche all’appoggio delle navi, che portano la XXXVII in Alessandria-  nelle prime due settimane di gennaio  del 47, per cui  l’esercito di Mitridate pergameno insieme a quello di Antipatro, che ha 1500 giudei, misti ad  ausiliari di Giamblico e figlio,  e ai cavalieri nabatei,  ha attraversato il deserto di Sur ed è arrivato non lontano da Pelusio, mentre corrieri informano Cesare del contingente militare, venuto in suo aiuto.

Il dittatore  sta svernando ad Alessandria,  dove ha trascorso  i mesi di ottobre  e novembre,   a corte,  a Palazzo , dopo che ha  mostrato il suo disprezzo per i consiglieri di Tolomeo XIII, l’eunuco amministratore Potino, il precettore Teodoto  e  il generale Achilla, rei della decapitazione dell’ex genero, rifiutando di ospitarli nella reggia.

Gli è impresso il ricordo della testa decapitata di Pompeo su un piatto d’oro al suo arrivo in Egitto,  ma ancora di più  si rilegge la relazione dei  fautori populares  che raccontano i fatti: Pompeo avendo scelto di rifugiarsi in Egitto, dopo saver scartato le altre soluzioni poiché era a solo tre giornate di navigazione. Partì con la moglie su una triremi di Seleucia (alcuni suoi amici navigavano su navi militari, altri su navi  da carico) ed attraversò il mare senza correre pericolo Apprendendo che Tolomeo si trovava a Pelusio  per combattere contro la sorella,  fece fermare là la nave ed inviò un messo ad avvertire il re  del suo arrivo e a chiedere asilo.

I suoi informatori  precisano  commentando che la sorte di Pompeo è decisa dall’eunuco Potino, dal grammatico Teodoto e dal generale Achilla  e ne dicono  le motivazioni, ironizzando:  Il re era molto giovane e Potino riunì il massime autorità, i più eminenti tra gli altri camerieri ed istitutori.

E chiudono così: accolto da tutti  il parere di uccidere Pompeo  di Teodoto -che  sorridendo aggiunse che un cadavere non morde– Achilla prese con sé  Settimio che era stato un tempo ufficiale agli ordini di Pompeo, un centurione di nome  Salvio e tre o quattro servi salpò alla volta della nave Achilla lo salutò in greco e lo esortò a passare sulla barca;  l’acqua era molto bassa  e il fondo sabbioso non consentiva il pescaggio sufficiente o per una trireme.

Pompeo,  abbracciata Cornelia- che lo segue con gli occhi tanto da vedere la scena dell’uccisione- scese e guardava verso riva  dove c’erano uomini che  salutavano come per rendergli omaggio.  Settimio di spalle lo trapassò per primo  con la spada e dopo di lui, prima Salvio e poi Achilla  sguainarono le loro.  Pompeo, tirandosi la toga  sul volto  con entrambi le mani, senza dire o fare nulla di indegno di sé, ma levando solo  un gemito subì i colpi con fermezza (Plutarco, Pompeo, 79,5).

Cesare non vuole  per qualche tempo vederli.

Teodoto , responsabile principale della  morte di Pompeo, ne approfitta  e  fugge  da Alessandria su una nave mercantile e  si  rifugia in Asia, gli altri  invece restano a Pelusio  come consiglieri del quindicenne sovrano.

Cesare manda una lettera  invitando  Tolomeo  a  presentarsi  a Palazzo separatamente, lui e la sorella Cleopatra, che vive nascosta in un distretto alessandrino,   per la causa  di definizione  della  regalità sull’Egitto, sotto il patronato di Roma, secondo la volontà del loro padre.

Tolomeo accetta, mentre i suoi consiglieri sono titubanti  ed incerti se fidarsi.

L’eunuco  amministratore Potino appena entra, viene tenuto in stretta sorveglianza,  come  Tolomeo che viene preso sotto  protezione, romana,   mentre, fiutato l’inganno, Achilla fugge  e rivela il tradimento di Cesare al popolo e riprende il comando dell’esercito.

Cesare,  con la sola  cohors, che presidia il Palazzo,  è un padrone circondato  da nemici  nella zona della reggia, dalla stessa popolazione alessandrina, filotolemaica, dall’esercito egizio, nonostante la presenza di poco meno di 4000 uomini, distaccati  alla periferia meridionale di una città di oltre un milione di abitanti.

Conscio di questo, si è già premunito dai primi di ottobre del 48 ed ha inviato  Midridate  pergameno ad arruolare truppe in Siria e in Asia  per poter assalire alle spalle le truppe nemiche.

Il dittatore è al corrente  della forza dell’esercito avversario,  costituito da quasi 20.000  egizi  con l’aggiunta  di  circa duemila cavalieri mercenari  e di contingenti eterogenei, di cui molti romani  ex legionari di Gabinio, come Settimio, uno degli uccisori di Pompeo.

Potino sa bene la differenza di forze  e dimostra il suo  potere  a corte  col tagliare i viveri  e col  cambiare perfino le posate d’oro in quelle di legno  ad un uomo raffinato come Cesare, che si portava in Gallia la stessa utensileria e  gli stessi servi-ministri, con cui banchettava a Roma.

Comunque, Cesare, forte di tenere in suo possesso il re e Potino,  impone a Tolomeo  le sue richieste: bisogna  chiudere la belligeranza con i romani accettare la coreggenza con la sorella Cleopatra, convocata a corte,   e pagare una grossa somma di talenti, data da lui, personalmente, come prestito,  tramite Gabinio,  a suo padre Tolomeo Aulete.

Potino, ben sapendo che Cesare ha  poche truppe, informa Achilla  di tenere saldo l’esercito  e lo invia a Pelusio, avendo scoperto che un  esercito sta venendo  in soccorso di Cesare.

Cesare  nel palazzo attende la venuta di Cleopatra,  la vergine sorella, coreggente del regno.

Questa, da filoromana,  deve passare attraverso le milizie  egizie nemiche favorevoli al fratello e ad altre fedeli  alla sorella Berenice, per cui inventa uno stratagemma, rimasto famoso nella storia, anche se poco credibile, con l’aiuto di un erculeo siciliota di nome Apollodoro.

Sembra una favola: Il servo l’arrotola entro  un grosso tappeto, impacchettato, se lo carica sulle spalle e, dopo un tragitto per mare,  si presenta alla guarnigione romana  della collina,  dicendo di dover portare un dono a Cesare.

Apollodoro,  giunto  alla presenza di Cesare, srotola il tappeto ed appare Cleopatra  seminuda.

Cesare è un uomo di 52 anni, che ha avuto tre mogli, Cossutia, Cornelia e Pompeia- la quarta, Calpurnia, figlia di Lucio Calpurnio Pisone Cesonino è la legittima consorte dal 59- corrotto,  ambiguo sessualmente, corruttore e seduttore  di uomini e di donne -Mucia, moglie di Pompeo  (Svetonio,Cesare 50,1 ; Cicerone Ad Atticum1,12,3),   Servilia e  tante altre-  consapevole che una donna vergine  ama il suo primo amante e  che, una volta matura, ama, godendo del cazzo di chi se la chiava:  la sera stessa  tra la fine di novembre e i primi di dicembre  fa il suo dovere di maschio, con piacere di entrambi, legandosi alla regina egizia. (cfr Plutarco Vita di Cesare, 49).

Il giorno dopo inizia un’altra vita per Cesare: Cleopatra è il centro del suo mondo, la sua cura, lo skopos della sua vita, il tesoro più grande di Alessandria, di Egitto, del mondo: il suo primo ed ultimo pensiero del giorno, come un meirakion innamorato per la prima volta di una donna.

Cleopatra non è, però, solo il sogno di un adolescente, ma di un genio politico  che sogna di realizzare un Regno universale  per un solo sovrano, suo figlio.

La corte scruta  Cesare Zeus che, come una pioggia d’oro, copre Danae; le ancelle vedono  Amon Ra entrare nel talamo di Iside, Berenice e suo fratello Tolomeo XIII -il legittimo marito!- seguono  attenti la vicenda fino alle prime nausee della regina e all’annuncio di un erede.

Cesare è un anhr theios, politikos, dioicheths,autokratoor, despoths ths  oikoumenhs ringiovanito, maschio che attende la nascita di un figlio suo.

Quanto lontano è il ricordo  della nascita  e della morte della  figlia, la diva  Giulia, la moglie di Pompeo!

Gli alessandrini  fanno  rivolte  continue  ma  non turbano la serenità di Cesare, che  il giorno successivo la prima notte d’amore con  Cleopatra, convoca, come giudice,  i due pretendenti al trono di Egitto, la sua amante e Tolomeo XIII.

I due fratelli  si prendono un giorno di consultazione con i loro rispettivi consiglieri e,  il giorno dopo, concordano la riappacificazione e stabiliscono i termini di  comune reggenza  sotto la protezione di Cesare.

E’ la fine  di Potino: Cesare lo fa arrestare ed uccidere.

Le rivolte ad Alessandria diventano un fatto giornaliero e la città è invivibile per gli scontri tra le fazioni avverse e perfino fra i fautori dei romani e i  tolemaici:  gli egizi non sopportano le continue esazioni di tributi  e sono indignati perché nessun loro tempio è risparmiato (Dione Cassio,St.rom. 42,34)

Neanche  attenua l’odio degli alessandrini  per la romanitas  la notizia che i due fratelli governano insieme, neanche  placa il popolo  la propaganda  filoromana  quando  Cesare fa sapere che l’isola di Cipro, sottratta al dominio tolemaico dieci anni prima da Catone,   è stata riunita all’Egitto e che sono sovrani legittimi  sono Berenice e suo fratello minore Tolomeo XIV.

Anzi sorge un’altra rivolta in tutto il delta del Nilo di proporzioni notevoli che si diffonde tra i marinai  dei due porti e diventa un’insurrezione generale proprio quando si diffonde la notizia  dell’imminente arrivo della XXXVII legione ad Alessandria.

Al  giovane Tolomeo XIII, il legittimo marito quindicenne della sorella coreggente, vivente nell’ala opposta della Reggia, vicino al Tesoro regale e al Mausoleo tolemaico, giungono voci della ierogamia , dell’unione divina,  del coniugium  del dictator con la sua sposa-moglie sorella!

Non rimane altro che accettare di essere il marito nominale  di Cleopatra mentre la sorella è l’amante di Amon-ra  Cesare  davanti ai suoi  stessi occhi (Cfr.  Dione Cassio, Stor.Rom.,  XLII).

Gli resta  solo  la possibilità di tramare per liberarsi degli invasori, fidando nel popolo di Alessandria.

Si organizza  una congiura di palazzo che poi si dilata nei thiasoi, nei gumnasia cittadini e diventa  rivolta antiromana che esplode con manifestazioni di piazza, lungo l’odos canopica,  nel centro della città egizia.

Secondo Plutarco, Cesare conosce  i particolari  della congiura da un barbiere  (Cesare,49) .

Cesare è Cesare, il politikos per eccellenza, lo spietato sterminatore di Avarico (39.200 abitanti  uccisi), il militare impavido davanti ad ogni pericolo, ora maggiormente motivato dalla fresca e rinnovata  iuventus,   un dux che lotta, temendo per i soldati acquartierati in città e per i legionari in arrivo, oltre che uomo che si gioca  la sua vita  per quella di Cleopatra e di suo figlio.

Il dux  decide di fare una sortita dal Palazzo, dopo aver lasciato pochi soldati di guardia.

Sorprende in un dux, eccezionale stratega di rara prudentia, impostato sulla massima razionalità, tipica della precettistica militare del festina lente affrettati lentamente,  questo singolare atto di audacia personale.

Cesare conosce la pavidità egizia militare ed è cosciente che un atto improvviso di forza farebbe tacere ogni clamore rivoluzionario e dimostrerebbe la netta superiorità militare romana.

D’altra parte a corte  a Cesare è mancata  l’acqua potabile perché  gli egizi hanno fatto infiltrare acqua salmastra nelle condutture , inquinandola e nonostante gli sforzi dei militari che hanno in pochi giorni trovato un’altra vena, e l’hanno conduttata fino al Palazzo con uno scavo profondo sulla collina , hanno una sorgente alternativa ma non se ne conosce la quantità Durante queste operazioni fa circondare il Palazzo con  un muro e trincee sperando di raggiungere la depressione di seicento/settecento metri che taglia in due Alessandria,  dove scorrono le acque del lago Mareotide fino sotto il promontorio Lochias.

Al dittatore viene comunicata anche  la fuga di Arsinoe, sorella maggiore di Cleopatra  da anni in lotta con la sorella minore, ora riverita come una dea, amata dal proprio uomo.

La donna , sapendo delle continue insurrezioni in città, ha deciso di fuggire dal Palazzo con Ganimede suo precettore, uomo di notevole intelligenza e perizia militare, per unirsi al popolo di  Alessandria, vista ormai scoperta la congiura.

Nel cuore della città si fanno assemblee  e si discute sul come cacciare l’invasore: molti sono i progetti e  prevale quello di  Ganimede  che  fa uccidere Achilla,  il quale dissente dai suoi piani di cacciare sia Cleopatra che Tolomeo XIII, traditori perché filoromani.

Arsinoe invece sostiene che la lotta ha significato solo se Tolomeo XIII  è col popolo, in quanto anello di congiunzione tra la nobiltà e il popolo e tra il clero e i fedeli,  perché è simbolo della cultura egizia,  è la voce di Osiride stesso, legge vivente /nomos empsuchos.

Cesare dux prudens, cauto in ogni impresa, grande pianificatore di fronte alle situazione, nonostante le fobie della Cleopatra, ritiene necessaria  un’azione spericolata  per riunire i suoi soldati e dare il benvenuto ai romani, che devono sbarcare nel Porto grande.

Le nottate di amore con Cleopatra devono aver caricato positivamente Cesare, un uomo  di struttura fisica di molto superiore alla media, sia per altezza che per robustezza,  allenato quotidianamente da quattro gladiatori,  cavaliere impareggiabile, ottimo nuotatore, ancora un atleta, nonostante un episodio di crisi epilettica.

L’euforia e l’entusiasmo giovanile, uniti alla volontà di punire l’arroganza egizia, determinano la difficile azione di raggiungere passando dal Porto Eunosto al Porto Grande, di attraversare l’Eptastadion  e conquistare Faro, luogo di approdo  dei legionari in arrivo.

Cesare, riconoscibile per la corazza e per il mantelletto  di porpora  di Dux, seguito da un manipolo di milites, esce di nascosto dal Palazzo e s’imbarca. La sorpresa  non riesce perché gli egiziani  sono pronti a fronteggiare già i romani nel passaggio tra i due  porti. L’azione si svolge con fulmineità:  Cesare fa incendiare la flotta egizia, ancorata nel porto Grande,  provocando il panico nella città, dopo aver fatto staccare le navi romane,  presenti, prima ancora dell’arrivo della XXXVII  legione   e del suo sbarco  e prende Faro, circondando il famoso faro.

Faro per secoli era stata un’isola (Filone, Vita di Mosé) finché il canale  non si era riempito di sabbia ed allora si era congiunta con la terraferma di Alessandria. A Faro c’era il grande faro, che si vedeva come  una colonna di fuoco di notte e come un pilastro di marmo di giorno,  un’opera unica al mondo, costruita da Sostrato  di Cnido, all’epoca di Tolomeo Filadelfo. Risultava una costruzione  monumentale di un’altezza di circa 100 metri-(ci sono autori che parlano di 60 metri ed altri di 150 metri)-, un‘opera ardita, voluta dal sovrano come espressione della ricerca scientifica  dei tanti scienziati del Museo: era il faro  una delle sette meraviglie del mondo antico,  che, alla base,  era circondato da un cortile a colonnato, in cui  vivevano – e dovevano essere tanti se c’erano trecento stanze –   uomini  incaricati di  azionare  congegni sofisticati  per  dare  notizie  meteorologiche e per consigliare ai naviganti la migliore navigazione: tutte informazioni che erano la risultanza delle ricerche fisico-astronomiche del Museo, non molto distante.

Si diceva che sulla cima ci fossero a diversi livelli, quattro statue, tutte ruotanti in modo da  seguire una  il corso del sole, la seconda  da indicare  i  movimenti dei venti, un’altra  da far conoscere le ore giornaliere e l’ultima da segnalare l’arrivo dei nemici, appena avvistati  dall’addetto al periscopio. La legna era sollevata dal basso verso l’alto da machinae  tractoriae o da speciali gru, per gli operai addetti al fuoco perenne,  la cui luce veniva amplificata da specchi  di vetro, di eccezionale dimensione,  tanto da vedersi fino a trecento stadi di distanza, circa cinquanta chilometri.

Il tratto di arenile  tra la citta e Faro  era lastricato e si chiamava Eptastadion .

Lì all’ Eptastadion i soldati di Cesare devono appostarsi, controllare i due passaggi tra i porti  mentre l’incendio divampa e raggiunge il Museo e la Biblioteca,  causando rovine  tra i volumi, obbligando i copisti ad allontanarsi in fretta  insieme ai  sapienti  aristotelici e  a  fuggire precipitosamente.

Si ricordi che i  copisti erano duemila e che i sapienti erano in numero non inferiore e vivevano nel Museo, a spese pubbliche.

Era l’Eptastadion una diga tra i due porti,  lunga 7 stadi cioè  circa 1290 metri: non è facile neanche  per un abile stratega  presidiare con pochi soldati una  postazione  di tale dimensione.

Durante questa operazione le  navi romane si spostano verso il porto orientale e Cesare si imbarca su una piccola nave con pochi marinai di Rodi con l’ammiraglio Eufranore

Il dux corre allora un pericolo  mortale perché in molti sanno di questo clandestino imbarco di  Cesare mentre bagliori di fuoco e molto fumo  vengono  dalla Biblioteca in fiamme e dalle navi egizie incendiate. In questo attacco improvviso Cesare,  a capo delle  truppe,  non  riesce nell’impresa, ma si assicura la parte settentrionale dell’Eptastadion,  perché gli egizi gli   sbarrano il passo nella parte meridionale  verso la città intrappolandolo tra il mare e Faro.

Anche se navi con le truppe sbarcate  giungono in  aiuto, Cesare   si trova a mal partito perché  la sua barca si capovolge e lui  si salva a nuoto facendo oltre 200 metri  con la sola mano destra  poiché nella sinistra ha importanti documenti da salvare.

Cesare ha la fortuna di salvarsi e di perdere solo il mantelletto di porpora  mentre 400 soldati morirono sull’Eptastadion  insieme a migliaia di marinai.  La situazione generale, però, volge a favore del  dittatore che, con l’aiuto dei milites della legione,  può ritornare nel Palazzo dove gli viene comunicato che  Mitridate  ha già arruolato 15 000 uomini e  dalla Siria li ha concentrati ad Ascalona,dove sta attendendo  rinforzi da Antipatro ed Hircano, sommo sacerdote  dei giudei. Gli egizi, fallito l’attacco,  cominciano le lotte interne, mentre gli ebrei che costituiscono un quinto della città  non partecipano affatto alla insurrezione e ai tumulti  contro i romani.

Alcuni gruppi contestano l’auctoritas di Arsinoe e di Ganimede  e gridano a gran  voce di volere come re il solo Tolomeo. Cesare, conosciuta la volontà popolare,  allora  chiama il principe coreggente, gli parla  dell’ amore del  popolo, che lo reclama come sovrano  e confessa  astutamente di volerlo rimandare tra il suoi sostenitori.

Nonostante la reticenza del paidion, Cesare  lo fa scortare per restituirlo ai capi  della  sedizione.

Il primo atto politico di Tolomeo è quello di allontanare dalla città i responsabili della rivolta, Ganimede e sua sorella ,  che si dirigono verso Pelusio.

Cleopatra, dopo l’allontanamento del fratello,   risulta incinta  di Cesarione   nato,  poi,  entro luglio  del 47 per alcuni , (per altri alla fine di agosto? )  qualche giorno prima  della vittoria di Zela  (2 agosto/2giugno) contro Farnace, figlio di Mitridate (Plutarco, Cesare 50) .

Non si sa se il bambino nasca di otto mesi, ma, anche se Cleopatra completa i nove mesi, il figlio sembra debba essere attribuito a Cesare, nonostante quanto dica, molti anni dopo, Oppio che scrive  in difesa dei diritti di Ottaviano, figlio adottivo, alla successione di Cesare.

Il dittatore è veramente innamorato di Cleopatra  e desidera assistere al suo parto e probabilmente vede di persona  il sesso di Cesarione, suo erede.

Lui, sommo pontefice e pater familias  deve  e vuole riconoscere ufficialmente le sue iustae nuptiae, legittima il figlio di sua moglie  col tollere liberum natum  col sollevare i bimbo da terra,  messogli  tra i piedi dalla nutrice e  compie l’ atto ufficiale  di  riconoscimento  di ogni pater familias, vincolato dal culto dei lares.

Comunque, la guerra alessandrina, a marzo, dura ancora  ed è nel vivo delle operazioni: Tolomeo XIII, stabilita una tregua con la sorella Berenice, destinata ad arginare l’invasione dell’esercito di Mitridate, si è riservato il compito di difendere la città  a sud  nella zona di Menfi, dove ha fatto confluire soldati e navi:  è certamente un ragazzo ma è ardente amante della patria e si circonda di giovani patrioti, desiderosi di libertà,  perciò prende  le armi lui stesso e  si mette a capo di tutte le operazioni, fidando nei migliori uomini del suo raccogliticcio esercito ed ancora di più nella perizia degli ammiragli della flotta.

Cesare intanto nel Palazzo ha stabilito rapporti anche con gli ebrei emporoi nauklhroi, trapezitai, da cui forse è finanziato.

Mentre Cesare è ancora asserragliato  sul promontorio Lochias, salvo a  stento, dopo la sortita,  Mitridate, scortato dalla flotta romana,  con l’aiuto di Antipatro, ha ora raggiunto Pelusio, un posto di guardia alla frontiera con l’Egitto.

La cittadella fortificata era sita in un’ansa del ramo orientale del delta del Nilo chiamato ostium pelusiacum, -attualmente  interrato e corrisponde alla cittadina di Tell el Fararna, circa 30 km a sud-est di  Port Said- che conduceva fino ad Arsinoe- Clisma e da lì al mare Eritreo.

Secondo Flavio Ant Giud, XIV, 131-32 Mitridate era partito dalla Siria ed era arrivato a Pelusio, ma non essendo accettato, assediava la città in cui per primo entrò Antipatro valorosamente, dopo aver gettato giù buona parte del muro e fece la via per gli altri  per entrare in città.  Così Pelusio fu presa. I due condottieri, dopo aver preso roccaforte, giungono a Il campo dei giudei- che si trovava sul Delta  (foce pelusiaca, non molto lontano da porto Said odierna )

Secondo Flavio Ibidem 132 I giudei egizi, quelli  della zona detta di Onia ,  vietavano il passo  per il loro distretto ad Antipatro e a Mitridate, che si dirigevano verso Cesare. Antipatro fece in modo che questi diventassero amici di Cesare, mostrando le lettere del principe dei sacerdoti Hircano, in cui li invitava ad essere amici di Cesare, a ricevere il suo esercito con ospitalità e a dargli le vettovaglie,  di cui bisognava. Vedendo che Antipatro e il sommo sacerdote avevano il medesimo pensiero, si sottomisero.

I giudei  del Delta  sono chiamati oniadi, sia quelli di Leontopoli, poco lontano da Pelusio (cfr Guer giud., I,9,2 e VII,421) – dove  c’è un distretto Onias- che quelli di Alessandria: tutti  diventano fautori di Cesare e  perciò  lasciano  passare l’esercito di Mitridate e di Antipatro che si dirigono verso Menfi, con l’intento di liberare Alessandria da sud.

L’improvviso voltafaccia ebraica non è tale perché tra i giudei di Egitto e quelli gerosolomitani, pur non  essendoci amore a causa dello scisma degli oniadi che si ritengono i veri sacerdoti di Gerusalemme perché sono i  discendenti di Onia IV, – figlio di Onia III  che fu ucciso a Dafne, mentre il fratello Giasone – un  Gesù ellenizzato-  diveniva sommo sacerdotepagando Antioco IV, che poi lo sostituì con Menelao, altro ellenizzato, da cui aveva ricevuto una cifra maggiore –

Questi, venuto in Egitto, chiese aiuto ai lagidi e, ricevuta protezione, ebbe  terre  e la possibilità di fare un tempio  a Leontopoli.

Ora, di fronte al comune nemico romano la parola di Hircano diventa per tutti  la parola  di Dio,  significa coesione tra fratelli al di là delle eresie  religiose, per il bene comune dell’etnia giudaica.

Comunque, a Menfi, gli egizi non ebrei filotolemaici attaccano presso  la  zona chiamata campo dei giudei  ioudaiooon stratopedon e  imbottigliano Mitridate e tutta l‘ala destra, mentre Antipatro e l’ala sinistra, sconfitti i nemici, fanno una manovra lungo la sponda del fiume  e salvano Antipatro da morte certa, facendo una strage di egizi ed inseguendo i superstiti fino al loro accampamento

Ottenuta la vittoria, Antipatro ha perso solo 80 uomini  e Mitridate 800:  Flavio  e la sua fonte damascena magnificano il valore di Antipatro  e lo fanno testimoniare davanti a  Cesare  dallo stesso legatus pergameno  molto riconoscente.

Tutti gli storici parlano dell‘impresa di Mitridate e di Antipatro, solo Dione Cassio (Storia romana,42,41) non cita affatto il condottiero ebraico.

Flavio, invece,  in Guerra Giudaica I,193-4  mostra come Cesare, popularis, nipote di Caio Mario, sia ammirato dall’audacia di un  agonisths combattente, che ha ferite in quasi tutte le parti del corpo, come segni del suo valore.

La guerra,  comunque, non è finita e Cesare deve collegarsi con  le truppe ausiliarie, venute da Siria e Celesiria ed ha bisogno di denaro, per coordinare le sue truppe e le navi, che ottiene facilmente dalle trapezai cittadine, in maggioranza ebraiche, perché tutti i giudei sono fiduciosi nella vittoria di Cesare.

La manovra militare cesariana, comunque,  viene fatta con fanti  che fanno il cammino nel deserto e con marinai e navi lungo i canali nilotici.  Nel frattempo Cesare, informato dei fatti, fa  finta  di dirigersi verso Pelusio,  ma di fatto  inverte la rotta  verso Alessandria, ingannando i nemici che credono  in una sua azione nei dintorni della foce pelusiaca.

Cesare, il 25 marzo/4febbraio del 47 invece, torna indietro fino al capo Chersoneso, sbarca e costeggia il lago  e, a marcia forzata, in un giorno raggiunge Mitridate  ed Antipatro, dopo un cammino di circa 30 km..

Il re Tolomeo non sapendo della congiunzione dei due eserciti e nemmeno della presenza di Cesare stesso, come comandante unico,  giunge  nella zona  e si trova chiuso tra la palude  e il mare  e credendo di sfondare facilmente, attacca battaglia.

La battaglia dura due giorni ed è incerta,  ma, poi, forse per la defezione delle forze gabiniane,  attirate da Cesare con la promessa di clementia, e  specie per la morte del giovane re, che salito, su una feluca, per  invitare i suoi compagni  col suo esempio a combattere, cade in acqua ed annega.  Si è in un giorno impreciso della fine di marzo (forse il 27).

E il suo cadavere con la corazza d’oro è portato ad Alessandria per mostrarlo al popolo, mentre Cesare vi entra  trionfante  insieme con  Mitridate ed Antipatro.

Si chiude così la guerra alessandrina  durata oltre  5 mesi.

Cesare in Alessandria fa un proclama con cui afferma di graziare  tutti i combattenti e di arruolarli nelle sue legioni, compresi i  gabiniani,  che sono reintegrati nei loro diritti di cives romani

Non si crede possibile che  Antipatro e Midridate come ospiti di Cesare  e Cleopatra, ora unica regina di Egitto, abbiano fatto il viaggio sul Nilo fino alla I cataratta , scortati dalla flotta romana 400 navi: i due hanno ben altro da pensare rispetto ai due amanti, desiderosi  in primavera di un viaggio di nozze lungo il Nilo della durata di due mesi .

E’ credibile che i due accompagnino la coppia da Alessandria fino a Eliopoli (Mataryieh) dove si separano: potrebbero aver visto insieme ad El Gizah   le  Piramidi di Cheope, Chefren e Micherinos  e la Sfinge!.

I due, passando per Leontopoli visitano  Il tempio e la  trapeza e hanno denaro per  le loro  truppe   e l’occorrente per il viaggio di ritorno, fatto   su navi fino al lago El Manzala, separato da uno stretto cordone litoraneo dal Mediterraneo,  per poi proseguire fino ad Ascalona con marce  via terra.

Mitridate  è destinato da Cesare a presidiare il Ponto  e quindi  si mantiene a disposizione in qualche porto dell’Asia, agli ordini del dittatore, ancora in guerra coi pompeiani di Africa, di Spagna e con altri, re e dinasti, filopompeiani, ancora non domati dalla superiorità militare di Cesare.

Il dittatore per ora si gode con Cleopatra incinta il suo viaggio sul Nilo su una nave regale, simile a ad una nave antoniana e caligoliana  (Cfr. Angelo Filipponi, Caligola il sublime, Cattedrale 2008).

La nave di Cleopatra  potrebbe essere  superiore a una nave da crociera attuale sul Nilo a cinque stelle, extralusso! Comunque pur essendo inferiore a quelle di Nemi, all’epoca tolemaica, una nave del Basileus aveva all’incirca queste dimensioni: 60/70 metri di lunghezza,12-14 di larghezza e  minimo 17/20 metri di altezza: non sembravano navi ma  palazzi galleggianti, per Plutarco, le navi da guerra di Antonio!

C’erano molti ordini di rematori disposti in simmetria, a scalare,  ed avevano anche alberi  con vele alessandrine da usare all’occorrenza.

Di norma ogni nave conteneva saloni per banchetti con tori tricliniari con  piedi di avorio, colonnati, cortili, tempietti, grotte, giardini, piscine.

Una nave non era solo  segno di armonia  e di  ricchezza ma anche del potere di Cesare, congiunto con quello tolemaico: la nave regia era seguita da una flotta intera e da migliaia di soldati. La prudentia ora non è mai troppa, vista l’esperienza precedente. Appiano (Guerre civili,II 90) parla esageratamente di circa 400 navi di scorta alla nave sacra che trasporta  il dio Amon e la dea Iside nel cuore dell’Egitto,  che  si mostrano ai loro sudditi, festosi.

Un uomo  come Cesare,  prima di avviarsi verso il sud,  sicuramente si dirige verso Arsinoe –Clisma/ Ismailia attuale per vedere la canalizzazione dei Tolomei fino al Mar Rosso (Suez) onde pianificare  il percorso di una flotta  per il golfo Persico nella possibile impresa antiparthica e il tracciato di una via per l’Oceano indiano.

 Cesare, sommo pontefice romano, figlio di Venere in Egitto,  ora è Amon e la sua donna  è Iside;   da ogni città  lungo il Nilo vengono  gli abitanti con feluche a  venerare e a ringraziare i theoi soteres per la eirenh. Gli alessandrini, ora  sottomessi, sono abili a  propagandare la  ierogamia.

Cleopatra madre  è assimilata  ad   Iside con Horus  bambino, simbolo di un coniugium divino e Cesare è il pater  garante di iustitia  e della formazione di un stato universale,  costituito da res publica romana  con   la basileia Egizia e con quella di Siria, rinnovata  nella sua unità, grazie alla conquista della Parthia:   il figlio che deve nascere é il vinculum sacro  di una nuova monarchia  ereditaria ecumenica.

Sembra chiaro che quel Cesare che ha  esteso la civitas la cittadinanza romana ad iberici e  a galli,  convocati poi in senato, e  che non ha dato la politeia /cittadinanza agli orientali, se non agli ebrei, suoi trapezitai privati,  pensi ora di poter fare una confederazione di stati tra la res pubblica e le basileiai orientali.

L’idea  di uno stato monarchico  con una  nuova dinastia, sacrale, secondo la sincresi  macedonica, in una volontà  di fondere il principio faraonico con la basileia di origine achemenide, avvicina ad Alessandro  Cesare, che lascia i suoi piani di un’ oikoumenh romana con un solo divino despoths ad  Ottaviano Augusto  e ancora di più  a Germanico e a suo figlio Caligola, gli unici in grado di una tale realizzazione  (Cfr. A. Filipponi,Caligola il sublime, Cattedrale 2008).

Si dice che la coppia divina arriva a Tebe  e giunge fino alla I  cataratta all’isola di File, sede di un nutrito gruppo ebraico.

Giunto là, si parla di un ammutinamento militare, improbabile: non è possibile dare credito alla notizia di Svetonio,(Cesare, 52) perché i soldati sono ben pagati, sono osannati, ovunque,  sono in gita  e  festosi.

Forse Cesare, avuta la notizia della sconfitta di Gneo Domizio Calvino  nel Ponto, verso i primi di maggio, e  della invasione della Bitinia e della Cappadocia da parte di Farnace II,  che ha ripreso l’ostilità con l’aiuto armeno,   fa cessare la  sua vacanza nuziale e decide di tornare indietro.

Tornato ad Alessandria, attesa la nascita di Cesarione, organizzati flotta ed esercito, fissati i punti di raduno in snodi chiave della costa mediterranea orientale, asiatica,   si avvia con la flotta egizia verso Efeso per meglio pianificare il progetto di  punizione del  sovrano del Ponto. Riunite le forze cesariane forse non lontano dal centro operativo di Efeso, Cesare fa coi soldati  marce forzate secondo Cassio Dione (St.Rom., ,42,47 tachei polloooi chrhsmenos)  per quasi trenta giorni, quando già ha circondato con la flotta romana ed egizia la costa meridionale del Mare Eusino,  per impedire la fuga degli abitanti della Bitinia e del Ponto:

con la  fulminea vittoria di Zela, città posto a seicento chilometri da Efeso, ristabilisce l’autorità romana rapidamente, avendo anche il supporto della flotta egizia di Cleopatra.

Mitridate dopo Zela  è premiato  con la Galazia, col titolo di re e  con la possibilità di estendere il regno nel Bosforo contro Asandro,  col favore di Domizio Calvino, reintegrato nella provincia, ma, in questa guerra morì.

A Roma la notizia della rapida vittoria sintetizzata in Veni vidi vici (Plutarco, Cesare, 50) getta il panico nei senatori pompeiani: chi  si dirige verso la Spagna chi verso l’Africa  come Catone e Fausto Silla  ed altri   che si dirigono  fiduciosi nell’accoglienza di Giuba. Il senato invece riconferma la dittatura a tempo indeterminato e concede cinque anni di consolato .

Antipatro, al suo ritorno in  patria, è accolto da Hircano come un eroe dal suo popolo.

 

Jesus, der Jude aus Galilaea

Jesus, der Jude aus Galiläa

Nie, vielleicht nur als Kind, hatte ich einen Allwissenden als Gesprächspartner akzeptiert. Ich liebe es zu handeln und spreche wenig, und nur dann wenn es notwendig ist.

Nie wollte ich mich mit Scharlatanen umgeben, ich zog es immer vor, mit Handwerkern zu arbeiten, mit ihnen zu schwitzen, um etwas Konstruktives zu schaffen.

Mein ganzes Leben lang habe ich versucht, mich mit Menschen zu umgeben, die arbeiten und sich kontinuierlich weiterbilden: Wissenschaftler, Techniker, Handwerker, mit denen ich über konkrete und echte Probleme sprechen kann, um eine Lösung zu finden.

Kommunikation bedeutet für mich, sich gegenseitig ein Geschenk zu machen, und deshalb dient das Gespräch dazu, die eigenen Gedanken auszudrücken, sie mit denen der Anderen zu vergleichen, um so einen Konsens zu finden, um zu einer konkreten Lösung zu gelangen.

Falls wir beiderseits zu keiner Lösung gelangen sollten, erkennen wir die eigenen Grenzen, wir lachen darüber, über die eigene Dummheit, und die eigenen Schwächen, die sich in konkreten Situationen ergeben.

Wenn nicht der konkrete Wille vorhanden ist, konstruktiv zusammen zu arbeiten, so braucht es keine Tautologien, es ist vorzuziehen sich dumm zu stellen, und seinen eigenen Weg zu gehen.

Jahrelang habe ich, in aufklärerischer Art und Weise versucht, zwischen Geschwätz und Wahrheit zu unterscheiden und war immer davon überzeugt, dass es besser sei zu schweigen.

Auch wenn immer alle sprechen wollten, ich schwieg, arbeitete allein, sowohl als  Gelehrter als auch als Handwerker, beide Tätigkeiten während des Tages abwechselnd.

Wenn aber das Schweigen allein nicht genügte, so war ich dazu gezwungen zu schreiben, um die konkreten Früchte meiner Arbeit zu zeigen.

In Exremfällen musste ich mich während meiner 45-jährigen Forschungsarbeit von anderen isolieren, mich in Meditation, Einsamkeit und in handwerkliche Arbeit flüchten.

Gegenüber dem unsinnigen Geschwätz der Anderen, vor allem dem von Politikern und Priestern, wird das Schweigen zur wortgewandten, vernünftigen Rede, zu einem wirksamen und eklatanten Beispiel, es wird zu einer Methode.

Auf jeden Fall vermied ich immer die Allwissenden, diejenigen, die rationale Lösungen anstreben und so zu einem dogmatischen Resultat kommen.

Daher lehnte ich leere Predigten klar ab und bin nie jenen Menschen gefolgt, die glauben alles zu wissen und Wege beschreiten, überzeugt davon das Wissen zu besitzen, das letzte Wort zu sprechen, oder über alles zu allen zu sprechen, um sich in Szene zu setzen.

Die Reden Jesus’ haben mich schon seit meiner Kindheit fasziniert,  deshalb habe ich schon früh begonnen, diese in aramäischer Sprache zu lesen. Ich liebte auch die griechischen Versionen, obwohl ich sie in italienischer Übersetzung las, mehr als die lateinischen, wegen der Zweideutigkeit aus der romanitas christiana.

Das göttliche, allumfassende Wort  Jesus‘ hat also meine Kindheit genährt, als ob das göttliche Wort ein lebendiger Körper wäre, da es ein universeller Wert ist, etwas Ewiges und Festes, immer und in jeder Situation ,  zu jeder Zeit und überall, da es die Offenbarung der Wahrheit eines Gottvaters ist, der den Sohn in eine historische Epoche gesandt hatte, um die Menschheit von der Erbsünde zu erlösen, die Adam begangen hatte.

Als ich herausfand, dass es keine Heilige Schrift gibt, sondern nur die priesterliche Interpretation als Exegese und Allegorie, habe ich einen anderen Jesus entdeckt, einen einzigartigen Mann, der über alles redet, ohne aus eigener Erfahrung zu sprechen, ein spektakulärer Theoretiker, der durch rhetorische  Arbeit jahrhunderte lang konstruiert wurde: Jesus ist ein Mann, Jude aus Galiläa, Kayin, als Messias gepriesen, der gegen die in Judäa  herrschenden Römer kämpfte, gekreuzigt wurde, und,  wie viele andere Aramäer, als Märtyrer starb, um die Toralehre zu verteidigen.

Die Probleme sind zahlreich und für mich waren fast alle unlösbar, aber einige sind mir klar geworden und ich konnte sie lösen. (Vgl. Jehoshua o Jesous? Maroni, 2005; Ma, Gesù chi veramente sei stato?, E-book Narcissus 2012; Per una conoscenza del primo cristianesimo, E-book Narcissus 2012).

Die Bibel und das Evangelium sind menschliche Werke, die in bestimmten historische Epochen verfasst wurden und sie sind ganz anders, als die, die uns von den Kirchenvätern überliefert wurden. Die Heilige Schrift muss also genau so wie alle anderen literarischen Werke gelesen werden, ohne Unterschied.

Bibel und Evangelium enthalten keinen einzigen heiligen Buchstaben, sie sind ein menschliches Werk, das geschaffen wurde, um eine bestimmte Nachricht zu vermitteln und  die dann nachträglich mit den Zusätzen des Herrn versehen wurden, der jeweiligen Tradition entsprechend. (Vgl. Il politico o Giuseppe von Filone E-book Narcissus, 2012).

Ich habe daher aufgehört mich mit den logia Mathias’ zu beschäftigen und habe begonnen mich mit der Figur Jesus, dem Juden, dem Messias und seiner Geschichte als aramäischer Galiläer auseinanderzusetzen.

Nachdem ich Licht ins biblische System gebracht hatte (über den ägyptischen Kontext von Josef und Moses, über den kanaanäischen von David und über den persischen von Esra) mit den Übersetzungen von Filones In Flaccum , Legatio ad Gaium und Il politico o Giuseppe, Werke, die als E-book erschienen sind und „La vita di Mosé, das noch nicht herausgegeben wurde,

habe ich die Bedeutung von archaiologìa iudaiké genauer präzisiert, als ich mich mit den  Schriften von Flavius beschäftigte, das I und II Buch, deren Vorwörter sehr aufschlussreich sind, was die aramäische und die ägyptische Kultur des II und I Jahrtausend vor Christus betrifft, vor allem was das Nomadenleben der Hapiru/Juden  betrifft – das II (letzter Teil), III und IV Buch über das Leben Moses’, Basileus nomothétes, archiereus und prophetes und speziell durch die Übersetzung der Bücher XVIII, XIX und XX, die sehr aufschlussreich und nützlich sind, um das Judentum im römischen Zeitalter zu verstehen.

Ich hatte Zweifel, dass das Evangelium nicht authentisch sei, da die Figur Jesus’ nicht als historische Figur beschrieben wird, sondern in einer Art und Weise manipuliert wurde, um in moralischer, sozialer, wirtschaftlicher und politischer Hinsicht nützlich zu sein – jede einzelne Episode, jede Geste und sogar jedes einzelne Wort des Evangeliums dienten dazu.

Als erstes habe ich mich vergewissert, dass die Worte (sicherlich nicht die logìa) Jesus’ nicht von ihm selbst stammen, einzig und allein aus dem Grund, da er kein Rabbi war, sondern Handwerker, und daher kein Mann, der in einem traditionsverbundenen  System wie dem hebräischen  das Recht hatte, öffentlich zu sprechen. Hier begann mein langes Wortstudium zu maestro/didaskalos und tekton/Kayn, um das testimonium flavianum besser zu verstehen.

Dann habe ich bewiesen, dass die Werke Jesus’ paradoxa erga sind, aber es bleiben immer Werke eines Handwerkers, ein Kayin, der so berühmt wurde, dass er von seinen Anhängern ( es waren vor allem Handwerker/tecnitai, die zu tausenden mit ihm zusammen arbeiteten) zum Messias gewählt wurde, auch weil er ein gesetzestreuer Jude war.

Die Studien  zum griechischen Wort „Christos“ und zur nationalistischen Aktion gegen die Römer, haben mich angeregt und autorisiert von basileia/ Malkut im Gegensatz zur basileia von Herodes zu sprechen, der vom Senat vorgeschlagen und vom Imperator nominiert  wurde, der aber die Herrschaft von Jesus (maran), im Zeitraum vom Osterfest des Jahres 32 n. Chr. bis  zum Osterfest 36 n. Chr.  nicht als legitim anerkannte, der von Artabanos dem III. und anderen Königen der parthischen Allianz gewählt wurde.

Das erklärt, warum Christus der Majestätsbeleidigung  beschuldigt und gekreuzigt wurde, starb und somit die Herrschaft des Messias’ endete (Malkuth ha Shemaim).

Die christliche Erklärung des Todes und der Auferstehung nach Paulus, die der der Anhänger des Gottesreiches (Basileia toû theoû), entspricht, steht im Kontrast zu der nasiräischen Erklärung von Jakob, Nachfolger und leiblicher Bruder Jesus’, dessen antirömische, aramäische Aktionen im Kampf gegen die Sadduzäer, die Herodianer, und auch gegen pharisäische Randgruppen, aber in enger Verbindung zu den Essenern und den Therapeuten, bis zu seinem Tod durch Ananus dem II andauern (vgl.www.angelofilipponi.com Giacomo e Paolo und vgl. Filone,Quod omnis probus e Vita contemplativa, e.Book Narcissus 2016).

Der Tod Jakobs ist der Anfang vom Ende Jerusalems angesichts des jüdischen Krieges, der Zerstörung des Tempels durch die Flavier, das neue Herrschergeschlecht im Römischen Reich.

Die Nasiräer des Himmelreichs – Basileìa tōn ouranōn – stehen in erster Reihe im Krieg von 66-73, in dem von Kitos und in der Revolte von Shimon Bar Kokba von 134 bis 136 unter Hadrian und sind immer Teil der jüdische Tragödie, Integralisten bis zum Tod, aus dem Römischen Reich vertrieben (vgl Giudaismo romano I, E-book Narcissus 2012) ….

Anders ist die Geschichte der Christianoi aus Antiochien, Anhänger Paulus‘, die sich im Römischen Reich integriert hatten, sich dank des Diözesansystems von Onias verwurzelt haben,  sich in zahlreiche Sekten aufspalteten und in die Herzen der Bevölkerung, der Plebejer, eingedrungen sind, die groβartig von episkopoi und dioichetai geführt wurden, die keine steuerlichen Abgaben an das Römische Reich leisteten, auf Grund der kirchlichen Organisation (vgl.Giudaismo romano II, E.Book Narcissus 2012).

Nach einer Phase der Illegalität (religio illicita, dannabilis superstitio), distanzieren sich die Christianoi aus Antiochien vom Judentum und stellen sich eine neue Lebensart in geschlossenen Gemeinschaften sicher, ohne Steuererklärung, ohne Steuern, da sie keine Bürger des Römischen Reiches waren (cives romani), sondern Bürger eines anderen Reiches, eines göttlichen Reiches, das ihre Heimat ist und die  die Hoffnung auf ewiges Leben hegen, was unmöglich für ein sterbliches Geschöpf ist.

Die Christianoi aus Antiochien  überlebten die Verfolgungen des III. Jahrhunderts und die durch Diokletian fast unbeschadet. Sie wurden durch Konstantin wiedervereinigt, der die Reichtümer der bischöflichen Banken gut zu nützen wusste…

Von da an beginnen die Christianoi des Gottesreiches die eigene Geschichte einer religio licita, die im Stande war auch das andere Reich, das Himmelreich einzuschließen und somit auch die Figur Jakobs, um so eine religio triumphans zu schaffen, auch dank Theodosius und seiner Söhne (vgl. Giudaismo romano III, ein noch unveröffentlichtes Werk, aus dem Auszüge in vielen Artikel zitiert wurden; zu finden unter www.angelofilipponi.com)

Die jüdische Religion gelangt in eine Situation echter Unterlegenheit gegenüber der großen Kirche (Ecclesia triumphans), als die Verfolgung durch die christliche Religion, die mittlerweile Staatsreligion des Römischen Reiches geworden ist, begann, vor allem im Orient, in Alexandrien…

Die privilegierte  Lage im V und VI Jahrhundert des Christen im Westen gegenüber der Heiden und Juden, die aber die Mehrheit stellten, ist einzigartig: das wird auch durch die registri von Gregorius Magnus (540 – 604) deutlich, aus denen hervorgeht, dass dem Staatsbürger alles gestattet war, weil er dominus, aristocratico  war, nach dem Privileg der domus anicia

Den Juden hingegen wurde es verboten neue Synagogen zu bauen, Sklaven zu halten und öffentliche Ämter anzunehmen, die Beschneidung von Heiden und Christen wurden untersagt.

Im Großen und Ganzen war aber die Lage der Juden, trotz der Verbote nicht negativ, da sie durch das römische Gesetz geschützt waren.

Da im gesamten Weströmischen Reich Juden lebten, und ihre finanzielle Lage, die eines reichen Mannes war, waren sie oft Landbesitzer. Gregorius hebt  hervor, dass Christen oft unter der Macht von Juden standen, sowohl als Land- wie auch als Erbpächter, und ihre regulären Abgaben leisteten. Die Juden behandelten ihre christlichen Pächter auch besser als die Christen ihre Pächter behandelten.

Gregorius unterstreicht auch die Zusammenarbeit der Juden mit den römischen Behörden, sowohl im westgotischen Spanien als auch in Gallien.

 

Der Pontifex erkennt, dass die Juden die Ersten waren, die die göttliche Botschaft erhielten, vor allem die Prophezeiung , deshalb mussten sie toleriert und im System behalten werden , da sie testes veritatis waren. Er fügt  auch hinzu, dass viele glauben, dass das Gottesreich nicht realisiert werden kann, solange die Juden nicht konvertiert sind…, da er sich der Figur Jesus Christus’, Jude aus Galiläa, noch bewusst ist.

Bis zu Karl dem Grossen und den Ottonen werden die Juden als testes veritatis betrachtet, als Kenner der göttlichen Botschaft, Menschen die zu konvertieren sind.

Im 11. Jahrhundert  wurde aber ein Richtungswechsel in der Kirchenideologie  bemerkbar, der von der großen Klosterreform des Verzichts und der Weltflucht, von Augustinus inspiriert, bis zur Welteroberung geht,  und so wird auch das Judentum Objekt der Verfolgung…

Dank Gregorius dem VII(1010/20-1085) und seinem theokratischen Ideal und später durch die Praxis des politischen Papsttums des XIII Jahrhunderts und dem proklamierten Heiligen Krieg der Kreuzzüge, zerreist die kulturelle römische Einheit, die der Islam und das Christentum bis zu diesem Moment noch beibehalten hatten…

Jesus,the Jew from Galilee

 

Jesus, the Jew from Galilee

 

I have never had a know-it-all interlocutor except as a young boy. I like to be active, I do not speak much and only if necessary.

I never wanted to be with charlatans and preferred working with laborers,  sweat with them  and be productive.

All my life, I’ve chosen to be with those who worked and studied: scientists, researchers, technicians and workmen, whom I could talk to about serious problems creating realistic situations and finding solutions.

Communication is a reciprocal gift and, therefore, saying is functional to something, to manifesting effectively one’s thoughts and comparing them to other people’s to find a way to conciliation and concrete solutions.

When both parties are unable to realize a solution, it is necessary to recognize personal limits and laugh together about one’s foolishness and weaknesses after acknowledging the situation.

If there is not enough strength  to work together constructively, tautology being useless, it is preferable to act like fools, showing a moronic face and going one’s way.

For this reason, I made an enlightened distinction between saying and speaking for years, and having thought it best to keep silent when everybody wanted to talk, I worked alone both as a scholar and artisan, alternating activities throughout the day.

As silence was not sufficient, I was forced into action through writing and showing concrete operative results in a paradigmatic way (Cf. L’altra lingua,l’altra storia, Demian 1995).
However, in 45 years of research, it has been necessary in a number of extreme cases, to retreat from people, to withdraw in meditation and solitude in pursuit of constructive manual labor.

Silence can then become an eloquent and rational discourse, an impressive example of labor and method in the absurdity of other people’s speech.

I have always avoided those who are convinced they know everything and think they can rationally find solutions and dogmatically  make decisions. I have flatly refused sermons.

I have, therefore, never followed people that know it all and draw paths and routes, convinced they

can speak the final word, talk about anything and with anyone, but who actually perform a show.

The words of Jesus have always fascinated me since I was a child, and I soon began to look for the logia of Jesus in Aramaic.  I also loved the Greek more than the Latin versions, although they are translations, because of the equivocity of the romanitas cristiana.

The devine omnicomprehensive  words of Jesus fed my early adolescence as if they were a living organism. They were a universal value, something stable and eternal in any situation and time: they represented the revealed truth of a God Father who sent his Son to redeem humanity, guilty of Adam’s original sin.

When I discovered there are no written words of God but a mere priestly interpretation,

an exegesis and allegory, I saw another Jesus , the strange figure of a man that talks about everything and never pronounces any words of his own,  a spectacular abstraction , the result of an ancient rhetorical  work: a man, a Galilean Jew, a Quainite, praised as the Messiah, who confronted the ruling Romanitas in Judea  and died as a martyr on a cross as so many other Aramaic people in defense of the Torah/indication.
That is when I realized I had many insolvable problems, although some of them were explained, clarified and eventually resolved. (Cf. Jehoshua o Jesous?,  Maroni, 2005; Ma, Gesù chi veramente sei stato? E.Book Narcissus 2012, Per una conoscenza del primo cristianesimo,E.book Narcissus 2012).
The Bible and the Gospels are human texts, written in precise time periods and they differ greatly from the texts handed down to us by the Church Fathers; they should be read exactly as any other literary text, without any distinction.

Neither the Bible nor the Gospels contain a single holy letter , but they are creations of men, who wanted to convey a precise message and that later introduced the Lord’s Addition according to their own tradition (Cf. Il politico o Giuseppe by Filone E. Book Narcissus, 2012).
After shedding light on the biblical system (the Egyptian context of Joseph and Moses, the Canaanite context of David and the Persian context of Ezra) with the translations of In Flaccum and Legatio ad Gaium, and above all of Il politico o Giuseppe, by  Filone, (E.Book), and  La Vita di Mosé (unpublished), I gave up working on Matthew’s logia and examined the figure of the Jewish Jesus, the Messiah and the history of the Aramaic Galilean.

I explained the meaning of iudaiké archaiology in the translation of Flavius’ text. Books I and II, whose prefaces concerning Aramean and Egyptian culture in the first and second millennia BC, are an enlightening account of the nomadic and semi-nomadic life of  hapiru/Jews. Books II (the last part), III and IV deal with the life of Moses Basileus,  nomothétes,  archiereus, prophetes and Books XVIII, XIX and XX are especially useful in understanding the reality of Judaism in Roman times.

I doubted whether the evangelical text was authentic and the figure of Jesus was not truly historical but manipulated to serve moral, social, economical and political purposes related to single episodes, parables, paradigms, gestures and even rhetorically read  bare terms.

Firstly, I accepted that the words (definitely not the logia) of Jesus were not pronounced by Jesus himself for the simple reason that he was not a rabbi but a mere laborer and had, therefore, no right to speak in public within the Jewish system that highly regards tradition.

Hence, I began studying terms such as maestro/didaskalos and tekton/Kayin to understand the testimonium  flavianum.

I showed that the works of Jesus are paradoxical, but still the works of an artisan and a Quainite expert who became so famous  he was elected Messiah by his disciples  (the thousands who worked with him, mostly technitai artisans) who appreciated his Judaic observance.

My studies concerning the Greek term Christos and the nationalistic anti-Roman action, urged me and authorized me to speak about basileia /Malkuth in contrast with the Erodian basileia, granted by the imperator to those designated by the Senate, that considered illegitimate the auctoritas of a  maran Aramaic king elected by Artabanus III and other members of the Parthian confederation between Easter 32AD to 36AD.

Hence, the death of Christos, charged with lese-majesty  and the end of  Malkuth ha Shemaim, the Messianic Reign…

The Pauline and Christian interpretation of death and resurrection, shared by the followers of the Kingdom of God, was in contrast with the nazirite interpretation of Jesus’ successor and uterine brother James. His Aramaic anti-Roman action, the war with the Sadducees, Erodians and a few Pharisaic fringes and  his close connection with the Essenes and therapeutae, lasted until his death  at the hands of Ananus II in 62AD . (Cf. Sito www.angelofilipponi.com James and Paul, and cf. Filone, Quod omnis probus e Vita contemplativa,  E. Book Narcissus 2016).

The death of James marks the beginning of the end of Jerusalem, caused by the Roman-Jewish war and the destruction of the temple at the hands of the Flavians, the new ruling dynasty of the Roman Empire.

The nazirites of the Kingdom of God are on the front lines during the war of 66-73, as well as in the war of Kitos and the revolt of Shimon bar Kokba in 134-136 during the Empire of Hadrian, participating in the tragedy of the Jews, fundamentalists to the death, banned from the Roman Empire and cancelled from history.  (Cf. Giudaismo romano I, E. Book Narcissus 2012)…

The history of the Pauline Antiochean Christianoi, who integrated with the Roman Empire and settled thanks to the Oniad diocesan system, is rather different. They were divided in infinite sects and mingled with the local urban populations, living among the plebs. They were led by episkopoi, insolvent dioichetai who failed to pay imperial taxes due to the community’s ecclesiastical organization. (Cf. Giudaismo romano II, E.Book Narcissus  2012).
After merely surviving as religio illicitadannabilis superstitio, they abandoned Judaism and were granted a new way of life within closed communities, without paying taxes as they were not Roman cives but cives from the celestial kingdom. They believed in an eternal prize, which was rather absurd for  mortal creatures that survived unscathed the persecutions of the 3rd century   and those carried out by Diocletian. They were reunited under Constantine, who skillfully exploited their Episcopal riches…

So the christianoi of the Kingdom of God give life to their own religio licita, which can subsume the other Kingdom, the Heavens above, as well as the figure of James. They established the history of a religio  triumphans with Theodosius and his children (Cf. Giudaismo romano III, unpublished work of which numerous references can be read in articles at www.angelofilipponi.com )…

As a matter of fact, Judaism eventually becomes less important due to the culture of the Great Church  triumphans , when it is persecuted by Christianity which has become the official religion of the Eastern Roman Empire, …especially in Alexandria ….

In the west, the privileged condition of a Christian in relation to pagans and Jews, who still represent the majority of the population in the 5th and 6th centuries , is singular. It can be observed in registers, especially  in the one by Gregory the Great (540-604): anything a civis does is legitimate, because he is considered an aristocratic dominus, according to the privileges granted by the domus anicia

Jews were forbidden from building synagogues, the circumcision of pagans and Christians was punished, having slaves was not permitted and they were banned from public office.

Notwithstanding these prohibitions, the condition of Jews was generally not dramatic as their position was recognized by the Roman law

Jews were scattered all over the Western Roman Empire and they generally enjoyed the condition of rich landowners. Gregory observed that Christians were often under the power of Jews as settlers or renting land for perpetual lease and were treated better by Jews than by Christian masters. He underlined that Jews often cooperated with authorities in Visigothic Spain and Gaul…

The Pope fundamentally recognizes that Jews should be tolerated and be part of the system as testes veritatis, because they were the first people to receive the divine message,  especially the prophetical one. He also adds that many believe there can be no advent  into the Kingdom of God if Jews are not previously converted. He is aware of the importance of Jesus Christos, the Jew of Galilee.

In conclusion, before Charles the Great and the Ottonian dynasty, Jews were considered testes veritatis and the first recipients of the divine message, men who had to be converted…

However, during the 11th century, when the Church underwent a certain ideological change, such as the great monastic reform based on the Augustinian precept of retreating from worldly life, and later  the principle of conquering the world, Judaism became the object of persecution…

Gregory VII (1010/20-1085) and his theocratic ideal, together with the political  papal practice of the 13th century and the holy war of the crusades, caused the unity of Roman culture, that Islam and Christianity still preserved, to be completely torn apart.

 

Il II secolo d.C: trionfo della retorica, del paradosso e della bugia

Teologia e paradosso

Breve tempus aetatis, satis longum est ad bene honesteque vivendum   Cicerone, Cato maior, 19, 70

Nella letteratura greco-latina, dalla fine del I secolo e per tutto il secondo secolo d. C., domina, grazie ad un equivoco  sistema politico,  to paradoxon, l’elemento miracoloso e con esso la retorica e la bugia:  Plinio il Vecchio, i Vangeli, Marziale, Svetonio, Plinio il Giovane, Tacito,  Giovenale, Apuleio, Musonio, Plutarco, Erode attico, Giustino e Luciano ne sono i testimoni più illustri, a  diversi livelli, come  anche Erma (e lo scrittore di Lettere pseudopaoline  agli ebrei e ai romani ), Giovanni il presbitero,  Marcione.

Sono messi  insieme e comparati pagani (occidentali ed orientali) e cristiani  e scismatici, operanti in Roma, in modo da poter ricreare nel preciso contesto romano, i tanti e vari contributi letterari e culturali, vivi nella capitale dell’impero, divenuti popolari, data l’integrazione di molti provinciali, specie  asiatici,   in  un momento  specifico di traviamento della tradizione e dell’insegnamento del Christos, nel passaggio dall’apostolicità evangelica  ai padri apostolici, intenti  a costituire una base apostolica  per l’ecclesia romana, senza reale storia, in quanto  succursale Antiochena, con legami fraterni con la comunità efesina.

La catena dei padri apostolici è utile/Krhsth per la formazione del muthos di Pietro, personaggio mai venuto in Italia (a Roma)  e di  Paolo,  civis subito dimenticato dopo il suo passaggio romano del 60-62 d.C. ed oscurato, dopo la morte del 67, per quasi due generazioni.

La morte  di Paolo, nel 67 o 68  d.C., quasi coincide  col caos della morte di Nerone  e del regno breve  dei tre imperatori nel 69 d.C.(Galba, Vitellio, Otone) e  con l’avvento miracoloso della domus Flavia, nella figura di Vespasiano, soothr,  venuto dall’Oriente.

In così grandi avvenimenti di portata universale il pensiero controverso  cristiano del civis ebraico, Paulus,  un tarsense romanizzato, emporos/commerciante,  neppure accettato dai confratelli, si perde nella palude del passaggio breve ( di un biennio- in condizione di  prigioniero  legato  per una mano ed un piede ad un miles carceriere- ) da una dinastia imperiale ad un’altra  e serpeggia nella capitale dell’impero  solo tra ebrei orientali  e  qualche rara famiglia di pagani, timorati di Dio ( non più di 60.000 individui  tra giudei -in nettissima maggioranza-, giudeo-cristiani e  pagano-cristiani).

I cristiani  romani, specie Clemente, riprendendo Paolo, lo avvicinano a Musonio per il pensiero sull’etica matrimoniale e sul femminismo (cfr.Musonio,  Diatribe, a cura di Ilaria Ramelli, Bompiani,2001), ammirato e rispettato da Clemente Alessandrino e da Origene  come  maestro, modello di vita irreprensibile …

Per Alberto Pincherle (Introduzione al  cristianesimo antico, Laterza 1992) è questa dei Padri apostolici una letteratura primitiva  subapostolica, di congiunzione con quella degli Apologisti.

Essa forma un corpus, vario per argomenti e stile, costituito da  Didachè o Dottrina dei XII Apostoli alle genti, l’Epistola di Barnaba, Lettera  di Ignazio di Antiochia,  Lettera  di Policarpo di Smirne, quella di Clemente romano (oltre all’omelia  II Clementis, non del pontefice), il Pastore di Erma, la Lettera a Diogneto e i frammenti superstiti di Papia…

Lo studio di questo materiale, comparato con le fonti classiche,   storiche e letterarie e con la cultura ebraica  precedente l’opera di  Giuda ha Nasi… sottende un tentativo di revisione circa il cristianesimo primitivo, cioè l’antiocheno Regno di Dio (H basileia tou theou ), secondo gli orientali, che creano le basi del primato petrino nel momento della Seconda sofistica... facendo  un’altra lettura di logos, connesso con l’apologia di Aristide ad Adriano, con le due apologie di Giustino  ad  Antonino il Pio, con  il discorso ai greci di Taziano  e con  l’ambasceria  per i  Cristiani  di Aristagora  a Marco Aurelio e a Commodo  (cfr Celso, Il discorso vero, a cura di Giuliana Lanata, Adelphi edizioni, 1987) ….

Per noi, quindi, è fondamentale, (per capire qualcosa)  prima, cercare di ricreare il contesto romano in relazione ai documenti letterari e storici e, poi,  immettere la tradizione dei patres apostolici, dopo aver stabilito storicamente l’età  dei tre vangeli sinottici, (come abbiamo già fatto in I vangeli, Sondergut di Luca e Matteo ed altri articoli ) e  rilevato la non autenticità di Lettera ai Romani e  di Lettera agli ebrei di Paolo…

Lasciando da parte, per ora, i Vangeli di cui abbiamo già  trattato, per noi, la prima e l’ultima  lettera di Paolo-  che sono  per secoli sembrate incerte per paternità- sono lettere non paoline, scritte per lo meno dopo la I lettera Clementina,  che è del 95 d.C,..

Senza entrare in merito al problema, di cui già abbiamo parlato,  diciamo solo questo: per la Lettera agli Ebrei, già Clemente romano,  la cita senza parlare dell’autore, mentre Clemente alessandrino la considera sostanzialmente di Luca  in Hupotuposeis ( Eusebio, St, Eccl.,6,14,1-4 ) e Tertulliano l’attribuisce a Barnaba.

Aggiungiamo che  Girolamo, Agostino ed altri sono molto dubbiosi circa la paternità.  Chiudiamo, infine, dicendo con Eusebio, che conclude così, chiedendosi: Ma su chi abbia scritto la lettera solo Dio conosce quale sia la verità. Eppure lo storico fa questa affermazionedopo  che ha mostrato le differenze stilistiche e il sistema scrittorio  di Paolo e quello dell’autore dell’epistola, scrittore  successivo che ha preso appunti e li dispone secondo una sua logica e con un tecnica superiore di molto a quella paolina…

Aggiungo (facendo ipotesi per la datazione della lettera pseudopaolina ) che nella lettera agli Ebrei, IX,14,  si parla di Spirito santo allo stesso modo di Erma, che, nel Pastore (Similitudine V, 6,6-7 ed anche Similitudine IX 1.1)  rileva l’assunzione della natura umana di Cristo (senza mai nominarlo) come servo  destinato a lavorare e a soffrire, meritevole di un premio come ogni uomo, in quanto carne abitata dallo Spirito santo, degno di adozione,  mentre  rappresenta il Figlio come Spirito santo,  a cui è sottoposta l’umanità. Certo il linguaggio dello pseudo  Paolo è molto più alto  rispetto a  quello di Erma , segno di due differenti  codici e culture: l’uno retoricamente sublime, l’altro popolarmente umile!

La lettera ai romani  ci risulta, dopo studi su  Agostino (Esposizione della lettera ai romani)  su Erasmo da Rotterdam e  su altri attenti studiosi della lettera,  che essa è utile alla dottrina christiana e serve  come il vangelo più puro: infatti  c’è tutto il disegno teologico e storico  della redenzione, in una dimostrazione  che la torah/legge ebraica  è finita  con le sue prescrizioni  e che ora c’è la Chiesa  cristiana che sostituisce la sinagoga e che insegna  che, con la fede nel Christos venuto,  l’uomo è giustificato in stretta connessione con Luca (in opposizione a Matteo)…

Lo scrittore della lettera Paolina, cioè, sancisce con questa lettera   che tutti i pagani  possono aver  la fede per salvarsi e che anche gli ebrei  vi possono partecipare, in senso universale, secondo i propositi della Chiesa romana, del VI secolo (Cfr. Domus Anicia), ben connessa con quella del periodo di Damaso, autodatandosi  con l’ambiente di Girolamo…

I figli di Adamo che hanno peccato  e meritato la giusta vendetta di Dio  devono essere giustificati  prima di riconciliarsi  con la dike divina, con la Iustitia secondo diritto romano; ciò ancora di più autorizza  la datazione alla  fine del quarto secolo, considerato il nutrito numero di copiatori latini, librarii…

Il pensiero, comunque,  katholikos  è alessandrino, di Origene (Cfr Origene, I pensieri, a cura di M. Simonetti, Utet, 2010 ) che  ribadisce la giustificazione  mediante la fede   e che la venuta del  Christos,  morto e risuscitato, ristabilisce il patto tra Dio e l’uomo, producendo la salvezza universale…

Prima di tutto questo lavoro è opportuno, comunque,  iniziare la trattazione con una visione generale letteraria, retorica, ed una culturale, filosofica, del periodo antonino,  in modo da evidenziare la realtà storica imperiale  del II secolo, con cenni ai  primi decenni del III secolo d.C…

Il II secolo  è il secolo dei bugiardi e della bugia,  dei retori, dei copisti, dei chiacchieroni, dei letterati  prezzolati, degli schiavi  eruditi, comprati per ricopiare testi, di una massa di imbroglioni, adulatori, ambiziosi, maghi, sacerdoti di divinità minori, piovuti dall’Oriente a Roma  in cerca di fortuna, costretti dalla fame all’adulazione  e al servitium dell’aristocrazia senatoria romano-italica  imbelle, già sostituta da quella gallica ed ispanica, quando già è pronta quella illirica, dopo la parentesi severiana…

Si verifica la formazione di un gruppo di orientali di diversa scuola, ma tecnicamente forniti di strumenti comuni di dialogo, di persuasione,  di retorica tali da essere maestri per gli occidentali e per la cultura latina, nettamente inferiore, ancorata al bonum ciceroniano- quintilianeo,  senza le connessione al funzionale  utile/ khrhston e al  gluku /dulce …

Roma imperiale, caput mundi, è veramente il teatro della decadenza  in senso socio-morale,  economico-militaristico, finanziario,  proprio per il predominio culturale orientale (ellenico-siriaco): la denuncia latina di Giovenale e quella greca di Luciano hanno due diverse connotazioni in relazione al genos  di appartenenza, ma evidenziano un degrado morale complesso e con esso lo sfacelo della tradizione agricola  occidentale, perno della religiosità naturale romana sotto gli antonini, imitatori della domus  giulio -claudia, congiunta  per successione maschile, tramite adozione come fannoTraiano ed Adriano tramite la linea femminile, perseguita poi da Antonino il Pio (adottato in extremis dopo la morte prematura  del   Cesare Elio Vero) e da Lucio Vero e da Marco Aurelio, che da in sposa Lucilla al fratello adottivo…

Nel contesto antonino, il fervore sociale  nella Capitale è parossistico; lo scontro culturale tra occidentali ed orientali  è a favore degli hllenes/graeculi  innovatori, rispetto ai rustici latini, ancorati ai vecchi sistemi di trasmissione culturale  orali, tradizionali, alla rara copiatura fedele  dei testi,  solo a  livello pontificale o giuridico….

Ora non solo nelle case patrizie ma anche nei centri religiosi  cittadini, sia cristiani che isiaci  e mitraici ci sono copiatori che con abilità fanno circolare testi e copie  dei vangeli, dei  vari credi religiosi  curati da santoni, per la discussione pubblica…

Le copie greche e siriache di testi  sconosciuti si moltiplicano mentre emergono gli scandali  finanziari, il fallimento di banche,  le dispute tra correligionari, le diatribe ciniche, le opposizioni tra i diversi sacerdozi orientali, concorrenti  non solo tra loro, ma anche con quelli egizi: Roma diventa anche il centro dei contrasti religiosi  come se  dalla sua conquista derivasse il primato  dei vincitori, impegnati, quindi ,a  sfoderare ogni mezzo  per il proprio fine, di fronte al pontifex maximus, impotente ad arginare la fiumana dei riti orientali,  delle mode misteriche, dei  sacerdoti e della letteratura mistico-paradossale…

La bugia, specie se paradossale, diventa un veicolo di successo a livello popolare: i facitori di copie, con abrasioni opportune, con  spostamenti sillabici, con aggiunzioni, dove possibile,  sono ricercati tanto più sono abili nella falsificazione; ogni  magistersapiens, risulta un parolaio  che attira caterve di devoti; il Pantheon  non ha nemmeno la possibilità di annoverare  più le tante  divinità straniere piovute col loro crisma di santità, nella capitale, sbalordita  quotidianamente dall‘eccesso

Roma è la torta privilegiata di un  clero  orientale  impegnato ad organizzare una sede romana ecclesiale, sullo stampo di quella antiochena, e  a  strutturarsi secondo le regole  amministrative ebraiche, seguendo l‘esempio degli oniadi  ad Alessandria,  prototipo della superiorità culturale  giudaica in Egitto, specie ora christiana  organizzata secondo diagrammata alessandrini verticistici monarchici…

Il susthma  christianon  catholikon  è uno dei tanti  che cerca di attirare l’attenzione della corte e delle classi dominanti facendo a gara con il culto  di Iside, con quello del Sol Invictus,  con quello di Mitra: Roma è una terra da conquistare per una marea di sacerdoti che si servono di retori, copisti, letterati in genere,  che si esprimono mediante il paradosso, come tecnica di approccio, specie se ci sono eventi naturali, inondazioni del Tevere, terremoto, incendi, peste – che divampa in città per mesi nel 167.d.C. causando perfino 5000 morti in un solo giorno-…

La II sofistica non è, quindi, solo un fenomeno  letterario o culturale, come dicono i critici, ma è un altro modo di conquistare l’Urbe  da parte di orientali che, mediante la retorica, operano a livelli popolari, per avere un tenore di vita migliore di quello che avevano in patria, in relazione alla maggiore possibilità  di denaro e alla ricchezza dei cittadini  della capitale dell’impero: come sofisti  seguiti da discepoli, sanno manovrare le masse, attirano gli uditori col logos conferenza, con una valanga di fatti quotidiani, curiosità, indiscrezioni, pettegolezzi. (Cfr Filostrato Vite dei Sofisti,  a cura di Maurizio Civiletti, Bompiani 2002).

Si realizza col professionismo della parola  non solo il successo della declamazione, ma anche la partecipazione alla vita della provincia, della città di origine, della capitale stessa imperiale, grazie ad un’attività sociale e politica tanto che i retori diventano  euergetai benefattori   e,  a volte, perfino sooteres salvatori dei  propri concittadini, risultando mediatori tra il potere centrale e le masse cittadine.  Alcuni sono segretari personali dell’imperatore  come Avidio Eliodoro per Adriano,   Caninio Celere per Adriano ed Antonino il Pio,  Alessandro Peloplatone  per Marco Aurelio,  Adriano di Tiro per Commodo.

I Sofisti, svolgendo la funzione  di salvaguardia  dell’identità ellenica  e di promozione del consenso nei confronti della realtà politica romana  (Cfr.  Filostrato, cit) risultano  i promotori di una cultura universale comune e creano le premesse di una civiltà nuova romano-ellenica, in un abbattimento dei singoli nazionalismi, uniformando l‘oikoumene, in un superamento dell’ideologia delle gene, nella comune coscienza della civitas /politeia romana.

Raffaele Cantarella (La letteratura greca dell’età ellenistica ed imperiale, Sansoni, Firenze 1968) meglio di altri critici, comprende il fenomeno  a Roma di una orientalizzazione  mediante lo studio della II sofistica, senza rilevarne la grande funzione  socio-culturale unificatrice, pur nell’eccesso e nel paradosso.

L’autore storicamente la precisa,  tra l’altro, (in una prima fase che interessa a noi)  tra il Regno di Adriano 117-138  e quello di Gordiano III 244 d.C. ), letterariamente,  come  dottrina del perfezionamento della  parola retoricamente studiata  ed artisticamente selezionata, in modo arcaicizzante…

Per Cantarella il fenomeno,  uscito fuori dalle mura delle scuole accademiche del periodo flavio,  sostituisce il teatro con lo spettacolo della declamazione e  dell’improvvisazione dialettica da offrire alla classe dei protoi raffinati (senza disdegnare il popolo  medio-alto equestre  indottrinato)  senza  alcuna competizione con i ludi popolari dei mimi dei pantomini e dei gladiatori- anch’essi utili alla integrazione sociale-.

Chiaramente lo studioso accenna  alla situazione di competizione  spasmodica  tra letterati, tra imbroglioni, tra parassiti, clientes  che si ingegnano a creare la propria fortuna  con la ricerca del plauso popolare, tramite la raffinatezza dell’eloquium  e l’adulazione dei patres…Tutto è conforme, comunque, all’eredità della tradizione greca che parte dal Protagora di Platone (Cfr. Protagora a cura di Maria Lorenza Chiesara, BUR, 2010 ) secondo la testimonianza di Girolamo, Lettera 128,1,4  Infatti come i maestri  tracciano le righe (upograpsantes gramma) per aiutare il discepoli e gli dànno la tavoletta  per scrivere seguendo la traccia dell righe, così poi il legislatore  costringe ii neos a governare e ad essere governato facendolo  attenere alle leggi scritte  con le sanzioni…

Perciò, l’educazione greca è volta  a seguire le orme tracciate già e quindi, ad imitare chi ha già scritto: da qui la differenza di significato tra grammai le linee  tracciate dai maestri e i  grammata le lettere da incidere,  senza  segni di interpunzione, per cui lo schema  risulta lo stesso metod , con lettere maiuscole,  che poi si attesta nella scrittura del testo latino  in Roma e in tutto Occidente in epoca imperiale…

L’oratoria epidittica (demonstrativum dicendi genus  Quintiliano, InstitutionesIII,5,13)  risulta così  logos, una  conferenza  per illustri intenditori, impostata come encomio, utile alla formazione di una classe dirigente,  che costituisce la base stessa elettiva  del principato antonino, come senato e fasce  elitarie di liberti e di equestri di livello  finanziario, amministrativo e militare…

L’oratoria epidittica  non solo celebra i momenti salienti dell’impero nelle varie città di provenienza degli scrittori,  ma anche  nelle melétai stesse,  che sono declamazioni ,in cui il sofista da attore upokriths incarna un tipo di personaggio storico recitando la pars in relazione ai tempi e  ai luoghi, facendo rivivere episodi storici, alternando controversiae  di genere giudiziario  a suasoriae  di tipo deliberativo,  creando un clima universale comune  così da amalgamare i  popoli nella comunicazione delle usanze greche e nelle rievocazioni storiche …

L”encomio paradossale (l’encomio della Mosca di Lucianoè centrale nella cultura della seconda sofistica tanto da diventare un fenomeno sociale: gli oratori sono oggetto di venerazione, diventano attori celebri, uomini di spettacolo, come i pantomimi e gladiatori, mandano in delirio le folle di raffinati cultori, sono esaltati come eroi, esseri divini, di cui si prendono reliquie, si  chiedono autografi, si coniano appellativi  (Dione di Prusa  Crisostomo.)

Gli encomi sull’amore, sull’agape cristiano  e su altri argomenti poi  saranno retoricamente strutturati  in seguito nel IV  e V  Secolo d.C  (Cfr. Il vescovo Sinesio)...

Luciano, più di ogni altro letterato di lingua greca,  risulta l’emblema dell’uomo del II secolo,  in quanto evidenzia con la sua vita un iter che va dalla ricerca del successo fino alla filosofia e, quindi, ad un razionalismo critico ed ironico , propriodel suo tempo, di cui diventa il portavoce più significativo insieme a Plutarco e a Filostrato ead altri …

Mistificazione voluta  e ricerca del discorso vero, mistificata,  sono i due estremi che si congiungono, sposandosi in modo assurdo  in una religiosità  mostruosa, propria di tutto il secondo secolo, di cui il cristianesimo è una pura paradossale espressione…

Luciano, di Samosata  tende al falso secondo il medico  Galeno  (in un commento arabo alle Epidemie di Ippocrate,II,6,9 9  è definito scrittore anche di  testi oscuri sotto il nome di Eraclito, reo di aver consegnato inediti ad un filosofo imprecisato, incolpevole del falso, notizia confermata in Philopseudhs -cfr L’amante della menzogna  Marsilio1993 ,- anche se per Lattanzio Divinae institutiones, 1,9,8 e per Eunapio Vite dei sofisti,  è uomo impegnato a far ridere, seppure in alcune opere fosse sempre serio, pur parlando  di un Christos   sofista crocifisso in Morte di Pellegrino, 13) anche se la tradizione ne rileva in generale  i meriti di  philosophos spoudaios.

Infatti,  in Il sogno  parla  di due donne, simbolo del  Vizio e della Virtù, che gli compaiono nel sogno e  se lo contendono: sono la Statuaria e la Retorica.  Scelta la  Retorica,  Luciano diventa un conferenziere professionista che, però,  a quaranta anni, si converte alla Filosofia  avendo sentito, a Roma, Nigrino, divenendo critico e veritiero di fronte agli eccessi della società antonina…

Il suo  stesso viaggio navale (162 – 166 d.C.), al  seguito di Lucio Vero, co-imperatore, partito per la guerra antiparthica, come uomo  che diletta  l’iter del fratello di Marco Aurelio, le sue fermate  portuali, le cen , prima dell’inizio dell’attività militare, sottende un incarico imperiale per almeno un triennio.

Luciano sovverte ora  il discorso  di  Statuaria  che vede negativamente ogni forma viatoria,  che significa  abbandono della patria e  della famiglia, e  mostra  la sua  propensione a Retorica  che rileva invece nel viaggiare l‘ebbrezza della celebrità  e  un segno del cosmopolitismo romano.

Luciano sembra rimanere in questa impostazione  e solo in qualche occasione divaga  (cfr.Due volte accusato) incerto nei vari passaggi tra le regioni della Ionia,  dato l’immediato guadagno come ambasciatore di città nei confronti della corte imperiale, in considerazione della fama nella epideicsis – meléte, in relazione al prestigio, timoroso della tuche…

Forse Luciano aspira, all’epoca, ad una ricchezza simile a quella di Erode  Attico  (Cfr. Filostrato Vita dei sofisti)   svolgendo la funzione di intermediario diplomatico tra due città, di risolutore  di contese  civiche o  di consigliere  politico per questioni locali: quest’ultimo potrebbe essere stato il compito di Luciano con Lucio Vero, che attraversa le regioni desertiche ciseufrasiche  della Commagene  (Cfr. Luciano, Il sogno, Il gallo, L’asino  a cura di Claudio Consonni Mondadori 1994)…

Luciano è, quindi, un maestro di retorica  a Roma,  e altrove (in Italia in Gallia ecc) dove è abile a conciliare  la doctrina  quintilianea  con quella asiatica, in una continua ricerca dell’effetto sul popolo e del  generale plauso, ed anche dopo la conversione filosofica tende la proprio utile, secondo il costume dell’epoca. ..

Ogni minimo particolare è  studiato, coordinato, programmato  al telos del logos,  per una declamazione perfetta: c’è theoria/spectaculum nei gesti, nelle parole, nella artificialità delle forme ufficiali dei sistemi retorici più arditi, dopo esercizi propedeutici formali secondo i dettami di maestri pagati profumatamente,  guide nella  gravitas dell’eloquio  panegiristico, abili nella distribuzione delle partes e degli argumenta, secondo le regole delle  Institutiones di Quintiliano…

Il dialogo lucianeo  delle due donne- che si presentano e mostrano il loro valore ed attrattiva- è, inoltre,  spia della theoria delle due  odoi,  una dell’essere,  una dell’apparire, in quanto vie da percorrere, l’una al fine del conseguimento  di una spiritualità individuale, l’altra  della ricerca del  vantaggio personale e della carriera, in una dimostrazione reale della teatralità del mondo antonino  e dell’individualismo dell’epoca …

Il bonum est utile,  cioè  vantaggio ed interesse  privato,  come accaparramento di  sesterzi,  come scalata politica,  come  ascesa nell’amicizia  e  nella vicinanza alla corte imperiale, come  esclusione del bonum ciceroniano repubblicano, pubblico,  quod rectum et honestum et cum virtute est  (Cicerone, De officiis,III,7), antitetico rispetto a quello dell’epoca repubblicana…

in epoca antonina,  perfino, ogni  singolo tema ha uno specifico maestro  che non solo si vanta del successo pubblico e quindi si afferma come  vir bonus dicendi peritus, in  relazione  al  successo pubblico e alla capacità di mettere insieme ars  ed etica, in una giustapposizione della  retorica alla moralità: il modello senecano (X, 1,129)  diventando il limite massimo della  oratoria del II secolo, che risulta educazione molle, (che) priva di nerbo  la mente  e il corpo tanto da produrre il massimo consenso alla dinastia regnante e alla politeia universalistica.  

Il fenomeno dei gruppi di discepoli al seguito di un maestro -allineato al pensiero dominante-,  che fa pratica, dopo teorizzazioni, dimostrando perizia con  tecnicismo linguistico,  sottende  equivocità ed ambiguità nella composizione rhetorica  e nell’orientamento  espressivo, che sembra tendere  ai più nobili processi di vita e  condurre alla ricerca sublime di eloquium, ma è  collegato più all’utile che al bonum , in un tentativo di sottomettere e celare  il fine personale a quello comune pubblico.

Infatti da  qui deriva  l’ideale di magnate di  eloquenza, ricco sfondato filoantonino, che incentiva  ed eccita l’imitazione di  chiacchieroni, sacerdoti, maghi, avventurieri, specie orientali, piovuti nella capitale  nella speranza di conseguire la fortuna  con la superiorità della propria teknh: tutti, specie se schiavi o liberti o clientes, vivono nella speranza e nel miraggio della ricchezza, di un’eredità,  di una familiarità  con  politici e con cortigiani e perciò assoggettano  con ogni mezzo, e strumento, anche col sesso,  gli occidentali ricchi  e patrizi, circuendo, vecchie, matrone, giovani donne e,  se therapeuontes/magistri, i discipuli  ragazzi…. distruggendo ogni forma di pudore , rovinando l’assetto familiare  della tradizione agricola contadina latina basata sull’integrità del pater familias, non più garante della fides, della concordia, della lex  ..,

I letterati, specie i grammatokuphones e i grammatophoroi diventano una piaga in Roma,  in quanto copisti, e  risultano i più ricercati  e  pagati profumatamente come schiavi perché possibili falsificatori di testamenti e di  testi autografi, – cheirographoi  o olographoi-  cioè  capaci di alterare  gli scritti  firmati di propria mano o testi di proprio pugno: non ancora il Digesto aveva dettato le sue disposizioni in merito  giuridico e testamentario!.

I falsificatori e i ricercatori di testamenti  sono il cancro della società antonina (Cfr Giovenale, Satira XV)!

A Roma ci sono scrittori  segretari di consolari, che sono falsificatori che abilitano schiere di copisti latini (nella capitale era ancora  famoso  il cesariano  Faberio, – Svetonio, Augusto,35,utilizzato da Antonio,  per alterare documenti-  subito dopo la morte di Cesare, in modo da  emanare leggi  e disposizioni  autografe tramite scritti falsificati del Dittatore,  garantendo  legittimità  all’azione politica del Triumviro, che  si arricchisce e diventa vero padrone di Roma  col dare auctoritas a senatori chiamati dal popolo orcini e caroniti , come se  Cesare decretasse dall’Ade –  a detta anche di Plutarco e di Cassio Dione) che hanno una precisa funzione quella di  copiare  i testi letterari, ma anche atti giuridici  pubblici  e quelli  privati…

Molti imitano  quel  Lampone  alessandrino, di epoca tiberiana, definito da  Filone ( In Flaccum, 32) calamosphacthes,  segretario che uccide con la penna,..capace di alterare gli atti processuali coi suoi ritocchi,  a tempo opportuno, facendo risultare vincitore il perdente o viceversa,, data la mole delle chartae  dei processi nella provincia di Egitto al tempo di Avillio Flacco  (Cfr. Un prefetto Tiberiano).

Nel grandi città ci sono schiavi o clienti di  potente  famiglia romana, o  sacerdoti di qualche culto, che copiano testi per ordine  di amministratori /dioiketai sia centrali che periferici: si discute sulla loro preparazione e formazione oltre che sulla professionalità ed onestà…

Nel  II secolo, l’aristocrazia, specie  quella di derivazione gallico-ispanica ha greges di litterati segretari copisti, giuridici,  che, da Roma, inglobano territori interi, villae,  praedia  con le dipendenze, come lasciti da parte di ex senatori romani italici, sottoscritti da  segretari  falsificatori, ben ricompensati dai nuovi domini, che,  con quelle  chartulae  contraffatte,   prendevano legittimo possesso, senza possibilità di smascheramento, data la massa di documenti  che ogni proconsulare riportava  in carrucae dalla provincia…

Se la corruzione esiste in provincia, massima è nell’Urbe dove la scrittura, basilare per gli atti pubblici, è utile per la duplicazione dei documenti e la loro diffusione. Non si conosce una legislazione a proposito  per la formazione  di una scuola di grammatici,  se non il decreto  di  Vespasiano  che  costituisce un ludus pubblicus  col pagamento di uno stipendio a Quintiliano: questa è un scuola pubblica dove si insegna anche  a scrivere, ma già a Roma, dall’ epoca repubblicana esistono copisti,  gli schiavi litterati di nobili famiglie!.

A Roma la corte ora  richiama letterati e scrittori che vengono   da Alessandria, che ha  nel Museo una scuola  e da secoli crea  un esercito di librarii, di copisti  abilissimi nel loro lavoro,  nonostante la concorrenza con la scuola di Pergamo e di Antiochia.

Ormai però sotto gli antonini è una moda andare a Roma per ogni letterato in cerca di protezione e di fama, di ricchezza…

In La morte di Pellegrino Luciano mostra un christianos kosmopolita, esempio  di  comportamento e  maestro di vita, un visionario e ciarlatano,  uno  philopseudhs o apistoon, megalomene,  un dioikhths, accusato anche di parricidio, eppure servito e riverito anche quando è in prigione dai suoi correligionari, teatrante perfino nella morte spettacolare: si getta nel fuoco- come un gymnosophisths indiano-  della sua pira davanti ad un pubblico, che ha finito di assistere alle olimpiadi! …

Erma,  Marcione  e Carpoforo sono  anche loro christianoi  esemplari nella sede della capitale dell’impero, palcoscenico dell’universo romano…

Erma  è un liberto. un ex schiavo, verna, venduto ad un domina che lo affranca, (forse fratello di  papa Pio-  in altra sede ho  cercato di risolvere la questione-) scrittore di Il Pastore (Cfr. Il Pastore,  Traduzione introduzione e commento di Osvaldo Tosti,  Pia società S. Paolo,1945 ) un’opera divisa in tre parti Visioni(5), Precetti (12) e Similitudini(10),scritta forse nel 150 d.C., a varie riprese in circa 14 mesi.

Erma, mentre si dirige a Cuma,  vede in una  prima visione, apertisi i cieli, la sua ex benefica  padrona, Rode, già oggetto di desideri carnali, che lo invita al pentimento e alla preghiera, per ottenere la cancellazione dei peccati,  poi, di nuovo, improvvisamente vede   una cattedra, resa veneranda da bianchissime lane, e  nota, sopraggiunta una vecchia signora assai splendidamente vestita, che ha  in mano un libro e che lo saluta e gli impone di fare penitenza per la sua famiglia, avendo lui,  per amore, non corretto  i figli che,  lasciati a se stessi,  hanno commesso peccati  ed  hanno rovinato i suoi affari. La vecchia  lo invita ad ascoltare,  mentre legge le lodi del signore; la creazione del mondo e   la formazione della Chiesa, benedetta,   destinata al compito di guidare i fedeli nella gloria eterna futura, La prima visione si chiude con l’apparizione di quattro giovani  che portano via la cattedra e vanno verso oriente e poi con la comparsa di due uomini  che vanno anche loro verso oriente, sostenendo la donna  da una parte e dall’altra. La signora è simbolo della Chiesa, che dapprima lo consola della sua afflizione per la rovina finanziaria a causa dei figli,  poi gli intima di far penitenza  con la sua famiglia ed infine  celebra la onnipotenza e sapienza di Dio.

Nella Seconda visione, ad Erma che ha ripreso il cammino per Cuma, trasportato da uno spirito nel luogo della precedente apparizione,  riappare  la vecchia signora  che cammina davanti,  leggendo un piccolo libro e gli dice:  Puoi annunciare agli eletti  di Dio le cose che leggo?  Il pastore le risponde: signora, non posso ricordarmi  di tutto, dammi il libriccino per ricopiarlo e lei disse: Prendi e ridammelo. Il pastore prende il libro e si  ritira in un luogo appartato,  lo ricopia tutto alla lettera (lettera per lettera)  ma non riusce a trovare il significato. Finito di copiarlo,  il libretto gli è tolto di mano da qualcuno (non si sa da chi). Passano quindici giorni  di preghiera e di penitenza per i figli, dopo  aver iniziato a vivere con la moglie come fratello e sorella;  riappare la  signora (la chiesa)   che rivela il significato della scrittura ed ordina ad Erma – che l’ha confusa con la Sibilla- dopo avergli chiesto se ha consegnato ai seniori quel libretto ricopiato, non completato e bisognoso ancora di aggiunte, destinato ad essere conosciuto successivamente nella sua completezza -: E fanne due copie, una la manderai a Clemente  e l’altra a Grapte. Clemente poi le spedirà alle città straniere, spetta a lui questo ufficio.  Grapte, invece, ammaestrerà le vedove  e gli orfani. Tu lo leggerai  in questa città insieme ai presbiteri. che presiedono alla Chiesa   (Visione II, 4,19-21). Senza entrare in merito al contenuto e alla simbologia, a noi interessa rilevare a questo punto  1. come Erma sia uno ex schiavo litterato , che sa appena distinguere  grammata e le sa scrivere  faticosamente su un papiro o pergamena, ma non legge bene  perché non è abituato al continuum del rotolo – che non ha segni di interpunzione- e non riesce a decifrare le  frasi significative, data la sua non professionalità di copista; 2.  che la società romana  è già suddivisa gerarchicamente in quanto sembra  che Clemente sia il dioicheths episkopos,  che deve diffondere la rivelazione alle genti straniere mediante le copie, e  che  Grapte sia diaconessa,  che Erma  sia uno dei presbiteri  in quanto già osserva la continenza; 3.la rivelazione (apokalupsis ) è  graduata a seconda delle fasi storiche  e delle possibilità di comprensione dei capi, nonostante la certezza dell‘imminente ritorno del Signore./parousia…

La  terza visione  riguarda  un seggio di avorio su cui siede la Chiesa con Erma seduto alla sinistra perché la destra è riservata ai martiri  e poi una grande opera, una torre in costruzione, simbolo della Chiesa stessa  in mezzo alle acque  (rispettivamente simbolo della chiesa e delle acque del battesimo)  ed infine i sei costruttori della torre  (che sono 6 angeli capi a cui altri angeli portano le pietre  che rappresentano apostoli, vescovi dottori e diaconi morti o viventi ) mentre le altre pietre indicano i fedeli   (nei diversi gradi di perfezione o anche differentemente scartati e messi in riserva)  le sette donne simboleggiano le virtù…

‘Nella quarta visione, avvenuta venti giorni dopo,  c’è l’apparizione di  una nuvola di polvere che si alza fino al cielo, tanto mostruosa da essere un fenomeno soprannaturale, che si precisa come un cetaceo, dalla cui bocca uscivano locuste  di fuoco, lungo 100 piedi (quasi trenta metri)  col capo di argilla   di quattro colori (nero, rosso,oro e bianco) e poi di una vergine lieta come uscita dal talamo nuziale calzata di bianco, coperta di vesti bianche fino  alla fronte e con una mitra, che esorta Erma a ad annunziare quanto vede  a tutti,  in un invito alla penitenza perché dopo la persecuzione, nel secolo venturo ci sarà la parousia il ritorno del signore  che ammetterà i puri ((il colore bianco)  nel suo regno….

Nella quinta visione  appare l’angelo pastore, a cui è affidato Erma  pere essere ammaestrato  mediante precetti e similitudini,  secondo la disciplina penitenziale ecclesiastica….

Erma, dunque, è testimone di una fides paradossale, che non ha nuclei dottrinali certi,  ma una gerarchia  ecclesiale, una  sistema penitenziale ed una coscienza di attesa della fine del mondo e del ritorno di un Christos, mai, comunque, nominato,   più servo fedele adottato che Figlio di Dio pathr :il Pastore appare opera  più  di un cristiano adozionista che  di un catholikos ortodosso…

Marcione, anche lui uomo del II secolo, è  figlio  del vescovo d Sinope, scomunicato  in patria dallo stesso padre per le sue idee religiose, innovatrici, rispetto a quelle della tradizione orientale  giudaico-cristiana…

Trasferitosi a Roma, ed accolto fraternamente da quella comunità cristiana (verso il 140), ha presto rilievo  per la cospicua donazione di 200.000 sesterzi anche perché vive  in silenzio fin verso il 144  elaborando le sue tesi religiose con originalità,  avendo subito la predicazione dello gnostico  Cerdone e essendo legato al pensiero di Basilide.

Esposte alla comunità le sue tesi sull’insanabile contrasto tra Nuovo e Vecchio Testamento, è subito scomunicato anche se evidenzia la specifica impostazione  di Paolo, di cui ha ben interiorizzato il messaggio di morte e resurrezione del Christos

Carpoforo è  un civis, – proprietario  di una  trapeza/mensa   e padrone  del trapeziths  mensarius, lo schiavo Callisto, poi divenuto papa,. la sua storia  come quella del suo schiavo è connessa con la gerarchia  dell’ecclesia romana della II metà del II secolo.

Dopo il fallimento bancario, Carpoforo, fa processare Callisto  e fa punire   con l’ergastolo in Sardegna – per aver frodato il prossimo, specie vedove e bambini-  l’ amministratore,  fiducioso in orientali corrotti…

Tutti, padrone e schiavo, bancari e fedeli,  sono  espressione  di una umanità orientale,  vivente a Roma  in quanto uomini che svolgono funzioni diverse nella capitale dell’impero, come  agenti  di fondi comunitari, per il bene ecclesiale, anche  con carica  di episkopos,  presbuteros e  diakonos  (amministrativo ed assistenziale): sono la testimonianza di un  esercizio orientale episcopale monarchico già funzionante nell’urbe alla fine del I secolo- legato ad Antiochia,   come  da tradizione apostolica – ( Atti degli apostoli,  20,28) -, espressione  di  un’ humanitas singolare, direi, sospetta in ogni senso, specie in campo religioso per il rito dell’eucarestia e per il non pagamento di tasse imposto da dioiketai,  che regolano metoikoi e  csenoi,  secondo la propria funzione svolgendo i  propri  munera/ uffici – doveri (munus docendi, santificandi, regendi)…

I cristiani, comunque, pur vivendo in mezzo ai pagani,  si sentono estranei ai culti ufficiali, coordinati secondo gli ordini del Pontifex maximus, e  come gli ebrei,  si considerano etnia privilegiata, uomini  di un altro regno:  aver un altro re ed un altro vicario  sacerdotale   è equivoco in epoca antonina, dove tutti i cives  (di qualsiasi classe sociale),  sono reclutati, contro i barbaroi germanici (Quadi  e Marcomanni) e contro i Parthi….

Il diniego  di rendere  culto di latria mediante incenso  all’imperatore in Roma  da parte di uomini orientali, abituati alla proskunesis da secoli,  è  certamente della tradizione  ebraica ( ed ora anche  del christianos) in epoca antonina, ma diventa una protesta ebraica  solo sotto Traiano e poi sotto Adriano  nel corso della guerra di Kitos  e nella III rivolta  giudaica ed infine  nella guerra parthica, condotta da Lucio Vero…

Ora ebrei e cristiani  (perseguitati i primi, tollerati i secondi  o trattati con benevolenza) in un contesto pagano devono far circolare il loro pensiero tramite copie di libri  in greco, che sono rare, cioè rotoli  (volumina)  opera di  copiatori di norma  professionisti (quelli di corte o di agiate famiglie aristocratiche) ma anche in maggioranza  non  professionisti  che  scrivono, condizionati  dalle idee, all’epoca  dominanti…

Ora le copie cristiane greche a Roma sono di non professionisti,  di   fedeli che ricopiano lentamente, facendo errori e che all’occorrenza correggono e anche cancellano  e  possono alterare  il valore delle stesse lettere (Esempio  il theta maiuscolo scritto con O maiuscolo con la lineetta centrale  può diventare O Omikron;  P che vale Rho può essere scambiato con P latino , H hta per H latino ), sia per spirito di parte che per ignoranza personale, oltre che per  condizionamento religioso: si è in un momento in cui niente è certo circa la figura di Gesù  (Cfr. Il cristianesimo primitivo senza Filone era poca cosa ), sulla sua humanitas o divinitas, sulla  verginità della madre Maria ,  sulla Trinità/trias  ancora da stabilire, sulle persone upostaseis

Ne deriva che la lettura e la scrittura dei testi, copiati da originali o da copie venute da chi sa dove, senza una reale certificazione, data anche la differenza di titolo degli scriventi, senza controllo dell’autenticità e  non autenticità testuale,  sono a totale discrezione di chi è incaricato della scrittura nel suo scriptorium, che per giunta può entrare in competizione con i propagatori di eresia, come gli adozionisti   e i docetisti , anche loro impegnati nella diffusione del Vangelo  …

L’ ecclesia di Roma, essendo una succursale di qualche chiesa orientale,  ha  pochi libri ( rotoli di papiri o pergamene  provenienti da altra sede): di norma il volumen  è costituito da rotoli, formati di venti fogli incollati  l’uno l’altro chiamati Kollemata, ma può essere più grande con fogli più numerosi anche se dell’altezza di  circa  20-30 centimetri,  e non è originale, ma è copia copiata da testo non identificato, che, inoltre,  bisogna anche ricopiare per trasmetterlo ad altre comunità,  che ne sono sprovviste. come abbiamo rilevato in Il Pastore..

C’è dunque, nella Capitale, un lavoro di copisti christianoi, occasionale e quindi  non professionale,  e solo più tardi nel III secolo più organizzato, a seguito del credito dell’ecclesia romana, ormai affrancatasi dalla diokesis orientale di origine e dagli antichi ktistai…

il Vangelo di Marco e di Luca sono quelli che hanno una storia di copiatura differenziata e per luoghi e per  abilità scrittoria, grafica, e per letterarietà  e per cultura, come alcune lettere di Paolo ed il Pastore

Non essendo ancora definita la figura di Iesous Christos Kurios  né come  Theos athanatos né come anhr theios, né come  reale anhr nato da un normale parto di donna, fecondata da uno Thnhtos, subito dopo la metà del secolo  se ne parla  in termini  di Dio controverso  in un clima ,dove domina la  conoscenza/ gnosis, che è diversa ad Alessandria, ad Efeso,  a Roma:  ogni città  dell’impero romano ha una sua gnosis, di cui non è facile evidenziare i punti centrali  e i temi  culturali…

La confusione nasce dalla creazione poihma  del mondo e della ecclesia,  ad opera di un theos, come si vede anche nelle lodi della domina in il Pastore  come già mostrato …

Negli anni di  guerra antiparthica in Oriente  ed antigermanica  in Occidente  sotto le insegne di  Lucio Vero e di Marco Aurelio  si rileva un ammutinamento ebraico-cristiano, proprio di renitenti alla leva, da parte di uomini  che si considerano naturalmente fratelli, in quanto figli di Dio, perché  zontes viventi dotati di anima  e quindi fatti a somiglianza di Dio, quasi fossero  moderni obiettori di coscienza

In epoca antonina si manifesta un  fenomeno  antimilitaristico, contrario all’espansionismo romano, come propaganda di pacifismo  e di universalismo, intesa come  amore  e pace tra i popoli  della terra. come è sotteso  in Il Pastore e in La lettera a Diogneto

Questo   è   incompatibile con il  rispetto dell’ auctoritas terrena  imperiale,  che sollecita   formali atti di sottomissione, prima dell’arruolamento militare: non sorprende quindi che ci siano martiri cristiani come Policarpo, come Ignazio, come i fedeli di Vienne in Gallia:  non sono uomini puniti dalla legge romana -ad eccezione dei   dioiketai episkopoi capi di  ecclesiai,  che pagano la tasse personali e non quelle della loro dioikhsis e sono inviati a Roma a difendersi dalle accuse  davanti all’imperatore – ma  elementi, accusati dalla popolazione, innervosita da una parte dal disfattismo giudaico-cristiano e dall’altra dal loro integralismo religioso e dalla pertinacia fideistica  di eletti/teleioi/ perfetti, desiderosi del premio eterno del Regno dei Cieli, loro patria…

Stesso discorso è da farsi per gli Scillitani che  mettono in evidenza la fede africana, tipica di visionari  che, seguendo i loro pastori, sono    convinti di una prossima discesa dai cieli del Cristo  trionfatore e  certi di andare nel  suo regno, giusto, destinato ad essere  glorioso per mille anni secondo le Apocalissi dell’epoca.. (cfr A. Pincherle Introduzione al cristianesimo antico, Laterza 1992)..

Il II secolo non è  un secolo di amore e di rapporti  umani e liberali tra persone che vivono nell’età  saturnia,  secondo precetti evangelici come si prospetta nella lettera a Diogneto,ma è  un secolo di lupi in mezzo a lupi che oltre a sbranarsi reciprocamente,  vivono  davvero  in un’orgia di  retorica, alla ricerca del consenso e  della  fama,  della solidarietà umana, solo in apparenza, ma di fatto  tutti hanno i traumi dello scontro  verbale  e   risentono dell’acrimonia della  diatriba e sono condizionati  dalle antitesi antinomiche: sotto l’ arcaico parlare signorile, vuoto di contenuto, di comune godimento,  elitario, c’è la volontà di sopraffazione, propria di parvenus arrivisti, ingegnosi  nei loro cavilli dialettici, nelle loro attese di gloria…

Un clima di falsità è in tutto il secolo e si ripercuote  nel diritto, nell’amministrazione militare,  nella gestione provinciale  e in quella statale centrale: l’apparato burocratico  si trasforma in una macchina divoratrice di beni  in quanto ogni burocrate ha una sua  rete di controllo  e di fidati controllori che divora le sostanze imperiali,  depauperando le casse del fisco, indebolite dalla necessitas  del finanziamento delle truppe militari  abnorme (due flotte, una  a Miseno ed  una a Ravenna;  30 legioni sparse per l’impero- in maggioranza sul confine germanico danubiano, su quello eufrasico, sul limes afro-nilotico su quello oceanico-  britannico,   tanto da favorire il fenomeno,  che inizia  con Marco Aurelio – che deve chiedere prestito al’erario per le proprie spese dopo che ha messo all’asta i propri beni-  di contrapporre i barbari  ai dediticii,  che sono  gentes, arresesi, arruolate come mercenari  ai margini dell’impero, pagate con l’assegnazione di terre entro il  territorio  romano…

Marco Aurelio volendo spostare il confine dal Reno all’Elba cerca di favorire la formazione di nazioni come la Sarmatia…

La crisi socio-economica  determina un pauroso buco  nel fisco tanto che la domus imperiale deve chiedere prestiti all’ erario senatorio, normalmente dissanguato,  non potendo vantare  diritto di proprietà  nemmeno sulla casa del Palatino  (cfr. Historia augusta,   Marco Aurelio, 17,4-5 ).

Si aggiunga che  la peste per quasi un quindicennio  (166-180) imperversa in regioni asiatiche  dell’impero romano e giunge nella penisola Italica  e a Roma stessa dove fa stragi : nei castra, ai confini, c’è uno stato di epidemia continua che falcidia i milites più dei nemici in battaglia.

In molte zone la peste  è per il popolo un morbum dovuto ai Christianoi, considerati ambigui, falsi, corrotti, perfidi,  date le accuse di crimini orribili e considerata la loro astensione dal servizio militare attivo…

La disastrosa  crisi finanziaria negli ultimi anni di Marco Aurelio determina la interruzione della pratica del migliore,  scelto dall’imperatore  che concede sua figlia Lucilla  a Pompeiano, dopo la  morte di Lucio Vero nel 169, per passare ad una successione  diretta imperiale ereditaria al figlio Commodo: necessita una legge finanziaria nuova del tipo di quella neroniana;da qui  l’accostamento fatto dal padre  stesso ,che  vede nel figlio  un Nerone, riformatore finanziario…

L’invito a dedicarsi alla riforma finanziaria sullo schema di quello neroniano  comporta automaticamente un ordine sotteso  di depredare lordo senatorio ed equestre in modo da far circolare moneta liquida nel Fisco : la riforma del denarius  a scapito dell’aureus colpisce il ceto senatorio che paga con tale moneta l’acquisto di oggetti preziosi e della seta , mentre fa respirare la plebe nelle sue varie frange  popolari produttive (artigiani, mugnai, lavandai ecc) e i militari di leva,che solo ora sono pagati  dalle casse imperiali,  quando invece fino ad allora hanno stipendi annuali   dai governatori che, impongono tasse ai maggiorenti locali per calmare le intemperanze militari, specie se coadiuvati dagli ausilia  dei dediticii. abituati ad avere viveri dalle popolazioni romanizzate stesse

Questi corpuscoli barbarici, difensori dei confini dai barbari, loro consanguinei,  in seguito accoglieranno i loro parenti e si stanzieranno nel territorio romano, desiderosi di integrarsi  seppure  senza alcun  diritto di  federazione con Roma stessa  e senza civitas (sine suffragio),  diventando un pericolo per l’impero,  fino al parziale riconoscimento giuridico  con Caracalla…

Di conseguenza, pur pagando somme per l’apparato militare in effetti la difesa dei confini è data a barbaroi dediticii, che si insediano entro i confini con l’obbligo di difenderli,  agli ordini del governatore della provincia dotata di proprie milizie,  più vicina  alla zona di loro competenza , essendo malfidi, data la loro ricerca di terre migliori, considerati i legami coi  fratelli oltre il confine, morti di fame, e nomadi, desiderosi di migliorare le condizioni di vita …

Si rilevi, per capire, il confine lungo l’Eufrate  che divide siriaci e siro-palestinesi ,  aramaici, dai parthi, anche loro aramaici, di lingua , e di religione mista con prevalenza ebraica: ad ogni tentativo romano di invasione della Parthia si serra il vinculum di sangue  patrio  e l’impresa parthica diventa un suicidio per i romani:  ne fanno  amarissima esperienza  Traiano ed Adriano e poi  Lucio Vero, in misura minore, che  si troveranno, dopo la conquista,-molto difficile-  in situazioni  tragiche, nel percorso di ritorno, senza l’aiuto dei battellieri ebraici …

L’impero romano, comunque, nel II secolo, sostanzialmente pacifico, nonostante guerre di annessione e scontri ai confini,  presenta, nella sua disparità  culturale, pur nella diversità linguistica, una grande attività commerciale ed una sua unità concettuale nella lingua latina Occidentale e in quella greca Orientale,  che si sposano proprio nel coniugium tra  il  meraviglioso mirabile /to paradosson e la menzogna mendacium/ to pseudos, nella ricerca infinita del novum..

Si crea  un sistema operativo, in un  clima di propaganda antonino, in senso antiflavio ed antigiulio-claudio, basato sulla coscienza della precarietà del vivere,  di un pensare segreto, individuale, anche nel vortice della frenetica pulsione vitale giornaliera: i letterati  esprimono il travaglio dell’individuo e la paura delle masse col culto arcaico della forma, con la nuova sofistica,  nella volontà di mostrare  la superiorità della monarchia elettiva, in cui il princeps è  novellus   secondo un nuova concezione di  ius  e di civitas, rispetto a populus/plhthos.

E’ mera letteratura che  sottende un profondo phobos, un’inquietudine per il domani non solo per gli honestiores ma anche per gli humiliores: il Regno di Commodo  è spia di tale incertezza e la guerra civile tra Pescennio NIgro,  Didio Giuliano, Pertinace e Settimio Severo  che si scatena è la prova delle tante crisi  irrisolte , che si sono sovrapposte e dei tanti nodi che sono venuti la pettine …

Comunqe, Il  vertice della società romana è  per quasi un secolo  il  princeps elettivo,  ideale  di perfetto reggitore, visto nel suo trionfo militare,  come victor /nikeths  sui barbari, come giusto amministratore, uomo tra gli uomini, anche se ha prerogative divine, bisognoso, comunque, nonostante la gloria, dell’ausilio del senato e del consenso dei cives  di cui è garante comunitario  in quanto imperator absolutus/autocratoor, scelto   nell’interesse comune,  come  sostegno nei bisogni individuali e  patronus delle masse, perché pater patriae.

Questo è la retorica della politica antonina, che sa coprirsi di un alone di perfezione in quanto è davvero  centro di una communitas di reciproco amore, di un scambio  amoroso, ed è  bonum per il princeps e per i cives , il cui andamento reale è affidato ad una ristretta burocrazia di palazzo, che si dirama dalla capitale ai centri provinciali amministrativi situati  nei grandi centri,(ad Antiochia,  Efeso, Alessandria,  Cartagine, Lione), da cui  derivano i poteri locali, efficienti in situazione, a seconda  della normativa imperiale che  garantisce sicuritas e libertas , vera asphaleia con pistis,  reale eleutheria con autonomia e con eudaimonia.

Il principato diventa lentamente  una dilatazione giuridica  dell’oikonomia familiare in senso statale, una giustapposizione del focolare domestico al corpo statale, un ampliamento universale del potere del pater familias, la cui potestas è illimitata e la sua auctoritas è sacrale.

Il princeps  è autocratoor e nomos empsuchos col consenso senatorio e popolare; l’ideale di Caligola e di Domiziano  s’incarna in Antonino il Pio, meno nella diarchia di Lucio Vero e Marco Aurelio,  si dissolve  con l’ultimo Marco Aurelio e naufraga con l’assolutismo di Commodo

La lettura  positiva del principato è in relazione ai letterati, specie Plinio il giovane , Tacito, Frontone,Elio Aristide , Erode Attico che  hanno  una visione retorica propria di  fedeli amministratori e  contabile di chartae che  sanno  esaminare in quanto elementi del senato o di classi privilegiate,  che godono di benefici statali e svolgono funzioni consolari o proconsolari  e quindi hanno davanti documenti della gestione pubblica da esaminare e hanno il  compito di applicare leggi   secondo i decreti imperiali... 

Sono tutti bugiardi che vedono la normalità  in uno stato di crisi  e che  leggono solo gli aspetti positivi , rilevando la loro  funzionalità amministrativa, essendo parte minima di un sistema  complesso come quello imperiale, che neanche dalla capitale  può vedere l’enormità dei problemi  provinciali e periferici, non essendoci nemmeno i mezzi di controllo, date le distanze  dal centro operativo  e la lentezza dei provvedimenti?..

Secondo il mio parere l’impero inizia la sua decadenza  a causa della sua stessa  grandezza:  troppo lunghi i tempi di intervento, troppo grandi le distanze, lente le comunicazioni, impossibile la strategia operativa, a distanza! .

Essendoci , comunque, consenso, c’è un’unanimità di pensiero  favorevole al  principato senza possibilità di una  reale verifica: il dissenso parziale dei Christianoi  in seguito interessati ad impadronirsi  della pax antonina per la celebrazione di una società fortunata e beata, quasi fosse stata un’età saturnia quando, invece, c’è una crisi morale spirituali e sociale di immense proporzioni, a seguito del passaggio da una  aristocrazia romano-italica ad una gallico-ispanica, capace di rinnovare la propria cultura occidentale grazie all’apporto  commerciale dei graeculi…

Ora in un secolo di  litterati bugiardi, capaci di uccidere per il proprio profitto,  di kalamosphactai,  di uomini che sanno scrivere  ricercati nell’impero romano  specie nelle grandi città orientali   e perfino ad Alessandria, sia prima che dopo Origene,- che oltre tutto dirige il didaskaleion ed ha bisogno di copisti per la lettura pubblica dei suoi  Principi per insegnare la interpretazione del senso della parola divina- c’è  bisogno  di testi precisi scritti da segretari, di  epistulae riservate , di  messaggeri fidati  per al comunicazione nell’impero tra la dirigenza  centrale  e la periferia.

Ancora di più è probabile che ci debba essere un gruppo di  fedeli  Christianoi, copisti, per  verificare il pensiero veterotestamentario e per evidenziare la novità di quello neotestamentario.

E’ certo, comunque,  che Origene porta con sé copisti  a Cesarea Marittima e poi a Cesarea di Cappadocia,   diffondendo  in Oriente le copie   di Paolo, dei  Vangeli, di Erma ed  approfondendo la Bibbia e la conoscenza biblica  con  l’errore insito  nella lettura stessa del testo ebraico,  che risulta mutilo e monco, in quanto basato  sulla  pura osservanza   materiale della legge mosaica, anche se ha un contenuto spirituale.

Inoltre l’alessandrino trasporta  con le sue copie l’errore degli Gnostici, che leggono in modo letterale e cadono nell’antropomorfismo  veterotestamentario,  che autorizza  la lettura di un Dio creatore inferiore rispetto al Dio supremo(I Principi I , IV,2,1)…

Con queste copie, così scritte- numerose- viene fatta una  lettura  ambigua ed equivoca per gli incipientes, che sono ilici (somatici) in quanto   si resta  sul  senso materiale stesso testuale,  si corrompe  e  si disturba l’apprendimento dei progredientes, che sono psichici, impegnati in senso morale.mentre solo gli pneumatici possono conseguire la teleioosis perché vanno oltre testo, interpretando   dià simbuloon, allegoricamente, e sono perfetti,in quanto superano gli errori stessi testuali, assistiti dallo Spirito Santo, loro patronus!!

L‘impostazione origeniana-  quella stessa di Clemente Alessandrino. determina poi la diffusione delle copie – già non esatte, inficiate in seguito  da errori grossolani dei copisti occidentali , non professionisti Cfr. scriptorium di Cassiodoro– che risultano  difformi l’una dall’altra anche per la non corretta traduzione in latino…

Comunque, nel secondo secolo si costituisce  una gerarchia che demanda il compito di scrivere copie e per la comune lettura e  per il proselitismo dei cristiani  fra pagani e per la difesa dagli gnostici e dagli ebrei…. 

Il dissidio dottrinale sulla figura di Gesù,(mai ben delineata  né nelle lettere di Paolo né nei Vangeli a né nell’opera di  Clemente romano, né in quella di Erma  –che neanche lo nomina e che considera Figlio del Padre   lo Spirito Santo  e  Christos(???) Servo fedele – né in  Didaché  né  negli scritti  di Giustino)  è  complicato dalle grafie delle varie  e molteplici ecclesiai sparse in tutto l’Oriente, acefale,  con scarsi contatti fra loro…

Ne consegue che quelli, che scrivono per ricopiare, non hanno un unico testo, da cui  dipendono, originale,  ma hanno vari testi,  propri della  zona, di cui sono un’apoikia, una colonia succursale, non sempre seguita dalla madrepatria; da qui la diversa interpretazione su Gesù, su Christos, su Logos, su Pneuma,  sul Theos  poihths e pathr e quindi, le tante  eresie …

Non è il caso per ora di vedere qui lo scontro tra l’impostazione letterale di Antiochia e  quella  allegorica di Alessandria  né di verificarlo in Occidente e, specie nella  ecclesia greca  romana  dove è più profonda l’influenza antiochena…

Nel secondo secolo, epoca del paradosso  sembra fondamentale  in ambito cristiano lo scontro sul Theos creatore e sulla funzione della  singola chiesa   nel contesto pagano, in cui prevale chi spara la novitas più grande, ai fini dell’affermazione ecclesiale… 

Ci sono christianoi che  credono in  un theos,  che ha creato il  Kosmos ed altri che credono in un Theos,  capace di  dare  ordine e  armonia ed escludono il  poihths di disordine e di disarmonia,  cioè di un Dio pathr di bene,  distinto da un Dio del male ; da qui le Sacre scritture opera degli ebrei, che credono in un solo vero Dio, crudele  e sanguinario, ma anche Pathr ed ordinatore, accettate da cristiani che   rilevano un dio come origine di ogni male opposto ad un Dio, pathr di Gesù Christos, che, però, secondo alcune comunità   è solo  uomo o  solo Dio o  figura divina apparente, in quanto in Christos, al di là della sua funzione di salvatore ci sono due persone, di cui una uomo Gesù ed un’altra Dio Christos…

D qui anche le tante diverse letture della morte  di  un Gesù, indefinito nella sua natura  di uomo e di uomo- dio, che non può morire come dio  ma muore  come uomo, lasciando il logos sola l’humanitas, per poi risuscitarla …

Senza entrare nei cavilli,  propri del secolo secolo,  teologici, ci tengo a precisare che tante credenze derivano dalle cattive letture dei codici ma anche dalle cattive copie e dalla buonafede (?!)  dei copisti che comunque, non sono immuni da lucro…

L’ecclesia  di Roma, colonia di una metropoli orientale, risente dunque, dei tanti errori delle copie circolanti in  Oriente… successivamente tradotte e copiate in Occidente ….

Ho già scritto del paradossale ebraico (e mirabile  cristiano), ora vorrei mettere insieme le due manifestazioni e cercare di capire il gusto o moda  del generalizzato  to pseudos  nel periodo antonino, ampliando il discorso, in senso universale  romano-ellenistico, pagano, sapendo che  oltre 5/6 della popolazione  dell’impero romano 60.000,000) è  politeista, mentre i giudei, giudeo cristiani e  pagano cristiani sono solo circa  10.000.000 e che la loro distribuzione è in maggioranza in Oriente e in Egitto.

Mi sembra opportuno marcare come il fenomeno sia di origine orientale e che viene introdotto poi in Occidente e in Roma, specificamente  come fatto religioso,  collegato con i riti della Gran Madre, con quelli di  iside e  di Serapide, ma anche di quelli messianici, come  Gesù Christos, venerato e dileggiato come onos en stuarooi … come si rileva nel graffito di Alexamenos, trovato nel Palatino nel 1857, negli scavi del Paedagogium, una scuola  per giovani destinati alla corte, conosciuta fino all’epoca severiana.

 

Si rilevano nel graffito  tre elementi fondamentali.
1. La centralità del culto di onolatria, /culto religioso per un asino,  con la raffigurazione di Christos, un uomo crocifisso, dalla testa di asino,  da parte di  giovani, irridenti e deridenti  i cristiani, circoncisi  come
gli ebrei e  credenti nella resurrezione,  accusati di stragi di bambini e  di cannibalismo (il rito dell’eucarestia)  cfr. G. Flavio, Contra Apionem,II,7; Tacito Storie, V,3 M. Minucio Felice, Octavius .VIII,4-5; Luciano, De Peregrini morte,13 ;Tertulliano, Ad Naziones, 1,7,23  ed Apologeticum, 39,8-10.
2. La figura di un uomo con la mano sinistra alzata, in segno di disprezzo(?), posta a destra dell’uomo-asino crocifisso, dalla doppia natura.
3. L’iscrizione, regolare per disposizione di  lettere -maiuscole (anche lambda  minuscolo è accettabile come C lettera  che vale S come sigma lunata orientale ), è   in  greco antico,  costituita da un enunciato semplice con  soggetto, verbo e complemento  senza articolo Alexamenos cebete (sebetai  – anche oggi ai = e) theoon ( o non è omicron ma omega   e potrebbe valere theous) /Alessameno venera dei,- a meno che non ci sia l’uso di sebomai + participio predicativo di Theaomai, -che in Marco (16,11  pros to thhathhnai autois/per essere visto da loro ed anche etheathh upo auths fu visto da lei ) e in Matteo (28,7) vale anche Theaoo vedo  ed è usato al passivo– . In tal caso  l’enunciato avrebbe un valore ironico da parte degli amici di Alessamenos , come presente participio attivo nominativo- predicativo-Theaoon   : Alessamenos si vergogna a vedere (con ammirazione)…-.guardando ammirato ( theaoon  come presente participio ) venera- 
Non sembrano attinenti  alla lettura  del graffito lo psi in cima alla croce e la Y al centro del riquadro  della croce,  sopra la mano sinistra.
Per chi non ha mai letto un codice antico,  il graffito del  Palatino  è  esemplare per rilevare il sistema di grafia maiuscola del tempo e quello dei contenuti  con quello interpretativo  per  la sottesa referenza al concetto di doppia natura
Nell’epoca degli antonini, dunque, si falsifica molto, specie le lettere e la moneta, di cui abbiamo parlato in altra sede…
 Gli antonini sono ispanici, ben integrati nell’imperium, più  dei Galli, da oltre un secolo, entrati nell’ordo senatorio, dopo essere diventati cives, arruolati nell’esercito in pianta stabile, come tribuni o legati, sotto i flavi, alla pari degli italici, con cui si assimilano per coniugia e secondo adozione ( Cfr M. Fraschetti, Marco Aurelio, Laterza 2008).

Avendo subito il fascino della cultura orientale, greco – asiatica e ebraica, sotto i flavi,  (Cfr Ulpio Traiano  padre in  G..Flavio, Guerra Giudaica, III,7,31-32).,   fanno una propaganda con l’elemento ellenizzato, in una orientalizzazione dell’ Occidente, secondo criteri filosofici e religiosi, mistici.

La  tipicità della cultura antonina è  nell’aver preparato  e raggiunto la comunicazione universale in greco  ed aver unificato dopo amalgama le varie  gentes, dotandole di una comune base di beni primari e concedendo la  comunione di diritti   per tutti i cives, prima ancora di Caracalla…

Infatti  sotto il loro principato c’è un flusso  migratorio, prima spontaneo verso il centro dell’impero  (Roma e l’Italia) di Orientali, specie siriaci,  poi  violento  e coercitivo a seguito  della sconfitta di Shimon bar Kokba nel 135,  data la marea di prigionieri venduti nei mercati  greci  ed italici.

I nuovi venuti  invadono l’Urbe con una migrazione ad ondate, che stravolge l ‘assetto delle classi sociali romane per cui i graeculi (per i Romani sono così chiamati  quasi tutti gli orientali in modo indistintosnaturano il sistema quiritario con le loro credenze  basate sul muthos, con la retorica, col   to pseudos,  con le arti della magia e della stregoneria,  incarnate in pittoresche figure di  goetes , di  thaumaturgoi e di  mageiroi, di  sacerdoti  con i loro variopinti vestiti, di divinità note o sconosciute,  praticanti sistemi mistico-misterici. e stravaganti riti (antropofagismo, culti mitraici e solari,  forme religiose eclatanti, smisurate, selvagge, barbariche), , ..

Si ricordino i cristiani  che Paulus /Saulos è accusato di stregoneria a Cipro e a Malta, ed è creduto  Hermes  altrove,  come  giudeo cristiano  è philopseudhs, un creatore di miti, un mytmacher come Luca, come anche Peregrino ed altri personaggi di Luciano  (De peregrini morte e di Philopseudhs)…

Anche  Apuleio in Asino d’oro  mostra Lucio  che segue la magia e si tramuta da uomo in  asino e che conosce tanti elementi specie in Tessaglia, che si qualificano come maghi, streghe, indovini, personaggi che si muovono  operando- sembra- normalmente  nell’impero romano come cives, con i diritti della politeia /civitas.

Ora i cives  costituiscono circa solo 1/20 degli abitanti dell’impero romano, concentrati per 2/3  in Occidente tra penisola  italica, la maggioranza,  e quella iberico-gallica, mentre i restanti sono sparsi in Oriente (Acaia,  Asia Minore, Creta-Cirenaica, Siria, ) e in Egitto ed in Africa…

L’ opera di Luciano Philopseudhs h apistoon  è la più emblematica tra le opere greche, mentre  L’asino d’oro di Apuleio   è la più significativa  tra quelle latine, anticipata dal Satyricon di Petronio, da Storia Naturale di Plinio il Vecchio  e dalle Satire di Giovenale: dal loro esame  si rileva un civis romano, turbato, incapace di distinguere il limite tra sacro e profano, tra naturale ed innaturale, tra razionale ed irrazionale, avvolto in una cultura religiosa mistico-misterica, magica, impaurito di fronte all’ epiphaneia/manifestazione divina

Anche i greci non scherzano nella presentazione del civis di fronte al mistero : Luca, Plutarco, Luciano di Samosata sono i più abili  a fare letteratura con questo sistema di spectaculum  con ekplessis

Ora,  dunque, la letterarietà christiana del II secolo deve essere inserita in questa cultura,  dove le esperienze religiose e spirituali sono multiple   e dove il processo di orientalizzazione dell’Occidente si sta completando, iniziato da Augusto, a seguito di una crescente amalgamazione dei popoli, ormai uniformemente ellenizzati e romanizzati…

Retorica,  arte  magica,  teurgia e  religione creano un’altra cultura romano-ellenistica,  che accomuna tutti i popoli dell’impero.

Il Cristianesimo è un portatore di questa novitas letteraria e culturale  per la sua strutturazione di base giudaica, e perla varietà delle sette, che hanno, pur nel comune nome di Christos, diverse credenze, molteplici riti, a seconda della concezione di un Gesù uomo o di un Gesù uomo  o di Christos logos   e si prestano ad ironie e ad accuse anche infamanti…

Luciano  in Philopseudhs   denuncia  filosofi ed anche christianoi e tutto il mondo barbarico, da greco . mostrando il valore dell’incantesimo degli amulet , delle paroline magiche  per ottenere una guarigione, evidenziando come febbri  ed edemi, per timore di  un nome divino  o per  una frase barbara,   perdono la forza, gonfiore  e si ritirano sorprendentemente , denigrando i filosofi  che si fanno chiamare sapienti   e il loro aspetto caratteristico (barba fluente,  mantello, bisaccia  e bastone ) il  desiderio di moneta  anche se fingono indifferenza alla ricchezza, giocando e prendendo in giro  i discorsi sui  prodigi,  sulle terapie di stregoni, che fanno scongiuri, che  evocano demoni  ed anime vaganti, che animano statue ed oggetti, tratteggiando  la figura di un babilonese,  guaritore  di un servo morso da un serpente, capace di  incantesimi per strappare il veleno  con parole  misteriose, mettendo alla berlina l‘iperboreo che vola, che evoca spiriti, che  fa venire  dall’Ade Ecate e Cerbero, che sa foggiare amorini di creta, trattando  di un   siro palestinese che caccia  il diavolo dagli ossessi ed altri  personaggi, che compiono azioni meravigliose, incredibili, mostrando infine, dopo aver trattato di statue semoventi e di fantasmi,  un mago di Menfi  tanto potente di farsi obbedire dalle belve e capace di trasformarsi…

Insomma  c’è la volontà da parte di Luciano di stupire e stordire  Tichiade- e con lui ogni ateo – che deve essere emarginato come incredulo ospite, rispetto  a tutti gli altri, coesi nell’inventare  fabulae,  con le storie più assurde e con i personaggi più strani, in una dimostrazione della  varietà umana di imbroglioni e di stupidi, quasi tutti di origine  barbara : c’è una folla di oggetti e soggetti disparati, pelli di leone e denti di toporagno, anelli dai molti poteri tombe,serpenti, indemoniati, personaggi originari  delle classiche aree stregonesche: Siria, Libia, Egitto, Arabia, regioni iperboree (cfr. L’ Amante della Menzogna a cura di Francesca Albini Marsilio 1993, p.31)

Insomma c’è la magia più inverosimile, l’irrazionalismo più puro, il razionalismo più scettico. in Luciano, autore greco, filosofo, E nel cristianesimo  orientale ? e in quello romano, di Roma? e in quello degli  padri apostolici e degli apologisti ?…

In Occidente come in Oriente  c’è una crisi di valori religiosi, mentre si amalgamano le genti che vivono nello stesso territorio, sotto uno stesso sovrano, avendo diversi tempi di integrazione e differenti strati di cultura a seconda delle gentes, mentre  comune è la guida di un Pontefice maximus che, a Roma, presiede al culto romano, che ha fede  nella Triade Capitolina,  ma rispetta ogni credo di ogni dio pagano, compiendo  i  rituali che si svolgono nel  Pantheon, tempio universale  di tutti gli dei  dei popoli dell’impero,  rifugiatisi e  confluiti in Roma.

L’urbe è davvero  la città  dominante,  sede sacra di ogni culto e garante  di ogni tradizione.

Augusto prima e-dopo il tentativo accentratore della monarchia unitaria divina, fallito, di Caligola,-  Claudio, poi,  fissano la libertà religiosa  accogliendo con pari diritti in Roma i culti orientali ed egizi ed, infine,  i Flavi, dopo la morte di Nerone,  e gli antonini sanciscono definitivamente i valori eterni della pietas tradizionale romano-greca in Zeus-Iuppiter  e  la festeggiano nei  ludi saeculares, a seguito di quelli augustei del 17 a.C. -salvo qualche eccezione- ogni 110 anni, con Domiziano, con Commodo, anche se li assimilano con Serapide…

Nell’introduzione a Metamorfosi Giuseppe Augello (cfr. Metamorfosi o Asino d’oro  di Lucio Apuleio, Utet, 1980 ) considerando il trionfo del Cosmopolitismo  che sommerge le èlites  della politica, mentre mostra la società e  la civiltà romana  aristocratica, laica e razionale,  rilevandone una esemplare vocazione verso il reale  e l’intellegibile, evidenzia  il rovesciarsi  dall’Egitto, dalla Siria, dalla Frigia  da tutto l’Oriente  un flusso di umanità la più irrazionale ed esaltata che si possa immaginare. L’autore  mette in relazione la liberazione di enormi schiere di schiavi  e la mescolanza delle razze  e degli ordini sociali  con il diffondersi delle inclinazioni estatiche  e magiche della torbida  spiritualità orientale e con l’esportazione  di tutti gli dei orientali, che, ora, in età antonina, circolano coi loro strani culti, liberamente, in ogni parte dell’impero.

Nella capitale  stessa Giovenale vede il volgarizzarsi della cultura aristocratica  in forme, comunque, ancora vive e democratiche nel periodo giulio-claudio, sotto i Flavi e poi, sotto gli Antonini, in un continuo degrado, decadente, dopo l’abbandono perfino dei costumi contadini  e plebei  di tipo  mariano…

Secondo Luca Canali (Prefazione a Satire di Giovenale, Bur 1976) la società va in frantumi, a seguito della decadenza dell’aristocrazia e dello sminuzzarsi in classi della plebe, in una corrotta mediocrità a causa dei rampolli  degeneri nel processo democratico borghese…  in una nuova ridistribuzione della ricchezza… nell ‘abbassamento culturale e nell’emancipazione della donna…, nel privilegio  dei nuovi ricchi, dei potenti liberti, degli astuti ed avidi orientali,  dei generali abbrutiti in orge  vinose nelle botteghe  e nei lupanari insieme ai carrettieri, ai gladiatori, ai rivenduglioli, agli usurai, i veri vincitori del  nuovo ordine imperiale, propulsori di…  progresso.

Nella Satira XIV, scritta  come una lettera a Fuscino, Giovenale  esamina la dissoluzione dei valori  della societas romana,  rilevando il cancro nella educazione impartita dalla familia,  che, in quanto base del sistema,   poggia sul patrimonio, sulla proprietà e sul guadagno,  in una denuncia della aischrokerdia alessandrina, sottesa, imitata dalla cultura romana aristocratica e trasmessa ai figli, che, ellenizzati, di conseguenza, risultano avidissimi, scettici, progressisti, oziosi, impegnati  non più nella politica ma  solo nell’eredità, quindi dediti alla caccia di testamenti, in lotta con servi, liberti, letterati, sacerdoti, da cui sono vinti, data la superiore cultura  e scaltrezza, orientale, specie siriaca…

Nella satira III Umbricio parla  (29-34) di una Roma abbandonata  perché  non più  locus per un onesto lavoro, della sua  ricerca di un  rifugio a  Cuma, data la canizie incipiente: Vivant Artorius istic/et Catulus, maneant qui nigrum in candida vertunt, quis facile est  aedem conducere, flumina, portus,/siccandam eluviem, portandum ad busta cadaver,/ et praebere caput domina venale sub hasta/  Ci vivano pure Artorio e Catulo , ci restino quelli che cambiano il nero in bianco, che sono così bravi a prendere in appalto la pulizia dei templi, dei fiumi, dei porti, a seccare cloache, a portare cadaveri al rogo, a vendere schiavi all’asta.

Umbricio, da vecchio civis, non comprende il nuovo lavoro servile  fatto in cooperative, che a greges  operano funzionalmente per il bene della città, ma rileva  solo l’arricchimento d plebei associati, a scapito degli oziosi figli dei patres: la sua indignatio è contro gli stranieri  che, raggruppati, formano una forza lavoro  e dominano accontentandosi  pur di un minimo guadagno, costringendo il romano e l’italico a guardare la loro laboriosità  ed industriosità, in attesa delle sovvenzioni del princeps, a scadenze mensili…

In tutto il secolo c’è l’epopea dei diakonoi, intesi come uomini di servizio orientali, che operano a favore dei deboli: è un fenomeno non di  christianoi, ma di orientali che lentamente trovano un loro ruolo nella capitale come servitium , svolgendo ministeria servili utili per la comunità…

Il fenomeno religioso orientale della stessa chiesa romana, collegato con la madrepatria  è chiaro non solo in relazione alla gerarchia, già costituita, ma anche al sistema operativo servile dei  fedeli delle varie sette cristiane, dislocate nei luoghi più disparati dell’impero romano,che si agitano, a volte, convulsamente, a Filippi,  a Ierapolis, a Corinto, ad Efeso, a Cesarea Marittima, in Alessandria , ma anche a Siracusa e a Dicearchia (Pozzuoli), oltre che nelle isole (Cipro,Malta, Sardegna) e in   Gallia (Vienne) …

Di tale agitazione e convulsione  orientale (entro cui immettiamo il fenomeno cristiano), Luciano   è spia  con la denuncia di una volontà di falsificare, e di presentare in modo mitico e fiabesco la realtà, che viene stravolta e contraffatta.

Luciano in Storia Vera,(cfr.  Storia vera, introduzione, traduzione e note di Quintino Cataudella,  BUR, 1990)  dopo aver detto di voler coniugare utile  e dilettevole, nel preambolo,  mostra  la necessità di una pausa  (h anapausis) dagli argomenti seri, e  il suo modo di presentare bugie  stravaganti, in forma credibile e verisimile (pithanoos te kai enaleethoos ), dopo avere fatto critica contro gli antichi scrittori,  indicando la reale  situazione in cui si scrive sotto gli antonini.

Egli, mostrando i lettori (eutugkhanontes)  come creduloni,  che non sanno fare altro che ascoltare, arriva a  dire che tutti  gli autori sono impegnati nel dire bugie – questo è la moda generale-( oroon  hdh  sunhthes on touto- : perciò,  afferma che, mandando il messaggio ai posteri,   non può non inventare favole  e, non avendo nulla di vero da raccontare e temendo di  essere tacciato come menzognero, proclama di mentire (legoon oti pseudomai) e lo dice apertamente perché non gli è capitato niente di sensazionale e  quindi ricorre alla menzogna   sicuro di essere  falso, ma  più onesto  certamente di quello dei suoi predecessori  perché  almeno confessa di mentire.

Ora se Luciano in tutta l ‘ opera  dice di essere bugiardo, se  Giovenale precedentemente  dimostra che questo  è il vizio greco, perché noi oggi dobbiamo accettare il vero  secondo i graeculi orientali romani,  specie per quanto ci hanno tramandato con le pseudo clementine, frutto  di questa stessa epoca? Non dovrebbe essere di monito quanto  dice  Umbricio,  che non può sopportare una Roma greca : non possum ferre… graecam urbem … Jam pridem Syrus in Tiberim defluxit Orontes / et linguam et mores et cum tibicine chordas/ obliquas ne non gentilia tympana secum/ vexit et ad circum iussas prostare puellas ( Satira III, 62-65)… non posso sopportare, o Quiriti, una Roma greca… già da tempo l’Oronte di Syria si è scaricato sul Tevere  ed ha portato con sé e  lingua e costumi e cetre  dalle corde ineguali insieme alla flautista  come pure tamburelli, propri di quei barbari, e fanciulle, cui viene ordinato  presso il Circo di prostituirsi…

Fra tante  popolazioni venute dall’Oriente non è possibile che non ci siano Christianoi antiocheni.  Quante altre sette saranno arrivate a Roma dai  tanti centri  cristianizzati,  del Ponto o della Galizia   o  dalla Ionia o da Amidone, da Andro, da Sicione, da Tralli, da Alabanda, per citare località nominate da Giovenale? …

Da qui la denigrazione feroce e  l’ invettiva contro l’avidità,  esaminata  da un conservatore realisticamente nella forma della figura ripugnante e micragnosa   e da un latino italico. tagliato fuori  nell’attività professionale di accaparramento  di beni, in grado , però di rilevare i mestieri più proficui ed anche più  abietti  dei graeculi …

La satira di Giovenale , al di là  della  moralistica e retorica indignatio, risulta un’arringa  contro la corruzione ormai penetrata a tutti i livelli, in una desolata visione delle classi sociali equiparate  nel baratro del degrado morale di ogni parte dell’impero ed è spia  della crisi  sorta  nella capitale, a causa dello smisurato flusso  migratorio,  destinata  come Caput mundi a finire nell’anarchia, a cadere nelle grinfie di una  ristretta cerchia criminale militare  organizzata, e,  nella mancanza della legalità e della giustizia,  a decadere lentamente nella dissoluzione etico-sociale…

Il secondo secolo, comunque, al di là dell’ enfasi,  della  declamazione e della stessa  indignatio dell’ aquinate,  per Canali  non rivela  solo la discontinuità da una casata imperiale  e non misura lo strappo sociale tra una nuova élite aristocratica e la plebe romana…

Da parte mia rilevo invece una continuata dilacerazione del tessuto sociale, specie plebeo, ora maggiormente dilatato in tante categorie,  ingigantito nel passaggi del principato  da una cultura romano-patrizia ad una  sabino- piceno-italica fino ad una ispanico-gallica, assalita, per giunta  dalla superiore impostazione culturale asiatica, siriaca ed egizio-africana,  in una orientalizzazione dell’impero stesso.

Storicamente e culturalmente bisogna rilevare la voragine  di humanitas e di societas che separa il sistema imperiale giulio-claudio e quello flavio  – che pur ingloba  stoici, scettici e militanti ebraici – e quello antonino, ancor più   consapevole della netta differenza gentilizia, rispetto alla dignità dei fondatori dell’impero, contro i quali invano competono con la invida maldicenza e con la pedante emulazione, in  una denigrazione, a volte squallida,  verso ogni componente della dinastia iniziale imperiale, all’infuori di Augusto.

Flavi ed antonini  tendono ad un livellamento  generale, con appiattimento di ogni forma aristocratica, tipico dei parvenus occidentali, alonati dall’eclettismo e dal libertarismo, venato da arcaismo, senza concrete possibilità di paradigmi nemmeno plebei, come quello del repubblicano  Mario…

In un clima di vuoto ideologico, mal  coperto dal purismo linguistico frontoniano, anche il sistema religioso repubblicano, ancora vivo nel I secolo,  naufraga nel secondo, dove predomina il rituale di matrice  orientale  con sacerdoti, mitre,  profumi, incensi, cembali...

 Dominante nella capitale dell’impero come in ogni grande e piccola città  provinciale è  un senso di magico e di mistico, che, connesso con lo spirituale  diventa  ricerca  del mysterion …

In tale senso sono impostate Le lettere Clementine  che hanno legami con  Acta Petri (ed. Lipsius)  dove si mostra  la disputa  tra Simon Mago -che fa cadere morto un uomo- e Simon Pietro che lo risuscita  in un clima di diatriba cinico-scettica e su un piano ideologico   magico, tipico di ambienti dominati da  goetes  e da incantamenti:  – come si evidenzia in Apuleio De magia ( cfr  A Abt. Die apologie des Apuleius  von Madaura  und die antike Zauberei RGVVIV, 2, Giessen 1906, pp.6-10 e  cfr. Apuleio la magia a cura di Claudio Moreschini, Bur 1990 )- il prefetto fece venire uno dei suoi schiavi e disse a Simon Mago: prendilo! fallo morire!  e a Pietro disse:  tu, invece, risuscitalo.!..

Lo stessa cultura della pseudo-clementine è In Asino d’oro  tanto che Augello ( ibidem) afferma che  i riti orientali sono forme di  culto  a carattere orgiastico  con processioni mimetiche durante le quali si scatenano le più scomposte manifestazioni, con danze frenetiche, flagellazioni, mutilazioni pubbliche, più o meno artificiosi fenomeni di alienazione…  

Sono consueti, ora , sotto gli ultimi antonini, i culti di Dioniso Zagreus , di Demetra e Persefone,  di Attis e Cibele ,  di Iside ed Osiride , e perfino di Mithra e di Christos,  che alla base hanno   il carattere religioso olimpico  di Roma e di Grecia  che, da forze naturali  primordial, coi secoli , sono diventati numi tutelari  delle fortune della città e dello stato, assistenti dell’uomo  nel suo naturale corso di vita, cosciente di essere nato per morire, convinto che la forza vitale  sia  regolata  dalla ragione e  che sia  destinata a finire, impaurito di fronte ad ogni manifestazione del divino,  essendo  solo di fronte alla  morte…

Il culto sincretistico,  come  Mitra e il Sole,   dilaga nel II secolo  per tutto l’impero,  specie quello di Serapide, data la sua particolare forma  di Dio assimilato a Zeus, a Dioniso, ad Esculapio, ad Anubi  e diventato  centrale nel Serapeion alessandrino, confrontabile con la triade capitolina, considerato il fasto del tempio, ancora rilevante nel IV secolo, paragonabile a quello dell’Artemision di Efeso,   secondo Ammiano Marcellino. Res gestae,XXI,16.. Il Serapeo,- il cui splendore è tale che le semplici parole possono solamente sminuirlo- è talmente ornato di grandi sale colonnate, di statue che sembrano vive e tanta moltitudine di altre opere, che niente altro, eccetto il Campidoglio, simbolo dell’eternità della venerabile Roma, può essere considerato più fastoso al mondo«/Serapeum, quod licet minuatur exilitate verborum, atriis tamen columnariis amplissimis et spirantibus signorum figmentis et reliqua operum multitudine ita est exornatum, ut post Capitolium, quo se venerabilis Roma in aeternum attollit, nihil orbis terrarum ambitiosius cernat. . .

Nel II secolo  le menti  sono eccitate dalla febbre mistica  e dalla promessa di immortalità garantita dai misteri, fomentata da schiere di sacerdoti  con poteri soprannaturali di profeti, di visionari, di teurgi di maghi , di chiacchieroni, che si contendono l’animo delle  folle e se ne dividono  i consensi, riuniti in templi,  nella  coscienza che non c’è un limite netto tra realtà naturale e quella soprannaturale…

Il termine greco Paradossa  è tradotto di norma in latino Mirabilia che vale cose mirabilimiracolose (thaumasta,thaumasia) opera di un’ entità divina (daimonia),  prodigiose (teratia).

Nel mondo romano ellenistico in un ‘epoca in cui esiste un disegno politico di conquista di tutto il mondo in senso universalistico a partire  dalla domus Giulio-claudia  con Augusto, e poi con quella flavia ed antonina,  geografi, naturalisti, scienziati e storici  fanno ricerca e sollecitano l’opinione pubblica attirando il lettore, curioso, con il paradossale…

Già Aristotele (Peri toon Thaumasioon akousmatooonRacconti meravigliosi, a cura di Gabriella Vanotti, Bompiani,2007-2015)  aveva fatto scuola di paradocsa , seguito da Teofrasto e i peripatetici  attirati in Alessandria da Tolomeo Filadelfo, si erano insediati nel Museo ed avevano mantenuto intatta la loro ricerca  eziologica ma avevano inclinato al paradocson per utilità e per piacere della famiglia regale e dei cortigiani…

Ora noi abbiamo già mostrato che il fenomeno è iniziato in epoca augustea, alla corte del sebastos, dove vengono molti studiosi,  attirati dalla munificenza del principe e  storici di corte latini come Tito Livio e greci come Nicola di Damasco, che   indulgono alle cose paradossali.  Abbiamo rilevato che  nel I cinquantennio del I secolo d.C. gli alessandrini Apione e Filone, curiosi più degli altri scrittori perché vivono nella città della ricerca scientifica, sono stimolati dalla competizione con  i  ricercatori skeptikoi del Museo, seppure divisi per competenze, pur nel comune indirizzo peripatetico, mentre Greci ed Ebrei competono  nell’ attività commerciale e nel sistema bancario  e nella gestione dei porti  e della marineria, oltre che per la costruzione delle navicfr. Esseni secondo Filone e Flavio…

Emporoi, trapezitai, naucleroi  sono figure tipiche della cultura ellenistica che svolgono la loro professione secondo criteri tecnico-scientifici e sono aperti alla conquista del mondo sia esso dell’impero romano che quello partico o mauryo. In ogni porto del Mediterraneo, del mare Eritreo,  dell’Oceano indiano, lungo le due vie nilotiche principali  (quella pelusiaca e quella canopica)…

Noi siamo arrivati allo studio del paradoxon  e all’esame dei termini specifici idia, peritta, atopa, paradocsa, thaumasia, terasia  dopo aver evidenziato  l’epopea del mercantilismo ebraico  in epoca giulio-claudia , seguendo le indicazioni di Filone Alessandrino.

Come Filone anche il geografo Plinio, in epoca Flavia, ha fatto elenchi, mostrato phainomena  in modo  paradossale  come d’altra parte lo stesso Giuseppe Flavio, un ebreo disertore e traditore, nel momento della guerra giudaica, rimasto però sempre ebreo e sacerdote, nonostante gli atti di opportunismo politico, dettati dalla ricerca del proprio utile…

Quindi  si può dire tranquillamente che il paradoxon è un tipico modo di fare storia,  sia essa etnografica che naturale, in senso animale o  vegetale,  o geografica, che ha grande rilievo nel mondo ellenistico , specie nel I secolo, e che  vale come ciò che lusinga l’ attenzione umana,  attirata dalla non normalità dell’evento o naturale o storico.

Per P. M.  Fraser  in Ptolemaic  Alexandria I, Oxford 1972 (cfr. Aristotele, Racconti meravigliosi,  Cfr. a cura di Gabriella Vanotti, Bompiani,2015,25)  la paradossografia è … la risultanza da considerarsi  ascientifica o antiscientifica della  speculazione aristotelica che, comunque è un esame di  fenomeni anomali di difficile catalogazione… proprio  del II secolo d’epoca antonina  Cfr.GADDA Storia vera e  storia falsa dell’antologia  classica  in Cultura  classica e storiografia moderna Bologna 1995 pp 11-37.

In effetti  nel I e II secolo,   al di là della sistemazione scientifica preme molto  ai letterati, anche  spoudaioi,   la finalità divulgativa unita al successo e alla meraviglia,  oltre al rigore della ricerca  in campi scientifici, come quello di botanica, zoologia, etnologia,  in una propensione mitica  della stessa indagine  storiografica…

Dei tanti che hanno  trattato il problema a lungo, fino  a Flegonte di Tralle  del periodo di Adriano,  noi rileviamo   un fenomeno  che diventa sempre più invasivo  dall’epoca   flavia  a quella  antonina ai fini celebrativi di imperatori che permettono un tale stato di benessere ai cives ...

il fenomeno paradossografico   iniziato in Oriente diventa  anche occidentale con la crescita del  tenore di vita anche nelle città africane, gallo-ispaniche oltre che italiche …

Tra i latini c’è ,-oltre alla  testimonianza sugli esseni  di Plinio il vecchio- scritta per  colorire la  sua pagina geografica  fino a quel punto descrittiva, -un numeroso stuolo di paradossografi  che indulgono al racconto mirabile a scapito della ricerca, come se fosse una caratteristica della seconda sofistica…

Autori come Frontone ed Erode Attico che in un certo senso collegano la cultura occidentale con quella orientale preparando la civiltà severiana, utile alla diffusione del credo cristiano, in un clima di commercio e di benessere generale,  nonostante i cambi di principato, frequenti,  e l’inizio di una crisi economica , già avvertita in epoca  sotto Alessandro Severo…

Dal soterismo flavio alla visione culturale antonina, precisa in Adriano -come  volontà di sterminio dei giudei,  annientai mercantilisticamente  nei loro commerci, divenuti infidi e  pericolosi per le connessioni profonde coi Parthi e per  il cancro della religio  che inficia il razionalismo romano-  che, col rescritto  a Minucio Fundano, pur accetta i cristiani a meno che non siano colti in flagrante violazione di legge-come fa lo stesso Antonino il pio nel Koinon  di Asia   testimoniato da Eusebio ( Storia ecclesiastica,IV, 13 ) fino a Marco Aurelio  si rileva una linea costante di uniformare l’impero in senso pagano, tenendo a distanza le credenze orientali, perturbatrici dell’ordine cosmico.

Gli antonini, inoltre, dovendo sfidare, in una ripresa del militarismo romano, la potenza germanica e quella dei parthi, hanno bisogno di una maggiore  coesione  interna , di una normale tranquillità religiosa in Roma stessa,   prima di riprendere la politica militaristica, costosa per il fisco imperiale, essendo due i condottieri Lucio Vero sul fronte eufrasico e Marco Aurelio su quello germanico.

Nell’esame dell ‘ecclesia romana del tempo bisogna, dunque,  considerare la persecuzione antonina in atto  e rilevare che la gerarchia ormai è separata da quella orientale, controllata  dall’auctoritas imperiale, e che, quindi, va verso  la propria autonomia ed identità, dopo la ricerca, conseguita dell’apostolicità, nel nome di Pietro  e di Paolo: è un periodo poco chiaro del cristianesimo  che vive   in Roma clandestinamente!.

C’è,  dunque,  un tentativo da parte antonina di  conservazione della fides antica, quasi una reazione ai culti magico-mistici  orientali , specie da parte di Marco Aurelio, molto  religioso nei confronti del pantheon politeistico romano e di Giove Ottimo Massimo, secondo la tradizione come si vede in I pensieri (Cfr  Marco Aurelio, I pensieri, a cura di Maristella Ceva, Mondadori,1997) secondo anche  A. Fraschetti (Marco Aurelio, cit) ottimo nel rilevare la situazione storica  nei vari aspetti (politici, sociali,  finanziari) e nella ricerca del vero volto del filosofo basileus,  Marco Aurelio…

Ora, concludendo, si può dire che l’apostolos, l’inviato da Gesù in tutto il mondo a predicare il vangelo(Marco 16,15,) e a diffonderlo tra il volgo in quanto  Diadidous, diventa in epoca antonina un personaggio equivoco,ambiguo come tutti  gli orientali, portatore di novitas, e quindi retorica, stregoneria, bugia…

Secondo Matteo 28,19),  Giovanni ( 20,21) ed Atti degli apostoli (1,4-14)  Gesù inviò per mezzo di loro da Oriente fino in Occidente il santo ed incorruttibile annuncio della salvezza eterna/ dia autoon  to ieron kai aphtharton khrugma ths aiooniou soothrias-..

Come si esplica la missione?!  Chi può dirlo realmente.

Proprio il santo ed incorruttibile annuncio dell  salvezza eterna nel secolo della comunicazione antonina,  è espressione  non di amore praticato ( o di praxis  che realizza la theoria di caritas), ma di un falso parlare di to  mysterion, mediante to paradoxon, di predicare un Christos risorto per dare elpis/speranza alle plebi fameliche,bisognose di inganno!.

La resurrezione di Gesù con la resurrezione dei corpi  sembra, ancora oggi, anche per molti sacerdoti, cattolici, che sia  la cosa più strana che la fede cristiana chiede di credere. 

Da ragazzo, ho letto un qualcosa di indefinito e di incerto nel volto, nello sguardo , negli atti (perfino nei vocalizzatori e  nei metaatti ) di sacerdoti  di grande fede, come momenti di sfiducia nel Signore,  di fronte al male o  alla natura, quasi coscienti di non essere né sale del mondo né luce per l’altro.

Ho notato  spesso nell’onesta faccia montanara di  Giovanni Marcozzi, nella gioiosa partecipazione ,commossa, alla vita del prossimo di Don Roberto Pelletti,  nella razionale doctrina di Don Luigi DellaTorre e nel  disprezzo di sé, in un dono verso i  derelitti, di Don Vittorio Guidotti, un vangelo  d’amore  molto migliore di quello  antiocheno di Paolo, uomo anche lui  di menzogna, portato al paradosso.

Nei tratti nobili di sua eccellenza Monsignor Ambrogio Squintani ho rilevato  talora la difficoltà del suo apostolato nel Piceno, pur nella certezza della sua abilità oratoria, mentre nelle gravi  omelie e nelle pacate rarissime lezioni ho colto la fermezza iconoclastica  con durezza contro le immagini dei santi,  venerate dal popolo,  e la cosciente incapacità  di frenare e di arginare  la cattiva amministrazione,  diocesana, di prelati opportunisti (Don Sante Nespeca, Don Pietro Calcagni, Don Paolo Rozzi), data la sua  metheoria letteraria .

Solo nella pazzia francescana,  nell’ilarità puerile del vecchio Don Enrico Monti ho visto quello che Gesù l’ebreo  non può aver fatto, né  pensato né detto, né come Christos, né come Figlio del Pathr ed ho interiorizzato un cristianesimo, non formale ma spirituale, basato  sul vivere coi bisognosi,  sull ‘amare  l’altro senza pensare a se stessi,  sul donare continuo (anche un sorriso), senza attendersi ricompensa, da nobile, sulla  metodica partecipazione al lavoro del fratello vicino.

Angelo Filipponi – Un' altra storia del cristianesimo