Il quadrante della vedova

Marco 12,41-44 tratta di una vedova che mette in una  shupharot del gazophulakion due spiccioli /leptà, equivalenti ad quadrante cioè 1/4 di asse (una moneta del valore  di 50 centesimi di euro, cioè di circa mille vecchie lire)

Gesù – questa è la mia ricostruzione del fatto – si trovava nel cortile delle  donne, una zona  che era  separata dal cortile degli israeliti da un muretto ed aveva all’intorno delle colonne, che sorreggevano il matroneo, da cui  si poteva assistere ai sacrifici e alle funzioni del tempio. In questi portici  c’erano 13 bossoli /buche, a forma di corno, disposti in modo che chi passava poteva deporre monete, che calavano giù  ed arrivavano nella stanza del tesoro.

Un fedele, circonciso – era vietata severamente  ai non circoncisi entrare sia nel cortile degli ebrei che in quello della donne, pena la morte: un’iscrizione sulle monumentali porte di ingresso del  tempio vietava l’accesso ai pagani- poteva andare al cortile degli israeliti  dal cortile delle donne, mediante 15 gradini.

Dai bossoli il denaro, dunque,  confluiva, da varie parti, a seconda della disposizione  dei corni,  nella vasta sala del gazophulakion come elemosina  o come tributo per il tempio (la doppia dracma): questo
costituiva il tesoro del tempio dove c’erano addetti al raggruppamento delle singole  entrate, in relazione alle porte di ingresso del tempio  e dove  c’erano depositi pubblici statali con  proprio sigillo, ma anche  di  comunità distinte per segni,  e  perfino di conti  privati, custoditi in sacchetti, dopo che le monete erano state accertate nella loro  autenticità di conio- date le tante contraffazioni- e contrassegnate con il timbro templare   con certificato di probatio,  che attestava  che i saggiatori l’avevano provato e comprovato  (solo allora il deposito era definito  pecunia clusa et obsignata).

Insomma,  il gazophulakion era una banca/trapeza (cfr. A. Petrucci, Mensam exercere, Studi sull’impresa finanziaria romana , Iovine , Napoli 1991), la banca più grande  degli ebrei – perfino di quella di Alessandria-  ed aveva  molti gestori,  con un tamias, responsabile,  di stirpe sacerdotale,  che  -di solito- era collegato con lo strategos, di nomina del sinedrio, ambedue.

Gesù, dunque, era davanti al  gazophulakion.

Perché un profeta, un maestro, un uomo  spirituale  sta davanti al gazaphulakion?  Strano!

Ancora di più mi sorprende che stia seduto proprio davanti  alle bocche del Gazophulakion.

Se fosse un re ed avesse potere censorio, invece, avrebbe anche un significato lo stare presso una delle 13 supharot?!

Comunque, qualsiasi cosa stesse facendo nel tempio, Gesù che stava seduto (kathisas katenanti tou gazophulakiou –  proprio di fronte al tesoro- katenanti  fa supporre una volontà di inquisire ,come anche etheoorei)  esaminava, non stava a guardare, da curioso,  il modo come  l’ochlos popolo  gettasse denaro nel tesoro!.

Marco  parla dell’obolo ( è moneta greca del valore simile al quadrante latino) della vedova,  dopo il tributo a Cesare, a seguito della confutazione dell’errore dei sadducei sulla resurrezione (ouk estin theos nekroon alla zoontoon : polu planaste/ è dio non dei morti ma dei viventi: errate molto), della proclamazione dell’amore del prossimo come primo comandamento, della propria proclamazione come Messia, Signore più che  Figlio di Davide in una correzione della lettura degli scribi, apostrofati come uomini che amano passeggiare in lunghe vesti, rivere saluti nelle piazze  avere i primi seggi nelle sinagoghe , i primi posti nei conviti, divorare le case delle vedove,  fare ostentazione delle lunghe preghiere.

Il  racconto di Marco, quindi, è nodale  in quanto subito  dopo  l’evangelista fa un discorso escatologico, mostrando l’inizio dei dolori e il vertice della tribolazione (tutti termini  spie dell’avvenuta  distruzione del tempio e della città)  per giungere a focalizzare la venuta del Figlio dell’uomo  sconosciuta  a tutti (perfino agli angeli e  allo stesso Figlio) e nota solo  al Padre, per cui  c’è l’esortazione a vegliare  con l’uso  di tre termini  blepete, agrupneite… grhgoreite (anafora  di quest’ultimo con  poliptoto /ina grhgorhi).

Noi abbiamo parlato a lungo di discorsi apocalittici ed escatologici e rinviamo ad altri studi ( Apokalupsiscuriosità– ed altrove ), qui mi preme  rilevare che lo studio sulla vedova  da parte di un maran/ re, che esamina i suoi sudditi (specie sadducei e scribi, filoromani)  versare nel tesoro del tempio, ha un altro valore rispetto a quello dato dalla tradizione…

Dopo la purificazione del tempio, il maran può aver chiesto un contributo ai suoi sudditi ?…come Oro alla patria di Mussolini, fissato per la Giornata della fede il 18 Dicembre 1935?!…

Chi attende ancora la venuta del Signore, come parousia/ritorno, presenza divina, invece,  intorno alla fine del primo secolo d.C. , mira a  risolvere tutto in  un ammaestramento morale secondo quanto detto da Christos  che rileva  come la vedova  (definita non khhra ma auth h ptookhh),   anche se poveretta,  ha gettato  più di tutti (pleion pantoon ebalen toon ballontoon ), dando  una spiegazione divina –  solo un dio può vedere quanto versato e sapere la verità!- di quanto dato da tutti gli altri  (to perisseuon il superfluo) , rispetto al  versato dalla vedova che ha dato tutto ciò che ha, cioè tutta quanta la sua vita/ panta osa eiken, olon ton bion auths.

La conclusione di Marco è, dunque, che la poveretta dà tutto ciò che ha, mentre  tutti gli altri solo il superfluo, in una esaltazione dei poveri  rispetto  ai ricchi (condannati!), degli ultimi rispetto ai primi, in un rovesciamento delle situazioni, secondo la retorica delle antitesi.

Una facile lezione morale, amici cristiani,  puzza -tanto- di inganno, da parte del  nuovo sacerdozio christianos!

Gesù. Meshiah aramaico, methorios , politikos

Gesù fu un messia aramaico, methorios e politikos.

Ho già trattato il problema della regalità di Gesù aramaica,  e quindi del Makuth ha shemaim, ed ho puntualizzato la funzione methoria dei giudei ellenisti, oniadi,  in relazione al sistema trapezitario ed emporico (Cfr. Jehoshua o Iesous? Maroni,2003).

O methorios, da una parte, ed o politikos, da un’altra, sono due  tipici aggettivi  sostantivati che  sono stati  da me per anni connessi alla figura dell’ellenista giudaico- alessandrino, di cultura greca, in particolar modo all‘alabarca di Egitto, espressione di un’attività commerciale e politica  dell’ebreo nell’impero romano. In quest’ultimo decennio, ristudiando e rivedendo  la situazione del Malkuth alla luce delle indicazioni di Marco ( e di Matteo), mi sembra di poter/dovere correggere  la radicale impostazione precedente in senso aramaico del Messia  nel  corso del suo Regno, imprecisato nella sostanza, anche se determinato nella cronologia. 

Se si legge Marco (11,12,13)  è possibile rilevare da una parte l’aspetto della novitas  di Gesù aramaico,  che ha preso il tempio, che ha una sua neoteropoiia/politica nuova, dopo una stasis/rivolta vittoriosa, ma  non precisa la  provenienza della sua exousia/potere/ potestas, mentre ambiguamente  specifica, secondo i criteri zelotici, il suo pensiero  antiromano, senza provocare  dilacerazioni tra i suoi seguaci e senza tagliarsi i ponti per una ricucitura politica con la romanitas dominante, di cui c’è  traccia in ta Kaisaros apodote Caisari kai ta tou Theu Theooi, in un servizio  apparente a due padroni.

Gesù, methorios e politikos  è compatibile  nel periodo 32-36, in un momento in cui l’impero romano non si interessa alla situazione dell’area siriaca e siro-palestinese, mentre  l’impero parthico  sostiene il messianesimo, utile ora alla sua espansione fino al Mediterraneo in una ripresa della politica di Pacoro del 40-38 av. C., in un recupero dell’eredità achemenide e seleucide,

Il messianesimo giudaico autorizzava  Artabano III, collegato con Areta IV, re dei nabatei  e con Monobazo ed Izate,  re dell’Adiabene ad un  intervento militare antiromano  per la riconquista dell’Armenia e della Siria e della Celesiria  e alla definitiva rottura della siepe antoniana dei regni vassalli e delle tetrarchie, imposti dai romani alle popolazioni aramaiche (specie quelle di Erode Antipa, di Filippo)  e all’ abolizione  della provincia  di Siria e  della sotto provincia di Iudaea

A vittoria  conseguita,…  instaurato il malkuth,  purificato il tempio… il regnare era oltremodo difficile per il Messia:  c’erano problemi logistici di collegamento tra gli aramaici di due imperi diversi e c’erano  controversie decennali tra aramaici e  pagani greci e gli stessi giudeo- ellenisti,  c’erano perfino incompatibilità  religiose e commerciali tra i giudei ellenisti e i  greci pagani.

Il regno del Messia,  ricavato entro i limiti del confine romano, era di popolazione mista,  con una popolazione non inferiore ai 1.800.000, di cui gli aramaici formavano un nucleo compatto di 600.000  persone, ma la maggioranza era  quella costituita da  giudeo ellenisti e  da pagani (specie nelle due tetrarchie erodiane e in  Decapoli ,e lungo il litorale mediterraneo), mentre ancora  le forze parthiche occupavano la Siria e l’Armenia ed arrivavano fino al Mediterraneo…

Inoltre gli aramaici non predominavano nemmeno in Gerusalemme e nella Giudea, data l’alta presenza di giudei ellenisti che formavano la classe  dominante sacerdotale sadducea, gli erodiani e gli scribi, che   avevano il supporto dei sebasteni, truppe erodiane consociate come auxilia ai  milites romani,  che, inoperosi, erano nei castra  dislocati in molte postazioni non distanti dall’Eufrate. Inoltre tutta la regione della Giudea  era collegata  con quella di Samaria, di religione   scismatica,  che aveva  una propria Bibbia (Pentateuco e libro di Giosuè) e  con l’Idumea , che,  pur divisa tra aramaici e greci, aveva un consistente gruppo di  elementi di sicuro affidamento messianico, come anche la Perea e la stessa Galilea, da cui era partito il movimento, vincente,  di insurrezione messianica…

Le forze, dunque, del Messia, seppure insediato in Gerusalemme e  nel Tempio, non permettevano un governo della città  e delle zone occupate, circonvicine, secondo la rigida applicazione legalistica della Musar, cultura  aramaica: il sinedrio messianico doveva essere di  varia composizione e comprendeva sadducei,  farisei ed esseni,  erodiani e naziroi galilaici di varia estrazione sociale,  ed era subentrato a quello sciolto,  dominato dai sadducei e dagli erodiani  e  controllato dalle  potenti famiglie di Anano I  e del genero Kaifas (collegato con i cinque cognati,  Eleazar, Teofilo, Gionata, Mattia, Anano II – Per Flavio- che si meraviglia del fortuna del vecchio,  Ant. Giud. XX, 9.1 Anano fu molto fortunato . Infatti cinque suoi figli , dopo che lui aveva goduto dell’ufficio per un periodo piuttosto lungo, sono stati sommi sacerdoti-) e di Anania Boeto Canthera.

Infine il Regno secondo i confini erodiani  (cioè fascia costiera, l’ex tetrarchia di Filippo, la zona transgiordana)  era da conquistare,  come anche il titolo di maran  senza il riconoscimento di Tiberio  (come anche quello di Basileus con  il consenso di Roma)…

Essere Messia  comportava un tenere a freno i vincitori aramaici sia gerosolomitani, che galilaici che parthici,  e quindi  venire a patti con  gli  stessi sostenitori, limitati nella loro esuberanza vittoriosa, e nelle pretese di ricompensa legittima con le funzioni governative e le cariche  (cfr. Marco,10, 35-45), delusi nella spartizione del potere: Il pensiero riportato dall’evangelista non corrisponde alla situazione di accadimento ma  è  collegato con quella di scrittura domizianea ed ha valore anagogico e morale, in una   contrapposizione tra potere pagano dispotico,  per honores  e quello messianico per servitium /diakonia (cfr. l’uso di diakonos  in relazione a doulos   e il poliptoto diakonethhnai – diakonhsai al fine di mostrare l’exemplum di chi dà la vita per il riscatto di molti).

E contemporaneamente sottendeva curare i vinti  sadducei e erodiani e scribi, filoromani e i romani stessi  in quanto bisognava rispettare i greci e specie i giudeo-greci  che si erano arresi senza spargimento di sangue e che  si erano consegnati alla clemenza del vincitore  ed aumentare i rapporti con i giudei ellenisti specie di Egitto e di Cirenaica che avevano finanziato l’impresa, considerato l’immobilismo di Tiberio…

Il messia sapeva bene che le truppe romane erano  e nelle  regioni  a lui nominalmente sottoposte e  in Siria, dove il  contingente era  maggiore, anche se   le truppe  ora erano disorganizzate e  senza capi , specie, dopo la morte di Pomponio Flacco e la mancata rapida sostituzione da parte di Tiberio, più interessato all’eliminazione fisica  dei seguaci di Elio Seiano, -che aveva gestito la questione mediorientale, ed aveva posto  in Iudaea un suo uomo di fiducia, Ponzio Pilato- …

Ben si conosceva l’ attendismo  fatalistico  del vecchio imperatore, la politica, lenta nella rimozione dei  governatori. Tiberio raccontava l’apologo del ferito e delle mosche,  sentenziando che per un ferito era meglio sopportare le mosche vecchie che  ucciderle, perché, morte quelle che avevano a sazietà  succhiato sangue, sarebbero venute altre fameliche, avide: l’imperatore considerava i suoi governatori specie di nomina senatoria, agli inizi del mandato, avidissimi,  che però, si spegnevano col tempo, perché avevano raggiunto la sazietà  e potevano tornare dall’incarico provinciale con molte ricchezze tanto che, partiti poveri,  tornavano ricchi... (Cfr. Flavio ,Ant. Giud., XVIII,174-176). Celebre la  sua  massima:  è proprio di un buon pastore tosare il  gregge, non scorticarlo/ Boni pastoris tondère pecus, non deglùbere  (Svetonio,Tiberio XXXII).

La politica aramaica, immitis,  senza praoths,  barbaricamente violenta, di aggressione, non era possibile  come non era possibile seguire l’exemplum di Giovanni il battista,  la cui rigida vita di recabita, imponeva una dura osservanza della legge, una palingenesis una nuova vita col battesimo di purificazione ad Al Karrar (Betania oltre il Giordano), dopo un’attesa penitenziale ed addestramento militare: il messia, invece, doveva coniugare le tante anime dell’ebraismo e quelle  ellenistiche della società pagana,  per cui blanda era la sua interpretazione legalistica…

Infatti  Matteo (oltre che in 26,6 e sgg   circa il puro ed impuro ed unzione)   in 15,1 mostra, prima, che i discepoli di Gesù non seguono la tradizione degli antichi e nel mangiare  e nel lavarsi  e nell’onorare il padre e la madre  e poi  mette in evidenza Gesù che  definisce i  farisei ciechi e guide di ciechi...  Marco  aggiunge  in 18, 1 sgg un attacco dei seguaci di Giovanni, oltre che dei farisei, sul digiuno  non osservato dai discepoli del Signore   e in genere sul mangiare e bere con i peccatori, specie  con i pubblicani e specificamente  viene condannato lo sperpero,  in casa di Simone il lebbroso, di  unguento di nardo  e della rottura del vaso di alabastro  del costo complessivo di 300 denarii  (6000 euro circa;   si pensi  che a Giuda  vengono dati  30 denarii  circa 600 euro- il valore di un denario è di  quattro sesterzi  cioè di 16 assi; si noti che  con due assi si  può comprare un kg. di pane)

Insomma sembra che Gesù abbia un’altra gestione politica rispetto alla tradizione farisaica e alla  impostazione aramaica, giovannea, e che la sua deviazione sia  scandalosa e perciò marcata da oppositori seppure della sua stessa fazione….

Voleva forse  indicare altre possibilità, oltre a quella aramaica, ai suoi discepoli, pur rimanendo saldo il principio di fede giudaico e mosaico   di Dio solo padrone e padre di Israel ?.

Fu  quella stessa pretoria e censoria  di Erode Agrippa, convinto assertore di  una politica filoromana,  entro cui, però, doveva trovare spazio il giudaismo ellenizzato con le connessioni all’istanza messianica  aramaica !

Fu quella stessa  politica di Giacomo,  che nella sua figura di recabita e di  giusto tzadik, di baluardo del popolo aramaico  si faceva garante con i governatori filogiudaici (Fado, Tiberio Alessandro, Felice ) del comune  affare delle festività  ebraiche, assicurate nella loro regolarità,  lasciando aperto e il canale ellenistico e  quello aramaico, finché, cessata la collaborazione censoria e finanziaria  coi romani -ormai decisi ad estirpare   il cancro aramaico  ed ebraico ellenistico- riprendeva decisamente la politica  militaristica, esclusivamente aramaica, facendo sequestri ed  attentati  contro sadducei ed erodiani e contro i nemici romani.

La sua morte risultava  per Giuseppe Flavio l’inizio della fine del Tempio di Gerusalemme e di Gerusalemme stessa:  il giudaismo aramaico, fusosi con quello adiabene e mesopotamico, collegato con  quello idumeo, galilaico,  peraita e con gli ebrei scismatici  alessandrini  più intransigenti,-che erano stati rovinati della politica finanziaria dell’ultimo Nerone,- andavano alla  guerra contro i romani convinti che Davide  avrebbe vinto Golia  e che i più deboli avrebbero superato i più forti, sicuri che a Dio niente era impossibile e  che perciò  si sarebbe verificato miracolosamente  l’evento salvifico …

Si potrebbe,  dunque, inferire che  da Gesù derivi una doppia via operativa, mediante  due metodi diversi in relazione  alle 613 prescrizioni della legge utili  (sebbene in modi differenti)   a conseguire il benessere dell’anima e  quello del corpo?.

Ora,  siccome il popolo non ha la capacità di percepire  la natura delle cose spirituali, espresse in  forma esplicita o forma metaforica, allora per ogni massa occorre fare le correzioni delle condizioni di esistenza,   cosa che si consegue solo con l’eliminazione dei torti reciproci,  da una parte,  impedendo all’individuo  di compiere la propria volontà e  allontanando  le mete alla portata delle specifiche capacità, costringendo a fare quanto è utile alla collettività e, da un’altra , formando costumi utili alla comunità  tali da rendere la città ordinata.

Il benessere dell’anima non si consegue se non si raggiunge quello del corpo: si vuol dire cioè che bisogna assicurare lo stare bene  nella migliore salute, avendo tutte le cose necessarie a vivere  (casa  famiglia, cibo, denaro,  ogni cosa buona ed  utile al soddisfacimento degli appetiti umani)  non solo per un individuo o gruppo familiare ma per una comunità politica, perché l’uomo  è un animale  per natura  razionale  e politico, un vivente consociato che pensa prima alla propria sussistenza personale  poi a quella dei famigliari ed infine agli altri, come prossimo, facente parte dell comunità,  con cui condividerà  le cose, anche se  teso ad un  vantaggio, comunque,  sempre proprio.

Il benessere dell’anima  è di ben altra forma,  in quanto si cerca iniziando il proprio percorso  purificandosi col rifiuto  della pars corporale  (tengo presente il sistema sia degli Esseni che dei Terapeuti che  si disfano di ogni patrimonio e lo cedono a  parenti)  allontanandosi dagli altri e vivendo in comunità o in solitudine, tendendo  a sviluppare la razionalità  in atto, con un intelletto in atto, in un’ ansia e volontà di conoscere  tutto ciò che è possibile e tutti gli enti, in ragione  della perfezione ultima/teleioosis ,  che non consta di azioni o di costumi, ma solo di opinioni, come risultanze di una speculazione razionale  e  come conferma  di uno studio fatto.

Maimonide,  a proposito della legge e della perfezione ultima,  dice: la legge di Mosè nostro maestro  ci dà il vantaggio  di entrambe le perfezioni insieme: ossia crea le condizioni  migliori in cui  gli uomini possano vivere   gli uni con gli altri,  eliminando l’ingiustizia, e concedendo un carattere  nobile e virtuoso, così che gli abitanti del paese possano sopravvivere e perpetuarsi  secondo un unico ordine, affinché ciascuno  di essi raggiunga la sua perfezione prima, e le credenze  e le opinioni  corrette con le  quali  si raggiunge la perfezione ultima  (Cfr.la Guida dei perplessi, a cura di M. Zonta, Utet,,2013).

Quindi per Gesù maran  assicurare la giustizia  con tutte le condizioni politiche  è il primo compito, anche se  impossibile da realizzare in una comunità  composita, per dare un benessere corporale  …

La musar contempla di  fondere  le due perfezioni dando rilievo prioritario a quella corporale senza la quale non è pensabile nemmeno l’intelligibile benessere spirituale,,.

La paideia insegna philanthropia, ad essere uomo, ad  amare l’uomo come altro se stesso (Homo sum: humani nihil  a me alienum puto  Terenzio, Eautontimoroumenos ,77) in un adattamento  in situazione  e  a superare la prova/ ostacolo in relazione al proprio ingegno,  ad essere faber del proprio destinovivendo  moderatamente, secondo natura e  ragione, conseguendo uno stato  di eudaimonia in quanto anhr theios, capace di discernere tra le cose che esistono, e quelle  che dipendono da noi,  quelle che non dipendono da noi, servendosi della proairesis.

Questa  distingue, secondo la cultura stoica, i  fatti nostri  e li sottopone ad un razionale controllo  (giudizio di valore, impulso ad agire , desiderio, avversione, amore e ed ogni altro sentimento) da quelli non nostri  ( i nostri averi, le opinioni che gli altri hanno di noi, la cariche pubbliche ,  qualsiasi cosa  che non dipenda da noi esseri umani, ma da cause esterne).

Ora, Gesù regnando su ebrei e pagani, con un Tempio da gestire, un tesoro senza pari, con alleati armati  entro i propri confini e con nemici invasori, vinti, ma ancora sul proprio territorio, doveva per forza  praticare una politica di moderazione, quindi impostata sulla metrioths e non sulla ferocia barbarica.

Noi abbiamo cercato con pazienza, in tanti anni di  studio, i segni di una politica nei vangeli sinottici di  un Gesù Methorios, uomo al confine tra due regni, un aramaico moderato, che ha insegnato una doppia via, una seguita dal fratello Jakobos,  quella naziroa del Malkuth ha shemaim, ed una da Shaul  Paulus ed evangelisti,  che  hanno,  poi,  a seconda delle  situazioni,  sviluppato  in modo personale, l’eredità politica e  spirituale del  Maran, Re/Maestro, martire aramaico.

Da lui dunque derivano  e la via seguita da Giacomo  e dagli aramaici, che vanno ciecamente, fiduciosi solo  in Dio, alla guerra, alla distruzione  del Tempio , ed arrivano, dopo la rivolta del 115-116, allo sterminio con Shimon bar Kokba –  e quella dei Christianoi antiocheni e di Paolo che, seguendo la metriotes, fondendo  musar e paideia, tradizione ebraica e pagana, rompendo con la sinagoga- inquisita  e condannata dalle autorità- hanno una loro possibilità di sopravvivenza nel territorio romano, nonostante le differenze di lettura,  a seguito di skimmata ed erides ecclesiali, della medesima lezione del Signore e sopravvivono secondo  una propria gerarchia, greca, in relazione alle zone di diffusione della Basileia tou Theou.

Giacomo, dopo un lungo periodo di connessione con i prefetti romani,  irrigidisce la sua politica, specie negli ultimi anni di governatorato di Felice  nell’interpretazione integralista mesopotamica  del pensiero del fratello  a seguito della scoperta dei piani di distruzione romana dell‘ etnos giudaico,  mentre Paolo  e gli evangelisti  seguono l’indirizzo moderato di comunione tra giudei e pagani e  costituiscono   su una struttura retorica  una nuova base teologale e celebrano il mito di Gesù (figlio di Dio e di una Vergine, che,   venuto in terra  per redimere il mondo  dal peccato originale, ucciso dal suo stesso popolo,  risuscita)  e lo rievocano  con riti  come modello di vita e lo considerano nomos empsuchos.

Vediamo, dunque, come Gesù sia stato per ambedue le vie una guida ..

Non è facile seguire la doppia indicazione di Gesù (cosa  che richiede esami tecnici linguistici e storici):  in questa sede portiamo solo alcuni esempi di moderazione  politica che ci autorizzano a definire il Messia o politikos  Cfr A Filipponi, Giuseppe o il Politico , eBook Narcissus 2011) e trascuriamo tanti altri.

Scegliamo, tra i tanti,  due episodi, quelli più famosi, tratti da Marco.

ll  primo  (11,27) racconta di Gesù  che, tornato a Gerusalemme per la terza volta, passeggia nel Tempio  (viene usato il termine peripateo , aristotelico che indica un camminare e discutere con altri  forse nel cortile dei gentili  ), come uomo, che vincitore, domina la scena  col suo seguito di naziroi…

Il passeggiare  sottende  che già ha fatto l’ingresso trionfale, davidico, in città, seduto su un puledro, tra gli osanna popolari, ma a sera del giorno del 7 nisan, periblepsamenos tauta avendo attentamente guardato intorno le cose, ecselthen eis Bhthanian metà toon doodeka uscì in direzione di Betania con i dodici.

 Peripatein sottende anche  il possesso del tempio  da cui ha scacciato quelli che comprano e vendono, avendo rovesciato i tavoli  dei trapeziti, cambiavalute, e  banchi dei venditori di colombe  facendo da despoths queste azioni e rimproverando,  secondo i logia di Isaia (56,7) e di Geremia (7,11)  che il tempio è diventato una spelonca di ladri  quando è un luogo di preghiera ed impedendo di portare oggetti attraverso l’area templare.

L’evangelista, quindi, implicitamente  dichiara che Gesù ha svolto la sua funzione militare avendo non solo  exousia  strategikh/potestas praetoria ma anche h toon dhmàrchoon exousia / potestas  tribunicia.

Queste cose erano state fatte  (si rilevi che poieoo è verbo molto difficile da intendere  e che ha molti valori dal generico fare a creare di Dio kosmopoihths)  il giorno 8  di Nisan e i  sommi sacerdoti e gli scribi volevano ucciderlo, quando Gesù era nel cortile degli ebrei, ma temevano la folla: Gesù era andato via ed era tornato otan opse  egeneto, quando giunse la sera,  in una zona tra Betfage e Betania, il suo centro militare operativo.

Il giorno dopo , 9 Nisan,  stando Gesù nel cortile  dei gentili (non era entrato ancora in quello degli ebrei), mentre passeggia (con la Thiara parthica?!),  si presentano i sommi sacerdoti, gli scribi e gli anziani, insomma il sinedrio al completo, filoromano e chiedono: en poia ecsousia (dativo singolare, con alfa ed iota sottoscritto) tauta poieis; con quale potere  fai questo? ed aggiungono per meglio precisare la domanda  h tis soi edooken thn ecsousian tauthn ina tauta poihis /o chi ti ha dato il potere di fare questo?,

La domanda, pur duplice, è una in quanto la seconda è pura richiesta del nome del datore di ecsousia, che tutti conoscono, ma  non dicono e vogliono invece che Gesù lo dica espressamente.

Insomma si fa una richiesta ufficiale: chi rompe l’ordine stabilito nel  tempio stesso? con quale autorità lo faccia? Qui non si parla di autorità religiosa, di parola, di  disputa …

Le due precise domande sono fatte a chi ha turbato la normalità commerciale del tempio e quindi sottendono  la presenza armata  di chi ha preso militarmente  il tempio,  annientando anche la guarnigione romana sulla Torre Antonia e le truppe  templari  col loro strategos.

La prima domanda sottende che Gesù ha  potestas  sul popolo (ochlos) – i leviti, il piccolo  e medio sacerdozio, gli artigiani  e i militari zelotai   che l’acclamano meshiah  e che  riconoscono in lui i segni della elezione divina  dellunto del signore; la seconda è in relazione all‘ecsousia politico-militare, tipica del popolo romano cioè dell’imperatore e del senato -dai quali dipende la provincia di Iudaea col Tempio di Gerusalemme-  e fa intendere  che si conosce  il  sostegno straniero (quello di Artabano III e di Areta IV) e si vuole una dichiarazione  pubblica della  reale autorità messianica.

Dunque il sinedrio  esige  una  risposta  politica, pubblica,  da chi ha interrotto la normalità del Tempio gestito dai sadducei, protetto dai milites e  dal diritto/ Ius romano.

Gesù si mostra o politikos , un politico abile nella comunicazione, diplomatico: non risponde alle domande, ma ne fa un’altra marcando sempre il termine  ecsousia  e pone una condizione, (con un periodo ipotetico di II tipo) in tono imperativo: se mi risponderete, vi dirò con quale potere faccio queste cose: to baptisma to Jooannou ecs ouranou hn h ecs anthroopoon; apokrithte moi/ il battesimo diGiovanni era dal Dio o dagli uomini? rispondetemi.

E’ una sfida al sinedrio!  c’è coscienza  da parte del Messia di avere in pugno la situazione politica e di essere il vincitore, a cui i settanta  devono piegarsi, allinearsi, inchinarsi – anche perché rischiano la vita – e dichiarare ouk oidamen/non sappiamo, costretti a professarsi ignoranti  davanti al popolo e quindi  a rassegnare le dimissioni…

E’ la massima umiliazione per un sophisths: un maestro di vita  che non sa, perde  il diritto di guidare ed ogni dignità, che deriva dalla  saggezza profetica!…

E’  ammissione pubblica di non aver riconosciuto i segni della missione divina di Giovanni, della sua ecsousia celeste,  di averlo lasciato solo davanti al potere romano ed erodiano, di averlo così condannato a morte …

Il ragionamento del sinedrio, anche se  individuale,   presuppone già nel verbo dialogizoo una febbrile attività interiore razionale, al fine di una soluzione possibile  all’aut aut  del Christos,  con la pressione imperativa dell’immediatezza della risposta.

La coscienza che qualsiasi  delle due risposte sarebbe stata non giusta  ed avrebbe avuto ripercussioni sulla stessa  incolumità sinedriale, aumenta l’incertezza  dei singoli e determina la confessione di ignoranza, unica possibilità di reale salvezza.

Infatti per l’evangelista  ognuno degli oppositori,  che pur desiderano la risposta ufficiale, da inviare  al senato e all’imperatore  romano, ha la coscienza di correre un pericolo mortale o da parte del Messia o da parte del popolo: dire che il battesimo di Giovanni era dal cielo significava  ammettere  davanti al Signore, annunciato dal precursore, la propria colpa e  confessare di  non essere uomini di Dio, ma suoi nemici e quindi  giustificare la condanna a morte in quanto menzogneri; dire che derivava dagli uomini, equivaleva ad  una condanna alla lapidazione popolare  perché Giovanni era considerato propheths.

Un vero politico è Gesù che realizza i sogni dei suoi seguaci aramaici, vedere umiliati e rei confessi i nemici, ma  moderato nella vendetta, come un ellenista  che si rifugia  nel rifiuto di comunicazione con uomini non degni, menzogneri! Infatti dice: neanche io dico con quale autorità faccio queste cose.

Matteo (21,23-27)e Marco  dicono sostanzialmente lo  stesso pensiero e  scrivono la stesse parole  oude egoo legoo umin en poia ecsousia tauta poioo, mentre Luca (2.1-8) fa una premessa  su Gesù che in quei giorni istruisce il popolo nel tempio ed annuncia la buona novella, per cui il resto del racconto, seppure simile a quello degli altri evangelisti,  assume un valore solo morale.

Il secondo episodio (Mc12,13-17), è quello che più di ogni altro mi ha fatto perdere sonno (cfr. Il tributo a Cesare in Jehoshua o Iesous ? cit. pp. 173-179)

Il vecchio sinedrio non ha  più potere in Gerusalemme  e Gesù ne sta formando  uno nuovo.

Da oppositori nascosti, dopo la paura del precedente incontro,  vengono inviati al Signore/Despoths  farisei (di cui non si conosce il preciso indirizzo- di norma  i farisei sono molto fedeli al Messia-) ed erodiani, intenzionati a comprometterlo ulteriormente  coi romani.

Questo è l’effettivo valore della  proposizione finale ina auton agreusoosin logooi in quel cotesto e in quel contesto: il verbo agreuoo è dell’area semantica della pesca ( o caccia)  ed indica un pescatore/cacciatore agreus  che con rete  (o amo o laccio) fa preda (agreuma): quindi qui si vuole prendere  al laccio il Messia  con qualche parola (logos)  da riferire ai mandanti romani.

I richiedenti sono politici, uomini che sanno conquistare  il proprio interlocutore  con la retorica ed usare la  captatio benevolentiae  e che lo chiamano maestro (didaskalos /rabbi non è dell’epoca tiberiana!) Despoths /maran, affermando di sapere (oidamen) che lui è  alethhs (non menzognero),  che non guarda in  faccia  gli uomini   e che segue la via  di Dio secondo verità: essi, seppure retoricamente, prima professano di riconoscerlo come Messia e poi chiedono: ecsestin  dounai khnson kaisari  h ou;  doomen h mh doomen;

La domanda è come quella di Gesù precedente: si può rispondere solo si o no  e la risposta ha valore di una dichiarazione di guerra se negativa, se è positiva ha valore di  negazione dell’impresa  messianica, di fine  del Malkuth ha shemaim e ritorno alla normalità di soggezione alla romanità con la conseguenza della lapidazione del menzognero che ha tradito le attese popolari.  

Diamo o non diamo ? come congiuntivo esortativo, in forma interrogativa ha  significato pratico finanziario  che necessita di un’azione concreta di sborsare telein  (non dounai azione sponta nea!)quanto dovuto al senato e all’imperatore: o si dà il dovuto a Cesare  e si  torna sotto il controllo della  censura romana e dei pubblicani;  o non si dà  il denario perché già moneta impura  in quanto ha l’effigie di Cesare, non toccabile per il giudeo puro ,  che non si serve del denario o, caso mai , usa siclo e suz  (con l’implicito ritorno dei banchi dei cambiavalute) e si riprende lo stato di belligeranza, dopo la pausa della purificazione del tempio…

Dato l’uso della prima  persona plurale doomen h doomen? sottende un ravvicinato colloquio tra chi chiede  e chi deve rispondere, un guardarsi negli occhi di emittente e ricevente e tutti quelli che seguono le due parti   coinvolte emotivamente nella stessa drammatica azione, e risulta un confronto, quasi un diretto incontro-scontro, tra  avversari (non nemici)…

Sono, dunque, concrete domande in relazione al modo di comportamento quotidiano coi pubblicani,  che implicano la volontà di conoscere il  reale pensiero del Meshiah,  che ha ecsousia tamieutikh potere censorio…

Bisogna vedere  che Gesù  sta  col nuovo  strategos del tempio e con il tamias  amministratore  e quindi anche col suo clero fedele di esseni  che, hanno sostituito i sadducei. Non  deve sorprendere in tale situazione la richiesta di portare un denario  al suo interlocutore, che è in febbrile attesa con gli altri farisei, intenzionati, anche secondo Matteo,  a prenderlo in trappola mediante la parola (Pagideusoosin en logooi)!

Il problema sulla liceità  del tributo romano e sul dovere giudaico del pagamento comporta da una parte l’esclusione  dal cleronomos  dei figli con  scelta di un altro popolo eletto e da un’altra la fine del pensiero theocratico  di Dio Padrone unico di Israel, proprio ora che c’è il Meshiah, che è stato instaurato il Malkuth ha shemaim...

Ogni uomo presente nel cortile degli  gentili si attende, invece,  un solenne pronunciamento e quindi che il meshiah  sancisca definitivamente  il diritto ebraico del cleronomos  ed abolisca  il dovere pagare il tributo ai romani, come aveva fatto Giuda il gaulanita….

Gesù, incurante dell’ipocrisia farisaica  e della malizia,  comanda che gli sia portato il denario per vederlo (pherete moi dhnarion ina idoo).

Gesù osserva, (senza toccarlo) il denario  con la testa di Tiberio laureata e volta a destra, e  legge l’iscrizione TICAESAR DIVI C AUG. F AUGUSTUS  e forse (per prendere tempo) vede (dopo averlo fatto girare)  anche il retro con la figura di Tiberio che guida una quadriga   e che ha nella mano destra un ramo d’alloro  e nella  sinistra uno scettro con aquila,  con sotto scritto  gli anni  del pontificato massimo  e quelli del suo regno.

La domanda tinos h eikoon kai h epigraphh; di chi è questa immagine e l’iscrizione ?, scontata,  è stata per secoli  letta dai Christianoi come fatta non secondo l’epoca  tiberiana,  ma  secondo  quella flavia quando il tempio non esisteva più  e già Vespasiano aveva  stabilito un nuovo tributo  fiscus iudaicus da versare conglobato, nel fisco imperiale …

La valenza significativa è diversa  a seconda dei tempi, specie se c’è stata la stasis vittoriosa messianica: non si può leggere la  risposta di Gesù come accettazione del potere romano  e come suddivisione di campi  come  frase  che sancisce  un doppio servitium ad una doppia autorità,  distinta in una umana e in una divina, paritariamente, da parte di un Messia, spirituale, figlio di Dio; si deve leggere invece  come una risposta di un politikos che nel  contesto templare,  da Meshiah,  che è entrato trionfalmente in città ed ha preso il tempio, ed ora, dopo la purificazione, in un clima festoso,  mostra  clemenza e moderazione, a vittoria conseguita.

La richiesta del denario è in relazione alla già studiata risposta, spettacolare,  tanto da destare meraviglia  in tutti (ecsethaumazon), come segno di una diplomazia politica, tesa a non  tagliare ogni ponte  col potente nemico, momentaneamente sconfitto, date le infinite risorse finanziarie economiche e militari  dell’ imperium romano…

C’è coscienza della propria precaria situazione regale, methoria rispetto ai Parthi e ai romani…

C‘è una logica  di rispetto per i romani, con una coscienza della propria propria  missione ancora da ultimare;  rinviare, quindi, è atto  astuto  che permette d i  soprassedere  e procrasticare  circa la liceità e il  gioco -antitetico – del pagare (telein ) o non pagare.

Da  politikos,  Gesù  sa bene che il suo Malkuth  è uno stato vassallo, associato all’impero parthico, non riconosciuto da Roma  e quindi è abile a lasciarsi uno spazio  diplomatico per eventuale tregua  in attesa di  avvenimenti, da opportunista eukairos,  capace di tranquillizzare i  suoi irriducibili galilei  integralisti con un sguardo di intesa e di complicità, negante perfino  quanto si dice espressamente per convenienza politica: la parola contraddice l’azione e l’azione la parola.

D’altra arte non si espone coi suoi detrattori politici  che cercano  materiale  orale da inviare  al senato romano e all’imperatore, come atto di accusa  connesso con  gli accadimenti dei giorni pasquali: la sua  doppiezza nasconde sotto  l’ufficialità del detto ambiguo  tutta la tradizione di odio aramaico  secolare  contro Roma, sottesa  nello Shema  basata sul  timore di un solo signore, immortale .

Il breve scambio  domanda-risposta  tra il Messia e l’interlocutore sintetizza la conclusione rapida della discussione  e la tronca  (Tinos h eikoon auth kai epigraphh?.. Kaisaros)  bruscamente – con tono autoritario – una doppia frase iussiva, strutturata secondo una perfetta simmetria  con ellissi  di apodote nel secondo membro  della proposizione coordinata che  è giustamente diventata apoftegma  di rara efficacia morale, mirabile per la società cristiana- abile opportunisticamente  a servire ora l’uno ora l’altro- .Ta kaisaros apodote Kaisari, kai ta tou theou tooi theooi è ancora oggi di attualità…

Dunque, si può dire che Gesù dimostra ha una sua abilità politica, congiunta ad una  retorica basata sul gioco dell’equivoco e   dell’ambiguo,

Gesù  segue il modello di Areta IV, che agli inizi del regno, domina sui nabatei senza il  riconoscimento romano, poi si avvicina a loro tanto da essere riconosciuto come socius  ed infine  accoglie come ospite e Petra sia Germanico, che ha  imperium proconsulare maius per  l’Oriente,   che Pisone, governatore di Siria, anche se rimane sempre ambiguo nella sua politica?

L a politica di Gesù e quella di Areta IV possono essere in relazione specie dopo la fine del matrimonio venticinquennale di sua  figlia Dasha, ripudiata da   Erode Antipa, per sposare sua nipote  Erodiade sorella di Erode Agrippa, a seguito della decapitazione di Giovanni?..

Il vecchio monarca  seguace  del Giovanni il battista fu  guida politica anche per Gesù?: Tiberio inviando nel 35 in Siria  Lucio Vitellio gli dà mandato di punire Artabano  III e di portargli  vivo o morto la testa di  Areta….

Gesù, o politikos, inoltre non si vede  nel colloquio con Pilato? cfrMatteo 27,11; Marco 5, 2-15 , LUCA 23, 2-5.  Alla domanda  del procuratore  Su  ei o basileus toon iudaioon; tu sei il re dei giudei? Gesù risponde su legeis tu dici  (cf.  Pilato in Jehoshua o Iesous?pp.231-235, cit) da aramaico  atta amarta/tu dicis (latino) ribadendo quanto detto dall’inquisitore senza intenzione personale di positiva dichiarazione:  il giudeo sa quanto è inviso il termine basileus in Roma e quanto complesso sia invece il termine meshiah per un goy/pagano, che non può  comprendere la struttura intima della connessione di ieroosunh sacerdozio  con l’unzione regale  giudaica…

 

Betsaida o Cafarnao?

Per un pescatore aramaico era più conveniente vivere a Betsaida o  a Cafarnao, in epoca Tiberiana?

Betsaida, era, sotto il regno di Erode il Grande 38 a. C. -4 a.C,  un paese, i cui  abitanti erano  quasi tutti  agricoltori e i pochi, che facevano i pescatori,  stentavano a campare.

I pescatori erano  ebrei  di lingua aramaica,  che avevano una barchetta, lasciata sulla spiaggia,  fissata alla meglio, ed avevano legami stretti con le popolazioni della Traconitide e della  Gaulanitide  e tramite queste, con i correligionari  Parthi, stanziati oltre Il confine dell’Eufrate.

Probabilmente a Betsaida  i giudei erano analfabeti ed avevano solo una tradizione orale biblica (Torah she be’alpé): avevano avuto un’istruzione sommaria ad opera di  maestri  di sinagoga, dal periodo di Giovanni Hircano, (re asmoneo dal 134-al 104 a.C) che avevano fissato  le prescrizioni  più importanti, che venivano  ricordate nel corso delle preghiere giornaliere dal Kohen ( per pregare bisogna essere in almeno dieci persone-minian-, oltre a colui che intona Shema , Israel, Adonai elohenu, Adonai echad )…

I giudei, pescatori,  stazionavano  sempre sulla rive del lago di Gennezaret, che  era abbastanza lontano dalle case (circa 2 km) e  normalmente depositavano il pescato  nell’altra sponda, oltre il Giordano,  dove correligionari compravano il loro pesce perché formavano una comunità  ebraica,   che  aveva depositi  per l’affumicatura,  per la essiccatura e per l’imbarilamento.

Alla morte  di Erode il Grande,   Betsaida era toccata in eredità  a Filippo, il figlio di Cleopatra gerosolomitana, che  aveva avuto Traconitide, Iturea, Paneas, Auranitide e Gaulanitide;   ad Erode Antipa figlio di Maltace samaritana, erano capitate Galilea e Perea,   col titolo di Tetrarca  per entrambi , mentre  Archelao altro figlio di Maltace,  oltre il titolo di Etnarca,  aveva il potere su ogni altra parte della provincia di Iudaea, tranne la costa mediterranea, concessa a Salome, sorella del grande Re.

Questa divisione divenne un male per i pescatori di Betsaida specie dopo che Archelao nel 6 d. C. fu esautorato da Augusto,  che  creò la  sotto provincia di Iudaea, (Idumea, Samaria e Samaria ) alle dipendenze di  un procuratore imperiale, sottoposto al Prefetto di Siria.

Ora i pescatori dovevano pagare  se volevano passare il confine  del Giordano,  perché entravano sotto la tetrarchia di Erode Antipa,  che imponeva una tassa, concordata  col procuratore romano,il quale aveva stanziato  una guarnigione militare all’uscita da Cafarnao,  per proteggersi da pericolose congiunzioni ed alleanze tra aramaici , vista la rivolta di Giuda il Gaulanita, di recente repressa.

I pescatori dovevano pagare una tassa  quando si  attraversava il confine tra la tetrarchia di  Erode Antipa e quella di Filippo  al centurione, comandante della postazione.

Andrea e Simone,  figli di Giona (Johanan), oltre a Filippo, aramaici,  emigrarono da Betsaida, quando il paese s’ingrandì e  divenne Iulia, una città costruita per ordine del tetrarca,  divisa  in cardo e decumanus , come  i castra romani,  chiamata così in onore di Giulia Livia moglie di Augusto, morta nel 29 d.C,  dove confluirono molti  ellenizzati, chiamati dal Tetrarca  a colonizzare la sua città, come stava facendo il suo fratellastro con Tiberiade, chiamata così in onore di Tiberio,  quasi nello stesso periodo.

Mentre nelle due sponde del Lago ferveva il lavoro di costruzione delle due capitali, -ordinate dai figli  di Erode  come esaltazione del nomen di  Roma e come gratitudine  per la  domus  imperiale –  e le città prendevano forma ad opera dei qainiti,- mastri muratori che operavano con le loro squadre, pagate in sesterzi,   a dimostrazione dell’avvenuta ellenizzazione della zona-, i figli di Johna con Filippo  passarono dall’altra parte del lago.

I tre emigrarono  anche per convenienza, oltre che per la necessità di separazione dai goyim,- considerata l’integrità morale dell’aramaico  galilaico- e si stanziarono a Cafarnao, divenendo sudditi di Erode Antipa e non pagavano più il pedaggio sul pescato.

Erode Antipa intorno al 26 d.C. tendeva anche lui ad ellenizzare il suo popolo di Galilei e di Peraiti (abitanti di Perea) e perciò, dopo la costruzione della sua capitale e del trasferimento degli archivi da Sepphoris, aveva  costituito  nuovi  grandi depositi  sia  a Cafarnao che a Tarichea/Magdala per  la conservazione del pesce, messo in barili,  affumicato o in salamoia.

Il Giordano alla confluenza col lago  ora era il confine settentrionale    tra le due Tetrarchie erodiane, e a Cafarnao c’era la sede degli uffici doganali (Mt 9,9)  con una piccola guarnigione  militare alle dipendenze di un centurione  (Mt 8,5), che controllava le carovane che venivano dal Monte Hermon. e da Cesarea di Filippo (Banias), dove c’era il santuario di Pan,  in marmo bianco, dedicato da Erode il Grande ad Augusto.

La facciata  del tempio, che era  su una sporgenza rocciosa  su cui erano scavate una grotta  e tre nicchie (in quella centrale c’erano iscrizioni), potrebbe essere quella rappresentata nelle monete, coniate da Filippo   col frontone,  sostenuto da quattro colonne … Ora, nella nuova sede,  i figli di Giona e l’amico, nonostante l’aramaicità, conclamata,  risiedevano con le rispettive famiglie vicino al lago  ed erano in rapporti con ellenizzati (anche loro   già   dovevano essere uomini ellenizzati, considerati i nomi specie di Andrea e di Filippo, -ma anche quello di Petros Cepha -).

Il trasferimento, anche se non si sa l’esatta epoca,   sembra, dunque,  essere più motivato da interesse che da  fattori religiosi, più da una esigenza  sociale che  di una ricerca  spirituale  in uomini che cercavano di sopravvivere  in uno stato di  chiara povertà ed anelavano ad un miglioramento del tenore di vita, considerate le famiglie dei tre, che formavano un nucleo di almeno  quindici  persone ( se è vero che Pietro aveva- secondo la tradizione cristiana-   con sé moglie e cinque figli !), visto il transito di persone  e di carri, scortati da milizie  parthiche – secondo trattati tra Il re dei re e l’imperatore romano –  per il trasporto della doppia dracma al Tempio e il libero  passaggio di pellegrini, considerata   l’attività commerciale di Cafarnao e  la presenza di una sinagoga,  rispetto al sistema agricolo della vecchia Betsaida.

La posizione geografica , a nord ovest del lago,   ai confini tra la tribù di Zabulon e Neftali,  faceva  di Cafarnao uno snodo stradale di grande rilievo  nella Via del Mare  che  congiungeva Damasco col Mediterraneo.

Già Isaia (9,1, ) (Il popolo che camminava nelle tenebre / vide un grande splendore /su chi abitava in una regione caliginosa  rifulse la luce ) per la tradizione cristiana  prevedeva l’irradiazione  dell’idea messianica da Cafarnao, da cui sarebbe sorta la luce  proprio dalle tenebre del paganesimo galilaico.

Così  J.Murphy- O’Connor, La terra santa , CED 1996, p..2O5 descrive  Betsaida.

Il sito si trova a 750 metri a nord dell’incrocio per Betsaida  sul lato ovest  della strada 888… (area destinata da un parco nazionale).. si tratta di una casa  di 430 metri  risalente al II secolo av.C.-I sec. d.C.,costruita intorno ai tre lati di un cortile lastricato  metri 13,5 X7 : vi sono quattro piccole stanze dalla parte nord, una cucina con due forni  dalla parte est  ed una sola grande stanza dalla parte sud . Sparsi in queste stanze  sono stati ritrovati un amo da pesca pesi di piombo per le reti, ed un ago di bronzo curvo  che potrebbe essere  stato usato per fare o riparare una vela. E’  difficile non concludere che  quella fosse una casa  di una famiglia di pescatori.

Anche Marco (1.16) tratta  di famiglie di pescatori sia a Betsaida che  a Cafarnao (Kaphernaum). Non c’è da stupirsi, dunque,se più nuclei familiari vivano in una stessa casa  di simili dimensioni e con un cortile lastricato di metri 94,5.

Marco 2.1 e Matteo 9.1 sembrano considerare Cafarnao come la  città di Gesù, destinata ,  comunque,  a precipitare  all’inferno  per la sua incredulità ai miracoli  (Matteo 11,23, Luca 10,15)...

Il paese si estendeva lungo il fronte del lago  per circa 500 metri e doveva   essere, comunque, povero  perché popolato  da agricoltori e in maggioranza   da pescatori  che, nonostante la cooperativa, erano schiacciati dalla concorrenza con Magdala/Tarichea a sud del Lago.

Forse per questo motivo  la sinagoga fu fatta da un pagano, quel Cornelio centurione,  di cui parla Matteo 9,9., un militare di stanza nella zona da anni (la ferma all’epoca era di 26 anni),  un convertito un circonciso, uno strano miles, che  serviva due padroni (Jhwh e l’imperatore)   che amava  la Torah,  senza disdegnare il suo dovere nei confronti dell’impero, in un zona  dove lo spirito guerriero  antiromano  era alimentato  dai Farisei che predicavano il Timore di Dio, ricordando  che l’ebreo  aveva un solo Signore,  immortale!

La zona era sicuramente dominata da ebrei  aramaici   prima della fine del Tempio, ma anche dopo il 70 d.C,  nel periodo  che precede l’impresa di Shimon bar Kokba (132-135) e  pur dopo, fino all ‘epoca di Teodosio, considerati i rapporti con l’area mesopotamica…

Non è da accettare, comunque,  la notizia del 374 di  Epifanio di Salamina (315-403)  che in De Ponderibus et mensuris – ed. Migne II ,259-60 (dove tratta  nella terza parte delle località cristiane, -cosa che ribadisce in Panarion cassetta di medicazione, in cui mostra  60 eresie cristiane e 20 precristiane-)  scrive:  a Cafarnao  si proibiva  di vivere  e  si vietava perfino l’accesso ai gentili, ai samaritani e ai  cristiani.  Forse il cristiano- la cui prima opera  è tramandata  totalmente solo in siriaco,  mentre in greco esistono la I parte e frammenti della II -, si riferisce   solo al periodo traianeo ed adrianeo  perché i testi rabbinici  poi parlano  di normali relazioni fra ebrei e le altre popolazioni…

Infatti si sa che la città si estese, dopo la galuth adrianea, – molti giudei di Iudaea  si  stabilirono a Cafarnao –  verso la collina  e ciascuno aveva i suoi luoghi sacri come testimonia Egeria (una ricca ispanica o gallica)  nel resoconto della sua visita al paese fra il 381 e 384 in Itinerarium Aegeriae (o Peregrinatio Aeteriae):  a Cafarnao la casa del principe degli apostoli è stata trasformata in una chiesa che possiede  ancora i propri muri originali…Lì c’è anche la sinagoga  dove il signore guarì un uomo posseduto dal demonio.  L’ingresso è in cima di molti gradini ed è fatto di pietra lavorata …

La condizione di vita galilaica era  mutata, comunque,  dopo la morte di Filippo, con Erode Agrippa, nominato  prima tetrarca da Caligola  al posto dello zio, e poi dopo la nomina a tetrarca di Galilea e Perea,  Rex Iudaeae ad opera di Claudio, che così  riuniva tutti i territori dell’ex regno di Erode il grande  e quindi esentava  da tasse tutti i suoi concittadini. (Cfr. Giudaismo romano,II ).

Per oltre tre anni (41-44) la comunità di Cafarnao,  sotto l’amministrazione di Erode Agrippa, dovette fiorire,  dato il libero commercio tra le parti riunite  del mondo giudaico e i rapporti sia con la Nabatea e le altre province vicine, interessate e al pescato e al sale e al commercio di  balsami  di Gerico, trasportati da barche galilaiche.

Il commercio fu meno fiorente  solo rispetto al  periodo 32- 36 d.C. all’epoca del Meshiah: dopo l’evento del Malkuth  ha shemaim, con Jehoshua maran/re  per quasi 5 anni a Gerusalemme, dopo la resa di ogni città lungo il percorso, dopo la pacifica entrata e la conquista del tempio, nonostante la difesa dei milites della fortezza Antonia  ( Cfr.  Jehoshua o Jesous? ) Cafarnao  e la sua Comunità erano  celebrate come la luce  nelle tenebre, come  un’apokàlupsis / rivelazione per l’oikoumenh romano-ellenistica  ed i pescatori del lago divennero i protagonisti del messianesimo  e tutti  volevano avere relazioni con loro, da ogni parte  e dai confratelli di Parthia e da quelli ellenistici sparsi nell’impero romano …

Il regno di Jehoshua fu un affare per i galilei  e per ogni abitante di Cafarnao, anche se il messia si lamentò molto  di loro increduli  e disse secondo Matteo 11,21 : Guai  a te, Corazain; Guai a te,  Betsaida   e 11,23 Guai a te Cafarnao, forse che fino al cielo sarai innalzata? fino all’inferno sarai precipitata!- ripreso poi da Luca 10, 13-15: Gesù bolla  le città  mettendole in confronto con Tiro e Sidone, località pagane fenicie, note per il commercio e soprattutto con Sodoma già punita da Dio ..

Anche quello di Agrippa prometteva bene …perché assicurava un nuovo sistema di rapporti con i vicini ed eliminava la concorrenza…

Il re, ebreo di Gerusalemme, erede degli asmonei e degli erodiani, nonostante la filoromanità,  (era civis/Poliths, praetor/strategos    Basileus/ rex,  summachos/ socius,  dell’impero romano, fratello di latte dell’imperatore  Claudio)  era  uomo di mediazione- sebbene accusato anche lui di menzogna-: cercava un sistema nuovo di regno  cercando di essere equidistante tra gli aramaici e i romani facendo leva sulla pars moderata ellenistica sadducea, senza però  condannare gli aramaici, seguaci del Christos,  come Iakobos  il Giusto, riconosciuto nella sua funzione e nel suo ufficio di  controllore del gazophulakion, nella sua  pratica templare col titolo  sacerdotale, seppure condiviso con quello proprio dei sadducei,  accettando il doppio  sistema  del calendario  solare  e lunare…

Probabilmente Agrippa  inaugurò con Giacomo un costume di collaborazione al fine di favorire lo svolgimento delle feste  a Gerusalemme, così da  spartire, in proporzione, i guadagni  che provenivano dal flusso di pellegrini che affluivano da ogni parte del mondo romano e da quello parthico  e perfino dall’Arabia meridionale e dall’India.

Era  un profitto di grande portata, un utile grande per il re e per il sacerdozio templare: era come un giubileo  (specie per la Pasqua e per la festa dei Tabernacoli) che richiamava folle sterminate  di fedeli che riempivano gli csenodochia / gli alberghi, le case private,  i paesi intorno a  Gerusalemme, che entravano nel Tempio, per fare  offerte  doni.,  per portare greggi, buoi … insomma era un  enorme affare per il sacerdozio e per il re, per tutti …

Il piano, che fu  concordato da  Agrippa con Jakobos, fu la base di una trattazione tra il fratello di Gesù  e  i nuovi governatori romani, di origine ebraica ( Cuspio Fado, Tiberio Alessandro, Felice,) ed anche con gli altri ( Porcio Festo e Lucceio Albino) inviati da Claudio prima e poi da Nerone, dopo l’immatura morte del sovrano ebraico  …

Agrippa, comunque, non poteva  non punire quelli che si erano  troppo esposti e compromessi come kanahim Zelotai, e perciò li condannò a morte, salvando qualcuno, che si pentì,  come Shimon Pietro,  che  fu  liberato dal carcere,  mentre fece decapitare  perché civis, Jaqob fratello di Johanan, figlio  di Zebedeo, un ricco armatore nauarchos  ed  emporos,  noto  per la azioni militari  antiromane, nel corso delle operazioni rivoluzionarie  messianiche. e fece morire  con una morte gloriosa, dignitosa, gli altri oppositori.

Nell’anfiteatro di Cesarea Marittima, infatti, indisse  combattimenti fra confratelli, zeloti,  divisi in gruppi, come gladiatori,  come in un suicidio di massa, come esaltazione del valore di gruppo e riconoscimento militare  da parte del sovrano,  che  ambiguamente e politicamente salvava la faccia con l’imperatore: sapeva che per  i romani quel che contava era l’applicazione della lex,- la condanna a morte  dei nemici- con la confisca dei beni giudaici e   vi aggiungeva il divertimento  allestito per i goyim pagani, greci.

Erode Agrippa ben Aristobulo,  -che era stato, a corte, a Tiberiade,  presso la sorella Erodiade, moglie e nipote del tetrarca philadelphos, con la sua famiglia, come addetto ai mercati e che  aveva conosciuto anche il Meshiah, – non poteva dimenticarsi del suo popolo  e  non  sentirsi vincolato dal patto eterno con Jhwh.

Agrippa  conosceva bene la comunità di pescatori di Cafarnao  e perfino Matthaios il pubblicano che era al suo servizio diretto ..

Dell’amore per la torah del sovrano  nessuno dubitava in Iudaea: lo provava la sua preghiera al Tempio quotidiana, lo dimostrava la sua offerta mensile ai sacerdoti, lo comprovavano le donazioni al gazophulahkion, l’assistenza ai poveri della città e la sua dikaiousune, ma soprattutto la sua politica a favore dell’elemento ebraico con le consociazioni coi  re filogiudaici o giudaici,  come difesa contro il prepotere del Governatore di Siria Vibio Marso…

Erode Agrippa era sempre apparentemente ligio alla romanitas anche se  la sua politica era equivoca ed  ambigua: era  un ebreo opportunista;   anche se filoromano  impegnato politicamente restava sempre ebreo, come ogni erodiano, dilacerato nel suo dolore nel mettere a morte tanti compatrioti valorosi, eroi degni di  memoria, giusti da onorare pubblicamente anche nella morte: era un’ostentazione amara della tragedia  di un popolo …

Infine tutti avevano  conosciuto  la  sua  devozione verso  Caligola, la sua perorazione per il suo popolo perché non fosse costretto a dover scegliere tra l’imperatore e Dio, la sua preghiera di non fare l’affronto ad un popolo amico di porre nel Tempio di Gerusalemme,  antico e sacro, una statua- seppure statua dell’imperatore-:  sarebbe stato sacrilegio per lui, figlio di sommi sacerdoti  e di re, come per il suo genos intero.

Era risaputo che  Agrippa era malato di cuore e che l’emozione mista a phobos/paura  gli aveva fatto perdere i sensi  e che l’imperapore stesso, commosso,  comandò di riportarlo in lettiga a casa sua e di curare la salute  dell’amico didaskalos maestro,  che pur aveva osato sfidarlo coram populo e coram principis consilio.Cfr Legatio ad Gaium

Ancora di più era nota agli aramaici la sua azione di sostegno  a corte per Petronio Turpiliano, governatore  di Siria che  doveva eseguire l’ordine di installare il colosso di Caligola nel tempio di Gerusalemme  e di fare  stragi  e di deportare l’intera popolazione aramaica   in caso di ribellione…

A Petronio incerto sul da farsi  si presentarono i giudei ( un popolo intero in processione  con le mogli e i figli nella pianura di Tolemaide)  supplicando in favore delle leggi patrie e di se stessi -Guerra Giudaica II,10,3-e mostrando i colli  preferendo morire piuttosto che tradire la legge mosaica, offrendosi come agnelli per ilsacrificio, tanto che il governatore, turbato, dopo aver convocato il suo consilium, visto che  gli ebrei si erano accampati e non tornavano a casa per seminare  disse: preferisco correre  il rischio e  con l’aiuto di Dio convincerò Cesare  avrò la gioia di essere salvo insieme con voi, o se egli si adirerà,  sarò pronto a dare la vita  per un così grande numero di persone ibidem II,10,20…

Non certamente, però, conoscevano che Agrippa aveva congiurato contro Caligola ed era stato un  promotore della sua morte…

Comunque, ora con Claudio, anche se gli ebrei non dovevano più fare proselitismo, erano liberi e non pagavano più tasse ai romani  ma solo davano la doppia dracma al tempio…

Anche se Erode Agrippa era per gli aramaici, il loro re – che avevano avuto accanto  quando svolgeva la sua funzione di agoranomos a Tiberiade per  ordine del cognato Erode Antipa – restava per loro  sempre un re dipendente da Roma, ma giudeo, comunque,  che poteva  favorire in qualche modo i confratelli e ricordare il Meshiah , suo predecessore nel Malkuth…

E Cafarnao restava la sede di un movimento messianico, da cui sarebbe venuta una luce perenne…altri uomini, come Teuda, avrebbero promesso  di redimere il popolo …

Dunque, amici, era meglio vivere a Cafarnao o a Betsaida per un un aramaico come  Cefa/Simon Pietro?

 

Oralità e scrittura dei Vangeli

 

 

Per la genesi  dei Vangeli, a  nostro parere, non bisogna più stare a ragionare secondo la logica ottocentesca  sinottica, né secondo quella della theoria di  Quelle /sorgente, elaborata agli inizi del Novecento, né secondo  quella più recente delle due fonti,  ma bisogna tenere presente un lungo periodo di oralità dalla morte di Gesù Mashiah/Christos, un eroe nazionale aramaico,  celebrato in due diversi modi (e da una tradizione aramaico-ebraica gerosolomitana  e da una ebraico-ellenistica antiochena ed alessandrina.

J.J. Griesbach (1745-1812) per primo considera i Vangeli leggibili unitariamente e li definisce sinottici (sunoptikos da sunopteon -oraoochi ha una visione d’insieme o chi è perspicace, in quanto è capace di vedere l’insieme), presupponendo che il messaggio evangelico sia unitario  e di univoca lettura.

Chiaramente gli scrittori ottocenteschi e novecenteschi non hanno la corretta  visione del  fenomeno del cristianesimo primitivo e non fanno  la distinzione in Malkuth ha shamaim- un regno secondo lingua e cultura aramaica-  e in   Basileia tou Teou – un regno   secondo lingua e cultura greca – e perciò non considerano affatto  la lezione ebraico-aramaica,  la sua storia di duecento anni di  lotte staseis antiromane, che comprende  tutto il periodo che va da Pompeo Magno  a Shimon bar Kokba (63 a.C. -135 d. C. ), ma leggono allegoricamente parole e fatti di un Gesù, figlio di Dio, di una figura astorica, secondo la tradizione cristiana.

Si parte, dunque, solo  da una lettura del fenomeno greco e si trascura quello ebraico-siriaco-aramaico, non avendo i precisi contorni della figura ebraico -aramaica di Jehoshua,  di Iaqob,  di Shimon e della comunità aramaica di Gerusalemme,  cancellata come nome, essendo scomparsa la regione stessa della  Giudea anche  come entità geografica con la  repressione di Adriano, a seguito della galuth/dispersione ebraica,-  da non confondere con la diaspora ellenistica-.

Personalmente, invece, distinguo  i due mondi, quello ebraico-aramaico,  basato su una diversa concezione del vedere, puntata  su un diverso sistema di staticità (i cui termini sono ‘amidah/stare  saldo generico, precisato da nasav stare eretto e da yasav essere eretto che si rappresenta come sur roccia intesa come coltelli di roccia di granito ) e su  una  concezione sensibile  di bene  e di male (tov wa ra ) e di  una, ontologica, intellegibile, di  vero e falso ( ‘emet  wa sheqer),  e specie di una diversa idea di  visione.

Su un’ altra visione,- propriamente ebraica,  basata su vedere  ra’ah  su  guardare hibbit  e  su avere una visione  hazah    in modo differenziato- si possono indicare vari gradi di osservazione  fisica ma anche  designare  una percezione intellettuale tanto  da avere la forma/temunah  (come vera natura di Dio- Num.12,8) in seguito ad un aprirsi  degli organi  a cui è tolto il velo  così da leggere  oltre la vista sensibile (paqah), in un cosciente andare  verso Dio, in un approssimarsi ed avvicinarsi nuovo, rispetto a quello materiale, in un sollevamento verso l’alto ram, in un alzarsi  qimah grazie al cuore lev, centro sensibile affettivo infi’al-  su  cui poggia  la spiritualità aramaica, tipica della tradizione culturale mesopotamica.

Il Davar  sottende al significato primario di  parola, anche quello di azione  e prudenza in quanto  il dire amirah (o parlare dibbur ) accompagnato da spirito (ruach)  è base della ricerca intensa dell’uomo  ( cfr. Levitico 10, 16 dorosh darash fece pure continue ricerche) ( cfr. Proverbi16,10-11,  oracolo  sulle labbra del re, nel giudizio non prevalicherà la sua bocca/ peso e bilance giuste sono di Jhwh, opere sue sono tutti i pesi della borsa) che diventa saggio  (proprio perché umile), in una progressiva formazione: musar è la formazione culturale di un sofer, che si  esprime nell’ azione giusta, saggia.

Ora il progressivo salire ‘alah,  introdotto da Paolo e da Luca indica eccellenza e grandezza, che sono  attributi di Dio, per cui Gesù Christos  diventa con un graduale processo, figlio di Dio, in senso mosaico,  nel corso di tre secoli, passando da eroe  ad aner theios,  a semieroe divino , a dio minore  fino all’assimilazione con il Theos Upsistos, fino ad essere considerato  una sostanza ousia divina, un nome esplicito (Shem meforash)  di cui si celebrano tre upostaseis persone,  consustanziali.

La lettura paolina ebraico-ellenistica, christiana, portata avanti dalla tradizione antiochena,  letterale, mista con quella allegorico-morale alessandrina, contrasta con quella ebraico- aramaica.

I termini, infatti,  (sottesi ) qarav avvicinarsi, nagah toccare  e nagash  venire vicino indicano  anche dopo, oltre un millennio,  per Maimonide, non solo una prossimità spaziale,  ma anche una congiunzione della scienza  con il suo oggetto, in quanto si assimila la scienza ad un corpo che si avvicina ad un altro corpo. cfr.  Guida dei perplessi,  a cura di Mauro Zonta, Utet, 2013, p.114, per cui sembra che si possa dire  che  essere saldi, vedere e avvicinarsi  diventano espressione di un’altra  cultura, di un mondo di puri e perfetti sacerdoti, timorosi e zelanti di fede, coscienti  di essere figli di Dio, eredi del Regno, (come furono i naziroi)  irriducibili guerrieri, che preferiscono morire  piuttosto che infrangere la Torah, imitando gli Esseni, sterminati dalla decima legione di Vespasiano.

Quindi nella narrazione del  Malkuth ha shemaim è scritta  la storia di uomini che  lottano insieme col Mashiah  contro l’imperium romano, convinti di fare la storia voluta da Dio,  ispirata e condotta da lui per la realizzazione del piano divino, conformati alla sua sua parola e quindi  educati secondo musar.

La storia di Gesù greco, invece,  è Basileia tou Thèou, la cui vita  e le cui parole sono state scritte, dopo un lungo periodo di oralità, da uomini che vogliono consolidare il pensiero ebraico ellenistico di Paolo, che risulta elemento cardine  della formulazione di questo secondo regno, filoromano, basato su una paideia greca, una graduale formazione  ed educazione del fanciullo, secondo  anche la precettistica  della metrioths di Platone  e di Isocrate, centrata  sul polìths e sulla politeia, secondo il valore di autonomia e di democrazia confusa con la sapienza biblica nella lecsis filoniana.

Interprete di questa altra storia  è Eusebio di Cesarea (265-340 d.C.) – che  confonde e poi fonde i due regni mostrando la storia delle ecclesiai  al fine di  segnare i fondatori  di  Antiochia (Pietro Shimon) e di Alessandria  (Marco ), le due sedi  dominanti anche per la diversa tradizione di lecsis  secondo lettera e secondo allegoria, tramandando il percorso di una chiesa  di Gerusalemme rimasta pura fino alla Galuth adrianea, cancellata  nella sua aramaicità e sostituita con un’altra, greca,  senza alcuna continuità linguistica ecclesiale e  culturale.

Eusebio  raccoglie l’eredità  ecclesiale  del maestro Panfilo di Cesarea Marittima,  i tanti frammenti ebraici, ebraico- cristiani, e pagano-cristiani  del II e III secolo con le infinite sfaccettature ereticali, dovute alla  diversa collocazione geografica orientale, oltre a quelli di qualche nucleo occidentale  di scarsa consistenza numerica,  come Roma, Pozzuoli, Vienne, Lione ecc., dove ci  sono sedi coloniali episcopali come succursali di metropoli  orientali (Antiochia e d Efeso). Nel III secolo  e specie nel IV secolo, dopo la fondazione di Costantinopoli, Eusebio ha un seguito  anche nei patriarchi costantinopolitani e in  altri orientali (specie  i  cappadoci  Basilio, Gregorio di Nazianzo e Gregorio di Nissa) ed  occidentali come Ambrogio,  Girolamo ed Agostino,  che  si impegnano quasi in gara, in epoca teodosiana, per segnare secondo la logica christiana  di Teodosio, la funzione della chiesa costantinopolitana, in onore della nuova Roma imperiale,  voluta da Costantino.

In questa impostazione  cristiana  vengono fatto confluire  i due regni in  una cristianizzazione di  tutto il sistema ebraico,  fonte della matrice culturale cristiana antiochena, che ingloba il Malkuth aramaico ormai scomparso   e con esso  Gesù e  Giacomo, suo fratello, la lettera di Aristea, le opere di  Filone alessandrino, Seneca,  Giuseppe Flavio, i modelli  di vita pratica ed ascetica, gli esseni e i terapeuti, metabolizzando anche pitagorismo, stoicismo,  platonismo e neoplatonismo.

Col concilio di Costantinopoli, nell’ottobre dl 381, concluso il processo di deificazione – ektheosis di Gesù, chiuso il discorso trinitario, pur mantenendo l’unità di Dio, con upostaseis/persone  ed ousia/sostanza, costituita la teologia cristologica, il cristianesimo divenuto religio triumphans, regola i conti col paganesimo e con l’ebraismo, specie in Alessandria  con Teofilo e Cirillo, sulla scia dell’insegnamento  di Atanasio Cfr. www.angelofilipponi.com I due canoni.

In un lasso di tempo  relativamente breve, quello compreso tra il Concilio di Nicea  del 325 e quello di Costantinopoli, in nemmeno 56 anni,  il cristianesimo, riunificate le diversissime anime ereticali   provinciali, nate dall’assenza di una centralità dottrinale, a causa delle molteplici tradizioni evangeliche orali e scritte esistenti, scoordinate anche per la  distanze geografiche delle aree cristiane nell’immenso impero romano,  chiuse ed isolate dalla maggioranza pagana, grazie al patrocinio del tredicesimo apostolo, l’imperatore Costantino,   fedele del Christos, deus sebhaot, unifica il suo credo,  già inficiato dalla eresia di Ario, che, comunque,  ha la meglio negli ultimi anni costantiniani e sotto il regno dei suoi figli, specie di Costanzo II.

Insomma si vuole dire che  nei tre Vangeli  detti sinottici  c’è una doppia storia e che una cosa è  la concezione di vita ebraico- aramaica ed una  quella di stampo giudaico- romano-ellenistico.

Esemplare è il termine genealogia  genehlogiai /toledot di Matteo differente da Biblos geneseoos Ihsou Khristou: ambedue  indicano  diverse letture di un fenomeno non univoco, uno di matrice ebraico -aramaico ed uno di matrice  greca, andati avanti   secondo processi  retorici in relazione alla diversità di un’ ideologia teologale  giudaica  e di una cultura  platonico-stoica ellenistica.

Dunque, una è  la genesi delle  parole  e dei fatti  di Gesù, cioè la genesi dei Vangeli,  propagandati da quelli che andarono  secondo Marco  a predicare a tutta la creazione  pashi thi ktizei  il Vangelo la buona novella di uno, morto, risorto, salito al Cielo e seduto alla destra di Dio Padre (I-e II conclusione del vangelo di Marco): questa potrebbe essere quella del proto Marco, aramaica, basata sulle parole, con qualche episodio della vita-scritta poco prima o poco dopo la morte di Giacomo,  connessa con Paolo e per lui basilare,  visto il rapporto di Marco con Pietro- ; un’altra è la genesi  di un Vangelo, quello di Matteo, la cui stesura iniziale, aramaica, sui Detti del Signore potrebbe avere una sua collocazione perfino prima della distruzione di Gerusalemme, subito dopo il quinquennio di potere del re unto /maran Mashiah, il cui ampliamento con la Vita di Gesù, successiva, potrebbe essere stato scritto tra  il massacro  degli esseni e  la distruzione del Tempio in quanto  il modello di martirio, – per la presenza  di dolore/ esev, –  è utile ai combattenti aramaici proprio per la stessa concezione di vittima  del Christos.

Comunque, la forma della sezione Jhwh dice  che equivale a logia del  signore della koiné  cioè quella di un nabi -corrispondente a propheths-, forse  scritta  in poesia (o in prosa ? anche questo non si sa) ,  è davar, parola oracolare, poetica,  come i salmi Tehillim o tefillot e i proverbi – che sono una forma di similitudine gnomica  multiforme,  detta mashal – mentre la narrazione  della vita  doveva essere in prosa.

Quindi, dopo  un momento di oralità  comune (non si sa per quanto tempo) per i due Regni, anche se hanno due diverse odoi e due diverse concezioni, si costituisce un corpus scritto aramaico,  in qualche modo  connesso  con la scuola di Jammia di Johanan Ben Zaccai, mentre l’altro mantiene un più lungo periodo di oralità  e poi  inizia una fase di scrittura  con Marco, quel  Proto Marco, considerato nella teoria delle due fonti quasi  un’altra Q, databile tra le due opere di Giuseppe Flavio- Guerra giudaica del 74  ed Antichità Giudaica del 94-  di cui il vangelo del Marco, che noi conosciamo,  è un successivo rifacimento di epoca  traianea: il primo  sottende  un corpo letterario ebraico- aramaico  delle parole di Gesù  a cui si aggiunge la vita storica di Gesù come paradigma di uomo di lavoro, di combattente e di martire come Messia/Christos  vinto ma destinato al ritorno, secondo la volontà di Dio, il cui piano eterno deve essere compiuto.

E’ questo  un materiale  oralmente trasmesso da padre in figlio  per quasi un sessantennio sulla base della scrittura aramaica matthaica  di parole divine tradotte come logia dai christianoi, presenti come termine già in Filone e in Flavio specie in la Vita di Mosé,  tipico dell’area semantica oracolare, connessa con la profezia.

E’ un processo che segue la vita della sinagoga e del didaskaleion fino al momento del distacco dall’ebraismo, alla fine del I secolo;  da allora inizia una trascrizione evangelica, di cui Luca è espressione concreta, propria di un ellenista acculturato, che redige per scritto la tradizione evangelica, secondo la sua propria cultura e professione, senza  neanche entrare in merito a quanto scrive, senza capire il valore  sotteso delle parole stesse di un’altra cultura, in quanto ha un proprio telos/fine, come, d’altra parte, Marco.

Infatti per Luca la fede è salvezza  8,48 , 17,19 ecc, ma la salvezza ha valore di vita Hayyim rispetto  alla morte mawet: l’evangelista segue solo la lezione di Paolo che  con la fede e con la preghiera pensa di rendere operosa la salvezza del Christos morto e risorto, lui stesso paradigma di vita eterna.

Luca non intende, in quanto greco, il significato del plurale  di vivo hay  che  comprende nella pluralità l‘essenza della vita  che sottende e  chi cresce e  ha sensazione, ma anche chi è mobile vivente  ed anche chi si riprende da una malattia: insomma  all’evangelista  sfugge il valore  del  termine  che indica un  essere che ha carne viva, respira e compie azioni da vivente, le cui conoscenze corrette sono espresse come vita,  al contrario di quelle scorrette, indicate come morte Cfr. Proverbi 8,35 giacché chi trova me trova la vita e riceverà favore da Jhwh; Proverbi 4,20-22  figlio mio, presta attenzione ai miei discorsi, alle mie parole inclina le r tue orecchie, non si dipartano dai tuoi occhi, custodiscili in mezzo al tuo cuore, perché la vita sono essi  per chi li trova…

Per l’evangelista, paolino, il sistema cristiano trasforma con l’agape amore  il mondo perché Gesù è odos, aletheia e bios (via, verità e vita) secondo la retorica romano-ellenistica e secondo la logica dell’oikonomia divina che travolge e sconvolge il  mondo della creatura  in un totale rovesciamento, per cui  all’uomo resta solo la speranza  in Dio che concede  in un altro regno la soluzione di ogni umano problema con il premio eterno ad un mortale.

L’evangelista, dunque, segue, comunque,  da una parte la sapienza secondo Proverbi 2, 3,4 ,  che invita a non uscire  dalla retta via, che esorta  alla carità verso il prossimo, alla vita tranquilla  e alla giustizia e da un’altra  si regola con abilità  secondo la paideia greca , avendo  i piedi su due staffe, servendosi di due padroni usando  scaltramente, a sua discrezione, ora una cultura ora un’altra, risultando efficace, funzionale e  dilettevole.

Dunque, bene vita e male morte sono  nel discorso evangelico espressioni metaforiche tanto da poter dire  che i giusti  anche da morti sono vivi,  mentre i malvagi sono morti anche da vivi,  in una  sottensione di  due diverse culture, che hanno differenti parametri valutativi

Eusebio, che riprende la tradizione evangelica, e che ha forti perplessità,  dopo circa due secoli, ad accettare la testimonianza  di Papia di Ierapolis – un cristiano nato  nella seconda metà del I secolo e morto nella prima metà del II secolo,  scrittore di  un’opera esegetica sui detti del signore Logioon kuriakoon- ecshghsis,   connessa con la tradizione  orale dei presbiteri   e con quella  di Filippo e delle sue figlie, attivi nell’area geropolitana, di cui sono citati frammenti  evangelici  di Marco e di Matteo, nonostante  che sia considerato  discepolo di Giovanni,  millenarista  e  maestro di Ireneo-  accoglie, invece, la fonte di Egesippo (Hist. Eccl.. 3,11,1), di cui sono note le molte incongruenze  ed alcune  notizie su Giacomo (2.23,6) rivelanti un differente Regno rispetto alla Basileia tou Theou,  propugnata da un Giovanni,  il cui messaggio  è di molto diverso da quello degli altri tre evangelisti.(Marco Luca e Matteo), la cui lezione giustamente è detta, comunque, secondo Matteo (Kata Matthaion ).

Non si tratta di Matteo, però,  del codice Muratoniano (documento che contiene la lista dei libri del nuovo testamento- datata forse 150 d.C–  scoperta da Ludovico Antonio Muratori  nel 1740 nella Biblioteca Ambrosiana di Milano).

Inoltre  il logion Freer – Cfr. B.   Mariani, Enciclopedia cattolica -sembra alludere a  un Marco  successivo,   non databile esattamente.  
Infine il vangelo di  Giovanni, -che  non è  certamente Giovanni il discepolo prediletto, ma  è uomo di età adrianea  (un discepolo omonimo o un altro  Giovanni) che scrive intorno al 130  epoca in cui oggi si colloca il papiro 457 del Fayum (Ossirinco) della biblioteca di Roland Ryland pubblicato da C.H.   Roberts , contenente un brano giovanneo, in cui si parla del dialogo di Gesù con Pietro, –presenta connotazioni chiaramente gnostiche che lo fanno datare   nel periodo  di Basilide e Valentino.

Infatti si può arguire che quanto scritto ad Efeso  fosse in circolazione da poco anche in Egitto e in Africa: studi paleografici hanno fissato la datazione non oltre il 150 d.C e non prima del 130 d.C.  con l’oscillazione di un ventennio, considerati il papiro, la grafia e il sistema a colonne.
Perciò i redattori della Nuovissima versione della Bibbia dai testi originali  ritengono  che  si sono succeduti più stadi ma non ne precisano i termini storici.
Di conseguenza noi cerchiamo, data la frammentarietà di notizie,  di rilevare i periodi  su un piano storico per quanto ci è possibile,  e di mostrare secondo un certo ordine  e di  precisare in relazione  ai testi  in nostro possesso.

Precisiamo per quelli che non conoscono il mio pensiero  su Gesù, qenita, kanah e meshiah /Maran.

La vita storica di Gesù  che va dal 7 a.C fino alla Pasqua del 36 (cfr. A FILIPPONI, Nascita di Gesù in Jehoshua o Iesous?  Maroni, 2003) è  tutta da documentare secondo fatti accaduti realmente come le parole veramente dette alla presenza dei cosiddetti discepoli (apostoli)  dopo un lavoro sulla tradizione evangelica, nel quadro di una belligeranza ininterrotta tra il giudaismo e la romanitas, nel contesto di una reale  proclamazione di un malkuth e del riconoscimento  della venuta del Messia: è un periodo sconosciuto nonostante i tanti scritti, di cui niente è effettivamente certo in quanto tutto è stato letto in una chiave religiosa e mitica, poiché alonato da un senso di divino, dato come credibile,  non comunque  razionalizzabile e quindi custodito come tesoro intoccabile ed inguardabile, come segreto, non esplorabile in quanto mistero.

Secondo il mio parere, i logia del Signore e il bios di Gesù Christos, per come diciamo noi oggi,   sono  inizialmente guide e vie  per la  perfezione  e la formazione morale e pratica di un combattente  kanah  ebraico zeloths  antiromano, per quanto dice  Giuseppe Flavio in greco  in Guerra Giudaica  e  in Antichità Giudaica, che  usa il termine  anche lhsths per indicare ladro, ma  sottende il significato di un armato antiromano,  guidato da esseni o da maghi goeths, aramaico per formazione e per lingua, impegnato in azioni sia contro gli erodiani e sadducei  e i sebasteni  samaritani che contro i milites romani controllori della provincia della Iudaea. convinto di fare la volontà divina perché conformato secondo la musar ebraica.

Insomma tutto questo corpus letterario sottende inizialmente un popolo in ribellione contro  il dominio romano; Roma ha un  controllo, diretto   in Idumea Samaria e  Giudea  ad opera di un procuratore  – con  circa una legione e mezza con postazioni a Cesarea Marittima, sulla Fortezza Antonia sopra al tempio di Gerusalemme, e con un reparto di cavalleria  alla periferia di Cafarnao  in Galilea-  coadiuvato dal prefetto di Siria che controlla le quattro legioni sull’Eufrate  e i contingenti militari ausiliari, forniti da reguli  socii dell’impero romano. I figli di Erode il Grande (Erode Antipa, tetrarca di Galilea e di Perea,  e Filippo  di Iturea, Traconitide, Batanea, Paneas Auranitide Gaulanitide) hanno truppe proprie e fanno leve per dare auxilia truppe ausiliarie  ai romani, che a volte hanno anche la cooperazione di sebasteni samaritani e degli strategoi templari che gestiscono le milizie del Tempio.  Truppe militari vengono fornite anche dai re di Cappadocia, del Ponto, di Bitinia  e di Armenia, filoromani, impegnati a difendere il fronte eufrasico, estremo baluardo  orientale dell’imperium romano.

A questo imponente schieramento di forze antiaramaiche contro l’impero di Artabano III, re dei re di Parthia, si oppongono le forze zelotiche  che possono fare solo una guerriglia  in regioni impervie montuose, boscose,(cfr.  Tetrachia di Lisania ) in Galilea, in Iturea, Gaulanitide e Traconitide e in zone desertiche , dislocate non lontane dal confine parthico. Eppure  nonostante la scarsa consistenza numerica  e la difficile vita di banditi, protetti dalla popolazione locale aramaica, data la  lotta per quasi  due secoli, la continua stasis giudaico-aramaica  risulta un cancro da estirpare già per i Giulio Claudii, e diventa, dopo la parentesi  dei Flavi-che pur avevano distrutto il Tempio-  per gli antonini  una necessitas storica  quasi un dovere,  l’annientare il genos  ebraico, con estirpazione della radice  e   dei segni visibili  del culto stesso di Jhwh e del nome stesso di Sion/Gerusalemme.

Gli aramaici,  dunque,   connessi con la tradizione ebraica dei discepoli di Ben Zaccai, prescrittiva ed orale, hanno  bisogno dopo la morte di Iaqob, la fine dei esseni e  la distruzione del tempio,  non solo delle  parole del signore ma anche di esempi concreti  di  vita  che potevano anche essere  presi dalla parte scismatica ebraica  alessandrina che, dopo la costrizione flavia  e la forzata concessione sinedriale della condanna a morte di molti  fuorusciti naziroi  da Gerusalemme, è solidale con l’ebraismo gerosolomitano aramaico, seppure sterminato col consenso ebraico ellenistico.   Gli alessandrini, al di là del  traumatico editto del sinedrio necessario per l’incolumità della città,  ammirati dall’eroismo aramaico, esaltato nei loro scritti, hanno un rapporto più stretto,  da quel momento, con correligionari, in nome della  comune Legge  mosaica. Le discussioni rabbiniche di Iammia  sono lette e confrontate con quelle alessandrine  e cirenaiche  e creano un corpus letterario orale per oltre un quarantennio, in cui  c’è una pacificazione generale, seppure con screzi dottrinali,   non solo tra le differenti anime ebraiche, ma anche tra queste e la romanitas e  i greci.

In un clima di apparente filoromanità,  in cui  cova  l’odio zelotico antiromano,   si costituisce  parte di quella Torah she be ‘alpe  (torah orale) che poi sarà  messa in scritto da Giuda ha Nasi,  come  raccolta unitaria  anche di tutte le altre  discussioni rabbiniche, tenutesi   dal periodo del tempio fino all’epoca di Antonino il Pio e Marco Aurelio  (Midrash). Da qui, grazie ai commenti (pesharim) dei tannaim,  si costituiscono i Talmudim (Jerushalmi e Bauli) formando due rami,  quello  “haggadico” (da Haggadah/ narrazione ) e  quello” halachico”(da -Halakhah/norma), secondo due diverse letture ed interpretazioni, una narrativa ed una legalistica.
I cristiani, antiocheni, invece, -già separatisi dai naziroi basileici di Jakob, cioè  da quelli della Chiesa gerosolomitana e forse dai mandei, fuggiti  in Parthia ( che avevano lo stesso codice ebraico scritto, masoretico)- avevano già, come libri sacri, subito dopo il 70, la Bibbia dei Settanta, le Lettere di Paolo, i tre vangeli sinottici, Lettera di Barnaba, Erma e Clemente I-II .
I christianoi,  dunque, si appropriano non solo della Bibbia dei settanta, del metodo divisorio, del sistema pesher tipico  della Sapienza, dei Salmi e Proverbi, ma anche dell’opera del Siracide, di Filone e poi di Flavio, seppure rifiutati  come libri  menzogneri, impuri dall’ebraismo, che scomunica il cristianesimo antiocheno, già minacciato da altre eresie nel suo interno.
Gli ebrei  aggiungono  proprio allora la Birkat Ha Minim  la dodicesima benedizione della Amidah, redatta da Samuel il giovane, secondo le indicazioni di Gamaliel I: “Per i calunniatori e per gli eretici non vi sia speranza, tutti si perdano presto, tutti i Tuoi nemici vadano in rovina repentinamente. Tu li annichilirai ai nostri giorni. Benedetto sii Tu o Signore che spezzi gli avversari ed umili i reprobi.
Inoltre essi, (compresi i seguaci di Giacomo) pregano così contro i Christianoi, ed assumono  ufficialmente il testo masoretico in una volontà di distacco definitivo dai Christianoi, minim, che seguono il Testo dei Settanta e la lettura di Filone.

Per me anche Filone di De vita Contemplativa e  di Quod omnis probus inizialmente   fonte comune per rabbini ebraici naziroi e christianoi in quanto,   propositore  di   una doppia via per chi  vuole conoscere Dio, mostra come chi ha scienza e timore di Dio  occupa il posto/magon  degli avi e che ha diritto al trono/kisse che è eterno dando modelli di vita mediante la  pratica essenica e  la theoria  contemplativa Terapeutica.  Poi,  sebbene tutto questo costituisca  un corpus unitario  di base terapeutico- essenico  su cui si forma una  primissima tradizione orale, utile per tutti le radici ebraiche, la storia  divide gli ebrei aramaici , compresi i naziroi,  dai christianoi, che separati ideologicamente dagli ebrei, sanno vivere vicino ai greci, goyim pagani.

Invece  gli ebrei ellenistici  cominciano ad avvicinarsi sempre più al radicalismo ed oltranzismo aramaico per motivi politici, amministrativi e  ed economici e quindi si staccano definitivamente da Filone e dalla Bibbia dei Settanta, inficiata nella lettera dalla paideia ellenica.

I Christianoi antiocheni, vivono separati  e  sono ben distinti da Traiano-   come si vede  nella lettera di Plinio all’imperatore – dagli ebrei, che ora sono perseguitati  e perché aramaici e perché ellenizzati  oppositori però alle auctoritates locali  a  causa del decadere delle loro azioni finanziarie, non più sostenute dalla politica romana, ormai vicina ai banchieri pagani, danneggiate ulteriormente dalla nuova famiglia regnante  filellena, dopo il tracollo in epoca flavia.

Inoltre  gli aramaici ora  sparsi in Partia, e specificamente  in  Mesopotamia e in Assiria e in Perside, ma  in maggioranza     propagatisi in Alessandria  e Cirene,  portano il contributo della loro formazione  e cultura ai confratelli ellenisti in territorio romano con mesopotamizzazione, che sottende odio contro Roma e fratellanza con i Parthi.

Eppure l’ amministrazione dei governatori romani, che  pur applicano la legge di Nerva(96-98), giusto imperatore che ha abolito l’obolo ebraico cancellando la tassa flavia,  risulta per gli ebrei ellenisti  rapace   in relazione alle loro attuali situazioni commerciali, di sopravvivenza,  e perciò  attendono in uno stato di quasi miseria  il compimento del Malkuth, come un ripristino della loro antica  condizione sociale.

I rabbini  di  Iudaea e quelli ellenisti ora hanno una voce comune e sono apparentemente pacifici in attesa dell’evento messianico,  del ritorno del Meshiah, avendo cancellato parzialmente  la memoria di quello  vinto e crocifisso,  atteso invece, ancora,  dai naziroi gerosolomitani.

Una nuova ondata di Messianesimo si abbatte in tutto l’oriente mentre i giovani sono segretamente arruolati ed addestrati  e sono formati secondo le prescrizioni della torah e formati dottrinalmente  con la davar scritta,  secondo moduli apocalittici ed escatologici.

In effetti nei primi anni del principato di Traiano la teoria apocalittica e escatologica si sviluppa come concezione della fine dell’ira di Dio dopo  le tante prove subite e patite  da Israel peccatore e come avvento di un Nuovo Messia  in quanto è giunta l’ora del Signore.

Gli aramaici, dunque, hanno due differenti letture una propria dei  giacomiti , la cui Bibbia siriaca, autorizza un’interpretazione  di ritorno del signore per l’instaurazione definitiva del regno, mentre gli altri aramaici di Parthia  e di Giudea, non naziroi,  hanno una  visione  di vittoria di Sion su Roma con la venuta di un Nuovo Meshiah  invincibile.(cfr Apocalisse di Baruc  e IV libro di Esdra  con l’immagine  vittoriosa del Leone messia  sull‘aquila imperiale sconfitta ).

Le comunità ebraiche  di Mesopotamia, di Cipro,  di Cirene e di Egitto iniziano ad essere in fibrillazione al momento della spedizione antinabatea, come già prima intorno al 101,  alla morte di Erode Agrippa II , quando questi lascia in eredità a Traiano il suo regno, cosa che  autorizza l’imperatore a congiungere l’area giudaica con quella sinaitica ed egizia, con l’annessione del Regno di Nabatea  tanto da poter dire che ormai il Mediterraneo è  mare nostrum.

Dunque,tra il 101 e il105, epoca della annessione della Nabatea  da parte di Traiano, intenzionato ad aprirsi la via pelusiaca per avere l’appoggio della flotta romana,  che doveva essere  forza ausiliare  alle legioni   sul Mar  Rosso,  sul golfo di Aqaba  e perfino su quello Persico, all’occorrenza- in quanto la Parthia non aveva un contingente marittimo –   e ad avere libero il passaggio dall’ Armenia minor, obbligatorio secondo i piani di Cesare, di Germanico e di Caligola, per un’invasione del territorio parthico.

Eusebio parla  di Papia   che  con  l’esegesi dei logia del signore,- già scritti in aramaico da Matteo –   afferma che  gli altri evangelisti scrissero come potevano sulla base matthaica senza indicare l’esatto tempo, dopo la fase orale.

Bisogna pensare perciò che la testimonianza papiana sottenda un lavoro già compiuto da Matteo aramaico  prima del periodo compreso tra  il 105 e  il 115 d.C. e perciò è possibile  inferire che  Matteo greco, il proto Marco e  e Luca scrivano  per integrare la tradizione orale  con quella scritta delle Lettere di Paolo   in modo da formare un corpus greco per i Christianoi di Antiochia, anche per meglio distinguersi dai naziroi e  dagli ebrei,  in un momento storico grave  perché la parentela religiosa  è  un percolo per la loro incolumità. E’ un momento veramente gifficile, il più   delicato della storia romana, tanto traumatico per la romanitas quanto per l’ebraismo aramaico, che, congiunto con quello ellenistico si macchia di orribili misfatti, dolorosi ad ammettersi anche a distanza di secoli, indegni di un popolo sacerdotale, eletto...

Credo di poter mostrare la gravità   rilevando con Cassio Dione , LVIII,28,29,30 la situazione tragica ad Antiochia dove è Traiano nel 115 d.C., pronto per la partenza per la spedizione parthica.

Un terremoto catastrofico in città è  interpretato dai giudei come i partecipazione di Jhwh alla guerra contro i Romani,  come presagio della  sconfitta romana,  come segno della venuta prossima del Messia: per  loro il cataclisma diventa  come una chiamata alla armi al suono del corno shofar.

La campagna parthica di Traiano comincia bene con vittorie  in Assiria e  poi  con una navigazione sicura sul Tigri (mentre una parte naviga  sull’Eufrate, dopo la conquista di Nisibis ad opera di Lusio Quieto)  grazie ai battellieri giudaici  che sembrano  collaborare  con l’esercito romano e con le truppe di invasione socie.

Sbarcato l’esercito  non lontano dalla confluenza dei due fiumi, nelle vicinanze di Seleucia, Traiano  entra invitto nella capitale Ctesifonte, mentre Lusio Quieto avanza verso il delta  paludoso fino al Golfo Persico…

Non è chiaro cosa succeda, ma quando Traiano insedia come Re dei re Partamaspate, la situazione si capovolge, forse per la sconfitta dell’esercito schierato  fuori delle mura  ad opera della cavalleria catafratta…

La reazione parthica è totale  nella bassa Mesopotamia a causa di un  violento contrattacco giudaico,  che divide l’esercito in due tronconi  una guidato da Traiano e l’altro da Adriano e  Cornelio Palma  Cfr J. BENNETT, Traian optimus princeps, Bloomington,2001)

Separatamente si cerca di prendere le navi sull’Eufrate e sul Tigri per  il ritorno in Patria e questo aggrava ulteriormente la ritirata anche per la defezione  dei battellieri ebraici, che  cessano la collaborazione con i milites, incalzati dalla cavalleria parthica  e  svantaggiati in una pianura aperta, nonostante la presenza dei cavalieri mauri di Quieto, tornato con l’esercito decimato da malattie (dalla malaria) privo di rifornimento e impossibilitato a prendere  Hatra  …

Alla fine del 116  si viene a conoscenza della ribellione ebraica e delle stragi fatte a Cirene e a  Salamina di Cipro dai  Giudei  e Traiano  è sollecitato a tornare ad Antiochia, da dove dirigere le operazioni  contro i rivoltosi di Egitto, di Cirenaica e di Cipro.   Vengono accelerate le marce ( si passa da magnis itineribus a maximis itineribus) guidate  da Publilio Celso e da Avidio Nigrino, pur se si è in zone desertiche.

Il titolo di Particus, già acquisito da Traiano, proclamato dalle truppe imperator,   sottende ora una sconfitta, in quanto  l’esercito  che avanza è decimato dalla cavalleria parthica  completamente ricompattata nel nome del nuovo re, anche se  nominato dai Romani, ma ora riconosciuto universalmente i da ogni suddito …

La morte di Traiano  a Selinunte di Cilicia   ha come conseguenza la necessaria cessione dell’Armenia e  della neo provincia di Mesopotamia, già del tutto riconquistata dai Parthi: Adriano ora imperatore,  sancisce un dato di fatto e ripristina lo status antecedente l’impresa parthica.

Inoltre poco dopo la congiura di  Quieto  e di Nigrino, di  Palma  e Celso,  si manifestano  segni di un malcontento militare  per l’ inattesa conclusione dell’impresa parthica  e per il ripristino dell’ordine nell’imperium romano già alla fine del 118, senza aver punito debitamente i Giudei, responsabili del fallimento della politica  imperialistica, che, comunque, restano cives  anche se  sotto oculata sorveglianza . cfr  M . GRANT,  The Antonines: the roman empire in transition London 1996,  mentre le città non lontane dal fronte  eufrasico sono adeguatamente fortificate come ad esempio Gerasa/ Jerash.,

Il rescritto di Adriano  a Gaio Minucio Fundano, governatore di Asia dal 122 al 123,  riportato da Eusebio (Hist. Eccl. IV,9,1-3),   già in Giustino, Apologia, XVIII, 3-5  è in linea con quello traianeo sotteso alla risposta dell’imperatore a  Plinio il giovane, legatus   Augusti pro praetore  in Bitinia  e Ponto  cfr. Epistula X,96 -97  in quanto  fotografa i necessari  e differenziati interventi sugli ebrei e sui christianoi.

I giudei, circoncisi e separati dai goyim/pagani, aramaici o ellenistici, sono vigilati speciali, mentre i cristiani ben integrati tra le popolazioni locali, amati e rispettati per la tendenza alla riunione pacifica e all‘agape fraterna, anche se, data la comunione dei beni, pagano le tasse  alle autorità regionali non individualmente  per capita, ma per etnos associato nella persona dell’epitropos o episcopos o epimeleths, con titoli  differenziati  a seconda della grandezza dell’ecclesia.

Nel rescritto si sottende che l’ebreo  deve essere investigato nella proprietà e nel suo culto di latria  e perseguito  sulla base di un  semplice accusa, mentre per  il Christianos  oltre all’accusa di un accusatore, perseguibile penalmente  in caso di infondatezza delle,  prove procedurali, non basta il nomen ipsum ma sono necessarie le documentazioni  dei flagitia coehrentia nomini   cioè  non c’è  punizione per il nome stesso, ma per  le colpe connesse al nome. Plinio  Ep.X,96.

Comunque, Traiano indica una procedura , a cui si attiene anche Adriano, e impone  che non li si deve ricercare; qualora vengano denunciati e riconosciuti colpevoli, li si deve punire, ma in modo tale che colui che avrà negato di essere cristiano e lo avrà dimostrato con i fatti, cioè rivolgendo suppliche ai nostri dei, quantunque abbia suscitato sospetti in passato, ottenga il perdono per il suo ravvedimento. Quanto ai libelli anonimi, essi in circolazione, non devono godere di considerazione in alcun processo; infatti è prassi di pessimo esempio, indegna dei nostri tempi. Ep. X,97.

Chiaramente gli imperatori antonini indagano  il christianos che pur ha una radice ebraica, ma sono indulgenti  anche se richiedono in pratica  qualche manifesto segno (grano di incenso offerto in pubblico). come riconoscimento del numen dell’imperatore e di Roma: in sostanza sembrano più inclini a perdonare che a punire il cristiano, mentre sono determinati a perseguire l’ebreo  indistintamente.

Dunque se è chiara la situazione  che precede la nuova ed ultima  insurrezione giudaica,  quella di Shimon bar Kokba,  si può forse far rilevare che in un clima di sorveglianza stretta  da parte delle auctoritates provinciali romane verso l’elemento ebraico, sia compatibile la presenza di una scrittura aramaica  sulla vita e sulle parole del Meshiah.

Quindi  tutte le prescrizioni della  torah  con gli huqqim disposizioni e con i mishpatim giudizi connessi con le profezie oracolari mosaiche mostrate  da Iaqob e  fuse con le  prescrizioni del  malkuth del fratello – le cui parole oracolari e i cui decreti  sono da seguire con scrupolo da tutti i seguaci che proprio nell’attesa del ritorno aumentano il timore di Dio, seguendo il modello di vita di Gesù, morto e risorto, legge vivente ora…

Ne consegue che, vivente ancora Jakobos, sulla base della celebrazione del martirio di Gesù si era costituto un racconto della vita, della passione,  morte  e resurrezione del fratello, dapprima orale ma poi, dopo la strage degli esseni, con la memoria annuale non solo del Meshiah ma anche dei nuovi martiri,  si costituì una sorta di narrazione scritta  con prescrizioni giuridiche, in assenza del tempio, letta in riunioni  più o meno segrete, data la vigilanza romana.

Dopo secoli non è possibile determinare se  il testo esiste già al trasferimento a Pella, considerato poi che al ritorno a Gerusalemme  gli aramaici gerolosomitani sono  ancora connessi con i confratelli giudaici  e  che avessero collegamenti con Ben Zaccai  tanto da essere uniti nella lotta coi romani al momento dell’annessione della Nabatea e ancora di più  nel corso della guerra di Kitos o se la  codificazione scritta  è connessa con gli avvenimenti antonini.

Questo scritto è quello stesso di  Papia, di cui parla Eusebio?

Certamente questo  corpus  fu comune agli aramaici di Giacomo e  a quelli di Parthia nel clima bellico traianeo  e poi in quello della repressione adrianea.

Allora bisogna  presupporre  tra gli ultimi anni del I secolo e i primi cinque anni del II secolo, una scrittura greca evangelica kata Marcon, kata Matthaion, kata Lukan, di cui non si conosce l’esatto momento di redazione!

Infatti da Giustino  in poi è possibile trovare segni di Vangeli scritti in varie ecclesiai in greco – perfino quello giovanneo- nel corso di tutto il II secolo e prima metà del terzo secolo.

Eusebio in Historia Ecclesiastica 5,10 parla di Panteno e mostra come in Alessandria sia presente ancora il vangelo di Matteo aramaico, ma circolano  anche quello di Marco e di Luca  e Matteo greco secondo Ammonio alessandrino,  mentre  in altre parti dell’mondo romano Taziano, nato in Assiria nel 120 e morto forse nel 180,  cerca di comporre un Vangelo unitario nella sua opera Diatesseroon, detta anche  Armonia, perché fa il tentativo di unificare , armonizzando le tante e diverse tradizioni -anche orali- greche, pur già scritte.

Queste sono le sue precise parole: Un uomo celeberrimo per la sua cultura, di nome Panteno, dirigeva allora la scuola dei fedeli di quella città, dato che per antica usanza esisteva presso di loro una scuola di dottrina sacra: essa si è conservata fino a noi, e abbiamo saputo che è tenuta da uomini abili nella parola e nello studio delle cose divine. Si narra che il suddetto Panteno si sia distinto tra i più brillanti di quel tempo, in quanto proveniente dalla scuola filosofica dei cosiddetti Stoici. Si dice quindi che mostrò un tale ardore nella sua fervidissima disposizione per la parola divina, da essere designato araldo del Vangelo di Cristo alle nazioni d’Oriente, giungendo sino all’India. V’erano infatti, v’erano ancora a quei tempi, numerosi evangelisti della parola, che avevano cura di portare zelo divino ad imitazione degli apostoli per accrescere ed edificare la parola divina.
Anche Panteno fu uno di loro, e si dice che andò tra gli Indiani, dove trovò, come narra la tradizione, presso alcuni del luogo che avevano imparato a conoscere Cristo, che il Vangelo secondo Matteo aveva preceduto la sua venuta: tra loro, infatti, aveva predicato Bartolomeo, uno degli apostoli, che aveva lasciato agli Indiani l’opera di Matteo nella scrittura degli Ebrei, ed essa si era conservata fino all’epoca in questione.
Panteno, comunque, dopo numerose imprese, diresse infine la scuola di Alessandria, commentando a viva voce e con gli scritti i tesori dei dogmi divini.

Da quanto detto da Eusebio il vangelo aramaico di Matteo, portato da Bartolomeo in India ( non si sa se l’apostolo fa un viaggio marittimo con navi – sul mar Rosso  da  Clisma fino ad Aden per costeggiare l’Arabia ed arrivare  fino a Barigaza- o se ci viene, via  terra, dalla Perside; la prima è più trafficata data la presenza di  192 navi che fanno il tragitto  mensile  per India, la seconda è tipica degli ebrei della zona della bassa Mesopotamia e  della regione intorno a Susa),   si può arguire  per prima cosa che poco dopo la distruzione di Gerusalemme  alcuni  aramaici dopo Masada, si dirigono, oltre che ad Alessandria anche  in Arabia e  in Babilonia. Inoltre  si evince  che Panteno  ritrova lo scritto aramaico  tra le popolazioni indiane  e lo riporta ad Alessandria ( e poi  non se ne  ha più notizie- pare-).

Da altre fonti si conosce  che in India centrale c’è una fioritura di naziroismo dopo la galuth adrianea, come anche in Arabia  più  in quella centrale che  lungo la coste  e del mar Rosso e dell’ oceano indiano- compreso il golfo di Oman: sono attestati naziroi perfino all’epoca di Maometto…

Questa codificazione aramaica  costituisce  un corpus unitario  di base terapeutico- essenico, portato avanti dai Terapeuti di Alessandria  rimasti puri fino al tempo di Sinesio (Cfr. www.angelofilipponi.com Il vescovo Sinesio) su cui si forma una  primissima tradizione orale, christiana antiochena  anche dopo la violenta scomparsa ad opera della decima legione romana degli esseni, recuperati poi nel II secolo,   e dopo  la distruzione del Tempio…di cui si ha traccia implicita in Clemente Alessandrino (Stromateis , 1,21,147 ) in Origene ( Comm. in Matteo, 1) e forse in Tertulliano (De carne Christi, 22)che parlano già di un Vangelo di Matteo scritto in greco  e ne riportano l ‘ incipit …

Dopo la codificazione scritta greca, la varietà dei vangeli è in relazione alle tante e differenti aree di  predicazione cristiana, in Oriente e in Occidente, in cui appaiono modifiche, aggiunte  e  cambi strutturali con  formule  utili  per la definizione della  regalità, della cristologia e del mistero trinitario e talora  si costituiscono perfino  Nuovi Vangeli, attribuiti ad Apostoli …

Il primo,a detta di Eusebio, che li  certifica e li cataloga  facendo precise enucleazioni sarebbe stato un Ammonio di Alessandria   contemporaneo di Ammonio Sacca, il filosofo, maestro di Plotino…

In Eusebio come  in Atanasio , comunque, sono presenti i segni  di una avvenuta  evangelizzazione  cristiana, ma anche di una incertezza sul criterio di autenticità e su quello di classificazione…

Il sistema classificatorio  arriva fino a Isidoro di Siviglia, la cui esposizione sottende una precisa eredità ariana, quella della cultura visigotica, inficiata dall’evangelizzazione anche nestoriana monofisita,  in Spagna….

Isidoro in De canonibus evangeliorum  dice: 1. Canones Evangeliorum Ammonius Alexandriae primus excogitavit, quem postea Eusebius Caesariensis secutus plenius conposuit. Qui ideo facti sunt, ut per eos invenire et scire possimus qui reliquorum Evangelistarum similia aut propria dixerunt.

2. Sunt autem numero decem, quorum primus continet numeros in quibus quattuor eadem dixerunt: Matthaeus, Marcus, Lucas, Iohannes. Secundus, in quibus tres (eadem dixerunt): Matthaeus, Marcus, Lucas.Tertius, in quibus tres: Matthaeus, Lucas, Iohannes. Quartus, in quibus tres: Matthaeus, Marcus,Iohannes.

3, Quintus, in quibus duo: Matthaeus, Lucas. Sextus, in quibus duo: Matthaeus, Marcus.Septimus, in quibus duo: Matthaeus, Iohannes. Octavus, in quibus duo: Lucas, Marcus. Nonus, inquibus duo: Lucas, Iohannes.

4. Decimus, in quibus singuli eorum propria quaedam dixerunt.Quorum expositio haec est. Per singulos enim Evangelistas numerus quidam capitulis adfixus adiacet, quibus numeris subdita est aera quaedam mineo notata, quae indicat in quoto canone positus sit numerus, cui subiecta est aera.

5. Verbi gratia: Si est aera .., in primo canone; si secunda, in secundo; si tertia, in tertio; et sic per ordinem usque ad decimum perveniens. Si igitur, aperto quolibet Evangelio, placuerit scire qui reliquorum Evangelistarum similia dixerunt, adsumes adiacentem numerum capituli, et requires ipsum numerum in suo canone quem indicat,ibique invenies quot et qui dixerint; et ita demum in corpore inquisita loca, quae ex ipsis numeris indicantur, per singula Evangelia de eisdem dixisse invenies.

In epoca visigotica grande era  la confusione, nonostante i canoni, i raggruppamenti, le divisioni, le logiche differenziate semantiche!.

Riassumiamo  e concludiamo.

Si era costituita  in epoca flavia una doppia tradizione  quella  aramaica, orale, che serpeggiava, si  vivificava e si rianimava col paradigma dei martiri nella lotta clandestina contro i Romani e che, finita dopo il settanta, iniziava un nuovo reclutamento militare collegato con quello dottrinale di Johanan ben Zaccai e  con  i discepoli del maestro /Rabbi ,  formatore di altri rabbi …Era una scuola o che tramandava  tramite Rabbi la legge mosaica secondo il costume essenico,  mantenendo la tradizione giudaico-aramaica…

Accanto si era costituita un’altra tradizione, greca  ad Antiochia, che    enucleava il suo messaggio sulla morte e resurrezione del Christos, destinato a tornare come nikeths , trionfatore che riuniva tutte le stirpi del giudaismo ellenistico  e i pagani convertiti, secondo il pensiero di Paolo  e secondo il contributo della scuola alessandrina e di quella  antiochena, in senso allegorico. e in senso letterale…

La  prima aveva come emblema il Messia  risorto propagandato  oralmente da Giacomo   che  proclamava il malkuth  ha Shemaim, destinato a trionfare al ritorno  prossimo del fratello; la seconda era di stampo paolino, una Basileia tou Theou, scismatica  che visse, senza essere mai accettata per qualche tempo vicino alla sinagoga ebraica …

Perciò non esiste  un nucleo evangelico scritto né in aramaico né in greco in quanto ci sono due diverse  di  una tradizione orale aramaica ed una  ellenistica secondo Giacomo e secondo Paolo.. .

La tradizione aramaica per prima  passa dalla fase orale a scritta per necessità politico-storica, poiché i capi aramaici hanno fatto  una scelta in senso mosaico ebraico e quindi hanno rifiutato la linea ereticale paolina, dopo il Settanta, specie nella  Chiesa di Gerusalemme, nonostante la vigilanza romana e l’incipiente persecuzione imperiale .

Ne deriva che è possibile  parlare di un vangelo scritto aramaico ma non di un vangelo greco  che invece deve essere  collocato entro il ventennio tra la stesura di Guerra  giudaica e Antichità Giudaica , contemporanea al Bios flaviano,  che potrebbe essere  il modello da   imitare  per i letterati Christianoi, che avrebbero potuto servirsi anche della fonte scritta  aramaica …

Aggiungo  che sono  propenso, perciò, a datare la scrittura  greca di una originaria fonte Q  solo tra il 74 e il 94 d.C ..   e a considerare il Proto Marco,  subito dopo la fonte,  negli ultimi anni di Domiziano, mentre i testi che noi abbiamo -escluso Giovanni – sono compresi tra l’ epoca  nerviana e l ‘annessione della Nabatea …Dunque questa è la storia, o meglio questa –  dovrei dire – è la risultanza storica di anni di studio.

E i miei parenti ed amici cristiani dicono  che credono in Gesù Cristo  e non sanno distinguere il Cristo da Dio:  sono veramente credenti  cristiani cattolici?

Recitano il Credo  ogni domenica e vanno settimanalmente al rito eucaristico a nutrirsi del Corpus Christi. Perché? non lo so.

Parabola del fariseo e del pubblicano

Gesù può aver detto la parabola del Fariseo e del pubblicano?. Non credo e non certo come la scrive Luca.

Perché? diranno molti cristiani.

Per due motivi.

Primo, perché i personaggi non  sono realmente storici, ma sono inventati sulla base dell’osservazione della vita ecclesiale, di una provincia romana  di fine primo secolo: né Gesù, né i due protagonisti della parabola, il fariseo e il pubblicano, sono figure vere, ma costruite ed assimilate con  altre  di epoca successiva. Infatti il tempio, che è il santuario ebraico per eccellenza, non più esistente  in epoca flavia,  equivale ad  un locale  di  riunione  e di preghiera in una città orientale, pensato da Luca come ambiente e contesto simile, in cui creare una  situazione con l’episodio dei due oranti.  esaminati nella specifica superbia  del fariseo, puro,   e nella umiltà del pubblicano, peccatore. La parabola è un‘inventio di Luca come anche la valutazione da parte di Gesù, che fa la dieghesis narrazione.
Secondo, perché la parabola di Luca ha un telos, un fine prefissato che è conforme al pensiero di Paolo, che deve essere diffuso contro  quello espresso da Yaqob Iakobos Giacomo e i suoi seguaci aramaici, -già sconfitti dai romani, che hanno distrutto il Tempio -(Cfr. Giacomo e Paolo), pronti a nuove staseis rivolte.

La sua scrittura ha un fine dimostrativo,  già chiaro nella premessa alla parabola stessa del Fariseo e del pubblicano, esplicito nella conclusione e nell’ apoftegma finale (Lc. 18,9-14), che è una ripetizione di 14,11.perché chi si esalta, sarà umiliato e chi si umilia sarà esaltato.  

La parabola di Luca,  scritta dopo oltre cinquanta anni  dalla morte del Christos, ha la struttura di una favola  di Fedro, esopiana,   con una conclusione pertinente  morale.

La premessa (Per certuni, poi, che dentro di sé erano persuasi di essere giusti e disprezzavano gli altri,  disse questa parabola) è simile a quella della parabola precedente del Giudice iniquo (Raccontava poi loro una parabola sul dovere che avevano di pregare sempre, senza perdersi di animo -18,1 come assicurazione  che Dio renderà  loro giustizia con sollecitudine  anche se c’è il dubbio che il figlio dell’uomo al suo ritorno   troverà la fede sulla terra).

Dunque, Luca ha uno scopo, quello di invitare i fedeli della ecclesia christiana  alla preghiera, alla fede,  alla fiducia nella pronoia divina  che risolve ogni problema con la peripeteia e con l’improvviso  e tragico capovolgimento, per cui i primi saranno gli ultimi e gli ultimi i primi, in quanto ciò che è impossibile agli uomini  è possibile a Dio ( Lc.18,27) .

Luca in effetti predica il vangelo di Paolo: la salvezza  si consegue con la preghiera e con la fede ed è un dono di Dio, non un merito  individuale umano.

Luca scrive quando l’essenismo  con il fariseismo è un vago ricordo nelle ecclesiai cristiane, specie in Macedonia e Tracia, anche se in Galilea, Gaulanitide, Traconitide ed altrove ancor  sono presenti  gli zelanti della Torah che eseguono  i  precetti dei rabbi della scuola di Iammia, che mantengono vivo lo spirito del pensiero  farisaico ed anche se  l’haburah con edah, costituita da Yaqob, ancora funziona.

Ma seguitiamo a  leggere  e cerchiamo di capire la parabola.  Gesù, secondo Luca  disse questa parabola per certuni  che dentro di sé  erano persuasi  d’essere giusti e disprezzavano gli altri, mostrando i protagonisti: due uomini  salirono al tempio per pregare, l’uno era fariseo, l’altro pubblicano... evidenziando il fariseo che,   ritto in piedi pregava fra sé così: O dio, ti ringrazio che non sono come gli altri uomini, rapaci, ingiusti,  adulteri anche come quel pubblicano. Digiuno due volte alla settimana e pago la decima di tutto quel che compero.

Solo uno, che narra dopo la distruzione del tempio, può avere un incipit di tale genere parabolico: ritenere gli ebrei   quelli che hanno una concezione farisaica  di giustizia, collegata con l’idea di un popolo eletto,- che, avendo  un culto threschia, esclusivo, per un solo dio e padrone, disprezza non solo i culti di tutti gli altri popoli pagani, ma anche le comunità cristiane,- è  spia di un’antitesi tra la tzedaqah della sinagoga e l‘agaph /caritas  dell’ecclesia cristiana, non più, comunque,  in territorio siro-palestinese, ma  in ogni città orientale.

Il fariseo diventa figura antipatica, disgustosa davanti a Dio  per la superbia dell’eletto ed è  prototipo di tutto il popolo ebraico condannato già dall‘auctoritas senatoriale e flavia, sorvegliato  per la sua perfidia integralista, già taeterrimus per Tacito.

Luca scrittore di epoca flavia dovrebbe sapere (dovrebbe averlo sentito dire da Saul/Paolo o da altri di  stirpe ebraica)  che un esseno o un terapeuta, uomini di formazione farisaica,  mangiava ogni tre giorni e quindi digiunava  2 volte a settimana, anche se la Torah  imponeva una volta all’anno nel giorno della Espiazione ( Levitico 16,29; 23,27; Numeri 29,7). Inoltre si sapeva che  il fariseo era  ligio a pagare le decime perché diffidava  del venditore (impuro) che tendeva a non pagarla.

L’ evangelista è teso ad opporre i due caratteri, per creare  contrastivamente  una rete di antipatia  per il primo e  per formare un alone di simpatia per il secondo.

Infatti contrappone  al fariseo il pubblicano, un  appaltatore  di imposte seduto a to teloneion, al banco, cioè un teloonhs (teloonhths -telos ooneomai ) da tutti conosciuto come arpaks rapace, perché esattore,  in  Giudea  considerato un apostata o uomo bollato da anathema, di solito  filoromano, un ebreo romanizzato con doppio nome come Levi/Matthaios, emblema dei pagani  moichoi  adulteri ed adikoi ingiusti: Non sa Luca che neanche il teloonhs può entrare nel tempio  e che  deve stare a distanza di metri da un puro, regolata secondo la prescrizione della  Legge, all’atto della condanna!.

Il pubblicano,invece, diventa per l’evangelista  elemento positivo, simpatico  e caro proprio per la sua coscienza di essere peccatore in quanto creatura, a cui va la solidarietà di ogni  uomo mortale.

Luca  così scrive: il Pubblicano invece si teneva lontano  e non osava neppure alzare gli occhi al cielo, ma si batteva il petto dicendo: Signore, abbi pietà di me, peccatore.

ll pubblicano, peccatore  secondo lo schema paolino cristiano, di uomo mortale che vive nel peccato e che solo con la preghiera e con la fede si redime grazie al sangue di Cristo,  tanto da  essere degno di risuscitare e di avere il premio della vita eterna, è il modello del fidelis, che è umile,  creatura di fronte al creatore, cosciente del suo peccare. 

Il pubblicano amartolos, (uno che commette amarthma in quanto è peccatore perché riscuote il denaro per conto del romano  e maneggia le monete stesse con l’effigie dell’imperatore, diventa  non colui che  rimette il debito estinguendo il dovuto to opheleimenon (to khreos) come Zaccheo, ma è uomo giustificato per la sua umiltà e preghiera (congiunta alla Fede nel Christos ).

Luca, dunque, con il rovesciamento delle due figure, rinnega il giudaismo, esalta la romanitas e vede la salvezza per l’uomo secondo il  disegno salvifico di Paolo, romano -ellenistico,  basato non sull’uomo faber suae quisque fortunae, ma sul  Theos che sovverte la sorte umana  ed attua la sua oikonomia divina imperscrutabile.

Luca, dunque, testimonia  il baratro che si è aperto tra la sinagoga e  l‘ecclesia, in epoca flavia, poco prima o poco dopo il distacco  tra  i due credi, verso la fine del I secolo dopo Cristo, quando ancora il ramo  nazireo è  ancora nell ‘albero giudaico come Malkuth ha shamaim, ancorato alla Torah mosaica, -diversamente dalla Basileia tou Theou/il regno di Dio  antiocheno  che invece ha rotto ogni rapporto con la tradizione gerosolomitana ortodossa,- destinato ad  andare verso altre insurrezioni e verso il suo stesso sterminio sotto  Adriano.

Luca non sa (finge di non sapere) , però, che la preghiera ebraica si fa in piedi  e che ogni ebreo aspira ad essere giusto  e fa opere di giustizia, convinto di servire e di temere il suo Signore,  che lo ha eletto, in quanto  figlio, erede del Regno: la puntualizzazione (ritto in piedi e la preghiera di ringraziamento per essere diverso rispetto agli altri uomini)  dall’ angolazione  ebraica  non  rende ripugnante il fariseo, che è uomo distinto proprio per la sua fede collegata con le opere, elemento  leale e coerente  nel suo modus operandi,  tipico di eroe che muore per la patria  e per la sua fede, ma lo sublima.

I due per Luca antiocheno sono due caratteri giudaici, uno spocchioso, cosciente dello zelo  per la legge, l’altro umile e dimesso, sicuro di essere un reietto rispetto ad ogni puro giudeo: da parte dell’evangelista si  arcaicizza di proposito e si  falsifica la storia  di Gesù eroe popolare, di stampo farisaico, morto da puro ebreo.

Gesù, invece, è visto da Luca (da Paolo), anche  se scandalo della croce,   come un saggio sophos, alonato di divinità, capace di  predicare la remissione dei peccati, di  affermare che il pubblicano peccatore scese a casa sua  giustificato. Luca si è servito di  salire anabainesin ‘alah  e di scendere katabainein yarad così per mostrare solo che il tempio è in alto e che  la casa del peccatore è in basso: l’evangelista non sa che nel primo c’è sotteso tutto un mondo di  ascensione sublime  con esercizio che indica eccellenza e grandezza verso cui tende il  fedele, mentre lo scendere  indica il tragitto opposto, secondo un sistema di allegoria, tipicamente farisaico.

Luca,  dunque, descrive non il reale fariseo e il vero pubblicano, ma  due cristiani: uno spocchioso  che in piedi prega, convinto di essere un santo; l’ altro che  è umile, è cosciente del suo peccato e crede in Dio. E così avendo mostrato due tipi opposti,l’evangelista applica la regola paolina della metamorfosi  per  attuare la metabolh il cambiamento, in nome di Dio,  che  abbatte il superbo ed innalza il debole.

La conclusione di un  Gesù astorico, secondo Luca, è questa:  vi dico che quest’ultimo scese a casa giustificato, al contrario del primo. Di quale Gesù parla Luca (o chi per lui)? , di quale fariseo? o di quale pubblicano?

Solo Filone avrebbe potuto  illuminarci davvero perché contemporaneo di Gesù, ma la sua fonte non ha lasciato tracce né sulle  parole né sul bios del Signore, neanche  ci è giunta una goccia della sua acqua. Eppure Filone ha parlato di ameicsia non mescolanza, di una  sorta di separazione e distinzione farisaica ed ha proposto due modelli di vita ebraica di sicura radice farisaica, quella attiva degli esseni e quella contemplativa dei terapeuti, da cui risulta chiara, bella, virtuosa l’airesis setta dei Farisei.   Anche Saul Paolo, un cristiano ellenizzato dal doppio nome, che si è sempre professato  e vantato fariseo  e discepolo di Gamaliel-ma è un uomo di menzogna, condannato alla fustigazione e poi  a morte dal sinedrio e da Yaqob/Iakobos, fratello del signore  perché non obbediente alla legge,  e alla prescrizione  sulla Casherut – tiene in grande onore la figura del fariseo,  come ogni altro ebreo dell’ epoca che precede la distruzione del Tempio.

Giuseppe Flavio, figlio di Mattatia,- che è un  contemporaneo di Gesù,  parente degli Anano, meglio di tutti  potrebbe darci qualche indicazione anche se per dovere di suddito e per gratitudine verso i Flavi suoi padroni, scrive  Guerra Giudaica  nel 74  ed Antichità Giudaica nel 94, mantenendosi necessariamente nei binari della lealtà all’imperatore, senza però celare la verità storica,  facendo l’apologia giudaica senza offuscare il valore dell’imperium romano, risultando, però, ambiguo ed equivoco in questa contraddizione concettuale,   utile, comunque,   al fine della trasmissione  dell’eredità culturale sacerdotale ebraica – sembra smentire Luca e la sua cristiana interpretazione.

Lui è storico ufficiale dell’impero romano, autorizzato alla lettura della sua opera, impegnato nella esaltazione dei Flavi, pagato per la celebrazione del mito soterico di Vespasiano   e dei suoi figli, salvatori dell’impero romano, pacificatori dell’oikoumene, ripristinatori dell’ordo kosmico, dopo il disordine della guerra civile  dell’anno 69, a seguito della morte di Nerone.

Guerra Giudaica (a cura di Giovanni Vitucci, Mondadori 1974) II,14  così descrive la setta dei  farisei,- che  lo storico dice di aver scelto, pur essendo di stirpe sacerdotale, di una della migliori famiglie, dopo il sodalizio con Banno nel deserto, in considerazione della virtù-: essi godono fama di interpretare correttamente  le leggi, costituiscono la setta più importante  ed attribuiscono ogni cosa  al destino e a dio; ritengono che l’agire bene o male  dipende in massima parte dagli uomini,  ma che in ogni cosa ha  parte il destino ; che l’anima è immortale, ma soltanto quella dei buoni passa in un altro corpo,mentre quella dei malvagi  sono punite con un castigo senza fine…i farisei sono legati da scambievole  amore  e perseguono la concordia  entro la comunità .

In  Antichità giudaica XVIII 12-15 (Angelo Filipponi, Antichità Giudaica, XVIII, E book Simplicissimus , 2012) Flavio dice:

I  Farisei hanno un sistema di vita semplice e non concedono niente alle mollezze: seguono con autorità quanto la loro dottrina trasmette giudicando buono ciò che bisogna dettare considerandolo degno di contesa.Tengono in onore i più anziani,  non essendo orgogliosi in niente altro se non coraggiosi, di fronte alle  risposte di coloro che ostacolano  il loro parere. Essi ritengono che ogni cosa avvenga per destino, senza però negare il libero arbitrio, in quanto sono contenti che ci sia mistione di potere tra Dio e il magistero del destino: gli uomini, virtuosi e malvagi  devono stare con propri meriti Essi hanno la speranza della immortalità delle anime (Essi hanno speranza che le anime abbiano una forza immortale) e che sotto terra ognuno avrà un’adeguata dimora, a seconda del merito e in relazione alla virtù e al vizio, che alcune anime saranno chiuse in eterne prigioni e che altre invece potranno ritornare in vita. Per questo essi risultano molto graditi al popolo, ogni preghiera e tutti i riti cultuali divini sono svolti conformemente alle loro prescrizioni; la loro virtù fu così lodata dalle  popolazioni(cittadinanze)  che  li seguivano per la pratica, perché ritenuti  migliori  nel sistema di vita e nelle regole.

Perciò bisogna  concludere  secondo pertinenza  che in epoca di Gesù  il fariseismo era una setta che insegnava la resurrezione,  la stretta osservanza delle regola ma soprattutto ogni fariseo sapeva come agire di fronte ai sadducei,  sacerdoti e loro avversari, come combattere   i romani,  come comportarsi coi  pubblicani dando regole di comportamento pratico. Insomma  i farisei erano maestri  di giustizia, laici , ed una loro frangia  era la setta degli esseni .

Gesù, ebreo, il Christos Messia,  mai avrebbe  potuto mostrare una simile figura di fariseo, un  giusto come suo fratello Giacomo,  che predicava il Malkuth ha shemaim, la sua prossima venuta e il valore delle opere e non delle Parole !.

Cosa  diranno di questa lettura i miei amici e parenti cristiani? mi auguro solo che abbiano almeno qualche dubbio sui Vangeli e sulla ispirazione dello Spirito Santo!

Io lavoro, essi credono! Cosa? Non lo so.

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Un’ordalia nel 1498, a Firenze!

Francescani e domenicani in una sfida… mortale

Firenze  7 aprile 1498: Un’ordalia, un giudizio di Dio!
Che Vergogna per gli umanisti!
7 aprile 1498 un francescano e un domenicano a Firenze, in Piazza della signoria, si sfidano ad un’ordalia di fuoco.
I priori hanno concesso l’area della piazza ed hanno allestito il teatro della sfida, facendo  una piattaforma di legno  alta oltre due metri, di circa trenta metri di lunghezza e di sei di larghezza : i quattro lati a mò di recinto, erano  fatti di mattoni verdi, crudi, sovrapposti, di altezza di poco più di 30 centimetri.
I due contendenti arrivavano dai propri monasteri di S. Croce l’uno e di S. Marco l’altro: uno è lo sfidante il francescano Giuliano Rondinelli, che ha assunto l’incarico  e si è “sacrificato” al posto di Fra Francesco da Puglia, che aveva lanciato la sfida, contro i savanaroliani;   l’altro è Fra Domenico da Pescia, che gareggia per l’onore di Fra Gerolamo Savonarola.
Dovevano fare il percorso senza bruciarsi: risultava vincitore chi usciva vivo da quell’inferno!
Savanarola  guidava la Repubblica di Firenze,  che si era costituita dopo la morte di Lorenzo il Magnifico e  la venuta di Carlo VIII in Italia.
Fra Gerolamo  con la sua visione apocalittica aveva profetizzato gli eventi ed aveva attaccato la politica di Rodrigo Borgia
(Alessandro VI, successore di Innocenzo VIII Cybo) inimicandosi così col papato, da cui precedentemente aveva  avuto autorizzazione per l’indipendenza del Convento di S. Marco e per il raggruppamento di tutti  i monasteri domenicani sotto la sua tutela, grazie al cardinale Oliviero Carafa.
In città si erano costituite due fazioni/ partes quella dei Palleschi a favore dei  Medici e  quella dei Piagnoni a favore del frate  che aveva  perfino messo al rogo tutti  i libri considerati “mondani” cioè non utili alla moralizzazione dei cives e che aveva intensificato la sua azione nelle prediche, quaresimali, contro il papa simoniaco.
Alessandro VI, dopo le ammonizioni, rituali, aveva scomunicato il frate che aveva insistito nella sua azione antipapale  nei suoi commenti  alla Bibbia, mostrando come la vigna del Signore era desolata e in mani sacrileghe.
Pochi giorni prima della sfida era giunto un breve  papale con cui si condannava al fuoco l’eretico Fra Gerolamo.
In questa situazione di grave lotta civile tra le due opposte fazioni, bisognava dimostrare che il domenicano  era nel giusto perché fautore e cavaliere di Dio per Fra Gerolamo   giusto, santo  e profeta, mentre il  Francescano Fra Giuliano  affrontava il martirio  competendo  per dimostrare il contrario che cioè Fra Gerolamo era un falso profeta degno di essere condannato: Dio doveva dimostrare  chi dei due fosse nel giusto, salvandolo dal fuoco.
I due frati erano pronti per passare a piedi nudi e fare il percorso, senza bruciare,  grazie a Dio che avrebbe protetto il giusto.
Come finisce la disputa?
Con un acquazzone tale che  spegne il fuoco.
I due concorrenti sono tenuti in sospeso dai priori che li sentono discutere teologicamente e fanno questioni di ogni genere, timorosi dell’ordalia: l’uno, più motivato al martirio,  è sulla piazza; l’altro è dentro il palazzo della Signoria, con i notabili.
Dapprima i francescani  rifiutano la cappa  di fra Domenico inadatta per l’ordalia,  perché stregata  e fatta con incantesimo, poi   hanno dubbi sugli abiti stessi, per cui  il frate  è spogliato di quelli che porta  ed  ha abiti da un altro domenicano,  ed infine   sollevano obiezioni sulla  distanza che deve  esserci tra il  domenicano e Fra Savonarola,  capace di magie  perché dotato di poteri diabolici.
I francescani,  inoltre,  contestano Fra Domenico  che vuole portare  il crocifisso  ed anche l’ostia consacrata, ritenendo la croce una protezione e  il corpo di Cristo non  bruciabile: per loro si fa  cosa iniquissima e contro la chiesa se si procede secondo il volere del domenicano.
I francescani da parte loro cercano di far passare tempo e di spingere i domenicani ad iniziare per primi la gara: la dilazione sembra  fatta  in relazione al mutamento delle nuvole e al peggioramento del tempo sopra Firenze.
Fra Domenico, savanaroliano,  sembra l’unico deciso ad entrare sui carboni, mentre il Rondinelli, forse impaurito dal fuoco, è tenuto prudentemente in attesa, comunque,  forse, all’occasione,  sarebbe stato capace anche di morire martire.
Cavilli religiosi, comunque  dall’una e dall’altra parte, prima della purificazione… dell’acqua e della fine  definitiva della disputa!
La folla, tutta maschile, era in fibrillazione (Le donne i bambini assistevano dalle finestre e dai tetti della piazza), le due fazioni, armate, erano all’erta, mentre la signoria aveva disposto un suo esercito per evitare gli scontri e le violenze.
Un  temporale con lampi e tuoni   spegne il fuoco: Dio non vuole quella prova: questo sanciscono, concordi,  domenicani e francescani e le auctoritates presenti,  che, tutti inzuppati di pioggia, tornano ai loro conventi e case.
La razionale Firenze, patria di Lorenzo il Magnifico, morto da pochi anni, domicilio  di Pico della Mirandola (anche lui  morto da poco, seguace del Frate che aveva visto la sua anima salva in Purgatorio) e di  Poliziano, letterato  devoto e di Michelangelo religiosissimo,  mostra con questa ordalia una diversa realtà di fine quattrocento, tutta  ancora medievale, solo in apparenza umanistico-rinascimentale.
Il povero  Fra Gerolamo Savanarola,  quasi un mese dopo, il 23 maggio,  fu bruciato vivo, con due  confratelli!

Viene eseguita la condanna papale .

Trionfa Alessandro VI con la sua politica a Firenze e suo figlio Cesare si crea uno stato indipendente nel Centro Italia  grazie al  potere paterno…

Un’altra lettura di “I dieci lebbrosi”

Luca  narra la guarigione di 10 lebbrosi in 17,11-19.

Il racconto di Luca non è una testimonianza  di un miracolo paradoxon, di Gesù, che si trova a passare, al confine  tra la terra di Samaria e quella di Galilea, mentre va  a Gerusalemme,  ma  è spia di un telos,  quello lucano, di mostrare  cioè la riconoscenza di un Samaritano -rispetto all’ingratitudine degli altri nove, giudei – e la sua fede nel  Regno  di Christos venuto.

Il racconto di Luca non è storia, ma è una dihghsis  narrazione di un normale scrittore ellenistico, impegnato cristianamente secondo la scuola antiochena: Luca non conosce  la toledot giudaica e neanche la torah/nomos legge, sia giudaica che samaritana…

D’altra parte già  Luca aveva parlato della guarigione di  un solo lebbroso in 5, 12-16 , raccontata anche da Marco 1,40-45 e da Matteo 8 1-4.

Dunque, il  racconto  di un Gesù Methorios- che  con una comitiva attraversa il confine tra Galilea e Samaria per prendere decisamente il cammino lungo il Giordano fino a Gerico, prima di salire alla Città Santa-  fa parte del sondergut lucano, di quel materiale speciale tipico del mestiere di Luca medico e scrittore,  che ha lo skopos di rivalutare la cultura e il popolo samaritano, coinvolto nella stessa comune sconfitta, dopo la distruzione del tempio, dopo la fine di Simon Mago a seguito del pagamento della doppia dracma al  tempio di Zeus, a Roma, di tutta la Iudaea capta  (Idumea, Samaria e Giudea) secondo gli ordini di Vespasiano (69-79 d.C).

Nel disegno lucano grande rilievo ha la parabola del buon samaritano 10.30-37, paradeigma di uomo che ama il prossimo, esempio di uno che  ha compassione/eleos,  che  si ferma, anche se ha impegni di lavoro,  vedendo un altro soffrire, perché ferito da lesthai/ladri, che si accosta premurosamente,   che fascia le ferite, che  versa sopra olio e vino, che  lo fa montare sulla sua cavalcatura,  che lo conduce all’albergo/csenodochion, che  cava  dalla borsa due denari,(8 sesterzi  cioè 32 assi, poco meno di 40 Euro), che  li dà all’albergatore,  a cui affida il ferito, con la raccomandazione di  curarlo,  aggiungendo  che al ritorno restituirà (il verbo sottende  che c’è già rapporto  tra i due) quanto avrà speso di più.

Per capire quanto il samaritano dà concretamente all’albergatore  aggiungo per il mio lettore che un romano compra con  due assi  un kg.di pane  (poco più di un due Euro ) e con  un sesterzio cioè con  quattro assi  (quattro/ cinque euro circa )  può scopare una  scadente  prostituta.

E’ un racconto ellenistico, filantropico, comunitario  che tratta di un civis romano incappato nei briganti,  che turbano l’ordine del Kosmos imperiale in Iudaea nei trenta chilometri circa, che dividono Gerusalemme (città a 750 metri  sul livello del mare)   da Gerico (località a 250 metri sotto il livello del Mare), lungo sentieri  tortuosi, impervi, aridi e desertici, a volte dirupati…

C’è sottesa  la denuncia del precedente sistema di vita,  giudaico, (anche se Luca, probabilmente,  non lo sa!), perché non associa a lesthai  gli zeloti, i partigiani, integralisti  religiosi  antiromani del periodo  erodiano e posterodiano …

Chiaramente, comunque,  Luca marca i semeia di un comportamento caritatevole nei confronti di uno sconosciuto da parte di un samaritano  che, secondo Giovanni (4,9), è animato da ostilità  verso gli ebrei, che lo considerano eretico e scismatico.

L’attenzione alle azioni del samaritano è in relazione  contrapposta al comportamento dell’élite sacerdotale ebraica  (sacerdoti e leviti)  condannata perché  gira alla larga (antiparerchomai  significa passo oltre e vado dalla parte opposta),  anche se non più esistente perché non esiste più il tempio…

La domanda di Gesù al dottore della legge- uno scriba, un fariseo, un laico  che chiede  cosa fare per ottenere la vita eterna -è volta da Luca non nella direzione della legge  mosaica e quindi secondo le Scritture  (Deuteromio.6,5 e Levitico 19,18)  a dire cioè amerai il signore Dio tuo da tutto il tuo cuore , con tutta la tua anima e con tutta la tua forza, con tutta la tua mente  e il  prossimo tuo come te stesso, ma a referenziare  con un esempio pratico l’idea astratta di prossimo/o pelas,  secondo parabola...

Infatti Luca  fa rispondere il dottore della legge a Gesù – che chiede Chi di questi tre (Sacerdote, Levita, Samaritano)  è  stato prossimo  di colui che incappò nei predoni?- : Chi gli ha usato misericordia.

Chiaramente  il telos di Luca è quello di un cambio di destinatari  e di fruitori del Vangelo: non più gli ebrei (sacerdoti e leviti, sadducei e farisei) ma samaritani (e pagani) sono ora i cleronomoi  gli eredi del pathr, senza il patriottico hmoon (Lc.11,1-4) molto diverso da quello di Matteo  (Cfr. Una lettura del “padre nostro “)…

In questo disegno lucano la Guarigione dei dieci lebbrosi   è un altro segno dell’intento sotteso di Luca, già mostrato nella parabola della dramma perduta 15,8-10,   del figliuol prodigo 1511-32, del fattore infedele 16,1-12, e del  ricco eupolone e del povero Lazzaro 16 19-31., della scelta dei posti al banchetto 14,7-11.

Prima di parlare del paradoxon  del miracolo della guarigione dalla lebbra,-  su cui non entriamo in merito- è opportuno chiarire che secondo la legge  giudaica, il lebbroso, guarito,  deve essere reintegrato nella società dei viventi,  e deve avere una certificazione  per poter  abbandonare l ‘isolamento (o la vita comunitaria con altri lebbrosi) da un sacerdote  da presentare al suo eparco/nomarco, capo civile della zona di residenza.

Detto questo, il racconto lucano ha una sua logica,  non di un uomo vivente nel  periodo prima della distruzione del tempio (70 d. C) ma  di uno  che  vive e scrive nell’epoca dei Flavi.  

Infatti Luca  fa dire a  Gesù (morto nel 36 d.C.), uomo  conforme alla Legge: andate e mostratevi ai sacerdoti  dimostrando  che  conosce  l’obbligo per un giudeo di purificazione e di espiazione  secondo la valutazione sacerdotale.

Il seguito del racconto,invece, tratta del ritorno di uno, -un samaritano, che, vistosi  guarito,  torna indietro, glorifica Dio a gran voce-  si prostra con la faccia a terra- fa la proskinesis che si deve ad un re o a un Dio –  ringrazia  (impossibile,  in situazione di fatto, la vicinanza ai piedi di qualcuno, da parte di un lebbroso,  senza una certificazione legittima sacerdotale, pena la morte!) il maestro, che dice: non furono mondati tutti e dieci. Dove sono gli altri nove?  e che aggiunge: non s’è trovato alcuno che tornasse per rendere gloria a Dio, se non  questo straniero.

Non sono  congruenti i due enunciati iniziali  e tanto meno l’aggiunta! un Gesù, Christos o no, dopo aver obbedito alla Torah, non può parlare in questo modo.

Gesù,  Christos , attivo tra terzo e quarto decennio del I secolo  in terra  giudaica  avrebbe dovuto sapere che la prescrizione della legge impediva il ritorno ai 9 giudei per almeno otto giorni!

Quel Gesù, secondo noi, in quell’epoca, non può non conoscere  la procedura per la reintegrazione sociale  secondo le forme e le disposizioni mosaiche,  che impongono purificazione ed espiazione dei peccati-dopo i giorni di cammino da luogo di residenza dei lebbrosi al Tempio-  tramite la figura del sacerdote e poi dell’addetto ufficiale  politico!

D’altra parte lo dice espressamente… ogni giudeo dell’epoca conosce il Levitico e la procedura (da seguire per la lebbra)  per  la purificazione e per l’espiazione.

Non per nulla minuziosa è la prescrizione  per la riammissione  di un lebbroso in comunità in Levitico  13,1-59  e 14 1-56, da cui stralciamo alcune prescrizioni, che riguardano  il purificatore e  il purificando.

Il sacerdote   per la purificazione –  dopo aver costatato la guarigione     ordinerà di portare: due uccelli vivi e puri, del legno di cedro, del panno scarlatto e dell’issopo…  e fatte i sacrifici  necessari, inizierà il  rito di espiazione al cospetto di Jhwh… e dopo  le operazioni richieste … gli permetterà di  entrare nell’accampamento o città nel luogo dove abita, dopo l’autorizzazione del  toparco, senza entrare in casa o tenda…(da purificare anche esse) per sette giorni.

All’ottavo giorno  il purificando, (a seconda delle sue possibilità)   prenderà un agnello per il sacrificio di riparazione, l’offrirà ….prenderà anche un decimo  di un’efa  (13kg, quindi 1,3Kg) di fior di farina intrisa in olio, come oblazione e un log di olio,   due tortorelle o due colombi, di cui uno come sacrificio  di espiazione e l’altro come olocausto…

Non ho la minima voglia  di mostrare i tanti atti rituali che sono compiuti dal sacerdote  per la purificazione di un lebbroso, mi preme però, far capire che Luca o non  conosce il costume,  pur facendo parlare Gesù  in tal senso, oppure non essendoci più il sacerdote sadduceo ( essendo  stato distrutto  il Tempio) segue la sua logica di Christianos antiocheno, del periodo flavio,  desideroso solo di mostrare  la fede in Christos.

Ecco dunque il  vero messaggio di Luca : La fede nel Cristo venuto è salvezza per il samaritano e per tutti gli uomini che credono nel suo messaggio secondo Paolo e Luca, ma non per gli ebrei.

Invece  la lettura del passo evangelico, se in linea con i tempi di Gesù  sarebbe stata diversa e non  ci sarebbe stata possibilità di mostrare la gratitudine  di un samaritano, anche lui vincolato dalla stessa legge  – anche se legge  propria di scismatici, ma univoca per la procedura della lebbra – e costretto a seguire il rituale di reintegrazione sociale con altri sacerdoti, quelli del Monte Garizim, vincolati anch’essi  dalla Bibbia Samaritana (che comprende oltre al Pentateuco- Genesi, Esodo, Levitico, Numeri e Deuteronomio-anche Giosuè) …

In epoca Flavia tutto è azzerato : un narratore, di formazione  ellenistica, può dare significato nuovo ed aggiungere altri  valori, secondo il proprio credo e la propria inventiva  creativa …

All’epoca , la condizione di Samaria  è diversa rispetto  all’Idumea e alla Giudea,  molto più coinvolte nella guerra giudaica,   perché tutelata maggiormente da Roma, data la consistenza dell’elemento militare,  sicuramente  filoromano  da quasi un secolo, da quando Erode fondò Sebaste in onore dOttaviano, Augusto/Sebastos, e netta è la distinzione tra l’ebreo vinto infidus,  taeterrimus  secondo Tacito, perfidus nella sua accezione negativa, e il samaritano  quasi un confederato, un auxiliarius  sebastenus nell’esercito romano….

Da questa angolazione il passo di Luca  ha altro valore e significato: il ritorno del samaritano è quindi  segno di gratitudine   di un individuo che diventa simbolo di un popolo  che venera il Christos venuto, come benefattore e  come Dio …

Luca, comunque,  non ha buone conoscenze né giudaiche né samaritane, ma  solo generiche  informazioni bibliche derivate (sembra)  da 2 Re  5, 14-17 , dove viene presentata una figura parallela a quella del Samaritano: un lebbroso, un militare,  lo straniero Naaman il siro, che  quando si vede risanato, torna dal profeta Eliseo, pieno di fede verso l’unico Dio, dopo che si è lavato sette volte nel Giordano secondo l’ordine del profeta …

Luca è un ellenista che ama inventare  parabole, fare aggiunzioni, propagandare il Christos– in quanto  discepolo di Paolo- uomo dio venuto, ucciso dai romani, risuscitato, destinato a tornare  presto  per instaurare il Regnum

Il fatto del Miracolo dei dieci lebbrosi, quindi,  per come  scritto,  è una riqualificazione dei samaritani, che divenuti da barbari-scismatici e quasi idolatri,  assimilati agli assiri, ai babilonesi, ai persiani,  ai siriaci   considerate le tante deportazioni dal periodo di Sargon- cives romani, degni di essere nel Kosmos imperiale, perché conformati all’imperium, alla iustitia  e pax  romana…

la tetrarchia di Lisania

Zenodoro

Lisania era  figlio di Tolomeo di Menneo, signore di Calcide che, alleato di Aristobulo II, suo suocero, aveva accolto Antigono, dopo la morte di suo fratello Alessandro, con le sorelle  a corte.
Tolomeo era stato un padre spietato, che aveva fatto uccidere l’altro figlio Filippione, a cui era stata  concessa come sposa Alessandra, sorella di Antigono, per sposarla a sua volta (cfr.Flavio Ant.Giud. XIII, 392,XIV,126).
Aveva fatto una politica antiantoniana e filoparthica ed aveva riportato nella sua terra Antigono, promettendo ulteriori aiuti, all’atto dell’invasione di Pacoro, figlio di Orode, re dei parthi.
Questi aveva conquistato tutta la Fenicia ed era arrivato al Mediterraneo, ma non era padrone del mare per la presenza della flotta antoniana, mentre Barzafrane e Quinto Labieno, figlio di Tito Labieno  (Ant .Giud.XIV,330,  Dione Cassio, Storie XLIX,19-21)  agivano nell’interno della Siria e Celesiria.
Lisania, alla morte del padre, alleatosi con Antigono, lo aiutò a conquistare  Gerusalemme e a consolidarsi nel potere, facendo, quindi, una politica avversa ad Antonio, secondo la tradizione familiare.
Quando, però, Pacoro fu vinto, nel 38 a.C.  da Ventidio Basso, che già aveva sconfitto ed ucciso Barzafrane e Labieno, gli furono imposte, dopo la vittoria di Gindaro, gravi  tributi:  le condizioni di pace,  trattate con Antonio stesso, furono pesanti.
Antonio, vincitore per legatum dei parthi, già innamorato di Cleopatra, ucciso Antigono in Antiochia, aveva imposto Erode come sovrano in Giudea ed aveva assegnato  in dono alla regina egizia  la tetrarchia di Lisania (che, accusato  di aver favorito i parthi  e di aver cospirato contro i romani, era stato ucciso   Ant. Giud.  XV,92) ed alcuni territori di Malco, re nabateo (quelli intorno a Damasco).
I due re pagarono caramente specie Lisania, che, prima di morire, dovette cedere anche la capitale Abila  (di cui si vedono rovine al villaggio, oggi  chiamato Suk Wady Barada, a 20 km da Damasco) alla regina egizia.
Erode, pur socius  dei romani  dovette pagare  per non dare territori  richiesti  da Cleopatra (la zona di Gerico): diede infatti  duecento talenti, versando anche la metà di Malco,  che non aveva alcuna intenzione di saldare il debito.
Il re giudaico, in quanto fiduciario del triumviro, dichiarò guerra a Malco, poco prima della battaglia di Azio (31 a.C.).
Questa guerra si protrasse per oltre un ventennio e fu contro i nabatei e contro Zenodoro, che  era stato  l’amministratore della casa di Tolomeo di Menneo  e quindi di suo figlio Lisania (o ton  Lusaniou memisthomenos oikon).
Questi  nel corso e  dopo la guerra aziaca, riprese il controllo della ex tetrarchia di Lisania e la gestiva approfittando della mancanza di autorità romana ed egizia, nel periodo compreso tra il  32  e  il 29  e forse, fino al 27 a.C.,  epoca in cui Augusto decise il destino della Celesiria e  delle zone  ciseufrasiche e transeufrasiche.
La zona  di Calcide, ai piedi del Libano, con quella di Abila,  estesa  fino  verso il monte Hermon  comprendeva  parte della fascia orientale settentrionale del Libano attuale, tutta la zona montuosa  nordoccidentale compresa l’ Iturea (Batanea, Ulatha e Paneas) Gaulanitide, Traconitide, Auranitide e  zone dell’alta Galilea, fino alla Decapoli.
La tetrarchia di Lisania non era una  piccola  regione e per di più  non omogenea, difficile  a gestirsi, data la diversità di popolazioni, considerate le differenze morfologiche e la mancanza di una capitale unitaria: essa,  grosso modo (tolta la parte settentrionale del  Libano) poi toccò a Filippo,  figlio di Erode il grande,  che edificò al centro di questo territorio, Cesarea  sotto l’Hermon, alle sorgenti del Giordano,  dando così  una  nuova capitale (cfr Ant. Giud.XVIII,12-28,106).
Poi la tetrarchia ebbe qualche spostamento territoriale verso oriente, dopo la separazione coi territori nord-ovest (aggregati, forse,  alla Siria)  e fu data a Erode Agrippa-Ant.Giud  XVIII, 276- ed infine  assegnata da Claudio  a suo fratello Erode, pur ridotta nelle dimensioni (Ibidem,XX 138) territoriali,  limitati alla zona di Calcide. Per questo motivo  il fratello di Erode Agrippa I viene chiamato Erode di Calcide.
Molte di queste zone erano state occupate, quelle transgiordane, da Iamneo ( Ant. giud. ,XIII,393-4,397), che aveva conquistato  tra l’altro la Valle detta di Antioco e la fortezza di Gamala e perfino Pella in Decapoli, e le aveva  colonizzate  insieme con la Perea (che è  più a sud), inviandovi sacerdoti,  per far adottare i costumi giudaici.
Zenodoro, comunque,  si oppose ad Erode il grande, che era stato investito  da Augusto come sovrano della ex tetrachia di Lisania, con cause e con operazioni militari, impedendone la conquista.
Erode ebbe il sopravvento nella causa giuridica per l’appoggio sia di Marco Agrippa  che di Augusto, il quale,  nel 20 a.C. , stando in Siria,  in occasione di una ventilata spedizione  contro i parthi, riconfermò il precedente dono, fatto dopo la guerra aziaca.
Erode, però, non ne aveva preso militarmente  possesso definitivo perché ostacolato da Zenodoro, dagli arabi, dai parthi.
Infatti Zenodoro, non avendo avuto l’appoggio romano, essendo nemico di Erode, cominciò a tessere rapporti diplomatici con i parthi e con gli arabi, e  fece  concessioni di porzioni  del territorio a Fraate e  vendette l’Auranitide a 50 talenti (ad un basso prezzo, circa 1.250.000 euro)  ai nabatei, in modo da poter regnare indisturbato  sul restante della tetrarchia.
Da qui la difficoltà di inglobare la tetrarchia di Lisania da parte di Erode, che, solo nel 12 a.C. , alla morte di Zenodoro, ne entrava in possesso, nominale.
La zona, infatti,  non era di facile controllo sia per la morfologia accidentata del territorio, montuoso, che per la presenza di lhistai, ladroni (sul problema lhistai-zelotai nel territorio di Lisania -Zenodoro  cfr. Giudaismo romano I parte).
L’intervento romano di Varrone, governatore di Siria e poi quello di  Senzio Saturnino, incaricati a più riprese  di ripulire la zona non dovette avere esito se Erode non ne prendeva possesso ed era tenuto in scacco dai lhistai in una regione adatta alla guerriglia.
La zona  per me era covo  degli zeloti  che, protetti dai Parthi e dai Nabatei, avevano rifornimenti e quindi fomentavano rivolte  mantenendo  uno stato permanente di guerriglia, inestirpabile, perdurato fino alla vicenda di Cristo e poi fino alla guerra del 66-73 d.C.
Erode (forse) trovò la soluzione con Zimari, che, cacciato dalla Parthia, esule, aveva chiesto ospitalità e una sede per i suoi 500 arcieri e per il centinaio di famigliari mesopotamici  babilonesi giudaici, che, stanziati ai confini della Traconitide, la controllavano.
Erode gli concesse Ulhata a nord del lago di Hule e l’eparchia di Batanea,  esentò lui e tutta la regione  da tasse e da altri obblighi.
Zimari  ne prese possesso ed edificò Bathira: egli  fu uno scudo per  gli abitanti,  opposti  ai traconiti, e per coloro che da Babilonia venivano al tempio di Gerusalemme e fu sempre fedele ad Erode.
Zimari pacificò la zona, facendo accordi con i lhistai, concedendo forse loro delle garanzie, se i suoi figli (Iacimo e Filippo, pur amici dei figli di Erode e dei romani ) poi non tradirono i figli Giuda il gaulanita e tanti altri zeloti.
Il solo Tiberio Alessandro, figlio dell’alabarca, diventato prefetto di Giudea, ebbe successo in quella zona e poté prendere ed uccidere Simone e Giacomo,  figli di Giuda.
Qui l’abilità politica e strategica  di Erode (Ant.giud., XVII,23-31) prevalse sul militarismo romano, dapprima facendo concedere parte dell’ex tetrarchia a suo fratello Ferora, che era diventato tetrarca  di Perea, poi  mediando con i nabatei e i parthi, specie dopo il matrimonio di Erode Antipa con Dasha, figlia di Areta IV.
Il problema degli zeloti, però, non fu risolto  e sembra che solo con Agrippa I  la zona fu oppressa pesantemente (Ibidem, 28) . In seguito  i romani imposero,  pur lasciando lo statuto di libere popolazioni,  tributi agli abitanti.
La tetrarchia di Tolomeo di Menneo, di Lisania, di Zenodoro,  tenuta da Erode  con l’aiuto di Zimari, e di Ferora, divenuta  tetrarchia di Filippo, poi di Agrippa I e infine passata sotto i romani, pur con  speciali statuti è il covo degli zeloti, che gravitano sulla sponda transgiordana, alla sorgente (nord est e nord ovest ) e che, animati da santoni del tipo di Giovanni il battista,  sono  oltranzisti irriducibili contro l‘auctoritas romana, inafferrabili in quell’intrigo di sentieri montani, di rupi e di caverne e di boscaglia ancora oggi visibili, ben testimoniati da Flavio (Ant. Giud., XV,346-348).

 

Methorios

il banchiere tra due stati

 

Il termine methorios è usato in diversi significati in autori  di epoche differenti: Tucidite  alla fine del V secolo,   Filone  nel periodo di Tiberio e Giuseppe Flavio in epoca flavia.

Tucidide usa il termine, unito a  h gh , per indicare che la terra di Egina  è  methoria,  cioè un avamposto Spartano contro Argo e contro Atene in cui gli egineti, filospartani, sono protetti dagli  Spartani ed hanno un comandante spartano.
Per methorios, dunque,  si intende una terra di confine tra due popoli in opposizione.
Il termine, invece, è usato, dopo secoli, in età ellenistica, in Filone di Alessandria  in quanto  il giudaismo,  in epoca giulio- claudia, è genos di confine,  ai margini dell’impero romano e confinante con quello parthico, con cui ha stretti legami per agkhisteia, suggeneia  e phratria per vincoli cioè di parentela e di affinità linguistica e religiosa  per cui esiste un popolo aramaico, come se  fosse un’unica etnia.
Questa, vivendo sotto l’impero romano e sotto quello parthico, territorialmente  suddivisa, ha le stesse usanze,  le stesse leggi, lo stesso sistema  di vita tribale agricolo ed una comune lingua, l’aramaico.
Quella, però, dell’impero romano ha due sistemi differenti  uno aramaico come quello parthico  e un altro ellenistico,  basato sul commercio e quindi diverso, pur nella comune fede ebraica mosaica.
Ne deriva, perciò. che la popolazione giudaica, poluanthropica  in epoca romano-ellenistica, risulta divisa in una pars aramaica di circa 1.600.000 (1.000.000 di Parti e 600.000 palestinesi) e 2.500.000 ellenisti.
La prima vive secondo dikaiousunh  ( Filone, Quod omnis Probus,  159) e secondo areth/virtù ( Praem., 15), conformata alla legge di Mosè, secondo le norme del Dio di Abramo, di Isacco e di Giacobbe, con cui ha una particolare relazione con un patto eterno; la seconda è un ethnos misto, contrassegnato da pleonecsia /cupidigia,  in quanto  cerca  di più  il personale guadagno (Spec. 4,5)  e vive secondo una pratica di vita mediana così da servire due padroni (Dio e i romani), pur coscienti di essere ancora   una stirpe sacerdotale, amata da un pateer provvidente, che è numen confuso con il theos  romano-ellenistico…
Filone in Vita Mosis I 324 mostra  come il genos ebraico sia  per natura isotimos , paritario,   anche se evidenzia che ci sono alcuni che nella divisione delle terre bramano di più,  andando oltre i limiti  e le misure stabilite  per mantenere il kosmos  e per l’equilibrio intimo e per  la convivenza sociale.

Il filosofo rivela di conseguenza la presenza di anisotes ineguaglianza ((De Vita contemplativa, 70)  con  l’atacsia disordine con indisciplina  oltre  che di adikia  ingiustizia e di akolasia sregolatezza in opposizione a soophrosunh….
Non è, comunque, facile delineare l’area geografica  parthico-palestinese, entro cui ci sono zone interamente pagane con popolazione di diversi credi, mentre è più facile rilevare la comune matrice oltranzista (fondamentalista, direi)…
Quale  sia esattamente la zona abitata al confine dai giudei non è facile rilevarlo, anche se si conosce, grosso modo,  tutto il territorio di confine lungo l’Eufrate: essa comprende un’ampia zona non ben delimitata ed abitata, a macchia, da ebrei  che hanno fatto proselitismo, da secoli e che si sono diffusi al di qua e al di là dell’Eufrate, più a Nord che a sud: la ricostruzione di queste zone giudaiche  intorno ad un centro specifico potrebbe essere un grande lavoro al fine di capire la funzione di Methorios e la diversa applicazione differenziata  del Tokos (interesse) tra fratelli e  tra ebrei e pagani nelle zone di confine.
Una zona  dovrebbe essere quella  intono a Nisibi  e Neerda  lungo il corso del fiume, fino alla confluenza dei due fiumi, a Ctesifonte e Seleucia  con una popolazione ebraica  superiore a quella dei  giudei di Palestina …
Dalla fine del III secolo a.C. è attestata una famiglia, quella dei Tubiadi che svolge una funzione methoria  di raccordo  e di unità tra il popolo diviso nel territorio, seppure tenuto legato  da convenzioni specie religiose,  ed unito dal tempio di Gerusalemme fino alla distruzione del Tempio…
Filone probabilmente ha di mira il potere dei Tubiadi che avevano tentato di creare un stato cuscinetto tra Siria e  Egitto nella zona dell’ Ammanitide, ( Flavio, Ant Giud. XII, 230.233)  di cui oggi si hanno le rovine in Araq el Emir (un impianto monumentale comprendente  un lago artificiale, grandi saloni, parchi, grotte scavate  nella roccia e una rocca Birta – in aramaico –swr– torre in greco= phrourion)….
Probabilmente Giuseppe ed Hircano  uomini della tradizione giudaica egizio -tolemaica, sopportati da Antioco III e da Seleuco  avevano costruito una loro sede templare con trapeza  in concorrenza con quella gerosolomitana .(cfr M. Hengel,Giudaismo ed ellenismo, Paideia ,2001,  555-562)…
Nel caso di ritrovamento di monete, come Jehud  di Elefantina si potrebbe meglio sapere le relazioni tra i due stati ,come si rileva tra Nubia ed Egitto. Cfr. A. Vincent , Religion des Judeo-Arameans d’Elephantine  i937, 562 ss passim…
Comunque, allo stato attuale è solo ipotizzabile la volontà di creazione di uno stato  di confine, la cui grandezza non è conosciuta  e di cui non è neanche pensabile una ulteriore estensione al territorio palestinese, saldamente in mani romane, seppure  sia arguibile uno stato filoromano methorios come l’Armenia minor, al di qua e al di là dell’Eufrate, come forse doveva essere quello di Erode il grande, se ci fosse stata la conquista della Parthia nel 20 a.C…
I ritrovamenti del Papiro Rainer  e i papiri di Zenone mostrano come i telonai che derivano dalla cleruchia  tolemaica di Tobia  agiscano a Tiro e a Gaza  ed evidenziano rapporti  e probabili collegamenti col tempio di Gerusalemme, oltre a quello con la Birsa: sono telonai di origine sicuramente giudaica? E’ certo che essi sono attivi e a fianco o di Giuda maccabeocontro i siriaci, da cui sono sterminati (sembra)  tutti quelli  che sono tra i tubiadi ( Oi ontes ent tois Toubiou) , nonostante un’azione protettiva del capo giudaico a Xaraxs … Il legame militare e finanziario-economico tra i maccabei e i tubiadi non sarebbe spiegabile, se non ci fosse un medesimo credo religioso con un comune linguaggio …
Inoltre bisogna ben capire la funzione del giudaismo nel regno di Parthia, nel periodo di occupazione romana della Iudaea,  nel quadro della confederazione di stati parthici: i giudei sono diffusi in ogni stato confederativo con maggiore o minore  popolazione  ed hanno in alcuni un grande rilievo, in altri minore,  in altri  quasi nullo e quindi  svolgono un ruolo diverso in Mesopotamia rispetto a quello svolto in Adiabene, Armenia Minor e Perside…
Neanche si conosce il funzionamento del sistema amministrativo parthico che, però, dovrebbe perdurare in  quello  lagide  in alcuni stati e  in quello seleucide in altri: si sa, comunque, che  per un certo periodo è solo seleucide fino a Antioco Epifane IV  che desidera estenderlo a tutta la Celesiria  o in territori semiautonomi, secondo i principi ellenistici.
Queste zone, cadute , poi, sotto gli asmonei sono  ritenute autonome  sotto Pompeo e Gabinio: non si conoscono se i diritti sono vecchi, cioé quelli acquisiti sotto i lagidi e sotto i seleucidi e mantenuti sotto gli asmonei…
Di una cosa si è certi che nella zona molte città hanno diritti ibridi poi codificati in epoca romana,  ma la loro tradizione è  quella ellenistica .
cfr.  Flavio che cita Strabone  (Ant giud. 14,75-78 ,   e Flavio stesso  Guerra Giudaica  1 ,156-166),..

Inoltre, si sa che in Palestina quattro etnie  (giudei, idumei, gazei e azotei)  vivono mescolati ai siri , celesiri e fenici.
Dalla corrispondenza di Zenone Cfr papiri di Zenone in A Momigliano, I tubiadi nella preistoria  del moto maccabaico in Atti della reale accademia delle scienze di Torino  ,67 (1931/2) 174 s.) si rileva l’apparato amministrativo in Idumea, mentre  si conosce un gruppo di giudei sotto i Tolomei  considerato come somata laika eleuthera.
Mentre la funzione del tempio di Gerusalemme è da stabilire se è secondo la struttura vecchia  tolemaica o quella lagide prima della grande  crisi di Giasone 175 a.C….
Ora, comunque sia la questione, Filone in epoca  tiberiana e Caligoliana considera il termine Methorios  come basilare in senso giudaico e dà significato  secondo la valenza già acquisita in epoca lagide, seleucide ed asmonea.
La comprensione può essere difficile, ma diviene possibile se si tiene presente la cura/epimeleia di una basileia nei confronti del tempio e dei templi in genere.
Filone sposta ora in una nuova situazione storica  quella dell’universalismo romano quiritario, connesso con la basileia romana secondo le impostazione di Areio Didimo,  che ha visto in Augustus Sebastos, Zeus, venerabile come datore di vita e come adresteia sorte stessa eimarmene,  e per di più nomos empsuchos  per tutti i cittadini dell’ecumene….
Ora Filone vedendo la situazione giudaica compromessa nel dopo Seiano (dopo il 18 Ottobre 31 ), rivendica un ruolo per il giudaismo ellenistico, distaccandosi per quanto è possibile dal giudaismo palestinese ormai schierato in senso antiromano…
Se suo nipote  Tiberio Giulio Alessandro si schiera totalmente da parte romana apostatando, lui tende invece ad una azione methoria  dopo aver mostrato la singolare impostazione methoria del giudaismo ellenistico nel suo insieme con l’ idea  di uno stato cuscinetto tra Barbaroi e  Romanitas ellenizzata.
Sulla base degli esempi dei Tubiadi e di suoi antenati oniadi propone questa nuova forma  methoria a cui dà anche specificamente un valore morale  secondo una linea di interpretazione etica in relazione a Mosè stesso theophiles / philotheos  complementari per l’unità della figura  stessa del profeta-sacerdote,  legislatore e basileus.
Egli è diviso tra l’amore  verso Dio e amore verso il popolo  e nell’incertezza è a metà tra due opposti oosper epi plastiggos     (come in una bilancia ) Vita di Mosè, III,153.
Filone sembra congiungere varie forme della cultura giudaica e le ingloba in una propria sincresi  che potrebbe essere originale ai fini d in un’ armonizzazione ed integrazione   con  la romanitas, specie nel momento critico dell’impero di Caligola.
Filone, perciò, si pone da una parte secondo la struttura greca e da un’altra secondo quella della tradizione di Neemia ed Esra , essendo lui stesso, erede della famiglia oniade,  methorios tra due culture differenti  e quindi vuole essere mediatore culturale, sacerdotale, pontefice e sviluppa la theoria dell ‘ameicsia  tipica del sacerdozio mosaico…

Filone aggiunge che il sacerdozio mosaico sottende un sacerdozio universale di tutta la la stirpe giudaica che, essendo  intermedio, svolge una funzione di congiunzione tra Dio e il popolo/ l’uomo  in genere laico.

La funzione ripresa dal cristianesimo  col suo papato cattolico romano e dalla cultura occidentale, di razza  bianca, diventa theoria delle élites di inizio Novecento  (Cfr. L’altra lingua l’altra storia), che autorizza il colonialismo, in una ripresa dell’elezione ebraica …

Il termine methorios  sottende una  ben precisa  struttura organizzativa giudaica ellenistica quella della trapeza,  dell’emporion, e della sua dislocazione in terra al confine,  dopo apoikia, dopo aver mandato una colonia, come già fatto in epoca lagide e in epoca seleucide, in epoca asmonea  e  come facevano  a loro modo gli erodiani, insomma l ‘élite della società giudaica ellenizzata che viveva in mezzo ,tra i goyim e che  si era adattata, in modo methorios, facendo effettivamente  gli intermediari  finanziari
Ho potuto rilevare che  Roberto Radice e forse ancora di più  la Kraus Reggiani abbiano intuito qualcosa del  valore di Methorios  proprio perché  più attenti al lavoro di traduzione  e più legati al testo del direttore Giovanni Reale , hanno letto con qualche altra valenza il termine (Cfr Filone,  Commentario allegorico  alla Bibbia, Rusconi 1994) …
Specie in De Iosepho, comunque,  Filone mostra la funzione  methoria  proprio del sacerdozio sadduceo e di tutte le forme derivate  da quella dei Tubiadi e degli oniadi evidenziano il ruolo politico

(25.148. Certo in modo simbolico si dice salire sul secondo dei carri regali per questo motivo. Il politico è detto secondo del re (ta deutereia pheretai  basileos).Infatti non essendo né privato né re è al confine tra i due (methorios), migliore di un privato cittadino per potere,inferiore di un re assoluto, soggetto a un popolo re, per il quale preferisce fare ogni cosa con fede pura e lealissima.)…
Fatta questa premessa tra le due letture di base del termine cerchiamo di capire da dove effettivamente sia derivato il termine nella concezione giudaica e chi per primo tra i giudei  lo abbia usato: senza dubbio i tubiadi prima  e poi gli oniadi hanno dato il significato in senso commerciale in quanto hanno svolto una precisa funzione in zone di confine., sia tra i Parthi e  romani,  che in zone dell’India…
Gli oniadi, poi, avendo fatto apoikia e quindi vivendo in mezzo a pagani, esercitando l’usura  hanno svolto in epoca romana  una precisa funzione di intermediario finanziario ai confini tra l’impero romano e zone semi barbariche in cui esisteva  una moneta diversa, applicando forme diverse di interesse  in relazione al cambio…

Gli oniadi , inoltre, essendo elementi sacerdotali, connessi politicamente con i vincitori, dovunque si trovino,e facendo proselitismo fino agli inizi del regno di Claudio, hanno piena coscienza  della propria elezione  e della loro funzione culturale in quanto  figli unici del Theos pathr,  signore dell’universo

Perciò, si può dire in conclusione che Il termine  Methorios, pur comparendo  in Tucidide  nel suo significato di base, diventa  espressione di un nuovo valore solo in Filone.
Lo  storico greco, antico,  dà , dopo la denotazione  geografico-storica, una connotazione logistico-militare.
Il filosofo giudaico, ermeneuta, esegeta biblico,  erede di una famiglia sacerdotale (che  ha  esperimentato  col sistema templare  trapezitario  ebraico, il compito di  appaltare  di phorologein  la riscossione dei tributi  per i  dominatori lagidi e seleucidi, prima, e , poi,  per gli asmonei e per gli ultimi Tolomei  ed infine per i romani,  congiunto con quello di collettivizzare  in luoghi di raccolta e di smistare con  carovane i depositi bancari  fino al Tempio di Gerusalemme,(derivati dall’ ingente massa annuale della doppia dramma, di ogni giudeo ) dà un valore  nuovo,  aggiungendo  un significato morale ad un termine  proprio del codice militare e fiscale.
Gli studiosi, specialisti,  forse, non congiungendo opportunamente l’area semantica di methorios, ed  avendo conoscenze solo teologiche di Filone,  rilevano  il valore  lessicale e l’area allegorico- analogico-simbolico-anagogica  e concludono quindi in senso  etico…
Filone,  in un’ epoca come quella Tiberiana e Caligoliana, quando critica è la situazione di tutta l ‘etnia ebraica, colpita  a morte nel suo sistema emporico e trapezitario ecumenico, sia  nella madre patria della Giudea che  nelle sedi mediterranee della Diaspora ellenistica usa il termine, a mio parere, in modo da mostrare la funzione oniade nelle zone di confine: è una difesa  (un ‘apologia) morale  che copre, sottendendo  la ragnatela bancaria e il sistema emporico giudaico, di uomini  ricchissimi, cives romani  divenuti csenoi  ed epeludes, non più  epitimoi  perché colpiti da atimia ..
Methorios, methoria, methorion, dunque,   è un aggettivo certamente  usato  da Tucidide.(460/456-395/390 a. C.) in La  Guerra del Peloponneso  due  volte, mentre è variamente usato con significato, diverso da Filone.
In II,27 lo storico ateniese dice: H de Thureatis ge methoria  tes Argeias kai Lakonikes estin/ la terra Tureatide è  confinante tra Argolide e Laconia.
Il termine ha un particolare rilievo per lo stato di ostilità continua tra la due regioni e per la situazione, creatasi nel corso della guerra peloponnesiaca,  per cui gli abitanti di Egina, scacciati dagli ateniesi, perché rei di avere causato la guerra in Locride, erano stati condotti in quella terra, per ripopolarla, dagli spartani, memori del loro aiuto nel precedente terremoto e nella rivolta degli Iloti.
Nella seconda citazione Tucidide (IV,56) parlando dei fatti  del 425 anno, in cui Brasida, dopo al sconfitta di Sfacteria, stabilisce di fare la spedizione in Calcidica  nel momento in cui  c’è l’occupazione di Tirea, il capoluogo della zona methoria  e oltre alla  cattura dello spartano Patroclo, ferito.
Lo storico intende, dunque,  con gh methoria  indicare la terra di Cinuria- Tureatide  posta al confine tra Laconia ed Argolide, marcando la difficile situazione di una zona  posta tra due stati in conflitto, e rilevando la sua funzione difensiva per la Laconia e quindi per Sparta.
Filone Alessandrino (30/25 a.C- 42/43 d.C.) usa il termine Methorios varie volte,    dà di norma una valenza significativa morale, mentre parla della figura di progrediente  in relazione al bios di Abramo e  specie di  Giacobbe per  mostrare la singolarità dell’ebreo, di un uomo che cerca e vede Dio, di uomo che combatte con Dio in una continua skepsis, secondo linee ascetiche,  in una visione ecumenica.
Su questa base  semantica Filone attualizza il termine in epoca caligoliana e lo vede nella sua crisi  e lo connota come methorios ,uomo al confine tra Romanitas e Parthia: infatti l’ebreo è da una parte romano-ellenistico e da un’altra mesopotamico, integralista ed incapace di mediare e  di mettere insieme due culture oppositive. Per Filone, invece, l’ebreo methorios è chi corre il rischio di essere bruciato tra i due estremismi, ma è anche il  saggio  che sa congiungere i due opposti e  lanciare ponti in  modo da svolgere la sua funzione di mediazione non solo culturale ma anche economico-finanziaria.

Il compito del methorios diventa difficile ed eroico  quando domina il fanatismo religioso , quando ci sono scissioni/skimmata , erides contese  e  staseis , quando c’è guerra/polemos nell’anima ebraica, dilacerata tra la cultura occidentale romana e quella orientale parthica…
Nei conflitti  tra Romanitas e Parthia  si è rilevato  puntualmente in Giudaismo Romano   un tradimento ebraico: dall’impresa antipartica  di Crasso a quella di Antonio, dalla ventilata guerra di Augusto ai Parthi nelle 20 av. C., alla volontà di invasione da parte di Caligola fino alla guerra di Traiano nel 116.
Sempre i romani sono sconfitti perché con l’esercito romano ci sono i giudei che,essendo inizialmente methorioi, poi passano dalla parte dei Parthi  dimostrando coi fatti la loro reale appartenenza al mondo mesopotamico barbarico: i battellieri ebraici che imbarcano a Nord l’esercito romano e lo portano fino alla pianura mesopotamica  in epoca traianea, dopo la sconfitta romana ad opera della cavalleria catafratta parthica, non fanno risalire i soldati romani sulle loro barche e quindi rendono manifesta la sconfitta e penosa la ritirata di Adriano  mentre Traiano è malato…
Il solo Ventidio Basso, un legatus antoniano,  ebbe la meglio sui Parthi  nel 38 av.C. perché non volle la mediazione ebraica né alcun aiuto, rifiutando perfino le guide e vinse a Gindaro, grazie ad una sua specifica scelta militare e alla capacità di evitare lo scontro con la cavalleria catafratta nemica …
Il termine Methorios, dunque, per me   è basilare per la costruzione di una nuova figura di ebreo, vilipeso perché privo di diritti civili nel mondo romano, nel periodo seianeo e caligoliano,  perché considerato gente  xenofoba,  taeterrima, perfida,  secondo una connotazione dovuta più all’integralismo palestinese che  a quella degli ellenisti,  seppure  odiosi  alle altre nazionalità con cui convivono alla pari nel Kosmos romano, perché ricchissimi ed avidi esattori della domus Giulio-claudia, che hanno organizzato un grandioso sistema trapezitario grazie all’abilità nella  riscossione dei tributi…
Nelle due opere storico-politiche In Flaccum e Legatio ad Gaium,  ed anche in De Iosepho e nelle Vite di Abramo e di Mosé, in particolare, è possibile rilevare il valore completo di methorios, seppure espresso solo in senso morale…

Ci piace  a questo punto precisare  questo ultimo punto rilevato nell’opera filoniana.
Noi riportiamo,  perciò, due puntuali citazioni di Filone, da cui si evince  la lettura di methorios come elemento  intermedio posto al limite tra due estremi, in cui il suo etimo  semanticamente diventa tipico  nei rapporti intercorrenti tra Dio ed uomo come  ricerca di equilibrio tra materia e divinità,  come  via intermedia propria di una methodos , che dovrebbe dare stabilità all’ uomo che cerca Dio  nella giungla materiale diairetica di bene/male , di sensibile/ soprasensibile di transeunte /eterno, di mortale /immortale,  di umano/ divino.
In De opificio,  135  si legge : l’uomo è al confine tra  la natura mortale e la natura immortale  perché partecipa  anancasticamente  dell’una e dell’altra in quanto creato insieme mortale ed immortale, mortale nel corpo ed immortale nella mente…
In quasi tutta l’opera di Filone è presente questa impostazione  apologetica  in una considerazione simbolica secondo l’esegesi biblica del giudeo  “spiritalis”, come i farisei e  gli esseni e, specie i contemplativi ( De Vita contemplativa)   in un rovesciamento della figura dell’ebreo/ivri – chi vede Dio   Israel , in sacerdote e quindi persona sacra che aspira a congiungersi con Dio.
Questa impostazione apologetica è ancora più palese è  in  De Somniis II,229-230:e in Peri  ths Moseos kosmopoiias , 105
Filone mostra la mente del saggio,  distaccata dalle tempeste e dalle guerre e  la vede  approdata  alla serenità in una pace profonda, come tipica di un  essere  inferiore a Dio,  ma superiore all’uomo
In questa visione Filone  è connesso con la lezione epicurea propria della Lettera  a Meneceo: ouden eoike tooi thnetooi,  anthropos   o zoon en tois athanatois agatois.
La precisazione che fa è la seguente: l’uomo di valore occupa una posizione methoria  in quanto  non è Dio  né uomo, ma un essere  legato ad ambedue  gli estremi, alla specie mortale per la sua condizione  di uomo, a quella immortale  per la sua virtù.
Da una parte  il valore epicureo, a seconda del  libero arbitrio umano,  può portare alla perfezione o alla abiezione, in relazione al  prevalere  della virtù o delle passioni; da un’altra, la via è quella dello spoudaios, del saggio che tende progressivamente al sommo bene  seguendo il paradigma di Abramo, di Isacco, Giacobbe e  specie di Mosè che è la sintesi dell’uomo perfetto(teleios).
Filone, dunque, con  methorios esprime la concezione di filosofo posto al confine tra la paideia greca e la musar aramaica, di mediatore culturale,  nella certezza della centralità  della  lettura biblica, simbolica in una sincresi di  Socrate e di Tare, padre di Abramo.
Questa fusione culturale seppure sincretica, tra cultura greca e cultura aramaica mediata dal giudaismo ellenistico, specie alessandrino, e dalla sua oikos (domus ) Oniade che aveva profonde connessione con i Tubiadi, è dominante nel periodo flavio, quando il giudaismo subisce limitazioni e viene fatto scadere in senso commerciale: il declino trapezitario  giudaico in epoca antonina produrrà staseis e neoterismoi e favorirà il ricongiungimento tra aramaici ed ellenisti, specie nella rivolta di Shimon bar Kokba…
Finito il successo dei methorioi  che, in epoca diversa, avevano fatto la storia  tra i due imperi.  ora l’ebraismo era giunto al massimo parossismo tanto da commettere misfatti inauditi: stragi a Cirene e a Cipro nella guerra di Kitos…

Eppure da Cesare  fino a Nerone  i methorioi, specie alessandrini, manovrati dagli oniadi,  erano stati utili intermediari che appaltando la gestione della riscossione dei tributi, per i romani, fecero l’ epopea mercantilistica  ebraica, maggiore di quella fatta precedentemente  al soldo dei lagidi  dal terzo secolo  fino al  II e al I secolo. in ogni parte del mondo essi cambiavano valute, in India come nel cuore dell’Africa, sulla costa atlantica come su quella della palude Meotide o su quella Caspia ,  le loro trapezai erano una garanzia per i popoli barbaroi, essendo  in relazione anche ai diversi cambiamenti politici e ai grandi rivolgimenti storici.
Essi con il sistema bancario  connesso col proselitismo grazie alle alle apoikiai (colonie),  formavano un élite di naucleroi, di emporoi, di kapeloi  ben serviti da una schiera di trapezitai e loro agenti  che timbravano e marchiavano i i tributi per il Tempio di Gerusalemme Essi per oltre un secolo erano i  rappresentanti del comemrcio ellenistico e specificamente erano cives romani  in terre lontane  riuscendo a prosperare  anche dopo la fine dei regni ellenistici, col vincitore romano, e ad aumenatre  il loro impero finanziario, che  anzi viene decuplicato nel periodo di Augusto e il primo Tiberio…
I giudei ellenisti  anche se si opponevano come scismatici al Tempio di Gerusalemme, massima trapeza, il cui controllo era necessariamente in mano romana grazie al fedele servizio dei sadducei,  avendo perfino un proprio Tempio a Leontopoli e trapezai in ogni  parte del mondo perfino oltre i limiti dell’impero romano e di quello parthico, erano l’avanguardia dell’esercito romano stesso , costituendo la base per l’ ellenizzazione, per la penetrazione nelle remote plaghe dell’India e della Cina, dell’Africa, delle fredde isole del Nord Europa
Methorios, però, risulta ambiguo proprio per la doppia nazionalità dell’ebreo che oltre alla cittadinanza del luogo di domicilio ha la cittadinanza di Gerusalemme, una cittadinanza katholikotera (più universale)  segno di diversità e di separazione rispetto alle altre etnie…

Comunque  ci teniamo a concludere definitivamente con  Filone, che  in De Iosepho ,148 sviluppando il tema della morale come politica e fissando le funzioni del politico e del suo rapporto col sovrano, con il privato e col popolo, precisa la funzione intermedia del Methorios  congiunto con o politikos (vir civilis).
Egli mostra Giuseppe salente sul secondo carro e quindi come colui che fa le seconde parti rispetto al faraone (o politikos ta deutereia pheretai basileos) quindi come un uomo non privato né re, ma methorios  tra i due  in quanto è superiore al privato ma inferiore al re per comando assoluto (autecsusion), che si serve del popolo re,  a favore del  quale  preferisce fare ogni cosa  con fede pura e che serve lealmente il sovrano…

Il Methorios di  Filone  risulta, allora, eguale a quello di Flavio Bios , 22, 105 kai de pempsantes  pros Ihsoun ton archilesten eis ten Ptolemaidos methorian, upeschonto dosein  pollà chremata ..  Cosi avendo inviato un messaggio a Gesù il capo brigante, nella terra di confine di Tolemaide  promisero di dargli molte ricchezze … uomo che vive in una terra di confine -dove si scontrano due auctoritates  quella romana e quella di un’ecsousia di un capobrigante  cioè di una zona franca, dove  esiste solo un potere locale,- in cui il trapezita  è garanzia di un superiore potere economico e finanziario…

La chiesa cattolica romana è erede di tale cultura methoria: il  pontificato  svolgendo la sua funzione sacerdotale, ha vanificato dapprima la potestas imperiale  di Roma, perché demoniaca,  poi il potere politico regale popolare, del popolo- re, minando ogni democrazia, creando la massima ingiustizia sociale  sulla base di un  privilegio  ebraico, di un Theos pathr provvidente…che ha un patto di alleanza col suo popolo, bianco, ebraico cristiano …

Retorica e cristianesimo

Ha ragione Nietzsche?

Secondo Nietzsche (Umano, troppo Umano) “l’origine del cristianesimo sta nel progetto di spacciare la sconfitta storica di Gesù, la sua morte ignominiosa sulla croce in una vittoria in un altro mondo”
Il filosofo vede, dunque, il cristianesimo come “sviluppo e prosecuzione dell’ebraismo” e considera i cristiani come uomini che “incapaci di accettare la realtà della morte del Christos, ne stravolgono l’insegnamento in senso morale” secondo la lettura allegorica farisaica e vi introducono la prospettiva del peccato, della colpa, dell’aldilà, concetti del tutto estranei ad un ebreo di quell’epoca.

E’ dunque, il cristianesimo un fenomeno, letto tragicamente,  secondo i canoni della retorica dove i fatti vengono mutati nel loro contrario, in un sistema ordinato secondo i criteri di verisimiglianza, in modo da sbalordire lo spettatore (il fedele) che rileva l’azione con mutamento (metabolh), unito a peripeteia?
Se esaminiamo i termini secondo la logica della Poetica di Aristotele (1452a 11ss ) si rileva che peripéteia è il termine centrale in una situazione mutata, passata improvvisamente da un male ad un bene, da forma, dominata da forze negative, inaspettativamente rovesciatasi tanto che, nella tragedia. si richiede l’intervento miracoloso del deus ex machina.

Il passaggio da un fatto con mutamento può avvenire secondo normale anagnoresis/riconoscimento, ma diventa miracoloso e paradossale quando si ha la peripeteia.
Il termine indica  uno straordinario mutamento situazionale, un accadimento improvviso, imponderabile, in quanto sul soggetto agente piomba addosso (peripiptoo)un accadimento improvviso che stravolge ogni cosa, in quanto si passa esattamente al contrario di quanto si poteva prevedere umanamente.
C’è in peripeteia sottesa l’azione di un Dio pater provvidente che, avendo un suo piano sul soggetto, lo realizza in modo imprevedibile, secondo una conclusione in linea con la sua oikonomia divina.

Dunque la peripeteia è un segno dell’intervento di un Dio che stravolge la storia ed avvia il suo fedele passivo, ad una sorte nuova, migliore, facendolo passare da uno stato di massima afflizione ad uno di massima felicità, dando così un compenso eterno ad un mortale che segue la sua volontà ed accetta lo stato di miseria di vita umana secondo le regole, imposte dai sacerdoti, che sono i medium (pontefici) di questo passaggio e che autorizzano coi sacramenti il graduale trasferimento dalla vita alla morte, dall’infelicità dello stato umano e terreno ad una felicità di uno stato ultraumano e celeste.

Insomma secondo il pensiero cristiano bisogna essere macerati in un ingranaggio di dolore ed arrivare ad una catastrophé tale da produrre catarsi/purificazione per conseguire poi il passaggio allo stato contrario grazie all’intervento di Dio: non c’è salvezza senza questo passaggio; non nasce la vita se non con la morte, non si sale in cielo senza la sofferenza terrena…

Il cristianesimo ha banalizzato il sistema della tragedia greca e lo ha reso popolare, anzi ha fatto si che ogni uomo debba subire la massima forma di dolore o sofferenza o afflizione terrena per aver un premio infinitamente maggiore in un altro mondo, come compenso del quotidiano travaglio di vita: dare eternità di vita come promessa per una vita effimera, dominata dal male, sofferto rassegnatamente …
E’ questo proprio il metodo dei Theourgoi/ teurgi – di cui parla Giamblico (245-325 d.C.) specie nel III e IV libro di Misteri degli egiziani – la cui funzione tra gli uomini è utile per la conoscenza del futuro.

Essi insegnano una pratica di vita ascetica progressiva…
I cristiani in epoca costantiniana e poi teodosiana, influenzati o condizionati dal pensiero del filosofo platonico mettono insieme Theamata theia (visioni divine) e theoreemata episteemonika (osservazioni scientifiche) proprie dei teurgi in modo che Christos sia chreestos /utile perché l’élite sacerdotale sia guida morale pari ai maestri di Teurgia.

I sacerdoti come i teurgi, quindi, cercano un metodo di conoscenza irrazionalistico, teologico da una parte e da un’altra uno razionale epistemico, capovolgendo ogni sistema ed ogni struttura con la duplice loro via di indagine logica e mitica…secondo procedimenti retorici, basati  sull’asse metaforico mediante la similitudine, -che passa  direttamente  alla metafora (esempio: donna splendida  come il sole, soppressione di splendida e come e quindi  risultanza di assimilazione dei due termini apparentemente di aree diverse ed incomunicabili, La  donna è  sole) – o su quello simbolico ed allegorico, dove il secondo termine, quello di paragone può diventare e soggetto mediante inversione o rimanere predicato nominale   in quanto sono equiparate le due sostanze reali (sole e donna), poeticamente e religiosamente,  in quanto   ambedue sono sumbolon  ed hanno infinite possibilità di scambio ed autorizzano alleegoria, un dire diverso da quello  che deve essere inteso (esempio  agnello divino = Dio/agnello),  specie nel corso della ripetizione rituale  e cultuale, specie se  in sette o in folle  di fedeli, riuniti in manifestazioni sacre, presiedute da sacerdoti ….
Dunque, Nietzsche ha ragione?….
Non è proprio come dice Nietzsche, ma il filosofo aveva ben individuato il problema ed aveva visto la derivazione dall’ebraismo del cristianesimo cioè del Regno di Dio, come di una cellula ebraica antiochena, anche se non rilevava la differenza con l’altra del tutto ebraica e rimasta pura, quella del Regno dei Cieli, confusa poi, dopo la vittoria definitiva del cristianesimo, con l’altro Malkuth/regno…

Nietzsche ha certamente capito la funzione del sacerdozio, simile a quella dei rabbini del periodo talmudico, che facendo la peripeteia promettono un eterno premio al mortale che soffre e vive la quotidianità di vita nella sofferenza: lui autore di La nascita della Tragedia e professore di greco ha piena coscienza dei termini e mostra la funzione arbitraria di una classe intermedia sacerdotale tra uomo e Dio tanto avida da svolgere un ruolo tra i credenti e la divinità, convinta di operare per il bene dell’uomo, in attesa della fase del suo adultismo

La funzione methoria/mediatrice del pontefice, come quella del rabbino e come quella del teurgo, ha in comune lo stesso procedimento, quello della peripéteia: l’inganno/panourgia è nel capovolgimento delle strutture: Paolo di Tarso ne è il sublime interprete.
E’, dunque, il cristianesimo (il Regno di Dio) davvero una forma ebraica ed ellenistica, (costituita da retori fruitori di doppia cultura che già nell’ambiguità del nome si classificano) che trova la sua applicazione nella peripeteia, in una sincresi forzosa di elementi giudaici e di formule ellenistiche?

Secondo me, questo è il cristianesimo, ma non so se è “la più nichilista di tutte le religioni ” o è “una religione, come le altre”, che si basa su un popolo -bambino che crede alle parole di chi ha privilegi, in quanto clero, che capovolge ogni sistema e lo stravolge in nome di Dio, facendo il proprio interesse.

So, però, che il clero oniade (discendente da Onia III), alessandrino, imitando la perfezione/teleioosis di Mosè, con la sua attività bancaria e con la sua perfetta economia- penetrata in ogni parte dell’impero romano- ha, comunque, creato questo sistema religioso.  Esso, più di quello gerosolomitano, più di quello essenico, incorporatosi nel sistema romano ellenistico, prima nel II secolo  e poi come fenomeno cristiano con Costantino ed infine con  Teodosio, si è sempre più radicato tra i vari popoli…, approfittando del nomen di Roma,  eterna in Occidente e in Oriente,…grazie  anche ad un’ educazione impartita fin dalla prima infanzia …

Un Dio tragico: aprosdoketon e peripeteia in Historia

Un Dio tragico

Pasa episteemh khoorizomenh dikaiosunhs kai ths allhs areths, panourgia, all’ou sophia phainetai/ ogni sapere, disgiunto da giustizia e da altra virtù,  sembra raggiro, non sapienza.  Fozio,Gnoomai 245.

Ho sempre pensato che il Dio cristiano abbia più una connotazione militaristica e tragica -in quanto è un dio arcaico ebraico- che quella universalistica e provvidenziale, successiva, della filosofia platonico/stoica….

Costantino, imperatore d’Occidente, vincitore nikeths  su Licinio, imperatore d’Oriente, capace di riunire l’impero romano,  è personaggio controverso, data la sua nascita bastarda, vista la sua educazione militare, considerata la sua ferocia:  vede solo nel Theos , Jhwh sebaoth  dio degli eserciti,  il proprio numen tutelare, come Christos giovanneo…

Perciò, l’imperatore, sotto il consiglio dei suoi intellettuali (specie Osio di Cordova e  Lattanzio) innesta,  grazie anche allo storico Eusebio di Cesarea, il cristianesimo sulla tradizione  giudaica biblica, già collaudata, dopo Marcione,  che ne era stato fiero oppositore sulla linea della paternità divina, congiunta con la metrioths/moderazione ellenistica…

Il Theos  giudaico del Vecchio Testamento è crudele e spietato contro i nemici, ma è anche un dio tragicamente assetato di sangue, direi, sadico, desideroso di sconvolgere i piani del razionalismo della creatura umana, che procede secondo logos  nella costruzione della storia privata e collettiva.

Con thaumasia/miracoli  e terata/ prodigi  il theos scardina la normalità di vita,  sconvolge ed abbatte il regolare flusso  temporale di vita, storico,   e lo snatura.
La divinità non solo sconvolge i piani umani, ma improvvisamente li capovolge,  dimostrando di essere il solo padrone della storia  e lo fa secondo canoni propri della tragedia, avendo bisogno di vittime

L’uomo, entusiasta, teso verso l’alto,   stordito dalla katastrophh, è costretto a ridimensionare i suoi piani di elevazione  spirituale, e si prostra riverente davanti alla grandezza del numen e alla sua epiphaneia, e alla natura stessa, simbolo della divinità, in una volontà di purificazione della propria  ubris/superbia  di creatura rispetto al creatore…

Questo avviene non solo nei processi  storici  e nelle vite di grandi personaggi, ma anche negli  accadimenti naturali  come maremoti,  terremoti,  eruzioni di vulcani, inondazioni,  glaciazioni,  e nelle staseis  rivolgimenti sociali e politici o come le rivoluzioni popolari, i cambiamenti cruenti di governo, le formazioni di stati  ecc…

Non solo ai vertici  delle gerarchie sociali e politiche, laiche ed ecclesiastiche, ma anche a livello popolare  il theos applica la sua legge  indistintamente  accomunando tutti i mortali, nati per morire.

Ogni creazione stessa  umana  è labile, transitoria, destinata a crollare, comunque sia la costruzione, già inficiata  dalla sua stessa materialità e dai limiti del costruttore stesso, nonostante la  riconosciuta geniale perizia…

Il theos esprime con il cambiamento improvviso la sua legge provvidenziale, imperscrutabile,  rivelando un altro disegno diverso da quello umano, un‘altra storia…

Ma la provvidenza/pronoia, che stabilisce l’ oikonomia tou theou, esiste veramente in quanto esiste un Dio creatore  del to olon  universo, e del to pan,  il mondo conosciuto  terreno, ellenistico e barbarico  costituito da tutti  viventi  (piante ed animali)?

Si parla, comunque,  di un Theos ellenico,  dei contadini della beozia dell’Vlll secolo,  di Esiodo che  parte dal Kaos (Teogonia 116- prootista Kaos geneto,)-  che però  dipende  dai  culti accadici ed hurriti,  derivati, anche loro, dal RgVeda…

Esiste, dunque,  kosmos con armonia / un sistema costruito ordinatamente  e meravigliosamente dalla mente del Theos,  a vantaggio  dell ‘uomo, razionale e loquace,  principe rispetto agli altri elementi irrazionali  e muti  del creato?

Ma,  ci può essere armonia con kosmos, se c’è privilegio dell’uomo e dell’ebreo-cristiano  sugli altri ?!

Non ci sarebbe omonoia, neanche se imposta  dall’alto, ma solo principato di una specie . La pronoia di un Dio, giusto  distributore  di sorti,  potrebbe non esserci perché esiste l’irrazionale anagkh del destino,  da cui dipende la vita dei viventi in Natura, indistinti, capaci  da soli, secondo processi evolutivi, di organizzarsi in relazione agli ambienti  e ai climi e al suolo stesso  e alle diverse latitudini.

Potrebbe valere solo h eimarmene sorte, destinata ad ognuno di noi, senza intervento di nessun daimon, regolata automaticamente  senza merito e casualmente,  tipica dell’uomo e  di ogni vivente di ogni parte del mondo e dell’universo?

Se il pianeta Terra  è, nel sistema solare, con la sua Luna,  solo una pars minima del Creato, galattico ed extragalattico, costituito da miliardi di astri, non certamente esseri angelici,-come riteneva il mondo antico- ma mondi  dotati di energia vitale, infinitamente più grandi del nostro stesso intero sistema solare,  perfino nei buchi neri, come possiamo avere ancora una concezione ellenistica tolemaica, anche se  aggiornata in senso copernicano ed einsteiniano, basilare per i sistemi religiosi occidentali cristiani?

Tra  i tanti  elementi  antitetici, contrastivi e  contraddittori,  connotanti il sistema retorico classico-giudaico cristiano, teso  verso la spiritualità come elevazione morale,  ektheosis/ indiamento e  telioosis/ perfezione,  disgiunta nettamente dalla realtà  umana popolare, volgare e materialistica,  discriminata come ilica, mi piace sottolineare  come il Dio cristiano operi secondo i processi dell’aprosdoketon  e della peripeteia, che sono fenomeni retorici, propri  del romanzo e della tragedia.

Aprodookhton da aprosdokao esprime un valore di inatteso, inaspettato ed imprevisto e si dice di qualcosa – che l’uomo, pur nella sua razionalità e normalità, non può prevedere – che capita improvvisamente non solo come calamità naturale, ma come evento  straordinario privato.

Infatti l’uomo costruendo, in modo personale, se stesso e facendo un suo percorso, fabbrica un  futuro, poco a poco, e vede giorno dopo giorno la sua opera crescere  come cultura individuale, come  famiglia, come  relazione sociale, come  possibilità di proiezioni  in varie direzioni, anche in senso  commerciale, secondo la logica dell’aspettativa umana, connessa con il naturale evento di successione cronologica, come se fosse possessore del suo tempo, pur breve, avendo, comunque,  moderata fiducia  e  speranza compatibile con l’età, nella convinzione di un’eternità genetica.

Così facendo, pur senza salti utopici, l’uomo, arrogantemente usurpa, si dice, natura e tempo, quasi fosse superbo della sua personale  costruzione, convinto del suo genio creativo,  che è risultanza di una vita realmente vissuta e di una continuità di lavoro, come se fosse realmente pars divina,  perché educato religiosamente  come figlio di Dio, padre,  di cui  ha  sacro timore, secondo la tradizione giudaica.

Il mondo classico parla, allora, di phtonos theoon, invidia degli dei e il cristianesimo di vendetta di Dio sul superbo arrogante.

In latino  il concetto  retorico di aprosdoketon  è espresso come fulmen in clausola o come in cauda venenum, come se l’autore – di solito è  Marziale  che lo usa –  facesse un’operazione di una stoccata conclusiva finale, come  di un fulmineo colpo  di un gladiatore che chiude definitivamente la partita proprio quando stava per soccombere, come di uno scorpione che, alla fine, vince colpendo col suo mortale veleno caudale.

I latini sono uomini convinti di essere ognuno faber suae quisque fortunae, anche se rilevano la disgrazia di Emilio Paolo vincitore fortunato a Pidna, trionfante su Filippo V, re di Macedonia, rimasto senza figli maschi, pochi giorni dopo il suo trionfo (due gli morirono naturalmente  e gli altri  legalmente perché erano stati adottati da famiglie prestigiose)…

Dunque, aprosdoketon è usato  specialmente nell’epilogo di un epigramma e di una vicenda comica o tragica   e  vale in effetti come una battuta finale inaspettata, paradossale, che stupisce il lettore o lo spettatore che ne rimane sbigottito: l’ekplecsis  è lo stato finale di chi, colpito, resta intontito come fuori di sé per qualche attimo, tanto che  l’autore del Peri upsos  parla di Ekstasis/ fuoruscita di mente.

Il Dio cristiano per i Padri Orientali ed Occidentali, nutriti di Paolo e della sapienza evangelica,  fa la storia dell’uomo a suo piacimento ed arbitrio e porta a giusto compimento ogni cosa, facendo partorire dal male il bene, dando funzione all’inetto, dando potere al debole  sovvertendo ogni valore e considerazione umana razionale.

Dio, secondo Paolo ( 1 Corinzi)  confonde i sapienti, abbatte i potenti ed innalza gli umili…perciò per l’uomo adamitico esiste la morte,  per l’uomo che vive di Cristo esiste la resurrezione. Cristo fu risvegliato dai morti  ed anche il cristiano lo sarà. Come per un uomo esiste la morte così per un Uomo (cristiano) esiste la risurrezione…Tutto si muta,  tutto finisce, tutto si consuma, la stessa conoscenza katarghthhsetai si dissolverà….

Per i Vangeli il cielo e la terra passeranno, le mie parole non passeranno Luca 21,33; gli ultimi diventeranno primi e i primi diventeranno ultimi Matteo 20,16 …

E’ una visione escatologica ed apocalittica, propria di scrittori giudaico-cristiani, ed anche platonico-stoici, che, comunque, hanno una elpis, quella di un’altra vita utraterrena, un regno dei cieli come dimora dei giusti,  che la  conquistano con una  vita di sacrifici e di dolore,  a seguito di profonde lacerazioni  materiali,  pur circondati dal  male  e fiduciosi in Dio Padre, che sarà il giudice  che ricompenserà il breve soggiorno infelice con la beatitudine eterna.

Ora  per noi cristiani la Storia  con le sue peripeteiai, le improvvise mutazioni situazionali,  è nelle mani di Dio,  che ne  è il vero costruttore, il vero faber, unico artefice,  che  guida la nave tra le onde del mare, da esperto pilota,  mentre l’uomo creatura si illude di essere creativo costruttore, artefice della sua vita, di saper navigare il male esistenziale …

Peripeteia -deriva da peripiptoo che vale  cado circondato ( sottende  “da nemici “o “da onde del mare” , o “da fuoco”, da altri elementi pericolosi).

Dunque, peripeteia  rimanda all’idea di un qualcosa, in cui si piomba,  cadendo circondati tanto da non poterne uscire, se non dopo lungo tempo di permanenza, in uno stato di sofferenza,  e grazie a fortunate coincidenze…

Perciò, si può dire, generalizzando, che i due termini rivelano, insieme a tanti altri, il sistema retorico classico giudaico-cristiano, di cui sono strutture minime; si passa poeticamente  cioè dalla similitudine  alla metafora e religiosamente  al gioco simbolico ed allegorico  sulla base di due termini che sono messi insieme arbitrariamente, in quanto appartenenti a due aree semantiche diverse.

L’artificialità classica  poetica, se diventa consuetudine di vita mediante canto o rappresentazione  e  risulta rito ripetuto,  specie da masse guidate da un sacerdote,  trasforma i due termini da elementi complementari e  formali in sostanze reali assimilate e divinamente congiunte  in un unicum…

Gesù è per il cristiano nella quotidianità di vita come la manna nel deserto, …Gesù  è manna eterna rispetto alla manna caduca terrena,... Col rito della memoria dell’ultima cena,  Gesù diventa il pane della vita, data la continuità rituale , la ripetitività del fatto in comunità ecclesiali e il predominio culturale della romanitas, anche se in forme cristiane…

Perciò, la coscienza terrena quotidiana del male, che circonda  la luce come tenebra  e con  esso  la non presenza della dike giustizia, dell’armonia, del kosmos,  ha conformato l’uomo in senso manicheo... chiuso tra Dio e il suo antagonista, simbolo di luce e di vita il primo, di tenebra e di morte il secondo…

Allora, così circondato, io-mortale – a cui il sapere sacerdotale, teologale, scisso da giustizia, sembra un raggiro e non sapienza– sono incline a pensare non a un Dio ordinatore, pater, costruttore,  venuto perfino a salvarmi su questa terra,  a redimermi da peccati originali,  ma al Caos datore di  Bios vita e  di amore, nel suo vortice senza principio e senza fine, in cui si scontrano  e  si fondono gli opposti nel magma del divenire, in senso vitalistico infinito, autogenerantesi, in una continuità creativa.

La presenza oggettiva di male  come ingiustizia, come mancanza di armonia e kosmos  mi turba  tanto da farmi pensare che ogni disarmonia,  ogni forma ed ogni suo contrario, convivano in un unicum informe con tutte le forme difformi, ibride, innaturali, mostruose, prima ancora delle  idee  rappresentative  del mondo  terreno, secondo ottica antropologica, prima degli inizi dei tempi, come trionfo del Caos.

Un ribollire caotico di pulsioni primordiali  è  preferibile, come concezione,  ad un kosmos classico giudaico/cristiano…

D’altra parte classicismo e giudaismo hanno creato i miti  con la tragedia, col romanzo, con la Sapienza,  con la Bibbia,  con ogni forma letteraria collegata con la cultura manichea, antitetica,  e con essa la  retorica della theoria, che risulta una spettacolarizzazione di ogni cosa naturale, capace di attirare  e dilettare  e di insegnare l’esercizio   della mimesis/ imitazione dei modelli,  paradigmi di vita teatrali.

Ambedue, comunque, dipendono  culturalmente, data la vicinanza geografica dalla civiltà accadico-hurrita, influenzata dal RgVeda induista.

Genesi 1-2   sembra  dipendere da un testo cuneiforme del XIII secolo che tratta di tre re degli dei – Alalus, Anu e Kumarpi prima del sorgere del tempo cfr P. MERIGGI,in Atenaeum XXXI,1953,pp.101-103 , come  anche Esiodo per la nascita di Urano, Crono e Zeus :  in principio Elohim creò il cielo e la terra. E la terra era deserta e vuota e le tenebre erano sulla superficie dell’abisso  e lo spirito di Elohim aleggiava sulla superficie delle acque…

La cultura ebraica, con Elohim (al plurale-gli dei), rimanda ad una  base politeista mesopotamica, e si lega al mondo vedico…

In Rg.,X,129, infatti, si legge Cfr. R.PANIKKAR, I Veda,BUR,2001):

in principio non vi era essere né non essere / non vi era l’aria né ancora il cielo al di là/ che cosa lo avvolgeva? dove? Chi lo proteggeva?/ c’era l’acqua insondabile e profonda?//non vi era morte, allora, né immortalità/di notte e di giorno non vi era alcun segno/l’Uno (tad ekam) respirava  senza respiro, per impulso proprio/oltre a quello, non vi era assolutamente nient’altro.// Tenebra vi era,  Tutto avvolto di tenebra / e tutto era Acqua indifferenziata. Allora/ quello che era nascosto dal Vuoto, quell’Uno, emergendo/agitandosi, mediante il potere dell’Ardore, venne in essere/ in principio Amore sorse...cfr.  www.angelofilipponi.com Creazione del mondo.

Anche, dunque, il mondo classico giudaico-cristiano sembra rifarsi ai primordi, al Caos,  in cui ogni uomo è stato  informe  e a cui  personalmente, alla fine della vita, desidero rituffarmi, nel magma fluidico dell’essere,  indistintamente, nel vuoto assoluto,  io con Stefano, mio nipote autistico, in un abbraccio informale, impossibile nella realtà…

 

Corpus Domini 1264

 

 

Transiturus de hoc mundo  è  la bolla papale, del 1264 , che istituisce  la Festa con la processione del Corpus domini  e completa il lungo processo dottrinale sulla  transustanziazione, trasformazione oltre la sostanza  del pane e del vino  in Corpo e sangue del Cristo, sancita come dogma dal  IV Concilio Lateranense del 1215, controversa  fino  ad allora  …

L’ultima grande controversia con disputa accademica c’era stata tra Berengario di Tours (1098-1188) e  Lanfranco di Bec in Normandia, poi arcivescovo di  Canterbury.

L’uno in De sacra cena adversus Lanfrancum  affermava, nel 1147, che il pane e il vino sono simboli e  non reale corpo  e sangue di Cristo come sosteneva l’altro, il suo avversario, sulla base di Paolo e di Giovanni evangelista .

Berengario fu condannato in vari Concili e alla fine  fu costretto a ritrattare  anche se per lui Matteo Marco e Luca dopo la celebrazione  del mysterium eucaristico. neppure aggiungevano fate questo in memoria di me…

ll papa  Urbano IV , Jacques Pantaléon,   istituì , dunque,  la festa del Corpus domini, la fissò per il giovedì che segue la domenica della Pentecoste   ed affidò l’ufficio rituale della solennità a Tommaso di Aquino (1225-1274), un domenicano allora in convento ad Orvieto…

Due eventi sono alla base di tale festività: uno storico, la battaglia di Montaperti , 4 settembre del 1260, vinta dai Ghibellini  senesi contro i guelfi fiorentini; uno  mitico-religioso del miracolo di Bolsena.

E’ opportuno spiegare i due eventi contestualizzandoli, da una parte nell’Italia centrale, in Toscana,  lacerata tra ghibellini, filo -svevi e guelfi, filo-angioini, in un revisione seria non solo dei fatti avvenuti  in quel quattrennio , specie religiosi,  ma anche  dei ruoli e delle funzioni degli uomini, implicati nella storia…

Alessandro IV (1256-61)  è  papa  favorevole ai fiorentini e contrario ai senesi, ostile  alla politica  imperiale  di Manfredi, figlio di  Federico II e di Bianca Lancia , molto legato con  i diplomatici  di Luigi IX e di suo  fratello Carlo di Angiò  e profondamente connesso con i movimenti religiosi gallicani…

Alla sua morte nel 1261,  i cardinali  presenti ( circa otto o nove) ,  sono lontani da  Roma, -dominata dalle potenti famiglie romane, che insieme col popolo dovrebbero, secondo lo statuto di papa Gregorio VII,   ratificare la nomina ufficiale, fatta dai cardinali, nonostante le tante elezioni illegittime – e risiedono  ad Orvieto  e non riescono a puntare decisamente su  un nome.

Dopo lunghe e vane trattative due cardinali, Riccardo Annibaldi e Giovanni Gaetano Orsini, indirizzano gli altri sulla persona di un prelato non facente parte del collegio cardinalizio, il patriarca di Gerusalemme.

Questi, venuto  da Viterbo ad Orvieto, per relazionare sulla situazione della città santa,  -ormai circondata dagli Ayyubidi  egizi , rinvigoriti dopo la vittoria sui crociati di Luigi IX,  non più protetta dalle navi  dei genovesi e dei veneziani, in lotta fra loro per interessi commerciali- è sorpreso dalla nomina, ma accetta.

L’eletto, proclamato papa  dopo molte reticenze, è un francese che viene chiamato Urbano IV e prosegue nella linea politica del suo predecessore.

Questi, legato da decenni alla politica  del re di Francia e  favorevole al riformismo religioso francese,  è  incline a considerare il sacramento della Eucarestia  sulla base teologica del pensiero  di Tommaso come  essenziale per il cristiano che,  grazie alla  transustanziazione  – cioè alla trasformazione  e al vero passaggio, ad opera dello Spirito Santo, dalla sostanza naturale della  materia del pane e del vino alla sostanza del  corpo e del sangue  di Christos, -può nutrirsi  con un cibo divino e vivere divinamente.

Per  Tommaso (De venerabili sacramento altaris), infatti, non solo  la sostanza del pane  rimane  intatta,   pur trasformata in Cristo, pur restando integri gli accidenti e le qualità del pane ,  ma anche resta unitaria  come corpo di Cristo, anche se il pane si duplica o si fraziona in parti  per la distribuzione ai fedeli e a causa del frazionamento, fatto dal sacerdote …

La bolla papale e la  politica romana  sono tipica espressione della superiorità  del guelfismo con gli eserciti in formazione di Carlo d’Angiò, grazie ai banchieri toscani,  destinati alla vittoria a Benevento (1266) e  sottendono l’investitura angioina, nel Meridione d’Italia  a scapito degli  svevi  e una serie di dispute teologiche,  anche se già sopite, dopo l’ultimo concilio lateranense.

Eppure  Giovanni (Vangelo, 13,1-20 )   durante la lavanda dei piedi, nell’ultima cena , mostra il Cristo,  che invita i discepoli a lavarsi i piedi reciprocamente, senza fare distinzioni e dice : upodeigma gar  edooka umin  ina, kathoos  egoo epoihsa, umin kai umeis poihte/io infatti vi ho dato un esempio  perché ,come ho fatto io, facciate anche voi… Si noti che in questa sede   viene usato upodeigma che vale  modello, esemplare  per chi imita nel rifare le stesse azioni.

Giovanni (6,1-14) in altra situazione, dopo la moltiplicazione dei pani dopo il monstrum del camminare sulle acque,  mostra  Gesù che parla  del pane della vita  ricordando a chi lo segue : voi mi cercate non perché avete visto prodigi,  ma perché avete mangiato dei pani  e vi siete saziati : procuratevi non il cibo che si consuma  ma il cibo che dura per la vita eterna. quello che vi darà il figlio dell’uomo, perché il padre, Dio, segnò lui col suo sigillo…

Giovanni seguita, mettendosi dalla parte dei discepoli, che chiedono  di quel pane che scende dal cielo e che dà la vita al mondo ed  aggiunge che  Gesù , tra i mormorii della folla, dice: io sono il pane della vita,  chi viene a me non avrà più fame e chi crede in me non avrà  più sete …  io sono il pane disceso dal cielo  e ribadisce, mentre crescono i mormorii  6,48 : chi crede ha la vita eterna.  Io sono il pane della vita, i vostri padri mangiarono  la manna del deserto  e morirono . Questo è il pane che scende dal cielo perché chi lo mangia non muoia. Io sono il pane vivo disceso dal cielo. Se uno mangia questo pane, vivrà in eterno. E il pane che darò io  è la mia carne  per la vita del mondo. A queste parole, sorte questioni,  Gesù così risponde: se non mangiate la carne del Figlio dell’uomo e non  bevete il suo sangue non avete la vita in voi . Chi mangia la mia carme  e beve il mio sangue ha la vita eterna ed  io lo risusciterò. nell’ultimo giorno… 

Poi Gesù, rispondendo ai giudei che dicono che i loro padri mangiarono la manna come pane venuto dal cielo e morirono, afferma: in verità in verità vi dico: se non mangiate  la carne del figlio dell’uomo e non bevete il suo sangue  non avete la vita in voi. Chi mangia la mia carne  e beve il mio sangue  ha la vita eterna ed io lo risusciterò  nell’ultimo giorno. Infatti la mia carne  è vero cibo  e il mio sangue è vera bevanda  Chi mangia la mia carne  e beve il mio sangue dimora  in me ed io in lui. Come il padre  che vive, ha mandato me ed io vivo  a causa del Padre, così chi mangia me, vivrà anche lui a causa di me….53-58 

Ancora di più  nel corso dei secoli  ci sono  contrasti   sulla tradizione eucaristica  di Ireneo (130-202) e di altri , che poggiano la loro  lettura  più che  sulla base di Luca 22,7-38 ,  di Marco 14,12-25 e Matteo, 26,17-29,   su quella di Paolo 1 Cor.,11,23-26.

I tre evangelisti, sinottici, infatti,  hanno, grosso modo,  la stessa terminologia, ma non hanno fate questo in memoria di me: preso del pane e, benedettolo,  lo spezzò e dandolo ai discepoli, disse: prendete e mangiate: questo è il mio corpo  Poi, preso il calice,  dopo avere reso grazie, lo diede  loro dicendo:  Bevetene tutti poiché questo è il sangue dell’alleanza  che viene versato per molti  a remissione dei  peccati.

 Dunque, solo Paolo racconta il fatto della cena del signore 1Cor.11,17-34 nel quadro di una situazione  difficile, in cui sono necessari rimproveri per i dissensi e per le depravazioni  dei Corinzi, indicazioni prescrittive precise sul matrimonio e sul celibato  e sull’uso delle carni sacrificate per gli idoli, in una volontà di proporre un modello di vita (siate imitatori  miei, come anch’io lo sono di Cristo/ mimetai mou ginesthe, kathoos kagooo Khristou).

Tutto il discorso, comunque,  è in relazione alla volontà di  riportare l’ordine nella assemblea  tanto  che il tarsense aggiunge:  Gesù prese del pane e dopo aver reso grazie/ eucharisthsas,  lo spezzò e disse: questo è il mio corpo per voi /touto mou estin to sooma to uper umoon;  fate questo in mia memoria  /touto poieite  eis emhn anamnhsin. Ed ancora  Paolo narra che Gesù, dopo aver fatto altrettanto col calice, dopo aver cenato dice :questo calice è il nuovo patto ,nel mio sangue; fate questo ogni volta che bevete, in mia memoria/eis emhn anamnhsin (anadiplosi)

Il successivo discorso è connesso col telos /fine che è quello di dare la prescrizione di riunirsi  per mangiare insieme e di aspettarsi l’un l’altro… perché chi indegnamente beve il sangue mangia il corpo  sarà colpevole del sangue e del corpo del Signore e di invitare  chi ha fame a  mangiare a casa propria  affinché voi,-discepoli- non cadiate in un crimine  condannabile/ ina mh eis crima sunerchhsthe.

Altri avevano letto i passi paolini  senza andare oltre l’interpretazione metaforica, sulla scia dei Padri orientali  perché  temevano di cadere  se si procedeva secondo allegoria,  in forme di antropofagismo pagano o di finire in riti misterici come quello dionisiaco o orfico.

Urbano IV,  avendo conosciuto l’insegnamento della tradizione orientale  aveva, pur seguendo Tommaso, preferito  chiamare la festa del  Corpo del signore e non  dell’Eucarestia, conscio  che non si doveva definire per metonimia   la manifestazione  completa del mysterium  della transustanziazione  con  il  ringraziamento che   è  pars accessoria del tutto sostanziale cioè della trasformazione del pane e del vino  in corpo e sangue del Cristo, nonostante che conoscesse perfettamente  il valore di ekchunoo –  spargo e diffondo il sangue di una vittima  sacrificale   e il problema di uper polloon (o polloisper molti .

Inoltre il papa, molto favorevole  a considerare il sacramento eucaristico  come  il patto nuovo di alleanza -kainh diathekh,- connesso   con la Pasqua (morte e resurrezione del Cristo) e con la Pentecoste (discesa dello Spirito santo),  si collegava alla tradizione francese  in quanto era molto devoto di   Giuliana de Cornillon (1192-1258), una  mistica  morta in odore di santità,  che in vari momenti della vita aveva  avuto visioni, Famosa quella della luna piena, listata di nero ed ancora  di più quella di Cristo che le chiedeva di impegnarsi a far istituire la festa dell’eucarestia, che in  Troyes e in altre zone, specie Liegi, veniva già celebrata, pur senza l’autorizzazione papale…

L’evento di Bolsena  viene a fagiolo,  risulta  una manna per Urbano IV !

Era accaduto che, nella primavera del 1263, un sacerdote boemo, Pietro da Praga, in pellegrinaggio a Roma, si era fermato a Bolsena e, nel celebrare la messa, ebbe dubbi sul dogma della transustanziazione,  Il prete, spiegato il corporale  in nove parti ( è  quel  tovagliolo quadrato  di lino posto sopra il calice! )  vide l’ostia sanguinare  sul corporale e subito l’avvolse in esso  e fuggì in sacrestia. Nel tragitto caddero delle gocce sul pavimento ed alcune sui gradini.

Il papa apre subito un ‘inchiesta sotto la direzione del vescovo di Orvieto per chiarire ogni momento del fatto , subito ritenuto reale dalla pars guelfa…

L’inchiesta  è subito chiusa e l’evento è giudicato soprannaturale  da Urbano IV, che – considerato il suo rafforzamento come pontefice dopo l’elezione di molti cardinali francesi, vista la vicinanza del  grande teologo aquinate , vincitore nelle tante diatribe parigine,  stimate veritiere le profetiche visioni di Giuliana –  rileva il piano provvidenziale, come applicazione dell’oikonomia tou theou, come avvento di una nuova epoca , quella del trionfo del guelfismo,-che sancisce la fine del ghibellinismo, e scrive  con tono enfatico la bolla… La festa, dopo la morte del papa …  dopo breve tempo decade…e viene rivitalizzata nel concilio di Vienne nel 1314 ,,,e resta molto controversa fino al Concilio di Trento 1545-1563, quando viene di nuovo imposta …

Amici miei, Betto e Tonino, Emma e Gianna, non è preferibile documentarsi e sapere ( e poi, magari, credere!)  al credere  ciecamente, senza alcuna  informazione?

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“Filioque” e il concilio di Toledo

Il III concilio di Toledo e Homelia de Triumpho ecclesiae ob conversionem Gothorum (CPL 1184) sono basilari per la cultura  cristiana occidentale , che completa il pensiero sulla ekporeusis processione dello Spirito Santo,  che viene definito come Persona  che procede dal Padre e dal Figlio.

Nel vangelo di  Giovanni 15,26 si  trova scritto  o para tou patros ekporeuetai e si parla , in epoca antonina , dello  Pneuma Agion/ Spirito Santo .

Viene usato  da Giovanni  il termine ekporeuomai (non ekporeuoo) per intendere che dal Padre  deriva, in quanto inviato, lo Spirito, da leggersi in chiave gnostica e plotiniana , secondo emanazione…

La lettura giovannea  è resa bene ad opera dei padri consiliari a Nicea  ma poi  è modificata sostanzialmente  nelle precisazioni  del concilio  di Costantinopoli  che sono aggiunzioni dottrinali a seguito dello studio di uomini, come i cappadoci, e specie di Gregorio di Nazianzo.

Questi  in due Orazioni  (31 e 41) affronta il problema ed è chiaramente in grave difficoltà nello spiegare ad oppositori ariani e ad altri eretici, che lo  Spirito  Santo deriva dal Padre tramite il figlio usando all’attivo e al passivo il verbo ekporeuoo,/procedo .

Da ekporeuoo si forma il sostantivo, derivato, ekporeusis, come da procedo latino deriva  il nome processio…

Girolamo  ed Agostino  accettano la lezione orientale, senza entrare in merito all’equivoco e all’anfibolia  terminologica, dato il diverso valore di procedo e di processio.

 Procedo , in latino,  non  ha esattamente lo stesso  valore di  Ekporeuoo nè  quello di ekporeuomai in greco, e  il termine processio latino a Roma, in Italia e in Occidente   non è neanche simile a ekporeusis che vale  il procedere  cioè la processione, la derivazione come marcia di un popolo che precede  un personaggio importante ( di norma un governatore provinciale inviato dal senato e dall’ imperatore o  il pontifex maximus nello svolgimento dei riti pagani;  a Costantinopoli ,  Nuova Roma, e in Oriente, invece   la processione è un fatto religioso cristiano,  come celebrazione di un rito o come festosa partecipazione popolare ad un avvenimento religioso o spirituale cristiano…

Sulla  differenza tra processio in latino e ekporeusis in greco ci sono molti problemi culturali in relazione ad una terminologia ambigua, volutamente lasciata equivoca per lasciare insoluta la questione, grazie all’uso di sinonimi.

Neanche è possibile capirsi tra cristiani cattolici occidentali  cristiani ed ortodosso orientali: lo Spirito procede dal Padre attraverso il Figlio (dià tou uiou),  per gli ortodossi che si oppongono agli ariani  e che così spiegano  la processione dal Padre e dal Figlio, senza intaccare l’unità della Trinità , sulla base di un unico principio divino…

Questo si chiarìsce parzialmente  al concilio di Firenze 1439 senza risolvere  la questione, per l’imperizia  tecnica dei latini che ostentavano il principio del Filioque del concilio di Toledo e seguivano la tesi di  Leandro di Siviglia , sostenuta da papa Gregorio Magno…
A Nicea si era stabilito che lo Spirito santo procedeva dal Padre  secondo la traduzione latina (ex patre procedit).

A Toledo invece Leandro ed Isidoro,creando un rito nuovo cattolico in opposizione all’arianesimo, da cui si allontanava Recaredo I nel 589, aggiungevano arbitrariamente Spiritus sanctus ex patre filioque procedit. traducendo il testo greco secondo il significato  generale greco…

La questione  della disparità di significato non era sfuggita già  a Fozio (820-893) che nella  I elezione a Patriarca e poi nella II elezione tra le varie controversie con la Chiesa Romana -che si riteneva   primate dei cinque patriarcati – sulla base teodosiana, poneva oltre al celibato e all’eucarestia il problema semantico di  processione, divenuta per Gregorio di Nazianzo  lithos proskommatos  …kai petra skandalou /sasso di inciampo, pietra dello scandalo (Orazione 41,7)

Il santo prima invita   (in effetti ordina) a  confessare la trinità( thn Triada omologhsate) , poi  cerca di  spiegare lo Spirito Santo come  Dio  che ispira   a tutti la parola divina…

Cerulario ancora di più nel contrasto con il cardinale Umberto di Silva Candida, rappresentante papale,  nel 1054 ,  latore della scomunica di Leone IX,  ribadisce che lo Spirito Santo non procede dal Figlio ma solo dal Padre… contro la tesi  dello stesso  Gregorio di Nazianzo.. . che mostra la sua  tesi trinitaria  e fermamente rileva l’ousia dello Spirito Santo upostasis come il Pather e lo Uios  sia nella orazione 31 che nella 41, dove parla della  Pentecoste,  della discesa del Paraclito  come fuoco sugli apostoli, riuniti nel cenacolo, 50 giorni dopo la Pasqua …

Diverse sono le situazioni e le motivazioni di Gregorio  rispetto a quelle di Leandro e di Papa Gregorio Magno…

Per Leandro i la professione di fede  costantinopolitana fatta da Recaredo e dal suo popolo di Goti ,ariano, sottendeva un  Gloria Patri et Filio et Spiritui Sancto invece dell’ariano Gloria Patri per Filium in Spiritu Sancto …

Il vescovo di Siviglia doveva cambiare la formula per dare l’idea unitaria della Trinità , e fare in  modo da eliminare definitivamente le tracce dell’arianesimo  e  di ridurre al minimo le diatribe con l’ortodossia, data la non partecipazione del popolo al mysterium teologale  e la sua passiva accettazione, al contrario,  dei riti del segno della croce e della glorificazione dei  nomina divini…

Il patriarca di Costantinopoli, invece, diversamente dal vescovo  ispanico  si  trovava, poco prima del Concilio, nel 380,   nel  vivo della lotta con gli ariani e doveva  mostrare ancora il valore della Trinità  e del significato del Corpo del  Christos , del reale contenuto del sette e del 49 +  1  e del miracolo continuo della Pentecoste  nel fedele cristiano…

La  definizione dello Spirito santo  è una necessitas… e nonostante questo suo attenersi scrupolosamente alla verità christiana , è costretto alle dimissioni…

La figura dello Spirito Santo, rimasta imprecisata a Nicea, ma ora a Costantinopoli   precisata  da Gregorio  di Nazianzo,  autore dell’orazione Peri tou agiou pneumatos 31,  1-33,  resta, comunque, un ostacolo per l’unita dei cristiani…

Gregorio, anche se  grande retore, abile  a trattare la differenza tra ousia ed upostasis, a mostrare Dio uno e trino, ad evidenziare che la divinità è incompleta senza il riconoscimento dello Spirito Santo,  che è sostanza divina, che procede  ingenerato, increato… chiaramente si arrampica sugli specchi continuamente, ma procede nella sua  trattazione teologica  e specie sulla ekporeusis ..

Il discepolo di Proeresio (276-368 d. C.),  l’ amico di Basilio e compagno di studi di Giuliano l’apostata, è convinto di saper vedere le relazione di conoscenza del  Padre, generante Logos con  quella  di amore tra il Padre e  Figlio, generante Pneuma  Agion...ma non convince i suoi avversari… e nemmeno noi: il suo parlare è un parlare bello, risulta una theoria, uno spettacolo. ben rappresentato, un sermo ben argomentato, .. non certamente  alethhs…

Inoltre è  un episcopos,  esaltato  patriarca di Costantinopoli,  che  pontifica in senso dottrinale, cosciente che le tre upostaseis  formano un unicum,  tanto che la consustanzialità non implica necessariamente  la connumerazione  (cioè  1+1+1 non fa 3, ma  fa 1)…

Gregorio è così bravo in quanto  capace di trovare  sia nel Vecchio che nel Nuovo Testamento  l’immagine dello Spirito Santo,  che ora, come presidente del Concilio , detta  quattro aggiunzioni conciliari  mediante l’anafora insistita  di to: circa l’essere signore   e il dare vita (to kurion kai to zooopoion),  circa il procedere dal padre (to ek patros ekporeuomenon); circa l’adorazione e la glorificazione col Padre; (to sun patri sumproskunoumenon kai sundocsazomenon) e circa la sua ispirazione anche nell’ orazione 41 trattando della  Pentecoste parla dello Spirito santo …

Qual era il logion originario del “Sale”?

Voi siete il sale della terra

Voi siete il sale della terra  è l‘incipit attuale del logion di Matteo (5,13).
Sale della terra è un sintagma che è metafora in quanto il discepolo di Gesù è come il sale che rende saporita ogni cosa sulla terra.
La sottesa  similitudine  autorizza a dire che chi segue Gesù, oltre ad essere beato (makarios), è anche sale della terra e luce del mondo oscuro (logion successivo).
Ne risulta che le beatitudini (Matteo,5,3-12) e l’essere sale e luce sono  collegati insieme ed hanno un significato congiunto, costruito successivamente, quando già era stata costituita la Chiesa: la pericope è espressione retorica di una costruzione teologica legata ad un ambiente e ad un società che hanno bisogno ed interesse tali da creare una “sentenza”, sulla base di un logion di Matteo, preesistente
Ora personalmente ritengo  che al momento della stesura tachigrafica di Matthaios e quindi  all’atto del discorso di Gesù (maran  o aspirante meshiah, prima  del regno o durante il periodo della regalità )  le beatitudini non erano così enucleate, ma erano del tutto sparse, come anche le maledizioni
Bisogna pure pensare che l’essere sale non era in relazione diretta con l’essere luce?
E’ probabile che  tutto inizialmente forse  era distinto e separato ed erano solo  logia che esprimevano i detti del Signore ( non kurios ma despotes, in quanto basileus-maran) in tipici momenti della sua storia  di uomo privato e di re, non di un Maestro.
Nella seconda metà del II secolo, invece,  quando viene costruita la Chiesa (grande) e c’è la necessità di opporre i veri discepoli a quelli gnostici, la vera dottrina a quella gnostica di Valentino e Basilide (forse ad Alessandria) viene fuori la funzione del macarismo con i compiti del cristiano, inteso come apostolo-inviato, che deve essere sale della terra e luce del  mondo…
Dunque, tra la scrittura matthaica con una precisa semantizzazione basileica (in lingua aramaica con un’utenza palestinese -parthica)   e la riscrittura con nuova semantizzazione  (con la  lingua koinh, in relazione alla nuova utenza ellenistica ) c’è una diversa  impostazione in quanto i fruitori sono differenti ed hanno una logica opposta, collegata con le diverse realtà  sociali e storiche…

Ora il bacino di utenza è tutta l’area commerciale, non solo mediterranea ma anche quella del Mar Nero e del Bosforo cimmerio ….
I fruitori invece aramaici, che  erano nel periodo dell’attesa del malkuth o lo avevano realizzato, erano makarioi  e si sentivano sale della terra in quanto avevano condito (thabal condire),  dando sapore, grazie  alla regalità messianica, ad ogni cosa  terrena  ed, avendo il Meshiah, attendevano gli eventi escatologici e la realizzazione eterna d’Israel: essi puri e  lucenti, come gli esseni, avevano vinto le tenebre (e la Romanitas)  vedevano splendere  in alto come  su un candelabro  Gerusalemme radiosa e luminosa, dominante su tutti i popoli vinti…
I cristiani ellenisti, dopo l’evento della sconfitta di Shimon bar Kokba (Giustino, Dialogo di Trifone), nel momento gnostico, fondono insieme  i logia matthaici. creando una nuova legge,  che doveva essere  un sostituto/ tupos  del messia, legge vivente (nomos empsuchos) e creano secondo formule asseverative, come risultanze sintetiche di un lungo lavoro tecnico retorico, l’ideale del buon cristiano  e ne  scrivono i compiti e le specifiche funzioni, in relazione alla missione dei discepoli del Kurios-signore che ha dato loro il kerugma della diffusione evangelica, in precisi luoghi e in particolari situazioni sociali …
Allora tutto il logion del sale ha significato a seconda della lettura e degli utenti: la  comprensione del periodo ipotetico della possibilità  di II tipo con la protasi  ean ..moranthh (qualora diventerà insipido –thaphal-) e con l’apodosi con che cosa si salerà?, non è facile capire, ma si può afferrare se si ha presente il tanto sale  del Mar Morto inutilizzabile  (o quello della Mareotide alessandrina o del Lago Salato della Licaonia-Tuz Goelu- ), calpestato  da cristiani locali,  i cui capi sentono la necessità di fissare, di organizzare nuclei semantici e di schematizzare contenuti teologici ..o quella della palude Meotide (Mar d’Azov)….
Il sale ha valore  ai fini del condire i cibi  e, quindi,  se il cristiano/sale diventa  insipido e stolto (moraino vale sono moros cioè pazzo, stolto, insipido, sciapo, stupido), non ci sarà la salatura della terra, non ci sarà la luce nel mondo), non avendo funzione, sarà gettato per terra e  calpestato.
E’ chiaro che il logion non è quello originario, ma è quello ricostruito da cristiani ellenisti che,  vista la fine del giudaismo romano, la galuth, hanno un ricordo della escatologia e del messianesimo e vivono il momento apocalittico, dello svelamento, cosci della necessità della funzione cristiana di essere sale e luce, in una separazione netta dalla cultura giudaica e da quella gnostica.
Certamente il testo originario, che Panteno ritrovò in India, con questo specifico logion,  aveva ben altro valore  in senso messianico, entusiastico, trionfalistico: in esso non c’era nemmeno la possibilità di diventare nabal (stolto), in quanto Thaphal: tutti erano makarioi  (compreso  Levi- Matthaios che registra il pensiero regale), euforici  per la realizzazione del malkuth, in quella Pasqua essenica  del 32 d.C ,  pochi mesi dopo la morte di Elio Seiano…
Allora i seguaci mangiavano insieme pane e sale e non avevano contese per il primato, ma erano eguali uniformati ad essere bambini (talja’- piccolo di donna o di pecora) ed avevano la pace, quella  propria dei vittoriosi, di coloro che avevano vinto ed attendevano l’ultima ora e il trionfo  definitivo del resto d’Israel …
Dunque, nella fase escatologica Sale originario  è collegato con pace, in quella apocalittica sale è connesso con discordia, lotte per il primato, con la possibilità di diventare insipido e quindi  di deviare dalla retta via  e con la necessità di essere o di tornare ad essere  pedion  e diaconos (bambino e servo),  se si vuole entrare nel regno dei Cieli…
A me risulta , perciò, che ci sono due  logiche, del tutto diverse, a seconda dei tempi e che la stessa figura del Signore (Kurios e despoths) è cambiata  in quanto essa ed è diventata quella del Maestro (didaskalos/ rabi), che, secondo il pensiero di Clemente Alessandrino,  ammaestra i mathetas/apostolous  che formano il fedele

 

La cultura dell’infanzia

Colere infantem

Professore, perché non è stato mai trattato effettivamente il tema di  La cultura  dell’infanzia in Italia né  quello sui modi di concepire il ragazzo?

Non si può dire che non ci sia una cultura dell’Infanzia in Italia, anzi si può dire che il tema è antico  in quanto trattato dai greci e, poi, dai latini.
La metafora colere infantem/coltivare l’infante il non parlante  rimanda ad una coltivazione  del bambino  considerato come una piantina.  L’immagine è tipica del registro agricolo,  centrato su colere,  che sottende studium (amore e specifico interesse)  e cura (amore preoccupato ed ansioso) e su infans, inteso non solo nella fase iniziale  afantica  ma anche quella fantica  fino alla pubertà, secondo le linee proprie della pedagogia greca e di Quintiliano.
Anzi bisogna affermare che sempre si è discusso,  parlato della cultura dell’infanzia, limitatamente all’educazione, basata giustamente sull’educare (educere ad ) come processo modificante, che porta  progressivamente dal non conoscere al  conoscere,  procedendo sulla base dell’errore  per dare correttezza grazie anche all’esercizio,  sotto la guida di un ductor, maestro, secondo linee di unitarietà, dinamicità, priorità, prospettività.  Se, dunque, da una parte, c’è stata un’attenzione alla cultura dell’infanzia, da un’altra, in un certo senso,  bisogna confessare  che non esiste una vera cultura dell’infanzia  in quanto, nonostante il rispetto al pensiero quintilianeo, espresso con Maxima debetur reverentia puero, l’insegnamento  è stato  un insegnare, mediante signa,  propri dell’adulto, che guida, in un unilaterale lavoro secondo il sistema conformato e convenzionale sociale, economico, politico,  teso a formare mediante modelli preesistenti il discepolo. conformandolo nella cultura  esistente,  in aggiunta e in rapporto con il condizionamento del contesto e dei media secondo un’impostazione  specifica dell’erudizione (e.rudis passare dalla rozzezza alla civiltà, dall’informe struttura giovanile al sistema della maturità moderato). 
Praticamente non si rispetta l’infante, ma lo si condiziona creando un esemplare della stessa conformazione dell’adulto in quanto si ritiene giusta la definizione del giovane immaturo e dell’adulto maturo, secondo una tradizione marcatamente maschilista e senile.
Sembra che solo in questo ultimo ventennio, almeno sul piano teorico, in Italia si sia entrati correttamente nella cultura dell’infanzia, grazie specialmente ai contributi dell’antropologia, dell’etologia, della linguistica (in senso semantico, e socio-psico-semiologico), della epistemologia e della docimologia: da queste scienze viene la lezione tecnica sullo studio e sulla cura dell’infante.
Lo studio sistemico del bambino (anche in senso neuropsichico ed auxologico), la sperimentazione sulle aree affettive, motorie, cognitive, sociali, l’osservazione sistematica  dei comportamenti  a seconda della fascia di età in relazione ad un processo auxo-socio-psichico  e soprattutto il rilievo dato al linguaggio, come chiave di lettura  dell’universo infantile, autorizzano in situazione una operatività sulla base di una diagnosi  valutativa (riferita ad un’ anamnesi specifica) che permette un costante orientamento  operativo e formativo, in rapporto all’effettivo sistema culturale informativo, senza modelli, ma solo con paradigmi esemplari. In tal senso si è sviluppato anche in Italia un processo culturale  puerocentrico, non una cultura infantile. Questa si basa sulla conoscenza del bambino, visto come costruttore fantastico e sentimentale di un mondo, esaminato dall’angolazione ludica puerile, senza l’ottica funzionale adulta, il quale si muove per conoscere sé  e il proprio corpo, socializza per porsi in un continuum ludico,  che, però, avendo già i segni della funzionalità  e della razionalità, non deve essere turbato   da interferenze dell’ adultismo, specie se coercitive.

Che cosa comporta, professore, una cultura dell’infanzia così intesa?

Comporterebbe (meglio usare il condizionale che traduce la non possibilità di attuazione sul piano operativo  con le sottese frustrazioni di questi ultimi anni)  un radicale cambiamento  del sistema politico (anch’esso vecchio e modellato su criteri da una parte comunisti togliattiani e quindi sovietici, e da un’altra liberale e quindi anglosassone  ed americano) sociale-cristiano (caritativo ed assistenziale), culturale e scolastico in quanto una microstruttura, affetta da malattia,  non può essere curata settorialmente  con interventi locali e puntuali poiché è segno di un sistema malato,  che, perciò, deve essere integralmente sanato. Ora il sistema scolastico, malato, infettato ulteriormente dagli altri sistemi,  con cui interagisce, non favorisce il tentativo, necessariamente teorico, di pochi che procedono paradigmaticamente in situazioni concrete, ma parziali e limitate, operando, seppure efficacemente, in condizioni di disagio. Inoltre per la nascita di una cultura (risultanza di un processo eruditivo, educativo, formativo, come somma di competenze , abilità e capacità, esplicate sul piano pratico in situazioni oggettive, coerentemente  ad una decisionalità per una ruolizzazione) necessita  la compresenza di forze interattive  già ruolizzate e mature, capaci di orientare grazie ad operazioni docimologiche, strutturali sistemiche. Ora, col bambino coagiscono ed interagiscono famiglia, società, scuola, stato  con compiti, considerati diversi, ma in effetti eguali se si tiene presente il fine  educativo e/o formativo, specie se il procedimento è univoco sul piano dell’unitarietà metodologica.
Ne consegue che nel momento operativo scolastico (sia strutturale che sistemico) le singole fasce,  turbate nella loro sfera,  operano saltuariamente ed irrazionalmente,  impedendosi reciprocamente, non raggiungendo gli obiettivi, disperdendosi in un lavoro settoriale, burocratico e quotidiano: una prova è il consiglio di classe dove le  componenti genitori, alunni, insegnanti, si fronteggiano su posizioni diverse, senza avere la coscienza del loro ruolo specifico, dei compiti, delle funzioni in una libertà di metodo (utile ai fini del pluralismo democratico!) e varietà procedurale, con l’esigenza di una scansione programmatica e di rilievi esterni d’ordine disciplinare.

E’ dunque da ipotizzare  una nuova tipologia di insegnamento?

Ritengo che non si possa insegnare se non si stacca nettamente l’alunno, la scuola e la cultura dell’infanzia dall’ambito della città (intesa come il mondo delle interferenze politiche sociali economiche ecc) e non si situi in zone lontane dalla cultura ufficiale, convenzionale, conformata dell’adulto: ci vogliono strutture ed edifici scolastici lontani dalla vita cittadina, dove far crescere la pianta dell’anthropos, secondo le concezioni umane funzionali razionali scettiche: molti conoscono i miei progetti di scuola separata  in zone agricole, in immense aree  sia per i ragazzi (3-13) che per giovani (15-18).
Comunque. a mio parere,  se si fa un’analisi  superficiale sulla scuola e si procede statisticamente  va a finire che la scuola italiana è una delle migliori in Europa perché  conforme ai suoi compiti primari  di formazione e di educazione generale e capace di dare, a certi livelli, possibilità occupazionali e professionali come per il passato.
Se si fa uno studio  serio e mirato  alle singole strutture e poi si valuta l’intero sistema  di insegnamento-apprendimento si rileva un disagio in tutti gli operatori scolastici, una crisi culturale, un malessere diffuso.
L’insegnante in un sistema  basato sullo scambio culturale in un continuo passaggio dalla fase di ricevenza a quella di emittenza  e viceversa  in una variabilità situazionale,  è vittima incolpevole.
Egli è stato abilitato all’insegnamento senza la necessaria preparazione pedagogica, psicologica,  docimologica per cui la sua possibilità di insegnamento (dal tardo latino insignare incidere, imprimendo signa, segni  come marchi  di riconoscimento sul bestiame in un codice agricolo) non marchia alunni, che  sono di un altro codice.
Inoltre né l’insegnante né l’alunno conoscono la comunicazione che sottende un processo  non direttivo, ma paritario, che trasforma la superiorità dell’adulto, che imprime segnali, in cooperazione e cogestione, sulla base di dati informativi in uno scambievole aiuto in una interazione psico-sociale, in un ritrovamento dei comportamenti  individuali dei singoli giovani cointeressati  all’argomento e al problema, tesi a passare  da uno stato di dipendenza  a quello della partecipazione, al fine di consentire, non assentire.
D’altra parte con la comunicazione la competenza si sostituisce alla superiorità  gerarchica, in quanto non c’è lezione con l’insegnamento tradizionale di un lector medievale.
Questi aveva abilità  di lettura  ed insegnava  tramite la conoscenza  delle Sacre Scritture  in un tentativo  di tradere la cultura del passato al presente per un’ attualizzazione  concreta: l’insegnante, invece,  ha la docenza,  cioè  una risultanza  di conoscenze  interrelate  in una visione sincronica, che ne sottende una diacronica,  con valutazione dell’asse unitario sincronico-diacronico, per una proiezione  possibile  in un sistema ordinato,  le cui strutture funzionali  si esprimono in una fusione operativa  continua nella prassi  quotidiana.
La docenza implica un’informazione ampia e rielaborata  personalmente data per una ricerca oggettiva  regolata, a seconda  delle esigenze  dell’alunno e della classe,  già tramata in uno schema  paradigmatico e sintagmatico, metodologico, che autorizza una decisionalità in situazione lavorativa, tagli, riconversioni (specie in caso di errori e deviazioni tematiche e procedurali).
Di conseguenza la docenza comporta  professionalità di chi docet  insegna, svolgendo una funzione educativa di avvio, di guida di orientamento nella ricerca del Sàpere (esperienza conoscitiva, intesa come crescita  dell’essere, individuale, che assapora , provando ciò che càpita).
Docere diventa così un insegnare pratico  in quanto  autorizza  a mostrare i passi da fare, la via da seguire  marcando i signa  le orme  spiegando il percorso  formando un iter  sempre nuovo  in un’ evidenziazione  delle abilità decisionali in rapporto alla situazione  storico-socio-economico-politica, culturale e letteraria, in relazione all’altro viandante , nel rispetto della contestualità altrui e per un vantaggio personale: esso è anche segno di autorevolezza di un’ auctoritas riconosciuta.
Docere è segnare  i connotatori, dopo aver fatto la situazione  in una ricostruzione  del sistema-struttura  per fare un punto situazionale  al fine di un intervento costruttivo sull’altro, sulla base della conoscenza scolastica.L’insegnante però , formatosi crocianamente (magari) attento talvolta  al nesso opera -ambiente, segue, a volte l’angolazione desanctisiana e gramsciana e crede di poter dare la sua preparazione  scolastico-nominale, come informazione, all’alunno. Non riesce, però, in tale operazione perché,  avendo  tale formazione e seguendo i programmi ancora gentiliani, non ha effettiva competenza  (come sistema di conoscenze acquisite sul piano lessico-morfosintattico, su quello semantico e referenziale – e tanto meno una abilità esecutiva  che  permetta  di fare una situazione storica  tale da confrontare col presente,  in modo da fare proiezioni per un intervento costruttivo).
Egli non ha una professionalità come il medico che dall’esame mediante anamnesi  e da quello diretto  strutturale in situazione,  può diagnosticare  e dare una terapia  su base probabilistica,tuzioristica, in relazione al quadro  contingente delle analisi cliniche: non è abilitato ad un lavoro sistemico-strutturale  e tanto meno ad una valutazione con giudizio epistemico,  essendo preso dal nominalismo e dal nozionismo ideologico. E’ abituato, in una continua  ripartizione  dei programmi ministeriali, a procedere  in un faticoso, quanto inutile  lavoro di manovalanza intellettuale, che lo costringe ad obbedire a certe scadenze trimestrali o quadrimestrali e a dare “quantità  informativa”. Non ha neppure possibilità effettive di programmare, progettare, pianificare,  seppure si parli di attività curricolare, di interdisciplinarità e nei collegi dei docenti e nei consigli di classe. Demotivato e poco pagato assiste passivamente, nonostante qualche incentivazione orale del preside o di colleghi più velleitari e spontaneistici, comunque, delusi dalla scuola e dal sistema governativo, che privilegia categorie  più produttive.
L’insegnante, non essendo orientato pedagogicamente e didatticamente fa scuola insegnando ciò che sa e ciò che deve insegnare, secondo tradizione, senza una logica costruttiva, senza attenzione all’alunno, senza porsi il problema educativo: egli è sul piano dell’informazione emotivamente spontaneo, cosciente di essere in una condizione di sottoproletariato letterato,  costretto a svolgere un ruolo senza funzione, disturbato dai mass media, dalla famiglia, dalla chiesa, dai sindacati, dal collegialismo e dall’assemblearismo.

Il povero insegnante  è trascinato all’apatia  dalla monotonia ripetitiva, agitato dal velleitarismo aggiornativo di dilettanti formatori ministeriali, profumatamente pagati,  sindacalizzati: è ucciso nel suo elementare lavoro dalla pubblicazione specialistica propagandante una riforma scolastica mai attuata.

Reclutato secondo forme concorsuali  facilmente pilotabili e con logiche clientelari partitiche, l’insegnante si presenta  all’opinione pubblica  con la tipologia di buon uomo connotato di buona cultura generale, senza una funzione sociale, in un momento di alta specializzazione e di ricercata produzione dove ogni imbecille  che opera con impegno  su una sola cosa raggiunge il massimo,  data la  semplicità del prodotto.
Espressione vecchia del sistema agricolo paesano  il professore intruppato vive la sua esperienza scolastica  senza confronto e senza  personalità: gli errori del sistema scolastico (verticismo burocratico, impostazione ancora crociana e gentiliana, assemblearismo senza la competenza individuale, la collegialità senza la pianificazione  soggettiva, l’obiettivismo senza l’oggettivismo, la sconnessione strutturale , il maggioritarismo come espressione della minoranza, l’oclocrazia come regime ecc.) sono spia di una situazione critica molto più complessa statale  ed istituzionale,  che condiziona  il professore che  può solo professare  la sua nominale conoscenza,  inadeguata ai tempi.
Ormai l’insegnante è considerato come colui che insegna perché non sa fare niente e perciò la scuola è diventata il rifugio di tutti i perdenti, gli scansafatiche, delle donne  in cerca di una funzione, insomma un immenso teatrino dove si recita un ruolo  di docenza senza saperla professare ed ognuno recita a modo suo.
Non è, però, il caso di generalizzare: ci sono molti insegnanti che lavorano  seriamente specie gli uomini (meno le donne che salvo poche, vanno a  scuola per ben altri motivi), non  sono docenti gli ingegneri, gli architetti, psicologi,  dottori in discipline  giuridiche o  i  tecnici e i commercialisti, revisori di conti ecc., uomini che hanno uno stipendio in più,ma non sanno neanche cosa vuol dire insegnare, come tutti i professori impegnati in politica.

Se necessita una nuova docenza  con un nuovo insegnante,  non è necessario anche un nuovo alunno, che abbia un diverso rapporto  col professore?

Secondo me, per ottenere un nuovo rapporto tra le parti del sistema  scolastico,  specie tra alunno ed insegnante e tra alunno ed alunno  e tra alunno e famiglia, è necessaria la comunicazione,  intesa come azione del comunicare ( da cum munus) come procedimento verbale  che intercorre tra emittente e ricevente,  tramite un canale, in un contesto, con un codice, comune,  per l’invio di un messaggio, connotato sulla base lessicale  da due valenze significative, compito e dono in reciprocità.
La comunicazione rientra  nell’area semantica aristocratica in quanto munus è termine  che sottende da una parte il compito  del nobile (militare e  sacerdotale)  e dall’altra  il dono è espressione comunicativa  di due patroni  secondo le formule della munificentia sul piano della paritarietà.
Ora la nostra società di base agricola acculturata secondo linee americane, industrializzata rapidamente,  evidenzia la crisi di valori  specie nel linguaggio misto.
Esso, essendo una risultanza confusa di cultura  agricola e  industriale, risulta una strana lingua  usata da soggetti né agricoli né industriali, che vivono senza una propria cultura.
Il linguaggio presenta forme  della tradizione  operativa paterna  con parametri  valutativi immediati, derivati dalla funzionalità industriale   propria della  organizzazione sistemica.  in cui si vive
Inoltre esso  ha in sé la presunzione  di chi  non comunica  perché  non ascolta e  non ha rispetto dell’altro  che in situazione ha possibilità paritarie e competenze  medesime  per la soluzione del problema, in un’arroganza di modi, senza più la docilità contadina.
Nel rapporto tra insegnante ed alunno i due  hanno il ruolo di emittente e di ricevente  a seconda delle situazioni  che autorizzano l’interscambio  in quanto l’uno assume la leadership verbale  a seconda della competenza  mentre l’altro interiorizza nell’ascolto il messaggio ricevuto per rimandarlo in relazione alla sua ricchezza  cambiato e modificato  alla luce delle sue valutazioni e del suo patrimonio culturale in un processo educativo senza fine.
Il rapporto perciò è connotato da un continuo flusso di pensiero  interpersonale  per un obiettivo comune  da conseguire  dalle persone  interessate, in un’interazione di modi e di piani senza la gerarchia, in relazione alla competenza.
Ciò avviene però solo in un rapporto connotato da rispetto e da empateia:  ora, il rapporto sta diventando sempre più problematico per la disistima dei docenti e per la  sfrenatezza dei ragazzi abituati ad avere quanto vogliono, ad essere protagonisti  anche nel male: il processo educativo diventa sempre più difficile e la stessa comunicazione è considerata  espressione di debolezza davanti  all’arroganza giovanile, volgare  perfino nelle manifestazioni  verbali.

E la famiglia come si immette nel rapporto comunicativo tra insegnante ed alunno?  

La famiglia,  disagiata, ha demandato in questi ultimi tempi l’educazione ai professori  e sembra non volere entrare  nella operatività della sfera dell’insegnante, mentre quella agiata segue e complica la vita dell’insegnante con le sue interferenze  ostacolando il lavoro.

La famiglia non dovrebbe entrare nel campo tecnico didattico-metodologico, dove l’insegnante dovrebbe fare le sue sperimentazioni e  svolgere il suo compito servendosi anche dell’ausilio della famiglie e delle istituzioni in senso formativo,  dove  è necessario  procedere di pari passo  secondo la stessa metodologia  per meglio definire la personalità dell’allievo.

Certamente la famiglia può, là dove è possibile,  entrare anche in merito scolastico, ma  deve assecondare il processo educativo   in modo da coadiuvare  il docente ( senza interferire in problemi tecnici  e valutativi) o il preside sulla gestione scolastica specie in caso di autonomia, data la rappresentanza del consiglio di istituto.

In conclusione  il carrozzone della scuola, anche con una cultura dell’infanzia  all’italiana, può andare avanti  con un qualche successo perfino in Europa?

Noi italiani siamo i maestri di un vivere equivoco e contraddittorio e sappiamo lentamente  seguire gli altri e avviarci verso  una certa correttezza  formale e quindi scolasticamente  forse potremo anche allinearci,  ma scieremo  come quelli che non hanno i fondamentali  e che spesso sono pericolosi  sulle piste per sé e per gli altri, se non procederemo con metodo.

 

Un prefetto tiberiano- A.Avillio Flacco

A.Avillio Flacco

Aulo Avillio Flacco, fu governatore dopo Ibero, che aveva sostituito brevemente Vitrasio Pollione (Dione Cassio,St. LVIII,19,6) uomo probabilmente di Seiano  e governò  Alessandria e  Egitto dal 32  fino al 38.
Flacco, dopo essere stato uno del seguito di Tiberio, tra i consiglieri finanziari e tributari, fu inviato in Egitto in quanto suo fedelissimo ed abile  amministratore, iure gladii, con funzioni giudiziarie e militari.
Come tale fu eccezionale,  date le capacità di intelligenza e di perseveranza, di rapidità intuitiva ed abilità realizzativa, considerate le doti di perfetto oratore, perspicace osservatore, conoscitore di uomini  ed interprete sapiente  di parole , di fatti: tale giudizio è di  Filone, suo nemico, e perciò le lodi sono reale riconoscimento del suo valore.
Egli fu rapido ad entrare nella difficile ragnatela  amministrativa dello stato egizio  e nel complicato sistema  ancora lagide di  equivoca comprensione per un romano.
L’errore rilevato da Tiberio Alessandro,  giudeo apostata, un  suo successore  come prefetto di Egitto nel 69 d.c. di aver riscosso i tributi senza computare le immunità prediali, deve farci pensare che Filone può aver  amplificato l’operato di Flacco, ma non intacca il sostanziale precedente giudizio.
D’altra parte Filone procede in questo modo (e lo dichiara apertamente) per  evidenziare con  la pars destruens del suo discorso le accuse di eccidio giudaico (cfr.  Flac. 6-8 cfr  CIG-corpus iscriptionum graecarum- III,4957) e marcare il suo radicale cambiamento, degno di punizione.
Flacco, impratichitosi, dunque,  della normativa del  sistema tributario e finanziario egizio, grazie all’apporto dei funzionari alessandrini, costituito da una massa di scribi, la semplificò mantenendo i migliori dei numerosissimi segretari, ufficiali e   cancellieri giudiziari, sapendo gestire con integrità , seppure con un certo dispotismo, i tanti impiegati della tesoreria alessandrina e  delle segreterie  dell’ex regno tolemaico. Specificamente aveva dignità  regale nel reggere lo stato, ben commisurata con la forma esteriore; sapeva giudicare  con l’aiuto di funzionari in carica; non si faceva intimorire dai violenti;  impediva le riunioni di popolazione promiscua e tumultuosa specie se organizzata, secondo  summorie, che venivano sciolte d’autorità e fermezza, in caso di tensioni.
Anche sul piano militare Flacco  assicurò una regolare funzionalità, dopo aver dato al paese e alla città una perfetta osservanza  della legalità sociale: ricostituì le truppe,  dando un nuovo assetto  in relazione alla  città e al territorio egizio,  faceva esercitazioni continue,  tenendo in allenamento le truppe di  fanteria, di cavalleria e di armati alla leggera .
Pur esigendo  obbedienza ai capi  nei militari non graduati,  li proteggeva dalle angherie degli ufficiali superiori, che tendevano ad appropriarsi degli stipendi  dei subalterni ed inculcava loro il senso di dovere  in ogni situazione e specialmente educandoli alla  neutralità, in faccende estranee al servizio  e nella tutela della pace, secondo la logica di Seiano.
Accanto a Flacco  come cancelliere era Lampone  e come funzionario  popolare Isidoro  che rimasero correttamente al loro posto fino all’avvento del regno di Caligola e alle  sue prime azioni in senso popolare e militare, e furono strumento del prefetto.
Il nostro esame tende a rilevare  il carattere  e  del governatore e quello dei due, la loro funzione e il loro specifico compito nell’entourage del governatore in carica, senza entrare specificamente in merito al problema giudaico e senza valutare moralmente, per cercare di capire non solo il mondo giudaico alessandrino e le ultime fasi del regno tiberiano, ma anche il complesso mondo ellenistico in genere e quello  della diaspora giudaica e  del sistema imperiale romano ecumenico, di cui Flacco e  gli altri uomini sono solo un esempio di funzionalità. in una situazione difficile quale quella della successione dinastica, come conclusione di una lotta tra i due partiti, quello  giulio  e quello claudio, schierati a favore di Gaio Caligola  (meris… ton theton, la parte degli adottati)  e di Tiberio Gemello (meris… ton gnesion, la parte dei legittimi per nascita) e all’inizio di un contrasto tra il giovane monarca e la famiglia, il senato e la classe equestre.
Nell’esaminare la complessa vicenda e i personaggi, attori della politica alessandrina, si apre un altro grandioso scenario quello di Roma, sotteso alle notizie filoniane, in cui gli avvenimenti della morte di Tiberio e della successione di Caligola  con il successivo omicidio del coerede Tiberio Gemello  e poi del capo dei pretoriani, Macrone, e del princeps senatus Silano determinano un cambiamento totale di politica e di amministrazione in Alessandria e  in ogni città dell’impero, dove  i partiti filogiuli e filoclaudi si contendono il primato cittadino, ad di là delle divisioni etniche e delle suddivisioni interne alle stesse etnie: dalla capitale le notizie  dell’avvento al trono  del nuovo imperatore con l’instaurazione della sua neoteropoiia,  palese già alla fine del 38, irradiandosi per il mondo romano, diffondono il messaggio  dell’inizio di un’era nuova.
I governatori delle province, specie di quelle imperiali, Siria e Giudea ed Egitto, sono maggiormente interessati al cambiamento di regime e  cercano di adeguarsi al  regime imposto dal figlio di Germanico, espressione delle forze popolari e  militari.
Flacco, che era stato  un  governatore tiberiano, filoclaudio, che aveva accusato Agrippina , madre di Caligola, e determinato la morte non solo di lei ma anche dei due fratelli, Nerone e Druso, sorpreso dalla elezione del nuovo imperatore, amareggiato dalla uccisione del coerede nipote diretto dell’ex imperatore,  da lui favorito,  annichilito dalla morte di Macrone, suo protettore, e poi da quella di  Silano  con cui era collegato,  colpito da queste mazzate  aveva disperato della sua salvezza, nonostante l’amnistia e la distruzione degli incartamenti  relativi le cause del periodo di Tiberio.
Quindi Flacco,  dal momento della nomina di Caligola ad imperatore  e del suo riconoscimento a Roma il 28 marzo 37  fino al compleanno  del 31 agosto del 38,  fu in grande ansia ma  ebbe tempo di manovra per difendersi da accuse possibili.
Le notizie  negative,  progressive, dopo un intervallo di otto mesi, compresa la malattia di Gaio,   avevano dato tempo e possibilità di autodifesa, in caso di accuse contro la sua persona e il suo mandato di governatore.
Egli sicuramente preparò un piano che doveva essere suffragato dalla testimonianza del senato alessandrino e dai rappresentanti popolari di Alessandria, oltre che dai cives romani alessandrini.
Il caso dei cinque magistrati e di curatores viarum , vittime di Caligola  e quello   di Gaio Calvisio Sabino, tornato dalla Pannonia (Dione, St. LIX, 18,4), che aveva governato,   costretto a suicidarsi  e quello di Tizio Rufo ( Ibidem 18,5)   dovevano avere impaurito ancor di più il governatore di Egitto.
La persecuzione di uomini del ceto senatorio e equestre accentuò ulteriormente la paura di Flacco, che dovette anche predisporre ogni cosa per la divinizzazione di Drusilla, la sorella di Caligola morta il 10 giugno, che  fu venerata come Panthea (Dione, St. LIX,11).
Filone, senza informarci sulle condizioni della madrepatria Gerusalemme, sugli avvenimenti accaduti nell’ex regno erodiano e sull’azione militare di  Lucio Vitellio, governatore di Siria, accenna  solo ad una reazione antigiudaica di Pilato, (Leg.301) fa la situazione del giudaismo ellenistico sia di Alessandria, che di Egitto che di tutta la diaspora, evidenziando che  non era stato inviato  il decreto del sinedrio, in cui si facevano le congratulazioni  per il regno a Gaio e le felicitazioni  in relazione a quanto fatto e testimoniato nella città santa nella Pasqua del 37  (Ant giud. XVIII,  Leg.231-2) per la malevolenza  di Flacco, che non aveva  fatto il suo dovere e che poi fu svolto in ritardo da Erode Agrippa, che lo inoltrò,  diciotto mesi  dopo, con le scuse per il ritardo. (In Flaccum, 93, 103).
Noi sappiamo che Caligola  aveva iniziato una campagna antiaristocratica  tale da sminuire la  auctoritas  senatoria ed equipararla , ironicamente,  quasi a quella del suo cavallo Incitato  tanto che  gli storici  a quel punto cominciano a considerare l’imperatore pazzo come se il suo regno fosse finito alla fine del 38.
In effetti la volontà di Caligola di annientare il senato era connessa con la posizione infida di quel consesso; il giovane imperatore era uomo di grande intelligenza, di  dissimulazione e simulazione e secondo Flavio (Ant.Giud, XIX,208) valentissimo oratore espertissimo della lingua greca e latina, sapeva come rispondere a discorsi pronunciati da altri, dopo lunga preparazione, e mostrarsi presto e più persuasivo anche quando si dibattevano argomenti di grande interesse: e  risultava  tanto abile  perché egli aveva in questo una attitudine naturale,  potenziata da una pratica acquisita con il continuo esercizio.
Egli era stato per 6 anni presso Tiberio a Capri a scuola di recitazione e di simulazione, secondo i modelli di Augusto e di Tiberio, mentre madre e fratelli venivano condannati e mai si era lasciato sfuggire una parola compromettente, mai un gesto sconsiderato (Tacito, Annales, VI,20,1); aveva accettato sempre ogni azione di suo padre adottivo, memore degli insegnamenti  della  bisnonna Livia e della nonna Antonia.
Caligola, dopo il discorso del 1 luglio del 37, al suo primo consolato,  divenuto programmatico  sia per lui che per il senato, che stabilì per decreto che le parole dette  fossero rilette ogni anno (Cassio Dione, St.,LIX,6,7), in cui aveva condannato le azioni di Tiberio  rimproverate dall’aristocrazia, eseguite, comunque , e con cui  pur mostrando condiscendenza verso il senato, era stato tanto abile da smascherare il comportamento pavido ed infido senatorio.
Aveva  poi mostrato  la sua intelligenza superiore e  rapidità di  decisione  nel momento della malattia, quando nominò Drusilla, che si era separata da Cassio Longino e si era sposata con Marco Emilio Lepido, erede dei suoi beni e dell’impero (Svetonio, Caligola,24,1) proprio quando aveva visto Macrone e Silano spostarsi verso il coerede tiberiano Tiberio Gemello, per loro unica alternativa al morente imperatore.
La successiva eliminazione dei tre e la sua accusa verso il senato doppiogiochista,  inchiodato alle sue  responsabilità, evidenziavano  il piano di un governo assoluto, la ricerca di uno spazio totale  per  governare senza il senato, solo con il sostegno popolare e  militare: non per nulla era  solito ripetere, secondo Svetonio, il verso omerico uno sia il capo, uno il re (Iliade,2,204).
Egli  gradualmente  minava il  prestigio senatorio costringendo i senatori ad indebitarsi con allestimenti di giochi  popolari e col fare le campagne elettorali, dopo che aveva ripristinato  le elezioni dei magistrati da parte dei comizi (che erano state abolite) in quanto  cardine dell ‘ordinamento politico repubblicano.
Era questa una strategia  attuata al fine di impoverire il ceto senatorio e rimpolparlo con uomini novi che potevano comprare sia il titolo equestre che quello senatorio, e che, provenendo dalle province, erano più malleabili, meno pretenziosi e  più fidati, certamente non infidi e non portati alla congiura, dati i rapporti di dipendenza  con il princeps.
In effetti Caligola avendo  un team giovane  di rilievo in questo periodo composto, oltre che dai famigliari Lepido e dalle tre sorelle, dai re Erode Agrippa  ed Antioco di Commagene,  tyrannodidascaloi / maestri di tirannia,(Dione Cassio,St. LIX,24,1), puntava anche su  uomini come Callisto,  Pallante, Protogene, Elicone, liberti della nonna Antonia di pieno affidamento  ed amministratori capaci, scaltriti da un lungo esercizio commerciale.
In questa fase Caligola obbligava chiunque ad avere coerenza  pratica  così da mantenere quanto detto o giurato, cosciente che lealtà  sia coincidenza tra il piano espressivo  e quello operativo: non per nulla  obbligò Afranio Potito ad uccidersi perché aveva promesso di sacrificare la vita se l’imperatore guariva e  Atanio Secondo a combattere nell’arena  per la promessa fatta per la sua guarigione.
E’ chiaro che Caligola  accentrando in sé non solo il potere ma distribuendo le cariche in modo  clientelare  aveva tolto la possibilità di reclutamento ai senatori di clientes  obbligando loro stessi ad essere suoi clientes con la salutatio: chi non osservava tale dovere e o chi non veniva ricambiato, praticamente era un uomo morto.
L’uso della salutatio diventava un vincolo sicuro di amicizia, che toglieva inoltre il rapporto tra le varie famiglie aristocratiche ora  in lotta per essere vicine al nuovo imperatore, anche se costrette ad un’azione servile, a riconoscersi inferiori rispetto all’autocrator.
Inoltre Caligola era un anomalista  cioè seguace di  un sistema  letterari- opposto a quello  analogista- , basato sul sublime , includente un modus vivendi  opposto a quello convenzionale e normale, come espressione istintuale, secondo norme di creatività e genialità (cfr  Pseudo-Longino, Peri Ypsous,8)
Caligola mostrava il sublime in sé , nelle sue costruzioni, nel suo vincere terra mare e cielo, nel suo essere unico rispetto a tutti gli altri: la salutatio  matutina da  forma aristocratica usata da ogni nobile famiglia per la tutela della clientela,  diveniva forma unica imperatoria,  che comportava omaggio dovuto al solo princeps ( che neppure riceveva , ma delegava i suoi rappresentanti per tale ufficio) patronus.
In effetti  Gaio riprendeva il sistema già adottato da  Tiberio e Seiano che avevano obbligato la nobiltà alla salutatio a contendersi questo favore del princeps, facendola rimanere per giorni in attesa.
La salutatio però comportava per Caligola l’esigenza di una dimora di una domus aurea  , che non aveva a Roma per accogliere  in modo magnifico  i tanti che si sarebbero presentati  a salutare l’autocrator.
Da qui la magnificenza  delle sue costruzioni in ville nei dintorni della città e in Campania, seguendo il modello di Tiberio, prima di stabilire la propria residenza, non essendo ancora certo di quella romana sul Palatino.
Sembrava che lui volesse  assoggettare la natura,  realizzare l’irrealizzabile,  in quanto tendeva  all’adrepebolon ( Peri ypsous,8)  Svetonio (Caligola,37,3)  vennero gettate dighe nel mare  tempestoso e profondo, furono tagliate rupi di selce durissima  elevate pianure all’altezza di montagne …livellate le cime più alte a forza di scavi e tutto ciò avveniva  con incredibile rapidità.
La singolarità della sua figura e delle sue azioni e dei suoi viaggi doveva essere rilevata  come quella della sua donna  e dei suoi amici, invidiata ed emulata  dagli aristocratici che, imitando, dovevano impoverirsi e quindi dovevano essere sostituiti da uomini novi provinciali.
Le sue navi avevano poppe ornate di gemme  e vele dai colori sgargianti,  in cui c’era un grande numero di terme, portici, sale da pranzo,  ma anche una immensa varietà di viti ed alberi da frutto . Con navi  di tal genere  navigava lungo le coste della Campania (Svetonio, Cal. 37,29),e le sue spese dovevano essere eccezionali, sia per i pranzi inimitabili per portate, qualità e quantità di cibi, anomali rispetto al sistema normale culinario, fuori cerimoniale, tanto da sbalordire la pur decadente aristocrazia che, per imitarlo, si indebitava  per un pranzo da offrire all’imperatore: Caligola faceva  servire pietanze  coperte di sfoglie d’oro, beveva perle preziose sciolte nell’aceto,  faceva banchetti di oltre 10 milioni di sesterzi , sperperava a volte in pranzi  le tasse di tre province,  faceva indossare gioielli alla  moglie (Lollia Paolina) di 40.000.000 di sesterzi.
Nei primi mesi Caligola sperperò circa 2.000.700.000 sesterzi (Svetonio, Caligola,37) l’eredità di Tiberio e 90.000.000 del suo stesso patrimonio: per queste ingenti spese l’imperatore  aveva accanto a sé molti trapezitai alessandrini, dipendenti propri dell’alabarca di Egitto, che era  l’amministratore dei beni della nonna (Flavio Ant. Giud.XIX,276.) amico di vecchia data di Claudio, probabilmente cittadino romano, come poi suo figlio Tiberio Alessandro.
Chiaramente Caligola così vivendo nel lusso più smodato  costringeva l’aristocrazia all’imitazione e quindi alla rovina allorché era incaricata di allestire una cena per il principe: ci volevano vari argentarii per finanziare  una tale impresa: nessun senatore ,che aveva un patrimonio minimo , quaranta volte minore della parure di Paolina , poteva competere con la forma imperiale a cui, comunque, doveva attenersi, se voleva invitare l’imperatore.
Se da una parte il suo comportamento anomalista lo distaccava dal senato, l’ amore per le corse  di cavalli per i combattimenti e per le rappresentazioni teatrali, essendo un  comune ideale per la gioventù e per la plebe, che sempre di più lo seguivano (anche perché era cancellata  l’etichetta e quindi più facile l’incontro e il suo rapporto) lo avvicinava al suo popolo …
Filone  che  non parla di questo  cambiamento a Roma, da cui venivano echi secondo la lettura  critica sacerdotale dei giudei delle sinagoghe romane, ostili a tale sconvolgenti ed innaturali atti, vede solo la trasformazione che avviene in Alessandria nel comportamento del governatore e nel nuovo rapporto stabilitosi tra il prefetto e i caporioni popolari.
Egli afferma che improvvisamente c’è una cambiamento di direzione amministrativa in quanto Flacco, da retto governatore diventa inetto e insicuro e per di più risulta  un fantoccio dominato dai due  alessandrini, popolari, che, essendo espressione della massa popolare,  gli   impongono  di procedere in senso antigiudaico (Flac. ,41)…
A dire il vero il prefetto si serve dei  caporioni e finge di essere da loro dominato: egli infatti fa ordinare ad Isidoro perfino una protesta con accuse contro di lui dal ceto più umile della città.
Insomma il piano antiebraico veniva realizzato, ma il prefetto  doveva rimanere esente da colpe: i colpevoli erano già pronti.
Filone  sembra invece credere a questo rovesciamento teatrale , proprio della peripeteia tragica,  e  nella descrizione di questi tre personaggi   mostra come sia stato  modificato il carattere del governatore rilevando la sua paura e la sua depressione.
Filone indulge al tragico, non è  storico; Filone dà una verità letta dall’angolazione giudaica nobiliare, doppiochista, abile a tenere la posizione ambigua, pronta per la scelta più redditizia.
I  mestatori alessandrini , comunque,   sono collegati con altri elementi  attivi alla corte di Caligola, probabilmente  Elicone,  una specie di ciambellano factotum sempre presente in ogni momento della vita quotidiana del sovrano (Legatio,166-178) ed inizialmente anche  col governatore.
Questi capirono che  era imminente una persecuzione contro gli ebrei e che si riprendeva la persecuzione secondo le linee già indicate da Seiano e  fecero piani in relazione all’azione permissiva  di Gaio nei confronti di servi, che facevano delazione contro i padroni. (Flavio, Ant. giud. XIX,1-3): l’azione contro tutto il popolo giudaico sta per iniziare  (sumpan.. to ethnos Filone, In Flaccum,1) e Flacco coordina il suo operato parziale (merei  Ibidem) contro i giudei alessandrini, esteso  anche a quei luoghi dove può arrivare la sua auctoritas.
Perciò  Avillio Flacco , coinvolto,  da buon governatore tiberiano divenne spietato  aguzzino degli ebrei, per mostrarsi zelante nella  accettazione della neoteropoiia caligoliana  per farsi perdonare le colpe avute  contro la famiglia giulia, l’appartenenza al partito filoclaudio, appoggiando  all’improvviso il partito popolare e militare alessandrino e i suoi caporioni che promettevano di assisterlo con tutto il popolo e  il senato cittadino in caso di  denunce contro la sua persona.
La condizione di sudditanza di Flacco é spiegabile  anche perché  Caligola, divorziato da Orestilla,  dopo la morte della sorella, sua amante,   dopo il viaggio in Sicilia, e la costruzione del porto di Reggio  come scalo intermedio tra Alessandria e Roma delle merci di grano,  inizia a colpire i consolari accusati di tradimento (Dione Cassio, St., LIX,11)
Insomma gli alessandrini avevano saputo della volontà di Gaio  di cambiare totalmente politica interna ed estera, specie dopo il nuovo  matrimonio  con Lollia Paolina (Dione Cassio, St.,LIX,12,1) , momento in cui  vengono esautorate implicitamente le sorelle, Agrippina e Livilla, poi esiliate, determinando un altro cambio di team, in cui rimanevano solo i liberti.
La  nuova situazione romana era ben  conosciuta  ad Alessandria, da parte greca e da parte greco-giudaica,  come anche la politica estera: i piani di Caligola di fare una doppia spedizione (una germanica ed una partica) dovevano servire  per avere una gloria militare  per debellare il potente consesso senatorio e liberarsene del tutto.
Quella germanica già era nell’aria alla fine del 38 e quella partica era stata  anticipata dalla elezione di  Erode Agrippa a re di Iturea e regioni limitrofe, di  Antioco  a re di Commagene e dei figli  di Coti      (Ibidem,12,2) a re di Ponto e  di Tracia ,  dopo che Vitellio aveva ripristinato l’ordine in Siria ed al suo posto era stato inviato Petronio Turpiliano ( Flavio ,Guer. giud. II,10, 1-5;Ant. giud.XVIII,262 ss  Filone Leg.207-260): bisognava estirpare i collegamenti che c’erano  tra lo zelotismo palestinese e quello partico, limitare il potere finanziario ed economico dei giudei ellenisti della diaspora, al cui centro era il giudaismo alessandrino, riprendendo la politica seianea antigiudaica.
Inoltre era ventilata anche l’idea di un suo abbandono di Roma e di un viaggio che poteva essere definitivo  in quanto si diceva che aveva intenzione di guidare il mondo da Alessandria, riprendendo il disegno di Cesare e quello del suo bisnonno Antonio, accarezzato anche da suo padre Germanico, sempre però dopo l’impresa germanica.
L’azione di  ripristino della  giustizia in Alessandria, quindi,  non aveva gran valore per Caligola  per il quale solo contava  l’allineamento alla sua politica interna ed estera.
Questo  cercarono di far capire al governatore  Lampone ed Isidoro: il vecchio sistema era finito, tutto era cambiato ed un nuovo ciclo iniziava.
Da qui  il via libera al popolo di Alessandria che può attaccare quei giudei della medio bassa borghesia, non ellenizzati, che abitavano in due quartieri della città: l’assalto fu su questa parte della città integralmente giudaica, non su quella parte degli altri tre quartieri dove i giudei vivevano misti ai greci.
Filone parla del sequestro di 400 case (Flac.94) e di  ammassamento della popolazione giudaica in una zona ristretta di un  quartiere  e quindi tratta della strage fatta su una parte della popolazione giudaica e su una parte del sinedrio (38 membri) e specificamente di tre membri sinedriali,  di cui fa i nomi.
Filone descrive la tragica sofferenza giudaica rilevando tre fasi di progressiva ostilità  nel comportamento antipopolare giudaico del governatore:  la prima in cui si  facevano trapelare le sue intenzioni ostili  velatamente  nel corso dei processi, nel rifiutare colloqui con i giudei , nell’accogliere solo formalmente Giulio Erode Agrippa  re e famigliare di Gaio, facendo finta di  ignorare le beffe fatte  al suo indirizzo   e la parodia del suo incoronamento e del suo rango pretorio;
la seconda fase  come profanazione delle sinagoghe con l’installazione della statua di Panthea Drusilla probabilmente e non di Gaio, non ancora deificato,   trascurando la possibile reazione dei giudei non solo di Alessandria e di  Egitto (un milione ) ma di tutta la diaspora (1’500000) e delle ripercussioni negative in ogni città, dove la popolazione giudaica era diffusa;  la terza fase come  abolizione della posizione giuridica tramite l‘atimia  per cui i giudei divennero  stranieri (csenoi) ed estranei al paese ( epelydes Flacc. 53-54) per cui i greci potevano darsi al saccheggio  anche delle case, rovinare il florido commercio ebraico,   abolire quindi  la costituzione augustea  imprigionando  membri del sinedrio, facendo stragi, crocifissioni torture, dopo aver ghettizzata la popolazione giudaica in un settore di un solo quartiere e il più piccolo.
Ma una parte del giudaismo la più numerosa è salva: il prefetto  si serve di essa che è tra i notabili della città in quanto è pars ellenizzata  aristocratica  sacerdotale, oniade, di cui fa parte Filone,la sua  famiglia  quella di suo fratello  Alessandro, quella di tutti i discendenti di Onia IV ( come  i discendenti della  famiglia di Boetho  suocero di Erode il grande) che formano l’élite di Alessandria, costituita da uomini dell’alta finanza (trapezitai), da capitalisti                 (poristai), da armatori (naukleroi) e da  grandi commercianti (emporoi), dominatori dei due porti alessandrini, ben collegati con gli argentarii romani, congiunti perfino con Antonia minor, la nonna di Caligola.
Anche questi avevano i loro informatori che facevano conoscere la situazione romana e la politica internazionale caligoliana: Filone quindi conosceva quello che conoscevano i caporioni e lo stesso Flacco, ma Filone in In Flaccum fa l’apologia del giudaismo e dice quello può dire,   marcando tutta la sofferenza giudaica: la sua ambasceria  a Gaio consisteva infatti nel racconto di ciò che aveva sofferto l’ebraismo (a epàthomen) e nella dimostrazione della legittimità  dei diritti giudaici (dìkaia).
E tra questi diritti egli  ricorda che Flacco lese  quello sinedriale,  quello di fustigazione  e quello della sospensione delle pene al momento della celebrazione del compleanno di Caligola, il 31 agosto.
Prima di quella festa, Flacco ordinò  ai soldati facendo quindi un’operazione militare, non più solo popolare, la perquisizione delle case giudaiche nei quartieri  per ricercare le armi che non erano state trovate ma che  erano state trovate precedentemente tra gli egizi e tra i giudei egizi, quelli delle case sequestrate.
Filone ci tiene a precisare sulla illegittimità delle azioni di Flacco  e precisa che  il Sinedrio era stato istituito da Magio Massimo (Flac,74) quando era governatore per la seconda volta,  su ordine di Augusto che riconosceva i diritti già accordati dai Lagidi.  Magio dopo che era stato governatore tra il 3 e 10 d.c. fu di nuovo governatore dopo Aquila (Ant. giud, XIX,283), che aveva governato l’Egitto dal 10 al 12 e  perciò Augusto  autorizzò formalmente il funzionamento del  sinedrio nel 13 ,  confermando la  carica del genarca-etnarca, probabilmente quella del  padre di Filone,  nelle sue funzioni amministrativo-giudiziarie e religiose,  poi riconfermato  da Gaio Galerio (Seneca, ad Helviam matrem, 19,4-6)  che governò per 16 anni.
Dalla lettera di Aristea (oggi riconosciuta come opera del II secolo  av.C.(310)  da Antichità giudaiche  (XII,108 e XIV, 117 in cui si riporta un passo di Strabone  che parla delle funzioni amministrative giudiziarie ed archivistiche, propria dell’alabarca)  si evince che gli oniadi avevano  anche una funzione religiosa, data la carica sommo-sacerdotale  del primogenito della  stirpe degli oniadi, celebrante nel tempio di Leontopoli.
Inoltre  Filone precisa che la fustigazione in uso era di due tipi : quella della flagellazione degli egizi, fatta con frusta particolare e da esecutori diversi e quella degli alessandrini sia greci che giudaici con spate e fatta da agenti di polizia  alessandrini  (spatafori) in quanto cittadini liberi.
Filone inoltre precisa che  era norma  per un  governatore  durante il genetliaco di un  elemento della domus augusta  non punire alcun condannato ma dedicarsi solo alla festa; Flacco, invece, oltre a punire chi non era colpevole, punì anche durante la festa, anzi ne fece uno spettacolo di festa, senza rispettare la santità del genetliaco.
Infatti  dall’alba per tre o quattro ore della mattinata  senza concedere l’ammistia di un giorno, senza far togliere i morti dalla croce,  organizzò la festa facendo  appendere altri  vivi  dopo averli fatti flagellare in pieno teatro e torturati col fuoco e col ferro davanti a  spettatori , che godevano  dapprima della vista di giudei fustigati, impiccati,  messi alla ruota,  brutalmente sfigurati  e portati alla morte, passando attraverso l’orchestra e poi dell’esibizione di danzatori, mimi flautisti  e di attori teatrali in genere.
Filone però parla solo di  ebrei che vivevano nei due quartieri separati, che dovevano essere filopalestinesi e collegati con parenti  della  Giudea: su questi  e sulle loro case si  sorvola e solo  in occasione delle perquisizione delle case dei nobili, non toccati dalla atimia si parla della  ricerca di presenza di armi  nelle case, dove non potevano essere, data la loro filoromanità.
L‘atimia, dunque, toccò solo i giudei che avevano diritto ad una cittadinanza di semplice alessandrino,quei  giudei, cioè, che vivevano da tempo in Alessandria  con diritti di  residenza  propria degli egizi alessandrini, non greci.
Nessun governatore poteva azzardarsi a toccare l’aristocrazia giudaica alessandrina ellenizzata, iscritta perfino nelle tribù e nei demi cittadini,da decenni: l’atimia, perciò,  colpisce solo i giudei alessandrini non ellenizzati indiziati e perseguiti anche per il sospetto di tenere le armi nascoste  e di essere  collegati  con lo zelotismo palestinese.
L’ intervento finale  di Flacco, infatti, fu militare  e questa volta sulla pars aristocratica, sulle abitazioni non sequestrate: i militari di Casto cercavano armi che non furono trovate ma poi come suole accadere  quando ci sono di mezzo i soldati, ci andarono di mezzo le donne non solo quelle giudee ma anche altre donne di altra etnia  che portate nell’agorà, furono distinte dando loro da mangiare carne di maiale e punite quelle che non la mangiavano.
Da Filone, che pur legge con animo di parte, ci vengono date indicazioni sul modo di procedere di Flacco e dei capi popolari alessandrini che avevano promesso al governatore di salvarlo dalla inimicizia di Gaio.
Il cambiamento, dunque, di Flacco  appare  netto: non è più un giudice imparziale ma  un giudice dispotico, caligoliano, che condanna senza processo, assumendo  contemporaneamente le vesti di accusatore, di nemico, di testimone, di giudice, di esecutore della condanna.
I  tre capi popolari sembrano  condizionare Flacco,  visto ormai  governatore  degradato,  non più padrone del campo; essi appaiono come i manovratori della situazione   mentre   Alessandria appare   città non più governata, in preda a stragi  di cittadini; questa Alessandria doveva essere  per Filone la patrona del suo governatore!.
Filone  bolla Dionisio come demagogo,  Lampone come scribacchino e ladro, Isidoro come  intrigante arruffapopolo, ed, insieme, li considera  un branco di malfattori.
La descrizione dei  responsabili dei mali giudaici è tipica della narrazione satirica giudaica  ora smodata,  nonostante i tentativi di compostezza e di  misura, propri di uno che vuole essere spoudaios , asteios. kosmios, ma è incapace di contenere la propria eccitazione e il proprio disgusto, di fronte a tanta barbarie.
Lampone è ben delineato , caratterizzato nella sua personalità di scriba corrotto  che probabilmente scoperto in seguito  come cancelliere, era stato   accusato da Flacco stesso  di frode contro lo stato che era un crimen maiestatis in quanto perpetrato contro i beni e la persona dell’imperatore  poiché l’Egitto era un bene familiare imperiale.
Nel processo di due anni  Lampone si era trovato a mal partito dovendo pagare  gli avvocati e perciò aveva denunciato, in momenti in cui la causa era a suo favore, che lui era stato rovinato nel suo patrimonio dal fatto di essere stato costretto ad assumere  la funzione di Gimnasiarca,  che comportava molte spese per rifare i ginnasi, ricostruire le palestre pagare i gumnastai e i tanti operai che svolgevano lavori  di manutenzione, in una giustificazione della sua tirchieria o a dimostrazione della sua non floridezza finanziaria.  Egli adduceva  come pretesto che non  possedeva averi sufficienti  per svolgere quel compito che richiedeva tante spese, eppure,prima del processo,  aveva sempre manifestato  di essere molto facoltoso  anche se nella dokimasia (nella verifica dei beni che si faceva  prima che qualcuno svolgesse una funzione statale), era risultato non ricchissimo, ma che si era arricchito con azioni illegali.
Egli come grammatokuphoon, scriba, a contatto diretto con i governatori  durante i processi registrava  le accuse  e, come avente tale funzione, le presentava. Egli aveva così l’opportunità di cassare  le cose dette o di ometterle  a suo piacere,  non inserendo termini e, se possibile,  cambiare le lettere  su e giù per il testo,  facendo operazioni di trasformazione, di cambiamento , rovesciamento, correzione e   in relazione a quanto fatto, si faceva pagare  per lettera o per apice, adulterata.
Per questo il popolo  lo chiamava calamosfactes (colui che uccide con la penna) in quanto uccideva  moltissimi  con le lettere che scriveva , rendendo così i vivi più disgraziati dei morti.
Infatti quelli che potevano vincere e godersela, a causa sua, invece, subivano la sconfitta e la povertà,  poiché i loro avversari pagavano lui  che capovolgeva la situazione,  dando i beni altrui a buon mercato.
Ciò era possibile perché i governatori  non potevano ricordare quanto scritto, data la mole delle pratiche sbrigate  in una provincia così grande  dove le cause si accatastavano le une sulle altre, e considerata la varia natura causidica  e il computo dei tributi e delle rendite, il cui esame richiedeva più di un anno. Lampone così sfruttava la lungaggine delle procedure e la dimenticanza dei giudici e scriveva tra i vinti  coloro che dovevano vincere e  faceva risultare quelli che dovevano perdere tra i vincitori, dopo aver preso somme di denaro.
Isidoro è anche lui ben tratteggiato nella sua funzione di agitatore di masse e di sindacalista  sempre pronto a favorire e a parteggiare o per le masse, specie greche o, ma anche per quelle egizie e delle minoranze  etniche  residenti ed avventizie.
Egli non era un funzionario effettivo, ma era anche lui un uomo dell’entourage del prefetto o meglio individuo utile  al suo  servizio, senza carica ufficiale.
Egli era per natura malvagio e facinoroso, molto abile a  creare tumulti e rivoluzioni, se non c’erano, e a fomentarli e ingigantirli, una volta scoppiati.
Egli amava circondarsi di una moltitudine disordinata e confusa  in cui convivevano elementi vari di origine servile  organizzati secondo la simmoria.
Era questa una organizzazione tipicamente ateniese,  poi divenuta tipica di ogni città del Mediterraneo di tutte le città greche  dell’impero romano, compresa Alessandria.
Ad Atene si soleva formare gruppi di 1200 uomini,  suddivisi in corpuscoli di 20 membri (due ogni tribù)  di 60 uomini ognuno. Ad Alessandria, dove la popolazione era molto eterogenea,  forse il numero era doppio o triplo, a seconda  delle classi.
Forse Filone propende per un numero di 2400 unità  ( anche se non si può scartare un numero  di molto superiore  a quello delle  simmorie ateniesi  (Flac. 143 ).
In effetti si formavano squadre di migades  (misti  greco-egizi, o di varia etnia)  e di sugkludes (plebei di norma egizi) oltre forse a greci puri, sempre pronti agli ordini di Isidoro.
Questi gruppi, comunque, erano dominati da  Isidoro che li gestiva  manovrando l’associazione come voleva, subordinandola a volte anche ai piani del prefetto.
Egli aveva questa opportunità in quanto la città era piena di  thiasoi , che  lui controllava in ogni senso.
Il thiasos  in epoca ellenistica era  una comunità, tipo le nostre confraternite, di fedeli di uno stesso dio,di norma Dioniso,  che celebravano  con danze, sacrifici, processioni e riti.

Siccome si riunivano periodicamente  in sinodi (concili, assemblee , club)  che formavano anche una corporazione e che stabiliva  i riti da farsi, le cerimonie, le feste, le date   e siccome   ogni cerimonia si concludeva con  banchetti, in cui  non c’era niente di buono, per un ebreo, ma solo vino schietto,  dove c’erano ubriachi, insolenti e violenti, i thiasoi venivano visti negativamente dai giudei,  anche se erano  occasione di integrazione sociale e di comunicazione, seppure con qualche violenza.
L’angolazione di Filone è quella di  De Vita contemplativa (75  ss) dove vengono comparati questi thiasoi  ( sinodoi e  clinai)  dei greci ed egizi con la  sinagoga greca e con cena giudaica.
In queste riunioni e banchetti  Isidoro era  il capo, salutato con vari nomi  (sumposiarckhos, klinarches, taracsipolis) ed era obbedito da tutti  quelli che facevano quanto egli ordinasse.
Isidoro era personaggio compromesso con il governatore, che aveva organizzato perfino le accuse allo stesso Flacco da parte degli spalmatori degli atleti e degli addetti alle pulizie  probabilmente in combutta con Lampone.
Isidoro, che inizialmente era in una qualche considerazione, vistosi non più stimato, si era messo in contrapposizione .
Perciò assoldò  uomini che ungevano gli atleti e che facevano  i banditori  e li convocò al ginnasio, avuta l’autorizzazione di Lampone, facendo riferimento ad Elicone, fece accusare variamente il governatore.
Mi sembra che questa  operazione sia gestita dagli agitatori popolari  ma in effetti  sia concordata col prefetto, che così viene  discolpato pubblicamente dell’eccidio giudaico: certamente il prefetto garantisce loro l’incolumità in qualche modo e li paga per l’ulteriore servizio.
Flacco, però, forse non sapeva che questi erano al soldo di altri, come Elicone  e Pallante (Dione Cassio, St.,LX,30,6b), che sapevano che la sorte di Flacco ormai era segnata.
Il governatore, allora, saputo che la città era sdegnata e che mal sopportava che il nome di Alessandria fosse disonorato, convocò i magistrati cittadini e tutto il popolo.
Vennero i capi (tra questi l’élite giudaica) ed anche tutta la cittadinanza greca, meno quella che doveva essere inquisita  per i tafferugli, i latrocini , le distruzioni, le stragi giudaiche.
Flacco fece disporre su tribune tutti i  provocatori e quelli che avevano fatto la protesta contro di lui in modo che fossero ben visti,
Interrogati davanti a tutti; ed essii confessarono che l’autore di ogni cosa era stato Isidoro, che li aveva assoldati.
Dopo che Isidoro fu riconosciuto colpevole  si discusse sulle proposte fatte contro di lui   o di privazione dei diritti civili o di esilio o di morte: all’unanimità Isidoro fu condannato a morte.
Egli però si sottrasse all’arresto con la fuga e Flacco lo lasciò andare convinto che così non ci sarebbero stati in città  lotte e  sedizioni.
Quando Flacco, poi, viene arrestato e portato a Roma davanti all’imperatore,  ha come accusatori proprio Lampone ed Isidoro: le loro accuse erano ininfluenti alla già premeditata condanna  che Caligola aveva inflitto  al suo nemico, delatore della sua famiglia.
Filone può allora di nuovo vedere il disegno divino rilevando la nuova peripeteia: due sudditi accusatori del loro prefetto,  due servi contro il padrone.
Lo scrittore giudeo è veramente un interprete, un ermeneuta  che legge sempre oltre la lettera e vede come in Dio tutto si armonizzi e che il piano provvidenziale si compie inesorabilmente.
L’eccidio di Alessandria,  voluto da Flacco, che aveva sfruttato i caporioni greco- alessandrini, divulgato dalla fama portata dai marinai e dai trapezitai, dalle navi alessandrine, accese un incendio in tutto il Mediterraneo, sia in Occidente che in Oriente.
Isidoro era stato l’untorello manovrato dal governatore che   credendo di salvarsi facendo la volontà di Caligola, anticipatamente, e dando all’opinione pubblica il capro espiatorio, sperava in una totale assoluzione per i servizi allo stato.
I giudei, oltre alle perdite umane,  erano rovinati nelle attività finanziarie e bancarie  e nel commercio; la loro secolare  tendenza   ad isolarsi e separarsi non era bastata ad Alessandria a quella pars giudaica, zelante di fede.
I giudei della medio-bassa borghesia cittadina  pagarono  anche per quei fratelli  che  erano invidiati, data la  loro immensa ricchezza, dai greci  alessandrini,  che volevano equiparare i loro diritti e le loro forze con l’etnia giudaica predominante in Alessandria, inattaccabile perché ellenizzata, romanizzata, probabilmente spregiudicata ed  atea come i sadducei.
I giudei credenti e zelanti di fede, non potendo partecipare alla vita delle sette dionisiache, orgiastiche,  per espressa proibizione della legge,  guardavano con sospetto  e con apprensione ogni riunione e  festa,  da cui  normalmente derivavano guai per loro che necessariamente erano guardinghi e sempre in uno stato di allerta.
Nel 38  d.C. troppe forze concorrevano al loro male, non solo un governatore indiziato o in procinto di essere accusato  dall’imperatore stesso.
Inoltre  nel periodo seianeo (dal  23 d.C. al 18 ottobre 31 d.C. )  essi erano memori delle persecuzioni  subite sotto Vitrasio Pollione, che aveva vietato di riunirsi in sinagoga e di fare proselitismo  e proibito di santificare il sabato  (Filone, de Somniis, II,123 ss).
Perciò essendo permesse le riunioni alle altre etnie e vietate le loro, i giudei  giudicavano moralisticamente le loro  riunioni sante  e quelle degli altri empie: una scarsa  soddisfazione!
Al di là dell’impostazione moralistica filoniana,  nell’ estate  38  (dalla morte di Drusilla alla festa delle sukkoth, inizio dell’autunno)  Flacco e i tre caporioni  determinarono la strage dei giudei, propagandando nel mondo romano l’antisemitismo e creando focolai di disordini e lotte cittadine in ogni città dell’impero, che perdureranno anche con maggiore consistenza per tutto il regno di Caligola e che avrebbero  dovuto avere come soluzione definitiva  o l’eccidio o la deportazione di tutti i giudei di Palestina.
Per me c’è sotto  questi avvenimenti alessandrini qualcosa altro, un evento che  si era verificato sotto Pilato e che aveva prodotto uno scompenso in tutto il mondo della diaspora: un giudeo prima di tutto  ha come patria Gerusalemme e poi la  città in cui è nato e vive, guarda e segue quanto avviene nella Città santa.
La sconfitta dei nazirei e  la crocifissione del loro capo  avevano diffuso in tutto l’ecumene  l’odio contro Roma anche dopo la pacificazione e l’elezione di Giulio Erode Agrippa a re.
Alessandria, la città con maggior numero di Giudei, con due diverse situazioni giuridiche  è la prima a pagare, nonostante il formale atto di ossequio  e nonostante la filoromanità della classe dirigente alessandrina giudaica.
La morte di Caligola e l’avvento al trono di Claudio riporteranno la  concordia nel mondo romano e il ripristino dello statuto augusteo in Alessandria dopo il decreto imperiale all’inizio del nuovo principato, conosciuto come lettera di Claudio agli alessandrini (Ant. Giud., XIX,278-291, Pap. Lond. 1912, in CPG- corpus papirorum iudaicorum-pubblicato da V.A Tcherikover, Arvad University Press I.1937).
Se si legge attentamente la lettera di Claudio agli alessandrini si capirà  che Claudio  vuole chiudere gli occhi sui responsabili ed invita gli alessandrini nella loro totalità, greci, egizi ed ebrei (ortodossi e scismatici, di costituzione giudaico-egizia e  greco-giudaica) alla omonoia (concordia)  come se inviasse un monito ai greci alessandrini  al fine di far loro rispettare la tradizione ebraica  secondo il decreto di Augusto da lui confermato .In effetti, egli, pur riconfermando lo status giudaico precedente, dopo aver valutato i  fatti e deciso in modo inappellabile  il suo verdetto sulle due  parti contendenti  da lui ascoltate,restringe  e limita il decreto augusteo.
Infatti Claudio  impone agli ebrei  un  divieto, quello di ellenizein ( di ellenizzarsi, cioè di diventare greci,di frequentare il ginnasio, di  partecipare agli agoni  presieduti dai gimnasiarchi) in quanto già godono di un loro politeuma e non devono andare oltre i loro diritti , che sono eccessivi, in quanto vivono in una città  altrui (en allotria polei)
Infine  Claudio impone, temendo che in Alessandria aumenti la popolazione giudaica,  che finisca l’ immigrazione  proveniente dalla Palestina o da altre parti di Egitto.
La conclusione è minacciosa: se gli ebrei  non faranno così , li perseguiterò con ogni mezzo  come propagatori di una malattia comune a tutto il mondo abitato
Così ordina Claudio, amico e fratello di latte di Giulio Erode Agrippa, suo patrono ed elettore nei giorni successivi alla morte di Caligola,  amico dell’alabarca Alessandro, sommo sacerdote scismatico di Leontopoli,  fidato procuratore dei suoi beni e di quelli di  sua madre, forse il capo trapezita di Pallante, suo ministro….

 

Pazzesco di Luca Mastrantonio

Una lingua pazzesca!

Pazzesco Dizionario ragionato  dell’italiano esagerato

Pressato da amici, mi sono sorbito, alla Palazzina Azzurra, come digestivo, per quasi un’ora, la presentazione di Pazzesco, un saggio linguistico- letterario, di Luca Mastrantonio  e poi la premiazione dell’editor Jacopo De Michelis, insieme  ad uno sparuto  gruppo di uditori, disattenti.

Continua la lettura di Pazzesco di Luca Mastrantonio

Denuncia e consegna di Gesù

Paradosis ( consegna) e  l’endeicsis (denuncia)  di Gesù Cristo

Dalle notizie evangeliche risulta che Gesù vive una vita misteriosa e nascosta fino a trenta anni e che, poi, si rivela facendo uno o più viaggi a Gerusalemme, dove, dopo denuncia e consegna ad opera del clero giudaico all’autorità romana, viene ucciso.
Viene celata (sembra) la regalità, una notizia, volutamente nascosta, sulla vita di Gesù, una figura di uomo, che non è descritta in modo completo, in quanto coloro che scrivono in epoca flavia, a distanza di oltre quaranta anni, hanno  interesse solo a rendere saldo un culto e riti, già consolidati dalla pratica, e lasciano senza luce storica i fatti riguardanti  il fondatore, che assume valore maggiore, proprio dall’ambiguità, dall’equivoco, dal muthos.
Comunque, gli scrittori lasciano dei segni storici palesi perché non possono tralasciare due elementi della storia, che erano rimasti impressi nella collettività giudaica sia aramaica che ellenistica: il crimen contro l’impero romano del Messia  e  la paradosis  con l’endeicsis all’autorità romana,  da parte dei capi di Gerusalemme.

Nostro intento, Marco,  è quello di far emergere la regalità, da una parte,  mediante queste due verità celate, esaminate come risultanze evangeliche storiche e, da un’altra, rilevare  l’impostazione dei vangeli canonici, all’ atto della scrittura, con il Kerugma  con la predicazione della morte e resurrezione, congiunta con la giustizia del governo romano e con la perfidia giudaica: noi siamo interessati solo dalla falsificazione dei termini, non da scrupolo religioso.
Noi cerchiamo di studiare i termini, che hanno diverso valore nell’epoca dei fatti, rispetto  a quella dell’epoca di scrittura evangelica: insomma diciamo che c’è stata falsificazione, pur se si lascia intatto (o quasi) il segno linguistico come significante,  che, però, è stato rivestito con referenze nuove, attuali, di un significato aggiuntivo, tipico di un altro tempo,  rispetto a quello storico di accadimento.

Professore, essendo caduti gli ideali del precedente periodo, cambiati i valori di un malkuth (regno), conclusosi tragicamente, divenuto esemplare e per aramaici e per ellenisti, a seconda delle diverse letture interpretative, la missione stessa  degli apostoloi (inviati), che ebbero il mandato di seguitare il compito, fu cambiata?

Certo tutto cambiò: non più la predicazione del messaggio di un  prossimo regno, ormai impossibile ed irrealizzabile, ma  di un‘attesa escatologica ed apocalittica di un regno messianico, predicato da un Gesù–dio, divenuto redentore del mondo e modello di humanitas.
Su questa base, secondo la lettura paolina, i  discepoli degli apostoloi distaccarono  la sostanza del pensiero dalla storia e dalla vicenda reale e  predicarono la morte e la resurrezione del Christòs  insomma,passarono dal piano militare, ormai finito,  al piano spirituale e morale,  trasformando lo zelotismo in pratica religiosa con il Kerugma, separandosi dal giudaismo aramaico e perfino da quello  ellenistico, occidentalizzandosi e romanizzandosi.

Ma per far questo ci vuole tempo, molto tempo, professore?

Questo è  un processo lungo, che dura dall’ epoca flavia a quella antonina, mentre infuria ancora la lotta contro la romanitas  in senso aramaico, che condurrà, dopo altre peripezie, dolorose,  alla Galuth (all’esilio, alla cacciata, all’espulsione dall’ impero), dopo la fine, tragica anch’ essa,  dell’impresa di Simone Bar Kokba (134-35) .

Allora, professore, Il vangelo di Marco comporta una volontà di segretare fatti palesi, il preciso skopos  di essere contraddittorio nel proclamare lo scandalo della  croce con la rivelazione del Christòs, nel fare la volontà di Dio,  che esige adesione di fede  e sottomissione al mistero,  sulla base del modello di Jesous  Christos Kurios, re unto, ma vissuto, per suo volere,  nel nascondimento, in modo umile, considerato come un romanizzato, trinome, espressione del nomos empsuchos (Legge vivente), legge scritta e non scritta?.

Certo. Il pensiero di Marco, autore popolare, levita, piccolo sacerdotale, di cultura aramaica,  immaginoso,  puerile, dal linguaggio elementare e dalla forma paratattica, propria di un non ellenizzato (o di uno appena alfabetizzato, che ha appreso i primi rudimenti della koiné), dissociato culturalmente e dai  giudei ellenisti e dagli aramaici puri, è semplice: proclamare il Christos  ucciso dai suoi stessi connazionali,  secondo il dettato  paolino ( la morte e resurrezione del Signore  e lo scandalo della Croce).

La semplicità di Marco ha, però, professore,  efficacia  per l’immediatezza del racconto, per la stupefatta  partecipazione, per l’adesione ai miracoli e alla divinizzazione del Christos ed attira il lettore  proprio perché riduce tutto a narrazione apparente, senza meditazioni e senza polemiche?

Certo. L’evangelista  è parabolicamente entusiastico, fedele, miticamente persuaso di avere la verità esemplata più nelle azioni, che diventano  agrafa, parole non scritte, nuovo nomos, quasi un altro codice  rispetto al nomos mosaico,  un sistema paradossale  teorico-pratico cristiano, da dare ai fedeli pagani e giudeo-cristiani, romani ed occidentali (modellato paradigmaticamente sul bios, mitico, di Abramo di Filone), basato sull’ esempio vivente di Jesous.
Noi propendiamo nella individuazione dell’evangelista Marco per quel Giovanni Marco  (Atti degli Apostoli, 12,12-25; 15,37), chiamato anche Giovanni (Ibidem,13,5-13) o Marco (15,39), conosciuto anche perché collaboratore di Paolo, da cui si separò (Ibidem, 15,36-39)  per qualche tempo, per, poi, esserne di nuovo compagno a Roma ( Paolo, Col.,4,10; Filemone,24,9  e 2 Tim. 4,11) e come discepolo di Pietro, da cui è trattato familiarmente , e filiarmente  (I Pietro, 5,13) .
Siamo  d’accordo con la tradizione di Eusebio, che, riprendendo Papia, vescovo di Ierapoli,  (Storia Eccl.,III,39,15)   dice che  fu interprete di Pietro e che scrisse con esattezza, ma senza ordine,  tutto ciò che ricordava  delle parole e delle azioni  del Signore.
Egli, secondo la testimonianza di Papia, non ci  ingannò  scrivendo  quanto ricordava  in relazione alla lezione  di Pietro, che insegnava, adattandosi  ai vari bisogni degli uditori,  e non si curava  di dare una composizione ordinata delle parole del signore (logia) .
Anche Ireneo  (Adversus Haereses, III.1,1)  e  Tertulliano (Adversus Marcionem, 4,5) e  Clemente Alessandrino (Strom., 1) riportano che  Marco scrisse come discepolo di Pietro.

Perciò Marco  sottende,professore,  da una parte, il pensiero petrino attualizzante, e da un’altra, quello paolino  presentandosi come genuino e popolare nell’ inizio di ogni periodo  con  Kai euthus ( e subito) , scrivendo per latini  a cui spiega il greco (non per nulla ci sono latinismi 12,42: la vedova gettò due lepta o estin ekodràntes/quadrante; e i soldati  condussero Gesù nel cortile; eso tes aules, o estin praitorion/pretorio 15,16) o servendosi dell’aramaico, sua lingua naturale , dopo averlo tradotto in greco. Il gar di Marco – con cui si chiude il suo testo inconcluso–  ripetuto, stucchevolmente , secondo il parlato aramaico asindetico, deittico e ripetitivo, palese nei Talmudim,  non solo ha valore di spiegazione dei fatti e dei detti al posto  di una congiunzione dichiarativa, ma ha funzione di rendere l’affermazione personale conclusiva e sentenziale?.

E’questo il metodo dell’evangelista.Yohanan  Marco, se è lui lo scrittore del tipo di  Shimon Pietro, Shaul Paolo,  Levi Matteo, Iosip Flavio, uomini di cultura mista, la cui convinzione apparentemente semplicistica è meditata  ed è data in relazione all’utenza, si avvale,comunque,  del contributo di uomini di mestiere, di grammatici e retori, scaltriti nell’ uso dei termini e quindi di un’area  letteraria flavia, connessa con quella dello storico (cfr.  Commento al I libro di Antichità Giudaiche, www.angelofilipponi.com).

Inoltre, Marco forse  è  il kolobodaktulos, cioè il  levita e sacerdote del tempio, che non volle servire e perciò si mutilò il pollice:  è un uomo di parte e, quindi, capace di compiere azioni estreme,  pur di salvaguardare il proprio pensiero e la propria fede; potrebbe essere un estremista,  come Origene,  che si autoevirò per essere tra i primi del Regno del Signore. Marco conosce quasi certamente La guerra giudaica di Giuseppe Flavio(VII,2,2) : non può essere un caso che ripeta leukous endiduske  khitoniskous kai porphuran  emperonesamenos  khlamida (si avvolse in tunichette bianche  e fermatovi sopra  un mantelletto di porpora): egli adatta, aggiusta e contamina la cattura di Gesù con quella di  Simone di Ghiora capo dei rivoluzionari insieme a Giovanni di Giscala. Marco conosce anche il gioco alessandrino di Karabas, descritto da Filone in In Flaccum  come parodia della regalità giudaica  da parte greco-romana.
Marco è per noi  acrimonioso nei confronti del confratelli giudaici aramaici,  dai quali forse diverge per la strategia militaristica  (12,10-11; 13 1-37; 14,57-72.) e perciò, dopo la distruzione del tempio ha possibilità di schierarsi in senso cristiano, libero dai giuramenti, e  perfino da quegli ellenisti,  specie alessandrini, che credevano solo nel vangelo di Giovanni Battista  e nel suo battesimo.

Matteo, professore, ha altra cultura ed altra impostazione, quella teologica, filoniana, con riflessione biblica, comune anche a Marco,  che è segnata  nel Vangelo greco, ma doveva essere stato diverso in quella sua scrittura aramaica dei logia, ricordati  di Papia  nell’opera  Esposizione dei discorsi del Signore  pubblicata nel 110 d.C. ( Eusebio St. Eccl. III,38,16),  da cui sorsero  poi i vangeli cristiani.?

Levi Matthaios, era, Marco, un altro ellenista, un ellenizzato, tachigrafo, pubblicano, telones, che scrisse  in dialetto ebraico-aramaico coordinando i logia (oracoli) del signore : ciascuno poi li interpretò  come poté.
Il termine  logia sia per Filone ( in Vita di Mosé -specie nel III libro- è ricorrente logion) che per gli Atti  (7,38 ) ha valore profetico mosaico e quindi connesso con la Torah, come oracolo legato alla legge di Mosè, non  esterno alla legge, non nuovo, ma come forse commento scritto alla presenza del rab- maran, rimasto così fino a dopo  il 70, in cui  Marco e Matteo stesso, in una nuova situazione storica, aggiungono elementi e fatti, in relazione alle parole che, comunque, cambiano di significato.
Il Kerugma matthaico, predicato per i  connazionali aramaici e poi  anche per i giudei  ellenisti (Ireneo, Adv. Haer, III,1,1;  Eusebio St.Eccl., III,24,6 , Clemente Alessandrino, Paedagogos, II,1,36 ) dopo  viaggi apostolici  in Ponto, Persia e forse India (dove Panteno alla fine del II secolo ritrovò i Logia originali) non è quello di Marco:  è un contenuto,  già predisposto in relazione alle lettere di Paolo e a tutto l’annuncio evangelico, secondo il canone, veterotestamentario, dei Settanta, già interpretato da Filone, secondo Sapienza e  profeti, e secondo  quello neotestamentario, esclusi Giovanni e  Giacomo.
Certamente i logia, nel testo matteano attuale, hanno grande rilievo e rivelano il Regno dei cieli  quello zelotico, originario, ma essi hanno ben sotteso il regno messianico, a cui ogni uomo è chiamato a partecipare, inteso poi come Regno di Dio, secondo interpretazione sovrumana e celeste, distinto dal Regnum romano: essi infatti occupano i tre quinti del bios, mentre  fatti e miracoli (2/5) fanno da contorno e a volte da spiegazione concreta  all’ anima, costituita dai discorsi (5-7; 10;13; 18;  23-25;9) infarciti di salmi, di  detti  sapienziali, di oracoli dei profeti e specie di Isaia, (53) al fine della dimostrazione della necessarietà del patire del Christos non più re, ma uomo  sofferente, agnello condotto al macello.
L’autore, chiaramente ebraico,  parla dei pubblicani, di farisei, e di tutte le caste sacerdotali, parla della casa ebraica, di città santa, di  luogo santo,  conosce usi, tradizioni, parole gergali e soprattutto collega la torah con la predicazione del Vangelo,  cioè, mentre annuncia la venuta del Messia,  figlio di David,  rileva le varie predizioni,  tramite la lettura dei profeti,  ne  mostra le ragioni per cui  giustamente Gesù  sia l’atteso,  anche se rifiutato dai confratelli.
Soprattutto i logia parlano espressamente di  Il Regno dei Cieli, intendendo, però, non il Malkuth ha shamaim, cancellato, come pensiero, dopo la distruzione del tempio, ma il regno messianico,  a cui ogni uomo deve partecipare,  ed  afferma la davidità del Messia , attraverso la Genealogia (I,2,16) dimostrando come il Christos compia le profezie, dando il via alla interpretazione  del cristianesimo, come  compimento e completamento dell’ebraismo,  creando le basi per il Nuovo Testamento come punto di arrivo del Vecchio testamento…
il logion matthaico  dell’ultima cena  e specie quello del sangue versato per molti  risulta un’aggiunta successiva quando al suo significato si dava l’idea di universalità in relazione al pensiero di  Paolo  che trasforma il calice dell’alleanza in un  calice  di nuova forma di alleanza (1 Cor. 11,25;  1 Corinti 10,16; col. 1,20; Ef.1,7 Rom.3,25 Ebr 5,13-20;10,19;12,14;13,12). D’altra parte il testo di Marco 14,24  (touto estin to aima  mou ths diathhkhs to ekkhuvvoimenon peri polloon –  ben connesso con Mt  26,26-29; Lc.22,15-20)  non ha  uper ton pantoon  per (a favore di)  tutti (pro omnibus) in quanto il sangue versato è per molti  (Pro multis) e per voi (pro vobis)   amici e discepoli.

Allora, professore, Gesù, che si sacrifica per i suoi,  al fine di evitare la distruzione della città assediata,  è un martus giudaico, come poi lo sarà Shimon bar Kokba  col suo rabbi Aqiva (cfr Martire giudaico, Temi?.

Certo.Anche Origene in Principi tende a dare l’idea di universalità al sacrificio di Gesù, martus. La sua consegna  ai Romani invece ebbe un altro valore  quello di risparmiare il saccheggio della città e quindi  di salvare il salvabile: specie i discepoli che, consegnandolo, si sarebbero potuti salvare…
Egli, infatti, usa le espressioni: tutto questo avvenne  affinché si adempisse ; così si adempì (1,22; 2.15; 2.17-23 ; 4.14 ed altrove): sua la colpa (o chi per lui rivide i suoi scritti, in seguito) di aver dimostrato la perfidia giudaica,  di quei confratelli che  osteggiarono il Cristo  non volendolo riconoscere  e nonostante i segni palesi,  lo perseguitarono e lo uccisero,  dopo averlo proclamato re.
Da qui non solo deriva l’endeicksis con la paradosis di Gesù ai romani, ma anche e soprattutto  la condanna ebraica alla reità della uccisione di un uomo-dio (27,25 Il popolo tutto quanto rispose: il sangue suo su di noi e sui nostri figli) e  quasi l’assoluzione a Pilato, che  si lava le mani  dicendosi innocente del sangue di questo giusto ed ammonendo il popolo Ve la vedrete voi! Insomma, Matteo ha la colpa della secolare ed ingiusta persecuzione cristiana agli ebrei e della assoluzione dell’impero romano: ha rovesciato la  storia, romanizzandola, grecizzandola, paganizzandola, da telones!

E Luca?,professore

Luca,  invece, scrisse il vangelo per i pagani convertiti, in Acaia e  Macedonia  col proposito di contrapporre per i fedeli greci,  la verità alle favole degli eretici,  (Ireneo, Adversus Haer., III,1,1; Tertulliano, Adversus Marcionem  IV,5 ;  Origene, In Lucam Hom.1 ; Eusebio, St. eccl. II,4,4-6). Tutti, più o meno, convengono nelle stesse  notizie, confermate anche dal Canone muratoniano e dal Prologo antimarcionita  ambedue del primo decennio della seconda metà del II secolo.

Luca,professore  fu siro antiocheno, un medico, compagno di Paolo, scrittore anche di Atti degli apostoli?.

Chiaramente il vangelo di Luca ha valore apologetico ed è paolino, come impostazione, in quanto ha cari i temi della giustificazione per fede e l’universalismo della salvezza (Cfr Qual è il sondergut di Luca e di Matteo ?).
Senza prendere in considerazione il vangelo di Giovanni ,che è di epoca gnostica, e quindi lontano dai tempi Flavi, noi consideriamo solo  le risultanze evangeliche sinottiche dei tre evangelisti, di cui abbiamo dato qualche indicazione.
Perciò abbiamo diviso le  risultanze  di un lungo lavoro di esame in a. storiche  e b. mitiche e poi  ne abbiamo dimostrato la storicità e la miticità in opposizione anche alle varie teorie e alla  formgeschichte e redaktiongeschichte . 

  1. Dai vangeli (Marco 14,15,16; Matteo 26,27,28, Luca “1 22,23,24) si hanno le seguenti risultanze circa la figura di Gesù, un individuo conosciuto come Messia (Christos), del quale si cela un episodio caratterizzante, il regno, sul quale gira tutta la narrazione di un viaggio a Gerusalemme dalla Galilea, di cui si parla e per cui si parla.. I sommi sacerdoti, gli scribi e gli anziani, due giorni prima della Pasqua  complottano contro Gesù al fine di prenderlo e di ucciderlo, dopo che ne hanno visto l’acclamazione regale da parte del popolo, la sua potenza, e la  manifestazione autoritaria nel tempio.

2.Essi  trovano un suo discepolo, un certo Giuda Iscariota, disposto a tradirlo (Matteo 26,14-16; Luca 22,3-6;e Marco 14.10.11).

3. Gesù fu arrestato nell’orto dei Getsemani, fu legato  e portato a casa dell’ex sommo sacerdote Anano, suocero dei Kaifas, sommo pontefice del momento.

  1. Egli ebbe un processo sommario da alcuni membri del sinedrio la sera stessa; rispose alla domanda: Tu sei il Christos, figlio del benedetto? : io sono, aggiungendo una frase del salmo 110 (Mc 14,62 Mt. 25,65 Lc 22,69) vedrete il figlio dell’uomo seduto alla destra della potenza e venire sulle nubi del cielo; gli inquisitori senza sentire altri testimoni, il mattino, lo giudicarono davanti al sinedrio riunito e poi, legato, lo consegnarono (paredokan) a Pilato, governatore di Giudea.
  2. Fu inquisito come re dei giudei da Pilato e fu beffeggiato dai soldati e poi condannato a morte e condotto alla crocifissione (insieme a molti dei suoi).
  3. Morì sulla croce di venerdì e fu sepolto in fretta e furia, comunque, con i dovuti onori funebri.
  4. Anche donne osservavano, da lontano, la crocifissione: Maria di Magdala, Maria madre di Gioseto e di Giacomo, e Salome.
  5. Il cadavere, regalato da Pilato a Giuseppe di Arimatea, euchemon bouleutes (un membro autorevole sinedriale), che ne aveva fatto richiesta, tratto già dalla croce, avvolto in un lenzuolo, fu deposto e messo in un sepolcro scavato nella roccia,  al cui ingresso fu fatto rotolare un masso. Dai vangeli (stessi passi) si hanno altre risultanze di tipo concettuale non fattuale, collegate con l’episodio taciuto e con l’impostazione generale, delle tre opere congiunte, come se fossero state scritte per cucire insieme i dati mancanti e per dare sostanza ad un pensiero e ad un culto, già affermato nel corso di due generazioni, dopo la crocifissione del Messia, la cui figura viene necessariamente modificata, nei nuovi contesti:

9 Il sepolcro, il giorno dopo il sabato, fu trovato vuoto.

  1. Gesù fu visto come risorto.
  2. I suoi discepoli ebbero la missione di predicare (Kerugma) la morte e resurrezione del maestro.
  3. Egli fu assunto in cielo e si sedette alla destra di Dio.

La comprensione del messaggio delle  prime otto risultanze, a distanza di secoli, non è facile, come sembra, perché i riferimenti sono vaghi, perché si parla di un malkuth  (basileia), già implicito in Meshiah (Christos) unto, cambiato da terreno a divino perché la generica paradosis (consegna) ed endeicsis (denuncia) di un giudeo, catturato e processato dal Sinedrio gerosolomitano, ad una autorità superiore, romana, che condanna  alla morte per crocifissione, uno reo di un crimen, risultano strane in un ambiente, dominato dallo zelotismo, in uno stato di belligeranza permanente per quasi duecento anni.

La persona incriminata e la natura del crimen cambiano in relazione al contesto storico: il Gesù crocifisso con la triplice iscrizione del crimen sopra la croce in  aramaico, greco e latino, è visto in modo diverso in quanto la lettura, all’epoca dei fatti, ha un altro valore, rispetto all’epoca della scrittura.

Ne consegue che la difficoltà è nel rilevare la precisa epoca dei fatti col crimen reale  e con la reale figura del protagonista della storia, separata da quella interpretativa successiva: il come vissero la vicenda gli spettatori è una cosa, un’altra come la narrarono i discepoli di chi vide, dopo che il tempo aveva portato altre sofferenze,  la distruzione e la fine del Tempio stesso e dopo che il patriottismo e l’integralismo erano stati vinti dalle armi romane e da Vespasiano e da Tito, che trionfarono sulla Ioudaea capta  e costruirono il loro stesso principato su questa impresa.

Questo lavoro di ricostruzione deve essere essenzialmente storico perché il personaggio è storico, come la sua impresa, necessariamente lasciata da coloro, che hanno scritto, perché documento storico, a cui, però, hanno dato una alonatura e una sacrosantità, differente, in relazione al culto e ai riti ormai esistenti in epoca flavia, nell’accettazione, ora necessaria, dell’auctoritas imperiale della nuova dinastia, che traeva proprio dall’impresa giudaica la sua fortuna.

Perciò, noi operiamo, dapprima, nella fase storica e poi cerchiamo di leggere i testi evangelici dopo aver capito la storia, come era stata celebrata nella tradizione giudaica, come toledoth, in relazione al contesto giudaico palestinese aramaico e a quello ellenistico greco, in un momento giulio-claudio, specifico del regno di Tiberio, riguardante il periodo 32-36, dilatato poi fino alla fine del Regno di  Giulio Erode Agrippa (agosto 44): infatti il lavoro è nella definizione dei fatti del crimen e della morte di Gesù, nella Pasqua del 36.

Tutto questo è da ritenersi parte integrante della storia ebraica  e quindi di una vicenda realmente accaduta nel 36 al momento dei fatti avvenuti, registrati  dalla toledot giudaica e da quella romana ed ellenistica (esemplare in tale senso è Flavio, storia giudaica,  IV,4 discorso di Anano e di Gesù di Gamala, fatto molti anni dopo,  – che mostrano  i sadducei che convincono il popolo, in un momento di grave crisi, a consegnare  gli zeloti, per salvare la comunità).

La comprensione del messaggio delle altre quattro risultanze è ancora più complessa perché alla morte accertata, dopo l‘episodio del buon ladrone, si fa seguire il ritrovamento del sepolcro vuoto dell’incontro di discepoli con un Gesù risorto, che  conferisce la missione di predicare la sua morte e  la sua resurrezione ad opera di Dio, prima di salire al cielo e  di assidersi alla destra del Padre.

Questa parte appartiene ad un’altra  tradizione, formatasi  al momento  della scrittura dei Vangeli, che noi già in altra sede abbiamo considerato scritti  tra il 74 e 94 fra le  due opere maggiori  di Giuseppe Flavio, Storia Giudaica ed Antichità Giudaiche (Cfr prefazione a Giudaismo e Romano e al I libro di Antichità giudaiche  www.angelofilipponi.com).

Queste altre notizie non sono dati storici ma aggiunte, interpretazioni, ricostruzioni tipiche di discepoli, che hanno mitizzato la storia della morte ed hanno apportato modifiche a figure esistite, trasformate ai fini di una maggiore credibilità del messaggio, in un nuovo contesto, a seguito di avvenimenti epocali, la distruzione del tempio e il trionfo flavio sulla Ioudaea capta.

I problemi, che ostacolano la comprensione di queste due  parti e dei loro complessi enunciati, da noi così schematicamente sintetizzati, riguardano in una prima fase di lettura delle prime risultanze, la figura dell’ inquisito e degli inquisitori giudaici, quella del governatore romano, il luogo e il tempo,  in cui avvenne la consegna, dopo la denuncia, da parte di ebrei, di un ebreo, chiamato Mashiah–Christos, a Pilato.

Se ricreiamo , Marco, la situazione reale, a partire dal punto situazionale dell’arresto di Gesù, dopo aver mostrato  precisamente la Pasqua di un determinato anno, forse la lettura dei fatti e dei personaggi coinvolti,  può essere più piana e facile.

Proviamoci , professore, io ascolto.

Da storici propendiamo- tu ben lo sai-  per la Pasqua del 36, come anno di morte di Jehoshua, e per gli avvenimenti di quell’anno seguiamo lo storico giudaico Giuseppe Flavio (cfr.Vita, opera e pensiero in I libro Antichità Giudaiche  www.angelofilipponi.com).

Secondo Flavio (Ant. Giud., XVIII, 90) Lucio Vitellio venne in Giudea, salì a Gerusalemme, dove si celebrava la  festa della Pasqua.

Vitellio fu ricevuto fastosamente (megaloprepoos) in modo magnifico: mai nessun governatore di Siria veniva accolto con onori a Gerusalemme, solo Augusto e  Vipsanio Agrippa avevano avuto onori da Erode il Grande, non dalla popolazione: Gerusalemme era vietata ad ogni occhio profano, il suolo sacro della città non doveva essere calpestato da piedi stranieri, da uomini non circoncisi, specie nell ‘area del tempio: su ogni porta minacciosa e solenne una iscrizione vietava l’ingresso nel vestibolo stesso: Medena allogene eisporeuesthai entòs tou peri to ieron truphaktou kai peribolu, os d’an lephthè, eauto aitios estai dià to ecsakolouthein thanaton/nessun straniero varchi la transenna di recinzione del tempio. Chi verrà preso, sarà responsabile per se stesso della morte, che ne seguirà.  Flavio St. Giud, VI,124 e Cfr. E.J. BICKERMAN, The Warning Inscription of Herod’s Temple, “ J.Q. R.” XXXVII,1946-7).

Qui, invece, veniva condotto in processione Lucio Vitellio, dopo che fu  scortato per oltre 30 stadi (mt. 5.550), con tutti gli onori come un vincitore, clemente: una simile accoglienza per un romano non c’era mai stata!

Megaloprepoos sottende l’idea di una folla festante che stende mantelli e rami di alberi, tagliati, per la via, e che canta salmi (cfr Mt., 21,1-9; Mc., 11,1-11; Lc.,19,29-38).

Vitellio ridusse del tutto le tasse dei prodotti agricoli a quelli, che abitavano intorno alla città e, soprattutto, concesse che fosse tenuta dai sacerdoti la stola e gli altri ornamenti sacerdotali, custoditi nella Torre Antonia, che era sopra il tempio.

Flavio è costretto a fare la storia della stola, ripartendo da Hircano II (che, poco prima del 63 a.C., aveva costruito una stanza per passare direttamente nel Tempio, già ornato, degli abiti sacerdotali),fino ad Erode.

Flavio aggiunge che nel frattempo Tiberio aveva ordinato a Vitellio di fare un trattato con Artabano, che aveva preso l’Armenia, e che lo aveva autorizzato ad avanzare ed osare di più, ma gli imponeva di non firmare il trattato, se non prima di aver ricevuto il figlio in ostaggio (Svetonio, Tiberio,4,1; Tacito Annales, VI,27; Flavio, Ant.Giud. XVIII, 88-126; Dione Cassio, St.Rom.,  LVIII,2).

Dalla notizia di Flavio si evince che Tiberio esige dal legatus una penetrazione offensiva al fine di imporre un trattato al re dei re, capo della federazione parthica.

E’ chiaro che l’imperatore vuole il ripristino dello status quo dopo aver spaventato il nemico con la potenza delle armi romane e che, dopo aver piegato Artabano, ci siano anche atti di formale omaggio all’auctoritas imperiale, da parte delle popolazioni limitrofe ciseufrasiche, che avevano tradito.

E’plausibile, dunque, ritenere che Vitellio doveva avere segni di filoromanità  da parte del sinedrio gerosolomitano, dominato dai sadducei  filoromani: la  consegna del messia è l’atto dovuto di filoromani che, come segno tangibile di pacificazione e di amnistia,  ebbero la  riconsegna della stola  con tutte le vesti sacerdotali, custodite nella torre Antonia, dove di nuovo veniva imposta una guarnigione romana di 600 uomini.

L’impresa di Vitellio aveva determinato l’entrata in Gerusalemme, che era stata  un’azione romana antiebraica per ripristinare l’ordine nella città santa, turbato precedentemente.

L’entrata in Gerusalemme, pacifica, festosa aveva prodotto un nuovo orientamento del sacerdozio sulla scia della politica di Erode il Grande, che aveva potenziato l’edificio di Hircano II, adibito come camera per il rivestimento del sommo sacerdote, in una torre di sorveglianza sovrastante il tempio, con guarnigione romana, che aveva in sua mano l ‘arredo sacerdotale.

Erode aveva fatto costruire la fortezza Antonia perché temeva il popolo e le sue sedizioni, come d’altra parte, i sacerdoti filoromani che, anche loro, avevano paura della sedizione popolare, specie in occasione delle feste, in cui a Gerusalemme convenivano da ogni parte dell’ecumene romano e da quello partico, famiglie giudaiche, zelanti di fede ed integraliste, miste ad altre moderate, che però, venivano coinvolte, accese e condizionate dalla presenza armata romana, proprio sopra al Tempio.

Non per nulla Flavio volendo spiegare il motivo della riconsegna della stola, mostra la funzione della torre Antonia, quella di prevenire che il popolo non  faccia stasis,( novitas secondo i latini), neoterismòs  per i greci.

Flavio insiste per spiegare che Vitellio dà ordine al phrourarchos (il comandante della fortezza phrourion) di non ingerirsi nelle questioni religiose  e quindi  sulle modalità di uso, sui tempi di  utilizzo della stola, sottendendo che c’è stato il ripristino del corpo di guardia, probabilmente ucciso e quindi assente  per un periodo: a noi sembra che un nuovo epitropos dà un nuovo mandato ad un nuovo comandante e quindi instaura un nuovo clima di collaborazione con il sommo sacerdozio.

Flavio parlando di cose  (fortezza) e di persone ormai non più esistenti,  a  persone che neanche sanno gli avvenimenti e neppure conoscono le tradizioni patrie, ormai finite, ha bisogno di precisare e di chiarire: per questo, da uomo di famiglia sacerdotale, fa la storia della stola e delle sue vicissitudini, convinto di fare la storia del sacerdozio giudaico e quindi dell’élite giudaica, scomparsa con la fine del tempio.

Nel tempo, sembra dire Flavio, in cui  Vitellio entra in Gerusalemme, Tiberio ordina di fare guerra ad Artabano:  de kai per noi diventano centrali per la nostra indagine. De kai hanno valore continuativo e quindi conclusivo, oppure esplicativo e rinforzativo se usati insieme per determinare un’idea precedentemente espressa o sottintesa, in forma ricapitolativa e, perciò, assumono significato di frattempoinoltre, infine, dunque.

Noi diamo valore di frattempo in quanto leggiamo che già Vitellio aveva  fatto qualcosa prima di quella azione in Gerusalemme, cioè il trattato sul ponte dell’Eufrate, conosciuto come  Zeugma (che è quasi un isolotto dove erano i piloni portanti centrali del ponte –gephura-), da noi datato nella seconda metà di marzo del 36, considerato anteriore alla sua entrata nella città santa, arresasi prima della Pasqua, tardiva quell’anno (metà aprile). E’ probabile che, mentre Vitellio era sull’Eufrate, un suo legatus, avendo circondato Gerusalemme, ne abbia chiesto la resa, ottenuta al momento dell’arrivo del governatore di Siria in città.

Noi, seguendo anche Tacito, che ricapitola quae duabus aestatibus gesta coniunxi (Annales,VI, 38.1) l’impresa di Lucio Vitellio (Ibidem, 31-38), riteniamo che lo storico voglia sintetizzare, da una parte, quanto fatto da Vitellio secondo il mandato di Tiberio, che gli aveva ordinato di fare guerra ad Artabano e  ad Areta e di ripristinare tutta quella zona in una volontà di  ristabilire lo status quo armeno, turbato da Monobazo e da Izate, alleati di Artabano, e di ripristinare l’ordine in Ioudaea turbato da anni.

Forse Tacito nel fare il riassunto dipende proprio dai Commentarii di Lucio Vitellio  che naturalmente sono scomparsi e di loro circola solo qualche notizia.

De kai, quindi, ha valore riassuntivo rispetto all’azione di conquista di Gerusalemme,  forse ultimo atto di un’operazione di repressione e di ripristinamento giudaico costituzionale: per noi, infatti, si tratta di una entrata da vincitore da parte del procuratore di Siria, dopo che il sinedrio ha accolto un ultimatum di resa, secondo l’aut aut romano o consegna del  capo della stasis (rivoluzione) o distruzione della città.

Per meglio entrare in merito all’assedio e alla resa di Gerusalemme ricordiamo l’exemplum di Antigono, a cui si rifanno gli evangelisti, che conoscono la storia giudaica e sanno come i romani puniscono chi si proclama re o chi è proclamato re dai parthi e quindi non ha il riconoscimento del senato e dell’imperatore romano.

L’episodio di Antigono, figlio di Aristobulo II, nominato re da Pacoro, figlio di Orode II re dei re della Partia, chiarisce il tradimento giudaico della pars aristocratica e la spietata esecuzione romana come prassi  nei confronti di un usurpatore, sorto da una sedizione.

Antigono nel 37 a.C.morì ad Antiochia, dopo che  era stato eletto maran dai parti, che lo avevano insediato a Gerusalemme, a seguito di una grandiosa spedizione di conquista di tutta l’area siriaca ed asiatica, assegnata ad Antonio, dopo il secondo triumvirato e poi, dal trattato di Brindisi (da Scodra, Illirico, fino all’Eufrate  cfr.  Appiano  Guerra civile, 5,65).

Tutta questa area era in subbuglio perché c’era stata la guerra civile tra i cesaricidi e i triumviri, che si era risolta con la vittoria di Filippi nel 42 (3-23 Ottobre): due grandi eserciti fratricidi rispettivamente di 17 legioni e di 19 legioni, per un complessivo di 200000 uomini, si erano affrontati con quattro comandanti prestigiosi, Cassio e Bruto da una parte ed Ottavio ed Antonio dall’altra.

La pacificazione, comunque, non c’era stata: infatti c’erano scontri tra gli uomini dei cesaridi in fuga, riuniti da Tito Quinto Labieno, che, inviato dal re dei parti a chiedere aiuto, lo aveva ottenuto tardivamente.

Orode II aveva ritenuto opportuno entrare in merito alla guerra fratricida, dopo  Filippi, persuaso da Labieno-meirakion euerethiston kai anoias pleres/ragazzo pieno di inventiva e di pazzia  (Strabone, XIV)-, ad invadere la regione asiatica e la Siria  perché ormai i romani si erano massacrati a vicenda: egli inviò suo figlio Pacoro, giovane filelleno, conosciuto per la sua praotes e per la dikaiousune,  alla conquista dell’ area siriaca e dando mandato a  Labieno di occupare la provincia asiatica in quanto  il sovrano rivendicava l’eredità seleucide ed ora approfittava della debolezza della repubblica romana dilacerata  da guerre intestine, ancora dopo la sconfitta dei Cesaricidi.

Infatti Sesto Pompeo si opponeva ai triumviri con successo in Occidente, essendo padrone del Mediterraneo e i parthi, già vincitori dei romani e di Crasso nel 53 a.C. a Carre, ora avevano, grazie anche al tradimento di Labieno, fondate ragioni di riconquistare tutta l’area orientale (cfr. Appiano,  Ibidem; Dione Cassio, St. Rom., XLVIII,39-41; e XLVIIII ,19-21;  Plutarco, Antonio, 35-36-37) ed  avevano fatto una grandiosa propaganda, attirando dalla propria parte i greci  ed anche i giudei  che, d’altra parte, erano per lingua aramaici come loro, presso cui, inoltre, era una numerosa colonia.

Pacoro, dunque, grazie all’aiuto del romano Labieno e del parto  Barzafane  (cfr. A FILIPPONI, Giudaismo romano, cit.) aveva condotto prigioniero Hircano II, sommo sacerdote ed etnarca della Giudea, asmoneo filoromano, a Babilonia e aveva dato la corona ad Antigono, che quindi fu riconosciuto  maran legittimo, in quanto asmoneo, ma era  illegittimo per i romani perché senza autorizzazione senatoria, perché  eletto dal popolo: i romani avevano come collaboratori e soci la classe sacerdotale e quella  aristocratica.

Labieno, dopo i primi successi su Decidio Saxa, si era proclamato Imperator particus, ma fu  ucciso da Ventidio Basso, che lo aveva vinto sul monte Tauro.

E  Pacoro, che era venuto in suo soccorso, fu sorpreso dalla tattica del legatus di Antonio, che  ripristinò l’ordine in tutta la zona orientale,  mandando in giro per le città la testa di Pacoro,  amato per il suo ellenismo (Dione Cassio, Ibidem 20;  Flavio Ant. Giud, XIV, 468-486), seguito anche da tutte le città asiatiche e siriache, considerato un liberatore dai popoli, soggetti ai romani.

Il senato romano aveva considerato Antigono re illegittimo  ed aveva eletto al suo posto re Erode, figlio di Antipatro, un epitropos idumeo (messo da Cesare come garante militare, protettore di  Hircano  II),  che era fuggito da Gerusalemme ed era andato da Cleopatra e, grazie a lei, era venuto a Roma,  a chiedere aiuto ed assistenza,  a seguito dell’impresa di Pacoro.

Il  Senato, grazie ad Antonio  e ad Ottaviano, ora riappacificati,  aveva non solo fatto re un privato, passando sopra i diritti legittimi della dinastia asmonea, ma aveva dato ad Erode il mandato di assalire Gerusalemme insieme a Sossio, legatus di Antonio: questi con imprecisate truppe di fanteria, con 6000 cavalieri ed auxilia (truppe ausiliarie provenienti dalla Siria) avevano assediato la capitale della Giudea, mentre già tutte le città dell’ Asia e della Siria si erano arrese a Ventidio Basso, a cui avevano tributato onori come delegato di Antonio, in attesa del triumviro e delle sue volontà (cfr. A. FILIPPONI, Giudaismo romano, cit).

I giudei, popolari, assediati, si difesero cercando di impedire il vettovagliamento ai nemici  e lottando con accanimento, ma  i romani, dopo aver disposto tre linee di terrapieni e portato le macchine  d’assedio, cominciarono a scavare sotterranei.

I Giudei, pur assediati, circondati da così grande esercito, angustiati dalla fame e dalla mancanza di necessario, in quanto correva proprio allora l’anno sabatico, pur fiduciosi in Dio, subirono la conquista della città: dapprima entrarono nelle mura 20 uomini  scelti, poi le centurie di Sossio: il primo muro fu preso dopo 40 giorni, il secondo in quindici,  alcuni portici intorno al tempio furono bruciati; poi, presa la Città bassa,  i giudei si erano ritirati nel recinto interno del tempio  e nella Città Alta.  Alla caduta della città ci fu una grande strage: furono scannati a mucchi sulle strade  nelle case e mentre cercavano rifugio nel tempio: non ci fu pietà né per bambini né per donne né per vecchi; allora Antigono, senza tener conto del suo antico stato  né del presente, discese dalla torre Baris  e si gettò ai piedi di Sossio,  che lo schernì e lo chiamò Antigona  e poi  lo tenne  prigioniero.

Erode al vedere il saccheggio, preoccupato perché i romani volevano entrare nel tempio per dare uno sguardo al tempio e alle cose sacre, ma in effetti per depredarlo, supplicò, pregò i capi romani di non fare una simile azione empia  e costrinse gli altri con le armi e con le minacce ad allontanarsi dall’area sacra.

Fece poi capire a Sossio che se i romani avessero svuotato la città della sua ricchezza e dei suoi uomini, lo avrebbero lasciato re di un deserto e che egli avrebbe considerato anche la sovranità di tutta l’ecumene una ben misera ricompensa di fronte all’ eccidio di tanti  cittadini.

Sossio, da romano avido, volle che Erode pagasse di persona, allora, il mancato saccheggio della città: Erode accettò  e pagò di borsa sua,  diede splendidi regali ai soldati, fece doni ancora più grandi agli ufficiali e al comandante regali grandiosi .

La città era stata presa 27 anni dopo il 63,  anno della prima profanazione romana ad opera di Pompeo, sotto il consolato di Marco Agrippa e di Caninio Gallo,  nella 185 Olipiade, nel 37 a.C.

Anche la morte di Antigono ha qualcosa in comune con quella di Christos: Antigono fu portato ad Antiochia, capitale della prefettura di Siria. Erode, temendo che Antigono potesse giustamente rivendicare davanti al senato la sua dignità regale, essendo l’ultimo asmoneo, legittimo re,  seppure riconosciuto solo dai parthi,  pagò Antonio perché lo uccidesse e cosi fu fatto finire dopo 126 anni il potere degli Asmonei. Antonio pensava di tenerlo fino al suo trionfo, ma quando capì che la nazione giudaica, era dominata dal popolo, che era favorevole ad Antigono e non ad Erode, decise di ucciderlo, facendogli tagliare la testa, non conoscendo altro mezzo per tenere buoni gli ebrei.

La notizia è confermata da Strabone, che mostra l’attaccamento della nazione ad Antigono e la volontà di mantenerlo nello stato regale  e di non considerare affatto Erode,  neanche a costo di fustigazioni (Flavio,  Ant. Giud., XV,I,1-8).

Lo stesso storico in Storia Giudaica aggiunge che mai un re fu  trattato così dai romani (I,18,2), cosa confermata da Plutarco (Antonio, 36,4 ) e da Dione Cassio (St.Rom, XLIX,22,6) che parla di uccisione, dopo che fu legato ad un palo e flagellato pubblicamente (emastigosen  stauro prosdesas ), e riferisce quasi le stesse parole dello storico giudaico (o medeis  Basileus upo ton Romaion  epeponthei ibidem 8).

Grazie, professore, per avermi ricordato questi avvenimenti.

Marco, Abbiamo voluto ricordare questo antecedente perché ci sembra  che gli evangelisti lo abbiamo tenuto presente all’atto della scrittura e perché tutto era iniziato dall’invasione dell ‘Armenia  ad opera dei Parti.

Dopo la vicenda di Pacoro le popolazioni dell’Armenia  erano  state risucchiate nell’impero romano ed avevano avuto una certa stabilità grazie all’intervento di eserciti romani, che avevano  voluto e protetto la dinastia regnante degli Artassidi.

Già con Tigrane III,  figlio di Artavaside/Artavaste  II (fatto prigioniero da Antonio  e giustiziato ad Alessandria d’Egitto dalla regina Cleopatra nel 30) era cominciata una fase nuova di sudditanza ( Cfr. A.Filipponi, Giudaismo romano, cit.).

Il re venne portato a Roma dall’Egitto e crebbe sotto la protezione di Augusto.

La dinastia degli Artassidi  fu testimone di  una altalena di vicende, di influenze, di ingerenze straniere ora da parte romana ora parthica: Artavaste II era stato emblema di questo continuo conflitto di interessi ed era rimasto sempre in bilico tra l’alleanza con Romani e con Parti, dovendo fare una politica camaleontica tanto da subirne tragiche conseguenze ad opera dei romani.

Tigrane III era al centro tra due partiti, quello filoromano e quello filopartico e a seconda del prevalere di uno si aveva l’ingerenza ora dell’impero romano ora di quello parthico.

L’incoronazione di suo fratello Artaxias II fu il frutto dell’ingerenza dei Parthi sul trono di Armenia e della vittoria del partito filoparthico  che subito fu ribaltata da quella romana che lo elesse  re  d’Armenia, dopo l’uccisione del fratello.

Ottaviano in questa precisa fase del conflitto fra Romani e Parthi, per il controllo dell’Armenia,  pensò di risolvere l’instabilità del regno insediando un sovrano legittimo locale, che, però, fosse fedele al volere di Roma, ritenendo Tigrane,  un candidato di rilievo,  perché  cresciuto a Roma.

Ottaviano incaricò Tiberio, di insediare Tigrane IV, nel 20 av. C., dopo una sommossa locale.

La politica augustea , che  favoriva  i sovrani legittimi, non diede al regno alcuna stabilità: dopo Tigrane III anche  suo figlio Tigrane IV e sua sorella Erato non ebbero fortuna.

A seguito di relazioni coi Parti il regno di Tigrane IV segnò il fallimento della politica romana di stabilizzare e garantire il proprio potere in Armenia tramite la protezione di una dinastia legittima .

Il fallimento era dovuto parzialmente alle continue ingerenze, dirette e indirette, dei Parti, rivali di Roma, che contendevano al dominatore romano il controllo dell’Armenia e del suo territorio.

Esso segnò anche, con  la fine della dinastia degli Artassidi sul trono del regno d’Armenia, la fine stessa del protettorato di Roma, interessata a contrapporsi all’impero parthico, impegnato a difendersi dall’espansionismo romano.

destituire suo fratello Tigrane III, per porre sul trono un cugino di Tigrane, col nome di Artavaste III.

Erato e Tigrane IV, favoriti da Fraate III, sobillarono i nobili ed il popolo armeno contro il nuovo sovrano, insediandosi nuovamente sul trono per un brevissimo periodo (dal 2 a.C. all’1 a.C.): Augusto, allora, dopo aver fatto il I trattato di Zeugma, con Gaio  Cesare  insediò sul trono un nobile di origine Meda di nome Ariobarzane di Atropatene, e alla morte del  nuovo sovrano dopo breve tempo, come suo successore venne eletto suo figlio, con il nome di Artavaste  IV.

Questo, essendo straniero, non fu ben  accolto dalla nobiltà armena che  ordì una congiura e dopo breve tempo uccise il giovane.

Ad Augusto non restò che abbandonare la tattica di insediare una nuova dinastia, non autoctona, e fece eleggere nuovo sovrano d’Armenia un presunto discendente della dinastia legittima Artasside, con il nome di Tigrane V.

L’equilibrio, peraltro mai stabile, con la nobiltà armena, era ormai spezzato ed una nuova sommossa permise ad Erato di tornare al trono come legittima erede della dinastia nazionale Artasside nell’ 11 d.C. per breve tempo, fino al 12.

Ci fu però una nuova sommossa, nazionalistica, per cui Erato perse il trono, allora Roma  decise, in nome di una politica nuova di  alleanza  tra  Romani e Parti, per cui si concordò   di affidare il regno d’Armenia a Vonone I, figlio del sovrano di Parthia, secondo le norme stabilite nel trattato di Zeugma, firmato da Fraate e da Gaio Giulio Cesare, figlio di Agrippa, erede al trono di Augusto.

Alla morte di Orode III, Vonone fu eletto re di Parthia ma a lui fu opposto dalla  aristocrazia parthica (che rifiutava un re romanizzato, vissuto a Roma, con costumi ellenistici) Artabano, un principe arsacide di parte materna, che conquistò il potere nel 10 d.C.,  dopo una guerra civile.

Vonone  andò in esilio  in Siria nel 12 d.C.,  col suo tesoro, e, protetto dai romani visse come un sovrano  finché, pur essendo sotto la protezione di  Gneo Calpurnio Pisone,  non fu ucciso.

L’impero romano fu per oltre un secolo impelagato, dunque,  nella soluzione del problema armeno, in quanto la zona era altamente strategica, punto di passaggio e di confluenza, che metteva in comunicazione due mari e che bloccava le migrazioni delle popolazioni barbare e semibarbare delle steppe (iberi, albani, alani, sarmati, sciti, saci).

Anche  Artabano  aveva lo stesso problema che era stato  proprio del regno parthico  e che aveva necessità di controllo di quella regione dominata dagli artassidi.

Si era, perciò, stabilito forse nel trattato di Zeugma (Velleio Patercolo, Storia, II, 94)  per una tacita convenzione, sulla base dello status quo del momento,  che l’Armenia Maior  fosse parthica, appannaggio del principe ereditario del re dei Parti, mentre l’Armenia Minor fosse romana.

Tiberio all’inizio del suo impero, aveva cercato di stabilizzare la zona, dando un  potere speciale  (cfr Velleio Patercolo, Storia, II, 94,4),  a Germanico, fatto tornare dalla Germania, dopo avergli tributato il trionfo, per risolvere definitivamente il problema armeno, ora di nuovo insoluto per le mire di Artabano.

La possibilità di insediare sul trono d’Armenia Zenone, figlio di  Polemone del Ponto uno dei sovrani più fedeli di Roma, sembrò una soluzione perfetta.

Tiberio e Germanico  credettero di aver trovato una soluzione  formando una nuova dinastia, che avrebbe potuto garantire la presenza di un re, capace di reggere uno dei punti cardini dell’Oriente.

Come  Vonone, che si trovava in esilio, Zenone di Ponto, cioè  Artaxias III, era un giovane cresciuto in modo ellenistico,  amava i modi tipici della cultura  romana (caccia, libagioni, lusso) e perciò era divenuto  popolare in Armenia  ed era stato accettato anche dal re dei Parthi, vincolato dal trattato con il legatus di Tiberio.

Germanico  incoronò personalmente il giovane Zenone nel 18 d.C.  nella capitale Artashat, acclamato dal popolo armeno.

L’elezione di Artaxias III fu anche il frutto di un preciso accordo tra Germanico ed i parthi.

Germanico aveva concordato con Artabano che i  Parti non avrebbero più dovuto interferire con la politica interna del regno d’Armenia, se  veniva  esiliato  Vonone I.

I due accettarono  il patto e Germanico  inviò in esilio Vonone, nemico di Artabano, in Cilicia, presso  Silano Cretico (parente dello stesso dux),  dove morì nel tentativo di fuggire.

Sotto il regno di Artaxias III l’Armenia visse finalmente un periodo di prosperità e di stabilità per ben 16 anni, ovvero fino alla sua morte nell’anno 34 d.C..

Morto Artaxias,  Artabano, rotti gli accordi  stipulati con Germanico, impose sul trono d’Armenia Arsace, suo primogenito  portando a termine il suo disegno di destabilizzazione romana, iniziato dopo le incursioni di Monobazo di Adiabene in territori armeni, sotto pressioni del Gran Re.

Artabano  si era interessato all’ Armenia e ai  problemi della Palestina,  subito  dopo la morte di Germanico, quando  aveva favorito l’elemento zelotico contro i romani e contro  Erode Antipa e Filippo, tetrarchi filoromani, finanziando i gruppi eversivi e organizzandoli  anche grazie alla politica di fratellanza giudaica: l’impero parto aveva una grande colonia giudaica e nella confederazione parthica c’erano re giudaici come Monobazo ed Izate e capi giudaici di grande valore come Asineo ed Anileo.

Artabano, perciò, aveva favorito la rivolta antiromana,  secondo Tacito: egli aveva destabilizzato l’impero romano nell’area siriaca e  in Armenia, dopo la morte di Artaxias II, ed aveva rivendicato perfino  il tesoro di Vonone (Annales, VI,31).

Professore mi trovo in difficoltà . mi può precisare?

Per capire ,Marco, il pensiero di Tacito, bisogna integrarlo con quello Velleio Patercolo, di Flavio e di Svetonio, oltre che  con  Dione Cassio, dai quali possiamo comprendere che  le  4 legioni, di stanza al confine, erano tenute  in scacco da  Arsace, figlio di Artabano, che aveva preso il potere in Armenia,  dopo  avere riunito la Minore con la Maggiore, favorito da Monobazo  re di Adiabene, iniziando in effetti le ostilità con Roma.

Il problema armeno era diventato difficile, ma, solo dopo la morte di Artaxia III, nel 34 d.C.  si complicò  ulteriormente  perché i tentativi romani di stabilizzazione  erano  falliti  a causa  delle ingerenze parthiche.

Il problema era stato sempre difficile  fin dagli inizi quando i romani si scontrarono con Tigrane I alleato di Mitridate.

Le due regioni armene  avevano avuto un regno unitario grazie a Tigrane I,  ma con l’arrivo degli eserciti di Lucullo nel 68 a.C. e poi di quello di  Pompeo nel 66 a.C. l’Armenia era  stata suddivisa  nel corso della guerra mitridatica, in cui Roma aveva affermato la superiorità delle sue armi, già chiara dal periodo sillano.

L’Armenia maior e minor  erano due regioni Causasiche: la prima ad ovest dell’ Eufrate  era delimitata a nord dalle catene parthiche e a sud dal Tauro armeno  e andava dall’Azerbaijian ad est  fino al litorale  sud-occidentale del Caspio (Mare Hircano) , la seconda ad est dell’Eufrate, giungeva fino al Caucaso  era popolata da grandi città greche (Nicopoli, Sebastia) e da genti armene della regione Hamshen.

Tutta la regione  nel suo insieme aveva grande importanza strategica,  essendo posta tra i due mari  e  facendo da cuscinetto  tra le  popolazioni  nordiche barbariche degli Alani, Sarmati, Iberi  Albani e  Sciti e i due imperi (quello romano e quello parthico), che si congiungevano alla base della regione armena.

Questi, ambedue, aspiravano al suo controllo non solo per ripararsi dalle incursioni barbariche ma anche per ulteriori conquiste  territoriali:  l’impero parthico   con la conquista dell’Armenia, dopo la morte di Germanico, svincolato da ogni trattato con Tiberio, si  salvaguardava dalle incursioni  barbariche e si proteggeva anche dall’ impero romano.

Questo, invece, senza l’Armenia era a contatto diretto con l’impero parthico e con le popolazioni scitiche,  di cui temeva le penetrazioni in Siria e in Asia,  anche se  aveva ottenuto il controllo del Mar d’Azov, grazie ai trattati col Regno  del Bosforo cimmerico.

Ora, Artabano, dal 25 d.C., aveva avuto come interlocutore un ministro di Tiberio, quel Seiano che aveva fatto la politica Orientale e poi  il suo sostituto Macrone  e Tiberio sembrava disinteressarsi di tutta quella ampia regione e delle sue ripercussioni, specie nel 33-4, anno della morte del Governatore di Siria  Pomponio Flacco.

Perciò Artabano  nel periodo 31-36 cercò di destabilizzare ulteriormente  l’impero romano, favorendo una politica filogiudaica e mettendo in subbuglio il giudaismo, in quanto a Seleucia aveva imposto Asineo ed Anileo due giudei (Ant. Giud., XVIII, 310-379) contro la stessa nobiltà persiana, e aveva inoltre, invaso anche  l’Armenia Minore.

Quando Artabano si era divisa l’Armenia minore con Monobazo di Adiabene, Tiberio  non ebbe neppure una reazione, a detta di Svetonio, che parla dal lato militare diretto: l’imperatore, non potendo inviare un consolare, specie dopo la morte del governatore di Siria, in effetti, diplomaticamente, aveva agito in quanto gli aveva contrapposto per la riconquista della regione, Mitridate re degli Iberi, dopo averlo riconciliato con Farasmane suo fratello.

E nel frattempo Artabano diede forze necessarie per la riconquista ad Orode, altro figlio,  che doveva impedire il collegamento degli avversari e impedire la loro avanzata entro il territorio  parthico.

Tiberio favorì  il collegamento di Farasmane con gli Albani e con i Sarmati  e con il loro aiuto  attaccò gli armeni, impedendo il congiungimento con le forze parthiche, il cui arrivo fu  rallentato anche dalla stagione estiva e dalle inondazioni causate dai venti etesi (Ibidem, 33). 

Ne derivò che Farasmane, appoggiato da ausiliari, provocava a battaglia Orode, privo di alleati,  quelli inviati in ritardo da suo fratello Arsace; e poiché questi cercava di evitarlo, lo molestava, minacciava con la cavalleria il suo campo, disturbava i  foreggiatori e spesso lo accerchiava  con postazioni armate,  assediandolo, finché i Parthi non avvezzi a tollerare provocazioni, si strinsero intorno al principe, invocando il combattimento. Tutta la loro forza era nella cavalleria; Farasmane, invece, aveva anche valide fanterie …Ci fu uno scontro tra albani ed iberi  e Farasmane da una parte e Orode e i parthi dall’altra; ci fu perfino un duello tra i due capi: Artabano avrebbe voluto punire Farasmane e si accingeva a farlo, ma Vitellio, raccolte le sue legioni,  fece spargere la voce che anche lui avrebbe invaso la Mesopotamia.

Artabano temendo una guerra con i romani, avendo ostili i popoli della sua confederazione ed essendo insicuro nella sua stessa corte,  in quanto Sinnace trascinò alla rivolta anche suo padre Abdagese ed altri, che maturavano quel disegno in segreto e che i continui disastri avevano incoraggiato all’azione (Ibidem 36,2), pensò bene di fare il trattato con Tiberio.

Egli, secondo Flavio, accortosi che molti parenti ed amici erano stati corrotti da Vitellio ed attentavano alla sua vita  e convinto che la congiura sarebbe riuscita  perché il numero di traditori aumentava,  fuggì verso le satrapie superiori (Ant. Giud., XVIII, 99-100).

I romani avevano tentato di sostituire lo stesso Artabano con un re della stirpe di Fraate su richiesta della nobiltà medo-persiana detentrice del potere interno: Tiberio, ora libero nella sua azione,  grazie alla risoluzione del problema dinastico e,  dopo la  fine  dei processi di lesa maestà  contro i seianei,  ordinava a Lucio Vitellio (padre del futuro imperatore) di ripristinare l’autorità romana sull’area.

Su questo trattato c’è incertezza sia sull’anno che sul rappresentante partho: da Tacito sembra che Vitellio abbia avuto rapporto diretto con Tiridate, non con Artabano; gli altri storici invece parlano di un incontro a Zeugma del legatus con Artabano stesso.

Flavio, Ant Giud., XVIII, 97-98 spiega che alle offerte di denaro di Tiberio ai re degli Iberi e degli Albani per indurli a muovere guerra ad Artabano, questi diedero agli alani (altri popoli caucasici) il libero transito  per le loro  terre  aprendo le porte  del Caspio…Così l’Armenia fu di nuovo tolta ai parthi e nel loro paese si estese la guerra:  morì la migliore nobiltà e tutte le loro cose si rovesciarono; il figlio del re cadde ucciso con molte decine di migliaia  di uomini…

Il trattato per Tacito,  comunque, fu fatto: Vitellio condusse il nerbo delle truppe   e delle forze ausiliarie all’Eufrate, fece dei sacrifici  come anche Tiridate (sacrificò un cavallo)… si costruì un ponte di barche e si fece passare l’esercito  dei parti: c’erano anche Ornospade, che era stato (haud inglorius auxiliator, Annales, VI, 37,3) aiutante  di Tiberio, da cui aveva  avuto la cittadinanza romana  nella guerra dalmatica  (Svetonio, Tiberio,9) , Sinnace e Abdagese.

Vitellio impose il trattato, secondo Tacito, mostrando la superiorità delle armi romane  ed ammonì  Tiridate e i capi a non dimenticare di aver avuto come avo Fraate e di essere stato allevato da Cesare, duplice titolo di gloria per lui; ammonì gli altri a non tralasciare l’ossequio verso il re, il rispetto verso di noi, l’onore personale e la fedeltà alla parola data (Vitellius ostentasse romana arma satis ratus monet Tiridaten promoresque, hunc Phraatis avi et altoris Caesaris quae utrubique pulchra memenerit, illos, obsequium in regem, reverentiam in nos, decus quisque suum et fidem retinerent -Ibidem, 37,4-).

Giuseppe Flavio (Ant. Giud.XVIII,101-3) parla, invece, di Vitellio e di Artabano che si incontrano:  Vitellio ed Artabano si incontrarono sull’Eufrate., Si gettò un ponte sul fiume  ed Artabano e Vitellio si incontrarono al centro,  ognuno con la sua guardia del corpo.  Giunti al termine degli accordi, il tetrarca Erode diede una festa  sotto la tenda, fatta innalzata da lui in mezzo al ponte con grande spesa, Artabano inviò suo figlio Dario  a Tiberio, come ostaggio, e con lui molto doni, tra cui un uomo alto sette cubiti, di stirpe giudea, di nome Eleazar, il quale per la eccezionale statura era detto Gigante. Sistemati questi affari, Vitellio tornò ad Antiochia ed Artabano a Babilonia. 

La campagna, dunque, condotta brillantemente da Vitellio, si concluse con un completo successo, ben valutato anche da Tacito, che, poi, da un giudizio negativo sulla sua successiva vita da cortigiano nel periodo di Caligola e di Claudio.

Artabano, di nuovo, fu attaccato dai suoi nemici di corte, fu abbandonato dai suoi sostenitori, e dovette fuggire ad Oriente.

Dobbiamo pensare che la situazione parta fu per qualche mese incerta e caotica per la presenza di due sovrani, ma la situazione si precisò ben presto.

Tiridate, una volta preso possesso del regno, non potè rimanervi a lungo, a causa della rivalità con i nobili, per la sua sudditanza a Roma.

Infatti egli non piacque né a Tiberio né ai suoi alleati persiani: si era attirato l’inimicizia non solo di Tiberio, ma anche di Sinnace e di Abdo (Flavio, Ibidem).

Egli, d’altra parte, era un romanizzato come già Fraate,  inviato da Tiberio e morto  prima ancora di prendere il regno, odiato dai nazionalisti, che favorirono Artabano che ebbe così modo di riappropriarsi del suo regno, valendosi dell’aiuto di un esercito, composto essenzialmente di uomini della tribù dei Dahan, ottenendo l’approvazione dei Parthi.

Flavio, probabilmente, segue questa tesi che cioè i parthi lo accolsero dopo i primi contatti tra Vitellio e Tiridate che fece un pretrattato in cui il Legatus  considerava il romanizzato come un sovrano semindipendente e perciò lo cacciarono e richiamarono Artabano per un  foedus  aequum tra due stati  di pari grado.

La  posizione di Artabano  nei confronti di Roma rimaneva, comunque, estremamente precaria, in quanto sebbene non avesse inizialmente incontrato resistenza dalla parte avversa  (essendo Tiridate fuggito in Siria), non era, comunque, in grado di intraprendere con successo una campagna contro Vitellio, dopo l’invasione degli Iberi e delle altre popolazioni barbariche e la perdita della Armenia.

Perciò Artabano  concluse quindi, di lì a poco (nel 36) il trattato di Zeugma , nel quale rinunciava alle sue mire espansionistiche, avendo un peso internazionale diverso rispetto a Tiridate,  re fantoccio.

Poco dopo, tuttavia venne deposto nuovamente, in quanto la nobiltà  non aveva accettato il trattato in cui la supremazia romana era di nuovo imposta e fu  proclamato re un certo Cinnamo.

Artabano si rifugiò presso un suo vassallo, il re dell’Abiadene,  Izate (Ant Giud, XX,54) grazie al quale ritornò definitivamente al potere   facendo amnistia anche allo stesso usurpatore, che gli si era arreso spontaneamente  e regnò fino alla morte ancora per quasi due anni fino al 40 d.C..

Professore ora  capisco perché nessuno ha affrontato questo problema. E’ veramente complesso e difficile inserire la consegna di Gesù  ai Romani!

Questi fatti , Marco, sono letti da Flavio  in modo disordinato e  confuso, come abbiamo rilevato in Giudaismo romano (Cfr. A. GARZETTI, La data dell’incontro all’Eufrate di Artabano III e Lucio Vitellio legato di Siria, in Studi in “ onore di Calderini e R .Paribeni” Vol. I 1956 pp 211-229) specie per quanto riguarda le congiure interne  al regno di Parthia.

La relazione dell ‘impresa di Vitellio  fu fatta e  dal procuratore  di Siria e da Erode Antipa, che come tetrarca, alleato,  aveva seguito il governatore fino all’Eufrate, come abbiamo visto.

Non sappiamo vedere la funzione di Erode Antipa accanto all’esercito e al governatore di Siria: probabilmente si era mosso per la morte contemporanea di Artaxias III  e di suo fratello Filippo, tetrarca dell’ex regno di Lisania, forse partendo dalla roccaforte di Macheronte o di Masada.

Il tetrarca della Galilea e Perea non doveva essere solido nel suo regno  in una terra in cui era stato proclamato il Malkuth ha shemaim subito dopo la presa dell’Armenia da parte di Artabano, prima dell’arrivo di Vitellio, che dovrebbe essere arrivato a Cesarea marittima, non prima dell’ estate del 35.

Gesù era Galileo ed Erode poteva essere stato allontanato dalla capitale Tiberiade da un’ insurrezione popolare: Il regno dei Cieli avrebbe potuto comportare anche un rivoluzione in Galilea, da  cui  il messia era partito  per la conquista di Gerusalemme: il tetrarca si era salvato, dopo l’eccidio della guarnigione di Cafarnao, e si era  rifugiato in una delle roccaforti erodiane, come aveva fatto Pilato stesso, che si era arroccato a Cesarea Marittima, dopo la presa probabile della torre Antonia e la strage della guarnigione romana.

Erode Antipa con le legioni romane aveva fatto il viaggio fino all’Eufrate, lungo  oltre 500 km, portando un suo esercito, insieme a quello di altri reguli,  al fine di imporsi nell’ex tetrarchia di Lisania o per sé  o per la vedova Salome sua figliastra e pronipote, sposata da suo fratello Filippo, poco prima di morire, oltre che per ripristinare l’ordine in Armenia e in tutta la zona.

Inoltre Erode Antipa, che conosceva il doppio mandato di Vitellio e contro  il re di parti e contro Areta IV, pensava forse di potersi vendicare di quest’ultimo con cui aveva  questioni di confine e per  problemi a seguito del suo  ripudio dell’ ex moglie Dasha, figlia del nabateo, la cui dote traconita  doveva essere riconquistata.

In questo contesto storico e politico il messaggio di Il regno dei cieli è vicino è  vincente in terra giudaica e a Gerusalemme tra il 32  e il 36: i giudei partici e quelli palestinesi già collegati ora hanno anche l’appoggio dei moderati ellenisti, che pur  convivono con i greci e col sistema imperiale romano  e ne traggono notevoli benefici commerciali. L’avvento del Regno dei cieli e la consacrazione del Messia uniscono il mondo ebraico, anche quello diasporico: l’anima giudaica rimane indelebilmente giudaica sempre, perché è spirituale.

In ogni parte del mondo si trovi il giudeo, guarda a Gerusalemme specie nel momento della realizzazione delle profezie messianiche.

Pilato, prefetto  di Ioudaea (Giudea, Samaria e Idumea) e il tetrarca di Galilea e Perea e quello di Iturea avevano sempre temuto l’ingerenza militare di Artabano, ma in quel tempo messianico tutto l’assetto romano è naufragato.

Professore,in una tale situazione  come si comportò Pilato?

Pilato (governatore dal 26 d.C) era stato sempre un perfetto prefetto, inviato da Seiano,  probabilmente contrario al partito  giulio (di Agrippina e di Caligola) a volte perfino era andato oltre il mandato tiberiano ed era stato inflessibile e duro contro i Giudei, coadiuvato da Erode Antipa, ma la sua azione più dura e repressiva, la fece contro i samaritani, poco prima della Pasqua del 36.

Noi riteniamo che a Pilato era sfuggita del tutto la situazione dopo il 32, la Pasqua, in cui Gesù si proclamò maran, e costrinse il prefetto a rinchiudersi a Cesarea e ad abbandonare al suo destino la torre Antonia,  come già aveva fatto Erode Antipa con la guarnigione di Cafarnao:  Gesù dovette tenere solo la Giudea e forse anche porzioni  della Galilea e il controllo parziale  della Perea,  ma la Samaria era rimasta sotto i romani,  perché dall ‘epoca di Erode, Sebaste, la città capoluogo della regione, era stata sempre filoromana, ma, in quei cinque anni  di  potere regale di Gesù, forse i samaritani si volevano riunire ai Giudei, favoriti da una politica unitaria messianica e  perciò, furono sorpresi da Pilato, che ne fece  una carneficina a Tirathana.

La situazione, dunque, in Palestina tra il 32 e 35 doveva essere caotica: l’inerzia di Tiberio  era mal valutata da tutti i greci di quell’area  e la ribellione della Giudea era diventata un focolaio per tutti gli altri che aspiravano ad  avere l’indipendenza, ma la presenza degli eserciti romani, seppure senza capi e senza mandati ufficiali,  impedivano la riunione delle singole parti:  era aumentato il caos dopo la morte di Filippo e  quella di Artaxias e di Pomponio Flacco,   per la maggiore congiunzione di forze tra Artabano III ed Areta IV, i nemici di Tiberio.

La venuta di Vitellio in Giudea, quindi, fa pensare ad un ristabilimento dell’ordine e ad una ristrutturazione della politica precedente: insomma Tiberio aveva deciso di ripristinare l’ordine nella provincia di Siria e nella sottoprovincia di Ioudaea e di punire la politica di ingerenza di Artabano e quella di Areta IV di Petra.

La classe  sommosacerdotale sadducea, gli erodiani e gli scribi sono filoromani e quindi gestiscono il potere  e la ricchezza del tempio, avendo la maggioranza nel sinedrio; all’arrivo di Vitellio sia che venisse da Nord o da Sud, con le truppe congiunte di Pilato o con quelle  Siriache  il  malkuth del maran illegittimo è finito, e la ribellione interna  sadducea determina la fine, che si verifica all’atto dell’ultimatum romano, sotto le mura di Gerusalemme, assediata.

Giuseppe Flavio ci descrive l’assedio di Gerusalemme nel quinto libro di Storia Giudaica  e le sue notizie collimano con quelle di Tacito (Hist.,V,12,3); da queste possiamo comprendere la preoccupazione da parte degli giudei assediati, convinti dell’impossibilità di sfuggire alla punizione romana.

Nella primavera, prima  della Pasqua, dunque, del 36 la città si arrende e consegna il suo maran  ai romani: era la soluzione migliore in quella situazione ormai favorevole ai romani in tutta l’area armena, siriaca e palestinese.

Tutte queste notizie ci spostano in un altro orizzonte, utile ai fini della nostra indagine e ci aiutano a  meglio capire il motivo di una accoglienza ad un nemico, così festosa.

Noi riteniamo che nella Pasqua del 32 Gesù era entrato a Gerusalemme dopo una marcia trionfale iniziata  dalla Galilea accolto dalla popolazione festante  che lo aveva acclamato re, in quanto già riconosciuto Meshiah-Christos,  figlio di David.

Questo antefatto comporta un’altra spiegazione  in quanto da quasi un secolo i giudei palestinesi  (popolo, piccolo e medio sacerdozio, leviti e farisei) aramaici, conformati al pensiero escatologico ed apocalittico, credevano nella venuta di un Messia, che avrebbe sconfitto il popolo romano e avrebbe stabilito il patto eterno nuovo con Dio nel tempio.

I  giudei, convinti che il tempo era venuto  grazie ad eventi grandiosi nel quadro dell’impero romano diviso in partes, in lotta fra filogiuli e filoclaudi, dopo la conclusione  tragica  della vicenda del potente capo pretoriano  Elio Seiano, inquisito ed ucciso,  avevano proclamato il malkuth ha shamaim  e si erano ribellati alla autorità romana, sostenuti da Artabano, re dei parthi.

Proprio quando l’impero romano  attraversava la grave crisi a seguito della sventata  congiura antitiberiana in un momento difficile per la lotta alla successione tra  Caligola e Tiberio Gemello, sostenuti il primo dall’esercito e dal popolo e  il secondo dal senato  ed equites (cfr. A Filipponi, Caligola il sublime, Cattedrale 2008 e  Giudaismo romano, opera inedita, www.angelofilipponi.com).

La reazione tiberiana  non ci fu, subito, contro il mondo giudaico e siriaco perché  l’imperatore era impegnato nella conservazione del potere imperiale prima e, poi, nel difficile compito della successione.

Egli fu  duro ed inflessibile  nei confronti prima dei seianei e poi del partito  giulio dopo il 18 ottobre del 31, morte di E. Seiano, capo pretoriano, che era riuscito a salire tutti i gradi  degli honores fino ad avere la tribunicia potestas e l’imperium proconsulare maius per l’Oriente  tanto da  determinare una politica antigiudiaca, di cui Pilato era stato espressione violenta.

Siccome il potere di Seiano era stato grandissimo (Cfr Inizio acefalo di In Flaccum di Filone Alessandrino, www.angelofilipponi.com ), Pilato e lo stesso Erode Antipa, essendo sue pedine, avevano agito secondo le sue direttive, esasperando l’elemento non solo giudaico antiromano, ma perfino quello, da decenni filoromano, samaritano, che forniva truppe sebastene ausiliarie. Tiberio, ora, era sotto l’influenza di Macrone, nuovo capo dei pretoriani, e di Caligola (cfr Caligola il Sublime, cit.):  questi furono esautorati e tenuti in disparte in attesa di giudizio mentre, nel frattempo, era morto,  Pomponio Flacco  per morte naturale,  fedelissimo governatore, tiberiano, di Siria.

Impegnato nella feroce repressione in Roma e nell’impero, Tiberio tralasciò il problema siriaco e giudaico e non diede mandato al pur nominato Elio Lama (cfr.Angelo Filipponi, Giudaismo romano cit., cfr. Tacito Annales VI,28,2), per cui la Palestina e la Siria rimasero sotto l’influenza di Artabano, che aveva autorizzato Monobazo di Adiabene ad occupare l’Armenia Minore, avendo dato auctoritas regia a suo figlio Arsace.

In effetti Tiberio sembrava che avesse trascurato il problema, ma aveva già tessuto relazioni diplomatiche  con Alani,Sarmati, Sciti, Iberi, Albani,  facendo concessioni  e regali come abbiamo visto.

Tiberio aveva atteso tempi migliori per un intervento,come era nel suo stile di dux prudens, mentre a Roma deplorava che dovesse pregare consolari a mettersi a capo di legioni contro Artabano.

Anche la politica interna al suo stato nel settore orientale siriaco  e palestinese, essendo affidata a Pilato, dopo la morte di Flacco, si era rivelato un disastro tanto da essere fortemente irritato contro di lui (Filone, Legatio ad Gaium) che seguitava in una lotta di provocazione contro il giudaismo secondo l’impostazione ricevuta precedentemente da Seiano, ora forse suggerita da Macrone.

Quella zona aveva davvero bisogno di essere ristrutturata, a partire dall’Armenia Maior e  Minor; l’azione antiromana di Artabano era stata  sapiente dalla morte di Seiano ed aveva più o meno connesso tutta la regione caucasica, ciseufrasica e transeufrausica, la Celesiria e la stessa Palestina  nella sua orbita, approfittando del fatto che quelle popolazioni parlassero la stessa lingua, aramaica ed erano della stessa tradizione medico-persiana, collegata anche da numerosi gruppi giudaici che erano entro i confini dell’impero romano  e in quello parthico.

Gesù un davidida, un architetto, conosciuto non solo per la sua ablità tecnica e per i thaumasia (miracula) un discepolo di Giovanni il Battista (un goes, famoso per la sua singolare vita e per i suoi numerosi discepoli, armati, dopo il battesimo, ucciso da Erode Antipa),  eletto mashiah  dagli  esseni, riconosciuto universalmente dal mondo giudaico aramaico ed ellenistico, provocò un’ondata nazionalistica così grandiosa da sconvolgere l’assetto mediorientale dell’impero romano, favorito da Areta IV (che aveva debita di gratitudine nel salvataggio della figlia, ripudiata da Erode Antipa e che era  un fedele  credente in Giovanni e nella sua missione e  poi in quella del discepolo) e da Artabano III, e forse da Asineo, satrapo di Mesopotamia, oltre che da  Monobazo ed Elena di Adiabene.

Professore, mi può dire esattamente cosa pensa di Gesù re?

Quello, che noi chiamiamo Gesù, si autoproclama re, maran e dopo una marcia di 10 giorni, durante la quale manda messaggeri alle città e ai sinedri chiedendo di essere accolto e quindi l’autorizzazione a passare indisturbato nei territori, giunge a Gerusalemme e viene accolto trionfalmente.

Dopo la purificazione del tempio, che sottende la presa della fortezza Antonia e quindi la strage dei romani, probabilmente segue il rituale purificativo di Ezra e viene ristabilito il nuovo patto con Dio, mentre aiuti finanziari e militari giungono da ogni parte del mondo  sia parthico che ellenistico: la realizzazione del malkuth dovette essere un evento  di valore mondiale e quindi di immensa risonanza.

La venuta del Messia e la concreta realizzazione del Malkuth ha shemaim  impressionarono il mondo intero anche perché il giudaismo tendeva di nuovo a Gerusalemme da ogni parte dell’ecumene, in un ritorno alla patria, terra dei padri ora libera ed autonoma sotto un re davidico: noi abbiamo come confronto solo l’episodio di Zevì Shabbatai (1626-1676), e quello della odierna attesa della ricostruzione del tempio di Salomone, come inizio di tempi nuovi: il clima di speranza che si accende, diventa una mania  irrefrenabile che comporta un esodo da ogni parte per ritornare alla terra santa, un vendere le proprie cose, un lasciare le proprie città, un portare con sé i propri  averi, riconvertiti in oggetti preziosi, per essere presenti al fatto gerosolomitano per partecipare all’instaurazione del malkuth: 2.500.000 di ellenisti e 1.000.000 di aramaici partici, oltre  quelli dispersi fuori  del mondo conosciuto, in Seria, in India a Ceylon, in Nubia, sono coinvolti in questa impresa, sconvolti da questa impresa,  che prelude alla Apocalisse e prepara l’escata, le ultime cose in cui  Dio crea  il regno messianico: pentimento–teshuvah, manifestazioni di gioia, digiuni, bagni rituali, ogni forma di preghiera, diventano normali inizi di una purificazione, partenze da ogni porto occidentale e ondate di ritorni da ogni terra orientale ed occidentale: tutti in una frenesia generale, vogliono favorire il Messia, combattere ed essere presente nel giorno del Signore: la lotta con le forze del male (Arconti di  Paolo, le qelippot), deve essere unitaria; in ognuno è la convinzione che l’esercito messianico, avendo l’aiuto divino, è invincibile!.

C’è professore euforia con enthousiasmos?

Certo, Marco , dovunque:e nel mondo romano e in quello parthico e in ogni altra parte del mondo dove ci sono colonie ebraiche.I cives dell’impero romano stessi  sono sconvolti da questo esodo in quanto molte città si dimezzano perché i giudei si separano nettamente dai gerim e goyim, lasciando tutto, abbandonando le loro attività, case ed ogni altro bene immobile: i porti occidentali ed africani furono presi di assalto e le stesse strade romane erano piene di carovane, di gruppi di uomini alleluianti che tornavano in patria: il fenomeno non poteva essere fermato dai governatori locali, data la consistenza numerica dei giudei.

Sul piano politico, grazie all’aiuto del re dei Parthi, si ricrea la situazione del periodo di Antigono (favorito dall’impresa di Pacoro, figlio di Orode, conclusasi con la  vittoria di Ventidio Basso e con l’uccisione del re  ad opera di Marco Antonio ad Antiochia nel 37 a.C.), ma sul piano morale non si ha altro precedente: l’evento dovette rimanere nella mentalità giudaica a lungo, se poi i giudei  attenderanno la parousia del Signore, insieme con i Cristiani,  fino al 70 e poi da soli con i nazirei, giacomiti, crederanno nel suo ritorno  fino al 135 d.C. ed oltre, considerato che la famiglia di Gesù è inquisita fino a Conone sotto Decio (249-251d.C.).

Il meshiah, quindi, creato un nuovo sacerdozio, quello essenico, protetto dalla  finanza alessandrina, probabilmente, e dai sussidi di tutti ellenisti ed aramaici, adottato il calendario solare,  riconsacrato il tempio col rito di purificazione, fatta una solenne adunanza  per la lettura della legge,  compiuta una cerimonia espiatoria,  purificò e riconsacrò il tempio  e quindi, il quattordicesimo giorno del mese  Nisan,  celebrò la prima Pasqua nel 32 d.C., in Gerusalemme, libera dai romani (cfr. Giudaismo romano, cit ).

Egli potè governare per tutto il 32 , 33, 34, 35 e solo  nel marzo del 36 con l’arrivo di Lucio Vitellio tutto si capovolgeva e la Giudea tornava in fibrillazione perché si riaccendevano  le speranze dei sadducei, degli erodiani e degli scribi che, erano rimasti senza autorità e con i diritti limitati, simili a quelli dei leviti, ridotti di rango nell’ attività templare.

Infatti nel 35 Tiberio avendo risolto i problemi imperiali e fatti cessare i processi di lesa maestà,  aveva anche concluso le stragi dei giuli e quindi, con la doppia adozione di Caligola e Tiberio  Gemello, aveva  così fatto tacere i lamenti  del partito giulio, accontentato, perché aveva seguito il mandato di successione augusteo, che imponeva un elemento della famiglia di Germanico come successore accanto a quello della linea claudia (cfr. Caligola il Sublime, cit.).

Inoltre, il vecchio imperatore invia in Palestina con un doppio mandato Lucio Vitellio contro Artabano III e contro Areta IV, convinto che una volta, debellati gli antagonisti maggiori, i re locali  sarebbero caduti  facilmente  a causa delle fazioni avverse, opposte.

Vitellio facendo pressione, grazie alla diplomazia tiberiana, già attiva  tra gli albani e i Saci, sulle popolazioni scitiche al nord, nella zona del Kurdistan attuale li spinse  con la forza e con il denaro contro il confine parthico; Artabano inviò un esercito comandato da Arsace suo figlio con 100000 uomini, ma fu sconfitto.

La disfatta costrinse il re dei re al trattato di Zeugma in cui dovette pagare indennizzi di guerra e dare ostaggi e  sgombrare dall’area cisufrasica facendo ripristinare lo status quo (come abbiamo visto).

Il piccolo regno di Gesù, in quanto sottoprefettura di Ioudaea, ora è ricaduto sotto la diretta amministrazione romana, come prima del 32, e Gerusalemme, assediata, subisce  l’ultimatum romano: o si arrende concedendo i capi della sedizione o sarà distrutta con la strage della popolazione.

In questa situazione tragica, di capitolazione e di resa, si verifica l’entrata in Gerusalemme di Vitellio: il governatore di Siria viene accolto festosamente dal popolo, che è ora dominato dai sacerdoti sadducei dagli erodiani e dagli  scribi, che hanno formato un nuovo sinedrio, il quale probabilmente  ha  decretato, pur con  grande dolore e tra contrasti,  la paradosis del Christos all’autorità romana.

I vangeli  mostrano Gesù arrestato e portato di fronte ad Anano I e alla sua famiglia, di sera e poi al sinedrio, di mattino: ciò sottende un’operazione all’insaputa del popolo e quindi contro la volontà dei più ardenti seguaci.

Nel processo contro la sua azione messianica non gli furono trovate colpe, nonostante gli accusatori e i delatori, ma il sinedrio  decise  la  paradosis di Gesù Christos, un uomo giusto, all’autorità romana dopo che sommo sacerdote, scribi ed anziani avevano complottato al fine di prenderlo ed ucciderlo,  pur timorosi di una sommossa del popolo  (Mc. 14,1-2  thorubos tou laou).

I Vangeli, così dicendo,  condannano lo stesso Sinedrio, responsabile della paradosis e della enedeicsis, ingiusta, eppure avevano già detto che Gesù era entrato già  a Gerusalemme,  salutato come un re  ed era stato accolto in un tripudio di festa popolare e che aveva  dimostrato di avere anche una ecsousia profetica, dopo aver cacciato i profanatori dal tempio.

Probabilmente il sinedrio che denuncia e consegna  è diverso da quello che accoglie e che festeggia il Christos in Gerusalemme: ora, se la Pasqua è quella del 36 i componenti del sinedrio  sono nuovi perché quelli del precedente sono stati esautorati ed arrestati, come fautori del Messia.

Questi, nuovi, a maggioranza, hanno considerato decaduto Gesù come re e  quindi hanno  deciso di prenderlo e di ucciderlo, consegnandolo ai romani dopo denuncia, cioè dopo aver decretato l’illegittimità della sua azione,  della costituzione del malkuth ha shemaim.

Ora noi sappiamo tramite Filone (In Flaccum  inizio acefalo e Legatio ad Gaium ) che il Sinedrio di Alessandria si comportò in modo solidale con gli zeloti, fuggiti ad Alessandria. Infatti furono nascoste le loro armi e furono protetti col silenzio,  mentre i romani cercavano le armi e i fuggiaschi da Gerusalemme, seguaci del Malkuth, scampati alla sommaria giustizia di Pilato e di Vitellio.

Da Flavio sappiamo, poi, che, nel dopo settanta ad Alessandria, si verificò la stessa cosa ma gli alessandrini,  coscienti delle cose che avevano patito nella dura reazione caligoliana, ebbero un diverso comportamento: il sinedrio votò contro gli zeloti e  i sicari, ne  favorì la  cattura e li consegnò alle autorità romane  che li torturarono e li uccisero,  mentre gli altri giudei soffrivano di aver dovuto, per salvarsi, fare la delazione (cfr. Giudaismo romano,cit; Caligola il sublime,cit.; e commento al XVIII libro di Antichità giudaiche, oltre la traduzione di In FlaccumLegatio ad Gaium).

Perciò, sulla base della esemplarità della situazione alessandrina,  riteniamo  che la minoranza sadducea, scriba ed erodiana tenuta  in soggezione nel periodo del Malkuth trionfante,  riprese il potere, all’arrivo degli eserciti romani e destabilizzò il  regnum  del maran e decretò la festa per l’arrivo del procuratore di Siria, dopo averlo accolto in città (che, come compenso, secondo la clementia, fece concessioni favorevoli ai sacerdoti, come abbiamo detto, e ripristinò lo status quo)  determinando con quell’atto la morte del Messia, ora rinnegato.

Tutto ricominciò come prima della impresa di Gesù, come era avvenuto nel 6-7 dopo Cristo come era avvenuto nel 4 a.C.  alla morte di Erode: l’impero romano ristabiliva il suo ordine e la sua giustizia, dando rilievo ai sadducei, agli scribi e agli anziani e tenendo soggetto il popolo.

L’élite giudaica aveva fiutato i tempi nuovi della romanitas: l’avvento di Caligola,  l’ordo nuovo, il Regno saturnio, una nuova era di pace e di benessere, assicurata dal figlio di Germanico: ormai Tiberio malato era prossimo alla morte e lo stesso Vitellio non  avrebbe portato a termine neppure l’impresa contro Areta IV.

Lo stesso governatore si era mostrato ancora di più filogiudaico, accogliendo perfino le proposte dei capi di non passare nella loro terra sacra con le insegne, ma di deviare  per le terre samaritane e perciò, l’anno dopo, Gerusalemme, conosciuta la morte di Tiberio e la salita al trono di Gaio Caligola, di nuovo accolse il governatore di Siria  che da Gerusalemme mandò un segnale di pacificazione generale per tutto l’ebraismo non ancora, ripresosi dalla sconfitta e dagli aneliti messianici, propagandando il regno saturnio caligoliano.

Ora, dunque, due propagande si avvicendano una valevole per tutto l’impero, quella del tempo suturnio, a contrapposizione dell’ideale messianico ormai frantumato e annichilito, specie nel clima di una perenne felicità, instaurata dal regno di Caligola, l’altra solo  per i giudei increduli di fronte alla realtà dei fatti, alla morte del Christos, impegnata nella interpretazione dei segni, secondo la lettura di Isaia.

JHWH stesso parla: non ha bellezza, né splendore / perché lo ammirassimo / né amabile aspetto né prestanza/ Oggetto di sprezzo e reietto dagli uomini / uomo di dolori sperimentato dalla sofferenza / e come uno davanti a  cui ci si nasconde la faccia: / spregevole, nulla, lo stimammo / portò i nostri dolori, noi l’abbiamo stimato un percosso,/un colpito da Dio ed umiliato / Ma egli è stato trafitto a causa delle nostre colpe / è stato fiaccato a causa delle nostre  iniquità! il castigo esemplare che ci rende la pace è su di lui / e per mezzo delle sue piaghe ci è data la guarigione / noi tutti come pecorelle ci sviammo / ci volgemmo ognuno alla propria strada / e JHWH fece cadere su di lui, l’iniquità di noi tutti. / Fu angariato e lui si umiliò e non aprì bocca/ come agnello fu condotto al macello / e come una pecorella davanti ai suoi tosatori / è muta e non apre bocca… (53. 1-13)

L’interpretazione essenica e teraupetica del passo fu quella del Servo di Dio, (in seguito  sarà quella del lamed vau, del trentaseiesimo destinato a morte per dare vita agli altri), di chi, offrendosi in espiazione per i peccati altrui, sarà coronato di trionfo (11-12) e sarà il capo dei credenti per sempre: perciò gli attribuirò le moltitudini delle genti / e dei possenti dividerà le spoglie / per il fatto che si sacrificò fino alla morte / e fu annoverato tra  gli scellerati  quando egli sopportava il peccato delle moltitudini /  e supplicava per i trasgressori.

Mentre subito dopo la morte di Jehoshua tutti aspettavano il suo ritorno,  chi in un modo chi in un altro a seconda della cultura di appartenenza, qualcuno cominciò (come Paolo) ad applicare i versi successivi della Nuova Gerusalemme (Isaia, 54) alla Chiesa.

Da qui il cambiamento di lettura e di impostazione tra i seguaci di Christos, tra gli aramaici e gli ellenisti: gli uni erano  fiduciosi in un ritorno, parousia del maestro-re, che sarebbe venuto con forze ultraterrene e che avrebbe sterminato i romani,  costituendo la Nuova Gerusalemme, eterna; gli altri  attendevano il suo ritorno alla fine dei tempi,  quando Gesù, uomo dio, che si era caricato il peso dei peccati umani e che aveva redento col suo sangue  tutti, ebrei e non ebrei, avrebbe distinto dopo il giudizio i buoni dai cattivi, dando premi e castighi a seconda delle azioni conformi o non conformi al suo exemplum.

Sono due diverse letture ed interpretazioni di uno stesso brano di Isaia: Giacomo, il fratello di Gesù (Mc., 6,3-4; Mt. 13,55-56; Galati, 1,18-19; 2,9; Atti degli Apostoli, 1,14 12,17; 15,13;21,18;  Flavio, Ant. Giud., X,200; Eusebio, St. Eccl.,1, 12,5; 2,23,25) e i seguaci del Malkuth, seguitando a vivere, seguendo le orme terrene e militaristiche di Christos, sarebbero rimasti nella via della clandestinità, in una segreta preparazione alla guerra; gli altri, invece, si sarebbero separati lentamente dai confratelli, distaccandosi dal ceppo giudaico, pur rimanendo attaccati alle radici del nomos ebraico e dopo il settanta, con la costituzione di un preciso canone evangelico, kerigmatico, avrebbero creato il cristianesimo, come noi oggi lo viviamo, secondo la tradizione romano-ellenistica, in un rifiuto totale e categorico del giudaismo ormai senza tempio e destinato alla Galuth.

La chiesa (non è qui il caso di lavorare sulla nascita di questo termine)  è Nuova Gerusalemme decisa a conciliare humanitas con misticismo filoniano-platonico-paolino, pratica e teoria classica, secondo la methodos ellenistica giudaica sincretistica, adattata alla risultanza di moralitas romana occidentale, pagana, nella scelta della centralità dell’eredità di Roma, dopo la separazione dalla Sinagoga.

A distanza di secoli noi non siamo in grado di ricreare quel clima,  formatosi dopo la morte di Gesù Cristo, né di seguirne le vicende  fino al momento della scrittura evangelica, che fu una nuova evangelizzazione in epoca flavia connessa con la fine del tempio, legata da una cooperazione con la Romanitas e ad un rifiuto della stessa origine ebraica.

E’ quasi impossibile ricostruire quel clima in cui, i cristiani,  dopo il trauma della distruzione del tempio, uomini, abituati a convivere seppure con notevole differenze, coscienti di essere uniti dalla comune base giudaica si separarono definitivamente  dal giudaismo, di cui erano una setta ereticale.

Ancora  più arduo rilevare la separazione dai nazirei, fratelli nati dalla stesso parto, seguaci e parenti del Messia, che ne seguivano la storia, non lo spirito, ormai larve pure di una comunità destinata alla fine,  esangue  a causa della  selezione degli eletti, davidici e  giudaici di stretta osservanza, aramaici, e specialmente  a causa della sede  stessa gerosolomitana, ormai periferica, dopo la fine del tempio, all’ecumene!.

Possiamo, però, rilevare che  le risposte sono diverse a seconda della lettura di quella morte: i primi, giacomiti, fedeli ai principi mosaici, giudaici, anche loro vivono l’evento dell’attesa del Signore e del suo  ritorno (cfr. Il vangelo di Giacomo in Jehoshua o Jesous?, Maroni 2003); i secondi, che poi si chiameranno cristiani,  ellenisti, accettando l’interpretazione del servo di Dio di Isaia,  attendono il ritorno di Cristo, sempre più assimilato al Logos e a  Dio,  e formano una nuova religione.

All’ euforia  dei giudei ellenisti per l’ elezione di Gaio Caligola, segno di una nuova era per il mondo romano occidentale e per quello romano ellenistico segue lo sgomento della nuova persecuzione antigiudaica, feroce, estesa a tutto l’impero  ancora più acuta sul territorio giudaico, quando è palese l ‘ektheosis imperiale  con la neoteropoiia, la nuova politica.

Questa fase vissuta da entrambi gli schieramenti nell’angoscia di un possibile annientamento della radice  giudaica di qualsiasi  credo, di sradicamento della pianta giudaica in ogni parte del mondo  è resa da Filone  in Peri Areton ( nelle due opere susperstiti di questa opera, che doveva constare  di cinque libri).

Filone mostra la grande illusione ebraica ellenistica dopo la bufera del periodo 25-31, del 32-36 e del phobos mortale dell ebraismo di fronte alla divinità di Caligola: la varie gradazioni di spavento fino al terrore e alla certezza della fine  dell’ethnos  sono perfettamente rese da Filone, che precedentemente ne aveva esaltato la figura e lodato la grandezza.

Lo scrittore alessandrino sa rendere  quell’iniziale momento magico e divino, sublime, del Kronikon bion (Legatio ad Gaium, 13) , che pur doveva essere contrapposto al regno messianico: quel tacere sui fatti gerosolomitani e sull’illusione messianica, quanto male ha fatto! (ma Filone ha veramente taciuto oppure gli è stata messa la museruola! ed  è stato addomesticato successivamente!).

Chi non si sarebbe meravigliato, e sorpreso, vedendo Gaio, che, dopo la morte di Cesare Tiberio, aveva preso l’impero della terra e del mare, che era in un periodo di grande tranquillità e che aveva un  buon ordinamento?

Chi vedendo l’impero  unito in ogni parte   in un consenso universale a settentrione e a meridione, ad oriente come ad occidente – essendo d’accordo la stirpe  barbarica con la greca, e quella greca con quella barbarica, convivendo amichevolmente   soldati e cittadini,  per un comune possesso  e  godimento della pace – (questi e quelli in reciproca pace godere insieme di rapporti e commerci) non sarebbe stato ammirato e sorpreso?

Chi non sarebbe stato ammirato e sorpreso di una fortuna così grande e appena narrabile, accumulatasi grazie ad un’unica eredità, di beni infiniti, di tesori zeppi d’oro ed argento, in parte  come materiale grezzo (puro e non lavorato), in parte segnato come moneta, in parte  come  ornamento vistoso per coppe ed altri utensili che sono utili per l’ostentazione?

Chi, inoltre, non sarebbe stato ammirato e sorpreso  per le milizie di fanteria, di cavalleria, navali e  per le  rendite che affluivano come da una fonte con un  perpetuo tributo  e per il potere non  su moltissime ed essenziali  parti dell’ecumene , di  tutto il mondo  propriamente detto abitabile, limitato da due fiumi, Eufrate e Reno, separante il secondo dai Germani e da feroci altri popoli e il primo dai Parti e dalle genti sarmatiche e scitiche, che  non sono  certo meno miti di quelle germaniche  ma,  per la terra, per così dire,  quella da oriente ad occidente, bagnata dall’Oceano e comprendente alcune parti oltre Oceano?

Il popolo romano godeva le proprie feste in pace con tutta l’Italia e con tutte le province europee ed asiatiche…   Tutti erano  compiaciuti  non perché speravano che avrebbero avuto possesso ed uso dei beni pubblici e privati  ma perché pensavano  di avere già la pienezza  di una fortuna  che era in attesa della  felicità. Se ciò talora prima era accaduto sotto qualche imperatore, allora in effetti sembrava che i romani non già avessero speranze, ma tenessero l’usofrutto dei beni pubblici e privati.

Dunque,  era possibile vedere per le città solo altari, vittime, sacrifici, uomini vestiti di bianco, coronati, sereni,  mostranti  bontà  nei  volti  ilari, dovunque, feste, celebrazioni solenni nazionali, gare musicali , corse ippiche, feste orgiastiche, feste  notturne, con  flauti e cetra, diletti, condoni di debiti, tregue e divertimenti vari per ogni sensazione.

Allora non c’era nessuna distinzione tra ricchi e poveri, né tra illustri ed umili, né tra creditori e debitori, né tra  padroni e servi perché il tempo pareggiava i diritti tanto che si credeva che si fosse verificato quel secolo di Saturno, descritto dai poeti come favola mitica: così grande era l’abbondanza, così fortunata la raccolta annuale, così eccezionale la felicità e sicurezza, che erano in tutte le famiglie e in tutta la popolazione, di notte, come di giorno, che si verificarono  in modo continuato ed ininterrotto nei primi eterni sette mesi.

Filone (Ibidem,8-13) mostrando, dopo la morte di Tiberio, il sorgere di  una nuova epoca, rivela la nuova illusione da parte degli ellenisti, quasi un cambiamento epocale, durato, però, per sette, otto mesi, grazie all’avvento al trono di Gaio Caligola figlio di Germanico: i giudei  di Gerusalemme per primi conoscono l’inizio del suo regno e lo  festeggiano sacrificando a Dio insieme a Vitellio, che fa la nuova entrata a Gerusalemme ad un anno di distanza, dopo che è stato sollecito ad accettare  le richieste giudaiche di non passare nel loro territorio, sacro, ed ha fatto  deviare per la pianura di Samaria, le aquile e i segni imperiali, seguendo il consiglio del Sinedrio gerosolomitano.

Filone mostra la delusione subito dopo la malattia dell’imperatore  e il terrore, con cui il mondo intero attende le fasi dell’acuirsi della malattia, del suo esaurirsi e l’immensa gioia popolare per la guarigione: l’impero tratteneva il respiro nell’attesa dell’evento della guarigione dell’imperatore, giovane Augusto, salvatore del mondo: solo il giudaismo aramaico non partecipa ma è costretto a dare segni di passiva accettazione, mentre quello ellenistico è preso dalla illusione dell’ideale principe, venuto a redimere il mondo romano,  a dare stabilità ad ogni essere, a  creare un nuova età dell’oro.

All’ottavo mese, però, Gaio fu colpito da una grave malattia perché aveva mutato il razionale  vitto, di cui si serviva con una certa frugalità  sotto Tiberio, e che, perciò, era  piuttosto salutare  in un lusso smodato: infatti beveva vino in quantità, cercava ghiottonerie, non placava il desiderio neanche a ventre pieno.

Si aggiungevano, inoltre, bagni poco opportuni e poi vomiti e di nuove bevute, piaceri del ventre e di quelli sotto il ventre: egli faceva ginnastica erotica con donne e ragazzi e prendeva ogni altra cosa atta a distruggere il corpo e l’animo e i legami esistenti in ambedue.

La paga della temperanza è la  forza con la sanità, dell’ intemperanza, invece, la fiacchezza con la malattia, che  porta alla morte.

La fama di questa malattia si divulgò, quando ancora il mare era adatto alla navigazione; – infatti era l’inizio dell’autunno, che è quasi l’ultima navigazione per chi ritorna ai propri porti e rade,  da tutti gli empori, specie per quelli che non amano svernare in terre straniere- subito tutti,  partecipi,  mutarono quella vita serena  precedente  in tristezza ed improvvisamente tutte le case e città si riempirono  di preoccupazione e di  tristezza, eguagliando la tristezza la letizia di prima, e passando così all’opposto.

Infatti insieme  a lui erano malate anche tutte le province e, direi, in modo più grave di quella che aveva colpito Gaio: quella di cui languiva  lui riguardava  solo il corpo, quella di quelle,  invece, era totale e di ogni tipo, di vigore spirituale, di pace, di speranza  e di possesso e di godimento di beni.

Veniva alla memoria  quanti e quali mali nascessero dall’anarchia: carestia, guerre, tagli di foreste,  devastazioni territoriali, espulsioni di coloni, confische dei beni,  imprigionamenti, timore di schiavitù o di morte, pericoli di cui non c’era nessun medico e si aveva  un solo rimedio, che Gaio riavesse la salute.

Pertanto, quando la malattia cominciò  a diminuire, in breve seguirono le manifestazioni di congratulazioni provenienti perfino dagli estremi territori -niente è infatti più veloce della fama- ogni città, era in attesa, sospesa,  avida sempre di notizie migliori,  finché non ricevette la buona notizia che Cesare si era ristabilito del tutto: e come se essi stessi avessero riacquistato la salute, tutti gli abitanti del continente e delle isole, ritornarono di nuovo alla gioia. Nessuno  infatti ricorda che mai ci fu una così grande gioia di un qualsiasi popolo o regione per il recupero della salute del proprio principe, quanta allora ci fu per la salute di Gaio in tutto il mondo, appena riprese il comando e  si cominciò a riprendere dalla debolezza.

Essi che non conoscevano la verità, godevano come se allora per la prima volta incominciassero a mutare la vita selvaggia e naturale in sociale e civile e a  migrare dal deserto, dalle tane, dalle falde dei monti  alle città fortificate e dopo una vita passata senza maestro, ad obbedire sotto un prefetto,  ad un pastore e mandriano  di gregge migliore.

La mente umana, infatti,  vede male, né comprende che cosa sia veramente utile potendo servirsi  di più dell’immagine e del vaticinio  che della scienza. Pertanto non molto dopo, subito quello sperato salvatore, beneficentissimo, che avrebbe dovuto inondare l’Europa e l’Asia con nuove fonti di felicità, destinate a giovare privatamente, ciascuno e pubblicamente tutti, a cominciare dalla propria casa secondo il proverbio”a cominciare dal lare“ (dal focolare domestico), sfociò in crudeltà o piuttosto mostrò chiaramente quanto fino ad allora aveva dissimulato…

Il giudaismo, secondo Filone (Ibidem, 14-24), scopre la nuova realtà dell’impero giulio-claudio ostile, ferocemente ostile non solo agli aramaici ma anche agli ellenisti: la coesione tra un prefetto inquisito, connesso al popolo alessandrino, e l’imperatore, determina il pogrom alessandrino e con esso inizia un graduale sistema di distruzione dell’ethnos, colpito al cuore con la voluta  installazione del colosso di Caligola nel tempio di Gerusalemme (dopo l’avvenuto insediamento nella grande Sinagoga alessandrina, capace di contenere 100.000 fedeli)  e nel decreto imperiale antigiudaico di annientamento dei palestinesi,  in caso di rifiuto.

Questa mirata azione, connessa con la soluzione del problema della successione. grazie alla morte di Tiberio Gemello e con lui la distruzione del senato, dei cavalieri, adombrata con la morte di Giunio Silano e di Macrone (cfr Caligola il Sublime, cit),  favorisce  l’inventio della pazzia di Caligola, la cui azione già doveva essere letta negli ultimi atti, compiuti  da Vitellio in terra palestinese.

Già l’azione contro i samaritani (che avevano appoggiato probabilmente Jehoshua),  i quali erano stati puniti da Pilato, su mandato di Vitellio, che ne fece una strage  e rese possibile il passaggio delle truppe e la deviazione dalle terre giudaiche, è opera di Macrone e di Caligola: Tiberio, che ordinò che Pilato fosse inquisito e condotto a Roma per essere giudicato per mal governo  compì, con questa azione, uno dei suoi ultimi atti imperiali, dal letto di morte, sotto la spinta del successore.

La situazione non era mutata in terra palestinese, se non marginalmente: a Gerusalemme,  in Giudea  Samaria ed Idumea, che costituivano la Ioudaea, dopo un anno, fatta eccezione per Kaifas destituito da Vitellio: tutto era ancora stabile in Perea  e Galilea, sotto Erode Antipa, anche lui, però, incerto nel potere perché minato già da suo nipote–cognato Erode Agrippa, che inizia la sua ascesa regale, essendo stato fatto da Caligola re di Iturea e zone limitrofe nell’ex tetrarchia di Filippo, nonostante le lamentele del tetrarca (cfr. Caligola il sublime, cit).

Caligola, finito il periodo delle feste, caduto malato e poi guarito, cominciò una  progressiva azione di riforma dello stato, i cui obiettivi erano l’abbattimento della ‘élite  senatoria e l’annientamento  della organizzazione  economico- finanziario-religiosa giudaica.

Nel disegno di Caligola il giudaismo aramaico doveva essere  annientato, data la sua recrudescenza periodica e considerata la differenza culturale con gli integralisti giudaici e con esso quello ellenistico doveva essere, prima limitato nel suo potere finanziario ed economico, stroncato  nel suo proselitismo e distrutto nel suo impero commerciale: il giovane imperatore, dopo avere fatto fuori Macrone, suo suocero  Silano e suo cugino-figlio, per consolidare il suo principato, ritiene opportuno destabilizzare i senatori e il senato e gli equites sostituendoli con i ministeriales, liberti che già operavano  alle dipendenze della domus giulio-claudia, come magistri (servi) addetti alle corrispondenza, alle finanze, alla economia e alla diplomazia, a capo di ministeri  già funzionanti in epoca tiberiana.

Dopo la prima fase, molto dispendiosa, per accattivarsi il favore militare e popolare, il principe cambia totalmente  politica  e diventa fiscalissimo e in questa attività colpisce i giudei che, grazie all’aiuto ininterrotto di Augusto e di Tiberio, avevano creato col proselitismo una rete finanziaria e commerciale,  che copriva l’intero ecumene.

Caligola, colpendo gli equites, colpiva anche i giudei e le loro molteplici attività  distruggendo il loro capitalismo, incentrato sul sistema  bancario.

La sua azione parte da una inquisizione sulle armi in Alessandria,  iniziata da uno zelante Prefetto come Avillio Flacco, un perfetto governatore tiberiano, che, temendo di esserre inquisito da Caligola perche delatore della madre, non avendo più il sostegno di Macrone, di Silano e del suo partito tiberiano, appoggia l’elemento greco di Alessandria contro i Giudei, e li priva, col tacito consenso di Caligola, dei loro diritti civili, facendoli precipitare da cives –politai ad inquilini  csenoi epeludes.

L’atimia determina la fine del commercio giudaico, prosperato per decenni dal periodo di Cesare e e  poi di Antonio e Cleopatra, divenuto grandioso fenomeno con Augusto ed anche con Tiberio pur con qualche limitazione e condanna.

Il processo antigiudaico era iniziato nel periodo seianeo 26-31, era poi rimasto latente, fino alla morte di Tiberio ed era riesploso nella primavera del 38 ad Alessandria per poi seguitare fino alla morte di Caligola: questo quindicennio è segnato da  persecuzioni, quella di Seiano, Flacco e di Caligola di cui Filone  ha  rilevato tragicamente  i momenti con la sua opera Peri aretoon, di cui ci sono rimaste solo In Flaccum  e Legatio ad Gaium.

La ricostruzione di quest’opera composta di cinque libri in cui sono trattati i fatti capitati ai giudei (a epathomen/quelle cose che noi soffrimmo), probabilmente divisa in modo da rilevare il crescendo di tragedie culminate con la volontà di sterminio totale  da parte di Caligola, che impone l’erezione del suo colosso nel tempio di Gerusalemme al governatore di Siria Petronio Turpiliano, come atto di profanazione della santità templare e come sua personale manifestazione divina dopo la sua ektheosis, autorizza il collegamento tra i fatti di Palestina e la costituzione del malkuth, con l’impresa di Vitellio, con l’agitazione e sommessa di tutto il mondo giudaico della diaspora al  momento della creazione del regno messianico e  della  sconfitta e morte del Christos e quelli alessandrini, permettendo congiunzioni politiche  proprie della neoteropoiia caligoliana(Cfr. Caligola il sublime, cit).

La neoteropoiia, tolta la pazzia caligoliana, una storiella ridicola, costruita dalla propaganda giudaica congiunta con quella senatoria ed equestre antigiulia, ripresa poi dalla dinastia flavia ed antonina, ai fini di una propria giustificazione di potere, è una politica di straordinario valore innovativo, basato sull’adesione popolare e militare, grazie ai meriti militari del domus giulia  (Cesare, Augusto, Druso, Germanico), tesa alla ektheosis, dopo la distruzione del ceto senatorio ed equestre, e dopo la sostituzione ai vertici amministrativi provinciali con un gruppo di  liberti amministratori pubblici, a seguito della costituzione di un sistema fiscale, che sopprimeva quello erariale e quindi considerava eguali tutti i cives, isonomici, dopo l’ eliminazione di ogni privilegio sia di classe che di stirpe, che di religione (Cfr. Caligola il sublime, cit).

Il giudaismo, che usciva da una delusione così profonda della falsificazione del suo Christos, non ancora ripresosi dallo stordimento della fine del malkuth, incapace di reagire, specie quello palestinese, di fronte al pericolo della profanazione del tempio, ha una supina accettazione, basata sulla cessazione dei lavori agricoli e sull’esodo  composto, rituale: esso va in processione, a sei file a Tiberiade, ben guidato da elementi moderati, come i sadducei, rimettendosi alla clemenza dell’imperatore e del suo rappresentante, il nuovo governatore di Siria, Petronio Turpiliano (Flavio, Ant.Giud.,  XVIII, 261) preferendo la   morte collettiva alla profanazione del tempio.

Quello diasporico, visto naufragare il proprio impero emporico e finanziario, dopo l’atimia, cerca una difesa in Dio, consapevole, inoltre, della volontà di Caligola di trasferire la propria capitale ad Alessandria e quindi di gestire l’impero proprio dalla capitale del giudaismo, sede della centrale finanziaria giudaica, già compromessa.

In questa situazione di estremo pericolo per il giudaismo universale, ben temeva Petronio le congiunzioni tra i tre giudaismi (quello palestinese, quello aramaico parthico e  quello diasporico),  la ricchezza della finanza  giudaica ellenistica che, se messa al servizio del militarismo aramaico, avrebbe potuto sconvolgere il mondo e determinare un nuovo conflitto con la Parthia e rivoluzioni interne all‘impero romano stesso, data la consistenza numerica in ogni città dell’elemento giudaico.

ll giudaismo ellenistico aveva mostrato non solo potenza finanziaria ed economica per il patrimonio  bancario e per il dominio sui porti del Mediterraneo, specie di Alessandria, e per le connessioni e ramificazioni in ogni centro anche piccolo di tutto l’Occidente e l’Oriente, ma ora essendo congiunto con quello aramaico minacciato nella sua sede centrale di Gerusalemme, poteva innescare un batteria di rivolte, capace di minacciare l’ordine e rompere l’eirene stessa dell’impero romano.

Il pogrom dell’estate del 38 e la difficile situazione antisemita mantenuta per tutto il regno di Caligola fino alla sua morte, nonostante l’azione di difesa di Erode Agrippa, divenuto anche re di Galilea e di Perea,determinano uno sconvolgimento nell’impero, generale, reso ancora più tragico dal clima di felicità, inaugurato nel periodo saturnio dal regno  di Caligola.

Solo la morte di Caligola salvò dalla punizione di esilio in massa  per il rifiuto di portare il colosso nel tempio e fece cessare le agitazioni  in ogni città in quanto i greci vincitori, insicuri degli eventi  e sulla successione  rimasero perplessi di fronte alla mostruosità dell’uccisione del sovrano e quindi le Boulai cittadine non ebbero tempo di votare le acquisizioni indebite, gli espropri e quindi di incamerare i beni giudaici.

Con la nomina di Claudio ad imperatore e quindi con la non interruzione dinastica, i greci frenarono la loro azione antigiudaica e gli ebrei respirarono in attesa di un editto imperiale di ripristino della situazione precedente, fiduciosi in un atto di clemenza del nuovo imperatore, che doveva seguitare nella linea economica della sua domus  secondo i  prostagmata lagidi,  accettati da Augusto.

Se, da una parte, la situazione cambia, resta, per, la necessità di non seguitare nel proselitismo, altrimenti l’imperatore punirà il giudaismo (Editto di  E. Retto o lettera agli alessandrini cfr. Giudaismo romano, cit. e Legatio ad Gaium, cit.), ritenuto come peste dell’impero.

Il giudaismo ellenistico respira, mantiene il suo status nel periodo di Claudio e di Nerone anche per la protezione di Poppea, ma, dovunque, nelle singole città, ricorrentemente si verificano scontri tra greci e giudei: Antiochia e Cesarea Marittima mostrano  come il  sistema di vita ellenistico non più  protetto, ma solo parzialmente assicurato dall’autorita centrale romana, sia, ora, privato di auctoritas locale  e perciò vulnerabile, specie dopo la morte di Erode Agrippa I (Cfr Caligola il sublime, cit e Giudaismo romano, I parte,cit).

Alla sua morte, infatti, essendo ripristinato il vecchio statuto sulla Giudea e data la prefettura a Cuspio Fado e quella di Siria a Cassio Longino (Flavio, Ant. Giud., XX, 1-14), ci furono ribellioni in Perea e la questione della veste sacerdotale, che di nuovo fu appannaggio dei romani.

Fado e Longino si accordarono, facendo un patto con i sacerdoti, che tumultuavano insieme col popolo e chiesero che, se essi davano ostaggi, potevano inviare una commissione ed ambasceria a Claudio per la richiesta della veste.

Claudio, per amore del figlio di Agrippa I (Agrippa II ) e dei suoi fratelli Erode ed Aristobulo,  permise che la veste fosse in mano giudaica e specificamente di Erode  re di Calcide, che ottenne l’autorità sul tempio, sul vasellame sacro e sull’elezione del sommo sacerdote (Ibidem, 16).

Gli episodi di Cesarea e di Antiochia sono esemplari in questo senso ed evidenziano la stato di rappresaglia nell’interno di città proprio a causa della presenza giudaica: la situazione in Ioudaea divenne tragica alla morte di Erode Agrippa nell’agosto del 44, anno in cui fu acuta la carestia (Cfr. Flavio, Giudaismo romano, cit.)

Professore, La nuova costituzione per la Iudaea  è un altro segno del buon governo romano?

Non scherzare, Marco!  Specie in un momento di grave crisi economica,   Claudio  sa contenere l’ira imperiale, ma ha le stesse idee del nipote, che voleva estirpare il cancro giudaico!. La Ioudaea, con parte della Perea e della Galilea , ora,  è di nuovo  sotto il potere diretto di Roma: Claudio non ha voluto dare a Agrippa II il potere neppure di una parte del regno paterno, vista la giovane età (17 anni), gli concede solo parziale potere su zone ituraiche, mentre a Erode, fratello di Agrippa I venne dato il regno di Calcide (poi  concesso, alla sua morte, al figlio di Agrippa I)!…

Con la nuova costituzione la Iudaea va ormai  verso la sua distruzione totale,  prima templare ed infine   gerosolomitana e nazionale! …

 

Cirillo e Porfirio

Cyrillus contra Iulianum

Della Philosophos Istoria di Porfirio si conoscono alcuni frammenti, tratti da Cyrillus contra Iulianum.( 4,11-12, 14, 18-22)  per il quarto libro.
Per la conoscenza degli altri tre libri dell’opera, però, siamo debitori principalmente a Suda (framm.2,3,7- per il I e II libro)  a Teodoreto (framm. 13,15-16 e 11-12 ) per il terzo …
Anche Eusebio dà il suo contributo  (frammenti 25-29 ) al fine di conoscere l’opera di Porfirio, ma come già gli altri autori cristiani per tracciare un profilo negativo della  filosofia porfiriana…

Continua la lettura di Cirillo e Porfirio

La traduzione e Girolamo

De optimo genere interpretandi

Girolamo e la traduzione
La lettera LVII  di Girolamo a Pammachio è un vero trattato sulla traduzione.
Essa si divide  in 13 paragrafi
La lettera è tipica  espressione di un’artificialità retorica, in cui è facile rintracciare la formazione di Girolamo, discepolo  di  Apollinare di Laodicea e di  Gregorio di Nazianzo  e quindi indirettamente della scuola origeniana del Didaskaleion di Alessandria.  Girolamo è inficiato, quindi, di apollinarismo!La sua opera risente della theoria apollinarista, che seppure condannata in Oriente, in Occidente, ha qualche sua applicazione!.Gli apollinaristi affermano che Gesù Christos non  ha un’anima razionale come l’uomo, avendo nell’incarnazione il Verbo assunto un corpo senza l’anima, per cui le manifestazioni della vita intellettiva dell’anima in Cristo sono dovute unicamente al Verbo. Polemizzando con gli ariani, Apollinare,  nell’uomo distingue, secondo il pensiero platonico di  Plutarco (Il volto della luna, a cura di  D. Del Corno, Plutarchi moralia selecta, Adelphi 1991) il corpo/soma o Hule, l’anima sensitiva /psyché e l’anima intellettiva /nous, rilevando che il Verbo divino assume della natura umana soltanto il corpo e l’anima sensitiva ma non l’anima intellettiva. Apollinare ritiene che  nell’unione di due nature, in sé perfette,  quella umana e quella divina non possono rimanere integrali,  altrimenti verrebbe diminuita la natura divina. Perciò, è necessario che nell’unione sia mutilata la natura umana che risulta imperfetta in quanto senza anima . Infatti secondo Apollinare, in un uomo completo esiste il peccato, che deriva dalla volontà, dallo spirito. Se si vuole salvare l’impeccabilità di Cristo, è necessario eliminare l’anima intellettiva! a mio parere Girolamo all’epoca è origeniano e, quindi, segue ancora l’indirizzo di  Gregorio di Nazianzo, razionale, pur nella dimostrazione, e retorico in ogni sua   affermazione.

Precisato questo, per dare un segno paradigmatico della retoricità dell’opera di Girolamo, mi sembra opportuno  rilevare il sistema di semantizzazione della conclusione, connessa con la grammaticizzazione: da una parte -anche se in una porzione limitata -si capisce  il sistema operativo del grande interprete e da un’altra la sua logica apocalittica.

Continua la lettura di La traduzione e Girolamo

Nifo o Machiavelli?

Chi ha copiato? Nifo o Machiavelli?

Nifo o Machiavelli?

Nel corso del mio lavoro di storico mi sono incontrato in tante conclusioni astoriche, in tanti giudizi assurdi, tirati col senno del poi da uomini considerati esperti.

Ho considerato, perciò, i  tanto stimati esperti solo parolai e i grandi comunicatori di massa affabulatori e non seri  operatori della storia.

Per me fare storia vuol dire ricostruire esattamente un ‘epoca in ogni settore di vita  e perfino riprodurre la quotidianità in modo da veder scorrere la regolarità di normale flusso vitale come in un corpo vivente. 

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Filone cristiano o Cristo filoniano? Ta kata Seianon

Perchè Filone non parla di Cristo?

Filone, pur conoscendo Gesù Cristo, non ne parla nella sua monumentale opera.
Neppure è possibile avere la sicurezza che Filone e il Christos si conoscano perché l’opera  Peri Toon Aretoon, in cui il theologos avrebbe potuto parlarne, ci è giunta priva di tre libri, e specificamente di quello dove probabilmente avrebbe dovuto trattare del bios del Signore.
Noi cristiani, inoltre, abbiamo fatto christianos Filone, e nemmeno abbiamo preso in considerazione che Christos potesse  essere stato filoniano, cioè  uomo seguace del pensiero legalistico oniade  e perfino capace di realizzarlo secondo la prospettica scismatica  emporistica, comunitaria propria dei discendenti di Onia IV.
Al di là di come è andata effettivamente la storia cristiana, a noi si propone il problema dei motivi per cui Filone non parla di un evento così importante per il giudaismo in epoca tiberiana.

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Agli amici e parenti, cristiani

Il mio essere anthropos e il loro cristianesimo (anche con Francesco)

Il mio essere anthropos e il cristianesimo dei miei amici e parenti.

Per almeno quaranta anni mi sono proposto come paradigma operativo, come exemplum di un vivere quotidiano faticoso, tormentato, proprio di chi ricerca un’autenticità personale e, contemporaneamente, un Dio nascosto – la cui presenza ha rasserenato il mio iter-.
Ho cercato vie alternative, facendo tortuosi percorsi ed ho girovagato, prima di orientarmi verso una salita  zigzagata, facendo, però, un’ apparente, inutile, fatica sisifea, degna, comunque,  di  essere ripetuta in quanto prodotto di una reale esperienza.
Non ho, quindi, pretesa alcuna di essere profeta  e non credo di avere una missione sacerdotale e nemmeno una funzione,  ma solo ho coscienza di poter indicare una methodos, un’altra via.

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Il messia mancato

Il fallimento del messianesimo

Ho cercato per anni di ricostruire la situazione ebraica della Pasqua del 36 d.C. e quella del settembre del 1666 per capire come un popolo di grande spiritualità possa essere rimasto,  di fronte ad un episodio di morte o di apostasia del proprio Messia.
Quale sentimento possa essersi provato, quale delusione dopo tanti anni, decenni, secoli  di attesa, proprio quando si è giunti alla liberazione, alla redenzione!.

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Apokatastasis ed Origene

La natura ed Origene

Apokatastasis ed Origene
E’ possibile ipotizzare razionalmente un kosmos ordinato secondo regole razionali, secondo logos in un’ oikonomia divina?
La phusis è figlia di Dio unigenita,  dicono i platonici e gli stoici (o meglio il figlio unigenito del theos è h phusis ).
Bene.
Ma c’è veramente ordine nel Kosmos, nell’uomo e in ogni vivente? oppure to pan è un insieme in cui esistono forze contrapposte o parallele o miste ed è geneticamente quello che è, cioè un magma indefinito, una materia /Ulh che si riproduce sempre  identicamente a se stessa, secondo un processo causale e casuale, ma anche secondo un proprio sistema di genomi,  secondo leggi fisiche chimiche, biochimiche elettrochimiche?

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La morte di un Dio

Roma, 24 gennaio 41: morte di Caligola Theòs

La morte di un Dio
Flavio  (Ant. giud., XIX,211) dopo aver parlato della congiura e della morte di  Gaio Caligola, conclude dicendo che il sovrano  aveva trattato con amore e rispetto i suoi amici Agrippa ed Antioco turannodidaskaloi, poi era diventato demokraticotatos molto democratico e si era allontanato dalla sua stessa  paideia e  docsa, nobiliare,  propria del perfetto Basileus/re  e
i suoi amici, perciò,  volta l’amicizia in odio, tramarono e l’uccisero.

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L’Italia dell’analfabetismo

Analfabetismo di ritorno

Da un’intervista del 1978 di Mario Gorini ad Angelo Filipponi
Professore, non le sembra strano che in una società acculturata, si parli di nuovo di analfabetismo?
A livello superficiale  può sembrare paradossale  che nelle società di rapido acculturamento, di alto benessere economico, democratiche, ci sia analfabetismo di ritorno, ma se si esamina il fenomeno, a livello profondo, si rileva che sono pochi coloro che detengono il potere culturale e che molti sono dipendenti e che gli uni hanno abilità di lettura e di decisionalità in situazione e gli altri ne sono privi.

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I due canoni

Differenze di costituzione dei canoni

Ad Iammia,  tra il 70 e 94 d.C.,  si decise il testo della Bibbia masoretica ( quella che oggi   diciamo Bibbia Stuttgartensia, cioè la versione a stampa del codice masoretico di Leningrado  redatto tra il VI e IX  d.C. dai custodi della masorah tradizione della scuola di Tiberiade che succede a quella di  Johanan Ben Zaccai) e si rifiutò quello dei Settanta, che era in lingua greca, usato dagli ellenisti.
Come sacre scritture furono considerate dagli ebrei:
Torah ( Pentateuco: Genesi, Esodo, Numeri, Levitico, Deuteronomio);
Nevi’im (Giosué ,Giudici, Samuele I-II, Re I-II, Isaia. Geremia. Ezechiele, 12 profeti minori);
Ketuvim (Agiografi: Salmi di Davide, Proverbi, Giobbe, Cantico dei cantici, Rut, Lamentazioni, Ecclesiaste, Ester, Daniel, Esra, Nehemia Cronache I-II ).

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Premessa a Ma,Gesù chi veramente sei stato?

Ma, Gesù, chi veramente sei stato?

 

1. Premessa
Fare luce su Jesous Christos Kurios per me è stato l’assillo della vita da quando bambino recitavo le preghiere e non capivo ciò che dicevo in latino,  da quando mi dissero che Dio si riposò il settimo giorno ed avevo la domenica come giorno festivo e non il sabato come era scritto nella Bibbia, da quando mi parlarono di un Gesù falegname che, però, era rabbì, e predicavano un Dio Veterotestamentario creatore crudele e selettivo e  un  Dio Neotestamentario Padre buono e misericordioso, da quando mi facevano cantare Deus Sebaoth/ dio degli eserciti, poi cambiato in Dio dell’universo.

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Nuova scuola

Scuola come officina-meccanica  per la formazione di persona creativa.

Perché non vendere tutti gli istituti scolastici? sono vecchi e non funzionali
Perché  col loro ricavato non si  inizia la costruzione di nuovi complessi, polifunzionali in aree agricole? costano poco o niente
Lo stato guadagnerebbe di certo tra  vendita di aree ed  edifici urbani ed acquisti di aree agricole da convertire in aree edificabili per edilizia scolastica!
Necessita una legge regionale? si faccia al più presto!
La nuova scuola potrebbe dare un nuovo volto all’Italia, spinta al rinnovamento culturale e ad una nuova politica,  grazie anche ad una ripresa economico-finanziaria !

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La morte di Druso Minore

In memoria di Vittorio Mazzantini, mio cugino, il sindaco di Folignano, un politico liberale /vir civilis, comis/affabile, capace di tradurre in atti concreti i sogni dei suoi concittadini e di avviare un processo di trasformazione culturale del paesano in cittadino, mentre tentava di cambiare la struttura di un paese agricolo in quella di una piccola città. Sit tibi terra levis!

Necessita svelare il concetto greco della cultura – contrapposto a quello romano! – come una nuova e migliorata phusis, senza interno e senza esterno, senza simulazione e convenzione… come unanimità tra vivere e pensare, apparire e volere… Organizzare il caos, ognuno in se stesso, concentrandosi sui suoi bisogni veri, senza dovere imparare, senza dovere ripetere ed imitare per… capire che la cultura può essere altro che decorazione della vita , cioè in fondo, unicamente dissimulazione e velame, poiché ogni ornamento nasconde la cosa ornata!.

F Nietzsche, Sull’utilità e il danno della storia per la vita, Adelphi, 1973

 

Professore, ora, possiamo riprendere il nostro discorso – stando lei bene ed essendo estate, senza le paure del coronavirus – sulla tragedia di Druso Minore, che già conosco, superficialmente, secondo l’ornamento storico, pur avendo letto Caligola il Sublime e Giudaismo romano I. e II. e. book. A me sembra strano che Tiberio, imitatore di Augusto – stroncatore di congiure, inflessibile punitore di ogni eversore e sobillatore – lasci impunito, per anni, al suo posto di comando Elio Seiano, il capo pretoriano, favorendo nello stesso tempo, perfino, la sua ascesa al vertice dell’impero!? Non le sembra che manchi qualcosa nella tradizione dei testi classici e cristiani, contraddittori, circa la personalità di Tiberio, il cui imperium è segnato dalla figura antiebraica di Elio Seiano, (un minister infidus e perfidus!) e da quella di un Gesù Christos, un uomo-Dio, crocifisso, morto e risorto per la redenzione umana (un galileo, filoparthico aramaico) venuto sulla terra a predicare il Regno dei cieli, nella pienezza del tempo?.

Certo. Marco! sembra strano! Tiberio dux prudens e cunctator, che autorizza tanto potere, quando ha ancora il figlio e tanti giulii, già maturi per la successione, e che insista su Seiano, anche dopo la morte del figlio, nonostante le dicerie/rumores popolari! Seiano doveva avere qualche particolare virtù, a noi non nota o sottovalutata dagli storici, o avere un piano strategico, non sgradito all’imperatore, conforme, comunque, al suo!

Nel riprendere il nostro lavoro su Ponzio Pilato, un probabile tribunus pretoriano, un fidelis di Seiano – che risulta apparentemente per sedici anni un uomo devoto a Tiberio, passivo esecutore di ordini, un perfetto vicario – forse è il caso, Marco, di ricercare la causa del comportamento di un imperatore aristocratico, sempre molto ligio al dovere, anche se desideroso, poco prima dei settanta anni, di andare in pensione, di non pensare più al negotium, affidato ad un minister, sicuro seguace dei suoi intimi segreti!

Forse necessita in tale ricerca, indicare il piano di Tiberio di creare un suo principato aristocratico, al momento del ritiro in Campania e la sua volontà di modificare il testamento augusteo filogiulio in Claudio- Drusio, poi sostituito dopo la morte del figlio, con l’aiuto di Seiano, con un altro, al fine di sostenere nella successione imperiale, il nipotino Tiberio Gemello contro i predesignati Giulii, sostenuti come legittimi dal senato e da gran parte dell’esercito e del popolo!

Professore, ci si impone, dunque, per la comprensione generale di questo periodo, indagare non solo sull’animus di Elio Seiano, ma anche sul cambiamento dell’imperatore, davvero non comprensibile nella sua volontà di ritiro dal negotium, in quel particolare momento! Ci deve essere stato (o capitato) qualcosa che determina la metabolh? Potrebbe essere insorta una malattia debilitante e menomante! Potrebbe aver avuto bisogno, allora, di un adiutor nella conduzione dell’impero, di un astuto vicario con funzioni amministrativo- militari, come se fosse ancora nei castra ed avesse bisogno di un aiutante di campo! non potrebbe esserci anche il consiglio anche di astronomi, come Tiberio Trasillo, beneaugurante sul soggiorno Caprino?

A distanza di secoli, Marco, nella contraddizione delle fonti classiche e nella precisa volontà di interpolazione e di ricostruzione ideologica con falsificazione teodosiana e poi bizantino – cristiana degli eventi tiberiani, non è possibile una lettura  unitaria, certa, ma potrebbero essere accettate alcune supposizioni sulla salute fisica dell’imperatore, come malattia, debilitante la mens imperiale, a seguito anche del corso di una pur buona vecchiaia, per un aitante ex militare, amorevolmente assistita da sapienti  orientali! E’ certo, comunque, che Seiano, nel periodo 20-26, proprio nel corso del cambiamento comportamentale di Tiberio, consegue un potere immenso, conquistato anche in un periodo di altri sei anni, segnati da modestia e vigilantia, anonimi. Eppure, dopo un servitium umile, acquista una potestas, nel corso del triennio, 20-23 d.C., tanto da fare ancora per oltre otto anni, dopo la morte di Druso minore, una sua politica imperiale al posto dell’imperatore, specie in Oriente, così da osare, approfittando della sua lontananza, perfino di tenere una sua corte a Roma, di fautori, ambiguamente contento che il popolo veneri la sua statua come quella di un Dio, alla pari di quella imperiale.

Professore, sembra inspiegabile tanto potere ad un eques, pretoriano, sotto Tiberio, imperatore autoritario, un militare deciso, un vero imperator, nikeths/vincitore dovunque, in Occidente ed Oriente?

Marco, la mia ipotesi è che l’imperatore, non più sicuro delle sue capacità, demanda troppo al pretoriano, di cui si è fidato a lungo, gradito anche alla sua familia Drusio- claudia, che trae vantaggi dalla sua persecuzione ai giulii, per cui i patres e gli equites, come suoi clientes, fanno la fila per la salutatio matutina alla porta della sua domus, in cui vive more uxorio con Livilla, la vedova di Druso minore, con l’approvazione del fratello Claudio, anche senza la legittimazione imperiale, anzi nonostante la negazione esplicita di matrimonio alla coppia, prima del trasferimento in Campania, e dello stanziamento nell’ isola di Capri, di un vir, preoccupato solo di mantenere saldo il proprio diretto controllo e potere sulla vicina flotta del Miseno!.

La volontà di mantenere il controllo diretto della flotta e dell’esercito potrebbe essere spia di una non assoluta fiducia nel Pretoriano, intenzionato ad unirsi ad una Giulia, come Livilla, sorella di Germanico e di Claudio, figlia di Antonia Minor e di Druso Maggiore, suo fratello, presunto figlio naturale di Ottaviano, da lui prediletto! Sottende, comunque, la fiducia nel mago Trasillo, il cui genero è  Nevio Sutorio Macrone, marito di sua figlia Ennia, il braccio destro di Seiano in quegli anni!

Certo! E’ questa l’unica prudentia/phroneesis di un imperatore lungimirante, accorto, inflessibile, specie se adirato, abituato alla pratica della divinazione, di un aristocratico che, considerandosi lui stesso mago, -Flavio, Ant. giud. XVIII, 216- ritiene vere le rivelazioni desunte! All’epoca  Tiberio Trasillo, il mago egiziano,   ha gli stessi  rapporti  e con Livilla e con  l’imperatore – che certamente è diffidente- invitato da tutta la familia al riposo e al ritiro a Capri.

Tutti gli storici, professore, convengono che l’animus di Tiberio sia certamente non mite/non  comis, ma implacabilmente austerus perché bilioso/iracundus– ibidem 225- tanto che qualche volta gli si accendevano le furie dell’odio, senza motivo, e si infuriava contro quanti gli stimolavano il capriccio e, precipitoso, dava sentenze di morte per colpe di nessun rilievo!.

Marco, Tutti i consiglieri  sono solidali nell’allontanarlo da Roma: la concordanza di opinioni insospettisce  Tiberio, all’epoca intrattabile, anche  per chi tenta di  fare opera di consolatio! Da vecchi, Marco,  si diventa anche cattivi, specie se si è addolorati e depressi! Gli storici, concordi, affermano che i romani, perfino alla sua morte, non hanno il coraggio di rallegrarsi, alla notizia, avendo ansietà nel crederla, temendo che, in caso di non veridicità, l’esultanza poteva tramutarsi in loro rovina!

La lunga assenza di Tiberio da Roma e dal senato, aveva  fatto perdere il favore popolare all’imperatore e favorito una comunicazione equivoca, da cui traeva vantaggio prima Seiano (che appariva il delegato unico ufficiale e rappresentativo in toto dell’imperatore- quasi una sua immagine, nonostante la presenza a Roma della madre augusta Livia, della cognata Antonia e del nipote Claudio, autorevole membro della domus claudia, delegittimato dagli stessi parenti, abilmente manovrati dal potente pretoriano, che aveva  costituito un proprio partito nella lunga lotta per la successione imperiale tra la pars iulia e quella claudia- e dai fedelissimi militari) ed in seguito, Macrone, genero di Trasillo, a sua volta divenuto onnipotente dopo che Tiberio era divenuto odioso a tutti per la sua reazione antiseianea. Insomma, Marco, non solo Seiano, ulteriormente,  isola Tiberio, col sostegno senatorio ed equestre, e con la circolazione delle voci popolari antitiberiane, opportunamente limitate o consentite dai pretoriani, ma anche impedisce la diretta corrispondenza dei patres con l’imperatore, che, per sua fortuna, si è lasciato il diretto controllo della classis misenensis.

Dunque, il fatto che la corrispondenza tra Roma e Capri sia gestita da Seiano e poi da Macrone,  comporta necessariamente una cernita delle notizie da parte di pretoriani, che fanno passare solo quelle di nessuna importanza, in modo che il prefetto del pretorio possa agire autonomamente, specie nel periodo postseianeo, in quanto a Roma i processi continui, di lesa maestà, determinano lutti in numerose famiglie romane, coinvolte!. Il carattere severo ed inflessibile, giusto, comunque, pur nella austeritas, caratteristica della gravitas drusia, congiunta ad asperitas ac duritia, ora nuoce a Tiberio, specie perché, con la lontananza, non può fare gesti di propaganda di clementia, di iustitia e di caritas, in un clima di terrore!

Professore, da quanto mi sta dicendo, a Tiberio nuoce il suo carattere, in vecchiaia,  ma non gli difetta, comunque, l’accortezza, imperatoria, se mantiene la classis misenensis ai suoi diretti ordini!

Certo. Avendo Seiano il controllo dell’Urbe coi pretoriani, unanimemente fedeli, il vecchio imperatore si difende, mantenendo per sé ai suoi ordini i comandanti di tutte le flotte e probabilmente anche degli eserciti occidentali. Seiano aspira a lungo ad aver l’imperium proconsulare, ma Tiberio glielo fa intravvedere solo poco prima della sua condanna a morte, il 18 ottobre del 31, pur avendo autorizzato l’invio di Ponzio Pilato in Iudaea, avendo ora il consenso di Antonia e di Trasillo e di suo genero Macrone, attirato lentamente nell’area dell’imperatore, affidato  totalmente al suo servitium lontano dallo sguardo  del suo superiore diretto!.

Professore, la lontananza  da Roma della corte di fedeli a Tiberio, che ancora   tiene insieme tribunicia potestas ed imperium proconsulare  segno del  principato,  diventa un’arma per l’imperatore, seppure dileggiato dal popolo come re di un isolotto rispetto  l pretoriano re dell’universo? Tiberio, perciò, mantenendo per sé ambedue i titoli, ha sotto controllo altre flotte e altri eserciti, oltre quelli orientali antiparthici?.

Certo. Marco. E’ così!. Tiberio gestisce il suo impero, nominando suoi legati, a cui dà un preciso mandato in relazione al territorio da governare, approvando anche le nomine senatorie provinciali.

L’ entità delle flotte e degli eserciti è ben nota a Tacito e ad altri storici. Oltre alla classis misenensis, sul Tirreno, ne ha anche una a Forum Iulium /Frejus, in Provenza, per la protezione della Gallia ed un ‘altra a Ravenna, connessa anche con Aquileia- una base navale utilizzata per rifornimenti e per il commercio dell’ambra – per la difesa delle regioni dell’Adriatico e dello Ionio, con due grandi porti occidentali, quello di Dicearchia/Pozzuoli e quello di Brundisium, collegati coi porti di Hispania ed Africa e di Egitto, di Siria e di Asia, con basi maggiori ad Efeso, a Corinto, a Cesarea Marittima ed ad Alessandria, come appoggio al commercio delle navi mercantili del Mare internum/mediterraneo.

L’impero romano ha anche eserciti dislocati in posizioni strategiche?

Marco, da Tacito sappiamo- Annales IV, 5, 1-4- della presenza di nove legioni sul Reno, di tre legioni in Spagna, mentre in Africa oltre alle truppe del re socio, Giuba di Mauritania, marito di Selene Cleopatra, ci sono sei legioni e due in Egitto: quattro invece tenevano a freno l’immenso territorio che dalla Siria si stende fino all’Eufrate e che confina con l’Iberia e con l’Albania e con altri regni, protetti dalla nostra potenza contro potenze straniere – ibidem, 2-

Lo scrittore aggiunge che in Tracia, invece, governavano i figli di Cotys e Remetalche, mentre due legioni erano in Pannonia, due in Mesia e difendevano il Danubio altre due, che erano stanziate in Dalmazia -Ibidem-.

Anche a Roma ci sono truppe, speciali di servizio nella capitale e nel centro Italia-?

Certo. Sono i pretoriani, uomini selezionati, ben pagati e fedelissimi a Seiano , che aspira ad aver anche il controllo generale delle 30 legioni dislocate nelle province, che sono di numero quasi pari alle milizie sociae, ausiliariae.

Nella stessa Roma ci sono guarnigioni speciali, tre coorti urbane, nove pretoriae, arruolate in generale in Etruria, nell’Umbria nel Lazio antico e nelle colonie- che da gran tempo appartenevano al popolo romano-/ tres urbanae, novem praetoriae cohortes, Etruria ferme Umbriaque delectae aut vetere Latio et coloniis antiquitus Romanis – ibidem -.

Se ho ben capito le truppe stanziate a Roma sono anche delle antiquae coloniae laziali, grosso modo, sabine ed italiche centrali, che hanno, però, la civitas latina?

Marco, sotto Tiberio, comunque, i cives dell’Italia centrale hanno già la civitas romana, non più quella latina – che consisteva in una cittadinanza intermedia tra quella romana e quella dei forestieri, equiparata, dopo la legge Iulia del 90 a.C., ai diritti romani.

Secondo Tacito, vi sono anche truppe transitorie, comunque, utili a seconda dei bisogni delle province, oltre a triremi alleate, a cavalleria e fanteria ausiliarie, che costituivano un complesso di forze di quasi sessanta legioni: un assetto militare formidabile è controllato da Tiberio nei 23 anni di imperium, nonostante gli iniziali subbugli tra i militari, che sperano in riforme e in miglioramenti sostanziali, regolanti la leva, il periodo della ferma, l’ equiparazione di stipendi e comune liquidazione finale, come quella dei pretoriani!

Professore, Tiberio, oltre alla soluzione dei problemi dei militari deve affrontare la gestione amministrativa dello stato, subito dopo la morte di Ottaviano, che aveva appena abbozzato l’opera di riforma . Qual è il suo comportamento?

Tacito ( Ibidem, 6.1-4 ) scrive: Tiberio gestisce cuncta non quidem comi via, sed horridus ac plerumque formidatus / ogni cosa senza alcuna affabilità, ma con asprezza e, per lo più, con l’impaurire!.

Tacito comincia col dire che con Tiberio si ha un regime forte, autoritario, repressivo, di stampo repubblicano, che, poi, si modifica dal 23 d.C. , a seguito della morte del figlio Druso Minore, con un peggioramento di metodo (mutati in deterius principatus initium) – notizia del tutto inesatta, perché, da altre fonti, è nota la perfetta conduzione amministrativa, seppure troppo burocratica e rigida, quindi, lenta, data la prudentia di un dux cunctator, che vigila sul sistema, inflessibilmente, seguendo il singolo operato dei delegati imperiali, specie orientali-( seppure svincolati ormai dal controllo dell’imperatore, assente dalla capitale, dove giungono le relazioni prefettizie). Forse, Tacito allude al periodo specifico di Seiano di circa cinque anni, non comparabile con quello precedente tiberiano, e nemmeno con quello successivo in cooperazione con Macrone e Caligola, in quanto lo scrittore legge i fatti con la stessa visione interpretativa negativa antonina, circa l’amministrazione generale dei pubblica negotia nell’epoca giulio-claudia, in un momento, in cui ormai la corrispondenza epistolare è nelle mani del potente prefetto del pretorio, referente di ogni comunicazione, quasi fosse l’imperatore!.

E’ possibile, professore, che Tiberio aumenta il fare dispotico e tirannico a causa della liberalità di Seiano, che forse ha come modello Germanico, esempio ammirato di comitas? Mi può meglio referenziare il concetto di via comis tacitiano?

Marco, per risponderti devo, allora, parlare di Gaio Cesare Germanico. Tra le molte descrizioni del carattere di Germanico, scelgo quella di Flavio- Ant giud, XVIII,207-210 – e quella di Svetonio – Caligola,III – dove è più chiara la comitas del dux Iulius, espressione perfetta di un educazione liberale romano-ellenistica di un nobile in epoca augustea, sotto la direzione di Ottavia, sorella di Augusto / cfr Caligola il sublime , cit. p. 27.

Comitas, Marco- da como, is. compsi comptum comere- è qualità di vir che ha natura gioviale e serenità caratteriale, in quanto affabile, gentile e cortese verso l’altro e perciò risulta innovatore, dotato di generale benignità, benevolenza ed humanitas, in una società brutale ed agricola, opposto a chi è, invece, conservatore ed ha le doti di severitas, gravitas et duritia. All’epoca, Germanico e Druso sono i due campioni, celebrati come Dioscuri, cantati da poeti nelle loro opposte qualità, che, quindi, indicano, in modo esemplare, due vie, da seguire, una legata alla tradizione della gravitas romano-quiritaria e l’altra a quella liberale romano-ellenistica – che, nonostante il militarismo spietato dell’iniziale conquista, aveva imposto la lex romana-.

Professore, potrebbe corrispondere via comis a Ypsous h bathous technh? – Cfr. Pseudo Longino, Del sublime, Fr. Donadi, BUR, 1991-.

Marco, io ho letto come sublime la figura di Caligola ( e di suo padre Germanico- l’eroe nazionale- morto per una delittuosa macchinazione di Tiberio, eseguita per mano di Gneo Pisone all’epoca prefetto di Siria, che, tornato a Roma fu quasi sbranato /quasi discerptus dalla folla e condannato a morte dal senato per averlo insultato con parole e fatti nel corso della malattia-) secondo un disegno pazzesco, generale, di revisione di storica, di difficile lettura!

Inoltre, Marco, ho letto Tacito che – per quella frase strutturata antiteticamente e basata nella prima parte sulla variatio, mediante la negazione del sintagma (nome ed aggettivo) corrispondente al concetto di non mitis/comis, mentre per il resto vengono usati due attributi riferiti ad un Viator sottinteso, che sottende l’area semantica del sistema viatorio con la figura di un Tiberio austero e parsimonioso, non gioviale nel viaggio e né affabile con gli altri, ma horridus et formidatus !

Quindi lei, professore, vede due vie, quella sublime caligoliana – ereditata da Germanico- e quella di Tiberio, cioè di persona che è aspro e non compito e che incute paura – . Certo Marco! e ti aggiungo che, secondo me, Tacito scherza ,celiando, e comparando l’imperatore con quel Callippide, ricordato da Svetonio, personaggio che corre corre e non si avanza di un passo, secondo il proverbio greco, in relazione al detto del popolo che ha presente la figura di Tiberio, dux sempre desideroso di ispezionare le province e gli eserciti!

Perciò, sine via comi, Marco, sottende lo stato di animo di Tiberio, ansioso, mai uscito, come imperatore, dall’Italia, anche se, fin dai primi anni del principato, faceva preparare tutto per la partenza e predisporre i veicoli e il necessario per le province, facendo fare perfino le preghiere per il suo viaggio di andata e di ritorno!- ibidem XXXVIII.

Quindi, Marco, secondo me, Tacito oppone la via caligoliana a quella tiberiana -e questo potrebbe essere indizio, utile ai fini della lettura della decadenza dell’oratoria,- ma non penso necessariamente al sistema analogico ed anomalista!

Per una migliore comprensione del mio pensiero ti sintetizzo il pensiero di Svetonio su Germanico, un uomo che riunì in sé tutte le qualità di corpo e di animo in quanto aveva formam et fortitudinem egregiam eccellendo in entrambe le lingue per eloquenza e cultura , riuscendo a conciliarsi l’amore di tutti per la straordinaria bontà/ benivolentia singularis, grazie all’arte incomparabile di attirarsi le simpatie, dovunque e con chiunque … domi forisque civilis, libera ac foederata oppida sine lictoribus adibat, data la semplicità e la pietas in quanto offriva offerte ai Mani, là dove c’erano sepolcri illustri e raccoglieva lui stesso i resti dei caduti nella clades variana, cercandone le ossa e le trasportava con le sue mani…Infine, per Svetonio, fu sempre, anche nei confronti dei detrattori lenis adeo et innoxius, perfino con Gneo Pisone che revocava i suoi decreti e perseguitava i suoi clienti, anche quando scoprì che stava tramando contro di lui persino con atti di magia e di veneficio. Solo, allora, rinunciò alla sua amicizia e pregò gli amici, secondo il costume degli antichi, di vendicarlo, in caso di disgrazia!. Non diversa è la descrizione di Flavio che marca l’amabilità della persona, la compostezza dei costumi e la cortesia del suo comportamento in relazione alla grande dignità del grado, in quanto si mostrava eguale agli altri, per cui era molto stimato non solo dai provinciali, ma anche dal senato, dal popolo e dall’esercito sapendo conquistare tutti con atteggiamento affabile e con la philanthropia. Di conseguenza, universale fu il dolore all’annunzio della sua morte, in ogni parte dell’impero, in quanto era compianto non per finta adulazione, ma per un reale rammarico da ognuno come per una personale disgrazia!.

Grazie, professore, mi sembra di aver chiara la spiegazione di comitas specie dopo l’ exemplum di Germanico! Ora seguitiamo a parlare di Tiberio, che associa forse Seiano proprio perché uomo che, imitando Germanico, in un certo senso contempera l’ austeritas tiberiana con la sua millantata philantropia, confermata anche da Velleio Patercolo, che scrive, però, prima della fine del pretoriano, al contrario di Druso, che la rendeva ancora più dura, perseguendo un iter drusio familiare.

Comunque, Marco, Tacito afferma che prima di allora gli affari pubblici e privati-quelli importanti- si trattavano davanti ai senatori, e ai più autorevoli si permetteva di discutere; se cadevano nell’adulazione, il principe stesso li frenava e nel conferire le alte cariche, aveva riguardo alla nobiltà degli antenati, alla gloria militare, alla eccellenza delle qualità civili, cosicché generalmente appariva chiaro che non si sarebbe potuto scegliere meglio!

Lo storico, plaudendo, quindi, all’opera di Tiberio, aggiunge: i consoli e i pretori conservavano il loro privilegio ed anche le funzioni dei magistrati minori venivano esercitate liberamente e le leggi -fatta eccezione per quella di lesa maestà/si maiestatis quaestio eximeretur- erano saggiamente applicate!.

Dunque, professore, secondo Tacito, che giudica in relazione al pensiero repubblicano antonino, anche nel biennio di consociazione imperiale del figlio Druso, Tiberio è globalmente saggio, anche quando inverte la direttiva di successione augustea in senso claudio?

Sembra che Tacito, come anche gli altri storici, neanche riveli un tale passaggio di imperium – cosa rilevata solo da Plinio il Vecchio! – tra i giulii e claudii, nella comune condanna della domus giulio-claudia!.

Comunque, per quanto riguarda i tributi in frumento, le imposte indirette e le altre pubbliche entrate, lo scrittore rileva che si davano in appalto a compagnie di cavalieri romani.

Che significa, professore, questo per Ponzio Pilato e per i governatori di Siria e di Asia, che sembrano essere sotto il controllo seianeo?

Un tale provvedimento, già in vigore da decenni in Oriente, comporta specie in Giudea, una sicurezza di riscossione da parte di pubblicani che, arruolati in greges, da un praefectus, eques anche lui -come Tacito stesso! – assicurano una certa riscossione, con un pizzo al governatore , che presta la forza militare cavalleresca, che ha, a sua volta, un utile per il servitium! Per l’amministrazione delle province imperiali- Siria, Giudea ed Egitto-, private,- non senatorie – Tacito dice che l’imperatore incaricava gli uomini più integri (res suas Caesar spectatissimo cuique!)- talvolta senza conoscerli (E’ il caso di Pilato, designato da Seiano ?!), fidandosi della loro buona reputazione ed, una volta assunti, venivano mantenuti quasi illimitativamente, tanto da invecchiarsi nelle medesime funzioni/insenescerent!

Altri storici – Flavio, Antichità giudaiche, XVIII, 174- parlano di questo sistema di Tiberio – che soleva narrare l’apologo del ferito e delle mosche in cui il provinciale era uomo, ferito, che non desiderava nemmeno la pietas di un passante che gli scacciava le mosche , preferendo che rimanessero le stesse, che, già, avendo succhiato il sangue, in quanto sazie, davano minore fastidio!

Così, Marco, sembra che Tiberio, bonus pastor, custodisca i sudditi dai governatori, che avidi pastores non tosavano, ma scorticavano il gregge/ Tondere pecus, non deglubere– Svetonio, Tiberio, XXXII-.

Dunque, Tiberio si preoccupa dell’assetto provinciale ed anche di quello giudaico allo stesso modo (Flavio, ibidem, 177-78, nei ventidue anni di governo due sole persone furono inviate ai Giudei, a governare la nazione, Grato e Pilato, che fu suo successore) sembra che si curi anche della plebe e del suo oikos personale, come Antonia, specie quando vuole andare in pensione, avendo già sistemato ogni cosa al meglio, al fine di proteggere gli interessi legittimi del superstite, orfano, figlio di Druso, Tiberio Gemello, affidato ad Elio Seiano, patronus della famiglia di Livilla, ora tutore del piccolo futuro sovrano, in pectore!.

Infatti, così, scrive Tacito -ibidem-: la plebe soffriva per la carestia, ma di ciò non aveva colpa l’imperatore : infatti egli cercò di porre rimedio alla sterilità dei terreni e alle difficoltà dei trasporti marittimi con la maggiore larghezza e sollecitudine possibile. Egli provvedeva che le province non fossero aggravate da nuovi oneri e potessero sopportare quelli già esistenti senza novità e crudeltà da parte dei magistrati: non c’erano pene corporali, né confische di beni!

Perciò, professore, Tiberio avrebbe voluto personalmente punire la novità di un magistrato come Pilato, che, per ordine di Seiano, ha applicato l’uso di pene corporali e si è servito delle confische dei beni sacerdotali gerosolomitani (e poi samaritani)?

Ricorda, Marco, che Filone parla di un Tiberio, sovrano giusto, al momento davvero adirato con Pilato, barumenis ! Comunque, Tiberio risulta iracundus, ma iustus: per i suoi terreni italici, anche se modesti di numero, come appezzamenti e come schiavi, ha cura e li affida come azienda agricola domestica a pochi liberti fidati, incaricati di non fare controversie con cittadini privati e di procedere sempre e solo per tribunale e secondo legge/ ac si quando cum privatis disceptaret, forum et ius!

Esce dalle parole di Tacito – un denigratore dei Giulio-Claudi !- un bel ritratto di aristocratico, che cura la domus in Italia – rispetto ai latifondi di altri patrizi, padroni di eserciti di schiavi – nei suoi rari agri, nei modesta servitia, in mano a pauci liberti!

Tiberio è davvero un bonus pastor, catholikos/universale, per l’impero romano, che risulta ben guidato, dovunque, perché, come giustamente dice Filone in Legatio ad Gaium, ha una personalità morale, armoniosa, conformemente alle doti naturali, ben rilevate da Svetonio – Tiberio LXVIII – e da altri, contrariamente alle affermazioni di Tacito, che lo valuta da anziano, come se fosse stato sempre vecchio!.

Lei, quindi, vuole con questo rivalutare anche Tiberio, dopo aver considerato Sublime il nipote Caligola?

No. Sto mostrando solo la figura morale e fisica di un aristocratico, militare, di grande uomo, statista prudente e condottiero eccelso, che è già nell’opera di Velleio Patercolo, contemporaneo, soldato alle sue dipendenze -cfr. Caligola il sublime, cit.- che conosce bene anche Seiano e ne fa un elogio psicofisico come adiutor tiberiano, moderato, fedele e sicuro, ma descrive i fatti fino al 30 d.C. e manca della valutazione dell’ ultimo settennio caprino, quando l’imperatore è dominato da altri,- Silano, Macrone e Caligola -, ormai domato dalla vecchiaia, costretto al compromesso coi Giulii di Antonia, ad una diarchia Giulio-claudia con l’ erede Giulio e con quello Claudio.

Marco, mi sembra di mostrare oggettivamente quegli anni, oltre tutto sconosciuti storicamente, perché, coincidendo con quelli stessi del Regnum di Christos in Iudaea, sono tramandati male dalle fonti cristiane, che riprendono la figura di un Tiberio, bollato dai flavi e dagli antonini come squallido e turpe imperatore, vecchio e brutto pensionato, che con le spintrie mostra il peggio di se stesso mediante una vita licenziosa,- che è propria di ogni nobile romano ricco, che vive lucullianamente senza privarsi di nessun piacere, voluttuario, compreso quello sessuale-.

Di questi fatti privati -accaduti negli ultimi anni ad un Tiberio, che, riprese le redini del potere, anche se è lontano da Roma, punisce i senatori e gli equites fautori di Seiano e, pur seguitando a demandare le funzioni vicarie, intensifica i processi di lesa maestà e, nel giro di cinque anni, cambia le direttive sianee e ricostituisce il normale funzionamento dell’impero, nominando successori alla pari nel 35-6, Gaio Germanico Caligola e Tiberio Gemello, adottati ambedue, dopo aver ripristinato l’ordo nell’ imperium in Occidente con le vittorie sui Frisi, seppure in ritardo, e in Oriente su Artabano e Areta e il nostro Gesù, tramite il mandato a Lucio Vitellio – mi sembra di narrare particolari utili per comprendere come forse davvero avvennero!. Certamente, mentre a Roma ci sono i processi di lesa maestà e nell’impero si compie l’impresa antiparthica di Vitellio, che chiude l’avventura messianica, l’imperatore vive la sua inimitabile pensione, dedito ad ogni forma dilettevole, anche ai giochi erotici, impegnato, in un otium moderato, secondo il costume pagano dell’aristocrazia romana, essendo nel segreto di un’isola, come Capri, vivendo ogni mese in una delle inaccessibili dodici dimore, adibite ai piaceri più raffinati, anche artistici, in relazione ai segni zodiacali, seguendo i consigli del mago Trasillo, che protegge e rassicura la sua quotidiana, naturale, vita.

Professore, se Craxi e Berlusconi ed altri politici hanno fatto vedere cosa possano fare dei parvenus, decadenti, arricchiti abnormemente, che godono dei privilegi diplomatici, avendo un potere su una piccola nazione come l’Italia, cosa non avrebbe potuto fare Tiberio, col favore dell’isolamento e lontano dagli sguardi e dicerie popolari -Svetonio, Tiberio, XLII, secreti licentiam nanctus et quasi civitatis oculis remotis- , dominus felix di un impero nella massima potenza, di oltre 3.000.000 di Km quadrati?

Il ritratto, fatto dagli storici successivi, a favore della dinastia flavia ed antonina, e dai cristiani, è davvero impietoso e non sincero circa la personalità di Tiberio, esempio mostruoso di depravazione morale e di perversioni orribili! In effetti, Marco, Tiberio, un vecchio, ancora prestante vir, libero dal kosmos, formale di corte, e dalla maschera aristocratica, impegnata nel servitium populare, si autogratifica convinto di averne diritto, avendo puerile volontà di vivere il suo oggi, paganamente, come se fosse l’ultimo, conscio di essere nell‘aetas finale/extrema e di non avere più il dovere pubblico del negotium, essendo senex civis privatus, che deve, quindi, cercare, da epicureo – nonostante i limiti senili della natura umana- la propria felicitas/eudaimonia, in ogni forma materiale, in uno degli ambienti più belli del mondo, in Campania!.

Per attuare questo piano ,Tiberio, fortunato cunctator, doveva avere un corpus ancora sano ed una mens anch’essa sana, nonostante qualche ictus cerebrale, di minima entità, capitatogli in momenti non ben definiti storicamente?

Io ti riporto, Marco, la descrizione fisica di Svetonio. Giudica tu!

Corpore fuit amplo atque robusto, statura quae iustam excederet, latus ab umeris et pectore ceteris quoque membris usque ad imos pedes aequalis et congruens/ fu di corporatura grande e robusta, di statura superiore alla media, largo di spalle e di torace, e ben proporzionato in tutte le parti del corpo, fino ai piedi.

Sinistra manu agiliore ac validiore, articulis ita firmis ut recens et integrum malum digito terebraret, caput pueri vel etiam adulescentis talitro vulneraret/aveva la mano sinistra particolarmente agile e forte e le articolazioni così robuste da trapassare col dito una mela appena colta e sana e da poter perfino ferire alla testa un bambino o anche un ragazzo con un colpetto delle nocche.

Colore erat candido, capillo pone occipitium summissiore et cervicem etiam obtegeret, quod gentile in illo videbatur. Facie honesta in quam, tamen, crebri et subiti tumores cum praegrandibus oculis et qui , quod mirum esset, noctu etiam et in tenebris viderent, sed ad breve et cum primum e somno patuisset, deinde rursum hebescebant/aveva un colorito molto chiaro e capelli che gli scendevano in basso sulla nuca da coprirgli perfino il volto e questa caratteristica ereditaria; aveva un viso nobile, su cui cui però comparivano moltissimi foruncoletti all’improvviso; i suoi occhi erano grandi e cosa ammirabile vedevano anche di notte al buio ma per poco tempo solo quando si aprivano subito dopo il sonno, poi ritornavano normali.

Svetonio rileva perfino il suo camminare con collo rigido ed eretto, col volto spesso contratto, senza scambiare nessuna parola e pochissime e anche con i suoi vicini e , comunque, con estrema lentezza, e non senza gesticolare, mollemente, con le dita!.

Lo storico, infine, aggiunge: Ebbe una salute eccellente e quasi sempre perfetta per tutta la durata del principato, benché fin dai trenta anni si fosse comportato a suo modo, senza il consiglio dei medici e senza il loro aiuto!.

Tiberio razionalmente seguiva la medicina del tempo (Cfr. Il medico di Augusto), secondo le lezioni del medico Asclepiade, convinto che ognuno dovesse essere medico di se stesso, e che dovesse avere una dieta in relazione al proprio fisico, in senso theurgico, certo dell’ineluttabilità del fato.

Professore, un uomo siffatto ancora di più mi sorprende, data anche la sua fama personale di mago poiché si fida di un estraneo, specie dopo la morte immatura del figlio, vir sanus, della stessa stazza, propria dei claudii, accettata fatalisticamente, senza indagini! Forse l’imperatore, avendo avuto segnali di devozione da parte di Seiano, è colpito dal disprezzo della propria vita di uno, che si sacrifica per salvare la sua, nell’ episodio di Sperlonga!?

Non so, Marco, ma Cassio Dione parla di un cambiamento di Tiberio subito dopo la morte di Germanico, che, invece, da Tacito è rilevato tre anni dopo, alla morte di Druso, con un maggior peggioramento alla morte della madre nel 29 ed un ulteriore deterioramento comportamentale, dopo il 31 (Ann. IV,1,1;VI,51,3), mentre in Svetonio c’ è oscillazione tra la prima metabolh del 20 e il ritiro a Capri fino al 18 ottobre del 31 (Tiberio, LXI,1). Comunque, nel commentario di Tiberio stesso – quem de vita sua summatim et breviter composuit- a noi non tramandato, ausus est scribere/osò scrivere in modo insensato. e strano, che aveva fatto uccidere Seiano dopo aver scoperto il suo odio contro i figli del suo Germanico, mentre proprio lui aveva fatto uccidere il primo- Nerone Cesare- quando Seiano era già in disgrazia, e il secondo- Druso Cesare- quando già era caduto!.

Dunque, professore, la crudeltà di Tiberio sembra avere un’altra origine ed è riferita a malattia, connessa con la vecchiaia! Esiste forse un altro Tiberio diverso da quello storicamente tramandato, un piano alternativo perseguito dopo la fine del pretoriano, anche se colpisce amici e conoscenti di sua madre – che neanche onora negli ultimi tre anni di vita, né dopo la morte- e perfino quelli di sua nuora e i suoi stessi nipoti, in una dimostrazione che non era Seiano a spingerlo, ma che da lui aveva solo occasioni per le sue azioni?

Bravo, Marco, mi segui bene! Ho scritto molto su questo ultimo periodo di Tiberio, ma non credo di aver capito bene dallo studio delle fonti -contraddittorie, manipolate successivamente, dagli intellettuali storici post-severiani della Historia augusta, anche loro revisionati da mani cristiane! – e quel poco che ho capito circa la condotta aristocratica di Tiberio risulta una cocciuta, senile volontà di disobbedire alla direttiva di Augusto circa la successione, al fine di assicurare il trono al nipote, figlio di Druso, nonostante i rumores circa la sua nascita illegittima! In questo, seguo il racconto del sacerdote ebraico Flavio, fariseo per scelta e fatalista, come l’imperatore. Cfr. Ant Giud.. XVIII, 205-227 !

Tiberio risulta beffato dal fato nella scelta del successore! Nonostante le sue accortezze e precauzioni, nonostante la sua preveggenza da mago, il destino fa designare Gaio Cesare Caligola successore e non Tiberio Gemello! Augusto e il fatum risultano i vincitori, non Tiberio e la sua ratio theurgica ! Questo è il messaggio di Flavio sulla scelta fatta dall’imperatore Tiberio, vir da considerare non fortunato se si legge l’intera sua esistenza e sfortunato, specie da vecchio!. A dire il vero, alcuni storici parlano di un Tiberio menagramo, un iettatore, uomo che porta sfortuna ai colleghi, nei cinque consolati!. Secondo Cassio Dione, Quintilio Varo, Gneo Pisone e Gaio Germanico, sono portati come esempio. oltre al figlio Druso e a Seiano, in quanto fanno tutti una brutta fine!.

Tiberio non è fortunato neanche nella scelta di Seiano, come consigliere e come ministro in tutti gli affari, specie quando ancora è nella fase di integrità fisica e non in quella di menomazione, quando non è più perfettamente lucido, nelle sue azioni, a causa di probabili ictus progressivi, invalidanti!

Grazie ad Antonia, sua cognata, scopre che Seiano ha un altro piano diverso dal suo, quello della costituzione di una sua personale dinastia con Livilla, sua nipote ed ex nuora!.

Professore, devo concludere che Tiberio senex è uomo costretto a vedere il contrario di quanto stabilito secondo ragione, negli ultimi anni di vita, e a considerare fallita ogni sua speranza, prima con Seiano e poi con Caligola!

Marco, sembra che Cassio Dione- da quale fonte dipende?!- pensi al 20 d.C, come inizio della sua sfortuna., eppure fino ad allora tutto gli era andato bene anche la stessa morte di Germanico, suo nipote, un evento pur infausto, alla sua casata fausto!. Infatti grazie alla fortuna poteva emergere la figura di Druso, relegato in secondo piano dal codicillo testamentario di Augusto che vincolava Tiberio a dare la precedenza ai Giulii!. Pur, in questa situazione favorevole e grazie anche alla nascita dei gemelli quasi contemporanea, l’imperatore , anche se ha al suo fianco stabilmente Druso, non si priva del sostegno e del servitium del fidus pretoriano, più moderato rispetto al figlio, troppo impetuoso!.

In effetti, Marco, sono due caratteri opposti quello di Druso minore e quello di Seiano, bene descritto specie da Tacito e da Velleio Patercolo, in vari momenti, utili per seguire i due, tenendo presente che il pretoriano avendo sei o sette anni più del figlio di Tiberio, ha maggiore prudentia, da vir, rispetto a quella tipica di un adulescens!

Lei, professore, mi vuole dire che specie nei primi anni militari del figlio, Tiberio ha rilevato immaturità di comando in quanto Druso è privo di comitas e quindi non maturato con le artes liberales e con gli studi enciclici, ma si è distinto solo nell’esercizio delle armi? Questo mi vuole mostrare? Tiberio, vir completo per cultura letteraria e militare, considera la formazione del figlio, imperfetta, specie in senso oratorio, perché Druso ha seguito la sua inclinazione austera e severa militaristica dei drusii, in sua assenza, nel periodo del suo esilio rodio, essendo rimasto con la madre!?. Me ne parla in modo che possa entrare in merito e capire i caratteri dei due personaggi ed avere possibilità reale di leggere la scelta tiberiana?

Seguimi, Marco! Quando Seiano, Pilato e lo storico Vellio Patercolo sono già milites maturi sotto Sulpicio Quirinio- legatus in Galazia, Panfilia e Cilicia -(cfr. La nascita di Gesù in Jehoshua o Iesous? Maroni 2003-) agli ordini di Quintilio Varo (tornato a Roma alla fine del 3.a.C o nella primavera del 2 a.C,- dopo aver sistemato le cose in Giudea a favore di Archelao, figlio di Erode il Grande, morto nel 4 a.C), sembra che giunga come recluta intorno al 2 d. C. il giovane Druso minore, inviato proprio da Quintilio Varo, suo zio dal lato materno ( è marito di Vipsania, – figlia di Agrippa e della sua prima moglie, Pomponia di Pomponio Attico- sorellastra di sua madre! ) in servizio presso Sulpicio Quirinio, che combatte contro gli Onomadesi, in Cilicia, per la cui vittoria il dux ebbe poi ornamenta triumphalia.

Allora, in Cilicia, si conoscono Seiano e Druso?

Non credo, Marco, ma, pur non sapendolo esattamente, posso ritenere probabile che i due siano nello stesso tempo, militari operativi tra Asia Minore e Siria, dove si sta consumando la vita di Gaio Cesare, che ha al suo fianco la moglie Livilla dall’1 d.C., anno del trattato di Zeugma tra il Re dei re e il figlio di Vipsanio Agrippa, – designato successore al trono da Augusto- circondato dai suoi legati, celebrato da Velleio Patercolo, presente. Cfr. St. Rom, II, 101,3-

Il principe, poco dopo ferito da un freccia avvelenata -Cfr. Caligola il sublime cit. – languiva per qualche mese, dopo il ritiro ad Antiochia nella zona di Dafne, e dopo la morte di Marco Lollio,- accusato di concussione dal re di Parthi, Fraate V – . Poi sembra che Gaio Cesare, per consiglio dei medici e forse di Sulpicio Quirinio, sollecitato anche da Tiberio stesso, decida di seguire Livilla, desiderosa di svernare a Limira, sulla costa licia, dove il marito muore tra sofferenze fisiche e disturbi mentali nel febbraio del 4 . d.C., dopo aver scritto lettere a favore del patrigno, esule a Rodi, ad Augusto, vivendo in una zona, oggi molto turistica della Turchia, dove spiccano località come Fethije e Kas, Demre, Feniche, Kumluca e Kemer.

Professore, conosce la zona? Si.

Ci sono stato varie volte. La prima volta negli anni ottanta quando ho percorso la via licia, arrivando in Panfilia, partendo da Marmaris, visitando le città carie e greco-licie come Telmesso. Poi, negli anni novanta in due occasioni, una volta venendo da Kas ed un’ altra da Kemer, andai a visitare le rovine romane della zona licio – panfila, specie Limira, dove ammirai un ponte romano lungo 360 metri, in buono stato, con 26 archi ribassati sul fiume Alakir Caye, costruito forse in epoca augustea per facilitare l’iter verso la Panfilia, fino ad Antalya (Attaleia).

Sembra, Marco, che Druso, nipote di Gaio Cesare,- in quanto figlio di Vipsania Agrippina, prima moglie di Tiberio, amatissima, lasciata nel 12 a.C. per ordine di Augusto , desideroso di dargli sua figlia Giulia, vedova di Marco Agrippa (- non sine magno angore animi – Svetonio,Tiberio,7) sia stato incaricato da Quirinio, amico stretto di suo padre, dopo la campagna cilicia, alla protezione del principe nipote dell’imperatore. E’ probabile che Tiberio dopo l’esilio di 7 anni, destinato ad essere adottato da Augusto il 26 giugno del 4 d.C. a Roma, in una pubblica cerimonia, riporti con sé, facendo viaggio col figlio, recluta, dopo che il giovane aveva fatto il breve tragitto da Limira – dove era stato al servizio dello zio morente, forse insieme a Seiano – a Rodi, luogo di incontro e di partenza.

Marco, è una possibile ricostruzione, ma non c’è alcuna certezza! E’ un’ipotesi per unire insieme i protagonisti della nostra storia, Druso Minore e Pilato- Seiano!

Bene, professore. l’amicizia, comunque, tra i due forse c’è  solo quando l’imperatore, secondo Tacito (Annales, I, 16-30) invia il figlio in Pannonia, nel 14 d.C., dove i soldati si sono ribellati, sentendo odore di guerra civile, essendoci due Cesari, uno, Tiberio designato a governare subito, come successore provvisorio avendo il privilegio di precedenza per adozione, e l’altro, Germanico destinato ad essere suo successore vero con tutta la sua famiglia giulia in quanto figlio di Agrippina, figlia di Giulia!

Tacito (ed anche altri storici) descrive la rivolta delle legioni in Germania (Annales, I, 31), dopo quella in Pannonia, che noi mettiamo per prima perché di quella germanica abbiamo parlato in altre opere, diffusamente.
Le legioni di Germania si sollevarono con tanta più violenza quanto maggiore era il loro numero-erano otto legioni, quattro in Germania superiore, stanziate nei castra a Magonza e quattro in quella Inferiore a Colonia-: i milites erano convinti che Germanico non potesse sopportare che un altro avesse l’impero e che, quindi, si sarebbe messo contro il designato da Augusto, invece, Germanico, dux prudens represse la rivolta e si proclamò fedele a suo zio Tiberio, accondiscendendo alla condizione augustea della successione, a seguito della morte dell’imperatore di transizione.

In Pannonia, invece, regione del medio Danubio, allora parte dell’Illiricum, avviene la rivolta delle tre legioni al comandante stesso Giunio Bleso, che, conosciuta la morte di Augusto e l’avvento di Tiberio o per causa del lutto o in segno di gioia, aveva trascurato gli esercizi consueti -Tacito ibidem,16,1-.

A causa dell’ otium, in cui si trovano, i milites cominciano a lascivire, discordare, pessimi cuiusque sermonibus praebere/insolentire, litigare e dare orecchio ai discorsi dei peggiori, tanto da desiderare svago e riposo/luxum et otium cupere e da disprezzare disciplina e fatica/disciplinam et laborem aspernari -Ibidem-.

In questo stato di mancanza di ordine e di trascuratezza militare ha rilievo quidam Percennius, un tal caporione, miles aggregato, non di leva, che raggruppa i peggiori, che si chiedevano tra l’altro come sarebbe stato il servizio militare dopo Augusto, che aveva formato un corpo di vexillarii cioè di congedati, trattenuti ancora ed organizzati in un corpo separato!.

Per Tacito il facinoroso era dux olim teatralium operarum, un gregarius miles, pronto di lingua, abile a far nascere disordini per la pratica acquisita nelle liti fra istrioni.

Cosa vuol dire dux taetralium operarum ?

Un agente teatrale prezzolato, che guida la claque cioè corpuscoli di spettatori, anche loro rimunerati per applaudire o disapprovare in teatro, a comando, le compagnie di attori, assunte da impresari.

In un esercito, in rivolta, uomini di questo tipo risultavano demagogoi, che eccitavano i soldati ignoranti e, perciò, ogni buon generale li teneva sotto controllo dando loro privilegi per averli dalla propria parte, ma facendoli sorvegliare da gladiatori giulii Cfr. La rivolta dei gladiatori, in Giulio Erode, Filelleno, in www.angelofilipponi.com .

Vi sono molti esempi nella storia romana, ma il più conosciuto è quello di Clodio, popularis, che, nonostante la sua nobile nascita, ha simile comportamento in epoca cesariana, nel periodo militare!

Forse dalla relazione di Bleso a Roma e da altri episodi simili, a lui capitati come comandante militare, Tiberio decide di cacciare dall’urbe gli istriones e con loro anche artisti di vario genere, anche dopo severe punizioni?

Certo. Marco! Tiberio come dux prudens, agli inizi del suo regno non potendo controllare il fenomeno teatrale in città e quello politico, congiunto, demagogico, né potendolo incanalare a suo favore e farselo amico, decide l’espulsione anche se lo fa mal volentieri in quanto è un letterato, che coltiva le artes liberales e latine e greche e in gioventù ha seguito l’oratoria di Messalla Corvino – pur avendo per Svetonio (Tiberio LXX) il difetto di adfectatio et morositas nimia, – ed ha scritto un Compianto in morte di Lucio Cesare, lodato da Augusto che, poi, dopo le lettere di Gaio, lo volle adottare- ed aveva fatto anche poesie in greco, imitando Euforione, Riano e Partenio, avendo dedicato una particolare attenzione alla mitologia, materia tipica dei poetae novi.

Bene, professore, ora mi dica come si comportano Druso e Seiano- la commissione tiberiana- per sedare la rivolta?

Marco, la situazione diventa critica per lo stesso comandante Giunio Bleso, che corre il rischio di perdere la vita perché negli scontri verbali, ha il sopravvento il pensiero di Percennio, che ti sintetizzo.

L’agente teatrale, miles, arringa i compagni invitandoli alla disobbedienza a pochi centurioni – ne sono 60 in ogni legione – e a pochissimi tribuni – solo sei- dicendo che era tempo di rivolgersi all’ imperatore nuovo ed insicuro sul tron , con preghiere o minacce per chiedere di abbreviare il lungo servitium militare e a trattare del congedo, non essendo soddisfatti che solo ai pochi sopravvissuti venivano dati appezzamenti di terra, come poderi, che erano distese di acquitrini e di sterile pietrame!.

Perciò, lamentando il servizio gravoso senza compenso, in quanto i dieci assi cesariani – allora erano di più, 16!- servivano a poco dovendosi comprare vesti, armi, tende, mentre dovevano temere il pizzo reclamato dai centurioni che altrimenti facevano angherie / saevitia centurionum e con loro contrattare l’esenzione dagli onori più pesanti /vacationem munerum.

L’ arringatore giunge perfino a fare proposte concrete: un denario di paga a testa, congedo al sedicesimo anno e non al venticinquesimo, premio in denaro/singulos denarios mererent, sextus decumus stipendii annus finem adferret …in castris praemium pecunia solveretur -ibidem- dopo aver lamentato la durezza del servizio in terra straniera oltre a bastonate, ferite, inverno rigido, estati estenuanti, guerra accanita e pace sterile/ verbera et vulnera, duram hiemem, exercitas aestates, atrox bellum et pacem sterilem.

Infine compara il servizio dei legionari con quello dei pretoriani desiderando di avere lo stesso stipendio e lo stesso trattamento in quanto il servizio di questi era in città, mentre il loro fra popolazioni selvagge, mostrando come dalle loro tende si vedeva il nemico.

Chiude, affermando, polemicamente, che essi non affrontavano pericolo maggiore ed avevano due denari al giorno, a testa, e, dopo sedici anni, venivano restituiti alle loro case!-ibidem-

I legionari – reclute e veterani – a seguito di tali parole decidono di non servire più i centurioni e i tribuni e, dopo essersi consultati tra loro, si mostrano reciprocamente i segni della durezza del servizio, impressi sui loro corpi e decidono di fondere le tre legioni/ tres legiones miscere in unam.

Durante la disputa per la fusione, comunque, sono in disaccordo volendo avere ciascuno il vessillo della propria legione e perciò cambiano parere e dispongono in un sol luogo, in alto, le tre aquile e le tre insegne delle coorti, costruendo un tribunal visibile a tutti, intorno cui riunirsi.

Il comandante li sorprende in questa operazione mentre tentano di ammucchiare le zolle per formare il tumulo, ma è impotente a fermarli con i rimproveri e con affermazioni, in cui dimostra di essere disposto a morire piuttosto che mancare di fede all’imperatore.

Queste sono le parole esatte di Giunio Bleso: macchiatevi le mani col mio sangue! Sarà minor vergogna per voi uccidere il vostro comandante che mancare di fede all’imperatore!. O incolume manterrò la fedeltà delle legioni o sarò sgozzato da esse e la mia morte anticiperà il pentimento!- Ibidem 18,3-

Secondo Tacito, con grande abilità oratoria, Bleso mostra che non si deve far giungere a Cesare notizie di ribellioni e tumulto, ma solo richieste con i desiderata militari, perché non è il momento opportuno di aggravare le preoccupazioni di un principe appena salito al potere, e li invita a scegliere un ambasciatore, facendo le richieste gradatamente, una alla volta.

I soldati scelgono il figlio di Bleso, incaricato di chiedere solo il congedo dopo 16 anni, riservandosi il diritto di fare ulteriori richieste, dopo il successo della prima/cetera mandaturos, ubi prima provenissent -ibidem19,3-

La situazione degenera subito dopo l’invio del messaggero a Tiberio, a causa dei soldati inviati a Nuaporto – una colonia divenuta municipio con Augusto , che aveva voluto collegarla ad Aemona /Lubiana a partire da Aquileia – per costruire strade e ponti, e torri – 62 quadrangolari, di cui si vedono resti- per formare il limes delle Alpi Giulie.

I milites, fabri, si ribellano al prefetto del campo, Aufidieno Rufo, forse uomo troppo rigido coi suoi commilitoni in quanto vecchio soldato, divenuto dopo duro servizio, praefectus castrorum!.

Di fronte ai nuovi tafferugli e alla ripresa della sommossa, Bleso ne fa bastonare e incarcerare alcuni, i più carichi di bottino, per spaventare gli altri, in quanto ancora la maggior parte di centurioni obbedivano al dux. Comunque, la solidarietà tra i soldati fa si che la prigione viene forzata e vengono liberati i disertori e i condannati a morte – Ibidem 21-.

La rivolta diventa maggiore per fatti personali, come quelli di un certo Vibuleno- che piange per la morte del fratello ucciso dai gladiatori del comandante – o per la durezza di comando di un tal Lucilio, detto cedo alteram/ qua un’altra – un centurione crudele, che si serviva della frusta di vite, solito a cambiarla, in caso di rottura- data la flessibilità, durante le staffilature sulle schiene dei legionari- o per lo scontro frontale tra l’ottava e la quindicesima legione, a causa della volontà di uccidere il centurione Sirpico, da una parte, mentre, dall’altra, c’era opposizione: Non si arrivò allo scontro solo per intervento della nona legione, che si frappose fra i contendenti agendo ora con le preghiere ed ora anche con le minacce!.

Cosa fa Tiberio, conosciuta la situazione, all’arrivo del figlio di Bleso, cugino di Elio Seiano?

Tiberio è uomo che nasconde il più possibile gli avvenimenti, non lieti e e quindi, decide, senza consultare nessuno- tanto meno il Senato- di inviare il figlio, Druso, con alcuni cittadini importanti e due coorti pretorie, senza un incarico ben definito, ma con la facoltà di provvedere secondo il bisogno.

Tiberio, essendo preoccupato, vi aggiunge, dopo aver rinforzato le coorti, oltre il consueto, con milizie scelte, ( gran parte della cavalleria pretoriana e il nerbo di germani /robora germanorum, allora addetti, come guardia, alla persona dell’imperatore), ed inoltre il prefetto del pretorio Elio Seiano- dato per collega a suo padre Strabone a Roma- ed in grande autorità presso di lui, mandato per guidare il giovane figlio e per prospettare agli altri sia i pericoli che le ricompense/rector iuveni et ceteris periculorum praemiorumque ostentator.

Dunque, professore, Tacito mostra chiaramente la funzione di rector iuveni et ostentator?

Bisogna comprendere l’esatto valore di rector, che lei già ha usato per Varo e per Quirinio nei confronti del giovane Gaio Cesare, inviato per risolvere la crisi con Fraatace ( Fraate V)!.

Rector ha, Marco, lo stesso significato di guida, di un accompagnatore che ha esperienza militare ed amministrativa tale da suggerire operazioni adeguate, come un maestro fa con un discipulus, consigliato nel momento operativo, in situazione. Augusto aveva ritenuto Gaio Cesare adulescens ed ora Tiberio considera suo figlio, simile anche lui!.

Dunque, Seiano ha funzione di rector nei confronti del giovane figlio di Tiberio, ventottenne! E da allora, fino al 23, è al suo fianco anche se con funzioni diverse, non più come consulente militare, ma come funzionario amministrativo in Roma, come adiutor, aiutante nel disbrigo delle pratiche statali,- più col padre che col figlio- pur mantenendo la carica prefettizia militare, essendo un intermediario tra l’imperatore e la pars popolare e il senato, in quanto fiduciario imperiale.

Forse, professore, il giovane Druso, allora, per un quinquennio non soffre la presenza di Seiano, anche perché lui è celebrato insieme con Germanico/Polluce come  Castore e Tiberio ha, per allora, solo nel pretoriano un fidato esecutore passivo dei suoi ordini, avendo anche dopo il trionfo di Germanico, a Roma nel 17, il figlio di suo fratello uomo prudente e moderato in ogni cosa, come coregnante!. Marco, per Druso, governatore dell’Illirico, e per Tiberio la figura di Seiano comincia a diventare ingombrante dopo la morte di Germanico e la tumulazione delle ceneri nel Mausoleo di Augusto e dopo il consolato di padre e figlio, quando il pretoriano, inizia a mostrare segni di insofferenza nella sua funzione di intermediario tra la nuova diarchia governativa e il popolo e il senato, ormai assoggettati come sudditi, schierati su due fronti e divisi tra fautori giulii e claudii!.

Tacito sembra che, in questa situazione della città, divisa in partes, consideri il vertice di potere di padre e figlio, diale, non univoco perché il vecchio, accusando qualche flessione fisico-mentale, è cocciuto e determinato nei suoi ordini ed ostacola il giovane, che, data l’asperità paterna del carattere, non è in grado di gestire nemmeno l’oikos familiare, e non ha il prestigio né di imporsi alla volontà paterna né di contrastarla!. Da qui la lenta e graduale ascesa del pretoriano abile a sfruttare l’equivoco cittadino e quello familiare, mentre svolge la sua funzione militare a favore dell’imperatore-padre, che ha fiducia nella sua lealtà comportamentale e non ha dubbi sulla sua segreta ambizione, data l’apparente modestia caratteriale, equestre!.

Fatta questa considerazione, Marco, seguitiamo a vedere la situazione in Pannonia!

Professore mi sembra che già Tiberio ha preoccupazione eccessiva nell’inviare Druso, e non ha grande considerazione per il dioscuro claudio rispetto a quello giulio, che agisce da solo e gestisce una situazione molto più complessa e molto più grave di quella pannonica! Non le sembra che un uomo di quasi 28 anni, già destinato al consolato, abbia solo un potere nominale rispetto al rector Seiano e a Gneo Lentulo, e non un mandato eccezionale di un vicario/missus imperiale?! Possibile che solo il carattere insolentemente aristocratico, prepotentemente attivo, impetuoso/ drasterios, autorizza l’imperatore, sempre prudens, a circondare il figlio di uomini moderati?

Marco, Tiberio non ha grande fiducia nelle qualità di mediazione del figlio e conosce il suo cursus militare dalle relazioni dei familiari e di amici, come Varo e Quirinio, ad Augusto che, comunque, ha dato fiducia al giovane e lo ha fatto questore nel 13 d.C. ed ha anticipato la carriera politica, facendogli oltrepassare la pretura. Inoltre è spaventato, non avendo coscienza diretta né della potenza di Maroboduo, re dei Marcomanni, e nemmeno delle condizioni reali in cui versa l’esercito pannonico, ben sapendo del disprezzo verso i figli dei domini da parte di militari, specie dei veterani, costretti da Ottaviano a rimanere in servizio come vexillarii, cioè congedati senza liquidazione!.

Infatti Tacito mostra i legionari nella loro reale condizione di degrado ed indisciplina, all’arrivo del nutrito gruppo di uomini, inviati da Roma per la costatazione del fatto rivoltoso e per la repressione, forzata, anche armata, non per una vera conciliazione tra le partes, dissidenti, circa il servizio militare, da riformare!

Lo storico scrive: i soldati si presentano, come per omaggio, senza fare festa, quasi per officium, non laetae, come era costume!.

Non c’è accoglienza con parata militare per il figlio dell’imperatore!: non gli vanno incontro uomini insignibus fulgentes, sed inluvie deformi et vultu, quamquam maestitiam imitarentur, contumaciae propiores/adorni dei loro distintivi, ma trasandati e sporchi, con aria di sfida più che di dolore, anche se a questo atteggiassero il volto -ibidem 24-

Tacito mostra le prime disposizioni di Druso, appena entrato nel campo/vallum, vedendo la folla imponente di legionari disposti intorno al tribunal: portas stationibus firmare/con posti di guardia rafforzare le porte; globo armatorum certis castrorum locis opperiri / disporre scorte di armati in determinati punti.

Professore, Druso fa chiudere nel mezzo le tre legioni di legionari dissidenti, bloccando con un migliaio di uomini quasi 18000 milites, agendo secondo manuale militare! E’ un’azione di un veterano? E’ un piano attuato da Druso, su consiglio del rector e dei suoi collaboratori, patrizi!.

I soldati pensano a un Druso figlio di famiglia, ma il figlio di Tiberio è pur sempre un claudio, un militare coi fiocchi, duro, che, nel primo servizio militare, dopo aver preso la toga virile, non è stato degenere, se Augusto gli permette il cursus honorum anticipato tanto da diventare console insieme con Norbano Flacco, proprio al ritorno dalla campagna pannonica, con tutta la delegazione paterna, soddisfatta del lavoro svolto, destinato ad avere nel 17 d.C. un’ ovatio per aver vinto Maroboduo, come governatore dell’Illiricum!.

Comunque, nei castra pannonici nel settembre del 14,- piovoso, anticipante l’inverno!- Druso svolge il suo incarico con l’aiuto di altri, tra cui Seiano, cugino di Quinto Giunio Bleso iunior e nipote di suo padre omonimo, senior, governatore, poi inviato in Africa, contro Tacfarinate.

Tacito mostra il tumultuare dei legionari evidenziando la retorica del suo fare storia, secondo i canoni descrittivi del pathos e Druso ritto, all’atto di arringare : Stabat Drusus silentium manu poscens. Illi quotiens oculos ad multitudinem rettulerant, vocibus truculentis strepere, rursum viso Caesare trepidare; murmur incertum, atrox clamor et repente quies; diversis animorum motibus pavebant terrebantque/ Stava in piedi Druso, chiedendo con la mano silenzio. Quelli, ogni qual volta guardavano le proprie numerosissime file, rumoreggiavano con voci minacciose, quando invece guardavano Cesare, tremavano: un mormorio confuso, un clamore spaventevole, poi, all’improvviso, la calma; in balia di questi opposti sentimenti, provavano ed incutevano terrore (Ibidem, 25,1-2).

Druso, interrotto il tumulto, legge ad alta voce la seguente lettera del padre, in cui era scritto: fortissimarum legionum curam, quibusdam plurima bella toleravisset/ egli aveva particolare cura per le fortissime legioni con cui aveva sostenuto tante guerre; ubi primum a luctu requiesset animus, acturum apud patres de postulatis eorum/ non appena il suo animo si fosse riavuto dal lutto, avrebbe trattato coi senatori riguardo ai loro desideri; nel frattempo aveva inviato i figlio perché concedesse senza ritardo tutto quello che si poteva dare subito /misisse interim filium, ut sine cunctatione concederet quae statim tribui posset; il resto doveva riservarsi al senato al quale era giusto lasciare la sua parte, tanto di indulgenza quanto di severità/ cetera senatui servanda. Quem neque gratiae neque severitatis expertem haberi par esset.

Cosa risponde l’assemblea /contio, dopo che il centurione Clemente ha elencato i postulata militaria (congedo dopo 16 anni, compensi al termine del servizio, paga di un denario al giorno, veterani mai più trattenuti in servizio) dopo che Druso, subissato da clamore ostile, risponde confessando che su tutto ciò devono decidere il senato e il padre?

Cur venisset neque augendis militum stipendiis neque adlevandis laboribus denique nulla bene faciendi licentia?/Che era venuto a fare, se non aveva la facoltà di aumentare lo stipendio ai soldati, né alleviare i carichi operativi né concedere alcun beneficio?

Si fa una domanda, cui seguono commenti amari circa il potere di bastonare e di mandare a morte e sul sistema di Tiberio di eludere le richieste di soldati, a nome di Augusto– cosa che il figlio ha ereditato dal padre- a cui fa seguito una frase interrogativa disgiuntiva di grande disprezzo, verso la casa regnante, che sapeva rimettersi sempre e stranamente solo per gli interessi dei soldati, al senato, non consultato mai, se non in caso di castighi e di combattimenti: a loro sarebbero venuti sempre e solo figli di famiglia/ Numquamne ad se nisi filiod familiarum venturos?…an praemia sub dominis, poenas sine arbitrio esse/o forse le ricompense dipendevano dai padroni, le punizioni, invece, erano senza autorizzazione di nessuno ?

Hai capito bene il pensiero di Tacito sulle lamentele dei militari?

Lo storico legge col pregiudizio imperiale antonino e pensa che Augusto e Tiberio deludono le aspettative dei militari fingendo di non essere domini e di dipendere dal senato responsabile della condizione dei legionari, quasi immutata anche al tempo di Nerva e Traiano! La politica senatoria di Vespasiano e Tito è simile a quella dei fondatori dell’impero giulio-claudii, come quella di Nerva-Traiano, anche se apparentemente contrasta con quella di Caligola (ed anche di Claudio e di Nerone) e di Domiziano, che si vestono come i re orientali, di seta e di abiti gemmati, che hanno in testa diademi e si considerano legge vivente ed esseri divini!

Dunque, professore, la missione del figlio della famiglia claudia subisce la contestazione delle legioni che sfogano il loro malumore non su Druso, ma sul rappresentante senatorio, quel Gneo Lentulo, circondato e ferito perché accusato di essere il primo a deprecare la rivolta quando, invece, essendo superiore per età e per gloria militare avrebbe dovuto non incoraggiare l’azione repressiva di Druso, ma avere solidarietà con loro, che perciò abbandonano il tribunal e ad ogni occasione cercano di provocare incidenti. attaccando i pretoriani di Seiano, odiati, e gli amici di Cesare.

Al ferimento di Lentulo segue un ‘eclisse di Luna, che spaventa i soldati che, di conseguenza, accantonato il piano di una collettiva strage, sembrano piegarsi a pentimento.

Ecco come scrive Tacito -ibidem 28-il fenomeno dell’eclisse e il turbamento dei soldati: Un caso fortuito fece trascorrere calma la notte che si era annunciata minacciosa e sembrava dovesse finire con una strage. A cielo sereno, si vide eclissarsi la luna – 26 settembre 14!- I soldati che ignoravano la causa del fenomeno lo intesero come un presagio che riguardasse la loro situazione, mettendo in rapporto le loro sofferenze con lo sparire dell’ astro ed immaginando che sarebbero riusciti felicemente i loro intenti se alla dea venisse restituito il suo limpido chiarore: con strepito di bronzi e suoni di trombe e corni rumoreggiavano, secondo che la luna si faceva più lucente o più fosca si allietavano o rattristavano e quando delle nuvole, che si erano alzate la tolsero di vista si poté credere che fosse scomparsa nelle tenebre .Inclini come sono alla superstizione gli animi, già turbati, piangendo gridano che si preannuncia loro un travaglio senza fine/ aeternum laborem e che gli dei, sdegnati, distolgono lo sguardo dalle loro azioni.

Druso approfitta della situazione favorevole e comanda ai pretoriani di andare tra le tende e far venire Clemente e i soldati stimati dalla massa.

Questi, introdotti fra le sentinelle, nei corpi di guardia, nei posti si sorveglianza alle porte, ora fanno apparire una speranza, ora suscitano timore rimproverando di tenere richiuso il figlio dell’imperatore / filium imperatoris obsidebimus? facendoli ragionare sull’esito delle lotte, sul giuramento da prestare a Vibuleno e a Percennio, uomini che non hanno facoltà di concedere terre ai veterani, perché non possono sostituirsi ai Neroni e ai Drusi. Con queste parole li incitano a passare per primi al pentimento essendo stati gli ultimi a cadere in colpa, facendo capire che le concessioni comuni hanno tempi lunghi e sono lente ad arrivare e che un favore, invece, personale, appena te lo sei meritato subito lo ricevi/ tarda sunt quae in commune expostulantur: privatim gratiam statim mereare, statim recipias.

Professore due domande: è possibile che la lotta tra i giulii, qui detti Neroni, e i Claudi, qui chiamati Drusi, è già iniziata? la rivolta viene frenata con la divisione tra le richieste dei tirones/reclute e quelle dei veterani?

Marco, è probabile che in Germania e in Pannonia i soldati già siano divisi, al testamento di Augusto, in pars Iulia/neronia a favore di Germanico, di Druso maggiore- supposto figlio naturale di Augusto- e in Claudia/drusia a favore di Tiberio che, nella zona aveva operato con Senzio Saturnino ed aveva vinto e Cheruschi e Marcomanni e i loro re, Arminio e Maroboduo. Per quanto riguarda l’operazione di Druso e del consilium principis, la separazione della causa dei giovani soldati da quella degli anziani e di una legione dall’altra sembra che sia ben rilevata da Tacito- Ibidem, 28,5 tironem a veterano, legionem a legione dissociat-

Infatti i soldati- a cominciare dalle reclute- subito rimettono le insegne a posto e poco a poco lasciano tutti le porte e, così, viene ripristinata la disciplina nei tre castra!.

Druso, allora, convocata l’assemblea, anche se inesperto nel dire /quamquam rudis dicendi, con naturale dignità, deplora le azioni passate e approva le presenti dichiarando che non si arrende alla paura o alle minacce ma, che se li vedrà supplichevoli, scriverà al padre affinché, placato, accolga le preghiere delle legioni (ibidem 29).

Subito, su loro richiesta, invia il figlio di Bleso, il cavaliere Lucio Aponio, uomo della sua coorte, e Giusto Catonio, un comandante di una delle prime centurie, al padre Tiberio! -Ibidem-

Sorgono discussioni /certatum sententiis, nel concilium principis: alcuni sostengono che nell’attesa del ritorno degli ambasciatori, bisogna blandire la benevolenza dei soldati, altri invece servirsi di metodi con più energici provvedimenti perché il volgo non ha senso di misura, se non teme minaccia, e se, invece, ha paura lo si può impunemente calpestare, specie se terrorizzato da superstizione. Quindi il comandante è consigliato di aggravare lo spavento facendo sopprimere i promotori della rivolta, già terrorizzati dal fenomeno naturale.

Druso, essendo promptum ad asperiora ingenium (ibidem 29,3) accetta il parere di fare giustizia sommaria sui promotori ed ordina la soppressione di Vibuleno e Percennio e dei principali sobillatori, cercati nelle tende, mentre alcuni compromessi vengono consegnati dai commilitoni stessi, a dimostrazione della propria fedeltà, ed altri sono scovati sbandati fuori dell’ accampamento e uccisi dai pretoriani.

In breve, l’ottava e la quindicesima tornano nei loro castra e la stessa cosa fa la nona, dopo aver atteso, invano, lettere di Tiberio.

Druso, allora, torna a Roma , dovendo intensificare la campagna per la sua elezione a console.

Bene professore.! Mi sembra, ora, di aver capito il suo sotteso messaggio sul figlio di Tiberio, adulescens, dicendi rudis, e promptum ad asperiora ingenium, in quanto mi sono ricordato di una sua spiegazione etimologica su eruditio. Allora, marcava a noi alunni liceali il concetto del suo significato di istruzione come uscita dall’ ignoranza e fase di passaggio alla cultura individuale, come abbandono della rozzezza istintuale e passionale adolescenziale per un avvio alla razionalità di una comitas giovanile, adulta, mostrando anche il passaggio dalla barbaries agricola alla raffinata civiltà cittadina e quindi alla comitas/compitezza e socievolezza urbana, grazie alle artes liberales, di cui l’oratoria era un tassello fondamentale- di cui Tacito, ai suoi tempi, lamenta la fine, in relazione alla perdita della libertà cittadina-!.

Bravo. Marco ! ora veramente hai compreso che Tiberio, accusato da Tacito persino di adfectatio e morositas , cioè di essere giunto a forme leziose ed affettate e a pedante meticolosità, vede il figlio come uomo intemperante e impetuoso, estremamente aspro, non moderato da un processo culturale adeguato. Marco, in Tiberio, orator e dux prudens, insoddisfatto per la formazione del figlio, c’è la condanna della educazione impartita da Asinio Gallo, il marito della ex moglie Vipsasia Agrippina, che lo ha lasciato libero secondo l’inclinazione naturale drusia, rendendolo schiavo e bisognoso di magistri rectores!.

Secondo Tacito, Tiberio ammette davanti al senato la deficienza di Druso, anche quando fa l’elogio del figlio e chiede per lui la tribunicia Potestas (Ibidem, 56,3)!

Dunque, Druso e Seiano, compiuta la campagna pannonica con successo, sono tornati a Roma e svolgono le proprie funzioni, in relazione al proprio grado sociale?.

Certo, Marco!. Druso diventa console con Norbano Flacco e, poi, viene di nuovo inviato in Pannonia con la moglie Livilla, che sembra stabilirsi a Cividale (Forum Iulii), mentre il marito coi legati sta a Carnuntum e, come governatore, favorisce i Marcomanni di Maroboduo contro i Cheruschi di Arminio.

Avvenuto lo scontro tra le due popolazioni barbariche, i Cheruschi vincono i loro nemici nel 18 d.C ed impongono il principe Catualda favorito da Arminio,- che, poco dopo, è ucciso dai suoi amici e parenti invidiosi del suo prestigio, ora che si sono impadroniti anche dei territori dell’alta Sava (Boemia e Moravia) nel 19 d.C, avendo i romani deciso già con Germanico di spostare – nonostante le due vittorie del 16 di Idistaviso e del Vallo di Argrivari- di riportare il confine dal Weser al Reno, a seguito del richiamo del dux giulio da parte Tiberio.

Maroboduo, il re sconfitto e spodestato, chiede aiuto a Druso, che lo accoglie nell’impero romano e poi, col consenso del padre lo autorizza a stabilirsi a Ravenna, dove muore nel 37 d.C, dopo quasi 19 anni di esilio dorato.

Quindi Druso e Seiano sono lontani l’uno dall’altro, fino alla morte di Germanico e anche all’epoca del processo di Gneo Pisone,- essendo l’uno ora a Cividale ora a Carnuntum, mentre l’altro è a Roma con Tiberio, fino a quando padre e figlio diventano consoli nel 21-.

Tacito, Annales, III,31 1, infatti, scrive: seguì il quarto consolato di Tiberio e il secondo di Druso …Tiberio come per ristabilirsi in salute (era stato male!) si recò in Campania: forse intendeva preparare a poco a poco un’assenza lunga ed interrotta o lasciare che Druso esercitasse da solo le funzioni, essendo il padre lontano-.

L’anno dopo, Marco, Tiberio chiede per Druso la potestas tribunicia , carica che Augusto aveva costituita, avendo come collega prima Marco Agrippa e poi lo stesso Tiberio!.

Quindi, Tiberio nel 22 stabilisce che Druso deve succedergli e perciò, gli dà la carica inventata, secondo Tacito, da Augusto che considera questa autorità suprema per non prendere il titolo di re o di dittatore ed innalzarsi, tuttavia, su tutti gli altri con qualche appellativo/ id summi fastigii vocabolum Augustus repperit ne regis aut dictatoris nomen adsumeret ac tamen appellatione aliqua cetera imperia praemineret – Annales, III,56,1.

Per lei, professore, questo progressivo aumento di potere, dato a Druso, fa decidere il pretoriano a tentare di far la scalata al potere con Livilla, sua amante – scoperta, forse, dal figlio di Tiberio che ha spie e fautori in città-?

Marco, considera che il 22 è anche il momento dello stanziamento definitivo dei pretoriani nei Castra praetoria e della certezza di un vinculum tra i soldati e il praefectus, che li ha attirati in vario modo facendo favori ad alcuni, promuovendo altri, quando è nota la intenzione di Tiberio di seguire l’esempio di Augusto e di associarsi Druso al potere /Drusum summae rei admovit.

Ti preciso, Marco, che Augusto aveva stabilito che la stirpe di Druso maggiore aveva precedenza nella successione su quella di Tiberio, pur avendo lasciato il potere al figliastro Claudio: Tiberio aveva regnato per anni lasciando impregiudicata la scelta tra i due cugini, dioskouroi, e solo ora, dopo la morte di Germanico, aveva fatto la scelta definitiva.

Nella richiesta al senato così l’ imperatore parlava – dopo aver pregato gli dei perché volgessero i suoi disegni al bene dello stato- del giovane con misura, senza esagerazioni /modica de moribus adulescentis neque in falsum aucta rettulit – Ibidem, 56,3-

Nota che Tacito scrive che Tiberio considera adulescens un uomo di 36 anni circa, leggendo dalla parte di un padre che diceva esse illi coniugem et tres liberos (una femmina e i gemelli), eam aetatem, qua ipse quondam a Divo Augusto ad capessendum munus vocatus sit / che aveva moglie e tre figli ed era nell’età, in cui lui stesso era stato chiamato dal divo Augusto ad assumere quell’alta funzione.

Tiberio aggiunge nella lettera: neque nunc propere, sed post octo annos capto experimento, compressis seditionibus, compositis bellis triumphalem et bis cosulem noti laboris participem sumi/ che non prematuramente, ma dopo otto anni di prova, in cui aveva represso sedizioni, terminato guerre, meritato il trionfo, e due consolati, Druso veniva assunto a collaboratore di una fatica, a lui già nota – Ibidem 4-

Seiano e Livilla comprendono dalla risposta del senato- che è quella usuale di votare statue per i due principi ed altari agli dei e templi ed archi di trionfo, anche se Silano propone di iniziare a datare l’anno, non dal nome dei consoli ma dalla concessione della tribunicia potestas, mentre Quinto Aterio, da adulatore, vuole che siano incise nella curia in lettere d’oro le deliberazioni senatorie del giorno- che la ratifica senatoria è certa!.

Professore, si pensa, dunque, che dopo questo giorno, inizi la congiura di Seiano, che risulta impostata su due fasi: una di provocazione ed un’altra di reale esecuzione mediante il veneficio.

In tale situazione essendo avvenuta la scelta dell’ adiutor, è probabile che scoppi il diverbio tra i due, che, avendo caratteri forti si scontran, essendo l’uno libero di parola e l’altro, nonostante l’apparenza umile e servile, superbo.

Tacito scrive, facendo il ritratto psicofisico di Seiano:  laborem tolerans, animus audax; sui obtegens, in alios  criminator; iuxta  adulatio et superbia/ ebbe corpo robusto e animo audace; dissimulatore  per sé e diffamatore degli altri, adulatore e contemporaneamente superbo (Annales, IV, 1,3) e rileva qualità pericolose e dannose se usate per la conquista del potere : palam compositus pudor, intus summa adipiscendi libido, eiusque causa modo largitio et luxus, eiusque causa industria ac vigilantia, haud minus noxiae, quotiens parando regno finguntur / apparentemente presenta affettata timidezza ma, nell’intimo è estremamente avido di potere per cui usa fastosa prodigalità, ma più spesso attività e vigilanza, dannose in chi aspira al potere.

Il ritratto di Velleio Patercolo è abbastanza simile a quello tacitiano nel rilevare un corpo resistente alla fatica e un animo pronto ad osare con capacità di ben operare e di dare fiducia ad altri e di dominarsi e di rapportare amabilmente col prossimo, ma anche con la dote di riversare infamie sui vicini, essendo uomo abile ad adulare e contemporaneamente capace di esibirsi in quanto superbo e fanatico, rimanendo, comunque, in apparente riservatezza e compostezza, dato il carattere gioviale e spiritoso, cameratesco di stampo agricolo-militare antico.

Queste qualità di bonomia le dimostra nel preciso ordinamento, rinnovato, del corpus pretoriano in Roma, quando riunisce i milites in un solo campo per addestrarli in modo che essi abbiano spirito di corpo nell’obbedienza ai superiori e nella coscienza della forza da ispirare paura nello scontro con gli altri. Infatti Tacito scrive: ut simul imperia acciperent numeroque,et robore et visu inter se fiducia ipsis in ceteros metus oreretur/affinché ricevessero gli ordini insieme e col numero e con la forza e la vista reciproca ispirassero a sé fiducia e timore agli altri– Annales, IV,2,1-

Seiano si conquista gli animi dei suoi e aumenta il prestigio della prefettura del pretorio, pur adottando una disciplina rigorosa: inrepere paulatim militares animos adeundo, appellando; simul centuriones ac tribunos ipse deligere/ cominciò ad insinuarsi nell’animo dei soldati, avvicinandoli, chiamandoli a nome, e a scegliere personalmente i centurioni e i tribuni -ibidem- Contemporaneamente non si asteneva dal circuire i senatori per ottenere cariche e governi provinciali per i suoi protetti/neque senatorio ambitu abstinebat clientes suos honoribus aut provinciis ornandi -Ibidem-.

Professore, Ponzio Pilato, suo tribuno e cliens, dopo la fine del suo servizio militare, potrebbe essere stato uno considerato da lui adatto a reggere la Iudaea, dopo la prova della cacciata degli ebrei da Roma?-Cfr. Per un bios storico di Ponzio Pilato- ,

Certo per Seiano, dopo la designazione del suo uomo, è uno scherzo avere l’approvazione di Tiberio, che lo asseconda in quanto è facilis et pronus ita ut socium laborum non modo in sermonibus sed apud patres et populum celebraret colique per theatra et fora effigies eius interque principia legionum sineret/ tanto acquiescente da proclamarlo associato alleproprie fatiche non solo in conversazioni private, ma davanti al popolo e al senato – ibidem-.

TIberio, in vista del suo ritiro in Campania, pur avendo designato il figlio, secondo Velleio Patercolo, crede necessario- visto il caratteraccio del figlio e considerata la sua immoderatio politica- affiancargli qualcuno come guida nelle attività o nei mandata, in modo da moderarne l’esuberanza e gli impulsi. Tiberio, anche in questo, segue l’esempio di Augusto che, giovane, si era servito di Statilio Tauro e di Vipsanio Agrippa ed altri in quanto i governanti, avendo grandi affari hanno bisogno di grandi aiutanti/magna negotia magnis adiutoribus egent … facendo così l’interesse dello stato e migliorando la personale formazione / interestque rei publicae quod usu necessarium est, dignitate eminere utilitatemque auctoritate muniri.

Perciò, l’imperatore insiste sulla scelta di Elio Seiano come adiutor  per il figlio, ancora discipulus?!

Velleio Patercolo,- che non conosce i fatti successivi- esaltando la figura di Seiano -già pronto alla congiura– scrive: Ti. Caesar Seianum Aelium, principe equestris ordinis patre natum, materno vero genere clarissimas veteresque et insignes honoribus complexum familias, habentem consulares fratres, consobrinos, avunculum, ipsum vero laboris ac fidei capacissimum, sufficiente etiam vigori animi compage corporis, singularem principalium onerum adiutorem in omnia habuit atque habet, virum severitatis laetissimae, hilaritatis priscae, actu otiosis simillimum, nihil sibi vindicantem eosque adsequentem omnia, semperque infra aliorum aestimationes se metientem, vultu vitaque tranquillum, animo exsomnem/ capace di laboriosità e fiducia, di costituzione del corpo pari al vigore dell’animo, uomo di piacevolissima austerità, di antica affabilità, nell’agire molto simile a chi è estraneo agli affari pubblici, che non pretende nulla per sé e che raggiunge ogni cosa, sempre stimatore di se stesso al di sotto delle sue capacità, nelle valutazioni con gli altri, quieto nel volto e nella vita, infaticabile nell’animo.

Dunque, Tiberio non si svincola da Seiano in questo periodo secondo Cassio Dione , ed associa Seiano a sé,-e qui concorda con Tacito!- come aiutante suo e del figlio, per l’affinità di carattere con lui / ek toon tropoon omoiothtos, e gli concede il rango pretorio/proslaboon tais ge strategikais timais- cosa mai fatta per nessun eques -/ facendolo sumboulon kai upeerethn pros panta!.

Quindi, professore, la scelta di Seiano, fatta da Tiberio per il figlio, ritenuto ancora adulescens, diventa deleteria, perché aumenta il potere del pretoriano, che con Livilla ha pretese, poi, di successione reali, come patronus di Tiberio Gemello ?

Marco, ti preciso che Druso minore ha nomina dal padre e dal senato mentre Seiano ha solo quella del vecchio Tiberio, che  considera adiutor aiutante di campo-  in senso militare, forse- e null’altro, ma risulta equivoco davanti ai militari e al popolo-: l’affermazione di Cassio Dione –sumboulon kai upeerethn pros panta – non è da considerare se non come traduzione greca, molto successiva, di adiutor,  in un ampliamento del significato di consigliere  con referente  di upeeresia  servizio di rematori, in senso universale!-

Per me, comunque , in tale situazione, Tiberio, già non del tutto integro, autorizza la scalata al potere del pretoriano, antagonista opportunista e crea problemi a quel figlio, che vuole aiutare con ministri, bene conoscendo l’arte difficile del goveranre! Comunque, un Tiberio diciamo veramente malato e molto menomato, nonostante la stazza fisica, lo si può vedere effettivamente nell’estate del 36 d.C., quando avviene la destituzione di Ponzio Pilato e viene imprigionato Giulio Erode Agrippa, a Tuscolo, (cfr. Flavio, Ant. Giud. XVIII,185-204) quando dà l’ordine a Macrone -successore di Seiano- che finge di non sentire, convinto di trattare con un rimbambito, che si dimentica facilmente delle cose!

Bene. professore. Abbiamo precisato anche questo aspetto su Tiberio, ora, si affronti la morte del figlio ad opera del pretoriano che, secondo il padre, dovrebbe esserne inizialmente collaboratore nella direzione degli affari pubblici e sua guida!.

Marco, te ne parlo volentieri, ma prima permettimi di fare una questione sul testo di Cassio Dione, che pone accanto alla morte di Druso un racconto di uno strano episodio circa un architetto- che raddrizzò con una tecnica eccezionale il porticus Octaviae, uno degli edifici più grandi di Roma, rinforzando tutto intorno le fondamenta in modo tale che non si spostassero e coprì il resto della struttura con dei pesanti mantelli di lana, imbracandola con delle funi da ogni parte; poi, dopo aver tirato con l’aiuto di molti uomini e con l’utilizzo di argani, lo riporto nella posizione originale (Cfr. Caligola il sublime cit.) e che poi ritornò dall’imperatore (che lo aveva pagato ed onorato per l’ impresa prodigiosa) e gli porse una coppa di vetro, meravigliosa. Andandosene il tekton la fece cadere, di proposito, poi, raccolte le singole parti, con le mani, la riplasmò, come prima, destando lo stupore di tutti, ma non di Tiberio, che ordinò che fosse messo a morte, perché aveva fatto opera di magia, con la ricomposizione!

Perché me ne parla?

Marco, vedo un rapporto tra la dihghsis /narrazione della morte del misterioso architetto e quella di Druso, di Dione Cassio e il racconto del Testimonium Flavianum e della punizione degli ebrei romani per i fatti di Paolina (e Mundo) e di Fulvia (e dei dottori giudaici) in Flavio, quasi un’ analogia, essendo ambedue i testi interpolati e con tratti comuni, sottesi.

Detto questo e precisato che la morte di Druso è in Xiphilino,137,17-140,7 e i fatti, seguenti la morte di Agrippina, in Zonara 2 p. 440,8-441 (p.7 ,11-28D),- due bizantini, il I dell’XI secolo il II del XII – possiamo ora iniziare, Marco, seguendo Cassio Dione e Tacito, che risultano le fonti più autorevoli per una ricerca sulle cause della morte del figlio di Tiberio e del lungo periodo di silenzio ed infine della scoperta, insieme con la congiura, anche del delitto, concertato con la moglie stessa, Livilla, e coi suoi familiari e medici!.

Dall’angolazione di Tacito e Cassio Dione (e di altri ) si può chiaramente vedere, dunque, che la morte di Druso minore avviene nel momento magico del suo Regno, quando a Roma funzionano due poteri legittimi, una diarchia, un padre che ha associato un figlio concedendo la tribunicia potestas, e che, a sua volta, ha l’ausilio- non richiesto – di un esperto, una persona fidata, di famiglia, legatissima ai claudii, dopo la designazione ufficiale alla successione, già avvenuta agli inizi del 20, in concomitanza con la compartecipazione di Seiano, e, poi, a seguito del comune consolato di padre e figlio, con la tacita promessa del ritiro paterno nella zona campana.

Secondo Cassio Dione -ma la notizia è passata al vaglio dei cristiani come già detto!- a Tiberio è capitato qualcosa che lo cambia (forse proprio nel triennio 21-23 o poco dopo la morte del figlio) per cui l’imperatore che era stimato grandemente, ora cominciò a dare adito a perplessità, molto maggiori tanto che risultava menomato o per lo meno non idoneo, come prima, al governo per gli excerptatores, che, tendendo a sovvertire l’ordine/ tarachh kosmou, accostano le notizie tratte da Flavio, Svetonio e Tacito, riportando che quanto avviene sul piano psicofisico di Tiberio, incide tanto da decidere di seguire il consiglio interessato di Seiano di abbandonare Roma per gli otia caprini, in una volontà di vivere senza pensieri, come un pensionato, imperatore emerito.

Cominciamo, dunque, Marco con la descrizione di Cassio Dione – Storia romana, LXVII, 22 , che rileva già la provocazione del pretoriano-, ma mi sembra opportuno prima farti notare che Tiberio, banditi gli attori/istriones, reprime i costumi delle donne incitate alla dissolutezza, concedendo a Seiano il privilegio di aver statue tanto che popolo, senato e consoli stessi cominciano a comportarsi come clientes del pretoriano, che, in assenza dell’imperatore, accentra il potere, nonostante la presenza di Druso Minore, come se fosse l’unico referente in quanto tutti si rivolgono a lui, per questioni pubbliche e non solo private, in quanto senza di lui non si muove foglia a Roma /ouden eti khoris autou toon toioutoon epratteto/senza di lui non si faceva niente.

Questo sembra che accada, quando ancora vive e cogoverna Druso Minore, che naturalmente, stando fisso a Roma, è innervosito dal potere dato dal padre al pretoriano, che è un minister, un servo/uphereths che svolge il servitium/la sua funzione, oltre che cittadina,  anche di guardia specifica del corpo, a lui, erede al trono e alla sua famiglia, e perdi più con eccessivo zelo, cosa che inquieta il giovane, già per natura furioso ed agitato!

Ecco le precise parole di Cassio Dione, che riporta, oltre l’anticipo della fine di Druso, anche l’ alterco tra i due, inesatto circa la colluttazione successiva e il pugno dato!.

Drousos, o pais autou, pharmacoooi diooleto; o gar Seianos epi te thi ischui kai peri tooi acsioomati upermazhsas ta te alla uperogkos hn kai telos kai epi ton Drouson etrapeto kai pote pucs autooi eneteine/Druso figlio di Tiberio, morì per avvelenamento da farmaco; Seiano, infatti, esaltato per il potere e per il rango raggiunto, oltre a dimostrare la sua baldanza in altre occasioni, alla fine si volse anche contro Druso, e, in un’occasione, lo colpì, addirittura, con un pugno.

Secondo Cassio Dione,- che concorda con Tacito- da quel momento il pretoriano cominciò a temere sia Druso che Tiberio, e, pensando che se avesse eliminato il giovane, il vecchio lo avrebbe potuto manovrare con estrema facilità, propinò del veleno a Druso, servendosi dell’aiuto della sua servitù e di sua moglie, che molti chiamano Livilla, altri Livia, di cui Seiano era l’amante/ emoicheuen,!

La colpa, per lo storico,  ricadde su Tiberio perché non abbandonò mai le sue abitudini di vita, né durante la malattia, né al momento della sua morte ed, inoltre, anche perché non concesse a nessun altro di abbandonare le proprie!.

Per lo storico, che legge i fatti dopo decenni, colpevole è Tiberio, un padre imperatore, già malato, che è incerto sul destino dell’impero, già da allora, avendo in mente di porre sul trono non una discendenza giulia al potere, ma il proprio figlio, sul quale nutre qualche dubbio, come esperienza politica, tanto da porgli accanto un altro! La stessa cosa si ripete, dopo oltre 13 anni: l’imperatore a Capri è indeciso sulla scelta tra l’erede giulio, superstite, Gaio Germanico e il figlio di suo figlio, Tiberio Gemello! Svetonio è contraddittorio nel suo parlare perché afferma che Tiberio ha come sospetto Gaio e disprezza il nipote come nato da un adulterio (Svetonio, Tiberio, LXII-ex adulterio conceptum), anche se poi dice che due anni prima della morte, stende un duplice testamento –alterum sua, alterum liberti manu -nominandoli eredi ambedue aequis partibus, costituendoli reciprocamente eredi l’uno dell’altro (ibidem LXXXVI).

Tiberio è uomo molto razionale e scrupoloso nei suoi atti anche se fatalista e mago, analogista, che sa bene che la storia si fa casualmente: i fatti accadano senza intervento di uomini o Dei, che sono tutti condizionati dal fatum!

Lo stesso Flavio (Ant. Giud. XVIII,205-222) – che descrive Tiberio desideroso di determinare razionalmente l’ascesa al potere di Tiberio Gemello, capovolgendo l’ordine di Augusto, col comando ad Evodo di far entrare da lui il nipote, per primo, pur mostrando che il Dio (ebraico! non la Triade capitolina!) annulla la sua scelta! – rileva il fatale andare al colloquio di Caligola, il figlio di Germanico, l’estraneo, il predestinato ad essere il Neos Sebastos/Novus Augustus!. Eppure il vecchio malato imperatore, da nonno innamorato del proprio nipote, aveva pregato gli dei patri di dare un segno per l’elezione del suo successore ed aveva deciso, in cuor suo, che il precettore, all’alba del giorno dopo, senza informarlo della sua recondita intenzione, dovesse introdurre i figli presso di lui: l‘impero sarebbe andato al primo che, il giorno dopo, sarebbe entrato per primo da lui! Tiberio si augurava vivamente di poter trasmettere il potere imperiale al figlio di suo figlio, anche se poneva fiducia nella scelta decisiva divina – ibidem 212-!

L’imperatore malato, vecchio, comunque, accetta il verdetto del fato. anche se prevede da mago, la morte, per ragione di stato, del diletto nipote,  ed ha un colloquio con Caligola, a cui affida caldamente il fratello adottivo,

Da pater  familias confessa che un frater deve  aver pensiero  del frater- avendogli lui, nonno, dato un potere così eccezionale- , che potrebbe essere un muro difensivo per il suo impero, e per la salvezza personale di chi, sublime, è solo nel potere, specie se ha contrari gli dei, che non lasciano impuniti gli atti contrari alla giustizia e contrastanti con essa!

E’ una comunicazione impossibile! E’ un messaggio che non può passare all’ epoca, specie tra Tiberio pastor unico, anhr, del gregge umano – che subito a suo tempo aveva fatto uccidere, appena eletto, l’altro, il giovane Agrippa, di nascosto!- e Caligola, unico pastor, Theos dell’oikoumenh, assoluta legge vivente, che non può aver nessun altro accanto! non per nulla soleva ripetere la farse omerica (Iliade II,204) eis koiranos estoo/uno sia il capo! cfr A. Filipponi, Caligola il sublime, cit. – Il potere assoluto: Caligola Despoths pp 115-123-

Il discorso tra un analogista ed un anomalista (cfr. Peri upsous cit.) seppure di comune cultura, è vuoto, come comunicazione, essendo Gaio Germanico divergente sulla figura di pastor del gregge umano: non un mortale ma un uomo-dio è despoths e kurios della terra e degli uomini, deciso a governare da Alessandria il kosmos romano, in una nuova era saturnia, secondo un progetto sublime, giulio, non claudio!

Quanto detto sulla incertezza di Tiberio è utile alla comprensione generale degli ultimi anni dell‘imperium tiberiano, mentre sull’episodio del pugno/pugs di Druso, si evince un atto di palese tensione e d’ inimicizia tra i due, che, invece, dovevano essere solidali ed uniti nella direzione dello stato: i due, da tempo, erano ostili, anche se affiancati sempre da Tiberio, in quanto diversi per cultura e per formazione, per stirpe e per classe sociale, essendo ambedue smodati per ambizione; Druso poi ha un odio feroce, data anche la superiorità di grado e forse di fisico, per aver intuito la tresca amorosa, alle sue spalle, del pretoriano con la moglie! lo scontro fisico, se avvenuto durante gli ultimi giorni del suo secondo consolato, è ancora, giuridicamente, più grave!

La fonte svetoniana e tacitiana è ancora di più precisa di quella dionea e flaviana, anche se i due storici sono più scheletrici in alcune informazioni, dopo la lunga premessa sulla prefettura del pretorio e sull’azione svolta da Seiano per migliorare il sistema di vita dei pretoriani-dopo l’incendio domato e la possibilità di aver statue dorate nei templi concessa al capo pretoriano!- e circa la presenza nel palazzo imperiale di molti principi oltre a Druso, in età adulta, di nipoti, cioè, non più bambini, pronti per l’ impegno politico: gli storici antonini sembrano seguire il pensiero di Seiano, eques ambizioso, che ha tanti competitori e che “sente” il compito, difficile, di sbarazzarsi di tutti insieme e sceglie di procedere con astuzia e di pazientare nell’organizzare i suoi piani strategici, al momento opportuno con interventi tempestivi. Viene mostrato come primo bersaglio l’uccisione di Druso contro il quale il pretoriano è animato da rancori a causa di un episodio recente: Druso, insofferente del rivale politico, essendo violento per indole, in un diverbio, sorto casualmente fra loro, aveva alzato la mano contro Seiano eques, e, poiché questo gli resisteva, lo aveva colpito in faccia.

L’ episodio, in cui gli storici marcano la resistenza con l’opposizione fisica del pretoriano al suo dominus, è spia di una esplosione rabbiosa improvvisa di una lunga sopportazione da parte di Druso- represso continuamente dal padre!- che reagisce impulsivamente forse a qualche astuta provocazione verbale del pretoriano- abile nel gestire le parole con gesti affabili e scherzosi, secondo il sistema antico cameratesco militare -e alla sua invadenza, mai censurata dall’imperatore, che pur ha potere tirannico su tutti, ma non con Seiano (Annales, IV, 7, 1 )!-

Lo storico, in effetti, scrive che Druso mostra chiaramente insofferenza e rabbia nei confronti del pretoriano, -il cui genetliaco è celebrato nei templi come quello suo e dell’imperatore- di cui si lamenta presso il padre per il comportamento di un uomo, che cerca la popolarità con buoni provvedimenti e rivaleggia nel fasto esteriore con lui, anche coi soldati, da lui conquistati con promesse e con favori reali, convinto che l’imperatore non deve aver bisogno di chiamare un altro, se ha lui come figlio, sano e salvo, che siede accanto, associato nel comando/ querens incolumi filio adiutorem imperii alium vocari – ibidem –

Tacito aggiunge alla lamentela del figlio anche una frase interrogativa, forse pronunciata propria da Druso, che non sopporta nemmeno l’idea di una tale possibilità: quanto mancava ancora perché fosse chiamato addirittura collega/et quantum superesse, ut collega dicatur?!

Druso per Tacito è incauto perché mostra troppo palesemente che Seiano aspira ad essere suo collega (e del padre) e perché non è scaltro nel marcarlo subdolamente e nel denunciarlo all’imperatore pur avendo capito che per il pretoriano erano solo difficili i primi passi per la scalata, e che, una una volta fatti, avrebbe potuto aver propri favoreggiatori e partigiani tra i Claudii, che gli sarebbero corsi a fianco/Primas dominandi spes in arduo: ubi sis ingressus, adesse studia et ministros-ibidem-!

Druso è un vir educato alla parrhsia, alla libertà di parola, mentre Seiano è uomo di astuzia, che media e che trama opportunisticamente nell’oscurità: non c’è mai salvezza per l’incauto aristocratico in una situazione di scontro con un inferiore, astuto ed opportunista!

Druso comprende che Seiano, avendo già a sua disposizione come prefetto i soldati, ha già un suo potere reale militare e che il porre una sua statua nel Teatro di Pompeo significa dare un segno tangibile al popolo della sua avvenuta ascesa, ed, inoltre, che c’è il pericolo che presto, data la promessa di matrimonio tra la figlia di Seiano e Druso, figlio di Claudio, avrebbe avuto comuni dei nipoti nella famiglia dei Drusi/communes illi cum familia drusorum fore nipotes!- ibidem.

Il ragionamento di Druso è il seguente: bisognava obbligare il pretoriano, ora, alla moderazione e ad accontentarsi/precandam post haec modestiam, ut contentus esset -ibidem-.

Tacito-ibidem- infine, svela il segreto: questi e simili discorsi Druso teneva frequentemente e non a pochi, ed anche le sue confidenze segrete erano rivelate dalla moglie infedele/ Neque raro neque ad paucos talia iacebat, et secreta quoque eius corrupta uxore prodebantur!

Quindi, professore, Druso ha molte ragioni per arrivare a dare quello schiaffo o pugno, a Seiano che, per di più sembra reagire? Comunque sia, Tacito sembra oggettivo nel mostrare le mire ambiziose dell’uno e la difesa dell’altro, troppo sicuro della sua superiorità verso la sua guardia del corpo, che ha già tradito la sua fiducia, dimentico dei benefici ricevuti e da lui e dal padre.

Anche Seiano, professore, è uomo ingrato, un miles con la sindrome rancorosa del beneficato, come poi Cherea con Caligola?

L’ingratitudine è una “malattia” chiara in ogni epoca e in ogni contesto sociale: nessuno riconosce il beneficio, tantomeno il beneficato che ha rancore nei confronti di chi è suo palese benefattore di tanto, di quanto si fa l’azione pubblicamente. E’ strano personaggio l’uomo! Quanto migliore l’animale , e perfino il vegetale!

E’ vero, professore, che Tacito ne fa una questione nella morte di Druso, e ne rileva il male, evidenziando la malattia di quanti sono detrattori di Tiberio al fine di una confutazione?

Noi rileviamo che la versione di Tacito non sia diversa da quella di Cassio Dione, che non ritiene credibile che Tiberio sia aitia/ causa della morte del figlio e quindi colpevole perché si comportava così abitualmente e perché aveva, oltre tutto, solo quel figlio, a cui era affezionato e, perciò, punì subito alcuni ed altri in seguito; comunque, in quella occasione entrò in senato e, dopo aver pronunciato l’elogio, che si addiceva al figlio, tornò a casaSt Rom. LVII 22,3-.

Lo storico aggiunge che la sua-di Druso- morte fu causa di morte per molti uomini e tra questi Agrippina e i suoi figli, contro cui (Seiano) aveva aizzato Tiberio, sperando che questo, dopo l’eccidio dei suoi parenti potesse autorizzarlo a sposare Livilla (sua nuora, vedova) da lui amata, ed impossessarsi del potere assoluto, non essendoci più alcun successore diretto legittimo, in quanto Tiberio detestava il giovane nipotino, nato da un adulterio ed inoltre, a causa di Druso, Tiberio inviò in esilio molte persone per ragioni pretestuose.

L’affermazione ultima sul nipotino è inesatta, mentre sembra giusta la tesi di Svetonio che pensa con Tacito e anche con Cassio Dione, che Tiberio ritenga il figlio morto per malattia e intemperanza- cum morbo et intemperantia perisse existimaret– Ibidem LXII-!

Mi sembra strano che solo la fonte giudaica sappia che Tiberio ama svisceratamente il nipote Tiberio Gemello, nato nell’ottobre del 19 forse a Roma dove i coniugi Druso e Livilla svernano, dopo il periodo di governatorato nell’Illiricum, dopo la notizia della morte di Germanico e delle accuse a Gneo Pisone- che oltre tutto passando per l’Illiricum ne ha chiesto l’aiuto – ! Il sacerdote, storico, Giuseppe Flavio ha testimonianza diretta da Erode Agrippa e figli, oltre che da documenti giacenti negli archivi del Tempio, ed è certamente meglio informato!.

Comunque, non è possibile che una donna, del tipo di Livilla, non segua il consiglio fondamentale, per una coniugata, della ex sua suocera e moglie di Tiberio, Giulia maior (Nisi nave plena, traho vectorem!), certamente peggiore di lei, amante di molti uomini, ma abile a soddisfare i suoi piaceri, dopo la sicurezza di essere gravida, rispetto alla parente- certamente considerata stupida vedova innamorata di un solo uomo, se l’avesse conosciuta- !.

Livilla, seppure succube del pretoriano, ha come confidenti e consigliere, a detta di Tiberio, la madre Antonia e la nonna Livia, che conoscono bene le pene inflitte ad una domina, mater familias, coniugata, scoperta, infedele! E’ recente- pochi anni dopo la morte di Druso- il ripudio di Urgulanilla da parte di Claudio, imbecille, che fa esporre la neonata, rifiutata, sulla porta della domus di Plautii! La sorveglianza su Livilla della madre e della nonna è garanzia per Tiberio di legittimità della nascita dei gemelli nell’ottobre del 19d.C., quando è felice, infinitamente felice di essere nonno, grato alla nuora, domina educata ad essere matrona, degna della stirpe, indifferente al fatto di saper cercare e trovare i suoi privati piaceri!

Alla nascita dei gemelli non ci sono contestazioni a Roma né rifiuto da parte di Druso, marito, e di Claudio, pater familias! I rumores sono successivi alla morte del figlio di Tiberio, quando c’è la corte serrata del pretoriano a Livilla- che piange la morte del gemello Germanico quattrenne – comprovata pubblicamente dalla richiesta scritta – già da noi esaminata- all’imperatore del pretoriano, nel 25, tempo in cui è certa la notizia che Tiberio non conosca che Druso veneno interemptum fraude Livillae uxoris atque Seiani- cosa che gli è nota dopo la morte del pretoriano, per cui, esacerbato diventa veramente crudele e non risparmia a nessuno pene e supplizi -Ibidem –

Un vecchio astioso e rognoso come Tiberio non avrebbe risposto con quei termini, che abbiamo già esaminati, ad uno, che aveva seminato nella sua casa, infamandola!

Le donne di casa e Tiberio conoscono bene la lex Iulia de adulteriis coercendis del 17 a. C. di Augusto (Svetonio Augsto, 65,4), per cui solo il pater Familias (Claudio) e il marito Druso possono presentare l’accusa nei due mesi che seguono l’adulterio della donna, poi, anche altri, come testimoni oculari!

Professore, lei mi vuole dire che Seiano, anche se ha spinto all’adulterio la moglie di Druso, non è necessariamente padre dei figli gemelli della donna?!

Si. Marco.

La morale romana è alquanto libera, dopo il fatto dell’ accertata gravidanza ad opera di medici, nei confronti della donna incinta, che vive con le sue assistenti, sotto la sorveglianza della madre o suocera, con rari rapporti col marito, quasi libero dai doveri coniugali , secondo l’etica matrimoniale dell’epoca, dedito ad altri piaceri e con donne e con efebi!.

Perciò, Marco, è vero quello che Tacito riferisce -Annales IV 10,2- che Seiano ha attirato alla scelleratezza con l’adulterio l’infedele Livia/ corrupta ad scelus Livia vinxisse stupro, ma nel periodo successivo alla certificata medica gravidanza della donna nel febbraio del 19 d.C. quando Livilla è ancora in Illiricum !.

Infatti il pretoriano, secondo Tacito, solo nel settembre del 23 pensò che doveva far presto e quindi scelse un veleno, la cui azione lenta somigliasse ad una malattia fortuita. A Druso lo propinò l’eunuco Ligdo a quanto si seppe otto anni dopo/ maturandum ratus dligit venenum quo paulatim inrepente fortuitus morbus adsimilaretur. Id Druso datum per Lygdum spadonem, ut octo post annos cognitum est. ibidem, IV 8,1.

Dunque, professore, per Tacito – che conosce i processi contro Apicata e contro Livilla, e tutti i retroscena dell’avvelenamento e quanto succede nei pochi giorni della malattia di Druso, compresa la presenza continua dell’imperatore non al capezzale del figlio, ma in senato e perfino nel periodo tra la morte e la sepoltura stessa- i senatori partecipano falsamente al dolore per la morte di Druso perché segretamente godevano che rifiorisse la casa di Germanico!. Essi, per lo storico, vedono il vecchio imperatore, aristocratico, come colui che consolando loro in lacrime ha un virile conforto nell’amministrazione statale, proprio mentre commisera l’estrema vecchiezza dell’Augusta, l’età ancora inesperta dei nipoti e la propria già declinante. Essi godono che l’imperatore, che ha come unico sollievo nella presente sventura i figliuoli di Germanico, da lui introdotti in senato come eredi, raccomandati in quanto pronipoti di Augusto e discendenti da nobilissimi avi!.

Marco, sembra che Tiberio dopo la morte del figlio instauri un clima di terrore con l’imporre la lex maiestaitis, regolata direttamente da lui. e non dal senato. Tacito conosce anche il funerale estremamente solenne per la pompa di immagini -come quello di Germanico e forse anche di più- perché si vedevano quella di Enea, progenitore della gente Giulia, di tutti i re albani e di Romolo, il fondatore della città e poi la nobiltà sabina ed Atto Clauso e tutte le effigie dei claudii, in lungo corteo! – Ibidem 9- Inoltre il fatto che celebra Atto Clauso sabino stabilitosi a Roma nel 504 con molti clienti ,- già in Livio Ab urbe condita,II,16 e in Svetonio, Tiberio 1-, personaggio accertato dagli studi del nipote Claudio, che in Tyrrenika, lo ritiene antenato,- è indice di una volontà encomiastica della gens claudia, ora messa in congiunzione con quella giulia!.

Lo stesso Cassio Dione- la cui fonte dovrebbe essere Tacito- ne prende atto quando parla della morte di Gaio Lutorio Prisco, un ippeus ge mega epi poihsei phronoon kai epitaphion epi toooi Germanicooi epiphanh suggrapsas /un cavaliere che era fiero della sua arte poetica e che aveva scritto un insigne epitafio in onore di Germanico -St. Rom. LVII,20,3 – facendo anche un buon profitto. Costui avendo scritto anche su Druso e la sua morte fu processato e condannato e questo suscita lo sdegno di Tiberio, non per il fatto della condanna, ma per la procedura della sentenza, e perciò impose il decreto che un uomo condannato a morte dal senato, non potesse essere mandato a morte prima di dieci giorni…in modo che l’imperatore, anche se assente, potesse sapere le decisioni dei senatori, prima che venissero applicate e potesse così confermarle.

Tiberio rivendica a sé prima di partire, il diritto di conoscere i fatti prima di una emissione definitiva di condanna. Si sa da Tacito che l’imperatore è cauto nelle sentenze e solo, dopo accertata colpevolezza dell’imputato, emette verdetto e perciò le condanne per lesa maestà, volute dal senato, sono applicazioni frettolose da legittimare-. Ann. III,50, 4 e 51,2. -. Infatti lo storico afferma che Tiberio rimprovera il senato secondo il suo consueto ambiguo comportamento, esaltando lo zelo di coloro che punivano severamente gli insulti anche lievi, fatti all’imperatore, deplorando, comunque, un castigo così precipitoso per un delitto soltanto di parole.

Tacito e Dione sembrano seguire fonti diverse nel discolpare Tiberio che, pur mirando a trattenere il senato nelle sue condanne, nel caso suo personale, non prende una decisione circa la tortura dl coppiere e sulla ricerca dell’istigatore del crimine, in quanto, convinto che il figlio sia morto per malattia e per intemperanza! Sappi, Marco, che, andato in Campania e poi stanziatosi a Capri, l’imperatore non ha più una comunicazione diretta di quanto accada a Roma, prima limitata e poi impedita ed infine annullata dal pretoriano. Comunque, i due scrittori sono convinti che Tiberio non può offrire di sua mano il veleno al figlio, senza ascoltarlo ed senza dargli il modo di pentirsi/inaudito filio exitium offerret idque sua manu e nullo ad paenitendum regressu-.

E’ noto che Tiberio è abituato ad agire non frettolosamente ma pacatamente e col figlio è certamente più cauto in quanto mai ha commesso infamia (Ibidem, 11,1).

Professore, la figura di Tiberio, dopo Caligola, già sotto Claudio e Nerone e ancora di più sotto i Flavi, subisce un trattamento spietato di condanna, perché la sua reazione fu, dopo otto anni dal delitto, così drastica contro i senatori e tanto crudele da inaugurare a Roma un lungo periodo di processi e stragi, tanto da aumentare l’odio popolare contro l’imperatore assente, che, non essendo uomo generoso e liberale – se non in occasione di una grave crisi finanziaria, cui ordina per mezzo dei senatori di obbligare i banchieri di investire in beni stabili un terzo dei loro capitali e ai debitori di rimborsare subito un eguale percentuale di loro debiti- Svetonio Tiberio, XLVIII- cfr. A. Petrucci, Mensam exercere. Studi sull’impresa finanziaria romana, Jovine 1991 -.

Si sa che Tiberio ai legionari non diede niente, ma solo ai pretoriani, che non avevano tradito con Seiano, assegnò 1000 denari a testa e alle truppe di Siria (non si conosce se la concessione fu estesa anche a quelle di Iudaea!) alcuni premi per non aver posto l’ immagine di Seiano fra le insegne (nullam Seiani imaginem inter signa coluisset).

Coi militari in genere, specie coi veterani Tiberio è duro e non concede il congedo, anzi stimava che diventando vecchi sarebbero stati posti in congedo dalla morte, cercando di ottenere vantaggio dalle loro morti stesse.– ibidem-.

Tacito, inoltre, tende a mostrare Seiano come il factotum di Tiberio, sovrano non generoso coi milites, ma che ha eccessiva indulgenza nei suoi confronti del pretoriano tanto da permettergli nefandezze di ogni genere /ex nimia caritate in eum Caesaris- ibidem

lo storico riporta anche i pettegolezzi del popolo sulla morte dei dominatori in modo non sempre giusto- atrociore semper fama erga dominantium exitus -Annales, IV 11,2. ritenendo che la prosperità di Seiano e la sua stessa caduta furono parimenti funeste per lo stato Romano a causa dell’ira degli dei/ deum ira in rem romanam cuius peri exitio viguit céciditque (Annales, IV,1), in una condanna e dell’imperatore e del suo ministro.

Tacito, pur conoscendo lo svolgersi della scelleratezza rivelata tramite il processo di Apicata e dell’eunuco e del medico / ordo alioqui sceleris per Apicatam Seiani proditus, tormentis Eudemi ac Lygdi patefectus est, afferma che nessun storico è tanto ostile a Tiberio da attribuirgli la macchinazione delittuosa, anche se ricercavano ed ingrandivano tutte le altre sue colpe / neque quisquam scriptor tam infensus estitit, ut Tiberio obiectaret, cum omnia alia conquirerent intenderentque- ibidem,2.

Lo storico, allora, conclude: Quanto a me sono stato indotto a tramandare questa diceria e a dimostrarla infondata per respingere con un esempio perspicuo le falsi voci e per chiedere a coloro nelle cui mani verrà questa mia fatica che non antepongano notizie incredibili avidamente accolte, a quelle vere e non alterate per la smania di destare meraviglia / avide accepta veris neque in miraculum corruptis antehabeant – ibidem,11,3-.

Tacito aggiunge che Seiano, visti impuniti gli uccisori di Druso, considerato debole il rimpianto del morto da parte pubblica, imbaldanzito dai misfatti, si mise ad escogitare il modo di togliere di mezzo i figli di Germanico, che indubbiamente ora erano successori imperiali, Ibidem, 12, 2.

Professore, lasciamo stare la tragedia dei figli di Agrippina e della stessa donna, di cui ho letto ogni cosa in Caligola il sublime e i piani di Seiano portati a termine successivamente dal pretoriano e valutiamo Seiano o politikos/vir civilis e il suo tentativo di regnare.

Perciò, dobbiamo solo concludere circa la morte di Druso minore, -un figlio amato dal padre che, però, ne causa la morte, forse per proteggerlo e per aiutarlo nella successione, essendo molti i concorrenti giuli, che avevano diritti maggiori, perché figli di Germanico, il destinato da Augusto a formare una dinastia imperiale in Roma-!. Tiberio il mago non prevede la morte del figlio per opera di Seiano, il fedele pretoriano, l’infido amante di Livilla, il perfido massacratore degli ebrei, il suo adiutor confidente, destinato a risultare il meno affidabile tra gli opportunisti ed avidi ministeriales, compreso quel prefetto di Iudaea, Ponzio Pilato, capace di condannare a morte un nabi taumaturgo, di professione tekton, divenuto maran aramaico di un Regno dei Cieli/ Malkut ha shamaim, in quanto eletto da Artabano, re dei re, poi punito da Lucio Vitellio!.

Professore, per me, ingegnere dilettante di Storia, la tragedia di Druso non è opera di un tradimento di un eques, opportunista che, col favore ambiguo di Tiberio, domina in Roma per 16 anni coi suoi devoti pretoriani e con Giulia Livilla, essendo patronus del gemello superstite, suo tutore, venerato come Deus/ theos, specie, dopo lo spontaneo ritiro caprino dell’imperatore, avendo assoggettato senato e popolo!.

Seiano è un alter Augustus, che ha come modello non Tiberio, imperatore di transizione, ma Ottaviano giovane che, dopo la vittoria di Azio, col ratto di Livia, si nobilita oltre la stessa gens divina Iulia adottiva, e crea il Principato! Il pretoriano, come minister adiutor, fa la sua guerra personale contro i Giulii, seguendo apparentemente Tiberio, ma in effetti annientando la famiglia di Germanico- anche Caligola doveva morire!- desideroso di fondare con l’amata Livilla un nuovo principato, una dinastia Giulio-Elia, in un momento in cui ancora lo stato repubblicano non è del tutto morto!

Bravo, Marco. Così leggi tu! ma…. è questa la mia reale lezione storica? Non è Caligola, il vero riformatore del principato augusteo, il neos sebastos, la legge vivente dell’impero, il sublime figlio, superstite, di Germanico, secondo la volontà della triade capitolina, destinato al dominio universale/catholikos, l’uomo-dio, predestinato a riportare sulla terra l’era saturnia?

Ponzio Pilato con Seiano e senza Seiano

La storia  di una inimicizia è … l’ historia di un’amicizia!

Vulgare  amici nomen, sed rara est fides (Fedro, Favole, III,9)

Nomen amicitia est, nomen inane fides! –Ars am. 1,738-

E’ la fede degli amanti /come l’araba Fenice/che vi sia, ciascun lo dice/ove sia, nessun lo sa ( Metastasio,  Demetrio, II.3)

Professore, ora che abbiamo ripreso la nostra conversazione abituale, desidero  avere  spiegazione ulteriore su Ponzio Pilato  e le possibili relazioni prefettizie annuali scritte,  inviate a Tiberio e al senato  per comprendere  come il prefetto  – con Seiano e senza Seiano- possa nel corso della sua missione prefettizia in Iudaea,  rimanere fedele  al proprio partito, pur essendo tragicamente cambiata la situazione romana con la morte del suo capo, proprio quando si vedono i segni della reazione tiberiana!

Marco, tu vuoi sapere, in effetti, se cambia il modo di governare di Pilato, dopo la  morte del pretoriano il 18 ottobre del 31d.C. e dopo l’evento del regnum di un Maran (basileus/re) aramaico in Iudaea, una regione romana: tu sei curioso  di conoscere le possibili  relazioni a Tiberio, cioè gli  scritti apocrifi su Ponzio Pilato e la loro attendibilità! .

Io non credo di poter soddisfare la tua curiositas  perché non  ci sono, allo stato attuale delle conoscenze, scriptiones, redazioni  scritte stabilite in una precisa epoca, con scripta certi, ma codici sospetti, tramandati in diversi tempi, tratti anche da differenti autori, poi  assemblati in modo da essere etichettati come tacitiani o svetoniani o flaviani,  utilizzabili per fini da determinare.

Gli atti di Pilato, certificati  sono quelli da me  indicati in Ponzio Pilato e i Governatori di Siria (Pomponio Flacco e Lucio Vitellio), se le fonti, autentiche, non sono state  toccate  da manipolatori,  desiderosi di contestualizzare la vicenda umana del Christos  in epoca tiberiana e di giustificare  quanto stabilito in Concilia/Sunodoi cristiani del IV, quando la datazione Orientale è diversa ancora da quella Occidentale! Posso solo dire che, se c’è qualcosa, quel poco è supposizione in relazione ad una tradizione del II secolo, di Taziano nel Diatesseron – una sintesi dei quattro vangeli di un apologista che vagamente mostra vita e morte per crocifissione  di un giudeo Galileo che ha patito sotto Pilato ed è risorto dai morti  – e del  Vangelo di Nicodemo- apocrifo di un anonimo probabilmente  degli inizi del IV,  che contiene anche la Sentenza del procuratore e  la Discesa agli inferi di Cristos –  cose tutte riciclate e riconfluenti  negli scritti dei cappadoci (Basilio, Gregorio di Nissa e Gregorio di Nazianzo),  nel IV secolo ed infine accolte  nella tradizione cristiana  bizantina e medievale!.

Sono, quindi, professore,  notizie non certe e  in codici  di difficile datazione, vista la  storia imperiale secolare e le due lingue di trasmissione ufficiale, considerata la caduta dell’impero occidentale e la  sussistenza di quello orientale bizantino, di lingua greca, fornito di scriptoria  più adeguati per la trasmissione dei codici rispetto a quelli occidentali in mani barbariche.   Perciò, professore,  credo che l’ avvenimento della  morte di Seiano  collegato alla prefettura di Ponzio Pilato – essendo un fatto  di poca importanza nella stessa storia imperiale, seppure rilevante in quella tiberiana  della domus gulio-claudia –   diventi in epoca teodosiana effettivamente necessario   e risulti  ricerca storica per la fissazione degli enunciati  dogmatici trinitari stessi,  sulla famiglia giulio-Claudia, sull’età tiberiana e sul mandato di Ponzio Pilato e sulla  morte del pretoriano coincisa con l’inizio del Malkuth del Christos!.

Vedo, Marco,  che ragioni davvero, nonostante il tuo credo, di un cristiano che crede  pur quando ragiona!  Sto scherzando bonariamente mentre rilevo che hai ben compreso che la fine di Seiano necessariamente influenza il mandato del praefectus di Giudea, turbato anche  dal successivo evento messianico, perché cambiano i  suoi rapporti con gli altri governatori che devono dimostrare la loro  fedeltà esclusiva all’imperatore e al senato, per mostrare la loro estraneità alla congiura del pretoriano, disgiungendosi dalle direttive seianee antigiudaiche. La morte di Seiano, Marco,  cambia  ogni cosa in Italia e  in  Roma – a cominciare dal ritorno nella capitale  degli ebrei,  che risultano subito  numerosissimi, circa un decennio dopo, (cfr. Svetonio, Claudio XXV, Iudaeos, impulsore Chresto, assidue tumultuantis, Roma expulit/ cacciò i giudei, che continuamente erano in tumulto per la propaganda di Cresto –del Messia buono?-)  –  in un momento di ripristino  di costumi arcaici latini ed  italici e di condanna dei culti  druidici in Occidente – durante e dopo l’impresa britannica-  ed anche in Oriente, di quelli giudaici.   Nelle province, poi, rimangono invariati solo i vertici  prefettizi,  che sono confermati, mentre  sono eliminati  solo momentaneamente i pubblicani esattori del fisco imperiale, ritenuti inaffidabili da un Tiberio,  intento ai processi  romani contro i seianei, apparentemente disinteressato  alla politica e in Occidente, anche dopo le sconfitte di  L. Apronio  ad opera di Frisi e in Oriente dopo la riconquista dell’Armenia da parte di Artabano III. Insomma la fine del pretoriano risulta un capovolgimento grandioso di politica in tutto l’impero romano  e coincide con la Venuta del Signore Christos in un piccolo territorio,  in un’area periferica  ciseufrasica, insignificante, ma  importante per la grandiosa attività del gazophulakion templare e per la funzione etnocentrica del Tempio di Gerusalemme!. E’, comunque, un evento di portata eccezionale, forse, allora, ingigantito dalla fama, perché inatteso ed imprevisto, poi, con gli anni  ridimensionato e quasi dimenticato con le nuove dinastie imperiali e con i tanti fatti accaduti nella stessa zona –  il bellum iudaicum, distruzione del Tempio del 70 e galuth/dispersione  ebraica del 135 d.C.-  fino all’ epoca costantiniana e a quella teodosiana,  che sanciscono la vittoria del Dio ebraico- cristiano, trinitario (Padre -Figlio-Spirito santo)!

Io so, professore,  che per lei,  storico laico e non cristiano, ha immenso valore la neoteropoiia caligoliana con ektheosis e non ha  significato alcuno, perché  muthos, la venuta di Cristo, un rivoltoso aramaico  crocifisso, ma, per me, cristiano, la venuta del Messia sulla terra, annunciata dai profeti e proclamata dal precursore Giovanni Battista  è  un grande avvenimento tanto che  la nascita di Cristo, uomo-dio, figlio del padre, concepito dallo Spirito santo,  grazie ad una vergine,   divide la storia,  e la sua morte con patimento sotto Tiberio  è esempio di vita  per ogni credente, riscattato col suo sangue dal peccato di Adamo ed avviato alla salvezza eterna, in quanto battezzato e seguace delle orme del Soothr/ del salvatore, risuscitato dai morti! lo  accetto lo studio della storia-pur sbagliata – divisa in Ante Christum natum e post Christum natum, – anche se so che questa divisione  avviene nel VI secolo d. C. con Dionigi il Piccolo (che la fa partire dall’anno zero senza conteggiarlo – non esistendo allora lo zero – ed elimina la datazione per Olimpiade  777/6 a.C., quella  Ab urbe condita 753 a.C., e quella,  a cominciare dall’inizio del regno di Diocleziano  284 d.C., allora vigente )- e rilevo, secondo la nostra tradizione,  un Cristo vivente  in me stesso, conformato  alla volontà  di Dio padre, che,  inviando nella pienezza dei tempi, suo figlio, ha redento l’uomo, avendo scelto l’età migliore augusteo- tiberiana, espressione somma  della iustitia  romana e  stabilito il governatore di Iudaea  Ponzio Pilato, ab aeterno,  come   giudice   che –  pur lavandosi le mani, condanna,  a morte, Gesù, anche se proclamato giusto-  ed inconsapevolmente realizza il piano divino storico  di redenzione,  facendo  ricadere il suo sangue sul popolo giudaico e sulla casta sacerdotale, colpevole di un deicidio, e non sulla Romanitas!.

So bene che, come  cristiano, valuto secondo  fides  e non posso come fidelis,  razionalizzare e fare storia con lei, ma ho desiderio di leggere e studiare, seguendo la sua visione razionale, terrena  ed umana della storia!

Marco,  devi fare subito  chiarezza in te  e fare una scelta tra fides e ratio, tra muthos e  Historia!

Comprendo, professore, che ho bisogno  di fare questo, ma ora  sono in questa particolare situazione di incertezza e di dubbio: la  sua  doppia visione della figura di Gesù (una  aramaica, conclusasi con la galuth adrianea ed una greco-ellenistica, vittoriosa)  e forse il suo rilievo, pur  giusto dei due Regni, distinti, quello dei Cieli  secondo  Giacomo il fratello di Gesù e i suoi fedeli,  finiti tragicamente nel 135, e quello di  Dio, costituitosi nel II secolo d.C. , in epoca antonina, ad Alessandria, mi sembrano logici, ma non mi convincono!.

Eppure  lei  ben rileva come  in Alessandria  in epoca antonina  la presenza  di  un’ ecclesia  con didaskaleion autorizzi una nuova impostazione unitaria cristiana!. 

Ciò avviene  sulla base  di una ricostruzione di vangeli  sinottici – iniziata dopo la distruzione del Tempio gerosolomitano, con revisione di tutto il  materiale  orale e scrittorio aramaico e greco, tra il 73 d.C. e  il 135 d.C.- per cui è possibile la  proposta  di un altro Christos  che si fonde con un’altra figura di Messia efesino, giovannea, sotto Antonino il Pio  e si  determina  la nascita della religio cristiana sulla base di lettura  veterotestamentaria  di Filone – secondo ermeneutica alessandrina – e del pensiero  del Neoplatonismo,  in  opposizione allo gnosticismo,  in cui  predomina un’altra figura  del Christos, non più eroico martus del giudaismo, ma simbolo universale di amore e di pace, non più  un rivoltoso  Mastro/Qainita,  ma un maestro  di giustizia, connotato da cultura aramaica e da principi  filosofici stoici!.  

Lei, rilevando  i  segni di una religio composita, inizialmente non unitaria, contradditoria, connessa con quella  antiochena, con  quella efesina  e con altre, eretiche, sparse  in diverse sedi dell’ impero – che  seguono vari indirizzi  in relazione al pensiero di  Paolo e di altri come  Barnaba, Apollo alessandrino – pur non accettando la lezione della tradizione apostolica e quella degli apologisti e dei padri della chiesa, mi orienta verso altre soluzioni, mostrandomi  più la grandezza della cultura greco-romano ellenistica che quella cristiana, in un momento storico, in cui  c’è il  tentativo di unificazione e di koinonia dell’impero romano, che fa gradualmente di tanti popoli uno solo popolo,  assicurando pax ed iustitia, nonostante la peste antonina  e le tante vicissitudini umane e terrene di una costruzione imperiale  grandiosa, ma pur sempre di uno stato umano!

Io sono preso e turbato da tutto questo nuovo mondo ideologico  storico, che sconvolge quanto ho finora considerato un  bene culturale e un bene  reale per il mio vivere quotidiano e dei miei figli!.  Mi trovo, dunque, professore, ad un bivio in quanto  ho problemi di accettazione della mia stessa tradizione culturale  ed  ora,  in questo  lavoro, su Ponzio Pilato,  sento di dover confessare i miei  dubbi e mi devo scusare  con lei,  mio maestro, in quanto capisco che lei ha una visione storica razionale, impossibile da conciliare con quella irrazionale religiosa e riconosco la sua visione  più alta e filosoficamente più  complessa poiché mi mostra un’ età come quella augustea e  tiberiana, senza aloni e senza pregiudizi, simile ad  ogni altra storia  imperfetta,  anche perché è un momento tipico di passaggio tra lo statuto della res publica  e quello del  principato  ad opera di un eques, come Ottaviano,  sostanzialmente scaltro attore, grande politico ed  eccezionale amministratore che, grazie ai suoi meriti  di dux vincitore nella guerra civile contro Antonio,  è salutato Augustus/Sebastos  avendo  potere  tribunizio e proconsolare  da un senato, che  lascia delegittimare le cariche consolari e pretorie, autorizzando la nascita di una basileia universale divina anche in Occidente, tra infiniti contrasti,  contraddizioni e congiure.

Lei mi svela, così, un’altra storia diversa da  quella del muthos cristiano, della nascita di un Christos/Chrhstos  tra canti angelici e tra pastori e magi che portano doni, in un mondo di pace, in un momento di fratellanza universale, voluto da Dio  e scelto per la venuta sulla Terra del suo unico figlio! lo vedo ben altra realtà storica umana e terrena!

Marco, mi dici tutto questo, riassumendo perfettamente il mio pensiero, con la volontà di seguitare insieme il lavoro o per  chiudere qui, con un rifiuto,  la nostra comune ricerca storica, anche se cerchiamo di essere leali con noi stessi, realisticamente efficienti, concreti e razionali?!

No, professore, io voglio capire la storia Tiberiana, il periodo  reale di vita e di morte del nostro Gesù! Desidero seguitare  e lavorare con lei  perché ora non so conciliare il cristianesimo  col regno di Tiberio – che noi cristiani consideriamo momento utile ai fini della nostra salvezza! Noi riteniamo  che la morte del Signore sia necessaria ai fini dell’oikonomia tou theou, per il bene dell’uomo, e  voglio capire  come e quando e perché  inizia il muthos cristiano della  deificazione del Christos: la figura di un giudeo  di Galilea, aramaico, meshiah, kain, kanah, maran- che nasce, però, non a Roma, ma  in ambiente alessandrino, fondatore di religio,  rimasto più o meno nascosta nell’ impero  fino al IV, per avere, poi,  una sua costituzione  anche romana come  ecclesia  antiocheno- alessandrina, costantinopolitano/romana, connessa con quella originaria  gerosolomitana!.

Marco, ti ringrazio per la tua fedeltà,  e per la sagacia con cui hai sintetizzato il mio  razionale pensiero, opposto a quello mitico cristiano!

Io, professore,  ringrazio lei,  che segue la sua strada storica  e che in situazione storica, mi mostra  la morte di Seiano nel suo  reale valore  nella storia romana  e mi permette di dare un giudizio su  Pilato e su Christos stesso, che  risulta solo  un galileo che fa una stasis rivolta contro Roma, perché aramaico  di cultura / musar mesopotamica, collegato coi fratelli transeufrasici, punito perché  proclamatosi maran/re  di Iudaea-, con l’aiuto di  sovrani di una confederazione di stati antiromani, capeggiati  da Artabano III re dei re, costretto ad arrendersi  all’esercito di Lucio Vitellio, che, dopo il trattato di Zeugma,  stipulato col re arsacide,  ha assediato Gerusalemme, che arresasi, lo consegna ai Romani e a Pilato, reintegrato nelle sue funzioni prefettizie, dall’esercito vincitore.

Io, cristiano,  avendo letto la Morte di un Dio in italiano e in inglese        (The death of a God), tradotto da Sue Eendermans,   sono debitore a lei di avermi fatto una lezione su Pilato seianeo, un praefectus, eques e pretoriano tiberiano, inflessibile,  che, dopo la morte del  Signore e l’eccidio dei samaritani, è indagato e processato anche lui a Roma ed inviato in esilio, dopo la morte di Tiberio,  da Caligola,  neos  sebastos/ nuovo augusto, il vero portatore nel mondo romano di un kronikos bios/ vita saturnia, perfetta!   

Bene, Marco.

Ti aggiungo che Eusebio, storico del  cristianesimo nel IV secolo, –  Cfr. Lo “storico” cristiano – considera divino Costantino e XIII apostolos,-avendo vaga coscienza dell’epoca tiberiana  e quindi dei  fatti prima e dopo la morte di Seiano-  e ha interesse solo a mostrare  che Gesù, nato sotto Augusto, muore, patendo, sotto Pilato, in epoca tiberiana cfr. Lo “Storico” Cristiano , www.angelofilipponi.com

Marco, sono passati quasi trecento anni dalla morte di Cristo al momento della fondazione di Costantinopoli, la nuova Roma, la capitale dell’impero e sede nuova del patriarca cristiano, collegato più con i patriarchi orientali di Alessandria, di Antiochia, di Gerusalemme che con quello romano occidentale!

Ti notifico, poi- cfr. Amici cristiani perché diciamo Credo? ebook Narcissus 2015-che solo nel 381d.C. nel concilio di Costantinopoli c’è l’aggiunta storica in lingua greca su Gesù, crocifisso, che patì sotto Ponzio Pilato!. Di questo abbiamo parlato in altre sedi -cfr. Ambrogio e la celebrazione del Natale– ; ora, comunque,  dobbiamo riprendere il lavoro sul periodo tiberiano,  e fissare l’attenzione sugli anni, che precedono  la morte del capo pretoriano e quelli che seguono,  come appendice della scoperta di un tradimento nei confronti dell’ imperatore, che, in un certo senso, l’ha permesso ed autorizzato  con la sua graduale  rinuncia a regnare e col suo ritiro dal negotium, rimanendo in otium  a Capri, avendo, di fatto, abbandonato il governo dell’ impero ad altre mani, considerate degne di fiducia, quelle di Seiano (e quelle di Claudio)!.

Professore, lei  mi stupisce e sorprende coinvolgendo  nella congiura anche Claudio, il fratello di Germanico e di Livilla?

Si. Marco!  Claudio è la figura  nascosta sotto il potere di Seiano, quasi un delegato segreto di un Tiberio, che  rinuncia,  dopo la morte del figlio Druso Minore,  a regnare,   quando è vicino alla settantina, ed ha qualche acciacco fisico- di cui non vuole curarsi perché non ha fiducia nei medici ed è persona facile a cambiare di umore, incupita ed incattivita!

La volontà di rinuncia   anche io l’ ho potuta capire, professore, leggendo A Roma con la madre, fino al 26  e La tragedia di Agrippina e dei suoi figli in Caligola il sublime (Cattedrale, 2008 )-, e rivedendo  attentamente, su sua indicazione, Tacito, Annales, IV, fragmentum V, VI e  XI!

Lei, dunque, mette  sotto accusa anche Claudio, l’imbelle figlio di Antonia, ridicolo scherzo della natura per la madre stessa, e lo considera letterato ambizioso  ed arrivista, disprezzato dalla sua stessa famiglia più per la sua conformazione fisica, che per il suo animus?

Per me, Claudio,  disprezzato dalla madre, dalla nonna  e da Augusto più per il corpus che per la mens,  considerato  segnato da imbecilitas da Tiberio, è personaggio da osservare attentamente nei comportamenti e leggere le sue reali azioni, specie nel periodo dominato da Seiano che, coi pretoriani,  terrorizza l’ambiente romano, avendo instaurato un clima  di odio, di parte!.

Dica, allora, professore,  cosa succede a Roma e  nell’impero romano  a  me  che leggo, ancora,  gli avvenimenti  degli anni tiberiani 14- 25 e i successivi fino alla  morte di Seiano, in  chiave mitica cristiana?

Marco,  riprendiamo  il nostro lavoro e cerchiamo di approfondire  gli  11 anni  circa, in sospeso,  centrando  la nostra indagine  più che  sulla  fine di Seiano, su cui abbiamo fatto indagine altrove  in Jehoshua o Jesous ? in Giudaismo romano II e in articoli  del sito-   sul rapporto tra i pretoriani e Seiano, tra il senato  cliens e il pretoriano  al momento  del trasferimento di Tiberio a Capri- cosa anch’essa esaminata in Caligola il sublime-   e  fissiamo, quindi,  la nostra indagine  sugli anni precedenti  e successivi la  morte del prefetto del  pretorio, che è basilare per il nostro studio su Ponzio Pilato.

Dunque, professore, in questo modo mettiamo  in osservazione quasi tutto il  periodo di 23 anni, tanto da poter avere possibilità   di un’altra lettura dell’epoca stessa tiberiana, considerata, però,  in funzione della lettura di  quella caligoliana!?

Marco, mi sembra  che tu abbia qualche dubbio ancora e che stia equivocando storicamente forse perché pensi che in Oriente si abbia la stessa coscienza storica occidentale!. Sapessi, Marco, come si conosce male la storia romana occidentale da parte di  Eusebio (perfino di Giuliano l’apostata!) –  e dei Cappadoci! Non so,  Marco, comunque, esattamente  cosa risulterà da questa indagine comparata, essendo incerto,  data l’ambiguità del testo tacitiano, specie  per le lacune del quinto libro  e i primi capitoli dell’attuale VI libro e dell’incipit stesso del XI  libro di  Annales  – cfr. Annales, a cura di Azelia Arici, Utet,1969 –  da me  esaminati e studiati  per l’individuazione  esatta di Il Buco storico www.angelofilipponi.com (cfr. Taciti Annales, Teste établi et traduit par H. GOELZER,1923).

So solo che dalla lettura tacitiana viene fuori  un Tiberio  molto provato dalla morte di Druso -nonostante la valutazione storica di indifferenza, di apatia e di anaffettività  di un pater familias (cfr. F. Arnaldi, Le idee politiche  morali e religiose di Tacito, Roma 1921 e C. Marchesi, Tacito, Messina 1924)- da quella del nipotino Germanico  Gemello e  da quella di Lucilio Longo – ex console del 7 d.C., un caro amico, l’unico sempre presente nella sua vita! – ed amareggiato  dalle manovre della madre, congiunta con quelle di Livilla, sua nuora  (Tacito, Annales, IV, 15)- pressato da Seiano, che lo incita  a ritirarsi dal Negotium  e da Antonia, che, invece, gli ricorda il dovere, aristocratico, di regnare  per la difesa dei suoi stessi nipoti! L’imperatore, ancora stordito dalle disgrazie, che  va girando per le ville  campane alla ricerca di un rifugio, dove vivere in otium, è figura tragica, letteraria, retorica!

Ti è chiaro questo aspetto della vita di Tiberio? Ti  è chiaro il concetto di negotium come attività politica in Roma  e di otium come riposo dallo stress del comando e della politica imperiale, come un andare in pensione, lontano da ogni cura/preoccupazione degli affari di famiglia  e di stato,  di persona decisa a vivere privatamente per godersi la quiete della natura  per dare sfogo ai suoi reconditi piaceri, gusti, ed anche ai  vizi e  passioni senili, in una libertà sfrenata bambinesca, in relazione al proprio stato finanziario -economico, essendo il dominatore del mondo, l’unico pastore del gregge umano?  Hai, davvero, compreso il telos tiberiano di sistemare, pur restando in ombra,  nel modo migliore possibile, l’impero immenso romano,  affidandolo ad Elio  Seiano, l’uomo migliore, scelto come sua immagine, in quanto  parente, il più affidabile  fra tutti, come amministratore, reggente politico e militare, l’unico degno della stirpe augusta claudia, capace di essere patronus, in attesa della maggiore età di Tiberio Gemello, abile ad eseguire fedelmente i suoi mandata di distruzione della domus Iulia  e della stirpe giudaica, filogiulia, avente nel suo seno molti elementi Iulii ?!

Professore, al di là se ho  chiaro  o meno i problemi da lei posti, a  seguito della  morte di Druso, su cui abbiamo  trattato a fondo, la fonte tacitiana, a mio parere, comunque, dipende da autori a  noi ignoti, e sembra condizionata ora da Flavio ora da altri scrittori a noi sconosciuti, forse dallo stesso  Lucio Vitellio,  mentre  quella di Cassio Dione  è troppo lontana, anche quando segue  Velleio Patercolo e  non è attendibile perché, avendo come idolo  Augusto, lo ritiene basilare per la costruzione della Basileia dei Severi.

Comunque – anche se non capisco tutto e non so operare sulle fonti e sui testi, per lei  tramandati con precisi scopi – il  significato di negotium l’ho avuto sempre chiaro fin dalle prime lezioni, che mi ha fatto!. Non occorre che mi rifaccia l’etimo di nec otium come negazione di otium -non attività politica – e quindi come pratica e lavoro politico per il benessere pubblico, in quanto di tratta di attività  propria  di  vir  minister/ diakonos /servo del popolo, da cui riceve, oltre che  dal sovrano,  mandato di realizzare i propri sogni!

Ho, dubbi, invece,  sul silenzio  dell’ imperatore  per la  morte del  figlio  e circa il  successivo telos tiberiano, oltre al mandatum al pretoriano che, con la sua azione di repressione selvaggia e di feroce persecuzione  ai giuli e  ai giudei  mette la sua faccia  crudele per coprire quella del buon pastore del gregge dell’imperatore divino ed aristocratico, già mostrata nel corso della persecuzione romana giudaica

Marco, forse qualcosa -se non  tutto-  si chiarisce  se, lavorando insieme,  eliminiamo gli equivoci  di comunicazione, nei cinque anni  imperiali “caprini”- trascorsi  dall’imperatore in solitudine,  dorati e passionali-  tra Tiberio  dominus  assente e il suo apparente  fedele cane, ministro  onnipotente, venerato come divino anche lui,  di nome, passivo  esecutore di ordini e pubblico ufficiale, sempre in missione segreta!

  Bene. Procediamo, allora, e  rileviamo il comportamento dell’imperatore, senex, nauseato dalla politica e soprattutto dalla corte, ora divisa nel 25 d. C. tra fautori dei claudi e  fautori dei  giuli, essendo ormai la casa dei cesari /caesarum domus scissa in due partes,  che fanno capo l’una  a Seiano, suo factotum, con l’augusta  Livia e Livilla, i  pretoriani e gli amici, militari e giuristi, oltre al mago personale Trasillo, – unico goes non cacciato nel 19 d.C. perché vir scienziato/ anhr spoudaios kai sophos–   l’altra ad Antonia Minore con Agrippina maior, i suoi figli e il codazzo di ex legati di Germanico, e la maggior parte del popolo romano!.

C’è una frattura incolmabile tra le partes aristocratiche, ambedue divine, in lotta, da un lato, e,  tra  il senato e  il popolo,  da un altro!. Tutti sono sudditi che assistono, impotenti  alla esecuzione dei comandi imperiali, non palesi,  e  riversano odio verso i pretoriani e il loro capo, autore di misfatti sui giudei e sui  Giulii innocenti, annientati dai Claudi!.

Tiberio, durante quei lunghi mesi, di lutto,  è diventato, nonostante la dignitosa  iniziale presenza  al senato per la normale amministrazione,  insofferente  davanti all‘augusta Livia, madre provvidente, ma  sempre invadente e schiacciante, data la sua venerabilità per il popolo  e per l’esercito, in quanto simbolo dell’imperiumaugusteo, ora anche  innervosito  dalle accuse velate di Antonia minore – donna da lui stimata inviolabile nella persona, quasi vestale,  e per la nobiltà e per l’integrità di vita e per la amministrazione dell’oikos antoniano e in Roma e nelle province, vedova  di suo fratello morto, – di non difendere  i figli  di Germanico, eredi legittimi al trono, dalle insidie/insidiae/diabolai  di Seiano, considerato  da tutti quasi un parente dell’imperatore, fedele esecutore di ordini.

Seiano! un parente?

Si! Un parente! Marco.

Dal 20 d.C. si ha una coniunctio familiaris tramite legami di Seiano con Claudio, che è nipote dell’imperatore, in quanto la figlia del pretoriano e di Apicata  è  promessa sposa a Druso- giovinetto sfortunato, destinato a morire soffocato da una pera che tirava in alto e riprendeva a bocca aperta, a Pompei!-  figlio di Plauzia Urgulanilla e di Claudio, pater familias della domus Claudia,   fratello di Livilla e del defunto Germanico! Ricorda,  Marco, che Claudio è il capo della domus Claudia dal momento in cui nel 4 d.C.  suo fratello Germanico passa per adozione alla familia Giulia Augusta e diventa Gaio Giulio Cesare e sposa Agrippina Maior, figlia di Giulia Maior!  Sappi che, per Antonia,  questa coniunctio familiaris, seppure collaterale,  è già un male, in quanto  la donna considera Tiberio,  già politico riluttante,  vecchio, non più vigoroso e potente, come prima, ed ha scarsa considerazione  per il figlio, uomo non certamente degno della  stirpe, in apparenza, date certe deformità, facilmente condizionabile, quasi  sempre scemo e nebuloso, privo di affetti ed insensibile, incomunicabile, in preda a  continue agitazioni, ad uno  sfarfallio di mani, con difficoltà ambulatorie,  anche se  geniale- troppo geniale- in alcuni campi!

Claudio, rappresentante di Tiberio, per la madre,  è un pericolo ulteriore  per la famiglia giulia!  Marco, al di là dei giudizio negativo della madre sul fisico – portentum eum hominis  nec absolutum  a natura sed tantum incohatum/ una caricatura di uomo non finita ma soltanto abbozzata -e sulla stoltezza del figlio tanto che diceva a chi si comportava stoltamente,  ridendo:  sei più stupido di  mio figlio  Claudio/stultiorem …suo filio Claudio !-

Claudio è, comunque,  capo della domus,  utile ai fini di Seiano e di Tiberio. Per il pretoriano la figura di Claudio, come consuocero  può giovargli nel corso delle accuse dei giuli, anche se  conosce  il giudizio stesso di  Augusto – che, d’altra parte, soffriva a vedere un tale nipote disabile, e quindi  neanche  prendeva in considerazione Claudio per la successione, nelle sue lettere alla moglie Livia, riportate da Svetonio (Claudio,IV), – convinto che  abbia  l’auctoritas propria di  elemento  della famiglia imperiale.

La stessa cosa aveva fatto Tiberio  che, però,  lo aveva designato, comunque,   a celebrare  l’elogio funebre del  fratello  Germanico -incaricandolo   di accogliere la famiglia di  Agrippina, che tornava dalla Siria,  con Druso Minore suo figlio,  a  Terracina, per scortarne le ceneri fino alla tomba di Augusto -. A trenta anni  circa, Claudio appare, dopo la morte  di Germanico, l’elemento maschile, predominante del ramo familiare di Druso Maggiore, nonostante l’aspetto fisico, la stranezza comportamentale e l’allineamento filoseianeo, opposto a quello della  madre, sostenitrice del ramo Giulio, adottivo,  della sua familia, designato da Augusto  all ‘impero!

Ora, poi, come  consuocero nominale  di Seiano, Claudio,  dato il fisico da malato, considerata la  presunta instabilità mentale/imbecillitas, non  potendo imporsi sull’aitante pretoriano, lo  segue, essendo lui  patronus  degli equites, come se fosse un suo  uomo ombra – e non un suo superiore!-, infastidendo  probabilmente lo stesso Druso  minore,  console per la seconda volta e poi  reggente  in Roma,  designato futuro successore al trono, facendo innervosire  anche la madre Antonia.

Sappi, Marco, che,  inoltre , morto Druso, Claudio è incaricato di fare anche l’elogio  funebre del cugino, figlio di Tiberio, marito di sua sorella Livilla!.

Ti aggiungo che dalla mia angolazione risulta che la domus Iulia essendo privilegiata rispetto a quella claudia, in questo periodo,  sembra  destinata alla successione, secondo il volere di Augusto,  e che Tiberio apparentemente  ha intenzione di far iniziare la carriera politica in anticipo, presentandoli ufficialmente in senato,  prima   Nerone Cesare, primogenito di Germanico,  poi  Druso Cesare, secondogenito, avendo affiancato, però,  a Seiano, suo nipote Claudio, essendo lui vir,  come  guida  indiretta, claudia,  del corpus pretoriano.

Professore, la figura di Claudio, (la cui imbecillitas rilevata da Tiberio ha valore solo  come debolezza fisica nelle gambe, specie nella ginocchia  e nelle mani, e genericamente per lo stato di  corpus,  vires  e  valetudo / salute del nipote,  -cfr.  Ritratto di Svetonio, Claudio, XXX-non tanto per  l’animus  o la mens,)  era inadeguata  a contenere l’audacia di Livilla e di  Seiano, ambiziosa coppia,  desiderosa di essere riconosciuta  legittima dall’imperatore, ma già convinta di potere dominare Roma e l’impero, in assenza di Tiberio!. Claudio, educato da servi e legato alle donne -Svetonio, Claudio, XXXIV libidinis in feminas profusissimae, marum omnino expers/ !- è uomo che si è conformato alla  logica servile e femminile, senza, però, esserne succube,  anzi  ha capacità di demandare  il comando, come  tutti i membri della famiglia  claudia, abili a far partecipare  gli altri e a coinvolgerli!

Certamente, nella sua vita, ci sono eccessi e stranezze,  riconosciuti come incredibili anche dagli scrittori che,  a stento,  tramandano  le notizie  circa il carattere e il comportamento di Claudio, che autorizza la negatività di giudizio da una parte  e  che, da un’altra,  risulta persona di ristabilizzazione e di restaurazione  dei valori repubblicani,  in momenti storici di gravissimo pericolo,  ancora di più  per uno già menomato fisicamente, titubante ed incerto per la mancanza di fermezza, in situazione concreta, in quanto privo di una visione sistemica generale a causa di tanti poteri decentrati, burocratici, a seguito del fallimento dell’opera  del nipote, sebbene sublime e geniale accentratore  politico!.

Certo, Marco, Nulla avrebbe potuto Claudio, – uomo  deriso all’epoca tiberiana e caligoliana,  opponendosi alla violenza  pretoriana!  solo durante il suo regno,  accettato  ed alonato dai letterati del regime, agisce  in autonomia, confortato dall’aiuto di altri, forse ben scelti,  e mostra il suo reale valore di uomo non come letterato, ma da  pratico, anche se  poi viene  di nuovo dileggiato con maggiore violenza, offeso nella sua persona  dopo la pubblicazione comica e satirica dell’Apokolokuntosis di Seneca-  da lui esiliato in Corsica-  che ne fa un’ apotheosis  al contrario, mostrando  un imperatore morto avvelenato  dalla moglie Agrippina  con un fungo, come condannato a stare in un zuccagiocare eternamente a dadi! Claudio è visto  fin dalla scena iniziale del suo arrivo in cielo, al cospetto di Heracles che lo interroga e di  Augusto, che non  riconosce come suo  familiaris   un  omone claudicante, handicappato che balbetta, che scuote continuamente la testa!  La condanna finale  del povero Claudio, servo dei servi e delle donne, avviene in un processo – ludus, il cui verdetto di inzucchefazione è indegna letteraria vendetta di Seneca  verso  chi ha ampliato l’area senatoria, dando possibilità ad Ispanici e a galli di sedere nel supremo consesso romano ed ha pacificato il mondo dopo Caligola ed ha ingrandito l’imperium romano, burocraticizzato  in ogni singola parte!

Certamente, Claudio diede eccessivo rilievo a Polibio  minister a studiis– aiutante negli studi  e nella scrittura, a Narcisso  suo segretario ab epistulis,  a Pallante – a rationibus–  suo intendente e a tanti altri    che, certamente, approfittano  della sua  meteooria, ma sono uomini  addetti alla  sua cura, schiavi  liberati da sua madre Antonia, fedelissimi,  strapagati,  svolgenti funzioni da burocrati ministeriali, liberti che lo fanno svagare giocando a dadi, tra le pause di lavoro,  uomini utili per lo svolgimento di processi, che lui curava scupolosamente, uomini che  procurano  amanti  e mogli  ad un geniale letterato, libidinoso, insicuro nella sua  accertata disabilità, con l’intento segreto di distrarlo e di trarne qualche beneficio, al momento opportuno! Certamente, Claudio non è sovrano assoluto  come voleva essere Caligola, ma svolge una politica di gabinetto ministeriale, essendo capace di creare consensus   in un gruppo dirigente ristretto,  abile , comunque,  a dare un’ unitaria direttiva all’impero, approfittando perfino dei tanti contrasti interni  dei ministri, ambiziosi,  che seguono obbedienti ai  loro specifici mandati come  se fossero legati   di un  dux supremo , che ha trasferito l’ordine militare nel servitium amministrativo, economico-finanziario e politico.

Così il pur disabile Claudio riuscì ad amministrare  bene il suo regno  migliorando l’economia  provinciale  e  provvedendo al benessere di Roma e dell’Italia,  ai bisogni locali  dando rilievo agli equites e ai liberti  e fece perfino la conquista della  Britannia, dopo aver pacificato  l’Oriente e  mobilitato l’occidente- specie la  Gallia , dopo la definitiva  soppressione dell’elemento  dei Druidi, un particolare sacerdozio  che con le sue teorie e riti religiosi congiungeva la Britannia alla Gallia  –  per la sua impresa militare a cui volle perfino partecipare fisicamente  per sei mesi,  dopo lo stanziamento a Lugdunum, sua patria!

Certo, nella sua  vita i tanti  eccessi narrati dagli storici  mostrano l’incredibilità  con inverosimilità dei fatti accaduti  specie  circa il tradimento di Messalina,  e circa la scelta  della  nuova imperatrice, dopo l’uccisione della moglie infedele ninfomane, capace di farsi firmare anche l’autorizzazione  all’adulterio con Mnestre, obbligato a sottostare  alle sue voglie sessuali con un decreto imperiale!.

Tacito stesso  ritiene incredibile l’episodio romano di Messalina che si sposa  con  il  console designato Silio  a Roma quando il marito imperatore è ad Ostia con le due sue amanti  Calpurnia e Cleopatra, che, tra i giochi sessuali, rivelano il tradimento, in atto, della coniuge! L’autore si vergogna, considerando la cosa ridicola, anche se Claudio è  il bersaglio di comici, di letterati e della critica storica , tutti allineati  con il giudizio stesso negativo della madre Antonia e dello stesso Augusto, di Tiberio e di  Livilla e di Gaio Caligola, come uomo non  in grado di svolgere nessun  incarico di governo e tanto meno  il mandatum tiberiano di controllo del pretoriano!

Così avevano detto e pensato di Claudio,   Augusto, Tiberio e  Caligola e  così poi la storia ha deciso ma … la verità storica è diversa  se esaminiamo quanto scrivono Tacito e Svetonio e Cassio Dione , congiuntamente ad altri, rilevando la diversità di fonti  e i tempi di scrittura

Tacito  confessa: parrà-  lo riconosco-quasi una favola che vi sia stata da parte di qualche mortale  tanta tranquilla impudenza in una città, dove si sapeva tutto e non si taceva nulla,  tanto meno il caso  di un console designato,  il quale  venga congiunto in matrimonio  con la moglie dell’imperatore, in un giorno prestabilito, davanti a  testimoni pronti  a suggellare l’atto, quasi unione legittima, volta a procreare discendenza;  e ch’ella  ascoltasse le parole degli auguri e si ponesse in capo il flammeo e sacrificasse agli dei e  che sedesse a banchettare  in mezzo ai convitati tra baci ed amplessi,  e finalmente trascorresse  la notte in coniugale  abbandono.  Eppure nulla è stato inventato  a fine di sbalordire, io riferisco quello che  ho udito dai vecchi e che essi hanno scritto/Haud sum ignarus  fabulosum visum iri tantum ullis  mortalium securitatis  fuisse in civitate  omnium gnara et nihil  reticente, nedum consulem designatum cum uxore principis,  praedicta die, adhibitis  qui obsignarent, velut suscipiendorum liberorum causa, convenisse, atque illam  audisse auspicum verba, subisse flammeum, sacrificasse apud deos discubitum inter convivas, oscula complexus , noctem denique actam licentia coniugali.Sed nihil compositum miraculi causa, verum audita scriptaque senioribus trado.- Annales, XI  27,1-.

Anche  Svetonio – Claudio XXIX-  confessa: ma ciò che passa ogni possibilità di essere creduta  è che gli fecero firmare personalmente il contratto di matrimonio tra Messalina e il suo amante Silio, facendogli credere  che era una finzione per trasferire su di un altro il pericolo che alcuni prodigi annunciavano contro di lui/Nam illud omnem fidem excesserit quod nuptiis, qua Messalina cum adultero Silio fecerat tabellas dotis et ipse consignaverit quasi de industria simularentur ad avertendum trasferendumque periculum, quod imminere ipsi  per quaedam ostenta portenderetur.

Professore, dunque,  su Claudio bisogna rivedere le fonti  prima  di valutarlo, specie l’ XI  libro di Annales e  alcune parti di Svetonio che   sembrano andare di pari passo per fare alcune  comuni  affermazioni circa l ‘editto per i senatori galli e per quello sul culto ebraico per gli alessandrini,   oltre che per altri motivi utili per  i Cristiani in epoche successive. Sembra, inoltre, che si  voglia convalidare quanto detto, secondo alcuni,  circa la condanna di Valerio  Asiaticoconsiderato un uccisore di Caligola (cfr. incipit del testo dell’XI libro),  secondo  altri per conservare le parole e il decreto di Claudio sui senatori gallici  e il censimento della Gallia, secondo altri, per mostrare la continuità della  politica imperiale in Occidente contro i Frisi, e quella   in Oriente contro Vardane, figlio di Artabano III,  mentre, secondo altri, per mostrare come Claudio fosse uomo dipendente dalle donne e dai servi :  altri, invece, ritengono il testo sia tramandato  per lasciare  tracce dei ludi secolari nel 47 e per evidenziare il ripopolamento ebraico di Roma!. ogni critico dice la sua, non essendo sicuro neppure il testo, essendo ignota la data di manipolazione!

Marco, una cosa è certa!  Noi abbiamo il testo tramandato dell’XI libro  che non è  lectio unica  nei codici (Mediceo II – Laur.68,2=M- e Leidense  -BPL. 16B= L-) anche se la maggior parte dei  critici si rifà all’editio princeps di Vindelino da Spira, Venezia 1470!.

Al di là dei tanti problemi storici  su Claudio, per ora, a  noi interessa  rilevare che il  bambino, svantaggiato, è stato  bollato dalla storia che  segue  specialmente Svetonio: rimasto orfano di padre fin da bambino e durante il periodo dell’infanzia  e della sua adolescenza fu afflitto da parecchie e persistenti malattie /variis et tenacibus morbis (Claudio, II) , indebolito di corpo e di mente/animo simul et corpore hebetato,  tanto  che non fu ritenuto capace di nessun incarico né pubblico né privato  nemmeno con l’avanzare dell’età e perciò  rimasto sotto tutela anche dopo aver  raggiunto la maggiore età, quando fu  affidato alla  guida di un precettore da lui stesso  giudicato inadeguato e  barbaro,  severo ispettore delle stalle.

Claudio, insomma, fin  dal primo periodo di vita ebbe  un particolare trattamento speciale per la sua  salute  malferma, per la sua andatura da autistico e  veniva portato  spesso in lettiga nei rari casi in cui usciva in quanto la familia tendeva  a nasconderlo, come per proteggerlo da  sguardi indiscreti popolari tanto da essere considerato erede dalla successione  di terzo grado e da avere un lascito  basso dal testamento di Augusto e da quello di Tiberio.

L’imperatore Tiberio, allora, professore, affiancandolo a Seiano  ne è cosciente, come ogni altro membro della famiglia!.

Certamente!  Tiberio lo sceglie perché  ne ha l’appoggio  sicuro, utile per la difesa  di fronte alle accuse dell’elemento popolare e militare, già ostile a Seiano! Marco, è qui, l’equivoco  Per me  questo è il momento che  insospettisce  Antonia e  la rende nemica del figlio,  che fino ad allora  la donna aveva considerato un essere indifeso, uno  da proteggere perché figlio nato male – oggi diremmo   autistico, un  asperger  geniale, ma sempre  uno  diversamente abile, con una sindrome di apatia / mancanza di sensibilità  epidermica sensoriale e di sentimenti,  congiunta a disturbi  neurologici di disprassia, insomma  un elemento dissimile da ogni altro della sua nobile famiglia, con forte, maniacale istinto eterosessuale!. Claudio appare ad una madre attenta come Antonia -aiutata e confortate da regine già madri e da liberte istruite, seguita da medici alessandrini – come figlio speciale che ha interessi e comportamenti stereotipati, limitati e ripetitivi  – battere o sfarfallare  le mani in continuazione-con  alterazione e   compromissione della qualità di comunicazione – e verbale e non verbale – e della interazione sociale, per cui vien valutato   da bambino,  da adolescente e da adulto, come soggetto  non affidabile per nessuna mansione e tantomeno di rappresentanza e di attività politica  perché  non  del tutto autonomo  e perché non vede e non sente l’altro, che pur chiama ed è affettuoso a seconda del grado di parentela e di amicizia – né lo saluta, né desidera avere relazione alcuna, ma tende a  tenersi lontano da chiunque,  non avendo vera coscienza del suo interlocutore, forse neanche di se stesso.

E’ la definizione  di un autistico, asperger, perché ha comunque, doti nascoste  e qualità eccezionali  comprovate e notate da  Augusto- inspiegabili all’epoca-

In una lettera alla moglie  -Svetonio, Claudio IV,- Augusto si vergogna   di un tale nipote e non volendolo vedere nel corso delle  feste latine né al monte Albano né a Roma, comunque  si dice  preoccupato che non mangi da solo col suo Sulpicio ed Atenodoro –  due assistenti?-,essendo   desideroso che abbia accanto persone da imitare ( vorrei che scegliesse  con maggior cura e minore avventatezza  qualche amico, di cui imitare il contegno il gestire  e il modo di camminare: povero ragazzo sfortunato /Misellus atuxes!.Nam en tois spoudaiois, ubi non aberravit animus, satis apparet h ths psuxhs  autou eugeneia/ infatti nelle cose serie, quando il suo animo non è smarrito, mostra la sufficiente  sanità della sua anima! ibidem) e soprattutto è meravigliato della  capacità di recitare  versi  a memoria in uno che normalmente balbetta, non riuscendo a capire come qui tam asaphoos loquatur qui possit cum declamat saphoos dicere quae dicenda sunt/uno  che parla in modo così confuso, possa così ben declamarepeream nisi, mea Livia, admiror /possa morire, mia Livia, se non l’ammiro!

Professore, Augusto sottende forse  che a Claudio sia affiancato  Erode Agrippa il coetaneo figlio di Berenice, moglie di Aristobulo figlio di Erode il grande, ragazzo vivente a corte,  desiderando per il nipote la compagnia di un figlio di re, sano, data  l ‘amicizia tra la principessa ebraica ed Antonia, vedove entrambe, allattanti i figli, contemporaneamente, tanto che i due in seguito  si definiscono fratelli di latte!

Marco, è possibile! Antonia ha al suo servizio tanti servi e come dame di compagnia tante amiche regine orientali tra cui Berenice, figlia di Salome, sorella  di Erode.

Grazie per la precisazione, ma come lei può arrivare a  pensare ad un reale  rapporto tra un handicappato e un pretoriano capace di dominare e Roma e  l’impero?

Per lei Claudio  può davvero essere un collaboratore  di Seiano astuto, pur nella sua figura dimessa, problematica più nel fisico che  nella mente,  ambizioso nonostante l’imbecillitas,  pronto  anche  a  tradire  il benefattore  e cognato,  capace di recitare  la parte del finto tondo, per anni?

Marco, storicamente al di là della tradizione  fabulistica  di Claudio impaurito  e nascosto  dietro la tenda dell’ Ermeo, c’ è  un imperatore per elezione  militare  dietro esborso di danaro ,  che ha un principato di quasi 14 anni  non indegni di memoria! La figura di uno destinato all’impero  non è  quella  che gli storici successivi  hanno tramandato!

Si legga Svetonio- Claudio, VI- che scrive: in due occasioni fece due ambasciate  come patronus degli equites  al senato:  una. nel 14 d.C. alla morte di Augusto quando chiese di portare a spalla il corpo di Augusto nel funerale /deoptandum corpus Augusti Romam umeris suis, e la  seconda, dopo la morte di Seiano, per esprimere le proprie felicitazioni e quelle  degli equites  per la  fine del pretoriano/iterum cum oppressum Seianum apud eosdem gratularetur.

Marco, nonostante la  sua  meteooria/oblivio/ dimenticanza  con distrazione ed ablepsia/inconsiderantia/cieca storditaggine  (Svetonio, Claudio, XXXIX) e nonostante  le derisioni dei nobili parenti, che seguono l’esempio  denigratorio della sua  stessa madre e di tutta la  famiglia giulio-claudia, Claudio rimane accanto alla sorella e a Seiano per molti anni in una posizione non certamente disprezzata, sooto Tiberio .

Sembra un dato di fatto! Al momento opportuno infatti se ne dissocia insieme agli equites, che erano stati i più accaniti  sostenitori di Seiano!

Professore,  mi sembra, comunque, poco  proponibile,  che   Clausio sia  vir  intermedio tra Seiano e Tiberio   abile a  svolgere un apparente controllo  come elemento giulio-claudio al potere del pretoriano,  anche se posso accettare la  sua funzione di un familiaris claudio!.

Marco, Svetonio  (Claudio XXXVIII) parla di  Claudio che da imperatore  rivela lui stesso la  sua  astuzia per fare carriera:  non cercò nemmeno di sorvolare sulla sua balordaggine  e in alcuni suoi discorsi di nessuna importanza attestò di averla simulata sotto Caligola  perché altrimenti non  sarebbe riuscito a scampare e a coronare le proprie ambizioni/  Ac ne stultitiam quidem suam reticuit , simulatque a se ex industria, sub Gaio, quod aliter evasurus perventurusque ad susceptam stationem non fuerit, quibusdam orationculis  testatus est.

Dunque,  Marco, se lo fece con Caligola perché non lo avrebbe potuto fare con Seiano e con Tiberio? Non vedo motivo per cui  non lo avrebbe potuto fare! Era facile per lui la pars dello stupidus, davanti a tutti all’epoca ,  anche davanti a Livilla e allo stesso Tiberio, che – senza prendere  in considerazione la richiesta di ricostruzione  della casa, fatta tramite i senatori-  gliela fa ricostruire pagando di tasca propria, risarcendo il nipote personalmente,  rifiutando l’intervento pubblico.  Per Tiberio,   che gli lascia in eredità due milioni di sesterzi – Augusto solo 800.000!- , dopo averlo raccomandato agli eserciti  al  senato e  al popolo romano  insieme agli altri parenti -ibidem,VI- ,  conviene agire in qeusto modo  perché Claudio è sempre un familiaris claudio,  da difendere da chi lo bersaglia di scherni  e da chi impedisce di accomodarsi a pranzo in caso di ritardo  e che obbliga lui, disabile, a  fare il giro della stanza o  da chi  lo colpisce con noccioli di datteri e di olive,  quando si addormenta (ibidem, VII)! Claudio è vir della stirpe dei Cesari!

Il fatto, Marco, che una madre amorevole  come Antonia,- che per  quel  figlio neanche vuole più sposarsi –  passi  ad un odio così profondo verso un povero uomo, stupidus,  con problemi psico-fisici e fisici- tipici FORSE della sindrome autistica,-  insieme a Livia,  è sospetto!.

Sono convinto che tutte le affermazioni negative sul futuro imperatore sorsero  dalle voci servili degli schiavi, che  facevano servitium  speciale a quel deforme  bambino, poi adolescente  e infine uomo, nato nella domus Giulio-claudia,   a seguito anche delle disperate esclamazioni della  madre  Antonia e  della nonna Livia,  che specialmente pro despectissimo semper  habui, non monere, nisi acerbo et brevi scripto aut per intermissos solita /  era solita  considerare – Claudio- sempre con profondo disprezzo  e non gli parlava mai, se non con brevi messaggi e per mezzo di intermediari. 

Marco, non credo che  tu,  ingegnere, sappia tradurre bene  aliquem pro despectissmo semper habere!   Segui la mia traduzione e poi il mio ragionamento! La frase significa  considerare uno  come persona  molto spregevole, tanto da doverne parlare sempre  con massimo disprezzo!. 

Chiaro!. Pur conscendo la tua bravura di tradutore  ho voluto tradurtela per meglio farti  capire la rabbia con indignazione  di madre e nonna contro quel deficiente figlio e nipote fautore, astuto,  di un nemico della famiglia!

Per Svetonio   Antonia, mater, e Livia avia, considerano il pater familias  legittimo della  domus claudia,  da  cui Antonia stessa dipende,  inetto e scemo e delegittimano la sua funzione  a svolgere il compito familiare  e lo denigrano solo per il difetto fisico, di cui si vergognano, come capita a molte mamme e nonne di bambini non conformi al loro pensiero  di bellezza!

Secondo me, Marco  le due donne, al di là del  sentimento personale e della reazione psichica individuale,  che possono avere istintivamente nei confronti di un disabile  ritengono Claudio vir  traditore  in quanto avvalora  ogni azione del pretoriano  (e  di Livilla, sua amante), che, nel giro di un  triennio, apparentemente, su ordine di Tiberio,  neutralizza e poi annienta la famiglia giulia –  prima Agrippina e Nerone Cesare e poi Druso- ed infine attenta anche alla vita di  Gaio Cesare Caligola  tramite le accuse di Sestio Paconiano – uomo audace e malefico  sempre intento   a scrutare i segreti di tutti e  scelto da Seiano per aiutarlo a preparare la rovina di Gaio Cesare  –Tacito, Annales, VI, 3-  

Professore, secondo lei, quindi, col consenso di Claudio c’è lo sterminio della familia Giulia?   perciò per lei la sequela di  denigrazioni sul conto di Claudio  è successiva alla condanna del figlio  da parte della madre stessa  che  lo diffama  per non essersi opposto ed anzi aver acconsentito  alla politica della coppia malefica -Seiano e Livilla-  di distruzione della  stessa famiglia Giulia!.

Marco, la  denuncia di  Giunio Rustico, designato da Cesare  a redigere gli atti  del senato e quindi ritenuto responsabile  dei suoi pensieri segreti, è di supporto a tale ipotesi:  costui, spinto da una  volontà fatale – prima non aveva mai dato prova di coraggio!- o forse per un calcolo errato che gli faceva dimenticare i pericoli imminenti  per paura di altri non certi, si mette  dalla parte degli indecisi ed esorta i consoli a  non incominciare il dibattito – contro Agrippina e Nerone-  dicendo che in pochi istanti  si capovolgono situazioni  della massima importanza: una volta o l’altra il vecchio avrebbe  potuto pentirsi  di aver spento la stirpe di Germanico. (ibidem,V,4,1)!.

Una tale notizia  sottende una possibilità di ravvedimento da parte di Tiberio o di qualcuno della cerchia di Seiano! Tutti sperano che Tiberio si accorga del comportamento di Livilla e del suo amante, che attirano anche l‘imbecille Claudio – non si può definire come e con quali forme o astuzie !-  affamato di sesso, finto tonto, inaffidabile in tutto,  per il loro skopos imperiale!?. Infatti non si oppone alla  coppia  il figlio – che sembra perfino maggiormente congiungersi col potente pretoriano, divorziando da Urgulanilla, per sposarne la sorella, Elia Petina  –  ma sua madre Antonia,  che  vede anzi il figlio apparentarsi  ancora di più con Elio Seiano, che lo vuole   cognato, dopo il divorzio nel 28 con la figlia  di Plauzio  Silvano, figlio  di Urgulania, amica e confidente di Livia, proprio quando si rinnovano le accuse contro Agrippina e i suoi figli!.

Dovette  essere  un atto inconcepibile l ‘accusa di adulterio  ad Urgulanilla col rifiuto di paternità di Claudio nei confronti di Claudia,  figlia appena  nata,  lasciata nuda sulla porta dei Plautii!

Non solo Seiano lo attira  dalla sua parte,  ma anche la sorella,  che lo spinge alla  parentela col suo amante, allora  dominus in Roma.  Eppure lei,  che  aveva ambizioni imperiali e che, avendo sentito da un indovino che  profetizzava che Claudio  sarebbe diventato un giorno imperatore,   deplorò (detestata est)  apertamente ed ad alta voce che potesse toccare al popolo romano una sorte  così malvagia ed iniqua!:  Livilla pensava che lei sola e il suo amante fossero degni della corona imperiale  e non Claudio  sulla cui spalla, invece,  sotto il regno di Caligola,  davvero si posò  un’aquila, dopo un breve volo intorno alla  testa di lui, console, collega del principe-nipote! Ibidem VII.

Per Antonia il divorzio da Urgulanilla di Claudio è  traumatico anche perché deve modificare i rapporti con Urgulania, la nonna, amica di Livia e con altre famiglie romane! Quel figlio amatissimo, infelice,   bisognoso di  cure ed attenzioni speciali dalla nascita  a Lione il 1 agosto del 10 a.C. un anno prima della morte del  marito Druso maggiore, diventa per lei un incubo! Claudio, assistito, amato,  protetto, divenuto unico scopo di vita  tanto da  non volersi più  sposare, nonostante le richieste di tanti pretendenti  ora, che deve essere il fulcro della  famiglia, pater familias, si è lasciato corrompere dal potere della sorella e del pretoriano che si vanta di essere il re dell’universo rispetto all’imperatore re di un isolotto! Per quel figlio subiva  umiliazioni a Roma  specie se lo confrontava col comportamento dignitoso  del  fratello Germanico e delle celebrazioni magnifiche  in suo onore  nel ricordo del giorno della toga virile /togae virili die,  quando fu portato  in Campidoglio, in lettiga, verso mezzanotte, senza nessuna cerimonia solenne/circa mediam noctem, sine sollemni officio, lettiga  in Capitolium latus est!

Il giorno della  stessa assunzione del  titolo di pater familias, connessa con l’assunzione della toga virile, per lei,   mater vedova,  fu una vergogna ed umiliazione  perché non fu una solennità pubblica, propagandata, ma una privata  e segreta cerimonia familiare, indegna di ogni domus nobile romana!

Dal tradimento, secondo me,  possono derivare le frasi cattive proprie di una donna indignata  contro il figlio anaffettivo, apatico,  meteoorikos, bestiale  e bavoso  per la  libido adolescenziale incontrollata, malfermo sulle ginocchia, facile a cadere di faccia,  incapace  perfino di  proteggersi il volto, inabile alla difesa della famiglia!.

Quindi, professore, lei si spiega così la scarsa stima  e   considerazione della madre e quella  della famiglia – compreso Augusto, Tiberio e Caligola-  verso lo atuchhs   Claudio, un omone   alto, massiccio, pauroso, subdolo, anche lui opportunista,  comunque,  capace  di  passare indenne nel periodo tragico per la sua famiglia,  sotto Seiano, difendendosi con la sua  stessa inadeguatezza fisica, risibile,  proprio di un uomo indegno di essere nemmeno calcolato!

Professore, ho letto Robert Graves  Io, Claudio,  una biografia  del 1934, in cui l’autore  fingendo di riprendere il  De meo principato, opera non  pervenutaci,  ricostruisce vita e  regno di Claudio (41-54)!  Cosa ne pensa?

 Io Claudio è un magnifico affresco  familiare, gentilizio,  contestuale -e romano e provinciale- in relazione alla lungimiranza e grandezza di un imperatore, saggio amministratore,  accorto riformatore del sistema  burocratico erariale e fiscale, già vigente e con Tiberio e con Caligola,  moderato pacificatore di ogni contesa ideologica e religiosa, come  pontefice massimo, vero  Augustus/ sebastos  del principato universale giulio-claudio. Solo un grande storico poteva fare una così accurata  ricostruzione storica e socio-economica tanto da  leggere davvero  la pax  religiosa, compromessa dal giudaismo messianico,  partendo dalla figura stessa di Claudio, un diversamente abile, geniale vir civilis / politikos, non certamente indegno della domus giulio-Claudia!

Eppure nessuno della sua famiglia -neppure Tiberio e Caligola- apprezza Claudio, non  considerato  politico vir civilis – forse per le lettere di Augusto che lo vede   timidus ac diffidens   Svetonio-, ibidem XL, – lo descrive sempre immerso in studi, uomo non privo  di facundia nè di dottrina  anzi dedito  con grande passione  agli studi liberali/ neque infacundo  neque indocto, immo etiam pertinaciter  liberalibus studiis  deditus, dedito  fin dall’adolescenza, su consiglio di Tito Livio e di  Sulpicio Flavo  a scrivere historia,  comunque, ritenuto indegno di fare  una carriera politica e tanto meno  degno di  succedere all’impero. Ancora di più  nuocciono a Claudio  i comportamenti ostili e le frasi della madre e della nonna che favoriscono la disistima popolare e quella militare.

Eppure Claudio scrisse due libri sulla dittatura di Cesare  e smise perché non erano di attualità e perciò scrisse 42 libri sulla fine delle guerre civili, seppure corretto dalla Nonna e dalla madre, interessate al buon nome familiare,  convinto di non poter dire la verità sull’epoca passata/ neque sibi de superioribus  tradendi potestatem relictam correptamque saepe a matre et ab avia – Ibidem XLI- !  Scrisse poi una historia De suo principato  in otto libri  ed una Difesa di Cicerone contro i libri di Asinio Gallo e un volume  sulla fonetica inventando tre nuove  lettere, fatte usare durante il suo regno nelle scuole!

Oltre alle 54  opere, in latino, il giovane Claudio, è abilissimo nella lettura, nel commento e  nella recita di  Versi di Omero, ben fissati nella memoria, in Greco, lingua che conosce perfettamente, in cui scrive  e  Storia degli Etruschi/ Tirrenika -20 libri-  in onore dei Plauzi e  di Urgulania, ma anche della famiglia Claudia,  ritenuta di origine  non sabina  ma etrusca,   ed una Storia dei Cartaginesi/ Punika (8 libri per Svetonio e un libro per Cassio Dione St rom. LX,  in quanto aggiunse  un libro,  dopo aver tradotto ad Alessandria 2 libri di Punika  di autore ignoto greco).

Un uomo  che, nel suo scriptorium pieno di schiavi  e liberti eruditi che fanno ricerca come Polibio, poi suo ministro,  scrive oltre 82  libri in latino e in greco, Marco, non può essere lo stupidus,  dileggiato da tutti  familiares, amici e popolo ed  esercito, anche  se certamente aveva   gravi limiti fisici,   manie  libertine  smodate, comportamenti imprevedibili e pazzeschi, davvero incredibili da non ricordare neppure persone fatte uccidere come la moglie Messalina, spesso sollecitata a venire a pranzo, o a vezzeggiare la moglie Agrippina come se fosse una bambina,  pur avendola scelta per la sua eccezionale bravura di amante,  a letto!- Come non deridere il suo correre traballando  vergognosamente intorno al lago– grosso modo intorno all’attuale Colosseo! – per  il suo fanciullesco ammirare le naumachie tra Rodiesi e  Siciliani, implorante impegno nel combattimento  ai marinai, minacciati di sterminio col ferro o col fuoco, che già lo avevano salutato:  Ave, Caesar, morituri te salutant!  Ibidem XXXI.

Professore, qualunque sia  stata la pars  di Claudio alla congiura di Seiano,  ritengo che l’imperatore Tiberio abbia considerato  il povero nipote  come elemento inoffensivo,  imbecille in ogni senso, non solo fisico, un omone dominato da servi e da donne, un familiaris  zotico  apolitico, comunque  familiaris da non toccare, qualunque azione facesse  -XXIX-!

Marco Svetonio, dopo averlo commiserato, per il fisico, bolla Claudio con lo stesso giudizio tiberiano sulle capacità di  politikos/vir civilis  : rimasto orfano di padre fin da bambino e durante il periodo dell’infanzia  e della sua adolescenza fu afflitto da parecchie e persistenti malattie /variis et tenacibus morbis( Claudio, II) , indebolito di corpo e di mente/animo simul et corpore hebetato,  tanto  che non fu ritenuto capace di nessun incarico né pubblico né privato  nemmeno con l’avanzare dell’età e perciò  rimasto sotto tutela anche dopo aver  raggiunto la maggiore età quando fu  affidato alla  guida di un precettore da lui stesso  giudicato inadeguato e  barbaro,  severo ispettore delle stalle. Ed anche se non  gli mancò né l’autorità né la dignità di portamento  sia che  fosse in piedi che seduto e principalmente quando riposava. Era infatti di corporatura  alta  non magra, aveva bei capelli bianchi , il collo robusto e una figura prestante; ma quando camminava le ginocchia  malferme speso gli si piegavano sotto ed egli si prestava  a molte critiche di quando scherzava e quando  era serio. Era indecente nel riso,  bestiale nell’ira  con la schiuma  alla bocca e le narici umide, ed inoltre gli si impastava la lingua  e tentennava  sempre la testa  e questo tremolio si accentuava  al più piccolo atto.

Tiberio, come già  Augusto -che  ne rilevava, in lingua greca, la buona indole morale /H ths psuchhs autou eugeneia (Ibidem, IV) lo gratifica concedendo consularia ornamenta  senza  fargli fare alcun cursus honorum, pur inviando  50 monete d’oro per Saturnalia ed Sigillaria cioè per le feste  dei Saturnali – simili a quelle natalizie  tra il 18 e il 26 dicembre, periodo  in cui si invertivano i ruoli di  padroni e servi  e si scambiavano doni – così da dare opportunità di onore al  povero Claudio  che aveva il suo momento di gloria, in pubblico,  tra il popolo in festa.

Comunuqe, in Roma resta confinato in hortis., in poderi familiari suburbani, lontano da sguardi indiscreti  oppure è lasciato in otium in Campania/ In Campaniae secessu  dove  ha rapporti con persone abiette ed è considerato  ubriacone  e  giocatore.

Bene  credo di avere capito   abbastanza sul rapporto tra Seiano e  Claudio e quello tra Claudio e  Tiberio, ma ora  ho interesse  a conoscere, sulla base dello studio fatto  sulla prima prefettura  di Ponzio Pilato con Seiano,  e su quello  della  seconda  senza Seiano,  la situazione romana,  italica e provinciale,   e verificare, dall’angolazione di Antonia e da quella di Tiberio,  le vicende  delle due partes  contrapposte. Certo,  la  parentela  di Claudio col pretoriano, , per me, è  stata  una sorpresa nella vicenda del tradimento seianeo e della reazione successiva  tiberiana, come anche lo stesso Malkuth, inserito tra la Pasqua del 32 e  quella del 36-!.   Ed, inoltre, la sua ricerca dei codici e delle fonti,  per me utile ai fini della conoscenza unitaria  del principato di Tiberio, senza la frammentazione degli storici,  è ora un nuovo tassello per la totale comprensione del periodo Tiberiano

Sono contento che  il mio lavoro produca frutto e che tu abbia compreso come Tacito  abbia rilevato dalla debilitazione  fisica di Tiberio, dopo la morte del figlio, la necessitas di  puntare sulla coppia Seiano -Claudio, quando invece  prima , nel biennio 21-22, aveva dato dignità a Druso minore e a Claudio, incaricati di accogliere a Terracina le ceneri e la famiglia di Agrippina che tornava da Antiochia e che era sbarcata a Brindisi e da lì accompagnata dal pianto funebre delle plebi apulo- sannito-campane fino all’ arrivo al tempio di Zeus Anxur!

Sembra quasi che, dopo la morte del figlio, sostituisca Seiano con Druso e lo equipari a Claudio per la parentela!. Lo scrittore  evidenzia allora un crollo fisico di Tiberio, -che rimaneva, comunque, nonostante l’età,  un uomo  aitante  nella figura, data la struttura fisica  possente  delle spalle e del tronco,  considerate le gambe lunghe e potenti, dato il volto  maschio, austero, circondato da una capigliatura biondiccia, seppure diradata sulla parte superiore della testa,  tanto da essere ancora  chiamato dai giudei  il leone (ari-h- aleph/resh/ iod-he),  e da essere  amato dalle donne, anche se persona   di carattere  burbero, poco comunicativo e socievole, data l’infanzia raminga  col padre e con la madre, in fuga, da Roma, perché antoniano!-.

Marco, nonostante gli sforzi di Tacito per invecchiare il sovrano e in un certo senso scusarlo  con la malattia senile, le altre  fonti storiche, comunque,  forse influenzate da Velleio Patercolo – un suo militare, legato al suo dux-  dànno un ritratto diverso da quello tacitiano,  che è rimasto  tipico nelle favole di Leone prepotente di Fedro e nei racconti di  Flavio,  che riporta la frase ileone è morto, in aramaico,  detta da Marsia, un liberto di Erode  Agrippa, allora  in prigione, il 16 marzo del 37,  legato ad un centurione,  per volontà dell’imperatore – Ant Giud.,  XVIII, 218-.

La descrizione di Tiberio,  in epoca antonina, però,  come uomo che  si vergogna  del suo aspetto fisico e, perciò desideroso di isolarsi  e di occultare,  con la distanza, la sua crudeltà e i suoi vizi, comunque, rivelati dai fatti ,  è negativa perché ai  posteri  viene tramandata una figura  brutta, quasi  repellente  se si aggiungono poi i particolari vizi, vergognosi,  del periodo caprino:  Aveva  statura alta, un corpo grande e curvo, testa calva, volto sparso da ulcere  e quasi sempre cosparso di impiastriAnnales IV, 37,2.

Non è questo certamente  il vero  ritratto di Tiberio neanche da vecchio! L’autore antonino vede le macchie, prodotte dal  sole, su un uomo di carnagione chiara,  che rovinano il volto pallido,  impiastricciato di Tiberio,  ne rileva  la sua andatura cascante  e curva e  non mostra  la forza  leonina di un  imperatore che, pur malato, a  Capri,  a 78 anni,  si alza e  scaglia una lancia contro un cinghiale.- non si sa se lo  uccide-  dando dimostrazione alla corte della sua efficienza fisica, anche dopo una serie di collassi nel corso degli ultimi 15 mesi  di vita, in un  disdegno di ogni cura dei medici !.

Tiberio è conscio di essere un leone vecchio, costretto a subire le vendette dei suoi nemici, le  cornate dei tori che vendicano vecchie offese  ed anche la coppia di calci di asini, ostili! Per il popolo, però, l’imperatore è un  Leo ancora  nel 25  e Seiano,  caso mai, è   asinus che può ingannare nella caccia gli ignoti, comportandosi da iactator ma  è  deriso da chi lo conosce.  Fedro, Favole,  I,40!

Il popolo   a  Roma  senza Tiberio, che è  in giro tra le ville campane e talora, fermo alla villa di Lucullo,  si  comporta come le rane nel pantano  davanti al re travicello, destinato a tramutarsi  in  idra, dopo la preghiera a Zeus,  che divora  quelle incaute ed impaurite  da proelia taurorum, cioè dagli scontri  tra   i capi Giuli e quelli  seianei Claudi!

La fonte giudaica tramanda una figura  di Tiberio  come uomo forte ed austero, pazientissimo e clemente,  temibilissimo nei momenti di  ira, mentre quella latina di Svetonio e quelle greche  oscillano tra  la rappresentazione potente  di un Tiberio  giovane   militare eccellente,  un  dux prudens,  cunctator,  moderato nel  mettere insieme  festinatio e lentitudo  – finché Augusto  dominato dalla moglie  Livia,   sua madre – che pur gli preferiva il fratello Druso- e dai suoi stretti collaboratori, considera importante la sua candidatura seppure  non primaria, alla successione, utile, comunque, come patronus per i figli di Agrippa, dopo la morte del  padre e poi, ancora  di più a seguito del  matrimonio con Giulia, vedova, nel 11 a.C.  come loro patrigno,-   e quella di uomo rancoroso, duro, inflessibile,  incline a ritirarsi, in caso di competizione,  lui aristocratico, capace di fare  un passo indietro contro l’invadenza di altri, populares, pretendenti.

Quindi,  professore la figura  di  Tiberio  non è univoca nel corso del suo regno, come non lo era stata anche prima sotto Ottaviano Augusto?

Marco,  la vita di Tiberio è segnata da vari momenti dolorosi e negativi  ed è stata dura  sotto Ottaviano Augusto, che lo considera  elemento di seconda fascia, sempre di rincalzo rispetto ai Giuli e anche durante il suo regno, è piena di tragedie  e quindi, come ogni uomo, a seconda dei periodi, ha una sua reale figura  e un suo aspetto differente a seconda delle situazioni e degli episodi  in una continua trasformazione. Insomma, Tiberio,  appare uomo che passa manzonianamente  dall’altare  alla polvere  perché dopo  aver raggiunto il massimo grado di potere, secondo Velleio, si ritira per un settennio, dignitosamente, lasciando Giulia, alla morte del loro  figlio bambino,  ai suoi tradimenti  con molti amanti, tra cui  Antonio Iullo,  a  seguito della scelta di Augusto,  dei figli di Agrippa alla successione, per non intralciare i disegnati  dell’imperatore, giovani inesperti, circondati da  generali/duces/eghmones  arrivisti/ eukairoi!.

Eppure,  già due volte console e col potere di tribunicia potestas e di imperium proconsulare maius, con dignità, in silenzio,  rimane come privato civis  a Rodi, imitando l’esempio dello stesso  Agrippa ed ha il coraggio di lasciare sua moglie, viziosa, anelante ad una dignità propria  imperiale  (cfr. Caligola il sublime,  Cattedrale, 2008).

Morti i giovani immaturi, figli di Giulia – Gaio Cesare e Lucio Cesare neoi dioskouroi –  richiamato da Augusto, è acclamato universalmente  di nuovo salvatore dell’impero a guidare gli eserciti, sconfitti,  in Germania, con Senzio Saturnino ed altri.

Ad Augusto,  che pur riconosce le doti militari  e quelle  amministrative e politiche, la figura di Tiberio  Claudio, figlio di un aristocratico  vecchio nemico,  pur adottato come giulio,  rimane sempre esponente di un ramo secondario dinastico perché privilegia prima Agrippa Postumo – un giovane altezzoso  solo della  sua erculea forza, smodato in tutto e di scarsa intelligenza,- poi, il figlio di suo fratello  Druso maggiore, giovane militare accorto, prudente e di vivace intelligenza, Germanico, marito di Agrippina Maior  figlia di Giulia, sua ex moglie,  con la clausola  di  fondare una dinastia sulla domus  di  suo fratello e non su quella di suo figlio Druso minore!.

Un’altra cocente delusione!

Preso il potere,  alla morte di Augusto, scoppiate  rivolte in Germania e in Pannonia  per le pretese di liquidazione e della lunghezza della ferma militare delle truppe,  non accontentate da lui,  le doma  dando rilievo giusto al nipote,- adottato ora come figlio Giulio  secondo l’ordine di Augusto,- che  consegue grandi risultati militari in Germania, vendicando la sconfitta di Varo  e lo gratifica onorandolo con il trionfo, celebrato nel  17 d.C.,   lodando con ovatio suo figlio, che ha represso le legioni pannoniche con l’aiuto di  Seiano e di suo zio Giunio Bleso. Morto, malauguratamente Germanico ad Antiochia  nel 19, per avvelenamento, ad  opera di  Gaio Pisone,  accusato  velatamente  dalla moglie e dagli amici, pur subendo contumelie di vario genere  e critiche come reo della morte del figlio adottivo, pur avendo processato il suo avvelenatore  e condannato, con qualche indecisione, – data l’amicizia  precedente con lui e con la moglie Plancina – avendo forse troppo goduto della sua  apparente fortuna  negli anni successivi il ritorno delle ceneri del nipote, portate a Roma dalla  Campania,  sotto scorta da suo figlio e da Claudio- il fratello-(essendo  lui e sua  madre assenti, bersagliati, comunque,  entrambi dal popolo, come nemici dei loro parenti), Tiberio rimane aristocraticamente nel suo ruolo di austero imperator,  apparentemente insensibile.

Essere accusato di veneficio è  per lui un altro momento traumatico! Eppure, neppure allora, con tale espressione distaccata, riesce a d avere tranquillità   nei   due o tre anni felici, in cui la sua domus prospera anche per la nascita di due Gemelli (Tiberio iunior e Germanico II) da Druso, suo figlio e da Livilla, sorella di Germanico, quando  sembra cullare il desiderio di creare una propria dinastia, pur rimanendo ligio al dettato augusteo, che impone la precedenza della linea familiare del nipote!.

Non si era sopita la tempesta di critiche per la morte di Germanico quando Tiberio deve piangere per la morte di suo figlio che sembra una vendetta giulia  contro l’imperatore, in quanto già erano attivi i contrasti tra le due  partes.   Tiberio, avendo sperimentato quanto   sia  stato duro il processo per la morte  di Germanico, anche dopo il suicidio di Gneo Pisone, non intenta un processo per la morte dl figlio, che pur lo affligge e debilita,  anche se la sua faccia austera non fa trapelare niente, neanche in senato, dove sbriga la normale pratica funzionale, tanto che  Svetonio può dire che non amò né il figlio naturale né quello adottivo e  gli rimprovera lo svago  del negotium. Eppure è ancora bersagliato dalle contumelie  dei  giuli-  specie i militari e i popolari-  che esigono anche il processo  per la morte di Druso minore!

Professore , la ringrazio per la sintesi storica,  connessa con la  tragedia di Druso Minore , ma nel suo parlare  lei usa  contumelia con qualche specifico significatoIo lo traduco solo come offesa. Prima di riprendere il nostro discorso, mi può spiegare esattamente il suo  reale valore?

Marco,  contumelia ha due radici, che hanno una famiglia lessicale doppia con area semantica duplice, che, comunque, dilatandosi ampliamente, alla fine,  si riuniscono  per dare un significato univoco generale di disprezzo con oltraggio. Infatti dalla prima- da comtemnere – più antica- deriva il valore di  guardare  con indifferenza e con disistima  fino a giungere al disprezzo– che sottende infamia, talora, in caso di persona  incline a libidine – tanto da  dare  l’idea  generale di  offesa infamante; dalla seconda, più recente, di contumeliare /contumeliari, deriva il valore di oltraggiare con sotteso il significato  di  offese nell’onore,  ingiurie, insolenze e  forme di diffamazione. Se pensi che  il termine è usuale per  Tacito e per  Svetonio, uomini vissuti in epoca flavia ed antonina, comprendi come la casata giulia sia messa alla berlina, specie dopo la sistemazione urbana di Nerone  con la sua Domus aurea e le zone sottostanti il colle Oppio,  poi  distrutte dalla  famiglia flavia, nonostante l’armoniosità,  grandiosità  e  perfezione dell’ingegneria  claudia,  per dare nuovo aspetto all’Urbe  con la costruzione del Colosseo – l’anfiteatro Flavio sorge esattamente dove era il Colosso Neroniano!-  e puoi capire la diffamazione capillare con le  tessere delle  spintrie tiberiane, distribuite ai populares e ai  milites  per l’accesso al Lupanare!. Se poi pensi alla  voluta  sovrapposizione di edifici traianei ed adrianei  sulla devastata domus aurea,  ti puoi rendere conto  del grado diffamatorio non solo linguistico, ma anche  architettonico, delle nuove  domus imperiali, ambiziose  nel rivaleggiare con la  domus fondante il Principato stesso!.  Marco, posso, ora  riprendere il discorso?! Soddisfatto?!.

Certo, professore.

Tiberio, Marco, è  innervosito, dunque,  dalle critiche di Antonia, iniziate col mancato processo su Druso,  avvelenato,  e sull’avvelenatore, che circola per Roma, impunito  e nemmeno ricercato,  con accuse velate al capo pretoriano, che, da confidente e da amico lo incita ad allontanarsi da Roma, avendo già un piano per dominare incontrastato sul senato e sulla famiglia Iulia e Claudia.

Antonia, in effetti, accusa, pur velatamente, proprio quel Seiano che è insostituibile amico e protettore,  che appare uomo moderato e  affezionato a lui, ai figli di Druso,  e alla domus sua e di Livilla, di cui è patronus!.

Ora nel 25  d.C.,  professore, l’imperatore subisce ancora di più  i rimproveri della  cognata anche quando  non ha accettato la proposta del pretoriano  di sposare la vedova di suo figlio, morto due anni prima, senza troncare i rapporti amichevoli col  parente pretoriano, desideroso di tenerselo accanto!.

Antonia  rimprovera  l’imperatore, lamentandosi- altro significato sotteso a contumelia–  di permettere a Seiano di  predisporre  un pretoriano di guardia, addetto apparentemente alla sorveglianza della sua domus, -che lei rifiuta,  perché spia  nella casa di  Germanico- rilevando l’invadenza  dei pretoriani nella sfera privata!

Il pretoriano scriba,   secondo Tacito, in effetti  è  un miles con capacità scrittorie,  abile a scrivere, capace di  annotare tutto ciò che capita  in   famiglia,  come su  un diario,  vigile a sorvegliare  i messaggi in arrivo,  a fermare i corrieri in partenza,  a bloccare  non solo  le visite  di amici – come G.  Silio e Tizio Sabino, ambedue amici  stretti di Germanico, romani  degni di onore per le loro imprese militari, specie il primo,  contro Sacroviro, oltre che di Poppeo Sabino, poi governatore di Macedonia- ma anche di amiche di famiglia  come Sosia  e Claudia Pulcra, oltre i nomina dei clientes  della familia e perfino  di seguire ogni membro della domus per la città, mentre  svolge gli atti in pubblico e in segreto (Tacito Annales, IV, 67,4).

Può essere Ponzio Pilato il miles scriba?

Marco, come puoi pensarlo? come fai a  dirlo? che basi hai? Scherzi?  Tra i pretoriani ci sono uomini  di varia specializzazione tecnica, dalle spie/Katoscopoi  ai magistri – che sono  decurioni, centurioni, tribuni e legati,  graduati che sanno leggere e scrivere ed hanno una cultura, a seguito di  una frequenza scolastica, avuta al loro paese di origine o a Roma stessa – che sono uomini di estrazione patrizia ed equestre  – tra cui rarissimi libertini- che guadagnano più del doppio di un normale miles delle legioni stanziate ai confini  dell’impero romano, e che rischiano continuamente la vita ed hanno una ferma di 26 anni e quindi invidiano la vita romana, tranquilla, privilegiata del Pretoriano. Marco,  non sappiamo neanche se Ponzio Pilato sia un pretoriano e tu lo vuoi identificare con uno che,  come scriba,   spia la casata giulia di Antonia?! Non sai quanti storici considerano Ponzio Pilato  homo pileatus, – cioè uno schiavo  imberrettato di  Pileus, messo in vendita dal padrone, che non garantisce  per lui  e quindi, senza qualifica alcuna- oppure  un domesticus  che porta il pileus, un berretto conico di pilos/ feltro, con lunghe strisce  coprenti le orecchie,  nei conviti o nelle feste, come i saturnalia, in servitium, come segno  distintivo di schiavitù?.

Lei dà altra lettura  di Pilatus,  mi sembra,  e quindi non può accettare questa  servile di un Pontius, che è domus  di origine equestre? Certo Marco,  un ventennio dopo, ci sono libertini come Felice,  che hanno incarichi prefettizi,  sotto Claudio, non sotto Tiberio!

Tiberio, all’epoca, dà  grande  rilievo agli equites tra i pretoriani  –  che poi saranno limitati nei loro compiti ed  esautorati da Caligola, che li declassa fino a sostituirli con i Germani, poco prima della data fissata di partenza  per Alessandria, in un progressivo ridimensionamento, subito dopo l’uccisione di  Macrone, – illuso di poter fare quello che aveva fatto  il collega Seiano con Tiberio- e di Trasilla, sua moglie, amante del giovane imperatore, complice del marito!.  Con Claudio i libertini, ex pileatiservi ad pileum vocati (Svetonio Tiberio, 1,2) fanno carriera, come i fratelli di Cenide  cfr. Cenide  e Vespasiano  www.angelofilipponi.com

Ho letto l’articolo ed ho visto i rapporti di  Vespasiano, eques sabino di Vicus Phalaricae, amante di Cenide,  fautore  acceso di Caligola! E’ di questo periodo- mi scusi, professore, se salto di palo in frasca, obbligandola a  salti storici!- il ritorno di Pilato un eques , un praefectus,  a Roma, seguito poi, a breve distanza  da quello di Vitellio? Avviene prima o dopo la morte di Macrone ?

Ritengo, Marco,  che  l’arrivo di Pilato, a Pozzuoli, sia dopo il 18 marzo del 37 d.C., momento dell’arrivo a Roma del nuovo giovane Augusto, in primavera, essendo partito dalla Iudaea quando Vitellio entra per la seconda volta in Gerusalemme,  mentre quella dell’ex governatore siriaco,  potrebbe essere  avvenuta nell’ autunno  o poco prima della morte di Macrone, agli inizi del 38, dovendo il governatore sbrigare le pratiche  di congedo dai segretari provinciali e lasciare le carte in ordine per il nuovo governatore, ancora da nominare, considerata anche la lentezza dei preparativi per la partenza di uno – forse l’ unico fino ad  allora  procuratore romano,  amato e festeggiato nella zona siriaca e specie  giudaica per averla pacificata con l’annientamento del fenomeno messianico – cosa che molto dispiace ai Flavi-!.

Infatti Flavio,  unica fonte  dice:  Vitellio, allora mandò Marcello suo amico  ad amministrare la Giudea  ed ordinò a  Pilato di fare ritorno a  Roma  per rendere conto all’imperatore  delle accuse fattegli dai samaritani  Così Pilato,  dopo aver passato dieci anni  in Giudea, si affrettò a Roma, obbedendo agli ordini di Vitellio,  a cui non si poteva sottrarrePrima di giungere a Roma, comunque, Tiberio era morto- Ant. giud., XVIII,89-.

Tacito, invece,  ci informa su Vitellio, già  giunto a Roma, da tempo,   e lo giudica anche  per la sua attività politica successiva, come iniziatore della proskunesis all’imperatore di un cittadino romano,- cosa fino ad allora non usuale-   eo de homine  haud sum ignarus  sinistram in urbe famam pleraque  foeda memorari; ceterum regendis provinciis prisca  virtute egit:  unde regressus et formidine  C. Caesarisfamiliaritate Claudii turpe in servitium mutatus exemplar apud posteros  adulatorii  dedecoris habetur, cesseruntque  prima postremis, et bona iuventae senectus flagitiosa obliteravit/Non ignoro che quest’uomo  aveva cattivo nome in Roma  e che di lui  si ricordano azioni  molte e disonoranti. Eppure nel governo delle  province si comportò con onestà, degna degli antichi,  tornato poi  di là e divenuto vile cortigiano per paura di Gaio Cesare  e per la famigliarità con Claudio, è rimasto esempio ai posteri  di vergognosa adulazione. I suoi inizi sono stati smentiti dalla  sua  fine  e una vecchiaia  obbrobriosa ha cancellato le virtù della  giovinezza (Annales, VI,32.3/4).

Perciò, Marco,  a te  tirare una possibile conclusione!

Per me, professore,  Pilato come sottoposto  al governatore  di Siria, non potendo nemmeno scappare presso i parthi, ora vincolati dal trattato di Zeugma- come avevano fatto  fino ad allora  i cives della zona, sull’ esempio di Labienus parthicus dux,  inquisiti da Roma, o come fece Rubrio Fabato nel 33,  scappato ai pretoriani per fuggire presso i parthi  a chiedere pietà, non avendo più speranza nelle sorti romane –  è sostituito con un amico di Vitellio, tal Marcello,  non ben identificato –  a meno che non si pensi ad un liberto della famiglia dei  Claudii  Marcelli! – senza un decreto senatoriale! Poi, è inviato in fretta a Roma, come reo di vessazioni contro i provinciali samaritaniPerciò,  probabilmente il suo arrivo  risulta  tra  maggio-giugno, mentre  Vitellio potrebbe essere arrivato o  in autunno o  a primavera dell’anno successivo!.

Bene, Marco, condivido, e ti  aggiungo che Vitellio, potrebbe, -conoscendo il 16 marzo 37,  data di morte del vecchio imperatore e la nomina a Roma del 18 marzo con acclamazione  a Caligola di Neos Sebastos,  essersi fermato mesi ancora in Siria, ad Antiochia,  dove era tornato da Gerusalemme   per le pratiche questorie necessarie  al completamento burocratico delle  operazioni di gestione di  fine mandato.

Pensa che potrebbe,  oltre alla possibilità di svernare a Dafne, essere partito  dopo la fine del periodo di non navigazione  invernale, oppure  aver svernato in un’isola dell’Egeo,  ed essere ripartito, senza fretta, nel periodo iniziale dell’era saturnia dell’inizio del principato, eccezionalmente felice,  caligoliano (Incipit di Legatio ad Gaium). Sorpreso, poi, dalla notizia della malattia di Caligola,  incerto  circa le  voci di nomina imperiale  di Drusilla  e di Lepido,  arrivato a Roma agli inizi del 38, dopo aver inviato vari messaggi con le indicazioni delle sue soste, certamente sorvegliate, si presenta  all’imperatore, guarito,  già deciso a cambiare le sorti del suo principato!  Il suo arrivo in un tale momento è  terribile! il suo ritorno è un incubo! Unica salvezza essere cortigiano orientale, creare la moda della  proskunesis a Roma, in Italia e in Occidente! Un imperator romanus , un nikeths,   si mostra simile ad un rex  postulante! Una vergogna per un civis, per un senatore, un dux  trionfatore sui Parthi!

Lasciamo da parte Pilato e Vitellio e la loro situazione in epoca caligoliana, riprendiamo il nostro discorso  sui pretoriani, sotto Tiberio, sul loro potere e su quello di Seiano che osa chiedere la mano della vedova, ex moglie del figlio dell’imperatore, nonostante la vigilanza di Antonia sul suo comportamento quotidiano e l’ostilità del partito giulio.

E’ uno scontro tra due  forme di spionaggio,  uno pubblico ed uno privato, tra quello pretoriano e quello dei liberti di Antonia?

Certo, Marco,  Antonia  è  scaltra ed  abile ad investigare, a ricercare e a spiare i documenti stessi imperiali, ben sapendo che la presenza a Roma di Tiberio è  per lei e i suoi,  garanzia di diritto, temendo  che il pretoriano possa riuscire a portarlo fuori di Roma e farlo cessare da una concreta attività politica. Peccato  che Tacito non  abbia lasciato niente del processo a Livilla!

Per lei, nonna,  è vitale  evitare  che l’imperatore lasci Roma sotto il comando di Seiano, essendo le forze dei claudi, sostenute dai pretoriani di molto superiori a quelle dei giuli, destinati allo sterminio! Neanche l’appello ai vecchi militari- allora  comandanti di legioni, in Tracia, in  Germania, in Spagna, lontani da Roma- al senato (ormai quasi totalmente  cliens del pretoriano)  e al popolo – facilmente addomesticabile da demagoghi  seianei – sarebbe stato sufficiente alla loro salvezza di Giuli!.

Professore, non è il caso di mostrare il  reale clima di quei due  anni successivi la morte del figlio, non accertata, per una migliore comprensione della situazione di guerra civile imminente!

Marco, il 24 e il 25 secondo gli storici sono anni dominati da Seiano, che, avendo riunito nei castra praetoria  i milites, li ha ormai conquistati con ogni mezzo (cfr. Caligola il sublime, cit)- chi in un modo chi in un altro – e che risulta esecutore  fedele degli ordini di Tiberio , che appare il vero  committente,  deciso a stroncare  gli amici di Germanico –  Gaio Silio e la moglie- ,  fare cessare  le nuove guerre servili in Italia,  suscitate da T. Curtisio, ma anche a far processare Vibio Sereno, accusato dal figlio  omonimo, con la collaborazione di due suoi amici  Gneo Lentulo e Seio Tuberone, mentre viene intensificata  la guerra contro Tacfarinate, seppure già sotto controllo del  re Antioco figlio di Selene Cleopatra , oltre a processare  Cremuzio Cordo per una nuova ed inaudita  imputazione/ novo ac tunc primum audito crimine – Annales IV,34- che cioè un intellettuale  ha lodato G. Cassio come l’ultimo dei Romani.

 Per Tacito,  repubblicano, è un vero delitto di lesa maestà!

Oltre a questo contesto,  Marco, mi preme, farti comprendere l’animo di Tiberio, uomo sospettoso certamente,  melanconico, impenetrabile, circa  la questione della  divinizzazione dell’ imperatore romano e di Roma, che, comunque, è ben rilevato da Tacito,  in precise occasioni. Me le mostra professore?

Una è durante il processo di Vozieno Montano, che è da collegare con la risposta, moderata , intelligente e tipica di un uomo prudente, riflessivo e  politico, a Seiano, sul rifiuto di dargli  la nuora  in sposa, pur volendo mantenersene la fedeltà e l’amicizia. Dunque, Tiberio mostrando  la  solita fermezza//constantiam meam per non aver  opposto  un rifiuto alle città di Asia, richiedenti il permesso di costruzione di un tempio in suo onore,  ne spiega il motivo  in relazione ad un’altra  richiesta simile, di ambasciatori della Spagna ulteriore, desiderosi  di innalzare un tempio alla madre e a lui, seguendo l’esempio orientale: Vi farò, dunque, conoscere  le ragioni del mio precedente  silenzio e nello tempo stesso la mia decisione per l’avvenire.- Ibidem 37.2- ,

Ascolta bene, Marco! Tiberio, dopo aver detto che lui segue l’esempio di Augusto, che  non impedì di edificare  un tempio a Pergamo, dedicato a lui e a Roma,  aggiunge: io, che mi faccio una legge  di rispettare ogni azione ed ogni parola di lui /qui omni facta dictaque  eius vice legis observem- ibidem- ne ho seguito l’esempio,  perciò accetto il culto della mia persona  con l’aggiunta della venerazione del senato/placitum iam exemplum promptius secutus sum, quia cultui meo  veneratio senatus adiungebatur  – ibidem-

L’imperatore, poi, dice:   mi sia,  comunque, perdonato l’averlo fatto una volta,  in quanto il lasciarmi adorare in effigie  come un dio, in tutte le province, sarebbe atto  di vanità e di orgoglio /effigie numinum sacra(ri) ambitiosum, superbum ed aggiunge : et vanescet Augusti honor,  si promiscis adulationibus  vulgatur /e lo stesso onore di Augusto risulterà cosa vana, se lo si fa con adulazioni indiscriminate!

Tiberio, perciò,  afferma: ego me, patres conscripti,  mortalem esse, et hominum officia  fungi datisque habere si locum principem impleam, et vos testor, et meminisse  posteros volo/ o senatori, io non sono che un mortale;  i doveri che assolvo sono quelli di un uomo e  a me basta tenere il posto più alto: voi me ne siete testimoni ed io voglio che me lo ricordino i posteri, i quali renderanno alla mia memoria  un onore più che sufficiente,  se mi giudicheranno degno dei miei avi, sollecito delle  vostre  fortune,  forte nei pericoli, impavido contro le offese, quando è in gioco il bene dello stato. -ibidem 38 1-

Il discorso, per me proprio della scuola analogista, opposto a quello anomalista di Caligola  (Pseudo Longino  Del Sublime, a cura di Francesco Donadi, Bur 1991)-ibidem  2-3  è il seguente: Haec mihi in animis  vestris templa, hae pulcherrimae effigies et mansurae; nam quae saxo struuntur, si iudicium posterorum in odium vertit, pro sepulchris spernuntur /questi i miei templi nelle vostre anime; queste le statue  più belle  destinate anche a durare. Infatti quelle di marmo, se la stima di posteri si converte in odio,  sono guardate con disprezzo come sepolture. La conclusione  è questa:    Proinde  socios cives et deos ipsos et deas precor, hos ut mihi ad finem usque  vitae quietam et intellegentem  humani divinique  iuris duint, illos ut, quando concessero cum laude et bonis recordationibus facta atque famam nominis mei prosequantur/perciò prego gli alleati,  i cittadini e gli dei stessi e le dee  che  questi mi concedano fino al termine  della vita  uno spirito sereno e la capacità di interpretare le leggi divine ed umane, e  che quelli, quando avrò lasciato la terra,  accompagnino  con lodi e con parole di riconoscenza il ricordo delle mie azioni e la fama del mio nome. 

Professore, devo fare una domanda lessicale- mi sembra strano duint!- ed una ideologica, forse non compatibile con la  visione di un aristocratico, desideroso di memoria  eterna umana!?

Marco, per quanto riguarda il lemma  duint sappi che è  una forma  arcaica di do, das, congiuntivo presente coniugato come sim, forse usato da Tacito per evidenziare un’area sacra, vista da un’angolazione tragico-comica (propria di Nevio  più che di Plauto e Lucilio!), un vizio arcaicizzante degli scrittori antonini!; per quanto riguarda  la divinizzazione,  tema a me caro per la figura di Gesù Christos,  Tiberio pagano, materialista,  naturalista, astrologo  è uomo cosciente di sé mortale,  effimero!  e, quindi, la probabile ironia di Tacito ci appare  inadatta  freddura e non  posta al momento giusto!. Comunque, l’imperatore  privatamente  in discorsi con amici disapprova quel genere di culto verso la sua persona anche quando ha ricevuto  ed accettato il titolo di Augustus, pur disdegnando  il titolo di pater patriae, rifiutato varie volte.

Dunque, professore,  il fatto che Tiberio non vuole avere  il culto divino della  sua  persona,-  criticato da molti che pur  leggevano come  indice di modestia  ed altri di diffidenza,  altri di bassezza di animo-  è segno  di un uomo che ha fatto storia  e che vuole essere ricordato come vir degno della tradizione  familiare,  secondo il costume  quiritario romano,  non  quello greco-ellenistico degli eroi mitizzati e divinizzati come Heracles/ Ercole e  Dionusos/Libero.

Infatti Tacito  non distingue tra culto  greco, che crea il mito di Ercole e Libero e  quello latino che ha come eroe mitizzato Quirino, e non mostra le  diverse  forme occidentali e  latine  di muthos rispetto a  quelle greche   anche se tutti i culti in genere arrivano alla divinizzazione, che è in relazione  in Roma, alla concessione  fatta da  Ottaviano, quando già è Augustus, ai Tarraconesi   templum ut in  colonia Tarraconensi strueretur Augusto,  petentibus Hispanis  permissum, datumque in omnes provincias  exemplum/chiedendo gli spagnoli  il permesso di erigere  un Tempio ad Augusto  nella  colonia di Tarragona  fu loro  consentito  e si creò così un precedente esemplare per tutte le  province  ibidem I, 78 – Tacito ha una concezione già domizianea di culto imperiale – cfr K. Von Fritz, Taciti Agricola, Domitian and the problem of the Principate, 1967-

Tiberio aristocratico celia su Augusto eques– se le parole riportate da Tacito sono queste-: Melius Augustum  speraverit, riferendosi  al fatto che molti  fra i mortali ambirono  agli onori più alti / optumos  quippe mortalium qui altissima cupere!.  

Tiberio  ritiene che ognuno deve guadagnarsi col lavoro un favorevole ricordo di sé: i principi tengono già tutti gli altri beni ed uno solo devono cercare di  guadagnarsi  insaziabilmente : un favorevole ricordo di sé,   in quanto, col disprezzo della gloria, si disprezzano anche le virtù/unum insatiabiliter parandum, prosperam sui memoriam; nam contemptu famae contemnvirtutesibidem, IV,38,4-.

Dunque, professore, Tiberio ha una concezione del potere in senso umano quiritario patrizio, di una di sovranità venerabile per la  continuità di sangue aristocratico  claudio,  superiore rispetto a quello giulio mitico ellenistico?.

In questo  Filone, infatti, concorda e  non con quello giulio  Caligoliano, esemplare per Domiziano per Commodo e per Caracalla -cfr. The death of a God www.angelofilipponi.com ! –

Vedo che mi segui!. Ti aggiungo che nella risposta a Seiano è ancora più evidente questo aspetto. Esamina tu stesso dalla fonte tacitiana. Tiberio sa bene – anche tramite Antonia che teme il coniugium  per la dichiarata volontà del pretoriano di punire iniquas  Agrippinae offensiones idque liberorum causa/ i risentimenti non giusti di Agrippina e ciò a causa dei figli– che la lettera, inviata da Seiano, è scritta  da retori  della casa giulia, sotto il magistero interessato di Livilla, sua nuora, per cui  l’imperatore richiede tempo  per uno studio e riflessione!.

Infatti  Tacito  dice  che era, allora,  uso anche se  l’imperatore era presente, presentare la richiesta per scritto /moris quippe  tum erat quamquam presentem scripto adire e che c’era, anche se con qualche ritardo, una  risposta imperiale.

Prima di mostrarti, comunque,  il testo della lettera ti aggiungo che   i pretoriani   già  facevano i i turni per irretire in discorsi  sediziosi il giovane Druso Cesare  e lo contrapponevano  al fratello maggiore Nerone Cesare, facendogli balenare la speranza del principato (Tacito, Annales,IV,60)  per  rovinarli entrambi ed inoltre che controllavano i loro amici e fautori  giulii, avendo fatto il processo già a Silio e fatto condannare-anche se già suicida-  lui  e la moglie inviata in esilio  con i beni confiscati a Sosia  al 50% , per intercessione di  Emilio Lepido, comandante militare  capacem sed aspernantem/ capace ma noncurante  – ibidem I,13,2 -.

Eppure per avere la condanna di Silio  bisognò fare ricorso all’aiuto del console Varrone e ad un intervento dell’imperatore  – Tacito  Ibidem IV,  19, 2-  Cesare si oppose  dicendo che era costume dei magistrati  citare in giudizio  cittadini privati e  che non si doveva sminuire  l’autorità del console, –  le  cui cure provvedono  alla  salvezza dello stato.-… Sosia era accusata di essere complice del marito  che  aveva  di nascosto e lungamente tenuto  mano a Sacroviro, nella guerra germanica, di aver macchiato con l’avidità la sua vittoria. Certamente  né l’uno né l’altra  potevano liberarsi da accuse di concussione: ma tutto il processo si volse sull’imputazione di lesa maestà (cuncta quaestione  maiestatis exercita)-ibidem-

Professore, erano tempi in cui la delazione era quotidiana e le condanne erano di lesa maestà, ma c’era qualcuno che riusciva a salvarsi rimanendo  moralmente pulito, in un tale clima di odio?

Marco, si . Ti cito  proprio  Emilio Lepido, ex proconsole di Asia , morto per cause naturali, forse, -sembra nel 33 d.C,, che fa proposte contrarie all’imperatore e a  Seiano impunemente, convinto di far assegnare del 50%,  non secondo legge- metà agli accusatori e metà ai figli-  ma un quarto agli accusatori ed il resto ai figli – come poi  faceva suo figlio nei confronti di Caligola, che giudicava degno di esilio Avillio Flacco,  secondo Filone  – imponendo  coraggiosamente  un intervento correttivo di pena – in quanto  giudicato  gravem et sapientem virum/uomo saggio ed autorevole, capace di emendare molte decisioni adulatorie di altri,  conservando la sua influenza e favore presso l’imperatore,  senza  dover usare la circospezione!.

Tacito, allora, si pone il problema tipico del  periodo domizianeo, se forse anche la propensione dei principi verso gli uni, la loro avversione verso altri non dipendano come tutto il resto dal volere del  fato e dalla sorte del nascere, oppure se una parte  sia lasciata alla nostra accortezza  e se tra la spavalderia che conduce alla rovina e il servilismo  che disonora si possa seguire una strada  che non sia né abietta né pericolosa.- ibidem-!

In tempi di dittatura e sovranità assoluta, Marco,  il dubbio di Tacito su una via intermedia tra  morire e  parlare apertamente per un uomo parrasiasths /libero di parola  è  una forma  retorica perché è difficile rimanere  autorevole quando parlare può significare morte anche se  il personale  consilium è tipico di chi ha avuto  buona sors nascendi  e  propizio fatum.-ibidem 20.3-.  Sola Antonia, essendo privilegiata da nascita e dal destino di essere la madre di Livilla, cognata dell’ imperatore, coerede dei beni imperiali augustei,  donna capace di gestire un impero commerciale e finanziario mondiale coi suoi segretari personali, coi suoi trapeziti alessandrini, coi  suoi liberti latini  con le sue relazioni coi legati di tutto l‘imperium romano ed occidentale ed orientale,  risulta intoccabile punto di aggregazione e di riferimento di ogni opposizione al regime stesso ed  anche alla forza armata di Seiano!

Antonia, come l’augusta Livia, risulta  davvero inviolabile per Tiberio ma sembra che non fu per Caligola theos!-cfr. Caligola il sublime cit- ma non Agrippina e i suoi figli vulnerabili per il loro stesso nomen oltre che per la loro coscienza di superiorità rispetto a tutti gli altri in quanto  sicuri di essere  stirpe divina Augusta! Lo stesso Claudio  dovette fare il deficiente e legarsi al carro di Seiano lasciando la moglie  Urgulanilla   e  sposarne la sorella  Elia Petina, inimicandosi la madre e la vecchia nonna, prossima a morte.

Professore, lei mi vuole comunicare che sotto Tiberio non erano sicuri, data l’equivocità di condotta dell’imperatore stesso,  dissimulatore,  nemmeno i membri della famiglia di Augusto, come non lo erano stati già Germanico e Druso minore, suo figlio?!

La domina Antonia  lamenta velatamente consapevole che Tiberio mal dissimula la letizia per la morte di Germanico/Germanici mortem male dissimulavit – III,2,2 ( nonostante abbia fatto  ogni  legittimo dovere  funebre ed abbia fatto scortare le ceneri ed Agrippina provenienti dall’Apulia,   da Terracina a Roma fino al mausoleo di Augusto,  avendo inviato il  figlio e Claudio !)-  temendo la subdola azione di Seiano  che delle sue parole e delle sue azioni  narra solo ciò che risulta  evidentemente, sfruttando solo alcune   a suo vantaggio, denunciandole, all’occasione,  all’imperatore, che già va girando  in Campania alla ricerca di quies, come aveva fatto in precedenza, quando dava spazio a  Druso di svolgere funzioni imperiali, come per associarlo al potere, senza  notificarlo al senato!

Antonia lamenta che Tiberio è informato,  falsamente, che  i nipoti a Roma   si armano e  formano un fronte antimperiale, dal prefetto del pretorio, che  tace invece  la sobillazione  continuata delle  spie nei confronti dei due  fratelli,  iuvenes inesperti,  Cesare Nerone e  Druso Cesare, convinti a  ricercare la protezione negli eserciti di Germania  presso Getulico, a richiedere  palese  aiuto al senato  e al popolo, spinti perfino  ad andare platealmente ad abbracciare la statua del divo Augusto, nel punto più frequentato del foro.

Insomma   Antonia,  avendo chiara coscienza delle ragioni della morte di Druso minore, dei mirati interventi dei pretoriani e  conoscendo la tresca  immorale tra sua figlia  e il pretoriano, diversamente da Tiberio,  è in bilico tra dovere  familiare e dovere pubblico   e perciò cerca solo di proteggere la domus di Germanico allontanando  da Roma, dopo la Morte dell’Augusta Livia, nel 29 , Gaio Cesare Caligola, che è inviato, a Capri dall’imperatore,  dopo l’elogio funebre da lui fatto per l’ava, quando già   si  sta  verificando la tragedia di Agrippina, nonostante la protezione di Asinio Gallo, avido di potere, incapace di conseguirlo, marito di Vipsania, sorellastra – cfr. Caligola il sublime, cit. e Giudaismo Romano II ebook Narcissus 2014-.

Tiberio, professore,  ha già demandato ogni compito provinciale a Seiano?

Marco, credo che Tiberio non abbia  dato l’imperium proconsulare maius,  ma solo  quello limitato all’Oriente e specie all’area siriaca, settore difficile e ribollente di staseis  per il fenomeno messianico, mentre quello occidentale è lasciato ai governatori, che mantengono il mandato imperiale invariato, secondo la prassi tiberiana  di  dilazionare il tempo  di durata prefettizia.

Professore, considerato che Tiberio ed Antonia sono due volponi politici scaltri e impenetrabili nelle loro mene, è possibile che Tiberio pensi che la pars Giulia, convinta dell’avvelenamento di Germanico da parte sua,  abbia reagito con l’avvelenamento di suo figlio?  O che alla cognata, desiderosa di far pagare sangue con sangue  all’imperatore, allora, nel massimo della fortuna, conveniva la morte di Druso, che così chiudeva il problema della successione  a favore dei Giuli?

Marco, ci ho pensato spesso ma non credo che si possa accusare Antonia  perché lei già  con LIvilla, sua figlia, moglie del figlio di Tiberio,  suo nipote, ha già il potere di tutto l‘imperium coi figli di Germanico, che hanno  la precedenza nella successione, essendo Agrippina la figlia della figlia stessa di Ottaviano Augusto.

Per lei, professore, quindi il male è in Livilla che,  come  Giulia maior  e poi Giulia minor e tante altre giulie, aspira ad un potere proprio imperiale, da dividere solo con l’amato eques Seiano, non coi nipoti e neppure con la madre, in quanto desiderosa di una propria dinastia divina col pretoriano, stimato e prediletto da Tiberio, tenuto all’oscuro sulla vicenda amorosa dei due!

Dunque, Marco, tu , influenzato dalla lettura domizianea di Tacito,    valuti Tiberio davvero una mente perfida, malevola, rancorosa, che già nel 20 quando  dispensa Nerone Cesare dal viginterato e lo fa sposare con la figlia di Druso,  ha già progettato di fare suo figlio erede al trono  contravvenendo all’ordine di precedenza di Augusto?  Sappi che Tiberio  è  un aristocratico,  vecchio, che non manca di parola,  che vuole andare  in pensione, a godersi quanto meritato con la sua personale vita al servitium dello stato, convinto di aver ben meritato e di lasciare una fama di vir politico,  degno dei suoi avi!.

Di Tiberio, nonostante le crudeltà narrata, i tanti ambigui processi  e i suoi stessi isterici  interventi – episodio di Montano.-42,1 (Tiberio dovette quindi ascoltare le contumelie, da cui veniva straziato, in segreto, e ne fu così colpito da mettersi a gridare,  che si sarebbe giustificato o subito o dopo l’istruttoria:  stentarono  a calmarlo le preghiere di molti e l’adulazione di tutti!)- e le perversioni sessuali, senili,  nessuno storico ha parlato  di lui come monstrum! Ti aggiungo che lo stesso Tacito  mostra Tiberio  come straziato dai rimorsi a seguito dei processi del 31, e specie di quello di Cotta Messalino -un nobile decaduto  dissoluto, disonoratosi con azioni infamanti -che aveva ingiuriato G. Cesare (Caligola)  come uomo quasi incertae virilitatis/  di scarsa virilità  e di aver offeso la memoria dell’Augusta madre, convinto di essere protetto dal suo Tiberiolo,  contro  gli accusatori Lepido ed Arrunzio,  in una lettera, scritta al senato: possano gli dei  e le dee farmi perire di una morte peggiore di quella di cui mi sento  consumare giorno per giorno, se so che cosa io vi debba scrivere,  senatori, o come vi debba scrivere  o che cosa io non debba assolutamente scrivere.  in questo momento!.

Il commento  ad un tale rimorso dello storico è questo:  a tal punto  le sue colpe e le sue vergogne  si erano trasformate  per lui stesso in tortura!. E non invano il maestro di ogni sapienza soleva affermare che, se il cuore dei tiranni  si potesse  mettere a nudo,  lo si vedrebbe straziato  di colpi; infatti, la crudeltà,  la dissolutezza  e le azioni ingiuste  producono nell’animo  le medesime ferite che le sferzate producono sui corpi.

Marco, dopo avere scomodato Socrate con la citazione di Platone  Gorgia LXXX,524,  lo storico  scrive: né l’altissima sorte né il raccoglimento in solitudine preservavano  Tiberio dal rivelare lui stesso i tormenti della sua coscienza e il suo castigo!/quin tormenta pectoris  suasque  ipse poenas fateretur!  Annales, VI,6,1-2!.

Per lei, quindi, come Flavio, anche Tacito non è attendibile, proprio perché retorico e lontano dai fatti di cui parla in modo aneddotico come Svetonio! Quindi, si può dire che la grave colpa di Tiberio  è quella di non avere indagato sulla morte del Figlio, subito, ed operato drasticamente , in ritardo, contro la coppia malefica  Livilla-Seiano!

Certo,  se lo avesse fatto subito,  la storia sarebbe stata diversa e  quanto seppe dall’ indagine  dal processo di Apicata nel  31-32  gli sarebbe stato utile per frenare l’ascesa di  Seiano: la morte di  Druso dovuta all’inimicizia di  Seiano e  alla infedeltà coniugale  di Livilla, rimane troppo a lungo invendicata e partorisce col tempo  tanti rumores  insieme a contumelie ed ironie sull’imperatore, incontrollabili, nonostante il processo all’ex moglie di Seiano e a Livilla stessa!.

La storia, però, non si fa con i se!

Comunque, professore  il destino fu crudele e con Antonia e con Tiberio poi  divenuti simboli di  scaltrezza e di cunctatio,  di perfidia   senatoria, di vecchi politici! le ragioni  di una non volontà di sapere  sono  più di un animo  disturbato fin da bambino come quello di Tiberio,  abile a negare e a  chiudersi nel dolore, per fare una corazza  al suo male infinito, come per nasconderlo, mentre la vita seguita a fluire  come se nulla fosse successo!  eppure Tiberio, pur con questo carattere  seppe  governare  bene l’impero anche negli ultimi anni, pur  segnati dal potere eccessivo di Seiano e  poi di Macrone, autorizzati anche  dalla  debolezza senile, più mentale che fisica di fronte agli immensi problemi di un impero colossale!.

Marco, per ultimo, ti dico con certezza  che  Antonia conosce il testo della lettera  di Livilla,  che è istigatrice di Seiano, come  donna insistente nel ricordare la promessa di matrimonio, avuta dal pretoriano- promissum matrimonium, flagitante Livia,  Ibidem 39,1- che oltre tutto, ha già  divorziato, per fare la sua legittima richiesta all’imperatore!

Ecco  – il testo – Tacito, Annales, IV,30,1-!

Tacito scrive : Seiano accecato dalla eccessiva fortuna  e per di più infiammato dalla bramosia di una donna, poiché Livia gli rammentava continuamente le nozze promesse, presenta un’ istanza all’imperatore/ nimia fortuna socors et muliebri insuer  cupidine  incensus , promissum matrimonium flagitante Livia, componit ad Cesarem  codicillos.

Professore, non era pericoloso per Seiano presentare due anni  dopo la morte di Druso,  codicilli richiedenti il matrimonio, lui eques, con la figlia di Antonia e di Druso Maior, ex moglie di due Cesari, Gaio Cesare e Druso minor,  figlio dell’ imperatore stesso, avvelenato e morto nel giro di una settimana tra sofferenze inaudite? Non poteva essere un’autoaccusa?

Marco, il pretoriano ha già un potere nel 25 tale che può effettivamente evidenziare la sua volontà di essere e di  rimanere al  servitium diretto dell’imperatore e non di cercare di fare carriera,  essendo una guardia  del corpo felice  di servire  il padrone, uomo fidelis  verso l’Augusto,  come  lo era per gli altri dei,  tanto da  confidare le sue speranze  e i suoi desideri  alle orecchie dei principi, prima che agli dei, a seguito della  benevolenza di Augusto, padre,  e alle moltissime prove di stima, dategli dal figlio Tiberio / benivolentia Augusti patris  et mox plurimis Tiberii iudiciis  ita insuevisse, ut  spes votaque sua  non prius ad deos  quam ad principum aures conferret.-ibidem-

Professore, Seiano, prima della richiesta, fa una professione di fede nel suo dominus theos, legge vivente?

Al di là della captatio benevolentiae, il pretoriano aggiunge che mai aveva pregato di ottenere dignità onorifiche, ma preferiva vigilare e  lavorare come  semplice soldato tra i soldati, per l’incolumità dell’imperatore /  Neque  fulgorem unquam precatum  honorum exubias et labores,  unum e militibus pro incolumitate imperatoris malle -ibidem,2-

Lei ha mostrato come Seiano  ritiene  cosa bellissima/ optimum aver ottenuto già la possibilità  di parentela con Tiberio?

Marco, la cosa non deve sorprendere se già nel 20  è  coniunctione Caesaris dignus crederetur- Ibidem III,29,3, di essere cioè ritenuto degno d’imparentarsi  con l’imperatore , essendosi stabilito di dare al figlio di Claudio e  di Urgulanilla,  di nome Druso, la figlia di Seiano, macchiando, secondo Tacito, la nobiltà della stirpe con l’innalzare eccessivamente Seiano,  già sospetto di nutrire aspirazioni smodate!.

Marco, è quello l’anno in cui Tiberio concede  a Cesare Nerone ormai in età giovanile  di essere dispensato dal viginterato cioè  di far parte di un gruppo di magistrati- triumviri capitales, triumviri monetales  quattuorviri  addetti alle strade  e decemviri incaricati di comporre le liti-  e di poter chiedere la  questura cinque anni prima  dell’età legale, accontentando il popolo con una elargizione di grano e sale,  felice  già di vedere giunto alla pubertà il figlio di Germanico,  divenuto Pontefice  e sposato con la figlia di Druso minore,  Giulia.

Proprio quello è l’anno  in cui Druso Minore già  ha potere imperiale a Roma e lo gestisce , trascuratamente, in apparenza,  a parere dei senatori  mentre il padre fa le prove in Campania per la sua futura pensione?

Marco, la fonte di Tacito – autore  che legge i fatti, interpretandoli dall’angolazione del tempo domizianeo (cfrVon  Fritz, cit. e E. Paratore,storia della letteratura Latina,Sansoni,2000) –  non è attendibile -migliore è quella di Flavio e di Cassio Dione che pur rilevando il modo giovanile di reggere lo stato mentre Tiberio è assente, mostrano una volontà di vedere  il figlio successore, già console e  destinato al secondo consolato nel 21, cosa che può avere determinato la rabbia nei giuli  che  sono ancora in lacrime, nel vedere il predominio claudio e con Tiberio e con Druso e con Seiano, specie dopo che lo zio  Giunio Bleso è salutato imperator a seguito della fortunata  guerra in Africa.

L’affermazione di Tacito sembra rimandare ad un giudizio posteriore di almeno 70 anni:  si rideva  anche per concessione al giovane del pontificato perché la potenza dei cesari era all’ora agli inizi e il ricordo della libertà era recente   perché aveva richiesto anche la questura  cinque anni prima dell’età legale,  adducendo come argomento  che  a lui  e a suo fratello erano state fatte le stesse concessioni su richiesta senatoria  da Augusto per cui i senatori consideravano la parentela di un patrigno coi figliastro meno stretta  che non quella di un avo col nipote!-ibidem  29,2-.

Al di là del pensiero ironico  di Tacito, professore,  lei mi vuole dire che lo scrittore,  scrivendo dopo circa tre generazioni,  legge i fatti  specie quelli del 22 -3  – a cominciare dalle preghiere – fatte dai  feciali, da quelle  dei senatori  e degli equites  per la  salute dell’augusta-e dagli onori riservati, come già al fratello,  a Druso Cesare,  che prende la toga virile,-  li interpreta per rilevare l’obsequium senatorio, la clemenza di Tiberio  nei confronti di Lucio Ennio- reo di lesa maestà per aver convertito in oggetti di argento una sua statua , anche se degno di punizione secondo il giurista  Ateio Capitone  che, per ben meritare coi potenti,  macchia le benemerenze di uomo politico e il suo alto valore di cittadino privato-., al fine di mostrare la decadenza dei costumi e l’avviata deriva della  società romana?

Marco, per Tacito mentre si consolida la forza del principato /principatus vim, crolla ogni concezione  socio-civile e morale  tanto che decide di  riferire solo le opinioni notevoli per nobiltà o per bassezza/insegnes per honestum aut notabili dedecore, ritenendo  compito precipuo delle annales  di preservare dall’oblio gli atti virtuosi  e di far sì che  contro le parole e le azioni disoneste  vi sia il timore  dell’infamia da parte della posteritàAnnales, III,65-

Marco esamina questa frase aggiunta:  Del resto  quegli anni furono talmente avvelenati ed insozzati dalla simulazione, che non solo i  più alti personaggi dello stato, ma tutti i consolari, gran parte di quelli che avevano esercitato la pretura  ed anche molti senatori  subalterni gareggiavano nell’alzarsi a proporre onoranze  scandalose ed eccessive!-ibidem.

Tacito giunge perfino  a concludere che Tiberio, ogni qualvolta usciva  dalla curia, fosse solito esclamare in greco o homines ad servitium paratos!/ tanto da scrivere: Scillicet etiam illum, qui libertatem publicam nollet, tam proiectae  servientium patientiae taedebat/ è chiaro che anche colui, che pur non avrebbe  voluto la libertà pubblica, era disgustato dalla abietta soggezione, da schiavi, dei senatori.

Professore, così, comunque, dà  segnali di stima per Tiberio,  un aristocratico che si vergogna del  comportamento di tutta la società romana, compresa la sua stessa classe senatoria, che,  ora, come il popolo è degna di servire, nonostante la cultura  libertaria italica ed occidentale! Il disprezzo del pastor per il gregge  diventa una lezione per il nipote intelligentissimo, Caligola!

Capisco, perciò, come il potere specie sovrano segna le coscienze degli uomini! Ma, ora nella lettera di Seiano all’imperatore  non c’è segno di  reale servilismo  ma solo obsequium formale con un tono amichevole ?

Certo Marco!  Seiano invita l‘imperator a tenere presente un amico,  che mira a godere solamente della  gloria  di una  parentela, deciso, comunque,  a non sottrarsi dai doveri professionali  impostigli,  in una rivendicazione di fedeltà  di un eques, suo strenuo difensore, desideroso  solo di voler vivere accanto  contro gli iniqui  risentimenti di Agrippina, attiva contro di lui, a causa dei suoi figlioli/ adversus iniquas Agrippinae  offensiones  idque liberorum causa.

Come  e cosa  risponde Tiberio ad una tale lettera e ad un amico, che vuole proteggerlo dalle insidie /offensiones dei Giuli (Agrippina e Figli)?

Tiberio, passati alcuni giorni di riflessione, convoca il pretoriano e gli comunica con molta diplomazia, non disgiunta da fermezza, dopo aver lodato la pietas  ed accennato poco ai benefici  ricevuti dal servitium, il suo rifiuto  al  matrimonio e lo motiva con precise  ragioni, avendo chiara la situazione  che in Roma già esistevano statue sue e del pretoriano, da venerare, e che i clientes suoi ormai erano anche del suo prefetto, ritenuto pars della sua domus!

Tiberio ha, quindi, ben compreso il piano  di scalata al potere del pretoriano, già nel 25!. Peccato che noi  non possiamo rilevarlo esattamente dalle fonti  storiche che hanno  prima e dopo la morte di Seiano un buco e a poco serve  il V fragmentum libri, che  si riferisce da una parte  all’anno 29  ma che sottende gli ultimi mesi di quell’anno, di tutto il 30  e tutto il 31 , tramandati in modo confuso, disordinato, volutamente criptato!

Eppure, furono gli anni tiberiani in cui accaddero  avvenimenti  controversi e gravi per la domus giulia, come la relegazione di Agrippina, l’esilio e la morte di Nerone Cesare, l’imprigionamento di Druso Cesare  e sua fine,  ma anche la morte di Seiano, improvvisamente  crollato! Infine le contemporanee notizie sulle staseis/ricolte   dei Frisi in Germania e  delle popolazioni aramaiche in Siria e in Giudea  a causa del fenomeno messianico  turbarono i cives romani che dovettero rimanere sorpresi dagli eccidi delle guarnigioni   circondate ed annientate prima sul confine eufrasico e poi nella capitale giudaica  dalla coalizione dei Parthi e coi Nabatei  coi giudei,  che proclamavano al grido di Maranatha  l’ arrivo del Signore e  il  suo malkuth/regno eterno, mentre tutta la pars orientale era coinvolta nella ribellione antiromana quando  Tiberio  non interveniva direttamente, affidandosi per il momento ai governatori,  che morivano,  quasi allo stesso tempo (Emilio Lepido- 33- a Roma  dove viveva dal 28 a seguito del richiamo dalla  provincia  di Asia, con  una certa indipendenza verbale; Pomponio Flacco,33;  Artassia,34 ; il tetrarca  Filippo 34 ) mentre  il praefectus  Ponzio Pilato  era costretto a  rinchiudersi, a  Cesarea, dopo il tentativo di frenare gli insorti a Gerusalemme e la costituzione del Malkuth ha shemaim e mentre Erode Antipa si  rifugiava a Macheronte!.

Di tutto questo  si conosce poco dalle fonti latine, poco da Plutarco e  Dione Cassio, poco da quelle giudaiche  e solo più tardi nel II secolo dopo la fine dell’impresa di Shimon bar Kokba,  apologisti cristiani e poi i padri della chiesa  risollevano il velo della  storia,  cominciando a tessere  una trama cristiana, chiara con i constantinidi e i teodosiani.

Comunque, professore del periodo 32-36  in Giudea ancora sotto il potere nominale di Ponzio Pilato, non  si sa  niente se non   qualcosa di vago e cronologicamente contorto, anche per la stessa impresa vitelliana, fissata  all’incirca  tra la fine del 35  e il 16 marzo del 37, raccontato in due anni in modo confuso da Tacito, che lo dichiara  espressamente  – Annales VI,38,1- e da Flavio secondo una logica giudaica manovrata  dal regime flavio, dominante,  aspirante ad essere domus soterica dopo l’anno terribilis dei quattro imperatori- tra cui un Vitellio, la cui stirpe è ovviamente esecrata -.cfr. Caligola il sublime e Giudaismo romano II ,cit. sulla spedizione di Lucio Vitellio  sulla politica di Sinnace,  sull’elezione romana di Tiridate e su Artabano III  e le popolazioni caucasiche, specie dopo la ribellione dei Cieti cappadoci,  puniti per ordine di Vitellio da  M. Trebellio , dopo la caotica situazione  in  Seleucia , a seguito delle lettere  intercorse tra Fraate e Ierone, satrapi delle più potenti prefetture parthiche (validissimas praefecturas  Tacito, Ibidem 41 ) e  i rapporti controversi di Abdagese -protettore e fautore di Tiridate , re inviato da Tiberio,- e  lo stesso  Artabano allora esule in  Adiabene,  secondo Flavio, Ant. Giud. XVIII!.

Professore, una situazione veramente caotica, incredibilmente intrecciata, forse, subito dopo la sconfitta  e il trattato di Zeugma!

Sono troppi, Marco,  i dubbi e non so dipanare bene la matassa troppo attorcigliata, considerata l’ambiguità delle fonti stesse,specie quella rimasta mutila di Annales  XI, giù trattante di Claudio!

Tacito, oltre tutto,  non ci aiuta  a capire, come nemmeno Flavio e nemmeno Dione Cassio e tantomeno Vitellio,-scrittore di Upomnemata–  anche se   si può intuire qualcosa e  comprendere   il mistero della impossibilità da parte di Tiberio di trovare un sostituto a Pomponio Flacco in Siria-, cfr. Annales, VI,26, 2,- dopo la nomina di E. Lamia, (prefetto di Roma  che, comunque, morì prima ancora di  avere  l’autorizzazione a partire per la Siria| – cosa che gli  aggiunse alta considerazione/dignationem addiderat): viene letto un messaggio di Cesare  nel quale deplorava  che gli uomini più valenti e più adatti   a comandare eserciti  rifiutassero tale incarico, tanto che  egli doveva ricorrere alle preghiere,  perché qualcuno dei consolari  si inducesse ad assumere il governo di  province !.

Un munus tanto onorifico,  rifiutato da tutti,  anche a seguito di preghiere da parte dell’imperatore , caro Marco, fa veramente pensare ad una situazione siriaca, veramente  micidiale, proibitiva, pericolosissima per un consularis, per cui bisogna ritenere che l’impresa di Lucio Vitellio sia ancora più grande di quanto abbiamo  per anni pensato, nonostante la sovrapposizione del giudizio dei  Flavi!  Il fatto che   proprio nel 34 anno  compare la  fenice in Egitto, cosa che si verificava post longum saeculorum ambitum/dopo una lunga serie di secoli , un uccello che  si vedeva a secoli di distanza come già detto da Erodoto-Storie, II,73-, poi notificato da Seneca- Lettere a  lucilio.XLII,1- e in epoca cristiana da Ambrogio –Hexaemeron, V,79- portatrice di eventi eccezionali in quanto l’uccello, quando è vicino a  morte costruisce un nido  e vi infonde il principio fecondatore /vim genitalem, da cui nasce  un nuovo uccello e che la prima cura di questo, appena  adulto,  è di dare sepoltura al padre, non temerariamente, (neque id  temere!) ma, dopo aver sollevato un certo peso di mirra e provato le proprie per un lungo tragitto, quando si sente capace di resistere al carico e  al volo, la fenice si addossa/subit il corpo del padre e lo trasporta all’altare del Sole, sul quale lo arde. Tutto ciò è incerto e arricchito da favole!-   

Davvero, professore c’è di tutto per favoleggiare! La fenice, simbolo di Christos è allora nel 34,  invece figura di Caligola neos Sebastos soothr per il mondo romano,  che  brucia il padre/Tiberio sull’altare del Sole/Ottaviano Augusto, allegoria alessandrina dell’ eternità del Regno nuovo del  principe Romano nella celebrazione dell’ektheosis del 40 d.C., poco dopo la vittoria vitelliana sui Parthi !

E’ possibile quanto dici in relazione alla mia supposizione ed affermazione, sottesa a Caligola il sublime,  Marco, se si legge Censorino, De die natali,XVIII,10  e si comprende la rinascita ogni cinquecento anni della Fenice. Ma, avendo il cristianesimo, in epoca constantiniana vinto sul paganesimo, il muthos  della fenice, che riappare ogni mille anni – Millenarismo!?- assume un altro valore quello di Lattanzio- De ave Phoenice – in cui Christos nikeths  è il theos, nomos empsuchos, segno di vita eterna per il cristiano!

Comunque, Marco, rimanendo sul 34 d.C. e sul  periodo oscuro di  uno o due  anni precedenti e successivi a questo,   si può dire di sicuro solo che  Tiberio, pur rimanendo a Capri, pur dando rilievo grande a Macrone  dirige l’imperium  cercando di regolarizzare  il mondo causasico, barbarico,  e di opporlo ad Artabano e ai parthi,  in attesa di una spedizione militare con un dux capace e fedele!  Sappi, però, che non si conoscono nemmeno le quattuor et quadraginta orationes contro Liviam- Non si sa se la causa è comune con quella contro Apicata o se sono due i processi per le due donne,  anche se sono  rimasti  lacunosi alcuni discorsi  del libro VI libro –  tra cui forse  dovevano essere quei 44  tenuti  in Livillam ( V.6.1)- dei quali Tacito riporta solo il discorso di un amico di Seiano, innominato, che,  avendo  deciso di morire,  non ha paura di attirare vergogna su di sé  e  malevolenza su Seiano!

Tacito così scrive: la sorte è mutata se (TIBERIO) colui che lo ha avuto collega e genero perdona  a sé questo errore,   perseguitando gli altri che scelleratamente accusano l’uomo che prima avevano vergognosamente blandito. Io non starò a  distinguere se sia miseria peggiore  essere accusato per amicizia o accusare un amico, non metterò alla prova né la crudeltà né la clemenza di alcuno, ma, con libera decisione e con l’approvazione  della mia  coscienza preverrò il pericolo. Vi prego di ricordarmi  non piangendo, ma piuttosto rallegrandovi di poter annoverare anche me tra quelli che con una morte onorata si sono sottratti ai pubblici flagelli – Ibidem, 1-3-.

Ti aggiungo, Marco che  Terenzio, pretoriano ed eques, come Pilato, in un momento   in cui tutti mentono,  a Roma, dove tutti rinnegano l’amicizia con Seiano   solo  lui rimane fedele  alla sua memoria  e pur accusato, lo difende dicendo in senato:  forse il riconoscere la colpa  gioverà meno alla mia condizione che non il negarla, ma, comunque la cosa debba finire, confesserò che non soltanto  sono stato amico di Seiano, ma  ho desiderato  divenirlo e mi  sono rallegrato di esservi riuscito!. L’avevo conosciuto come collega  del padre nel comando delle coorti pretoriane, più tardi l’avevo visto assumere contemporaneamente funzioni civili e militari/urbis et militiae munia -VI,8,2-. I suoi parenti e famigliari  venivano colmati di onori, l’intimità con Seiano era il titolo più valido all’ amicizia di Cesare/ut quispe Seiano intimus ita  ad Caesaris amicitiam validus -ibidem-.Quelli, invece, a cui egli era ostile, dovevano lottare con la miseria e con la paura. Io non prendo ad esempio nessuno: difenderò, a mio solo rischio,  tutti quelli che come me,  furono estranei ai suoi ultimi intrighi. Infatti noi non onoravamo Seiano  di Volsinii,  ma il membro delle  famiglie  Giulia e Claudia  congiunto ad esse  in parentela, il genero tuo, Cesare, il tuo collega nel consolato,  colui che esercitava le tue stesse funzioni  nel governo/Non enim Seianum vulsiniensem et Claudiae et Iuliae domus  partem, quas adfinitate occupaverat, tuum, Caesar, generum, tui consolatus  socium, tua officia in re pubblica capessentem colebamus.

Senti, Marco, come parla Terenzio che conosce il rapporto intimo  tra il suo capo e  Livilla nuora di Tiberio e il loro amore manifestato coram popolo quando Tiberio è assente, anche se non ha concesso il matrimonio: non tocca a noi  valutare  chi tu innalzi  al di sopra degli altri, né le ragioni  per cui lo innalzi: a te  gli dei  hanno dato il supremo  diritto di decidere  in tutte le cose e a noi rimane  la gloria di obbedire. Noi  ora  vediamo quello che accade sotto i nostri occhi, a chi tu dispensi ricchezze e distinzioni, a chi dài la massima possibilità di nuocere o di beneficare.  Nessuno potrebbe negare che Seiano l’abbia posseduta: indagare i sentimenti del principe,  i suoi disegni segreti è cosa illecita  e pericolosa, né d’altra parte si otterrebbe lo scopo.

Ascolta  la sua conclusione: non considerate, o senatori, l’ultima giornata  di Seiano, ma 16 anni della sua vita! Noi veneravamo Satrio e  Pomponio (due uscieri ministeriali):  essere conosciuti dai suoi liberti e persino dai suoi schiavi, che vegliavano alla sua porta, era ritenuto un vantaggio prezioso.  Che dunque? si dovranno per questo indistintamente  difendere tutte le azioni di Seiano? certamente no: ma si faccia una giusta distinzione: Si puniscano di tradimento  contro lo stato  e il complotto contro la vita dell’imperatore; quanto all’ amicizia e  ai suoi obblighi  la loro fine medesima avrà assolto da quelli te, o Cesare  e noi insieme! Per i pretoriani, per i senatori, per il popolo la coppia Livilla- Seiano domina, a Roma, avendo l’appoggio dell’Augusta, anche se è controllata ed ostacolata da Antonia.

Livilla giulio-claudia con Seiano,  onnipotente ministro tiberiano,  è la vera domina,  di fatto,  anche se non è  di nome! Claudio, suo fratello, è al suo fianco, contro Agrippina e suoi figli che pur protetta da  Antonia è costretta a subire  i tradimenti di molti dei suoi, a seguito della persecuzione congiunta di Tiberio e di Seiano, costretta a vedere  diminuire i suoi seguaci, specie  dopo  che accusatori  con un tranello, avendo sentito i discorsi di Tizio Sabino, accusato di lesa maestà, ne ottengono condanna di morte  (Annales, IV. 68-69-70 )  e dopo la cattura di Druso Cesare,  irretito dai discorsi dei seianei ed attirato dalle spie, che lo raggirano con la speranza di scalzare il fratello maggiore, allora vacillante ed insicuro, nonostante i diritti di precedenza alla successione  imperiale.

Tacito conclude dicendo: in nessun altro caso  Roma fu più costernata ed atterrita; ciascuno dissimulava  anche coi parenti più stretti  si evitavano incontri, e colloqui, ogni orecchio sia di amici che di sconosciuti era sospetto; persino  le cose mute ed inanimate, come il tetto e le pareti,  venivano guardate con diffidenza!( Ibidem 69.3).

Sul caso Sabino, portato dai pretoriani a morte,  oggetto di commiserazione,   lo stesso Tiberio  interviene  con un’accusa contro il consolare  di aver  corrotto i suoi liberti ed attentato alla sua vita: … il condannato veniva tratto  al supplizio con la bocca coperta  dalla veste e la gola serrata  e  per quanto gli era possibile, si sforzava di gridare che così si inaugurava l’anno, che queste vittime si sacrificavano a Seiano. Ovunque  volgesse lo sguardo  ovunque  giungessero le sue parole  era fuga e deserto: le strade  le piazze  si vuotavano  e certuni ritornavano poi indietro e si facevano vedere  di nuovo  spaventati dal fatto di aver avuto paura.- Ibidem 70.1-.

Pensa, Marco, che il primo dell’anno romano  è festivo e quindi  la giornata di norma si passa  in mezzo alle cerimonie sacre e agli augùri e nemmeno si possono usare  le parole profane, ora, invece si adoperavano le catene  e il capestro!

Anzi Tiberio,  secondo Tacito, l’aveva perfino studiata  e meditata  una tale azione perché  non si pensasse  che qualche cosa potesse impedire  ai magistrati nuovi  di aprire  il carcere  così come aprivano i templi e i santuari – Ibidem-.

Lo storico – ibidem- anzi aggiunge: infine l’imperatore ringraziò  i senatori di aver punito un nemico dello stato  ed aggiungeva che la sua vita era in pericolo  e che egli sospettava  insidie di avversari . Non indicava, però,  nessuno a nome, tuttavia ciascuno era certo che alludesse a Nerone e ad Agrippina!.

Dunque, professore, come lei già ha mostrato in Caligola il sublime, negli anni 28-31  a Roma  sono quasi tutti sianei, a detta anche dell’eques  pretoriano Terenzio, che è un’altra figura di Ponzio Pilato,  persona  solo più fortunata,  dello stesso ceto sociale e professione!.

Certo  Pilato, perciò, sa bene che al  suo ritorno in Patria l’attende un giudizio e che l’esito del processo non può essere diverso da quello di Terenzio, anche  se arriva in un momento veramente fortunato,  il più bello della storia romana in cui si crede che ci sia un neos prodigioso sul trono  imperiale,  Gaio Cesare (Caligola scarpetta-sandaletto per i militari, come Cassio Cherea,  che lo avevano visto piccino nel 15), che  avrebbe realizzato i sogni di ognuno sulla terra  e  riportato la mitica età saturnia, a seguito della  venuta della  fenice, uccello precursore del miracolo divino!

Marco,  per di più voglio mostrarti quello scriba -che tu  ingenuamente ritenevi potesse essere  Pilato – nel corso della  vicenda della  morte di Druso figlio di Germanico nel  33 –  Annales, I,23-24-, legata alla richiesta  di seppellire  Asinio Gallo ex marito della  sua ex moglie Vipsania ed amante di Agrippina, sua sorellastra –  fatta all’imperatore da alcuni – compianto da Tiberio, che, imprecando, dà la concessione, lamentandosi che  gli era stato sottratto un accusato senza che la sua colpa fosse riconosciuta  pubblicamente, come se in tre anni gli fosse mancato il tempo  per processare un vecchio,  che era stato console  e padre di tanti consoli/Scilicet medio triennio defuerat tempus  subeundi iudicium consulari seni, tot consularium parenti!

La morte di Asinio  determina  anche quella per Agrippina che conosciuta la morte di Asinio,  prende la decisione di morire di fame, saputo anche della morte orrenda del figlio Druso!  Il giovane, madre,  pur di mantenersi in vita, mastica  l’imbottitura del proprio giaciglio  per otto giorni/ cum se  miserandis alimentis , mandendo  e cubili tomento, nonum ad diem  detinuisset .

Eppure Tiberio aveva pensato nell’ottobre del 31, nel corso della novitas di Seiano, di opporgli proprio Druso, giovane  molto popolare  in Roma, in caso di sollevazioni plebee,  e sembrava, poi, chiusa la vicenda del pretoriano, che lo avesse  perdonato anche per le implorazioni della nuora, ed, invece, poi lo volle  far morire, preferendo la crudeltà al pentimento. 

Senti cosa capita a Druso  prima di morire:  si accanì contro  il  defunto imputandogli amori  infami, odio mortale contro  i suoi ed intenzioni ostili verso lo stato, ed ordinò la pubblica lettura del diario  in cui erano state registrate giornalmente tutte le azioni e le parole di lui: atrocità maggiore non fu mai veduta: che per tanti anni fosse stato a fianco di Druso  chi aveva l’incarico d spiarne il volto, i lamenti e perfino  i più segreti sospiri  e che l’avo abbia potuto udire leggere e produrre tutto ciò in pubblico,  sembrerebbe incredibile se  le lettere del centurione Attio  e del liberto Didimo  non designassero per nome  i servi che avevano respinto e spaventato Druso, ogni volta che tentava di uscire  dalla sua camera. Il centurione aveva riferito, come una grande  prodezza, anche le proprie parole  piene di ferocia  e le imprecazioni che il morente, fingendo dapprima un eccesso di follia, aveva lanciato,  quasi in delirio.

Povero giovane  e povera Agrippina! E’ vero, professore, che Tiberio fa un decreto per accomunare  l’evento della morte di Agrippina con  quella di Seiano   tra i giorni nefasti per lo stato, dopo aver fatto morire il giovane Druso?

Marco, su Agrippina – di cui Tacito  fa un breve ritratto  come donna incapace di equanimità ed avida di dominio, di un virago  con passioni virili,  che, comunque, nella prigionia si era spogliata di ogni femminile debolezza– Tiberio  osservò che lei era morta nel giorno stesso, in cui  due anni prima Seiano aveva scontato la pena e volle che tale coincidenza  fosse tramandata alla memoria  e diede vanto  di non averla fatta strangolare  né gettare nelle Gemonie: gliene furono rese grazie da senato  e si stabilì che  ogni anno  nel XV  giorno prima delle calende di  Novembre (18 ottobre),  data dell’una e dell’altra morte si facesse una offerta a Giove!.

Professore, grazie per avermi mostrato la morte di Druso e quella della madre, ma non comprendo il sacrificio a Zeus né il suo significato?

Marco, i romani, In caso di calamità pubbliche,  solevano fare sacrifici a Zeus, perciò Tiberio, scampato al pericolo mortale con Seiano e poi con Agrippina, ora vuole ringraziare la divinità  per la sua incolumità, per scongiurare, oltre tutto le maledizioni lanciate  contro lui dal nipote Druso.

Il vecchio fece fare suppliche  alla triade capitolina   per la  sua salute  temendo i  sinistri presagi augurati  all’avo di pagare il fio dei suoi delitti,   alla stirpe degli antenati e  ai discendenti, per aver  trucidato la nuora,  il figlio del fratello  e i nipoti, avendo riempito di stragi l’intera sua casa-ibidem-.

Aggiungi a questo la simulazione  dei senatori, che interrompono la lettura della lettera dell’imperatore,  fingendo esecrazione, mentre si insinuava in loro un senso di pauroso stupore per il fatto che un uomo  così astuto in passato e così abile  nel coprire le proprie colpe, ora fosse giunto a tale impudenza da offrire a tutti, quasi fossero abbattute  le pareti del  carcere, lo spettacolo del proprio  nipote sotto la sferza  di un centurione, colpito per mano di servi, implorante, invano, il sostentamento ultimo della vita-  Ibidem 24, 2-3-!

Tacito vuole mostrare non solo  il degrado morale  dei senatori ma anche  quello  della stirpe Giulio Claudia, anche se  talora evidenzia un certo  rigurgito di coscienza senatoria  come  quando, dopo il discorso  di Terenzio, pur votando  tutti  la morte dell’imputato, poi, come ravveduti,  condannano all’esilio o a morte anche gli accusatori, dimostrando che erano stati scossi dalle parole vere del pretoriano.

Anche questo,  comunque, professore,  rientra nell’XI libro,  certamente  tramandato,a seguito di molteplici manomissioni ed interpolazioni con  adattamenti  mirati e strumentali alle esigenze dei manipolatori trasmettitori e occidentali e cristiani!?

E’ sottesa la volontà comune di rimpasto senatorio  con elementi non solo italici ma  anche gallici, ben collegato con l’editto di Claudio  che è skopos, comunque, non unico  ben legato con quello di tramandare notizie sul ritorno a Roma degli ebrei e con quello di mostrare  la volontà imperiale di assicurare loro la libertà di culto, concessa a patto che cessino di considerarsi stirpe divina e di infangare i riti  degli altri popoli, degni di onorare ognuno  i propri dei: Claudio ribadisce  la libertà di culto a tutti i popoli e ridimensiona la pretesa giudaica di una superiorità religiosa, già punita dal nipote, dopo il privilegio  iniziale riconosciuto  da Cesare ed accettato da Augusto e Tiberio, che, dato opportunità di  vivere e prosperare  nell’imperium con propri politeumata, avevano fatto proselitismo e  creato un sistema  commerciale con emporia e con trapezai  tale da essere l’etnos dominante nel kosmos, essendo sparso in ogni parte dell’ ecumene, sviluppando un concezione di caritas nuova rispetto  a quella pagana   determinando un’epopea mercantilistica senza precedenti avendo la supremazia  economica e religiosa,  grazie alla protezione  romana  in una propagazione di un Dio unico, onnipotente  pater:  Claudio  nell’editto per gli alessandrini  dimostra  che oltre a conoscere la grandiosità del fenomeno economico  giudaico e la proliferazione  delle sinagoghe nell’impero romano dato il domicilio  giudaico in ogni città piccola o grande dell’impero  viventi secondo  la legge dei padri  protetti dalla lex romana,   vieta il proselitismo ed impone  equità religiosa  prescrivendo libertà di culto ad ogni popolo e limitando la superiorità giudaica  rigida nella sua coscienza di elitarismo religioso quasi fosse un popolo santo!.

E’ probabile che tutte le altre  forme  sono diversivi che coprono questo  segreto nel XI libro e forse anche in tutto il buco storico  cioè dare possibilità di interpretazione  utile a seconda degli enunciati tramandati in relazione ai tempi in cui volutamente  lasciati  come    tradizione tacitiana   per chi vincitore  fa la storia e  può manovrare sui documenti di uno storico, pietra fondamentale per ogni ideologia.

Lei vuole dire,  professore, che Tacito, da solo o con  altri storici, è  utilizzato  per  propri fini  da  giudei alessandrini  e poi da  christianoi  nel corso dei secoli, fino al momento del  concilio di  Costantinopoli quando necessita una certa chiarezza storica  su  Christos nato e morto dopo sofferenze  in epoca tiberiana in modo che possa diventare esemplare modello di vita come risorto dai morti e rimanere come ente vivente nella Ecclesia unica, santa, catholikh, apostolica.

Possibile che il testo del libro XI di Annales abbia un così grande valore  e celi un mistero, congiunto con tutti gli altri libri non  tramandati?

Marco, questo mi risulta  dal lavoro sui codici in cui tanti hanno cercato  probabili letture, operando dalla propria angolazione con serietà, senza teologali interpretazioni sacerdotali  interessate,  ed io ho fatto un’operazione scrupolosa, cercando  di trovare dati certi circa la venuta del Christos  senza pretese di  ritrovamenti sensazionali, cosciente, invece,  dell’insufficienza della ricerca e della debolezza del mio ingegno, soggetto spesso  ad equivoci e a gravi errori!

Lei, professore, ama lo studio di codici antichi,  ma io, che non ho  alcuna competenza e mi perdo nel ginepraio degli scritti antichi tramandati e non tramandati,   la prego  di trascurare questo argomento e di seguitare, invece  a mostrare i motivi  per cui Tiberio  non concede la mano di Livilla a Seiano, che pur vuole tenersi ancora amico.

Marco, Tiberio  mostra a Seiano che  lui non può comportarsi come un pater familias, privato, ma è  imperatore vir civilis, pubblico, che sa distinguere l’interesse privato da quello pubblico. Egli, come aristocratico, diversamente da Augusto eques, che  lui pur sempre ha seguito come esempio, è vincolato dalla pubblica opinione, tipica di repubblicani!. infatti Tiberio afferma che se  fosse  un privato avrebbe risposto che la decisione doveva essere di Livia, che dopo u  duplice matrimonio con patrizi si accontentava di vivere con  un eques , avendo come consigliere una madre ed un’ava.

Con questa sua affermazione  l’imperatore sottende  che ha messo in relazione da una parte Livia e l’Augusta  madre – morta nel 29 e quindi il rifiuto precede tale data!-  e da un’altra  Agrippina ed Antonia,  rivelando che è a  conoscenza della lotta interna  alla famiglia giulio-claudia (cfr. Caligola il sublime anche per la successiva richiesta di Agrippina di matrimonio, negata!) e, quindi, teme complicazioni nel caso di concessione matrimoniale nella sua famiglia già lacerata e divisa/in partes …distraxisset!

L’imperatore poi marca la non possibilità per Seiano miles et eques,  di rimanere in tale stato considerata la dignità di Livilla, già moglie  di Gaio e di Druso, in quanto i cives romani filogiuli, avendo visto  la potenza di Germanico fratello  e di Druso suo nonno,  non potranno sopportarlo, desiderando  per lei  un ulteriore grado di potere e quindi anche per il suo consorte,  essendo la donna, nobile, incapace di rimanere in uno Stato inferiore!

D’altra parte, oltre  alle voci della pars ostile,  ci sono anche dissensi tra i seguaci di lui,  Seiano,- che già ha superato  l’ordine equestre in quanto ora i magistrati cives si aprono la strada per chiedere  e  come  clientes  lo consultano per i loro affari, avendo  lui di molto superato gli amici  di Augusto,-  che, essendo  astiosi ed accusando l’imperatore, in effetti, negano il consenso

Perciò, Tiberio saggiamente respinge la  richiesta anche se sa che i due convivono e formano una coppia acclamata ed amata, come legittima in Roma! Comunque,  afferma che non segue l’esempio di Augusto che certamente, avendo  dato  grande rilievo a  Proculeio cognato di Mecenate – suo fervente seguace  nelle varie campagne specie quella alessandrina- cfr. Dione Cassio, St.Rom.,LIV,3, Plutarco, Antonio, 77; Orazio,  Carmina II,2, Plinio il vecchio XXXVI,59.,- lo premia, come fa  con  Marco Agrippa, eques  ( e poi con  lui stesso, patrizio) a cui concede   la  figlia Giulia,  per avere una discendenza propria!.

Lei ha mostrato le frasi sibilline di Tiberio alla  fine del  discorso imperiale di rifiuto al suo collaboratore -Annales  IV,41,7 : ecco quanto per amicizia non ho voluto nasconderti : del resto non mi opporrò ai disegni tuoi e di Livia/atque ego pro amicitia non occultavi: ceterum neque  tuis neque  Liviae destinatis adversabor!

Me le può spiegare?

Marco, in Caligola il sublime ho evidenziato che Tiberio  nega il matrimonio ma  si riserva per il futuro di ricompenare a tempo opportuno il pretoriano. Infatti rimanda  tutto ad un altro tempo  in cui  dice di sdebitarsi davanti al senato,  davanti al popolo e all’esercito, conformemente alla sua  gratitudine personale:  Ipse quid intra animum volutaverim, quibus adhuc necessitudinibus  immescere te mihi parem, omittam ad praesens referre/che cosa io abbia pensato dentro di me  con quali vincoli io ritenda  legare te a me come pari, io tralascerò di dire.

Seiano è convinto che il segreto pensiero di Tiberio sia immiscère te mihi parem cioè di associare te, eques  a me, pater,  come pari mescolando ed equiparando le dignità!

Questa è la conclusione:   io ti mostrerò solo questo/ id tantum aperiam monet  che cioè nihil esse tam exelsum , quod non virtutes  istae tuusque in me animus mereantur, datoque tempore vel in senatu vel  in contione  reticebo/ che non c’è un compenso tanto eccelso che le tue virtù  e i  tuoi sentimenti  nei miei confronti  non meritino.  A tempo debito  o in senato o in pubblica assemblea non ne tacerò! 

Mi è chiaro, professore, che Tiberio con la promessa  di associarlo all’impero  si mantiene fedele Seiano, che sa che i suoi sentimenti  e i suoi meriti hanno diritto ad un compenso eccelso, cioè  ottenere Tribunicia potestas ed imperium proconsulare maius, diventare Imperatore!

Dopo il rifiuto, convivendo ormai con Livilla, Seiano  per forza deve  cercare di convincere Tiberio a lasciare  Roma  per avere quies  prima in Campania e  poi a Capri -Cfr X  Caligola ilsublime  cit.- e così dimostrare di essere degno del governo di tutto l’impero.

Seiano, non volendo indebolire, però,  la propria potenza,  conosciuta l‘invidia di cives romani,  è indotto  a limitare il numero di Clientes per stornare  da sé i muti sospetti, le voci malevole,  l’odiosità di giorno in giorno   crescente…, inizia  ad allontanare la corte  assidua di  clientes  dalla  sua casa e  ad indurre Tiberio a vivere lontano da Roma in luoghi ameni /metuens  tacita suspicionum, vulgi rumorem ingruentem invidiam …  adsiduos in domum coetus arcendo…ut Tiberium ad vitam procul Roma amenis locis degendam impelleret.

Una così grande promessa da parte dell’imperatore diventa un capestro per Seiano ed anche per Ponzio Pilato, fedele seguace in Provincia!

Dunque, professore  secondo lei, Pilato che costruisce l’acquedotto e che paga col tesoro del tempio, incurante delle lamentele congiunte di sadducei e farisei,  conosce la  notizia della promessa di Tiberio al suo capo, avendo ricevuto lettera o  messaggi segreti che lo invitano ad agire contro i giudei?

Certo, Marco,  ciò che si fa a Roma diventa notizia  a  Gerusalemme nel giro di un settimana!  la  provocazione prefettizia aumenta con la certezza della raggiunta consociazione di potere imperiale  tra Tiberio e Seiano  che  risulta  quasi certa proprio quando è prossima la fine del pretoriano, essendo pronti i piani di Tiberio  per l’annientamento del potente ministro e di Livilla, già nell’estate del 31, quando i due ritengono di essere all’apice della loro fortuna!

A mio parere,Tiberio dux prudens e  cunctator per prima cosa interrompe il servizio di corrispondenza epistolare  pubblico  con le province e  lascia libero  quello privato  che Seiano è riuscito a avere nele sue mani tanto da non far giungere notizie reali a Tiberio, isolato a Capri, da Roma: la sola Antonia col suoi  agenti commerciali e coi  trapeziti può accedere alla corte caprina di Tiberio e giungere alia sua domus, sorvegliata dai pretoriani seianei. La denuncia  del tradimento ad opera  di Cenide (o Pallante) tramite lettera consegnata  a mano all’imperatore, con  la borsa dei sesterzi,  che  subito si assicura  il favore degli ammiragli della  flotta  del Miseno e coinvolge Macrone, il capo pretoriano della scorta imperiale a Capri e di milites ed equites campani, che è intermediario tra Tiberio e Seiano, staccandolo  dal suo superiore e legandolo con il capo dei Vigiles romani Lacone, in gran segreto, all’insaputa di tutti, coinvolgendo perfino  Druso  prigioniero, con la promessa di  liberazione prossima, tenendo all’oscuro il senato, infido strumento clientelare di Seiano, ormai imperatore alla pari di Tiberio,  venerato con statue proprie in Roma stessa come Augustus.  Tutto questo, Marco,  lo puoi, comunque, leggere , meglio, e in Giudaismo romano II e in  Caligola il Sublime!.

Grazie,  professore, la storia di Pilato e quella di Seiano  mi sembra di averla compresa bene e anche quella circa il Christos-  qui velatamente accennata- la cui storia vera è tra la I prefettuta di Pilato con Seiano e la II prefettura   senza Seiano.

 

 

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Esseni

I N T R O D U Z I O N E   ad  Esseni /Quod omnis probus  di Filone

Gli esseni secondo Filone e secondo Giuseppe Flavio

Filone di Alessandria è il primo a parlare di Essaioi e a dare una sua spiegazione del nome.
Egli ne parla in Quod omnis probus nella parte centrale di un trattato sull’ o asteios il cittadino che, in quanto saggio sophos, è giusto dikaios, e libero eleutheros, mentre per contrasto tratta di o phaulos stolto che, in quanto kakos malvagio, essendo l’opposto del kalokagathos, non avendo le virtù del buono, non è libero, né consegue la eudaimonia.
Filone ne parla anche agli inizi di De vita contemplativa, mettendo in relazione la vita degli esseni e quella dei terapeuti, proponendo due sistemi positivi, uno prapticos ed uno theorikos, mettendo in evidenza ESSAIOON, in prima sede e facendo l’anastrofe di peri: Essaioon peri dialekhtheis, oi ton praptikon ezhlosan kai dieponhsan bion en apasin…autika kai peri toon theoorian aspasamenoon… ta proshkonta lecsoo / Finora abbiamo parlato degli esseni che, in gara, praticano meglio di tutti la vita attiva…ma ora dirò quelle cose che bisogna dire sugli uomini, dediti alla contemplazione
In questa opera chiaramente l’alessandrino vuole mostrare due diversi tipi di vita, l’uno esclusivamente giudaico praptikos, l’altro, theorikos, katolikos, universale mettendo, dunque, i principi ideali pratici e contemplativi in opposizione.
Il suo è un metodo filosofico sincretistico ed eclettico che sottende una coscienza civile romano-ellenistica, ben fusa con quella ebraica alessandrina.
La fusione perfetta tra paidea ellenistica e musar giudaica comporta una scelta politica di integrazione nel kosmos imperiale romano del giudaismo, che ha conseguito nel corso del regno della domus giulio-claudia, una supremazia commerciale sui greci e sugli stessi latini tanto da risultare dominante sia in Oriente che in Occidente, odiosa per lo strapotere marittimo, coloniale, trapezitario.
Filone, dunque, esprime l’elitarismo della cultura giudaico-ellenistica che ha nella sua famiglia oniade la massima rappresentanza sia per la relazione fruttifera con gli erodiani, figli e nipoti di Erode il Grande  che con i sadducei del tempio di Gerusalemme.
La famiglia degli oniadi concorre, però, per il primato sacerdotale coi sadducei in quanto erede di Onia IV, figlio di Onia III, ultimo legittimo sommo sacerdote, ed ha dalla propria parte gli esseni stessi, che pure aspirano a sostituire il sacerdozio templare indegno e corrotto.
Infine il giudaismo scismatico e sincretistico filoniano ha connessioni profonde anche con gli aramaici gerosolomitani e con quelli di Adiabene e di Mesopotamia e con la corte stessa di Artabano III, che accorda la sua protezione al commercio interno del suo regno e che protegge ed autorizza i contatti, tramite il mare persico, con India, raggiunta da navi romane- su decreto di Augusto stesso – di proprietà di naucleroi alessandrini giudaici, con la tratta Clisma/Arsinoe- Baricaza.
La persecuzione di Gaio Caligola mette a rischio non solo l’economia giudaica ma anche la stessa stirpe, senza distinzione tra aramaici ed ellenisti.
Il metodo filoniano, perciò, passa in secondo ordine rispetto alla priorità apologetica e alla polemica nei confronti coi greci, ora preminenti nella città di Alessandria e in Roma stessa.
A ciò si aggiunge la personale depressione di Filone dopo il pogrom descritto in in Flaccum, che congiunge l’esperienza della atimia giudaica universale al declassamento sociale e familiare, specie dopo l’imprigionamento dello stesso fratello Alessandro Alabarca e al minacciato sterminio della etnia giudaica, dopo la proclamata volontà di profanazione del Tempio e l’ektheosis caligoliana.
Il phobos delle eschata e della fine giudaica fa da sottofondo a questa opera in cui l’autore cerca, comunque, di evidenziare la sua superiorità oniade e la propria integrazione nella coscienza della libertà di sophos e di greco, in una denuncia dei barbari aramaici, integralisti, mostrando la sua appartenenza alla megalopolis, civilis: Filone fa quello che farà un trentennio dopo, la boulè alessandrina che condanna a morte i sicari, venuti in cerca di protezione, dai confratelli, in ossequio alla volontà di Vespasiano vincitore.
La sua è, da una parte, rivendicazione con adesione all’areté e all’idea platonica, come personale dichiarazione di filoromanità, fusa con quella degli elementi greci, che sono avversari ed oppositori alla sua etnia e, da un ‘altra, è condanna degli esseni e degli zeloti antiromani, smodati nel loro integralismo, ma contemporaneamente è tentativo di mostrarli come uomini pii, pacifici, agricoli, non portatori di armi, tesi al puro esercizio, spirituale, come tanti altri uomini romano-ellenistici e stranieri, che tendono però alla libertà e all’eudaimonia e a Dio10 secondo un triplice schema prefissato quello di Philòtheos, philàretos, philànthroopos.
E’ dunque, un voluto equivoco, che si esprime proprio nelle antinomie e nelle antitesi, nelle opposizioni di termine, secondo processi retorici per una giustificazione, improponibile secondo la ratio latina.
E’ lo scontro di due culture volutamente non evidenziato per phobos, data la superiorità militare romana e conosciuto il pericolo di una debacle con la dialettica greca: c’è dunque in Filone e poi in Flavio un dire e non dire, un tacere, un omettere, un marcare valori non universali, che risultano in seguito, a seconda delle letture, utili per altre propagande.
L’opposizione al kosmos romano ellenistico è sottesa o velata nella disarmonia e nella non unitarietà dei gruppi essenici e nella loro varietà operativa, di cui si hanno prove nella coscienza profonda della superiorità dell’eletto da Dio e dei suoi diversi ed opposti valori rispetto all’etica dominante, derisa e condannata.
La rivendicazione sommo sacerdotale, poi vittoriosa sotto Erode Agrippa, con l’uso del sistema solare contro quello lunare templare, la scelta tradizionale agricola e comunitaria col rifiuto del commercio e dell’uso della moneta, la resurrezione dei corpi connessa con quella farisaica, la ricerca dell’eudaimonia terrena tramite l’askesis ed infine l’unione mistica con Dio non sono segni che possano conciliarsi in un animo che cerca la pietas/Threscheia religiosa, che tende alla perfezione divina in una volontà di sublimarsi continuamente, pur mantenendo l’animus barbarico immitis partho-mesopotamico, espressione di una condraddizione profonda aramaica radicale e integralista,che trova la forza di vivere nella cieca fiducia in Dio, nella gretta obbedienza al legalismo mosaico e nella santificazione del nome di Dio, in una giustificazione settaria del proprio martirio, in una selvaggia aggressione all’armonia cosmica dell’impero romano, pacificato in Occidente e in Oriente e quasi già fuso grazie al dominio illuminato della domus Giulio-claudia, che ha conseguito sulla terra la vita saturnia.
Comunque, il sistema adottato da Filone sia in De vita contemplativa che in Quod omnis probus potrebbe essere stato un geniale tentativo di anticipazione di autocondanna del giudaismo, che si autopunisce per l’eccessivo grado di progresso economico e trapezitario conseguito a scapito delle altre etnie, in una revisione della propria storia, in una intuizione della necessità di ridimensionamento del proprio sistema emporico, in una volontà di ritorno alla società agricola, secondo un modus graduale imposto forse dalla corte stessa, su pressioni di Antonia Minor13.
Insomma Filone, giudeo alessandrino oniade, ellenizzato, capisce che il giudaismo ellenistico da una parte ha sconvolto ed ammalato il mondo occidentale, contaminandolo con la sua egemonia travolgente, esempio invidiato di ricchezza, data l’avidità giudaica, l’aischrokerdeia e pleonecsia, l’immensa fortuna accumulata, grazie alla predilezione di Dio verso i fedeli, ma specie alla superiore organizzazione imprenditoriale.
Filone sa, da un’altra, che l’aramaismo, predicato da Esseni e farisei, è un cancro per la romanitas, date le continue sedizioni nel territorio romano di Iudaea, refrattaria ad ogni integrazione, nonostante la filoromanità dei sadducei e degli erodiani- la classe dominante- che schiacciano, insieme con i pubblicani, gli agenti del fisco imperiale, il piccolo e medio sacerdozio e il popolo gerosolomitano e palestinese, intenzionati da sempre a federarsi col regno parthico di Artabano.
Filone, cioè in Quod omnis probus, proprio nel 40 d.C.  sotto Caligola, vuole mostrare a tutti gli altri popoli facenti parte del kosmos imperiale, non l’aspetto militaristico e l’integralismo di corpuscoli aramaici di Iudaea, ma la spiritualità essenica come garanzia di un equilibrio e di una purezza del popolo ebraico mentre in Vita contemplativa vuole manifestare il fenomeno terapeutico come unico al mondo per l’ascesi graduale a Dio e la congiunzione con la divinità stessa, come un sistema speciale di vita , nonostante il numero dei terapeuti sparsi non solo in Egitto, ma in tutto il mondo, per meglio marcare la peculiarità giudaica ellenistica di conseguimento del massimo grado di teleiosis/ perfezione, in senso sacerdotale.
Dunque il theologos rassicura il mondo romano che la Iudaea ha esempi di purezza e di libertà proprio in quegli stessi esseni, che sono paradigma di virtù per tanti popoli, e non possono essere considerati dai romani come santoni che aizzano il popolo alla guerra, fomentano il fenomeno degli zeloti, incrementano il numero, addestrandoli militarmente in nome di una patria, mesopotamica di origine, in una decisa volontà di unione con la federazione di stati partici, di lingua aramaica.
C’è in Filone una riflessione sulla necessità di ridimensionamento della fortuna giudaica, quasi una proposta alla boulè cittadina di frenare il progressivismo ellenistico commerciale e di lasciare spazio alla concorrenza delle altre etnie, visto il monopolio emporistico giudaico odioso agli altri popoli – come la fede nel Dio unico- nel quadro della lex imperiale romana universale?.
Insomma Filone, già sotto Caligola, comincia anticipatamente ad allinearsi verso le direttive che poi saranno definite nel decreto di Claudio con la lettera gli alessandrini quando ripristina il sistema giudaico azzerato dal nipote e vieta il proselitismo, fonte di eccessivo arricchimento per la stirpe giudaica, minacciando dure pene in caso di oltraggio alla fides altrui.
Ora l’opera di Filone, se non viene ben inquadrata in questa situazione, da precisarsi in ogni termine, diventa estremamente equivoca, e il pensiero filoniano risulta volutamente offuscato, essendo di fronte ai problemi contingenti, incerto, ambiguo, falso, titubante, pencolante tra la sua filoromanità e la sua ebraicità, proprio perché evidenzia la dilacerazione dell’anima ebraica, da una parte, e la difficile ricerca, da un’altra, di conciliare ellenismo romano e giudaismo farisaico, in quanto la prassi contraddice la parola.
E’ inconciliabile il soggettivismo romano-ellenistico con l’oggettivismo aramaico collettivistico: solo con la costruzione della figura umano-divina di Christos, si è cercato di fondere l’inconciliabile, di conseguire l’ineffabile, precluso all’uomo creatura, grazie alla intermediazione dell’uomo-dio.
Noi dobbiamo staccarci dalla tradizione cristiana, erede della cultura classica soggettivistica, perché, seguendo Clemente, Origene e specie Eusebio, seguitiamo a cristianizzare un ebreo: è nostro dovere di storici mostrare la vera natura di giudeo di Filone, seppure oniade, ellenista e sincretista.
D’altra parte,  Alessandria del periodo 26-44 d.C. è, in effetti, città, dove l’elemento greco, riesce, grazie alla nuova politica imperiale, a limitare la supremazia giudaica, dapprima, e poi ad avere il definitivo sopravvento.
Dall’esempio dei greci alessandrini viene un monito di ribellione a tutti i greci dell’ecumene romana, che aggrediscono in modo selvaggio il giudaismo e ne scuotono la supremazia, come ben evidenzia Giuseppe Flavio nel XVIII, XIX e XX di Antichità Giudaiche e nel V, VI e VII libro di Storia Giudaica e In Apionem, dimostrando come, in ogni città ellenistica, i greci attaccano e limitano il potere giudaico, facendo stragi e come, perfino nel regno partico, contagiato, inizi lo stesso processo di annientamento, in un crescendo inarrestabile di massacri e di stermini.
La sua lettura, dunque, dell’essenismo è in relazione non solo alla storia ebraica ma anche al kosmos romano e alla sua armonia, alla ricerca di una sua collocazione ora nel momento tragico caligoliano, quando la barca giudaica va a fondo, dopo l’atimia.
La lettura dei due testi richiede una particolare competenza delle cose ebraiche, altrimenti si rischia di usare i termini solo filosoficamente.
Per prima cosa, perciò, dato il presunto valore di venerabile di Essaios, si deve chiarire e rilevare le varie letture fatte a seguito della specifica citazione di Filone Alessandrino, che ha di mira esattamente la situazione storica caligoliana ed alcuni episodi tragici mostrati sia in in Flaccum che in Legatio ad Gaium, che in tutta opera di Peri toon aretoon.
Fatta questa premessa necessaria su Filone, si può seguire come Flavio consideri gli esseni in due epoche diverse, in relazione all’episodio della sconfitta bellica e della distruzione del tempio prima, e, poi, un ventennio dopo, sotto Domiziano, che sembra seguire l’esempio dispotico di Caligola, imitato anche nell’ektheosis.
Gli esseni, al tempo di scrittura di Storia Giudaica nel 74, sono stati sterminati, il tempio è stato distrutto e Vespasiano ha trionfato sulla Iudaea capta ed ha imposto ai giudei di versare la doppia dracma, dovuta al tempio, ora, invece, al fisco imperiale, a Roma: lo storico, scrittore aulico della famiglia flavia, sacerdote sadduceo, fariseo per scelta, fatto prigioniero ad Iotapata dopo una resistenza di 7 settimane all’esercito romano, liberato dalla schiavitù, mutato il nome di Giuseppe ben Mattatia in Giuseppe Flavio, dà una sua soggettiva versione, utile per la costruzione dell’imperium flavio, facendo una operazione di compromesso storico, di elogio del principato nuovo di Vespasiano e di nobilitazione, anche religiosa, della sua domus di origine sabina, servile.
Guerra giudaica è opera ancora zeppa delle lotte, sorte nel seno dell’ebraismo, stordito ed incapace di capire ancora la sconfitta militare e la fine del tempio, risuonante dei contrasti tra i superstiti per le reciproche accuse tra le diverse fazioni filoromane, compromesse a vari livelli.
La prigionia personale, il periodo quasi quadriennale della schiavitù e l’affrancamento sono momenti contemporanei alla scrittura della varie fasi della disfatta giudaica esaminata da schiavo e da liberto, libero e riconoscente verso il suo ex padrone: c’è, comunque, la fierezza sacerdotale con il fanatismo, nonostante la sconfitta di un incaricato dal sinedrio gerosolomitano a proteggere e a governare militarmente la Galilea.
Accanto a lui sono altri ebrei che accusano ed invidiano il suo presente stato di favorito e protetto dalla corte flavia, altri che hanno una visione opposta della storia giudaica o hanno dato una lettura apocalittica come Giusto di Tiberiade e suo padre Pistos, lhisthai patrioti come Giovanni di Giscala, che pagano, dopo la detenzione in prigione, con la vita, la loro fede alla torah e a Dio.
All’epoca della scrittura, dopo la distruzione del Tempio e il massacro degli stessi esseni ad opera di Vespasiano, i fatti non possono essere narrati secondo verità per come sono avvenuti, né possono essere valutati oggettivamente, essendo in gioco il favore dei vincitori che fanno scrivere la storia a loro vantaggio: Giuseppe Flavio è servo fedele del suo padrone Vespasiano e dei suoi figli, non può non spendere una parola a loro favore, non può non nascondere quanto di negativo hanno fatto in terra di Giudea col loro esercito: l’elogio prevale sulla serietà di racconto, la reticenza in caso di dubbio, c’è silenzio quanto si può nuocere al nomen imperiale.
Compito dello storico deve essere quello stesso degli scrittori augustei , (Livio e Nicola damasceno) in una celebrazione della dignità della domus Flavia al pari di quella, divina, Giulio-claudia.
Scrivendo, perciò, Guerra Giudaica, opera autorizzata dalla monarchia flavia, Flavio considera martures gli esseni, ma sottende al termine greco oltre alla testimonianza di fede religiosa , anche un‘aureola di santità per uomini che hanno predicato la rivolta, la stasis, che hanno combattuto per la libertà giudaica dalla sopraffazione romana.
La sua opera è molto criticata dai giudei che vivono a Roma come Giusto di Tiberiade, anche lui storico, ma di fede diversa e seguace ora anche lui dei figli di Erode Agrippa I, cittadino di rango pretorio, oltre che re di Iudaea, la cui figlia Berenice è amante di Tito e il cui erede Agrippa II è uomo di grande rilievo nell’impero.
Perciò i due filoromani ben inseriti a Roma- pur se in diversi ruoli, Flavio come storico ufficiale, Giusto come segretario personale del figlio di Agrippa I – servono l’uno l’imperatore, l’altro un principe ebreo, uno dei più fedeli alleati ed amico personale dei flavi, pur accapigliandosi per ragioni di difficile comprensione, a distanza di secoli, anche se non lasciano capire gli stessi motivi del loro litigio e di uno scontro ideologico.
Probabilmente il diverso grado di reticenza e il silenzio su certi episodi tragici sono alla base delle questioni tra i due.
Pur avendo lavorato per anni su di loro, non mi sembra di aver capito esattamente le ragioni dell’ aspra contesa fra i due, che si risolve forse a tarallucci e vino specie perché Flavio chiama Giusto un suo figlio.
Comunque, Flavio, scrittore aulico, non può non celebrare il martirio degli esseni anche se lo sottende con chiarezza e perfino ne ammira la morte nelle poche righe del II, 8.11,152, quando, senza nominare i carnefici Flavi, mostra i venerabili /augusti/sebastoi felici di morire per la patria, coscienti di essere poi onorati dalla toledot .
Perciò Flavio santifica gli esseni, ma considera lhisthai gli zeloti/ladroni, che insieme ai farisei e ai sicari e al popolo hanno voluto la guerra, a lungo scongiurata dai sadducei e dagli erodiani e l’hanno persa .
Sembra accomunare ai lhisthai anche il gruppo nazireo di Giacomo il giusto, fratello di Gesù, fatto uccidere da Anano II, dopo un periodo di comando essenico di circa 26 anni.
Il parlare di Giacomo, fratello di Christos, un giusto, un recabita, un baluardo del popolo, tamias del tempio in quanto custode del gazophulakion e forse un prostates di una metà di sacerdoti e leviti, addetti al servizio templare, è per lui una necessitas, quasi un dovere che, però, aumenta la confusione, aggroviglia la matassa ebraica da districare.
Anche se la figura di Giacomo, descritta da Flavio è stata ritoccata, rimaneggiata varie volte, in tempi diversi, resta il fatto certo che i suoi seguaci secondo alcune frasi spurie, espulse dal testo, determinano con il loro integralismo, la distruzione del Tempio e che per il loro colpevole integralismo si arriva alla sconfitta nella guerra coi romani.
Al di là del reale pensiero di Flavio su Giacomo e i suoi naziroi o ouranioi in Guerra Giudaica manca la condanna degli esseni, anche se noti per l’antiromanità e per la loro predicazione avversa ai filoromani ai sadducei e agli erodiani.
Eppure Flavio, ex governatore di Galilea, conosce bene gli zeloti e i loro educatori esseni e perfino il luogo dove vive il gruppo ascetico dei 4000 e il rapporto culturale tra questi e gli aramaici di oltre Eufrate. Flavio non parla degli esseni, come maestri di pancrazio, ma lo sottende in quanto essi, avendo l’educazione dei giovani a loro assegnati come neofiti, ne facevano prima abili atleti, abilitandoli, inizialmente nel primo anno di attesa, alla conoscenza del corpo, come difesa personale e come esercizio continuato. Probabilmente specie nell’imminenza della guerra, l’arte del pancrazio era basilare per la formazione fisica del giovane, destinato all’essenismo, essendo ridotta l’attività di askesis spirituale.
In Regola della guerra è scritto che nei tre anni di attesa si dia ancora valore al sacrificio e all’esercizio tecnico, ma solo il giorno precedente il sabato, vista la guerra secolare tra Roma e considerato il culto del sabato per i pii giudei del Qumran.
Flavio, dunque, nasconde molto circa il reale significato dell’opera degli esseni: li ammira come comandante militare, li teme dopo il suo tradimento e il passaggio nell’esercito romano, che lo utilizza come interprete, li compiange alla loro morte, ma rimane saldo nel suo amore servile per i Flavi, al cui carro trionfale si è stretto, fiducioso nella clemenza e nella munificenza imperiale.
La romanitas e l’ellenizzazione vincono su una coscienza dilacerata e spingono all’eukairia/opportunismo, congiunta con l’amor proprio sacerdotale elitario, che rinuncia all’ideale messianico e sposa il messianesimo vespasianeo, cioè quello di un messia venuto da Oriente per pacificare l’Occidente nel caos della guerra civile tra Galba ed Otone tra Otone e Vitellio ed infine tra Vitellio e il vincitore dei Giudei. Vespasiano è il soothr salvatore del mondo romano: questo lo storico aveva visto in sogno a Iotapata, quando insieme ad un altro ebreo si arrese, proprio allora che dominava ancora Nerone, dopo il suicidio di massa dei difensori della fortezza, suoi concittadini.
La descrizione della morte degli esseni tradisce il narratore flavio che ha commozione nel seguire le fasi della tortura e nel notare l’eroismo dei compatrioti, che sicuramente lo bollano come traditore.
La stessa commozione mista ad ammirazione è mostrata quando i sicari muoiono uccisi dai loro stessi parenti alessandrini, che timorosi di incorrere nell’ira dell’imperatore, sacrificano i fratelli per la loro incolumità e salvezza.
Non è una rinuncia alla sua fides ebraica, ma è un compromesso per sopravvivere, pur nel dolore della schiavitù: non c’è più il comandante, né il sacerdote, ma c’è l’ebreo che tradisce anche la fides, pur di salvare se stesso, i propri figli e la propria stirpe di fronte alla romanitas vincitrice, destinata da Dio all’impero universale, senza però flettere nella propria adesione al patto eterno con Jhwh, sempre cosciente della propria elezione.
Dunque, la storia degli esseni, descritta da Flavio subito dopo la distruzione del tempio è quella che ora viene proposta come lettura da fare da questa angolazione del trauma ebraico e risulta molto diversa da quella successiva di epoca domizianea di Antichità giudaiche.
Quindi Filone, in epoca caligoliana, mostra due diversi esempi di perfezione di vita giudaica ed associa al contemplativo l’esseno evidenziando unitariamente il saggio giudeo libero, data la sua cultura spirituale, rispetto a chi stolto, senza la vera cultura filosofica , è schiavo perché è preda delle passioni.
Perciò vede gli esseni come un exemplum non solo per l’ecumene greco-ellenistica ma anche per le altre culture come quelle del regno partico e di quello indiano dei Satavahana .
Flavio invece indica una sola via essenica ma la legge in modo diametralmente opposta, a seconda del momento storico che vive.
Ne parla sia in Guerra Giudaica che in Antichità giudaica XVIII,18-22 e chiama esshnoi quelli definiti da Filone essaioi,
In Guerra Giudaica,Giuseppe Flavio ne parla dopo una premessa obbligatoria sulla politeia romana nella sotto provincia di Iudaea (Giudea, Samaria ed Idumea) dipendente dalla provincia di Siria, anche se con un proprio prefetto, di rango equestre, Coponio, definito epitropos, stabilita da Augusto stesso, dopo l’esautorazione di Archelao.
Questi ha il mandato di restaurare l’ordine in Giudea, di punire i capi della stasis rivolta cioè un certo Sadoc e Giuda il gaulanita, un dottore galilaico che ingiuria i connazionali perché pagano il tributo ai romani quando essi hanno un solo padrone, Dio, e non un mortale.
Dopo questo preambolo, Flavio tratta delle 3 sette (aireseis) giudaiche preesistenti e considera Giuda Gaulanita fondatore della quarta airesis e specificamente, dopo aver trattato dei sadducei e dei farisei, parla degli esseni in questi termini:
II. 8.2 Tre sono infatti presso i giudei le sette filosofiche, ad una appartengono i farisei – di una sono partigiani faziosi politici (airetistai) i Farisei – alla seconda i Sadducei, alla terza, che gode fama di particolare santità quelli che si chiamano esseni, i quali sono giudei di nascita legati da mutuo amore (philallhloi) più strettamente degli altri. Essi respingono i piaceri come un male, mentre considerano virtù la temperanza ( then ..enkrateian) e il non cedere alle passioni. Presso di loro il matrimonio è spregiato e perciò adottano i figli degli altri quando sono disciplinabili allostudio, li considerano persone di famiglia e li educano ai loro principi; non è che condannino in assoluto il matrimonio e l’aver figli, ma si difendono dalla lascivia  delle donne perché ritengono che nessuna rimanga fedele ad uno solo;
8,3. non curano la ricchezza ed è mirabile il modo come attuano la comunità di beni giacché impossibile trovare presso di loro uno che possegga più degli altri; la regola è che chi entra, metta il suo patrimonio a disposizione della comunità sì che in mezzo a loro non si vede né lo squallore della miseria, né il fasto della ricchezza ed essendo gli averi di ciascuno uniti insieme, tutti hanno un unico patrimonio come tanti fratelli.
Considerano l’olio una sozzura e se qualcuno involontariamente si unge, pulisce il corpo: infatti hanno cura di tenere la pelle asciutta e di vestire sempre di bianco. Gli amministratori (epimeletai ) dei beni comuni vengono scelti mediante elezione e così pure da tutti vengono designati gli incaricati dei vari uffici.
8.4. Essi non costituiscono una sola città, ma in ogni città ne convivono molti.
Quando arrivano degli appartenenti alla setta da un altro paese essi mettono loro a disposizione tutto ciò che hanno come se fosse loro proprietà e quelli si introducono presso persone mai viste prima come se fossero amici di vecchia data: perciò quando viaggiano, non portano con loro assolutamente niente, salvo le armi contro i briganti; in ogni città viene eletto dall’ordine un curatore dei forestieri, che provvede alle vesti e al mantenimento.
Quanto agli abiti e all’aspetto della persona somigliano ai ragazzi educati con rigorosa disciplina. Non cambiano né abiti né calzari se non dopo che i vecchi siano completamente stracciati o consumati dal tempo.
Fra loro nulla vendono o comprano, ma ognuno offre quanto ha a chi ne ha bisogno e ne riceve ciò di cui ha bisogno lui: anche senza contraccambio è lecito a loro di prendere da chi vogliono.
8.5. Verso la divinità sono di una pietà particolare; prima che si levi il sole non dicono una sola parola su argomenti profani, ma soltanto gli rivolgono certe tradizionali preghiere come supplicandolo di sorgere. Poi ognuno viene inviato dal suo superiore al mestiere che sa fare e dopo aver lavorato con impegno fino alla quinta ora di nuovo si riuniscono insieme e, cintisi i fianchi di una fascia di lino, bagnano il corpo in acqua fredda e dopo questa purificazione entrano in un locale riservato dove non è consentito entrare a nessuno di diversa fede, ed essi, in stato di purezza, si accostano alla mensa come ad un luogo sacro.
Dopo che si sono seduti in silenzio, il panettiere  distribuisce in ordine i pani e il cuciniere  serve ad ognuno solo un piatto con una sola vivanda.
Prima di mangiare, il sacerdote pronuncia una preghiera e nessuno può toccare i cibo, prima della preghiera; così al principio e alla f ine essi rendono onore a Dio come dispensatore della vita…

Ponzio Pilato e i governatori di Siria (Pomponio Flacco e Lucio Vitellio)

Pilato è il quinto procuratore della Iudaea dopo Coponio (6-9) , Ambibulo (9-12), Rufo (12-15) e  Grato (15-26 d.C) e ha un preciso mandato. Il procuratore, un eques e  un  ex pretoriano – congedato dopo 16 anni di ferma  militare, avuta una buona liquidazione, dopo un servitium ben retribuito di 2 denarii al giorno- cfr. Tacito, Annales, I,17,6 – ha l’incarico di reggere la  turbolenta regione delIa Iudaea da Elio Seiano, con l’approvazione di Tiberio,  di frenare il potere degli ioulioi erodiani e del sommo sacerdozio templare e di saggiare il comportamento giudaico in relazione alla proclamazione divina augustea e tiberiana, connesso con la già effettuata persecuzione giudaica in Roma del 19 d.C. (Cfr. Flavio, Ant. Giud. ,XVIII, 80-84 e Tacito, Annales, II,85,4).

Professore, nel 26 d.C. Seiano ha già tanto potere da inviare uomini propri in Oriente, dopo i fatti di Roma, per me misteriosi  del 19 d.C. ?

Marco, tu parli di mistero forse per il nostro pregiudizio su quella porzione di storia  ebraica  di Antichità giudaiche, posta là dove doveva essere, secondo noi, il bios di Gesù, sostituito da christianoi  con la Storia di Paolina  e Mundo-Anubi, forse  accaduta nello stesso periodo ?  o forse perché non riesci ad inquadrare né la figura di un phugas/ esule giudaico, eretico,  fuggiasco da Gerusalemme,  reo di trasgressione di leggi, anche se esegeta interprete della Torah, né  il contesto romano, dove l’uomo può svolgere, nonostante l’anàthema, la sua professione di saggio lettore biblico? o forse perché non riesci a capire storicamente neanche  la figura di  Fulvia, nobile matrona, una proselita romana, di cui  Flavio  indica superficialmente la reale estrazione sociale col solo nomen  gentilicium, neppure, quando è detta moglie di Saturnino!

Ti preciso, allora, rispondendo, per ora,  a questo tuo dubbio, ultimo,  che  Fulvia  è figlia o nipote di un fratello di Fulvia, terza moglie di Marco Antonio, sposata  in prime nozze  con  Claudio Pulcro /Clodio, in seconde nozze con Gaio Scribonio Curione, donna  avida nella sua oikonomia familiare,  come il padre, originario di Tuscolo,  Marco Fulvio Bambalione/balbuziente, secondo Cicerone   homo numero nullo/una nullità – Filippiche,III,16,-  anche se  già ricca  per l’eredità  della madre Sempronia, il cui padreTuditano, nobile e pazzo gettava denaro alla folla dalla tribuna degli oratori!- ti aggiungo che Fulvia  è donna nota anche perché, avendo ereditato una fortuna, è  moglie di Senzio Saturnino, un militare, ex governatore di Siria  e poi di Germania!

Professore, grazie per l’identificazione di Fulvia,  ma  di questa vicenda romano-giudaica non capisco,  oltre alla imprecisa collocazione storica di Flavio, il motivo di una condanna all’esilio, diciamo, in Gerusalemme, del fariseo aramaico  esegeta da parte dei sadducei  sinedriali di Anano I e di Kaiphas e poi a Roma, non  colgo affatto il contrasto per una usuale  e legittima raccolta, come offerta al tempio, data da una nobildonna romana – una vecchia fedele bigotta di riti giudaici!-  oltre la riscossione del tributo per il tempio,  della  doppia dracma, secondo legge, fatta da tre uomini, definiti malfattori,  in anticipo giudicati per la loro intenzione di fare il furto dell’intera somma  di tutta la comunità, dal momento della conversione di Fulvia, persuasa a dare oro e porpora al tesoro templare /gazophulakion !.

Marco, tu  cerchi soluzioni, quando non comprendi il problema generale e pensi che i tre malfattori siano pretoriani infiltrati tra gli ebrei delle cinque sinagoghe, o tre normali ebrei – attirati dai pretoriani al furto sotto loro protezione- che hanno il compito di far apparire i pii ebrei e i loro  saggi sacerdoti  goetes simili a quelli egizi, che ingannano Lollia Paolina.

La nobildonna, devota fedele del Dio Anubi,  era stata scelta tra le tutte le romane  per accoppiarsi col dio egizio, suo segreto innamorato, secondo i sacerdoti, in una determinata notte, quando invece  era desiderata  dal giovane Mundo, disposto a sborsare per un amplesso notturno 250.000 dracme -quasi 43 talenti -, mentre ne spese solo 50.000 -circa 8 talenti-, per soddisfare il proprio capriccio, dati ad Ida, sua confidente, amica del sommo sacerdote egizio (Flavio, Ibidem 65-80) abile a sfruttare la passione del giovane – cfr. Un curioso spiritoso epigramma  www.angelofilipponi.com !, A Roma, dunque, Marco, esistono pratiche straniere condannate dai senatori come culti falsi ed esecrabili che, comunque,  sono ancora, in epoca tiberiana considerati legittimi e sacri, nonostante alcuni eccessi.!

Professore, Tiberio, seguendo le direttive di riforma di Augusto intenzionato a riportare  la romanitas corrotta  ai mores  prisci, sembra che voglia  eliminare i costumi stranieri, ormai radicati in Roma,  specie per l’adesione di donne come  Lollia Paolina ai riti egizi e come Fulvia  a quelli ebraici: l’imperatore sulla base delle ultime denunce ritiene  indegni della romanitas i culti egizi ed ebraici perché  risultano paradigmi comportamentali nocivi   e  fa un editto contro  maghi e profeti, in genere, diretto specificamente contro  i riti religiosi di altre nazionalità.

Marco, Tiberio, considerando  esempi indegni,  quelli  di  patrizie, contaminate da culture straniere, secondo  Flavio,  ordina la cacciata  dall’Urbe, insieme ai maghi e falsi filosofi,  delle famiglie di etnia  egizia e giudaica, mentre per Tacito, sembra trattarsi di un provvedimento, relativo  la questione, già dibattuta in senato,           dell’ asilo.

Infatti  sono molte all’epoca le richieste di usufruire di un asilo proprio, non solo  di famosi templi greci (Artemision),  di città greche – Efeso- e  di isole -Delo-  ma anche di località asiatiche  e siriache (tempio di Apollo a Dafne) o  giudaiche (Tempio di Pan in Paneas ) che vantano  luoghi sacri in cui rifugiarsi,  in caso di  atimia / perdita dei diritti civili e di condanna a morte per reati comuni!

Ho capito, professore, bene: la vicenda ebraica con la cacciata dell’etnia da Roma può rientrare nel problema della limitazione dei luoghi di asilo!

Proprio così, Marco.  Infatti, dopo la denuncia di Senzio Saturnino, amico personale di Tiberio, l’imperatore ordina alla comunità giudaica (sono circa 50.000 persone! un venticinquesimo della popolazione urbana, di cui una parte aramaica ed una ellenistica !)  di abbandonare Roma– Flavio, ibidem 83-.

Roma assiste ad una tragedia immane: famiglie sradicate dai propri focolari, uomini uccisi perche si ribellano ai pretoriani; pianti di donne e di bambini, vecchi  abbandonati e massacrati, un popolo intero alla gogna,  in balia della plebaglia che deruba le case dei partenti incolonnati!  Scene orribili come quelle poi descritte da Filone in In Flaccum ad Alessandria nel 38 d.C.!

Professore, dunque, per la leggerezza di Fulvia, moglie di Senzio Saturnino, Senior –   non escludo  che possa trattarsi anche del figlio!- , autore del processo contro i figli di Erode,  Alessandro e Aristobulo – una donna conformata ai costumi ebraici,  secondo la cultura aramaica, ammiratrice dell’esule, divenuta timorata di fede, zelante nella tzedaqah/ charitas- e per la malvagità di sole 4 persone, Tiberio,  fatto redigere  dai consoli un elenco di quattromila  giudei  per il servizio militare, li inviò nell’isola  di Sardegna, ma ne penalizzò molti di più che, temendo  di andare contro le regole della legge giudaica,  rifiutavano il servizio militare- Ibidem, 84.

Marco,  è sottesa- forse- a questo decreto   un’operazione segreta antiebraica  dei pretoriani, che fanno il loro dovere di inquisizione per ordine dei consoli e poi, dato l’accertamento anagrafico  dei neoi,  stilano un elenco di 4 000 giudei in età per il servizio militare- uccidendo quanti si rifiutano  perché impugnano vecchi decreti cesariani a favore dei Giudei (Cfr. Antipatro,  padre di Erode www.angelofilipponi.com)  destinati  al servizio in Sardinia, notizia confermata da Tacito –

Lo storico latino  certamente dipende dalla fonte ebraica -(Annales II,85, 1): eodem anno gravibus senatus  secretis libido  feminarum, coercita cautumque, ne quaestum  corpore faceret/ nel medesimo anno  gravi decreti  del senato posero  un freno alla dissolutezza delle donne e si provvide che non si facesse mercato del proprio corpo…- Tacito,  ibidem,4 –  …per quattuor milia libertini generis ea superstitione infecta, quis idonea aetas, in insulam  Sardiniam  veherentur, coercendis illic  latrociniis/  che 4 mila liberti, rei di quella superstizione, e in età di portare armi, fossero trascinati a forza nell’isola di  Sardegna a reprimervi il brigantaggio.

Tacito aggiunge  che si ob gravitatem Caeli interissent, vile damnum/ nel caso che fossero morti per l’insalubrità del clima, sarebbe stato un danno da poco…ceteri cederent Italia, nisi certam diem profanos ritus exuissent/ e che i rimanenti altri,  invece, dovevano lasciare l’Italia  a meno che, entro un determinato giorno,  non avessero rinunciato ai loro culti profani.

Dalle due fonti, professore,  si può dire che  l’imperatore  caccia i peregrini, libertini,  externi,  da Roma e dall’Italia e che la probabile  loro morte non ha valore alcuno per i Romani! c’è sotteso grande disprezzo con  odio contro i Giudei, da parte  di Seiano ( e di Tiberio), insomma di Roma per gli ebrei!

Certo. Marco .Questa – lasciamo stare l’indagine sulle motivazioni di tale odio!- è la realtà storica  dell’anno 19, ancor di più segnata da rancore , – di cui non si conoscono le esatte ragioni -,in seguito, per  il giudaismo perseguitato per dodici anni da Seiano,  ritenuto responsabile di un tale eccidio  da Filone che, invece, assolve l’imperatore, stranamente!

L’episodio di Fulvia,  anche se  raggirata da malfattori e dal clero giudaico, ha conseguenze troppo gravi  tanto da  far pensare ad una volontà di estirpare il giudaismo da decenni attivo specie in campo finanziario e commerciale, avendo molti ebrei  ricchi emporia/supermercati  e trapezai /banche in città.  Il decreto tiberiano, applicato da Seiano   doveva avere altre motivazioni connesse con  la terra di origine giudaica  e col fenomeno del giudaismo  ellenistico  che proliferava in modo abnorme  arricchendosi  dovunque, dati i tanti privilegi di cui godevano i giudei dal periodo di  Giulio Cesare avendo vinto la competizione economico-finanziaria  con l’etnia commerciale greca e latina.   Il decreto  tiberiano, quindi, antigiudaico, ha relazione con gli interventi già attuati da Augusto nella questione dell’ esautorazione di Archelao, nella nuova costituzione della Iudaea (Idumea, Giudea e Samaria ) censita ed    annessa come choora all’imperium romano con una forma di autonoma amministrazione prefettizia, anche se sottoposta a quella della Siria.

Quindi, professore, posso ritenere che le direttive di Seiano a Pilato sono simili a quelle romane,  di massima intransigenza per chi, ebreo,  non  fa il dovuto omaggio all’ imperatore sebastos, pur conoscendo la normale relazione  del martire giudaico! Per lei,  la nomina di Pilato, probabile pretoriano,  è una garanzia per una fedele osservanza delle prescrizioni imperiali in Iudaea,  già applicate a Roma! Pilato, per lei, al momento della partenza, nel 26,  anno  di massimo dominio  del potente capo pretoriano, è l’uomo giusto, nel posto giusto e  col mandato giusto!

Certo, Marco, specie dopo l’episodio di Sperlonga, ultimo atto di devozione  e di abnegazione del pretoriano, predisposto al sacrificio della vita personale  per l’imperatore, già ben disposto verso di lui, per avergli risolto coi suoi pretoriani, fedelissimi, il problema dei culti stranieri a Roma e delle popolazioni peregrinae, specie ebraiche ed egizie!.

Tacito, infatti, dice  riferendosi, comunque, ad un periodo precedente,  all’anno 23, quello  della morte di Druso, parlando di Elio Seiano (Annales,  IV, 1-2) di uno stato in pace / res publica composita e  della  domus  imperiale fiorente/ florens, nonostante la cacciata con eccidio dei Giudei .   

L’ accenno  di Tacito, comunque, in tale momento, alla morte di Germanico, nipote e figlio adottivo dell’imperatore,  è segno di una volontà di un autore di considerare colpevole dell’avvelenamento  Tiberio,  rivelando che, ora, ha la possibilità di dare rilievo al proprio figlio Druso minore, finita la storia  del fratello dioscuro, come se la prescrizione augustea,  non avesse più valore circa la successione imperiale.

Infatti Tacito, pur marcando  la gioia di Tiberio, che ritiene fausta la morte di Germanico –  e non infausta – e che dà la tribunicia potestas al figlio con la ratifica senatoria nel 22 d.C.,  esaltandone la carriera militare, il doppio consolato  e  i  tre  figli, nota:  all’improvviso la fortuna  cominciò ad oscurarsi/repente turbare fortuna coepit ed egli stesso a divenire  crudele e  a prestare le sue forze  alla crudeltà altrui!

Dunque, professore, per lo storico, la vicenda umana di Tiberio, dopo un’apparente fortuna  sembra volgere verso un crudele destino, mentre radioso sembra l’avvenire di Seiano?!

Tacito, facendo seguire il suo giudizio negativo su Elio Seiano, prefetto delle coorti pretorie,  considera, però, da storico che giudica col senno del  poi,  il pretoriano, origine e causa  di questo turbamento e cambiamento imperiale – Ibidem- di cui traccia  un profilo sulla sua  nascita  a Vulsinii/Bolsena,  sui suoi costumi, sulla sua potenza, conquistata col delitto ...insinuatosi con vari accorgimenti/variis artibus, nelle grazie di Tiberio tanto da renderlo nei suoi riguardi  fiducioso ed aperto, mentre agli altri era impenetrabile /adeo ut  obscurum adversum alios sibi uni incautum intectumque  efficeret.

Lo storico conclude dicendo che ciò avvenne non per abilità di Seiano ma per ira degli dei contro Roma, a cui la sua prosperità e la sua caduta furono egualmente funeste.- ibidem-:  Seiano è causa di rovina per Roma e per la casa imperiale, secondo un disegno divino, giudaico!

Tacito dipende dalla fonte giudaica che legge la storia come oikonomia tou Theou?! oppure segue  la tradizione pagana dei theoi invidiosi  della fortuna delle grandi famiglie  e delle nazioni  dominatrici?!

Tacito,  pagano, che ha visto la fine del suocero Agricola  e  rileva il  progressivo decadere del popolo romano in epoca flavia, ha una visione storica, basata sullo  phthonos toon Theoon/invidia degli dei.

Tacito, comunque,  traccia  del pretoriano anche un profilo psico-fisico – non dissimile da quello di Velleio Patercolo (St., II,127)-: ebbe un corpo robusto, animo audace dissimulatore per sé, abile nell’infangare altri, adulatore insieme ed orgoglioso, nelle apparenze esteriori modesto, nell’intimo sfrenatamente  avido di potere, per ottenerlo ostentava  talora una fastosa larghezza, più spesso  attività e vigilanza, che non sono meno dannose,  allorché si adoperano per conquistare il potere !Annales IV, 1,3-.

Dunque, come abbiamo visto nel precedente lavoro la tragedia di Druso minore,  Tiberio,  molto sfortunato, dopo un periodo di incertezza, e di depressione, pur dandosi  un contegno aristocratico, lasciato il potere in mano di Seiano, decide di ritirarsi in  Campania e poi si stabilisce definitivamente a Capri, dopo aver visto ed approvato  il suo operato ostile nei confronti di Agrippina e dei suoi figli. E’ questo  periodo di circa cinque anni  il momento di massimo potere di Seiano che  cerca di realizzare il suo piano  di  graduale ascesa all’impero?!

Certo Marco!, Seiano, dopo l’ invio in Giudea di Pilato,   consegue ogni onore e raggiunge ogni obiettivo, mettendo i membri della  casata, imperiale  gli uni contro gli altri, cosciente di tenere le redini dell’impero perché ha il potere militare sulla base dell’equivoco di una predilezione speciale dell’imperatore.

Lei mi vuole dire che il senato crede che,  obbedendo passivamente a Seiano, faccia il suo dovere verso  l’imperatore in quanto l’uno è imago dell’altro, tanto da  far porre  statue per ambedue  per la città da venerare, data l’assenza di Tiberio, facendo diventare divino anche il pretoriano!.

Certo, Marco, senza questo equivoco di venerazione accordata e alla statua del pretoriano e a quella dell’imperatore,  Seiano non sarebbe  divenuto patronus  di una vastissima clientela senatoria e  non avrebbe potuto  agire  contro la fazione giulia con quella  sicurezza con cui affronta  i fautori ex legati di Germanico, la  moglie  e i suoi figli maggiori.! Infine Seiano è favorito  da una rete di spie, e  dall’ambiguità di Livilla,  moglie del defunto Druso minore, amante da tempo  fedelissima del  pretoriano,  che anticipa ogni mossa,  guidato dalla sorella di Germanico e di Claudio, la cognata di Agrippina, la zia di Cesare Nerone  e di  Druso Cesare,  la figlia indegna di Antonia Minor! Livilla è una madre  che tradisce perfino i segreti di sua figlia  Giulia Livia e del genero, suo nipote! Una donna innamorata pazza del suo uomo, un eques, dimentica del suo passato familiare (moglie di Gaio Cesare e di Druso Minore!) per anni  traditrice del suo stesso sangue!( cfr.  La tragedia di Agrippina e dei suoi figli in Caligola il sublime, cit)!

A Seiano, che ha potere militare, in città,  favore certo del  senato ,  plauso popolare e la fedeltà  di Livilla e dei militari, non è difficile ottenere  la tribunicia potestas e l’ imperium proconsulare maius!. Comunque, essendo  montato in superbia, come se davvero fosse diventato  re dell’universo, commette l’errore di trascurare  Antonia Minor, madre di Livilla,  abile a controllare, in silenzio,  la tresca, a far  pedinare, spiare,  seguire i movimenti dei due amanti, registrati  ogni giorno, senza  poter impedire  la tragedia dei  suoi cari- salvando però, Caligola- per non  poter rivelare la colpa della figlia, degenere, all’imperatore! Seiano, comunque,  non sa leggere il disappunto e il dramma della  donna, rispettata da Tiberio per la sua integrità morale giudaica- non si risposa anche se il marito le muore, quando ha 27 anni- !  il pretoriano neanche sa vedere la sua perfetta amministrazione dell‘oikos familiare, tramite numerosi nummularii, latini. trapeziti, agenti finanziari giudaici  sparsi  per il mondo- come Pallante e Felice e  la loro sorella Cenide- specie orientale, superiore perfino a quello stesso dell’imperatore, gestito dall’alabarca di Egitto, l’oniade  Alessandro, il fratello del  filosofo Filone, sommo sacerdote di Leontopoli!  Seiano è convinto di averla neutralizzata, opponendole  la suocera, l’augusta Livia, che Antonia riverisce conoscendola nella sua subdola mente di intrigante Ulisse in Gonnella. 

Comunque, Marco,  il 26 è l’anno della consacrazione ufficiale del potere di Seiano, riconosciuto  universalmente come  braccio destro di Tiberio e come il vero  patronus  e princeps  autoproclamato, capace di indirizzare con propri uomini il pensiero del senatus – cliens!

Il mandato di Pilato, perciò,  anche se univoco nel telos/fine, varia col crescere della fortuna di Seiano, per cui diversa è la sua posizione a seconda degli anni della sua  procura in Oriente, accanto agli altri procuratori  asiatici e specie siriaci  ed egizi, anche loro schierati o con Seiano o con Tiberio o con Antonia e il partito Giulio.

Quindi, nell’anno dodicesimo di regno di Tiberio, o, poco dopo, è da segnare  la prima provocazione contro i giudei, che  ha un suo valore, ma il prefetto, non avendo le spalle coperte, deve cedere agli ordini imperiali  e deve coordinare il proprio compito con quello del procuratore di Siria e coi  sovrani giulii,  figli di Erode il Grande, con  Erode Antipa, tetrarca di  Galilea e  Perea, con  Filippo,  tetrarca di Iturea, Traconitide Auranitide,  Paneas  e  con Giulia Livia Augusta , erede di Salome,  governante  la zona costiera con un procuratore imperiale, Erennio Capitone, teatino.

Pilato e  gli altri, Marco,  dipendono dal prefetto di Siria, epitropos ths olhs Surias Pomponio Flacco, amico stretto di Tiberio, anche di bevute, che ha alla sua corte molti erodiani, tra cui  Erode Agrippa e suo fratello minore Aristobulo IV, figli di  Berenice  e di Aristobulo III.

Questi, già governatore di Mesia – ricordato anche da Ovidio in Epistulae ex Ponto,IV ,9,75, è un fedelissimo tiberiano, collaudato nel suo servizio di governatore tanto che  come amico di Tiberio   aveva eseguito il suo ordine  di destituzione ed esautorazione del re Rescuporide di Tracia, suo amico personale, indotto a seguirlo nei castra romani e poi imprigionato in attesa di essere condotto a Roma, dopo   aver diviso  la regione in parti,  assegnate una a  Remetalce, il figlio,   e l’altra ai figli di Cotys, re precedente.

Quindi, Pilato,  inizialmente, gerarchicamente  è subordinato al  governatore  tiberiano di Siria ed ha un’auctoritas con potestas limitata e condizionata e deve anche  fare una comune politica insieme al governatore di Egitto, Gaio Galerio (14-31), zio di Seneca,  nipote della moglie, e  a  quella di Marco Emilio Lepido, console nel 6 d.C – sostituto ora nel 26  di Norbano Flacco- governatore di Asia,   oltre a quella  del governatore di Acaia, e mantenere buoni rapporti coi reguli ancora esistenti asiatici,  dopo l’esautorazione di Archelao di  Cappadocia  e poi anche di quella successiva  di Remetalce di Tracia.

Ha un  compito  difficile e delicato, dunque, seppure non del tutto autonomo,  Professore?

Marco, i romani avendo copiato il sistema amministrativo dei satrapi  achemenidi e poi quello  Seleucide e Tolemaico,  costituito da epitropoi  epimeletai e dioichetai, uparchoi, creano  in Oriente prima, poi  anche in Occidente,  una rete di funzionari, burocrati zelanti dispotici nella propria area,   che inviano mensili relazioni  ed annuali resoconti  scritti come delegati, che mostrano il proprio lavoro al senato e all’imperatore  circa  il mantenimento dell’ordine interno provinciale,  circa lo stato delle classi sociali, circa  l’applicazione della  giustizia e la riscossione delle tasse e dei tributi  con l’ indicazione  anche dei nomina dei  funzionari pubblicani, che riscuotono, a seguito di censimenti  delle popolazioni rilevate, sul piano fondiario ed economico-sociale.

Pilato, come praefectus, è un funzionario statale tiberiano, che non si  piega né si addolcisce  nel corso del sua azione spietata –  secondo il  significato  dei verbi  camptoo/piego e meilliskoo / addolcisco (Legatio ad Gaium, 301)-  della tipologia di Avillio Flacco  cfr. Un prefetto tiberiano www.angelofilipponi.com

Professore, il  sistema romano imperiale siriaco è veramente ben impostato ed organizzato in quanto frutto di precedenti  amministrazioni achemenidi e macedoniche ed ora il funzionamento ha raggiunto il massimo grado di efficienza per l’inserimento  mirato dei  coloni militari, in zone chiavi,  grazie anche alla burocrazia  latino-italica, che applica lo ius ed è subordinata  alla vox  dell’unico pastor dell’impero, a cui nulla sfugge di quanto accade in provincia, data anche la rete di spie di cives  libertini ed equestri e di pubblicani.  Eppure, nonostante il funzionamento del sistema universale,  la struttura giudaica  non è ben sistemata  e risulta un cancro, che incancrenisce  tutta  la cellula siriaca,  infettandola come un virus.

Ora capisco, quello che lei  scriveva tanti anni fa su Caligola il sublime quando  diceva  che l’imperatore  riteneva necessario un intervento chirurgico  immediato, volendo estirpare o deportare l’etnia giudaica, che si salvò solo per la  sua morte,  a mano di Cherea!.

Caligola, Marco, fu una mente geniale superiore, un uomo divino, che avrebbe voluto Regnare come Dio sul Kosmos romano, essendo l’unico pastore del gregge umano, dopo la  formazione del Principato dell’eques Ottaviano e dopo l’incerta conduzione imperiale dell’aristocratico Tiberio Nerone!

Certo, professore – Caligola fu Caligola, un imperatore sconosciuto dagli storici!  La legge vivente per i cives sudditi  veneranti il Dio! a lei non piacciono i confronti con uomini di oggi-   Caligola  nomos empsuchos  non è un  uomo come Giuseppe Conte! Per lei- lo so-  la storia non è mai magistra vitae! mi lasci, comunque, dire che il nostro presidente del consiglio, in un momento  storico di emergenza, straordinario, non può e non deve  rimanere sempre incerto  ed incapace di dare una linea di condotta univoca  nella pandemia, e risultare personaggio debole, stritolato tra la comunicazione del comitato scientifico e la necessitas di salvaguardare l’economia, diventando  ogni giorno di più una maschera tragica italica, ridicola  anche  per il contorno di politici spocchiosi di sinistra e di grillini semianalfabeti, inconcludenti, su cui può ironizzare  motteggiando anche il popolo, ancora culturalmente bambino! E’ ora, dopo la seconda ondata del coronavirus,  di predisporre, sulla base certa di relazioni dei  Presidenti delle Regioni, un piano eccezionale per la salvaguardia della salute pubblica, connesso ai  dati sicuri territoriali, raccolti dai singoli  sindaci, nei comuni delle singole province e regioni, isolate a seconda  del  bisogno  effettivo, in relazione allo studio scientifico medico, applicando la normativa  della sovranità, trascurando le lamentele delle opposizioni demagogiche  e le tautologiche  querule degli intellettuali!  bisogna dare  mandato dittatoriale ad ogni sindaco responsabile della  cellula del suo comune,  rispettoso, comunque,  del mandato del presidente  regionale, supervisore,  che avendo  effettivamente  il controllo  preciso e dettagliato di ogni abitante  contagiato di coronavirus,  grazie alle relazioni   locali  delle  singole province, dovrebbe  avere la  situazione reale del contagio nella regione, il cui stato deve essere segnalato ai funzionari governativi, esattamente,  per un energico  piano dettagliato nazionale operativo, unitario, pur con qualche specifica deroga settoriale! Mi scusi, professore, se  ho parlato da  ciarlatano, da demagogo e da stolido intellettuale, non avendo dati per parlare e non avendo chiara la situazione, a causa della  presenza, nel tessuto italiano socio-economico e civile,  della Chiesa e delle mafie  nelle singole Regioni italiane!

Caligola, Marco, –  lasciamo da parte il coronavirus e il povero  Conte, invecchiato di colpo in pochi mesi !- poté fare quel che fece in Roma, in Italia,  in Oriente e in Occidente  avendo al suo servizio un esercito  di funzionari fedelissimi, desiderosi di far carriera in una  burocrazia perfetta, costituita da  ministri – schiavi,   funzionali, educati alla professione secondo le direttive oniadi, che regolavano commercio e stato lagide prima e, poi, il sistema romano-ellenistico imperiale – del  quale i discendenti di Onia  erano compartecipi al profitto dell’imperatore, con precise clausole  contemplanti  le percentuali annue, essendo loro i gestori  maggiori delle riscossioni  delle tasse e dei tributi  dei cives  oltre che delle decime e della tassa per il tempio di Gerusalemme, fissata   per ogni maschio giudaico di età superiore ai 13 anni, data la loro attività bancaria, dal periodo di Cesare,  potenziata da Augusto e da Tiberio,  capaci  di mettere in  comunicazione  anche con messaggi cifrati le singole strutture  fra loro e queste col sistema imperiale,  tanto abili  da  far sentire,-se lo volevano, in caso di convenienza – la  voce del pastore  e la sua volontà a tutte le pecore disperse dell’impero, nel giro di una settimana, con vari mezzi e perfino con segnali  di fumo, inviati da un monte ad un altro!.

I messaggi del sovrano erano  oracoli/logia del dio vivente, la sua legge applicata conformemente alla sua volontà e nessuno osava contrastare un Dio, onnipotente! Caligola fu un  un genio politico ed amministrativo, un giovane educato da Tiberio stesso a regnare, viste le sue qualità superiori ad  ogni altro uomo! Infatti Caligola, seguendo l’esempio  di  Tiberio e di Seiano con gli ebrei romani,  all’epoca,  conosciuta la situazione, decide un intervento chirurgico immediato, di  estirpazione o di  deportazione della stirpe, riluttante ad accettare la  sua ektheosis , avendo avuto le relazioni congiunte di Pilato, di Erennio Capitone   e poi  di Erode Antipa e quella di Lucio Vitellio, vincitore di Artabano III, sulla fine del Regnum messianico e sulla  ekplhcsis/sbalordimento paralizzante, per la crocifissione del maran/re aramaico!

Perché, professore, un principe  amatissimo  dal popolo e dai militari,  la legge vivente  dell’impero romano,  il neos Sebastos, alter Zeus,  uomo equilibrato – non pazzo–  arriva ad una tale risoluzione, dopo oltre cento anni di dominio romano sui Giudei, già  censiti alla pari degli altri popoli sottomessi?

Marco, devo dire che, se mi poni questa domanda,  non conosci  la situazione del 38 d.C. dopo la morte di Drusilla, sua sorella divinizzata come Panthea,  né la rivolta ebraica alessandrina  e il richiamo  a Roma di Avillio Flacco per il processo, come già  era avvenuto per Pilato, l’anno prima, e come avverrà, poi, l’ anno dopo per Erode Antipa!. mi sorprendo perché l’azione di Caligola è in relazione a quella di Tiberio nel 19 e di Seiano, che invia Pilato con un preciso mandato. Sono deluso, Marco, e  ci soffro per una tale  domanda!.

Il 19, il 26 , il 38 e  il 40  sono date che indicano un crescendo di persecuzione ebraica da parte di Roma, tesa alla estirpazione dell’etnia giudaica!.

Professore, ho vaghe idee – non corrispondenti a precise realtà -e  non conosco esattamente i fatti  sottesi alla In Flaccum, e quindi,   non ho chiaro  né la situazione  né i motivi ed ho bisogno di spiegazioni! La mia è un vera richiesta informativa!

Bene. Marco! Prima di ogni cosa, devi considerare la pietas e dei  giudei aramaici e dei giudei  ellenistici, ora congiunti nelle rivendicazioni dopo la fine del messianesimo e a seguito della rivolta samaritana! Sono eventi  traumatici per un giudeo – cfr. Il Messia mancato  www.angelofilipponi.com -!

Caligola, il Neos Sebastos, da poco autokratoor /dominus, Pastor,  dopo la malattia, col suo consilium  principis, insieme a  Emilio Lepido e  sua moglie Drusilla, poi improvvisamente morta,  divinizzata, per suo ordine, nell’impero, e celebrata anche in Alessandria, come dea,  determina, anche per l’azione provocatoria  di Avillio Flacco –  che accusa gli ebrei di nascondere le armi nelle loro case  e che fa intervenire l’esercito,  avendo anche il favore di tutta la cittadinanza greca –  l’insurrezione  dei giudei alessandrini  e il primo pogrom della  storia (Cfr. Una strage di Giudei in epoca caligoliana, Ebook Narcissus  2011), non certamente evitato dall’invio di Erode Agrippa, amico personale, -pur  nominato  tetrarca successore di suo zio Filippo di Iturea, Traconitide,  Auranitide,  Batanea,  Paneas- per una pacificazione  generale.

Il successivo richiamo di Flacco  per il processo –  che termina  con il suo confinamento prima  nell’isola di Andros, e, poi, con la morte – e l’invio di Petronio Turpiliano come governatore di Siria, sono atti che evidenziano già l’attuarsi  della neoteropoiia e della ektheosis  e della volontà imperiale di un culto universale dell’imperator, nomos empsuchos/legge vivente.

Insomma lei, professore, mi vuole ricordare che  c’è di mezzo   un buco storico  messianico,  quello del Malkuth, seguito dalla rivolta samaritana, eventi connessi con una reazione ebraica  alla repressione  alessandrina del 38, fatta dal prefetto,  oltre ad un altro  mandato di Caligola a Petronio,  nuovo governatore di Siria  con l’ordine di estirpazione giudaica,  in caso di non  accettazione del suo colosso  statuario, entro le mura del tempio  (Cfr. Legatio ad Gaium)!

Marco, ti manca l’esame di circa nove anni  e, quindi, ti è impossibile capire la situazione del giudaismo, dopo il fallimento del messianesimo! Dovresti rileggerti quanto ho già scritto  e poi seguitare la nostra conversazione.

E’ vero, non ho competenza non solo su questo periodo ma anche sui cinque anni dall’arrivo di Pilato in Cesarea Marittima fino all’esplosione dell’ euforia giudaica davanti alla venuta del messia  e sua trionfale entrata in Gerusalemme, verificatasi  qualche mese dopo la morte di Seiano, il 18 ottobre del  31!.

Marco, io mi meraviglio che tu non sappia queste notizie  perché hai  seguito lo studio su Giulio Erode il filelleno,  hai lavorato con me e Andrea ad In Flaccum e a Legatio ad Gaium ed hai presentato con gli altri Caligola il sublime e i  libri XVIII, XIX e XX di Antichità Giudaiche!

Una cosa, professore  è seguire le lezione  e una  cosa capire lavorando insieme, su concreti problemi  con la volontà operativa di una soluzione, come stiamo facendo ora sul mandato di Pilato!

Ho capito, ora,  che tu sei  nella fase operativa e ti trovi a disagio  nonostante la positiva recezione delle  notizie generali! Sbaglio io, Marco ! Devo stare attento a non dare per scontato quanto dico!  Bene. T i aggiungo che,  comunque, anche l’intervento chirurgico di Caligola, utile per la realizzazione della spedizione parthica ventilata,  all’epoca,  sarebbe stato inutile,  se fosse stato attuato da Petronio, secondo gli ordini ricevuti nel 40! Deve passare ancora  quasi un secolo di storia  prima che si avveri,  quanto deciso da Caligola, che viene realizzato compiutamente da Adriano nel 135 d.C!

E’ opportuno, professore, fermarci per qualche settimana, allora,  e, poi, riprendere il nostro discorso in modo che io sia più preciso anche nelle domande da formulare.

Certo, è giusto che tu rilegga  e studi i testi che ho citato! quando avrai riletto e rivisto tutto…ci rivediamo  e, un pomeriggio, ci mettiamo a  tavolino, a distanza, con le mascherine,  e discuteremo   sul mandato di Ponzio Pilato! …

Hai già fatto  i...compiti, amico mio?!

Sei sempre bravo, il migliore dei miei alunni!

Professore,  ho riletto e studiato  quanto mi ha suggerito e comprendo ora davvero cosa mi dice: il fenomeno ebraico non è solo palestinese, ma universale, in quanto l’ebreo ha apoikiai dovunque, non solo nel Mediterraneo,  nel  Ponto Eusino  o nel mare  Caspio e  nel Mare Rosso,  ma anche in tutti i porti  con le  basi navali,  con le  trapezai  e con la  particolare economia   ed amministrazione  ecclesiale emporistica,  anche oltre i confini dell’impero romano,  in quello parthico e in Seria, nelle isole dell’Oceano Indiano, avendo colonizzato anche il Bosforo cimmerico, le  calde zone africane al confine con i territori romani egizi, cirenaici, numidi ed anche mauri, grazie all’impresa di Quinto Giunio Bleso  contro Tacfarinate nel 31 d. C, – poi, coinvolto, al ritorno in patria  nella caduta del nipote  Elio Seiano, con tutta la sua famiglia-!.

Marco, parli in modo nuovo, dopo lo studio!. Non è, comunque,  il caso che ti ripeta la grande impresa mercantilistica e  finanziaria,  methoria, dei  gestori giudaici di  trapezai  e di emporia sotto Cesare, Augusto, Tiberio e Caligola?.

No, professore, possiamo seguitare a trattare della politica imperiale in relazione al mondo giudaico e rilevare insieme come, in epoca  giulio-claudia fino a Tiberio,  la direttiva  romana  è ancora duplice nei confronti dell’ebraismo,  che è ben distinto  in aramaico da punire e in ellenistico da proteggere  e da seguire nella sua stessa vittoriosa direzione  colonizzatrice e che solo con Caligola  diventa unitaria, in una volontà di sterminio e di deportazione a seguito dell’ ektheosis imperiale, evento che ricompatta il giudaismo in senso antiromano, perché cosciente della imminente rovina! Filone – Legatio ad Gaium– e  gli altri ambasciatori si rinchiudono in una stanza per piangere sulla fine del Tempio e della loro stessa etnia,  storditi ed attoniti alla notizia del decreto caligoliano!.

Se prima  esistono due direttive, una di provocazione  per i giudei  stanziati nella  choora di Iudaea ed una di compartecipazione alla economia mondiale mediterranea  ellenistica per gli ebrei  della diaspora  regolati  e  connessi dall’etnarca e   dall’ alabarca, oniade,  sommo sacerdote e gumnasiarca di Egitto,  al sacerdozio sadduceo gerosolomitano, nonostante l’opposizione farisaica ed essenica e l’avvento del Regno dei  cieli, ora sotto Caligola il pericolo di annientamento  è comune  a tutti i giudei, dovunque si trovino!.

Finito il Regno dei Cieli  tragicamente, perduta la civitas /politeia, con la profanazione del Tempio, la nave ebraica affonda! Così sembra dire Filone in Legatio ad Gaium!

Dunque, professore, devo capire bene  questo, per seguire il suo pensiero:  cioè, nonostante che Roma e il sommo sacerdozio templare  concordano in una politica di comune interesse  per la gestione del tesoro del Tempio, con Caligola si è chiarito l ‘equivoco  ormai della filoromanità giudaica – che,  sacrificando  ambiguamente al proprio Dio e alla maestà del popolo romano e di Augusto, ritiene di essere in perfetta regola con gli altri sudditi dell’Impero e di vivere  secondo legge, quando, invece,  sacrifica solo al proprio Dio  per Roma e per l’imperatore, quando  è  espressamente richiesto il sacrificio al Dio Caligola, pathr, soothr, eurgeths, unico pastore del gregge umano! I  giudei aramaici e i giudei ellenisti, di fronte all’aut  aut di Caligola- venerare un uomo-dio  o Jhwh – preferiscono la morte alla vita, risoluti al martirio  piuttosto che tradire la loro fede e la patria, dicendo Shema Israel, Adonai eloenu, Adonai echad/ Ascolta, Israele, il Signore è il mio signore, il Signore è unico!

Caligola  dimostra  agli ambasciatori alessandrini che bisogna fare atto di latria  a lui Theos, a lui Zeus, unico soothr, eurgeths, Pathr e a nessun altro Dio!  O fare questo o morire!

La risposta giudaica è quella della scelta del martirio alla  venerazione del dio imperiale: meglio morire che tradire la legge!Il giudaismo, unitariamente, aramaico ed ellenistico  si autocondanna al  bando o allo sterminio etnico!

Devi capire, Marco , questo evento con questa situazione propria dell’anno 40 d.C., che si verifica subito dopo il trauma della morte del Messia e della capitolazione di Gerusalemme messianica, taciuto dalla storia cristiana –  a seguito anche di una vittoria  romana sui Parthi e di una sanguinosa controrivoluzione gerosolomitana antimessianica, entro le mura della città assediata-. Ora, il mandato di Pilato, alla luce di questo studio  e dell’esame da noi fatto,  è specifica  applicazione prefettizia in un dato momento storico, limitato alla sola provincia di Iudaea, avvenuto prima della morte di Seiano, che ha già  fatto una sua politica  antiebraica a Roma, ma di scarsa consistenza rispetto al pericolo mortale e di sterminio della etnia  stessa, in epoca caligoliana!

Filone sembra aver chiaro e questo momento tragico seianeo e quello caligoliano – che risulta il più tragico della storia giudaica vissuto mentre attende di essere ricevuto dall’imperatore, come incaricato dai  giudei alessandrini  di far valere le ragioni di una parte dell’ ebraismo, seppure maggioritaria, quella ellenistica- !

Professore, per me cristiano, educato secondo cultura cristiana , non è facile, neanche, dopo aver studiato i suoi testi (Jehoshua o Iesous? Maroni, 2003 e Giudaismo Romano I, II E.book  Narcissus 2014),   seguire né comprendere  il suo argomentare, seppure storicamente corretto, e documentato: Io sono perplesso  ed ho un magone indescrivibile, che mi impedisce perfino di dialogare  con il mio maestro, colpevole di farmi vedere oltre il velo delle parole cristiane e del messaggio ebraico! Abituato alle chiacchiere cristiane e al muthos, il suo dire  mi  stravolge e confonde  ogni mio pensiero,  e distrugge la mia personale  costruzione cristiana. Neanche so confessare  quanto mi accade!

Hai  ragione,  Marco, le parole cristiane senza fatti hanno formato il cristiano che ora, davanti ai fatti, è sconcertato e  crede perfino l’amico, che ha di fronte, un nemico!

Vada, comunque,  avanti, professore!

Bene!.  Io   riprendo il mio discorso! Se vuoi, seguitiamo e facciamo parlare i fatti, documentati!.

Tu sai  che in Iudaea e in Gerusalemme,  specialmente, è  presente un forte gruppo  di  irriducibili e integralisti aramaici filoparthici,  che sono anche sparpagliati  nelle province asiatiche e siriache e in quelle  egizio-cirenaiche  ed acheo-traciche ed insulari, nell’Egeo,  mescolati a giudei ellenistici di lingua greca, di norma loro datori di lavoro,  diffusi in ogni parte del mondo e romano e non romano. Su questi  prima l’ordine di Seiano (Pilato, Pomponio Flacco, Capitone, Erode Antipa, Filippo) e poi quello di Caligola (Petronio Turpiliano) suonano come incitamento alla guerriglia urbana e  provinciale  e a connessioni con il re dei re e con Areta IV di Petra!

Dunque, professore, Pomponio Flacco, Pilato, Capitone e gli egemoones della Decapoli, gli erodiani superstiti, e il governatore di  Egitto, specialmente, hanno tutti un mandato imperiale di provocazione dell’etnia ebraica, che ritiene di essere l’eletta  di Dio, e di aver un solo signore Jhwh, di essere l’unica, pia e religiosa nell’ecumene,  avendo un patto eterno con il Theos, Upsistos,  che l’ha sancito  da secoli con gli antenati patriarchi, di cui segno visibile è il tempio di Gerusalemme, la città santa!.

Marco Caligola spaendo cheigiudei vivono in ogni parate dllimepro romano ha fatto un decreto catholikos/universale Tieni presnte questo, e  lavoriamo cercando  di capire l’operato in Iudaea di Ponzio Pilato, un pretoriano seianeo- se è giusta la nostra lettura di un praefectus, equestre, sannita, formatosi al seguito di Seiano – che ha già lavorato per annientare gli ebrei romani, in ottemperanza degli ordini di Tiberio che abroga,  tra il 17 e 19 d.C., i particolari nomoi delle etnie  domiciliate a  Roma o viventi nell’impero ( Cfr. Tacito  Annales, III, 54-60 ), in relazione al verdetto supremo dei senatori  sulle richieste di provinciali, obbligati, comunque, ad  evitare e vietare l’abuso  di stabilire luoghi di asilo, divenuti  fonte di riunione indebita e covo di uomini perversi.

Inizialmente Pomponio e Seiano dànno disposizioni univoche, claudie, che poi cominciano a divergere  quando il partito claudio si sdoppia e costituisce un gruppo  di fedelissimi filoseanei ed uno filotiberiano,  per cui, essendo assente la voce di Tìberio,  non c’ è unità nell’applicazione dei mandati, come risulta dalla favola sulle rane e del re travicello di Fedro:  le rane gracidano nel pantano al re   travicello,  su cui, perfino, saltano sopra, dopo averne notato l’innocuità cfr. Caligola il sublime, cit!.

Pomponio, in tale situazione,  è oscurato dalla personalità di Seiano ora assimilata all’imperatore,  fraintesa dal mondo giudaico aramaico ed ellenistico, specie dai giuli erodiani e oniadi, che acuisce il clima di rappresaglia tipico del mondo giudaico aramaico,  generando  panico negli uomini di stirpe,  religione  e lingua aramaica, che  sembrano girare alla larga da Gerusalemme  e perfino dalla  Iudaea e dalla Galilea  e Perea stessa,   facendo  strani percorsi   in  Celesiria, in zone fenicie o  montane ituraiche,  per  stanziarsi in Decapoli  e per poi rientrare  da Betsaida o dalla Gaulanitide  nella choora di  Erode Antipa, persecutore anche  lui di aramaici, come Giovanni  il battista  collegato con Areta IV e coi Nabatei (cfr. Gesù meshiah aramaico, methorios e politikos in  www.angelofilipponi.com )

Professore, ora mi spiego, finalmente, i giri che fa il nostro Gesù  che va da Tiro a Sidone  e da lì in Paneas  e poi passa in Gaulanitide e Batanea fino a Gerasa e poi si dirige verso il confine tra la tetrarchia di Filippo e quella di Erode Antipa. Potrebbe essere questo il momento del nuovo matrimonio di Erode Antipa, che, essendo giulio,  oltre all’ostilità di Pilato e Seiano, ha anche quella di Areta IV  e dei seguaci di Giovanni,- che, stanziati a Betania oltre il Giordano/al Kharrar,  sono sotto la protezione del re nabateo, vivendo entro il suo territorio –  ed anche di quelli di Gesù?

Certo, Marco, potrebbe essere così,  perché Areta  sembra fedele seguace di Giovanni, che ha favorito la fuga della figlia da Tiberiade coi suoi uomini,  portandola fino al territorio di Damasco, allora possesso di  suo padre,  intenzionato a vendicarsi  dell’erodiano che ha ripudiato  (D)asha,  dopo 25 anni, e che è anatemizzato dagli esseni per le nozze incestuose!

Davvero, professore, è questo il tempo che  potrebbe coincidere   con la prima predicazione di Gesù del Messianesimo  dopo che il mastro/maestro, dotato di abilità da terapeuta, è venuto a contatto  con emissari di Izate di Adiabene e con Artabano III e con Asineo!. si  sarebbe già nel clima dell‘Avvento  del Regno dei Cieli,  ora pianificato, dopo la morte del cugino, con delegati Mesopotamici, anche loro coinvolti  nel disegno messianico per una riconquista dei territori dell’ex Siria seleucide, rivendicata da decenni dai Parthi?

Marco, posso solo confermare, oltre ai fermenti messianici,  l’ attrito tra Pilato ed Erode Antipa e l’aspro contrasto tra il tetrarca e l’ex suocero re di Petra, in questo periodo di cinque anni oscuri dellla procura di Pilato,  e la vita vagabonda di Erode Agrippa, dopo la morte della madre Berenice a Roma  e specie, dopo quella dell’amico Druso Minore.

Lei ha parlato spesso della vita  dispendiosa  di  Giulio Erode Agrippa, privato cittadino, proprio di uno scialacquatore di un patrimonio  principesco, senza, però,  precisare il momento storico, romano, antigiudaico. Ora me ne può parlare, sulla base delle notizie generali di Flavio?

Per lo storico,  Agrippa fa il viaggio per la Iudaea  quasi con le stesse navi di Pilato e  nello stesso periodo, gravato di debiti  e pressato da creditori perché dopo la morte della madre, lasciato in balia dei suoi capricci,  spese molto del suo denaro per il lusso quotidiano in cui viveva  facendo smisurate spese ed offrendo regali ai liberti di Cesare, sperando di essere aiutato, tanto da  ridursi in povertà (cfr.  Ant giud., XVIII,145 e A, Filipponi incipit romanzo storico l’Eterno e il Regno, ebook Narcissus  2013).  Agrippa, a Roma, avendo un alto tenore di vita grazie all’eredità materna, non toccato dall’editto di  Tiberio perché non libertino  né peregrino ma civis censito come neos, quindi, probabilmente arruolato con qualche incarico diplomatico con Pomponio Flacco, con  Germanico e poi con Druso, si trova al ritorno in città,  all’improvviso,  in condizioni disagiate, indebitato. Forse nel momento del dokimasia/valutazione  il giovane principe  già aveva dovuto  sborsare ai pretoriani inquisitori e ai liberti funzionari denaro per il riconoscimento dei suoi diritti, inficiati dal decreto tiberiano, che non riconosceva la politeia la cittadinanza  antica cesariana, nonostante le amicizie a corte! La sua situazione si era aggravata poi  per la sua natura megalomane e  munifica, ma anche per i debiti contratti  con trapeziti oniadi,  specie dopo la morte di Druso e la cacciata dalla presenza di Tiberio, che non voleva più vedere gli amici del figlio perché la loro presenza lo faceva soffrire -ibidem-. E’ probabile che  si sia accodato, nel viaggio, alla sorella Erodiade, che, separatasi dal marito Erode Filippo,  figlio di Mariamne, figlia del  sommo sacerdote, con l’adolescente Salome e col Tetrarca, all’ epoca a Roma,  tornava  in patria.  Giunto a Cesarea, pressato dai creditori, oniadi,  si ritira a Malata, in Idumea , ed è intenzionato al suicidio. La moglie Cipro, col suo patrimonio erodiano, dotale, fa allentare le richieste oniadi, data anche la famigliarità con Alessandro alabarca (cfr. Caligola il sublime, cit. e   L’ alabarca in www.angelofilipponi.com) e invia lettere alla cognata  perché lo accolga alla sua corte a Tiberiade, città in costruzione ad opera di qainiti galilaici, avendo lo stesso tetrarca fatto appello per popolare  la nuova polis con cittadini di prestigio. Flavio così scrive  spiegando la determinazione  al suicidio di Agrippa evidenziando  l’accorato impegno della moglie che  prega Erodiade di  soccorrere il suo congiunto: tu vedi quanta cura ho, come vedi,  di sollevare in ogni modo il marito, anche se le mie sostanze non sono come le tue -ibidem148-.

A mio parere, Marco, si dovrebbe essere nell’anno della morte dell’Augusta  Livia , il 29,  in cui Capitone, governatore di Azoto ed Iammia  e Faselide, tratta con gli eredi di Salome – tra cui  Agrippa nipote e  Cipro pronipote,- dando somme di liquidazione definitiva  in proporzione al diritto di successione, a seconda delle percentuali, avendo goduto la madre di Tiberio dell’eredità  dell’amica e della rendita del suo patrimonio  per il 51%.  Quindi la  principessa ha denaro in relazione  alla metà dell’intero patrimonio di Salome, che aveva una rendita di 50 talenti annui e prendeva  parte all’eredità, solo ora, alla morte dell’Augusta, del lascito del gran Re alla sorella di 500.000 dracme  d’argento -XVII,190-. Forse in seguito a questa divisione di eredità a cui partecipa, come erede, anche la moglie di Erode Antipa, ad Agrippa viene assegnata   l’abitazione a Tiberiade con  l’incarico di agoranomos e  con una pensione, in relazione alla sua dignità di principe-ibidem149-.

Ti aggiungo anche che  Giulio Erode Agrippa, dopo pochi mesi,  si allontana dallo zio -cognato perché non ritiene soddisfacente la sua sistemazione  e perché umiliato dal Tetrarca che gli  rinfaccia, in un convito a Tiro,  sotto gli effetti del vino, la sua povertà e la dipendenza per il pane quotidiano dalla  sua elemosina.-Ibidem150-.

Perciò, Agrippa si rivolge al proconsole Pomponio Flacco, governatore di Siria, suo amico dal periodo romano, dopo aver chiesto denaro  probabilmente agli  stessi ex liberti di sua madre, -come poi  nel 35 d.C. per il viaggio a Roma da Tiberiade-  prima a Marsia, poi  a Proto che, però,  hanno legami con Antonia, la nonna di Caligola,   il cui gestore  finanziario  generale è l’alabarca di Egitto, suo massimo creditore- Ibidem 156.

Professore, il povero Agrippa si trova  stritolato tra agenti finanziari che, oltre tutto, litigano fra loro per le percentuali!

Marco, il principe nel 33 d.C. oltre  alla  sua precaria situazione  finanziaria, acuitasi dopo la vicenda del suo soggiorno ad Antiochia presso l’amico Pomponio Flacco che, poco prima di morire  lo licenzia, perché accusato dallo stesso suo fratello  Aristobulo, da tempo  suo fidato consigliere,  per la  questione del confine tra Damasco e Sidone – Le due città erano in contrasto da tempo ed Agrippa  favorì nell’arbitrato i Damasceni, che lo avevano pagato per la sentenza favorevole!-, avendolo scopertolo reo di concussione.

Il principe, fuggito da Antiochia e rifugiatosi  ad Antedone, vicino Gaza  nel 35 d.C. perde  il figlio primogenito Antipatro  e cerca denaro  deciso a partire  per l’Italia  su una nave mercantile,  noleggiata, ma è  disperato come nel 29,  all’epoca del suo trasferimento a Tiberaide, quando  si era  nel periodo della guerra tra  suo cognato e Areta IV.

Era  quello il tempo in cui Erode Agrippa  era  Agoranomos/ ispettore del mercato, a Tiberiade ed appariva nei Vangeli come il giovane ricco?

Si-  Forse-, Marco!. Quello poteva  essere  il tempo esatto in cui ancora Giovanni predicava che il regno dei cieli era vicino e richiedeva ai suoi seguaci  il battesimo  penitenziale e  Gesù  predicava il Malkuth venuto  come tempo della metanoia, del cambiamento radicale  e dell’abito bianco nuovo per la festa.

Marco, come vedi, però,  stiamo  mescolando dati certi con altri supposti, contestati dai miei detrattori cristiani, del Malkuth ha shemaim (Jehoshua o Iesous? cit.).

Comunque, all’epoca, Marco,  era iniziata la lite tra Areta   ed Erode  per il ripudio di Dasha   e per l’arrivo a Tiberiade di Erodiade, che non avrebbe potuto  sposare il fratello del marito per la torah/ legge  e perciò incorreva nell‘anàthema  del Battista, nonostante  la segretezza della sua entrata in città. Infatti la figlia di Areta secondo Flavio  aveva chiesto al marito- che credeva che la moglie non  sapesse niente della sua intenzione matrimoniale-, di poter andare a Macheronte,  castello fortificato  al confine tra lo stato nabateo e quello erodiano, di poter avere l’occorrente per il viaggio da un dioicheths/amministratore.

Flavio scrive: la donna passando da un governatore ad un altro per  fare il suo viaggio – probabilmente favorita da Giovanni e dai suoi discepoli, allora stanziati ad al Kharrar, luogo di passaggio della principessa in fuga- , giunse dal padre, a cui raccontò il progetto di Erode.

Areta, dopo la querela, a proposito di una precedente lite per l distretto di Gabala, avendo  volontà di guerra,   fece la rassegna dei soldati, seguito anche da Erode ed ognuno inviò  propri legati per iniziare le ostilità.

Accadde che  nello scontro l’esercito di Erode Antipa fu sconfitto perché al suo seguito c’erano  uomini della tetrarchia ituraica di  Filippo,  zeloti /lhistai che parteggiavano per Areta e per Giovanni  che tradendo, decisero  delle sorti della battaglia.

A Tiberio giunsero da una parte la denuncia di Areta e da un’altra  i resoconti di Antipa  della battaglia e della guerra – che i due non potevano fare senza autorizzazione romana – , tanto che  l’imperatore inviò ispettori – sembra che questa vicenda  preceda la morte del Battista e sia prima della  morte di  Filippo nel 33 d C e quindi  i fatti sono all’incirca poco prima o  poco dopo la morte di Seiano, quando ancora non è deciso l’intervento contro Artabano e contro lo stesso Areta, che si è coalizzato con il re dei re,  in un momento in cui non ci sono rapporti con Roma,  non avendo ancora avuto mandato Macrone, il nuovo capo pretoriano,  di  ripristinare l’ordine in Siria  e regioni vicine -.

Comunque,  Marco, siamo allo stato  di supposizioni, essendo oscure le notizie di Flavio.   Ora, io, ottantunenne, come allora sessantenne, -all’epoca della scrittura di Jehoshua o Iesous?,- non ho pezze reali di appoggio se non  le lamentele  di alcuni giudei  nei confronti della morte  di Giovanni, che consideravano  la sconfitta di Erode  ad opera  di Areta  come   giusta punizione divina e vendetta per la decapitazione del Battista, di cui si fa l’elogio e si mostra la santità di vita  e la sua predicazione  nel deserto (ibidem 116-119).

Si potrebbero addurre anche  le successive lagnanze  dei  sacerdoti  a Pilato per l’iscrizione sulla  croce  secondo  il vangelo di Giovanni – scritto in  epoca antonina   sotto il regno di Antonino il Pio- (138-161)- che comprovano le  fonti di probabile derivazione siriaca,   di un Gesù re, che non regnò  -cfr. Eisler. in www.angelofilipponi.com- di cui  ti ho parlato in altre occasioni.

Perché  accetta con molta cautela quanto dice l’evangelista Giovanni su Pilato?  Non crede che hanno qualcosa di vero  gli altri storici che  adducono la fonte di Giovanni -anche se so che  è di epoca antonina-?

Marco, sulla fonte evangelica di Giovanni (19, 1-42) e su quella dei sinottici (Marco, 15,21-32;  Matteo, 27,32-34; Luca 23,26-43.)  ho scritto varie volte, ma ho solo rilevato  lo sdegno contro le lamentele dei sacerdoti giudaici e la fermezza del procuratore, tipico di un prefetto tiberiano,  che ribadisce che quanto scritto sulla croce in triplice lingua non deve essere cambiato. La frase  O gegrapha, gegrapha/Quod scripsi scripsi – greco/latino- sottende un’altra lingua,  di cui è segno  atta amarta (su legis /tu dicis), e  serve a fare indagine sulla reale figura di Gesù,  un aramaico giudeo di Galilea  (cfr Iesus, the Jew  from Galilee), un  Maran /basileus, meshiah aramaico, methorios, politikos, qanah, kain, e quindi a scavare  sull’ebraicità del Messia della nostra tradizione cristiana, che ha mitizzato il Christos, snaturandolo.

Per ora esaminiamo, Marco,  comunque,  l’azione di Pilato,  che esegue gli ordini del capo,  all’epoca di questi fatti, seppure in modo   non conforme con quello generale della provincia siriaca, pianificato da Pomponio Flacco, claudio, tiberiano,  che  protegge il tempio e fa una politica  favorevole ai sadducei e agli erodiani, presenti ad Antiochia.

Professore,  da quanto detto, quindi, lei divide alcuni fatti come  dettati da Seiano  prima della costituzione del presunto  Regno dei Cieli   -di cui parlano gli evangelisti-  ed altri, come  invece  compiuti autonomamente,  dopo la fine del Regno messianico!

Marco, venendo ai fatti, per certo abbiamo tre  episodi  adombrati anche nei vangeli, evidenziati da Giuseppe Flavio in Guerra giudaica (II, 9,2,3,4) ed Antichità giudaiche (XVIII, 55sgg) senza altre conferme storiche,  se non da Filone, anche lui giudeo  (Legatio ad Gaium,298-299).

L’operato, dunque, reale di Ponzio Pilato è solo di fonte giudaica, evangelica, poi rielaborata, specialmente  da scrittori cristiani alessandrini del III e IV secolo, dopo la sistematica  revisione di Eusebio in  epoca costantiniana.

Dunque, esaminiamo i fatti  del quinquennio prima della morte di Seiano  e poi, il fatto dopo la fine dell’episodio  messianico e la resa di Gerusalemme a Lucio Vitellio.

Pilato secondo Flavio (Ant Giud, XVIII,55-59)  introduce  di notte  in Gerusalemme, città santa, le immagini dell’imperatore. Ecco il testo molto simile a quello di Guerra giudaica-(II,169-177): Pilato governatore di Giudea fece partire le truppe da Cesarea e le mandò nei quartieri invernali di Gerusalemme compì un gesto  audace  al fine di sovvertire le leggi giudaiche  introducendo in città i busti degli imperatori, attaccati agli stendardi militari offendendo la nostra legge che vieta immagini/eikones.

Lo storico spiega che i precedenti  procuratori quando entravano in Gerusalemme usavano stendardi senza immagini e precisa che lui fu il primo ad introdurre immagini in città e le pose in alto  e fece ciò senza che il popolo se ne accorgesse  perché era entrato in città di notte. Quando il popolo  se ne accorse, in massa,  si recò a Cesarea  e per molti giorni lo supplicò  di trasferire altrove  le immagini.

Circa venti anni prima di scrivere Antichità Giudaiche, nel 74   Flavio  subito dopo la distruzione del Tempio,  aveva scritto in  Guerra giudaica precisando  che  Pilato aveva  inviato, senza andare a Gerusalemme di persona  e che lo sdegno  per l’offesa alle leggi ebraiche e la rabbia dei cittadini fecero accorrere in massa la gente del contado  e che tutti insiemi, recatisi in fretta a Cesarea  pregarono  di rimuovere le immagini e di rispettare le loro tradizioni  prosternati con la faccia a  terra,  intorno alla residenza del procuratore,  restando immobili per cinque giorni e cinque notti.

E’ chiaro, Marco, che Pilato invia le truppe con i busti secondo gli ordini di Seiano,  ma lui rimane in Cesarea mentre un suo legatus esegue.

Filone, che parla di un cambio di residenza nel 4O d.C., e di un suo insediamento nel Palazzo  gerosolomitano di Erode,  forse si riferisce ad un  altro avvenimento a noi sconosciuto, riportato da una fonte erodiana. Comunque, Pilato fa uno spostamento di castra, strano, perché in iudaea di solito  i legati chiedono il contrario, cioè di  svernare dalle zone  fredde montuose in pianura in riva al mare o nella zona sottostante di Gerico, piuttosto calda, anche d’inverno!

A Cesarea, dunque, Pilato rifiuta  di accondiscendere alle richieste, ma,  vista la folla che ha  fatto un settantina di chilometri, circondare la sua abitazione, pur pacificamente, ed indire la solita contestazione di protesta silenziosa,  prosternata con la faccia a  terra, immobile per cinque giorni e cinque notti- ibidem 171-  motiva il suo rifiuto in questo modo:   se agisco diversamente reco oltraggio all’imperatore Ant. giud. XVIII, ibidem.

Professore, c’è una qualche contraddizione nelle  due versioni di Flavio, tra quella del 74 di Guerra giudaica e quella di Antichità Giudaiche  del 94. Infatti nella seconda Pilato  appare come uomo che venera  l’imperatore come dio mentre gli ebrei  venerano il loro dio unico! Pilato, invece, vuole dimostrare che, come lui anche il popolo ebraico deve sacrificare e venerare l’unico dio, l’imperatore, cosa impossibile  a dirsi prima della distruzione del Tempio, ma possibile a Tempio distrutto, in epoca domizianea!

Vuoi dire, Marco, che Flavio, sacerdote ellenizzato e romanizzato, cortigiano,   è entrato  in merito alla divinizzazione  di Caligola,  ripresa moderatamente da Vespasiano e Tito, che hanno distrutto il Tempio e che  ora, in epoca domizianea, riconosce  che uno solo è il dio, l’imperatore romano! Questo ti sembra di rilevare dall’ esame dei  due testi flaviani,  e per questo ritieni giusta la risoluzione di punire  da parte di Pilato gli ebrei, che  persistono nella loro  volontà di venerazione del proprio Dio, unico   e che  seguitano a  supplicarlo  … fino al sesto giorno,- fino cioè al giorno che precede il sabato- . Egli dispose le truppe in posizione di  attacco  e lui stesso andò sulla tribuna, che era stata costruita nello stadio per dissimulare la presenza dell’esercito,  che era in attesa di ordini… minacciando di punirli subito di morte  se non ponessero fine al tumulto e se non  tornassero nelle  loro località di partenza (Ibidem 58).

Pilato conosce la consueta scena ebraica del martirio di uomini che si gettano bocconi e  si denudano il collo e che affermano che di buon grado preferiscono la morte piuttosto che disobbedire alle prescrizioni della legge!.

Marco, in Guerra giudaica II 172-4,   Flavio mostra i giudei  pronti al martirio, a farsi massacrare,  persistenti  nel non accogliere le immagini di Cesare,  alla minaccia di sterminio di Pilato, assiso su un tribunale nel grande stadio / epi bhmatos en tooi  megalooi  stadiooi e chiarisce lo stratagemma del procuratore ex pretoriano.

Essendo stata convocata la folla come se  volesse dare loro una risposta, (Pilato)  fece ai soldati un segnale convenuto perché circondassero i giudei, in assetto di combattimento, per cui,  quelli, rinchiusi  da una schiera su tre file,  rimasero attoniti  a quella vista inattesa.

Marco, è questo il modo inerme di precedere ebraico, da tempo collaudato di fronte alla bia/violenza dei vincitori, armati!

Flavio  mostra nella sua narrazione  e in Guerra giudaica e in Antichità giudaiche il sistema della vittima, insegnato  dai farisei da decenni, opposto a quello  nuovo degli zeloti, di Giuda il Gaulanita, che risponde all’ oltraggio con oltraggio, al sangue con sangue!. Spesso negli ultimi decenni dietro al sistema vittimistico è nascosta la stasis  armata: all’indifeso  martire si sostituisce  lo zelota armato!

Ogni governatore di Iudaea e di Siria conosce questo metodo, che Flavio  falsamente  mostra come forma  che desta ammirazione, stupore e pietà  nei romani  che, invece, da militari, bollano e catalogano  come codardia, che cela  il fenomeno della resistenza armata  di bande di ladroni  aramaici, collegati con parenti parthici che vivono sui monti  e nelle zone di confine  ciseufraisiche e transeufrasiche, pronti a vendicare i fratelli, inermi, massacrati dai Romani!. 

Per ricordartelo  ti mostro, come ulteriore esempio,  quanto avviene nel 40  d.C. col governatore di Siria Petronio: gli ebrei, essendosi raccolti in una grande  pianura vicino Tolemaide,   con le mogli e coi  figli, per supplicare il governatore  per la salvaguardia della tradizione paterna e per la loro personale salute,  riescono con una preghiera collettiva e con lo spirito di remissione totale  a convincere Petronio, che lasciò tous andriantas  kai tas stratias/le statue e  gli eserciti  a Tolemaide, ed entrato in Galilea,  convocò il popolo e tutti i notabili di Tiberiade , dove parlò della potenza di Roma  e delle minacce di Cesare  per dimostrare che la loro richiesta era irragionevole/ thn acsioosin… agnoomona!

Il governatore aggiunge, infatti,  l’esempio di tutti gli altri popoli, soggetti/Upotetagmenoi, che  mettevano in ogni città, accanto alle statue degli altri dei,  anche la statua di Cesare e poi conclude mostrando di conoscere il modo di agire ebraicoIl fatto che  solo loro si opponessero  a questo uso  era una specie di ribellione  aggravata dall’offesa/to monous ekeinous antitassesthai pros touto skhedon aphistamenoon  einai kai metà ubreoos.!-ibidem194-

Per meglio confrontarlo con quello di Pilato, Marco,  ti mostro la risposta a Petronio degli ebrei  che adducevano la legge  e il costume patrio, secondo cui  non era lecito  collocare nemmeno  un’immagine  di dio  e tanto meno di un uomo, non solo nel tempio, ma neanche in qualunque luogo profano del paese!.

Ti preciso, allora,  anche il pensiero espresso dal governatore che sa bene che ormai da decenni si è convenuto che le insegne possono stare, fuori di Gerusalemme, dovunque, e  che lui, come i cives  giudei è suddito: devo anch’io osservare la legge del  mio padrone tou mou despotou; se io la calpesto  e vi risparmio,  giustamente, sarò messo a morte! Chi mi manda,  non io, vi farà guerra; anche io, come voi, devo obbedire!

Professore so come finisce la questione tra giudei e Petronio perché lei ce lo ha mostrato in Giudaismo romano II -e boolk Narcissus, cit.- evidenziando l‘humanitas del governatore ma anche la  perfidia giudaica, che cela sotto il martirio, la volontà di fare guerra a Cesare.

 Lei, comunque,  mi vuole ricordare che  Polemeesete…ara Kaisari;/farete guerra a Cesare?   è la domanda retorica  posta da Petronio ai giudei, sottesa già circa 10 anni  prima, al tempo di  Pilato obbediente al suo despoths Seiano, che ha coscienza di una prossima guerra polemos – cancellata dalla tradizione umilistica cristiana  del Gesù vittima, agnello sacrificale-.

Infatti, Marco, nel 40  i giudei rispondono alla domanda del governatore: noi sacrifichiamo due volte al giorno per Cesare e per il popolo romano,  ma se lui vuole far collocare le sue statue nel tempio,  deve prima sacrificare  tutto intero il popolo giudaico; insieme con le mogli  e coi figli essi  si sarebbero offerti  alla strage!. -ibidem197.  

Petronio, allora,   ritira le  truppe perché è cosciente della presenza  di un  popolo  aramaico, affiancato dagli  zeloti, anche se ora sono privi dell’assistenza militare dei parthi, vincolati dal recente trattato di Zeugma a non intervenire dopo la loro sconfitta ad opera di Vitellio e la fine dell’idea messianica!.

A questo punto, Professore, mi chiedo se  il comportamento di Pilato sia il medesimo o  diverso   durante la vita di Seiano sotto il governatorato di  Pomponio,  e  se sia del tutto cambiato sotto quello di Lucio Vitellio, un  filogiulio, legato da vincoli politici e economici ad Antonia Minore,  con Valerio Asiatico e Vinuciano, mentre concordo con lei che nel suo discorso sottende  che il ritiro delle  truppe e la millantata philantropia petroniana  sono  una copertura   per una giustificazione  futura di un governatore, astuto, che ha rapporti coi congiurati giudaici a Roma,  che già hanno dato assicurazioni  segrete sulla volontà di uccidere il sovrano-Dio!

Marco, la tua  richiesta sul comportamento di Pilato sotto Pomponio e Vitellio  è  prova  che non  ti è  chiara la situazione romana, né quella della provincia di Siria  – specie di Giudea, dove si è  costituito   il Regno di cieli   tra la  Pasqua del 32 e la Pasqua del 36,- quando a Roma  il comando dell’impero è ripreso da Tiberio dopo la denuncia di Antonia, tramite Cenide, poi comprovata dalla confessione in processo di Apicata, ex moglie di Seiano, circa la tresca amorosa del pretoriano con Livilla, con qualche illazione sulla nascita dei due gemelli, suoi nipoti!.

Tiberio, ora, che conosce  la verità sulla morte di Druso, fatto morire Seiano, grazie alla  collaborazione di Macrone, accertata la veridicità del racconto di Apicata, torturata,  fattala giustiziare con tutta la sua famiglia, compresa la figlia vergine, inquisiti amici e parenti di Seiano,   manda  lettere  a Pomponio e a Pilato,  quando già  a Gerusalemme, sta avvenendo  la stasis  aramaica messianica, mentre affida la nuora infedele alla madre Antonia, nota come donna di costumi integerrimi, che la fa morire di inedia, rinchiudendola nella sua  casa, mentre forse già è stato soppresso, a Ponza, Nerone Cesare,  dando, comunque,  mandato ancora di persecuzione al nuovo capo del pretorio, in senso antigiulio, tenendo  accanto a sé, come ostaggio, l’ultimo dei figli  maschi  di Germanico- precedentemente sotto il controllo della madre, Augusta Livia-  col proposito forse  di affiancarlo a suo nipote  Tiberio Gemello,  educati ambedue da comuni maestri, a Capri, interpretando  il decreto augusteo sulla successione come alternanza e non come precedenza  tra i due rami  imperiali. Non so se ricordi che Macrone  si avvicina, poco  dopo,  a Caligola,  astro nascente, ai  Giuli e ad Antonia, che ha ancora intatto il potere politico su molti uomini legati alla memoria di suo figlio Germanico, preoccupata  apparentemente del suo impero finanziario ed economico, rimasta a Roma,  da dove senza minimamente intralciare l’operato dell’imperatore caprino,  manovra  il senato, anche se non allevia le sofferenze di Druso Cesare imprigionato sul Palatino e nemmeno  quello di Agrippina a Ventotene – maltrattata dal centurione  e quasi accecata! – che vanno ambedue  a morte  all’incirca due anni dopo la morte di Seiano.

Ricordo bene, Professore. Comunque, lei, sottendendo il Regnum del Christos a Gerusalemme,   pensa che Pilato sia a Cesarea Marittima,  protetto  dalla  flotta, agli ordini di Capitone e di  Pomponio Flacco – fino alla sua morte, forse, agli inizi dell’anno 34!- e che  vi rimanga fino all’arrivo di  Lucio  Vitellio, nuovo governatore di Siria con un duplice mandato secondo Antichità giudaiche -ibidem 120,- uno  di fare guerra  ad Artabano III  ed uno contro Areta IV, – reo di aver combattuto senza ordine romano, contro Erode Antipa e di averlo vinto,- con un preciso comando,  quello di marciare contro di lui e di inviarglielo in catene, qualora lo catturasse vivo, e se morto,  di mandargli la testa-   ibidem 115-.

Professore,  dalle fonti in nostro possesso ( Svetonio,  Tiberio LIV; Tacito, Annales  VI, 25; Dione Cassio, Storie, LVIII,11.9) oltre a Flavio, il mandato di Vitellio  sottende che Pilato- non esercitando più la sua funzione prefettizia-   come militare debba essere al  servitium del suo superiore, specie nella  seconda spedizione  contro Areta   al momento dell’occupazione di Tolemaide, città che è presso la grande Pianura in territorio samaritano?

Certo Marco! Pilato deve far parte  con i suoi milites  delle  due legioni di fanteria pesante e leggera e dei reparti di  cavalleria  annessa a loro come ausiliaria -cfr Ant giud., XVIII, 120.- Ti faccio notare, amico, a questo punto,   che in Guerra Giudaica, libro II  non c’è alcun cenno dell’impresa di Lucio Vitellio, anche se poi parla del figlio Aulo Vitellio dettagliatamente, nel IV libro (495,546-547,549, 586,588, 594, 596,  598, 606, 619, 631,633-634, 636, 638, 641, 643, 647, 649-651, 654-655).

Mi è sfuggito questo dato, professore. Strano!

Non è affatto strano, Marco, che nel 74  non si parli di Lucio VitellIo!: ai flavi non piace affatto dare il titolo di storico ufficiale ad uno  che loda l’impresa giudaica del padre di Aulo Vitellio- imperatore dall’aprile a dicembre del 69, loro nemico ed uccisore di Sabino, fratello di Vespasiano!-I flavi impongono di  tacere dell’impresa parthica e della pacificazione giudaica successiva! Il silenzio dei flavi, poi, è utile ai cristiani che eliminano la vicenda del Christos.

Quanto è difficile fare storia, professore!. Troppi silenzi sono imposti dai vincitori agli storici!

Marco, noi dobbiamo pensare che Pilato  ora segua  Lucio Vitellio e che  sia  a fianco di Erode Antipa,  con cui sale a Gerusalemme, dopo aver fatto la strage dei samaritani che  forse  tenevano ancora Tolemaide,  dopo il Malkuth – a cui avevano aderito -.

Mi sembra di aver chiarito  molte cose, professore! Riassumo. Dunque, Tiberio, liberatosi dei  nemici interni, riprende la politica orientale in opposizione  alle pretese  sull’Armenia,-dove Artabano ha posto come re  suo figlio Arsace –   alle rivendicazioni  sulla choora  della Siria, della  fascia mediterranea, della Celesiria e Fenicia, come patrimonio degli achemenidi e dei seleucidi, in una volontà di stroncare i collegamenti tra  i giudei aramaici  di Iudaea, promotori del malkuth celeste / il regno dei cieli e i giudei parthici  e la coalizione antiromana  di Areta IV col re dei re, avendo, inoltre, timore di altre sommosse locali – Flavio XVIII,96-.

Marco, ti faccio,  infine,  notare  che Vitellio ha avuto un mandato difficile più  arduo di quello di Petronio,  che deve reprimere  una rivolta, causata solo dalla volontà di Caligola di porre il suo colosso nel tempio di Gerusalemme,  che, comunque risulta  massima provocazione  per il giudaismo messianico,  già sconfitto !

Per noi, Marco, quanto scrive Flavio poi da 96 a 119  riguarda il tempo degli   avvenimenti del  Malkuth ha shemaim, quelli  dei cinque anni del regno di Jehoshua,  epoca da tutti gli storici ritenuta  di inerzia  assoluta dell’imperatore romano, che invece fa una politica nuova orientale tramite Macrone e Caligola,  in cui Tiberio – pur rimanendo a Capri-   ancora  sta facendo le epurazioni in Roma e in Italia  inquisendo seguaci, amici e parenti di Seiano ucciso,  compreso Giunio Bleso, richiamato dopo la vittoria su Tacfarinate. Comunque, Marco, alcuni vecchi storici sembrano concordare con me circa  la confusione cronologica  di Flavio e di Tacito, –  A. Garzetti      (La Data dell’incontro all’Eufrate di Artabano III e Lucio Vitellio  legato di Siria in ” Studi in onore di A. Calderini e di R. Paribeni “vol. I, 1956, pp211-229,)  e  L’impero da Tiberio agli antonini, Bologna, Cappelli 1960, – es altri,stranieri,   cominciano ad affrontare  storicamente il contributo reale di Lucio Vitellio, per ovvi motivi stroncato dalla dinastia  Flavia  -cfr.J.P.Lémonon, Ponce Pilate, edAtelier,2007-.

Quindi, professore,  il suo giudizio sull’ultimo atto di Pilato  è in relazione alla figura di Vitellio, un legatus  romano  amato dagli ebrei  ritenuto un benefattore specie dall’elemento sacerdotale ed erodiano, anche se ha distrutto il Regno dei Cieli?

La condanna di Pilato all’esilio è da connettersi col mandato di Vitellio, che conclude la sua missione  antiarsacide  tra  il tripudio dei gerosolomitani  e con la punizione dei samaritani,  azioni, però, non addebitate al governatore  di Siria,  ma al prefetto di Giudea ex seianeo, capro espiatorio della situazione.

Ho pensato  a questa  soluzione  quando scrivevo Vita sublime di G. Cesare Germanico Caligola e.book  Narcissus 2016,  che è testo eguale a  Caligola il sublime 2008 con la premessa di  Per una datazione di  Consolatio ad Marciam di Seneca, in cui individuo in  Erode Agrippa il vero capo di un gruppo di congiurati che, però, sono prevenuti dai pretoriani che, temendo la partenza di Caligola  per Alessandria, nuova capitale, avendo di timore  di perdere la liquidazione,  lo uccidono! Allora ho ritenuto il povero Pilato come condannato per la sua reintegrazione. nel corso già di una  nuova politica caligoliana, nella sua carica  prefettizia,  a subire la malevolenza giudaica samaritana, perché  bollato come crudele seianeo!  ed allora ho rilevato meglio la figura di Petronio Turpiliano, confrontato col suo predecessore Vitellio, che avendo inaugurato una nuova politica nei confronti del giudaismo vinto, è esemplare per il successore!

Per me, Marco, ripeto,  Petronio  che mostra  thauma kai oiktos/ammirazione e pietà  per lo zelo religioso dei giudei e che,  senza decidere niente,  li licenzia, da una parte è funzionario in linea col comportamento di Vitellio accondiscendente verso i giudei, remissivi ed imploranti, e da un’altra  è  vir sospetto! Petronio non è  un praefectus tiberiano e caligoliano che fa sempre  il suo dovere  e spietatamente  esegue, fedele al suo imperatore! uno che agisce disobbedendo agli ordini ricevuti  e tergiversa,  chiaramente è un traditore, collegato con uno dei tanti gruppi di congiurati, dissidenti e contrari al riformismo di Gaio- già deciso ad invadere il territorio parthico e a fare una  preventiva deportazione o un  eccidio dei giudei-!

Erode Agrippa,  tetrarca, allora, a Roma, a corte,  centrale in questa congiura, è l’anello di congiunzione tra  i dissidenti romani e i rivoltosi pacifici  giudaici, tra cui  Aristobulo, che consigliano a Tiberiade,  la strategia di tergiversare e di inviare una lettera a Gaio! Infatti  il governatore di Siria  fa ogni azione secondo legge, da politikos: organizza colloqui coi maggiorenti di Tiberiade, sudditi ora di Erode Agrippa, fa pubbliche adunanze popolari in cui manifesta la potenza militare di Roma e di Gaio, specie quando si rende conto che  i giudei, inoperosi da cinquanta giorni,  non hanno seminato e perciò non possono pagare il tributo.

Inoltre il governatore  mostrando di temere i collegamenti tra giudei e i parthi- che sono della  stessa etnia, lingua e religione- quando  già Caligola ha deciso il bellum parthicum, da iniziare  subito dopo l’insediamento nella nuova capitale di Alessandria, per  dirigere da lì le operazioni belliche,   aumenta i sospetti  di collusione con chi, come Agrippa,  non vuole né la profanazione del Tempio né  una tale guerra contro i fratelli aramaici. Infine mi sembra  strano il discorso (di un magistrato, suddito nei confronti del despoths, suo signore-dio,  lui legatus all’ imperator,) che io  ho tradotto lettera, in discorso diretto,  più efficace rispetto a  quello indiretto:  se vuoi perdere, oltre agli uomini, anche la regione, conviene non violare  la loro legge e far cadere l’ordine dato/ ei mh bouletai pros  tois andrasin  kai thn khooran apolésai, deoi phulattein te autois  ton nomonkai parienai to prostagma!.

Un governatore così può parlare a Caligola?! Impossibile!.Neanche sono parole pensabili da un governatore  tiberiano e  caligoliano, cioè di un una creatura  umana che parla  col suo Dio, di un suddito col suo autokratoor divino, legge vivente, di un legatus col suo imperator!

Ridicola in un tale contesto è la  decisione: preferisco correre il rischio/parakindineuton emoi  mallon! Ancora più sciocco e non praticabile il pensiero successivoh gar tou theou sunergountos  peisas Kaisara sootheesomai met’umoon hdeoosh parocsunthentos uper tosoutoon etoimoos epidoosoothn emautou psuchhn /o  infatti con l’aiuto di dio convincerò Cesare  ed avrò la gioia  di essere salvo  insieme con voi  oppure, se si adirerà, sarà pronto a dare la vita  per un così gran numero di persone!. 

Marco, io penso che solo un traditore filogiudaico, connesso ai circoli anticaligoliani della capitale e coi pretoriani già esautorati e sostituiti coi germani, può seguire il consiglio di Aristobulo, fratello di Agrippa, di Elchia, capo della cavalleria del tetrarca di Galilea e Perea  e di Iturea,  e di un  misterioso Anziano- Flavio, Ant. Giud.,  XVIII 263-288-

Professore condivido il suo pensiero, specie in relazione all’ordine divino di  Gaio di porre la sua statua /colosso entro il tempio di Gerusalemme,-simbolo concreto per la  tradizione, giudaica, di una comunicazione tra dio e il suo popolo eletto-! Professore, perciò io penso  che se questo- la profanazione templare!- accade 10 anni dopo  l’azione di Pilato,  che, invece, conosce  i movimenti già palesi  della ideologia messianica ed esegue conformemente gli ordini di Seiano, assume altro valore rispetto  a quanto poi  detto dai Cristiani, che santificano perfino  l’uomo sotto cui patì il signore,  vedendolo come strumento di Dio,  necessario per la umana  redenzione!  Sto comprendendo bene la lezione ?!

Certo, Marco, Sei Bravo!  Roma già dieci anni prima voleva  applicare con Seiano il piano così crudele di  sterminio di un popolo! -Flavio, Guer.Giud.II,197-

Quindi, professore, devo pensare che una cosa è l’azione di repressione seianea in epoca  Tiberiana  ed una  quella  petroniana in epoca caligoliana, dopo l’eccidio alessandrino,  anche se l’autore  flavio usa gli stessi termini per indicare il comune stupore e meraviglia di fronte alla pietas di un popol,o che preferisce la morte alla vita, per la tradizione patria,  specie se si considera l‘animus occidentale e  lo sberleffo con scorregge  e con altre  villanie  del centurione Celere-(Cfr. Guer. Giud., II, 224-25 ), condannato poi da Claudio, dopo un processo a Roma e dopo il ritorno a Gerusalemme  a morire, costretto a  passare tra la folla di giudei inferociti per l’offesa volgare al Tempio-  ibidem 231.

Claudio dava soddisfazione al popolo giudaico,  facendo punire il colpevole  reo di aver scoperto il deredano e di scorreggiare mentre faceva il servizio di guardia dall’ alto della torre Antonia, facendo sorgere una  sedizione che era costata la morte di 30.000 persone, chi per la ressa, chi per la spada dei soldati romani, in Gerusalemme,  durante la festa degli Azimi!

Dunque, Marco, bisogna fare distinzioni e capire che  Pilato non si trova nella condizione di  Cumano,  quindici anni dopo, inquisito dal suo superiore Ummidio Quadrato, governatore di Siria! Pilato ha il pieno appoggio di Seiano e  la sua condotta provocatoria  è accettata grosso modo da Pomponio  per cui la sua  meraviglia di fronte allo spettacolo di una rappresentazione  di un così intenso spirito religiosouperthaumass to ths deisidaimonias akraton, pur considerata massima da  Flavio, non è reale, ma è una forma letteraria, un topos della pietas giudaica per la romanitas,  degli scribi  ellenistici che traducono il testo aramaico del sacerdote ebraico!

Lei, professore, non  concede che Pilato faccia la successiva operazione di ritirare le truppe e di farle tornare con le semaia a Cesarea  perché impressionato  da tale manifestazione sacerdotale  giudaica!  Pilato è un militare di professione  – lo stesso  soprannome lo dichiara-   che sa di focolai accesi per la Idumea e  per la  Giudea oltre  ai tradimenti samaritani, ora attirati dai  galilei aramaici e peraici della  tetrarchia di Erode Antipa, all’idea messianica  e  quindi è un prefetto prudente  che ritiene opportuno non insistere nella  provocazione in quanto conosce  la connessione  tra samaritani e  galilei, avvenuta  in relazione al divorzio tra Erode e la figlia di Areta e all’arrivo di Erodiade e agli anathemi dei farisei e di Giovanni-  e forse di Gesù – per le nozze incestuose tra zio e nipote. Il ritiro di truppe è una strategia militare di  prudente cunctatio/ temporeggiare  per trovare un’altra soluzione che faccia esplodere l’ insofferenza ebraica  ed autorizzi  l’intervento delle legioni romane  in modo drastico e risolutivo!.

Professore, per lei Pilato ha dato  prima la lezione ai giudei – io come voi, come sudditi, obbediamo all’imperatore, l’unico comune dio! –  e poi senza fare altri interventi, ha portato via le insegne imperiali indesiderate e le ha ricondotte  a Cesarea, secondo gli ordini ricevuti anche se avrebbe voluto personalmente fare diversamente. Infatti in altri tempi lei  ha scritto che  obbedire all’ordine di Seiano era rischiosissimo, essendo conosciuto lo spirito  giudaico e considerato il rapporto tra giudaismo e Gerusalemme: era come interrompere una manifestazione diretta della comunicazione umano-divina  di un popolo col suo Dio sul monte del Tempio, una profanazione con la volontà di provocazione di una stasis/rivolta (Jehoshua o Iesous?,cit.) in un momento in cui si stavano unendo le due anime giudaiche quella aramaica e quella ellenistica, in quanto il popolo seguiva le direttive sadducee  e le loro richieste  di autonomia, perché sdegnati coi romani  che li avevano privati dei loro specifici poteri di propria elezione pontificale e di custodia della  stola,  ora tenuta  sulla Torre Antonia, da un phrourarchos/comandante di presidio. PiIato  conosce inoltre,  il fanatismo integralista dei farisei. che hanno il sicuro supporto armato dei zeloti  ed è incerto sulla condotta   degli erodiani, giuli, che comunicano  con lettere e con corrieri ogni accaduto in Gerusalemme  al governatore di  Siria ( e quindi l’imperatore), informandolo delle sue azioni.

Infatti,  secondo Filone, Tiberio,  conosciuto  che, con la sua azione,  ha provocato  novitas /  tolmatos  kainourgethentos,  in Gerusalemme città santa, è  adiratissimo/barumesis  – Legatio ad Gaium 304/5-. Nella lettera del 40, scritta da Erode Agrippa a Caligola  si dice, in riferimento a questo o ad altro avvenimento, che quattro erodiani denunciano all’epoca  la politica di Seiano e la novitas  di Pilato che provocano la reazione popolare giudaica. Ciò spiega il comportamento di  Tiberio   che ordina  a Pomponio direttamente di far  ritirare le truppe di Pilato  a Cesarea  e a fare  ristabilire il prefetto  nella sede assegnata,  lasciando il palazzo di Erode gerosolomitano, dove si era insediato per dirigere le operazioni antigiudaiche!.

Insomma, Marco,  Pilato più che turbato dalla volontà di martirio giudaico è costretto a ritirarsi  da  un superiore ordine del governatore di Siria che  conosce  meglio di lui il fanatismo giudaico!.

Professore, mi sembra di aver capito  bene la lezione su questa prima  operazione di  Pilato. Mi dica, ora, la seconda.

Marco,  questa è operazione ancora più grave perché Pilato  non solo turba gli equilibri  territoriali e cittadini, ma anche quelli  templari perché, facendo lavori che interessano il tempio, deve pagare gli operai  qainiti, che hanno costruito l’acquedotto, che va dalla zona di Betlemme fino al Tempio, collegando varie sorgenti.

Non capisco il male fatto da Pilato? Anzi mi sembra opera encomiabile, propria di un  prefetto che porta il contributo della scienza romana a vantaggio dei giudei  e quindi  risulta un colonizzatore benefico!

Tu, cristiano,  a distanza di secoli, senza entrare in situazione,   superficialmente leggi l’opera di Pilato come un beneficio per una  popolazione  barbaricamente attardata,  e  non rilevi, come un aramaico, la profanazione del luogo santo intorno a Sion, fatta con operai  che costruiscono un acquedotto romano, in cui è chiara la manus di Roma con la  maestosità  monumentale, opposta a quella religiosa templare. Inoltre neanche rilevi l’illeicità del pagamento di Pilato, che non paga di tasca propria con  denarii del fisco imperiale– neanche la moneta con  l’effigie dell’imperatore può circolare in città!–  romani,  ma col Karbonas, il sacro tesoro del tempio, destinato alle vedove e  ai bisognosi.

Marco,  come giudicheresti un parroco che prende le elemosine e le intasca quotidianamente  per comprare una villa per i nipoti o un governatore italiano eritreo che saccheggia un santuario per fare regali alla moglie o uno inglese che deruba le perle di Shiva per regalarle alla figlia?!

Capisco! ora capisco, professore! E’ un sacrilegio! Insopportabile per un popolo soggetto, analfabeta, sobillato dal sacerdozio!

Seguiamo, Marco, per meglio entrare in merito,  il testo di Flavio (Ant. Giud.,XVIII ,60-62) che tratta della  canalizzazione dell’acqua, un fatto  riportato  anche da Guerra giudaica (II, 175-177), che divergono di poco e  solo nella lunghezza di 200  stadi o di 400  (Guerra Giudaica) ed indicano chiaramente il tempo di epoca seianea  e forse proprio del 30-31 d.C. quando il pretoriano essendo  all’apice della sua fortuna (Caligola il sublime, cit.), approva la dura repressione: Infatti la folla ribolliva di sdegno ed una volta che Pilato si trovava a  Gerusalemme ne circondò il tribunale schiamazzando -era numerosa!- chiedendo  di desistere dall’impresa, unendo insulti e ingiurie  e villanie tanto che il prefetto, che aveva previsto il tumulto, aveva sparpagliato  fra la folla soldati  armati, vestiti  in abiti civili,  con l’ordine  di non usare le spade, ma di picchiare con bastoni i dimostranti. Perciò ad un certo punto, diede il segnale.

Professore, questa particolare strategia  è tipica dei pretoriani a Roma  già nel 19! Questa  le ha fatto pensare ad un Pilato  ex pretoriano, abile  a mimetizzare i suoi milites tra la folla in abiti civili?

Questo ed altro mi hanno indirizzato a connotare Pilato come pretoriano, abituato ad operazioni segrete specie nel periodo dell’espulsione ebraica da Roma:  travestirsi, infiltrarsi, agire in relazione ad altre spie, coordinate per una  comune azione  sono espedienti  che richiedono tempismo e esercizio – non sono azioni che si apprendono   in un giorno!- che i giudei mostrano in seguito di aver appreso anche loro   nel periodo della procura di Felice uccidendo in Gerusalemme i soldati schierati di guardia a postazioni,  come sicari, zeloti in abiti comuni ebraici armati di sica !

Professore , che succede al segnale convenuto di Pilato?

Accade che all’attacco improvviso  i soldati  picchiano i dimostranti  e il popolo impaurito, fa ressa tanto  che  molti vengono uccisi mentre altri, spaventati, spingendosi tra  loro e calpestandosi muoiono  durante il fuggi fuggi!

Flavio mostra a conclusione uno spettrale silenzio /to pleethos esiophsen/  la folla  ammutolì!

La folla in silenzio sfolla , cedendo alla bia  di Pilato, convinta della irregolarità ed ingiustizia romana! Più che l’altra azione questa fa arrabbiare Tiberio! la scena finale con tanti morti a terra  col silenzio di morte!

Per i giudei dunque, professore,  Pilato non doveva toccare le fonti  che alimentavano  il tempio e non poteva pagare servendosi delle entrate sacre templari!

Marco, dovere di un aramaico è morire pur di far rispettare la legge mosaica che considera intoccabile il Karbonas e che impone la protezione dell’area sacra, dove alita lo spirito di Dio!

Ho capito anche questo, professore!. Devo chiedere, però,  se l’accusa a Pilato   è solo da parte aramaica o da parte ellenistica, che è costituita da sadducei ellenizzati e romanizzati da due secoli e quindi aperti alla industrializzazione e al progresso?

Marco, rifletti! Il clima è già messianico nel trenta  –  c’è l’Avvento del Signore!- e quindi certamente domina lo spirito  di una supremazia della pars aramaica, popolare,  anche in Gerusalemme, su quella nobiliare sacerdotale ed erodiana, che concordano ed accettano il beneficio dell’acquedotto, ma condannano il latrocinio  del tesoro templare per il pagamento dell’opera romana, per cui  si avvicinano ai fratelli tumultuanti !

Bene professore! lei ci ha spiegato il valore dello stadio atticoalessandrino di circa 177,60 metri  e quindi, facendo  i conti, Pilato costruisce  un acquedotto di circa 200-400 stadi, equivalenti a km. oscillanti tra 35,52 e 71,04, mentre la distanza tra le due città non supera i 10 km!

Lo storico dà due diverse  misure  per equiparare forse l’acquedotto ebraico a quelli italici, spagnoli e gallici, avendo vaghe notizie circa il gradiente, ipotizzato  e raccomandato da Vitruvio (De architettura, libro X) o da Frontino  (De aquae ductu)?. Flavio è un sacerdote birbone, un  militare che si occupa di tutto anche di acquedotti  e forse per questo dà due misure sapendo che gli idraulici raccomandano la misura di O,34 per 1000 metri, per cui con duecento stadi già si supera l’indice di Vitruvio, in quanto dopo  5 km si  degrada 17 metri e dopo 10  di 34 metri e dopo 20 di 68, dopo 40  di134 m, cosa  non compatibile nemmeno con quello del Serino!

Le due misure, rispettivamente  superano ampiamente i parametri in relazione alla differenza di altezza della zona sorgentizia betlemita  e di quella gerosolomitana.

Marco, tu sei ingegnere e comprendi meglio di mei – io non ho competenza specifica, anche se ho fatto opere murarie e sono figlio di un fontaniere che faceva ad occhio e parlava di ‘ngannata/  all’incirca, operando alla meglio, provviso-riamenteIl giudeo Flavio, campanilista e apologetico,  fa di queste sparate forse per avvicinare questo acquedotto, opera di Pilato,  di cui,  secondo archeologi ebraici, ci sono ancora tracce nella zona montuosa tra le due città, a quello italico, augusteo!  L’ ebreo vuole fare paragoni forse con quello di Serino, fatto da Agrippa nel 33 a C, per approvvigionare la classis misenensis, dopo  un percorso di 96 km.

Professore,  i vangeli parlano di  Betsetha, di Siloe  e di altre piscine, gerosolomitane mentre la Bibbia parla di Salomone (VIII,186)  delle sue vasche,  all’incirca,  nella zona di  Betlemme!. Cosa pensa  in effetti del lavoro del sannita  Pilato?

Marco, la descrizione di Flavio,  non è  sempre  attendibile; comunque, ti posso solo dire  che né Salomone, che, pur aveva fatto condutture di acque per il tempio,   provvide a rifornire la città di acqua e nemmeno Erode lo fece, che pur pensò ad un rifornimento per Herodion.

So  da  Luigi Moraldi, Antichità giudaiche, volume II,  nota 24 del libro XVIII, 60 , che l‘acquedotto prendeva inizio  a 3 km a sud di Betlemme e  faceva un lungo tragitto – Ain Arrub, Techoah , Betlemme,  Sur Bahir – e portava l’acqua  a Gerusalemme  e che fu restaurato più volte  e solo nel 1918  sostituito con tubi !-pag.1115-

Marco, sappi che la zona di partenza dell’acquedotto  vicino a Betlemme si trova  in una regione montuosa, che è un altopiano  di una  trentina di metri più in alto di Gerusalemme – zona di  Betsetha,  che, all’epoca  di Gesù, era il punto più alto, dove erano  le sorgenti di acqua, a  754 metri,  rispetto a quelli di Ain Etan a metri 783!. Lo storico non ci dice, comunque, il tragitto effettivo  ed è vago  circa le la presenza di condutture in Gerusalemme, per cui il tracciato delle condutture potrebbe essere di molto più lungo rispetto alle attuali distanze tra le due città e il gradiente potrebbe rientrare nella norma romana degli acquedotti.

Professore,  anche se non si può  rilevare il sistema gradiente in relazione  alla distanza effettiva del  luogo di arrivo rispetto a quello di partenza, si può forse dire che Pilato, conoscendo quello del  Serino- Acquedotto augusteo-  che parte da un’altezza di 376 metri del Terminio in Irpinia, un monte della catena dei Picentini, -ripristinato da Tiberio, che da Pozzuoli fa servire tutta la zona di Arco Felice e  dei Campi Flegrei per dirigere  le condutture  verso  Bacoli e Baia e la Piscina Mirabilis,- non segue i criteri  vigenti per un normale graduale scorrimento dell’acqua?

Forse Marco,! ma non è sicuro! Si sa solo che l’acquedotto augusteo servì anche per le condutture di acqua sul ponte di Caligola  -secondo Dione Cassio St.Rom., LIX 17,1-:  vi furono costruite anche stazioni di sosta ed anche alloggi con condutture di acqua corrente potabile ! (Cfr. Caligola il sublime cit.pag.148-)!.

Su questa seconda operazione, professore ho capito tutto-mi sembra-! Ora mi dica della terza, certamente avvenuta dopo il malkuth celeste, sotto la procura di Vitellio, in un altro contesto, in un’altra situazione a seguito di episodi  di guerriglia  per la Grande pianura tra samaritani e giudei e poi tra samaritani e Galilei.

Marco,  noi  delle operazioni fatte in Giudea da Pilato  conosciamo due  compiute prima della morte di Elio Seiano ed una contro i samaritani, datata nel corso dell’arrivo di Lucio Vitellio e della resa della città al vincitore di Artabano, accolto trionfalmente in Gerusalemme nel 36, anno della consegna e della crocifissione del nostro Gesù. Si pensa che tale azione venga fatta dopo la fine del Regnum del maran aramaico, quando Pilato può tornare in Gerusalemme, probabilmente a fianco del governatore di Siria suo superiore,  dal quale ha  forze per attaccare i samaritani, dopo la Pasqua e la crocifissione del Messia.

Da tale suddivisione di Flavio, sembra potersi rilevare l’organizzazione  generale originaria  dell’autore del  XVIII libro di Antichità Giudaiche, che predispone il racconto  della procura di Pilato, una parte prima dell ‘evento messianico ed un’altra dopo.

Infatti l’attuale divisione sul mandato di Pilato, esaminato  tra la descrizione dell’impresa dei busti imperiali- 55-59- e della costruzione di un acquedotto – 60-62 – e la punizione dei samaritani- 85-89  ingloba e il testimonium flavianum e l’episodio di Paolina e  quello della cacciata degli ebrei, scritti successivamente per riempire la porzione dedicata al Christos (63- 84)-.

Marco, Flavio ha parlato delle tribolazioni inflitte ai giudei  da Pilato ed ora aggiunge, come se non ci fosse altro, in mezzo,  quelle patite dai Samaritani.

Infatti scrive, riallacciandosi al discorso precedente sulle azioni  del procuratore – Antichità giudaiche  XVIII 61-.  Anche la nazione samaritana  non andò esente da simili mali – ibidem 85-

Professore, non sorprende che il sacerdote Flavio – ex governatore della Galilea, vinto da Vespasiano ad Iotapata e fatto prigioniero,  conoscitore della  rivalità  di lunga data tra Galilei e samaritani, per il passaggio più comodo per andare a Gerusalemme rispetto a quello  scomodo lungo il Giordano, acuita da Erode il grande e dai romani  che privilegiano Samaria /Sebaste e i suoi abitanti, militari filoromani, esplosa in seguito  in un contrasto armato sotto Cumano (Ant. giud.XX,118-136), settimo procuratore della Iudaea, dopo il sesto, l’ebreo  scismatico, apostata, Tiberio Alessandro,- subito dopo la fine del Regno dei cieli, mostri il mal governo di Pilato?

Marco , il  giudizio  di mal governo a Pilato (che prima con Seiano ha eseguito ordini e, poi, in assenza di potere,  ha operato conformemente alla volontà di Pomponio  e di Tiberio, senza  riuscire a far fronte ad una coalizione aramaica così forte come mai si era verificata- neanche  all’epoca di Antigono asmoneo  e dei tre capi  di un esercito  invasore  parthico di Orode nel 40 a.C. con Labieno,  Pacoro  e  Barzafane- ed infine ha svolto un’operazione di punizione contro i  samaritani, che probabilmente erano stati coinvolti nell’impresa messianica) sembra essere pesante per un procuratore che ha fatto il suo dovere,  a meno  che ci sia nascosto qualche episodio, noto a Lucio Vitellio, che poi fece relazione  e scrisse nelle sue Memporie/ upomnhmata  o noto  ad Erode Antipa  anche lui  zelante relatore del trattato di Zeugma  e dei fatti samaritani.

Il fatto che Pilato è inviato a Roma,  per discolparsi, da Vitellio,  mi pare che sottenda  una volontà di dare un capro espiatorio di un evento indesiderato dai romani,  giustificandolo con la repressione samaritana illegittima, ultimo atto ufficiale  del procuratore di Giudea!

Alla luce dei lettori della  relazione scritta,  Macrone e Caligola, c’è  l’oscuro  silenzio di Giuseppe Flavio in Guerra giudaica sull’impresa di Vitellio:  sembra  che il giudizio  negativo su Pilato abbia un’altra motivazione che può sottendere un fatto  come l’evento messianico, non proponibile da Flavio storico  ufficiale del soothr Vespasiano,  che scrive nel 74 il bellum iudaicum, da poco finito, con la presa di Masada, fortezza in cui  si manifesta  l’ ultima ed estrema eroica  resistenza ebraica.

Marco, secondo  me,  Roma ( Macrone e Caligola)  vuole ricucire, nel 36 d.C. dopo l’evento messianico,  lo strappo con i samaritani che erano stati fedeli con le truppe ausiliarie e con la popolazione  già dal tempo di Archelao in cui galilei e giudei combattevano contro  di loro  tanto che il re veniva accusato dalle ambascerie congiunte di entrambi i fronti, che ne chiesero l’esautorazione  e la ottennero (Guerra giudaica, II,112) il pretoiano e l’astro nascente giudicano,ora, il governo di Pilato e lo puniscono per premiare i samaritani da  utilizzare  forse come alleati nella prossima  guerra coi Parthi,

Caligola appena salito al potere pianifica l’invasione della Parthia destinata ad essere inglobata ed annessa, come  già aveva  preventivato Marco Antonio, il bisnonno del futuro imperatore!

Pilato, pur agendo  secondo legge,  pur andando  solo contro i riti samaritani, non contro giudei  e samaritani che si azzuffano per  motivi religiosi deve essere sacrificato alla nuova politica del nuovo sovrano!.   I samaritani,  guidati da un goes, un ciarlatano definito uomo di menzogna, un demagogo   che, abituato ad imbrogliare la popolazione  dopo averla abbindolata, la guida in massa, al  Garizim, che per la loro tradizione è la montagna  sacra per antonomasia-  sono per Roma  caligoliana  ingiustamente puniti!- Ibidem 85-.

E’ chiaro che  Macrone e   Caligola sono indifferenti alla  cerimonia religiosa   che in un certo senso ricompatta i samaritani, turbati dal movimento messianico,  sul monte Garizim-  dove sarebbe stato mostrato  il vasellame sacro,  nascosto da Mosè-!. I romani  sanno bene che   anche i samaritani si nascondono dietro la pietas religiosa per fare  una rivolta, simile  a quella  del Christos   e perciò  sul Garizim si sarebbero riuniti uomini in armi  e popolo per andare numerosi sul monte- ibidem – Ai due gestori della  politica orientale nel 37, epoca del dell’esilio,  poco interessa se Pilato, ingannato dalla presenza dei militari,  secondo Flavio, li prevenne  occupando prima  di loro  la cima  con un distaccamento  di cavalleria e di soldati con armi pesanti  ed  affrontò quella gente  e in una breve mischia  in parte li uccise, in parte li mise in fuga, mentre prese molti come schiavi e  tra questi mise a morte i capi  più autorevoli – Ant. giud. XVIII,87-

Per loro conta solo  per il momento il ripristino della pax nella zona samaritano-galilaica ! E’ già pronto come  tetrarca, il fedele Erode Agrippa!

Flavio, comunque, tace sulla partecipazione di Vitellio all’impresa di Pilato : il silenzio conviene quando bisogna nascondere episodi non graditi ai vincitori flavi!

Comunque, Marco, Vitellio   è accolto di nuovo  con sommi onori in città che risulta pacificata- dopo la controrivoluzione sadducea ed erodiana, dopo il ripristino della fedeltà a Roma con la costituzione di un nuovo sinedrio,! Anzi, ora  dopo il favore del passaggio dell’esercito con le immagini  nel territorio samaritano, invece  che su quello giudaico,  per la guerra contro Areta,  il prefetto soggiorna riverito dal clero e dagli erodiani, nella città Santa,  avendo stabilito di  passare per la grande pianura/mega pedion.

Nota, amico, come Flavio  conosce bene il luogo, in Guerra giudaica, II 188, parlando di Petronio, descrivendo la città  di Tolemaide che  sorge  all’ingresso della grande pianura  ed è circondata da catene  di montagne: ad oriente,  a sessanta stadi di lunghezza dai monti della Galilea , a sud dal Carmelo   dista centoventi stadi,  a nord dai monti  più elevati che gli abitanti del luogo chiamano  scala dei Tiri e distano cento stadi.

L’ accusa dell’eccidio, fatto da Pilato,  al tribunale di Vitellio,  vincitore di Artabano, e ripristinatore della pax augusta romana in Gerusalemme,  da parte del sinedrio samaritano, che afferma che la  sosta a Turathua  era stata concertata  proprio  per sottarsi alla persecuzione di Pilato- ibidem- che forse li  voleva punire per l’aiuto dato al messia galilaico- non è credibile!.

Perché? professore

i Samaritani non sono più  fedeli ed hanno anche loro motivo di  odio contro la rapacità dei pubblicani – non essendo più esentati da tasse e tributi!-e contro la giustizia romana sommaria!

Noi abbiamo maturato da tempo l‘idea che  combacia e si sposa bene con  la  volontà  dei samaritani– uomini  sempre fedeli sotto Tiberio,  anche se legati  ai giulii   e ad Antonia, che ha all’epoca al suo servizio anche Valerio  Asiatico e  Lucio Vitellio(legati  ancora alla memoria dell’Augusta   in epoca di Claudio)- ormai  convinti di essere accomunati  ai giudei  e di doverne  seguire  la stessa sorte.

Flavio nel 74 ormai non distingue tra le varie popolazioni della  zona  ostili a Roma  e non  facendo cenno alcuno dell’impresa di Vitellio, troppo preso nell’ upourgia  discorso celebrativo dei flavi,  segue invece i vincitori che impongono il silenzio sui vitelliani. Marco, all’epoca , non è conveniente, ai fini di una ricerca  di una pacificazione allora in atto  tra i cives romani a Roma, parlare di Lucio Vitellio, senior, pater di Aulo Vitellio  quando un suo figlio Aulo Vitellio – fatto uccidere dopo la  seconda  battaglia di Bedriaco, insieme al fratello minore Lucio Vitellio  iunior e i nipoti, per aver  decretato la propria rinuncia all’impero, davanti a Sabino fratello di Vespasiano, fatto poi massacrare  proditoriamente dalla plebaglia, ancora a lui favorevole- un generale, di grande valore e di pretigio politico,  capace di risolvere  contemporaneamente la guerra contro Artabano III  ed  annientare il sogno messianico  giudaico, ridando pax alla zona !

Pilato che torna a Roma , come colpevole,  sotto scorta,  risulta immagine  vecchia di una storia Tiberiana   mentre  Vitellio  che  sta per entrare con Erode Antipa  di nuovo  a Gerusalemme nella Pasqua del 37 festeggiato-   rimanendovi   tre giorni  durante i quali  depose il sommo sacerdote  Gionata  dal suo ufficio   e pose al suo posto  Teofilo figlio di Gionata  – è simbolo di una nuova età. quella saturnia del primo Caligola, neos Sebastos!

Infatti , per Flavio, nel quarto giorno  gli fu recapitata una lettera che lo informava  della morte di Tiberio:  egli allora indusse il popolo a giurare   obbedienza a Gaio  dopo aver richiamato l’esercito che marciava  contro Areta sospendendo l’impresa  poiché non c’erano  ordini diretti del nuovo imperatore. Ibidem 123-124.

Sembra, dunque, Marco,  che Vitellio con la seconda entrata in Gerusalemme  giustifica in parte la nostra  supposizione circa il malkuth debellato e la crocifissione  di Gesù,- dalla  quale era iniziato un rapporto amichevole tra Erode Antipa e Pilato, già inquisito,- anche se lo scrittore giudaico mostra ancora  la rivalità del tetrarca e di Areta IV ed anche quella  tra Erode Antipa  e l’epitropos di Siria, a seguito del trattato di Zeugma!.

Cosa era accaduto durante il trattato di Zeugma ?

Secondo Flavio (ibidem, 101-103)  Artabano e Vitellio si incontrarono sull’Eufrate  Si gettò un ponte  sul fiume  ed Artabano e Vitellio si  incontrarono in mezzo al fiume (c’era un isolotto!) ognuno  con la sua guardia del corpo.  Giunti al termine degli accordi il tetrarca Erode  diede  una festa  sotto una tenda  da lui innalzata  in mezzo al ponte  con grande spesa  E Artabano inviò suo figlio Dario a Tiberio come  ostaggio  con molti doni tra cui un uomo alto sette cubiti, di nome Eleazar,  che per l’enorme altezza era chiamato Gigante. I due poi tornarono  l’uno a Babilonia  e l’altro ad Antiochia.

Come Vitellio diventa nemico di Erode Antipa, pur essendo ambedue giulii?

Secondo Flavio,-ibidem- Erode desideroso di  essere il primo a comunicare  all’imperatore la notizia  che Artabano aveva dato gli ostaggi, scrisse una relazione  precisa e completa  e spedì corrieri con lettere che lo informassero esattamente e al governatore  non lasciò più nulla di nuovo da comunicare.

Vitellio, infuriato per l’azione fatta da  Erode,  che avrebbe dovuto dovuto rispettare il grado del governatore di Siria, essendo a lui gerarchicamente inferiore,  subì  l’offesa  di sentire dall’imperatore che i  suoi  dispacci erano arrivati tardi, rispetto a quelli di re Giudaico che l’aveva  informato di tutto puntualmente,  circa il trattato di Zeugma!

Professore,  Erode  Antipa “la volpe ” cominciava a temere un’inquisizione sulla sua tetrarchia e sul suo sistema di  governo, incapace di  frenare le istanze messianiche dei suoi galilei,  aramaici, e i loro pericolosi legami  con i  confratelli  parthici e con lo stesso Artabano!

La  fretta e superbia del tetrarca saranno poi fatali davanti a Caligola perché Vitellio nel 39 d. C. si schiera dalla parte di  Erode Agrippa e si vendica dell ‘offesa, recatagli,  convalidando le accuse del nipote  di mal governo della Galilea e della Perea,  della guerra con Areta  e dei contrasti tra il suo popolo e i samaritani.

Erode Antipa e Ponzio Pilato  finiscono ambedue in esilio ad opera di Caligola, Professore! Hanno,  comunque, un valore, ora,  differente dal giudizio della tradizione cristiana. Per me, professore, Pilato è un prefetto di stampo tiberiano, un pretoriano,  esecutore di ordini, non  uomo che si lava le mani, tirandosi fuori, da ignavo,  dai suoi compiti, ma un vir romano che ha potuto  fare  in parte il suo dovere prefettizio  perché capitato in Iudaea nel momento peggiore della storia, quando l’etnia giudaica  è sul punto di subire la massima  punizione, rinviata di un secolo, per la sua fides monoteistica!. Anche lui è una vittima!

Alla cortese attenzione di Aldo Schiavone (Ponzio Pilato. Un enigma tra storia e memoria.ia Einaudi 2016)

 

 

Alla cortese attenzione di Aldo Schiavone (Ponzio Pilato. Un enigma  tra storia e memoria. Einaudi 2016)

 

Ho letto il  suo libro – A. Schiavone Ponzio Pilato un enigma tra storia e memoria, Einaudi,2016 -.

E‘ un bel libro, ben scritto, piacevole a leggersi, una  buona ricerca personale, ma non certamente storica e nemmeno memoriale, per cui l’ enigma  Ponzio Pilato resta enigma! 

Il suo tentativo, dottore,  di fare storia naufraga   infrangendosi su uno scoglio seminascosto di  un periodo di 10 anni, poco noto, con pochi documenti, con un buco storico nelle fonti, che è certamente il momento più controverso e più critico dei 23 anni di Regno di Tiberio, perché segnato in Roma stessa da una lotta intestina tra il partito claudio e quello giulio, dopo la morte di Germanico e poi di quella del figlio Druso minore, acuita dal comportamento dell’imperatore, apparentemente rinunciatario al principato augusteo, ma di fatto interessato a cambiare a favore del nipote Tiberio Gemello, quanto stabilito da Augusto per una successione giulia: la volontaria  relegazione a Capri e la cura dell’lmpero, affidata ad Elio Seiano, capo del pretorio, non ben esaminati,  non possono chiarire l’ enigma di Pilato, figura non accuratamente studiata e compresa nei suoi legami con Seiano, noti solo a Filone di Alessandria (cfr. Legatio ad Gaium, E.book Narcissus 2012  e In Flaccum, Una strage ebraica in epoca caligoliana, E.book Narcissus 2011) difficili da comprendersi da uno storico  ambiguo, ebraico, di epoca Flavia, come Giuseppe Flavio (Antichità giudaiche, XVIII E.book Narcissus, 2014, 55-62: 85-89;  e da La Guerra Giudaica  II,9.1/4  – Giovanni Vitucci, Fond. Mondadori 1974-).

Se è indecifrabile la situazione storica a Roma, capitale dell’impero, e in Italia, ancora più caotica e misteriosa  è quella dell‘imperium romano  provinciale, specie quella di Siria, rimasta per un quinquennio senza  capi,  a causa di una stasis/res novae, un rivoluzione accaduta  nella sottoprovincia siriaca di Iudaea, il cui capo Jehoshua Barnasha, Bar Iosip, proclamato Messia  dal popolo, dai farisei  e dagli esseni, sostenuto da una coalizione  aramaica, formata da Artabano III, arsacide re dei re, da Areta IV, re dei Nabatei, da Izate di Adiabene e figlio  di  Monobazo,  e da Asineo ed Anileo mesopotamici- cfr. Gesù  Christos  www.angelofilipponi.com – entra trionfante in Gerusalemme, la città santa,  ed è acclamato Messia senza che i romani  – Pomponio Flacco e Pilato, governatori della zona- tentino neanche la minima opposizione per frenare il movimento messianico, esploso con la morte di Elio Seiano il 18 ottobre 31 d.C.

Il silenzio della  Storia romano ellenistica e giudaico-ellenistica  diventa, poi, nel corso di un paio di secoli, memoria  giudaico-cristiana  di un’impresa fallita  e repressa violentemente, sulla base di una toledoth ebraica eroico-messianica,  e favola evangelica della costituzione di un Malkuth aramaico, divenuto nel corso della peste antonina  Regno di Dio, celeste,  predicato da un mastro, figlio di Dio, nato da una vergine, venuto sulla terra in epoca augusta tiberiana  a redimere il mondo dal peccato originale, a patire e   a morire  sotto Pilato, per  risorgere  dai morti, dopo tre giorni e salire al cielo alla destra del Padre,  dopo aver dato a Shimon Pietro  il mandato di fondare  la Chiesa cattolica  ed affidato ai discepoli /episkopoi e dioiketai regionali, l’evangelizzazione  del mondo, su una base greco ellenistica (cfr. Amici cristiani, perché diciamo  Credo? e.book Narcissus 2014,Ma , Gesù, chi veramente, sei stato? E book Narcissus 2013 ).

Il suo lavoro, dr. Aldo, sulla fonte evangelica di Giovanni (19, 1-42) e su quella dei sinottici (Marco, 15,21-32;  Matteo, 27,32-34; Luca 23,26-43.) autorizza solo a rilevare lo sdegno contro le lamentele dei sacerdoti giudaici e la fermezza del procuratore, tipico di un prefetto tiberiano- cfr. Un prefetto tiberiano www.angelofilipponi.com – che ribadisce che quanto scritto sulla croce- I.N.R.I in triplice lingua -non deve essere cambiato.

 O gegrapha, gegrapha/Quod scripsi scripsi – greco/latino- sottende un’altra lingua,  di cui è segno  atta amarta (su legis /tu dicis)-  non induce lei, studioso di diritto, a fare indagine sulla reale figura di Gesù,  un  aramaico giudeo di Galilea Maran /basileus, meshiah aramaico, methorios, politikos, qanah, kain, e quindi a scavare  sull’ebraicità del Messia della nostra tradizione cristiana, che ha mitizzato il Christos, snaturandolo.

Lei avrebbe, allora, potuto  scoprire  la presenza di due fazioni giudaiche di cultura e lingua diversa con un credo unitario, comunque, in un solo Dio: aramaici giudaici filoparthici e giudei ellenistici filoromani, agricoli e morti di fame i primi, commerciali e ricchi i secondi.

Dunque lei,  studioso autorevole, avrebbe potuto indicare  storicamente e contestualizzare  il clima del Regno di cieli messianico, protetto da Artabano III e da Areta IV, e rilevare  il significato della rivolta samaritana, a seguito della morte del Messia e il successivo pogrom giudaico alessandrino di epoca caligoliana, all’atto della deificazione di Drusilla Panthea !.

Perciò,  per lei -come per altri storici italiani e scrittori stranieri  autorevoli, di successo-  la figura di Pilato rimane enigmatica perché non si conosce la sua funzione di uomo di Seiano,  di un ex pretoriano un  eques politico, inviato per provocare i giudei alla rivolta, per dare a Roma la possibilità di estirpare il cancro giudaico integralista aramaico e per abbattere il potere economico finanziario ellenistico, oniade (i discendenti di Onia IV, creatore già nel II secolo a.C. di un sistema ebraico trapezitario e commerciale, perfetto, nel corso del Regno lagide).

Chiaramente lei, come autore tradizionale – non impegnato come laico  in difesa del laos contro il cleros legge cristianamente i fatti e ha una conoscenza generica della storia giudaica, segnata da una guerra antiromana di 200 anni,  dal 63 av. C al 135 d.C. , chiusa con la galuth/dispersione  ebraica, con l’eliminazione della stirpe giudaico-aramaica e con la cassazione del nome stesso di Iudaea e di Gerusalemme divenute Palestina e Aelia Capitolina, ad opera di Adriano, vincitore del figlio delle stelle, Shimon bar Kokba.

Non è il caso, dottore, di iniziare,  coi  propri alunni, universitari, alla revisione della  Storia romano-ellenistica  e di quella ebraico-cristiana e   cristiana  per rilevare un’altra storia,  sull’esempio di un coraggioso, insignificante  ex professore di Liceo, che ha libri inediti su Erode il Grande,  su  Ponzio Pilato e su Erode Agrippa, turannodidaskalos di Gaio Germanico Caligola!

Il professore è più vecchio di lei, dottore!

Per un ” bios” storico di Ponzio Pilato

A Pina Mandolesi, mia moglie

Historia  vero est testis  temporum, lex veritatis, vita memoriae,  magistra vitae, nuntia vetustatis,  qua voce alia nisi oratoris immortalitati commendatur ?/Chi se non l’oratore  raccomanda all’immortalità la storia,  testimone dei tempi, luce della verità, vita della memoria, maestra di vita,  messaggero di antichità  (Cicerone, De oratore, II, 9,36)

Professore, non è il caso di parlare di Ponzio Pilato e di precisare  davvero il suo decennio  di procura (26-36 d.C.)  in modo scientifico, o almeno il più oggettivo possibile, secondo le formule tuzioristiche, così da migliorare la figura ambigua di Christos uomo, Messia, re,  mastro e zelota?.

Noi, tuoi alunni, sappiamo del Regno dei cieli, aramaico,  differente dal Regno di Dio, ellenistico, ma  non conosciamo Ponzio  Pilato e nemmeno il suo mandato in Iudaea!

Per noi la sua morte  è avvolta nella leggenda, come quella di Gesù! Di lui tutto è indefinito – origine, nome, giovinezza, formazione, cultura, periodo militare, perfino il decennio come amministratore  cum iure gladii, cioè di praefectus con funzioni militari, non è chiaro perché  è sconosciuto il contesto anche geografico  di una regione ellenizzata  e romanizzata, come la Iudaea non ancora sottomessa  e soggetta,  nonostante il censimento di Qurinio e l’invio di già 4 procuratori augustali, dopo quasi 90 anni dalla prima conquista  di Pompeo di Gerusalemme e  dopo 65 dalla  seconda di Sosio,  per ordine del Triumviro Marco Antonio- che eseguiva, di fatto,  il mandato senatorio del 40 a.C. di uccisione di Antigono  filoparthico  e di esautorazione della dinastia Asmonea,  a favore dell’ investitura a re/basileus, nominale, di Giulio Erode-?!

Certo. Marco! Devo precisare molte cose che ho detto in Jehoshua o Iesous?  (Cfr. Jehoshua o Iesous?  Maroni, 2003 ) e in altre opere, a cominciare dal Nomen di Ponzio Pilato.

La figura di Ponzio Pilato non ha sostanza reale umana, come quella di Christos, perché coi secoli  è stata oscurata da quella, alonata, di Gesù uomo-dio,  giudeo di Galilea, messia,  fondatore  di una religione di amore, in un periodo di guerra tra la nazione giudaica e  l’impero romano, che teneva  in una piccola zona, in tre punti diversi, tre guarnigioni, una a Cesarea Marittima di una legione intera, una postazione militare sulla Torre Antonia sopra al Tempio ( 1 coorte)   ed una mista di fanteria e di cavalleria  a Cafarnao in Galilea di supporto al tetrarca  Erode Antipa, oltre alle truppe sebastene ausiliarie e alla presenza in Siria di 4 legioni sul confine eufrasico.

Un grande spiegamento di forze militari per una piccola regione che era 1/132- un centotrentaduesimo dell’impero romano – compresa la fascia costiera mediterranea,  la  Galilea e Perea erodiana e le zone ituraiche sotto Filippo-!

Marco, la tipicità ebraica richiede una particolare attenzione da parte dell’imperatore Tiberio, che considera strategica  l’annessione fatta da Augusto  della Iudaea erodiana (Giudea, Samaria e Idumea e zona costiera) a causa della centralità del Tempio di Gerusalemme  e della perfidia della popolazione giudaica, divisa in ellenistica filoromana (erodiani e sadducei) ed aramaica filoparthica (popolo e piccolo e medio sacerdozio) rispettivamente di cultura  greca/ Paideia, la prima,  e  aramaica /Musar, la seconda,  legata per stirpe, lingua e religione  al  regno dei Parthi, dominato dal re dei re Artabano III, che rivendica i territori di Siria  e Giudea e di Asia Minore  come  propri, secondo la tradizione achemenide, seleucide ed, ora, arsacide.

Il muthos, professore,  ha avuto, dunque,  il sopravvento sulla storia tanto che si favoleggia sulla nascita e sulla morte, sul periodo che precede l’ arrivo  di Ponzio Pilato in Iudaea e  su quello della sua condanna, dopo il richiamo a Roma da parte di Tiberio e il successivo giudizio sotto  Gaio Germanico Caligola!. E’ mio vivo desiderio che lei  orienti  me e i miei compagni in un periodo molto complesso per la definizione stessa della figura di Tiberio e della sua politica  antiparthica, dominata per il primo quinquennio da Elio Seiano e nel secondo da Macrone e Caligola più che da Tiberio, caprino!.

Marco, tu vorresti comprendere esattamente la reazione di Tiberio in senso antiseianeo e poi antiparthico, cosa da me affrontata già in Caligola il Sublime e in Giudaismo romano II e volgarizzata nel romanzo L’eterno e il Regno (Ebook Narcissus 2012)- prima ancora di affrontare il problema della  curatela di Ponzio Pilato – rimandato a Roma da  Lucio Vitellio vincitore di Artabano III,  sotto il consolato di  Ponzio Nigrino e di Acerronio  Proculo, per subire il processo intentato dai Samaritani, condannato dal neos sebastos,  poco prima della sua malattia, prima dell’ attuazione della politica della Neoteroopoiia e dell ‘Ektheoosis!

Mi vuole dire, professore, che Pilato è condannato nel periodo universalmente accettato dagli storici del buono stato di salute di Caligola, ritenuto perfetto principe, amatissimo dal popolo e dai militari, ben guidato dall’onnipotente Macrone – la cui moglie Trasilla è amante del giovane imperatore, da poco vedovo- nella rinnovata  saturnia età dell’oro, secondo Filone (incipit di Legatio ad Gaium !)

Marco, ti aggiungo che è probabile che Pilato sia parente  di Ponzio Nigrino e che sua moglie sia un ‘Acerronia Procula  e non una Claudia Procula! Comunque siano i rapporti  della Domus Pontia  con i consoli dell’anno 37 d.C.   e con i giulio/claudi,  l’esilio a Lione, in una zona gallica,  ebraica, non  è una punizione grave,  da parte di un  Giudice, che risulta clemente! Nella stessa zona due anni dopo, l’imperatore confina Giulio Erode Antipa e la moglie  Erodiade per l’accusa di rapporti tra il prefetto romano e il tetrarca galilaico, alla presenza, ora,  di Lucio Vitellio, scrittore di Commentaria della  recente impresa parthica!.

Professore, vuole iniziare il bios di Ponzio Pilato  dal suo esilio ad opera di Caligola!. Mi piace l’idea!. Iniziamo il lavoro.

Marco, per  prima cosa preciso la non attendibilità storica del ritorno di Pilato in epoca Flavia, in Italia e a Roma, su un carro trainato da bufali indemoniati, che precipitano il corpo del prefetto imperiale, dopo ampi giri nell’Appennino centrale, entro il laghetto ancora oggi detto  di Pilato, sotto il Vettore, divenuto caro nel Medioevo, ai Negromanti dei monti sibillini. Storicamente,  Pilato non può essere rimasto ancora  per oltre trenta anni in un territorio a lui ostile, dopo il richiamo tiberiano! Insieme con questa leggenda picena, cadono tutte le altre di epoca neroniano-flavia  di un iter  in Valle di Aosta  e in Savoia del carro trainato da bufali, prima di arrivare a  Vienne – come anche del passaggio di S .Pietro nella zona (cfr. Valore storico  di Cronaca di Novalesa )-.

La leggenda del laghetto di Pilato, professore, potrebbe sottendere una verità, quella della ubicazione della famiglia  Pontia nell’Appennino centrale e di una nascita  del  futuro procuratore imperiale nel Samnium- IV Regio augustea-?.

Non so,  Marco, anche se non posso escludere  che  Pilato sia un eques  di origine sannita, in quanto  ci sono almeno tre distinti rami di Pontii ( quello di Aquila, di Nigrino e di Pilato) che sembrano essere uomini di una gens  addetta agli acquedotti e alla costruzione di Ponti, stanziati ad Isernia, ad Amiterno  e a Bisenti, ed anche in  Umbria ed Etruria e in altre località anche campane, montuose,  dove hanno Villae, sia  gli Aquila che i Nigrino e i Pilato.

Allora può convalidare una  nascita vestina/teramana di Pilato a  Bisenti?

Marco, non ho prove per dirlo, ma so della presenza di una casa di Pilato con un  impluvium, che ha alcune  condutture idriche,laterizie, posta nel paese della valle del  Fino, confinante da una parte con la Sabina (Amiternum) e da un’altra  con la valle   del Vomano, zona del Picenum (V Regio) ,  dove sembra già insediata da secoli una colonia cananea di lingua aramaica,  fuggita dalla patria,  dopo il ritorno degli ebrei, favoriti da Ciro il Grande nel 536 a.C.!.

Per questo, professore la zona era detta  palestina piceni?

Non credo Marco che la denominazione sia, però,  di epoca augustea  perché il  termine divenne consueto in Italia dopo la galuth ebraica, quando Adriano nel 135 d.C.  denominò  Palestina  la  ribelle Iudaea, dopo la vittoria su Shimon Bar Kokba, ultimo eroe-messia giudaico!

Comunque, nella zona  il sannita Pilato, da giovane, potrebbe aver avuto rapporti con la comunità cananea, aramaica?.Per diventare prefetto  non bisognava conoscere la lingua del luogo? E’ così ? professore!

Ci sono molte leggi  De provinciis consularibus: la lex Poppia stabiisce i costituenti la familia  al seguito del praefectus, la  lex  Sempronia  regola il comportamento degli esattori,  pubblicani, dell’ordine  equestre, in Asia,  mentre l’orazione omonima di Cicerone marca il mal governo di Cesare in Gallia e  quello di Gabinio in Siria e Giudea – che  tradidit in servitutem Iudaeis et Syris, nationibus natis servituti!-  e le leges,  successive,  quando già c’è la divisione in province senatorie e  province imperiali, sembrano stabilire  il criterio  che il proconsole o propretore abbia una competenza linguistica per svolgere proficuamente  il suo compito, così da  aver rapporto diretto con gli amministrati  locali e con la burocrazia provinciale. Comunque e dovunque abbia appreso la lingua aramaica,  Marco, è probabile che la carriera militare di Ponzio Pilato sia stata in relazione a quella del coetaneo  Elio Seiano – che fece il  soldato/primum stipendium meruit- al seguito di Gaio Cesare nella spedizione armena – accanto a cui il sannita rimase in zone di lingua aramaica, al servizio dei  legati  Lollio o Quirinio, o altri!-, dopo il suo ferimento  invalidante e la malattia che  lentamente condusse il dux principe,  alla morte a Limira nel 4 d.C.

Quindi, non solo nella zona italica  Palestina  piceni, ma anche lungo la fascia eufrasica,  dove  le popolazioni parlano l’ aramaico, potrebbe aver appreso,  in compagnia di Seiano, la lingua  parlata in Giudea?. Per lei, anche Seiano ha una cultura aramaica? Per Filone -incipit in Flaccum– il pretoriano è il nemico più grande degli ebrei, dopo Caligola – anche lui  conoscitore della lingua aramaica fin da bambino, probabilmente dall’epoca del suo viaggio a Petra, col padre e con la sua famiglia, alla corte di Areta IV!-

Professore, lei, certamente, non può dire che Seiano e Caligola, in quanto nemici dell’ ebraismo aramaico, debbano aver  necessariamente una cultura aramaica e conoscere la lingua!

Con sicurezza, Marco,  non si può affermare niente,  ma neanche negarlo! Comunque  si potrebbe  pensare che la carriera di Ponzio Pilato, al di là della possibilità di conoscenza linguistica dell’aramaico da parte di Seiano e di Caligola,  sia parallela a quella di pretoriano, eques anche lui,  il cui padre  Lucio Seio Strabone  è prefetto del pretorio sotto Augusto (Tacito, Annales IV, 1)- un esperto di politica orientale,  come prima Senzio Saturnino, come Varo, come Lollio e Quirinio  e i predecessori  di Pilato nella prefettura  della Iudaea.  Certo, Marco, è una supposizione senza prove! Comunque, Pilato  probabilmente  segue il capo pretoriano anche in Pannonia, quando Druso minore,  figlio di Tiberio,  fu accompagnato  per ripristinare l’ordine nella  zona turbata da ribellioni  e da contrasti tra gli stessi soldati di Quinto Giulio Bleso, zio di Seiano.

Pilato, essendo rimasto accanto a Seiano dopo il 15 d.C.,  quando il padre, nominato  praefectus Aepypti,  lascia al figlio il comando unico del pretorio, ne vede la  continua ascesa  negli honores  e  la crescita di potere  quando Tiberio gli concede nel 23 d.C. di costituire una sede  fissa per i pretoriani  nei Castra Praetoria sul Viminale, come premio di un servizio  utile per il mantenimento della sicurezza  civile sociale dei cives!

I pretoriani, insieme agli altri corpi militari urbaniciani, avevano fatto  un grande lavoro per la pulizia degli alvei fluviali, per il mantenimento dell’ordine pubblico  sulla base di un regolamento dettato da Tiberio che  aveva distinto la popolazione in cives e peregrini  externi)/ forestieri,  dando  compiti e funzioni con indicazioni precise circa il comportamento quotidiano, in relazione ad un’etica conservatrice, quiritaria, in linea con le riforme augustee.

Quindi, professore, i pretoriani  vengono organizzati e pagati meglio degli altri corpi militari,  per la loro efficienza e per la varietà di servizi  relativi alle differenti formazioni di specifiche squadre, che hanno funzioni proprie!

Certo, Marco, Tiberio li ricompensa  per la manutenzione della stessa urbs,  divisa in zone, oltre che per i lavori  di convogliamento delle acque dei fiumi Aniene e Tevere, per quelli  delle fognature  urbane, eseguiti  insieme  al corpo dei Urbaniciani e dei Vigiles, tutti uomini attenti a seguire le regole riformistiche dell’imperatore, molto attivo tra il 16-23 d.C. nel migliorare le condizioni di vita dei cives,  deciso anche a limitare il potere degli stranieri, numerosi come popolazione, da anni troppo invadenti in ogni campo, specie religioso e morale e  a punire i tanti goetes/maghi ciarlatani, egizi e siriaci, oltre a quelli ebraici, dando massimo rilievo alla pietas latina, quiritaria, già ripristinata da Augusto!.

Quindi, professore, per lei, Pilato sarebbe uno dei 9000 pretoriani   di stanza a Roma al servitium dell’imperatore stesso? Forse un tribunus di una delle  nove cohortes!   Dunque,  Ponzio Pilato, seguendo Seiano, può aspirare anche lui,  a fare la carriera  prefettizia, il cui vertice è la prefettura di Egitto!

Certo, Marco, la nomina  a  prefetto di Giudea è una promozione  per un eques,  amico del  suo capo e fedele  all’imperatore,  già stabilito in Campania, desideroso di ritirarsi a Capri (cfr. A Filipponi, Caligola il sublime, Cattedrale 2008), che potrebbe permettere, dati i rapporti   amichevoli,  un incarico maggiore, in caso di buon governo amministrativo e militare.

Quindi, l’invio in Iudaea nel 26 d.C.   avviene  per ordine diretto di Elio Seiano, che già ha il controllo totale dell’impero, specie dopo  l’episodio di Sperlonga (Svetonio, Tiberio, XXXIX), quando, dopo la morte di Druso minore, si sono già formate a corte  due partes ostili, quella dei Giulii e quella dei Claudii, ora separate, in quanto ciascuna ha un proprio candidato,  successore al trono.

C’è, dunque, una precisa direttiva politica- anche se coperta e quasi segreta– da parte di Tiberio?

Marco, sembra che ora, nel 26 d.C., il quasi sessantottenne imperatore, scampato alla frana – grazie all’intervento  del pretoriano, che lo protegge, facendo arco col proprio corpo- stanco  del clima cortigiano e delle lotte interne alla famiglia, abbia volontà di appoggiare il suo erede diretto, appena settenne, Tiberio Gemello, facendo andare contro le disposizioni di priorità dinastica, date da Augusto, il suo potente ministro, incaricato segretamente  di  minare il potere della famiglia di Germanico, che ha  precedenza, sostenuta da Antonia, nonna, e da Agrippina maior, madre,  per i nipoti e figli  maggiori Nerone Cesare  e Druso. Ricorda, Marco,  che Tiberio è aristocratico  e  che accetta,  mal volentieri e costretto,  l’impero  quasi coactus,  lamentandosi della miserevole ed onerosa servitù, che gli viene imposta (querens miseram et onerosam iniungi sibi  servitutem),  pur con  la speranza di potersene liberare/ nec tamen aliter  quam  depositurum  se quandoque  spem faceret,   dicendo, comunque di accettare fino a quando giunga il momento  in cui  voi, senatori, stimate  di concedere un qualche riposo alla mia vecchiaia/ videri dare vos   aliquan senectuti meae  requiem – Ibidem XXIV-. Forse, però, dopo la morte del figlio, l’imperatore cambia programma e da astuto politico, senza apparire, decide di sovvertire il decreto augusteo a favore del nipote diretto, tramite l’azione di Seiano, capace di controllare il  senato e le due famiglie con le clientele,  ora opposte.

Lei  accetta parzialmente e  solo in un preciso momento- non certamente  all’atto della accettazione dell’impero –  la tesi di Tacito, comunque, di un Tiberio falso e  simulatore.

Tacito (Annales, I,11-12) scrive dopo che ha visto il fallimento della politica giulio-claudia e  flavia, desideroso di riforme costituzionali! la sua storia è retorica e poco attendibile, essendo filoantonina !

Ho bisogno, professore, a questo punto -oltre alla spiegazione del nomen incompleto – di aver idee più chiare sulla situazione romana  subito dopo la morte di Germanico,  da Augusto stabilito  Cesare come  suo successore, con precedenza sulla diretta discendenza di Tiberio stesso, Claudia!.

Ti meravigli, Marco, che si dica Pontius Pilatus, cioè  solo nomen gentilicium e cognomen, senza praenomen?   Dagli storici conosciamo solo Pontius  con indicazione alla gens Pontia – da pons – e soprannome di Pilatus – che rimanda a Pilum e ad uomo che usa il giavellotto– senza prenome. Anche l’iscrizione, trovata su un blocco di pietra  da archeologi italiani a Cesarea Marittima, accanto al teatro romano, nel 1961, oggi posta al Museo di Israele, a Gerusalemme,  non riporta il praenomen. Vi si legge, infatti:

S.TIBERIEUM  costruzione in onore di Tiberio

(PO)NTIUS PILATUS Ponzio Pilato

(PRAEF)ECTUS IUDA(EA)E prefetto di Giudea

D(ICAVIT) dedicò.

Non posso darti,  perciò, il praenomen a meno che non lo deduca da quello di altri rami della stessa gens, esempio Lucio Ponzio Aquila|!

Marco,  credo  che ora tu voglia- dopo questa  parentesi sul prenome-  che spieghi i motivi della guerriglia urbana nel settennio 20-26 d.C. , dopo la formazione dei due partiti e che ti mostri come Seiano, divenuto onnipotente, grazie all’appoggio di Tiberio e delle truppe pretoriane, a lui fedeli, col favore degli altri corpi  militari della città,  riesca ad imporsi , grazie alla violenza e al tacito consenso tiberiano (cfr. A. Filipponi,  Caligola il sublime, cit. e  Giudasmo romano II Ebook, Narcissus 2011) ai capi del partito giulio,  dominato dalla nonna e dalla madre dei due designati eredi al trono,  sostenuti dagli ex legati di Siria,  fedeli amici di Germanico, desiderosi di vendicarne la morte,  decisi a  far processare Gneo Pisone, ritenuto  reo di avvelenamento  per ordine di Tiberio stesso, ispiratore del delitto.  Ti devo, perciò, fare un quadro preciso della situazione con un punto fermo, quello di un contrasto tra l’imperatore e il figlio Druso Minore, legato da amicizia profonda a Germanico cugino e cognato, avendone sposato la sorella  Giulia Livilla, in seconde nozze.

Per questo, gli storici parlano di Germanico e di Druso come  Polluce e Castore, giovani eroi. belli fisicamente e moralmente,  celebrati vendicatori  della sconfitta di  Quintilio Varo, come Dioscuri /figli di Giove, dal popolo – che aveva esaltato precedentemente allo stesso modo  i figli di Livia,  famosi per  le campagne germaniche, Tiberio e Druso !.

Certo, Marco, il trionfo a Roma di Germanico  nel 17 d.C  e l’ovatio  tributata a  Druso Minore sono segni dell’amore dei cives romani per i due giovani  e della volontà senatoria di mantenere l’ordine di successione  secondo il volere di Augusto.  La famiglia giulio-claudia, prima della divisione in partes  è  ricca di  imperatores!

Nel corso della carriera dei due cugini,  eroi nazionali entrambi, non si rilevano inimicizie, ma solo attestati di  reciproca solidarietà e di  amicizia. Perciò, le accuse mai fugate sulla morte di Germanico e il successivo suicidio di Pisone, durante il processo, forse misero in  un maggiore contrasto Tiberio e Druso, padre e figlio,  circa la necessità di invertire la priorità, alla successione imperiale!

Druso minore accetta il volere augusteo, ma non Tiberio, che nel 14 d.C.  aveva fatto uccidere Agrippa Postumo, coerede, senza divulgare la notizia della morte del sovrano, negando di aver dato l’ordine, temendo l’impopolarità. (Cfr. Svetonio Tiberio, XXII), davanti al senato dopo aver fatto rileggere il testamento di Augusto ibidem, XXIII-.  Druso, inoltre, rileva l’intesa  segreta di Tiberio con Seiano, capo dei pretoriani, e ne è geloso,  vedendosi escluso dalla gestione politica tanto da lamentarsene molte volte.

Dunque, professore, Tiberio  e Druso non vanno d’accordo circa  i rapporti con la famiglia di  Germanico! Lei pensa anche che il figlio, inoltre,  rimproveri il padre di dare eccessivo potere al pretoriano  che fa parte  dei 20  amici e famigliari velut consiliarios in negotiis publicis -ibidem, LV -?.

Druso è uomo istintivo, che non solo ha diverbi col padre, ma è  anche ferocemente ostile al pretoriano, che ha il compito di proteggere la sua famiglia  e che, da ambizioso, cerca spazio per diventare intimo dell’imperatore: non per nulla in breve tempo fa fuori molti suoi consiglieri e poi lo stesso figlio, l’ostacolo maggiore alla sua ascesa politica!

E  Tiberio? Tiberio si accorge tardi, dopo otto anni  dalla morte di Druso, della perfidia del suo ministro e nel frattempo lo innalza fino a farlo diventare  quasi pari  di grado a se stesso, col segreto pensiero di distruggere la domus Iulia! : Ad summam potentiam non tam benevolentia (Seianum) provexerat, quam  ut esset cuius ministerio  ac fraudibus  liberos Germanici circumveniret, nepotemque suum ex Druso filio naturalem  ad successionem imperii confirmaret/aveva innalzato (Seiano) al massimo potere  non tanto per benevolenza, quanto per aver qualcuno, tramite cui  irretire i figli di Germanico, al fine di rinsaldare nella successione all’impero il figlio di suo figlio naturale-  Svetonio, Ibidem -.

Dunque, Tiberio, favorendo Seiano, nel suo odio contro i Giulii, non si accorge di condannare  a morte lo stesso figlio, tanto, che Svetonio afferma che l’imperatore non ama nessuno  con tenerezza paterna/ filiorum…patria caritate diligit,  nemmeno  Druso  il figlio carnale/ neque naturalem neque adottivum (Germanico) perché  giudica il figlio indegno per gli errori /Vitiis,  in quanto era di vita eccessivamente molle e rilassato  fluxioris remissiorisque  vitae erat ibidem LII-  e Germanico un eroe troppo esaltato dalle folle  per imprese da nulla! –ibidem-.

Lo storico antonino racconta, a  distanza di anni,  i fatti e i rumores popolari e quindi è lontano dalla verità storica, di un vecchio imperatore che ha compiuto anche lui grandi imprese e che può anche disconoscere alquanto, per una comprensibile senile  punta di  invidia,  il valore di quelle altrui, figlio e nipote,  ma è orgoglioso  di quanto fatto indistintamente dai giulio-claudi, che hanno onorato il nome militare di Roma,  anche se vuole far prevalere la pars Claudia. Druso, da ellenizzato, è uomo aperto, come Germanico verso la cultura ellenica, in senso ecumenico, desideroso di ellenizzare l’Occidente, fidando nella protezione paterna, non preoccupato della presenza di un pretoriano, seppure  stimato dal padre! E Germanico, specie nel periodo della sua permanenza in Siria e dei suoi viaggi in Arabia e in Egitto, ha già una coscienza imperiale, sicuro della benevolenza del padre Tiberio e dell’amicizia del fratello!

I due dioscuri nemmeno vedono gli avversari e non temono l’invidia né di Gneo Pisone né di Elio Seiano: sono eredi imperiali di I e II grado di un’unica domus regnante Augusta/ Sebasth Giulia, che, di fatto è Claudia, essendo Germanico, figlio di Druso maggiore!

Eppure, Professore, la  ruota della storia non gira secondo le speranze dei due giovani, secondo le acclamazioni e i voti  popolari: la morte coglie ambedue i dioscuri, avvelenati entrambi, in circostanze misteriose, quasi allo stesso modo, nel giro di 4 anni!. Inspiegabile quella di Germanico, in provincia,  ma ancora di più incredibile quella di Druso Minore a Roma, nel giro di una settimana  di una presunta malattia, diagnosticata dal medico Eudemo allo stesso Imperatore, destinato a vederne la morte il 24 settembre del 23 d. C.,  e a celebrare il funerale, sontuoso, come quello del cugino- le cui ceneri furono riportate dalla moglie l’anno dopo, nel 20, in  Italia, e portate in processione  da Brindisi fino alla capitale dell’impero nel cordoglio generale delle popolazioni!.

Tiberio, che dignitosamente riprese  subito, per Svetonio, la sua attività imperiale amministrativa, avrebbe potuto subito indagare  e scoprire l’avvelenatore del figlio, invece,  credette  alla fatalità del caso,  alle relazioni mediche e ai resoconti del potente ministro  che coordinò  le manifestazioni funebri: l’imperatore  è preoccupato solo di affidare  al senato i figli di Germanico e quello rimasto dei gemelli di Druso, essendo morto, poco dopo il padre, anche l’appena quattrenne  Germanico Iunior!

Seiano e i suoi pretoriani  furono perfino premiati con la costruzione  dei Castra pretoria poiché negli ultimi anni avevano fatto grandi azioni repressive in Roma e avevano svolto anche funzioni segrete  come  spie /kataskopoi, infiltrati  per scoprire le  attività  strane  della comunità ebraica  ed egizia (Cfr. Flavio Ant Giud. XVIII, Episodio di Paolina ) oltre ad aver risolto, a monte, con un lavoro continuato per mesi, l’intasamento ricorrente  del Tevere.  Gli storici concordano nel dire che  pretoriani all’epoca  operano,  oltre alla protezione della città  con opere  idriche e fognarie- seguendo l’esempio di Vipsanio Agrippa,  che per primo ispezionò le cloache – e alla difesa fisica  di Tiberio stesso, che, rifiutando il titolo di imperatore  e di padre della patria pur ereditati da Augusto,  però,  è seguito  segretamente da uomini  di scorta,  anche se esercita il consolato per breve  tempo e solo tre volte in  23 anni di regno e potrebbe servirsi di littori!.

Tiberio, da aristocratico,  si sente autorevole per nobiltà  e per aspetto  fisico,  oltre che per la statura e per la forza fisica : ricorda Marco, che Tiberio è chiamato leone da fonte Ebraica, e da Fedro, non solo per la chioma lunga e bionda e che dal popolo  è considerato alonato da magia, anche per la presenza del mago Trasillo, suo suggeritore giornaliero per ogni impresa! Perciò, disdegna che sia  chiamato dominus e  che si dicano sacre le  sue attività, desideroso che  le sue opere fossero considerate faticose  proprio di un normale civis: l’imperatore ama mostrarsi  aristocratico, rispettoso del senato  a cui diligentemente riferire circa ogni cosa grande o piccola,  pubblica o privata,  e desidera consultarlo  e sulle imposte e sui monopoli,  sulle costruzioni, sul   restauro dei monumenti  ma anche sulla leva e sui congedi  dei soldati oltre che sull’organizzazione delle legioni, degli ausiliari e perfino  sulle persone  a cui prorogare i comandi militari straordinari e sul contenuto e sulla forma di lettere  da inviare  a re – –ibidem XXX-.

Tiberio  aristocraticamente va da solo al senato  e riverisce il mandato e la figura  di ogni console – diversamente da Augusto, eques  malaticcio, modesto per statura, bisognoso di protezione-  e si alza   alla  loro entrata rimproverando i  consolari che, preposti agli eserciti, non inviano relazione al senato, ma  a lui, a cui chiedono  ricompense militari, secondo i decreti  vigenti di Ottaviano- Ibidem XXXII-.

In effetti Tiberio  è sempre legalmente perfetto formalmente  avendo grande rispetto dei  senatori, anche se, comunque,    rimprovera i consolari desiderosi  di aumentare il peso delle imposte ai provinciali avvertendoli che boni pastoris esse  tondere pecus, non deglubere/  è compito di un buon pastore non scorticare ma tosare le pecore e cosciente del suo potere non li cambia, conoscendo l’animo umano e la brama di arricchire dei  governatori. Si riferisce, professore, all ‘apologo del  ferito, che non scaccia le mosche perché poi sopravvengono altre, più fameliche, con allusione  alla spoliazione dei provinciali al cambio di ogni procuratore, che arriva povero  e torna ricco dalla Provincia!   Certo, Marco. Tiberio difende i provinciali dall’avidità dei governatori specie quelli con delega senatoria.

Insomma, professore, per lei, Tiberio è espressione della legge senatoria ed è uomo che, come aristocratico,  insiste nella riforma augustea, correggendo ogni rilassatezza dei costumi,  riducendo  le spese degli spettacoli dei giuochi,  decurtando  le paghe degli attori,  limitando  perfino il numero delle coppie dei gladiatori,   e legiferando pure  sul circo  e perfino sui prezzi  dei vasi di Corinto e del pesce,  fissando ogni anno il calmiere dei viveri  e delle carni,  incaricando   gli edili di sorvegliare  le taverne e le mescite  ed anche  nella vendita della  pasticceria.- Ibidem XXXIV-. : l’aiuto dei fedeli pretoriani è prezioso!

L’imperatore, anche se deferente verso il senato,  di fatto, regola  a suo arbitrio, tutto anche  la vita delle donne, arrivando  a privare quelle,   scostumate,  della  dignità e dei diritti di matrona,  in caso di prostituzione accertata!. Professore, in questo rigore  morale, Tiberio ripristina  i mores prisci/i  vecchi costumi,   garantendo  da una parte,  una vita  quiritaria comune in Roma e in Italia   assicurando coi pretoriani  una pubblica quiete dando indicazioni per uniformare i suoi ordini a tutto l’impero, affidando  la correzione dell’Oriente ad Elio Seiano! Così mi sta  mostrando un Tiberio che da aristocratico non può seguire totalmente le direttive augustee, essendo la sua natura di un patrizio diversa da quella di un eques, conservatrice l’una,  innovatrice l’altra! Insomma sta convalidando l’affermazione di Plinio il vecchio, che Augusto è beffato dal destino e deve lasciare il potere al figlio di un nemico! sta definendo  Tiberio come un nemico che odia  Augusto benefattore e la sua stirpe,  e come Antipatro, figlio di Erode, è rancoroso verso il padre benefattore (Giulio Erode,  il filelleno www.angelofilipponi.com ).!

Marco, Tiberio è uomo molto permaloso, impenetrabile come i Claudio Nerone  apparentati con gli  Enobarbo (che hanno  barba di bronzo, fegato di ferro e cuore di  piombo)  che ha dovuto ingoiare rospi  e prima dell’esilio a Rodi  a causa di Giulia e dopo il ritorno negli ultimi 10 anni di cogoverno con l’imperatore, assillato dalla madre Livia! E’ necessariamente differente come animus rispetto all’imperatore eques, che, comunque, è costretto a nominarlo alla fine, erede per mancanza di  giulii adottivi, essendo rimasto il solo  Agrippa Postumo, un ercole senza testa, inaffidabile al negotium – dopo la morte di  Lucio Cesare e di Gaio Cesare,  i figli di Giulia, adottati – e   i giovani principi nati da  suo fratello, Druso maggiore ed Antonia – Germanico, Livilla, e Claudio-  e i loro figli,  conoscendone  l’asprezza  e la durezza del carattere, rilevato  nel corso del matrimonio con sua figlia Giulia, dopo la morte del marito Agrippa. Forse  per Augusto  Tiberio doveva essere un imperatore di transizione in quanto la stirpe di suo fratello  Druso maggiore,  doveva essere  quella legittima imperiale. Infatti  già aveva mostrato la  sua predilezione per Druso  con assegnazione del mandato del bellum germanicum  dopo il disastro di Lollio,  a Druso,  che pur più giovane del fratello di 3 anni, aveva compiuto un’impresa eccezionale,  ricacciando i Sicambri, costruendo il canale Reno- Zuidersee , con l’appoggio della flotta romana, stazionante lungo la  costa,  nel Mar del Nord  sconfiggendo i suebi e i catti  e, mediante una capillare invasione, giungendo fino all’Elba, dopo aver superato il Weser . La sua morte nel 9  a.C. fu una tragedia  per la casa regnante, per il mondo romano e  per Tiberio, legatissimo al fratello, che riportò le ceneri a Roma,  scortandole fino al Mausoleo di Augusto!

E’ vero, professore, che allora riserpeggiarono le voci di un Druso figlio naturale di Ottaviano, che aveva  rapito, la moglie e il figlio treenne, Tiberio,  al marito,  Tiberio Claudio Nerone, di Livia Drusilla  – seppure poi si disse che era stata   ceduta e concessa dal marito-  la moglie incinta già di tre mesi, che partorì, comunque, nella casa di Augusto, il figlio, concepito   tra le mura claudie!

Tiberio,   avendo  subito molti ordini insopportabili, rassegnatamente, dall’imperatore,  oltre quello del distacco dal padre naturale, è,   al momento della  morte del fratello,  iuvenis trentatreenne,  descritto da Velleio Patercolo come vir  nutrito dai precetti di illustri maestri,  genere, forma, celsitudine corporis , optimis studiis  maximeque  instructissimum qui protinus  quantus est, sperari potuerat visuque praetulaerat  principem / di altissima  nobiltà,  fornito dalla natura di bellezza,  di statura corporea,  di ottimi studi e di grande intelligenza, il quale, fin dal principio,  faceva prevedere la sua grandezza e già nell’aspetto si presentava come principe  (Ibidem, II, 94,1). Il giudizio morale e fisico  di Patercolo, suo legatus e suo ammiratore popolare,  migliore di quello di Svetonio e di  Tacito, è molto simile a  quello di Druso Minore,  morto trentenne per una caduta di cavallo, accidentale/ adulescens tot tantarumque virtutum,  quot et quantas natura natura mortalis recipit vel industria  perficit/  adolescente  di tante e tali virtù quante e  quali la natura  umana ne comporta e la  pratica   perfeziona,  delle cui inclinazioni  non si saprebbe dire  se fossero più spiccate  per le opere di guerra  o per quelle di pace. Di lui lo storico aggiunge: furono inimitabili la dolcezza del carattere, la cortesia,  l’apprezzamento per gli amici tanto da collocarli al suo stesso piano, e la sua bellezza era  simile a quella del fratello/ morum certe  dulcedo ac suavitas,  et adversus amicos  aequa ac par sui  aestimatio inimitabili  fuisse dicitur, namque pulchritudo corporis  proxima fraternae fuit!

Davvero due figli di Zeus, al di là delle chiacchere popolari, allevati da Augusto nella  linea di successione come eredi di II fascia,  rispetto ai  prediletti figli di Giulia e  di Agrippa di I fascia!

Dunque, professore, ad Augusto, da tempo impegnato a trovare un successore,  morto prima Marcello,  Agrippa poi,  e dopo tre anni anche Druso, rimangono i  figli di  Giulia ed Agrippa, troppo giovani  e quindi, ha bisogno di Tiberio, del pazientissimo Tiberio (Svetonio Tiberio, XXVIII firmus et patiens) a cui impone di di sposare Giulia, donna corrotta, giovane,  lasciva e capricciosa già sua amante nel corso della sua vita matrimoniale col marito, suo suocero. Per lei   Tiberio aveva dovuto lasciare il piccolo Druso minore,  natogli dal matrimonio legittimo con Vipsania Agrippina,  figlia di Agrippa,  da lui teneramente amata, tanto che gli amici, visto il  profondo legame, nel corso del suo regno, una sola volta gliela fecero vedere!

Con Giulia l’austero Tiberio  è marito fedele per qualche tempo  ma dopo la nascita di un figlio nell’11 a.C., morto  dopo pochi mesi, nauseato dalla immoralità della moglie  rinuncia  all’eredità di  Augusto ed abbandona la moglie e si ritira volontariamente in esilio  dimorando come privato civis a Rodi, non ancora quarantenne, stanco degli intrighi di corte  ed  anche dell’imperatore che prediligeva   Lucio e Gaio Cesare,   figli di   Giulia,  destinati all’impero!.

Un brutto periodo quello dell’esilio per Tiberio che passa dagli altari alla polvere, professore?

Certo Marco. Tiberio, isolato a corte, non potendosi fidare nemmeno della madre  Augusta e neppure della moglie – circondata da tanti amanti, politicamente a lui contrari,  in apparenza filoaugustei, ambiziosi -e tantomeno di Ottaviano, suo suocero. non contento del  suo rapporto astioso con la figlia,  dimentico dei servizi del genero, inviso anche per la sua austerità morale ed altezzosità nobiliare,- già incline verso i figli adolescenti  di Giulia,  decide  di imitare Agrippa e come lui   fa un passo indietro e si allontana da Roma e dall’Italia , cinque anni dopo la morte del fratello, al culmine  della sua carriera di militare e di amministratore.

Così  è descritta la rinuncia di Tiberio  da Velleio Patercolo (Ibidem, II,99,1-4 e 100):Tiberio Nerone -due volte console e due volte trionfatore- parificato ad Augusto  per la compartecipazione alla  potestà tribunicia , superiore a tutti  i cittadini tranne uno, e ciò non per sua volontà,  massimo tar i generali,   colmo di gloria  e di fortuna, e in verità  secondo lume  e secondo capo dello stato – con meraviglioso incredibile ed inestimabile  gesto di bontà, di cui si scoprirono ben presto le cause,  quando Gaio Cesare  aveva ormai preso la toga  virile e Lucio era nel vigore delL’età, non volendo che il proprio splendore  fosse un ostacolo per i due giovani  ai loro inizi,  chiese al suocero  e patrigno  il permesso di riposarsi  dalle  fatiche ininterrotte, senza peraltro rilevare il motivo della sua decisione/dissimulata causa consilii sui, commeatum ab socero atque eodem vitrico  adquiescendi  a continuatione laborum petiit.

Nessuno- nemmeno la madre,  né la moglie – riesce a dissuaderlo  e lascia i cives amici in lacrime al momento della separazione. Comunque, per Patercolo  nei sette anni , che fu a Rodi, dice che tutti i proconsoli e  i legati che andavano nelle province di oltremare come di fronte ad un principe   recandosi a visitarlo  abbassavano   i lor fasci  davanti a quel privato, ammettendo che l’inattività di lui era più autorevole che le loro funzioni di comando convinti che  cessando Tiberio di tutelare l’urbe  i nemici   avrebbero cambiato strategia operativa nei confronti dell’impero romano : -cosa che in effetti avvenne-  i Parthi, abbandonata l’alleanza romana, misero le  mani sull’Armenia  ed anche la Germania, sviatosi lo sguardo del suo conquistatore,  si ribellò.

E’ proprio vero,  professore, che tutti andavano a Rodi a riverire l’esule?

No certamente!. Tutti quelli che erano del partito giulio non potevano fare atto di omaggio a Tiberio! il fedele Patercolo  esagera  perché gli altezzosi figli di Giulia, figliastri di Tiberio, coi loro legati  non lo degnano di un saluto, ligi agli ordini di Augusto, indispettito nei confronti del figlio di Livia !   Il solo Quirinio è  veramente deferente verso di lui e pochi altri  che lo onorano nei loro passaggi per l’amministrazione delle province orientali.

La rabbia dell’imperatore nei confronti di Tiberio, quasi fosse stato colpevole   per l’abbandono della moglie, solo  dopo il 2 d.C. si attenua  quando  Augusto  annulla il matrimonio e punisce la figlia, e   si placa, dopo una fase di distensione di rapporti, a seguito dell’infelice  esito della spedizione armena, dopo i dissapori tra il principe  e  Lollio, quando  Gaio morente invia lettere al divino padre, in un momento di lucidità mentale suggerendo di non privarsi  del servizio di un uomo, come il suo patrigno. A seguito di questo e anche per le preghiere della madre, Augusto  decide di richiamarlo avendo condannato al confino a Pandateria – Ventotene-   la  figlia, rea di lesa maestà, seguita nell’esilio  dalla madre Scribonia,  dopo aver condannato a morte  i suoi amanti, tra cui, Iullo Antonio costretto al suicidio! Augusto aveva perfino pensato di ucciderla,  considerandola inferiore a Febe , una schiava! -Svetonio, –Augusto LXXV-

Anche il suo ritorno, comunque,  a Roma  non è del tutto felice  perché Ottaviano ha già organizzato la successione  in modo da privilegiare la discendenza di suo fratello Druso Maggiore e non la sua. Infatti viene stabilito il criterio che successore è Tiberio con la clausola che deve adottare  per la sua  successione il nipote Germanico, figlio di  Druso maggiore, in un’esclusione del suo erede naturale Druso Minore, mentre gli viene imposto come collega nella gestione imperiale Agrippa Postumo: si stabilisce così  sulla carta  la prima diarchia imperiale!

In seguito, però, Marco,  Ottaviano avendo avuto  relazioni  negative su Agrippa Postumo circa il carattere e il comportamento /ingenium sordidum ac ferox -Ibidem- , lo rilega  prima a Sorrento e poi a Pianosa. Poco dopo rilega a Tremerus /Tremiti anche la nipote Giulia minore,  la sorella,  rea di adulterio.

Augusto,  come Erode,  non ebbe fortuna  in famiglia, pur  avendo educato la figlia  e la nipote  secondo  gli antichi costumi  e perfino a filare la lana  Svetonio, Ibidem, LXXIV?

No.  Non  ebbe fortuna, anzi  la fortuna lo deluse, Ti aggiungo  che  due amici .   Lucio Adesio e Asinio Epicadio, secondo   Svetonio ( Ibidem, 19)  tentano di portare via dall’ esilio  e Agrippa e Giulia dalle  rispettive isole  di confino,   per presentarli  agli eserciti  illirici e germanici  rivendicanti  ut aequarentur stipendio praetorianis/ di essere equiparati come stipendio ai pretoriani ( cfr.  Svetonio, ibidem ,XXV) ma, sorpresi  nella loro azione,  sono uccisi proprio dai pretoriani.  In seguito,  Augusto sembra che volle riappacificarsi con  Agrippa, che  aveva inviato molte suppliche,  e l’imperatore, poco prima di morire, fece un viaggio segreto con l’amico Paolo Fabio Massimo a Pianosa ed ebbe un incontro  affettuoso col nipote e lo perdonò.

Augusto, tornato a Roma,  si ammalò e seppe dalla moglie e da Tiberio della sua riappacificazione con Agrippa:  Livia lo aveva saputo da Marcia moglie di Fabio, che aveva tradito il segreto!, Si dice che  l’imperatore gli ordinò di suicidarsi  per questa colpa!

Agrippa, comunque,  sperava di essere portato da Clemente, un suo schiavo- che aveva organizzato la fuga dall’isola – in Germania   e di  essere presentato agli eserciti da suo cognato Germanico, che stava reprimendo una rivolta militare.

Il povero giovane fu, invece, sorpreso dall’  improvviso ordine di morte  di Augusto ( o di Tiberio!)   al suo custode, pretoriano, che lo uccise: solo le sue ceneri furono portate da Clemente alla sorella Agrippina maior! .

Quindi, professore, Augusto, pur rilevando  l’ austerità del carattere di Tiberio lo nomina suo successore perché dux e cunctator  convinto che possa  essere  l’unico ad assicurare la tranquillità all’impero romano!.

Certo, Marco, Svetonio stesso  deve anche lui confessare,  che l’imperatore prega spesso  gli dei  di proteggere la salute del figlio  se non vogliono la fine dell’impero romano! Lo storico aggiunge che  non condivide il giudizio di molti che affermavano che Augusto lo avesse eletto  per le preghiere della moglie, spinto dal desiderio di farsi  maggiormente rimpiangere, dandosi un simile successore. Perciò dice: non posso però credere che quel principe tanto circospetto e prudente/circumspectissimum et prudentissimum, abbia agito alla leggera  in un caso  di così grande importanza; credo piuttosto che abbia accuratamente pesato e virtù e vizi di Tiberio ed abbia trovato  maggiori le virtù, soprattutto tenendo conto  che aveva giurato  in assemblea   di adottarlo nell’interesse dello stato  e che in molte sue lettere lo celebrò come grande  comandante militare ed unico sostegno dell’impero romano.

Professore, Svetonio in questo si allinea al giudizio dato da Filone  in  Legatio ad Gaium!.

Sono contento che ti ricordi che Filone loda entusiasticamente, da giulio, il regno di Augusto e quello di Tiberio ed anche i primi due  anni  di Caligola e ti invito a rileggere  Perché la casata di Erode e quella di Fiolne hanno in comune Ioulios /Iulius? E’ chiaro, Marco che Tiberio abbia ben governato l’impero romano: neanche secoli di critica contro la sua natura  austera da una parte e libidinosa da un’altra mostrata nel periodo caprino,  da vecchio  in riposo, evidenziata dagli scrittori Flavi, antonini e severiani, hanno scalfito il suo aristocratico sistema di guida dell’impero romano, anche se a lungo indeciso tra restitutio rei publicae e  stabilizzazione del principato! Noi lo abbiamo rivalutato giustamente nel leggere la figura di Seiano, quella di Pilato  e quella di Caligola ed abbiamo evidenziato, comunque  come positivo il quadro del regno giulio-claudio, nel suo complesso. 

Bene, professore, le ho fatto fare una grande digressione ed ora riprendiamo il discorso su Pilato. Non mi  voleva mostrare Pilato dal momento del suo esilio?  Riprendiamo da lì e dalla condanna di un giudice clemente, come Caligola!

Sembra,  Marco,  che Pilato sia esiliato con la moglie Procula a Lione dove muore .

Professore io ho molte domande da fare ancora sul regno di  Tiberio e sul comportamento dei pretoriani e quindi di Seiano e di  Pilato nelle varie circostanze di lavoro  ed ora anche su Procula. Io so  che è venerata come santa dagli ortodossi ed insieme al marito è celebrata in Etiopia come una coppia di santi e so che il suo nomen gentilicium è Claudia. E vero? .

Marco ritengo che  non ci sia relazione tra Procula e Claudia della tradizione cristiana  nata da un saluto  della II lettera a Timoteo (4.21) di  Paolo, prigioniero a Roma,  che scrive: ti saluta Eubulo, Pudente, Lino e Claudia e  i fratelli tutti quanti.  Sono leggende l