Il quadrante della vedova

Marco 12,41-44 tratta di una vedova che mette in una  shupharot del gazophulakion due spiccioli /leptà, equivalenti ad quadrante cioè 1/4 di asse (una moneta del valore  di 50 centesimi di euro, cioè di circa mille vecchie lire)

Gesù – questa è la mia ricostruzione del fatto – si trovava nel cortile delle  donne, una zona  che era  separata dal cortile degli israeliti da un muretto ed aveva all’intorno delle colonne, che sorreggevano il matroneo, da cui  si poteva assistere ai sacrifici e alle funzioni del tempio. In questi portici  c’erano 13 bossoli /buche, a forma di corno, disposti in modo che chi passava poteva deporre monete, che calavano giù  ed arrivavano nella stanza del tesoro.

Un fedele, circonciso – era vietata severamente  ai non circoncisi entrare sia nel cortile degli ebrei che in quello della donne, pena la morte: un’iscrizione sulle monumentali porte di ingresso del  tempio vietava l’accesso ai pagani- poteva andare al cortile degli israeliti  dal cortile delle donne, mediante 15 gradini.

Dai bossoli il denaro, dunque,  confluiva, da varie parti, a seconda della disposizione  dei corni,  nella vasta sala del gazophulakion come elemosina  o come tributo per il tempio (la doppia dracma): questo
costituiva il tesoro del tempio dove c’erano addetti al raggruppamento delle singole  entrate, in relazione alle porte di ingresso del tempio  e dove  c’erano depositi pubblici statali con  proprio sigillo, ma anche  di  comunità distinte per segni,  e  perfino di conti  privati, custoditi in sacchetti, dopo che le monete erano state accertate nella loro  autenticità di conio- date le tante contraffazioni- e contrassegnate con il timbro templare   con certificato di probatio,  che attestava  che i saggiatori l’avevano provato e comprovato  (solo allora il deposito era definito  pecunia clusa et obsignata).

Insomma,  il gazophulakion era una banca/trapeza (cfr. A. Petrucci, Mensam exercere, Studi sull’impresa finanziaria romana , Iovine , Napoli 1991), la banca più grande  degli ebrei – perfino di quella di Alessandria-  ed aveva  molti gestori,  con un tamias, responsabile,  di stirpe sacerdotale,  che  -di solito- era collegato con lo strategos, di nomina del sinedrio, ambedue.

Gesù, dunque, era davanti al  gazophulakion.

Perché un profeta, un maestro, un uomo  spirituale  sta davanti al gazaphulakion?  Strano!

Ancora di più mi sorprende che stia seduto proprio davanti  alle bocche del Gazophulakion.

Se fosse un re ed avesse potere censorio, invece, avrebbe anche un significato lo stare presso una delle 13 supharot?!

Comunque, qualsiasi cosa stesse facendo nel tempio, Gesù che stava seduto (kathisas katenanti tou gazophulakiou –  proprio di fronte al tesoro- katenanti  fa supporre una volontà di inquisire ,come anche etheoorei)  esaminava, non stava a guardare, da curioso,  il modo come  l’ochlos popolo  gettasse denaro nel tesoro!.

Marco  parla dell’obolo ( è moneta greca del valore simile al quadrante latino) della vedova,  dopo il tributo a Cesare, a seguito della confutazione dell’errore dei sadducei sulla resurrezione (ouk estin theos nekroon alla zoontoon : polu planaste/ è dio non dei morti ma dei viventi: errate molto), della proclamazione dell’amore del prossimo come primo comandamento, della propria proclamazione come Messia, Signore più che  Figlio di Davide in una correzione della lettura degli scribi, apostrofati come uomini che amano passeggiare in lunghe vesti, rivere saluti nelle piazze  avere i primi seggi nelle sinagoghe , i primi posti nei conviti, divorare le case delle vedove,  fare ostentazione delle lunghe preghiere.

Il  racconto di Marco, quindi, è nodale  in quanto subito  dopo  l’evangelista fa un discorso escatologico, mostrando l’inizio dei dolori e il vertice della tribolazione (tutti termini  spie dell’avvenuta  distruzione del tempio e della città)  per giungere a focalizzare la venuta del Figlio dell’uomo  sconosciuta  a tutti (perfino agli angeli e  allo stesso Figlio) e nota solo  al Padre, per cui  c’è l’esortazione a vegliare  con l’uso  di tre termini  blepete, agrupneite… grhgoreite (anafora  di quest’ultimo con  poliptoto /ina grhgorhi).

Noi abbiamo parlato a lungo di discorsi apocalittici ed escatologici e rinviamo ad altri studi ( Apokalupsiscuriosità– ed altrove ), qui mi preme  rilevare che lo studio sulla vedova  da parte di un maran/ re, che esamina i suoi sudditi (specie sadducei e scribi, filoromani)  versare nel tesoro del tempio, ha un altro valore rispetto a quello dato dalla tradizione…

Dopo la purificazione del tempio, il maran può aver chiesto un contributo ai suoi sudditi ?…come Oro alla patria di Mussolini, fissato per la Giornata della fede il 18 Dicembre 1935?!…

Chi attende ancora la venuta del Signore, come parousia/ritorno, presenza divina, invece,  intorno alla fine del primo secolo d.C. , mira a  risolvere tutto in  un ammaestramento morale secondo quanto detto da Christos  che rileva  come la vedova  (definita non khhra ma auth h ptookhh),   anche se poveretta,  ha gettato  più di tutti (pleion pantoon ebalen toon ballontoon ), dando  una spiegazione divina –  solo un dio può vedere quanto versato e sapere la verità!- di quanto dato da tutti gli altri  (to perisseuon il superfluo) , rispetto al  versato dalla vedova che ha dato tutto ciò che ha, cioè tutta quanta la sua vita/ panta osa eiken, olon ton bion auths.

La conclusione di Marco è, dunque, che la poveretta dà tutto ciò che ha, mentre  tutti gli altri solo il superfluo, in una esaltazione dei poveri  rispetto  ai ricchi (condannati!), degli ultimi rispetto ai primi, in un rovesciamento delle situazioni, secondo la retorica delle antitesi.

Una facile lezione morale, amici cristiani,  puzza -tanto- di inganno, da parte del  nuovo sacerdozio christianos!

Gesù. Meshiah aramaico, methorios , politikos

Gesù fu un messia aramaico, methorios e politikos.

Ho già trattato il problema della regalità di Gesù aramaica,  e quindi del Makuth ha shemaim, ed ho puntualizzato la funzione methoria dei giudei ellenisti, oniadi,  in relazione al sistema trapezitario ed emporico (Cfr. Jehoshua o Iesous? Maroni,2003).

O methorios, da una parte, ed o politikos, da un’altra, sono due  tipici aggettivi  sostantivati che  sono stati  da me per anni connessi alla figura dell’ellenista giudaico- alessandrino, di cultura greca, in particolar modo all‘alabarca di Egitto, espressione di un’attività commerciale e politica  dell’ebreo nell’impero romano. In quest’ultimo decennio, ristudiando e rivedendo  la situazione del Malkuth alla luce delle indicazioni di Marco ( e di Matteo), mi sembra di poter/dovere correggere  la radicale impostazione precedente in senso aramaico del Messia  nel  corso del suo Regno, imprecisato nella sostanza, anche se determinato nella cronologia. 

Se si legge Marco (11,12,13)  è possibile rilevare da una parte l’aspetto della novitas  di Gesù aramaico,  che ha preso il tempio, che ha una sua neoteropoiia/politica nuova, dopo una stasis/rivolta vittoriosa, ma  non precisa la  provenienza della sua exousia/potere/ potestas, mentre ambiguamente  specifica, secondo i criteri zelotici, il suo pensiero  antiromano, senza provocare  dilacerazioni tra i suoi seguaci e senza tagliarsi i ponti per una ricucitura politica con la romanitas dominante, di cui c’è  traccia in ta Kaisaros apodote Caisari kai ta tou Theu Theooi, in un servizio  apparente a due padroni.

Gesù, methorios e politikos  è compatibile  nel periodo 32-36, in un momento in cui l’impero romano non si interessa alla situazione dell’area siriaca e siro-palestinese, mentre  l’impero parthico  sostiene il messianesimo, utile ora alla sua espansione fino al Mediterraneo in una ripresa della politica di Pacoro del 40-38 av. C., in un recupero dell’eredità achemenide e seleucide,

Il messianesimo giudaico autorizzava  Artabano III, collegato con Areta IV, re dei nabatei  e con Monobazo ed Izate,  re dell’Adiabene ad un  intervento militare antiromano  per la riconquista dell’Armenia e della Siria e della Celesiria  e alla definitiva rottura della siepe antoniana dei regni vassalli e delle tetrarchie, imposti dai romani alle popolazioni aramaiche (specie quelle di Erode Antipa, di Filippo)  e all’ abolizione  della provincia  di Siria e  della sotto provincia di Iudaea

A vittoria  conseguita,…  instaurato il malkuth,  purificato il tempio… il regnare era oltremodo difficile per il Messia:  c’erano problemi logistici di collegamento tra gli aramaici di due imperi diversi e c’erano  controversie decennali tra aramaici e  pagani greci e gli stessi giudeo- ellenisti,  c’erano perfino incompatibilità  religiose e commerciali tra i giudei ellenisti e i  greci pagani.

Il regno del Messia,  ricavato entro i limiti del confine romano, era di popolazione mista,  con una popolazione non inferiore ai 1.800.000, di cui gli aramaici formavano un nucleo compatto di 600.000  persone, ma la maggioranza era  quella costituita da  giudeo ellenisti e  da pagani (specie nelle due tetrarchie erodiane e in  Decapoli ,e lungo il litorale mediterraneo), mentre ancora  le forze parthiche occupavano la Siria e l’Armenia ed arrivavano fino al Mediterraneo…

Inoltre gli aramaici non predominavano nemmeno in Gerusalemme e nella Giudea, data l’alta presenza di giudei ellenisti che formavano la classe  dominante sacerdotale sadducea, gli erodiani e gli scribi, che   avevano il supporto dei sebasteni, truppe erodiane consociate come auxilia ai  milites romani,  che, inoperosi, erano nei castra  dislocati in molte postazioni non distanti dall’Eufrate. Inoltre tutta la regione della Giudea  era collegata  con quella di Samaria, di religione   scismatica,  che aveva  una propria Bibbia (Pentateuco e libro di Giosuè) e  con l’Idumea , che,  pur divisa tra aramaici e greci, aveva un consistente gruppo di  elementi di sicuro affidamento messianico, come anche la Perea e la stessa Galilea, da cui era partito il movimento, vincente,  di insurrezione messianica…

Le forze, dunque, del Messia, seppure insediato in Gerusalemme e  nel Tempio, non permettevano un governo della città  e delle zone occupate, circonvicine, secondo la rigida applicazione legalistica della Musar, cultura  aramaica: il sinedrio messianico doveva essere di  varia composizione e comprendeva sadducei,  farisei ed esseni,  erodiani e naziroi galilaici di varia estrazione sociale,  ed era subentrato a quello sciolto,  dominato dai sadducei e dagli erodiani  e  controllato dalle  potenti famiglie di Anano I  e del genero Kaifas (collegato con i cinque cognati,  Eleazar, Teofilo, Gionata, Mattia, Anano II – Per Flavio- che si meraviglia del fortuna del vecchio,  Ant. Giud. XX, 9.1 Anano fu molto fortunato . Infatti cinque suoi figli , dopo che lui aveva goduto dell’ufficio per un periodo piuttosto lungo, sono stati sommi sacerdoti-) e di Anania Boeto Canthera.

Infine il Regno secondo i confini erodiani  (cioè fascia costiera, l’ex tetrarchia di Filippo, la zona transgiordana)  era da conquistare,  come anche il titolo di maran  senza il riconoscimento di Tiberio  (come anche quello di Basileus con  il consenso di Roma)…

Essere Messia  comportava un tenere a freno i vincitori aramaici sia gerosolomitani, che galilaici che parthici,  e quindi  venire a patti con  gli  stessi sostenitori, limitati nella loro esuberanza vittoriosa, e nelle pretese di ricompensa legittima con le funzioni governative e le cariche  (cfr. Marco,10, 35-45), delusi nella spartizione del potere: Il pensiero riportato dall’evangelista non corrisponde alla situazione di accadimento ma  è  collegato con quella di scrittura domizianea ed ha valore anagogico e morale, in una   contrapposizione tra potere pagano dispotico,  per honores  e quello messianico per servitium /diakonia (cfr. l’uso di diakonos  in relazione a doulos   e il poliptoto diakonethhnai – diakonhsai al fine di mostrare l’exemplum di chi dà la vita per il riscatto di molti).

E contemporaneamente sottendeva curare i vinti  sadducei e erodiani e scribi, filoromani e i romani stessi  in quanto bisognava rispettare i greci e specie i giudeo-greci  che si erano arresi senza spargimento di sangue e che  si erano consegnati alla clemenza del vincitore  ed aumentare i rapporti con i giudei ellenisti specie di Egitto e di Cirenaica che avevano finanziato l’impresa, considerato l’immobilismo di Tiberio…

Il messia sapeva bene che le truppe romane erano  e nelle  regioni  a lui nominalmente sottoposte e  in Siria, dove il  contingente era  maggiore, anche se   le truppe  ora erano disorganizzate e  senza capi , specie, dopo la morte di Pomponio Flacco e la mancata rapida sostituzione da parte di Tiberio, più interessato all’eliminazione fisica  dei seguaci di Elio Seiano, -che aveva gestito la questione mediorientale, ed aveva posto  in Iudaea un suo uomo di fiducia, Ponzio Pilato- …

Ben si conosceva l’ attendismo  fatalistico  del vecchio imperatore, la politica, lenta nella rimozione dei  governatori. Tiberio raccontava l’apologo del ferito e delle mosche,  sentenziando che per un ferito era meglio sopportare le mosche vecchie che  ucciderle, perché, morte quelle che avevano a sazietà  succhiato sangue, sarebbero venute altre fameliche, avide: l’imperatore considerava i suoi governatori specie di nomina senatoria, agli inizi del mandato, avidissimi,  che però, si spegnevano col tempo, perché avevano raggiunto la sazietà  e potevano tornare dall’incarico provinciale con molte ricchezze tanto che, partiti poveri,  tornavano ricchi... (Cfr. Flavio ,Ant. Giud., XVIII,174-176). Celebre la  sua  massima:  è proprio di un buon pastore tosare il  gregge, non scorticarlo/ Boni pastoris tondère pecus, non deglùbere  (Svetonio,Tiberio XXXII).

La politica aramaica, immitis,  senza praoths,  barbaricamente violenta, di aggressione, non era possibile  come non era possibile seguire l’exemplum di Giovanni il battista,  la cui rigida vita di recabita, imponeva una dura osservanza della legge, una palingenesis una nuova vita col battesimo di purificazione ad Al Karrar (Betania oltre il Giordano), dopo un’attesa penitenziale ed addestramento militare: il messia, invece, doveva coniugare le tante anime dell’ebraismo e quelle  ellenistiche della società pagana,  per cui blanda era la sua interpretazione legalistica…

Infatti  Matteo (oltre che in 26,6 e sgg   circa il puro ed impuro ed unzione)   in 15,1 mostra, prima, che i discepoli di Gesù non seguono la tradizione degli antichi e nel mangiare  e nel lavarsi  e nell’onorare il padre e la madre  e poi  mette in evidenza Gesù che  definisce i  farisei ciechi e guide di ciechi...  Marco  aggiunge  in 18, 1 sgg un attacco dei seguaci di Giovanni, oltre che dei farisei, sul digiuno  non osservato dai discepoli del Signore   e in genere sul mangiare e bere con i peccatori, specie  con i pubblicani e specificamente  viene condannato lo sperpero,  in casa di Simone il lebbroso, di  unguento di nardo  e della rottura del vaso di alabastro  del costo complessivo di 300 denarii  (6000 euro circa;   si pensi  che a Giuda  vengono dati  30 denarii  circa 600 euro- il valore di un denario è di  quattro sesterzi  cioè di 16 assi; si noti che  con due assi si  può comprare un kg. di pane)

Insomma sembra che Gesù abbia un’altra gestione politica rispetto alla tradizione farisaica e alla  impostazione aramaica, giovannea, e che la sua deviazione sia  scandalosa e perciò marcata da oppositori seppure della sua stessa fazione….

Voleva forse  indicare altre possibilità, oltre a quella aramaica, ai suoi discepoli, pur rimanendo saldo il principio di fede giudaico e mosaico   di Dio solo padrone e padre di Israel ?.

Fu  quella stessa pretoria e censoria  di Erode Agrippa, convinto assertore di  una politica filoromana,  entro cui, però, doveva trovare spazio il giudaismo ellenizzato con le connessioni all’istanza messianica  aramaica !

Fu quella stessa  politica di Giacomo,  che nella sua figura di recabita e di  giusto tzadik, di baluardo del popolo aramaico  si faceva garante con i governatori filogiudaici (Fado, Tiberio Alessandro, Felice ) del comune  affare delle festività  ebraiche, assicurate nella loro regolarità,  lasciando aperto e il canale ellenistico e  quello aramaico, finché, cessata la collaborazione censoria e finanziaria  coi romani -ormai decisi ad estirpare   il cancro aramaico  ed ebraico ellenistico- riprendeva decisamente la politica  militaristica, esclusivamente aramaica, facendo sequestri ed  attentati  contro sadducei ed erodiani e contro i nemici romani.

La sua morte risultava  per Giuseppe Flavio l’inizio della fine del Tempio di Gerusalemme e di Gerusalemme stessa:  il giudaismo aramaico, fusosi con quello adiabene e mesopotamico, collegato con  quello idumeo, galilaico,  peraita e con gli ebrei scismatici  alessandrini  più intransigenti,-che erano stati rovinati della politica finanziaria dell’ultimo Nerone,- andavano alla  guerra contro i romani convinti che Davide  avrebbe vinto Golia  e che i più deboli avrebbero superato i più forti, sicuri che a Dio niente era impossibile e  che perciò  si sarebbe verificato miracolosamente  l’evento salvifico …

Si potrebbe,  dunque, inferire che  da Gesù derivi una doppia via operativa, mediante  due metodi diversi in relazione  alle 613 prescrizioni della legge utili  (sebbene in modi differenti)   a conseguire il benessere dell’anima e  quello del corpo?.

Ora,  siccome il popolo non ha la capacità di percepire  la natura delle cose spirituali, espresse in  forma esplicita o forma metaforica, allora per ogni massa occorre fare le correzioni delle condizioni di esistenza,   cosa che si consegue solo con l’eliminazione dei torti reciproci,  da una parte,  impedendo all’individuo  di compiere la propria volontà e  allontanando  le mete alla portata delle specifiche capacità, costringendo a fare quanto è utile alla collettività e, da un’altra , formando costumi utili alla comunità  tali da rendere la città ordinata.

Il benessere dell’anima non si consegue se non si raggiunge quello del corpo: si vuol dire cioè che bisogna assicurare lo stare bene  nella migliore salute, avendo tutte le cose necessarie a vivere  (casa  famiglia, cibo, denaro,  ogni cosa buona ed  utile al soddisfacimento degli appetiti umani)  non solo per un individuo o gruppo familiare ma per una comunità politica, perché l’uomo  è un animale  per natura  razionale  e politico, un vivente consociato che pensa prima alla propria sussistenza personale  poi a quella dei famigliari ed infine agli altri, come prossimo, facente parte dell comunità,  con cui condividerà  le cose, anche se  teso ad un  vantaggio, comunque,  sempre proprio.

Il benessere dell’anima  è di ben altra forma,  in quanto si cerca iniziando il proprio percorso  purificandosi col rifiuto  della pars corporale  (tengo presente il sistema sia degli Esseni che dei Terapeuti che  si disfano di ogni patrimonio e lo cedono a  parenti)  allontanandosi dagli altri e vivendo in comunità o in solitudine, tendendo  a sviluppare la razionalità  in atto, con un intelletto in atto, in un’ ansia e volontà di conoscere  tutto ciò che è possibile e tutti gli enti, in ragione  della perfezione ultima/teleioosis ,  che non consta di azioni o di costumi, ma solo di opinioni, come risultanze di una speculazione razionale  e  come conferma  di uno studio fatto.

Maimonide,  a proposito della legge e della perfezione ultima,  dice: la legge di Mosè nostro maestro  ci dà il vantaggio  di entrambe le perfezioni insieme: ossia crea le condizioni  migliori in cui  gli uomini possano vivere   gli uni con gli altri,  eliminando l’ingiustizia, e concedendo un carattere  nobile e virtuoso, così che gli abitanti del paese possano sopravvivere e perpetuarsi  secondo un unico ordine, affinché ciascuno  di essi raggiunga la sua perfezione prima, e le credenze  e le opinioni  corrette con le  quali  si raggiunge la perfezione ultima  (Cfr.la Guida dei perplessi, a cura di M. Zonta, Utet,,2013).

Quindi per Gesù maran  assicurare la giustizia  con tutte le condizioni politiche  è il primo compito, anche se  impossibile da realizzare in una comunità  composita, per dare un benessere corporale  …

La musar contempla di  fondere  le due perfezioni dando rilievo prioritario a quella corporale senza la quale non è pensabile nemmeno l’intelligibile benessere spirituale,,.

La paideia insegna philanthropia, ad essere uomo, ad  amare l’uomo come altro se stesso (Homo sum: humani nihil  a me alienum puto  Terenzio, Eautontimoroumenos ,77) in un adattamento  in situazione  e  a superare la prova/ ostacolo in relazione al proprio ingegno,  ad essere faber del proprio destinovivendo  moderatamente, secondo natura e  ragione, conseguendo uno stato  di eudaimonia in quanto anhr theios, capace di discernere tra le cose che esistono, e quelle  che dipendono da noi,  quelle che non dipendono da noi, servendosi della proairesis.

Questa  distingue, secondo la cultura stoica, i  fatti nostri  e li sottopone ad un razionale controllo  (giudizio di valore, impulso ad agire , desiderio, avversione, amore e ed ogni altro sentimento) da quelli non nostri  ( i nostri averi, le opinioni che gli altri hanno di noi, la cariche pubbliche ,  qualsiasi cosa  che non dipenda da noi esseri umani, ma da cause esterne).

Ora, Gesù regnando su ebrei e pagani, con un Tempio da gestire, un tesoro senza pari, con alleati armati  entro i propri confini e con nemici invasori, vinti, ma ancora sul proprio territorio, doveva per forza  praticare una politica di moderazione, quindi impostata sulla metrioths e non sulla ferocia barbarica.

Noi abbiamo cercato con pazienza, in tanti anni di  studio, i segni di una politica nei vangeli sinottici di  un Gesù Methorios, uomo al confine tra due regni, un aramaico moderato, che ha insegnato una doppia via, una seguita dal fratello Jakobos,  quella naziroa del Malkuth ha shemaim, ed una da Shaul  Paulus ed evangelisti,  che  hanno,  poi,  a seconda delle  situazioni,  sviluppato  in modo personale, l’eredità politica e  spirituale del  Maran, Re/Maestro, martire aramaico.

Da lui dunque derivano  e la via seguita da Giacomo  e dagli aramaici, che vanno ciecamente, fiduciosi solo  in Dio, alla guerra, alla distruzione  del Tempio , ed arrivano, dopo la rivolta del 115-116, allo sterminio con Shimon bar Kokba –  e quella dei Christianoi antiocheni e di Paolo che, seguendo la metriotes, fondendo  musar e paideia, tradizione ebraica e pagana, rompendo con la sinagoga- inquisita  e condannata dalle autorità- hanno una loro possibilità di sopravvivenza nel territorio romano, nonostante le differenze di lettura,  a seguito di skimmata ed erides ecclesiali, della medesima lezione del Signore e sopravvivono secondo  una propria gerarchia, greca, in relazione alle zone di diffusione della Basileia tou Theou.

Giacomo, dopo un lungo periodo di connessione con i prefetti romani,  irrigidisce la sua politica, specie negli ultimi anni di governatorato di Felice  nell’interpretazione integralista mesopotamica  del pensiero del fratello  a seguito della scoperta dei piani di distruzione romana dell‘ etnos giudaico,  mentre Paolo  e gli evangelisti  seguono l’indirizzo moderato di comunione tra giudei e pagani e  costituiscono   su una struttura retorica  una nuova base teologale e celebrano il mito di Gesù (figlio di Dio e di una Vergine, che,   venuto in terra  per redimere il mondo  dal peccato originale, ucciso dal suo stesso popolo,  risuscita)  e lo rievocano  con riti  come modello di vita e lo considerano nomos empsuchos.

Vediamo, dunque, come Gesù sia stato per ambedue le vie una guida ..

Non è facile seguire la doppia indicazione di Gesù (cosa  che richiede esami tecnici linguistici e storici):  in questa sede portiamo solo alcuni esempi di moderazione  politica che ci autorizzano a definire il Messia o politikos  Cfr A Filipponi, Giuseppe o il Politico , eBook Narcissus 2011) e trascuriamo tanti altri.

Scegliamo, tra i tanti,  due episodi, quelli più famosi, tratti da Marco.

ll  primo  (11,27) racconta di Gesù  che, tornato a Gerusalemme per la terza volta, passeggia nel Tempio  (viene usato il termine peripateo , aristotelico che indica un camminare e discutere con altri  forse nel cortile dei gentili  ), come uomo, che vincitore, domina la scena  col suo seguito di naziroi…

Il passeggiare  sottende  che già ha fatto l’ingresso trionfale, davidico, in città, seduto su un puledro, tra gli osanna popolari, ma a sera del giorno del 7 nisan, periblepsamenos tauta avendo attentamente guardato intorno le cose, ecselthen eis Bhthanian metà toon doodeka uscì in direzione di Betania con i dodici.

 Peripatein sottende anche  il possesso del tempio  da cui ha scacciato quelli che comprano e vendono, avendo rovesciato i tavoli  dei trapeziti, cambiavalute, e  banchi dei venditori di colombe  facendo da despoths queste azioni e rimproverando,  secondo i logia di Isaia (56,7) e di Geremia (7,11)  che il tempio è diventato una spelonca di ladri  quando è un luogo di preghiera ed impedendo di portare oggetti attraverso l’area templare.

L’evangelista, quindi, implicitamente  dichiara che Gesù ha svolto la sua funzione militare avendo non solo  exousia  strategikh/potestas praetoria ma anche h toon dhmàrchoon exousia / potestas  tribunicia.

Queste cose erano state fatte  (si rilevi che poieoo è verbo molto difficile da intendere  e che ha molti valori dal generico fare a creare di Dio kosmopoihths)  il giorno 8  di Nisan e i  sommi sacerdoti e gli scribi volevano ucciderlo, quando Gesù era nel cortile degli ebrei, ma temevano la folla: Gesù era andato via ed era tornato otan opse  egeneto, quando giunse la sera,  in una zona tra Betfage e Betania, il suo centro militare operativo.

Il giorno dopo , 9 Nisan,  stando Gesù nel cortile  dei gentili (non era entrato ancora in quello degli ebrei), mentre passeggia (con la Thiara parthica?!),  si presentano i sommi sacerdoti, gli scribi e gli anziani, insomma il sinedrio al completo, filoromano e chiedono: en poia ecsousia (dativo singolare, con alfa ed iota sottoscritto) tauta poieis; con quale potere  fai questo? ed aggiungono per meglio precisare la domanda  h tis soi edooken thn ecsousian tauthn ina tauta poihis /o chi ti ha dato il potere di fare questo?,

La domanda, pur duplice, è una in quanto la seconda è pura richiesta del nome del datore di ecsousia, che tutti conoscono, ma  non dicono e vogliono invece che Gesù lo dica espressamente.

Insomma si fa una richiesta ufficiale: chi rompe l’ordine stabilito nel  tempio stesso? con quale autorità lo faccia? Qui non si parla di autorità religiosa, di parola, di  disputa …

Le due precise domande sono fatte a chi ha turbato la normalità commerciale del tempio e quindi sottendono  la presenza armata  di chi ha preso militarmente  il tempio,  annientando anche la guarnigione romana sulla Torre Antonia e le truppe  templari  col loro strategos.

La prima domanda sottende che Gesù ha  potestas  sul popolo (ochlos) – i leviti, il piccolo  e medio sacerdozio, gli artigiani  e i militari zelotai   che l’acclamano meshiah  e che  riconoscono in lui i segni della elezione divina  dellunto del signore; la seconda è in relazione all‘ecsousia politico-militare, tipica del popolo romano cioè dell’imperatore e del senato -dai quali dipende la provincia di Iudaea col Tempio di Gerusalemme-  e fa intendere  che si conosce  il  sostegno straniero (quello di Artabano III e di Areta IV) e si vuole una dichiarazione  pubblica della  reale autorità messianica.

Dunque il sinedrio  esige  una  risposta  politica, pubblica,  da chi ha interrotto la normalità del Tempio gestito dai sadducei, protetto dai milites e  dal diritto/ Ius romano.

Gesù si mostra o politikos , un politico abile nella comunicazione, diplomatico: non risponde alle domande, ma ne fa un’altra marcando sempre il termine  ecsousia  e pone una condizione, (con un periodo ipotetico di II tipo) in tono imperativo: se mi risponderete, vi dirò con quale potere faccio queste cose: to baptisma to Jooannou ecs ouranou hn h ecs anthroopoon; apokrithte moi/ il battesimo diGiovanni era dal Dio o dagli uomini? rispondetemi.

E’ una sfida al sinedrio!  c’è coscienza  da parte del Messia di avere in pugno la situazione politica e di essere il vincitore, a cui i settanta  devono piegarsi, allinearsi, inchinarsi – anche perché rischiano la vita – e dichiarare ouk oidamen/non sappiamo, costretti a professarsi ignoranti  davanti al popolo e quindi  a rassegnare le dimissioni…

E’ la massima umiliazione per un sophisths: un maestro di vita  che non sa, perde  il diritto di guidare ed ogni dignità, che deriva dalla  saggezza profetica!…

E’  ammissione pubblica di non aver riconosciuto i segni della missione divina di Giovanni, della sua ecsousia celeste,  di averlo lasciato solo davanti al potere romano ed erodiano, di averlo così condannato a morte …

Il ragionamento del sinedrio, anche se  individuale,   presuppone già nel verbo dialogizoo una febbrile attività interiore razionale, al fine di una soluzione possibile  all’aut aut  del Christos,  con la pressione imperativa dell’immediatezza della risposta.

La coscienza che qualsiasi  delle due risposte sarebbe stata non giusta  ed avrebbe avuto ripercussioni sulla stessa  incolumità sinedriale, aumenta l’incertezza  dei singoli e determina la confessione di ignoranza, unica possibilità di reale salvezza.

Infatti per l’evangelista  ognuno degli oppositori,  che pur desiderano la risposta ufficiale, da inviare  al senato e all’imperatore  romano, ha la coscienza di correre un pericolo mortale o da parte del Messia o da parte del popolo: dire che il battesimo di Giovanni era dal cielo significava  ammettere  davanti al Signore, annunciato dal precursore, la propria colpa e  confessare di  non essere uomini di Dio, ma suoi nemici e quindi  giustificare la condanna a morte in quanto menzogneri; dire che derivava dagli uomini, equivaleva ad  una condanna alla lapidazione popolare  perché Giovanni era considerato propheths.

Un vero politico è Gesù che realizza i sogni dei suoi seguaci aramaici, vedere umiliati e rei confessi i nemici, ma  moderato nella vendetta, come un ellenista  che si rifugia  nel rifiuto di comunicazione con uomini non degni, menzogneri! Infatti dice: neanche io dico con quale autorità faccio queste cose.

Matteo (21,23-27)e Marco  dicono sostanzialmente lo  stesso pensiero e  scrivono la stesse parole  oude egoo legoo umin en poia ecsousia tauta poioo, mentre Luca (2.1-8) fa una premessa  su Gesù che in quei giorni istruisce il popolo nel tempio ed annuncia la buona novella, per cui il resto del racconto, seppure simile a quello degli altri evangelisti,  assume un valore solo morale.

Il secondo episodio (Mc12,13-17), è quello che più di ogni altro mi ha fatto perdere sonno (cfr. Il tributo a Cesare in Jehoshua o Iesous ? cit. pp. 173-179)

Il vecchio sinedrio non ha  più potere in Gerusalemme  e Gesù ne sta formando  uno nuovo.

Da oppositori nascosti, dopo la paura del precedente incontro,  vengono inviati al Signore/Despoths  farisei (di cui non si conosce il preciso indirizzo- di norma  i farisei sono molto fedeli al Messia-) ed erodiani, intenzionati a comprometterlo ulteriormente  coi romani.

Questo è l’effettivo valore della  proposizione finale ina auton agreusoosin logooi in quel cotesto e in quel contesto: il verbo agreuoo è dell’area semantica della pesca ( o caccia)  ed indica un pescatore/cacciatore agreus  che con rete  (o amo o laccio) fa preda (agreuma): quindi qui si vuole prendere  al laccio il Messia  con qualche parola (logos)  da riferire ai mandanti romani.

I richiedenti sono politici, uomini che sanno conquistare  il proprio interlocutore  con la retorica ed usare la  captatio benevolentiae  e che lo chiamano maestro (didaskalos /rabbi non è dell’epoca tiberiana!) Despoths /maran, affermando di sapere (oidamen) che lui è  alethhs (non menzognero),  che non guarda in  faccia  gli uomini   e che segue la via  di Dio secondo verità: essi, seppure retoricamente, prima professano di riconoscerlo come Messia e poi chiedono: ecsestin  dounai khnson kaisari  h ou;  doomen h mh doomen;

La domanda è come quella di Gesù precedente: si può rispondere solo si o no  e la risposta ha valore di una dichiarazione di guerra se negativa, se è positiva ha valore di  negazione dell’impresa  messianica, di fine  del Malkuth ha shemaim e ritorno alla normalità di soggezione alla romanità con la conseguenza della lapidazione del menzognero che ha tradito le attese popolari.  

Diamo o non diamo ? come congiuntivo esortativo, in forma interrogativa ha  significato pratico finanziario  che necessita di un’azione concreta di sborsare telein  (non dounai azione sponta nea!)quanto dovuto al senato e all’imperatore: o si dà il dovuto a Cesare  e si  torna sotto il controllo della  censura romana e dei pubblicani;  o non si dà  il denario perché già moneta impura  in quanto ha l’effigie di Cesare, non toccabile per il giudeo puro ,  che non si serve del denario o, caso mai , usa siclo e suz  (con l’implicito ritorno dei banchi dei cambiavalute) e si riprende lo stato di belligeranza, dopo la pausa della purificazione del tempio…

Dato l’uso della prima  persona plurale doomen h doomen? sottende un ravvicinato colloquio tra chi chiede  e chi deve rispondere, un guardarsi negli occhi di emittente e ricevente e tutti quelli che seguono le due parti   coinvolte emotivamente nella stessa drammatica azione, e risulta un confronto, quasi un diretto incontro-scontro, tra  avversari (non nemici)…

Sono, dunque, concrete domande in relazione al modo di comportamento quotidiano coi pubblicani,  che implicano la volontà di conoscere il  reale pensiero del Meshiah,  che ha ecsousia tamieutikh potere censorio…

Bisogna vedere  che Gesù  sta  col nuovo  strategos del tempio e con il tamias  amministratore  e quindi anche col suo clero fedele di esseni  che, hanno sostituito i sadducei. Non  deve sorprendere in tale situazione la richiesta di portare un denario  al suo interlocutore, che è in febbrile attesa con gli altri farisei, intenzionati, anche secondo Matteo,  a prenderlo in trappola mediante la parola (Pagideusoosin en logooi)!

Il problema sulla liceità  del tributo romano e sul dovere giudaico del pagamento comporta da una parte l’esclusione  dal cleronomos  dei figli con  scelta di un altro popolo eletto e da un’altra la fine del pensiero theocratico  di Dio Padrone unico di Israel, proprio ora che c’è il Meshiah, che è stato instaurato il Malkuth ha shemaim...

Ogni uomo presente nel cortile degli  gentili si attende, invece,  un solenne pronunciamento e quindi che il meshiah  sancisca definitivamente  il diritto ebraico del cleronomos  ed abolisca  il dovere pagare il tributo ai romani, come aveva fatto Giuda il gaulanita….

Gesù, incurante dell’ipocrisia farisaica  e della malizia,  comanda che gli sia portato il denario per vederlo (pherete moi dhnarion ina idoo).

Gesù osserva, (senza toccarlo) il denario  con la testa di Tiberio laureata e volta a destra, e  legge l’iscrizione TICAESAR DIVI C AUG. F AUGUSTUS  e forse (per prendere tempo) vede (dopo averlo fatto girare)  anche il retro con la figura di Tiberio che guida una quadriga   e che ha nella mano destra un ramo d’alloro  e nella  sinistra uno scettro con aquila,  con sotto scritto  gli anni  del pontificato massimo  e quelli del suo regno.

La domanda tinos h eikoon kai h epigraphh; di chi è questa immagine e l’iscrizione ?, scontata,  è stata per secoli  letta dai Christianoi come fatta non secondo l’epoca  tiberiana,  ma  secondo  quella flavia quando il tempio non esisteva più  e già Vespasiano aveva  stabilito un nuovo tributo  fiscus iudaicus da versare conglobato, nel fisco imperiale …

La valenza significativa è diversa  a seconda dei tempi, specie se c’è stata la stasis vittoriosa messianica: non si può leggere la  risposta di Gesù come accettazione del potere romano  e come suddivisione di campi  come  frase  che sancisce  un doppio servitium ad una doppia autorità,  distinta in una umana e in una divina, paritariamente, da parte di un Messia, spirituale, figlio di Dio; si deve leggere invece  come una risposta di un politikos che nel  contesto templare,  da Meshiah,  che è entrato trionfalmente in città ed ha preso il tempio, ed ora, dopo la purificazione, in un clima festoso,  mostra  clemenza e moderazione, a vittoria conseguita.

La richiesta del denario è in relazione alla già studiata risposta, spettacolare,  tanto da destare meraviglia  in tutti (ecsethaumazon), come segno di una diplomazia politica, tesa a non  tagliare ogni ponte  col potente nemico, momentaneamente sconfitto, date le infinite risorse finanziarie economiche e militari  dell’ imperium romano…

C’è coscienza della propria precaria situazione regale, methoria rispetto ai Parthi e ai romani…

C‘è una logica  di rispetto per i romani, con una coscienza della propria propria  missione ancora da ultimare;  rinviare, quindi, è atto  astuto  che permette d i  soprassedere  e procrasticare  circa la liceità e il  gioco -antitetico – del pagare (telein ) o non pagare.

Da  politikos,  Gesù  sa bene che il suo Malkuth  è uno stato vassallo, associato all’impero parthico, non riconosciuto da Roma  e quindi è abile a lasciarsi uno spazio  diplomatico per eventuale tregua  in attesa di  avvenimenti, da opportunista eukairos,  capace di tranquillizzare i  suoi irriducibili galilei  integralisti con un sguardo di intesa e di complicità, negante perfino  quanto si dice espressamente per convenienza politica: la parola contraddice l’azione e l’azione la parola.

D’altra arte non si espone coi suoi detrattori politici  che cercano  materiale  orale da inviare  al senato romano e all’imperatore, come atto di accusa  connesso con  gli accadimenti dei giorni pasquali: la sua  doppiezza nasconde sotto  l’ufficialità del detto ambiguo  tutta la tradizione di odio aramaico  secolare  contro Roma, sottesa  nello Shema  basata sul  timore di un solo signore, immortale .

Il breve scambio  domanda-risposta  tra il Messia e l’interlocutore sintetizza la conclusione rapida della discussione  e la tronca  (Tinos h eikoon auth kai epigraphh?.. Kaisaros)  bruscamente – con tono autoritario – una doppia frase iussiva, strutturata secondo una perfetta simmetria  con ellissi  di apodote nel secondo membro  della proposizione coordinata che  è giustamente diventata apoftegma  di rara efficacia morale, mirabile per la società cristiana- abile opportunisticamente  a servire ora l’uno ora l’altro- .Ta kaisaros apodote Kaisari, kai ta tou theou tooi theooi è ancora oggi di attualità…

Dunque, si può dire che Gesù dimostra ha una sua abilità politica, congiunta ad una  retorica basata sul gioco dell’equivoco e   dell’ambiguo,

Gesù  segue il modello di Areta IV, che agli inizi del regno, domina sui nabatei senza il  riconoscimento romano, poi si avvicina a loro tanto da essere riconosciuto come socius  ed infine  accoglie come ospite e Petra sia Germanico, che ha  imperium proconsulare maius per  l’Oriente,   che Pisone, governatore di Siria, anche se rimane sempre ambiguo nella sua politica?

L a politica di Gesù e quella di Areta IV possono essere in relazione specie dopo la fine del matrimonio venticinquennale di sua  figlia Dasha, ripudiata da   Erode Antipa, per sposare sua nipote  Erodiade sorella di Erode Agrippa, a seguito della decapitazione di Giovanni?..

Il vecchio monarca  seguace  del Giovanni il battista fu  guida politica anche per Gesù?: Tiberio inviando nel 35 in Siria  Lucio Vitellio gli dà mandato di punire Artabano  III e di portargli  vivo o morto la testa di  Areta….

Gesù, o politikos, inoltre non si vede  nel colloquio con Pilato? cfrMatteo 27,11; Marco 5, 2-15 , LUCA 23, 2-5.  Alla domanda  del procuratore  Su  ei o basileus toon iudaioon; tu sei il re dei giudei? Gesù risponde su legeis tu dici  (cf.  Pilato in Jehoshua o Iesous?pp.231-235, cit) da aramaico  atta amarta/tu dicis (latino) ribadendo quanto detto dall’inquisitore senza intenzione personale di positiva dichiarazione:  il giudeo sa quanto è inviso il termine basileus in Roma e quanto complesso sia invece il termine meshiah per un goy/pagano, che non può  comprendere la struttura intima della connessione di ieroosunh sacerdozio  con l’unzione regale  giudaica…

 

Betsaida o Cafarnao?

Per un pescatore aramaico era più conveniente vivere a Betsaida o  a Cafarnao, in epoca Tiberiana?

Betsaida, era, sotto il regno di Erode il Grande 38 a. C. -4 a.C,  un paese, i cui  abitanti erano  quasi tutti  agricoltori e i pochi, che facevano i pescatori,  stentavano a campare.

I pescatori erano  ebrei  di lingua aramaica,  che avevano una barchetta, lasciata sulla spiaggia,  fissata alla meglio, ed avevano legami stretti con le popolazioni della Traconitide e della  Gaulanitide  e tramite queste, con i correligionari  Parthi, stanziati oltre Il confine dell’Eufrate.

Probabilmente a Betsaida  i giudei erano analfabeti ed avevano solo una tradizione orale biblica (Torah she be’alpé): avevano avuto un’istruzione sommaria ad opera di  maestri  di sinagoga, dal periodo di Giovanni Hircano, (re asmoneo dal 134-al 104 a.C) che avevano fissato  le prescrizioni  più importanti, che venivano  ricordate nel corso delle preghiere giornaliere dal Kohen ( per pregare bisogna essere in almeno dieci persone-minian-, oltre a colui che intona Shema , Israel, Adonai elohenu, Adonai echad )…

I giudei, pescatori,  stazionavano  sempre sulla rive del lago di Gennezaret, che  era abbastanza lontano dalle case (circa 2 km) e  normalmente depositavano il pescato  nell’altra sponda, oltre il Giordano,  dove correligionari compravano il loro pesce perché formavano una comunità  ebraica,   che  aveva depositi  per l’affumicatura,  per la essiccatura e per l’imbarilamento.

Alla morte  di Erode il Grande,   Betsaida era toccata in eredità  a Filippo, il figlio di Cleopatra gerosolomitana, che  aveva avuto Traconitide, Iturea, Paneas, Auranitide e Gaulanitide;   ad Erode Antipa figlio di Maltace samaritana, erano capitate Galilea e Perea,   col titolo di Tetrarca  per entrambi , mentre  Archelao altro figlio di Maltace,  oltre il titolo di Etnarca,  aveva il potere su ogni altra parte della provincia di Iudaea, tranne la costa mediterranea, concessa a Salome, sorella del grande Re.

Questa divisione divenne un male per i pescatori di Betsaida specie dopo che Archelao nel 6 d. C. fu esautorato da Augusto,  che  creò la  sotto provincia di Iudaea, (Idumea, Samaria e Samaria ) alle dipendenze di  un procuratore imperiale, sottoposto al Prefetto di Siria.

Ora i pescatori dovevano pagare  se volevano passare il confine  del Giordano,  perché entravano sotto la tetrarchia di Erode Antipa,  che imponeva una tassa, concordata  col procuratore romano,il quale aveva stanziato  una guarnigione militare all’uscita da Cafarnao,  per proteggersi da pericolose congiunzioni ed alleanze tra aramaici , vista la rivolta di Giuda il Gaulanita, di recente repressa.

I pescatori dovevano pagare una tassa  quando si  attraversava il confine tra la tetrarchia di  Erode Antipa e quella di Filippo  al centurione, comandante della postazione.

Andrea e Simone,  figli di Giona (Johanan), oltre a Filippo, aramaici,  emigrarono da Betsaida, quando il paese s’ingrandì e  divenne Iulia, una città costruita per ordine del tetrarca,  divisa  in cardo e decumanus , come  i castra romani,  chiamata così in onore di Giulia Livia moglie di Augusto, morta nel 29 d.C,  dove confluirono molti  ellenizzati, chiamati dal Tetrarca  a colonizzare la sua città, come stava facendo il suo fratellastro con Tiberiade, chiamata così in onore di Tiberio,  quasi nello stesso periodo.

Mentre nelle due sponde del Lago ferveva il lavoro di costruzione delle due capitali, -ordinate dai figli  di Erode  come esaltazione del nomen di  Roma e come gratitudine  per la  domus  imperiale –  e le città prendevano forma ad opera dei qainiti,- mastri muratori che operavano con le loro squadre, pagate in sesterzi,   a dimostrazione dell’avvenuta ellenizzazione della zona-, i figli di Johna con Filippo  passarono dall’altra parte del lago.

I tre emigrarono  anche per convenienza, oltre che per la necessità di separazione dai goyim,- considerata l’integrità morale dell’aramaico  galilaico- e si stanziarono a Cafarnao, divenendo sudditi di Erode Antipa e non pagavano più il pedaggio sul pescato.

Erode Antipa intorno al 26 d.C. tendeva anche lui ad ellenizzare il suo popolo di Galilei e di Peraiti (abitanti di Perea) e perciò, dopo la costruzione della sua capitale e del trasferimento degli archivi da Sepphoris, aveva  costituito  nuovi  grandi depositi  sia  a Cafarnao che a Tarichea/Magdala per  la conservazione del pesce, messo in barili,  affumicato o in salamoia.

Il Giordano alla confluenza col lago  ora era il confine settentrionale    tra le due Tetrarchie erodiane, e a Cafarnao c’era la sede degli uffici doganali (Mt 9,9)  con una piccola guarnigione  militare alle dipendenze di un centurione  (Mt 8,5), che controllava le carovane che venivano dal Monte Hermon. e da Cesarea di Filippo (Banias), dove c’era il santuario di Pan,  in marmo bianco, dedicato da Erode il Grande ad Augusto.

La facciata  del tempio, che era  su una sporgenza rocciosa  su cui erano scavate una grotta  e tre nicchie (in quella centrale c’erano iscrizioni), potrebbe essere quella rappresentata nelle monete, coniate da Filippo   col frontone,  sostenuto da quattro colonne … Ora, nella nuova sede,  i figli di Giona e l’amico, nonostante l’aramaicità, conclamata,  risiedevano con le rispettive famiglie vicino al lago  ed erano in rapporti con ellenizzati (anche loro   già   dovevano essere uomini ellenizzati, considerati i nomi specie di Andrea e di Filippo, -ma anche quello di Petros Cepha -).

Il trasferimento, anche se non si sa l’esatta epoca,   sembra, dunque,  essere più motivato da interesse che da  fattori religiosi, più da una esigenza  sociale che  di una ricerca  spirituale  in uomini che cercavano di sopravvivere  in uno stato di  chiara povertà ed anelavano ad un miglioramento del tenore di vita, considerate le famiglie dei tre, che formavano un nucleo di almeno  quindici  persone ( se è vero che Pietro aveva- secondo la tradizione cristiana-   con sé moglie e cinque figli !), visto il transito di persone  e di carri, scortati da milizie  parthiche – secondo trattati tra Il re dei re e l’imperatore romano –  per il trasporto della doppia dracma al Tempio e il libero  passaggio di pellegrini, considerata   l’attività commerciale di Cafarnao e  la presenza di una sinagoga,  rispetto al sistema agricolo della vecchia Betsaida.

La posizione geografica , a nord ovest del lago,   ai confini tra la tribù di Zabulon e Neftali,  faceva  di Cafarnao uno snodo stradale di grande rilievo  nella Via del Mare  che  congiungeva Damasco col Mediterraneo.

Già Isaia (9,1, ) (Il popolo che camminava nelle tenebre / vide un grande splendore /su chi abitava in una regione caliginosa  rifulse la luce ) per la tradizione cristiana  prevedeva l’irradiazione  dell’idea messianica da Cafarnao, da cui sarebbe sorta la luce  proprio dalle tenebre del paganesimo galilaico.

Così  J.Murphy- O’Connor, La terra santa , CED 1996, p..2O5 descrive  Betsaida.

Il sito si trova a 750 metri a nord dell’incrocio per Betsaida  sul lato ovest  della strada 888… (area destinata da un parco nazionale).. si tratta di una casa  di 430 metri  risalente al II secolo av.C.-I sec. d.C.,costruita intorno ai tre lati di un cortile lastricato  metri 13,5 X7 : vi sono quattro piccole stanze dalla parte nord, una cucina con due forni  dalla parte est  ed una sola grande stanza dalla parte sud . Sparsi in queste stanze  sono stati ritrovati un amo da pesca pesi di piombo per le reti, ed un ago di bronzo curvo  che potrebbe essere  stato usato per fare o riparare una vela. E’  difficile non concludere che  quella fosse una casa  di una famiglia di pescatori.

Anche Marco (1.16) tratta  di famiglie di pescatori sia a Betsaida che  a Cafarnao (Kaphernaum). Non c’è da stupirsi, dunque,se più nuclei familiari vivano in una stessa casa  di simili dimensioni e con un cortile lastricato di metri 94,5.

Marco 2.1 e Matteo 9.1 sembrano considerare Cafarnao come la  città di Gesù, destinata ,  comunque,  a precipitare  all’inferno  per la sua incredulità ai miracoli  (Matteo 11,23, Luca 10,15)...

Il paese si estendeva lungo il fronte del lago  per circa 500 metri e doveva   essere, comunque, povero  perché popolato  da agricoltori e in maggioranza   da pescatori  che, nonostante la cooperativa, erano schiacciati dalla concorrenza con Magdala/Tarichea a sud del Lago.

Forse per questo motivo  la sinagoga fu fatta da un pagano, quel Cornelio centurione,  di cui parla Matteo 9,9., un militare di stanza nella zona da anni (la ferma all’epoca era di 26 anni),  un convertito un circonciso, uno strano miles, che  serviva due padroni (Jhwh e l’imperatore)   che amava  la Torah,  senza disdegnare il suo dovere nei confronti dell’impero, in un zona  dove lo spirito guerriero  antiromano  era alimentato  dai Farisei che predicavano il Timore di Dio, ricordando  che l’ebreo  aveva un solo Signore,  immortale!

La zona era sicuramente dominata da ebrei  aramaici   prima della fine del Tempio, ma anche dopo il 70 d.C,  nel periodo  che precede l’impresa di Shimon bar Kokba (132-135) e  pur dopo, fino all ‘epoca di Teodosio, considerati i rapporti con l’area mesopotamica…

Non è da accettare, comunque,  la notizia del 374 di  Epifanio di Salamina (315-403)  che in De Ponderibus et mensuris – ed. Migne II ,259-60 (dove tratta  nella terza parte delle località cristiane, -cosa che ribadisce in Panarion cassetta di medicazione, in cui mostra  60 eresie cristiane e 20 precristiane-)  scrive:  a Cafarnao  si proibiva  di vivere  e  si vietava perfino l’accesso ai gentili, ai samaritani e ai  cristiani.  Forse il cristiano- la cui prima opera  è tramandata  totalmente solo in siriaco,  mentre in greco esistono la I parte e frammenti della II -, si riferisce   solo al periodo traianeo ed adrianeo  perché i testi rabbinici  poi parlano  di normali relazioni fra ebrei e le altre popolazioni…

Infatti si sa che la città si estese, dopo la galuth adrianea, – molti giudei di Iudaea  si  stabilirono a Cafarnao –  verso la collina  e ciascuno aveva i suoi luoghi sacri come testimonia Egeria (una ricca ispanica o gallica)  nel resoconto della sua visita al paese fra il 381 e 384 in Itinerarium Aegeriae (o Peregrinatio Aeteriae):  a Cafarnao la casa del principe degli apostoli è stata trasformata in una chiesa che possiede  ancora i propri muri originali…Lì c’è anche la sinagoga  dove il signore guarì un uomo posseduto dal demonio.  L’ingresso è in cima di molti gradini ed è fatto di pietra lavorata …

La condizione di vita galilaica era  mutata, comunque,  dopo la morte di Filippo, con Erode Agrippa, nominato  prima tetrarca da Caligola  al posto dello zio, e poi dopo la nomina a tetrarca di Galilea e Perea,  Rex Iudaeae ad opera di Claudio, che così  riuniva tutti i territori dell’ex regno di Erode il grande  e quindi esentava  da tasse tutti i suoi concittadini. (Cfr. Giudaismo romano,II ).

Per oltre tre anni (41-44) la comunità di Cafarnao,  sotto l’amministrazione di Erode Agrippa, dovette fiorire,  dato il libero commercio tra le parti riunite  del mondo giudaico e i rapporti sia con la Nabatea e le altre province vicine, interessate e al pescato e al sale e al commercio di  balsami  di Gerico, trasportati da barche galilaiche.

Il commercio fu meno fiorente  solo rispetto al  periodo 32- 36 d.C. all’epoca del Meshiah: dopo l’evento del Malkuth  ha shemaim, con Jehoshua maran/re  per quasi 5 anni a Gerusalemme, dopo la resa di ogni città lungo il percorso, dopo la pacifica entrata e la conquista del tempio, nonostante la difesa dei milites della fortezza Antonia  ( Cfr.  Jehoshua o Jesous? ) Cafarnao  e la sua Comunità erano  celebrate come la luce  nelle tenebre, come  un’apokàlupsis / rivelazione per l’oikoumenh romano-ellenistica  ed i pescatori del lago divennero i protagonisti del messianesimo  e tutti  volevano avere relazioni con loro, da ogni parte  e dai confratelli di Parthia e da quelli ellenistici sparsi nell’impero romano …

Il regno di Jehoshua fu un affare per i galilei  e per ogni abitante di Cafarnao, anche se il messia si lamentò molto  di loro increduli  e disse secondo Matteo 11,21 : Guai  a te, Corazain; Guai a te,  Betsaida   e 11,23 Guai a te Cafarnao, forse che fino al cielo sarai innalzata? fino all’inferno sarai precipitata!- ripreso poi da Luca 10, 13-15: Gesù bolla  le città  mettendole in confronto con Tiro e Sidone, località pagane fenicie, note per il commercio e soprattutto con Sodoma già punita da Dio ..

Anche quello di Agrippa prometteva bene …perché assicurava un nuovo sistema di rapporti con i vicini ed eliminava la concorrenza…

Il re, ebreo di Gerusalemme, erede degli asmonei e degli erodiani, nonostante la filoromanità,  (era civis/Poliths, praetor/strategos    Basileus/ rex,  summachos/ socius,  dell’impero romano, fratello di latte dell’imperatore  Claudio)  era  uomo di mediazione- sebbene accusato anche lui di menzogna-: cercava un sistema nuovo di regno  cercando di essere equidistante tra gli aramaici e i romani facendo leva sulla pars moderata ellenistica sadducea, senza però  condannare gli aramaici, seguaci del Christos,  come Iakobos  il Giusto, riconosciuto nella sua funzione e nel suo ufficio di  controllore del gazophulakion, nella sua  pratica templare col titolo  sacerdotale, seppure condiviso con quello proprio dei sadducei,  accettando il doppio  sistema  del calendario  solare  e lunare…

Probabilmente Agrippa  inaugurò con Giacomo un costume di collaborazione al fine di favorire lo svolgimento delle feste  a Gerusalemme, così da  spartire, in proporzione, i guadagni  che provenivano dal flusso di pellegrini che affluivano da ogni parte del mondo romano e da quello parthico  e perfino dall’Arabia meridionale e dall’India.

Era  un profitto di grande portata, un utile grande per il re e per il sacerdozio templare: era come un giubileo  (specie per la Pasqua e per la festa dei Tabernacoli) che richiamava folle sterminate  di fedeli che riempivano gli csenodochia / gli alberghi, le case private,  i paesi intorno a  Gerusalemme, che entravano nel Tempio, per fare  offerte  doni.,  per portare greggi, buoi … insomma era un  enorme affare per il sacerdozio e per il re, per tutti …

Il piano, che fu  concordato da  Agrippa con Jakobos, fu la base di una trattazione tra il fratello di Gesù  e  i nuovi governatori romani, di origine ebraica ( Cuspio Fado, Tiberio Alessandro, Felice,) ed anche con gli altri ( Porcio Festo e Lucceio Albino) inviati da Claudio prima e poi da Nerone, dopo l’immatura morte del sovrano ebraico  …

Agrippa, comunque, non poteva  non punire quelli che si erano  troppo esposti e compromessi come kanahim Zelotai, e perciò li condannò a morte, salvando qualcuno, che si pentì,  come Shimon Pietro,  che  fu  liberato dal carcere,  mentre fece decapitare  perché civis, Jaqob fratello di Johanan, figlio  di Zebedeo, un ricco armatore nauarchos  ed  emporos,  noto  per la azioni militari  antiromane, nel corso delle operazioni rivoluzionarie  messianiche. e fece morire  con una morte gloriosa, dignitosa, gli altri oppositori.

Nell’anfiteatro di Cesarea Marittima, infatti, indisse  combattimenti fra confratelli, zeloti,  divisi in gruppi, come gladiatori,  come in un suicidio di massa, come esaltazione del valore di gruppo e riconoscimento militare  da parte del sovrano,  che  ambiguamente e politicamente salvava la faccia con l’imperatore: sapeva che per  i romani quel che contava era l’applicazione della lex,- la condanna a morte  dei nemici- con la confisca dei beni giudaici e   vi aggiungeva il divertimento  allestito per i goyim pagani, greci.

Erode Agrippa ben Aristobulo,  -che era stato, a corte, a Tiberiade,  presso la sorella Erodiade, moglie e nipote del tetrarca philadelphos, con la sua famiglia, come addetto ai mercati e che  aveva conosciuto anche il Meshiah, – non poteva dimenticarsi del suo popolo  e  non  sentirsi vincolato dal patto eterno con Jhwh.

Agrippa  conosceva bene la comunità di pescatori di Cafarnao  e perfino Matthaios il pubblicano che era al suo servizio diretto ..

Dell’amore per la torah del sovrano  nessuno dubitava in Iudaea: lo provava la sua preghiera al Tempio quotidiana, lo dimostrava la sua offerta mensile ai sacerdoti, lo comprovavano le donazioni al gazophulahkion, l’assistenza ai poveri della città e la sua dikaiousune, ma soprattutto la sua politica a favore dell’elemento ebraico con le consociazioni coi  re filogiudaici o giudaici,  come difesa contro il prepotere del Governatore di Siria Vibio Marso…

Erode Agrippa era sempre apparentemente ligio alla romanitas anche se  la sua politica era equivoca ed  ambigua: era  un ebreo opportunista;   anche se filoromano  impegnato politicamente restava sempre ebreo, come ogni erodiano, dilacerato nel suo dolore nel mettere a morte tanti compatrioti valorosi, eroi degni di  memoria, giusti da onorare pubblicamente anche nella morte: era un’ostentazione amara della tragedia  di un popolo …

Infine tutti avevano  conosciuto  la  sua  devozione verso  Caligola, la sua perorazione per il suo popolo perché non fosse costretto a dover scegliere tra l’imperatore e Dio, la sua preghiera di non fare l’affronto ad un popolo amico di porre nel Tempio di Gerusalemme,  antico e sacro, una statua- seppure statua dell’imperatore-:  sarebbe stato sacrilegio per lui, figlio di sommi sacerdoti  e di re, come per il suo genos intero.

Era risaputo che  Agrippa era malato di cuore e che l’emozione mista a phobos/paura  gli aveva fatto perdere i sensi  e che l’imperapore stesso, commosso,  comandò di riportarlo in lettiga a casa sua e di curare la salute  dell’amico didaskalos maestro,  che pur aveva osato sfidarlo coram populo e coram principis consilio.Cfr Legatio ad Gaium

Ancora di più era nota agli aramaici la sua azione di sostegno  a corte per Petronio Turpiliano, governatore  di Siria che  doveva eseguire l’ordine di installare il colosso di Caligola nel tempio di Gerusalemme  e di fare  stragi  e di deportare l’intera popolazione aramaica   in caso di ribellione…

A Petronio incerto sul da farsi  si presentarono i giudei ( un popolo intero in processione  con le mogli e i figli nella pianura di Tolemaide)  supplicando in favore delle leggi patrie e di se stessi -Guerra Giudaica II,10,3-e mostrando i colli  preferendo morire piuttosto che tradire la legge mosaica, offrendosi come agnelli per ilsacrificio, tanto che il governatore, turbato, dopo aver convocato il suo consilium, visto che  gli ebrei si erano accampati e non tornavano a casa per seminare  disse: preferisco correre  il rischio e  con l’aiuto di Dio convincerò Cesare  avrò la gioia di essere salvo insieme con voi, o se egli si adirerà,  sarò pronto a dare la vita  per un così grande numero di persone ibidem II,10,20…

Non certamente, però, conoscevano che Agrippa aveva congiurato contro Caligola ed era stato un  promotore della sua morte…

Comunque, ora con Claudio, anche se gli ebrei non dovevano più fare proselitismo, erano liberi e non pagavano più tasse ai romani  ma solo davano la doppia dracma al tempio…

Anche se Erode Agrippa era per gli aramaici, il loro re – che avevano avuto accanto  quando svolgeva la sua funzione di agoranomos a Tiberiade per  ordine del cognato Erode Antipa – restava per loro  sempre un re dipendente da Roma, ma giudeo, comunque,  che poteva  favorire in qualche modo i confratelli e ricordare il Meshiah , suo predecessore nel Malkuth…

E Cafarnao restava la sede di un movimento messianico, da cui sarebbe venuta una luce perenne…altri uomini, come Teuda, avrebbero promesso  di redimere il popolo …

Dunque, amici, era meglio vivere a Cafarnao o a Betsaida per un un aramaico come  Cefa/Simon Pietro?

 

Oralità e scrittura dei Vangeli

 

 

Per la genesi  dei Vangeli, a  nostro parere, non bisogna più stare a ragionare secondo la logica ottocentesca  sinottica, né secondo quella della theoria di  Quelle /sorgente, elaborata agli inizi del Novecento, né secondo  quella più recente delle due fonti,  ma bisogna tenere presente un lungo periodo di oralità dalla morte di Gesù Mashiah/Christos, un eroe nazionale aramaico,  celebrato in due diversi modi (e da una tradizione aramaico-ebraica gerosolomitana  e da una ebraico-ellenistica antiochena ed alessandrina.

J.J. Griesbach (1745-1812) per primo considera i Vangeli leggibili unitariamente e li definisce sinottici (sunoptikos da sunopteon -oraoochi ha una visione d’insieme o chi è perspicace, in quanto è capace di vedere l’insieme), presupponendo che il messaggio evangelico sia unitario  e di univoca lettura.

Chiaramente gli scrittori ottocenteschi e novecenteschi non hanno la corretta  visione del  fenomeno del cristianesimo primitivo e non fanno  la distinzione in Malkuth ha shamaim- un regno secondo lingua e cultura aramaica-  e in   Basileia tou Teou – un regno   secondo lingua e cultura greca – e perciò non considerano affatto  la lezione ebraico-aramaica,  la sua storia di duecento anni di  lotte staseis antiromane, che comprende  tutto il periodo che va da Pompeo Magno  a Shimon bar Kokba (63 a.C. -135 d. C. ), ma leggono allegoricamente parole e fatti di un Gesù, figlio di Dio, di una figura astorica, secondo la tradizione cristiana.

Si parte, dunque, solo  da una lettura del fenomeno greco e si trascura quello ebraico-siriaco-aramaico, non avendo i precisi contorni della figura ebraico -aramaica di Jehoshua,  di Iaqob,  di Shimon e della comunità aramaica di Gerusalemme,  cancellata come nome, essendo scomparsa la regione stessa della  Giudea anche  come entità geografica con la  repressione di Adriano, a seguito della galuth/dispersione ebraica,-  da non confondere con la diaspora ellenistica-.

Personalmente, invece, distinguo  i due mondi, quello ebraico-aramaico,  basato su una diversa concezione del vedere, puntata  su un diverso sistema di staticità (i cui termini sono ‘amidah/stare  saldo generico, precisato da nasav stare eretto e da yasav essere eretto che si rappresenta come sur roccia intesa come coltelli di roccia di granito ) e su  una  concezione sensibile  di bene  e di male (tov wa ra ) e di  una, ontologica, intellegibile, di  vero e falso ( ‘emet  wa sheqer),  e specie di una diversa idea di  visione.

Su un’ altra visione,- propriamente ebraica,  basata su vedere  ra’ah  su  guardare hibbit  e  su avere una visione  hazah    in modo differenziato- si possono indicare vari gradi di osservazione  fisica ma anche  designare  una percezione intellettuale tanto  da avere la forma/temunah  (come vera natura di Dio- Num.12,8) in seguito ad un aprirsi  degli organi  a cui è tolto il velo  così da leggere  oltre la vista sensibile (paqah), in un cosciente andare  verso Dio, in un approssimarsi ed avvicinarsi nuovo, rispetto a quello materiale, in un sollevamento verso l’alto ram, in un alzarsi  qimah grazie al cuore lev, centro sensibile affettivo infi’al-  su  cui poggia  la spiritualità aramaica, tipica della tradizione culturale mesopotamica.

Il Davar  sottende al significato primario di  parola, anche quello di azione  e prudenza in quanto  il dire amirah (o parlare dibbur ) accompagnato da spirito (ruach)  è base della ricerca intensa dell’uomo  ( cfr. Levitico 10, 16 dorosh darash fece pure continue ricerche) ( cfr. Proverbi16,10-11,  oracolo  sulle labbra del re, nel giudizio non prevalicherà la sua bocca/ peso e bilance giuste sono di Jhwh, opere sue sono tutti i pesi della borsa) che diventa saggio  (proprio perché umile), in una progressiva formazione: musar è la formazione culturale di un sofer, che si  esprime nell’ azione giusta, saggia.

Ora il progressivo salire ‘alah,  introdotto da Paolo e da Luca indica eccellenza e grandezza, che sono  attributi di Dio, per cui Gesù Christos  diventa con un graduale processo, figlio di Dio, in senso mosaico,  nel corso di tre secoli, passando da eroe  ad aner theios,  a semieroe divino , a dio minore  fino all’assimilazione con il Theos Upsistos, fino ad essere considerato  una sostanza ousia divina, un nome esplicito (Shem meforash)  di cui si celebrano tre upostaseis persone,  consustanziali.

La lettura paolina ebraico-ellenistica, christiana, portata avanti dalla tradizione antiochena,  letterale, mista con quella allegorico-morale alessandrina, contrasta con quella ebraico- aramaica.

I termini, infatti,  (sottesi ) qarav avvicinarsi, nagah toccare  e nagash  venire vicino indicano  anche dopo, oltre un millennio,  per Maimonide, non solo una prossimità spaziale,  ma anche una congiunzione della scienza  con il suo oggetto, in quanto si assimila la scienza ad un corpo che si avvicina ad un altro corpo. cfr.  Guida dei perplessi,  a cura di Mauro Zonta, Utet, 2013, p.114, per cui sembra che si possa dire  che  essere saldi, vedere e avvicinarsi  diventano espressione di un’altra  cultura, di un mondo di puri e perfetti sacerdoti, timorosi e zelanti di fede, coscienti  di essere figli di Dio, eredi del Regno, (come furono i naziroi)  irriducibili guerrieri, che preferiscono morire  piuttosto che infrangere la Torah, imitando gli Esseni, sterminati dalla decima legione di Vespasiano.

Quindi nella narrazione del  Malkuth ha shemaim è scritta  la storia di uomini che  lottano insieme col Mashiah  contro l’imperium romano, convinti di fare la storia voluta da Dio,  ispirata e condotta da lui per la realizzazione del piano divino, conformati alla sua sua parola e quindi  educati secondo musar.

La storia di Gesù greco, invece,  è Basileia tou Thèou, la cui vita  e le cui parole sono state scritte, dopo un lungo periodo di oralità, da uomini che vogliono consolidare il pensiero ebraico ellenistico di Paolo, che risulta elemento cardine  della formulazione di questo secondo regno, filoromano, basato su una paideia greca, una graduale formazione  ed educazione del fanciullo, secondo  anche la precettistica  della metrioths di Platone  e di Isocrate, centrata  sul polìths e sulla politeia, secondo il valore di autonomia e di democrazia confusa con la sapienza biblica nella lecsis filoniana.

Interprete di questa altra storia  è Eusebio di Cesarea (265-340 d.C.) – che  confonde e poi fonde i due regni mostrando la storia delle ecclesiai  al fine di  segnare i fondatori  di  Antiochia (Pietro Shimon) e di Alessandria  (Marco ), le due sedi  dominanti anche per la diversa tradizione di lecsis  secondo lettera e secondo allegoria, tramandando il percorso di una chiesa  di Gerusalemme rimasta pura fino alla Galuth adrianea, cancellata  nella sua aramaicità e sostituita con un’altra, greca,  senza alcuna continuità linguistica ecclesiale e  culturale.

Eusebio  raccoglie l’eredità  ecclesiale  del maestro Panfilo di Cesarea Marittima,  i tanti frammenti ebraici, ebraico- cristiani, e pagano-cristiani  del II e III secolo con le infinite sfaccettature ereticali, dovute alla  diversa collocazione geografica orientale, oltre a quelli di qualche nucleo occidentale  di scarsa consistenza numerica,  come Roma, Pozzuoli, Vienne, Lione ecc., dove ci  sono sedi coloniali episcopali come succursali di metropoli  orientali (Antiochia e d Efeso). Nel III secolo  e specie nel IV secolo, dopo la fondazione di Costantinopoli, Eusebio ha un seguito  anche nei patriarchi costantinopolitani e in  altri orientali (specie  i  cappadoci  Basilio, Gregorio di Nazianzo e Gregorio di Nissa) ed  occidentali come Ambrogio,  Girolamo ed Agostino,  che  si impegnano quasi in gara, in epoca teodosiana, per segnare secondo la logica christiana  di Teodosio, la funzione della chiesa costantinopolitana, in onore della nuova Roma imperiale,  voluta da Costantino.

In questa impostazione  cristiana  vengono fatto confluire  i due regni in  una cristianizzazione di  tutto il sistema ebraico,  fonte della matrice culturale cristiana antiochena, che ingloba il Malkuth aramaico ormai scomparso   e con esso  Gesù e  Giacomo, suo fratello, la lettera di Aristea, le opere di  Filone alessandrino, Seneca,  Giuseppe Flavio, i modelli  di vita pratica ed ascetica, gli esseni e i terapeuti, metabolizzando anche pitagorismo, stoicismo,  platonismo e neoplatonismo.

Col concilio di Costantinopoli, nell’ottobre dl 381, concluso il processo di deificazione – ektheosis di Gesù, chiuso il discorso trinitario, pur mantenendo l’unità di Dio, con upostaseis/persone  ed ousia/sostanza, costituita la teologia cristologica, il cristianesimo divenuto religio triumphans, regola i conti col paganesimo e con l’ebraismo, specie in Alessandria  con Teofilo e Cirillo, sulla scia dell’insegnamento  di Atanasio Cfr. www.angelofilipponi.com I due canoni.

In un lasso di tempo  relativamente breve, quello compreso tra il Concilio di Nicea  del 325 e quello di Costantinopoli, in nemmeno 56 anni,  il cristianesimo, riunificate le diversissime anime ereticali   provinciali, nate dall’assenza di una centralità dottrinale, a causa delle molteplici tradizioni evangeliche orali e scritte esistenti, scoordinate anche per la  distanze geografiche delle aree cristiane nell’immenso impero romano,  chiuse ed isolate dalla maggioranza pagana, grazie al patrocinio del tredicesimo apostolo, l’imperatore Costantino,   fedele del Christos, deus sebhaot, unifica il suo credo,  già inficiato dalla eresia di Ario, che, comunque,  ha la meglio negli ultimi anni costantiniani e sotto il regno dei suoi figli, specie di Costanzo II.

Insomma si vuole dire che  nei tre Vangeli  detti sinottici  c’è una doppia storia e che una cosa è  la concezione di vita ebraico- aramaica ed una  quella di stampo giudaico- romano-ellenistico.

Esemplare è il termine genealogia  genehlogiai /toledot di Matteo differente da Biblos geneseoos Ihsou Khristou: ambedue  indicano  diverse letture di un fenomeno non univoco, uno di matrice ebraico -aramaico ed uno di matrice  greca, andati avanti   secondo processi  retorici in relazione alla diversità di un’ ideologia teologale  giudaica  e di una cultura  platonico-stoica ellenistica.

Dunque, una è  la genesi delle  parole  e dei fatti  di Gesù, cioè la genesi dei Vangeli,  propagandati da quelli che andarono  secondo Marco  a predicare a tutta la creazione  pashi thi ktizei  il Vangelo la buona novella di uno, morto, risorto, salito al Cielo e seduto alla destra di Dio Padre (I-e II conclusione del vangelo di Marco): questa potrebbe essere quella del proto Marco, aramaica, basata sulle parole, con qualche episodio della vita-scritta poco prima o poco dopo la morte di Giacomo,  connessa con Paolo e per lui basilare,  visto il rapporto di Marco con Pietro- ; un’altra è la genesi  di un Vangelo, quello di Matteo, la cui stesura iniziale, aramaica, sui Detti del Signore potrebbe avere una sua collocazione perfino prima della distruzione di Gerusalemme, subito dopo il quinquennio di potere del re unto /maran Mashiah, il cui ampliamento con la Vita di Gesù, successiva, potrebbe essere stato scritto tra  il massacro  degli esseni e  la distruzione del Tempio in quanto  il modello di martirio, – per la presenza  di dolore/ esev, –  è utile ai combattenti aramaici proprio per la stessa concezione di vittima  del Christos.

Comunque, la forma della sezione Jhwh dice  che equivale a logia del  signore della koiné  cioè quella di un nabi -corrispondente a propheths-, forse  scritta  in poesia (o in prosa ? anche questo non si sa) ,  è davar, parola oracolare, poetica,  come i salmi Tehillim o tefillot e i proverbi – che sono una forma di similitudine gnomica  multiforme,  detta mashal – mentre la narrazione  della vita  doveva essere in prosa.

Quindi, dopo  un momento di oralità  comune (non si sa per quanto tempo) per i due Regni, anche se hanno due diverse odoi e due diverse concezioni, si costituisce un corpus scritto aramaico,  in qualche modo  connesso  con la scuola di Jammia di Johanan Ben Zaccai, mentre l’altro mantiene un più lungo periodo di oralità  e poi  inizia una fase di scrittura  con Marco, quel  Proto Marco, considerato nella teoria delle due fonti quasi  un’altra Q, databile tra le due opere di Giuseppe Flavio- Guerra giudaica del 74  ed Antichità Giudaica del 94-  di cui il vangelo del Marco, che noi conosciamo,  è un successivo rifacimento di epoca  traianea: il primo  sottende  un corpo letterario ebraico- aramaico  delle parole di Gesù  a cui si aggiunge la vita storica di Gesù come paradigma di uomo di lavoro, di combattente e di martire come Messia/Christos  vinto ma destinato al ritorno, secondo la volontà di Dio, il cui piano eterno deve essere compiuto.

E’ questo  un materiale  oralmente trasmesso da padre in figlio  per quasi un sessantennio sulla base della scrittura aramaica matthaica  di parole divine tradotte come logia dai christianoi, presenti come termine già in Filone e in Flavio specie in la Vita di Mosé,  tipico dell’area semantica oracolare, connessa con la profezia.

E’ un processo che segue la vita della sinagoga e del didaskaleion fino al momento del distacco dall’ebraismo, alla fine del I secolo;  da allora inizia una trascrizione evangelica, di cui Luca è espressione concreta, propria di un ellenista acculturato, che redige per scritto la tradizione evangelica, secondo la sua propria cultura e professione, senza  neanche entrare in merito a quanto scrive, senza capire il valore  sotteso delle parole stesse di un’altra cultura, in quanto ha un proprio telos/fine, come, d’altra parte, Marco.

Infatti per Luca la fede è salvezza  8,48 , 17,19 ecc, ma la salvezza ha valore di vita Hayyim rispetto  alla morte mawet: l’evangelista segue solo la lezione di Paolo che  con la fede e con la preghiera pensa di rendere operosa la salvezza del Christos morto e risorto, lui stesso paradigma di vita eterna.

Luca non intende, in quanto greco, il significato del plurale  di vivo hay  che  comprende nella pluralità l‘essenza della vita  che sottende e  chi cresce e  ha sensazione, ma anche chi è mobile vivente  ed anche chi si riprende da una malattia: insomma  all’evangelista  sfugge il valore  del  termine  che indica un  essere che ha carne viva, respira e compie azioni da vivente, le cui conoscenze corrette sono espresse come vita,  al contrario di quelle scorrette, indicate come morte Cfr. Proverbi 8,35 giacché chi trova me trova la vita e riceverà favore da Jhwh; Proverbi 4,20-22  figlio mio, presta attenzione ai miei discorsi, alle mie parole inclina le r tue orecchie, non si dipartano dai tuoi occhi, custodiscili in mezzo al tuo cuore, perché la vita sono essi  per chi li trova…

Per l’evangelista, paolino, il sistema cristiano trasforma con l’agape amore  il mondo perché Gesù è odos, aletheia e bios (via, verità e vita) secondo la retorica romano-ellenistica e secondo la logica dell’oikonomia divina che travolge e sconvolge il  mondo della creatura  in un totale rovesciamento, per cui  all’uomo resta solo la speranza  in Dio che concede  in un altro regno la soluzione di ogni umano problema con il premio eterno ad un mortale.

L’evangelista, dunque, segue, comunque,  da una parte la sapienza secondo Proverbi 2, 3,4 ,  che invita a non uscire  dalla retta via, che esorta  alla carità verso il prossimo, alla vita tranquilla  e alla giustizia e da un’altra  si regola con abilità  secondo la paideia greca , avendo  i piedi su due staffe, servendosi di due padroni usando  scaltramente, a sua discrezione, ora una cultura ora un’altra, risultando efficace, funzionale e  dilettevole.

Dunque, bene vita e male morte sono  nel discorso evangelico espressioni metaforiche tanto da poter dire  che i giusti  anche da morti sono vivi,  mentre i malvagi sono morti anche da vivi,  in una  sottensione di  due diverse culture, che hanno differenti parametri valutativi

Eusebio, che riprende la tradizione evangelica, e che ha forti perplessità,  dopo circa due secoli, ad accettare la testimonianza  di Papia di Ierapolis – un cristiano nato  nella seconda metà del I secolo e morto nella prima metà del II secolo,  scrittore di  un’opera esegetica sui detti del signore Logioon kuriakoon- ecshghsis,   connessa con la tradizione  orale dei presbiteri   e con quella  di Filippo e delle sue figlie, attivi nell’area geropolitana, di cui sono citati frammenti  evangelici  di Marco e di Matteo, nonostante  che sia considerato  discepolo di Giovanni,  millenarista  e  maestro di Ireneo-  accoglie, invece, la fonte di Egesippo (Hist. Eccl.. 3,11,1), di cui sono note le molte incongruenze  ed alcune  notizie su Giacomo (2.23,6) rivelanti un differente Regno rispetto alla Basileia tou Theou,  propugnata da un Giovanni,  il cui messaggio  è di molto diverso da quello degli altri tre evangelisti.(Marco Luca e Matteo), la cui lezione giustamente è detta, comunque, secondo Matteo (Kata Matthaion ).

Non si tratta di Matteo, però,  del codice Muratoniano (documento che contiene la lista dei libri del nuovo testamento- datata forse 150 d.C–  scoperta da Ludovico Antonio Muratori  nel 1740 nella Biblioteca Ambrosiana di Milano).

Inoltre  il logion Freer – Cfr. B.   Mariani, Enciclopedia cattolica -sembra alludere a  un Marco  successivo,   non databile esattamente.  
Infine il vangelo di  Giovanni, -che  non è  certamente Giovanni il discepolo prediletto, ma  è uomo di età adrianea  (un discepolo omonimo o un altro  Giovanni) che scrive intorno al 130  epoca in cui oggi si colloca il papiro 457 del Fayum (Ossirinco) della biblioteca di Roland Ryland pubblicato da C.H.   Roberts , contenente un brano giovanneo, in cui si parla del dialogo di Gesù con Pietro, –presenta connotazioni chiaramente gnostiche che lo fanno datare   nel periodo  di Basilide e Valentino.

Infatti si può arguire che quanto scritto ad Efeso  fosse in circolazione da poco anche in Egitto e in Africa: studi paleografici hanno fissato la datazione non oltre il 150 d.C e non prima del 130 d.C.  con l’oscillazione di un ventennio, considerati il papiro, la grafia e il sistema a colonne.
Perciò i redattori della Nuovissima versione della Bibbia dai testi originali  ritengono  che  si sono succeduti più stadi ma non ne precisano i termini storici.
Di conseguenza noi cerchiamo, data la frammentarietà di notizie,  di rilevare i periodi  su un piano storico per quanto ci è possibile,  e di mostrare secondo un certo ordine  e di  precisare in relazione  ai testi  in nostro possesso.

Precisiamo per quelli che non conoscono il mio pensiero  su Gesù, qenita, kanah e meshiah /Maran.

La vita storica di Gesù  che va dal 7 a.C fino alla Pasqua del 36 (cfr. A FILIPPONI, Nascita di Gesù in Jehoshua o Iesous?  Maroni, 2003) è  tutta da documentare secondo fatti accaduti realmente come le parole veramente dette alla presenza dei cosiddetti discepoli (apostoli)  dopo un lavoro sulla tradizione evangelica, nel quadro di una belligeranza ininterrotta tra il giudaismo e la romanitas, nel contesto di una reale  proclamazione di un malkuth e del riconoscimento  della venuta del Messia: è un periodo sconosciuto nonostante i tanti scritti, di cui niente è effettivamente certo in quanto tutto è stato letto in una chiave religiosa e mitica, poiché alonato da un senso di divino, dato come credibile,  non comunque  razionalizzabile e quindi custodito come tesoro intoccabile ed inguardabile, come segreto, non esplorabile in quanto mistero.

Secondo il mio parere, i logia del Signore e il bios di Gesù Christos, per come diciamo noi oggi,   sono  inizialmente guide e vie  per la  perfezione  e la formazione morale e pratica di un combattente  kanah  ebraico zeloths  antiromano, per quanto dice  Giuseppe Flavio in greco  in Guerra Giudaica  e  in Antichità Giudaica, che  usa il termine  anche lhsths per indicare ladro, ma  sottende il significato di un armato antiromano,  guidato da esseni o da maghi goeths, aramaico per formazione e per lingua, impegnato in azioni sia contro gli erodiani e sadducei  e i sebasteni  samaritani che contro i milites romani controllori della provincia della Iudaea. convinto di fare la volontà divina perché conformato secondo la musar ebraica.

Insomma tutto questo corpus letterario sottende inizialmente un popolo in ribellione contro  il dominio romano; Roma ha un  controllo, diretto   in Idumea Samaria e  Giudea  ad opera di un procuratore  – con  circa una legione e mezza con postazioni a Cesarea Marittima, sulla Fortezza Antonia sopra al tempio di Gerusalemme, e con un reparto di cavalleria  alla periferia di Cafarnao  in Galilea-  coadiuvato dal prefetto di Siria che controlla le quattro legioni sull’Eufrate  e i contingenti militari ausiliari, forniti da reguli  socii dell’impero romano. I figli di Erode il Grande (Erode Antipa, tetrarca di Galilea e di Perea,  e Filippo  di Iturea, Traconitide, Batanea, Paneas Auranitide Gaulanitide) hanno truppe proprie e fanno leve per dare auxilia truppe ausiliarie  ai romani, che a volte hanno anche la cooperazione di sebasteni samaritani e degli strategoi templari che gestiscono le milizie del Tempio.  Truppe militari vengono fornite anche dai re di Cappadocia, del Ponto, di Bitinia  e di Armenia, filoromani, impegnati a difendere il fronte eufrasico, estremo baluardo  orientale dell’imperium romano.

A questo imponente schieramento di forze antiaramaiche contro l’impero di Artabano III, re dei re di Parthia, si oppongono le forze zelotiche  che possono fare solo una guerriglia  in regioni impervie montuose, boscose,(cfr.  Tetrachia di Lisania ) in Galilea, in Iturea, Gaulanitide e Traconitide e in zone desertiche , dislocate non lontane dal confine parthico. Eppure  nonostante la scarsa consistenza numerica  e la difficile vita di banditi, protetti dalla popolazione locale aramaica, data la  lotta per quasi  due secoli, la continua stasis giudaico-aramaica  risulta un cancro da estirpare già per i Giulio Claudii, e diventa, dopo la parentesi  dei Flavi-che pur avevano distrutto il Tempio-  per gli antonini  una necessitas storica  quasi un dovere,  l’annientare il genos  ebraico, con estirpazione della radice  e   dei segni visibili  del culto stesso di Jhwh e del nome stesso di Sion/Gerusalemme.

Gli aramaici,  dunque,   connessi con la tradizione ebraica dei discepoli di Ben Zaccai, prescrittiva ed orale, hanno  bisogno dopo la morte di Iaqob, la fine dei esseni e  la distruzione del tempio,  non solo delle  parole del signore ma anche di esempi concreti  di  vita  che potevano anche essere  presi dalla parte scismatica ebraica  alessandrina che, dopo la costrizione flavia  e la forzata concessione sinedriale della condanna a morte di molti  fuorusciti naziroi  da Gerusalemme, è solidale con l’ebraismo gerosolomitano aramaico, seppure sterminato col consenso ebraico ellenistico.   Gli alessandrini, al di là del  traumatico editto del sinedrio necessario per l’incolumità della città,  ammirati dall’eroismo aramaico, esaltato nei loro scritti, hanno un rapporto più stretto,  da quel momento, con correligionari, in nome della  comune Legge  mosaica. Le discussioni rabbiniche di Iammia  sono lette e confrontate con quelle alessandrine  e cirenaiche  e creano un corpus letterario orale per oltre un quarantennio, in cui  c’è una pacificazione generale, seppure con screzi dottrinali,   non solo tra le differenti anime ebraiche, ma anche tra queste e la romanitas e  i greci.

In un clima di apparente filoromanità,  in cui  cova  l’odio zelotico antiromano,   si costituisce  parte di quella Torah she be ‘alpe  (torah orale) che poi sarà  messa in scritto da Giuda ha Nasi,  come  raccolta unitaria  anche di tutte le altre  discussioni rabbiniche, tenutesi   dal periodo del tempio fino all’epoca di Antonino il Pio e Marco Aurelio  (Midrash). Da qui, grazie ai commenti (pesharim) dei tannaim,  si costituiscono i Talmudim (Jerushalmi e Bauli) formando due rami,  quello  “haggadico” (da Haggadah/ narrazione ) e  quello” halachico”(da -Halakhah/norma), secondo due diverse letture ed interpretazioni, una narrativa ed una legalistica.
I cristiani, antiocheni, invece, -già separatisi dai naziroi basileici di Jakob, cioè  da quelli della Chiesa gerosolomitana e forse dai mandei, fuggiti  in Parthia ( che avevano lo stesso codice ebraico scritto, masoretico)- avevano già, come libri sacri, subito dopo il 70, la Bibbia dei Settanta, le Lettere di Paolo, i tre vangeli sinottici, Lettera di Barnaba, Erma e Clemente I-II .
I christianoi,  dunque, si appropriano non solo della Bibbia dei settanta, del metodo divisorio, del sistema pesher tipico  della Sapienza, dei Salmi e Proverbi, ma anche dell’opera del Siracide, di Filone e poi di Flavio, seppure rifiutati  come libri  menzogneri, impuri dall’ebraismo, che scomunica il cristianesimo antiocheno, già minacciato da altre eresie nel suo interno.
Gli ebrei  aggiungono  proprio allora la Birkat Ha Minim  la dodicesima benedizione della Amidah, redatta da Samuel il giovane, secondo le indicazioni di Gamaliel I: “Per i calunniatori e per gli eretici non vi sia speranza, tutti si perdano presto, tutti i Tuoi nemici vadano in rovina repentinamente. Tu li annichilirai ai nostri giorni. Benedetto sii Tu o Signore che spezzi gli avversari ed umili i reprobi.
Inoltre essi, (compresi i seguaci di Giacomo) pregano così contro i Christianoi, ed assumono  ufficialmente il testo masoretico in una volontà di distacco definitivo dai Christianoi, minim, che seguono il Testo dei Settanta e la lettura di Filone.

Per me anche Filone di De vita Contemplativa e  di Quod omnis probus inizialmente   fonte comune per rabbini ebraici naziroi e christianoi in quanto,   propositore  di   una doppia via per chi  vuole conoscere Dio, mostra come chi ha scienza e timore di Dio  occupa il posto/magon  degli avi e che ha diritto al trono/kisse che è eterno dando modelli di vita mediante la  pratica essenica e  la theoria  contemplativa Terapeutica.  Poi,  sebbene tutto questo costituisca  un corpus unitario  di base terapeutico- essenico  su cui si forma una  primissima tradizione orale, utile per tutti le radici ebraiche, la storia  divide gli ebrei aramaici , compresi i naziroi,  dai christianoi, che separati ideologicamente dagli ebrei, sanno vivere vicino ai greci, goyim pagani.

Invece  gli ebrei ellenistici  cominciano ad avvicinarsi sempre più al radicalismo ed oltranzismo aramaico per motivi politici, amministrativi e  ed economici e quindi si staccano definitivamente da Filone e dalla Bibbia dei Settanta, inficiata nella lettera dalla paideia ellenica.

I Christianoi antiocheni, vivono separati  e  sono ben distinti da Traiano-   come si vede  nella lettera di Plinio all’imperatore – dagli ebrei, che ora sono perseguitati  e perché aramaici e perché ellenizzati  oppositori però alle auctoritates locali  a  causa del decadere delle loro azioni finanziarie, non più sostenute dalla politica romana, ormai vicina ai banchieri pagani, danneggiate ulteriormente dalla nuova famiglia regnante  filellena, dopo il tracollo in epoca flavia.

Inoltre  gli aramaici ora  sparsi in Partia, e specificamente  in  Mesopotamia e in Assiria e in Perside, ma  in maggioranza     propagatisi in Alessandria  e Cirene,  portano il contributo della loro formazione  e cultura ai confratelli ellenisti in territorio romano con mesopotamizzazione, che sottende odio contro Roma e fratellanza con i Parthi.

Eppure l’ amministrazione dei governatori romani, che  pur applicano la legge di Nerva(96-98), giusto imperatore che ha abolito l’obolo ebraico cancellando la tassa flavia,  risulta per gli ebrei ellenisti  rapace   in relazione alle loro attuali situazioni commerciali, di sopravvivenza,  e perciò  attendono in uno stato di quasi miseria  il compimento del Malkuth, come un ripristino della loro antica  condizione sociale.

I rabbini  di  Iudaea e quelli ellenisti ora hanno una voce comune e sono apparentemente pacifici in attesa dell’evento messianico,  del ritorno del Meshiah, avendo cancellato parzialmente  la memoria di quello  vinto e crocifisso,  atteso invece, ancora,  dai naziroi gerosolomitani.

Una nuova ondata di Messianesimo si abbatte in tutto l’oriente mentre i giovani sono segretamente arruolati ed addestrati  e sono formati secondo le prescrizioni della torah e formati dottrinalmente  con la davar scritta,  secondo moduli apocalittici ed escatologici.

In effetti nei primi anni del principato di Traiano la teoria apocalittica e escatologica si sviluppa come concezione della fine dell’ira di Dio dopo  le tante prove subite e patite  da Israel peccatore e come avvento di un Nuovo Messia  in quanto è giunta l’ora del Signore.

Gli aramaici, dunque, hanno due differenti letture una propria dei  giacomiti , la cui Bibbia siriaca, autorizza un’interpretazione  di ritorno del signore per l’instaurazione definitiva del regno, mentre gli altri aramaici di Parthia  e di Giudea, non naziroi,  hanno una  visione  di vittoria di Sion su Roma con la venuta di un Nuovo Meshiah  invincibile.(cfr Apocalisse di Baruc  e IV libro di Esdra  con l’immagine  vittoriosa del Leone messia  sull‘aquila imperiale sconfitta ).

Le comunità ebraiche  di Mesopotamia, di Cipro,  di Cirene e di Egitto iniziano ad essere in fibrillazione al momento della spedizione antinabatea, come già prima intorno al 101,  alla morte di Erode Agrippa II , quando questi lascia in eredità a Traiano il suo regno, cosa che  autorizza l’imperatore a congiungere l’area giudaica con quella sinaitica ed egizia, con l’annessione del Regno di Nabatea  tanto da poter dire che ormai il Mediterraneo è  mare nostrum.

Dunque,tra il 101 e il105, epoca della annessione della Nabatea  da parte di Traiano, intenzionato ad aprirsi la via pelusiaca per avere l’appoggio della flotta romana,  che doveva essere  forza ausiliare  alle legioni   sul Mar  Rosso,  sul golfo di Aqaba  e perfino su quello Persico, all’occorrenza- in quanto la Parthia non aveva un contingente marittimo –   e ad avere libero il passaggio dall’ Armenia minor, obbligatorio secondo i piani di Cesare, di Germanico e di Caligola, per un’invasione del territorio parthico.

Eusebio parla  di Papia   che  con  l’esegesi dei logia del signore,- già scritti in aramaico da Matteo –   afferma che  gli altri evangelisti scrissero come potevano sulla base matthaica senza indicare l’esatto tempo, dopo la fase orale.

Bisogna pensare perciò che la testimonianza papiana sottenda un lavoro già compiuto da Matteo aramaico  prima del periodo compreso tra  il 105 e  il 115 d.C. e perciò è possibile  inferire che  Matteo greco, il proto Marco e  e Luca scrivano  per integrare la tradizione orale  con quella scritta delle Lettere di Paolo   in modo da formare un corpus greco per i Christianoi di Antiochia, anche per meglio distinguersi dai naziroi e  dagli ebrei,  in un momento storico grave  perché la parentela religiosa  è  un percolo per la loro incolumità. E’ un momento veramente gifficile, il più   delicato della storia romana, tanto traumatico per la romanitas quanto per l’ebraismo aramaico, che, congiunto con quello ellenistico si macchia di orribili misfatti, dolorosi ad ammettersi anche a distanza di secoli, indegni di un popolo sacerdotale, eletto...

Credo di poter mostrare la gravità   rilevando con Cassio Dione , LVIII,28,29,30 la situazione tragica ad Antiochia dove è Traiano nel 115 d.C., pronto per la partenza per la spedizione parthica.

Un terremoto catastrofico in città è  interpretato dai giudei come i partecipazione di Jhwh alla guerra contro i Romani,  come presagio della  sconfitta romana,  come segno della venuta prossima del Messia: per  loro il cataclisma diventa  come una chiamata alla armi al suono del corno shofar.

La campagna parthica di Traiano comincia bene con vittorie  in Assiria e  poi  con una navigazione sicura sul Tigri (mentre una parte naviga  sull’Eufrate, dopo la conquista di Nisibis ad opera di Lusio Quieto)  grazie ai battellieri giudaici  che sembrano  collaborare  con l’esercito romano e con le truppe di invasione socie.

Sbarcato l’esercito  non lontano dalla confluenza dei due fiumi, nelle vicinanze di Seleucia, Traiano  entra invitto nella capitale Ctesifonte, mentre Lusio Quieto avanza verso il delta  paludoso fino al Golfo Persico…

Non è chiaro cosa succeda, ma quando Traiano insedia come Re dei re Partamaspate, la situazione si capovolge, forse per la sconfitta dell’esercito schierato  fuori delle mura  ad opera della cavalleria catafratta…

La reazione parthica è totale  nella bassa Mesopotamia a causa di un  violento contrattacco giudaico,  che divide l’esercito in due tronconi  una guidato da Traiano e l’altro da Adriano e  Cornelio Palma  Cfr J. BENNETT, Traian optimus princeps, Bloomington,2001)

Separatamente si cerca di prendere le navi sull’Eufrate e sul Tigri per  il ritorno in Patria e questo aggrava ulteriormente la ritirata anche per la defezione  dei battellieri ebraici, che  cessano la collaborazione con i milites, incalzati dalla cavalleria parthica  e  svantaggiati in una pianura aperta, nonostante la presenza dei cavalieri mauri di Quieto, tornato con l’esercito decimato da malattie (dalla malaria) privo di rifornimento e impossibilitato a prendere  Hatra  …

Alla fine del 116  si viene a conoscenza della ribellione ebraica e delle stragi fatte a Cirene e a  Salamina di Cipro dai  Giudei  e Traiano  è sollecitato a tornare ad Antiochia, da dove dirigere le operazioni  contro i rivoltosi di Egitto, di Cirenaica e di Cipro.   Vengono accelerate le marce ( si passa da magnis itineribus a maximis itineribus) guidate  da Publilio Celso e da Avidio Nigrino, pur se si è in zone desertiche.

Il titolo di Particus, già acquisito da Traiano, proclamato dalle truppe imperator,   sottende ora una sconfitta, in quanto  l’esercito  che avanza è decimato dalla cavalleria parthica  completamente ricompattata nel nome del nuovo re, anche se  nominato dai Romani, ma ora riconosciuto universalmente i da ogni suddito …

La morte di Traiano  a Selinunte di Cilicia   ha come conseguenza la necessaria cessione dell’Armenia e  della neo provincia di Mesopotamia, già del tutto riconquistata dai Parthi: Adriano ora imperatore,  sancisce un dato di fatto e ripristina lo status antecedente l’impresa parthica.

Inoltre poco dopo la congiura di  Quieto  e di Nigrino, di  Palma  e Celso,  si manifestano  segni di un malcontento militare  per l’ inattesa conclusione dell’impresa parthica  e per il ripristino dell’ordine nell’imperium romano già alla fine del 118, senza aver punito debitamente i Giudei, responsabili del fallimento della politica  imperialistica, che, comunque, restano cives  anche se  sotto oculata sorveglianza . cfr  M . GRANT,  The Antonines: the roman empire in transition London 1996,  mentre le città non lontane dal fronte  eufrasico sono adeguatamente fortificate come ad esempio Gerasa/ Jerash.,

Il rescritto di Adriano  a Gaio Minucio Fundano, governatore di Asia dal 122 al 123,  riportato da Eusebio (Hist. Eccl. IV,9,1-3),   già in Giustino, Apologia, XVIII, 3-5  è in linea con quello traianeo sotteso alla risposta dell’imperatore a  Plinio il giovane, legatus   Augusti pro praetore  in Bitinia  e Ponto  cfr. Epistula X,96 -97  in quanto  fotografa i necessari  e differenziati interventi sugli ebrei e sui christianoi.

I giudei, circoncisi e separati dai goyim/pagani, aramaici o ellenistici, sono vigilati speciali, mentre i cristiani ben integrati tra le popolazioni locali, amati e rispettati per la tendenza alla riunione pacifica e all‘agape fraterna, anche se, data la comunione dei beni, pagano le tasse  alle autorità regionali non individualmente  per capita, ma per etnos associato nella persona dell’epitropos o episcopos o epimeleths, con titoli  differenziati  a seconda della grandezza dell’ecclesia.

Nel rescritto si sottende che l’ebreo  deve essere investigato nella proprietà e nel suo culto di latria  e perseguito  sulla base di un  semplice accusa, mentre per  il Christianos  oltre all’accusa di un accusatore, perseguibile penalmente  in caso di infondatezza delle,  prove procedurali, non basta il nomen ipsum ma sono necessarie le documentazioni  dei flagitia coehrentia nomini   cioè  non c’è  punizione per il nome stesso, ma per  le colpe connesse al nome. Plinio  Ep.X,96.

Comunque, Traiano indica una procedura , a cui si attiene anche Adriano, e impone  che non li si deve ricercare; qualora vengano denunciati e riconosciuti colpevoli, li si deve punire, ma in modo tale che colui che avrà negato di essere cristiano e lo avrà dimostrato con i fatti, cioè rivolgendo suppliche ai nostri dei, quantunque abbia suscitato sospetti in passato, ottenga il perdono per il suo ravvedimento. Quanto ai libelli anonimi, essi in circolazione, non devono godere di considerazione in alcun processo; infatti è prassi di pessimo esempio, indegna dei nostri tempi. Ep. X,97.

Chiaramente gli imperatori antonini indagano  il christianos che pur ha una radice ebraica, ma sono indulgenti  anche se richiedono in pratica  qualche manifesto segno (grano di incenso offerto in pubblico). come riconoscimento del numen dell’imperatore e di Roma: in sostanza sembrano più inclini a perdonare che a punire il cristiano, mentre sono determinati a perseguire l’ebreo  indistintamente.

Dunque se è chiara la situazione  che precede la nuova ed ultima  insurrezione giudaica,  quella di Shimon bar Kokba,  si può forse far rilevare che in un clima di sorveglianza stretta  da parte delle auctoritates provinciali romane verso l’elemento ebraico, sia compatibile la presenza di una scrittura aramaica  sulla vita e sulle parole del Meshiah.

Quindi  tutte le prescrizioni della  torah  con gli huqqim disposizioni e con i mishpatim giudizi connessi con le profezie oracolari mosaiche mostrate  da Iaqob e  fuse con le  prescrizioni del  malkuth del fratello – le cui parole oracolari e i cui decreti  sono da seguire con scrupolo da tutti i seguaci che proprio nell’attesa del ritorno aumentano il timore di Dio, seguendo il modello di vita di Gesù, morto e risorto, legge vivente ora…

Ne consegue che, vivente ancora Jakobos, sulla base della celebrazione del martirio di Gesù si era costituto un racconto della vita, della passione,  morte  e resurrezione del fratello, dapprima orale ma poi, dopo la strage degli esseni, con la memoria annuale non solo del Meshiah ma anche dei nuovi martiri,  si costituì una sorta di narrazione scritta  con prescrizioni giuridiche, in assenza del tempio, letta in riunioni  più o meno segrete, data la vigilanza romana.

Dopo secoli non è possibile determinare se  il testo esiste già al trasferimento a Pella, considerato poi che al ritorno a Gerusalemme  gli aramaici gerolosomitani sono  ancora connessi con i confratelli giudaici  e  che avessero collegamenti con Ben Zaccai  tanto da essere uniti nella lotta coi romani al momento dell’annessione della Nabatea e ancora di più  nel corso della guerra di Kitos o se la  codificazione scritta  è connessa con gli avvenimenti antonini.

Questo scritto è quello stesso di  Papia, di cui parla Eusebio?

Certamente questo  corpus  fu comune agli aramaici di Giacomo e  a quelli di Parthia nel clima bellico traianeo  e poi in quello della repressione adrianea.

Allora bisogna  presupporre  tra gli ultimi anni del I secolo e i primi cinque anni del II secolo, una scrittura greca evangelica kata Marcon, kata Matthaion, kata Lukan, di cui non si conosce l’esatto momento di redazione!

Infatti da Giustino  in poi è possibile trovare segni di Vangeli scritti in varie ecclesiai in greco – perfino quello giovanneo- nel corso di tutto il II secolo e prima metà del terzo secolo.

Eusebio in Historia Ecclesiastica 5,10 parla di Panteno e mostra come in Alessandria sia presente ancora il vangelo di Matteo aramaico, ma circolano  anche quello di Marco e di Luca  e Matteo greco secondo Ammonio alessandrino,  mentre  in altre parti dell’mondo romano Taziano, nato in Assiria nel 120 e morto forse nel 180,  cerca di comporre un Vangelo unitario nella sua opera Diatesseroon, detta anche  Armonia, perché fa il tentativo di unificare , armonizzando le tante e diverse tradizioni -anche orali- greche, pur già scritte.

Queste sono le sue precise parole: Un uomo celeberrimo per la sua cultura, di nome Panteno, dirigeva allora la scuola dei fedeli di quella città, dato che per antica usanza esisteva presso di loro una scuola di dottrina sacra: essa si è conservata fino a noi, e abbiamo saputo che è tenuta da uomini abili nella parola e nello studio delle cose divine. Si narra che il suddetto Panteno si sia distinto tra i più brillanti di quel tempo, in quanto proveniente dalla scuola filosofica dei cosiddetti Stoici. Si dice quindi che mostrò un tale ardore nella sua fervidissima disposizione per la parola divina, da essere designato araldo del Vangelo di Cristo alle nazioni d’Oriente, giungendo sino all’India. V’erano infatti, v’erano ancora a quei tempi, numerosi evangelisti della parola, che avevano cura di portare zelo divino ad imitazione degli apostoli per accrescere ed edificare la parola divina.
Anche Panteno fu uno di loro, e si dice che andò tra gli Indiani, dove trovò, come narra la tradizione, presso alcuni del luogo che avevano imparato a conoscere Cristo, che il Vangelo secondo Matteo aveva preceduto la sua venuta: tra loro, infatti, aveva predicato Bartolomeo, uno degli apostoli, che aveva lasciato agli Indiani l’opera di Matteo nella scrittura degli Ebrei, ed essa si era conservata fino all’epoca in questione.
Panteno, comunque, dopo numerose imprese, diresse infine la scuola di Alessandria, commentando a viva voce e con gli scritti i tesori dei dogmi divini.

Da quanto detto da Eusebio il vangelo aramaico di Matteo, portato da Bartolomeo in India ( non si sa se l’apostolo fa un viaggio marittimo con navi – sul mar Rosso  da  Clisma fino ad Aden per costeggiare l’Arabia ed arrivare  fino a Barigaza- o se ci viene, via  terra, dalla Perside; la prima è più trafficata data la presenza di  192 navi che fanno il tragitto  mensile  per India, la seconda è tipica degli ebrei della zona della bassa Mesopotamia e  della regione intorno a Susa),   si può arguire  per prima cosa che poco dopo la distruzione di Gerusalemme  alcuni  aramaici dopo Masada, si dirigono, oltre che ad Alessandria anche  in Arabia e  in Babilonia. Inoltre  si evince  che Panteno  ritrova lo scritto aramaico  tra le popolazioni indiane  e lo riporta ad Alessandria ( e poi  non se ne  ha più notizie- pare-).

Da altre fonti si conosce  che in India centrale c’è una fioritura di naziroismo dopo la galuth adrianea, come anche in Arabia  più  in quella centrale che  lungo la coste  e del mar Rosso e dell’ oceano indiano- compreso il golfo di Oman: sono attestati naziroi perfino all’epoca di Maometto…

Questa codificazione aramaica  costituisce  un corpus unitario  di base terapeutico- essenico, portato avanti dai Terapeuti di Alessandria  rimasti puri fino al tempo di Sinesio (Cfr. www.angelofilipponi.com Il vescovo Sinesio) su cui si forma una  primissima tradizione orale, christiana antiochena  anche dopo la violenta scomparsa ad opera della decima legione romana degli esseni, recuperati poi nel II secolo,   e dopo  la distruzione del Tempio…di cui si ha traccia implicita in Clemente Alessandrino (Stromateis , 1,21,147 ) in Origene ( Comm. in Matteo, 1) e forse in Tertulliano (De carne Christi, 22)che parlano già di un Vangelo di Matteo scritto in greco  e ne riportano l ‘ incipit …

Dopo la codificazione scritta greca, la varietà dei vangeli è in relazione alle tante e differenti aree di  predicazione cristiana, in Oriente e in Occidente, in cui appaiono modifiche, aggiunte  e  cambi strutturali con  formule  utili  per la definizione della  regalità, della cristologia e del mistero trinitario e talora  si costituiscono perfino  Nuovi Vangeli, attribuiti ad Apostoli …

Il primo,a detta di Eusebio, che li  certifica e li cataloga  facendo precise enucleazioni sarebbe stato un Ammonio di Alessandria   contemporaneo di Ammonio Sacca, il filosofo, maestro di Plotino…

In Eusebio come  in Atanasio , comunque, sono presenti i segni  di una avvenuta  evangelizzazione  cristiana, ma anche di una incertezza sul criterio di autenticità e su quello di classificazione…

Il sistema classificatorio  arriva fino a Isidoro di Siviglia, la cui esposizione sottende una precisa eredità ariana, quella della cultura visigotica, inficiata dall’evangelizzazione anche nestoriana monofisita,  in Spagna….

Isidoro in De canonibus evangeliorum  dice: 1. Canones Evangeliorum Ammonius Alexandriae primus excogitavit, quem postea Eusebius Caesariensis secutus plenius conposuit. Qui ideo facti sunt, ut per eos invenire et scire possimus qui reliquorum Evangelistarum similia aut propria dixerunt.

2. Sunt autem numero decem, quorum primus continet numeros in quibus quattuor eadem dixerunt: Matthaeus, Marcus, Lucas, Iohannes. Secundus, in quibus tres (eadem dixerunt): Matthaeus, Marcus, Lucas.Tertius, in quibus tres: Matthaeus, Lucas, Iohannes. Quartus, in quibus tres: Matthaeus, Marcus,Iohannes.

3, Quintus, in quibus duo: Matthaeus, Lucas. Sextus, in quibus duo: Matthaeus, Marcus.Septimus, in quibus duo: Matthaeus, Iohannes. Octavus, in quibus duo: Lucas, Marcus. Nonus, inquibus duo: Lucas, Iohannes.

4. Decimus, in quibus singuli eorum propria quaedam dixerunt.Quorum expositio haec est. Per singulos enim Evangelistas numerus quidam capitulis adfixus adiacet, quibus numeris subdita est aera quaedam mineo notata, quae indicat in quoto canone positus sit numerus, cui subiecta est aera.

5. Verbi gratia: Si est aera .., in primo canone; si secunda, in secundo; si tertia, in tertio; et sic per ordinem usque ad decimum perveniens. Si igitur, aperto quolibet Evangelio, placuerit scire qui reliquorum Evangelistarum similia dixerunt, adsumes adiacentem numerum capituli, et requires ipsum numerum in suo canone quem indicat,ibique invenies quot et qui dixerint; et ita demum in corpore inquisita loca, quae ex ipsis numeris indicantur, per singula Evangelia de eisdem dixisse invenies.

In epoca visigotica grande era  la confusione, nonostante i canoni, i raggruppamenti, le divisioni, le logiche differenziate semantiche!.

Riassumiamo  e concludiamo.

Si era costituita  in epoca flavia una doppia tradizione  quella  aramaica, orale, che serpeggiava, si  vivificava e si rianimava col paradigma dei martiri nella lotta clandestina contro i Romani e che, finita dopo il settanta, iniziava un nuovo reclutamento militare collegato con quello dottrinale di Johanan ben Zaccai e  con  i discepoli del maestro /Rabbi ,  formatore di altri rabbi …Era una scuola o che tramandava  tramite Rabbi la legge mosaica secondo il costume essenico,  mantenendo la tradizione giudaico-aramaica…

Accanto si era costituita un’altra tradizione, greca  ad Antiochia, che    enucleava il suo messaggio sulla morte e resurrezione del Christos, destinato a tornare come nikeths , trionfatore che riuniva tutte le stirpi del giudaismo ellenistico  e i pagani convertiti, secondo il pensiero di Paolo  e secondo il contributo della scuola alessandrina e di quella  antiochena, in senso allegorico. e in senso letterale…

La  prima aveva come emblema il Messia  risorto propagandato  oralmente da Giacomo   che  proclamava il malkuth  ha Shemaim, destinato a trionfare al ritorno  prossimo del fratello; la seconda era di stampo paolino, una Basileia tou Theou, scismatica  che visse, senza essere mai accettata per qualche tempo vicino alla sinagoga ebraica …

Perciò non esiste  un nucleo evangelico scritto né in aramaico né in greco in quanto ci sono due diverse  di  una tradizione orale aramaica ed una  ellenistica secondo Giacomo e secondo Paolo.. .

La tradizione aramaica per prima  passa dalla fase orale a scritta per necessità politico-storica, poiché i capi aramaici hanno fatto  una scelta in senso mosaico ebraico e quindi hanno rifiutato la linea ereticale paolina, dopo il Settanta, specie nella  Chiesa di Gerusalemme, nonostante la vigilanza romana e l’incipiente persecuzione imperiale .

Ne deriva che è possibile  parlare di un vangelo scritto aramaico ma non di un vangelo greco  che invece deve essere  collocato entro il ventennio tra la stesura di Guerra  giudaica e Antichità Giudaica , contemporanea al Bios flaviano,  che potrebbe essere  il modello da   imitare  per i letterati Christianoi, che avrebbero potuto servirsi anche della fonte scritta  aramaica …

Aggiungo  che sono  propenso, perciò, a datare la scrittura  greca di una originaria fonte Q  solo tra il 74 e il 94 d.C ..   e a considerare il Proto Marco,  subito dopo la fonte,  negli ultimi anni di Domiziano, mentre i testi che noi abbiamo -escluso Giovanni – sono compresi tra l’ epoca  nerviana e l ‘annessione della Nabatea …Dunque questa è la storia, o meglio questa –  dovrei dire – è la risultanza storica di anni di studio.

E i miei parenti ed amici cristiani dicono  che credono in Gesù Cristo  e non sanno distinguere il Cristo da Dio:  sono veramente credenti  cristiani cattolici?

Recitano il Credo  ogni domenica e vanno settimanalmente al rito eucaristico a nutrirsi del Corpus Christi. Perché? non lo so.

Parabola del fariseo e del pubblicano

Gesù può aver detto la parabola del Fariseo e del pubblicano?. Non credo e non certo come la scrive Luca.

Perché? diranno molti cristiani.

Per due motivi.

Primo, perché i personaggi non  sono realmente storici, ma sono inventati sulla base dell’osservazione della vita ecclesiale, di una provincia romana  di fine primo secolo: né Gesù, né i due protagonisti della parabola, il fariseo e il pubblicano, sono figure vere, ma costruite ed assimilate con  altre  di epoca successiva. Infatti il tempio, che è il santuario ebraico per eccellenza, non più esistente  in epoca flavia,  equivale ad  un locale  di  riunione  e di preghiera in una città orientale, pensato da Luca come ambiente e contesto simile, in cui creare una  situazione con l’episodio dei due oranti.  esaminati nella specifica superbia  del fariseo, puro,   e nella umiltà del pubblicano, peccatore. La parabola è un‘inventio di Luca come anche la valutazione da parte di Gesù, che fa la dieghesis narrazione.
Secondo, perché la parabola di Luca ha un telos, un fine prefissato che è conforme al pensiero di Paolo, che deve essere diffuso contro  quello espresso da Yaqob Iakobos Giacomo e i suoi seguaci aramaici, -già sconfitti dai romani, che hanno distrutto il Tempio -(Cfr. Giacomo e Paolo), pronti a nuove staseis rivolte.

La sua scrittura ha un fine dimostrativo,  già chiaro nella premessa alla parabola stessa del Fariseo e del pubblicano, esplicito nella conclusione e nell’ apoftegma finale (Lc. 18,9-14), che è una ripetizione di 14,11.perché chi si esalta, sarà umiliato e chi si umilia sarà esaltato.  

La parabola di Luca,  scritta dopo oltre cinquanta anni  dalla morte del Christos, ha la struttura di una favola  di Fedro, esopiana,   con una conclusione pertinente  morale.

La premessa (Per certuni, poi, che dentro di sé erano persuasi di essere giusti e disprezzavano gli altri,  disse questa parabola) è simile a quella della parabola precedente del Giudice iniquo (Raccontava poi loro una parabola sul dovere che avevano di pregare sempre, senza perdersi di animo -18,1 come assicurazione  che Dio renderà  loro giustizia con sollecitudine  anche se c’è il dubbio che il figlio dell’uomo al suo ritorno   troverà la fede sulla terra).

Dunque, Luca ha uno scopo, quello di invitare i fedeli della ecclesia christiana  alla preghiera, alla fede,  alla fiducia nella pronoia divina  che risolve ogni problema con la peripeteia e con l’improvviso  e tragico capovolgimento, per cui i primi saranno gli ultimi e gli ultimi i primi, in quanto ciò che è impossibile agli uomini  è possibile a Dio ( Lc.18,27) .

Luca in effetti predica il vangelo di Paolo: la salvezza  si consegue con la preghiera e con la fede ed è un dono di Dio, non un merito  individuale umano.

Luca scrive quando l’essenismo  con il fariseismo è un vago ricordo nelle ecclesiai cristiane, specie in Macedonia e Tracia, anche se in Galilea, Gaulanitide, Traconitide ed altrove ancor  sono presenti  gli zelanti della Torah che eseguono  i  precetti dei rabbi della scuola di Iammia, che mantengono vivo lo spirito del pensiero  farisaico ed anche se  l’haburah con edah, costituita da Yaqob, ancora funziona.

Ma seguitiamo a  leggere  e cerchiamo di capire la parabola.  Gesù, secondo Luca  disse questa parabola per certuni  che dentro di sé  erano persuasi  d’essere giusti e disprezzavano gli altri, mostrando i protagonisti: due uomini  salirono al tempio per pregare, l’uno era fariseo, l’altro pubblicano... evidenziando il fariseo che,   ritto in piedi pregava fra sé così: O dio, ti ringrazio che non sono come gli altri uomini, rapaci, ingiusti,  adulteri anche come quel pubblicano. Digiuno due volte alla settimana e pago la decima di tutto quel che compero.

Solo uno, che narra dopo la distruzione del tempio, può avere un incipit di tale genere parabolico: ritenere gli ebrei   quelli che hanno una concezione farisaica  di giustizia, collegata con l’idea di un popolo eletto,- che, avendo  un culto threschia, esclusivo, per un solo dio e padrone, disprezza non solo i culti di tutti gli altri popoli pagani, ma anche le comunità cristiane,- è  spia di un’antitesi tra la tzedaqah della sinagoga e l‘agaph /caritas  dell’ecclesia cristiana, non più, comunque,  in territorio siro-palestinese, ma  in ogni città orientale.

Il fariseo diventa figura antipatica, disgustosa davanti a Dio  per la superbia dell’eletto ed è  prototipo di tutto il popolo ebraico condannato già dall‘auctoritas senatoriale e flavia, sorvegliato  per la sua perfidia integralista, già taeterrimus per Tacito.

Luca scrittore di epoca flavia dovrebbe sapere (dovrebbe averlo sentito dire da Saul/Paolo o da altri di  stirpe ebraica)  che un esseno o un terapeuta, uomini di formazione farisaica,  mangiava ogni tre giorni e quindi digiunava  2 volte a settimana, anche se la Torah  imponeva una volta all’anno nel giorno della Espiazione ( Levitico 16,29; 23,27; Numeri 29,7). Inoltre si sapeva che  il fariseo era  ligio a pagare le decime perché diffidava  del venditore (impuro) che tendeva a non pagarla.

L’ evangelista è teso ad opporre i due caratteri, per creare  contrastivamente  una rete di antipatia  per il primo e  per formare un alone di simpatia per il secondo.

Infatti contrappone  al fariseo il pubblicano, un  appaltatore  di imposte seduto a to teloneion, al banco, cioè un teloonhs (teloonhths -telos ooneomai ) da tutti conosciuto come arpaks rapace, perché esattore,  in  Giudea  considerato un apostata o uomo bollato da anathema, di solito  filoromano, un ebreo romanizzato con doppio nome come Levi/Matthaios, emblema dei pagani  moichoi  adulteri ed adikoi ingiusti: Non sa Luca che neanche il teloonhs può entrare nel tempio  e che  deve stare a distanza di metri da un puro, regolata secondo la prescrizione della  Legge, all’atto della condanna!.

Il pubblicano,invece, diventa per l’evangelista  elemento positivo, simpatico  e caro proprio per la sua coscienza di essere peccatore in quanto creatura, a cui va la solidarietà di ogni  uomo mortale.

Luca  così scrive: il Pubblicano invece si teneva lontano  e non osava neppure alzare gli occhi al cielo, ma si batteva il petto dicendo: Signore, abbi pietà di me, peccatore.

ll pubblicano, peccatore  secondo lo schema paolino cristiano, di uomo mortale che vive nel peccato e che solo con la preghiera e con la fede si redime grazie al sangue di Cristo,  tanto da  essere degno di risuscitare e di avere il premio della vita eterna, è il modello del fidelis, che è umile,  creatura di fronte al creatore, cosciente del suo peccare. 

Il pubblicano amartolos, (uno che commette amarthma in quanto è peccatore perché riscuote il denaro per conto del romano  e maneggia le monete stesse con l’effigie dell’imperatore, diventa  non colui che  rimette il debito estinguendo il dovuto to opheleimenon (to khreos) come Zaccheo, ma è uomo giustificato per la sua umiltà e preghiera (congiunta alla Fede nel Christos ).

Luca, dunque, con il rovesciamento delle due figure, rinnega il giudaismo, esalta la romanitas e vede la salvezza per l’uomo secondo il  disegno salvifico di Paolo, romano -ellenistico,  basato non sull’uomo faber suae quisque fortunae, ma sul  Theos che sovverte la sorte umana  ed attua la sua oikonomia divina imperscrutabile.

Luca, dunque, testimonia  il baratro che si è aperto tra la sinagoga e  l‘ecclesia, in epoca flavia, poco prima o poco dopo il distacco  tra  i due credi, verso la fine del I secolo dopo Cristo, quando ancora il ramo  nazireo è  ancora nell ‘albero giudaico come Malkuth ha shamaim, ancorato alla Torah mosaica, -diversamente dalla Basileia tou Theou/il regno di Dio  antiocheno  che invece ha rotto ogni rapporto con la tradizione gerosolomitana ortodossa,- destinato ad  andare verso altre insurrezioni e verso il suo stesso sterminio sotto  Adriano.

Luca non sa (finge di non sapere) , però, che la preghiera ebraica si fa in piedi  e che ogni ebreo aspira ad essere giusto  e fa opere di giustizia, convinto di servire e di temere il suo Signore,  che lo ha eletto, in quanto  figlio, erede del Regno: la puntualizzazione (ritto in piedi e la preghiera di ringraziamento per essere diverso rispetto agli altri uomini)  dall’ angolazione  ebraica  non  rende ripugnante il fariseo, che è uomo distinto proprio per la sua fede collegata con le opere, elemento  leale e coerente  nel suo modus operandi,  tipico di eroe che muore per la patria  e per la sua fede, ma lo sublima.

I due per Luca antiocheno sono due caratteri giudaici, uno spocchioso, cosciente dello zelo  per la legge, l’altro umile e dimesso, sicuro di essere un reietto rispetto ad ogni puro giudeo: da parte dell’evangelista si  arcaicizza di proposito e si  falsifica la storia  di Gesù eroe popolare, di stampo farisaico, morto da puro ebreo.

Gesù, invece, è visto da Luca (da Paolo), anche  se scandalo della croce,   come un saggio sophos, alonato di divinità, capace di  predicare la remissione dei peccati, di  affermare che il pubblicano peccatore scese a casa sua  giustificato. Luca si è servito di  salire anabainesin ‘alah  e di scendere katabainein yarad così per mostrare solo che il tempio è in alto e che  la casa del peccatore è in basso: l’evangelista non sa che nel primo c’è sotteso tutto un mondo di  ascensione sublime  con esercizio che indica eccellenza e grandezza verso cui tende il  fedele, mentre lo scendere  indica il tragitto opposto, secondo un sistema di allegoria, tipicamente farisaico.

Luca,  dunque, descrive non il reale fariseo e il vero pubblicano, ma  due cristiani: uno spocchioso  che in piedi prega, convinto di essere un santo; l’ altro che  è umile, è cosciente del suo peccato e crede in Dio. E così avendo mostrato due tipi opposti,l’evangelista applica la regola paolina della metamorfosi  per  attuare la metabolh il cambiamento, in nome di Dio,  che  abbatte il superbo ed innalza il debole.

La conclusione di un  Gesù astorico, secondo Luca, è questa:  vi dico che quest’ultimo scese a casa giustificato, al contrario del primo. Di quale Gesù parla Luca (o chi per lui)? , di quale fariseo? o di quale pubblicano?

Solo Filone avrebbe potuto  illuminarci davvero perché contemporaneo di Gesù, ma la sua fonte non ha lasciato tracce né sulle  parole né sul bios del Signore, neanche  ci è giunta una goccia della sua acqua. Eppure Filone ha parlato di ameicsia non mescolanza, di una  sorta di separazione e distinzione farisaica ed ha proposto due modelli di vita ebraica di sicura radice farisaica, quella attiva degli esseni e quella contemplativa dei terapeuti, da cui risulta chiara, bella, virtuosa l’airesis setta dei Farisei.   Anche Saul Paolo, un cristiano ellenizzato dal doppio nome, che si è sempre professato  e vantato fariseo  e discepolo di Gamaliel-ma è un uomo di menzogna, condannato alla fustigazione e poi  a morte dal sinedrio e da Yaqob/Iakobos, fratello del signore  perché non obbediente alla legge,  e alla prescrizione  sulla Casherut – tiene in grande onore la figura del fariseo,  come ogni altro ebreo dell’ epoca che precede la distruzione del Tempio.

Giuseppe Flavio, figlio di Mattatia,- che è un  contemporaneo di Gesù,  parente degli Anano, meglio di tutti  potrebbe darci qualche indicazione anche se per dovere di suddito e per gratitudine verso i Flavi suoi padroni, scrive  Guerra Giudaica  nel 74  ed Antichità Giudaica nel 94, mantenendosi necessariamente nei binari della lealtà all’imperatore, senza però celare la verità storica,  facendo l’apologia giudaica senza offuscare il valore dell’imperium romano, risultando, però, ambiguo ed equivoco in questa contraddizione concettuale,   utile, comunque,   al fine della trasmissione  dell’eredità culturale sacerdotale ebraica – sembra smentire Luca e la sua cristiana interpretazione.

Lui è storico ufficiale dell’impero romano, autorizzato alla lettura della sua opera, impegnato nella esaltazione dei Flavi, pagato per la celebrazione del mito soterico di Vespasiano   e dei suoi figli, salvatori dell’impero romano, pacificatori dell’oikoumene, ripristinatori dell’ordo kosmico, dopo il disordine della guerra civile  dell’anno 69, a seguito della morte di Nerone.

Guerra Giudaica (a cura di Giovanni Vitucci, Mondadori 1974) II,14  così descrive la setta dei  farisei,- che  lo storico dice di aver scelto, pur essendo di stirpe sacerdotale, di una della migliori famiglie, dopo il sodalizio con Banno nel deserto, in considerazione della virtù-: essi godono fama di interpretare correttamente  le leggi, costituiscono la setta più importante  ed attribuiscono ogni cosa  al destino e a dio; ritengono che l’agire bene o male  dipende in massima parte dagli uomini,  ma che in ogni cosa ha  parte il destino ; che l’anima è immortale, ma soltanto quella dei buoni passa in un altro corpo,mentre quella dei malvagi  sono punite con un castigo senza fine…i farisei sono legati da scambievole  amore  e perseguono la concordia  entro la comunità .

In  Antichità giudaica XVIII 12-15 (Angelo Filipponi, Antichità Giudaica, XVIII, E book Simplicissimus , 2012) Flavio dice:

I  Farisei hanno un sistema di vita semplice e non concedono niente alle mollezze: seguono con autorità quanto la loro dottrina trasmette giudicando buono ciò che bisogna dettare considerandolo degno di contesa.Tengono in onore i più anziani,  non essendo orgogliosi in niente altro se non coraggiosi, di fronte alle  risposte di coloro che ostacolano  il loro parere. Essi ritengono che ogni cosa avvenga per destino, senza però negare il libero arbitrio, in quanto sono contenti che ci sia mistione di potere tra Dio e il magistero del destino: gli uomini, virtuosi e malvagi  devono stare con propri meriti Essi hanno la speranza della immortalità delle anime (Essi hanno speranza che le anime abbiano una forza immortale) e che sotto terra ognuno avrà un’adeguata dimora, a seconda del merito e in relazione alla virtù e al vizio, che alcune anime saranno chiuse in eterne prigioni e che altre invece potranno ritornare in vita. Per questo essi risultano molto graditi al popolo, ogni preghiera e tutti i riti cultuali divini sono svolti conformemente alle loro prescrizioni; la loro virtù fu così lodata dalle  popolazioni(cittadinanze)  che  li seguivano per la pratica, perché ritenuti  migliori  nel sistema di vita e nelle regole.

Perciò bisogna  concludere  secondo pertinenza  che in epoca di Gesù  il fariseismo era una setta che insegnava la resurrezione,  la stretta osservanza delle regola ma soprattutto ogni fariseo sapeva come agire di fronte ai sadducei,  sacerdoti e loro avversari, come combattere   i romani,  come comportarsi coi  pubblicani dando regole di comportamento pratico. Insomma  i farisei erano maestri  di giustizia, laici , ed una loro frangia  era la setta degli esseni .

Gesù, ebreo, il Christos Messia,  mai avrebbe  potuto mostrare una simile figura di fariseo, un  giusto come suo fratello Giacomo,  che predicava il Malkuth ha shemaim, la sua prossima venuta e il valore delle opere e non delle Parole !.

Cosa  diranno di questa lettura i miei amici e parenti cristiani? mi auguro solo che abbiano almeno qualche dubbio sui Vangeli e sulla ispirazione dello Spirito Santo!

Io lavoro, essi credono! Cosa? Non lo so.

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Un’ordalia nel 1498, a Firenze!

Francescani e domenicani in una sfida… mortale

Firenze  7 aprile 1498: Un’ordalia, un giudizio di Dio!
Che Vergogna per gli umanisti!
7 aprile 1498 un francescano e un domenicano a Firenze, in Piazza della signoria, si sfidano ad un’ordalia di fuoco.
I priori hanno concesso l’area della piazza ed hanno allestito il teatro della sfida, facendo  una piattaforma di legno  alta oltre due metri, di circa trenta metri di lunghezza e di sei di larghezza : i quattro lati a mò di recinto, erano  fatti di mattoni verdi, crudi, sovrapposti, di altezza di poco più di 30 centimetri.
I due contendenti arrivavano dai propri monasteri di S. Croce l’uno e di S. Marco l’altro: uno è lo sfidante il francescano Giuliano Rondinelli, che ha assunto l’incarico  e si è “sacrificato” al posto di Fra Francesco da Puglia, che aveva lanciato la sfida, contro i savanaroliani;   l’altro è Fra Domenico da Pescia, che gareggia per l’onore di Fra Gerolamo Savonarola.
Dovevano fare il percorso senza bruciarsi: risultava vincitore chi usciva vivo da quell’inferno!
Savanarola  guidava la Repubblica di Firenze,  che si era costituita dopo la morte di Lorenzo il Magnifico e  la venuta di Carlo VIII in Italia.
Fra Gerolamo  con la sua visione apocalittica aveva profetizzato gli eventi ed aveva attaccato la politica di Rodrigo Borgia
(Alessandro VI, successore di Innocenzo VIII Cybo) inimicandosi così col papato, da cui precedentemente aveva  avuto autorizzazione per l’indipendenza del Convento di S. Marco e per il raggruppamento di tutti  i monasteri domenicani sotto la sua tutela, grazie al cardinale Oliviero Carafa.
In città si erano costituite due fazioni/ partes quella dei Palleschi a favore dei  Medici e  quella dei Piagnoni a favore del frate  che aveva  perfino messo al rogo tutti  i libri considerati “mondani” cioè non utili alla moralizzazione dei cives e che aveva intensificato la sua azione nelle prediche, quaresimali, contro il papa simoniaco.
Alessandro VI, dopo le ammonizioni, rituali, aveva scomunicato il frate che aveva insistito nella sua azione antipapale  nei suoi commenti  alla Bibbia, mostrando come la vigna del Signore era desolata e in mani sacrileghe.
Pochi giorni prima della sfida era giunto un breve  papale con cui si condannava al fuoco l’eretico Fra Gerolamo.
In questa situazione di grave lotta civile tra le due opposte fazioni, bisognava dimostrare che il domenicano  era nel giusto perché fautore e cavaliere di Dio per Fra Gerolamo   giusto, santo  e profeta, mentre il  Francescano Fra Giuliano  affrontava il martirio  competendo  per dimostrare il contrario che cioè Fra Gerolamo era un falso profeta degno di essere condannato: Dio doveva dimostrare  chi dei due fosse nel giusto, salvandolo dal fuoco.
I due frati erano pronti per passare a piedi nudi e fare il percorso, senza bruciare,  grazie a Dio che avrebbe protetto il giusto.
Come finisce la disputa?
Con un acquazzone tale che  spegne il fuoco.
I due concorrenti sono tenuti in sospeso dai priori che li sentono discutere teologicamente e fanno questioni di ogni genere, timorosi dell’ordalia: l’uno, più motivato al martirio,  è sulla piazza; l’altro è dentro il palazzo della Signoria, con i notabili.
Dapprima i francescani  rifiutano la cappa  di fra Domenico inadatta per l’ordalia,  perché stregata  e fatta con incantesimo, poi   hanno dubbi sugli abiti stessi, per cui  il frate  è spogliato di quelli che porta  ed  ha abiti da un altro domenicano,  ed infine   sollevano obiezioni sulla  distanza che deve  esserci tra il  domenicano e Fra Savonarola,  capace di magie  perché dotato di poteri diabolici.
I francescani,  inoltre,  contestano Fra Domenico  che vuole portare  il crocifisso  ed anche l’ostia consacrata, ritenendo la croce una protezione e  il corpo di Cristo non  bruciabile: per loro si fa  cosa iniquissima e contro la chiesa se si procede secondo il volere del domenicano.
I francescani da parte loro cercano di far passare tempo e di spingere i domenicani ad iniziare per primi la gara: la dilazione sembra  fatta  in relazione al mutamento delle nuvole e al peggioramento del tempo sopra Firenze.
Fra Domenico, savanaroliano,  sembra l’unico deciso ad entrare sui carboni, mentre il Rondinelli, forse impaurito dal fuoco, è tenuto prudentemente in attesa, comunque,  forse, all’occasione,  sarebbe stato capace anche di morire martire.
Cavilli religiosi, comunque  dall’una e dall’altra parte, prima della purificazione… dell’acqua e della fine  definitiva della disputa!
La folla, tutta maschile, era in fibrillazione (Le donne i bambini assistevano dalle finestre e dai tetti della piazza), le due fazioni, armate, erano all’erta, mentre la signoria aveva disposto un suo esercito per evitare gli scontri e le violenze.
Un  temporale con lampi e tuoni   spegne il fuoco: Dio non vuole quella prova: questo sanciscono, concordi,  domenicani e francescani e le auctoritates presenti,  che, tutti inzuppati di pioggia, tornano ai loro conventi e case.
La razionale Firenze, patria di Lorenzo il Magnifico, morto da pochi anni, domicilio  di Pico della Mirandola (anche lui  morto da poco, seguace del Frate che aveva visto la sua anima salva in Purgatorio) e di  Poliziano, letterato  devoto e di Michelangelo religiosissimo,  mostra con questa ordalia una diversa realtà di fine quattrocento, tutta  ancora medievale, solo in apparenza umanistico-rinascimentale.
Il povero  Fra Gerolamo Savanarola,  quasi un mese dopo, il 23 maggio,  fu bruciato vivo, con due  confratelli!

Viene eseguita la condanna papale .

Trionfa Alessandro VI con la sua politica a Firenze e suo figlio Cesare si crea uno stato indipendente nel Centro Italia  grazie al  potere paterno…

Un’altra lettura di “I dieci lebbrosi”

Luca  narra la guarigione di 10 lebbrosi in 17,11-19.

Il racconto di Luca non è una testimonianza  di un miracolo paradoxon, di Gesù, che si trova a passare, al confine  tra la terra di Samaria e quella di Galilea, mentre va  a Gerusalemme,  ma  è spia di un telos,  quello lucano, di mostrare  cioè la riconoscenza di un Samaritano -rispetto all’ingratitudine degli altri nove, giudei – e la sua fede nel  Regno  di Christos venuto.

Il racconto di Luca non è storia, ma è una dihghsis  narrazione di un normale scrittore ellenistico, impegnato cristianamente secondo la scuola antiochena: Luca non conosce  la toledot giudaica e neanche la torah/nomos legge, sia giudaica che samaritana…

D’altra parte già  Luca aveva parlato della guarigione di  un solo lebbroso in 5, 12-16 , raccontata anche da Marco 1,40-45 e da Matteo 8 1-4.

Dunque, il  racconto  di un Gesù Methorios- che  con una comitiva attraversa il confine tra Galilea e Samaria per prendere decisamente il cammino lungo il Giordano fino a Gerico, prima di salire alla Città Santa-  fa parte del sondergut lucano, di quel materiale speciale tipico del mestiere di Luca medico e scrittore,  che ha lo skopos di rivalutare la cultura e il popolo samaritano, coinvolto nella stessa comune sconfitta, dopo la distruzione del tempio, dopo la fine di Simon Mago a seguito del pagamento della doppia dracma al  tempio di Zeus, a Roma, di tutta la Iudaea capta  (Idumea, Samaria e Giudea) secondo gli ordini di Vespasiano (69-79 d.C).

Nel disegno lucano grande rilievo ha la parabola del buon samaritano 10.30-37, paradeigma di uomo che ama il prossimo, esempio di uno che  ha compassione/eleos,  che  si ferma, anche se ha impegni di lavoro,  vedendo un altro soffrire, perché ferito da lesthai/ladri, che si accosta premurosamente,   che fascia le ferite, che  versa sopra olio e vino, che  lo fa montare sulla sua cavalcatura,  che lo conduce all’albergo/csenodochion, che  cava  dalla borsa due denari,(8 sesterzi  cioè 32 assi, poco meno di 40 Euro), che  li dà all’albergatore,  a cui affida il ferito, con la raccomandazione di  curarlo,  aggiungendo  che al ritorno restituirà (il verbo sottende  che c’è già rapporto  tra i due) quanto avrà speso di più.

Per capire quanto il samaritano dà concretamente all’albergatore  aggiungo per il mio lettore che un romano compra con  due assi  un kg.di pane  (poco più di un due Euro ) e con  un sesterzio cioè con  quattro assi  (quattro/ cinque euro circa )  può scopare una  scadente  prostituta.

E’ un racconto ellenistico, filantropico, comunitario  che tratta di un civis romano incappato nei briganti,  che turbano l’ordine del Kosmos imperiale in Iudaea nei trenta chilometri circa, che dividono Gerusalemme (città a 750 metri  sul livello del mare)   da Gerico (località a 250 metri sotto il livello del Mare), lungo sentieri  tortuosi, impervi, aridi e desertici, a volte dirupati…

C’è sottesa  la denuncia del precedente sistema di vita,  giudaico, (anche se Luca, probabilmente,  non lo sa!), perché non associa a lesthai  gli zeloti, i partigiani, integralisti  religiosi  antiromani del periodo  erodiano e posterodiano …

Chiaramente, comunque,  Luca marca i semeia di un comportamento caritatevole nei confronti di uno sconosciuto da parte di un samaritano  che, secondo Giovanni (4,9), è animato da ostilità  verso gli ebrei, che lo considerano eretico e scismatico.

L’attenzione alle azioni del samaritano è in relazione  contrapposta al comportamento dell’élite sacerdotale ebraica  (sacerdoti e leviti)  condannata perché  gira alla larga (antiparerchomai  significa passo oltre e vado dalla parte opposta),  anche se non più esistente perché non esiste più il tempio…

La domanda di Gesù al dottore della legge- uno scriba, un fariseo, un laico  che chiede  cosa fare per ottenere la vita eterna -è volta da Luca non nella direzione della legge  mosaica e quindi secondo le Scritture  (Deuteromio.6,5 e Levitico 19,18)  a dire cioè amerai il signore Dio tuo da tutto il tuo cuore , con tutta la tua anima e con tutta la tua forza, con tutta la tua mente  e il  prossimo tuo come te stesso, ma a referenziare  con un esempio pratico l’idea astratta di prossimo/o pelas,  secondo parabola...

Infatti Luca  fa rispondere il dottore della legge a Gesù – che chiede Chi di questi tre (Sacerdote, Levita, Samaritano)  è  stato prossimo  di colui che incappò nei predoni?- : Chi gli ha usato misericordia.

Chiaramente  il telos di Luca è quello di un cambio di destinatari  e di fruitori del Vangelo: non più gli ebrei (sacerdoti e leviti, sadducei e farisei) ma samaritani (e pagani) sono ora i cleronomoi  gli eredi del pathr, senza il patriottico hmoon (Lc.11,1-4) molto diverso da quello di Matteo  (Cfr. Una lettura del “padre nostro “)…

In questo disegno lucano la Guarigione dei dieci lebbrosi   è un altro segno dell’intento sotteso di Luca, già mostrato nella parabola della dramma perduta 15,8-10,   del figliuol prodigo 1511-32, del fattore infedele 16,1-12, e del  ricco eupolone e del povero Lazzaro 16 19-31., della scelta dei posti al banchetto 14,7-11.

Prima di parlare del paradoxon  del miracolo della guarigione dalla lebbra,-  su cui non entriamo in merito- è opportuno chiarire che secondo la legge  giudaica, il lebbroso, guarito,  deve essere reintegrato nella società dei viventi,  e deve avere una certificazione  per poter  abbandonare l ‘isolamento (o la vita comunitaria con altri lebbrosi) da un sacerdote  da presentare al suo eparco/nomarco, capo civile della zona di residenza.

Detto questo, il racconto lucano ha una sua logica,  non di un uomo vivente nel  periodo prima della distruzione del tempio (70 d. C) ma  di uno  che  vive e scrive nell’epoca dei Flavi.  

Infatti Luca  fa dire a  Gesù (morto nel 36 d.C.), uomo  conforme alla Legge: andate e mostratevi ai sacerdoti  dimostrando  che  conosce  l’obbligo per un giudeo di purificazione e di espiazione  secondo la valutazione sacerdotale.

Il seguito del racconto,invece, tratta del ritorno di uno, -un samaritano, che, vistosi  guarito,  torna indietro, glorifica Dio a gran voce-  si prostra con la faccia a terra- fa la proskinesis che si deve ad un re o a un Dio –  ringrazia  (impossibile,  in situazione di fatto, la vicinanza ai piedi di qualcuno, da parte di un lebbroso,  senza una certificazione legittima sacerdotale, pena la morte!) il maestro, che dice: non furono mondati tutti e dieci. Dove sono gli altri nove?  e che aggiunge: non s’è trovato alcuno che tornasse per rendere gloria a Dio, se non  questo straniero.

Non sono  congruenti i due enunciati iniziali  e tanto meno l’aggiunta! un Gesù, Christos o no, dopo aver obbedito alla Torah, non può parlare in questo modo.

Gesù,  Christos , attivo tra terzo e quarto decennio del I secolo  in terra  giudaica  avrebbe dovuto sapere che la prescrizione della legge impediva il ritorno ai 9 giudei per almeno otto giorni!

Quel Gesù, secondo noi, in quell’epoca, non può non conoscere  la procedura per la reintegrazione sociale  secondo le forme e le disposizioni mosaiche,  che impongono purificazione ed espiazione dei peccati-dopo i giorni di cammino da luogo di residenza dei lebbrosi al Tempio-  tramite la figura del sacerdote e poi dell’addetto ufficiale  politico!

D’altra parte lo dice espressamente… ogni giudeo dell’epoca conosce il Levitico e la procedura (da seguire per la lebbra)  per  la purificazione e per l’espiazione.

Non per nulla minuziosa è la prescrizione  per la riammissione  di un lebbroso in comunità in Levitico  13,1-59  e 14 1-56, da cui stralciamo alcune prescrizioni, che riguardano  il purificatore e  il purificando.

Il sacerdote   per la purificazione –  dopo aver costatato la guarigione     ordinerà di portare: due uccelli vivi e puri, del legno di cedro, del panno scarlatto e dell’issopo…  e fatte i sacrifici  necessari, inizierà il  rito di espiazione al cospetto di Jhwh… e dopo  le operazioni richieste … gli permetterà di  entrare nell’accampamento o città nel luogo dove abita, dopo l’autorizzazione del  toparco, senza entrare in casa o tenda…(da purificare anche esse) per sette giorni.

All’ottavo giorno  il purificando, (a seconda delle sue possibilità)   prenderà un agnello per il sacrificio di riparazione, l’offrirà ….prenderà anche un decimo  di un’efa  (13kg, quindi 1,3Kg) di fior di farina intrisa in olio, come oblazione e un log di olio,   due tortorelle o due colombi, di cui uno come sacrificio  di espiazione e l’altro come olocausto…

Non ho la minima voglia  di mostrare i tanti atti rituali che sono compiuti dal sacerdote  per la purificazione di un lebbroso, mi preme però, far capire che Luca o non  conosce il costume,  pur facendo parlare Gesù  in tal senso, oppure non essendoci più il sacerdote sadduceo ( essendo  stato distrutto  il Tempio) segue la sua logica di Christianos antiocheno, del periodo flavio,  desideroso solo di mostrare  la fede in Christos.

Ecco dunque il  vero messaggio di Luca : La fede nel Cristo venuto è salvezza per il samaritano e per tutti gli uomini che credono nel suo messaggio secondo Paolo e Luca, ma non per gli ebrei.

Invece  la lettura del passo evangelico, se in linea con i tempi di Gesù  sarebbe stata diversa e non  ci sarebbe stata possibilità di mostrare la gratitudine  di un samaritano, anche lui vincolato dalla stessa legge  – anche se legge  propria di scismatici, ma univoca per la procedura della lebbra – e costretto a seguire il rituale di reintegrazione sociale con altri sacerdoti, quelli del Monte Garizim, vincolati anch’essi  dalla Bibbia Samaritana (che comprende oltre al Pentateuco- Genesi, Esodo, Levitico, Numeri e Deuteronomio-anche Giosuè) …

In epoca Flavia tutto è azzerato : un narratore, di formazione  ellenistica, può dare significato nuovo ed aggiungere altri  valori, secondo il proprio credo e la propria inventiva  creativa …

All’epoca , la condizione di Samaria  è diversa rispetto  all’Idumea e alla Giudea,  molto più coinvolte nella guerra giudaica,   perché tutelata maggiormente da Roma, data la consistenza dell’elemento militare,  sicuramente  filoromano  da quasi un secolo, da quando Erode fondò Sebaste in onore dOttaviano, Augusto/Sebastos, e netta è la distinzione tra l’ebreo vinto infidus,  taeterrimus  secondo Tacito, perfidus nella sua accezione negativa, e il samaritano  quasi un confederato, un auxiliarius  sebastenus nell’esercito romano….

Da questa angolazione il passo di Luca  ha altro valore e significato: il ritorno del samaritano è quindi  segno di gratitudine   di un individuo che diventa simbolo di un popolo  che venera il Christos venuto, come benefattore e  come Dio …

Luca, comunque,  non ha buone conoscenze né giudaiche né samaritane, ma  solo generiche  informazioni bibliche derivate (sembra)  da 2 Re  5, 14-17 , dove viene presentata una figura parallela a quella del Samaritano: un lebbroso, un militare,  lo straniero Naaman il siro, che  quando si vede risanato, torna dal profeta Eliseo, pieno di fede verso l’unico Dio, dopo che si è lavato sette volte nel Giordano secondo l’ordine del profeta …

Luca è un ellenista che ama inventare  parabole, fare aggiunzioni, propagandare il Christos– in quanto  discepolo di Paolo- uomo dio venuto, ucciso dai romani, risuscitato, destinato a tornare  presto  per instaurare il Regnum

Il fatto del Miracolo dei dieci lebbrosi, quindi,  per come  scritto,  è una riqualificazione dei samaritani, che divenuti da barbari-scismatici e quasi idolatri,  assimilati agli assiri, ai babilonesi, ai persiani,  ai siriaci   considerate le tante deportazioni dal periodo di Sargon- cives romani, degni di essere nel Kosmos imperiale, perché conformati all’imperium, alla iustitia  e pax  romana…

la tetrarchia di Lisania

Zenodoro

Lisania era  figlio di Tolomeo di Menneo, signore di Calcide che, alleato di Aristobulo II, suo suocero, aveva accolto Antigono, dopo la morte di suo fratello Alessandro, con le sorelle  a corte.
Tolomeo era stato un padre spietato, che aveva fatto uccidere l’altro figlio Filippione, a cui era stata  concessa come sposa Alessandra, sorella di Antigono, per sposarla a sua volta (cfr.Flavio Ant.Giud. XIII, 392,XIV,126).
Aveva fatto una politica antiantoniana e filoparthica ed aveva riportato nella sua terra Antigono, promettendo ulteriori aiuti, all’atto dell’invasione di Pacoro, figlio di Orode, re dei parthi.
Questi aveva conquistato tutta la Fenicia ed era arrivato al Mediterraneo, ma non era padrone del mare per la presenza della flotta antoniana, mentre Barzafrane e Quinto Labieno, figlio di Tito Labieno  (Ant .Giud.XIV,330,  Dione Cassio, Storie XLIX,19-21)  agivano nell’interno della Siria e Celesiria.
Lisania, alla morte del padre, alleatosi con Antigono, lo aiutò a conquistare  Gerusalemme e a consolidarsi nel potere, facendo, quindi, una politica avversa ad Antonio, secondo la tradizione familiare.
Quando, però, Pacoro fu vinto, nel 38 a.C.  da Ventidio Basso, che già aveva sconfitto ed ucciso Barzafrane e Labieno, gli furono imposte, dopo la vittoria di Gindaro, gravi  tributi:  le condizioni di pace,  trattate con Antonio stesso, furono pesanti.
Antonio, vincitore per legatum dei parthi, già innamorato di Cleopatra, ucciso Antigono in Antiochia, aveva imposto Erode come sovrano in Giudea ed aveva assegnato  in dono alla regina egizia  la tetrarchia di Lisania (che, accusato  di aver favorito i parthi  e di aver cospirato contro i romani, era stato ucciso   Ant. Giud.  XV,92) ed alcuni territori di Malco, re nabateo (quelli intorno a Damasco).
I due re pagarono caramente specie Lisania, che, prima di morire, dovette cedere anche la capitale Abila  (di cui si vedono rovine al villaggio, oggi  chiamato Suk Wady Barada, a 20 km da Damasco) alla regina egizia.
Erode, pur socius  dei romani  dovette pagare  per non dare territori  richiesti  da Cleopatra (la zona di Gerico): diede infatti  duecento talenti, versando anche la metà di Malco,  che non aveva alcuna intenzione di saldare il debito.
Il re giudaico, in quanto fiduciario del triumviro, dichiarò guerra a Malco, poco prima della battaglia di Azio (31 a.C.).
Questa guerra si protrasse per oltre un ventennio e fu contro i nabatei e contro Zenodoro, che  era stato  l’amministratore della casa di Tolomeo di Menneo  e quindi di suo figlio Lisania (o ton  Lusaniou memisthomenos oikon).
Questi  nel corso e  dopo la guerra aziaca, riprese il controllo della ex tetrarchia di Lisania e la gestiva approfittando della mancanza di autorità romana ed egizia, nel periodo compreso tra il  32  e  il 29  e forse, fino al 27 a.C.,  epoca in cui Augusto decise il destino della Celesiria e  delle zone  ciseufrasiche e transeufrasiche.
La zona  di Calcide, ai piedi del Libano, con quella di Abila,  estesa  fino  verso il monte Hermon  comprendeva  parte della fascia orientale settentrionale del Libano attuale, tutta la zona montuosa  nordoccidentale compresa l’ Iturea (Batanea, Ulatha e Paneas) Gaulanitide, Traconitide, Auranitide e  zone dell’alta Galilea, fino alla Decapoli.
La tetrarchia di Lisania non era una  piccola  regione e per di più  non omogenea, difficile  a gestirsi, data la diversità di popolazioni, considerate le differenze morfologiche e la mancanza di una capitale unitaria: essa,  grosso modo (tolta la parte settentrionale del  Libano) poi toccò a Filippo,  figlio di Erode il grande,  che edificò al centro di questo territorio, Cesarea  sotto l’Hermon, alle sorgenti del Giordano,  dando così  una  nuova capitale (cfr Ant. Giud.XVIII,12-28,106).
Poi la tetrarchia ebbe qualche spostamento territoriale verso oriente, dopo la separazione coi territori nord-ovest (aggregati, forse,  alla Siria)  e fu data a Erode Agrippa-Ant.Giud  XVIII, 276- ed infine  assegnata da Claudio  a suo fratello Erode, pur ridotta nelle dimensioni (Ibidem,XX 138) territoriali,  limitati alla zona di Calcide. Per questo motivo  il fratello di Erode Agrippa I viene chiamato Erode di Calcide.
Molte di queste zone erano state occupate, quelle transgiordane, da Iamneo ( Ant. giud. ,XIII,393-4,397). che aveva conquistato  tra l’altro la Valle detta di Antioco e la fortezza di Gamala e perfino Pella in Decapoli, e le aveva  colonizzate  insieme con la Perea( che è  più a sud), inviandovi sacerdoti,  per far adottare i costumi giudaici.
Zenodoro, comunque,  si oppose ad Erode il grande, che era stato investito  da Augusto come sovrano della ex tetrachia di Lisania, con cause e con operazioni militari, impedendone la conquista.
Erode ebbe il sopravvento nella causa giuridica per l’appoggio sia di Marco Agrippa  che di Augusto, il quale,  nel 20a.C. , stando in Siria,  in occasione di una ventilata spedizione  contro i parthi, riconfermò il precedente dono, fatto dopo la guerra aziaca.
Erode, però, non ne aveva preso militarmente  possesso definitivo perché ostacolato da Zenodoro, dagli arabi, dai parthi.
Infatti Zenodoro, non avendo avuto l’appoggio romano, essendo nemico di Erode, cominciò a tessere rapporti diplomatici con i parthi e con gli arabi, e  fece  concessioni di porzioni  del territorio a Fraate e  vendette l’Auranitide a 50 talenti (ad un basso prezzo, circa 1.250.000 euro)  ai nabatei, in modo da poter regnare indisturbato  sul restante della tetrarchia.
Da qui la difficoltà di inglobare il tetrarchia di Lisania da parte di Erode, che, solo nel 12 a.C. , alla morte di Zenodoro, ne entrava in possesso, nominale.
La zona, infatti,  non era di facile controllo sia per la morfologia accidentata del territorio.  montuoso, che per la presenza di lestai, ladroni (sul problema lestai-zelotai nel territorio di Lisania -Zenodoro  cfr. Giudaismo romano I parte).
L’intervento romano di Varrone, governatore di Siria e poi quello di  Senzio Saturnino, incaricati a più riprese  di ripulire la zona non dovette avere esito se Erode non ne prendeva possesso ed era tenuto in scacco dai lestai in una regione adatta alla guerriglia.
La zona  per me era covo  degli zeloti  che, protetti dai Parthi e dai Nabatei, avevano rifornimenti e quindi fomentavano rivolte  mantenendo  uno stato permanente di guerriglia, inestirpabile, perdurato fino alla vicenda di Cristo e poi fino alla guerra del 66-73 d.C.
Erode ( forse)trovò la soluzione con Zimari, che, cacciato dalla Parthia, esule, aveva chiesto ospitalità e una sede per i suoi 500 arcieri e per il centinaio di famigliari mesopotamici  babilonesi giudaici  che, stanziati ai confini della Traconitide, la controllavano.
Erode gli concesse Ulhata a nord del lago di Hule e l’eparchia di Batanea,  esentò lui e tutta la regione  da tasse e da altri obblighi.
Zimari  ne prese possesso ed edificò Bathira: egli  fu uno scudo per  gli abitanti,  opposti  ai traconiti, e per coloro che da Babilonia venivano al tempio di Gerusalemme e fu sempre fedele ad Erode.
Zimari pacificò la zona, facendo accordi con i lestai, concedendo forse loro delle garanzie, se i suoi figli (Iacimo e Filippo, pur amici dei figli di Erode e dei romani ) poi non tradirono i figli Giuda il gaulanita e tanti altri zeloti.
Il solo Tiberio Alessandro, figlio dell’alabarca, diventato prefetto di Giudea, ebbe successo in quella zona e poté prendere ed uccidere Simone e Giacomo,  figli di Giuda.
Qui l’abilità politica e strategica  di Erode (Ant.giud., XVII,23-31) prevalse sul militarismo romano, dapprima facendo concedere parte dell’ex tetrarchia a suo fratello Ferora, che era diventato tetrarca  di Perea, poi  mediando con i nabatei e i parthi, specie dopo il matrimonio di Erode Antipa con Dasha, figlia di Areta IV.
Il problema degli zeloti, però, non fu risolto  e sembra che solo con Agrippa I  la zona fu oppressa pesantemente (Ibidem, 28) . In seguito  i romani imposero,  pur lasciando lo statuto di libere popolazioni,  tributi agli abitanti.
La tetrarchia di Tolomeo di Menneo, di Lisania, di Zenodoro,  tenuta da Erode  con l’aiuto di Zimari, e di Ferora, divenuta  tetrarchia di Filippo, poi di Agrippa I e infine passata sotto i romani, pur con  speciali statuti è il covo degli zeloti che gravitano sulla sponda transgiordana, alla sorgente ( nord est e nord ovest ) e che, animati da santoni del tipo di Giovanni il battista,  sono  oltranzisti irriducibili contro l‘auctoritas romana, inafferrabili in quell’intrigo di sentieri montani, di rupi e di caverne e di boscaglia ancora oggi visibili, ben testimoniati da Flavio (Ant. Giud., XV,346-348).

 

Methorios

il banchiere tra due stati

 

Il termine methorios è usato in diversi significati in autori  di epoche differenti: Tucidite  alla fine del V secolo,   Filone  nel periodo di Tiberio e Giuseppe Flavio in epoca flavia.

Tucidide usa il termine, unito a  h gh , per indicare che la terra di Egina  è  methoria,  cioè un avamposto Spartano contro Argo e contro Atene in cui gli egineti, filospartani, sono protetti dagli  Spartani ed hanno un comandante spartano.
Per methorios, dunque,  si intende una terra di confine tra due popoli in opposizione.
Il termine, invece, è usato, dopo secoli, in età ellenistica, in Filone di Alessandria  in quanto  il giudaismo,  in epoca giulio- claudia, è genos di confine,  ai margini dell’impero romano e confinante con quello parthico, con cui ha stretti legami per agkhisteia, suggeneia  e phratria per vincoli cioè di parentela e di affinità linguistica e religiosa  per cui esiste un popolo aramaico, come se  fosse un’unica etnia.
Questa, vivendo sotto l’impero romano e sotto quello parthico, territorialmente  suddivisa, ha le stesse usanze,  le stesse leggi, lo stesso sistema  di vita tribale agricolo ed una comune lingua, l’aramaico.
Quella, però, dell’impero romano ha due sistemi differenti  uno aramaico come quello parthico  e un altro ellenistico,  basato sul commercio e quindi diverso, pur nella comune fede ebraica mosaica.
Ne deriva, perciò. che la popolazione giudaica, poluanthropica  in epoca romano-ellenistica, risulta divisa in una pars aramaica di circa 1.600.000 (1.000.000 di Parti e 600.000 palestinesi) e 2.500.000 ellenisti.
La prima vive secondo dikaiousunh  ( Filone, Quod omnis Probus,  159) e secondo areth/virtù ( Praem., 15), conformata alla legge di Mosè, secondo le norme del Dio di Abramo, di Isacco e di Giacobbe, con cui ha una particolare relazione con un patto eterno; la seconda è un ethnos misto, contrassegnato da pleonecsia /cupidigia,  in quanto  cerca  di più  il personale guadagno (Spec. 4,5)  e vive secondo una pratica di vita mediana così da servire due padroni (Dio e i romani), pur coscienti di essere ancora   una stirpe sacerdotale, amata da un pateer provvidente, che è numen confuso con il theos  romano-ellenistico…
Filone in Vita Mosis I 324 mostra  come il genos ebraico sia  per natura isotimos , paritario,   anche se evidenzia che ci sono alcuni che nella divisione delle terre bramano di più,  andando oltre i limiti  e le misure stabilite  per mantenere il kosmos  e per l’equilibrio intimo e per  la convivenza sociale.

Il filosofo rivela di conseguenza la presenza di anisotes ineguaglianza ((De Vita contemplativa, 70)  con  l’atacsia disordine con indisciplina  oltre  che di adikia  ingiustizia e di akolasia sregolatezza in opposizione a soophrosunh….
Non è, comunque, facile delineare l’area geografica  parthico-palestinese, entro cui ci sono zone interamente pagane con popolazione di diversi credi, mentre è più facile rilevare la comune matrice oltranzista (fondamentalista, direi)…
Quale  sia esattamente la zona abitata al confine dai giudei non è facile rilevarlo, anche se si conosce, grosso modo,  tutto il territorio di confine lungo l’Eufrate: essa comprende un’ampia zona non ben delimitata ed abitata, a macchia, da ebrei  che hanno fatto proselitismo, da secoli e che si sono diffusi al di qua e al di là dell’Eufrate, più a Nord che a sud: la ricostruzione di queste zone giudaiche  intorno ad un centro specifico potrebbe essere un grande lavoro al fine di capire la funzione di Methorios e la diversa applicazione differenziata  del Tokos (interesse) tra fratelli e  tra ebrei e pagani nelle zone di confine.
Una zona  dovrebbe essere quella  intono a Nisibi  e Neerda  lungo il corso del fiume, fino alla confluenza dei due fiumi, a Ctesifonte e Seleucia  con una popolazione ebraica  superiore a quella dei  giudei di Palestina …
Dalla fine del III secolo a.C. è attestata una famiglia, quella dei Tubiadi che svolge una funzione methoria  di raccordo  e di unità tra il popolo diviso nel territorio, seppure tenuto legato  da convenzioni specie religiose,  ed unito dal tempio di Gerusalemme fino alla distruzione del Tempio…
Filone probabilmente ha di mira il potere dei Tubiadi che avevano tentato di creare un stato cuscinetto tra Siria e  Egitto nella zona dell’ Ammanitide, ( Flavio, Ant Giud. XII, 230.233)  di cui oggi si hanno le rovine in Araq el Emir (un impianto monumentale comprendente  un lago artificiale, grandi saloni, parchi, grotte scavate  nella roccia e una rocca Birta – in aramaico –swr– torre in greco= phrourion)….
Probabilmente Giuseppe ed Hircano  uomini della tradizione giudaica egizio -tolemaica, sopportati da Antioco III e da Seleuco  avevano costruito una loro sede templare con trapeza  in concorrenza con quella gerosolomitana .(cfr M. Hengel,Giudaismo ed ellenismo, Paideia ,2001,  555-562)…
Nel caso di ritrovamento di monete, come Jehud  di Elefantina si potrebbe meglio sapere le relazioni tra i due stati ,come si rileva tra Nubia ed Egitto. Cfr. A. Vincent , Religion des Judeo-Arameans d’Elephantine  i937, 562 ss passim…
Comunque, allo stato attuale è solo ipotizzabile la volontà di creazione di uno stato  di confine, la cui grandezza non è conosciuta  e di cui non è neanche pensabile una ulteriore estensione al territorio palestinese, saldamente in mani romane, seppure  sia arguibile uno stato filoromano methorios come l’Armenia minor, al di qua e al di là dell’Eufrate, come forse doveva essere quello di Erode il grande, se ci fosse stata la conquista della Parthia nel 20 a.C…
I ritrovamenti del Papiro Rainer  e i papiri di Zenone mostrano come i telonai che derivano dalla cleruchia  tolemaica di Tobia  agiscano a Tiro e a Gaza  ed evidenziano rapporti  e probabili collegamenti col tempio di Gerusalemme, oltre a quello con la Birsa: sono telonai di origine sicuramente giudaica? E’ certo che essi sono attivi e a fianco o di Giuda maccabeocontro i siriaci, da cui sono sterminati (sembra)  tutti quelli  che sono tra i tubiadi ( Oi ontes ent tois Toubiou) , nonostante un’azione protettiva del capo giudaico a Xaraxs … Il legame militare e finanziario-economico tra i maccabei e i tubiadi non sarebbe spiegabile, se non ci fosse un medesimo credo religioso con un comune linguaggio …
Inoltre bisogna ben capire la funzione del giudaismo nel regno di Parthia, nel periodo di occupazione romana della Iudaea,  nel quadro della confederazione di stati parthici: i giudei sono diffusi in ogni stato confederativo con maggiore o minore  popolazione  ed hanno in alcuni un grande rilievo, in altri minore,  in altri  quasi nullo e quindi  svolgono un ruolo diverso in Mesopotamia rispetto a quello svolto in Adiabene, Armenia Minor e Perside…
Neanche si conosce il funzionamento del sistema amministrativo parthico che, però, dovrebbe perdurare in  quello  lagide  in alcuni stati e  in quello seleucide in altri: si sa, comunque, che  per un certo periodo è solo seleucide fino a Antioco Epifane IV  che desidera estenderlo a tutta la Celesiria  o in territori semiautonomi, secondo i principi ellenistici.
Queste zone, cadute , poi, sotto gli asmonei sono  ritenute autonome  sotto Pompeo e Gabinio: non si conoscono se i diritti sono vecchi, cioé quelli acquisiti sotto i lagidi e sotto i seleucidi e mantenuti sotto gli asmonei…
Di una cosa si è certi che nella zona molte città hanno diritti ibridi poi codificati in epoca romana,  ma la loro tradizione è  quella ellenistica .
cfr.  Flavio che cita Strabone  (Ant giud. 14,75-78 ,   e Flavio stesso  Guerra Giudaica  1 ,156-166),..

Inoltre, si sa che in Palestina quattro etnie  (giudei, idumei, gazei e azotei)  vivono mescolati ai siri , celesiri e fenici.
Dalla corrispondenza di Zenone Cfr papiri di Zenone in A Momigliano, I tubiadi nella preistoria  del moto maccabaico in Atti della reale accademia delle scienze di Torino  ,67 (1931/2) 174 s.) si rileva l’apparato amministrativo in Idumea, mentre  si conosce un gruppo di giudei sotto i Tolomei  considerato come somata laika eleuthera.
Mentre la funzione del tempio di Gerusalemme è da stabilire se è secondo la struttura vecchia  tolemaica o quella lagide prima della grande  crisi di Giasone 175 a.C….
Ora, comunque sia la questione, Filone in epoca  tiberiana e Caligoliana considera il termine Methorios  come basilare in senso giudaico e dà significato  secondo la valenza già acquisita in epoca lagide, seleucide ed asmonea.
La comprensione può essere difficile, ma diviene possibile se si tiene presente la cura/epimeleia di una basileia nei confronti del tempio e dei templi in genere.
Filone sposta ora in una nuova situazione storica  quella dell’universalismo romano quiritario, connesso con la basileia romana secondo le impostazione di Areio Didimo,  che ha visto in Augustus Sebastos, Zeus, venerabile come datore di vita e come adresteia sorte stessa eimarmene,  e per di più nomos empsuchos  per tutti i cittadini dell’ecumene….
Ora Filone vedendo la situazione giudaica compromessa nel dopo Seiano (dopo il 18 Ottobre 31 ), rivendica un ruolo per il giudaismo ellenistico, distaccandosi per quanto è possibile dal giudaismo palestinese ormai schierato in senso antiromano…
Se suo nipote  Tiberio Giulio Alessandro si schiera totalmente da parte romana apostatando, lui tende invece ad una azione methoria  dopo aver mostrato la singolare impostazione methoria del giudaismo ellenistico nel suo insieme con l’ idea  di uno stato cuscinetto tra Barbaroi e  Romanitas ellenizzata.
Sulla base degli esempi dei Tubiadi e di suoi antenati oniadi propone questa nuova forma  methoria a cui dà anche specificamente un valore morale  secondo una linea di interpretazione etica in relazione a Mosè stesso theophiles / philotheos  complementari per l’unità della figura  stessa del profeta-sacerdote,  legislatore e basileus.
Egli è diviso tra l’amore  verso Dio e amore verso il popolo  e nell’incertezza è a metà tra due opposti oosper epi plastiggos     (come in una bilancia ) Vita di Mosè, III,153.
Filone sembra congiungere varie forme della cultura giudaica e le ingloba in una propria sincresi  che potrebbe essere originale ai fini d in un’ armonizzazione ed integrazione   con  la romanitas, specie nel momento critico dell’impero di Caligola.
Filone, perciò, si pone da una parte secondo la struttura greca e da un’altra secondo quella della tradizione di Neemia ed Esra , essendo lui stesso, erede della famiglia oniade,  methorios tra due culture differenti  e quindi vuole essere mediatore culturale, sacerdotale, pontefice e sviluppa la theoria dell ‘ameicsia  tipica del sacerdozio mosaico…

Filone aggiunge che il sacerdozio mosaico sottende un sacerdozio universale di tutta la la stirpe giudaica che, essendo  intermedio, svolge una funzione di congiunzione tra Dio e il popolo/ l’uomo  in genere laico.

La funzione ripresa dal cristianesimo  col suo papato cattolico romano e dalla cultura occidentale, di razza  bianca, diventa theoria delle élites di inizio Novecento  (Cfr. L’altra lingua l’altra storia), che autorizza il colonialismo, in una ripresa dell’elezione ebraica …

Il termine methorios  sottende una  ben precisa  struttura organizzativa giudaica ellenistica quella della trapeza,  dell’emporion, e della sua dislocazione in terra al confine,  dopo apoikia, dopo aver mandato una colonia, come già fatto in epoca lagide e in epoca seleucide, in epoca asmonea  e  come facevano  a loro modo gli erodiani, insomma l ‘élite della società giudaica ellenizzata che viveva in mezzo ,tra i goyim e che  si era adattata, in modo methorios, facendo effettivamente  gli intermediari  finanziari
Ho potuto rilevare che  Roberto Radice e forse ancora di più  la Kraus Reggiani abbiano intuito qualcosa del  valore di Methorios  proprio perché  più attenti al lavoro di traduzione  e più legati al testo del direttore Giovanni Reale , hanno letto con qualche altra valenza il termine (Cfr Filone,  Commentario allegorico  alla Bibbia, Rusconi 1994) …
Specie in De Iosepho, comunque,  Filone mostra la funzione  methoria  proprio del sacerdozio sadduceo e di tutte le forme derivate  da quella dei Tubiadi e degli oniadi evidenziano il ruolo politico

(25.148. Certo in modo simbolico si dice salire sul secondo dei carri regali per questo motivo. Il politico è detto secondo del re (ta deutereia pheretai  basileos).Infatti non essendo né privato né re è al confine tra i due (methorios), migliore di un privato cittadino per potere,inferiore di un re assoluto, soggetto a un popolo re, per il quale preferisce fare ogni cosa con fede pura e lealissima.)…
Fatta questa premessa tra le due letture di base del termine cerchiamo di capire da dove effettivamente sia derivato il termine nella concezione giudaica e chi per primo tra i giudei  lo abbia usato: senza dubbio i tubiadi prima  e poi gli oniadi hanno dato il significato in senso commerciale in quanto hanno svolto una precisa funzione in zone di confine., sia tra i Parthi e  romani,  che in zone dell’India…
Gli oniadi, poi, avendo fatto apoikia e quindi vivendo in mezzo a pagani, esercitando l’usura  hanno svolto in epoca romana  una precisa funzione di intermediario finanziario ai confini tra l’impero romano e zone semi barbariche in cui esisteva  una moneta diversa, applicando forme diverse di interesse  in relazione al cambio…

Gli oniadi , inoltre, essendo elementi sacerdotali, connessi politicamente con i vincitori, dovunque si trovino,e facendo proselitismo fino agli inizi del regno di Claudio, hanno piena coscienza  della propria elezione  e della loro funzione culturale in quanto  figli unici del Theos pathr,  signore dell’universo

Perciò, si può dire in conclusione che Il termine  Methorios, pur comparendo  in Tucidide  nel suo significato di base, diventa  espressione di un nuovo valore solo in Filone.
Lo  storico greco, antico,  dà , dopo la denotazione  geografico-storica, una connotazione logistico-militare.
Il filosofo giudaico, ermeneuta, esegeta biblico,  erede di una famiglia sacerdotale (che  ha  esperimentato  col sistema templare  trapezitario  ebraico, il compito di  appaltare  di phorologein  la riscossione dei tributi  per i  dominatori lagidi e seleucidi, prima, e , poi,  per gli asmonei e per gli ultimi Tolomei  ed infine per i romani,  congiunto con quello di collettivizzare  in luoghi di raccolta e di smistare con  carovane i depositi bancari  fino al Tempio di Gerusalemme,(derivati dall’ ingente massa annuale della doppia dramma, di ogni giudeo ) dà un valore  nuovo,  aggiungendo  un significato morale ad un termine  proprio del codice militare e fiscale.
Gli studiosi, specialisti,  forse, non congiungendo opportunamente l’area semantica di methorios, ed  avendo conoscenze solo teologiche di Filone,  rilevano  il valore  lessicale e l’area allegorico- analogico-simbolico-anagogica  e concludono quindi in senso  etico…
Filone,  in un’ epoca come quella Tiberiana e Caligoliana, quando critica è la situazione di tutta l ‘etnia ebraica, colpita  a morte nel suo sistema emporico e trapezitario ecumenico, sia  nella madre patria della Giudea che  nelle sedi mediterranee della Diaspora ellenistica usa il termine, a mio parere, in modo da mostrare la funzione oniade nelle zone di confine: è una difesa  (un ‘apologia) morale  che copre, sottendendo  la ragnatela bancaria e il sistema emporico giudaico, di uomini  ricchissimi, cives romani  divenuti csenoi  ed epeludes, non più  epitimoi  perché colpiti da atimia ..
Methorios, methoria, methorion, dunque,   è un aggettivo certamente  usato  da Tucidide.(460/456-395/390 a. C.) in La  Guerra del Peloponneso  due  volte, mentre è variamente usato con significato, diverso da Filone.
In II,27 lo storico ateniese dice: H de Thureatis ge methoria  tes Argeias kai Lakonikes estin/ la terra Tureatide è  confinante tra Argolide e Laconia.
Il termine ha un particolare rilievo per lo stato di ostilità continua tra la due regioni e per la situazione, creatasi nel corso della guerra peloponnesiaca,  per cui gli abitanti di Egina, scacciati dagli ateniesi, perché rei di avere causato la guerra in Locride, erano stati condotti in quella terra, per ripopolarla, dagli spartani, memori del loro aiuto nel precedente terremoto e nella rivolta degli Iloti.
Nella seconda citazione Tucidide (IV,56) parlando dei fatti  del 425 anno, in cui Brasida, dopo al sconfitta di Sfacteria, stabilisce di fare la spedizione in Calcidica  nel momento in cui  c’è l’occupazione di Tirea, il capoluogo della zona methoria  e oltre alla  cattura dello spartano Patroclo, ferito.
Lo storico intende, dunque,  con gh methoria  indicare la terra di Cinuria- Tureatide  posta al confine tra Laconia ed Argolide, marcando la difficile situazione di una zona  posta tra due stati in conflitto, e rilevando la sua funzione difensiva per la Laconia e quindi per Sparta.
Filone Alessandrino (30/25 a.C- 42/43 d.C.) usa il termine Methorios varie volte,    dà di norma una valenza significativa morale, mentre parla della figura di progrediente  in relazione al bios di Abramo e  specie di  Giacobbe per  mostrare la singolarità dell’ebreo, di un uomo che cerca e vede Dio, di uomo che combatte con Dio in una continua skepsis, secondo linee ascetiche,  in una visione ecumenica.
Su questa base  semantica Filone attualizza il termine in epoca caligoliana e lo vede nella sua crisi  e lo connota come methorios ,uomo al confine tra Romanitas e Parthia: infatti l’ebreo è da una parte romano-ellenistico e da un’altra mesopotamico, integralista ed incapace di mediare e  di mettere insieme due culture oppositive. Per Filone, invece, l’ebreo methorios è chi corre il rischio di essere bruciato tra i due estremismi, ma è anche il  saggio  che sa congiungere i due opposti e  lanciare ponti in  modo da svolgere la sua funzione di mediazione non solo culturale ma anche economico-finanziaria.

Il compito del methorios diventa difficile ed eroico  quando domina il fanatismo religioso , quando ci sono scissioni/skimmata , erides contese  e  staseis , quando c’è guerra/polemos nell’anima ebraica, dilacerata tra la cultura occidentale romana e quella orientale parthica…
Nei conflitti  tra Romanitas e Parthia  si è rilevato  puntualmente in Giudaismo Romano   un tradimento ebraico: dall’impresa antipartica  di Crasso a quella di Antonio, dalla ventilata guerra di Augusto ai Parthi nelle 20 av. C., alla volontà di invasione da parte di Caligola fino alla guerra di Traiano nel 116.
Sempre i romani sono sconfitti perché con l’esercito romano ci sono i giudei che,essendo inizialmente methorioi, poi passano dalla parte dei Parthi  dimostrando coi fatti la loro reale appartenenza al mondo mesopotamico barbarico: i battellieri ebraici che imbarcano a Nord l’esercito romano e lo portano fino alla pianura mesopotamica  in epoca traianea, dopo la sconfitta romana ad opera della cavalleria catafratta parthica, non fanno risalire i soldati romani sulle loro barche e quindi rendono manifesta la sconfitta e penosa la ritirata di Adriano  mentre Traiano è malato…
Il solo Ventidio Basso, un legatus antoniano,  ebbe la meglio sui Parthi  nel 38 av.C. perché non volle la mediazione ebraica né alcun aiuto, rifiutando perfino le guide e vinse a Gindaro, grazie ad una sua specifica scelta militare e alla capacità di evitare lo scontro con la cavalleria catafratta nemica …
Il termine Methorios, dunque, per me   è basilare per la costruzione di una nuova figura di ebreo, vilipeso perché privo di diritti civili nel mondo romano, nel periodo seianeo e caligoliano,  perché considerato gente  xenofoba,  taeterrima, perfida,  secondo una connotazione dovuta più all’integralismo palestinese che  a quella degli ellenisti,  seppure  odiosi  alle altre nazionalità con cui convivono alla pari nel Kosmos romano, perché ricchissimi ed avidi esattori della domus Giulio-claudia, che hanno organizzato un grandioso sistema trapezitario grazie all’abilità nella  riscossione dei tributi…
Nelle due opere storico-politiche In Flaccum e Legatio ad Gaium,  ed anche in De Iosepho e nelle Vite di Abramo e di Mosé, in particolare, è possibile rilevare il valore completo di methorios, seppure espresso solo in senso morale…

Ci piace  a questo punto precisare  questo ultimo punto rilevato nell’opera filoniana.
Noi riportiamo,  perciò, due puntuali citazioni di Filone, da cui si evince  la lettura di methorios come elemento  intermedio posto al limite tra due estremi, in cui il suo etimo  semanticamente diventa tipico  nei rapporti intercorrenti tra Dio ed uomo come  ricerca di equilibrio tra materia e divinità,  come  via intermedia propria di una methodos , che dovrebbe dare stabilità all’ uomo che cerca Dio  nella giungla materiale diairetica di bene/male , di sensibile/ soprasensibile di transeunte /eterno, di mortale /immortale,  di umano/ divino.
In De opificio,  135  si legge : l’uomo è al confine tra  la natura mortale e la natura immortale  perché partecipa  anancasticamente  dell’una e dell’altra in quanto creato insieme mortale ed immortale, mortale nel corpo ed immortale nella mente…
In quasi tutta l’opera di Filone è presente questa impostazione  apologetica  in una considerazione simbolica secondo l’esegesi biblica del giudeo  “spiritalis”, come i farisei e  gli esseni e, specie i contemplativi ( De Vita contemplativa)   in un rovesciamento della figura dell’ebreo/ivri – chi vede Dio   Israel , in sacerdote e quindi persona sacra che aspira a congiungersi con Dio.
Questa impostazione apologetica è ancora più palese è  in  De Somniis II,229-230:e in Peri  ths Moseos kosmopoiias , 105
Filone mostra la mente del saggio,  distaccata dalle tempeste e dalle guerre e  la vede  approdata  alla serenità in una pace profonda, come tipica di un  essere  inferiore a Dio,  ma superiore all’uomo
In questa visione Filone  è connesso con la lezione epicurea propria della Lettera  a Meneceo: ouden eoike tooi thnetooi,  anthropos   o zoon en tois athanatois agatois.
La precisazione che fa è la seguente: l’uomo di valore occupa una posizione methoria  in quanto  non è Dio  né uomo, ma un essere  legato ad ambedue  gli estremi, alla specie mortale per la sua condizione  di uomo, a quella immortale  per la sua virtù.
Da una parte  il valore epicureo, a seconda del  libero arbitrio umano,  può portare alla perfezione o alla abiezione, in relazione al  prevalere  della virtù o delle passioni; da un’altra, la via è quella dello spoudaios, del saggio che tende progressivamente al sommo bene  seguendo il paradigma di Abramo, di Isacco, Giacobbe e  specie di Mosè che è la sintesi dell’uomo perfetto(teleios).
Filone, dunque, con  methorios esprime la concezione di filosofo posto al confine tra la paideia greca e la musar aramaica, di mediatore culturale,  nella certezza della centralità  della  lettura biblica, simbolica in una sincresi di  Socrate e di Tare, padre di Abramo.
Questa fusione culturale seppure sincretica, tra cultura greca e cultura aramaica mediata dal giudaismo ellenistico, specie alessandrino, e dalla sua oikos (domus ) Oniade che aveva profonde connessione con i Tubiadi, è dominante nel periodo flavio, quando il giudaismo subisce limitazioni e viene fatto scadere in senso commerciale: il declino trapezitario  giudaico in epoca antonina produrrà staseis e neoterismoi e favorirà il ricongiungimento tra aramaici ed ellenisti, specie nella rivolta di Shimon bar Kokba…
Finito il successo dei methorioi  che, in epoca diversa, avevano fatto la storia  tra i due imperi.  ora l’ebraismo era giunto al massimo parossismo tanto da commettere misfatti inauditi: stragi a Cirene e a Cipro nella guerra di Kitos…

Eppure da Cesare  fino a Nerone  i methorioi, specie alessandrini, manovrati dagli oniadi,  erano stati utili intermediari che appaltando la gestione della riscossione dei tributi, per i romani, fecero l’ epopea mercantilistica  ebraica, maggiore di quella fatta precedentemente  al soldo dei lagidi  dal terzo secolo  fino al  II e al I secolo. in ogni parte del mondo essi cambiavano valute, in India come nel cuore dell’Africa, sulla costa atlantica come su quella della palude Meotide o su quella Caspia ,  le loro trapezai erano una garanzia per i popoli barbaroi, essendo  in relazione anche ai diversi cambiamenti politici e ai grandi rivolgimenti storici.
Essi con il sistema bancario  connesso col proselitismo grazie alle alle apoikiai (colonie),  formavano un élite di naucleroi, di emporoi, di kapeloi  ben serviti da una schiera di trapezitai e loro agenti  che timbravano e marchiavano i i tributi per il Tempio di Gerusalemme Essi per oltre un secolo erano i  rappresentanti del comemrcio ellenistico e specificamente erano cives romani  in terre lontane  riuscendo a prosperare  anche dopo la fine dei regni ellenistici, col vincitore romano, e ad aumenatre  il loro impero finanziario, che  anzi viene decuplicato nel periodo di Augusto e il primo Tiberio…
I giudei ellenisti  anche se si opponevano come scismatici al Tempio di Gerusalemme, massima trapeza, il cui controllo era necessariamente in mano romana grazie al fedele servizio dei sadducei,  avendo perfino un proprio Tempio a Leontopoli e trapezai in ogni  parte del mondo perfino oltre i limiti dell’impero romano e di quello parthico, erano l’avanguardia dell’esercito romano stesso , costituendo la base per l’ ellenizzazione, per la penetrazione nelle remote plaghe dell’India e della Cina, dell’Africa, delle fredde isole del Nord Europa
Methorios, però, risulta ambiguo proprio per la doppia nazionalità dell’ebreo che oltre alla cittadinanza del luogo di domicilio ha la cittadinanza di Gerusalemme, una cittadinanza katholikotera (più universale)  segno di diversità e di separazione rispetto alle altre etnie…

Comunque  ci teniamo a concludere definitivamente con  Filone, che  in De Iosepho ,148 sviluppando il tema della morale come politica e fissando le funzioni del politico e del suo rapporto col sovrano, con il privato e col popolo, precisa la funzione intermedia del Methorios  congiunto con o politikos (vir civilis).
Egli mostra Giuseppe salente sul secondo carro e quindi come colui che fa le seconde parti rispetto al faraone (o politikos ta deutereia pheretai basileos) quindi come un uomo non privato né re, ma methorios  tra i due  in quanto è superiore al privato ma inferiore al re per comando assoluto (autecsusion), che si serve del popolo re,  a favore del  quale  preferisce fare ogni cosa  con fede pura e che serve lealmente il sovrano…

Il Methorios di  Filone  risulta, allora, eguale a quello di Flavio Bios , 22, 105 kai de pempsantes  pros Ihsoun ton archilesten eis ten Ptolemaidos methorian, upeschonto dosein  pollà chremata ..  Cosi avendo inviato un messaggio a Gesù il capo brigante, nella terra di confine di Tolemaide  promisero di dargli molte ricchezze … uomo che vive in una terra di confine -dove si scontrano due auctoritates  quella romana e quella di un’ecsousia di un capobrigante  cioè di una zona franca, dove  esiste solo un potere locale,- in cui il trapezita  è garanzia di un superiore potere economico e finanziario…

La chiesa cattolica romana è erede di tale cultura methoria: il  pontificato  svolgendo la sua funzione sacerdotale, ha vanificato dapprima la potestas imperiale  di Roma, perché demoniaca,  poi il potere politico regale popolare, del popolo- re, minando ogni democrazia, creando la massima ingiustizia sociale  sulla base di un  privilegio  ebraico, di un Theos pathr provvidente…che ha un patto di alleanza col suo popolo, bianco, ebraico cristiano …

Retorica e cristianesimo

Ha ragione Nietzsche?

Secondo Nietzsche (Umano, troppo Umano) “l’origine del cristianesimo sta nel progetto di spacciare la sconfitta storica di Gesù, la sua morte ignominiosa sulla croce in una vittoria in un altro mondo”
Il filosofo vede, dunque, il cristianesimo come “sviluppo e prosecuzione dell’ebraismo” e considera i cristiani come uomini che “incapaci di accettare la realtà della morte del Christos, ne stravolgono l’insegnamento in senso morale” secondo la lettura allegorica farisaica e vi introducono la prospettiva del peccato, della colpa, dell’aldilà, concetti del tutto estranei ad un ebreo di quell’epoca.

E’ dunque, il cristianesimo un fenomeno, letto tragicamente,  secondo i canoni della retorica dove i fatti vengono mutati nel loro contrario, in un sistema ordinato secondo i criteri di verisimiglianza, in modo da sbalordire lo spettatore (il fedele) che rileva l’azione con mutamento (metabolh), unito a peripeteia?
Se esaminiamo i termini secondo la logica della Poetica di Aristotele (1452a 11ss ) si rileva che peripéteia è il termine centrale in una situazione mutata, passata improvvisamente da un male ad un bene, da forma, dominata da forze negative, inaspettativamente rovesciatasi tanto che, nella tragedia. si richiede l’intervento miracoloso del deus ex machina.

Il passaggio da un fatto con mutamento può avvenire secondo normale anagnoresis/riconoscimento, ma diventa miracoloso e paradossale quando si ha la peripeteia.
Il termine indica  uno straordinario mutamento situazionale, un accadimento improvviso, imponderabile, in quanto sul soggetto agente piomba addosso (peripiptoo)un accadimento improvviso che stravolge ogni cosa, in quanto si passa esattamente al contrario di quanto si poteva prevedere umanamente.
C’è in peripeteia sottesa l’azione di un Dio pater provvidente che, avendo un suo piano sul soggetto, lo realizza in modo imprevedibile, secondo una conclusione in linea con la sua oikonomia divina.

Dunque la peripeteia è un segno dell’intervento di un Dio che stravolge la storia ed avvia il suo fedele passivo, ad una sorte nuova, migliore, facendolo passare da uno stato di massima afflizione ad uno di massima felicità, dando così un compenso eterno ad un mortale che segue la sua volontà ed accetta lo stato di miseria di vita umana secondo le regole, imposte dai sacerdoti, che sono i medium (pontefici) di questo passaggio e che autorizzano coi sacramenti il graduale trasferimento dalla vita alla morte, dall’infelicità dello stato umano e terreno ad una felicità di uno stato ultraumano e celeste.

Insomma secondo il pensiero cristiano bisogna essere macerati in un ingranaggio di dolore ed arrivare ad una catastrophé tale da produrre catarsi/purificazione per conseguire poi il passaggio allo stato contrario grazie all’intervento di Dio: non c’è salvezza senza questo passaggio; non nasce la vita se non con la morte, non si sale in cielo senza la sofferenza terrena…

Il cristianesimo ha banalizzato il sistema della tragedia greca e lo ha reso popolare, anzi ha fatto si che ogni uomo debba subire la massima forma di dolore o sofferenza o afflizione terrena per aver un premio infinitamente maggiore in un altro mondo, come compenso del quotidiano travaglio di vita: dare eternità di vita come promessa per una vita effimera, dominata dal male, sofferto rassegnatamente …
E’ questo proprio il metodo dei Theourgoi/ teurgi – di cui parla Giamblico (245-325 d.C.) specie nel III e IV libro di Misteri degli egiziani – la cui funzione tra gli uomini è utile per la conoscenza del futuro.

Essi insegnano una pratica di vita ascetica progressiva…
I cristiani in epoca costantiniana e poi teodosiana, influenzati o condizionati dal pensiero del filosofo platonico mettono insieme Theamata theia (visioni divine) e theoreemata episteemonika (osservazioni scientifiche) proprie dei teurgi in modo che Christos sia chreestos /utile perché l’élite sacerdotale sia guida morale pari ai maestri di Teurgia.

I sacerdoti come i teurgi, quindi, cercano un metodo di conoscenza irrazionalistico, teologico da una parte e da un’altra uno razionale epistemico, capovolgendo ogni sistema ed ogni struttura con la duplice loro via di indagine logica e mitica…secondo procedimenti retorici, basati  sull’asse metaforico mediante la similitudine, -che passa  direttamente  alla metafora (esempio: donna splendida  come il sole, soppressione di splendida e come e quindi  risultanza di assimilazione dei due termini apparentemente di aree diverse ed incomunicabili, La  donna è  sole) – o su quello simbolico ed allegorico, dove il secondo termine, quello di paragone può diventare e soggetto mediante inversione o rimanere predicato nominale   in quanto sono equiparate le due sostanze reali (sole e donna), poeticamente e religiosamente,  in quanto   ambedue sono sumbolon  ed hanno infinite possibilità di scambio ed autorizzano alleegoria, un dire diverso da quello  che deve essere inteso (esempio  agnello divino = Dio/agnello),  specie nel corso della ripetizione rituale  e cultuale, specie se  in sette o in folle  di fedeli, riuniti in manifestazioni sacre, presiedute da sacerdoti ….
Dunque, Nietzsche ha ragione?….
Non è proprio come dice Nietzsche, ma il filosofo aveva ben individuato il problema ed aveva visto la derivazione dall’ebraismo del cristianesimo cioè del Regno di Dio, come di una cellula ebraica antiochena, anche se non rilevava la differenza con l’altra del tutto ebraica e rimasta pura, quella del Regno dei Cieli, confusa poi, dopo la vittoria definitiva del cristianesimo, con l’altro Malkuth/regno…

Nietzsche ha certamente capito la funzione del sacerdozio, simile a quella dei rabbini del periodo talmudico, che facendo la peripeteia promettono un eterno premio al mortale che soffre e vive la quotidianità di vita nella sofferenza: lui autore di La nascita della Tragedia e professore di greco ha piena coscienza dei termini e mostra la funzione arbitraria di una classe intermedia sacerdotale tra uomo e Dio tanto avida da svolgere un ruolo tra i credenti e la divinità, convinta di operare per il bene dell’uomo, in attesa della fase del suo adultismo

La funzione methoria/mediatrice del pontefice, come quella del rabbino e come quella del teurgo, ha in comune lo stesso procedimento, quello della peripéteia: l’inganno/panourgia è nel capovolgimento delle strutture: Paolo di Tarso ne è il sublime interprete.
E’, dunque, il cristianesimo (il Regno di Dio) davvero una forma ebraica ed ellenistica, (costituita da retori fruitori di doppia cultura che già nell’ambiguità del nome si classificano) che trova la sua applicazione nella peripeteia, in una sincresi forzosa di elementi giudaici e di formule ellenistiche?

Secondo me, questo è il cristianesimo, ma non so se è “la più nichilista di tutte le religioni ” o è “una religione, come le altre”, che si basa su un popolo -bambino che crede alle parole di chi ha privilegi, in quanto clero, che capovolge ogni sistema e lo stravolge in nome di Dio, facendo il proprio interesse.

So, però, che il clero oniade (discendente da Onia III), alessandrino, imitando la perfezione/teleioosis di Mosè, con la sua attività bancaria e con la sua perfetta economia- penetrata in ogni parte dell’impero romano- ha, comunque, creato questo sistema religioso.  Esso, più di quello gerosolomitano, più di quello essenico, incorporatosi nel sistema romano ellenistico, prima nel II secolo  e poi come fenomeno cristiano con Costantino ed infine con  Teodosio, si è sempre più radicato tra i vari popoli…, approfittando del nomen di Roma,  eterna in Occidente e in Oriente,…grazie  anche ad un’ educazione impartita fin dalla prima infanzia …

Un Dio tragico: aprosdoketon e peripeteia in Historia

Un Dio tragico

Pasa episteemh khoorizomenh dikaiosunhs kai ths allhs areths, panourgia, all’ou sophia phainetai/ ogni sapere, disgiunto da giustizia e da altra virtù,  sembra raggiro, non sapienza.  Fozio,Gnoomai 245.

Ho sempre pensato che il Dio cristiano abbia più una connotazione militaristica e tragica -in quanto è un dio arcaico ebraico- che quella universalistica e provvidenziale, successiva, della filosofia platonico/stoica….

Costantino, imperatore d’Occidente, vincitore nikeths  su Licinio, imperatore d’Oriente, capace di riunire l’impero romano,  è personaggio controverso, data la sua nascita bastarda, vista la sua educazione militare, considerata la sua ferocia:  vede solo nel Theos , Jhwh sebaoth  dio degli eserciti,  il proprio numen tutelare, come Christos giovanneo…

Perciò, l’imperatore, sotto il consiglio dei suoi intellettuali (specie Osio di Cordova e  Lattanzio) innesta,  grazie anche allo storico Eusebio di Cesarea, il cristianesimo sulla tradizione  giudaica biblica, già collaudata, dopo Marcione,  che ne era stato fiero oppositore sulla linea della paternità divina, congiunta con la metrioths/moderazione ellenistica…

Il Theos  giudaico del Vecchio Testamento è crudele e spietato contro i nemici, ma è anche un dio tragicamente assetato di sangue, direi, sadico, desideroso di sconvolgere i piani del razionalismo della creatura umana, che procede secondo logos  nella costruzione della storia privata e collettiva.

Con thaumasia/miracoli  e terata/ prodigi  il theos scardina la normalità di vita,  sconvolge ed abbatte il regolare flusso  temporale di vita, storico,   e lo snatura.
La divinità non solo sconvolge i piani umani, ma improvvisamente li capovolge,  dimostrando di essere il solo padrone della storia  e lo fa secondo canoni propri della tragedia, avendo bisogno di vittime

L’uomo, entusiasta, teso verso l’alto,   stordito dalla katastrophh, è costretto a ridimensionare i suoi piani di elevazione  spirituale, e si prostra riverente davanti alla grandezza del numen e alla sua epiphaneia, e alla natura stessa, simbolo della divinità, in una volontà di purificazione della propria  ubris/superbia  di creatura rispetto al creatore…

Questo avviene non solo nei processi  storici  e nelle vite di grandi personaggi, ma anche negli  accadimenti naturali  come maremoti,  terremoti,  eruzioni di vulcani, inondazioni,  glaciazioni,  e nelle staseis  rivolgimenti sociali e politici o come le rivoluzioni popolari, i cambiamenti cruenti di governo, le formazioni di stati  ecc…

Non solo ai vertici  delle gerarchie sociali e politiche, laiche ed ecclesiastiche, ma anche a livello popolare  il theos applica la sua legge  indistintamente  accomunando tutti i mortali, nati per morire.

Ogni creazione stessa  umana  è labile, transitoria, destinata a crollare, comunque sia la costruzione, già inficiata  dalla sua stessa materialità e dai limiti del costruttore stesso, nonostante la  riconosciuta geniale perizia…

Il theos esprime con il cambiamento improvviso la sua legge provvidenziale, imperscrutabile,  rivelando un altro disegno diverso da quello umano, un‘altra storia…

Ma la provvidenza/pronoia, che stabilisce l’ oikonomia tou theou, esiste veramente in quanto esiste un Dio creatore  del to olon  universo, e del to pan,  il mondo conosciuto  terreno, ellenistico e barbarico  costituito da tutti  viventi  (piante ed animali)?

Si parla, comunque,  di un Theos ellenico,  dei contadini della beozia dell’Vlll secolo,  di Esiodo che  parte dal Kaos (Teogonia 116- prootista Kaos geneto,)-  che però  dipende  dai  culti accadici ed hurriti,  derivati, anche loro, dal RgVeda…

Esiste, dunque,  kosmos con armonia / un sistema costruito ordinatamente  e meravigliosamente dalla mente del Theos,  a vantaggio  dell ‘uomo, razionale e loquace,  principe rispetto agli altri elementi irrazionali  e muti  del creato?

Ma,  ci può essere armonia con kosmos, se c’è privilegio dell’uomo e dell’ebreo-cristiano  sugli altri ?!

Non ci sarebbe omonoia, neanche se imposta  dall’alto, ma solo principato di una specie . La pronoia di un Dio, giusto  distributore  di sorti,  potrebbe non esserci perché esiste l’irrazionale anagkh del destino,  da cui dipende la vita dei viventi in Natura, indistinti, capaci  da soli, secondo processi evolutivi, di organizzarsi in relazione agli ambienti  e ai climi e al suolo stesso  e alle diverse latitudini.

Potrebbe valere solo h eimarmene sorte, destinata ad ognuno di noi, senza intervento di nessun daimon, regolata automaticamente  senza merito e casualmente,  tipica dell’uomo e  di ogni vivente di ogni parte del mondo e dell’universo?

Se il pianeta Terra  è, nel sistema solare, con la sua Luna,  solo una pars minima del Creato, galattico ed extragalattico, costituito da miliardi di astri, non certamente esseri angelici,-come riteneva il mondo antico- ma mondi  dotati di energia vitale, infinitamente più grandi del nostro stesso intero sistema solare,  perfino nei buchi neri, come possiamo avere ancora una concezione ellenistica tolemaica, anche se  aggiornata in senso copernicano ed einsteiniano, basilare per i sistemi religiosi occidentali cristiani?

Tra  i tanti  elementi  antitetici, contrastivi e  contraddittori,  connotanti il sistema retorico classico-giudaico cristiano, teso  verso la spiritualità come elevazione morale,  ektheosis/ indiamento e  telioosis/ perfezione,  disgiunta nettamente dalla realtà  umana popolare, volgare e materialistica,  discriminata come ilica, mi piace sottolineare  come il Dio cristiano operi secondo i processi dell’aprosdoketon  e della peripeteia, che sono fenomeni retorici, propri  del romanzo e della tragedia.

Aprodookhton da aprosdokao esprime un valore di inatteso, inaspettato ed imprevisto e si dice di qualcosa – che l’uomo, pur nella sua razionalità e normalità, non può prevedere – che capita improvvisamente non solo come calamità naturale, ma come evento  straordinario privato.

Infatti l’uomo costruendo, in modo personale, se stesso e facendo un suo percorso, fabbrica un  futuro, poco a poco, e vede giorno dopo giorno la sua opera crescere  come cultura individuale, come  famiglia, come  relazione sociale, come  possibilità di proiezioni  in varie direzioni, anche in senso  commerciale, secondo la logica dell’aspettativa umana, connessa con il naturale evento di successione cronologica, come se fosse possessore del suo tempo, pur breve, avendo, comunque,  moderata fiducia  e  speranza compatibile con l’età, nella convinzione di un’eternità genetica.

Così facendo, pur senza salti utopici, l’uomo, arrogantemente usurpa, si dice, natura e tempo, quasi fosse superbo della sua personale  costruzione, convinto del suo genio creativo,  che è risultanza di una vita realmente vissuta e di una continuità di lavoro, come se fosse realmente pars divina,  perché educato religiosamente  come figlio di Dio, padre,  di cui  ha  sacro timore, secondo la tradizione giudaica.

Il mondo classico parla, allora, di phtonos theoon, invidia degli dei e il cristianesimo di vendetta di Dio sul superbo arrogante.

In latino  il concetto  retorico di aprosdoketon  è espresso come fulmen in clausola o come in cauda venenum, come se l’autore – di solito è  Marziale  che lo usa –  facesse un’operazione di una stoccata conclusiva finale, come  di un fulmineo colpo  di un gladiatore che chiude definitivamente la partita proprio quando stava per soccombere, come di uno scorpione che, alla fine, vince colpendo col suo mortale veleno caudale.

I latini sono uomini convinti di essere ognuno faber suae quisque fortunae, anche se rilevano la disgrazia di Emilio Paolo vincitore fortunato a Pidna, trionfante su Filippo V, re di Macedonia, rimasto senza figli maschi, pochi giorni dopo il suo trionfo (due gli morirono naturalmente  e gli altri  legalmente perché erano stati adottati da famiglie prestigiose)…

Dunque, aprosdoketon è usato  specialmente nell’epilogo di un epigramma e di una vicenda comica o tragica   e  vale in effetti come una battuta finale inaspettata, paradossale, che stupisce il lettore o lo spettatore che ne rimane sbigottito: l’ekplecsis  è lo stato finale di chi, colpito, resta intontito come fuori di sé per qualche attimo, tanto che  l’autore del Peri upsos  parla di Ekstasis/ fuoruscita di mente.

Il Dio cristiano per i Padri Orientali ed Occidentali, nutriti di Paolo e della sapienza evangelica,  fa la storia dell’uomo a suo piacimento ed arbitrio e porta a giusto compimento ogni cosa, facendo partorire dal male il bene, dando funzione all’inetto, dando potere al debole  sovvertendo ogni valore e considerazione umana razionale.

Dio, secondo Paolo ( 1 Corinzi)  confonde i sapienti, abbatte i potenti ed innalza gli umili…perciò per l’uomo adamitico esiste la morte,  per l’uomo che vive di Cristo esiste la resurrezione. Cristo fu risvegliato dai morti  ed anche il cristiano lo sarà. Come per un uomo esiste la morte così per un Uomo (cristiano) esiste la risurrezione…Tutto si muta,  tutto finisce, tutto si consuma, la stessa conoscenza katarghthhsetai si dissolverà….

Per i Vangeli il cielo e la terra passeranno, le mie parole non passeranno Luca 21,33; gli ultimi diventeranno primi e i primi diventeranno ultimi Matteo 20,16 …

E’ una visione escatologica ed apocalittica, propria di scrittori giudaico-cristiani, ed anche platonico-stoici, che, comunque, hanno una elpis, quella di un’altra vita utraterrena, un regno dei cieli come dimora dei giusti,  che la  conquistano con una  vita di sacrifici e di dolore,  a seguito di profonde lacerazioni  materiali,  pur circondati dal  male  e fiduciosi in Dio Padre, che sarà il giudice  che ricompenserà il breve soggiorno infelice con la beatitudine eterna.

Ora  per noi cristiani la Storia  con le sue peripeteiai, le improvvise mutazioni situazionali,  è nelle mani di Dio,  che ne  è il vero costruttore, il vero faber, unico artefice,  che  guida la nave tra le onde del mare, da esperto pilota,  mentre l’uomo creatura si illude di essere creativo costruttore, artefice della sua vita, di saper navigare il male esistenziale …

Peripeteia -deriva da peripiptoo che vale  cado circondato ( sottende  “da nemici “o “da onde del mare” , o “da fuoco”, da altri elementi pericolosi).

Dunque, peripeteia  rimanda all’idea di un qualcosa, in cui si piomba,  cadendo circondati tanto da non poterne uscire, se non dopo lungo tempo di permanenza, in uno stato di sofferenza,  e grazie a fortunate coincidenze…

Perciò, si può dire, generalizzando, che i due termini rivelano, insieme a tanti altri, il sistema retorico classico giudaico-cristiano, di cui sono strutture minime; si passa poeticamente  cioè dalla similitudine  alla metafora e religiosamente  al gioco simbolico ed allegorico  sulla base di due termini che sono messi insieme arbitrariamente, in quanto appartenenti a due aree semantiche diverse.

L’artificialità classica  poetica, se diventa consuetudine di vita mediante canto o rappresentazione  e  risulta rito ripetuto,  specie da masse guidate da un sacerdote,  trasforma i due termini da elementi complementari e  formali in sostanze reali assimilate e divinamente congiunte  in un unicum…

Gesù è per il cristiano nella quotidianità di vita come la manna nel deserto, …Gesù  è manna eterna rispetto alla manna caduca terrena,... Col rito della memoria dell’ultima cena,  Gesù diventa il pane della vita, data la continuità rituale , la ripetitività del fatto in comunità ecclesiali e il predominio culturale della romanitas, anche se in forme cristiane…

Perciò, la coscienza terrena quotidiana del male, che circonda  la luce come tenebra  e con  esso  la non presenza della dike giustizia, dell’armonia, del kosmos,  ha conformato l’uomo in senso manicheo... chiuso tra Dio e il suo antagonista, simbolo di luce e di vita il primo, di tenebra e di morte il secondo…

Allora, così circondato, io-mortale – a cui il sapere sacerdotale, teologale, scisso da giustizia, sembra un raggiro e non sapienza– sono incline a pensare non a un Dio ordinatore, pater, costruttore,  venuto perfino a salvarmi su questa terra,  a redimermi da peccati originali,  ma al Caos datore di  Bios vita e  di amore, nel suo vortice senza principio e senza fine, in cui si scontrano  e  si fondono gli opposti nel magma del divenire, in senso vitalistico infinito, autogenerantesi, in una continuità creativa.

La presenza oggettiva di male  come ingiustizia, come mancanza di armonia e kosmos  mi turba  tanto da farmi pensare che ogni disarmonia,  ogni forma ed ogni suo contrario, convivano in un unicum informe con tutte le forme difformi, ibride, innaturali, mostruose, prima ancora delle  idee  rappresentative  del mondo  terreno, secondo ottica antropologica, prima degli inizi dei tempi, come trionfo del Caos.

Un ribollire caotico di pulsioni primordiali  è  preferibile, come concezione,  ad un kosmos classico giudaico/cristiano…

D’altra parte classicismo e giudaismo hanno creato i miti  con la tragedia, col romanzo, con la Sapienza,  con la Bibbia,  con ogni forma letteraria collegata con la cultura manichea, antitetica,  e con essa la  retorica della theoria, che risulta una spettacolarizzazione di ogni cosa naturale, capace di attirare  e dilettare  e di insegnare l’esercizio   della mimesis/ imitazione dei modelli,  paradigmi di vita teatrali.

Ambedue, comunque, dipendono  culturalmente, data la vicinanza geografica dalla civiltà accadico-hurrita, influenzata dal RgVeda induista.

Genesi 1-2   sembra  dipendere da un testo cuneiforme del XIII secolo che tratta di tre re degli dei – Alalus, Anu e Kumarpi prima del sorgere del tempo cfr P. MERIGGI,in Atenaeum XXXI,1953,pp.101-103 , come  anche Esiodo per la nascita di Urano, Crono e Zeus :  in principio Elohim creò il cielo e la terra. E la terra era deserta e vuota e le tenebre erano sulla superficie dell’abisso  e lo spirito di Elohim aleggiava sulla superficie delle acque…

La cultura ebraica, con Elohim (al plurale-gli dei), rimanda ad una  base politeista mesopotamica, e si lega al mondo vedico…

In Rg.,X,129, infatti, si legge Cfr. R.PANIKKAR, I Veda,BUR,2001):

in principio non vi era essere né non essere / non vi era l’aria né ancora il cielo al di là/ che cosa lo avvolgeva? dove? Chi lo proteggeva?/ c’era l’acqua insondabile e profonda?//non vi era morte, allora, né immortalità/di notte e di giorno non vi era alcun segno/l’Uno (tad ekam) respirava  senza respiro, per impulso proprio/oltre a quello, non vi era assolutamente nient’altro.// Tenebra vi era,  Tutto avvolto di tenebra / e tutto era Acqua indifferenziata. Allora/ quello che era nascosto dal Vuoto, quell’Uno, emergendo/agitandosi, mediante il potere dell’Ardore, venne in essere/ in principio Amore sorse...cfr.  www.angelofilipponi.com Creazione del mondo.

Anche, dunque, il mondo classico giudaico-cristiano sembra rifarsi ai primordi, al Caos,  in cui ogni uomo è stato  informe  e a cui  personalmente, alla fine della vita, desidero rituffarmi, nel magma fluidico dell’essere,  indistintamente, nel vuoto assoluto,  io con Stefano, mio nipote autistico, in un abbraccio informale, impossibile nella realtà…

 

Corpus Domini 1264

 

 

Transiturus de hoc mundo  è  la bolla papale, del 1264 , che istituisce  la Festa con la processione del Corpus domini  e completa il lungo processo dottrinale sulla  transustanziazione, trasformazione oltre la sostanza  del pane e del vino  in Corpo e sangue del Cristo, sancita come dogma dal  IV Concilio Lateranense del 1215, controversa  fino  ad allora  …

L’ultima grande controversia con disputa accademica c’era stata tra Berengario di Tours (1098-1188) e  Lanfranco di Bec in Normandia, poi arcivescovo di  Canterbury.

L’uno in De sacra cena adversus Lanfrancum  affermava, nel 1147, che il pane e il vino sono simboli e  non reale corpo  e sangue di Cristo come sosteneva l’altro, il suo avversario, sulla base di Paolo e di Giovanni evangelista .

Berengario fu condannato in vari Concili e alla fine  fu costretto a ritrattare  anche se per lui Matteo Marco e Luca dopo la celebrazione  del mysterium eucaristico. neppure aggiungevano fate questo in memoria di me…

ll papa  Urbano IV , Jacques Pantaléon,   istituì , dunque,  la festa del Corpus domini, la fissò per il giovedì che segue la domenica della Pentecoste   ed affidò l’ufficio rituale della solennità a Tommaso di Aquino (1225-1274), un domenicano allora in convento ad Orvieto…

Due eventi sono alla base di tale festività: uno storico, la battaglia di Montaperti , 4 settembre del 1260, vinta dai Ghibellini  senesi contro i guelfi fiorentini; uno  mitico-religioso del miracolo di Bolsena.

E’ opportuno spiegare i due eventi contestualizzandoli, da una parte nell’Italia centrale, in Toscana,  lacerata tra ghibellini, filo -svevi e guelfi, filo-angioini, in un revisione seria non solo dei fatti avvenuti  in quel quattrennio , specie religiosi,  ma anche  dei ruoli e delle funzioni degli uomini, implicati nella storia…

Alessandro IV (1256-61)  è  papa  favorevole ai fiorentini e contrario ai senesi, ostile  alla politica  imperiale  di Manfredi, figlio di  Federico II e di Bianca Lancia , molto legato con  i diplomatici  di Luigi IX e di suo  fratello Carlo di Angiò  e profondamente connesso con i movimenti religiosi gallicani…

Alla sua morte nel 1261,  i cardinali  presenti ( circa otto o nove) ,  sono lontani da  Roma, -dominata dalle potenti famiglie romane, che insieme col popolo dovrebbero, secondo lo statuto di papa Gregorio VII,   ratificare la nomina ufficiale, fatta dai cardinali, nonostante le tante elezioni illegittime – e risiedono  ad Orvieto  e non riescono a puntare decisamente su  un nome.

Dopo lunghe e vane trattative due cardinali, Riccardo Annibaldi e Giovanni Gaetano Orsini, indirizzano gli altri sulla persona di un prelato non facente parte del collegio cardinalizio, il patriarca di Gerusalemme.

Questi, venuto  da Viterbo ad Orvieto, per relazionare sulla situazione della città santa,  -ormai circondata dagli Ayyubidi  egizi , rinvigoriti dopo la vittoria sui crociati di Luigi IX,  non più protetta dalle navi  dei genovesi e dei veneziani, in lotta fra loro per interessi commerciali- è sorpreso dalla nomina, ma accetta.

L’eletto, proclamato papa  dopo molte reticenze, è un francese che viene chiamato Urbano IV e prosegue nella linea politica del suo predecessore.

Questi, legato da decenni alla politica  del re di Francia e  favorevole al riformismo religioso francese,  è  incline a considerare il sacramento della Eucarestia  sulla base teologica del pensiero  di Tommaso come  essenziale per il cristiano che,  grazie alla  transustanziazione  – cioè alla trasformazione  e al vero passaggio, ad opera dello Spirito Santo, dalla sostanza naturale della  materia del pane e del vino alla sostanza del  corpo e del sangue  di Christos, -può nutrirsi  con un cibo divino e vivere divinamente.

Per  Tommaso (De venerabili sacramento altaris), infatti, non solo  la sostanza del pane  rimane  intatta,   pur trasformata in Cristo, pur restando integri gli accidenti e le qualità del pane ,  ma anche resta unitaria  come corpo di Cristo, anche se il pane si duplica o si fraziona in parti  per la distribuzione ai fedeli e a causa del frazionamento, fatto dal sacerdote …

La bolla papale e la  politica romana  sono tipica espressione della superiorità  del guelfismo con gli eserciti in formazione di Carlo d’Angiò, grazie ai banchieri toscani,  destinati alla vittoria a Benevento (1266) e  sottendono l’investitura angioina, nel Meridione d’Italia  a scapito degli  svevi  e una serie di dispute teologiche,  anche se già sopite, dopo l’ultimo concilio lateranense.

Eppure  Giovanni (Vangelo, 13,1-20 )   durante la lavanda dei piedi, nell’ultima cena , mostra il Cristo,  che invita i discepoli a lavarsi i piedi reciprocamente, senza fare distinzioni e dice : upodeigma gar  edooka umin  ina, kathoos  egoo epoihsa, umin kai umeis poihte/io infatti vi ho dato un esempio  perché ,come ho fatto io, facciate anche voi… Si noti che in questa sede   viene usato upodeigma che vale  modello, esemplare  per chi imita nel rifare le stesse azioni.

Giovanni (6,1-14) in altra situazione, dopo la moltiplicazione dei pani dopo il monstrum del camminare sulle acque,  mostra  Gesù che parla  del pane della vita  ricordando a chi lo segue : voi mi cercate non perché avete visto prodigi,  ma perché avete mangiato dei pani  e vi siete saziati : procuratevi non il cibo che si consuma  ma il cibo che dura per la vita eterna. quello che vi darà il figlio dell’uomo, perché il padre, Dio, segnò lui col suo sigillo…

Giovanni seguita, mettendosi dalla parte dei discepoli, che chiedono  di quel pane che scende dal cielo e che dà la vita al mondo ed  aggiunge che  Gesù , tra i mormorii della folla, dice: io sono il pane della vita,  chi viene a me non avrà più fame e chi crede in me non avrà  più sete …  io sono il pane disceso dal cielo  e ribadisce, mentre crescono i mormorii  6,48 : chi crede ha la vita eterna.  Io sono il pane della vita, i vostri padri mangiarono  la manna del deserto  e morirono . Questo è il pane che scende dal cielo perché chi lo mangia non muoia. Io sono il pane vivo disceso dal cielo. Se uno mangia questo pane, vivrà in eterno. E il pane che darò io  è la mia carne  per la vita del mondo. A queste parole, sorte questioni,  Gesù così risponde: se non mangiate la carne del Figlio dell’uomo e non  bevete il suo sangue non avete la vita in voi . Chi mangia la mia carme  e beve il mio sangue ha la vita eterna ed  io lo risusciterò. nell’ultimo giorno… 

Poi Gesù, rispondendo ai giudei che dicono che i loro padri mangiarono la manna come pane venuto dal cielo e morirono, afferma: in verità in verità vi dico: se non mangiate  la carne del figlio dell’uomo e non bevete il suo sangue  non avete la vita in voi. Chi mangia la mia carne  e beve il mio sangue  ha la vita eterna ed io lo risusciterò  nell’ultimo giorno. Infatti la mia carne  è vero cibo  e il mio sangue è vera bevanda  Chi mangia la mia carne  e beve il mio sangue dimora  in me ed io in lui. Come il padre  che vive, ha mandato me ed io vivo  a causa del Padre, così chi mangia me, vivrà anche lui a causa di me….53-58 

Ancora di più  nel corso dei secoli  ci sono  contrasti   sulla tradizione eucaristica  di Ireneo (130-202) e di altri , che poggiano la loro  lettura  più che  sulla base di Luca 22,7-38 ,  di Marco 14,12-25 e Matteo, 26,17-29,   su quella di Paolo 1 Cor.,11,23-26.

I tre evangelisti, sinottici, infatti,  hanno, grosso modo,  la stessa terminologia, ma non hanno fate questo in memoria di me: preso del pane e, benedettolo,  lo spezzò e dandolo ai discepoli, disse: prendete e mangiate: questo è il mio corpo  Poi, preso il calice,  dopo avere reso grazie, lo diede  loro dicendo:  Bevetene tutti poiché questo è il sangue dell’alleanza  che viene versato per molti  a remissione dei  peccati.

 Dunque, solo Paolo racconta il fatto della cena del signore 1Cor.11,17-34 nel quadro di una situazione  difficile, in cui sono necessari rimproveri per i dissensi e per le depravazioni  dei Corinzi, indicazioni prescrittive precise sul matrimonio e sul celibato  e sull’uso delle carni sacrificate per gli idoli, in una volontà di proporre un modello di vita (siate imitatori  miei, come anch’io lo sono di Cristo/ mimetai mou ginesthe, kathoos kagooo Khristou).

Tutto il discorso, comunque,  è in relazione alla volontà di  riportare l’ordine nella assemblea  tanto  che il tarsense aggiunge:  Gesù prese del pane e dopo aver reso grazie/ eucharisthsas,  lo spezzò e disse: questo è il mio corpo per voi /touto mou estin to sooma to uper umoon;  fate questo in mia memoria  /touto poieite  eis emhn anamnhsin. Ed ancora  Paolo narra che Gesù, dopo aver fatto altrettanto col calice, dopo aver cenato dice :questo calice è il nuovo patto ,nel mio sangue; fate questo ogni volta che bevete, in mia memoria/eis emhn anamnhsin (anadiplosi)

Il successivo discorso è connesso col telos /fine che è quello di dare la prescrizione di riunirsi  per mangiare insieme e di aspettarsi l’un l’altro… perché chi indegnamente beve il sangue mangia il corpo  sarà colpevole del sangue e del corpo del Signore e di invitare  chi ha fame a  mangiare a casa propria  affinché voi,-discepoli- non cadiate in un crimine  condannabile/ ina mh eis crima sunerchhsthe.

Altri avevano letto i passi paolini  senza andare oltre l’interpretazione metaforica, sulla scia dei Padri orientali  perché  temevano di cadere  se si procedeva secondo allegoria,  in forme di antropofagismo pagano o di finire in riti misterici come quello dionisiaco o orfico.

Urbano IV,  avendo conosciuto l’insegnamento della tradizione orientale  aveva, pur seguendo Tommaso, preferito  chiamare la festa del  Corpo del signore e non  dell’Eucarestia, conscio  che non si doveva definire per metonimia   la manifestazione  completa del mysterium  della transustanziazione  con  il  ringraziamento che   è  pars accessoria del tutto sostanziale cioè della trasformazione del pane e del vino  in corpo e sangue del Cristo, nonostante che conoscesse perfettamente  il valore di ekchunoo –  spargo e diffondo il sangue di una vittima  sacrificale   e il problema di uper polloon (o polloisper molti .

Inoltre il papa, molto favorevole  a considerare il sacramento eucaristico  come  il patto nuovo di alleanza -kainh diathekh,- connesso   con la Pasqua (morte e resurrezione del Cristo) e con la Pentecoste (discesa dello Spirito santo),  si collegava alla tradizione francese  in quanto era molto devoto di   Giuliana de Cornillon (1192-1258), una  mistica  morta in odore di santità,  che in vari momenti della vita aveva  avuto visioni, Famosa quella della luna piena, listata di nero ed ancora  di più quella di Cristo che le chiedeva di impegnarsi a far istituire la festa dell’eucarestia, che in  Troyes e in altre zone, specie Liegi, veniva già celebrata, pur senza l’autorizzazione papale…

L’evento di Bolsena  viene a fagiolo,  risulta  una manna per Urbano IV !

Era accaduto che, nella primavera del 1263, un sacerdote boemo, Pietro da Praga, in pellegrinaggio a Roma, si era fermato a Bolsena e, nel celebrare la messa, ebbe dubbi sul dogma della transustanziazione,  Il prete, spiegato il corporale  in nove parti ( è  quel  tovagliolo quadrato  di lino posto sopra il calice! )  vide l’ostia sanguinare  sul corporale e subito l’avvolse in esso  e fuggì in sacrestia. Nel tragitto caddero delle gocce sul pavimento ed alcune sui gradini.

Il papa apre subito un ‘inchiesta sotto la direzione del vescovo di Orvieto per chiarire ogni momento del fatto , subito ritenuto reale dalla pars guelfa…

L’inchiesta  è subito chiusa e l’evento è giudicato soprannaturale  da Urbano IV, che – considerato il suo rafforzamento come pontefice dopo l’elezione di molti cardinali francesi, vista la vicinanza del  grande teologo aquinate , vincitore nelle tante diatribe parigine,  stimate veritiere le profetiche visioni di Giuliana –  rileva il piano provvidenziale, come applicazione dell’oikonomia tou theou, come avvento di una nuova epoca , quella del trionfo del guelfismo,-che sancisce la fine del ghibellinismo, e scrive  con tono enfatico la bolla… La festa, dopo la morte del papa …  dopo breve tempo decade…e viene rivitalizzata nel concilio di Vienne nel 1314 ,,,e resta molto controversa fino al Concilio di Trento 1545-1563, quando viene di nuovo imposta …

Amici miei, Betto e Tonino, Emma e Gianna, non è preferibile documentarsi e sapere ( e poi, magari, credere!)  al credere  ciecamente, senza alcuna  informazione?

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“Filioque” e il concilio di Toledo

Il III concilio di Toledo e Homelia de Triumpho ecclesiae ob conversionem Gothorum (CPL 1184) sono basilari per la cultura  cristiana occidentale , che completa il pensiero sulla ekporeusis processione dello Spirito Santo,  che viene definito come Persona  che procede dal Padre e dal Figlio.

Nel vangelo di  Giovanni 15,26 si  trova scritto  o para tou patros ekporeuetai e si parla , in epoca antonina , dello  Pneuma Agion/ Spirito Santo .

Viene usato  da Giovanni  il termine ekporeuomai (non ekporeuoo) per intendere che dal Padre  deriva, in quanto inviato, lo Spirito, da leggersi in chiave gnostica e plotiniana , secondo emanazione…

La lettura giovannea  è resa bene ad opera dei padri consiliari a Nicea  ma poi  è modificata sostanzialmente  nelle precisazioni  del concilio  di Costantinopoli  che sono aggiunzioni dottrinali a seguito dello studio di uomini, come i cappadoci, e specie di Gregorio di Nazianzo.

Questi  in due Orazioni  (31 e 41) affronta il problema ed è chiaramente in grave difficoltà nello spiegare ad oppositori ariani e ad altri eretici, che lo  Spirito  Santo deriva dal Padre tramite il figlio usando all’attivo e al passivo il verbo ekporeuoo,/procedo .

Da ekporeuoo si forma il sostantivo, derivato, ekporeusis, come da procedo latino deriva  il nome processio…

Girolamo  ed Agostino  accettano la lezione orientale, senza entrare in merito all’equivoco e all’anfibolia  terminologica, dato il diverso valore di procedo e di processio.

 Procedo , in latino,  non  ha esattamente lo stesso  valore di  Ekporeuoo nè  quello di ekporeuomai in greco, e  il termine processio latino a Roma, in Italia e in Occidente   non è neanche simile a ekporeusis che vale  il procedere  cioè la processione, la derivazione come marcia di un popolo che precede  un personaggio importante ( di norma un governatore provinciale inviato dal senato e dall’ imperatore o  il pontifex maximus nello svolgimento dei riti pagani;  a Costantinopoli ,  Nuova Roma, e in Oriente, invece   la processione è un fatto religioso cristiano,  come celebrazione di un rito o come festosa partecipazione popolare ad un avvenimento religioso o spirituale cristiano…

Sulla  differenza tra processio in latino e ekporeusis in greco ci sono molti problemi culturali in relazione ad una terminologia ambigua, volutamente lasciata equivoca per lasciare insoluta la questione, grazie all’uso di sinonimi.

Neanche è possibile capirsi tra cristiani cattolici occidentali  cristiani ed ortodosso orientali: lo Spirito procede dal Padre attraverso il Figlio (dià tou uiou),  per gli ortodossi che si oppongono agli ariani  e che così spiegano  la processione dal Padre e dal Figlio, senza intaccare l’unità della Trinità , sulla base di un unico principio divino…

Questo si chiarìsce parzialmente  al concilio di Firenze 1439 senza risolvere  la questione, per l’imperizia  tecnica dei latini che ostentavano il principio del Filioque del concilio di Toledo e seguivano la tesi di  Leandro di Siviglia , sostenuta da papa Gregorio Magno…
A Nicea si era stabilito che lo Spirito santo procedeva dal Padre  secondo la traduzione latina (ex patre procedit).

A Toledo invece Leandro ed Isidoro,creando un rito nuovo cattolico in opposizione all’arianesimo, da cui si allontanava Recaredo I nel 589, aggiungevano arbitrariamente Spiritus sanctus ex patre filioque procedit. traducendo il testo greco secondo il significato  generale greco…

La questione  della disparità di significato non era sfuggita già  a Fozio (820-893) che nella  I elezione a Patriarca e poi nella II elezione tra le varie controversie con la Chiesa Romana -che si riteneva   primate dei cinque patriarcati – sulla base teodosiana, poneva oltre al celibato e all’eucarestia il problema semantico di  processione, divenuta per Gregorio di Nazianzo  lithos proskommatos  …kai petra skandalou /sasso di inciampo, pietra dello scandalo (Orazione 41,7)

Il santo prima invita   (in effetti ordina) a  confessare la trinità( thn Triada omologhsate) , poi  cerca di  spiegare lo Spirito Santo come  Dio  che ispira   a tutti la parola divina…

Cerulario ancora di più nel contrasto con il cardinale Umberto di Silva Candida, rappresentante papale,  nel 1054 ,  latore della scomunica di Leone IX,  ribadisce che lo Spirito Santo non procede dal Figlio ma solo dal Padre… contro la tesi  dello stesso  Gregorio di Nazianzo.. . che mostra la sua  tesi trinitaria  e fermamente rileva l’ousia dello Spirito Santo upostasis come il Pather e lo Uios  sia nella orazione 31 che nella 41, dove parla della  Pentecoste,  della discesa del Paraclito  come fuoco sugli apostoli, riuniti nel cenacolo, 50 giorni dopo la Pasqua …

Diverse sono le situazioni e le motivazioni di Gregorio  rispetto a quelle di Leandro e di Papa Gregorio Magno…

Per Leandro i la professione di fede  costantinopolitana fatta da Recaredo e dal suo popolo di Goti ,ariano, sottendeva un  Gloria Patri et Filio et Spiritui Sancto invece dell’ariano Gloria Patri per Filium in Spiritu Sancto …

Il vescovo di Siviglia doveva cambiare la formula per dare l’idea unitaria della Trinità , e fare in  modo da eliminare definitivamente le tracce dell’arianesimo  e  di ridurre al minimo le diatribe con l’ortodossia, data la non partecipazione del popolo al mysterium teologale  e la sua passiva accettazione, al contrario,  dei riti del segno della croce e della glorificazione dei  nomina divini…

Il patriarca di Costantinopoli, invece, diversamente dal vescovo  ispanico  si  trovava, poco prima del Concilio, nel 380,   nel  vivo della lotta con gli ariani e doveva  mostrare ancora il valore della Trinità  e del significato del Corpo del  Christos , del reale contenuto del sette e del 49 +  1  e del miracolo continuo della Pentecoste  nel fedele cristiano…

La  definizione dello Spirito santo  è una necessitas… e nonostante questo suo attenersi scrupolosamente alla verità christiana , è costretto alle dimissioni…

La figura dello Spirito Santo, rimasta imprecisata a Nicea, ma ora a Costantinopoli   precisata  da Gregorio  di Nazianzo,  autore dell’orazione Peri tou agiou pneumatos 31,  1-33,  resta, comunque, un ostacolo per l’unita dei cristiani…

Gregorio, anche se  grande retore, abile  a trattare la differenza tra ousia ed upostasis, a mostrare Dio uno e trino, ad evidenziare che la divinità è incompleta senza il riconoscimento dello Spirito Santo,  che è sostanza divina, che procede  ingenerato, increato… chiaramente si arrampica sugli specchi continuamente, ma procede nella sua  trattazione teologica  e specie sulla ekporeusis ..

Il discepolo di Proeresio (276-368 d. C.),  l’ amico di Basilio e compagno di studi di Giuliano l’apostata, è convinto di saper vedere le relazione di conoscenza del  Padre, generante Logos con  quella  di amore tra il Padre e  Figlio, generante Pneuma  Agion...ma non convince i suoi avversari… e nemmeno noi: il suo parlare è un parlare bello, risulta una theoria, uno spettacolo. ben rappresentato, un sermo ben argomentato, .. non certamente  alethhs…

Inoltre è  un episcopos,  esaltato  patriarca di Costantinopoli,  che  pontifica in senso dottrinale, cosciente che le tre upostaseis  formano un unicum,  tanto che la consustanzialità non implica necessariamente  la connumerazione  (cioè  1+1+1 non fa 3, ma  fa 1)…

Gregorio è così bravo in quanto  capace di trovare  sia nel Vecchio che nel Nuovo Testamento  l’immagine dello Spirito Santo,  che ora, come presidente del Concilio , detta  quattro aggiunzioni conciliari  mediante l’anafora insistita  di to: circa l’essere signore   e il dare vita (to kurion kai to zooopoion),  circa il procedere dal padre (to ek patros ekporeuomenon); circa l’adorazione e la glorificazione col Padre; (to sun patri sumproskunoumenon kai sundocsazomenon) e circa la sua ispirazione anche nell’ orazione 41 trattando della  Pentecoste parla dello Spirito santo …

Qual era il logion originario del “Sale”?

Voi siete il sale della terra

Voi siete il sale della terra  è l‘incipit attuale del logion di Matteo (5,13).
Sale della terra è un sintagma che è metafora in quanto il discepolo di Gesù è come il sale che rende saporita ogni cosa sulla terra.
La sottesa  similitudine  autorizza a dire che chi segue Gesù, oltre ad essere beato (makarios), è anche sale della terra e luce del mondo oscuro (logion successivo).
Ne risulta che le beatitudini (Matteo,5,3-12) e l’essere sale e luce sono  collegati insieme ed hanno un significato congiunto, costruito successivamente, quando già era stata costituita la Chiesa: la pericope è espressione retorica di una costruzione teologica legata ad un ambiente e ad un società che hanno bisogno ed interesse tali da creare una “sentenza”, sulla base di un logion di Matteo, preesistente
Ora personalmente ritengo  che al momento della stesura tachigrafica di Matthaios e quindi  all’atto del discorso di Gesù (maran  o aspirante meshiah, prima  del regno o durante il periodo della regalità )  le beatitudini non erano così enucleate, ma erano del tutto sparse, come anche le maledizioni
Bisogna pure pensare che l’essere sale non era in relazione diretta con l’essere luce?
E’ probabile che  tutto inizialmente forse  era distinto e separato ed erano solo  logia che esprimevano i detti del Signore ( non kurios ma despotes, in quanto basileus-maran) in tipici momenti della sua storia  di uomo privato e di re, non di un Maestro.
Nella seconda metà del II secolo, invece,  quando viene costruita la Chiesa (grande) e c’è la necessità di opporre i veri discepoli a quelli gnostici, la vera dottrina a quella gnostica di Valentino e Basilide (forse ad Alessandria) viene fuori la funzione del macarismo con i compiti del cristiano, inteso come apostolo-inviato, che deve essere sale della terra e luce del  mondo…
Dunque, tra la scrittura matthaica con una precisa semantizzazione basileica (in lingua aramaica con un’utenza palestinese -parthica)   e la riscrittura con nuova semantizzazione  (con la  lingua koinh, in relazione alla nuova utenza ellenistica ) c’è una diversa  impostazione in quanto i fruitori sono differenti ed hanno una logica opposta, collegata con le diverse realtà  sociali e storiche…

Ora il bacino di utenza è tutta l’area commerciale, non solo mediterranea ma anche quella del Mar Nero e del Bosforo cimmerio ….
I fruitori invece aramaici, che  erano nel periodo dell’attesa del malkuth o lo avevano realizzato, erano makarioi  e si sentivano sale della terra in quanto avevano condito (thabal condire),  dando sapore, grazie  alla regalità messianica, ad ogni cosa  terrena  ed, avendo il Meshiah, attendevano gli eventi escatologici e la realizzazione eterna d’Israel: essi puri e  lucenti, come gli esseni, avevano vinto le tenebre (e la Romanitas)  vedevano splendere  in alto come  su un candelabro  Gerusalemme radiosa e luminosa, dominante su tutti i popoli vinti…
I cristiani ellenisti, dopo l’evento della sconfitta di Shimon bar Kokba (Giustino, Dialogo di Trifone), nel momento gnostico, fondono insieme  i logia matthaici. creando una nuova legge,  che doveva essere  un sostituto/ tupos  del messia, legge vivente (nomos empsuchos) e creano secondo formule asseverative, come risultanze sintetiche di un lungo lavoro tecnico retorico, l’ideale del buon cristiano  e ne  scrivono i compiti e le specifiche funzioni, in relazione alla missione dei discepoli del Kurios-signore che ha dato loro il kerugma della diffusione evangelica, in precisi luoghi e in particolari situazioni sociali …
Allora tutto il logion del sale ha significato a seconda della lettura e degli utenti: la  comprensione del periodo ipotetico della possibilità  di II tipo con la protasi  ean ..moranthh (qualora diventerà insipido –thaphal-) e con l’apodosi con che cosa si salerà?, non è facile capire, ma si può afferrare se si ha presente il tanto sale  del Mar Morto inutilizzabile  (o quello della Mareotide alessandrina o del Lago Salato della Licaonia-Tuz Goelu- ), calpestato  da cristiani locali,  i cui capi sentono la necessità di fissare, di organizzare nuclei semantici e di schematizzare contenuti teologici ..o quella della palude Meotide (Mar d’Azov)….
Il sale ha valore  ai fini del condire i cibi  e, quindi,  se il cristiano/sale diventa  insipido e stolto (moraino vale sono moros cioè pazzo, stolto, insipido, sciapo, stupido), non ci sarà la salatura della terra, non ci sarà la luce nel mondo), non avendo funzione, sarà gettato per terra e  calpestato.
E’ chiaro che il logion non è quello originario, ma è quello ricostruito da cristiani ellenisti che,  vista la fine del giudaismo romano, la galuth, hanno un ricordo della escatologia e del messianesimo e vivono il momento apocalittico, dello svelamento, cosci della necessità della funzione cristiana di essere sale e luce, in una separazione netta dalla cultura giudaica e da quella gnostica.
Certamente il testo originario, che Panteno ritrovò in India, con questo specifico logion,  aveva ben altro valore  in senso messianico, entusiastico, trionfalistico: in esso non c’era nemmeno la possibilità di diventare nabal (stolto), in quanto Thaphal: tutti erano makarioi  (compreso  Levi- Matthaios che registra il pensiero regale), euforici  per la realizzazione del malkuth, in quella Pasqua essenica  del 32 d.C ,  pochi mesi dopo la morte di Elio Seiano…
Allora i seguaci mangiavano insieme pane e sale e non avevano contese per il primato, ma erano eguali uniformati ad essere bambini (talja’- piccolo di donna o di pecora) ed avevano la pace, quella  propria dei vittoriosi, di coloro che avevano vinto ed attendevano l’ultima ora e il trionfo  definitivo del resto d’Israel …
Dunque, nella fase escatologica Sale originario  è collegato con pace, in quella apocalittica sale è connesso con discordia, lotte per il primato, con la possibilità di diventare insipido e quindi  di deviare dalla retta via  e con la necessità di essere o di tornare ad essere  pedion  e diaconos (bambino e servo),  se si vuole entrare nel regno dei Cieli…
A me risulta , perciò, che ci sono due  logiche, del tutto diverse, a seconda dei tempi e che la stessa figura del Signore (Kurios e despoths) è cambiata  in quanto essa ed è diventata quella del Maestro (didaskalos/ rabi), che, secondo il pensiero di Clemente Alessandrino,  ammaestra i mathetas/apostolous  che formano il fedele

 

La cultura dell’infanzia

Colere infantem

Professore, perché non è stato mai trattato effettivamente il tema di  La cultura  dell’infanzia in Italia né  quello sui modi di concepire il ragazzo?

Non si può dire che non ci sia una cultura dell’Infanzia in Italia, anzi si può dire che il tema è antico  in quanto trattato dai greci e, poi, dai latini.
La metafora colere infantem/coltivare l’infante il non parlante  rimanda ad una coltivazione  del bambino  considerato come una piantina.  L’immagine è tipica del registro agricolo,  centrato su colere,  che sottende studium (amore e specifico interesse)  e cura (amore preoccupato ed ansioso) e su infans, inteso non solo nella fase iniziale  afantica  ma anche quella fantica  fino alla pubertà, secondo le linee proprie della pedagogia greca e di Quintiliano.
Anzi bisogna affermare che sempre si è discusso,  parlato della cultura dell’infanzia, limitatamente all’educazione, basata giustamente sull’educare (educere ad ) come processo modificante, che porta  progressivamente dal non conoscere al  conoscere,  procedendo sulla base dell’errore  per dare correttezza grazie anche all’esercizio,  sotto la guida di un ductor, maestro, secondo linee di unitarietà, dinamicità, priorità, prospettività.  Se, dunque, da una parte, c’è stata un’attenzione alla cultura dell’infanzia, da un’altra, in un certo senso,  bisogna confessare  che non esiste una vera cultura dell’infanzia  in quanto, nonostante il rispetto al pensiero quintilianeo, espresso con Maxima debetur reverentia puero, l’insegnamento  è stato  un insegnare, mediante signa,  propri dell’adulto, che guida, in un unilaterale lavoro secondo il sistema conformato e convenzionale sociale, economico, politico,  teso a formare mediante modelli preesistenti il discepolo. conformandolo nella cultura  esistente,  in aggiunta e in rapporto con il condizionamento del contesto e dei media secondo un’impostazione  specifica dell’erudizione (e.rudis passare dalla rozzezza alla civiltà, dall’informe struttura giovanile al sistema della maturità moderato). 
Praticamente non si rispetta l’infante, ma lo si condiziona creando un esemplare della stessa conformazione dell’adulto in quanto si ritiene giusta la definizione del giovane immaturo e dell’adulto maturo, secondo una tradizione marcatamente maschilista e senile.
Sembra che solo in questo ultimo ventennio, almeno sul piano teorico, in Italia si sia entrati correttamente nella cultura dell’infanzia, grazie specialmente ai contributi dell’antropologia, dell’etologia, della linguistica (in senso semantico, e socio-psico-semiologico), della epistemologia e della docimologia: da queste scienze viene la lezione tecnica sullo studio e sulla cura dell’infante.
Lo studio sistemico del bambino (anche in senso neuropsichico ed auxologico), la sperimentazione sulle aree affettive, motorie, cognitive, sociali, l’osservazione sistematica  dei comportamenti  a seconda della fascia di età in relazione ad un processo auxo-socio-psichico  e soprattutto il rilievo dato al linguaggio, come chiave di lettura  dell’universo infantile, autorizzano in situazione una operatività sulla base di una diagnosi  valutativa (riferita ad un’ anamnesi specifica) che permette un costante orientamento  operativo e formativo, in rapporto all’effettivo sistema culturale informativo, senza modelli, ma solo con paradigmi esemplari. In tal senso si è sviluppato anche in Italia un processo culturale  puerocentrico, non una cultura infantile. Questa si basa sulla conoscenza del bambino, visto come costruttore fantastico e sentimentale di un mondo, esaminato dall’angolazione ludica puerile, senza l’ottica funzionale adulta, il quale si muove per conoscere sé  e il proprio corpo, socializza per porsi in un continuum ludico,  che, però, avendo già i segni della funzionalità  e della razionalità, non deve essere turbato   da interferenze dell’ adultismo, specie se coercitive.

Che cosa comporta, professore, una cultura dell’infanzia così intesa?

Comporterebbe (meglio usare il condizionale che traduce la non possibilità di attuazione sul piano operativo  con le sottese frustrazioni di questi ultimi anni)  un radicale cambiamento  del sistema politico (anch’esso vecchio e modellato su criteri da una parte comunisti togliattiani e quindi sovietici, e da un’altra liberale e quindi anglosassone  ed americano) sociale-cristiano (caritativo ed assistenziale), culturale e scolastico in quanto una microstruttura, affetta da malattia,  non può essere curata settorialmente  con interventi locali e puntuali poiché è segno di un sistema malato,  che, perciò, deve essere integralmente sanato. Ora il sistema scolastico, malato, infettato ulteriormente dagli altri sistemi,  con cui interagisce, non favorisce il tentativo, necessariamente teorico, di pochi che procedono paradigmaticamente in situazioni concrete, ma parziali e limitate, operando, seppure efficacemente, in condizioni di disagio. Inoltre per la nascita di una cultura (risultanza di un processo eruditivo, educativo, formativo, come somma di competenze , abilità e capacità, esplicate sul piano pratico in situazioni oggettive, coerentemente  ad una decisionalità per una ruolizzazione) necessita  la compresenza di forze interattive  già ruolizzate e mature, capaci di orientare grazie ad operazioni docimologiche, strutturali sistemiche. Ora, col bambino coagiscono ed interagiscono famiglia, società, scuola, stato  con compiti, considerati diversi, ma in effetti eguali se si tiene presente il fine  educativo e/o formativo, specie se il procedimento è univoco sul piano dell’unitarietà metodologica.
Ne consegue che nel momento operativo scolastico (sia strutturale che sistemico) le singole fasce,  turbate nella loro sfera,  operano saltuariamente ed irrazionalmente,  impedendosi reciprocamente, non raggiungendo gli obiettivi, disperdendosi in un lavoro settoriale, burocratico e quotidiano: una prova è il consiglio di classe dove le  componenti genitori, alunni, insegnanti, si fronteggiano su posizioni diverse, senza avere la coscienza del loro ruolo specifico, dei compiti, delle funzioni in una libertà di metodo (utile ai fini del pluralismo democratico!) e varietà procedurale, con l’esigenza di una scansione programmatica e di rilievi esterni d’ordine disciplinare.

E’ dunque da ipotizzare  una nuova tipologia di insegnamento?

Ritengo che non si possa insegnare se non si stacca nettamente l’alunno, la scuola e la cultura dell’infanzia dall’ambito della città (intesa come il mondo delle interferenze politiche sociali economiche ecc) e non si situi in zone lontane dalla cultura ufficiale, convenzionale, conformata dell’adulto: ci vogliono strutture ed edifici scolastici lontani dalla vita cittadina, dove far crescere la pianta dell’anthropos, secondo le concezioni umane funzionali razionali scettiche: molti conoscono i miei progetti di scuola separata  in zone agricole, in immense aree  sia per i ragazzi (3-13) che per giovani (15-18).
Comunque. a mio parere,  se si fa un’analisi  superficiale sulla scuola e si procede statisticamente  va a finire che la scuola italiana è una delle migliori in Europa perché  conforme ai suoi compiti primari  di formazione e di educazione generale e capace di dare, a certi livelli, possibilità occupazionali e professionali come per il passato.
Se si fa uno studio  serio e mirato  alle singole strutture e poi si valuta l’intero sistema  di insegnamento-apprendimento si rileva un disagio in tutti gli operatori scolastici, una crisi culturale, un malessere diffuso.
L’insegnante in un sistema  basato sullo scambio culturale in un continuo passaggio dalla fase di ricevenza a quella di emittenza  e viceversa  in una variabilità situazionale,  è vittima incolpevole.
Egli è stato abilitato all’insegnamento senza la necessaria preparazione pedagogica, psicologica,  docimologica per cui la sua possibilità di insegnamento (dal tardo latino insignare incidere, imprimendo signa, segni  come marchi  di riconoscimento sul bestiame in un codice agricolo) non marchia alunni, che  sono di un altro codice.
Inoltre né l’insegnante né l’alunno conoscono la comunicazione che sottende un processo  non direttivo, ma paritario, che trasforma la superiorità dell’adulto, che imprime segnali, in cooperazione e cogestione, sulla base di dati informativi in uno scambievole aiuto in una interazione psico-sociale, in un ritrovamento dei comportamenti  individuali dei singoli giovani cointeressati  all’argomento e al problema, tesi a passare  da uno stato di dipendenza  a quello della partecipazione, al fine di consentire, non assentire.
D’altra parte con la comunicazione la competenza si sostituisce alla superiorità  gerarchica, in quanto non c’è lezione con l’insegnamento tradizionale di un lector medievale.
Questi aveva abilità  di lettura  ed insegnava  tramite la conoscenza  delle Sacre Scritture  in un tentativo  di tradere la cultura del passato al presente per un’ attualizzazione  concreta: l’insegnante, invece,  ha la docenza,  cioè  una risultanza  di conoscenze  interrelate  in una visione sincronica, che ne sottende una diacronica,  con valutazione dell’asse unitario sincronico-diacronico, per una proiezione  possibile  in un sistema ordinato,  le cui strutture funzionali  si esprimono in una fusione operativa  continua nella prassi  quotidiana.
La docenza implica un’informazione ampia e rielaborata  personalmente data per una ricerca oggettiva  regolata, a seconda  delle esigenze  dell’alunno e della classe,  già tramata in uno schema  paradigmatico e sintagmatico, metodologico, che autorizza una decisionalità in situazione lavorativa, tagli, riconversioni (specie in caso di errori e deviazioni tematiche e procedurali).
Di conseguenza la docenza comporta  professionalità di chi docet  insegna, svolgendo una funzione educativa di avvio, di guida di orientamento nella ricerca del Sàpere (esperienza conoscitiva, intesa come crescita  dell’essere, individuale, che assapora , provando ciò che càpita).
Docere diventa così un insegnare pratico  in quanto  autorizza  a mostrare i passi da fare, la via da seguire  marcando i signa  le orme  spiegando il percorso  formando un iter  sempre nuovo  in un’ evidenziazione  delle abilità decisionali in rapporto alla situazione  storico-socio-economico-politica, culturale e letteraria, in relazione all’altro viandante , nel rispetto della contestualità altrui e per un vantaggio personale: esso è anche segno di autorevolezza di un’ auctoritas riconosciuta.
Docere è segnare  i connotatori, dopo aver fatto la situazione  in una ricostruzione  del sistema-struttura  per fare un punto situazionale  al fine di un intervento costruttivo sull’altro, sulla base della conoscenza scolastica.L’insegnante però , formatosi crocianamente (magari) attento talvolta  al nesso opera -ambiente, segue, a volte l’angolazione desanctisiana e gramsciana e crede di poter dare la sua preparazione  scolastico-nominale, come informazione, all’alunno. Non riesce, però, in tale operazione perché,  avendo  tale formazione e seguendo i programmi ancora gentiliani, non ha effettiva competenza  (come sistema di conoscenze acquisite sul piano lessico-morfosintattico, su quello semantico e referenziale – e tanto meno una abilità esecutiva  che  permetta  di fare una situazione storica  tale da confrontare col presente,  in modo da fare proiezioni per un intervento costruttivo).
Egli non ha una professionalità come il medico che dall’esame mediante anamnesi  e da quello diretto  strutturale in situazione,  può diagnosticare  e dare una terapia  su base probabilistica,tuzioristica, in relazione al quadro  contingente delle analisi cliniche: non è abilitato ad un lavoro sistemico-strutturale  e tanto meno ad una valutazione con giudizio epistemico,  essendo preso dal nominalismo e dal nozionismo ideologico. E’ abituato, in una continua  ripartizione  dei programmi ministeriali, a procedere  in un faticoso, quanto inutile  lavoro di manovalanza intellettuale, che lo costringe ad obbedire a certe scadenze trimestrali o quadrimestrali e a dare “quantità  informativa”. Non ha neppure possibilità effettive di programmare, progettare, pianificare,  seppure si parli di attività curricolare, di interdisciplinarità e nei collegi dei docenti e nei consigli di classe. Demotivato e poco pagato assiste passivamente, nonostante qualche incentivazione orale del preside o di colleghi più velleitari e spontaneistici, comunque, delusi dalla scuola e dal sistema governativo, che privilegia categorie  più produttive.
L’insegnante, non essendo orientato pedagogicamente e didatticamente fa scuola insegnando ciò che sa e ciò che deve insegnare, secondo tradizione, senza una logica costruttiva, senza attenzione all’alunno, senza porsi il problema educativo: egli è sul piano dell’informazione emotivamente spontaneo, cosciente di essere in una condizione di sottoproletariato letterato,  costretto a svolgere un ruolo senza funzione, disturbato dai mass media, dalla famiglia, dalla chiesa, dai sindacati, dal collegialismo e dall’assemblearismo.

Il povero insegnante  è trascinato all’apatia  dalla monotonia ripetitiva, agitato dal velleitarismo aggiornativo di dilettanti formatori ministeriali, profumatamente pagati,  sindacalizzati: è ucciso nel suo elementare lavoro dalla pubblicazione specialistica propagandante una riforma scolastica mai attuata.

Reclutato secondo forme concorsuali  facilmente pilotabili e con logiche clientelari partitiche, l’insegnante si presenta  all’opinione pubblica  con la tipologia di buon uomo connotato di buona cultura generale, senza una funzione sociale, in un momento di alta specializzazione e di ricercata produzione dove ogni imbecille  che opera con impegno  su una sola cosa raggiunge il massimo,  data la  semplicità del prodotto.
Espressione vecchia del sistema agricolo paesano  il professore intruppato vive la sua esperienza scolastica  senza confronto e senza  personalità: gli errori del sistema scolastico (verticismo burocratico, impostazione ancora crociana e gentiliana, assemblearismo senza la competenza individuale, la collegialità senza la pianificazione  soggettiva, l’obiettivismo senza l’oggettivismo, la sconnessione strutturale , il maggioritarismo come espressione della minoranza, l’oclocrazia come regime ecc.) sono spia di una situazione critica molto più complessa statale  ed istituzionale,  che condiziona  il professore che  può solo professare  la sua nominale conoscenza,  inadeguata ai tempi.
Ormai l’insegnante è considerato come colui che insegna perché non sa fare niente e perciò la scuola è diventata il rifugio di tutti i perdenti, gli scansafatiche, delle donne  in cerca di una funzione, insomma un immenso teatrino dove si recita un ruolo  di docenza senza saperla professare ed ognuno recita a modo suo.
Non è, però, il caso di generalizzare: ci sono molti insegnanti che lavorano  seriamente specie gli uomini (meno le donne che salvo poche, vanno a  scuola per ben altri motivi), non  sono docenti gli ingegneri, gli architetti, psicologi,  dottori in discipline  giuridiche o  i  tecnici e i commercialisti, revisori di conti ecc., uomini che hanno uno stipendio in più,ma non sanno neanche cosa vuol dire insegnare, come tutti i professori impegnati in politica.

Se necessita una nuova docenza  con un nuovo insegnante,  non è necessario anche un nuovo alunno, che abbia un diverso rapporto  col professore?

Secondo me, per ottenere un nuovo rapporto tra le parti del sistema  scolastico,  specie tra alunno ed insegnante e tra alunno ed alunno  e tra alunno e famiglia, è necessaria la comunicazione,  intesa come azione del comunicare ( da cum munus) come procedimento verbale  che intercorre tra emittente e ricevente,  tramite un canale, in un contesto, con un codice, comune,  per l’invio di un messaggio, connotato sulla base lessicale  da due valenze significative, compito e dono in reciprocità.
La comunicazione rientra  nell’area semantica aristocratica in quanto munus è termine  che sottende da una parte il compito  del nobile (militare e  sacerdotale)  e dall’altra  il dono è espressione comunicativa  di due patroni  secondo le formule della munificentia sul piano della paritarietà.
Ora la nostra società di base agricola acculturata secondo linee americane, industrializzata rapidamente,  evidenzia la crisi di valori  specie nel linguaggio misto.
Esso, essendo una risultanza confusa di cultura  agricola e  industriale, risulta una strana lingua  usata da soggetti né agricoli né industriali, che vivono senza una propria cultura.
Il linguaggio presenta forme  della tradizione  operativa paterna  con parametri  valutativi immediati, derivati dalla funzionalità industriale   propria della  organizzazione sistemica.  in cui si vive
Inoltre esso  ha in sé la presunzione  di chi  non comunica  perché  non ascolta e  non ha rispetto dell’altro  che in situazione ha possibilità paritarie e competenze  medesime  per la soluzione del problema, in un’arroganza di modi, senza più la docilità contadina.
Nel rapporto tra insegnante ed alunno i due  hanno il ruolo di emittente e di ricevente  a seconda delle situazioni  che autorizzano l’interscambio  in quanto l’uno assume la leadership verbale  a seconda della competenza  mentre l’altro interiorizza nell’ascolto il messaggio ricevuto per rimandarlo in relazione alla sua ricchezza  cambiato e modificato  alla luce delle sue valutazioni e del suo patrimonio culturale in un processo educativo senza fine.
Il rapporto perciò è connotato da un continuo flusso di pensiero  interpersonale  per un obiettivo comune  da conseguire  dalle persone  interessate, in un’interazione di modi e di piani senza la gerarchia, in relazione alla competenza.
Ciò avviene però solo in un rapporto connotato da rispetto e da empateia:  ora, il rapporto sta diventando sempre più problematico per la disistima dei docenti e per la  sfrenatezza dei ragazzi abituati ad avere quanto vogliono, ad essere protagonisti  anche nel male: il processo educativo diventa sempre più difficile e la stessa comunicazione è considerata  espressione di debolezza davanti  all’arroganza giovanile, volgare  perfino nelle manifestazioni  verbali.

E la famiglia come si immette nel rapporto comunicativo tra insegnante ed alunno?  

La famiglia,  disagiata, ha demandato in questi ultimi tempi l’educazione ai professori  e sembra non volere entrare  nella operatività della sfera dell’insegnante, mentre quella agiata segue e complica la vita dell’insegnante con le sue interferenze  ostacolando il lavoro.

La famiglia non dovrebbe entrare nel campo tecnico didattico-metodologico, dove l’insegnante dovrebbe fare le sue sperimentazioni e  svolgere il suo compito servendosi anche dell’ausilio della famiglie e delle istituzioni in senso formativo,  dove  è necessario  procedere di pari passo  secondo la stessa metodologia  per meglio definire la personalità dell’allievo.

Certamente la famiglia può, là dove è possibile,  entrare anche in merito scolastico, ma  deve assecondare il processo educativo   in modo da coadiuvare  il docente ( senza interferire in problemi tecnici  e valutativi) o il preside sulla gestione scolastica specie in caso di autonomia, data la rappresentanza del consiglio di istituto.

In conclusione  il carrozzone della scuola, anche con una cultura dell’infanzia  all’italiana, può andare avanti  con un qualche successo perfino in Europa?

Noi italiani siamo i maestri di un vivere equivoco e contraddittorio e sappiamo lentamente  seguire gli altri e avviarci verso  una certa correttezza  formale e quindi scolasticamente  forse potremo anche allinearci,  ma scieremo  come quelli che non hanno i fondamentali  e che spesso sono pericolosi  sulle piste per sé e per gli altri, se non procederemo con metodo.

 

Un prefetto tiberiano- A.Avillio Flacco

A.Avillio Flacco

Aulo Avillio Flacco, fu governatore dopo Ibero, che aveva sostituito brevemente Vitrasio Pollione (Dione Cassio,St. LVIII,19,6) uomo probabilmente di Seiano  e governò  Alessandria e  Egitto dal 32  fino al 38.
Flacco, dopo essere stato uno del seguito di Tiberio, tra i consiglieri finanziari e tributari, fu inviato in Egitto in quanto suo fedelissimo ed abile  amministratore, iure gladii, con funzioni giudiziarie e militari.
Come tale fu eccezionale,  date le capacità di intelligenza e di perseveranza, di rapidità intuitiva ed abilità realizzativa, considerate le doti di perfetto oratore, perspicace osservatore, conoscitore di uomini  ed interprete sapiente  di parole , di fatti: tale giudizio è di  Filone, suo nemico, e perciò le lodi sono reale riconoscimento del suo valore.
Egli fu rapido ad entrare nella difficile ragnatela  amministrativa dello stato egizio  e nel complicato sistema  ancora lagide di  equivoca comprensione per un romano.
L’errore rilevato da Tiberio Alessandro,  giudeo apostata, un  suo successore  come prefetto di Egitto nel 69 d.c. di aver riscosso i tributi senza computare le immunità prediali, deve farci pensare che Filone può aver  amplificato l’operato di Flacco, ma non intacca il sostanziale precedente giudizio.
D’altra parte Filone procede in questo modo (e lo dichiara apertamente) per  evidenziare con  la pars destruens del suo discorso le accuse di eccidio giudaico (cfr.  Flac. 6-8 cfr  CIG-corpus iscriptionum graecarum- III,4957) e marcare il suo radicale cambiamento, degno di punizione.
Flacco, impratichitosi, dunque,  della normativa del  sistema tributario e finanziario egizio, grazie all’apporto dei funzionari alessandrini, costituito da una massa di scribi, la semplificò mantenendo i migliori dei numerosissimi segretari, ufficiali e   cancellieri giudiziari, sapendo gestire con integrità , seppure con un certo dispotismo, i tanti impiegati della tesoreria alessandrina e  delle segreterie  dell’ex regno tolemaico. Specificamente aveva dignità  regale nel reggere lo stato, ben commisurata con la forma esteriore; sapeva giudicare  con l’aiuto di funzionari in carica; non si faceva intimorire dai violenti;  impediva le riunioni di popolazione promiscua e tumultuosa specie se organizzata, secondo  summorie, che venivano sciolte d’autorità e fermezza, in caso di tensioni.
Anche sul piano militare Flacco  assicurò una regolare funzionalità, dopo aver dato al paese e alla città una perfetta osservanza  della legalità sociale: ricostituì le truppe,  dando un nuovo assetto  in relazione alla  città e al territorio egizio,  faceva esercitazioni continue,  tenendo in allenamento le truppe di  fanteria, di cavalleria e di armati alla leggera .
Pur esigendo  obbedienza ai capi  nei militari non graduati,  li proteggeva dalle angherie degli ufficiali superiori, che tendevano ad appropriarsi degli stipendi  dei subalterni ed inculcava loro il senso di dovere  in ogni situazione e specialmente educandoli alla  neutralità, in faccende estranee al servizio  e nella tutela della pace, secondo la logica di Seiano.
Accanto a Flacco  come cancelliere era Lampone  e come funzionario  popolare Isidoro  che rimasero correttamente al loro posto fino all’avvento del regno di Caligola e alle  sue prime azioni in senso popolare e militare, e furono strumento del prefetto.
Il nostro esame tende a rilevare  il carattere  e  del governatore e quello dei due, la loro funzione e il loro specifico compito nell’entourage del governatore in carica, senza entrare specificamente in merito al problema giudaico e senza valutare moralmente, per cercare di capire non solo il mondo giudaico alessandrino e le ultime fasi del regno tiberiano, ma anche il complesso mondo ellenistico in genere e quello  della diaspora giudaica e  del sistema imperiale romano ecumenico, di cui Flacco e  gli altri uomini sono solo un esempio di funzionalità. in una situazione difficile quale quella della successione dinastica, come conclusione di una lotta tra i due partiti, quello  giulio  e quello claudio, schierati a favore di Gaio Caligola  (meris… ton theton, la parte degli adottati)  e di Tiberio Gemello (meris… ton gnesion, la parte dei legittimi per nascita) e all’inizio di un contrasto tra il giovane monarca e la famiglia, il senato e la classe equestre.
Nell’esaminare la complessa vicenda e i personaggi, attori della politica alessandrina, si apre un altro grandioso scenario quello di Roma, sotteso alle notizie filoniane, in cui gli avvenimenti della morte di Tiberio e della successione di Caligola  con il successivo omicidio del coerede Tiberio Gemello  e poi del capo dei pretoriani, Macrone, e del princeps senatus Silano determinano un cambiamento totale di politica e di amministrazione in Alessandria e  in ogni città dell’impero, dove  i partiti filogiuli e filoclaudi si contendono il primato cittadino, ad di là delle divisioni etniche e delle suddivisioni interne alle stesse etnie: dalla capitale le notizie  dell’avvento al trono  del nuovo imperatore con l’instaurazione della sua neoteropoiia,  palese già alla fine del 38, irradiandosi per il mondo romano, diffondono il messaggio  dell’inizio di un’era nuova.
I governatori delle province, specie di quelle imperiali, Siria e Giudea ed Egitto, sono maggiormente interessati al cambiamento di regime e  cercano di adeguarsi al  regime imposto dal figlio di Germanico, espressione delle forze popolari e  militari.
Flacco, che era stato  un  governatore tiberiano, filoclaudio, che aveva accusato Agrippina , madre di Caligola, e determinato la morte non solo di lei ma anche dei due fratelli, Nerone e Druso, sorpreso dalla elezione del nuovo imperatore, amareggiato dalla uccisione del coerede nipote diretto dell’ex imperatore,  da lui favorito,  annichilito dalla morte di Macrone, suo protettore, e poi da quella di  Silano  con cui era collegato,  colpito da queste mazzate  aveva disperato della sua salvezza, nonostante l’amnistia e la distruzione degli incartamenti  relativi le cause del periodo di Tiberio.
Quindi Flacco,  dal momento della nomina di Caligola ad imperatore  e del suo riconoscimento a Roma il 28 marzo 37  fino al compleanno  del 31 agosto del 38,  fu in grande ansia ma  ebbe tempo di manovra per difendersi da accuse possibili.
Le notizie  negative,  progressive, dopo un intervallo di otto mesi, compresa la malattia di Gaio,   avevano dato tempo e possibilità di autodifesa, in caso di accuse contro la sua persona e il suo mandato di governatore.
Egli sicuramente preparò un piano che doveva essere suffragato dalla testimonianza del senato alessandrino e dai rappresentanti popolari di Alessandria, oltre che dai cives romani alessandrini.
Il caso dei cinque magistrati e di curatores viarum , vittime di Caligola  e quello   di Gaio Calvisio Sabino, tornato dalla Pannonia (Dione, St. LIX, 18,4), che aveva governato,   costretto a suicidarsi  e quello di Tizio Rufo ( Ibidem 18,5)   dovevano avere impaurito ancor di più il governatore di Egitto.
La persecuzione di uomini del ceto senatorio e equestre accentuò ulteriormente la paura di Flacco, che dovette anche predisporre ogni cosa per la divinizzazione di Drusilla, la sorella di Caligola morta il 10 giugno, che  fu venerata come Panthea (Dione, St. LIX,11).
Filone, senza informarci sulle condizioni della madrepatria Gerusalemme, sugli avvenimenti accaduti nell’ex regno erodiano e sull’azione militare di  Lucio Vitellio, governatore di Siria, accenna  solo ad una reazione antigiudaica di Pilato, (Leg.301) fa la situazione del giudaismo ellenistico sia di Alessandria, che di Egitto che di tutta la diaspora, evidenziando che  non era stato inviato  il decreto del sinedrio, in cui si facevano le congratulazioni  per il regno a Gaio e le felicitazioni  in relazione a quanto fatto e testimoniato nella città santa nella Pasqua del 37  (Ant giud. XVIII,  Leg.231-2) per la malevolenza  di Flacco, che non aveva  fatto il suo dovere e che poi fu svolto in ritardo da Erode Agrippa, che lo inoltrò,  diciotto mesi  dopo, con le scuse per il ritardo. (In Flaccum, 93, 103).
Noi sappiamo che Caligola  aveva iniziato una campagna antiaristocratica  tale da sminuire la  auctoritas  senatoria ed equipararla , ironicamente,  quasi a quella del suo cavallo Incitato  tanto che  gli storici  a quel punto cominciano a considerare l’imperatore pazzo come se il suo regno fosse finito alla fine del 38.
In effetti la volontà di Caligola di annientare il senato era connessa con la posizione infida di quel consesso; il giovane imperatore era uomo di grande intelligenza, di  dissimulazione e simulazione e secondo Flavio (Ant.Giud, XIX,208) valentissimo oratore espertissimo della lingua greca e latina, sapeva come rispondere a discorsi pronunciati da altri, dopo lunga preparazione, e mostrarsi presto e più persuasivo anche quando si dibattevano argomenti di grande interesse: e  risultava  tanto abile  perché egli aveva in questo una attitudine naturale,  potenziata da una pratica acquisita con il continuo esercizio.
Egli era stato per 6 anni presso Tiberio a Capri a scuola di recitazione e di simulazione, secondo i modelli di Augusto e di Tiberio, mentre madre e fratelli venivano condannati e mai si era lasciato sfuggire una parola compromettente, mai un gesto sconsiderato (Tacito, Annales, VI,20,1); aveva accettato sempre ogni azione di suo padre adottivo, memore degli insegnamenti  della  bisnonna Livia e della nonna Antonia.
Caligola, dopo il discorso del 1 luglio del 37, al suo primo consolato,  divenuto programmatico  sia per lui che per il senato, che stabilì per decreto che le parole dette  fossero rilette ogni anno (Cassio Dione, St.,LIX,6,7), in cui aveva condannato le azioni di Tiberio  rimproverate dall’aristocrazia, eseguite, comunque , e con cui  pur mostrando condiscendenza verso il senato, era stato tanto abile da smascherare il comportamento pavido ed infido senatorio.
Aveva  poi mostrato  la sua intelligenza superiore e  rapidità di  decisione  nel momento della malattia, quando nominò Drusilla, che si era separata da Cassio Longino e si era sposata con Marco Emilio Lepido, erede dei suoi beni e dell’impero (Svetonio, Caligola,24,1) proprio quando aveva visto Macrone e Silano spostarsi verso il coerede tiberiano Tiberio Gemello, per loro unica alternativa al morente imperatore.
La successiva eliminazione dei tre e la sua accusa verso il senato doppiogiochista,  inchiodato alle sue  responsabilità, evidenziavano  il piano di un governo assoluto, la ricerca di uno spazio totale  per  governare senza il senato, solo con il sostegno popolare e  militare: non per nulla era  solito ripetere, secondo Svetonio, il verso omerico uno sia il capo, uno il re (Iliade,2,204).
Egli  gradualmente  minava il  prestigio senatorio costringendo i senatori ad indebitarsi con allestimenti di giochi  popolari e col fare le campagne elettorali, dopo che aveva ripristinato  le elezioni dei magistrati da parte dei comizi (che erano state abolite) in quanto  cardine dell ‘ordinamento politico repubblicano.
Era questa una strategia  attuata al fine di impoverire il ceto senatorio e rimpolparlo con uomini novi che potevano comprare sia il titolo equestre che quello senatorio, e che, provenendo dalle province, erano più malleabili, meno pretenziosi e  più fidati, certamente non infidi e non portati alla congiura, dati i rapporti di dipendenza  con il princeps.
In effetti Caligola avendo  un team giovane  di rilievo in questo periodo composto, oltre che dai famigliari Lepido e dalle tre sorelle, dai re Erode Agrippa  ed Antioco di Commagene,  tyrannodidascaloi / maestri di tirannia,(Dione Cassio,St. LIX,24,1), puntava anche su  uomini come Callisto,  Pallante, Protogene, Elicone, liberti della nonna Antonia di pieno affidamento  ed amministratori capaci, scaltriti da un lungo esercizio commerciale.
In questa fase Caligola obbligava chiunque ad avere coerenza  pratica  così da mantenere quanto detto o giurato, cosciente che lealtà  sia coincidenza tra il piano espressivo  e quello operativo: non per nulla  obbligò Afranio Potito ad uccidersi perché aveva promesso di sacrificare la vita se l’imperatore guariva e  Atanio Secondo a combattere nell’arena  per la promessa fatta per la sua guarigione.
E’ chiaro che Caligola  accentrando in sé non solo il potere ma distribuendo le cariche in modo  clientelare  aveva tolto la possibilità di reclutamento ai senatori di clientes  obbligando loro stessi ad essere suoi clientes con la salutatio: chi non osservava tale dovere e o chi non veniva ricambiato, praticamente era un uomo morto.
L’uso della salutatio diventava un vincolo sicuro di amicizia, che toglieva inoltre il rapporto tra le varie famiglie aristocratiche ora  in lotta per essere vicine al nuovo imperatore, anche se costrette ad un’azione servile, a riconoscersi inferiori rispetto all’autocrator.
Inoltre Caligola era un anomalista  cioè seguace di  un sistema  letterari- opposto a quello  analogista- , basato sul sublime , includente un modus vivendi  opposto a quello convenzionale e normale, come espressione istintuale, secondo norme di creatività e genialità (cfr  Pseudo-Longino, Peri Ypsous,8)
Caligola mostrava il sublime in sé , nelle sue costruzioni, nel suo vincere terra mare e cielo, nel suo essere unico rispetto a tutti gli altri: la salutatio  matutina da  forma aristocratica usata da ogni nobile famiglia per la tutela della clientela,  diveniva forma unica imperatoria,  che comportava omaggio dovuto al solo princeps ( che neppure riceveva , ma delegava i suoi rappresentanti per tale ufficio) patronus.
In effetti  Gaio riprendeva il sistema già adottato da  Tiberio e Seiano che avevano obbligato la nobiltà alla salutatio a contendersi questo favore del princeps, facendola rimanere per giorni in attesa.
La salutatio però comportava per Caligola l’esigenza di una dimora di una domus aurea  , che non aveva a Roma per accogliere  in modo magnifico  i tanti che si sarebbero presentati  a salutare l’autocrator.
Da qui la magnificenza  delle sue costruzioni in ville nei dintorni della città e in Campania, seguendo il modello di Tiberio, prima di stabilire la propria residenza, non essendo ancora certo di quella romana sul Palatino.
Sembrava che lui volesse  assoggettare la natura,  realizzare l’irrealizzabile,  in quanto tendeva  all’adrepebolon ( Peri ypsous,8)  Svetonio (Caligola,37,3)  vennero gettate dighe nel mare  tempestoso e profondo, furono tagliate rupi di selce durissima  elevate pianure all’altezza di montagne …livellate le cime più alte a forza di scavi e tutto ciò avveniva  con incredibile rapidità.
La singolarità della sua figura e delle sue azioni e dei suoi viaggi doveva essere rilevata  come quella della sua donna  e dei suoi amici, invidiata ed emulata  dagli aristocratici che, imitando, dovevano impoverirsi e quindi dovevano essere sostituiti da uomini novi provinciali.
Le sue navi avevano poppe ornate di gemme  e vele dai colori sgargianti,  in cui c’era un grande numero di terme, portici, sale da pranzo,  ma anche una immensa varietà di viti ed alberi da frutto . Con navi  di tal genere  navigava lungo le coste della Campania (Svetonio, Cal. 37,29),e le sue spese dovevano essere eccezionali, sia per i pranzi inimitabili per portate, qualità e quantità di cibi, anomali rispetto al sistema normale culinario, fuori cerimoniale, tanto da sbalordire la pur decadente aristocrazia che, per imitarlo, si indebitava  per un pranzo da offrire all’imperatore: Caligola faceva  servire pietanze  coperte di sfoglie d’oro, beveva perle preziose sciolte nell’aceto,  faceva banchetti di oltre 10 milioni di sesterzi , sperperava a volte in pranzi  le tasse di tre province,  faceva indossare gioielli alla  moglie (Lollia Paolina) di 40.000.000 di sesterzi.
Nei primi mesi Caligola sperperò circa 2.000.700.000 sesterzi (Svetonio, Caligola,37) l’eredità di Tiberio e 90.000.000 del suo stesso patrimonio: per queste ingenti spese l’imperatore  aveva accanto a sé molti trapezitai alessandrini, dipendenti propri dell’alabarca di Egitto, che era  l’amministratore dei beni della nonna (Flavio Ant. Giud.XIX,276.) amico di vecchia data di Claudio, probabilmente cittadino romano, come poi suo figlio Tiberio Alessandro.
Chiaramente Caligola così vivendo nel lusso più smodato  costringeva l’aristocrazia all’imitazione e quindi alla rovina allorché era incaricata di allestire una cena per il principe: ci volevano vari argentarii per finanziare  una tale impresa: nessun senatore ,che aveva un patrimonio minimo , quaranta volte minore della parure di Paolina , poteva competere con la forma imperiale a cui, comunque, doveva attenersi, se voleva invitare l’imperatore.
Se da una parte il suo comportamento anomalista lo distaccava dal senato, l’ amore per le corse  di cavalli per i combattimenti e per le rappresentazioni teatrali, essendo un  comune ideale per la gioventù e per la plebe, che sempre di più lo seguivano (anche perché era cancellata  l’etichetta e quindi più facile l’incontro e il suo rapporto) lo avvicinava al suo popolo …
Filone  che  non parla di questo  cambiamento a Roma, da cui venivano echi secondo la lettura  critica sacerdotale dei giudei delle sinagoghe romane, ostili a tale sconvolgenti ed innaturali atti, vede solo la trasformazione che avviene in Alessandria nel comportamento del governatore e nel nuovo rapporto stabilitosi tra il prefetto e i caporioni popolari.
Egli afferma che improvvisamente c’è una cambiamento di direzione amministrativa in quanto Flacco, da retto governatore diventa inetto e insicuro e per di più risulta  un fantoccio dominato dai due  alessandrini, popolari, che, essendo espressione della massa popolare,  gli   impongono  di procedere in senso antigiudaico (Flac. ,41)…
A dire il vero il prefetto si serve dei  caporioni e finge di essere da loro dominato: egli infatti fa ordinare ad Isidoro perfino una protesta con accuse contro di lui dal ceto più umile della città.
Insomma il piano antiebraico veniva realizzato, ma il prefetto  doveva rimanere esente da colpe: i colpevoli erano già pronti.
Filone  sembra invece credere a questo rovesciamento teatrale , proprio della peripeteia tragica,  e  nella descrizione di questi tre personaggi   mostra come sia stato  modificato il carattere del governatore rilevando la sua paura e la sua depressione.
Filone indulge al tragico, non è  storico; Filone dà una verità letta dall’angolazione giudaica nobiliare, doppiochista, abile a tenere la posizione ambigua, pronta per la scelta più redditizia.
I  mestatori alessandrini , comunque,   sono collegati con altri elementi  attivi alla corte di Caligola, probabilmente  Elicone,  una specie di ciambellano factotum sempre presente in ogni momento della vita quotidiana del sovrano (Legatio,166-178) ed inizialmente anche  col governatore.
Questi capirono che  era imminente una persecuzione contro gli ebrei e che si riprendeva la persecuzione secondo le linee già indicate da Seiano e  fecero piani in relazione all’azione permissiva  di Gaio nei confronti di servi, che facevano delazione contro i padroni. (Flavio, Ant. giud. XIX,1-3): l’azione contro tutto il popolo giudaico sta per iniziare  (sumpan.. to ethnos Filone, In Flaccum,1) e Flacco coordina il suo operato parziale (merei  Ibidem) contro i giudei alessandrini, esteso  anche a quei luoghi dove può arrivare la sua auctoritas.
Perciò  Avillio Flacco , coinvolto,  da buon governatore tiberiano divenne spietato  aguzzino degli ebrei, per mostrarsi zelante nella  accettazione della neoteropoiia caligoliana  per farsi perdonare le colpe avute  contro la famiglia giulia, l’appartenenza al partito filoclaudio, appoggiando  all’improvviso il partito popolare e militare alessandrino e i suoi caporioni che promettevano di assisterlo con tutto il popolo e  il senato cittadino in caso di  denunce contro la sua persona.
La condizione di sudditanza di Flacco é spiegabile  anche perché  Caligola, divorziato da Orestilla,  dopo la morte della sorella, sua amante,   dopo il viaggio in Sicilia, e la costruzione del porto di Reggio  come scalo intermedio tra Alessandria e Roma delle merci di grano,  inizia a colpire i consolari accusati di tradimento (Dione Cassio, St., LIX,11)
Insomma gli alessandrini avevano saputo della volontà di Gaio  di cambiare totalmente politica interna ed estera, specie dopo il nuovo  matrimonio  con Lollia Paolina (Dione Cassio, St.,LIX,12,1) , momento in cui  vengono esautorate implicitamente le sorelle, Agrippina e Livilla, poi esiliate, determinando un altro cambio di team, in cui rimanevano solo i liberti.
La  nuova situazione romana era ben  conosciuta  ad Alessandria, da parte greca e da parte greco-giudaica,  come anche la politica estera: i piani di Caligola di fare una doppia spedizione (una germanica ed una partica) dovevano servire  per avere una gloria militare  per debellare il potente consesso senatorio e liberarsene del tutto.
Quella germanica già era nell’aria alla fine del 38 e quella partica era stata  anticipata dalla elezione di  Erode Agrippa a re di Iturea e regioni limitrofe, di  Antioco  a re di Commagene e dei figli  di Coti      (Ibidem,12,2) a re di Ponto e  di Tracia ,  dopo che Vitellio aveva ripristinato l’ordine in Siria ed al suo posto era stato inviato Petronio Turpiliano ( Flavio ,Guer. giud. II,10, 1-5;Ant. giud.XVIII,262 ss  Filone Leg.207-260): bisognava estirpare i collegamenti che c’erano  tra lo zelotismo palestinese e quello partico, limitare il potere finanziario ed economico dei giudei ellenisti della diaspora, al cui centro era il giudaismo alessandrino, riprendendo la politica seianea antigiudaica.
Inoltre era ventilata anche l’idea di un suo abbandono di Roma e di un viaggio che poteva essere definitivo  in quanto si diceva che aveva intenzione di guidare il mondo da Alessandria, riprendendo il disegno di Cesare e quello del suo bisnonno Antonio, accarezzato anche da suo padre Germanico, sempre però dopo l’impresa germanica.
L’azione di  ripristino della  giustizia in Alessandria, quindi,  non aveva gran valore per Caligola  per il quale solo contava  l’allineamento alla sua politica interna ed estera.
Questo  cercarono di far capire al governatore  Lampone ed Isidoro: il vecchio sistema era finito, tutto era cambiato ed un nuovo ciclo iniziava.
Da qui  il via libera al popolo di Alessandria che può attaccare quei giudei della medio bassa borghesia, non ellenizzati, che abitavano in due quartieri della città: l’assalto fu su questa parte della città integralmente giudaica, non su quella parte degli altri tre quartieri dove i giudei vivevano misti ai greci.
Filone parla del sequestro di 400 case (Flac.94) e di  ammassamento della popolazione giudaica in una zona ristretta di un  quartiere  e quindi tratta della strage fatta su una parte della popolazione giudaica e su una parte del sinedrio (38 membri) e specificamente di tre membri sinedriali,  di cui fa i nomi.
Filone descrive la tragica sofferenza giudaica rilevando tre fasi di progressiva ostilità  nel comportamento antipopolare giudaico del governatore:  la prima in cui si  facevano trapelare le sue intenzioni ostili  velatamente  nel corso dei processi, nel rifiutare colloqui con i giudei , nell’accogliere solo formalmente Giulio Erode Agrippa  re e famigliare di Gaio, facendo finta di  ignorare le beffe fatte  al suo indirizzo   e la parodia del suo incoronamento e del suo rango pretorio;
la seconda fase  come profanazione delle sinagoghe con l’installazione della statua di Panthea Drusilla probabilmente e non di Gaio, non ancora deificato,   trascurando la possibile reazione dei giudei non solo di Alessandria e di  Egitto (un milione ) ma di tutta la diaspora (1’500000) e delle ripercussioni negative in ogni città, dove la popolazione giudaica era diffusa;  la terza fase come  abolizione della posizione giuridica tramite l‘atimia  per cui i giudei divennero  stranieri (csenoi) ed estranei al paese ( epelydes Flacc. 53-54) per cui i greci potevano darsi al saccheggio  anche delle case, rovinare il florido commercio ebraico,   abolire quindi  la costituzione augustea  imprigionando  membri del sinedrio, facendo stragi, crocifissioni torture, dopo aver ghettizzata la popolazione giudaica in un settore di un solo quartiere e il più piccolo.
Ma una parte del giudaismo la più numerosa è salva: il prefetto  si serve di essa che è tra i notabili della città in quanto è pars ellenizzata  aristocratica  sacerdotale, oniade, di cui fa parte Filone,la sua  famiglia  quella di suo fratello  Alessandro, quella di tutti i discendenti di Onia IV ( come  i discendenti della  famiglia di Boetho  suocero di Erode il grande) che formano l’élite di Alessandria, costituita da uomini dell’alta finanza (trapezitai), da capitalisti                 (poristai), da armatori (naukleroi) e da  grandi commercianti (emporoi), dominatori dei due porti alessandrini, ben collegati con gli argentarii romani, congiunti perfino con Antonia minor, la nonna di Caligola.
Anche questi avevano i loro informatori che facevano conoscere la situazione romana e la politica internazionale caligoliana: Filone quindi conosceva quello che conoscevano i caporioni e lo stesso Flacco, ma Filone in In Flaccum fa l’apologia del giudaismo e dice quello può dire,   marcando tutta la sofferenza giudaica: la sua ambasceria  a Gaio consisteva infatti nel racconto di ciò che aveva sofferto l’ebraismo (a epàthomen) e nella dimostrazione della legittimità  dei diritti giudaici (dìkaia).
E tra questi diritti egli  ricorda che Flacco lese  quello sinedriale,  quello di fustigazione  e quello della sospensione delle pene al momento della celebrazione del compleanno di Caligola, il 31 agosto.
Prima di quella festa, Flacco ordinò  ai soldati facendo quindi un’operazione militare, non più solo popolare, la perquisizione delle case giudaiche nei quartieri  per ricercare le armi che non erano state trovate ma che  erano state trovate precedentemente tra gli egizi e tra i giudei egizi, quelli delle case sequestrate.
Filone ci tiene a precisare sulla illegittimità delle azioni di Flacco  e precisa che  il Sinedrio era stato istituito da Magio Massimo (Flac,74) quando era governatore per la seconda volta,  su ordine di Augusto che riconosceva i diritti già accordati dai Lagidi.  Magio dopo che era stato governatore tra il 3 e 10 d.c. fu di nuovo governatore dopo Aquila (Ant. giud, XIX,283), che aveva governato l’Egitto dal 10 al 12 e  perciò Augusto  autorizzò formalmente il funzionamento del  sinedrio nel 13 ,  confermando la  carica del genarca-etnarca, probabilmente quella del  padre di Filone,  nelle sue funzioni amministrativo-giudiziarie e religiose,  poi riconfermato  da Gaio Galerio (Seneca, ad Helviam matrem, 19,4-6)  che governò per 16 anni.
Dalla lettera di Aristea (oggi riconosciuta come opera del II secolo  av.C.(310)  da Antichità giudaiche  (XII,108 e XIV, 117 in cui si riporta un passo di Strabone  che parla delle funzioni amministrative giudiziarie ed archivistiche, propria dell’alabarca)  si evince che gli oniadi avevano  anche una funzione religiosa, data la carica sommo-sacerdotale  del primogenito della  stirpe degli oniadi, celebrante nel tempio di Leontopoli.
Inoltre  Filone precisa che la fustigazione in uso era di due tipi : quella della flagellazione degli egizi, fatta con frusta particolare e da esecutori diversi e quella degli alessandrini sia greci che giudaici con spate e fatta da agenti di polizia  alessandrini  (spatafori) in quanto cittadini liberi.
Filone inoltre precisa che  era norma  per un  governatore  durante il genetliaco di un  elemento della domus augusta  non punire alcun condannato ma dedicarsi solo alla festa; Flacco, invece, oltre a punire chi non era colpevole, punì anche durante la festa, anzi ne fece uno spettacolo di festa, senza rispettare la santità del genetliaco.
Infatti  dall’alba per tre o quattro ore della mattinata  senza concedere l’ammistia di un giorno, senza far togliere i morti dalla croce,  organizzò la festa facendo  appendere altri  vivi  dopo averli fatti flagellare in pieno teatro e torturati col fuoco e col ferro davanti a  spettatori , che godevano  dapprima della vista di giudei fustigati, impiccati,  messi alla ruota,  brutalmente sfigurati  e portati alla morte, passando attraverso l’orchestra e poi dell’esibizione di danzatori, mimi flautisti  e di attori teatrali in genere.
Filone però parla solo di  ebrei che vivevano nei due quartieri separati, che dovevano essere filopalestinesi e collegati con parenti  della  Giudea: su questi  e sulle loro case si  sorvola e solo  in occasione delle perquisizione delle case dei nobili, non toccati dalla atimia si parla della  ricerca di presenza di armi  nelle case, dove non potevano essere, data la loro filoromanità.
L‘atimia, dunque, toccò solo i giudei che avevano diritto ad una cittadinanza di semplice alessandrino,quei  giudei, cioè, che vivevano da tempo in Alessandria  con diritti di  residenza  propria degli egizi alessandrini, non greci.
Nessun governatore poteva azzardarsi a toccare l’aristocrazia giudaica alessandrina ellenizzata, iscritta perfino nelle tribù e nei demi cittadini,da decenni: l’atimia, perciò,  colpisce solo i giudei alessandrini non ellenizzati indiziati e perseguiti anche per il sospetto di tenere le armi nascoste  e di essere  collegati  con lo zelotismo palestinese.
L’ intervento finale  di Flacco, infatti, fu militare  e questa volta sulla pars aristocratica, sulle abitazioni non sequestrate: i militari di Casto cercavano armi che non furono trovate ma poi come suole accadere  quando ci sono di mezzo i soldati, ci andarono di mezzo le donne non solo quelle giudee ma anche altre donne di altra etnia  che portate nell’agorà, furono distinte dando loro da mangiare carne di maiale e punite quelle che non la mangiavano.
Da Filone, che pur legge con animo di parte, ci vengono date indicazioni sul modo di procedere di Flacco e dei capi popolari alessandrini che avevano promesso al governatore di salvarlo dalla inimicizia di Gaio.
Il cambiamento, dunque, di Flacco  appare  netto: non è più un giudice imparziale ma  un giudice dispotico, caligoliano, che condanna senza processo, assumendo  contemporaneamente le vesti di accusatore, di nemico, di testimone, di giudice, di esecutore della condanna.
I  tre capi popolari sembrano  condizionare Flacco,  visto ormai  governatore  degradato,  non più padrone del campo; essi appaiono come i manovratori della situazione   mentre   Alessandria appare   città non più governata, in preda a stragi  di cittadini; questa Alessandria doveva essere  per Filone la patrona del suo governatore!.
Filone  bolla Dionisio come demagogo,  Lampone come scribacchino e ladro, Isidoro come  intrigante arruffapopolo, ed, insieme, li considera  un branco di malfattori.
La descrizione dei  responsabili dei mali giudaici è tipica della narrazione satirica giudaica  ora smodata,  nonostante i tentativi di compostezza e di  misura, propri di uno che vuole essere spoudaios , asteios. kosmios, ma è incapace di contenere la propria eccitazione e il proprio disgusto, di fronte a tanta barbarie.
Lampone è ben delineato , caratterizzato nella sua personalità di scriba corrotto  che probabilmente scoperto in seguito  come cancelliere, era stato   accusato da Flacco stesso  di frode contro lo stato che era un crimen maiestatis in quanto perpetrato contro i beni e la persona dell’imperatore  poiché l’Egitto era un bene familiare imperiale.
Nel processo di due anni  Lampone si era trovato a mal partito dovendo pagare  gli avvocati e perciò aveva denunciato, in momenti in cui la causa era a suo favore, che lui era stato rovinato nel suo patrimonio dal fatto di essere stato costretto ad assumere  la funzione di Gimnasiarca,  che comportava molte spese per rifare i ginnasi, ricostruire le palestre pagare i gumnastai e i tanti operai che svolgevano lavori  di manutenzione, in una giustificazione della sua tirchieria o a dimostrazione della sua non floridezza finanziaria.  Egli adduceva  come pretesto che non  possedeva averi sufficienti  per svolgere quel compito che richiedeva tante spese, eppure,prima del processo,  aveva sempre manifestato  di essere molto facoltoso  anche se nella dokimasia (nella verifica dei beni che si faceva  prima che qualcuno svolgesse una funzione statale), era risultato non ricchissimo, ma che si era arricchito con azioni illegali.
Egli come grammatokuphoon, scriba, a contatto diretto con i governatori  durante i processi registrava  le accuse  e, come avente tale funzione, le presentava. Egli aveva così l’opportunità di cassare  le cose dette o di ometterle  a suo piacere,  non inserendo termini e, se possibile,  cambiare le lettere  su e giù per il testo,  facendo operazioni di trasformazione, di cambiamento , rovesciamento, correzione e   in relazione a quanto fatto, si faceva pagare  per lettera o per apice, adulterata.
Per questo il popolo  lo chiamava calamosfactes (colui che uccide con la penna) in quanto uccideva  moltissimi  con le lettere che scriveva , rendendo così i vivi più disgraziati dei morti.
Infatti quelli che potevano vincere e godersela, a causa sua, invece, subivano la sconfitta e la povertà,  poiché i loro avversari pagavano lui  che capovolgeva la situazione,  dando i beni altrui a buon mercato.
Ciò era possibile perché i governatori  non potevano ricordare quanto scritto, data la mole delle pratiche sbrigate  in una provincia così grande  dove le cause si accatastavano le une sulle altre, e considerata la varia natura causidica  e il computo dei tributi e delle rendite, il cui esame richiedeva più di un anno. Lampone così sfruttava la lungaggine delle procedure e la dimenticanza dei giudici e scriveva tra i vinti  coloro che dovevano vincere e  faceva risultare quelli che dovevano perdere tra i vincitori, dopo aver preso somme di denaro.
Isidoro è anche lui ben tratteggiato nella sua funzione di agitatore di masse e di sindacalista  sempre pronto a favorire e a parteggiare o per le masse, specie greche o, ma anche per quelle egizie e delle minoranze  etniche  residenti ed avventizie.
Egli non era un funzionario effettivo, ma era anche lui un uomo dell’entourage del prefetto o meglio individuo utile  al suo  servizio, senza carica ufficiale.
Egli era per natura malvagio e facinoroso, molto abile a  creare tumulti e rivoluzioni, se non c’erano, e a fomentarli e ingigantirli, una volta scoppiati.
Egli amava circondarsi di una moltitudine disordinata e confusa  in cui convivevano elementi vari di origine servile  organizzati secondo la simmoria.
Era questa una organizzazione tipicamente ateniese,  poi divenuta tipica di ogni città del Mediterraneo di tutte le città greche  dell’impero romano, compresa Alessandria.
Ad Atene si soleva formare gruppi di 1200 uomini,  suddivisi in corpuscoli di 20 membri (due ogni tribù)  di 60 uomini ognuno. Ad Alessandria, dove la popolazione era molto eterogenea,  forse il numero era doppio o triplo, a seconda  delle classi.
Forse Filone propende per un numero di 2400 unità  ( anche se non si può scartare un numero  di molto superiore  a quello delle  simmorie ateniesi  (Flac. 143 ).
In effetti si formavano squadre di migades  (misti  greco-egizi, o di varia etnia)  e di sugkludes (plebei di norma egizi) oltre forse a greci puri, sempre pronti agli ordini di Isidoro.
Questi gruppi, comunque, erano dominati da  Isidoro che li gestiva  manovrando l’associazione come voleva, subordinandola a volte anche ai piani del prefetto.
Egli aveva questa opportunità in quanto la città era piena di  thiasoi , che  lui controllava in ogni senso.
Il thiasos  in epoca ellenistica era  una comunità, tipo le nostre confraternite, di fedeli di uno stesso dio,di norma Dioniso,  che celebravano  con danze, sacrifici, processioni e riti.

Siccome si riunivano periodicamente  in sinodi (concili, assemblee , club)  che formavano anche una corporazione e che stabiliva  i riti da farsi, le cerimonie, le feste, le date   e siccome   ogni cerimonia si concludeva con  banchetti, in cui  non c’era niente di buono, per un ebreo, ma solo vino schietto,  dove c’erano ubriachi, insolenti e violenti, i thiasoi venivano visti negativamente dai giudei,  anche se erano  occasione di integrazione sociale e di comunicazione, seppure con qualche violenza.
L’angolazione di Filone è quella di  De Vita contemplativa (75  ss) dove vengono comparati questi thiasoi  ( sinodoi e  clinai)  dei greci ed egizi con la  sinagoga greca e con cena giudaica.
In queste riunioni e banchetti  Isidoro era  il capo, salutato con vari nomi  (sumposiarckhos, klinarches, taracsipolis) ed era obbedito da tutti  quelli che facevano quanto egli ordinasse.
Isidoro era personaggio compromesso con il governatore, che aveva organizzato perfino le accuse allo stesso Flacco da parte degli spalmatori degli atleti e degli addetti alle pulizie  probabilmente in combutta con Lampone.
Isidoro, che inizialmente era in una qualche considerazione, vistosi non più stimato, si era messo in contrapposizione .
Perciò assoldò  uomini che ungevano gli atleti e che facevano  i banditori  e li convocò al ginnasio, avuta l’autorizzazione di Lampone, facendo riferimento ad Elicone, fece accusare variamente il governatore.
Mi sembra che questa  operazione sia gestita dagli agitatori popolari  ma in effetti  sia concordata col prefetto, che così viene  discolpato pubblicamente dell’eccidio giudaico: certamente il prefetto garantisce loro l’incolumità in qualche modo e li paga per l’ulteriore servizio.
Flacco, però, forse non sapeva che questi erano al soldo di altri, come Elicone  e Pallante (Dione Cassio, St.,LX,30,6b), che sapevano che la sorte di Flacco ormai era segnata.
Il governatore, allora, saputo che la città era sdegnata e che mal sopportava che il nome di Alessandria fosse disonorato, convocò i magistrati cittadini e tutto il popolo.
Vennero i capi (tra questi l’élite giudaica) ed anche tutta la cittadinanza greca, meno quella che doveva essere inquisita  per i tafferugli, i latrocini , le distruzioni, le stragi giudaiche.
Flacco fece disporre su tribune tutti i  provocatori e quelli che avevano fatto la protesta contro di lui in modo che fossero ben visti,
Interrogati davanti a tutti; ed essii confessarono che l’autore di ogni cosa era stato Isidoro, che li aveva assoldati.
Dopo che Isidoro fu riconosciuto colpevole  si discusse sulle proposte fatte contro di lui   o di privazione dei diritti civili o di esilio o di morte: all’unanimità Isidoro fu condannato a morte.
Egli però si sottrasse all’arresto con la fuga e Flacco lo lasciò andare convinto che così non ci sarebbero stati in città  lotte e  sedizioni.
Quando Flacco, poi, viene arrestato e portato a Roma davanti all’imperatore,  ha come accusatori proprio Lampone ed Isidoro: le loro accuse erano ininfluenti alla già premeditata condanna  che Caligola aveva inflitto  al suo nemico, delatore della sua famiglia.
Filone può allora di nuovo vedere il disegno divino rilevando la nuova peripeteia: due sudditi accusatori del loro prefetto,  due servi contro il padrone.
Lo scrittore giudeo è veramente un interprete, un ermeneuta  che legge sempre oltre la lettera e vede come in Dio tutto si armonizzi e che il piano provvidenziale si compie inesorabilmente.
L’eccidio di Alessandria,  voluto da Flacco, che aveva sfruttato i caporioni greco- alessandrini, divulgato dalla fama portata dai marinai e dai trapezitai, dalle navi alessandrine, accese un incendio in tutto il Mediterraneo, sia in Occidente che in Oriente.
Isidoro era stato l’untorello manovrato dal governatore che   credendo di salvarsi facendo la volontà di Caligola, anticipatamente, e dando all’opinione pubblica il capro espiatorio, sperava in una totale assoluzione per i servizi allo stato.
I giudei, oltre alle perdite umane,  erano rovinati nelle attività finanziarie e bancarie  e nel commercio; la loro secolare  tendenza   ad isolarsi e separarsi non era bastata ad Alessandria a quella pars giudaica, zelante di fede.
I giudei della medio-bassa borghesia cittadina  pagarono  anche per quei fratelli  che  erano invidiati, data la  loro immensa ricchezza, dai greci  alessandrini,  che volevano equiparare i loro diritti e le loro forze con l’etnia giudaica predominante in Alessandria, inattaccabile perché ellenizzata, romanizzata, probabilmente spregiudicata ed  atea come i sadducei.
I giudei credenti e zelanti di fede, non potendo partecipare alla vita delle sette dionisiache, orgiastiche,  per espressa proibizione della legge,  guardavano con sospetto  e con apprensione ogni riunione e  festa,  da cui  normalmente derivavano guai per loro che necessariamente erano guardinghi e sempre in uno stato di allerta.
Nel 38  d.C. troppe forze concorrevano al loro male, non solo un governatore indiziato o in procinto di essere accusato  dall’imperatore stesso.
Inoltre  nel periodo seianeo (dal  23 d.C. al 18 ottobre 31 d.C. )  essi erano memori delle persecuzioni  subite sotto Vitrasio Pollione, che aveva vietato di riunirsi in sinagoga e di fare proselitismo  e proibito di santificare il sabato  (Filone, de Somniis, II,123 ss).
Perciò essendo permesse le riunioni alle altre etnie e vietate le loro, i giudei  giudicavano moralisticamente le loro  riunioni sante  e quelle degli altri empie: una scarsa  soddisfazione!
Al di là dell’impostazione moralistica filoniana,  nell’ estate  38  (dalla morte di Drusilla alla festa delle sukkoth, inizio dell’autunno)  Flacco e i tre caporioni  determinarono la strage dei giudei, propagandando nel mondo romano l’antisemitismo e creando focolai di disordini e lotte cittadine in ogni città dell’impero, che perdureranno anche con maggiore consistenza per tutto il regno di Caligola e che avrebbero  dovuto avere come soluzione definitiva  o l’eccidio o la deportazione di tutti i giudei di Palestina.
Per me c’è sotto  questi avvenimenti alessandrini qualcosa altro, un evento che  si era verificato sotto Pilato e che aveva prodotto uno scompenso in tutto il mondo della diaspora: un giudeo prima di tutto  ha come patria Gerusalemme e poi la  città in cui è nato e vive, guarda e segue quanto avviene nella Città santa.
La sconfitta dei nazirei e  la crocifissione del loro capo  avevano diffuso in tutto l’ecumene  l’odio contro Roma anche dopo la pacificazione e l’elezione di Giulio Erode Agrippa a re.
Alessandria, la città con maggior numero di Giudei, con due diverse situazioni giuridiche  è la prima a pagare, nonostante il formale atto di ossequio  e nonostante la filoromanità della classe dirigente alessandrina giudaica.
La morte di Caligola e l’avvento al trono di Claudio riporteranno la  concordia nel mondo romano e il ripristino dello statuto augusteo in Alessandria dopo il decreto imperiale all’inizio del nuovo principato, conosciuto come lettera di Claudio agli alessandrini (Ant. Giud., XIX,278-291, Pap. Lond. 1912, in CPG- corpus papirorum iudaicorum-pubblicato da V.A Tcherikover, Arvad University Press I.1937).
Se si legge attentamente la lettera di Claudio agli alessandrini si capirà  che Claudio  vuole chiudere gli occhi sui responsabili ed invita gli alessandrini nella loro totalità, greci, egizi ed ebrei (ortodossi e scismatici, di costituzione giudaico-egizia e  greco-giudaica) alla omonoia (concordia)  come se inviasse un monito ai greci alessandrini  al fine di far loro rispettare la tradizione ebraica  secondo il decreto di Augusto da lui confermato .In effetti, egli, pur riconfermando lo status giudaico precedente, dopo aver valutato i  fatti e deciso in modo inappellabile  il suo verdetto sulle due  parti contendenti  da lui ascoltate,restringe  e limita il decreto augusteo.
Infatti Claudio  impone agli ebrei  un  divieto, quello di ellenizein ( di ellenizzarsi, cioè di diventare greci,di frequentare il ginnasio, di  partecipare agli agoni  presieduti dai gimnasiarchi) in quanto già godono di un loro politeuma e non devono andare oltre i loro diritti , che sono eccessivi, in quanto vivono in una città  altrui (en allotria polei)
Infine  Claudio impone, temendo che in Alessandria aumenti la popolazione giudaica,  che finisca l’ immigrazione  proveniente dalla Palestina o da altre parti di Egitto.
La conclusione è minacciosa: se gli ebrei  non faranno così , li perseguiterò con ogni mezzo  come propagatori di una malattia comune a tutto il mondo abitato
Così ordina Claudio, amico e fratello di latte di Giulio Erode Agrippa, suo patrono ed elettore nei giorni successivi alla morte di Caligola,  amico dell’alabarca Alessandro, sommo sacerdote scismatico di Leontopoli,  fidato procuratore dei suoi beni e di quelli di  sua madre, forse il capo trapezita di Pallante, suo ministro….

 

Pazzesco di Luca Mastrantonio

Una lingua pazzesca!

Pazzesco Dizionario ragionato  dell’italiano esagerato

Pressato da amici, mi sono sorbito, alla Palazzina Azzurra, come digestivo, per quasi un’ora, la presentazione di Pazzesco, un saggio linguistico- letterario, di Luca Mastrantonio  e poi la premiazione dell’editor Jacopo De Michelis, insieme  ad uno sparuto  gruppo di uditori, disattenti.

Continua la lettura di Pazzesco di Luca Mastrantonio

Denuncia e consegna di Gesù

Paradosis ( consegna) e  l’endeicsis (denuncia)  di Gesù Cristo

Dalle notizie evangeliche risulta che Gesù vive una vita misteriosa e nascosta fino a trenta anni e che, poi, si rivela facendo uno o più viaggi a Gerusalemme, dove, dopo denuncia e consegna ad opera del clero giudaico all’autorità romana, viene ucciso.
Viene celata (sembra) la regalità, una notizia, volutamente nascosta, sulla vita di Gesù, una figura di uomo, che non è descritta in modo completo, in quanto coloro che scrivono in epoca flavia, a distanza di oltre quaranta anni, hanno  interesse solo a rendere saldo un culto e riti, già consolidati dalla pratica, e lasciano senza luce storica i fatti riguardanti  il fondatore, che assume valore maggiore, proprio dall’ambiguità, dall’equivoco, dal muthos.
Comunque, gli scrittori lasciano dei segni storici palesi perché non possono tralasciare due elementi della storia, che erano rimasti impressi nella collettività giudaica sia aramaica che ellenistica: il crimen contro l’impero romano del Messia  e  la paradosis  con l’endeicsis all’autorità romana,  da parte dei capi di Gerusalemme.

Nostro intento, Marco,  è quello di far emergere la regalità, da una parte,  mediante queste due verità celate, esaminate come risultanze evangeliche storiche e, da un’altra, rilevare  l’impostazione dei vangeli canonici, all’ atto della scrittura, con il Kerugma  con la predicazione della morte e resurrezione, congiunta con la giustizia del governo romano e con la perfidia giudaica: noi siamo interessati solo dalla falsificazione dei termini, non da scrupolo religioso.
Noi cerchiamo di studiare i termini, che hanno diverso valore nell’epoca dei fatti, rispetto  a quella dell’epoca di scrittura evangelica: insomma diciamo che c’è stata falsificazione, pur se si lascia intatto (o quasi) il segno linguistico come significante,  che, però, è stato rivestito con referenze nuove, attuali, di un significato aggiuntivo, tipico di un altro tempo,  rispetto a quello storico di accadimento.

Professore, essendo caduti gli ideali del precedente periodo, cambiati i valori di un malkuth (regno), conclusosi tragicamente, divenuto esemplare e per aramaici e per ellenisti, a seconda delle diverse letture interpretative, la missione stessa  degli apostoloi (inviati), che ebbero il mandato di seguitare il compito, fu cambiata?

Certo tutto cambiò: non più la predicazione del messaggio di un  prossimo regno, ormai impossibile ed irrealizzabile, ma  di un‘attesa escatologica ed apocalittica di un regno messianico, predicato da un Gesù–dio, divenuto redentore del mondo e modello di humanitas.
Su questa base, secondo la lettura paolina, i  discepoli degli apostoloi distaccarono  la sostanza del pensiero dalla storia e dalla vicenda reale e  predicarono la morte e la resurrezione del Christòs  insomma,passarono dal piano militare, ormai finito,  al piano spirituale e morale,  trasformando lo zelotismo in pratica religiosa con il Kerugma, separandosi dal giudaismo aramaico e perfino da quello  ellenistico, occidentalizzandosi e romanizzandosi.

Ma per far questo ci vuole tempo, molto tempo, professore?

Questo è  un processo lungo, che dura dall’ epoca flavia a quella antonina, mentre infuria ancora la lotta contro la romanitas  in senso aramaico, che condurrà, dopo altre peripezie, dolorose,  alla Galuth (all’esilio, alla cacciata, all’espulsione dall’ impero), dopo la fine, tragica anch’ essa,  dell’impresa di Simone Bar Kokba (134-35) .

Allora, professore, Il vangelo di Marco comporta una volontà di segretare fatti palesi, il preciso skopos  di essere contraddittorio nel proclamare lo scandalo della  croce con la rivelazione del Christòs, nel fare la volontà di Dio,  che esige adesione di fede  e sottomissione al mistero,  sulla base del modello di Jesous  Christos Kurios, re unto, ma vissuto, per suo volere,  nel nascondimento, in modo umile, considerato come un romanizzato, trinome, espressione del nomos empsuchos (Legge vivente), legge scritta e non scritta?.

Certo. Il pensiero di Marco, autore popolare, levita, piccolo sacerdotale, di cultura aramaica,  immaginoso,  puerile, dal linguaggio elementare e dalla forma paratattica, propria di un non ellenizzato (o di uno appena alfabetizzato, che ha appreso i primi rudimenti della koiné), dissociato culturalmente e dai  giudei ellenisti e dagli aramaici puri, è semplice: proclamare il Christos  ucciso dai suoi stessi connazionali,  secondo il dettato  paolino ( la morte e resurrezione del Signore  e lo scandalo della Croce).

La semplicità di Marco ha, però, professore,  efficacia  per l’immediatezza del racconto, per la stupefatta  partecipazione, per l’adesione ai miracoli e alla divinizzazione del Christos ed attira il lettore  proprio perché riduce tutto a narrazione apparente, senza meditazioni e senza polemiche?

Certo. L’evangelista  è parabolicamente entusiastico, fedele, miticamente persuaso di avere la verità esemplata più nelle azioni, che diventano  agrafa, parole non scritte, nuovo nomos, quasi un altro codice  rispetto al nomos mosaico,  un sistema paradossale  teorico-pratico cristiano, da dare ai fedeli pagani e giudeo-cristiani, romani ed occidentali (modellato paradigmaticamente sul bios, mitico, di Abramo di Filone), basato sull’ esempio vivente di Jesous.
Noi propendiamo nella individuazione dell’evangelista Marco per quel Giovanni Marco  (Atti degli Apostoli, 12,12-25; 15,37), chiamato anche Giovanni (Ibidem,13,5-13) o Marco (15,39), conosciuto anche perché collaboratore di Paolo, da cui si separò (Ibidem, 15,36-39)  per qualche tempo, per, poi, esserne di nuovo compagno a Roma ( Paolo, Col.,4,10; Filemone,24,9  e 2 Tim. 4,11) e come discepolo di Pietro, da cui è trattato familiarmente , e filiarmente  (I Pietro, 5,13) .
Siamo  d’accordo con la tradizione di Eusebio, che, riprendendo Papia, vescovo di Ierapoli,  (Storia Eccl.,III,39,15)   dice che  fu interprete di Pietro e che scrisse con esattezza, ma senza ordine,  tutto ciò che ricordava  delle parole e delle azioni  del Signore.
Egli, secondo la testimonianza di Papia, non ci  ingannò  scrivendo  quanto ricordava  in relazione alla lezione  di Pietro, che insegnava, adattandosi  ai vari bisogni degli uditori,  e non si curava  di dare una composizione ordinata delle parole del signore (logia) .
Anche Ireneo  (Adversus Haereses, III.1,1)  e  Tertulliano (Adversus Marcionem, 4,5) e  Clemente Alessandrino (Strom., 1) riportano che  Marco scrisse come discepolo di Pietro.

Perciò Marco  sottende,professore,  da una parte, il pensiero petrino attualizzante, e da un’altra, quello paolino  presentandosi come genuino e popolare nell’ inizio di ogni periodo  con  Kai euthus ( e subito) , scrivendo per latini  a cui spiega il greco (non per nulla ci sono latinismi 12,42: la vedova gettò due lepta o estin ekodràntes/quadrante; e i soldati  condussero Gesù nel cortile; eso tes aules, o estin praitorion/pretorio 15,16) o servendosi dell’aramaico, sua lingua naturale , dopo averlo tradotto in greco. Il gar di Marco – con cui si chiude il suo testo inconcluso–  ripetuto, stucchevolmente , secondo il parlato aramaico asindetico, deittico e ripetitivo, palese nei Talmudim,  non solo ha valore di spiegazione dei fatti e dei detti al posto  di una congiunzione dichiarativa, ma ha funzione di rendere l’affermazione personale conclusiva e sentenziale?.

E’questo il metodo dell’evangelista.Yohanan  Marco, se è lui lo scrittore del tipo di  Shimon Pietro, Shaul Paolo,  Levi Matteo, Iosip Flavio, uomini di cultura mista, la cui convinzione apparentemente semplicistica è meditata  ed è data in relazione all’utenza, si avvale,comunque,  del contributo di uomini di mestiere, di grammatici e retori, scaltriti nell’ uso dei termini e quindi di un’area  letteraria flavia, connessa con quella dello storico (cfr.  Commento al I libro di Antichità Giudaiche, www.angelofilipponi.com).

Inoltre, Marco forse  è  il kolobodaktulos, cioè il  levita e sacerdote del tempio, che non volle servire e perciò si mutilò il pollice:  è un uomo di parte e, quindi, capace di compiere azioni estreme,  pur di salvaguardare il proprio pensiero e la propria fede; potrebbe essere un estremista,  come Origene,  che si autoevirò per essere tra i primi del Regno del Signore. Marco conosce quasi certamente La guerra giudaica di Giuseppe Flavio(VII,2,2) : non può essere un caso che ripeta leukous endiduske  khitoniskous kai porphuran  emperonesamenos  khlamida (si avvolse in tunichette bianche  e fermatovi sopra  un mantelletto di porpora): egli adatta, aggiusta e contamina la cattura di Gesù con quella di  Simone di Ghiora capo dei rivoluzionari insieme a Giovanni di Giscala. Marco conosce anche il gioco alessandrino di Karabas, descritto da Filone in In Flaccum  come parodia della regalità giudaica  da parte greco-romana.
Marco è per noi  acrimonioso nei confronti del confratelli giudaici aramaici,  dai quali forse diverge per la strategia militaristica  (12,10-11; 13 1-37; 14,57-72.) e perciò, dopo la distruzione del tempio ha possibilità di schierarsi in senso cristiano, libero dai giuramenti, e  perfino da quegli ellenisti,  specie alessandrini, che credevano solo nel vangelo di Giovanni Battista  e nel suo battesimo.

Matteo, professore, ha altra cultura ed altra impostazione, quella teologica, filoniana, con riflessione biblica, comune anche a Marco,  che è segnata  nel Vangelo greco, ma doveva essere stato diverso in quella sua scrittura aramaica dei logia, ricordati  di Papia  nell’opera  Esposizione dei discorsi del Signore  pubblicata nel 110 d.C. ( Eusebio St. Eccl. III,38,16),  da cui sorsero  poi i vangeli cristiani.?

Levi Matthaios, era, Marco, un altro ellenista, un ellenizzato, tachigrafo, pubblicano, telones, che scrisse  in dialetto ebraico-aramaico coordinando i logia (oracoli) del signore : ciascuno poi li interpretò  come poté.
Il termine  logia sia per Filone ( in Vita di Mosé -specie nel III libro- è ricorrente logion) che per gli Atti  (7,38 ) ha valore profetico mosaico e quindi connesso con la Torah, come oracolo legato alla legge di Mosè, non  esterno alla legge, non nuovo, ma come forse commento scritto alla presenza del rab- maran, rimasto così fino a dopo  il 70, in cui  Marco e Matteo stesso, in una nuova situazione storica, aggiungono elementi e fatti, in relazione alle parole che, comunque, cambiano di significato.
Il Kerugma matthaico, predicato per i  connazionali aramaici e poi  anche per i giudei  ellenisti (Ireneo, Adv. Haer, III,1,1;  Eusebio St.Eccl., III,24,6 , Clemente Alessandrino, Paedagogos, II,1,36 ) dopo  viaggi apostolici  in Ponto, Persia e forse India (dove Panteno alla fine del II secolo ritrovò i Logia originali) non è quello di Marco:  è un contenuto,  già predisposto in relazione alle lettere di Paolo e a tutto l’annuncio evangelico, secondo il canone, veterotestamentario, dei Settanta, già interpretato da Filone, secondo Sapienza e  profeti, e secondo  quello neotestamentario, esclusi Giovanni e  Giacomo.
Certamente i logia, nel testo matteano attuale, hanno grande rilievo e rivelano il Regno dei cieli  quello zelotico, originario, ma essi hanno ben sotteso il regno messianico, a cui ogni uomo è chiamato a partecipare, inteso poi come Regno di Dio, secondo interpretazione sovrumana e celeste, distinto dal Regnum romano: essi infatti occupano i tre quinti del bios, mentre  fatti e miracoli (2/5) fanno da contorno e a volte da spiegazione concreta  all’ anima, costituita dai discorsi (5-7; 10;13; 18;  23-25;9) infarciti di salmi, di  detti  sapienziali, di oracoli dei profeti e specie di Isaia, (53) al fine della dimostrazione della necessarietà del patire del Christos non più re, ma uomo  sofferente, agnello condotto al macello.
L’autore, chiaramente ebraico,  parla dei pubblicani, di farisei, e di tutte le caste sacerdotali, parla della casa ebraica, di città santa, di  luogo santo,  conosce usi, tradizioni, parole gergali e soprattutto collega la torah con la predicazione del Vangelo,  cioè, mentre annuncia la venuta del Messia,  figlio di David,  rileva le varie predizioni,  tramite la lettura dei profeti,  ne  mostra le ragioni per cui  giustamente Gesù  sia l’atteso,  anche se rifiutato dai confratelli.
Soprattutto i logia parlano espressamente di  Il Regno dei Cieli, intendendo, però, non il Malkuth ha shamaim, cancellato, come pensiero, dopo la distruzione del tempio, ma il regno messianico,  a cui ogni uomo deve partecipare,  ed  afferma la davidità del Messia , attraverso la Genealogia (I,2,16) dimostrando come il Christos compia le profezie, dando il via alla interpretazione  del cristianesimo, come  compimento e completamento dell’ebraismo,  creando le basi per il Nuovo Testamento come punto di arrivo del Vecchio testamento…
il logion matthaico  dell’ultima cena  e specie quello del sangue versato per molti  risulta un’aggiunta successiva quando al suo significato si dava l’idea di universalità in relazione al pensiero di  Paolo  che trasforma il calice dell’alleanza in un  calice  di nuova forma di alleanza (1 Cor. 11,25;  1 Corinti 10,16; col. 1,20; Ef.1,7 Rom.3,25 Ebr 5,13-20;10,19;12,14;13,12). D’altra parte il testo di Marco 14,24  (touto estin to aima  mou ths diathhkhs to ekkhuvvoimenon peri polloon –  ben connesso con Mt  26,26-29; Lc.22,15-20)  non ha  uper ton pantoon  per (a favore di)  tutti (pro omnibus) in quanto il sangue versato è per molti  (Pro multis) e per voi (pro vobis)   amici e discepoli.

Allora, professore, Gesù, che si sacrifica per i suoi,  al fine di evitare la distruzione della città assediata,  è un martus giudaico, come poi lo sarà Shimon bar Kokba  col suo rabbi Aqiva (cfr Martire giudaico, Temi?.

Certo.Anche Origene in Principi tende a dare l’idea di universalità al sacrificio di Gesù, martus. La sua consegna  ai Romani invece ebbe un altro valore  quello di risparmiare il saccheggio della città e quindi  di salvare il salvabile: specie i discepoli che, consegnandolo, si sarebbero potuti salvare…
Egli, infatti, usa le espressioni: tutto questo avvenne  affinché si adempisse ; così si adempì (1,22; 2.15; 2.17-23 ; 4.14 ed altrove): sua la colpa (o chi per lui rivide i suoi scritti, in seguito) di aver dimostrato la perfidia giudaica,  di quei confratelli che  osteggiarono il Cristo  non volendolo riconoscere  e nonostante i segni palesi,  lo perseguitarono e lo uccisero,  dopo averlo proclamato re.
Da qui non solo deriva l’endeicksis con la paradosis di Gesù ai romani, ma anche e soprattutto  la condanna ebraica alla reità della uccisione di un uomo-dio (27,25 Il popolo tutto quanto rispose: il sangue suo su di noi e sui nostri figli) e  quasi l’assoluzione a Pilato, che  si lava le mani  dicendosi innocente del sangue di questo giusto ed ammonendo il popolo Ve la vedrete voi! Insomma, Matteo ha la colpa della secolare ed ingiusta persecuzione cristiana agli ebrei e della assoluzione dell’impero romano: ha rovesciato la  storia, romanizzandola, grecizzandola, paganizzandola, da telones!

E Luca?,professore

Luca,  invece, scrisse il vangelo per i pagani convertiti, in Acaia e  Macedonia  col proposito di contrapporre per i fedeli greci,  la verità alle favole degli eretici,  (Ireneo, Adversus Haer., III,1,1; Tertulliano, Adversus Marcionem  IV,5 ;  Origene, In Lucam Hom.1 ; Eusebio, St. eccl. II,4,4-6). Tutti, più o meno, convengono nelle stesse  notizie, confermate anche dal Canone muratoniano e dal Prologo antimarcionita  ambedue del primo decennio della seconda metà del II secolo.

Luca,professore  fu siro antiocheno, un medico, compagno di Paolo, scrittore anche di Atti degli apostoli?.

Chiaramente il vangelo di Luca ha valore apologetico ed è paolino, come impostazione, in quanto ha cari i temi della giustificazione per fede e l’universalismo della salvezza (Cfr Qual è il sondergut di Luca e di Matteo ?).
Senza prendere in considerazione il vangelo di Giovanni ,che è di epoca gnostica, e quindi lontano dai tempi Flavi, noi consideriamo solo  le risultanze evangeliche sinottiche dei tre evangelisti, di cui abbiamo dato qualche indicazione.
Perciò abbiamo diviso le  risultanze  di un lungo lavoro di esame in a. storiche  e b. mitiche e poi  ne abbiamo dimostrato la storicità e la miticità in opposizione anche alle varie teorie e alla  formgeschichte e redaktiongeschichte . 

  1. Dai vangeli (Marco 14,15,16; Matteo 26,27,28, Luca “1 22,23,24) si hanno le seguenti risultanze circa la figura di Gesù, un individuo conosciuto come Messia (Christos), del quale si cela un episodio caratterizzante, il regno, sul quale gira tutta la narrazione di un viaggio a Gerusalemme dalla Galilea, di cui si parla e per cui si parla.. I sommi sacerdoti, gli scribi e gli anziani, due giorni prima della Pasqua  complottano contro Gesù al fine di prenderlo e di ucciderlo, dopo che ne hanno visto l’acclamazione regale da parte del popolo, la sua potenza, e la  manifestazione autoritaria nel tempio.

2.Essi  trovano un suo discepolo, un certo Giuda Iscariota, disposto a tradirlo (Matteo 26,14-16; Luca 22,3-6;e Marco 14.10.11).

3. Gesù fu arrestato nell’orto dei Getsemani, fu legato  e portato a casa dell’ex sommo sacerdote Anano, suocero dei Kaifas, sommo pontefice del momento.

  1. Egli ebbe un processo sommario da alcuni membri del sinedrio la sera stessa; rispose alla domanda: Tu sei il Christos, figlio del benedetto? : io sono, aggiungendo una frase del salmo 110 (Mc 14,62 Mt. 25,65 Lc 22,69) vedrete il figlio dell’uomo seduto alla destra della potenza e venire sulle nubi del cielo; gli inquisitori senza sentire altri testimoni, il mattino, lo giudicarono davanti al sinedrio riunito e poi, legato, lo consegnarono (paredokan) a Pilato, governatore di Giudea.
  2. Fu inquisito come re dei giudei da Pilato e fu beffeggiato dai soldati e poi condannato a morte e condotto alla crocifissione (insieme a molti dei suoi).
  3. Morì sulla croce di venerdì e fu sepolto in fretta e furia, comunque, con i dovuti onori funebri.
  4. Anche donne osservavano, da lontano, la crocifissione: Maria di Magdala, Maria madre di Gioseto e di Giacomo, e Salome.
  5. Il cadavere, regalato da Pilato a Giuseppe di Arimatea, euchemon bouleutes (un membro autorevole sinedriale), che ne aveva fatto richiesta, tratto già dalla croce, avvolto in un lenzuolo, fu deposto e messo in un sepolcro scavato nella roccia,  al cui ingresso fu fatto rotolare un masso. Dai vangeli (stessi passi) si hanno altre risultanze di tipo concettuale non fattuale, collegate con l’episodio taciuto e con l’impostazione generale, delle tre opere congiunte, come se fossero state scritte per cucire insieme i dati mancanti e per dare sostanza ad un pensiero e ad un culto, già affermato nel corso di due generazioni, dopo la crocifissione del Messia, la cui figura viene necessariamente modificata, nei nuovi contesti:

9 Il sepolcro, il giorno dopo il sabato, fu trovato vuoto.

  1. Gesù fu visto come risorto.
  2. I suoi discepoli ebbero la missione di predicare (Kerugma) la morte e resurrezione del maestro.
  3. Egli fu assunto in cielo e si sedette alla destra di Dio.

La comprensione del messaggio delle  prime otto risultanze, a distanza di secoli, non è facile, come sembra, perché i riferimenti sono vaghi, perché si parla di un malkuth  (basileia), già implicito in Meshiah (Christos) unto, cambiato da terreno a divino perché la generica paradosis (consegna) ed endeicsis (denuncia) di un giudeo, catturato e processato dal Sinedrio gerosolomitano, ad una autorità superiore, romana, che condanna  alla morte per crocifissione, uno reo di un crimen, risultano strane in un ambiente, dominato dallo zelotismo, in uno stato di belligeranza permanente per quasi duecento anni.

La persona incriminata e la natura del crimen cambiano in relazione al contesto storico: il Gesù crocifisso con la triplice iscrizione del crimen sopra la croce in  aramaico, greco e latino, è visto in modo diverso in quanto la lettura, all’epoca dei fatti, ha un altro valore, rispetto all’epoca della scrittura.

Ne consegue che la difficoltà è nel rilevare la precisa epoca dei fatti col crimen reale  e con la reale figura del protagonista della storia, separata da quella interpretativa successiva: il come vissero la vicenda gli spettatori è una cosa, un’altra come la narrarono i discepoli di chi vide, dopo che il tempo aveva portato altre sofferenze,  la distruzione e la fine del Tempio stesso e dopo che il patriottismo e l’integralismo erano stati vinti dalle armi romane e da Vespasiano e da Tito, che trionfarono sulla Ioudaea capta  e costruirono il loro stesso principato su questa impresa.

Questo lavoro di ricostruzione deve essere essenzialmente storico perché il personaggio è storico, come la sua impresa, necessariamente lasciata da coloro, che hanno scritto, perché documento storico, a cui, però, hanno dato una alonatura e una sacrosantità, differente, in relazione al culto e ai riti ormai esistenti in epoca flavia, nell’accettazione, ora necessaria, dell’auctoritas imperiale della nuova dinastia, che traeva proprio dall’impresa giudaica la sua fortuna.

Perciò, noi operiamo, dapprima, nella fase storica e poi cerchiamo di leggere i testi evangelici dopo aver capito la storia, come era stata celebrata nella tradizione giudaica, come toledoth, in relazione al contesto giudaico palestinese aramaico e a quello ellenistico greco, in un momento giulio-claudio, specifico del regno di Tiberio, riguardante il periodo 32-36, dilatato poi fino alla fine del Regno di  Giulio Erode Agrippa (agosto 44): infatti il lavoro è nella definizione dei fatti del crimen e della morte di Gesù, nella Pasqua del 36.

Tutto questo è da ritenersi parte integrante della storia ebraica  e quindi di una vicenda realmente accaduta nel 36 al momento dei fatti avvenuti, registrati  dalla toledot giudaica e da quella romana ed ellenistica (esemplare in tale senso è Flavio, storia giudaica,  IV,4 discorso di Anano e di Gesù di Gamala, fatto molti anni dopo,  – che mostrano  i sadducei che convincono il popolo, in un momento di grave crisi, a consegnare  gli zeloti, per salvare la comunità).

La comprensione del messaggio delle altre quattro risultanze è ancora più complessa perché alla morte accertata, dopo l‘episodio del buon ladrone, si fa seguire il ritrovamento del sepolcro vuoto dell’incontro di discepoli con un Gesù risorto, che  conferisce la missione di predicare la sua morte e  la sua resurrezione ad opera di Dio, prima di salire al cielo e  di assidersi alla destra del Padre.

Questa parte appartiene ad un’altra  tradizione, formatasi  al momento  della scrittura dei Vangeli, che noi già in altra sede abbiamo considerato scritti  tra il 74 e 94 fra le  due opere maggiori  di Giuseppe Flavio, Storia Giudaica ed Antichità Giudaiche (Cfr prefazione a Giudaismo e Romano e al I libro di Antichità giudaiche  www.angelofilipponi.com).

Queste altre notizie non sono dati storici ma aggiunte, interpretazioni, ricostruzioni tipiche di discepoli, che hanno mitizzato la storia della morte ed hanno apportato modifiche a figure esistite, trasformate ai fini di una maggiore credibilità del messaggio, in un nuovo contesto, a seguito di avvenimenti epocali, la distruzione del tempio e il trionfo flavio sulla Ioudaea capta.

I problemi, che ostacolano la comprensione di queste due  parti e dei loro complessi enunciati, da noi così schematicamente sintetizzati, riguardano in una prima fase di lettura delle prime risultanze, la figura dell’ inquisito e degli inquisitori giudaici, quella del governatore romano, il luogo e il tempo,  in cui avvenne la consegna, dopo la denuncia, da parte di ebrei, di un ebreo, chiamato Mashiah–Christos, a Pilato.

Se ricreiamo , Marco, la situazione reale, a partire dal punto situazionale dell’arresto di Gesù, dopo aver mostrato  precisamente la Pasqua di un determinato anno, forse la lettura dei fatti e dei personaggi coinvolti,  può essere più piana e facile.

Proviamoci , professore, io ascolto.

Da storici propendiamo- tu ben lo sai-  per la Pasqua del 36, come anno di morte di Jehoshua, e per gli avvenimenti di quell’anno seguiamo lo storico giudaico Giuseppe Flavio (cfr.Vita, opera e pensiero in I libro Antichità Giudaiche  www.angelofilipponi.com).

Secondo Flavio (Ant. Giud., XVIII, 90) Lucio Vitellio venne in Giudea, salì a Gerusalemme, dove si celebrava la  festa della Pasqua.

Vitellio fu ricevuto fastosamente (megaloprepoos) in modo magnifico: mai nessun governatore di Siria veniva accolto con onori a Gerusalemme, solo Augusto e  Vipsanio Agrippa avevano avuto onori da Erode il Grande, non dalla popolazione: Gerusalemme era vietata ad ogni occhio profano, il suolo sacro della città non doveva essere calpestato da piedi stranieri, da uomini non circoncisi, specie nell ‘area del tempio: su ogni porta minacciosa e solenne una iscrizione vietava l’ingresso nel vestibolo stesso: Medena allogene eisporeuesthai entòs tou peri to ieron truphaktou kai peribolu, os d’an lephthè, eauto aitios estai dià to ecsakolouthein thanaton/nessun straniero varchi la transenna di recinzione del tempio. Chi verrà preso, sarà responsabile per se stesso della morte, che ne seguirà.  Flavio St. Giud, VI,124 e Cfr. E.J. BICKERMAN, The Warning Inscription of Herod’s Temple, “ J.Q. R.” XXXVII,1946-7).

Qui, invece, veniva condotto in processione Lucio Vitellio, dopo che fu  scortato per oltre 30 stadi (mt. 5.550), con tutti gli onori come un vincitore, clemente: una simile accoglienza per un romano non c’era mai stata!

Megaloprepoos sottende l’idea di una folla festante che stende mantelli e rami di alberi, tagliati, per la via, e che canta salmi (cfr Mt., 21,1-9; Mc., 11,1-11; Lc.,19,29-38).

Vitellio ridusse del tutto le tasse dei prodotti agricoli a quelli, che abitavano intorno alla città e, soprattutto, concesse che fosse tenuta dai sacerdoti la stola e gli altri ornamenti sacerdotali, custoditi nella Torre Antonia, che era sopra il tempio.

Flavio è costretto a fare la storia della stola, ripartendo da Hircano II (che, poco prima del 63 a.C., aveva costruito una stanza per passare direttamente nel Tempio, già ornato, degli abiti sacerdotali),fino ad Erode.

Flavio aggiunge che nel frattempo Tiberio aveva ordinato a Vitellio di fare un trattato con Artabano, che aveva preso l’Armenia, e che lo aveva autorizzato ad avanzare ed osare di più, ma gli imponeva di non firmare il trattato, se non prima di aver ricevuto il figlio in ostaggio (Svetonio, Tiberio,4,1; Tacito Annales, VI,27; Flavio, Ant.Giud. XVIII, 88-126; Dione Cassio, St.Rom.,  LVIII,2).

Dalla notizia di Flavio si evince che Tiberio esige dal legatus una penetrazione offensiva al fine di imporre un trattato al re dei re, capo della federazione parthica.

E’ chiaro che l’imperatore vuole il ripristino dello status quo dopo aver spaventato il nemico con la potenza delle armi romane e che, dopo aver piegato Artabano, ci siano anche atti di formale omaggio all’auctoritas imperiale, da parte delle popolazioni limitrofe ciseufrasiche, che avevano tradito.

E’plausibile, dunque, ritenere che Vitellio doveva avere segni di filoromanità  da parte del sinedrio gerosolomitano, dominato dai sadducei  filoromani: la  consegna del messia è l’atto dovuto di filoromani che, come segno tangibile di pacificazione e di amnistia,  ebbero la  riconsegna della stola  con tutte le vesti sacerdotali, custodite nella torre Antonia, dove di nuovo veniva imposta una guarnigione romana di 600 uomini.

L’impresa di Vitellio aveva determinato l’entrata in Gerusalemme, che era stata  un’azione romana antiebraica per ripristinare l’ordine nella città santa, turbato precedentemente.

L’entrata in Gerusalemme, pacifica, festosa aveva prodotto un nuovo orientamento del sacerdozio sulla scia della politica di Erode il Grande, che aveva potenziato l’edificio di Hircano II, adibito come camera per il rivestimento del sommo sacerdote, in una torre di sorveglianza sovrastante il tempio, con guarnigione romana, che aveva in sua mano l ‘arredo sacerdotale.

Erode aveva fatto costruire la fortezza Antonia perché temeva il popolo e le sue sedizioni, come d’altra parte, i sacerdoti filoromani che, anche loro, avevano paura della sedizione popolare, specie in occasione delle feste, in cui a Gerusalemme convenivano da ogni parte dell’ecumene romano e da quello partico, famiglie giudaiche, zelanti di fede ed integraliste, miste ad altre moderate, che però, venivano coinvolte, accese e condizionate dalla presenza armata romana, proprio sopra al Tempio.

Non per nulla Flavio volendo spiegare il motivo della riconsegna della stola, mostra la funzione della torre Antonia, quella di prevenire che il popolo non  faccia stasis,( novitas secondo i latini), neoterismòs  per i greci.

Flavio insiste per spiegare che Vitellio dà ordine al phrourarchos (il comandante della fortezza phrourion) di non ingerirsi nelle questioni religiose  e quindi  sulle modalità di uso, sui tempi di  utilizzo della stola, sottendendo che c’è stato il ripristino del corpo di guardia, probabilmente ucciso e quindi assente  per un periodo: a noi sembra che un nuovo epitropos dà un nuovo mandato ad un nuovo comandante e quindi instaura un nuovo clima di collaborazione con il sommo sacerdozio.

Flavio parlando di cose  (fortezza) e di persone ormai non più esistenti,  a  persone che neanche sanno gli avvenimenti e neppure conoscono le tradizioni patrie, ormai finite, ha bisogno di precisare e di chiarire: per questo, da uomo di famiglia sacerdotale, fa la storia della stola e delle sue vicissitudini, convinto di fare la storia del sacerdozio giudaico e quindi dell’élite giudaica, scomparsa con la fine del tempio.

Nel tempo, sembra dire Flavio, in cui  Vitellio entra in Gerusalemme, Tiberio ordina di fare guerra ad Artabano:  de kai per noi diventano centrali per la nostra indagine. De kai hanno valore continuativo e quindi conclusivo, oppure esplicativo e rinforzativo se usati insieme per determinare un’idea precedentemente espressa o sottintesa, in forma ricapitolativa e, perciò, assumono significato di frattempoinoltre, infine, dunque.

Noi diamo valore di frattempo in quanto leggiamo che già Vitellio aveva  fatto qualcosa prima di quella azione in Gerusalemme, cioè il trattato sul ponte dell’Eufrate, conosciuto come  Zeugma (che è quasi un isolotto dove erano i piloni portanti centrali del ponte –gephura-), da noi datato nella seconda metà di marzo del 36, considerato anteriore alla sua entrata nella città santa, arresasi prima della Pasqua, tardiva quell’anno (metà aprile). E’ probabile che, mentre Vitellio era sull’Eufrate, un suo legatus, avendo circondato Gerusalemme, ne abbia chiesto la resa, ottenuta al momento dell’arrivo del governatore di Siria in città.

Noi, seguendo anche Tacito, che ricapitola quae duabus aestatibus gesta coniunxi (Annales,VI, 38.1) l’impresa di Lucio Vitellio (Ibidem, 31-38), riteniamo che lo storico voglia sintetizzare, da una parte, quanto fatto da Vitellio secondo il mandato di Tiberio, che gli aveva ordinato di fare guerra ad Artabano e  ad Areta e di ripristinare tutta quella zona in una volontà di  ristabilire lo status quo armeno, turbato da Monobazo e da Izate, alleati di Artabano, e di ripristinare l’ordine in Ioudaea turbato da anni.

Forse Tacito nel fare il riassunto dipende proprio dai Commentarii di Lucio Vitellio  che naturalmente sono scomparsi e di loro circola solo qualche notizia.

De kai, quindi, ha valore riassuntivo rispetto all’azione di conquista di Gerusalemme,  forse ultimo atto di un’operazione di repressione e di ripristinamento giudaico costituzionale: per noi, infatti, si tratta di una entrata da vincitore da parte del procuratore di Siria, dopo che il sinedrio ha accolto un ultimatum di resa, secondo l’aut aut romano o consegna del  capo della stasis (rivoluzione) o distruzione della città.

Per meglio entrare in merito all’assedio e alla resa di Gerusalemme ricordiamo l’exemplum di Antigono, a cui si rifanno gli evangelisti, che conoscono la storia giudaica e sanno come i romani puniscono chi si proclama re o chi è proclamato re dai parthi e quindi non ha il riconoscimento del senato e dell’imperatore romano.

L’episodio di Antigono, figlio di Aristobulo II, nominato re da Pacoro, figlio di Orode II re dei re della Partia, chiarisce il tradimento giudaico della pars aristocratica e la spietata esecuzione romana come prassi  nei confronti di un usurpatore, sorto da una sedizione.

Antigono nel 37 a.C.morì ad Antiochia, dopo che  era stato eletto maran dai parti, che lo avevano insediato a Gerusalemme, a seguito di una grandiosa spedizione di conquista di tutta l’area siriaca ed asiatica, assegnata ad Antonio, dopo il secondo triumvirato e poi, dal trattato di Brindisi (da Scodra, Illirico, fino all’Eufrate  cfr.  Appiano  Guerra civile, 5,65).

Tutta questa area era in subbuglio perché c’era stata la guerra civile tra i cesaricidi e i triumviri, che si era risolta con la vittoria di Filippi nel 42 (3-23 Ottobre): due grandi eserciti fratricidi rispettivamente di 17 legioni e di 19 legioni, per un complessivo di 200000 uomini, si erano affrontati con quattro comandanti prestigiosi, Cassio e Bruto da una parte ed Ottavio ed Antonio dall’altra.

La pacificazione, comunque, non c’era stata: infatti c’erano scontri tra gli uomini dei cesaridi in fuga, riuniti da Tito Quinto Labieno, che, inviato dal re dei parti a chiedere aiuto, lo aveva ottenuto tardivamente.

Orode II aveva ritenuto opportuno entrare in merito alla guerra fratricida, dopo  Filippi, persuaso da Labieno-meirakion euerethiston kai anoias pleres/ragazzo pieno di inventiva e di pazzia  (Strabone, XIV)-, ad invadere la regione asiatica e la Siria  perché ormai i romani si erano massacrati a vicenda: egli inviò suo figlio Pacoro, giovane filelleno, conosciuto per la sua praotes e per la dikaiousune,  alla conquista dell’ area siriaca e dando mandato a  Labieno di occupare la provincia asiatica in quanto  il sovrano rivendicava l’eredità seleucide ed ora approfittava della debolezza della repubblica romana dilacerata  da guerre intestine, ancora dopo la sconfitta dei Cesaricidi.

Infatti Sesto Pompeo si opponeva ai triumviri con successo in Occidente, essendo padrone del Mediterraneo e i parthi, già vincitori dei romani e di Crasso nel 53 a.C. a Carre, ora avevano, grazie anche al tradimento di Labieno, fondate ragioni di riconquistare tutta l’area orientale (cfr. Appiano,  Ibidem; Dione Cassio, St. Rom., XLVIII,39-41; e XLVIIII ,19-21;  Plutarco, Antonio, 35-36-37) ed  avevano fatto una grandiosa propaganda, attirando dalla propria parte i greci  ed anche i giudei  che, d’altra parte, erano per lingua aramaici come loro, presso cui, inoltre, era una numerosa colonia.

Pacoro, dunque, grazie all’aiuto del romano Labieno e del parto  Barzafane  (cfr. A FILIPPONI, Giudaismo romano, cit.) aveva condotto prigioniero Hircano II, sommo sacerdote ed etnarca della Giudea, asmoneo filoromano, a Babilonia e aveva dato la corona ad Antigono, che quindi fu riconosciuto  maran legittimo, in quanto asmoneo, ma era  illegittimo per i romani perché senza autorizzazione senatoria, perché  eletto dal popolo: i romani avevano come collaboratori e soci la classe sacerdotale e quella  aristocratica.

Labieno, dopo i primi successi su Decidio Saxa, si era proclamato Imperator particus, ma fu  ucciso da Ventidio Basso, che lo aveva vinto sul monte Tauro.

E  Pacoro, che era venuto in suo soccorso, fu sorpreso dalla tattica del legatus di Antonio, che  ripristinò l’ordine in tutta la zona orientale,  mandando in giro per le città la testa di Pacoro,  amato per il suo ellenismo (Dione Cassio, Ibidem 20;  Flavio Ant. Giud, XIV, 468-486), seguito anche da tutte le città asiatiche e siriache, considerato un liberatore dai popoli, soggetti ai romani.

Il senato romano aveva considerato Antigono re illegittimo  ed aveva eletto al suo posto re Erode, figlio di Antipatro, un epitropos idumeo (messo da Cesare come garante militare, protettore di  Hircano  II),  che era fuggito da Gerusalemme ed era andato da Cleopatra e, grazie a lei, era venuto a Roma,  a chiedere aiuto ed assistenza,  a seguito dell’impresa di Pacoro.

Il  Senato, grazie ad Antonio  e ad Ottaviano, ora riappacificati,  aveva non solo fatto re un privato, passando sopra i diritti legittimi della dinastia asmonea, ma aveva dato ad Erode il mandato di assalire Gerusalemme insieme a Sossio, legatus di Antonio: questi con imprecisate truppe di fanteria, con 6000 cavalieri ed auxilia (truppe ausiliarie provenienti dalla Siria) avevano assediato la capitale della Giudea, mentre già tutte le città dell’ Asia e della Siria si erano arrese a Ventidio Basso, a cui avevano tributato onori come delegato di Antonio, in attesa del triumviro e delle sue volontà (cfr. A. FILIPPONI, Giudaismo romano, cit).

I giudei, popolari, assediati, si difesero cercando di impedire il vettovagliamento ai nemici  e lottando con accanimento, ma  i romani, dopo aver disposto tre linee di terrapieni e portato le macchine  d’assedio, cominciarono a scavare sotterranei.

I Giudei, pur assediati, circondati da così grande esercito, angustiati dalla fame e dalla mancanza di necessario, in quanto correva proprio allora l’anno sabatico, pur fiduciosi in Dio, subirono la conquista della città: dapprima entrarono nelle mura 20 uomini  scelti, poi le centurie di Sossio: il primo muro fu preso dopo 40 giorni, il secondo in quindici,  alcuni portici intorno al tempio furono bruciati; poi, presa la Città bassa,  i giudei si erano ritirati nel recinto interno del tempio  e nella Città Alta.  Alla caduta della città ci fu una grande strage: furono scannati a mucchi sulle strade  nelle case e mentre cercavano rifugio nel tempio: non ci fu pietà né per bambini né per donne né per vecchi; allora Antigono, senza tener conto del suo antico stato  né del presente, discese dalla torre Baris  e si gettò ai piedi di Sossio,  che lo schernì e lo chiamò Antigona  e poi  lo tenne  prigioniero.

Erode al vedere il saccheggio, preoccupato perché i romani volevano entrare nel tempio per dare uno sguardo al tempio e alle cose sacre, ma in effetti per depredarlo, supplicò, pregò i capi romani di non fare una simile azione empia  e costrinse gli altri con le armi e con le minacce ad allontanarsi dall’area sacra.

Fece poi capire a Sossio che se i romani avessero svuotato la città della sua ricchezza e dei suoi uomini, lo avrebbero lasciato re di un deserto e che egli avrebbe considerato anche la sovranità di tutta l’ecumene una ben misera ricompensa di fronte all’ eccidio di tanti  cittadini.

Sossio, da romano avido, volle che Erode pagasse di persona, allora, il mancato saccheggio della città: Erode accettò  e pagò di borsa sua,  diede splendidi regali ai soldati, fece doni ancora più grandi agli ufficiali e al comandante regali grandiosi .

La città era stata presa 27 anni dopo il 63,  anno della prima profanazione romana ad opera di Pompeo, sotto il consolato di Marco Agrippa e di Caninio Gallo,  nella 185 Olipiade, nel 37 a.C.

Anche la morte di Antigono ha qualcosa in comune con quella di Christos: Antigono fu portato ad Antiochia, capitale della prefettura di Siria. Erode, temendo che Antigono potesse giustamente rivendicare davanti al senato la sua dignità regale, essendo l’ultimo asmoneo, legittimo re,  seppure riconosciuto solo dai parthi,  pagò Antonio perché lo uccidesse e cosi fu fatto finire dopo 126 anni il potere degli Asmonei. Antonio pensava di tenerlo fino al suo trionfo, ma quando capì che la nazione giudaica, era dominata dal popolo, che era favorevole ad Antigono e non ad Erode, decise di ucciderlo, facendogli tagliare la testa, non conoscendo altro mezzo per tenere buoni gli ebrei.

La notizia è confermata da Strabone, che mostra l’attaccamento della nazione ad Antigono e la volontà di mantenerlo nello stato regale  e di non considerare affatto Erode,  neanche a costo di fustigazioni (Flavio,  Ant. Giud., XV,I,1-8).

Lo stesso storico in Storia Giudaica aggiunge che mai un re fu  trattato così dai romani (I,18,2), cosa confermata da Plutarco (Antonio, 36,4 ) e da Dione Cassio (St.Rom, XLIX,22,6) che parla di uccisione, dopo che fu legato ad un palo e flagellato pubblicamente (emastigosen  stauro prosdesas ), e riferisce quasi le stesse parole dello storico giudaico (o medeis  Basileus upo ton Romaion  epeponthei ibidem 8).

Grazie, professore, per avermi ricordato questi avvenimenti.

Marco, Abbiamo voluto ricordare questo antecedente perché ci sembra  che gli evangelisti lo abbiamo tenuto presente all’atto della scrittura e perché tutto era iniziato dall’invasione dell ‘Armenia  ad opera dei Parti.

Dopo la vicenda di Pacoro le popolazioni dell’Armenia  erano  state risucchiate nell’impero romano ed avevano avuto una certa stabilità grazie all’intervento di eserciti romani, che avevano  voluto e protetto la dinastia regnante degli Artassidi.

Già con Tigrane III,  figlio di Artavaside/Artavaste  II (fatto prigioniero da Antonio  e giustiziato ad Alessandria d’Egitto dalla regina Cleopatra nel 30) era cominciata una fase nuova di sudditanza ( Cfr. A.Filipponi, Giudaismo romano, cit.).

Il re venne portato a Roma dall’Egitto e crebbe sotto la protezione di Augusto.

La dinastia degli Artassidi  fu testimone di  una altalena di vicende, di influenze, di ingerenze straniere ora da parte romana ora parthica: Artavaste II era stato emblema di questo continuo conflitto di interessi ed era rimasto sempre in bilico tra l’alleanza con Romani e con Parti, dovendo fare una politica camaleontica tanto da subirne tragiche conseguenze ad opera dei romani.

Tigrane III era al centro tra due partiti, quello filoromano e quello filopartico e a seconda del prevalere di uno si aveva l’ingerenza ora dell’impero romano ora di quello parthico.

L’incoronazione di suo fratello Artaxias II fu il frutto dell’ingerenza dei Parthi sul trono di Armenia e della vittoria del partito filoparthico  che subito fu ribaltata da quella romana che lo elesse  re  d’Armenia, dopo l’uccisione del fratello.

Ottaviano in questa precisa fase del conflitto fra Romani e Parthi, per il controllo dell’Armenia,  pensò di risolvere l’instabilità del regno insediando un sovrano legittimo locale, che, però, fosse fedele al volere di Roma, ritenendo Tigrane,  un candidato di rilievo,  perché  cresciuto a Roma.

Ottaviano incaricò Tiberio, di insediare Tigrane IV, nel 20 av. C., dopo una sommossa locale.

La politica augustea , che  favoriva  i sovrani legittimi, non diede al regno alcuna stabilità: dopo Tigrane III anche  suo figlio Tigrane IV e sua sorella Erato non ebbero fortuna.

A seguito di relazioni coi Parti il regno di Tigrane IV segnò il fallimento della politica romana di stabilizzare e garantire il proprio potere in Armenia tramite la protezione di una dinastia legittima .

Il fallimento era dovuto parzialmente alle continue ingerenze, dirette e indirette, dei Parti, rivali di Roma, che contendevano al dominatore romano il controllo dell’Armenia e del suo territorio.

Esso segnò anche, con  la fine della dinastia degli Artassidi sul trono del regno d’Armenia, la fine stessa del protettorato di Roma, interessata a contrapporsi all’impero parthico, impegnato a difendersi dall’espansionismo romano.

destituire suo fratello Tigrane III, per porre sul trono un cugino di Tigrane, col nome di Artavaste III.

Erato e Tigrane IV, favoriti da Fraate III, sobillarono i nobili ed il popolo armeno contro il nuovo sovrano, insediandosi nuovamente sul trono per un brevissimo periodo (dal 2 a.C. all’1 a.C.): Augusto, allora, dopo aver fatto il I trattato di Zeugma, con Gaio  Cesare  insediò sul trono un nobile di origine Meda di nome Ariobarzane di Atropatene, e alla morte del  nuovo sovrano dopo breve tempo, come suo successore venne eletto suo figlio, con il nome di Artavaste  IV.

Questo, essendo straniero, non fu ben  accolto dalla nobiltà armena che  ordì una congiura e dopo breve tempo uccise il giovane.

Ad Augusto non restò che abbandonare la tattica di insediare una nuova dinastia, non autoctona, e fece eleggere nuovo sovrano d’Armenia un presunto discendente della dinastia legittima Artasside, con il nome di Tigrane V.

L’equilibrio, peraltro mai stabile, con la nobiltà armena, era ormai spezzato ed una nuova sommossa permise ad Erato di tornare al trono come legittima erede della dinastia nazionale Artasside nell’ 11 d.C. per breve tempo, fino al 12.

Ci fu però una nuova sommossa, nazionalistica, per cui Erato perse il trono, allora Roma  decise, in nome di una politica nuova di  alleanza  tra  Romani e Parti, per cui si concordò   di affidare il regno d’Armenia a Vonone I, figlio del sovrano di Parthia, secondo le norme stabilite nel trattato di Zeugma, firmato da Fraate e da Gaio Giulio Cesare, figlio di Agrippa, erede al trono di Augusto.

Alla morte di Orode III, Vonone fu eletto re di Parthia ma a lui fu opposto dalla  aristocrazia parthica (che rifiutava un re romanizzato, vissuto a Roma, con costumi ellenistici) Artabano, un principe arsacide di parte materna, che conquistò il potere nel 10 d.C.,  dopo una guerra civile.

Vonone  andò in esilio  in Siria nel 12 d.C.,  col suo tesoro, e, protetto dai romani visse come un sovrano  finché, pur essendo sotto la protezione di  Gneo Calpurnio Pisone,  non fu ucciso.

L’impero romano fu per oltre un secolo impelagato, dunque,  nella soluzione del problema armeno, in quanto la zona era altamente strategica, punto di passaggio e di confluenza, che metteva in comunicazione due mari e che bloccava le migrazioni delle popolazioni barbare e semibarbare delle steppe (iberi, albani, alani, sarmati, sciti, saci).

Anche  Artabano  aveva lo stesso problema che era stato  proprio del regno parthico  e che aveva necessità di controllo di quella regione dominata dagli artassidi.

Si era, perciò, stabilito forse nel trattato di Zeugma (Velleio Patercolo, Storia, II, 94)  per una tacita convenzione, sulla base dello status quo del momento,  che l’Armenia Maior  fosse parthica, appannaggio del principe ereditario del re dei Parti, mentre l’Armenia Minor fosse romana.

Tiberio all’inizio del suo impero, aveva cercato di stabilizzare la zona, dando un  potere speciale  (cfr Velleio Patercolo, Storia, II, 94,4),  a Germanico, fatto tornare dalla Germania, dopo avergli tributato il trionfo, per risolvere definitivamente il problema armeno, ora di nuovo insoluto per le mire di Artabano.

La possibilità di insediare sul trono d’Armenia Zenone, figlio di  Polemone del Ponto uno dei sovrani più fedeli di Roma, sembrò una soluzione perfetta.

Tiberio e Germanico  credettero di aver trovato una soluzione  formando una nuova dinastia, che avrebbe potuto garantire la presenza di un re, capace di reggere uno dei punti cardini dell’Oriente.

Come  Vonone, che si trovava in esilio, Zenone di Ponto, cioè  Artaxias III, era un giovane cresciuto in modo ellenistico,  amava i modi tipici della cultura  romana (caccia, libagioni, lusso) e perciò era divenuto  popolare in Armenia  ed era stato accettato anche dal re dei Parthi, vincolato dal trattato con il legatus di Tiberio.

Germanico  incoronò personalmente il giovane Zenone nel 18 d.C.  nella capitale Artashat, acclamato dal popolo armeno.

L’elezione di Artaxias III fu anche il frutto di un preciso accordo tra Germanico ed i parthi.

Germanico aveva concordato con Artabano che i  Parti non avrebbero più dovuto interferire con la politica interna del regno d’Armenia, se  veniva  esiliato  Vonone I.

I due accettarono  il patto e Germanico  inviò in esilio Vonone, nemico di Artabano, in Cilicia, presso  Silano Cretico (parente dello stesso dux),  dove morì nel tentativo di fuggire.

Sotto il regno di Artaxias III l’Armenia visse finalmente un periodo di prosperità e di stabilità per ben 16 anni, ovvero fino alla sua morte nell’anno 34 d.C..

Morto Artaxias,  Artabano, rotti gli accordi  stipulati con Germanico, impose sul trono d’Armenia Arsace, suo primogenito  portando a termine il suo disegno di destabilizzazione romana, iniziato dopo le incursioni di Monobazo di Adiabene in territori armeni, sotto pressioni del Gran Re.

Artabano  si era interessato all’ Armenia e ai  problemi della Palestina,  subito  dopo la morte di Germanico, quando  aveva favorito l’elemento zelotico contro i romani e contro  Erode Antipa e Filippo, tetrarchi filoromani, finanziando i gruppi eversivi e organizzandoli  anche grazie alla politica di fratellanza giudaica: l’impero parto aveva una grande colonia giudaica e nella confederazione parthica c’erano re giudaici come Monobazo ed Izate e capi giudaici di grande valore come Asineo ed Anileo.

Artabano, perciò, aveva favorito la rivolta antiromana,  secondo Tacito: egli aveva destabilizzato l’impero romano nell’area siriaca e  in Armenia, dopo la morte di Artaxias II, ed aveva rivendicato perfino  il tesoro di Vonone (Annales, VI,31).

Professore mi trovo in difficoltà . mi può precisare?

Per capire ,Marco, il pensiero di Tacito, bisogna integrarlo con quello Velleio Patercolo, di Flavio e di Svetonio, oltre che  con  Dione Cassio, dai quali possiamo comprendere che  le  4 legioni, di stanza al confine, erano tenute  in scacco da  Arsace, figlio di Artabano, che aveva preso il potere in Armenia,  dopo  avere riunito la Minore con la Maggiore, favorito da Monobazo  re di Adiabene, iniziando in effetti le ostilità con Roma.

Il problema armeno era diventato difficile, ma, solo dopo la morte di Artaxia III, nel 34 d.C.  si complicò  ulteriormente  perché i tentativi romani di stabilizzazione  erano  falliti  a causa  delle ingerenze parthiche.

Il problema era stato sempre difficile  fin dagli inizi quando i romani si scontrarono con Tigrane I alleato di Mitridate.

Le due regioni armene  avevano avuto un regno unitario grazie a Tigrane I,  ma con l’arrivo degli eserciti di Lucullo nel 68 a.C. e poi di quello di  Pompeo nel 66 a.C. l’Armenia era  stata suddivisa  nel corso della guerra mitridatica, in cui Roma aveva affermato la superiorità delle sue armi, già chiara dal periodo sillano.

L’Armenia maior e minor  erano due regioni Causasiche: la prima ad ovest dell’ Eufrate  era delimitata a nord dalle catene parthiche e a sud dal Tauro armeno  e andava dall’Azerbaijian ad est  fino al litorale  sud-occidentale del Caspio (Mare Hircano) , la seconda ad est dell’Eufrate, giungeva fino al Caucaso  era popolata da grandi città greche (Nicopoli, Sebastia) e da genti armene della regione Hamshen.

Tutta la regione  nel suo insieme aveva grande importanza strategica,  essendo posta tra i due mari  e  facendo da cuscinetto  tra le  popolazioni  nordiche barbariche degli Alani, Sarmati, Iberi  Albani e  Sciti e i due imperi (quello romano e quello parthico), che si congiungevano alla base della regione armena.

Questi, ambedue, aspiravano al suo controllo non solo per ripararsi dalle incursioni barbariche ma anche per ulteriori conquiste  territoriali:  l’impero parthico   con la conquista dell’Armenia, dopo la morte di Germanico, svincolato da ogni trattato con Tiberio, si  salvaguardava dalle incursioni  barbariche e si proteggeva anche dall’ impero romano.

Questo, invece, senza l’Armenia era a contatto diretto con l’impero parthico e con le popolazioni scitiche,  di cui temeva le penetrazioni in Siria e in Asia,  anche se  aveva ottenuto il controllo del Mar d’Azov, grazie ai trattati col Regno  del Bosforo cimmerico.

Ora, Artabano, dal 25 d.C., aveva avuto come interlocutore un ministro di Tiberio, quel Seiano che aveva fatto la politica Orientale e poi  il suo sostituto Macrone  e Tiberio sembrava disinteressarsi di tutta quella ampia regione e delle sue ripercussioni, specie nel 33-4, anno della morte del Governatore di Siria  Pomponio Flacco.

Perciò Artabano  nel periodo 31-36 cercò di destabilizzare ulteriormente  l’impero romano, favorendo una politica filogiudaica e mettendo in subbuglio il giudaismo, in quanto a Seleucia aveva imposto Asineo ed Anileo due giudei (Ant. Giud., XVIII, 310-379) contro la stessa nobiltà persiana, e aveva inoltre, invaso anche  l’Armenia Minore.

Quando Artabano si era divisa l’Armenia minore con Monobazo di Adiabene, Tiberio  non ebbe neppure una reazione, a detta di Svetonio, che parla dal lato militare diretto: l’imperatore, non potendo inviare un consolare, specie dopo la morte del governatore di Siria, in effetti, diplomaticamente, aveva agito in quanto gli aveva contrapposto per la riconquista della regione, Mitridate re degli Iberi, dopo averlo riconciliato con Farasmane suo fratello.

E nel frattempo Artabano diede forze necessarie per la riconquista ad Orode, altro figlio,  che doveva impedire il collegamento degli avversari e impedire la loro avanzata entro il territorio  parthico.

Tiberio favorì  il collegamento di Farasmane con gli Albani e con i Sarmati  e con il loro aiuto  attaccò gli armeni, impedendo il congiungimento con le forze parthiche, il cui arrivo fu  rallentato anche dalla stagione estiva e dalle inondazioni causate dai venti etesi (Ibidem, 33). 

Ne derivò che Farasmane, appoggiato da ausiliari, provocava a battaglia Orode, privo di alleati,  quelli inviati in ritardo da suo fratello Arsace; e poiché questi cercava di evitarlo, lo molestava, minacciava con la cavalleria il suo campo, disturbava i  foreggiatori e spesso lo accerchiava  con postazioni armate,  assediandolo, finché i Parthi non avvezzi a tollerare provocazioni, si strinsero intorno al principe, invocando il combattimento. Tutta la loro forza era nella cavalleria; Farasmane, invece, aveva anche valide fanterie …Ci fu uno scontro tra albani ed iberi  e Farasmane da una parte e Orode e i parthi dall’altra; ci fu perfino un duello tra i due capi: Artabano avrebbe voluto punire Farasmane e si accingeva a farlo, ma Vitellio, raccolte le sue legioni,  fece spargere la voce che anche lui avrebbe invaso la Mesopotamia.

Artabano temendo una guerra con i romani, avendo ostili i popoli della sua confederazione ed essendo insicuro nella sua stessa corte,  in quanto Sinnace trascinò alla rivolta anche suo padre Abdagese ed altri, che maturavano quel disegno in segreto e che i continui disastri avevano incoraggiato all’azione (Ibidem 36,2), pensò bene di fare il trattato con Tiberio.

Egli, secondo Flavio, accortosi che molti parenti ed amici erano stati corrotti da Vitellio ed attentavano alla sua vita  e convinto che la congiura sarebbe riuscita  perché il numero di traditori aumentava,  fuggì verso le satrapie superiori (Ant. Giud., XVIII, 99-100).

I romani avevano tentato di sostituire lo stesso Artabano con un re della stirpe di Fraate su richiesta della nobiltà medo-persiana detentrice del potere interno: Tiberio, ora libero nella sua azione,  grazie alla risoluzione del problema dinastico e,  dopo la  fine  dei processi di lesa maestà  contro i seianei,  ordinava a Lucio Vitellio (padre del futuro imperatore) di ripristinare l’autorità romana sull’area.

Su questo trattato c’è incertezza sia sull’anno che sul rappresentante partho: da Tacito sembra che Vitellio abbia avuto rapporto diretto con Tiridate, non con Artabano; gli altri storici invece parlano di un incontro a Zeugma del legatus con Artabano stesso.

Flavio, Ant Giud., XVIII, 97-98 spiega che alle offerte di denaro di Tiberio ai re degli Iberi e degli Albani per indurli a muovere guerra ad Artabano, questi diedero agli alani (altri popoli caucasici) il libero transito  per le loro  terre  aprendo le porte  del Caspio…Così l’Armenia fu di nuovo tolta ai parthi e nel loro paese si estese la guerra:  morì la migliore nobiltà e tutte le loro cose si rovesciarono; il figlio del re cadde ucciso con molte decine di migliaia  di uomini…

Il trattato per Tacito,  comunque, fu fatto: Vitellio condusse il nerbo delle truppe   e delle forze ausiliarie all’Eufrate, fece dei sacrifici  come anche Tiridate (sacrificò un cavallo)… si costruì un ponte di barche e si fece passare l’esercito  dei parti: c’erano anche Ornospade, che era stato (haud inglorius auxiliator, Annales, VI, 37,3) aiutante  di Tiberio, da cui aveva  avuto la cittadinanza romana  nella guerra dalmatica  (Svetonio, Tiberio,9) , Sinnace e Abdagese.

Vitellio impose il trattato, secondo Tacito, mostrando la superiorità delle armi romane  ed ammonì  Tiridate e i capi a non dimenticare di aver avuto come avo Fraate e di essere stato allevato da Cesare, duplice titolo di gloria per lui; ammonì gli altri a non tralasciare l’ossequio verso il re, il rispetto verso di noi, l’onore personale e la fedeltà alla parola data (Vitellius ostentasse romana arma satis ratus monet Tiridaten promoresque, hunc Phraatis avi et altoris Caesaris quae utrubique pulchra memenerit, illos, obsequium in regem, reverentiam in nos, decus quisque suum et fidem retinerent -Ibidem, 37,4-).

Giuseppe Flavio (Ant. Giud.XVIII,101-3) parla, invece, di Vitellio e di Artabano che si incontrano:  Vitellio ed Artabano si incontrarono sull’Eufrate., Si gettò un ponte sul fiume  ed Artabano e Vitellio si incontrarono al centro,  ognuno con la sua guardia del corpo.  Giunti al termine degli accordi, il tetrarca Erode diede una festa  sotto la tenda, fatta innalzata da lui in mezzo al ponte con grande spesa, Artabano inviò suo figlio Dario  a Tiberio, come ostaggio, e con lui molto doni, tra cui un uomo alto sette cubiti, di stirpe giudea, di nome Eleazar, il quale per la eccezionale statura era detto Gigante. Sistemati questi affari, Vitellio tornò ad Antiochia ed Artabano a Babilonia. 

La campagna, dunque, condotta brillantemente da Vitellio, si concluse con un completo successo, ben valutato anche da Tacito, che, poi, da un giudizio negativo sulla sua successiva vita da cortigiano nel periodo di Caligola e di Claudio.

Artabano, di nuovo, fu attaccato dai suoi nemici di corte, fu abbandonato dai suoi sostenitori, e dovette fuggire ad Oriente.

Dobbiamo pensare che la situazione parta fu per qualche mese incerta e caotica per la presenza di due sovrani, ma la situazione si precisò ben presto.

Tiridate, una volta preso possesso del regno, non potè rimanervi a lungo, a causa della rivalità con i nobili, per la sua sudditanza a Roma.

Infatti egli non piacque né a Tiberio né ai suoi alleati persiani: si era attirato l’inimicizia non solo di Tiberio, ma anche di Sinnace e di Abdo (Flavio, Ibidem).

Egli, d’altra parte, era un romanizzato come già Fraate,  inviato da Tiberio e morto  prima ancora di prendere il regno, odiato dai nazionalisti, che favorirono Artabano che ebbe così modo di riappropriarsi del suo regno, valendosi dell’aiuto di un esercito, composto essenzialmente di uomini della tribù dei Dahan, ottenendo l’approvazione dei Parthi.

Flavio, probabilmente, segue questa tesi che cioè i parthi lo accolsero dopo i primi contatti tra Vitellio e Tiridate che fece un pretrattato in cui il Legatus  considerava il romanizzato come un sovrano semindipendente e perciò lo cacciarono e richiamarono Artabano per un  foedus  aequum tra due stati  di pari grado.

La  posizione di Artabano  nei confronti di Roma rimaneva, comunque, estremamente precaria, in quanto sebbene non avesse inizialmente incontrato resistenza dalla parte avversa  (essendo Tiridate fuggito in Siria), non era, comunque, in grado di intraprendere con successo una campagna contro Vitellio, dopo l’invasione degli Iberi e delle altre popolazioni barbariche e la perdita della Armenia.

Perciò Artabano  concluse quindi, di lì a poco (nel 36) il trattato di Zeugma , nel quale rinunciava alle sue mire espansionistiche, avendo un peso internazionale diverso rispetto a Tiridate,  re fantoccio.

Poco dopo, tuttavia venne deposto nuovamente, in quanto la nobiltà  non aveva accettato il trattato in cui la supremazia romana era di nuovo imposta e fu  proclamato re un certo Cinnamo.

Artabano si rifugiò presso un suo vassallo, il re dell’Abiadene,  Izate (Ant Giud, XX,54) grazie al quale ritornò definitivamente al potere   facendo amnistia anche allo stesso usurpatore, che gli si era arreso spontaneamente  e regnò fino alla morte ancora per quasi due anni fino al 40 d.C..

Professore ora  capisco perché nessuno ha affrontato questo problema. E’ veramente complesso e difficile inserire la consegna di Gesù  ai Romani!

Questi fatti , Marco, sono letti da Flavio  in modo disordinato e  confuso, come abbiamo rilevato in Giudaismo romano (Cfr. A. GARZETTI, La data dell’incontro all’Eufrate di Artabano III e Lucio Vitellio legato di Siria, in Studi in “ onore di Calderini e R .Paribeni” Vol. I 1956 pp 211-229) specie per quanto riguarda le congiure interne  al regno di Parthia.

La relazione dell ‘impresa di Vitellio  fu fatta e  dal procuratore  di Siria e da Erode Antipa, che come tetrarca, alleato,  aveva seguito il governatore fino all’Eufrate, come abbiamo visto.

Non sappiamo vedere la funzione di Erode Antipa accanto all’esercito e al governatore di Siria: probabilmente si era mosso per la morte contemporanea di Artaxias III  e di suo fratello Filippo, tetrarca dell’ex regno di Lisania, forse partendo dalla roccaforte di Macheronte o di Masada.

Il tetrarca della Galilea e Perea non doveva essere solido nel suo regno  in una terra in cui era stato proclamato il Malkuth ha shemaim subito dopo la presa dell’Armenia da parte di Artabano, prima dell’arrivo di Vitellio, che dovrebbe essere arrivato a Cesarea marittima, non prima dell’ estate del 35.

Gesù era Galileo ed Erode poteva essere stato allontanato dalla capitale Tiberiade da un’ insurrezione popolare: Il regno dei Cieli avrebbe potuto comportare anche un rivoluzione in Galilea, da  cui  il messia era partito  per la conquista di Gerusalemme: il tetrarca si era salvato, dopo l’eccidio della guarnigione di Cafarnao, e si era  rifugiato in una delle roccaforti erodiane, come aveva fatto Pilato stesso, che si era arroccato a Cesarea Marittima, dopo la presa probabile della torre Antonia e la strage della guarnigione romana.

Erode Antipa con le legioni romane aveva fatto il viaggio fino all’Eufrate, lungo  oltre 500 km, portando un suo esercito, insieme a quello di altri reguli,  al fine di imporsi nell’ex tetrarchia di Lisania o per sé  o per la vedova Salome sua figliastra e pronipote, sposata da suo fratello Filippo, poco prima di morire, oltre che per ripristinare l’ordine in Armenia e in tutta la zona.

Inoltre Erode Antipa, che conosceva il doppio mandato di Vitellio e contro  il re di parti e contro Areta IV, pensava forse di potersi vendicare di quest’ultimo con cui aveva  questioni di confine e per  problemi a seguito del suo  ripudio dell’ ex moglie Dasha, figlia del nabateo, la cui dote traconita  doveva essere riconquistata.

In questo contesto storico e politico il messaggio di Il regno dei cieli è vicino è  vincente in terra giudaica e a Gerusalemme tra il 32  e il 36: i giudei partici e quelli palestinesi già collegati ora hanno anche l’appoggio dei moderati ellenisti, che pur  convivono con i greci e col sistema imperiale romano  e ne traggono notevoli benefici commerciali. L’avvento del Regno dei cieli e la consacrazione del Messia uniscono il mondo ebraico, anche quello diasporico: l’anima giudaica rimane indelebilmente giudaica sempre, perché è spirituale.

In ogni parte del mondo si trovi il giudeo, guarda a Gerusalemme specie nel momento della realizzazione delle profezie messianiche.

Pilato, prefetto  di Ioudaea (Giudea, Samaria e Idumea) e il tetrarca di Galilea e Perea e quello di Iturea avevano sempre temuto l’ingerenza militare di Artabano, ma in quel tempo messianico tutto l’assetto romano è naufragato.

Professore,in una tale situazione  come si comportò Pilato?

Pilato (governatore dal 26 d.C) era stato sempre un perfetto prefetto, inviato da Seiano,  probabilmente contrario al partito  giulio (di Agrippina e di Caligola) a volte perfino era andato oltre il mandato tiberiano ed era stato inflessibile e duro contro i Giudei, coadiuvato da Erode Antipa, ma la sua azione più dura e repressiva, la fece contro i samaritani, poco prima della Pasqua del 36.

Noi riteniamo che a Pilato era sfuggita del tutto la situazione dopo il 32, la Pasqua, in cui Gesù si proclamò maran, e costrinse il prefetto a rinchiudersi a Cesarea e ad abbandonare al suo destino la torre Antonia,  come già aveva fatto Erode Antipa con la guarnigione di Cafarnao:  Gesù dovette tenere solo la Giudea e forse anche porzioni  della Galilea e il controllo parziale  della Perea,  ma la Samaria era rimasta sotto i romani,  perché dall ‘epoca di Erode, Sebaste, la città capoluogo della regione, era stata sempre filoromana, ma, in quei cinque anni  di  potere regale di Gesù, forse i samaritani si volevano riunire ai Giudei, favoriti da una politica unitaria messianica e  perciò, furono sorpresi da Pilato, che ne fece  una carneficina a Tirathana.

La situazione, dunque, in Palestina tra il 32 e 35 doveva essere caotica: l’inerzia di Tiberio  era mal valutata da tutti i greci di quell’area  e la ribellione della Giudea era diventata un focolaio per tutti gli altri che aspiravano ad  avere l’indipendenza, ma la presenza degli eserciti romani, seppure senza capi e senza mandati ufficiali,  impedivano la riunione delle singole parti:  era aumentato il caos dopo la morte di Filippo e  quella di Artaxias e di Pomponio Flacco,   per la maggiore congiunzione di forze tra Artabano III ed Areta IV, i nemici di Tiberio.

La venuta di Vitellio in Giudea, quindi, fa pensare ad un ristabilimento dell’ordine e ad una ristrutturazione della politica precedente: insomma Tiberio aveva deciso di ripristinare l’ordine nella provincia di Siria e nella sottoprovincia di Ioudaea e di punire la politica di ingerenza di Artabano e quella di Areta IV di Petra.

La classe  sommosacerdotale sadducea, gli erodiani e gli scribi sono filoromani e quindi gestiscono il potere  e la ricchezza del tempio, avendo la maggioranza nel sinedrio; all’arrivo di Vitellio sia che venisse da Nord o da Sud, con le truppe congiunte di Pilato o con quelle  Siriache  il  malkuth del maran illegittimo è finito, e la ribellione interna  sadducea determina la fine, che si verifica all’atto dell’ultimatum romano, sotto le mura di Gerusalemme, assediata.

Giuseppe Flavio ci descrive l’assedio di Gerusalemme nel quinto libro di Storia Giudaica  e le sue notizie collimano con quelle di Tacito (Hist.,V,12,3); da queste possiamo comprendere la preoccupazione da parte degli giudei assediati, convinti dell’impossibilità di sfuggire alla punizione romana.

Nella primavera, prima  della Pasqua, dunque, del 36 la città si arrende e consegna il suo maran  ai romani: era la soluzione migliore in quella situazione ormai favorevole ai romani in tutta l’area armena, siriaca e palestinese.

Tutte queste notizie ci spostano in un altro orizzonte, utile ai fini della nostra indagine e ci aiutano a  meglio capire il motivo di una accoglienza ad un nemico, così festosa.

Noi riteniamo che nella Pasqua del 32 Gesù era entrato a Gerusalemme dopo una marcia trionfale iniziata  dalla Galilea accolto dalla popolazione festante  che lo aveva acclamato re, in quanto già riconosciuto Meshiah-Christos,  figlio di David.

Questo antefatto comporta un’altra spiegazione  in quanto da quasi un secolo i giudei palestinesi  (popolo, piccolo e medio sacerdozio, leviti e farisei) aramaici, conformati al pensiero escatologico ed apocalittico, credevano nella venuta di un Messia, che avrebbe sconfitto il popolo romano e avrebbe stabilito il patto eterno nuovo con Dio nel tempio.

I  giudei, convinti che il tempo era venuto  grazie ad eventi grandiosi nel quadro dell’impero romano diviso in partes, in lotta fra filogiuli e filoclaudi, dopo la conclusione  tragica  della vicenda del potente capo pretoriano  Elio Seiano, inquisito ed ucciso,  avevano proclamato il malkuth ha shamaim  e si erano ribellati alla autorità romana, sostenuti da Artabano, re dei parthi.

Proprio quando l’impero romano  attraversava la grave crisi a seguito della sventata  congiura antitiberiana in un momento difficile per la lotta alla successione tra  Caligola e Tiberio Gemello, sostenuti il primo dall’esercito e dal popolo e  il secondo dal senato  ed equites (cfr. A Filipponi, Caligola il sublime, Cattedrale 2008 e  Giudaismo romano, opera inedita, www.angelofilipponi.com).

La reazione tiberiana  non ci fu, subito, contro il mondo giudaico e siriaco perché  l’imperatore era impegnato nella conservazione del potere imperiale prima e, poi, nel difficile compito della successione.

Egli fu  duro ed inflessibile  nei confronti prima dei seianei e poi del partito  giulio dopo il 18 ottobre del 31, morte di E. Seiano, capo pretoriano, che era riuscito a salire tutti i gradi  degli honores fino ad avere la tribunicia potestas e l’imperium proconsulare maius per l’Oriente  tanto da  determinare una politica antigiudiaca, di cui Pilato era stato espressione violenta.

Siccome il potere di Seiano era stato grandissimo (Cfr Inizio acefalo di In Flaccum di Filone Alessandrino, www.angelofilipponi.com ), Pilato e lo stesso Erode Antipa, essendo sue pedine, avevano agito secondo le sue direttive, esasperando l’elemento non solo giudaico antiromano, ma perfino quello, da decenni filoromano, samaritano, che forniva truppe sebastene ausiliarie. Tiberio, ora, era sotto l’influenza di Macrone, nuovo capo dei pretoriani, e di Caligola (cfr Caligola il Sublime, cit.):  questi furono esautorati e tenuti in disparte in attesa di giudizio mentre, nel frattempo, era morto,  Pomponio Flacco  per morte naturale,  fedelissimo governatore, tiberiano, di Siria.

Impegnato nella feroce repressione in Roma e nell’impero, Tiberio tralasciò il problema siriaco e giudaico e non diede mandato al pur nominato Elio Lama (cfr.Angelo Filipponi, Giudaismo romano cit., cfr. Tacito Annales VI,28,2), per cui la Palestina e la Siria rimasero sotto l’influenza di Artabano, che aveva autorizzato Monobazo di Adiabene ad occupare l’Armenia Minore, avendo dato auctoritas regia a suo figlio Arsace.

In effetti Tiberio sembrava che avesse trascurato il problema, ma aveva già tessuto relazioni diplomatiche  con Alani,Sarmati, Sciti, Iberi, Albani,  facendo concessioni  e regali come abbiamo visto.

Tiberio aveva atteso tempi migliori per un intervento,come era nel suo stile di dux prudens, mentre a Roma deplorava che dovesse pregare consolari a mettersi a capo di legioni contro Artabano.

Anche la politica interna al suo stato nel settore orientale siriaco  e palestinese, essendo affidata a Pilato, dopo la morte di Flacco, si era rivelato un disastro tanto da essere fortemente irritato contro di lui (Filone, Legatio ad Gaium) che seguitava in una lotta di provocazione contro il giudaismo secondo l’impostazione ricevuta precedentemente da Seiano, ora forse suggerita da Macrone.

Quella zona aveva davvero bisogno di essere ristrutturata, a partire dall’Armenia Maior e  Minor; l’azione antiromana di Artabano era stata  sapiente dalla morte di Seiano ed aveva più o meno connesso tutta la regione caucasica, ciseufrasica e transeufrausica, la Celesiria e la stessa Palestina  nella sua orbita, approfittando del fatto che quelle popolazioni parlassero la stessa lingua, aramaica ed erano della stessa tradizione medico-persiana, collegata anche da numerosi gruppi giudaici che erano entro i confini dell’impero romano  e in quello parthico.

Gesù un davidida, un architetto, conosciuto non solo per la sua ablità tecnica e per i thaumasia (miracula) un discepolo di Giovanni il Battista (un goes, famoso per la sua singolare vita e per i suoi numerosi discepoli, armati, dopo il battesimo, ucciso da Erode Antipa),  eletto mashiah  dagli  esseni, riconosciuto universalmente dal mondo giudaico aramaico ed ellenistico, provocò un’ondata nazionalistica così grandiosa da sconvolgere l’assetto mediorientale dell’impero romano, favorito da Areta IV (che aveva debita di gratitudine nel salvataggio della figlia, ripudiata da Erode Antipa e che era  un fedele  credente in Giovanni e nella sua missione e  poi in quella del discepolo) e da Artabano III, e forse da Asineo, satrapo di Mesopotamia, oltre che da  Monobazo ed Elena di Adiabene.

Professore, mi può dire esattamente cosa pensa di Gesù re?

Quello, che noi chiamiamo Gesù, si autoproclama re, maran e dopo una marcia di 10 giorni, durante la quale manda messaggeri alle città e ai sinedri chiedendo di essere accolto e quindi l’autorizzazione a passare indisturbato nei territori, giunge a Gerusalemme e viene accolto trionfalmente.

Dopo la purificazione del tempio, che sottende la presa della fortezza Antonia e quindi la strage dei romani, probabilmente segue il rituale purificativo di Ezra e viene ristabilito il nuovo patto con Dio, mentre aiuti finanziari e militari giungono da ogni parte del mondo  sia parthico che ellenistico: la realizzazione del malkuth dovette essere un evento  di valore mondiale e quindi di immensa risonanza.

La venuta del Messia e la concreta realizzazione del Malkuth ha shemaim  impressionarono il mondo intero anche perché il giudaismo tendeva di nuovo a Gerusalemme da ogni parte dell’ecumene, in un ritorno alla patria, terra dei padri ora libera ed autonoma sotto un re davidico: noi abbiamo come confronto solo l’episodio di Zevì Shabbatai (1626-1676), e quello della odierna attesa della ricostruzione del tempio di Salomone, come inizio di tempi nuovi: il clima di speranza che si accende, diventa una mania  irrefrenabile che comporta un esodo da ogni parte per ritornare alla terra santa, un vendere le proprie cose, un lasciare le proprie città, un portare con sé i propri  averi, riconvertiti in oggetti preziosi, per essere presenti al fatto gerosolomitano per partecipare all’instaurazione del malkuth: 2.500.000 di ellenisti e 1.000.000 di aramaici partici, oltre  quelli dispersi fuori  del mondo conosciuto, in Seria, in India a Ceylon, in Nubia, sono coinvolti in questa impresa, sconvolti da questa impresa,  che prelude alla Apocalisse e prepara l’escata, le ultime cose in cui  Dio crea  il regno messianico: pentimento–teshuvah, manifestazioni di gioia, digiuni, bagni rituali, ogni forma di preghiera, diventano normali inizi di una purificazione, partenze da ogni porto occidentale e ondate di ritorni da ogni terra orientale ed occidentale: tutti in una frenesia generale, vogliono favorire il Messia, combattere ed essere presente nel giorno del Signore: la lotta con le forze del male (Arconti di  Paolo, le qelippot), deve essere unitaria; in ognuno è la convinzione che l’esercito messianico, avendo l’aiuto divino, è invincibile!.

C’è professore euforia con enthousiasmos?

Certo, Marco , dovunque:e nel mondo romano e in quello parthico e in ogni altra parte del mondo dove ci sono colonie ebraiche.I cives dell’impero romano stessi  sono sconvolti da questo esodo in quanto molte città si dimezzano perché i giudei si separano nettamente dai gerim e goyim, lasciando tutto, abbandonando le loro attività, case ed ogni altro bene immobile: i porti occidentali ed africani furono presi di assalto e le stesse strade romane erano piene di carovane, di gruppi di uomini alleluianti che tornavano in patria: il fenomeno non poteva essere fermato dai governatori locali, data la consistenza numerica dei giudei.

Sul piano politico, grazie all’aiuto del re dei Parthi, si ricrea la situazione del periodo di Antigono (favorito dall’impresa di Pacoro, figlio di Orode, conclusasi con la  vittoria di Ventidio Basso e con l’uccisione del re  ad opera di Marco Antonio ad Antiochia nel 37 a.C.), ma sul piano morale non si ha altro precedente: l’evento dovette rimanere nella mentalità giudaica a lungo, se poi i giudei  attenderanno la parousia del Signore, insieme con i Cristiani,  fino al 70 e poi da soli con i nazirei, giacomiti, crederanno nel suo ritorno  fino al 135 d.C. ed oltre, considerato che la famiglia di Gesù è inquisita fino a Conone sotto Decio (249-251d.C.).

Il meshiah, quindi, creato un nuovo sacerdozio, quello essenico, protetto dalla  finanza alessandrina, probabilmente, e dai sussidi di tutti ellenisti ed aramaici, adottato il calendario solare,  riconsacrato il tempio col rito di purificazione, fatta una solenne adunanza  per la lettura della legge,  compiuta una cerimonia espiatoria,  purificò e riconsacrò il tempio  e quindi, il quattordicesimo giorno del mese  Nisan,  celebrò la prima Pasqua nel 32 d.C., in Gerusalemme, libera dai romani (cfr. Giudaismo romano, cit ).

Egli potè governare per tutto il 32 , 33, 34, 35 e solo  nel marzo del 36 con l’arrivo di Lucio Vitellio tutto si capovolgeva e la Giudea tornava in fibrillazione perché si riaccendevano  le speranze dei sadducei, degli erodiani e degli scribi che, erano rimasti senza autorità e con i diritti limitati, simili a quelli dei leviti, ridotti di rango nell’ attività templare.

Infatti nel 35 Tiberio avendo risolto i problemi imperiali e fatti cessare i processi di lesa maestà,  aveva anche concluso le stragi dei giuli e quindi, con la doppia adozione di Caligola e Tiberio  Gemello, aveva  così fatto tacere i lamenti  del partito giulio, accontentato, perché aveva seguito il mandato di successione augusteo, che imponeva un elemento della famiglia di Germanico come successore accanto a quello della linea claudia (cfr. Caligola il Sublime, cit.).

Inoltre, il vecchio imperatore invia in Palestina con un doppio mandato Lucio Vitellio contro Artabano III e contro Areta IV, convinto che una volta, debellati gli antagonisti maggiori, i re locali  sarebbero caduti  facilmente  a causa delle fazioni avverse, opposte.

Vitellio facendo pressione, grazie alla diplomazia tiberiana, già attiva  tra gli albani e i Saci, sulle popolazioni scitiche al nord, nella zona del Kurdistan attuale li spinse  con la forza e con il denaro contro il confine parthico; Artabano inviò un esercito comandato da Arsace suo figlio con 100000 uomini, ma fu sconfitto.

La disfatta costrinse il re dei re al trattato di Zeugma in cui dovette pagare indennizzi di guerra e dare ostaggi e  sgombrare dall’area cisufrasica facendo ripristinare lo status quo (come abbiamo visto).

Il piccolo regno di Gesù, in quanto sottoprefettura di Ioudaea, ora è ricaduto sotto la diretta amministrazione romana, come prima del 32, e Gerusalemme, assediata, subisce  l’ultimatum romano: o si arrende concedendo i capi della sedizione o sarà distrutta con la strage della popolazione.

In questa situazione tragica, di capitolazione e di resa, si verifica l’entrata in Gerusalemme di Vitellio: il governatore di Siria viene accolto festosamente dal popolo, che è ora dominato dai sacerdoti sadducei dagli erodiani e dagli  scribi, che hanno formato un nuovo sinedrio, il quale probabilmente  ha  decretato, pur con  grande dolore e tra contrasti,  la paradosis del Christos all’autorità romana.

I vangeli  mostrano Gesù arrestato e portato di fronte ad Anano I e alla sua famiglia, di sera e poi al sinedrio, di mattino: ciò sottende un’operazione all’insaputa del popolo e quindi contro la volontà dei più ardenti seguaci.

Nel processo contro la sua azione messianica non gli furono trovate colpe, nonostante gli accusatori e i delatori, ma il sinedrio  decise  la  paradosis di Gesù Christos, un uomo giusto, all’autorità romana dopo che sommo sacerdote, scribi ed anziani avevano complottato al fine di prenderlo ed ucciderlo,  pur timorosi di una sommossa del popolo  (Mc. 14,1-2  thorubos tou laou).

I Vangeli, così dicendo,  condannano lo stesso Sinedrio, responsabile della paradosis e della enedeicsis, ingiusta, eppure avevano già detto che Gesù era entrato già  a Gerusalemme,  salutato come un re  ed era stato accolto in un tripudio di festa popolare e che aveva  dimostrato di avere anche una ecsousia profetica, dopo aver cacciato i profanatori dal tempio.

Probabilmente il sinedrio che denuncia e consegna  è diverso da quello che accoglie e che festeggia il Christos in Gerusalemme: ora, se la Pasqua è quella del 36 i componenti del sinedrio  sono nuovi perché quelli del precedente sono stati esautorati ed arrestati, come fautori del Messia.

Questi, nuovi, a maggioranza, hanno considerato decaduto Gesù come re e  quindi hanno  deciso di prenderlo e di ucciderlo, consegnandolo ai romani dopo denuncia, cioè dopo aver decretato l’illegittimità della sua azione,  della costituzione del malkuth ha shemaim.

Ora noi sappiamo tramite Filone (In Flaccum  inizio acefalo e Legatio ad Gaium ) che il Sinedrio di Alessandria si comportò in modo solidale con gli zeloti, fuggiti ad Alessandria. Infatti furono nascoste le loro armi e furono protetti col silenzio,  mentre i romani cercavano le armi e i fuggiaschi da Gerusalemme, seguaci del Malkuth, scampati alla sommaria giustizia di Pilato e di Vitellio.

Da Flavio sappiamo, poi, che, nel dopo settanta ad Alessandria, si verificò la stessa cosa ma gli alessandrini,  coscienti delle cose che avevano patito nella dura reazione caligoliana, ebbero un diverso comportamento: il sinedrio votò contro gli zeloti e  i sicari, ne  favorì la  cattura e li consegnò alle autorità romane  che li torturarono e li uccisero,  mentre gli altri giudei soffrivano di aver dovuto, per salvarsi, fare la delazione (cfr. Giudaismo romano,cit; Caligola il sublime,cit.; e commento al XVIII libro di Antichità giudaiche, oltre la traduzione di In FlaccumLegatio ad Gaium).

Perciò, sulla base della esemplarità della situazione alessandrina,  riteniamo  che la minoranza sadducea, scriba ed erodiana tenuta  in soggezione nel periodo del Malkuth trionfante,  riprese il potere, all’arrivo degli eserciti romani e destabilizzò il  regnum  del maran e decretò la festa per l’arrivo del procuratore di Siria, dopo averlo accolto in città (che, come compenso, secondo la clementia, fece concessioni favorevoli ai sacerdoti, come abbiamo detto, e ripristinò lo status quo)  determinando con quell’atto la morte del Messia, ora rinnegato.

Tutto ricominciò come prima della impresa di Gesù, come era avvenuto nel 6-7 dopo Cristo come era avvenuto nel 4 a.C.  alla morte di Erode: l’impero romano ristabiliva il suo ordine e la sua giustizia, dando rilievo ai sadducei, agli scribi e agli anziani e tenendo soggetto il popolo.

L’élite giudaica aveva fiutato i tempi nuovi della romanitas: l’avvento di Caligola,  l’ordo nuovo, il Regno saturnio, una nuova era di pace e di benessere, assicurata dal figlio di Germanico: ormai Tiberio malato era prossimo alla morte e lo stesso Vitellio non  avrebbe portato a termine neppure l’impresa contro Areta IV.

Lo stesso governatore si era mostrato ancora di più filogiudaico, accogliendo perfino le proposte dei capi di non passare nella loro terra sacra con le insegne, ma di deviare  per le terre samaritane e perciò, l’anno dopo, Gerusalemme, conosciuta la morte di Tiberio e la salita al trono di Gaio Caligola, di nuovo accolse il governatore di Siria  che da Gerusalemme mandò un segnale di pacificazione generale per tutto l’ebraismo non ancora, ripresosi dalla sconfitta e dagli aneliti messianici, propagandando il regno saturnio caligoliano.

Ora, dunque, due propagande si avvicendano una valevole per tutto l’impero, quella del tempo suturnio, a contrapposizione dell’ideale messianico ormai frantumato e annichilito, specie nel clima di una perenne felicità, instaurata dal regno di Caligola, l’altra solo  per i giudei increduli di fronte alla realtà dei fatti, alla morte del Christos, impegnata nella interpretazione dei segni, secondo la lettura di Isaia.

JHWH stesso parla: non ha bellezza, né splendore / perché lo ammirassimo / né amabile aspetto né prestanza/ Oggetto di sprezzo e reietto dagli uomini / uomo di dolori sperimentato dalla sofferenza / e come uno davanti a  cui ci si nasconde la faccia: / spregevole, nulla, lo stimammo / portò i nostri dolori, noi l’abbiamo stimato un percosso,/un colpito da Dio ed umiliato / Ma egli è stato trafitto a causa delle nostre colpe / è stato fiaccato a causa delle nostre  iniquità! il castigo esemplare che ci rende la pace è su di lui / e per mezzo delle sue piaghe ci è data la guarigione / noi tutti come pecorelle ci sviammo / ci volgemmo ognuno alla propria strada / e JHWH fece cadere su di lui, l’iniquità di noi tutti. / Fu angariato e lui si umiliò e non aprì bocca/ come agnello fu condotto al macello / e come una pecorella davanti ai suoi tosatori / è muta e non apre bocca… (53. 1-13)

L’interpretazione essenica e teraupetica del passo fu quella del Servo di Dio, (in seguito  sarà quella del lamed vau, del trentaseiesimo destinato a morte per dare vita agli altri), di chi, offrendosi in espiazione per i peccati altrui, sarà coronato di trionfo (11-12) e sarà il capo dei credenti per sempre: perciò gli attribuirò le moltitudini delle genti / e dei possenti dividerà le spoglie / per il fatto che si sacrificò fino alla morte / e fu annoverato tra  gli scellerati  quando egli sopportava il peccato delle moltitudini /  e supplicava per i trasgressori.

Mentre subito dopo la morte di Jehoshua tutti aspettavano il suo ritorno,  chi in un modo chi in un altro a seconda della cultura di appartenenza, qualcuno cominciò (come Paolo) ad applicare i versi successivi della Nuova Gerusalemme (Isaia, 54) alla Chiesa.

Da qui il cambiamento di lettura e di impostazione tra i seguaci di Christos, tra gli aramaici e gli ellenisti: gli uni erano  fiduciosi in un ritorno, parousia del maestro-re, che sarebbe venuto con forze ultraterrene e che avrebbe sterminato i romani,  costituendo la Nuova Gerusalemme, eterna; gli altri  attendevano il suo ritorno alla fine dei tempi,  quando Gesù, uomo dio, che si era caricato il peso dei peccati umani e che aveva redento col suo sangue  tutti, ebrei e non ebrei, avrebbe distinto dopo il giudizio i buoni dai cattivi, dando premi e castighi a seconda delle azioni conformi o non conformi al suo exemplum.

Sono due diverse letture ed interpretazioni di uno stesso brano di Isaia: Giacomo, il fratello di Gesù (Mc., 6,3-4; Mt. 13,55-56; Galati, 1,18-19; 2,9; Atti degli Apostoli, 1,14 12,17; 15,13;21,18;  Flavio, Ant. Giud., X,200; Eusebio, St. Eccl.,1, 12,5; 2,23,25) e i seguaci del Malkuth, seguitando a vivere, seguendo le orme terrene e militaristiche di Christos, sarebbero rimasti nella via della clandestinità, in una segreta preparazione alla guerra; gli altri, invece, si sarebbero separati lentamente dai confratelli, distaccandosi dal ceppo giudaico, pur rimanendo attaccati alle radici del nomos ebraico e dopo il settanta, con la costituzione di un preciso canone evangelico, kerigmatico, avrebbero creato il cristianesimo, come noi oggi lo viviamo, secondo la tradizione romano-ellenistica, in un rifiuto totale e categorico del giudaismo ormai senza tempio e destinato alla Galuth.

La chiesa (non è qui il caso di lavorare sulla nascita di questo termine)  è Nuova Gerusalemme decisa a conciliare humanitas con misticismo filoniano-platonico-paolino, pratica e teoria classica, secondo la methodos ellenistica giudaica sincretistica, adattata alla risultanza di moralitas romana occidentale, pagana, nella scelta della centralità dell’eredità di Roma, dopo la separazione dalla Sinagoga.

A distanza di secoli noi non siamo in grado di ricreare quel clima,  formatosi dopo la morte di Gesù Cristo, né di seguirne le vicende  fino al momento della scrittura evangelica, che fu una nuova evangelizzazione in epoca flavia connessa con la fine del tempio, legata da una cooperazione con la Romanitas e ad un rifiuto della stessa origine ebraica.

E’ quasi impossibile ricostruire quel clima in cui, i cristiani,  dopo il trauma della distruzione del tempio, uomini, abituati a convivere seppure con notevole differenze, coscienti di essere uniti dalla comune base giudaica si separarono definitivamente  dal giudaismo, di cui erano una setta ereticale.

Ancora  più arduo rilevare la separazione dai nazirei, fratelli nati dalla stesso parto, seguaci e parenti del Messia, che ne seguivano la storia, non lo spirito, ormai larve pure di una comunità destinata alla fine,  esangue  a causa della  selezione degli eletti, davidici e  giudaici di stretta osservanza, aramaici, e specialmente  a causa della sede  stessa gerosolomitana, ormai periferica, dopo la fine del tempio, all’ecumene!.

Possiamo, però, rilevare che  le risposte sono diverse a seconda della lettura di quella morte: i primi, giacomiti, fedeli ai principi mosaici, giudaici, anche loro vivono l’evento dell’attesa del Signore e del suo  ritorno (cfr. Il vangelo di Giacomo in Jehoshua o Jesous?, Maroni 2003); i secondi, che poi si chiameranno cristiani,  ellenisti, accettando l’interpretazione del servo di Dio di Isaia,  attendono il ritorno di Cristo, sempre più assimilato al Logos e a  Dio,  e formano una nuova religione.

All’ euforia  dei giudei ellenisti per l’ elezione di Gaio Caligola, segno di una nuova era per il mondo romano occidentale e per quello romano ellenistico segue lo sgomento della nuova persecuzione antigiudaica, feroce, estesa a tutto l’impero  ancora più acuta sul territorio giudaico, quando è palese l ‘ektheosis imperiale  con la neoteropoiia, la nuova politica.

Questa fase vissuta da entrambi gli schieramenti nell’angoscia di un possibile annientamento della radice  giudaica di qualsiasi  credo, di sradicamento della pianta giudaica in ogni parte del mondo  è resa da Filone  in Peri Areton ( nelle due opere susperstiti di questa opera, che doveva constare  di cinque libri).

Filone mostra la grande illusione ebraica ellenistica dopo la bufera del periodo 25-31, del 32-36 e del phobos mortale dell ebraismo di fronte alla divinità di Caligola: la varie gradazioni di spavento fino al terrore e alla certezza della fine  dell’ethnos  sono perfettamente rese da Filone, che precedentemente ne aveva esaltato la figura e lodato la grandezza.

Lo scrittore alessandrino sa rendere  quell’iniziale momento magico e divino, sublime, del Kronikon bion (Legatio ad Gaium, 13) , che pur doveva essere contrapposto al regno messianico: quel tacere sui fatti gerosolomitani e sull’illusione messianica, quanto male ha fatto! (ma Filone ha veramente taciuto oppure gli è stata messa la museruola! ed  è stato addomesticato successivamente!).

Chi non si sarebbe meravigliato, e sorpreso, vedendo Gaio, che, dopo la morte di Cesare Tiberio, aveva preso l’impero della terra e del mare, che era in un periodo di grande tranquillità e che aveva un  buon ordinamento?

Chi vedendo l’impero  unito in ogni parte   in un consenso universale a settentrione e a meridione, ad oriente come ad occidente – essendo d’accordo la stirpe  barbarica con la greca, e quella greca con quella barbarica, convivendo amichevolmente   soldati e cittadini,  per un comune possesso  e  godimento della pace – (questi e quelli in reciproca pace godere insieme di rapporti e commerci) non sarebbe stato ammirato e sorpreso?

Chi non sarebbe stato ammirato e sorpreso di una fortuna così grande e appena narrabile, accumulatasi grazie ad un’unica eredità, di beni infiniti, di tesori zeppi d’oro ed argento, in parte  come materiale grezzo (puro e non lavorato), in parte segnato come moneta, in parte  come  ornamento vistoso per coppe ed altri utensili che sono utili per l’ostentazione?

Chi, inoltre, non sarebbe stato ammirato e sorpreso  per le milizie di fanteria, di cavalleria, navali e  per le  rendite che affluivano come da una fonte con un  perpetuo tributo  e per il potere non  su moltissime ed essenziali  parti dell’ecumene , di  tutto il mondo  propriamente detto abitabile, limitato da due fiumi, Eufrate e Reno, separante il secondo dai Germani e da feroci altri popoli e il primo dai Parti e dalle genti sarmatiche e scitiche, che  non sono  certo meno miti di quelle germaniche  ma,  per la terra, per così dire,  quella da oriente ad occidente, bagnata dall’Oceano e comprendente alcune parti oltre Oceano?

Il popolo romano godeva le proprie feste in pace con tutta l’Italia e con tutte le province europee ed asiatiche…   Tutti erano  compiaciuti  non perché speravano che avrebbero avuto possesso ed uso dei beni pubblici e privati  ma perché pensavano  di avere già la pienezza  di una fortuna  che era in attesa della  felicità. Se ciò talora prima era accaduto sotto qualche imperatore, allora in effetti sembrava che i romani non già avessero speranze, ma tenessero l’usofrutto dei beni pubblici e privati.

Dunque,  era possibile vedere per le città solo altari, vittime, sacrifici, uomini vestiti di bianco, coronati, sereni,  mostranti  bontà  nei  volti  ilari, dovunque, feste, celebrazioni solenni nazionali, gare musicali , corse ippiche, feste orgiastiche, feste  notturne, con  flauti e cetra, diletti, condoni di debiti, tregue e divertimenti vari per ogni sensazione.

Allora non c’era nessuna distinzione tra ricchi e poveri, né tra illustri ed umili, né tra creditori e debitori, né tra  padroni e servi perché il tempo pareggiava i diritti tanto che si credeva che si fosse verificato quel secolo di Saturno, descritto dai poeti come favola mitica: così grande era l’abbondanza, così fortunata la raccolta annuale, così eccezionale la felicità e sicurezza, che erano in tutte le famiglie e in tutta la popolazione, di notte, come di giorno, che si verificarono  in modo continuato ed ininterrotto nei primi eterni sette mesi.

Filone (Ibidem,8-13) mostrando, dopo la morte di Tiberio, il sorgere di  una nuova epoca, rivela la nuova illusione da parte degli ellenisti, quasi un cambiamento epocale, durato, però, per sette, otto mesi, grazie all’avvento al trono di Gaio Caligola figlio di Germanico: i giudei  di Gerusalemme per primi conoscono l’inizio del suo regno e lo  festeggiano sacrificando a Dio insieme a Vitellio, che fa la nuova entrata a Gerusalemme ad un anno di distanza, dopo che è stato sollecito ad accettare  le richieste giudaiche di non passare nel loro territorio, sacro, ed ha fatto  deviare per la pianura di Samaria, le aquile e i segni imperiali, seguendo il consiglio del Sinedrio gerosolomitano.

Filone mostra la delusione subito dopo la malattia dell’imperatore  e il terrore, con cui il mondo intero attende le fasi dell’acuirsi della malattia, del suo esaurirsi e l’immensa gioia popolare per la guarigione: l’impero tratteneva il respiro nell’attesa dell’evento della guarigione dell’imperatore, giovane Augusto, salvatore del mondo: solo il giudaismo aramaico non partecipa ma è costretto a dare segni di passiva accettazione, mentre quello ellenistico è preso dalla illusione dell’ideale principe, venuto a redimere il mondo romano,  a dare stabilità ad ogni essere, a  creare un nuova età dell’oro.

All’ottavo mese, però, Gaio fu colpito da una grave malattia perché aveva mutato il razionale  vitto, di cui si serviva con una certa frugalità  sotto Tiberio, e che, perciò, era  piuttosto salutare  in un lusso smodato: infatti beveva vino in quantità, cercava ghiottonerie, non placava il desiderio neanche a ventre pieno.

Si aggiungevano, inoltre, bagni poco opportuni e poi vomiti e di nuove bevute, piaceri del ventre e di quelli sotto il ventre: egli faceva ginnastica erotica con donne e ragazzi e prendeva ogni altra cosa atta a distruggere il corpo e l’animo e i legami esistenti in ambedue.

La paga della temperanza è la  forza con la sanità, dell’ intemperanza, invece, la fiacchezza con la malattia, che  porta alla morte.

La fama di questa malattia si divulgò, quando ancora il mare era adatto alla navigazione; – infatti era l’inizio dell’autunno, che è quasi l’ultima navigazione per chi ritorna ai propri porti e rade,  da tutti gli empori, specie per quelli che non amano svernare in terre straniere- subito tutti,  partecipi,  mutarono quella vita serena  precedente  in tristezza ed improvvisamente tutte le case e città si riempirono  di preoccupazione e di  tristezza, eguagliando la tristezza la letizia di prima, e passando così all’opposto.

Infatti insieme  a lui erano malate anche tutte le province e, direi, in modo più grave di quella che aveva colpito Gaio: quella di cui languiva  lui riguardava  solo il corpo, quella di quelle,  invece, era totale e di ogni tipo, di vigore spirituale, di pace, di speranza  e di possesso e di godimento di beni.

Veniva alla memoria  quanti e quali mali nascessero dall’anarchia: carestia, guerre, tagli di foreste,  devastazioni territoriali, espulsioni di coloni, confische dei beni,  imprigionamenti, timore di schiavitù o di morte, pericoli di cui non c’era nessun medico e si aveva  un solo rimedio, che Gaio riavesse la salute.

Pertanto, quando la malattia cominciò  a diminuire, in breve seguirono le manifestazioni di congratulazioni provenienti perfino dagli estremi territori -niente è infatti più veloce della fama- ogni città, era in attesa, sospesa,  avida sempre di notizie migliori,  finché non ricevette la buona notizia che Cesare si era ristabilito del tutto: e come se essi stessi avessero riacquistato la salute, tutti gli abitanti del continente e delle isole, ritornarono di nuovo alla gioia. Nessuno  infatti ricorda che mai ci fu una così grande gioia di un qualsiasi popolo o regione per il recupero della salute del proprio principe, quanta allora ci fu per la salute di Gaio in tutto il mondo, appena riprese il comando e  si cominciò a riprendere dalla debolezza.

Essi che non conoscevano la verità, godevano come se allora per la prima volta incominciassero a mutare la vita selvaggia e naturale in sociale e civile e a  migrare dal deserto, dalle tane, dalle falde dei monti  alle città fortificate e dopo una vita passata senza maestro, ad obbedire sotto un prefetto,  ad un pastore e mandriano  di gregge migliore.

La mente umana, infatti,  vede male, né comprende che cosa sia veramente utile potendo servirsi  di più dell’immagine e del vaticinio  che della scienza. Pertanto non molto dopo, subito quello sperato salvatore, beneficentissimo, che avrebbe dovuto inondare l’Europa e l’Asia con nuove fonti di felicità, destinate a giovare privatamente, ciascuno e pubblicamente tutti, a cominciare dalla propria casa secondo il proverbio”a cominciare dal lare“ (dal focolare domestico), sfociò in crudeltà o piuttosto mostrò chiaramente quanto fino ad allora aveva dissimulato…

Il giudaismo, secondo Filone (Ibidem, 14-24), scopre la nuova realtà dell’impero giulio-claudio ostile, ferocemente ostile non solo agli aramaici ma anche agli ellenisti: la coesione tra un prefetto inquisito, connesso al popolo alessandrino, e l’imperatore, determina il pogrom alessandrino e con esso inizia un graduale sistema di distruzione dell’ethnos, colpito al cuore con la voluta  installazione del colosso di Caligola nel tempio di Gerusalemme (dopo l’avvenuto insediamento nella grande Sinagoga alessandrina, capace di contenere 100.000 fedeli)  e nel decreto imperiale antigiudaico di annientamento dei palestinesi,  in caso di rifiuto.

Questa mirata azione, connessa con la soluzione del problema della successione. grazie alla morte di Tiberio Gemello e con lui la distruzione del senato, dei cavalieri, adombrata con la morte di Giunio Silano e di Macrone (cfr Caligola il Sublime, cit),  favorisce  l’inventio della pazzia di Caligola, la cui azione già doveva essere letta negli ultimi atti, compiuti  da Vitellio in terra palestinese.

Già l’azione contro i samaritani (che avevano appoggiato probabilmente Jehoshua),  i quali erano stati puniti da Pilato, su mandato di Vitellio, che ne fece una strage  e rese possibile il passaggio delle truppe e la deviazione dalle terre giudaiche, è opera di Macrone e di Caligola: Tiberio, che ordinò che Pilato fosse inquisito e condotto a Roma per essere giudicato per mal governo  compì, con questa azione, uno dei suoi ultimi atti imperiali, dal letto di morte, sotto la spinta del successore.

La situazione non era mutata in terra palestinese, se non marginalmente: a Gerusalemme,  in Giudea  Samaria ed Idumea, che costituivano la Ioudaea, dopo un anno, fatta eccezione per Kaifas destituito da Vitellio: tutto era ancora stabile in Perea  e Galilea, sotto Erode Antipa, anche lui, però, incerto nel potere perché minato già da suo nipote–cognato Erode Agrippa, che inizia la sua ascesa regale, essendo stato fatto da Caligola re di Iturea e zone limitrofe nell’ex tetrarchia di Filippo, nonostante le lamentele del tetrarca (cfr. Caligola il sublime, cit).

Caligola, finito il periodo delle feste, caduto malato e poi guarito, cominciò una  progressiva azione di riforma dello stato, i cui obiettivi erano l’abbattimento della ‘élite  senatoria e l’annientamento  della organizzazione  economico- finanziario-religiosa giudaica.

Nel disegno di Caligola il giudaismo aramaico doveva essere  annientato, data la sua recrudescenza periodica e considerata la differenza culturale con gli integralisti giudaici e con esso quello ellenistico doveva essere, prima limitato nel suo potere finanziario ed economico, stroncato  nel suo proselitismo e distrutto nel suo impero commerciale: il giovane imperatore, dopo avere fatto fuori Macrone, suo suocero  Silano e suo cugino-figlio, per consolidare il suo principato, ritiene opportuno destabilizzare i senatori e il senato e gli equites sostituendoli con i ministeriales, liberti che già operavano  alle dipendenze della domus giulio-claudia, come magistri (servi) addetti alle corrispondenza, alle finanze, alla economia e alla diplomazia, a capo di ministeri  già funzionanti in epoca tiberiana.

Dopo la prima fase, molto dispendiosa, per accattivarsi il favore militare e popolare, il principe cambia totalmente  politica  e diventa fiscalissimo e in questa attività colpisce i giudei che, grazie all’aiuto ininterrotto di Augusto e di Tiberio, avevano creato col proselitismo una rete finanziaria e commerciale,  che copriva l’intero ecumene.

Caligola, colpendo gli equites, colpiva anche i giudei e le loro molteplici attività  distruggendo il loro capitalismo, incentrato sul sistema  bancario.

La sua azione parte da una inquisizione sulle armi in Alessandria,  iniziata da uno zelante Prefetto come Avillio Flacco, un perfetto governatore tiberiano, che, temendo di esserre inquisito da Caligola perche delatore della madre, non avendo più il sostegno di Macrone, di Silano e del suo partito tiberiano, appoggia l’elemento greco di Alessandria contro i Giudei, e li priva, col tacito consenso di Caligola, dei loro diritti civili, facendoli precipitare da cives –politai ad inquilini  csenoi epeludes.

L’atimia determina la fine del commercio giudaico, prosperato per decenni dal periodo di Cesare e e  poi di Antonio e Cleopatra, divenuto grandioso fenomeno con Augusto ed anche con Tiberio pur con qualche limitazione e condanna.

Il processo antigiudaico era iniziato nel periodo seianeo 26-31, era poi rimasto latente, fino alla morte di Tiberio ed era riesploso nella primavera del 38 ad Alessandria per poi seguitare fino alla morte di Caligola: questo quindicennio è segnato da  persecuzioni, quella di Seiano, Flacco e di Caligola di cui Filone  ha  rilevato tragicamente  i momenti con la sua opera Peri aretoon, di cui ci sono rimaste solo In Flaccum  e Legatio ad Gaium.

La ricostruzione di quest’opera composta di cinque libri in cui sono trattati i fatti capitati ai giudei (a epathomen/quelle cose che noi soffrimmo), probabilmente divisa in modo da rilevare il crescendo di tragedie culminate con la volontà di sterminio totale  da parte di Caligola, che impone l’erezione del suo colosso nel tempio di Gerusalemme al governatore di Siria Petronio Turpiliano, come atto di profanazione della santità templare e come sua personale manifestazione divina dopo la sua ektheosis, autorizza il collegamento tra i fatti di Palestina e la costituzione del malkuth, con l’impresa di Vitellio, con l’agitazione e sommessa di tutto il mondo giudaico della diaspora al  momento della creazione del regno messianico e  della  sconfitta e morte del Christos e quelli alessandrini, permettendo congiunzioni politiche  proprie della neoteropoiia caligoliana(Cfr. Caligola il sublime, cit).

La neoteropoiia, tolta la pazzia caligoliana, una storiella ridicola, costruita dalla propaganda giudaica congiunta con quella senatoria ed equestre antigiulia, ripresa poi dalla dinastia flavia ed antonina, ai fini di una propria giustificazione di potere, è una politica di straordinario valore innovativo, basato sull’adesione popolare e militare, grazie ai meriti militari del domus giulia  (Cesare, Augusto, Druso, Germanico), tesa alla ektheosis, dopo la distruzione del ceto senatorio ed equestre, e dopo la sostituzione ai vertici amministrativi provinciali con un gruppo di  liberti amministratori pubblici, a seguito della costituzione di un sistema fiscale, che sopprimeva quello erariale e quindi considerava eguali tutti i cives, isonomici, dopo l’ eliminazione di ogni privilegio sia di classe che di stirpe, che di religione (Cfr. Caligola il sublime, cit).

Il giudaismo, che usciva da una delusione così profonda della falsificazione del suo Christos, non ancora ripresosi dallo stordimento della fine del malkuth, incapace di reagire, specie quello palestinese, di fronte al pericolo della profanazione del tempio, ha una supina accettazione, basata sulla cessazione dei lavori agricoli e sull’esodo  composto, rituale: esso va in processione, a sei file a Tiberiade, ben guidato da elementi moderati, come i sadducei, rimettendosi alla clemenza dell’imperatore e del suo rappresentante, il nuovo governatore di Siria, Petronio Turpiliano (Flavio, Ant.Giud.,  XVIII, 261) preferendo la   morte collettiva alla profanazione del tempio.

Quello diasporico, visto naufragare il proprio impero emporico e finanziario, dopo l’atimia, cerca una difesa in Dio, consapevole, inoltre, della volontà di Caligola di trasferire la propria capitale ad Alessandria e quindi di gestire l’impero proprio dalla capitale del giudaismo, sede della centrale finanziaria giudaica, già compromessa.

In questa situazione di estremo pericolo per il giudaismo universale, ben temeva Petronio le congiunzioni tra i tre giudaismi (quello palestinese, quello aramaico parthico e  quello diasporico),  la ricchezza della finanza  giudaica ellenistica che, se messa al servizio del militarismo aramaico, avrebbe potuto sconvolgere il mondo e determinare un nuovo conflitto con la Parthia e rivoluzioni interne all‘impero romano stesso, data la consistenza numerica in ogni città dell’elemento giudaico.

ll giudaismo ellenistico aveva mostrato non solo potenza finanziaria ed economica per il patrimonio  bancario e per il dominio sui porti del Mediterraneo, specie di Alessandria, e per le connessioni e ramificazioni in ogni centro anche piccolo di tutto l’Occidente e l’Oriente, ma ora essendo congiunto con quello aramaico minacciato nella sua sede centrale di Gerusalemme, poteva innescare un batteria di rivolte, capace di minacciare l’ordine e rompere l’eirene stessa dell’impero romano.

Il pogrom dell’estate del 38 e la difficile situazione antisemita mantenuta per tutto il regno di Caligola fino alla sua morte, nonostante l’azione di difesa di Erode Agrippa, divenuto anche re di Galilea e di Perea,determinano uno sconvolgimento nell’impero, generale, reso ancora più tragico dal clima di felicità, inaugurato nel periodo saturnio dal regno  di Caligola.

Solo la morte di Caligola salvò dalla punizione di esilio in massa  per il rifiuto di portare il colosso nel tempio e fece cessare le agitazioni  in ogni città in quanto i greci vincitori, insicuri degli eventi  e sulla successione  rimasero perplessi di fronte alla mostruosità dell’uccisione del sovrano e quindi le Boulai cittadine non ebbero tempo di votare le acquisizioni indebite, gli espropri e quindi di incamerare i beni giudaici.

Con la nomina di Claudio ad imperatore e quindi con la non interruzione dinastica, i greci frenarono la loro azione antigiudaica e gli ebrei respirarono in attesa di un editto imperiale di ripristino della situazione precedente, fiduciosi in un atto di clemenza del nuovo imperatore, che doveva seguitare nella linea economica della sua domus  secondo i  prostagmata lagidi,  accettati da Augusto.

Se, da una parte, la situazione cambia, resta, per, la necessità di non seguitare nel proselitismo, altrimenti l’imperatore punirà il giudaismo (Editto di  E. Retto o lettera agli alessandrini cfr. Giudaismo romano, cit. e Legatio ad Gaium, cit.), ritenuto come peste dell’impero.

Il giudaismo ellenistico respira, mantiene il suo status nel periodo di Claudio e di Nerone anche per la protezione di Poppea, ma, dovunque, nelle singole città, ricorrentemente si verificano scontri tra greci e giudei: Antiochia e Cesarea Marittima mostrano  come il  sistema di vita ellenistico non più  protetto, ma solo parzialmente assicurato dall’autorita centrale romana, sia, ora, privato di auctoritas locale  e perciò vulnerabile, specie dopo la morte di Erode Agrippa I (Cfr Caligola il sublime, cit e Giudaismo romano, I parte,cit).

Alla sua morte, infatti, essendo ripristinato il vecchio statuto sulla Giudea e data la prefettura a Cuspio Fado e quella di Siria a Cassio Longino (Flavio, Ant. Giud., XX, 1-14), ci furono ribellioni in Perea e la questione della veste sacerdotale, che di nuovo fu appannaggio dei romani.

Fado e Longino si accordarono, facendo un patto con i sacerdoti, che tumultuavano insieme col popolo e chiesero che, se essi davano ostaggi, potevano inviare una commissione ed ambasceria a Claudio per la richiesta della veste.

Claudio, per amore del figlio di Agrippa I (Agrippa II ) e dei suoi fratelli Erode ed Aristobulo,  permise che la veste fosse in mano giudaica e specificamente di Erode  re di Calcide, che ottenne l’autorità sul tempio, sul vasellame sacro e sull’elezione del sommo sacerdote (Ibidem, 16).

Gli episodi di Cesarea e di Antiochia sono esemplari in questo senso ed evidenziano la stato di rappresaglia nell’interno di città proprio a causa della presenza giudaica: la situazione in Ioudaea divenne tragica alla morte di Erode Agrippa nell’agosto del 44, anno in cui fu acuta la carestia (Cfr. Flavio, Giudaismo romano, cit.)

Professore, La nuova costituzione per la Iudaea  è un altro segno del buon governo romano?

Non scherzare, Marco!  Specie in un momento di grave crisi economica,   Claudio  sa contenere l’ira imperiale, ma ha le stesse idee del nipote, che voleva estirpare il cancro giudaico!. La Ioudaea, con parte della Perea e della Galilea , ora,  è di nuovo  sotto il potere diretto di Roma: Claudio non ha voluto dare a Agrippa II il potere neppure di una parte del regno paterno, vista la giovane età (17 anni), gli concede solo parziale potere su zone ituraiche, mentre a Erode, fratello di Agrippa I venne dato il regno di Calcide (poi  concesso, alla sua morte, al figlio di Agrippa I)!…

Con la nuova costituzione la Iudaea va ormai  verso la sua distruzione totale,  prima templare ed infine   gerosolomitana e nazionale! …

 

Cirillo e Porfirio

Cyrillus contra Iulianum

Della Philosophos Istoria di Porfirio si conoscono alcuni frammenti, tratti da Cyrillus contra Iulianum.( 4,11-12, 14, 18-22)  per il quarto libro.
Per la conoscenza degli altri tre libri dell’opera, però, siamo debitori principalmente a Suda (framm.2,3,7- per il I e II libro)  a Teodoreto (framm. 13,15-16 e 11-12 ) per il terzo …
Anche Eusebio dà il suo contributo  (frammenti 25-29 ) al fine di conoscere l’opera di Porfirio, ma come già gli altri autori cristiani per tracciare un profilo negativo della  filosofia porfiriana…

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La traduzione e Girolamo

De optimo genere interpretandi

Girolamo e la traduzione
La lettera LVII  di Girolamo a Pammachio è un vero trattato sulla traduzione.
Essa si divide  in 13 paragrafi
La lettera è tipica  espressione di un’artificialità retorica, in cui è facile rintracciare la formazione di Girolamo, discepolo  di  Apollinare di Laodicea e di  Gregorio di Nazianzo  e quindi indirettamente della scuola origeniana del Didaskaleion di Alessandria.
Per dare un segno paradigmatico della retoricità dell’opera di Girolamo mi sembra opportuno  rilevare il sistema di semantizzazione della conclusione, connessa con la grammaticizzazione: da una parte -anche se in una porzione limitata -si capisce  il sistema operativo del grande interprete e da un’altra la sua logica apocalittica.

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Nifo o Machiavelli?

Chi ha copiato? Nifo o Machiavelli?

Nifo o Machiavelli?

Nel corso del mio lavoro di storico mi sono incontrato in tante conclusioni astoriche, in tanti giudizi assurdi, tirati col senno del poi da uomini considerati esperti.

Ho considerato, perciò, i  tanto stimati esperti solo parolai e i grandi comunicatori di massa affabulatori e non seri  operatori della storia.

Per me fare storia vuol dire ricostruire esattamente un ‘epoca in ogni settore di vita  e perfino riprodurre la quotidianità in modo da veder scorrere la regolarità di normale flusso vitale come in un corpo vivente. 

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Filone cristiano o Cristo filoniano? Ta kata Seianon

Perchè Filone non parla di Cristo?

Filone, pur conoscendo Gesù Cristo, non ne parla nella sua monumentale opera.
Neppure è possibile avere la sicurezza che Filone e il Christos si conoscano perché l’opera  Peri Toon Aretoon, in cui il theologos avrebbe potuto parlarne, ci è giunta priva di tre libri, e specificamente di quello dove probabilmente avrebbe dovuto trattare del bios del Signore.
Noi cristiani, inoltre, abbiamo fatto christianos Filone, e nemmeno abbiamo preso in considerazione che Christos potesse  essere stato filoniano, cioè  uomo seguace del pensiero legalistico oniade  e perfino capace di realizzarlo secondo la prospettica scismatica  emporistica, comunitaria propria dei discendenti di Onia IV.
Al di là di come è andata effettivamente la storia cristiana, a noi si propone il problema dei motivi per cui Filone non parla di un evento così importante per il giudaismo in epoca tiberiana.

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Agli amici e parenti, cristiani

Il mio essere anthropos e il loro cristianesimo (anche con Francesco)

Il mio essere anthropos e il cristianesimo dei miei amici e parenti.

Per almeno quaranta anni mi sono proposto come paradigma operativo, come exemplum di un vivere quotidiano faticoso, tormentato, proprio di chi ricerca un’autenticità personale e, contemporaneamente, un Dio nascosto – la cui presenza ha rasserenato il mio iter-.
Ho cercato vie alternative, facendo tortuosi percorsi ed ho girovagato, prima di orientarmi verso una salita  zigzagata, facendo, però, un’ apparente, inutile, fatica sisifea, degna, comunque,  di  essere ripetuta in quanto prodotto di una reale esperienza.
Non ho, quindi, pretesa alcuna di essere profeta  e non credo di avere una missione sacerdotale e nemmeno una funzione,  ma solo ho coscienza di poter indicare una methodos, un’altra via.

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Il messia mancato

Il fallimento del messianesimo

Ho cercato per anni di ricostruire la situazione ebraica della Pasqua del 36 d.C. e quella del settembre del 1666 per capire come un popolo di grande spiritualità possa essere rimasto,  di fronte ad un episodio di morte o di apostasia del proprio Messia.
Quale sentimento possa essersi provato, quale delusione dopo tanti anni, decenni, secoli  di attesa, proprio quando si è giunti alla liberazione, alla redenzione!.

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Apokatastasis ed Origene

La natura ed Origene

Apokatastasis ed Origene
E’ possibile ipotizzare razionalmente un kosmos ordinato secondo regole razionali, secondo logos in un’ oikonomia divina?
La phusis è figlia di Dio unigenita,  dicono i platonici e gli stoici (o meglio il figlio unigenito del theos è h phusis ).
Bene.
Ma c’è veramente ordine nel Kosmos, nell’uomo e in ogni vivente? oppure to pan è un insieme in cui esistono forze contrapposte o parallele o miste ed è geneticamente quello che è, cioè un magma indefinito, una materia /Ulh che si riproduce sempre  identicamente a se stessa, secondo un processo causale e casuale, ma anche secondo un proprio sistema di genomi,  secondo leggi fisiche chimiche, biochimiche elettrochimiche?

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La morte di un Dio

Roma, 24 gennaio 41: morte di Caligola Theòs

La morte di un Dio
Flavio  (Ant. giud., XIX,211) dopo aver parlato della congiura e della morte di  Gaio Caligola, conclude dicendo che il sovrano  aveva trattato con amore e rispetto i suoi amici Agrippa ed Antioco turannodidaskaloi, poi era diventato demokraticotatos molto democratico e si era allontanato dalla sua stessa  paideia e  docsa, nobiliare,  propria del perfetto Basileus/re  e
i suoi amici, perciò,  volta l’amicizia in odio, tramarono e l’uccisero.

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L’Italia dell’analfabetismo

Analfabetismo di ritorno

Da un’intervista del 1978 di Mario Gorini ad Angelo Filipponi
Professore, non le sembra strano che in una società acculturata, si parli di nuovo di analfabetismo?
A livello superficiale  può sembrare paradossale  che nelle società di rapido acculturamento, di alto benessere economico, democratiche, ci sia analfabetismo di ritorno, ma se si esamina il fenomeno, a livello profondo, si rileva che sono pochi coloro che detengono il potere culturale e che molti sono dipendenti e che gli uni hanno abilità di lettura e di decisionalità in situazione e gli altri ne sono privi.

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I due canoni

Differenze di costituzione dei canoni

Ad Iammia,  tra il 70 e 94 d.C.,  si decise il testo della Bibbia masoretica ( quella che oggi   diciamo Bibbia Stuttgartensia, cioè la versione a stampa del codice masoretico di Leningrado  redatto tra il VI e IX  d.C. dai custodi della masorah tradizione della scuola di Tiberiade che succede a quella di  Johanan Ben Zaccai) e si rifiutò quello dei Settanta, che era in lingua greca, usato dagli ellenisti.
Come sacre scritture furono considerate dagli ebrei:
Torah ( Pentateuco: Genesi, Esodo, Numeri, Levitico, Deuteronomio);
Nevi’im (Giosué ,Giudici, Samuele I-II, Re I-II, Isaia. Geremia. Ezechiele, 12 profeti minori);
Ketuvim (Agiografi: Salmi di Davide, Proverbi, Giobbe, Cantico dei cantici, Rut, Lamentazioni, Ecclesiaste, Ester, Daniel, Esra, Nehemia Cronache I-II ).

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Premessa a Ma,Gesù chi veramente sei stato?

Ma, Gesù, chi veramente sei stato?

 

1. Premessa
Fare luce su Jesous Christos Kurios per me è stato l’assillo della vita da quando bambino recitavo le preghiere e non capivo ciò che dicevo in latino,  da quando mi dissero che Dio si riposò il settimo giorno ed avevo la domenica come giorno festivo e non il sabato come era scritto nella Bibbia, da quando mi parlarono di un Gesù falegname che, però, era rabbì, e predicavano un Dio Veterotestamentario creatore crudele e selettivo e  un  Dio Neotestamentario Padre buono e misericordioso, da quando mi facevano cantare Deus Sebaoth/ dio degli eserciti, poi cambiato in Dio dell’universo.

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Nuova scuola

Scuola come officina-meccanica  per la formazione di persona creativa.

Perché non vendere tutti gli istituti scolastici? sono vecchi e non funzionali
Perché  col loro ricavato non si  inizia la costruzione di nuovi complessi, polifunzionali in aree agricole? costano poco o niente
Lo stato guadagnerebbe di certo tra  vendita di aree ed  edifici urbani ed acquisti di aree agricole da convertire in aree edificabili per edilizia scolastica!
Necessita una legge regionale? si faccia al più presto!
La nuova scuola potrebbe dare un nuovo volto all’Italia, spinta al rinnovamento culturale e ad una nuova politica,  grazie anche ad una ripresa economico-finanziaria !

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Incitato, il cavallo di Caligola

Lei, professore,  in Caligola il sublime, ha parlato  brevemente dell’amore di Caligola per il circo e  per le corse,  e  ha  mostrato l’imperatore come tifoso della fazione dei Verdi- cfr Dione Cassio, St.Rom. LIX,14.6 – da lui  favorita rispetto alle altre dei Rossi, dei Bianchi e degli Azzurri! Perché non mi  parla  in modo diffuso  di Incitato (e dell’auriga Eutiche), così che posso leggere esattamente e comprendere finalmente  nel giusto significato le frasi dette da Svetonio e da Dione Cassio sul cavallo?

Marco, tu ti  riferisci  all’ enunciato  di Svetonio – Caligola, LV:
egli era solito chiamare i vicini obbligandoli al silenzio , con l’aiuto dei soldati, affinché  il suo cavallo Incitato  non fosse disturbato,  il giorno prima della corsa ed inoltre, avendogli  fatto costruire una scuderia d’avorio e una mangiatoia d’avorio, gli faceva dono di  gualdrappe di porpora e di finimenti con gemme, di una casa e di un gruppo di servi.

Specificamente,  però,  ti interessa la frase,  conclusiva, celebre  dello scrittore: consulatum  quoque traditur destinasse,  la cui  traduzione è questa:  si tramanda anche che aveva intenzione di elevarlo al consolato!

Per secoli l’enunciato  è stato letto non come un rumor/voce popolare, che riporta un detto ironico   e beffardo del  giovane imperatore, che deride i consoli clientes, eletti a suo arbitrio, intenzionato perfino a dare la carica consolare- massima aspirazione per un civis–  al suo amato cavallo, come dileggio di ogni carica repubblicana ormai tramontata!.

Caligola, avendo attuato la neoteropoiia/la rivoluzione istituzionale,  esige, come un sovrano orientale, la proskunesis/ adorazione da tutti -popolo, esercito, senatori- imposta  perfino ai Druidi e agli ebrei, avendo preparato  il suo colosso da porre dentro il Tempio di Gerusalemme,  minacciando che, in caso di  ribellione,  li avrebbe deportati cfr. Filone, Legatio ad Gaium!

Nel mondo romano dell’epoca (37- 41 d.C.)  esiste un solo pastore, un imperator autokratoor,  una  lex, un nomos empsuchos/ legge vivente, un essere divino, che ha  di fronte il gregge, in cui non ci sono distinzioni, perché tutti sono isonomoi /eguali,   essendo stato esautorato il senato, declassata Roma a favore di Alessandria, nuova caput mundi. 

In questa situazione e nuovo contesto sociale,  tra la massa di clientes, riverente davanti al  patronus – anonima plebs davanti all’unico basileus despoths  kurios- circola la frase, poi riportata da Svetonio, dopo decenni.

Dunque, professore, secondo lei,  è solo una chiacchiera popolare  circolante in un clima  di partenza di Caligola per Alessandria, che, essendo uomo meticoloso e precisissimo ha perfino fissato le tappe del suo tragitto via mare e la data del 25 gennaio del 41.

Credo che in questo contesto di preparativi possa  essere circolata la frase su Incitato console, un enunciato che, probabilmente, fa affrettare i congiurati  alla uccisione del sovrano.

D’altra  parte noi oggi sappiamo quanto possa valere un cavallo da corsa e tu meglio di me che, in altri tempi, frequentavi gli ippodromi, conoscevi cavalli, galoppatori come Ribot  o  trottatori come Varenne- che, finito il periodo delle corse, come stallone  veniva pagato, ad ogni monta, 15.000 Euro !- Certamente, non ti meravigli affatto delle attenzioni per un cavallo-campione,  avendo visto scuderie di grande valore, maestose,  e  conosciuto la cura e la dieta  straordinaria per gli animali, accuditi  da tanti inservienti!

Da questo lato,  neanche io, che ho tradotto Plutarco, – Alessandro ,6,1-6; 6,8; 44,2; 61,1- ed Arriano- Anabasi di Alessandro,V, 14,4; 19,4; 29,5-  mi sorprendo affatto  conoscendo l’amore di Alessandro per il suo cavallo, Bucefalo, avuto, a tredici anni,  dal padre Filippo, in regalo,  comprato alla cifra di 13 talenti :  è un’esagerazione, pagare  un animale circa 390.000 euro,  per una bestia che temeva la sua ombra, impossibile da cavalcare, sebbene poi cavalcata da lui solo,  per venti anni circa, fino alla morte dopo la battaglia dell’Idaspe, contro Poro- Cfr. Arriano, ibidem, V,19,5!-.

Perciò, si può dire che  non si trova niente di  speciale nel rilevare l’amore di un cavaliere  come Alessandro per Bucefalo, uno splendido stallone nero con un macchia bianca sulla testa, che si inginocchiava per fare  salire il re  e che, pur  ferito, non tollerava che un altro portasse  in groppa il suo unico padrone!

Alessandro per lui –  avrebbe sterminato tutti  i  componenti di una tribù barbarica di Uxii, che  aveva  catturato il suo cavallo, se  non  glielo avessero  immediatamente restituito! In onore di  lui, morto,  fondò città, chiamate  col suo nome!.

Perché, allora, si sono sprecate le  accuse  per Caligola, considerato pazzo -ingiustamente- non certo per il trattamento di riguardo per l’animale e neppure per l‘intenzione di farlo console?.

La colpa è della superficialità dei critici e degli storici, che non hanno saputo vagliare le fonti di epoca flavia, antonina e severiana, -le dinastie che si sono succedute, dopo  quella giulio -claudia, la cui nomenclatura,  divina, è stata utilizzata  da loro prima con Domiziano, poi con Commodo ed infine  da Caracalla  ed usurpata dalla Santa romana chiesa cattolica!-.

Ogni critico, prima di valutare,  dovrebbe porsi  il problema  di esaminare Caligola nel suo contesto, durante il regno suo e quello degli altri membri della sua domus, considerando l’anomalia della sua divinizzazione pianificata nel 40  d.C. come ektheosis, durante la vita,  distinguendola da quella, post mortem, per apotheosis!.

Essi dovrebbero  esaminare con cautela il tentativo denigratorio, maligno,  delle casate successive, fatto  col favore di letterati, prezzolati, compiacenti,  al fine di una propria legittimazione al potere  e di un proprio ruolo, dopo  quello  di una sovranità divina  della precedente dinastia.

Il  fallimento  di una politica di imitazione risulta deleterio  e per  gli intellettuali e  le nuove  domus imperiali, inadeguati come mezzi  per l’attuazione della divinizzazione: solo il clero cristiano  ha  avuto, grazie al tempo, fortuna con l’ektheosis del Christos!

Senza questa operazione non è possibile fare una valutazione oggettiva del principato di Caligola, estremamente danneggiato come memoria dai Flavi, cives sabini italici, prima, dagli Antonini  provinciali ispanici, poi,  ed infine dai Severi provinciali afri! Bisogna, perciò, Marco, tener presente, oltretutto, che  il soterismo di Vespasiano  viene esaltato dopo il fatale 69 e  che  il principato dell’ottimo  vale  in relazione al dispotismo sovrano  di Domiziano  e che il potere dei Severi si basa sull’ordine ripristinato dopo  il funesto 193 d.C., a seguito  della  morte di Commodo e di una crisi economica acuita dal perdurare di un peste iniziata nel 165, capace di mietere 20,000.000 di cives, un terzo della popolazione, nel corso di un ventennio e di una guerra civile, in una volontà di ripristino di  istituzioni come quella di Augusto, considerato da Dione Cassio l’unico  degno di imitazione.

Non per nulla in Storia romana (LII,1-4) è mostrato Ottaviano nel 29 a.C.- indeciso sulla forma da adottare, quasi desideroso di fare la restitutio rei publicae nelle mani del senato e di  deporre la tribunicia potestas e  l’imperium proconsulare maius–  che ascolta il dibattito di Marco Agrippa e di Mecenate.

Il primo  propone una costituzione democratica per evitare l’accentramento  politico  personalistico e per  scostarsi dalla tirannide; l’altro espone sostanzialmente i privilegi e i benefici della monarchia  dando pratici suggerimenti!

Per Dione, Ottaviano nel 27a. C.,  presentatosi in senato, come in pratica faceva un dictator al termine del suo mandato, si dimette, ma il senato, in considerazione dei meriti dell’eroe, che ha salvato la res pubblica  dalla tirannide di  Antonio e dall’ostilità egizia, non accetta le dimissioni,  ma grazie a Manuzio Planco, che lo saluta come Sebastos Augustus, lo proclama divi Iulii Cesaris filius, di progenie divina!

Quindi, professore, mentre Augusto diventa  il punto fermo di riferimento con Cesare, espressione moderata di monarchia,  per la dinastia dei Severi,  Caligola  resta ancora vittima di una damnatio memoriae non fatta dal suo successore, Claudio suo zio,  ma  ripresa in realtà dalla invidiosa propaganda della casate successive, ancora valida  all’inizio del III secolo d.C.?

Il breve regno di Gaio Cesare  Germanico Caligola doveva essere  exemplum di sovranità (non quello dell’argentarius Ottaviano Augustus), comunque, realmente imitato dagli intellettuali del regime, compreso Dione, che ben conosce l‘imperium del nipote di Antonia minor, ma non può manifestarlo per l’ormai radicato  oltraggio alla memoria del Neos Sebastos Novus Augustus!

Caligola, Marco,  è rimasto bollato come pazzo/insanus  prima dai  contemporanei ostili al suo governo  cioè Seneca e Filone alessandrino, poi  da Svetonio (69 d. C.-122/125)  un funzionario aneddotico, non storico, e da Giuseppe Flavio, un sacerdote  giudaico, traditore del suo popolo e  falso profeta, e da Tacito- le cui lacune testuali sono un enigma!-

Gli scrittori di epoca antonina insistono sul giudizio negativo di Caligola e risultano  equivoci nella loro retorica frontoniana  come quelli severiani che, mirando solo ad un rinnovamento costituzionale, nel clima convulso di guerra civile e di un’anormalità  economico-finanziaria, acuita dal fenomeno della peste, già minata alla base dal militarismo, considerano la soluzione augustea una sintesi combinata di monarchia e res pubblica capace, comunque,  di  preservare libertà individuale e dare un fondamento all’ordine e alla stabili.

Ritengo,  perciò, che  Dione Cassio Cocceiano (163/4 -229/30) -un militare di Nicea di Bitinia,  che fa una straordinaria carriera,  in quanto diventa  senatore, console, proconsole fino a raggiungere l’apice con Alessandro Severo- accettando il mito di Augusto imperator,  inaugura il principato di Settimio Severo, trascurando l’apporto reale  degli altri imperatori della domus giulio-claudia,  che restano  etichettati secondo tradizione, Tiberio un pervertito sessuale, Caligola un pazzo sanguinario,  Claudio un servo delle donne e dei suoi ministri, Nerone un megalomane  istrioneNon si può valutare in modo così superficiale e semplicistico il  potere di una domus, tenuto per 117 anni!

Eppure Dione Cassio conosce  vita, azioni, pensiero  e morte di Caligola  e ne  rileva la novità istituzionale, pur seguendo  il giudizio ormai uniformato di condanna della tradizione,  nonostante i suoi puntuali rilievi sull’ incoronazione a Roma, al suo ingresso in città, il 16 marzo del 37,  e sull’acclamazione popolare  del  Neos sebastos, giovane Augusto, e  sulla congiunzione ideale con Alessandro Magno!

Per Dione  le due operazioni di neoteropoiia e di ektheosis sono frutto del delirio di una mente  pazza, di una creatura  che si fa Dio, secondo la logica ebraica di condanna di tutta la propaganda di stampo alessandrino,  tessuta magnificamente  per l’assimilazione del sovrano con Zeus,  progressiva, dopo la celebrazione di Caligola eroe,  semidio e theos!.

In questo  generale clima di derisione di  Caligola capra, pur celebrato  nuovo Augusto -Alessandro,   lo stesso trionfo sui Germani,  voluto e programmato lontano da Roma   sul ponte costruito  tra Pozzuoli e Bacoli, non induce  Dione ad uno studio della figura  complessa del giovane imperatore  e a cambiare giudizio  sul cavaliere, che porta la corazza di Alessandro e che  cavalca  Incitato-Bucefalo!, Per lui il trionfo è una parodia del passaggio dell’ Ellesponto di Serse,  una pagliacciata  teatrale che finisce con l’ordine di  distruzione del ponte stesso, da parte di chi l’ha costruito solo per una mania personale. Dione non comprende il messaggio di Caligola all’ecumene: a lui Dio niente è impossibile;  solo lui, Theos, sintesi di Poseidoon e Zeus,  poteva attraversarlo, nessun altro! Per lui  e per i suoi contemporanei  Caligola è veramente pazzo!

Neanche viene considerato il tentativo di  regnare  a Roma e di imporre ai romani un regime  dopo la sceneggiata  di comando  di Ottaviano, attore,  e dopo la fuga di Tiberio a Capri!.

Dione non ha interesse  a mostrare  come Caligola abbia invertito la rotta del principato augusteo e abbia instaurato la sovranità assoluta, necessaria ed unitaria per le due partes occidentale ed orientale, dopo l’equivoco istituzionale di Augusto –  un vero compromesso -,  non seguito da Tiberio vir aristocratico claudio,  che ha intenzione di  reale restitutio rei pubblicae.

A Dione non interessa, dopo quasi due secoli di maldicenze su Caligola, fare l’apologia del neos sebastos, giovane augusto, che, regna  davvero su uno impero sterminato!

Dione non rileva la grandezza dei  maestri di tirannia – i turannodidaskaloi  Giulio Erode Agrippa e Antioco di Commagene- coadiuvati da un gruppo di letterati alessandrini, abilissimi nella costituzione di un nuovo sistema politico, su basi religiose,  mediante allegoria, abilitati dalle precedenti esperienze lagidi, erodiane e seleucidi!

Neanche legge  il plauso popolare, l’amore dei militari,  la devozione clientelare di patres e di equites  ormai upotetagmenoi/sudditi e l’universale consenso di tutti i provinciali – che lo adorano,  pregano per la sua salute  quando cade malato  e che  inneggia follemente nelle piazze  per settimane per il  suo ristabilimento fisico, perché garante  di un ritorno di un bios kronicos, di una era saturnia, di un kosmos ordinato e pacifico– !

il modello per Dione Cassio non può essere  Caligola, per il negativo giudizio ebraico  di Filone e di quello del filosofo Seneca, che, comunque, riconoscono  quasi un biennio magico di benessere per l’impero  e di eccezionale fortuna, anche se  deridono poi  l’altro biennio, considerato come imperium di un monstrum/teras,  avvalorato poi dagli intellettuali flavi ed antonini!

Viene scelto  Augusto, un vir  fortunato ma incapace di mediare realmente tra istituzioni repubblicane e principato,  congiunto col militarismo di Cesare, e scartato l’exemplum  di Tiberio, che per natura aristocratica tendeva a alla restitutio rei pubblicae!

Professore, mi sembra di aver capito tutto e la ringrazio. Lei vuole dire  che Caligola,  perenne giovane  e theos , vuole regnare in Roma, in Italia e in tutto il suo impero, già pacificato ed ordinato in modo sovrano, cosciente di essere  l’unico  pastore del  gregge umano, suddito, rifiutando il pensiero aristocratico di  Tiberio che, ritiratosi  a Capri, era risultato solo re di un isolotto, mentre Elios Seiano era di fatto il re dell’universo  e che, anche dopo la sua uccisione, non aveva  ripreso il potere diretto,  ma lo concedeva  a Macrone, altro pretoriano,  anche dopo aver scelto i due eredi imperiali nell’estate del 36, Gaio Cesare Germanico figlio adottivo  e Tiberio Gemello, figlio  naturale!.

Bene, Marco, hai fatto una buona Sintesi. Sei un buon discepolo Ora seguita!

Caligola ,divenuto imperator, è simbolo di  una nuova era saturnia  e quindi regna serenamente,  si esercita  nel potere, essendo delizia del genere umano per sette mesi e, dopo un malattia  grave,  ristabilitosi,  inizia il suo regno assoluto, rifiutando  i tutori Silano e Macrone ed uccidendo il coreggente  temendo una  possibile scissione nell’impero.

Ti  ringrazio Marco. Hai capito la sublimità della  mente di Caligola, anche senza trattare  la  vera pars costruttiva  innovativa creativa, che in altre occasioni, hai dimostrato di conoscere bene. Non so se ti ricordi, però, che Caligola  è padrone degli Horti sallustiani, che sono  suo privato campo  di allenamento  per le gare del circo.

Mi ricordo, professore.

Gli horti sallustiani, ereditati dalla madre Agrippina maior, corrispondono  alla zona – forse un po’ più ampia-  dell’attuale Stato del  Vaticano. Caligola si esercitava  andando a cavallo  con Incitato  o  per allenarsi alle gare  di  quadrighe,   dopo che aveva fatto portare dall’Egitto a Roma l’obelisco-ora a Piazza S. Pietro lì posizionato da Sisto V- che allora era disposto forse dove oggi è l’altare della basilica o  dentro. Faccio una domanda. E’ vero , professore, che l’imperatore   faceva  girare, come fosse una meta, il suo carro , intorno, sotto lo sguardo compiaciuto dei  suoi cortigiani, di senatori ed equites  che lo applaudivano  per la sua abilità.

Marco,  dove lo hai letto? non si sa  esattamente se  to Gaianon/il circo di Gaio , ancora esistente nel terzo secolo,  fosse la zona dl Vaticano! Ti aggiungo, però, che  nel primo anno di regno, quando ancora non c’era l’obelisco- fu portato da Heliopoli nel 40!-assistevano alle sue esibizioni, oltre a Callisto  e Cassio Cherea, anche il suo auriga  Eutiche /fortunato e  Macrone, che soleva rimproverarlo per la sua esuberanza giovanile non solo nel circo, ma anche nei banchetti! .

Sono tutti uomini, rimasti nella storia. Anche Eutiche?

Si. Era un famoso auriga del circo  che,  comunque, gli intentò un processo di fronte Tiberio, che si sentiva astro tramontante davanti a  Caligola  astro sorgente, sostenuto dai suoi amici, suoi fautori, che aspettavano la morte dell’imperatore, che era  malato e si collassava spesso.

E come finì il processo?

Tiberio era riluttante-  e lo confessava ad Antonia, sua cognata e  nonna di Caligola-  ma alla fine pressato, riunì l’assemblea ed emise il suo verdetto  a favore di Eutiche -che aveva denunciato il discorso di Agrippa e di Caligola ambedue  impazienti e  fortemente desiderosi  che l’imperatore morisse, prima possibile, per lasciare il posto al nuovo principe.  L’imperatore fece capire che non era morto e che poteva ancora nuocere e   fece imprigionare Giulio Erode Agrippa, poi, dopo sei mesi   liberato,  a seguito della  morte di Tiberio.

Per fortuna  la  responsabilità delle parole dette se la prese tutta Erode Agrippa! per fortuna allora Caligola era sotto la protezione di Macrone onnipotente!

Ed Eutiche che fine fece?

Caligola lo invitava spesso/assidue nella  stalla di  Incitato  a festeggiare con gli altri tifosi del partito verde (factio prasina cfr Svetonio,LV) ed una volta, durante una di queste gozzoviglie  diede due milioni di sesterzi (vicies sestertium): fu sempre un fedele tifoso!

Dunque  professore per chiudere il discorso su Incitato, la frase denigratoria, riportata da Dione Cassio è  ricalcata su quella di  Svetonio, sua unica fonte?

Penso di si, Marco. A te  leggere il testo di Dione  -St. Rom: CLIX, 14,7.:  Caligola invitava addirittura Incitato a pranzo, gli offriva chicchi di orzo dorato e brindava alla sua salute in coppe d’oro; giurava inoltre in nome della salvezza e della sorte di quello ed aveva anche promesso che lo avrebbe designato console cosa che avrebbe sicuramente fatto, se fosse vissuto più a lungo/kai  epi deipnon ekalei , khrousas  te autoooi  kritas pareballe,, kai oinon  en khrousois ekpoomasi proupine,  the te soothrìan  autoukai thn tukheen oomnue, hai prosupiskhneito kai upaton autòn apodeicseicsein ,kai pantoos  an kai  tout’eppoihkei, ei pleioo khronon ezhkei.

Leggo, professore, che Caligola  invita a pranzo -insieme ai patres?!- Incitato e gli dà chicchi d’orzo selezionato , andando nella scuderia/stalla – riservata al suo prestigioso cavallo, di valore incalcolabile -non nella sua reggia, termine sotteso, che comunque, deve far pensare alla pazzia, considerato l’invito ad un cavallo, come commensale!- E’ un equivoco  terminologico voluto specie per il brindisi in coppe d’oro ( come se un tifoso, rimanendo  a cena nelle stalle con gli amici, desse coppe d’oro anche ad Incitato!)  L’aggiunta del fare un giuramento òrkon omòsai per la salute  e per il destino, è un augurio /omen  consueto come la promessa di farlo console, che risulta una esagerazione possibile in un un clima di festa, per una vittoria  di Incitato, festeggiata con altri tifosi.

E’ chiaro per me, professore, che Dione non accettando l‘exemplum di Caligola  principe, ormai noto come pazzo,  per Settimio Severo e la sua stirpe offre il modello di Augusto, invece, alonato dalla tradizione, specie se unito a Giulio Cesare  come  prototipo di  una perfetta monarchia!

Bravissimo, Marco. Neanche io avrei  potuto leggere così bene e chiudere meglio il discorso su cavallo e cavaliere!

Il mito di Santiago: Giacomo ucciso di spada

Giacomo ucciso di Spada

In memoria di mio cugino, Giuseppe Tondi, un italo-venezuelano

 

Marco,  noi non abbiamo lettori, che si accostano  alle parole  con desiderio di apprendere, con animo disposto a capire  l’altro e ad orientarsi  per un rinnovamento:  sono persone che si industriano per entrare nel sito per avere paradigmi già pronti per l’uso,  e risultano copiatori abili a prendere notizie rare, sconosciute per poi pavoneggiarsi, scrivendo  in riviste per dilettanti, o sproloquiare in forum,senza neanche citare.

Si tratta di falsi studiosi, di ricercatori… di inezie,  di strani soggetti, che hanno bisogno di un qualcosa per iniziare a scrivere, di un pettegolezzo  qualsiasi, di un aneddoto, di una citazione,  per costruire i loro romanzi: senza quel piccante incipit non  ci sarebbe…  storia!.

Perciò, non ho pubblicato Di un ordine  femminile soppresso nel 1572 : ci sono, di fatto, molti elementi paradossali che attirano la curiositas di tali  studiosi!

Così va il mondo, caro Marco!

Chi lavora, appena  mangia!  Chi cerca ispirazione e spunti  dagli altri, e sa trovarli, cliccando da una parte ad un’altra,  scrive e, scrivendo bene, pubblica e fa soldi, ricamando sui particolari di vicende storiche, frutto di anni di ricerca, di traduzioni e di letture, di codici decifrati  con la lente di ingrandimento, faticosamente trascritti!.

Io, seppure con tristezza,  da quattordici anniconcedo,  di fatto, ai dilettanti di servirsi  dei miei lavori- un panino imbottito lasciato in pasto  di chi  è bravo ad appropriarsene – e… non ho mai ricevuto  neanche una gratificazione.

Perfino i libri ebook sono venduti  da altri, senza autorizzazione:  a chi va il  meritato guadagno !?

Neanche so come facciano a scaricarli!…A  me non arriva niente!.

D’altra parte non ho mai chiesto niente a nessuno!

Eppure, nonostante tutto, seguito stupidamente  a lavorare  (senza mai guadagnare niente)…per gli altri!

 

Capisco. Capisco, Professore, Cosa vuole comunicare, ora, a noi  suoi ex alunni, fidati amici?!

Il muthos di Santiago di Compostella.

La tradizione cristiana ha parlato di una morte per spada di Giacomo Maggiore, figlio di Zebedeo.

E’ una notizia di  Atti degli Apostoli 12.1-2: nel frattempo il re Erode cominciò a perseguitare alcuni membri della Chiesa. Cosi fece morire a fil di spada Giacomo, il fratello di Giovanni.

Cosa significa, professore, morire per spada o  far morire a fil di spada in epoca giulio-claudia?

Significa, Marco, che Giacomo maior è ucciso mediante decapitazione, da uomini, comandati da Giulio Erode Agrippa I, re di Iudaea dal 41 al 44 d.C., come  reo di un delitto capitale.

Si tratta di Giacomo, fratello di Giovanni,  dei due discepoli di Christos definiti Boanerges,  che sono per i cristiani come i  Dioscuri,  Dios kouroi figli di Zeus?

Certo! Marco.

Si parla  di uno dei due figli di Zebedeo e Salome: del primo ho parlato varie volte  come ricco armatore del Lago Tiberiade  mentre della seconda non ho mai fatto discorso sulla sua identità,  nemmeno nel romanzo L’eterno e il Regno.

Ed Erode Agrippa è l’agoranomos, fratello di Erodiade  poi diventato  therapeuoon di Caligola ed infine re/basileus toon Iudaioon, dopo la Morte del Christos?.

Bravo, Marco!

Si tratta di Giulio Erode Agrippa  che è un civis romanus,  di rango pretorio, e che,  come  ebreo  conosce la lex romana e quella giudaica  in relazione  ai tanti  decreti fatti da Roma repubblicana, prima socia/ summachh,  poi nemica degli asmonei  ed infine da Cesare e da Antonio   in favore di Hircano, ma  estensivi , secondo  Giuseppe Flavio, a tutti i giudei  aramaici ed ellenistici.

Secondo tali decreti un civis non può  essere ucciso come un libertus o  come un popularis  e tanto meno come uno schiavo ed ogni magistrato  provincialis deve attenersi alle leggi  che tutelano il diritto di una mors dignitosa, propria del romano,  anche a chi è reo.

Ora a Gerusalemme vigono le stessi leggi  alessandrine, tutelate da uno speciale politeuma, di cui noi storici non sempre abbiamo tenuto conto nei nostri lavori: è certo, però, che la civitas/ politeia  romana alessandrina è simile a quella gerosolomitana, perché Giulia/Iulia.

Professore, ho capito bene?

Lei vuole dire che Cesare, facendo  Iulioi  Antipatro, il padre di Filone,  ed Hircano   sottende che tutta indistintamente l’élite finanziaria  economica, politica, ebraica gerosolomitana e diasporica  diventa Iulia e quindi ha la civitas?.

E’ così ! Marco. Cesare ricompensando Antipatro, ricompensa  per l’aiuto avuto sia   l’Asmoneo Hircano, sia i Figli di Onia, che gli alessandrini del distretto oniade, pelusiaci, che favoriscono l’impresa di Mitridate  Pergameno, che porta auxilia a lui,  Dictator, assediato a Lochias, nella reggia Tolemaica.  Tutti i giudei ellenisti compattamente salvano Giulio Cesare che, incautamente, dopo la morte di Pompeo, è entrato in Egitto con poche forze militari.

Dunque, professore,  si può affermare che un naucleros, alessandrino o caesariensis,  gerosolomitanus o  cireneus o  anche corintius, ephesinus,  è un Iulios?.

Marco,  ti allarghi troppo,! Sto parlando solo di un civis  alexandrinus o gerosolomitanus  e  non ho carte per dire che anche gli altri- i giudei aramaici e  nabatei- siano di pari dignitàSo solo che Giacomo per parte della madre Salome potrebbe essere un erodiano!

Il solo nome della madre – una familiaris di Berenice, madre di  Giulio Erode Agrippa –  con la civitas, probabilmente iulia, con la professione di armatore, congiunta con il titolo di boanerghes  figli del tuono, è poca cosa per trovare una probabile  radice erodiana tra le tante Salome della stirpe di Antipatro, note ed ignote!.

E’ un problema di parentela e di affinità giudaica: è troppo difficile capire i legami di sangue  tra  Erodiani ed oniadi  e tutta la rete dei figli di Onia, sparsi per il Mediterraneo, per il Mar Nero, per il Mar Rosso ed altrove.

Le navi  mercantili e  le flotte giudaiche  solcano i mari dell’imperium romano con speciali privilegi,  in quanto i giudei, in epoca giulio-claudia sono la spina dorsale della economia  imperiale.

I giudei risultano il genos dominante e sono i trapezitai e daneistai invidiati  ed odiati dall’etnia greca e anche dai   mensarii, argentarii, nummularii  romano-italici e ispano- gallici.

Comunque, Iakobos, figlio di Zebedeo  martire ebraico (forse aramaico), sembra essere  un naucleros, un armatore, un possessore di navi, che ha barche non solo sul lago  di Tiberiade, in quanto produttore di pesce essiccato e conservato con sale, ma anche  a Giaffa  per la pesca mediterranea con triremi  mercantili, che riforniscono  emporeia e fa commercio con le banche trapezai, servendosi di depositi bancari.

Si sa dalla tradizione ispanica medievale  che Giacomo, dopo la morte di Gesù nella Pasqua del 36, predica in Spagna e poi torna  a Gerusalemme nel 40, quando ancora Erode Agrippa non è  re di Iudaea, ma è  già Tetrarca di Galilea e di Perea e dal 37  dominava sulla ex tetrarchia di Filippo.

Erode Agrippa è  a Roma nel 40  a corte presso Caligola (cfr. A.Filipponi, Caligola il sublime) che sta  imponendo l‘ektheosis  ed ordina di mettere la sua statua entro il Tempio di Gerusalemme a Petronio,  governatore di Siria, che tergiversa, preoccupato dei rapporti tra gli aramaici  giudaici e quelli di Parthia oltre Eufrate  (Cfr.  Flavio, Antichità Giud. XIX.)

Qual è l’atteggiamento di Giacomo di Zebedeo in questa delicata situazione  da noi ben descritta in Caligola il sublime  e in Giudaismo romano  II ?

Fa parte dei capi, insieme a Giacomo fratello di Gesù capo della ecclesia/ qahal, che  organizzano la processione  pacifica  fino a Tolemaide  di giudei che  abbandonano i campi ed ogni affare  e che  si  offrono martiri, abbassando il collo, purché  si risparmi l’infamia della profanazione templare?

Personalmente non ho trovato mai niente sul suo conto in questa circostanza del 40 d.C, ma il suo ritorno in patria  per me è eloquente, se è vera la notizia del codex Calixtinus: per lui, figlio di  Zebedeo,  la lotta è il suo  naturale esercizio: un figlio del tuono, aramaico, vive di sedizioni; nonostante la ricchezza conseguita col commercio  grazie alla pace, garantita dall’unicità di comando imperiale  e dalla supremazia militare romana, un figlio della luce ha un solo Dio e padrone.

Nonostante l’apparenza commerciale, condannabile per un puro  aramaico,  Giacomo resta un ribelle antiromano; è un  qanah, ladrone /lhisths, secondo il linguaggio di Giuseppe Flavio!

Comunque sia,  Giacomo  se civis , se naucleros, se  aramaico , non può non essere  un sicario ante litteram, che è in mezzo ai giudei martures , che  preferiscono morire piuttosto che vedere la profanazione del Tempio!

La tradizione christiana in Atti degli Apostoli  in un certo senso è una conferma in quanto dice che Giacomo, a seguito della predicazione di Pietro  sulla costa  in nome  di Gesù,  è condannato a morte da Erode Agrippa, che autorizza l’esecuzione il 25 luglio del 41, secondo il Liber sancti Jacobi, compreso nel Codex Calixtinus, che ricorda una sua missione precedente in Spagna in una zona imprecisata, dove c’è un’apoikia ebraica  con emporion e trapeza e  di un suo ritorno in patria.

Il crimen  potrebbe essere – in una situazione così critica come quella  della profanazione del Tempio (Cfr. Legatio ad Gaium  in cui si evidenzia uno status  di costernazione di Filone, capo delegazione alessandrina in Italia  e di altri  giudei, che si rinchiudono in una stanza, dopo un lungo periodo di sbalordimento collettivo alla notizia del decreto imperiale,  per piangere sulla fine della nazione stessa! ), altamente traumatica per ogni ebreo – aver preso e nascosto le armi  da usare, in caso di  stragi perpetrate dai romani sui giudei inermi.

Il ricordare il Christos crocifisso dopo quattro anni,  è ulteriore crimen che lede l‘auctoritas  imperiale di Caligola-Dio, anche  poi quella di Claudio, che ripristina il kosmos imperiale,  turbato dall‘insania caligoliana, con la Lettera agli alessandrini….

Infatti  contrapporre un maran di nomina  aramaica, seguace  dei decreti di Artabano III,  ad un basileus legittimamente eletto dall’imperatore, pronto a tornare in Gerusalemme già pacificata e a legiferare secondo i mandata di Claudio,  è sobillare il popolo alla rivolta.

Al ritorno  di  Giulio Erode Agrippa  a Gerusalemme per la Pasqua del 41, con l’assenso imperiale e senatorio,  vengono , dunque, imprigionati e Giacomo e Pietro: il primo  dopo un processo  rapido viene  fatto decapitare, data la sua  potenza di naucleros e  la sua probabile civitas romana; il secondo, invece, viene tenuto in carcere sotto nutrita scorta per poi  farlo giudicare dal popolo, non dal sinedrio, dopo la fine  dei sette giorni di Pesach, della Festa degli Azzimi che cade il 14 Nisan (Marzo /aprile).

Apparentemente sembra che ci sia  una contraddizione nei tempi della morte in quanto nel Codex Calixtinus si parla del 25  luglio mentre negli Atti sembra che l’esecuzione avvenga prima di Pasqua. Agrippa può avere condannato subito ma ha dovuto aver la ratifica da  parte dell’imperatore e del Senato  poiché si tratta di uccidere un civis romanus. 

Quindi, professore, posso dire che,  secondo lei, Giacomo è ucciso  di spada perché nobile  giudeo in conformità  alla legge  romana  e  a quella del politeuma giudaico alessandrino in quanto  probabile dissidente dal regime filoromano  di Erode Agrippa, in quanto  già reo di azioni militari antiromane  contro la volontà imperiale di porre la sua statua nel tempio di Gerusalemme.

Prima di procedere, professore,  chiedo se mi può dare qualche indicazione per capire il reale valore del codex Calixtinus e del liber Sancti Iakobi,  che sono sicuramente di altra epoca  e quindi non attendibili storicamente.

Prima di rispondere, Marco, dico che neanche la mia ricostruzione può dirsi storica anche se ho qualche base in Filone ( cfr. In Faccum, Una strage  di giudei in epoca caligoliana), in Strabone e nella Lettera di Aristea,  e quindi non  posso fare nemmeno un’affermazione probabilistica su  Giacomo  civis romano e tanto meno  su un Giacomo  Qanah/Zeloths  aramaico, ritenuto Lhisths: potrei, comunque, dimostrare con qualche imprecisione la sua appartenenza alla  nauklhria-naukraria in quanto nauklhros /naucraros.

Gli alessandrini giudei e quindi anche i  giudei galilaici,  ellenisti, riprendevano gli usi ateniesi del periodo di Clistene  (Cfr. Aristotele, La costituzione ateniese, Mondadori 1996) li adattavano in relazione alla popolazione dieci volte superiore a quella della città attica  e, perciò,  i naukraroi dovevano far parte  in relazione alla phulh di appartenenza  (50 in Atene, 500 in Alessandria(?) e dare, ciascuna, soldati a cavallo e triremi.

Infatti, secondo Filone, prima del compleanno di Caligola -31 agosto del 38, due anni dopo la morte di Christos, – Flacco ordinò  ai soldati- facendo  in Alessandria un’operazione militare in senso antipopolare – la perquisizione delle case giudaiche nei quartieri  per ricercare le armi che non furono trovate, ma che erano state trovate precedentemente tra gli egizi e tra i giudei egizi, quelli delle case sequestrate.
Filone ci tiene a precisare sulla illegittimità delle azioni di Flacco  e precisa che  il Sinedrio ebraico  era stato istituito da Magio Massimo (Flac.,74) quando era governatore per la seconda volta,  su ordine di Augusto, che riconosceva i diritti già accordati dai Lagidi.

 Magio, infatti, dopo che era stato governatore tra il 3 e 10 d.C. fu di nuovo governatore dopo Aquila (Ant. giud, XIX,283), che aveva governato l’Egitto dal 10 al 12  d.C. e,  perciò, Augusto  autorizzò formalmente il funzionamento del  sinedrio nel 13 ,  confermando la  carica del genarca-etnarca, probabilmente quella del  padre di Filone,  nelle sue funzioni amministrativo-giudiziarie e religiose,  poi riconfermato  da Gaio Galerio (Seneca, ad Helviam matrem, 19,4-6)  che governò per 16 anni.
 Ho qualche conferma anche dalla Lettera di Aristea (oggi riconosciuta dai critici come opera del II secolo  av.C. ) e   da Antichità giudaiche  (XII,108 e XIV, 1179-  in cui si riporta un passo di Strabone  che parla delle funzioni amministrative giudiziarie ed archivistiche, propria dell’alabarca-  per cui potrei dire  che gli oniadi avevano  anche una funzione religiosa, data la carica sommo-sacerdotale  del primogenito della  stirpe degli oniadi, celebrante nel tempio di Leontopoli.
Inoltre  Filone precisa che la fustigazione in uso era di due tipi : quella della flagellazione degli egizi, fatta con frusta particolare e da esecutori diversi e quella degli alessandrini sia greci che giudaici con spate e fatta da agenti di polizia  alessandrini  (spataphoroi) in quanto cittadini liberi.
Filone, infine, aggiunge: era norma  per un  governatore  durante il genetliaco di un  elemento della domus augusta, non punire alcun condannato, ma dedicarsi solo alla festa, mentre  Flacco,  oltre a punire chi non era colpevole, punì anche durante la festa, anzi ne fece uno spettacolo di festa, senza rispettare la santità del genetliaco. Infatti  dall’ alba per tre o quattro ore della mattinata  senza concedere l’amnistia di un giorno, senza far togliere i morti dalla croce,  organizzò la festa, facendo  appendere altri  vivi  dopo averli fatti flagellare in pieno teatro e torturati col fuoco e col ferro davanti a  spettatori, che godevano  dapprima della vista di giudei fustigati, impiccati,  messi alla ruota,  brutalmente sfigurati  e portati alla morte, passando attraverso l’orchestra e poi dell’esibizione di danzatori, mimi flautisti  e di attori teatrali in genere.

Dunque, i portatori di  spatha (spathh)  erano uomini del prefetto con incarichi di  portare la spada a due tagli,  una sciabola forse cosi chiamata dalla spata della palma: è probabile che il re di Iuadea  abbia  spataphoroi  al suo seguito, come i consules hanno i littori, portatori di fasci.

Perciò, si può pensare che Giacomo sia  stato giustiziato, a Gerusalemme,  da portatori di Spata, dopo la ratifica senatoria,(non all’istante).

 Fatta questa precisazione, Marco, vengo a trattare del Liber Calixtinus, un testo composto dopo il 1131 da un certo Aimericus di Picaud, il cardinale Aimericus,  cancellarius di  Innocenzo II, notissimo nello scisma del 1130-38, per la sua azione  ostile alla famiglia dei  Pierleoni,  di origine ebraica, imparentata con Gregorio VII, vincitori a Roma sugli avversari  imperiali Frangipane, elettori legittimi con la maggior parte di cardinali  coram populo et notabilibus  di Pietro di  PietroLeone, cardinale presbitero col nome di Anacleto II.

Aggiungo che il presunto  redattore del codex Calixtinus  è  cardinale elettore anche di Callisto II in Francia, a Cluny  ed è accanto ai firmatari Cardinal Sasso  di Anagni e cardinale Gregorio di Sant’Angelo Papareschi  nel 1122 del trattato di Worms con l’imperatore Enrico V.

E’ uomo, inviato dal Patriarca di Gerusalemme, Guglielmo, un  curialis, scaltrito nelle artes sermocinandi e nel cursus, vissuto anche accanto a Giovanni di Gaeta – cancelliere di Pasquale II e prima ancora di Urbano II, che aveva diffuso gli insegnamenti dello Stilus romanae curiae di Alberico  di  Montecassino  Cfr. A, De SANTI, il  Cursus nella storia letteraria e nella liturgia,  Roma,1903; N. VALOIS,   ‘Etude sur le rytme des Bulles pontificalies in Bibl. de l’Ecole de Chartres, 185,p 165 e sgg)!

Il bollario di Innocenzo II, opera del Cardinale cancellarius ,   è  conservato quasi al completo, mentre quello di  Anacleto II, opera di Sasso di Anagni  fino al 1132  poi di altri meno capaci, è mutilo e monco nelle  parti essenziali, in quanto è cassata la figura di un antipapa, dopo la sua morte nel 1138, da Innocenzo II, che è considerato  storicamente vero successore di Onorio II.

Aimericus  nel 1130, al momento dello scisma,  è uomo centrale nell’ elezione di Innocenzo II, di cui diventa segretario, già nei tre mesi romani, prima della fuga a Pisa.

Insomma, secondo Pier Fausto Palumbo ( Lo scisma del MCXXX, Roma 1942)   il cardinale Aimericus è  l’anima  dell’ opposizione… il dirigente dell’elezione di Innocenzo II, il nemico dell curia anacletiana: Francese, e poi gran protettore  di chierici francesi, chiamato  dal francese Callisto II a sostituire il cancelliere  pisano, morto,  Grisogono, è contemporaneamente eletto a titolare di S. Maria Nova.

Per il Palumbo la nomina  doveva avere recato un cambiamento di indirizzo o piuttosto doveva essere stato indice  di un mutamento, patrocinato   dal circolo francese  sempre più congiunto col papa di Worms  e sempre più capace di sostituirsi  alla influenza romana della vecchia curia di Gelasio e di Pasquale.

ll Palumbo aggiunge:  Aimericus è anche amico di Bernardo di Clairvaux , di Pietro il venerabile e di tanti altri abati, di cui fa la fortuna nel periodo in cui domina per quasi otto  anni la curia papale,  prima a Roma, poi dopo la fuga di Innocenzo a Pisa, ed infine  a Cluny : è il rappresentante della nuova curialità francese ambiziosa e non priva di realismo politico, duttile ed insinuante,  ma alimentata dalla mistica bernardina  e dall’ostilità cistercense ed anche cluniacense e borgognona, all’ambiente romano, giudicato corrotto e corruttore ,anche se poi era quello che  aveva superato  con energia e saggezza  la lotta contro l’impero ed avviato alla vittoria la teocrazia gregoriana…. Aimerico svolge la sua attività in antitesi  a Roma  con gli ultimi compagni  di Ildebrando, coi  gregoriani della seconda generazione…

Anacleto, insomma,  esprime la politica antimperiale  gregoriana dei  Cardinali seniores, romani; Innocenzo  con Aimericus  e i  cardinali francesi  con  l’appoggio di Bernardo, di Pietro  il  Venerabile, con Norberto di Magdeburgo  forma il fronte riformista  ...

Questa, comunque, Marco è un’altra storia che forse ti racconterò…

Ora veniamo al testo del Liber Sancti Jakobi, che è  un corpus dottrinario  ideologico e liturgico, utile ai fini  della  formazione del Muthos di  Santiago,  – di cui si narra l’obitus, con  la translatio corporis  e con compositio/sepoltura   in Compostella e l’inventio /il ritrovamento della tomba  nell’ 830,  grazie all’accordo tra  Theodomiro, vescovo di Iria Flavia   e un monaco che seguono una stella  fino alla pianura/kamph  dove è sepolto il Santo ( Campus Stellae/Campostella).

Marco, in latino il verbo componere  tra i molti significati  vale seppellire o  fare il dovere funebre verso un  parente: infatti  è azione di  chi  prepara e custodisce e quindi compone in un’urna,  raccogliendo le ceneri e le ossa , oppure di chi seppellisce e  dà sepoltura  ad un cadavere. Ricorda Orazio, Satire, I,9, 28:  Omnis composui, Felices! nunc ego resto/  li ho sotterrati tutti. Felici! ora resto io.

Professore, comprendo che questa è una tradizione ispanica, che parla di uno, morto a Gerusalemme- dopo un ritorno dalla Spagna-  il 25 luglio del 41 d. C. e di una translatio corporea  ad opera di discepoli  il 30 dicembre che,  dopo 7 giorni dalla partenza da Giaffa,  arrivano con una nave  in Galizia  ad Iria  Flavia.

Marco, è una notizia  mitica, che è nel  III libro del Codex Calistinus, che è  un testo in cinque libri,  formato da 225 foglietti  di pergamena, degno di grande considerazione!.

Il Codex Calixtinus è detto  così dal nome di  Papa Callisto II – Guido da Vienne-  eletto a Cluny e morto a Roma nel 1124 e contiene  nel I libro  riti liturgici  e forme  di spiritualità,  nel II i 22 miracoli  del santo,  avvenuti in varie parti di Europa   e nel  III una breve translatio; il IV, invece , è il libro di Turpino,  mentre il quinto è il Liber peregrinationis.

Dunque, professore,  è un libro di vari contenuti, che propaganda non  solo le gesta eroiche e paradossali del santo, creando il mito di  Matamoros, di un matador di arabi con l’esaltazione dell’ impresa  carolingia di Roncisvalle, ma anche, oltre alla crociata,   che invita ad un affratellamento cristiano delle popolazioni pirenaiche secondo l’indirizzo callistino, borgognone?.

Il codex ha, infatti, caro Marco, un grande valore nazionalistico francese, oltre che ispanico, in quanto esalta non solo il valore carolingio ma anche quello della nobiltà di Aquitania, di Galizia  di Borgogna,  il riformismo degli ordini di monaci  cistercensi e  cluniacensi,  il significato della spiritualità mistica di Bernardo:  la narrazione di Historia Caroli Magni et Rhotolandi  è  opera di Turpin vescovo di Reims, il leggendario Turpino,  che  mostra come Santiago appaia in sogno a Carlo  e lo inviti, pressandolo,  a liberare  il suo sepolcro dalle mani saracene, inviando una stella per indicare perfino la via da seguire.

L’insieme narrativo è un capolavoro di retorica curiale!.

Nel codex  non compaiono ma  s’intravedono sovrani come Luigi VI, molti nobili  come Guglielmo di Aquitania,  re come Ferdinando I  di Galizia, tanti vescovi,  abati di monasteri  inclusi nel  cammino di Santiago-che  risulta  un colossale affare commerciale e un fenomeno  di aggregazione sociale,  e oltre che un  cerimoniale  di culto al fine di  unire i popoli pirenaici  in un momento storico, in  cui la Chiesa è lacerata e divisa  da uno scisma, che separa i fedeli in pars anacletiana  filoromana e in pars innocenziana, filogallica,  specie dopo i concili di Etampes e di Reims, in una condanna della voracità della chiesa romana!-.

Professore, quindi, si può dire che il codex  risulta  una colossale propaganda di pax universale christiana  riformata,  in nome della crux, il simbolo crociato antisaraceno ispanico  ed egizio antifatimita, in un abbraccio perfino all’imperatore bizantino Giovanni Commeno, che fa passare in secondo ordine perfino la divisione del 1054 a causa del Filioque?

Certo, Marco.

Il popolo  di Francia e della Spagna settentrionale è unificato dalla parola di Bernardo, dalla sagacia giuridica  di  Aimericus, dalla concezione legalistica di  Innocenzo II, che anatemizzano l’occidente romano  filoanacletiano  e, concordi, con l’imperatore di Germania,  Lotario III,  intenzionato a  riportare il legittimo pontefice dalla Francia nella sede di Roma  e a debellare il pericolo  del normanno  Ruggero II, protettore  di Anacleto -che lo elegge re di Sicilia- hanno coscienza di essere la pars melior e sanior della Chiesa.

Il cammino di Santiago crea una rete di  complicità  religiosa con  la figura del pellegrino compostellano, con lo speciale  Bastone,  che lo differenzia dal Romeo  e  dal Gerosolomitano, seguendo, comunque, il  vecchio modello  benedettino,  che portava  a Subiaco al Sacro Speco.

Aimercus, avendo fatto il percorso  più lungo, a cavallo, indica altri 17 itinera  per far si che, dopo aver superati i Pirenei,  da vari versanti, si giunga  alla metà con precisi tragitti, con specifiche tappe, e con  segnali  indicanti  la particolarità delle acque, dolci o amare, sia di fiumi che di torrenti,  di  fonti naturali e termali: vengono indicati  i luoghi,  le loro caratteristiche, i monti e si  fa una pianta  corografica di tutta la zona per indicare  il corso del rio Ulla, lungo il quale si risale fino a Compostella, al campo santo/composita tellus, dove fu deposto e composto  Giacomo dai suoi amici e parenti, dopo  almeno sette mesi, pur facendo il percorso , costa costa, atlantico, dopo il superamento delle Colonne di Ercole.

Mitica è dunque la translatio, che non poté essere di sette giorni,  in quanto il corpo con la testa tra le mani, conservato con il miele  (Cfr. La fuga  Di Erode), poteva mantenersi intatto  anche per anni.

SI sa di tale  uso  ebraico derivato dai  giudei adiabeni- cfr. la tomba della regina Elena adiabene ( in Gerusalemme), che  aveva  ordinato ai figli di portare i suoi resti in città -.

Con questo sistema,  d’altra parte, per almeno 6 mesi il corpo fu conservato   e  poi portato via, dopo la morte di Erode Agrippa, quando ci furono contrasti e lotte contro i giudei sulla costa.

La fuga e la translatio di un corpo  di uno che era stato ucciso di spada dal re  non passavano sotto silenzio: la tradizione spagnola parla di Giacomo  decollato,  che  con le mani tese, prese la testa,  caduta, tanto che, dato il rigor mortis, il corpo fu mantenuto  così – sotto miele?-.

All‘obitus di Giacomo  per la tradizione medievale segue la traslatio del  cadavere  il 30 dicembre  dello stesso anno, dopo la cerimonia del sotterramento, ad opera di aramaici, amici e parenti, spaventati   prima dalle misure repressive del monarca insediato a Gerusalemme e poi dai tafferugli successivi la morte del re a Cesarea.

Questa è la versione medievale, non certamente compatibile con la speranza di un aramaico combattente di riposare  nel suolo patrio.

Mitica, perciò, professore,  è la navigazione  sul Mediterraneo e poi lungo la costa atlantica, specie si tiene conto  di un’altra translatio, quella di una roccia su cui è il cadavere del santo-  che poi si assimila ad essa- spinta dal piede di Cristo fino in Galizia all’odierna Padron,  dove compaiono elementi adiabeni ed armeni, non propri della zona.

Certo Marco, tutto è mitico  nella storia di Giacomo Maior fusa con quella di Giacomo minore, zeloths e di armeni.!

Sappiamo che il re giudaico, anche lui inizialmente messianico, fa uccidere  molti zeloti,  partigiani, che si opponevano in quanto aramaici, alla sua politica di filoromano, – che  pur ha tolto agli ebrei, figli dell luce, le tasse  da pagare ai romani ed ha fatto riforme circa la conduzione rituale del tempio – nell’anfiteatro di Cesarea (cfr. A. F. Giudaismo romano II, L’eterno e il regno ultima parte).

Giacomo, fratello di Gesù, all’epoca , capo dell’ ecclesia  gerosolomitana  e custode del gazophulakion  templare, dovrebbe aver concordato col re  una politica di collaborazione ai fini della gestione dei fondi del Tempio con la promessa di favorire l’andamento rituale e sacrificale  templare  nel corso delle feste, momenti di grande coesione tra gli ebrei, convenuti in Gerusalemme da ogni parte dl mondo.

E’ un  grande affare  sia per il mondo giudaico che per i romani, che riscuotono al pari del Tempio le decime  dei sacrifici, senza neanche dover fare il servizio di sorveglianza, compito svolto dallo strategos  del tempio e dalle sue guardie.

Sembra che  Pietro e Giacomo maior non siano d’accordo col loro capo, fratello del Signore…

Infatti in Atti degli apostoli 12,1-4 si legge: Nel frattempo, il re Erode cominciò a perseguitare alcuni membri della chiesa. Così fece perire a fil di spada  Giacomo, il fratello di Giovanni e poi accortosi di  di far cosa gradita ai giudei  volle procedere anche all’ arresto di Pietro  Erano, però in corso  le feste pasquali e quindi, fattolo arrestare  lo mise in  prigione consegnandolo a quattro picchetti di  di quattro soldati ciascuno, affinché lo vigilassero, volendo farlo comparire  dinanzi al popolo dopo la Pasqua.

Da qui la morte dell’uno e l’arresto per l’altro, da parte del Re. Ne è consapevole Giacomo il Giusto  di quanto accade?…

Non sappiamo niente se non che, morto Giacomo di Zebedeo, il suo corpo è preso da amici ed è portato con nave da Giaffa fino a Padron (Iria Flavia)  in Galizia :  è una fonte medievale,  trascurabile!?

Questa è una tradizione ispanica, che parla di una morte a Gerusalemme dopo un ritorno dalla Spagna :  sembra che  si voglia di proposito stabilire le date,  quella dell’obitus,  quella della translatio e poi quella dell’  inventio del  corpo  per santificare  il 25 luglio , il  30 dicembre  e il  6 Gennaio  per il culto di Santiago!.

Professore, anche  I veneziani credono in un ritrovamento del corpo di Marco ad Alessandria, prodigioso,  e in una translatio romanzesca  a  Venezia nel 829 , un anno prima del ritrovamento di Theodomiro del corpo di Santiago?!

Anche a Bari  c’è la leggenda di S. Nicola  e  della translatio del  suo corpo da Mira   (Turchia) da parte di marinai baresi nel 1087 ( i resti li depose Urbani II nell’altare maggiore della Cattedrale)!?

Sono translationes  mitiche anche loro, Professore?

Marco, tu sei un ottimo  ingegnere e un serio ricercatore,  meglio di me, dati  i  tuoi studi scientifici,  puoi tirare una pertinente  conclusione.

Io, oggi 25 dicembre,  ti dico, secondo consuetudine,  solo Buon Natale!?

 

 

 

Giulio Erode e la siccità

 

Non magnanimo, consolatium, sed misero comites habere penantes

 

Professore, avendo io letto Gerhard Prause (Erode il Grande, Rusconi 1981 ) insieme ai miei amici, vorrei ora approfondire  il complesso periodo di romanizzazione e di ellenizzazione del regno erodiano, dopo il 27 a C.,dal momento dell’assunzione del titolo di Augustus /Sebastos  fino all’incontro di Erode con Marco Vipsanio Agrippa a Lesbo  nel 13 a.C. e al suo ritorno in patria, prima via terra, poi via mare, da Sinope?

E’ un quindicennio molto controverso storicamente, fondamentale, comunque, per la valutazione di re Erode. Marco, è un lavoro lungo e difficile,  utile per arrivare ad una  definitiva valutazione su una basileia controversa!: bisogna  fare una  serie di giudizi, senza la critica cristiana,  circa il comportamento di Erode in vari settori, specie  agricolo-finanziario,  economico e sociale,   e  leggere la sua condotta,  in relazione alla  politica romana e a quella specifica giudaica, specie dopo la morte di Mariamne asmonea, in un clima farisaico-essenico antiromano ed antierodiano, connesso con la musar aramaica.

Il mio lavoro non è certo quello di Prause, che procede secondo una lettura ebraica di Abraham Shalit – Koenig Herodes, der Mann und sein Werk, Berlino 1969- e di  Samuel  Sandmel- Herodes.Bildnis eines Tyrannen, Stoccarda, Berlino,Colonia, Magonza 1968:  ho da tempo fatto una revisione sul giudaismo ellenistico, sul  cristianesimo  e sulla storia romano-ellenistica giulio-claudia, visibile  in tanti libri ed articoli e specie in “Perché la casata di Erode e quella di Filone hanno in comune il nome Ioulios/iulius? ”  ed ora ti posso evidenziare solo l’atteggiamento di Erode,  civis romanus, rex socius ed amico personale di Ottaviano e di Agrippa, un basileus orientale, che segue la riforma del principato, in un tentativo di ellenizzazione popolare ebraico sul modello alessandrino, conforme a quello del circolo di Mecenate per l’Italia e per l’Occidente.

Io, Marco, vorrei partire da quel  tredicesimo anno di Regno, terribilis annus cioè anno 25 a.C., in cui il re,  ora ristabilito dal male fisico,  cerca di manovrare per avere l’amore popolare, avendo già  sicuro il favore militare, volendo tenere sotto  controllo tutto il territorio, quando ancora una legione romana stanzia  davanti  Gerusalemme, dopo che  è sfuggito da poco ad una congiura, mentre si lega, mediante un personale rapporto, con  Augusto e suo genero Marco Agrippa.

Marcare il quindicennio, tenendo presente il precedente quinquennio,  è lavoro immane, incalcolabile, quasi impossibile, se non si accetta come vera  la frase di Flavio in Guer. Giud. I,399-400: Erode, nominato Surias olhs epitropos, con exousia superiore ad ogni  altro governatore  e re orientale,  dopo Agrippa, era amato da Cesare,  dopo Cesare da Agrippa/upo men Kaisaros ephileito met’Agrippan, up’ Agrippa de metà Kaisara.

Sembra un’esagerazione! Un enunciato  di una propaganda ebraica!

Anche a G. Vitucci  (Guerra giudaica, Fondazione Lorenzo Valla, Arnoldo Mondadori Editore,1974), che segue critici  tedeschi ed americani, sembra frase esagerata!

Eppure, davvero, per oltre un ventennio,  Erode così appare agli orientali, romanizzati ed ellenizzati! E’ l’uomo intermediario tra Ottaviano ed Agrippa nella politica interna, che ha, inoltre, una funzione methoria ( Cfr.  Methorios  www.angelofilipponi.com)  tra l’imperium romano e quello parthico.

Professore, con tutto il rispetto, anche la  sua affermazione sembra esagerata, a meno che non la dimostri e con parole e con fatti! Per capire bisogna aver chiaro anche il significato del passaggio dallo stato repubblicano a quello del principato!?

Marco,  certo.   Senza la coscienza della fine della forma repubblicana e dell’inizio del principato, del passaggio dalla forma repubblicana al  principato, non può esserci nessuna spiegazione  del sistema romano e  neppure di una sua struttura periferica, come quella giudaica, in cui convivono una pars  elitaria ellenizzata ed una pars popolare aramaica. Perciò  non so se sarò capace di una seria valutazione fattuale e concettuale, tuttavia, questo penso circa la familiarità di Erode con Augusto e con  Agrippa  e circa il ruolo svolto dal re tra l’imperator, padrone assoluto di un regno di 3.300.000 km quadrati, e il re dei re parthico,  di un  regno di 2.200.000 km.quadrati.

Marco, il fatto che Ottaviano console per la settima volta insieme a Marco Agrippa, si presenti in senato  per restituire solennemente  i propri poteri eccezionali di tribunicia potestas  e d’ imperium proconsulare maius, sottende che un civis  ha la piena coscienza di essere il soothr della patria, e che attende il riconoscimento concreto dei suoi meriti eccezionali, sovrumani, divini.

Allora,  il  conferimento del titolo di Augustus/ Sebastos determina nel mondo romano un cambio profondo di mentalità con un’implicita adesione al principato! Non esiste più  né il civis né il senatus, supremo organo dello stato, ma esiste  da una parte il suddito (cittadino e senato- tutti gli altri  aristocratici, equites , popolo in genere ) e da un’altra l’imperator che, avendo ogni potere, come  dominus/despoths assicura  universale pax/eirhnh et iustitia/dikaiousunh a tutti occidentali ed orientali! cfr Il re legge vivente e la legge re giusto.

Giuridicamente, Marco, ci sono ormai due figure: quella del subiectus/upotetagmenos   e  quella dell’imperator/autokratoor: così sancirà  di fatto con una propaganda alessandrina perfetta, 66 anni dopo, circa, Gaio Cesare Caligola Germanico ( Cfr. A ., Filipponi, Caligola il sublime, Cattedrale  2008), che riprende l’idea  ebraica  dell’unico pastore e del gregge umano – Filone,Vita di Mosè II – e quella omerica della necessità di un solo signore  e di un solo re (eis koiranos  estin, eis basileus Iliade, II,204)  e di un solo sovrano  e di un solo Dio  Caesar /Zeus in una distinzione netta tra chi ha il compito di comandare dispoticamente per natura   e chi ha dovere naturale di obbedire (Filone, Legatio ad Gaium 76).

Mi sembra di aver capito  che tutti, compresi i senatori che fanno finta di essere pares davanti al princeps, sono clienti ed uno solo è il padrone!.

Si.  hai capito! Marco. Tutti i cives sono sudditi indistintamente  e c’è un solo sovrano, Theos e nomos empsuchos. Gli  avversari politici antoniani stessi, vinti, come anche il re giudaico, si fanno promotori di una investitura divina, avendo  sperimentato la  basileia orientale con Antonio e Cleopatra: non ti sorprenda se Manuzio Planco (Svetonio, Augusto, 7) è quello che per primo lo saluta come Augustus/sebastos! Gli altri patres  respingono la richiesta  di Ottaviano, di ritirarsi a vita  privata, come Cornelio Silla,  e dicono che non vogliono esser abbandonati ora da  chi è loro soother autorizzando così il culto dell’ eroe, figlio del Divo Giulio Cesare, uomo di stirpe Divina – riconoscendolo princeps,  che ora vale non più primus inter pares, ma  dominus/despoths, del senato!. Ottaviano, pur fingendo di   ripristinare il sistema repubblicano, sebbene abbia il  diritto militare del più forte, fa apparentemente  trionfare la legittimità senatoria  e con essa  sembra riportare pax e lex nel mondo romano, dopo le guerre civili, ma è imperator/autokratoor, sovrano assoluto.

E’ questa la pax augusta  tanto celebrata dai circoli letterari, un equivoco, sotto cui si maschera lo scaltro attore Ottaviano che risulta normale civis, che, comunque, determina e condiziona il  legittimo funzionamento delle strutture repubblicane  ormai svuotate di potere! 

Marco, E’ solo una grande propaganda che  viene fatta per tutto il periodo  di regno della famiglia giulio-claudia da un’équipe alessandrina in lingua greca,  poi coadiuvata da elementi italici in lingua latina!. In effetti la pax dura ben poco, perché Augusto fa poi la spedizione cantabrica e i suoi legati sono ancora in armi in Retia in Pannonia  e in Germania, mentre le opposizioni  si susseguono  numerose con congiure a Roma e in Occidente.

In Oriente, il clima di pace è più evidente, considerata l’amministrazione delle province, scattata quasi automaticamente, subito dopo Azio, senza un ulteriore intervento senatorio, con un avvicendamento normale di ripristino  o di conferma come accade ad Erode, anche se antoniano, ma  eletto re anche da Ottaviano nel 40 a.C:,con nomina senatoria.

In questa situazione  di generale pacificazione,  Erode può aumentare di potere  tanto da assumere un’auctoritas come terzo uomo dello Stato romano  in breve tempo,  quando Roma è  continuamente turbata da congiure antitiranniche: essendo un fedele propagatore del pensiero augustoproclama la pace universale  in una volontà di ripristinare giustizia ed ordine, dopo la fine di Cleopatra,  nella sua giurisdizione.

Professore  sembra che lei sottenda quasi un triumvirato che in effetti è una diarchia decennale Augusto/Agrippa  dominante su Occidente  ed Oriente, con l’aggiunta di Erode terzo uomo dell’impero romano orientale, almeno per circa un ventennio?

Non sbagli, Marco.

Ritengo  che dal 27  fino al 12 morte di Agrippa, a marzo,  in Camoania,  l’ effettivo comando  sia in mano di Augusto che, però, specie nel periodo della  malattia demandi il potere prima al  designato successore  Claudio Marcello e poi, alla sua morte, a Marco Vipsanio Agrippa, mentre Erode  si stabilizza come basileus  filoromano in Giudea per divenire poi, dopo la designazione a successore dell’amico- che ha l’imperium proconsulare maius orientale, destinato ad avere anche la Tribunicia potestas–  il primo referente dell’Oriente.

So che in Giudea  il re – come i governatori nelle Province di nomina imperiale  e senatoria-  assicura un clima pacifico   e sicurezza nelle vie  romane, nei mari, proteggendo il commercio punendo i trasgressori che turbano il kosmos romano, ora regolato da precise leggi,  facendo valere i diritti giudaici, contestati,  di fronte all’elemento greco, invidioso.

Erode assume, allora, una specifica funzione? Quale?

Erode, in quanto re dei giudei  ellenisti – che sono una comunità elitaria, avente una propria autonomia già,  connessi coi protoi greci concittadini, numerosi nelle grandi città, specie quelle portuali come Alessandria, Efeso,  Antiochia, Cirene,  dominano nel sistema emporico  perché potenti come trapezitai e nauarchoi, ben  guidati dall’alabarca di Egitto, di norma anche etnarca – diventa il rappresentante  di questa classe  mercantilistica aperta alla conquista dei mercati non solo  Parthici ed arabi, ma anche di quelli di  India e  di Seria, tramite la via  del Mar Eritreo e la Via regia persiana.

Per  Erode, giudeo ellenista,  essere methorios è uno status conclamato di interposizione e  di mediazione economico-finanziaria, che sottende una funzione intermedia  già svolta dal giudaismo ellenistico alessandrino  oniade tra Antonio – Cleopatra  e  il regno arsacide e, precedentemente, tra i Lagidi e i seleucidi.

Quindi, professore, secondo lei, Erode, congiunto col sacerdozio oniade e sadduceo, per conto dei romani, svolge un ruolo di congiunzione tra i due grandi imperi per quasi un ventennio, avendo come sudditi  anche i giudei aramaici, con cui già è venuto a patti ?

Marco, così mi sembra!.

Il re giudaico ha cultura  romano-ellenistica e cultura aramaica, conosce greco e latino, ma anche aramaico! E‘l’ago della bilancia, in Oriente, non solo in senso politico e sociale, soprattutto in senso economico-finanziario- quando specialmente collega il gazophulahion templare gerosolomitano con quello leontinopolitano oniade alessandrino, centro bancario mediterraneo-.

Roma, infatti, può assicurare, tramite Erode, non solo  alla regione giudaica, ma anche  a tutta l’area asiatica  e siriana fino al confine eufrasico, compresa la Macedonia, stabilità e pace, stabilizzando,  con decreti filoebraici, nei territori di residenza, i ricchi giudei della diaspora!

L’ organizzazione di un sistema comune,  unificato  già dalla concezione macedonica  seleucide e lagide della basileia e dalla koinh dialektos  e  dalla cultura greca, diventa un organismo funzionale anche amministrativo, secondo la volontà di Augusto, applicata  da suo genero Marco Vipsanio Agrippa, coadiuvato  dal re di Iudaea –  con l’amico, per quasi un decennio e senza  di lui, per quasi tutto il precedente decennio-.

Tale valore dell’opera erodiana è rilevabile nell’azione costruttiva di Erode nel suo regno ed anche fuori della sua patria, in quanto il re, come gli ebrei ellenisti,  è cittadino romano e quindi kosmopoliths, partecipe del Kosmos imperiale!

Erode, costruttore e  philhllhn, non resta solo entro i confini patri, ma svolge la sua  opera  kata philanthroopian kai euerghsian, in modo universale, tanto da apparire sovrano più benefico agli altri popoli che al suo popolo, controverso e contraddittorio nella sua affidabilità romana.

Erode raggiunge davvero il culmine della prosperità /eudaimonia innalzando l’animo a mete più alte, rivolgendo la sua magnanimità/megalonoia, anche in costruzioni pubbliche,  specialmente ad opere di pietà /eis eusebeian – Ant. Giud.XV- XVI – e dentro e fuori del suo Regno.

Lei, professore, parlando specificamente, quindi,  di una siccità continuata /auchmoi dihnekeis in Giudea,  di una carestia – a cui succede una forma di peste loimos,-  vuole dimostrare, da una parte, che  il superamento della  crisi economico-finanziaria, sorta da un fenomeno naturale, avviene perché la Iudaea,  pars dell’imperium, grazie al suo re,  ha il contributo  di tutto il sistema romano orientale, che rivitalizza la cellula temporaneamente malata, sofferente, e, da un ‘altra, riattiva la funzionalità del macrosistema col beneficare  una struttura periferica. Vuole, quindi, mostrarci come Erode,  ellenizzando il suo popolo,  di base aramaico, agricolo, operaio, pur con una componente elitaria sadducea già filoromana, è assertore e propagatore del principato augusteo?

Si. E’ questo il mio intento.

Vorrei informare dettagliatamente sulla condizione dell’imperium romano, a seguito dell’accettazione del principato augusteo  da parte del senato e del popolo nel 27a.C e su quella  del regno di un re socius, come Erode, che è un fedele esecutore della volontà imperiale.

Lei intende mostrarci un cambio di politica e di mentalità da parte del re, che,  partendo da un fenomeno, che  terrorizza la popolazione,  evidenzia il progetto innovativo  filoellenico, già avviato, conformemente alla volontà imperiale,  che oppone la paideia alla musar, la scienza /episthme alla religio, la civiltà alla barbarie?. Insomma  lei vuole mostrare a me e ai miei ex compagni di liceo, suoi vecchi discepoli, la vera funzione di Erode nell’impero romano, come quella di un propagatore culturale orientale, già abituato al culto del  basileus /nomos empsuchos, disposto alla divinizzazione della sovranità di Roma e dell’autokratoor, nonostante la tipicità del suo popolo e aramaico ed ellenistico  che, comunque, proclama ogni giorno il suo Shemà, cioè, di aver un solo Dio e Padrone, secondo la tradizione patria e la legge mosaica!.

Professore, per lei, quindi, Erode anticipa perfino il programma  culturale di  Mecenate, avendo già una propria formazione ellenistica, tipica di un civis alexandrinus?

Certo Marco, prima di  Virgilio, di Orazio  e di Tito Livio,  Erode  dà il suo contributo alla propaganda del principato augusteo, su base divina in Oriente con le sue costruzioni, con il suo filellenismo e con la  celebrazione  della  maestà divina di Ottaviano, nikeths, imposta anche ai suoi sudditi  farisei, feroci conservatori della legge patria.

Seguimi bene e rileggiti l’articolo su Giulio Erode  e parenti, su Giulio Filone e Giulio Alessandro Alabarca in modo da capire come la stessa monumentale operosità costruttiva e il sistema emporico -trapezitario  siano segno di una neoteropoiia  progressistica e di un’ektheosis, come espressione  precaligoliana, di una superiorità culturale romano-ellenistica, di stampo alessandrino, tipica dell’amecsia ebraica filoaugustea, capace contraddittoriamente di servire due padroni, Dio e l’imperatore sebastos/augustus!.

Erode, come idumeo-nabateo, che ha ha avuto l”eredità fondiaria del padre e della  madre,  oltre che quella asmonea,  dopo la morte di Antigono e dopo quella di Alessandra,  è un grande latifondista,  il maggiore  della Giudea, più del Tempio,  avendo  avuto immensi  territori  personali da Augusto nel 23 a.C. , ad oriente del lago di Tiberiade  (Auranitide, Batanea e Traconitide) oltre al feudo familiare di  Idumea, oltre  a  Samaria,  Galilea e Perea,  avute in precedenza dai romani, per cui  vaste zone della vallata del Giordano e nella pianura di Gerico, dopo la fine di Cleopatra  sono  come ville regie di vaste dimensioni,  con amministratori forse latini di formazione, anche se dioichetai ellenistici.

Il re fa una politica agricola,  regnando su un popolo di  sacerdoti, -anche loro  latifondisti, che hanno rendite da feudi templari sparsi nel territorio – e pur non essendo ebreo – è rispettoso, comunque,  come  idioths  eusebhs della torah, essendosi volutamente conformato per la regalità alla tradizione asmonea, anche se  ligio al culto della dea Roma e dell’autokratoor sebastos.

Insomma Erode, come ogni altro re orientale, deve adeguarsi per integrare  perfettamente il suo popolo  con  le popolazioni dell’impero romano, imitando la  peculiarità giudaico-alessandrina e quella stessa sadducea templare gerosolomitana, già ellenizzata da oltre un secolo, seguendo  l’esempio di suo padre Antipatro, un governatore asmoneo, seguace del divino Cesare.

Il  disegno  erodiano statuario e numismatico, architettonico in genere,  sottende la necessità, da parte popolare,  di una rinuncia temporanea morale alla propria elezione e,  da parte sua,  il dovere della celebrazione del divi Caesaris filius: il popolo ebraico, il popolo eletto, sacerdotale,  secondo le promesse divine, deve prendere atto che contingentemente il suo Dio impone la sofferenza  al proprio figlio, un momento di dolorosa attesa,una prova/peira da sopportare,  mentre favorisce- pur rimanendo pathr, che applica la  sua  oikonomia storica – un  filius adottivo, il popolo romano, insignito con l’impero universale /katolikos,  col suo autokratoor, che è sothr e euergeths  e  degno di essere venerato!.

Erode come Virgilio (Cfr.Eneide VI,784),  quindi, celebra la pax con l’imperium, l’Italia come Magna Mater,  Augusto come Ercole  e Bacco (802),  Roma imperiale  nella sua triade capitolina  e  il suo compito  di parcere subiectos, debellare superbos (853).

Pensa, Marco, che in una  ex villa di Getty, in Inghilterra, è stato trovato  da un fortunato giardiniere un busto di Ottaviano del I secolo  con la testa di leone,  tipica di Heraklhs  – Alexandros,(forse rappresenta un Caligola Neos Sebastos!) e che, quindi, il culto dell’ eroe  Cesare augustus/sebastos, sempre vincitore,   è attestato in terra druidica perfino !?

Professore, secondo lei, Ottaviano  si propaganda con Didimo Areio e con gli altri retori  ed  artisti alessandrini in tutto il mondo! La politica di Erode, perciò, è connessa totalmente con quella di Ottaviano che  riforma il sistema agricolo sistemando adeguatamente i milites,  reduci,  con assegnazione di terre  e, dopo il triplice trionfo, avvia un processo di modernizzazione del foro e della città, che si trasforma in urbs marmorea rispetto a quella repubblicanalatericia, facendo un grande lavoro di risistemazione templare in Roma e  in Italia-specie nelle ville  campane- ed  anche nelle province occidentali.  attuando un’imponente opera di  costruzione  col suo Mausoleo, con  l’Ara pacis, l”Orologio e  col Pantheon?.

Allora, per lei, Erode,  un capo idumeo-nabateo, civis  ed iulius, è vir romanus  dentro il suo animo,  meglio è  un romanus alexandrinus, poliglotta, che costituisce  perfino un modello di regalità  da  imitare per i viri civiles romani quiritari e che crea modelli di statuaria,  utili/chrestoi per l’Occidente attardato, militaristico?!

Marco, Erode, conoscendo perfettamente il greco, in quanto ha cultura alessandrina, scientifica,  conosce bene anche il latino, essendo stato  da giovane  amico di Valerio Messalla e di Asinio Pollione, all’epoca del loro servitium presso Marco Antonio, di cui conosce  i suoi legati, Ventidio Basso, Sossio, Canidio Crasso, presso i quali è interprete e coi Parthi e con basileis ellenistici.

Lei, quindi, dà per certo che la formazione linguistica  di Erode è poliglotta come quella di Cleopatra e di Mariamne e di Alessandra? Ne sono convinto, Marco,   tanto che ti aggiungo che  Erode ha lasciato le sue Upomnhmata/Memorie in greco, palesi in alcuni libri  di Antichità giudaiche. Ti preciso che non può non conoscere bene il latino, anche se  è uomo  di lingua aramaica! Grazie a questa triplice conoscenza, ha piena coscienza della cultura romano-ellenistica in quanto  è un perfetto methorios tra  l’impero romano e quello parthico, non solo come dioikhths amministratore e come trapezita ma anche come  politico, essendo uomo indispensabile tra  l’impero romano e quello di Parthia! Ed Augusto (come i romani  tutti !)  è conscio che Erode ha un piccolo regno  rispetto ai servizi prestati/ paresth pollooi  baruteran  Herodhi perieinai basileian pros  a pareskhen!

Lei, professore,  quindi, aggiunge alla componente economico -finanziaria alessandrina, ora,  un’altra, quella  culturale, tipica degli erodiani giuli  (Ha presente la  figura di romanizzato ed ellenizzato di suo figlio Alessandro  o di Antipatro figlio di Salome, o di Erode  Antipa e ancora di più di  Erode Agrippa I, tutti uomini educati a Roma !), propria di un intermediario con volontà conciliatoria tra due civiltà?.

Marco, questo ho capito con sicurezza, studiando  e traducendo gli autori giudaici, intrisi di messianesimo aramaico ed ho potuto rilevare anche la componente militaristica ed imperialistica in Erode, figlio del militare idumeo Antipatro e della nabatea Cipro: essere un perfetto cavaliere e arciere  è l’ideale  per un principe idumeo nabateo! la formazione militare è la base per la carriera politica: senza di essa non esiste il vir civilis/o politikos! Erode e poi suo figlio Alessandro sono  esemplari prototipi della razza!

Seguiti, professore, e faccia luce nei nostri pregiudizi cristiano-cattolici.

Erode, dunque,  è grato, infinitamente grato alla domus Giulia, riconoscente a Roma e a Cesare, come suo padre Antipatro: Roma è tutto/pan  per lui: vita, potere e familia;  essere vinculum tra  Ottaviano e d Agrippa  è un onore non pagabile, dato l’immenso debito verso l’euergeths e soothr: la sua fedeltà/fides è quella di un servo devotissimo per il proprio padrone, quella di un cane per  chi lo nutre,  quella di un fidus,- fidissimus omnium!-,  per il suo Theos, il cui culto è il più venerato, più di quanto possa temere ed amare Jhwh  il più giusto e pio  dei farisei ( esseni o  terapeuti), essendo disposto a morire per testimoniare con la vita il suo servitium.

Le costruzioni di città  e di templi per Ottaviano sono testimonianza  di un tale amore  devoto  per il Sebastos, datore di vita e di potere!

E’  un vir che riconosce  i meriti della domus giulia, li scrive chiaramente con lettere  di pietra nelle sue costruzioni, proclamando al mondo la  sua funzione di intermediario tra i due imperi, col suo tentativo di integrare nel mondo  ellenizzato,  alessandrino, il suo popolo, in una esaltazione del suo filoellenismo e della sua  fedeltà a Roma e  all’imperatore, datori unici di  vita e potere, come familiare giulio e come partecipe al dominio del mondo, fiero della propria romanitas,  che assicura- dopo la violenza della vittoria/nike-  la pax/eirhnh e lex/nomos per il progresso dell’ uomo, avendola imposta  perfino alla Parthia  aramaica e al re dei re Fraate.

Erode sente la propria stessa amicizia familiare, come funzione intermediaria, come ulteriore vincolo tra  Ottaviano ed Agrippa, proponendosi come diallakths / pacificatore perfino nel periodo  che precede la morte di Claudio Marcello, quando Marco Agrippa è incerto nella sua  azione politica, data la predilezione dell’imperatore per il nipote, figlio di Ottavia, destinato alla successione, specie nei momenti di panico giulio universale di fronte alla malattia mortale di Ottaviano  Cfr. Il medico di Augusto!

Dunque, Erode costruttore  esprime la sua perfetta adesione al principato augusteo: le sue costruzioni sono un segno della cultura  ebraico-romana di un un re, fiero di essere fedele al suo Dio ebraico e al Dio romano, al di là della lacerazione spirituale personale e alla sottesa ed implicita contraddizione?

Marco, nel clima propagandistico del culto di Augusto, Erode  avendo già  cambiato il suo personale sistema di vita, si allinea alla norme della  celebrazione postaziaca  del mito augusto  con una serie di costruzioni monumentali, nella celebrazione della divinità augusta, accettata da tutte le popolazioni orientali, ad eccezione di  alcuni  gruppi aramaici, che, comunque, sanno rilevare ormai i benefici di tale azione  regia,  in quanto artigiani, agricoltori ed  operai, coinvolti nel disegno erodiano di progresso e di integrazione (cfr. www.angelofilipponi.com Erode philhllhn).

Ora capisco professore il significato della riforma italica agricola  di Erode e il suo lavoro sui qainiti e il loro contributo nell’edificare-  sebbene questi abbiano timori  nel  constatare l’immensità del lavoro-    preoccupati ed ansiosi  sulla retribuzione  e sulla possibile fine del rapporto lavorativo, in caso di interruzione, per mancanza di fondi.

Le opere erodiane sono sempre proprie di un signore megalomane che, però,  porta a  conclusione ogni monumento, avendo fatto bene i conti preventivi  con i suoi dioichetai, che assicurano la copertura delle trapezai, fino al telos: Erode è accusato di essere uomo di menzogna, ma non  per inadempienza negli affari finanziari o nelle costruzioni, come ente pagatore  dei qainiti.

Lei, professore, sta parlando di operai, fabbri, carpentieri, muratori, mastri, architetti  che con famiglia vivono  accampati  là dove svolgono il loro lavoro di costruzione, secondo il contratto col  datore di lavoro ed anche di stipendiati giornalieri  in aziende agricole di villae,  gestite secondo il sistema romano latifondistico?  si Marco anzi voglio  mostrare un Erode, come imprenditore capace di investire anche commercialmente  con la vendita, specie  di balsamo e di sale, di pescato  e di bitume e per perfino come operatore turistico  abili richiamare amici e  malati  perfino sulle acque  termali di Wadi Zarqa ma’in/Calliroe, mediante propaganda ?.

E ti aggiungo  che tra i teknitai /tektones/ architektones  ci dovrebbero essere il nonno Giacomo e il  padre Giuseppe del nostro Gesù, che lavorano con una qualche qualifica e si spostano  in relazione all’offerta: questo ho detto circa 40 anni fa e questo ancora ribadisco rivendicando questa piccolissima scoperta su Gesù artigiano, di cui molti, compreso Augias -Filoramo-Il grande romanzo dei Vangeli, oggi parlano  cfr. L’eterno e il Regno, opera finita di scrivere nel 1999!

Quindi, professore, gli agricoltori e gli operai che lavorano nelle costruzioni erodiane  cominciano ad avere la  stessa ideologia del  loro sovrano, specie dopo la carestia e le forme di pestilenza, in quanto hanno fiducia nel loro sovrano,  che dà la sicurezza  del pagamento, nonostante le loro accuse  pesanti  contro Erode, sacrilego, ritenuto  elemento non conforme alla Legge, punito da Dio, per la sua empietà.

Veniamo ai fatti e smettiamo di parlare, altrimenti facciamo come  fa il giornalista – storico Prause e  come fanno tanti altri  studiosi !

Marco, il tredicesimo  anno di regno diventa, per me, l’anno della svolta  per il popolo  che,  dopo un doloroso biennio, sembra interagire positivamente con la  volontà riformistica  del  proprio re, innovatore: operai ed  agricoltori sono i primi a seguire la nuova impostazione erodiana, avendone constatato, già, la sua affidabile  retribuzione anche negli anni precedenti.

Infatti, Flavio, Ant. giud. XV, 299- 304,  scrive: Nell’anno tredicesimo del regno di Erode  si verificarono nella provincia molte calamità o per divino  castigo o per avvenimenti  casuali. Dapprima la terra, serrata, non fruttificava regolarmente  e i cittadini per la carestia di grano erano presi da mortale malattia. Questi, oppressi da vari mali,  continuamente, per la scarsezza di cibo, cambiarono il modo di vivere ed  erano consunti per lo più da sofferenza pestifera/pathos loimikòn. E la malattia di quelli che così morivano, privi di sostentamento, perché, essendo i frutti della terra corrotti e  vuoti i granai, non  dava altra speranza di aiuto, se non il morire a causa della diffusione del male. Non durò solo quell’anno, ed anche l’anno successivo non ci fu raccolto perché i semi erano stati  consumati: comunque, la necessità e il bisogno erano causa di molte invenzioniAnche il re era non meno afflitto del popolo dalla malattia pestifera/thn loimoodh noson, poiché non poteva riscuotere i dazi che prendeva dalla terra ed aveva consumato i tesori con le grandi costruzioni delle città e non sapeva da dove prelevarli.

Dunque, Marco,  nel 25 a.C., Erode  si trova in una difficile situazione economica  a causa di un fenomeno di siccità imprevedibile  e  viene accusato maggiormente dal popolo, che segue la predicazione  farisaico-essenica  di essere uomo di menzogna e di essere philhllhn, cioè di essere collegato con la politica augustea,  basata sulla divinizzazione del sovrano autokratoor: non ha neanche più denaro per le costruzioni, che lo hanno dissanguato e sembra che non possa attingere alla cassa del gazaphulakion del Tempio per l’opposizione  dei  sacerdoti,  che concordano con le profezie farisaiche, in una condanna del regno  di Erode, colpevole del fenomeno della carestia.

Erode, in tale situazione, essendo  in attesa dei finanziamenti delle trapezai  oniadi alessandrine,  non agisce contro il popolo e i teknitai, che pur protestano, essendo sobillati,  ed inventa la sua politica, dimostrando di essere un soggetto entusiasta e  creativo.

Professore, dunque,  Erode, anche se  sorpreso dalla calamità naturale e dalla lentezza della burocrazia trapezitaria  alessandrina e, pur non potendo  prelevare  denaro dal Tempio, mantiene aperti, comunque, i cantieri e seguita nella sua attività agricola?

Certo. E’ una grande impresa  quella del re, che  insiste nel suo piano di riforma, nonostante il phobos popolare davanti ai mortali  fenomeni naturali: Erode,  pur ritardando le paghe agli operai, facendo pagare, forse, i dioichetai ogni tre mesi – invece che ogni mese  o giornalmente – nel suo principale cantiere  a Cesarea  – dove si lavorava dall’anno 30 a.C. ininterrottamente per anni, e perfino a Gerusalemme dove, finito il palazzo del Cesareo ed iniziato l’Agrippeo, sta costruendo  l’Anfiteatro- forse con strutture portanti  in muratura, alternate con altre  lignee- mentre sembra che faccia tutto in muratura il teatro  gerosolomitano, avendo già iniziati i lavori di demolizione della  fortezza Baris,  destinata ad essere la fortezza Antonia sopra il tempio, avendo già l’idea di  una  vasta ristrutturazione di tutta l’area templare di circa 14 ettari.

E’ un piano di  ristrutturazione cittadina, a cui certamente concorre la finanza alessandrina, che coopera con pubblichi edifici  con alberghi/ xenodochia per pellegrini,  con costruzioni di case, di alloggi nella città nuova, con l’offerta anche di terreni circonvicini  per i cimiteri, e con sovvenzioni al tempio o per rifiniture templari. Gerusalemme anche  ha bisogno di un considerevole numero di qainiti– forse distaccati dal gruppo  più grande di Cesarea o  operai specificamente giudaici aramaici locali o  stanziati in cantieri-accampamenti, fuori città!.

Marco,  Erode è  ora veramente un saggio amministratore  che non  interrompe i lavori e non cessa la sua politica di favore e di sostegno dell’elemento popolare: il re ricorre al proprio patrimonio  e fa fondere non solo gli oggetti  d’oro e d’argento ma anche quelli preziosi, artistici: è un politico accorto che mantiene la sua pianificata organizzazione economico-finanziaria  e il suo progetto di integrazione sociale anche di fronte alle calamità naturali. Anzi  da queste trae una forza maggiore per la realizzazione completa  della sua  politica,  convinto come politico  di saper tradurre in atto i  sogni del popolo  secondo l’etica di Joseph, il vizir dell’Egitto Cfr. A Filipponi, Giuseppe  o il Politico, De Ioseph  Ebook 2013 e cfr.Angelo e Mirko  Filipponi, Vita di Giuseppe, E book 2015.

Flavio scrive 305-310: Frattanto, deliberando di dare aiuto in tempo,  ed essendo difficile perché i vicini non avevano da mandare viveri in quanto anch’ essi avevano sofferto in pari modo  e mancavano di denari, stabilì, allora, di non mancare di aiuto e ruppe i vasi regi d’oro e d’argento e li fuse senza aver riguardo alla  raffinatezza dell’arte, che li rendeva ancor più  preziosi.

Dunque, professore, Erode è sollecito e premuroso  verso il suo popolo ed abile nell’amministrazione?

Erode, come militare, ha sempre dovuto  provvedere al suo esercito e alle popolazioni da lui controllate, da quando era giovanissimo epimelhths della Galilea, ben guidato dal padre ed ammaestrato dall’esempio di uomini come Sesto Giulio Cesare,  il cesarida Cassio,  specie gli accorti legati di Antonio, più dello stesso triumviro, ed infine  dall’insuperabile argentarius Ottaviano. La sua amministrazione/dioikhsis,  inoltre,  è quella della tradizione arcaica giudaica, già applicata dagli oniadi alessandrini perfino nel sistema bancario, abilitati nel loro lavoro di esattori fiscali.

Non solo, Marco, quindi, Erode, è un abile  realizzatore in quanto sa ponderare, prima di agire, ogni possibile fenomeno avverso, tanto da apparire fortunato, data la sua previdenza  e cautela, nonostante l’entusiasmo creativo, ma sa all’occorrenza  privarsi  perfino  dei suoi averi personali – come già aveva fatto per salvare il Tempio dagli avidi soldati di Sossio-!

E fatto questo,  contatta Gaio  Petronio, governatore di Egitto, suo amico, successore di Elio Gallo – che aveva condotto una sfortunata spedizione,contro l’Arabia Felix, e  dopo iniziali vittorie,  nel ritornare in Egitto,  attraverso il deserto arabico, perdeva gran parte dell’esercito (decimato da malattie e da fame), composto di 10.000 milites  e da altrettanti auxilia (tra cui 500 giudei e 1000 nabatei inviati da Erode e da Obedas sotto il comando dell’infido Silleo, poi accusato di tradimento)  che,  a stento,  riportava a Berenice/odierna Hurghada, sul suolo Egizio,  grazie alla  flotta di 80 navi, i superstiti  militari e le 130 navi onerarie, stranamente mai sbarcate per i rifornimenti!.

Gaio Petronio si rende disponibile, di fronte alle richieste,  anche se ancora impegnato a  respingere l’invasione della regina etiope Candace, che, saputo del  piano di attacco di Augusto, lo aveva pervenuto,  invadendo la  Nubia ed  era penetrata nell’interno dell’Egitto, conquistando Siene, File ed Elefantina. La regina, infine, è sconfitta  da  Petronio, che, riconquistata la zona, penetra nel territorio nemico,  marcia verso Napata e la conquista, facendo molti prigionieri,  inviati ad Augusto in Spagna, dopo aver lasciato in Etiopia presidi (Cfr. Dione Cassio, St Rom. LIII.29 e Strabone  Frag. XVI, 5,1).

Avuta la risposta affermativa da Petronio, Erode, tiene sereno il popolo, pur provato dalla carestia e dalle malattie. Ricevuto dal governatore egizio frumento in quantità, pagato anche in anticipo  dalle banche alessandrine e con questo, portato da navi onerarie a Cesarea Marittima – forse quelle stesse 130 navi  che dovevano rifornire i soldati nella spedizione contro l’Arabia Felix?! -sfama il suo popolo,  la  Siria  e le città vicine, tanto che Ottaviano, appena  guarito dalla malattia grazie ad Antonio Musa,  gli regala le regioni ad oriente del lago Genezareth, come ricompensa della sua azione  a favore delle popolazioni, avendo approvato anche il  suo decreto di riduzione di un terzo delle tasse, nonostante il perdurare della carestia.

Quindi, Erode non solo aiuta il suo popolo, ma si rende  utile per le altre nazioni, divenendo  per i romani un punto fermo nella loro politica orientale?!

Si. Marco, hai compreso bene?!

Dal 23 a.C. fino al 13  a.C. Erode è centrale  nella politica romana orientale, specie quando Ottaviano inizia le operazioni antiparthiche, incerto, però, circa il problema  di meglio l’uovo oggi o la gallina domani.

Svetonio applica ad Augusto ex argentarius  l’esempio del pescatore  – che va a pesca con un amo d’oro, la cui perdita non può essere  compensata da nessuna preda – che  è  l’emblema  di chi corre dietro ad un piccolo vantaggio, affrontando un grande rischio: ad un dux prudens, perciò, non vale la pena  attaccare  la Parthia  perché  il rischio è grande il kerdos scarso ! cfr. Festina lente /speude bradeoos www.angelofilipponi.com.

Ricordo, professore, che lei  diceva che Ottaviano ragionava, all’epoca, come i suoi trapezitai  alessandrini,  divenuti, dopo la conquista di Alessandria,  suoi epitropoi,  gestori del fisco imperiale! Loro che erano i datori di lavoro dei suoi antenati Ottavi, nummularii, sapevano quello che dicevano ed erano fedeli dipendenti!.

Certo, Marco.

Erode, come gli epitropoi alessandrini,  dissuade l’imperatore dall’impresa parthica, invitandolo piuttosto ad azioni diplomatiche senza tentare l’impresa  armata,  data la  grandezza del regno di Fraate e le connessioni  non solo dei giudei,  ma anche di  tutte le popolazioni transeufrasiche  di lingua, cultura e parentela aramaica. Di questo sicuramente parla Erode con Augusto, che visita la Siria  nel 21-20, diciassettesimo  anno del suo regno, e che punisce gli abitanti di Gadara, che accusano di violenza, di razzia e di distruzione di templi  il suo re socio,  pur famoso come inesorabile verso quelli del suo popolo che sbagliavano, ma come il più magnanimo  verso i forestieri – Ant. Giudaiche,XV, 356 -.

Augusto nell’occasione punisce Zenodoro, un infido amministratore  (Ant giud.XV, 359-360), mentre Tiberio, legatus ventunenne,  procedendo dalla via balcanica, lungo l’Istro   porta le truppe in Armenia,  col mandato di deporre il re  Artaxias II e di dare il trono a Tigrane III.

I parthi, allora, impauriti dalla congiunzione di eserciti romani   accettano  le condizioni di Augusto: riconsegnare  le insegne romane prese a  Crasso e ad Antonio; dare ostaggi  ed iniziare un periodo di generale  distensione e pacificazione tra i due grandi regni,  tra l’imperatore e il re dei re, Fraate.( Cfr.  Svetonio, Augusto, 21,43).  Erode,  dopo questa pacificazione – di cui non sappiamo l’entità  esatta del suo contributo-   chiude un quinquennio  fortunato  non solo per i rapporti coi romani, migliorati dopo l’aiuto di Petronio,  ma anche col suo popolo aramaico e coi farisei, nonostante le continue loro contestazioni, a causa dei cambio di costumi  della tradizione  patria.

 Flavio scrive: Egli mandava denari in Egitto a Petronio, postovi da Cesare come governatore. Non pochi avevano fatto ricorso a lui per gli stessi bisogni, ma lui, essendo amico di Erode che desiderava salvare i suoi sudditi, diede a loro la precedenza nell’ esportazione di grano dall’Egitto e li favorì in tutto e nell’ acquisto e nel trasporto con navi, tanto che la maggior parte, se non la totalità  dell’aiuto venne da lui.

Dunque, Erode salva il suo popolo dalla carestia e  favorisce la ripresa economica, nonostante il seguito di pestilenze  ed altre calamità,  avendone riconoscimenti  per i suoi reali meriti, ed ottenendo onori tanto che Flavio – Antichità Giudaiche, XV, 361 -proprio in questo periodo  parla del suo rapporto di familiarità e di amicizia con Augusto ed Agrippa. Aggiungo che Erode è franco nel parlare /parrhsiasths  tanto  familiarmente con l’imperatore che, prima di riaccompagnarlo al porto di  Cesarea,  chiede (e la ottiene) anche per il fratello Ferora una tetrarchia, costituita con parti dei territori di Zenodoro  – Ibidem -.

E’ un periodo  fortunato per il re e Flavio afferma: Erode, portato il grano non solo mutò l’animo di quelli che lo sdegnavano  ma fece manifesto il suo favore e patronato verso tutti: infatti, diede loro quanto grano serviva per fare pane ed inoltre essendovi molti che per vecchiaia o altra infermità non potevano prepararsi  il pane, egli provvide inviando  i fornai a fare il  pane o a  darlo già confezionato.

Questo fa Erode?!

Flavio aggiunge: si prese anche il pensiero che non svernassero col pericolo, avendo visto che erano mal vestiti a causa delle morti e  dell’abbandono delle  greggi, non avendo più lane da usare e cose di tal genere.

Professore,  E’ probabile, allora,  che la sua azione caritativa  sia stata simile  anche per i cantieri  aperti, se il re  provvede anche  alla Siria e alle città vicine,  bisognose di semi  per fare la semina?

Certo. Marco  La sua  disponibilità amministrativa  fa propendere in questo senso, secondo un coordinamento, voluto dall’imperatore stesso.

In conclusione, Erode, secondo Flavio,  assolve al suo compito di epitropos, avendone vantaggi economici e benefici e per la sua gente e per i popoli dell’imperium romano, grazie alla sua perfetta integrazione nel sistema universale romano e alla personale sua amicizia con l’imperatore.

A mio parere, Marco, Erode applica il metodo  Ioseph,  poi evidenziato da Filone, nella sua opera De Ioseph.

In che consiste? professore.

Giuseppe, figlio di Giacobbe, spiegato il sogno delle 7 vacche grasse e magre, ha l’incarico dal faraone di amministrare l’Egitto e il suo impero asiatico connesso e congiunto omogeneamente, come viceré, dopo aver mostrato l’aggiunta del signore, che risulta un piano di prevenzione nel periodo delle buone annate e di raccolta decentrata, in modo da accumulare il massimo possibile, senza  dispersione, per una successiva opportuna distribuzione, a seconda del reale  bisogno interno  e in relazione alla richiesta di commercio con popoli sottomessi, divenuti parte integrante dell’Egitto, e di altre nazioni.

Per lei, professore, non è, quindi, un semplice atto di provvidenza e di carità,  fatta da un re filoromano, come Erode, ma è una pianificata operazione universale augustea, a cui il re giudaico è conformato, come esecuzione di un ordine superiore divino!   E’ quella stessa economia, propagandata da Amartya Sen?

Marco, forse!. Io non sono un economista, sono un letterato,  non capace di leggere un grande come Amartya Sen! Posso solo dire che Erode, in linea con il senato e  Augusto, risuddivide ogni eccedenza  e costituisce una forza lavoratrice operaia permanente  per provvedere e al suo regno e ai popoli circonvicini,  sotto la sua tutela, distaccati di volta in volta, a seconda del bisogno, come gruppi operativi minori,  capaci di organizzazioni più grandi nel momento attuativo della fabbrica, sotto la responsabilità di un corpuscolo direttivo ridotto, precostituito.  Erode, così, col servirsi dei qainiti  si rende benemerito di un benessere nazionale  ed internazionale, a causa del fenomeno stesso della diaspora, in una promozione del proselitismo giudaico.  Infatti per Flavio  non ci fu persona che non avesse trovato in lui  un soccorso adeguato. Popolo, città  e privati  capi, afflitti da miseria, ricorrevano a lui e  ne erano soddisfatti  tanto che  predispose 50.000 uomini per la distribuzione, creando una rete di amministratori e di  funzionari  a lui fedeli e  da lui pagati.

Dunque, professore, la Iudaea, pur rimanendo un cantiere aperto, pur con le calamità naturali, agricole,  pur essendo in una critica   situazione, vivendo in un contesto comune, romanizzato ed ellenizzato, che funziona come un corpo unico, può giovarsi delle eccedenze dell’Egitto e delle riserve alimentari  di una spedizione romana fallita,  vivendo, diciamo noi oggi, in un mondo globalizzato, coordinato dall’imperatore e dai suoi  epitropoi  e mediante un proprio re filoromano,  può superare il grave momento di necessità, mediante un sistema di scambio  di favori, di uomini, concedendo denaro liquido e  beni voluttari esotici, commercializzando quanto la regione offre.

Il popolo ebraico per la prima volta sembra accorgersi, dopo oltre quarantanni dalla presa di Gerusalemme da parte di Pompeo, che è parte di un impero e che, come tale,  ha vita  congiunta con gli altri stati, che compongono il Kosmos romano, la cui linfa e sangue possono giovargli in casi di eccezionale gravità, tanto da rilevare perfino il buon governo di un re, non conforme alla legge mosaica e contrario alla moralitas tradizionale, capace, comunque, di philanthropia.

Secondo Flavio, questa sua provvidenza e soccorso tanto poterono sull’animo dei  giudei, che non sapevano più come lodarlo e la nazione tutta depose  l’odio suscitato dallo stravolgimento da lui introdotto in alcuni riti  tradizionali.  Tutti erano convinti che con la premura, con cui li aveva sollevati  dalla disgrazia, aveva del tutto cancellato i suoi  errori. E molto onore si fece presso le genti straniere  e sembra che le traversie fossero maggiori di quanto si potesse credere, ma nel loro infierire sul regno  gli giovarono per farsi un nome. Infatti le inaspettate prove, che egli diede di  generosità  nelle angustie,  volsero l’animo dei sudditi a suo favore  ed essi lo stimarono, non per quello che era stato, ma per la provvidenza mostrata nella presente calamità.

Professore, i termini usati da Flavio sembrano propri del vocabolario farisaico-essenico  e  assolvono dalle colpe il re giudaico, redento dalla philanthroopia.

Certo, Marco. Pronoia con epimeleia / provvidenza con cura, bohteia /soccorso, amarthmata/errori, generosità megaloprepeia con megalopsuchia  e compassione/eleos sono di un dio pathr, di JHWH, che assiste: e ora  tutto viene invece dal re,  che lo fa per ordine di Augusto sebastos, che coordina ed assicura con l’eirenh  ogni bene, indistintamente, a tutti i suoi sudditi in ogni territorio occidentale ed orientale!.

Procedendo in questa linea  Erode si impone come un philanthroopos tra i popoli di lingua greca, come euerghths  più verso città e verso regioni straniere che verso suoi concittadini giudaici, che hanno una doppia  cultura in quanto formati da una parte da pagani e da giudei ellenizzati e da un’altra da giudei non ellenizzati di lingua e formazione aramaica.

Eppure Erode da tempo ha cercato di amalgamare le due anime in relazione alla sua sumpatheia per la cultura giudaica innovativa alessandrina oniade, che, secondo lui, avrebbe dovuto cucire insieme la mentalità sadducea templare gerosolomitana  con quella leontinopolitana, specie a seguito del  suo matrimonio con Mariamne di Boetho – Ant.Giud, XV, 319-322-  dopo la congiura del cieco, grazie alla sua attività costruttiva, affidata ai qainiti anche in terre straniere, ben  pagati per la loro  conclamata grande professionalità.

Professore, lei vuole dirmi che Erode, dopo le costruzioni interne, a seguito del matrimonio con Mariamne, finito il palazzo regio,  il teatro e l’anfiteatro, avendo poi istituiti i combattimenti  atletici ogni cinque anni,  eletto presidente  dei giochi olimpici, porta a Rodi e in altre isole, in  città e regioni greche i qainiti per le costruzioni anche pagane, dando così lavoro alle numerose squadre di teknitai, la cui attività è  apprezzata, dovunque, nel mondo romano orientale?.

Marco,  devo dire che Erode, a motivo della sua personale ambizione  e per le lodi  ricevute da Cesare e dagli amici romani  si era allontanato secondo  Flavio (Ant. Giud.XV, 267) dagli  usi giudaici  tradizionali, costruendo  edifici e città, e templi ad Augusto e a Roma,  facendo manifestazioni non consuete alla tradizione  per gli spettacoli quinquennali,  avendo invitato  atleti ed ogni classe di lottatori, attratti dalla speranza della vittoria   e dai  ricchi premi,  dati non solo ai primi ma anche  ai secondi e ai terzi,  indicendo anche agoni musicali thumelikoi  e gare per i guidatori di cocchi  a quattro o a due cavalli  ed anche per singoli cavallerizzi.

Inoltre, Erode addobba il teatro di Gerusalemme, città  santa (Ant giud. XV.273) con  drappi preziosi  e gemme di valore, avendo disposto tutto intorno iscrizioni, come quelle successive di Ancyra nel  Monumentum ancyranum-Res gestae Divi Augusti-  in onore di Cesare e trofei delle nazioni,  vinte da lui in guerra, in puro oro e argento  ed avendo fatto provvista di fiere (leoni ed altri animali) riunite per farli combattere tra loro: di questo gli stranieri pagani erano attoniti per  le spese, attratti dallo spettacolo e dalle lotte tra animali ed uomini gladiatori, mentre  gli  ebrei  non  sopportavano  un  uso  estraneo alla loro cultura. E cosa ancora di più insopportabile per loro  secondo Flavio- Ibidem – erano i trofei ritenuti da loro immagini, coperte da armi ,e perciò erano rabbiosi tanto che il re  è costretto  a dare loro una spiegazione  (Ibidem, 277-279)  che  fa  sorridere, probabilmente, i sacerdoti sadducei gerosolomitani che,  visti scoperti i trofei, rilevano non immagini, ma solo un’anima lignea.

Nonostante questo, non potendo gli aramaici sopportare l’offesa della celebrazione di Ottaviano sebastos nella città santa,  Erode subisce un attentato in Gerusalemme ad opera di 10 uomini, compreso un cieco,  che cospirano, giurando di affrontare ogni pericolo e di nascondere i pugnali sotto le vesti,Ibidem 281-291 . E’ una congiura gerosolomitana di aramaici, che vogliono dimostrare al popolo  e al re  l’errore  della costruzione del teatro, che rovina la spiritualità cittadina, in quanto si fa sacrilegio verso la dimora della divinità.  Erode scopre la  trama,  dopo una breve indagine, e  convoca uno ad uno i congiurati, che confessano di aver ordito la congiura  con un pio e nobile intento non  per amore di guadagno né per il proprio  interesse  e che  preferiscono la morte  alla vita,  pur di custodire le antiche tradizioni. Il re li fa uccidere e subito il popolo si vendica  sul delatore, che viene fatto a pezzi e  il suo corpo è gettato ai cani.

Subito dopo questo episodio, Erode ha una reazione repressiva,  anche se è convinto di dover  seguitare ad ingraziarsi il popolo, volendo frenare la predicazione dei  farisei, che temono la scomparsa delle loro tradizioni religiose, travolte dalla novità della cultura ellenistica e dal benessere socio-economico. Ordina, infatti, che siano proibite le adunanze di persone, le passeggiate in compagnia, la formazione di  gruppi  anche durante il lavoro e che siano sorvegliati i movimenti dei sovversivi, catturati  e puniti severamente quelli colti in fragranza o  gettati in prigione e trasferiti nella fortezza di  Hircania, per essere uccisi– cfr. Ibidem 366-

Flavio, allora, ribadisce che Erode costruisce le fortezze. compresa quella di Hircania,  perché, insicuro  ed inquieto, ha bisogno di accerchiare  il popolo che può fare una ribellione.

E’ vero?  è così?

Non è vero.  Spaventato, il re ha questa reazione improvvisa, ma puniti alcuni, cessa la persecuzione!.  Erode ha già convinto il popolo  ed ha la forza militare al suo fianco e le fortezze sono baluardi difensivi per la popolazione, in una logistica militare  di interventi rapidi interni, e  a protezione del territorio  da nemici esterni, in caso di invasione parthica, di cui ha fatto esperienza negativa.

Sappiamo che la stessa costruzione di fortezze,  sessanta anni dopo, perfino, è  impedita, sotto l’imperatore Claudio,  dal governatore di Siria,  Vibio Marso, ad un re socio,  giulio, praetor come Giulio Erode Agrippa I, che riprendeva la stessa azione giudaica  protettiva del nonno, con intenti, all’epoca non certamente filoromani!

Erode ha compreso, per ora,  solo che non deve  costruire  per i romani nell’area  templare opere con  immagini e simboli  significativi del loro dominio, che sono offesa al Dio!.

Certo, Marco, nel momento  della carestia e  del suo matrimonio con Mariamne, Erode  avendo l’appoggio dei cives alessandrini  e del governatore Petronio  non può avere in patria la minima preoccupazione di neoteropoiia o stasis, da parte farisaica, che ora legge bene la funzione methoria del re, pronto a pianificare la sistemazione dell’ area templare  e la modernizzazione della nuova Gerusalemme, che deve avere il Tempio come  gioiello, come  bianco Monte santo, rendendo la città  capitale, superiore certamente a Cesarea Marittima,- pur magnifica col tempio di Augusto  con la statua sublime dell’imperatore e della dea  Roma-  incomparabilmente più sacra di  Samaria, sua personale città, anche se  chiamata Sebaste- distante dalla città santa una giornata di cammino- pur fortificata  in modo migliore della fortezza di  Gaba in Galilea,  di  Esebonite in Perea  sede della cavalleria scelta (cfr Ant. Giud. XV,  292.293)-  volutamente resa splendida per lasciare ai posteri un monumento della sua filantropia e del suo amore per il bello – Ibidem 298-.

Per me non è vero, Marco, quanto dice Flavio che, comunque,  attenua il giudizio limitandolo a certi momenti: Erode teneva queste misure  di sicurezza, di tempo in tempo, come stratagemmi  e dispose guarnigioni  in tutta la regione  per ridurre al minimo  l’eventualità di sommosse.

Flavio precisa che ciò accadeva quando si dava anche il più leggero incitamento/parormhsis-ibidem. 295 in una Iudaea antiromana quando era  in maggioranza l’elemento aramaico.  Sappi, Marco, che Erode ha  ora spie ed infiltrati  tra  il popolo,  per cui conosce in anticipo  quello che avviene  e per di più, in questa fase, si permette tante elargizioni per il suoi sudditi, specie in occasione dei suoi tre matrimoni, avvenuti a breve distanza l’uno dall’altro,  che lo rafforzano  in tre diversi ambienti e lo arricchiscono ancora di più: non credo che sia vero neppure che Erode,  lui stesso, di notte,  indossava abiti da civile privato cittadino  e si mescolava alla folla  per farsi un’dea dei sentimenti  che il popolo  nutriva  a proposito del suo governo– cfr. Ibidem, 367-.

La cosa potrebbe essere accaduta in ben altri momenti della sua vita, ma non ora!

Il matrimonio con Mariamne  autorizza Erode a stringere un trattato economico-finanziario  nel momento stesso del pagamento del grano a Petronio, con i  sacerdoti alessandrini e con i sadducei templari, tanto da potere cambiare impunemente  il sommo sacerdote; quello con Maltace samaritana  di poco successivo, comporta una maggiore dedizione della classe militare  e delle famiglie nobili, chiamate a popolare la nuova città dopo la ricostruzione  e la fortificazione di tutta regione già a lui profondamente fedele; quello con Cleopatra di  Gerusalemme sottende un nuovo patto  forse col sacerdozio medio  e coi leviti gerosolomitani, ormai conquistati dal prestigio e dalla  fama di Erode  in campo internazionale, neanche più contestato  dal popolo, costretto a sottomettersi  prima con un formale giuramento di fedeltà, poi obbligato a  compiere una dichiarazione giurata  di mantenere un’attidudine  amichevole verso il suo governo,   in seguito di nuovo applicata intorno al 7/6 a.C.-.

Dunque, Marco, nel periodo di cui stiamo parlando  pochi sono gli irriducibili avversari di Erode, ben conosciuti e circoscritti intorno alle figure di Esseni, Semaia e Menahem, molto temuti per le loro predizioni -cfr.Ibidem 371-.379-

Possiamo, professore, precisare il significato di questi tre Matrimoni in successione rapida, dopo una vedovanza di oltre tre anni, a seguito di una terribile malattia renale e di un periodo di solitudine in Samaria. Sposarsi allora, anche per un re, è  una grande spesa!

Certo.

Quello  con Mariamne si risolve in un contratto finanziario-economico con le potenti famiglie oniadi alessandrine, contente che un sacerdote alessandrino di buona famiglia,  legato a loro  (e quindi, all’etnarca e all’alabarca egizio, che  da tempo erano desiderosi di controllare il tempio gerosolomitano)  ora si apparenti col re, che innalza il  suocero al sommo onore sacerdotale   per equiparare  la sua regalità con la carica sommo sacerdotale. Erode, già, in precedenza aveva avuto dai romani la possibilità di elezione ed aveva eletto  Ananelo  sacerdote babilonese al posto del legittimo sommo sacerdote asmoneo, non ancora  diciottenne, Aristobulo III, poi fatto uccidere a Gerico!. Da tempo, inoltre, aveva stabilito patti con gli oniadi  tanto che questi, poi, avrebbero  costruito a loro spese i monumentali 10 portoni del Tempio con le iscrizioni di avvertimento  per i pagani  di non entrare nell’area sacrale, pena la morte.

E’ vero, professore, che erano più grandi del portone del Pantheon di Marco Agrippa?. Certo, Marco, ci volevano tredici uomini, leviti  ostiari,  per aprirne uno!

Senti ora, Marco, come Flavio descrive questo matrimonio, messo in relazione alla costruzione della reggia:  viveva  a Gerusalemme un sacerdote  molto noto di nome Simone, figlio di Boetho alessandrino, che aveva un figlia, considerata la più bella del tempo. Siccome i gerosolomitani ne parlavano molto, Erode fu eccitato dalla notizia  e volle vederla. Fu colpito dalla eccezionale bellezza della donna, ma non volle abusare  del suo potere per soddisfare pienamente il suo piacere  e  per non essere accusato di violenza  e tirannia,  desiderò chiedere di sposare la ragazza. Il padre, non essendo alla altezza della sua  regalità,non poteva diventare parente del re anche se la sua condizione sacerdotale non era disprezzabile. Allora Erode sposò la figlia, il cui prestigio aumentò perché il re, prima di contrarre il matrimonio,  innalzò il padre alla carica sommo sacerdotale, dopo aver deposto Gesù figlio di Fiabi dal sommo sacerdozio (Ibidem, 322).

Con questo matrimonio Erode ricuce lo strappo tra i due sommi sacerdoti, quello gerosolomitano e quello scismatico leontinopolitano,  e forse collega i due gazophulakeia, avendo l’appoggio alessandrino, che ha fedeli in tutto il bacino del Mediterraneo,oltre i 500.000 in Alessandria (circa 2.000.000  giudei tutti filoromani  perché impegnati e cointeressati nel commercio, avendo colonie in ogni porto  dell’impero romano oltre che nel Ponto Eusino nel  Mare Eritreo, nel Caspio e nel mare Indico, data la loro attività marittima e considerato il monopolio del sistema bancario  orientale ecumenico).

Professore, intorno al  21-20, dopo il matrimonio con Maltace Samaritana,  poco prima di  quello con Cleopatra gerosolomitana  Erode disegna di fare un piano di costruzione immenso, avendo quasi ultimato il porto d Cesarea,  di costruire il tempio di Gerusalemme e risistemare l’area  e di fare il suo mausoleo in Herodion,  avendo distaccato probabilmente   i qainiti  dalla zona marittima alla regione intermedia tra Gerusalemme ed Herodion,  che  è a circa sessanta stadi, poco più di 10 km.

Poco prima di questo stesso tempo, Erode, avendo un altro gruppo di qainiti, impegnati a Samaria, si è  sposato con Maltace samaritana,   che è donna la cui famiglia è dominante in città, anch’essa chiamata Sebaste, per il culto speciale verso Augusto,  che ha  potere sull’esercito, lì acquartierato.

Il matrimonio con Cleopatra , invece, avviene in Gerusalemme   e sembra essere motivato da un stretto vincolo  con elementi leviti  e  medio sacerdozio, che chiedono assicurazioni circa la costruzione dell’area templare.

Erode, nonostante  le spiegazioni circa le epigraphai del teatro e  i trophaia, mostrati come  ridicoli pezzi di legno, deve dichiarare che non è libero nella sua azione, ma deve omaggio ai romani  e a Cesare  – per la cui salute essi stessi sacrificano  a Dio due volte al giorno- a cui deve conformare il proprio sistema di vita  in quanto uomo  anche lui sottoposto /upotetagmenos!  Erode fa l’umile suddito volendo apparire uno di loro che sa capire la  condanna delle novità, come segno evidentissimo  della rovina di costumi, ma in effetti, secondo Flavio, fa ogni cosa per i propri interessi, avendo l’ambizione di lasciare ai posteri  dei monumenti,  ancora più a dimostrazione della grandezza propria, come un segno evidentissimo della  floridezza socio-economico- finanziaria. 

E’, quindi, una finzione opportunistica di un  Erode ambizioso che cerca di destreggiarsi tra il rigorismo legalistico e  la sua volontà di innovazione!

Marco, già il matrimonio con Cleopatra gerosolomitana è un compromesso: mi sembra che in situazione non possa fare altro!

Erode assicura, allora,  che i giudei non devono temere per la realizzazione del suo progetto perché ha pronti tutti i materiali necessari ed ha fatto calcoli precisi  prima di toccare una sola pietra del  vecchio Tempio (Ant giud., XV. 380.425; Guer giud., V 184-247). Sembra che egli circondi, per avere una superficie pianeggiante, la sommità della collina , con enormi muri di ritenzione ad ovest, a sud e ad est,  in modo da innalzare con materiali di riempimento ed arcate di sostegno  la superficie  al livello prefissato.

Pensa, Marco, che tutta la spianata  attuale del Monte del Tempio( Haram Esh -Sharif ) è erodiana ed è rimasta immutata, nonostante i secoli!

Quindi, secondo lei,  Erode ha un gruppo di architetti che lo autorizzano  a fare, prima, operazioni preventive di riempitura  in relazione al piano di  maestoso ampliamento dell’area templare?!. Ora una domanda da bambino  curioso, professore! Avendo  evidenziato il periodo esatto dei tre matrimoni, può anche dirci l’età dei figli maschi  delle tre donne?.

Penso di si: il quarto figlio maschio di Erode (dopo Antipatro di Doris e  dopo Alessandro ed Aristobulo di Mariamne asmonea)  è certamente Erode Filippo di Mariamne,  nato nel 24, mentre  ritengo che  Erode Archelao sia nato nel 23 e suo fratello Erode Antipa nel 20  dalla moglie samaritana, e Giulio Erode Filippo nasce nel 22 dalla gerosolomitana.

Dunque, professore, Erode è ora accettato da tutti o quasi-  anche dagli asmonei e  dai farisei, come un benefattore. specie  dall’élite sacerdotale, dall’esercito, dai qainiti  ed operai, dal  piccolo e medio sacerdozio, dagli agricoltori, dai commercianti  ed è favorito dal sacerdozio alessandrino, oniade, e da tutti  i fedeli ellenisti della diaspora giudaica: tutti vedono in Erode  il rappresentante del giudaismo  e grazie a lui rilevano il  nuovo valore dell’ethnos ebraico tra gli altri popoli. Erode nel 20 è alla apice della fortuna, dopo la mediazione per l’accordo tra l’imperatore e il re dei re?!

Certo.

Erode si mantiene sulla cresta dell’onda per oltre un settennio, celebrato in patria (e dagli ellenisti e dagli aramaici ed anche dai non ebrei residenti)  e all’estero  da un entusiastico  amore dei giudei ellenisti e  dei gentili, in quanto è rinnovatore dei giochi olimpici panellenici, essendone presidente, per un quinquennio  ed apparendo a tutti universalmente come filantropico euergeths.

Leggi Marco come lo scrittore greco -ellenista traduttore del sacerdote aramaico Mattatia ben Iosip ( cioè Giuseppe Flavio) di Guerra Giudaica I. 21,11(422-425 ) esulta  per il suo re nella sua fierezza giudaica:  dopo aver compiuto questi lavori ad Herodion,  fece sfoggio della sua magnificenza anche in moltissime città fuori del regno: Infatti costruì ginnasi a Tripoli, Damasco e Tolemaide; le mura a Biblo, esedre, portici  templi e piazze a Berito e a Tiro, teatri a Damasco e Sidone, un  acquedotto a Laodicea a Mare, ad Ascalona terme e magnifiche fontane ed inoltre colonnati di mirabile fattura  e grandezza,  e ad altre fece dono di boschi e giardini.

Erode appare veramente un raffinato ellenista – come Antonio- preoccupato della formazione di giovani, a cui provvede con la costruzione  di ginnasi e col potenziamento degli uffici di gimnasiarca annuo, a cui viene data una rendita perpetua,  oltre ad autorizzazione per ampliamenti  territoriali – cosa fatta a Cos- Cfr. Gimnasiarca, Gumnasion, Ellenizein in wwwangelofilipponi.com !

La munificenza di Erode si  era espansa  a tutti quelli che facevano richiesta  nel periodo della  carestia, dando loro grano!

A Rodi dà denaro in prestito per ricostruire la flotta, mentre,  a spese proprie, ricostruisce il tempio  di Apollo Pizio,  distrutto dal fuoco. I Lici,  i Sami e gli Ioni, bisognosi,  hanno da lui doni/dooreai, come Atene, Sparta, Nicopoli e Pergamo di Misia!  Perfino la capitale della  Siria, Antiochia,  ha  da lui  grandi benefici:  la sua piazza del perimetro di 20 stadi -3552 mt (un rettangolo di 70mt x 50 circa ) – che era fangosa/ borboroodhs – è lastricata di marmo levigato ed adornata con un portico.

Ci lavorano i qainiti che conosciamo come abili a lastricare di marmo le plateiai di Tiberiade e di Giuliade in epoca di Cristo?

Possibile.  Forse ad opera di qainiti giudaici antiocheni!

Marco,  in Licia,  tanti anni  fa (35), andando verso Antalya, con la macchina, poco prima di Kemer, mi fermai con la mia famiglia a Faselide e lessi  frettolosamente le iscrizioni, che erano su steli  in alto, rispetto alla città,  allora totalmente  sommersa dalle acque dopo  due terribili terremoti in epoca Giustinianea,  che parlavano di tanti benefattori  del VI e V secolo  a. C. ,  della colonizzazione greca  ed anche di quella romana, ma  non trovai   nessun riferimento ad un intervento di Ioulios  Heroodhs.

Perché professore anche a Faselide,  Erode lascia  testimonianza  della sua Euerghsia ?  Certo Marco. Erode rimette le ethsiai  eisphorai/contribuzioni annuali – Ibidem 428-  alla popolazione. Io nel 1985   con Mirko, bambino 7/8 anni,  nuotavano, soli, – seguiti  dalle grida preoccupate di  Lya e di Pina,  sdraiate  su una piccola radura-  sopra la città e andavano sotto acqua  in cerca di piccoli reperti!

Professore ha forse qualche foto? penso di si: mia moglie conserva tutto!

Erode, Marco, all’epoca  è irrefrenabile nel rimettere i debiti  cfr. Padre nostro -kai aphes hmin ta opheilhmata hmoon-!

ll Re, anche se è costretto a limitarsi per non destare invidia negli amministratori locali, specie lici, considerati infidi lhistai!. Comunque, la sua generosità è massima in Elide in quanto  fa un dono non solo a  tutta la Grecia ma  al mondo panellenico. Leggiamo Flavio I, 426: Erode vedendo che i giochi olimpici  erano in declino per la mancanza  di denaro  e che veniva meno questo ultimo glorioso avanzo dell’antica Grecia, non solo tenne la Presidenza per il quinquennio, in cui si trovò a passare  mentre navigava alla volta di Roma, ma fornì anche i  mezzi  per organizzarli in futuro sì che non si spegnesse mai il ricordo della sua presidenza.

Si conosce l’anno?  Si . Sembra che sia il viaggio per Roma dell’anno 12 a.C.

Dunque,  professore,  Erode è uomo dinamico e estroso, così ambizioso da voler lasciare una grande orma di sé,  specie in Gerusalemme?

Certo Marco. Anche se i Giudei si lamentano  e  sono piccini e rozzi,  il re vuole l’ammirazione  e la gratitudine del suo popolo!.

Erode, infatti, si accinge alla sistemazione di tutta l’area templare e al restauro  del Tempio, insomma, a fare un monumento degno del popolo e  a rendere la Capitale  un gioiello, in quanto pupilla e cuore di tutto il giudaismo, aramaico ed ellenistico, segno della munificenza del suo re, capace di competere con gli amici romani.

Gerusalemme  è un grande cantiere! La fabbrica del  Tempio richiede  forse il maggior numero di  teknitai/fabri, di artisti della pietra e  del  legno ,di specialisti muratori, data la grandezza del disegno di Erode che per volere di Dio aveva condotto la nazione  giudaica ad uno stato di prosperità mai raggiunto finora!  La fabbrica  con la sistemazione dell’area  templare  e con la costruzione della fortezza Antonia e con la conduttura delle acque, iniziata nel diciottesimo anno di regno, 21-20  è ritenuta  l’impresa più pia e bella del nostro tempo da Flavio- Ant Giud.XV,383  che commenta: -i giudei in maggioranza, non erano disturbati  per la inverosimiglianza delle promesse, ma sgomenti al pensiero che lui buttasse  giù l’intero edificio  e poi non avesse i mezzi  sufficienti  per realizzare il suo progetto; il pericolo pareva loro veramente grande e l’ampiezza dell’impresa  difficile a realizzarsi. – Ibidem 389-.

Insomma professore,  gli ebrei  come Gesù nella Parabola della torre, non possono credere possibile  che un uomo realizzi quanto detto in quanto l’impresa è superiore alle forze umane, essendo necessaria la disponibilità di mezzi, di  uomini e di  denaro per la costruzione del tempio, lasciata incompleta da Zorobabel e dai loro antenati che soggetti, prima ai persiani,(Ciro e a Dario) e poi ai Macedoni (Lagidi e  seleucidi)  non ebbero la possibilità di restaurare  facendo l’aggiunta di sessanta cubiti -2.67 mt circa- a questo pio primo archetipo,  alle sue primitive misure,  date da Salomone.

Le assicurazioni di Erode sono ampie, precise, suffragate da prove in quanto Erode è uomo che realizza quanto dice conformemente al suo pensiero ed in questo è anhr theios.

Infatti il re afferma che  lui non avrebbe tirato giù il tempio prima di aver pronto tutto il materiale necessario per il compimento dell’impresa. Perciò mostra di aver mille carri per portare le pietre/khilias eutrepisa amaxas, ai bastanousin  tous lithous, di aver scelto 10.000 e tra i  più valenti  operai/ ergatas murious  tous empeiroutatous, di aver acquistato abiti sacerdotali   per rifornire i sacerdoti, avendone addestrati alcuni  a fare i muratori /oikodomoi,  altri a fare i carpentieri/tektones.

E solo dopo aver preparato tutto, il re si dice disposto  ad iniziare la costruzione.- Ant giud XV,390-

Noi affronteremo non ora questo problema, che sottende  un piano già fatto con un ‘équipe di specialisti (architetti e capimastri che leggono il disegno, progettato, dell’impresa e che lo realizzano conformemente con apposite squadre  di operai  che vivono accampati  con le famiglie nel grande cantiere, essendo giudei di stirpe da secoli, abilitati nelle costruzioni)  Sappi, per ora, Marco, che  Erode è non è solo un prudens dux, che di rado subisce sconfitte /ptaismata e mai per colpa sua,  ma anche un saggio amministratore/dioikhths.

In questo periodo è veramente un’offesa  bollarlo come uomo di menzogna!

E’ abile a guidare il suo popolo tanto difficile, date le due diverse anime,  e a frenare la massa di artigiani ed agricoltori ignorante e  rozza, ad accontentare in diverso modo i  sacerdoti sadducei da una parte filoromani e il  sacerdozio basso  e levita da un’altra,  filoaramaico, come i farisei!  Erode costruttore  è certamente la massima espressione di un  moderato filoellenismo, capace di conciliare per il bene comune la sua megalomania dispotica con l’accortezza di una solidarietà militare, applicata al lavoro operaio, senza perdita di egemonia, dati i tanti passaggi di comando nelle gerarchie di cantiere.

Professore, lo dice lei che di queste cose se ne intende. Lei  che conosce l’attività di cantieri, come me  e forse più di me, ingegnere,  avendo fatto esperienza negli anni sessanta  ed è stato muratore – sebbene dica di essere solo una mezza cucchiara– tanto da mettere in opera – e che opera!- 120.000 mattoni! – ci può dire qualcosa altro circa l’accampamento di banausoi, di teknitai e  tektones stanziati a Cesarea e in vari punti di  Gerusalemme?

Per parlarti diffusamente di questo, mi occorre scrivere  un altro libro  in cui ti parlerò di Erode e la fabbrica del Tempio, ma ora  devo mostrarti la non facile difesa di Erode nei confronti degli accusatori  di essere empio e di  aver contaminato gli antichi costumi, nonostante la sua imitazione dei  predecessori asmonei e il suo impegno nella pietas, specie dopo il matrimonio con Cleopatra.

Flavio in Ant Giud.XV, 267 scrive: E perciò si allontanava sempre di più dai costumi paterni  e corrompeva il sistema antico con le novità straniere, il quale per nessuna ragione doveva essere macchiato e per questo ci capitarono in seguito parecchi mali poiché erano sorte nuove corruzioni estranee alla cultura e alla pietà dei nostri antenati.

Flavio confonde i tempi  e  rileva genericamente  i dati fondendoli insieme e dà, perciò, un giudizio generale in relazione alla visione personale  sacerdotale  di  tutta la domus erodia  e del suo significato nella storia/ toledoth giudaica.

Eppure, Erode, nonostante  la sua  azione filoromana   e panellenica,  cerca di mantenersi seguendo la musar aramaica, conforme alla tradizione asmonea, oltre tutto allineata  secondo le norme tipiche dei gentili – seleucidi e arsacidi, oltre che quelli lagidi e romaniche hanno lasciato segni  in Olimpia con la statua di Fidia  di Zeus crisoelefantina,  ad Efeso con  la costruzione dellArtemision, ad Epidauro con l’Asclepeion e con le tante costruzioni di teatri, ninfei, esedre,  ippodromi, in ogni città ellenistica.

Anche  in Giudea, ci sono costruzioni  oltre al Tempio  di Salomone e a  quello postbabilonese, fatte da  muratori ed artigiani, perfino sacerdoti, che operano nell’interno del tempio nel Debir/ Sancta sanctorum. Nel I secolo a.C. , già in epoca asmonea,  risultano costruite fortezze  come Hircaneion ed  Alexandreion, Macheronte,  e palazzi come quello  asmoneo in Gerusalemme e quello  a Gerico  dimostrando di essere  professionisti in muratura,  che operano indistintamente in pietra o in laterizio, oltre che in materiale ligneo ed anche prezioso, che offrono i loro servizi specie a giudei alessandrini e al re dei re di Parthia.  I primi  se ne servono  perché potenti  appaltatori di tasse, gestori di trapezai,  e nauklheroi  filantropici, di fede giudaica seppure scismatici, in quanto oniadi, il secondo  perché  ascolta  benevolmente la ricca e potente comunità ebraico-mesopotamica.

Anche in Occidente  c’è una tradizione muraria di mastri  che sopravvivono nel Medioevo,   in cantieri navali  e in città  come fabbrica di cattedrali o in corti e castelli,   vivendo  in logge situate accanto al loro posto di lavoro, da cui derivano poi le logge massoniche.

In epoca romano-ellenistica i cantieri  si allestiscono in modo razionale  e sono regolati  da norme precise  ed hanno anche una presidio militare con sorveglianza medica; sono ubicati vicino a fonti o sorgenti e a seconda della tipologia di lavoro hanno nelle vicinanze o cave o fornaci o  officine;  se si lavora su pietre- di solito marmo  o travertino – in zona  ci sono latomie cave di pietra  in modo da fare estrazioni  di  blocchi, ad opera di addetti, che, in officine/ lithotomeia, operano come segatori /lithopristeis, spaccatori/lithodomoi o tagliatori/ lithotomoi, latotomoi   come scalpellini smileis/lapicidae  in lithourgeia/officine; se invece si tratta di cantieri edili occorrono fornaci e  terra  per la fabbrica di mattoni e tegole  di varie dimensioni  e spessore /plinthopoiia.

Intorno agli accampamenti-cantieri  lithotomeia/plintonpoiia ci sono le tende delle famiglie che seguono e vivono nelle vicinanze,  con macellai e con celebranti e con sacerdoti che dànno le pause di lavoro con le rituali preghiere e con le colazioni  secondo casherut e celebrano lo shabat, imponendo le regole del riposo festivo,  dal tramonto del giorno precedente.

Professore come, allora, c’è l’accusa ad Erode di aver fatto le costruzioni solo per controllare ed opprimere il popolo?

Flavio ne parla, ma fa riferimento al periodo successivo,  quello delle tragedie familiari, del bestiale governo del re, vecchio e malato,   e ancora di più quello del regno dei suoi figli e poi della dominazione romana,  quando il popolo è decisamente antierodiano, filoasmoneo e filo-parthico, nel periodo della cosiddetta predicazione del nostro Gesù, quando si sfruttano  le fortificazioni erodiane per la repressione delle staseis: allora  sono  dimenticati perfino i doganieri e i funzionari erodiani  e le riduzioni fiscali del 20 av. C e del 14 av, C., essendo  ormai nota la rapacità delle greges di pubblicani romani, affiancati da milites delle fortezze erodiane.

Questa lamentela popolare  non è neppure del  periodo 10/9 all’epoca dell’inaugurazione  di Cesarea  nella  centonovantaduesima olimpiade, quando Erode, seguendo l’esempio di Augusto celebra le feste quinquennali con competizioni di musica e di giochi  con atleti e gladiatori- Ant Giud. XVI,136.140-: all’epoca Ottaviano, come prima Agrippa,  ritiene che il re giudaico, in considerazione della sua magnanimità, meriterebbe  di essere basileus di Siria e di Egitto (non molto dopo lo elegge re di Arabia, momentaneamente, subito assegnata poi ad Areta, più affidabile per età!).

Professore mi può parlare della costruzione di qualche fortezza o città come paradigma per capire il sistema di  lavoro  dell’epoca erodiana?

Marco, della  costruzione di Masada, come fortezza e del palazzo erodiano  mi sembra di avertene parlato in altre occasioni sulla scia di Flavio-  Guer giud VII, 8,3- dove  ti marcavo le tre terrazze   dell’edificio regio, degradanti  su una piattaforma rocciosa sul lato occidentale. spettacolari per la bellezza del panorama sul lago Asfaltite, e  ti ho parlato a lungo nel Romanzo L’eterno e il Regno  di Cesarea Marittima: ora potrebbe esserti utile sentire come Erode ricostruisce dopo il terremoto del 31 a.C. e come faccia interventi di fortificazioni  per la popolazione giudaica, poi sfruttate dai romani per la protezione del territorio  giudaico e dell’area templare con la fortezza Antonia.

Sentimi bene  e comprendi che Erode è uomo che governa, volendo il bene del suo popolo,  avendo il  controllo totale  militare di Gerusalemme vecchia e nuova, compresi 22.000 sacerdoti e il tempio stesso, punto d’incontro di aramaici giudaici e di aramaici transeufrasici e di giudei alessandrini e di giudei cirenaici e giudei  ellenistici del bacino del Mediterraneo: il re   fa pagare i pedaggi   e l’uso  delle  strade, dei porti, dei   ponti,  le decime del pescato sul  lago  Hule , sul  bacino del lago di Tiberiade e del mar Morto, avendo  fatto spese per la costruzione di Cesarea Marittima, dotata di un porto, avendo costruito Samaria/Sebaste  ed invitato ad abitarla una popolazione mista di pagani e di ebrei ellenistici  di circa una 16.000 entità, garantita nei riti  formali religiosi; ha  restaurato le abitazioni   della  vecchia Gerusalemme ed  ha costruito una nuova città, bassa, avendolo fortificata con fortezze e torri ed abbellita con i due palazzi regi e con un teatro ed anfiteatro, dando un volto nuovo, specie dopo la  ricostruzione del tempio e la risistemazione di tutta l’area templare, pur conservando la sacralità e santità del luogo, dove alita la presenza divina, preservata da ogni occhi stranieri.

Fa un capolavoro in Gerusalemme, elogiato perfino dall’amico Marco  Agrippa invitato per l’inaugurazione, che gà si era dedicato alla costruzione del Pantheon e alla sistemazione di Roma augustea! Non ha però  imposto tasse e dazi ulteriori né agli artigiani né agli agricoltori oppressi dalla carestia e da malattie epidemiche per quasi due anni  ma li ha in un certo senso conservati a sue spese e  sfamati mediante un servizio   affidato a staffette militari,  provenienti dai fortilizi regionali  da lui stesso costruiti e per impedire gli accaparramenti alimentari e per curare  con interventi sanitari,  grazie ai  medici  militari, i malati,  come già aveva fatto per la rimozione delle macerie dopo il terremoto.

Erode, avuto da Ottaviano Torre di Stratone, un ancoraggio da secoli utilizzato dai mercanti sidonii, tra la Fenicia e l’Egitto, in una zona tra  Ioppe e Dora, secondo  Flavio, vi costruisce  un imponente porto con un sistema ingegnoso fognario, dopo aver fondata la città nuova ed abbellita  di un sistema strade (Cardo maximus), di acquedotto, di un palazzo regale poi sede di governatori romani, di un teatro e di anfiteatro  e di un monumentale Tempio di Augusto  (cfr.Guerra giud. I,408-415 ed Ant. Giud.XV, 331.341).

Noi qui vogliamo mostrare il valore degli architetti  ebraici che fanno una costruzione,  nuova come il porto  e  tengono presente come modello, il Pireo, e quindi che  sono uomini che hanno lavorato anche all’estero  e non solo in Iudaea, e che hanno visto certamente  i porti di Alessandria e  di Efeso.

Perciò posso dirti in generale che nelle  costruzioni Erode si serve probabilmente di  giudei aramaici e di giudei ellenisti, presumibilmente alessandrini, specie a Cesare Marittima dove c’è un popolazione mista anche di gentili, abituati alle immagini statuarie, mentre per le torri gerosolomitane di Ippico, Fasael e  Mariamne,  sembra che lavorino solo  giudei aramaici.

Nel mio parlare, Marco, ho presente le opere  J Murphy ed O’comnor, La città santa, Centro editoriale Dehoniano 1980 e di A. Shalit op.cit. e  E. Shuerer, Geschichte  der Juedischen  Volkes im ZeitalterJesu Christi  Lipsia  1898-1901 S. Brandon,  Gesù e gli  zeloti, Rizzoli. Milano  1983.

Dunque per quanto riguarda il porto di  Cesarea  si sa che da terra, nulla si vede del grande limhn/ porto che costituiva la ragione stessa della costruzione di Cesarea. L’esplorazione subacquea  ne ha ricostruito le dimensioni (cfr. Ricostruzione del porto di Cesarea).

Ti faccio notare come Flavio  marchi che è mirabile il fatto che non prese sul luogo tutto il materiale adatto per un’opera così grande, ma lo integrò con materiale portato da fuori con grande spesa (Ant giud., XV, 332).

 Flavio precisa: Il porto è costruito in una zona dove imperversa il libeccio, un vento che quando soffia anche moderatamente,  sospinge sulle scogliere onde così gigantesche  che il loro flusso fa ribollire il mare  per ampio tratto –  Guer. giud. ,I, ibidem-.

Qui il re, piegando la natura al suo volere con opere costose, costruì un porto più grande del Pireo e, nei suoi recessi, apprestò altri profondi ormeggi  -ibidem I, 410-.

Erode, sfidando la natura, vuole costruire qualcosa di veramente bello  e tale da vincere  la violenza del mare e fa un tempio  di straordinaria bellezza su una collina,  con all’interno  una colossale statua di Augusto non inferiore a quella di  Zeus in Olimpia e una della  dea Roma,  eguale a quella di Era di Argo. –ibidem-.

Flavio chiude il discorso: il re diede la città alla regione, il porto ai naviganti e  a Cesare l’onore della  fondazione (Ant. giud.,ibidem 339).

Lo scrittore precisa:  Stabilite le dimensioni del porto fece gettare in mare fino alla profondità di venti braccia  orguai  / una serie di blocchi, che erano all’incirca  lunghi 50 piedi, alti 9 e larghi 10 ed alcuni anche maggiori. Quando  fu colmata  la parte subacquea,  il molo, che così emergeva dal mare, venne portato alla larghezza di duecento piedi,  di cui cento furono predisposti per infrangere  i flutti e quindi si chiamavano  frangiflutti, mentre i restanti costituivano la base di un grosso muro di recinzione. Questo muro era inframezzato da grandissime torri, tra cui quella più alta e maestosa è  detta di Druso, figliastro di  Augusto. Vi erano numerose banchine  per l’approdo di coloro, che arrivavano,  e un  bastione, prospiciente tutto, in giro, costituiva  un’ampia strada  per chi sbarcava. L’apertura del porto era a settentrione perché in quel punto  il vento più propizio soffia appunto da nord  e, all’imboccatura, si alzavano tre statue colossali,  su ciascuno dei due lati, poggiate su colonne, delle quali quelle a sinistra di chi entrava nel porto erano sostenute da una torre  massiccia, mentre quella  a destra  da due grossi massi,  ritti ed uniti insieme, più alti della torre che stava dirimpetto. (Guer. Giud.I,411-413).

Marco, i blocchi sono così grandi che sembrano impossibili da gettarli in mare alla profondità di metri 35,52: sono parallelepipedi rettangolari alti metri 2,682, lunghi 14,9, larghi 2.98,  poiché il piede è di cm 29,8!.

Professore,  ma è impossibile, specie la dimensione della lunghezza?

Vero. Anche per Marphy-O’Connor,op.cit.

Infatti l’autore  corregge dicendo che in verità i grandi blocchi sono  forme lignee, riempite di pietrisco,  tenute insieme da malta, fatta di calce mescolata  a pozzolana, una cenere vulcanica che si trova nell’Italia centrale.

Dalla pianta del porto rilevo  che esso rimane per secoli sotto acqua?

Sembra, Marco, che già in epoca flavia il porto non era accessibile e non ci si poteva accedere  e che anche in epoca antonina era ancor sotto acqua  e solo ne 502 d.C ebbe  un  restauro da parte di  Anastasio (491-518). E’  probabile che il porto,  a causa di terremoti,  sprofonda in epoca di Cristo  di circa 6 metri.

Grazie della spiegazione, ma ora chiedo perché  il porto, circolare, a settentrione, all’apertura,  è largo 150 metri circa mentre nell’incavo della banchina, interno,  meno di 120 metri? E’  un’anomalia o un sistema  tipico dell’epoca? noi oggi facciamo porti  più stretti all’imboccatura e più larghi ed ampi nell’interno?

Premetto che non ho  competenze tecniche per risponderti, forse, Erode  fa seguire l’andamento della costa  e  blocca la costruzione dei due moli  che, pur richiedevano un ulteriore prolungamento, a causa delle spese già sostenute, specie dopo la statua di Druso,  eretta dopo il 9 a.C.?!

Professore, un ‘ultima domanda,  sulle costruzioni: Si  parla sempre della  grandezza dei blocchi erodiani anche nelle costruzioni delle torri gerosolomitane. Mi può precisare?

Si.Marco. Mi piace farti notare il sistema  avanzato  dei parallelepipedi rettangolari di Erode  e della loro positura tecnica, come base di costruzione e come collegamento tra due blocchi, specie nelle torri  gerosolomitane dette di Ippico, un amico, di Fasael, suo fratello, e  di  Mariamne, sua moglie asmonea. Sembra che la base, fatta di blocchi, sia cementata  sotto ed, a fianco, tra  i blocchi, accostati tra loro,  mentre la positura di quelli superiori indica una tecnica raffinata forse   già  della tradizione ebraica asmonea.

Quale?

Ti preciso  che la torre  di Ippico è alta 15 metri ed è quadrata  in quanto il lato è di 12 metri, mentre quella di Fasael è alta 45 metri  simile al Faro di Alessandria, ed è  rettangolare,  con dimensioni di base più grandi  di quella quadrata, mentre quella dedicata alla moglie è più graziosa in quanto ha all’interno locali  più sontuosi e più decorati ed  è sempre rettangolare in quanto  torre intermedia, come altezza, tra le altre due.   Si conosce bene  la grandezza dei blocchi di pietra – che,  secondo Flavio sono quelle stesse  di Ippico, lunghi 9 piedi, larghi 4,  alti 2 rispettivamente cioè  metri 2,682, 1,196, 0, 598-  oltre alla tecnica di positura. Secondo gli archeologi israeliani, però, le dimensioni di tali blocchi sono  inferiori -compresi quelli di Herodion, -una fortezza  costruita su una collina  a forma a di seno,   con torri arrotondate,  dotate di una ripida scala di 200 scalini , scavati nella pietra aventi, all’interno, appartamenti regali Ant. giud XV, 325-  in quanto risultano in lunghezza metri 2.50, in larghezza e in altezza solo metri 1,25,  ma, sono sovrapposti  e congiunti perfettamente. Sembra che abbiano una superficie bugnata  con un bordo ristretto di qualche centimetro, scalpellinato al fine di porre  una staffa di ferro di congiunzione tra blocchi  con uno, più largo nella pietra  sottostante,  che fa da piano di appoggio.

Sembra, Marco, che ci siano incorporati alla staffa  chiodi piombati che si fissano nell’interstizio  per fare meglio aderire la staffa, martellata tra i due blocchi. La tecnica  è già conosciuta in costruzioni ellenistiche, specie alessandrine dell’epoca, ma gli operai  di Erode sembrano  aver un proprio sistema in quanto vi aggiungono tra blocco e blocco  oltre alla staffa una malta di calce e di pozzolana.

Professore come, allora, i giudei possono accusare Erode?

I giudei accusano Erode di uperhphania/arroganza, avendo antipatia/dusnoia contro il re  idumeo-nabateo  anche se, oltre alle torri  gerosolomitane, ha costruito fuori, a Gerico,  a  Sepphoris  galilaica, a Bethramba peraica, ad Ascalona, ad Herodion, dove ha fatto ad imitazione del mausoleo di Augusto, una reggia-sepolcro, dopo la restaurazione delle fortezze asmonee, passate sotto il suo diretto controllo, dopo la morte di Alessandra.

I giudei,  a volte,  sono prevenuti contro il suo governo, che in sostanza è quello di un re equilibrato e moderato, giustamente notato da Augusto stesso che, dando  in dono intere regioni ad Erode implicitamente riconosce la sua positiva amministrazione,  in quanto il re, nelle zone di confine, ha stanziato ex militari come  guardiani  contro i lhsteria di popolazioni  tese solo al latrocinio,  come quelle di Traconitide e di  Batanea, neanche frenate dai governatori romani.

Insomma Augusto conoscendo il sistema agricolo erodiano e vedendolo  funzionale, rileva  anche l’attività artigianale e  il suo proficuo commercio,  e, perciò, dà sempre maggiore importanza ad Erode che ha la carica di epitropos olhs  Surias , avendogli concesso altre terre, a cominciare da torre di Stratone e zone limitrofe ed avendogli affidato parti della Cisgiordania   e le terre  della vallata del Giordano  e di Gerico- un tempo  avute in affitto da Cleopatra- oltre allo sfruttamento del metallo  di Cipro, al controllo della Cilicia ed, infine,  delle zone ituraiche nefaste per le ville romane  dell’Auranitide e dei cives di Damasco.

Erode, quindi, dando lavoro, da una parte, concede  in affitto anche territori  per l’ estrazione  dell’argilla  da depurare, utilizzata  mescolata con sabbia prima di metterla in forme di legno su stampi a seconda della grandezza dei mattoni  da essiccare e poi da cuocere in fornaci  e, da un’altra, assicura loro  protezione anche militare alle fabricae in corso, in quanto la comunità di lavoro è sempre numerosa, anche se  divisa a seconda delle specializzazioni e delle professioni.

E’ possibile stabilire il numero esatto di lavoratori in ogni cantiere?

No. Marco.  Si  può dire con approssimazione, ma non si sbaglia di molto se si pensa ad un numero non inferiore a 10.000 per Cesarea, come per il Tempio, dove  è variabile  il numero degli addetti a seconda delle ubicazioni delle fabbriche  ed in relazione ai tempi di lavoro.  Abbiamo invece certo il dato degli operai alla fabbrica del Tempio- che nel 66  d C, hanno finito i lavori  dopo 86 anni: sono 18.000 (Ant.giud. XX,219)  e stanno accampati  tra la valle del Cedron e il Getsemani,  fuori città e chiedono un altro lavoro al Re Agrippa II, se non vuole  sommosse in città.

Tutti questi sono chiamati tectones/ ergetai operai digrossatori  di materiali,  genericamente, ma si diversificano tra loro in professionisti a seconda della materia,  muratori e carpentieri e in  operai  generici banausoi, a seconda delle opere e del materiale usato- come già abbiamo detto -artigiani semplici, dhmiourgoi, kheirotechnai, ed artigiani specifici  oikodomoi,  litotomoi, lithourgoi,  lithologoi  specialisti  in mosaico, cottimisti pshphothetai, o abili con lo scalpello smilh, o specializzati in conduzione di acque o in ingegneria idraulica per gli acquedotti udrogoogia o come costruttori di templi o di strade odopoiioi,  e perfino di intere  città.

Si parla, talora,  perfino  di livello direttivo  e non di manovalanza: sono tutti  questi  artisti di alto  prestigio  globalmente technitai,ma sono architektones, mhchanopoioi, oi peri tas mhchanas, quelli che nell’esercito romano  sono i fabrum magistri, gli addetti al genio, a cui presiede un praefectus, utili specie in guerra, in assedi polierkiai con le mhkanai,  come arieti e catapulte o con la machinae tractoriae ed alte gru a leva per sollevare e deporre blocchi. Sono questi che risultano  technitai poietoi, che fanno  specifici progetti ed eseguono  piani  secondo la volontà dei committenti, nel nostro caso di  Erode per Samaria o  Cesarea o  Gerusalemme,  o dei  figli (Archelao  per Archelaide,  Erode Antipa per  Tiberiade e Filippo per  Giuliade).

Professore, lei  vuole dire in sostanza, che Erode, volendo avviare l’integrazione  del popolo, in prevalenza aramaico di cultura, ancora barbarico,  collegato con le genti mesopotamiche della stessa razza e lingua, ferocemente antiromano, e cambiare la loro musar con la paideia ellenistica,  non può interrompere  la sua opera innovativa e  non seguire i lavori stessi dell’imperatore a Roma, dove  si rileva una sostanziale riforma politica sociale  economica   e finanziaria insieme  ad una ristrutturazione urbana.

Mi sembra che sia così, Marco. Erode  è un o politikos/ vir civilis  un vero politico e  non è un credente giudeo né uno zelante di fede, ma si mostra  fedele per conformarsi ad un popolo ignorante,  che segue le prescrizioni mosaiche, ed anche se scettico, ostenta pietas  specie nelle  manifestazioni pubbliche secondo il modello  rituale della dinastia asmonea  e nei giorni di festa  dello shabat e della Pesah e  di quelli delle  Sukkot.

Siccome non può rinnegare la nascita ascalonita e la  vita passata in Idumea e in Nabatea,  ha normalmente  un comportamento non certamente da fariseo, specie da privato, e quindi  è facilmente accusato di peccato/amarthma, in quanto commette impurità, ma,  comunque, non mangia carne  di maiale, non entra nelle parti del Tempio, precluse a non sacerdoti,  ed ha capito, dopo vari errori, che  a Gerusalemme non può fare  costruzioni con immagini tanto da fare penitenza e  atti di umiltà  per convincere l’élite sacerdotale  farisaica  che i trophaia sono materiale ligneo e  da non far circolare nell ‘area gerosolomitana  moneta romana- poi entrata all’epoca di Gesù anche in città-  e nemmeno quella coniata da lui,  senza la sua immagine, perché avrebbe richiamato quella dell’imperatore.

Ogni azione di Erode, quindi, è  seguita dallo sguardo indagatore degli esseni  e dei farisei  puritani, pronti a scomunicarlo  con una condanna religiosa, che significa una rivolta/stasis?

E’ così! Marco. Erode, nonostante gli sforzi, talora, lodati  e riconosciuti, non conquista mai totalmente il suo popolo  che ha un altro credo, un altro theos, neanche con la mediazione alessandrina e con la sua sagacia politica da costruttore  e da diallakths e  perfino anche da ethnopatoor/ padre della stirpe e protettore advocatus /ethnophulacs! Infatti  le feste quinquennali, fatte nel teatro gerosolomitano,  gli avevano determinato  con l’equivoco delle  immagini  una congiura, per cui Erode diffidente, ora si circonda di guardie del corpo, specie dopo la morte di  Marco Agrippa, irrigidendo il suo regime.

Ad Erode  capita di dovere imporre il diritto romano all’interno del suo regno  e, nonostante la  sua difesa umilistica– tanto difficile per lui, superbo!-  da  normale suddito, di fronte all’auctoritas romana, fatta umilmente davanti ai suoi notabili farisei, a cui mostra i suoi doveri di civis, che dipende  per la politica estera ed  anche per quella interna, essendo vincolato dalla lex suprema e dall’imperium  di Roma, in quanto suo rappresentante.

Perciò, egli ci tiene a  mantenere, nel suo stato, l’ordine, e promulga una legge contro i ladri, conformemente al diritto romano, ma trova subito la reazione indignata dei farisei.

E perché? .

Marco, Erode va contro la tradizione mosaica, applicando la iustitia romana!.

Allora non è solo una questione culturale normale, ma è anche  un problema di diritto oltre che di costume?

Certo.

Il suo proclama, fatto probabilmente nel periodo invernale del 18/7  a.C  per reprimere i latrocini con scasso in città, in campagna, e specie in Traconitide, è questo: Chi rompe le mura  di una casa, sia venduto come schiavo e allontanato dal regno- Ant giud. XVI,1,1-.

I farisei  spiegano  che l’essere venduto come schiavo ed allontanato dal regno, pesante per  trasgressori,  colpevoli, viola, però,  i costumi della patria.

Marco, la legge mosaica dice  che un uomo non può essere venduto come schiavo ad estranei, stranieri, che hanno diversi costumi di vita, in quanto il giudeo, in cattività, non può compiere  neppure sotto costrizione, le cose comandate da altri.

Erode, perciò, ha fatto un’offesa alla religione,  punendo i colpevoli,  che sono tutelati nella loro vita di giudei, praticanti la preghiera giornaliera, le rituali purificazioni, la kasherut, la circoncisione,  il riposo festivo e le feste comandate per fare i sacrifici rituali templari.

La torah ammette in caso di vendita-  mai fuori del regno e neppure in schiavitù perpetua!- come schiavo, che l’ebreo  rimanga tale per sei anni, ma ha diritto al settimo anno ad un gratuito affrancamento.

Di conseguenza i farisei giudicano secondo Flavio che la legge allora emanata è troppo severa, ingiusta ed eccessiva-ibidem- e  arrivano a condannare Erode come despoths tirannico, un uomo  arrogante che governa  non da re/basilikoos ma da tiranno/turannikoos, che non tiene conto degli interessi  dei suoi sudditi.

Erode è un politico, funzionario dell’impero romano, che, obbedendo alla lex romana, si aliena  il suo popolo -che non ammira certamente che i suoi figli, di stirpe asmonea, stiano a Roma, per gli studi enciclici!-  e che sostiene che il proprio re  debba far pagare al ladro il quadruplo di ammenda e,  una volta accertato che non può pagare in denaro il danno fatto,  il trasgressore possa  essere venduto solo ad un altro giudeo, che conosce la tradizione patria -Ibidem 3-.

In questa situazione di  contestazione Erode decide di  far un viaggio a Roma per riprendere i propri figli studenti a Roma, dopo cinque anni dalla loro partenza e  sistemazione in casa di amici romani, gentili/goyim.

A detta di Flavio, ad ogni assenza di Erode da casa, al ritorno, il re  trova  problemi più in famiglia che in patria.

Professore, seguendo i suoi lavori, rilevo che  le assenze dalla patria  risultano fatali non solo ad Erode ma anche ai figli,  specie ad Antipatro e ad Archelao.

Marco,  questo viaggio a Roma gli nuoce poco, mentre gli risulta funesto quello, molto più lungo,  al seguito di Marco Agrippa.

Erode sia nella prima che nella seconda partenza lascia le redini del regno ai parenti stretti, a Salome e a Ferora, come dioiketai  abili a guidare il lavoro degli  uparchoi  nei vari distretti, dei burocrati e  degli  scribi di villaggio, che tengono i registri e  fanno computi per i tributi  avendo registri, poi riscossi da ufficiali regi, sebasteni, probabilmente.

Nella prima i due  mantengono  il regno secondo le direttive del fratello e lo gestiscono, senza aver problemi né con  i familiari   delle altri mogli  viventi nella reggia né con il popolo e coi farisei.  Erode  compie il suo viaggio di andata e di ritorno in circa 4 mesi, compreso il periodo di residenza  romana e l’accoglienza amichevole di Cesare, che sottende qualche giorno  di ospitalità dell’imperatore e degli amici, e le fermate in luoghi cari al re, dove compie le opere di magnanima beneficenza.

Flavio informa-ibidem 6-: Cesare lo accolse amichevolmente e tra l’altro gli consegnò i figli, i cui studi erano finiti e gli concesse di portarseli a casa.

Erode nel 22  a.C aveva lasciato a Roma  tre figli  e nel 17 riporta a casa Alessandro ed Aristobulo  mentre il terzo, innominato,  più piccolo,  era morto a Roma  misteriosamente!.  

Al ritorno Erode constata l’amore del popolo, filoasmoneo, verso i suoi due figli Flavio-ibidem,7- dice: il popolo dimostrò molto interesse per i giovani che attiravano l’attenzione di tutti per la grandezza della loro fortuna e per le loro figure, non indegne di dignità regale.

Lo scrittore rileva subito l’invidia di Salome, sorella del re  e di quanti con le loro diabolai calunnie erano stati causa della morte di Mariamne e mostra i loro timori: pensavano che i giovani, appena giunti al potere, avrebbero fatto pagare i crimini commessi contro la loro  madre!

Flavio precisa la situazione subito sorta tra  Alessandro ed Aristobulo, sdegnosi verso il popolo e  verso gli amici di Ferora e di Salome e perfino verso il padre, uccisore della madre: la paura dei colpevoli fece sì che per difesa lanciassero calunnie contro i giovani, spargendo la voce  che non parlavano volentieri al popolo a motivo della morte della madre, parendo a loro sacrilego coabitare con l’uccisore della donna, che  aveva loro dato illustre origine.-ibidem,9-.

Secondo la consuetudine idumeada noi mostrata già in Antipatro e le innocenti morti degli asmonei,  Ferora e  Salome, dopo iniziali menzogne unite ad apparente verità, plausibile, recavano danno ai giovani e distruggevano l’affetto che Erode provava per i figli  -ibidem,10-. Essi risultano abili  nel non parlare direttamente,  ma fanno giungere notizie, tramite voci popolari, al re che gradualmente passa ad un odio crescente, anche se per allora  il suo affetto è più forte  dei sospetti e delle calunnie. 

Salome è venefica con le sottese accuse per il  tradimento di Mariamne con Giuseppe, suo marito all’epoca, di cui porta come prova il figlio morto a Roma- e di quello con Soemo-di cui  crede figlia  una ragazza, ancora vivente a corte -!

I giovani, di cultura ellenistica, educati da didaskaloi,  hanno appreso da mathetai  un altro senso di dikaiousunh /iustitia, la morale della vendetta privata: essi hanno il dovere di vendicare la madre  e di uccidere il padre colpevole, con cui  è sacrilegio coabitare  e che la loro purificazione/Katharsis,   passa per la katastrophh, tragica, punendo anche il popolo e i farisei, correi della mancata difesa dell’innocente madre.  Il popolo e i farisei invece, pur mostrando interesse ed affetto per loro, vedono  in Alessandro e Aristobulo gli asmonei che rivendicano l’eredità asmonea  materna, inviati da Dio  ad uccidere il tiranno e a ripristinare  con la stasis il  malkuth,  secondo la volontà divina: il rab/maestro educa il talmid/discepolo a fare la volontà di Dio e insegna la legge- ora non solo  nelle sinagoghe, ma anche  nelle piazze!-  e la virtù,  invitando a dare la vita per la propria  tradizione.

Dunque, professore  c’è scontro tra il soggettivismo della paideia  e  il comunitarismo legalistico della musar aramaicaCerto Marco!.  Si scontrano due culture: quella dei vincitori  arroganti e quella degli sconfitti destinati a subire ulteriori dolorose sofferenze! i due giovani, insensibili ai richiami dei rabbi,  neanche vogliono comunicare con le scuole rabbiniche, che cercano di far crescere il popolo  con la liturgia della parola e della predicazione !- M.Hengel, Giudaismo ed ellenismo,Edizione italiana a cura di Sergio Monaco, Paideia Editrice 2001-.

Che succede, allora ?

I giovani, per un po’ di tempo, restando  equivoca la situazione,   nonostante i sospetti, le accuse e le calunnie cortigiane, sono  onorati, comunque, dal padre.

Erode, infatti, provvede  al loro matrimonio,  facendo sposare Alessandro con Glafira, figlia di Archelao re di Cappadocia ed Aristobulo con Berenice, figlia di sua sorella Salome.

A questo punto, intorno alla primavera  del 16  Erode  dovrebbe essersi assentato  una seconda volta, e  lasciato il potere di nuovo per breve  tempo  a  Ferora e a Salome per incontrare, a Mitilene,  Vipsanio Agrippa, suo amico  collaudato già dal 33, epoca  dell’edilità del romano, già esperto di architettura, rivisto nel 23, quando c’era tensione tra l’imperatore e il marito di  Claudia Marcella, figlia di Ottavia, che, raffreddato,  innervosito dalle chiacchiere,  si era ritirato a Lesbo, qualche mese  prima della morte del cognato  Claudio Marcello, con cui aveva  profondi dissensi  a causa della reciproca invidia, essendo ambedue competitori alla successione, data la cattiva salute di Augusto, peggiorata.

Erode aveva mantenuto stretti rapporti con Agrippa, forse per via epistolare, che, richiamato a Roma dalla Siria, lasciata ad un legatus, per sposare  Giulia, vedova, veniva considerato dux prezioso da inviare in Gallia Comata contro i Germani  e poi contro i Cantabrici, ribellatisi.

Ora Augusto, ristabilitosi in salute,  nel 17  di nuovo  con un imperium proconsulare maius, lo rimanda a Lesbo  come Epitropos Surias  col mandato di risistemare tutta la zona asiatica di punire i ribellei del  Bosforo Cimmerico  per poi  da lì,  compiuta la missione, penetrare militarmente verso al Pannonia, con gli eserciti,  stanziati  sul Danubio/Istro, per consolidare la totale  conquista dell’Illiricum.

Conquistare  l’Illiricum dal Bosforo Cimmerico, dall’attuale  Crimea?

Si. questo è il piano di Augusto!

E’ questo un grande disegno di conquista  già predisposto  e parzialmente attuato  da Augusto,  che ha in mente la costituzione della Regio X  Venetia et Histria  con le province di Dalmatia e Pannonia, poi definitivamente conquistate da  Tiberio in vari momenti- nuovo genero dell’imperatore subentrato  e nell‘imperium  e  nel letto di Giulia, come marito, alla morte del suocero Agrippa-  che divide l’insieme conquistato in  Pannonia  superior e inferior.

L’illiricum e  Pannonia comprendevano  molti stati attuali ?

Si.  Slovenia ed Austria, Croazia, Montenegro e Serbia, Bosnia Erzegovina,  Kosovo, Albania, Macedonia,  repubblica Ceca e Slovacca, Ungheria  e parte della Romania e  della Bulgaria!.

Nota bene!. Si è ancora nella pax augusta!

Erode, dunque, desidera vedere l’amico e parte per  incontrarlo  – appena sa che è arrivato a Mitilene- con l’intenzione di invitarlo  a Gerusalemme  per mostrare  a lui – ritenuto artefice della sistemazione urbanistica  dell’Urbs, compresi la  conduttura  delle acque e il miglioramento dei servizi idrici e fognari della capitale,  famoso già per la costruzione del Pantheon-   il suo capolavoro  del Tempio, dell’area templare e delle altre sue opere.

Quando, professore?

Penso nella primavera del 16, può aver fatto il viaggio verso la Ionia, dopo i matrimoni dei figli.

Flavio-ibidem 12- scrive: venuto a conoscenza che Marco Agrippa  era giunto dall’Italia in Asia, subito si affrettò ad incontrarlo e lo invitò  a venire nel suo regno  a ricevere il benvenuto, che poteva aspettarsi dal suo ospite e  migliore amico. 

Erode, dopo molte preghiere, avuto il suo consenso, lo accoglie in Giudea, nella primavera del 15.   Conosciamo la notizia da più fonti (Flavio,  Filone e  Svetonio e Cassio Dione)   cfr. M. Reinhold, Marcus Agrippa. A Biography. Ginevra L’erma di Breitshneider 1965 e  R. Syme, Aristocrazia augustea, Rizzoli 1993.

All’arrivo di Agrippa, Erode, secondo Flavio -ibidem 13- non omise niente  di quanto gli poteva essere gradito,  lo accolse nella città di nuova costruzione mentre gli mostrava  gli edifici  li trattandolo  con ogni riguardo e somministrando cibi  piacevoli. Questo avveniva sia in Cesarea Marittima che in Sebaste  e in altre fortezze. Lo condusse anche  a Gerusalemme dove fu accolto dal popolo che gli diede il benvenuto con abbigliamento festivo e con acclamazioni.

Flavio aggiunge che Agrippa  sacrificò a Dio una ecatombe  e fece festa col popolo, il cui numero non era inferiore a quello delle grandi città.

Sembra  che Filone in Legatio ad Gaium– Lettera di  Erode Agrippa a Gaio Caligola-   parli di un  sacrificio,  fatto a Pasqua    quando la popolazione di Gerusalemme si quadruplicava per la presenza di giudei aramaici transeufrasici e  di ebrei ellenistici convenuti non solo per la festa ma anche per la venuta del  genero di Augusto, intenzionato a fare un sacrificio!

Per Erode è un successo: un romano così importante, il rettore della pars orientale fa un sacrificio a Jhwh, riconoscendo ufficialmente  il valore del culto ebraico! E’ un premio alla sua politica di mediazione e di integrazione!  E’ un riconoscimento imperiale dell’opera di Erode  davanti ai dunatoi orientali e della conversione all’universalismo romano del giudaismo, pur diviso nelle sue due anime: un altro segno  di amicizia  tra l’imperatore e il re dei re,  dopo l’avvenuta distensione tra i due grandi imperi.

Il sacrificio di Agrippa a  Dio, nella Pasqua del 15, risulta il trionfo personale di Erode!

Erode onora l’amico mostrandogli le sue opere e le meraviglie naturali di Gerico e della vallata del Giordano e il  sale  e bitume Mar Asfaltite col suo sale e bitume  e con le cascate di Callirhoe.

Agrippa, comunque,  pur avendo desiderio di rimanere ancora, decide, dopo qualche mese di permanenza,   di ripartire per ritornare in Ionia, prima dell’approssimarsi della stagione invernale.

Flavio- ibidem 15 -scrive: era tuttavia incalzato dal tempo  in quanto pensavo che l’approssimarsi dell’inverno  non gli avrebbe reso sicuro il  viaggio di ritorno nella  Ionia, che era obbligato ad intraprendere.

Agrippa, dunque, parte, dopo aver ricevuto doni dal re e dai suoi amici e dai dinasti orientali, compreso Archelao  consuocero di Erode.

Secondo Flavio.-ibidem 16-: Erode passò l’inverno a casa e giunta la primavera  si affrettò ad incontrare  Agrippa, sapendo che stava  per guidare una spedizione nel Bosforo.

Erode lo segue?

Certo. Lo raggiunge a Sinope, dopo un lungo  viaggio e si assenta per  terza volta dal suo regno, fidandosi del buon governo di Ferora e Salome, senza  dare peso al contrasto esistente nella sua famiglia tra il clan idumeo e quello asmoneo!.

Flavio –Ant giud., XVI, 16-65 – parla di tale impresa di Agrippa,  ma fa cenni come Svetonio- Augusto-, mentre ne parla diffusamente Cassio Dione- St. Rom., LIV, 29,1.

Nel 14, il mandato  primario di Agrippa è quello di  mantenere l’ordine imponendo un nuovo re nel Bosforo Cimmerico.

Professore, lei  ne ha parlato nel libro Antipatro padre di Erode  quando  tratta della ricompensa di C. Giulio Cesare a Mitridate  Pergameno, figlio naturale di Mitridate il grande, che ha da lui il regno del Bosforo Cimmerico.

Si. Marco. Dicevo anche che alla  sua morte,  Asandro  diventa re e governa fino al 16,  sposando la sua sorellastra Dynamis. Alla  morte  del re,  ci sono  sedizioni antiromane  fomentate da Scribonio, contro la regina: viene inviato Marco Agrippa a risolvere  la situazione nel 14 a.C..

Agrippa, quindi, giunto con la flotta da Sinope, spaventa gli insorti ed  incorona re  Polemone I, re del Ponto,  che, sposando Dynamis, amplia il suo regno con l’annessione del regno bosforitano. Il matrimonio tra i due è infelice e sorgono poi  rivoluzioni che, capeggiate da Aspurgo, figlio di Asandro,  sono riconosciute come legittime da Roma, che lo fa regnare dall’8 a.C. per quasi un  quarantennio  come re sul Bosforo Cimmerico.

Dopo aver ristabilito l’ordine nella zona compresa tra il Tyras (Dniestr) e Borystenes ( Dniepr) e le penisole di Crimea e Taman,  Agrippa  passa alla seconda parte del suo mandato, penetrare con l’esercito dalla foce del Dniestr  e conquistare la Pannonia ,dove le tribù  bosforitane si sono  fuse con quelle pannoniche lungo l’Ister/ Danubio specie quelle di Emona e Sciscia.

Un  legatus è incaricato della spedizione militare, che deve coordinarsi, per ordine di Augusto,  con  Marco Vinicio governatore dell’Illiricum, sotto la direzione suprema di  Agrippa, che rimane  a Sinope, città del Ponto ellenizzata e romanizzata,  posta nella penisola di Boztepe, nella costa centro-meridionale del Ponto Eusino,  fondata  sullo stretto cordolo di congiunzione  alla terraferma pontica  cfr. Plinio, St. Nat., VI, 5-7,216-.

Erode  partecipa alla  resa dei ribelli bosforitani e alla elezione di Polemone, dopo che si è incontrato con l’amico non lontano dallo stretto  della penisoletta, dove è Sinope.

Seguiamo la versione di Flavio: Navigando tra Rodi e Cos approdò nei pressi di Lesbo,  dove pensava di potere trovare Agrippa- ibidem 17-.

Erode, però,  non trova a Mitilene  il dux,  già partito, essendo  uomo prudens  che teme la navigazione, a lui ignota,  dello Chersoneso tracio /stretti dei Dardanelli e del Bosforo e l’entrata  nel Ponto Eusino.

Erode,  invece,  sorpreso  dal vento del Nord, che impedì alle  sue navi di salpare  e dovette attendere  parecchi giorni a Chio  dove accolse parecchie persone  venute a visitarlo e  le conquistò con molti doni -ibidem 18-.

Flavio mostra  la generosità e la magnificenza di Erode  in attesa delle favorevoli condizioni climatiche: quando vide che il portico della città giaceva distrutto, essendo stato abbattuto nella guerra di  Mitridate  e, a differenza di altre,  non era facile erigerlo a causa della sua grande dimensione e bellezza, diede una somma di denaro  sufficiente non solo per quello  ma, ancora di più per coprire la spesa di tutta la struttura  e comandò di non trascurare quel lavoro ma di esigerlo sollecitamente così da restituire alla città la sua antica bellezza.- Ibidem19-.

Erode quando si calmò il vento, secondo Flavio –ibidem 20-  navigò verso Mitilene.

Agrippa, essendo partito  per Sinope, fa il il viaggio a tappe/stathma, costa costa, si affretta lentamente/ speudei bradeoos, volendo attendere l’amico.

E’ un viaggio lungo  quasi un migliaio di km, con triremi  da guerra e con navi onerarie?.

Si. Con triremi da guerra  e con navi onerarie. E’ una flotta che si sposta dal Mare Egeo al Ponto Eusino!

E’ un  lunghissimo viaggio e  si va a 5/6 nodi,  a  seconda della costa, facendo un percorso  di una decina di km, facendo alternare  i rematori nel lavoro, secondo un normale ritmo. Plinio, Filostrato e  Sinesio  ritengono che si possa fare un tale iter di mille km,  con una decina di giorni.

Si pensa che, perciò, Agrippa,  faccia il tragitto  dapprima fino fino ad Abydos  in Misia, davanti a Sesto, che è all’ estremità dell’Hellespontus, poi,  attraversi la Propontide -il Mar di Marmara-in tre giorni ed infine faccia il percorso da Bisanzio a Sinope in  sei giorni, dopo aver attraversato  le Simplecadi  sul  Bosforo.

Sono curioso, professore! vorrei sapere qualcosa in più sullo Stretto di Dardanelli, sul Mar di Marmara e sul Bosforo: so che lei ci è stato varie volte!

Ci sono stato ma le mie informazioni sono  superficiali, non marinaresche. Comunque, posso dirti che l’Hellespontus/Chersoneso Tracico/Dardanelli è una lunga appendice  come le tre dita della Calcidica (Sitonia, Cassandra e Monte  Athos)  una specie di ditone, che costeggia la Misia, alla cui estremità meridionale c’è Sesto, che ha di fronte, ad un buon chilometro,  Abydos (città famose per il mito di Ero e Leandro  rispettivamente sacerdotessa  di Afrodite e giovane amante, morto per andare ogni notte a  trovarla a nuoto! Forza dell’amore!). .L’Hellespontus  è una penisola europea  che è compresa oggi nella provincia di Cannakkale  Bogazi (IIio- Troia dove Erode  si ferma  al ritorno via terra e fa doni ) che è divisa in due distretti quello di Gallipoli e quello di Accabat. Il Mar di Marmara è un bacino  di circa 11. 000 km quadrati,  lungo da Gallipoli ad Izmit circa 500 km ed ha molte isole tra cui quelle dei Principi e  Marmara. Il Bosforo è, invece, uno stretto canale che mette in comunicazione il Mar Nero/ Ponte Eusino  col mar di Marmara/Propontide,  a sua volta collegato col Mar Egeo dallo stretto dei Dardanelli.  Sul Bosforo ci sono le Simplecadi  le isolette di  Sundromades e Plagktai, all’entrata dello stretto.

Leggiamo Flavio per meglio capire il viaggio di Erode che ha fretta di raggiungere l’amico: Giunto a Bisanzio seppe che Agrippa si era già inoltrato  al di là degli scogli Cianei- Simplecadi-   e si affrettò  al suo inseguimento  a massima velocità  per recuperare il tempo perduto, a causa del vento contrario.

Erode finalmente intravvede le navi dell’amico che sono vicine a Sinope!

Flavio- ibidem 21-  scrive: lo raggiunse presso Sinope nel Ponto  e quando, inaspettatamente,  accostò  la sua nave,  si avvicinò  e alla sua apparizione  ebbe il benvenuto. Ci furono scambi di caloroso saluto,  specie da parte di Agrippa, che rilevava la grandissima prova di amicizia e di affetto  perché il re aveva compiuto un così lungo viaggio  ed aveva tralasciato  per lui qualsiasi ufficio, compresa l’amministrazione del suo stato, avendo ritenuto questo il più importante tra i suoi doveri personali.

Flavio forse riprendendo  le Memorie del re, celebra l’opera svolta da Erode in quella spedizione bosforitana. E‘ probabile che altri re delle regioni vicine vadano a riverire  il genero di Augusto e tra questi Archelao, re di Cappadocia,  portando auxilia! 

Erode conosce  bene Polemone, amico come lui di Antonio divenuto in seguito  nel 27 a.C. re del Ponto e socio dell’impero.

Flavio non mostra la reale funzione svolta da Erode nella spedizione né il contributo della piccola flotta giudaica nell’occasione della chiusura del golfo bosforitano ad opera di Agrippa che blocca i ribelli e li costringe alla resa.  Lo storico neanche accenna alla incoronazione di Polemone I re del Ponto e  del Bosforo Cimmerico: è tutto preso nella esaltazione del  re giudaico che ha grande rilievo in mezzo a tutti gli altri re,  tanto da essere considerato davvero  terzo uomo dell’impero romano.   Flavio-ibidem 22- scrive : lui fu tutto per Agrippa: Collega sunagonisths negli affari di stato consigliere/ sumboulos in varie occasioni; hedus tais anesesi / sollievo nei momenti di proccupazione; e monos apantoon koinoonos okhleeroon  men dià thn eunoian, eedeoon de  katà thn timhn/unico partecipe  di tutte molestie  con la benevolenza  e  di tutti i piaceri con devoto rispetto  dell’amico.

Professore, Flavio mostra il servitium di Erode accanto al megistos  Agrippa e nella vita politica e in quella privata quotidiana, comunque, discreto,  senza invadenza !?

Certo. Marco. E’ un uomo che sa stare al suo posto, nonostante il naturale protagonismo ed enthousiasmos personale, ingigantito dalla coscienza della sua amicizia  con un politikos, destinato alla successione,  per natura benevolo khrhstos, benefico e sollecito verso gli altri/megalopsuchos .

E lo dimostra, secondo Flavio, nel viaggio di ritorno, fatto a tappe, via terra,  passando  attraverso le regioni della  Paflagonia, della Cappadocia, della Frigia / megale Phrugia  per arrivare ad Efeso!  lo scrittore giudaico vuole esaltare il re  evidenziando la sua grandezza  di animo e la munificenza, pur in compagnia del suo amico, infinitamente a lui superiore, probabilmente citando le Memorie regie in suo possesso: Molti furono i benefici concessi dal re in ogni città, secondo i bisogni di quanti a lui ricorrevano: non si ritirava da nulla  per ciò che riguardava denaro ed ospitalità, pagando di tasca sua  ogni spesa; intercedeva per alcuni che chiedevano favori ad Agrippa  e faceva in modo che non restasse mai inesaudita la richiesta dei postulanti.  Già Agrippa lo era per conto suo gentile e generoso nell’andare incontro a chi chiedeva  favori personali, non nocivi agli altri, ma il re incitandolo, lo stimolò moltissimo  a compiere azioni buone.

Tra le azioni buone Flavio porta l’ esempio della riconciliazione col popolo di Ilio, che  si ritiene esente da tributi perché  con Enea  e Iulo si considera capostipite dei Romani: Lo riconciliò col popolo di Ilio,  pagò i debiti  ai Chii che avevano  coi procuratori di Cesare, li liberò dai loro tributi, assistendo chiunque a lui ricorresse -ibidem 26-.

Sembra un Erode buono, premuroso, generoso e sconfinato nel suo prodigarsi per gli altri, magnanimo in tutto, secondo il suo carattere filantropico,  disposto alla euergesia.

E’ davvero Erode così?  Marco questa è la sua versione dei fatti narrata da Flavio che segue le  sue upomnhmata/memorie!. Si sa che Erode è uomo/vir anche nelle vicende  contraddittorie della normalità situazionale e perfino negli eccessi, e sa rivelare il meglio e il peggio di sé, avendo dovuto vivere  da re lui privato/idioths,  suddito dei romani e stretto collaboratore di Ottaviano ed Agrippa anche loro  popolares cives, divenuti megistoi, dominatori divini di un imperium sconfinato, rimanendo sempre un idumeo-nabateo barbarico, mesopotamico, nonostante la cultura ellenica!.  

Da qui il monstrum/teras secondo la lettura cristiana, che vede  la parte più oscura di una creatura?

Marco, l’uomo è uomo, un sacco di merda, capace di tutto nel bene e nel male ed Erode è esagerato negli estremismi e nel meglio e nel peggio!

Professore, mi fa meditare, oggi !  Grazie. Seguiti, ora, il suo lavoro su Erode.

Erode ed Agrippa non fanno il ritorno su nave, ma  via terra e  giungono in Ionia, ad Efeso.

Flavio-ibidem 27- informa:  una notevole moltitudine di giudei  abitanti in quella città  si avvalse di questa opportunità per  parlare liberamente. andarono da loro  e esposero  i maltrattamenti  che subivano in quanto non era lor concesso  di reggersi conformi alle loro leggi  e con forza era costretti a comparire nei giorni festivi in tribunale; denunciavano che erano stai spogliati  del denaro  che avevano messo da parte  da inviare a Gerusalemme  e che erano obbligati  al servizio militare, a servizi civici, sebbene fossero esentati da questi doveri e chiedevano che fosse loro concesso di vivere secondo le proprie leggi. 

Marco, tu conosci  da tempo il sistema ebraico, tutelato, prima dai Persiani e poi dai Macedoni (Lagidi e seleucidi) ribadito con molti decreti  dal diritto romano, vigente in ogni città greca  e specie in Alessandria,  come politeuma/tipica costituzione ebraica.  Te ne ho parlato moltissime volte e l’ho ben descritto con Filone  durante la causa sostenuta davanti a Caligola cfr. Caligola il sublime,cit.  Perciò non è il caso che io te ne  parli diffusamente. trattando del discorso  fatto da Nicola di Damasco, patronus ed advocatus,  dato da Erode, come difensore della causa, ai giudei ellenisti.

Noi conosciamo la retorica di Nicola– cfr La morte degli innocenti figli di Mariamne  e il “regno” di Antipatro – e la sua concezione universalistica dell’impero  romano,  la sua coscienza di suddito rispetto al dominio dei romani  e la sacrosantità dello ius sui popoli sottomessi e  della  necessitas della conservazione  della tipicità della religio giudaica e della salvaguardia del suo politeuma anche ad Efeso, città  cosmopolita di oltre 300.000 abitanti,  con una popolazione ebraica di quasi un terzo.

Se vuole,  può aggiungere qualcosa, faccia come le sembra opportuno, professore!. Credo, comunque,  di conoscere la romanitas  di Nicola di Damasco.

L’avvocato ha presente  tutti i decreti che Flavio  ha mostrato nel XIV libro di  Antichità giudaiche  per comprovare i diritti ebraici tutelati dalla lex romana dal periodo di  Giulio Cesare, che ricompensa  Antipatro, Hrcano e gli oniadi del loro  aiuto durante il bellum alexandrinum.

Ora ad Efeso Nicola conosce gli oltraggiosi maltrattamenti /epeereia, subiti ingiustamente dai giudei: gli è facile dimostrare l’ingiustificato procedere antigiudaico degli efesini greci e degli abitanti della  Ionia, che sono in lotta per la supremazia nel porto, nei commerci e nel sistema trapezitario, per invidia.  Nicola  fa ora  upourgia e non storia, elogiando la funzione di ethnopatoor di Erode e la sua posizione di mesiths, di intermediario,   di garante della fedeltà all’imperium romano del giudaismo ellenistico (ed anche aramaico!)- e di rutoor/liberatore dalle prove del signore/peirasmoi e dai nemici –   e contemporaneamente esaltando la figura del megistos Agrippa, nella sua funzione di giudice, insieme al re,  in una assemblea di capi romani  e di principi locali!.

E’  questa anche per lui una grande opportunità per la sua stessa carriera forense!

Flavio, infatti, dopo aver evidenziato che un giudeo preferisce la morte alla vita, se gli si vieta i costumi della patria (le solennità, i sacrifici, e feste  in onore del  proprio Dio) fa rivolgere Nicola contro i greci efesini che li mettono alla prova / peirazontes: ciò che i nostri antagonisti  non vorrebbero compiere  personalmente tentano di farlo  compiere  agli altri, quasi che non fosse un’empietà  violare le sacre  tradizioni degli altri  o trascurare i propri sacri doveri  per i propri dei e poi  aggiunge Vi è mai un popolo, una città, una comunità umana  che non ponga il suo maggior bene  nel vivere soggetto al vostro  comando  o a quello dell’impero romano?. Vorrebbe mai qualcuno che i favori, che vengono da voi,  siano revocati? Nessuno, neppure un pazzo.

Flavio vuole mostrare col discorso, pur retorico, di Nicola,  che i decreti, noti a tutti  greci  non sono da  revocare, sono diritti acquisiti dal popolo giudaico!.

Da quasi  quaranta anni  i decreti romani sono leggibili nelle piazze di ogni città  ellenistica, ben custoditi ed incisi in tavole di Bronzo sul  Campidoglio a Roma, perfino, fatti scrivere da Cesare stesso ed anche in Alessandria –Ant giud,XIV,187-188-.

Ce ne sono tanti altri successivi o sbaglio ?

No. Non sbagli. Marco.

Ci sono decreti approvati dal senato per Hircano e la nazione giudaica  e  per il popolo di Sidone, ibidem190-195; ce ne sono  per le città della Fenicia  ibidem 196-198, ce ne sono altri indirizzati ad Hircano  e ai figli (Ibidem  199-210)  relativi la riduzione di un  Kor– litri 370- dalla tassa pagata dai giudei, con  prescrizioni di pagare tasse  ai fenici in  favore di Gerusalemme  e dei giudei  che nel settimo anno non possono lavorare!. Ce ne sono per il popolo pario che deve autorizzare le feste giudaiche!.

Nicola conosce anche i decreti di Antonio, di Dolabella, del console Lucio Lentulo,  di Marco Pisone che concedono privilegi ai Giudei di Asia  (Ibidem 223-224), ai giudei  di Efeso stessa (Ibidem 225-227 -230-32-240) proprio per l’esenzione dal  servizio militare, compreso quello di Lucio Antonio.

A dire il vero, Flavio ne cita tanti altri per Laodicea, per Mileto  per Pergamo, per Alicarnasso, per Sardi,(ed ancora per Efeso) (ibidem   241-267 )ed aggiunge anche lettere per Hircano                  (Ibidem 301-313), lettere, per Tiro (ibidem  314-318) e  per i suoi abitanti (ibidem 319-322) per Sidone  per Antiochia e  Arado  (ibidem 323).

Nicola,  ricordando anche i meriti  di Antipatro,  celebra Erode che è accanto ad Agrippa, – di cui ricorda la recente visita in Giudea e il suo amore per il popolo  giudaico e il suo re-   lodato per la sua pietas, avendo fatto un sacrificio al Dio nel Tempio  e per averlo onorato con preghiere rituali.

Flavio mostra  come  Nicola  metta in evidenza Agrippa, magistrato in carica  con compiti pubblici  così grandi, considerato segno e garanzia di amicizia per il popolo giudaico,   facente ogni cosa per amore dell’amico Erode. Infine Flavio fa concludere         l’ advocatus con queste parole: noi non ti chiediamo nulla di speciale,  solo che tu non permetta che gli altri ci privino dei diritti che tu stesso ci hai dato!.

Naturalmente i greci niente possono obiettare  e tanto meno difendersi, negando,comunque, di aver commesso  errori!

Marco, i poveri greci  goyim, accusatori  adducono ora solo  le  scuse  ai giudei brava gente capace, però,  di spargere nel territorio  gravi generici mali, comunque degna di essere onorata  e fanno promesse di non disturbarli più!

Flavio infine scrive: Agrippa licenziò l’assemblea  dei  capi romani, dei  re e dei  dinasti  e  si alzò insieme ad Erode  che  andò da lui,  lo abbracciò,  grato per la sua buona disposizione  verso di lui .Agrippa  si mostrò riconoscente a tali parole  e rispose in egual modo  gettando le braccia ad Erode, che a sua volta di nuovo l’abbracciò.

Erode, perciò, dopo essersi congedato da Agrippa- che partì per Lesbo e da lì andò a Samo-   si mise in mare e, incontrati venti favorevoli,  approdò a Cesarea  non molti giorni dopo.-Ibidem 62-. 

Flavio aggiunge: il re partì per Gerusalemme  e convocò un’assemblea plenaria, essendo convenuta anche una grande folla venuta dalla regione- Ibidem-

Erode è un re trionfante che racconta il suo viaggio fino al Bosforo Cimmerico,  l’amicizia  e l’amore di Agrippa, espone la situazione dei giudei di Ionia  e  di Asia, mostra la soluzione dei loro problemi, grazie al suo intervento,  utile tanto da lasciarli sicuri e tranquilli.

E’ professore il massimo successo  di Erode, che  è fortunato  nella sua azione di mesiths, di ethnopatoor  e di diallakths?

Certo, Marco  questo mi sembra che voglia dire Flavio in  Antichità Giudaiche, che, evidenziando in  Erode   l’exemplum del popolo ebraico stesso filoromano – nascondendo quello aramaico- ,   celebra la grandezza stessa del giudaismo internazionale cosmopolita, in una esaltazione della politica del grande Re.

Il discorso di Erode al popolo, conquistato dalla sua parola, dall’affabilità  ed ancora di più dal gesto  del condono di un quarto dei tributi dell’ anno passato, esprime uno stato di buona fortuna e di buon governo da parte di un re, che afferma di non aver tralasciato nulla di vantaggioso per il giudaismo. 

Erode,  dunque,   è prototipo del Giudeo ellenista internazionale romanizzato!

Il popolo stesso gerosolomitano e i capi  della regione, allora,   augurano ogni bene al re  – Ibidem 65-.

Politicamente per Erode è un momento di estrema fortuna che diventa -ironia del destino- di massima sfortuna nella vita privata e  nell’ambiente familiare.

Appena Erode  ritorna a casa, nella  reggia,  iniziano i suoi guai familiari: Ferora e Salome  accusano Alessandro ed Aristobulo,  i suoi due figli asmonei, di sedizione e di parricidio!

Avendomi fatto vedere un altro Erode, devo confessare, mi dispiace!

C’ è empatia?

Doppio decalogo di Angelo Filipponi

da Mastreià

Postilla dello scrivente

Tempo fa, prima  dell’incidente mortale, mi diede alcune pagine dattiloscritte  intestate ad un figlio o  ad un lettore filiale, in cui era scritto un decalogo con una premessa: come mi fu data, io, Tonino Cappucci  trascrivo.

Premessa

Mi sento come un vecchio che ha un migliaio di anni, che ha seguito i percorsi dell’uomo, nella storia, e in natura,  vivendo in società e in solitudine, ora attivo ora passivo spettatore, facendo molti errori e maturando un metodo, come frutto di esperienza, di lavoro, di sbagli, di rettifiche, di accomodamenti, di adattamenti situazionali, sempre vari e nuovi.

La  contemporanea vita di lavoro e di studio ha permesso l’integrazione dei dati esperienziali con la lettura,  la meditazione col silenzio.

I dati del lavoro senza l’abilità del leggere e la coerenza della  logica associativa creano solo un artigiano, tecnicamente dotato, la logica applicata determina solo il filosofo, la retorica speculativa porta tramite l’ermeneutica,  alla formazione del teologo.

Il saper leggere, studiare e fare, congiunti, in situazione, mi hanno fatto procedere, pur sbagliando continuamente,  e  costruire qualcosa  di nuovo, che si forma lentamente, costituendo un fondo   di insania che  risulta  utile sapienza, nonostante l’opposizione alle regole tradizionali: io ho  considerato negativa per l’umanità l’impostazione classica (Greco-romana-giudaica) basata sulla auctoritas, definita da me “ theoria” e  ho stimato deleterio per l’uomo il militarismo germanico, e l’elezione dell’ uomo, per me creatura come ogni altro animale, materia .

Ho dovuto cancellare la mia cultura classica perché bollava come animale il popolo, considerava come sordide le artes, considerava privilegiati i ricchi e i nobili, gli unici capaci di avere pensieri, di congiungerli, di concludere, di valutare, di giudicare, di svolgere la funzione umana elitaria, da Viri civiles/politikoi  profetici: la lettura giudaica  del classicismo  fusa con quella ecclesiale medievale ha sancito, nei secoli,la superiorità dei” boni “e l’eccellenza dei santi ed ha scavato un abisso tra il popolo e l’élite, tra i dominati e i dominanti.

Il mio amore per la paritarietà e per la democrazia, come rispetto di tutti coloro che pensano e perfino dell’animalità mi ha allontanato ogni giorno di più dalla theoria classica, in cui era scritta la logica procedurale dei greci, dei latini, dei  giudei farisei e dei medievali e dei  controriformisti, che avevano applicato fedelmente e rigidamente la paideia alessandrina ebraica, tramite i grandi Cappadoci  e i padri Occidentali.

Non ho potuto sopportare mai l’arroganza dei militari, che procedono solo per schemi e che ripercorrono il militarismo romano e soprattutto la logica procedurale arimannica barbarico-germanica, propria dell’aristocrazia italiana ed europea.

Perciò tenendo sempre di mira la paritarietà dell’uomo, vedendo l’intelligenza in ogni bambino, anche se svantaggiato, la capacità di ognuno, seppure differenziata, ho cercato di favorire la crescita di ogni soggetto,  desideroso  di  dare autonomia e libertà creando  per i singoli solo paradigmi operativi, in modo da  permettere scelte continue e sollecitare motivazioni o indurre ad errori palesi di facile rilievo, per un’autocorrezione costruttiva.

Il  metodo permette di  leggere ogni cosa  come testo, non solo il codice  scritto o orale, ma anche l’azione sottesa, il pensiero perfino non manifesto, perché viene studiato il termine, non solo filologicamente ed etimologicamente, nel suo vero significato, ma soprattutto come storia in atto, che si fissa, creando una ragnatela ordita in tessuti linguistici, come espressione reale di una cultura operante, scritta dai vincitori, secondo la theoria  classica  ma implicante le classi dipendenti e il volgo anonimo, che possono essere rilevati.

L’essere stato spettatore neutro del farsi della storia,  capace, però, di orientare chi mi è stato vicino, nel rispetto dell’altro, simile a me, ma differente, nella coscienza di essere un soggetto libero, decondizionato dalla storia e non limitato da pregiudizi religiosi,  mi autorizza a professarmi saggio e a scrivere un doppio decalogo, ad uso familiare, certo, come un testamento spirituale, per una meditazione fattiva.

Ai miei, comunque, dico di non pensare mai ad un qualcosa di perfetto, né ad una persona che abbia perfezione, perché niente di ciò che è umano ha possibilità concrete di effettiva sublimità, ma solo una qualche parvenza, mista ad un’infinità di debolezze e di deficienze, che devono essere riviste, corrette e positivizzate, alla luce dell’ esperienza.

Solo se si legge attentamente una persona come uomo, si comprende la sua fragilità in ogni senso, ma anche la sua grandezza che consiste  solo nel superamento graduale delle deficienze e nel conseguimento momentaneo di uno stadio di serenità divina, subito perduto a seguito di sopraggiunti squilibri, a cui segue un lungo tentativo di riequilibrio faticoso e difficile.

In tali fasi di equilibrio e di squilibrio l’uomo  non è mai sanus e moderato  ma insanus  apparentemente: egli  esprime non un suo lineare e moderato iter, ma uno zigzagato percorso, orientato forse verso un’unica direzione, alla ricerca di una propria felicità, irraggiungibile, ma sempre in modo incerto, confuso, ora razionale ora fiutante come un cane, indeciso, una povera creatura che cerca una sua dignità.

Ne deriva che il decalogo negativo e quello positivo non sono tassativi, ma solo spie di un procedere di un uomo, che non vuole porsi come modello, come exemplum, ma come uno che si è espresso paradigmaticamente, oltre i condizionamenti e fuori delle regole di buon costume e di moderazione classica, ed autonomamente, cosciente della irripetibilità della vita singolare umana.

 Il Decalogo è costituito da due parti: uno negativo perché impostato prescrittivamente come i comandamenti, subito corretto  con enunciazioni; l’altro positivo, di forma iussiva, all’imperativo, commentato non secondo il dogmatismo accademico, ma con paradigmi operativi.

 Non magnanimo consolatium sed misero comites habere penantes!

a.Decalogo negativo

1.Non chiedere mai niente a nessuno: puoi sempre fare da solo ogni cosa.

A che serve chiedere un consiglio? Nessuno meglio di te può consigliarti perché tu conosci la situazione, l’ambiente, le persone coattanti e te stesso e tu solo devi decidere.

Ma è una cosa utile? se è necessaria, te la compri e la usi quando vuoi; se è costosa,  è qualcosa di voluttuario, di cui puoi fare a meno.

Ho bisogno di aiuto! chi ti dà un dito, crede di averti dato un braccio e magnifica ciò che ha fatto per te e diminuisce la tua opera, specie se si sente superiore.

Chiedo solo un regalino! Chi regala  non è mai disinteressato, ha di mira qualcosa a breve o a lunga scadenza: non esistono più i nobili munifici, ma ci sono solo sponsors che magnificano il prodotto e sono di matrice agricola. Tu non accettare mai nulla, ma rifiuta, altrimenti sei compromesso e non sei libero: anche un caffè, offerto da un padre di un tuo alunno, pesa sulla tua valutazione.

Chi fa da sé fa per tre ed è padrone di sé.

2.Non parlare: non serve né a te né agli altri perché  la parola è vuota chiacchiera e se non è vuota, non è comunicabile perché l’altro legge solo dalla sua angolazione, spinto dall’invidia  o dalla superbia: solo chi non parla, fa e propone oggettivamente e sa fare. Ricorda!

3.Non pensare: chi fa, sicuramente ha già pensato, ideato e progettato, pianificato; tu medita su ciò che ti viene detto, senza interpretare e senza emozioni, studiando la storia e l’azione dell’emittente: l’azione fatta deve essere esaminata; su di essa bisogna operare, non sul pensiero.

4. Non inseguire ciò che desideri: tutto ti viene naturalmente e a tempo opportuno, come la pioggia, specie la donna: meno ti agiti, più ti segue chi ti vuole seguire e non curare gli altri che non ti seguono: la tua serenità serve a tutti gli incerti e dà loro sicurezza!.

5.Non seguire un altro: tu sei il maestro se operi, se sbagli, se insisti nelle operazioni con continuità, se apri un’altra via rispetto  a quella  nota, propria della tradizione.

6.Non soffrire: ciò che accade, deve accadere, ciò che accadrà non può non accadere: tu accetta tutto con un sorriso, da pazzo, non hai altra possibilità!.

7.Non lamentarti mai: a nessuno interessa la tua voce e tanto meno il tuo lamento, neanche a tua madre, a tua sorella, a tua moglie: ognuno ha i suoi problemi e un egoismo personale, che va oltre la solidarietà familiare; sii paziente e scemo: sarai più amato e rispettato, più stimato.

La pietà altrui è cristianamente falsa: Poveretto è segno non di partecipazione emotiva, neppure istantanea, ma di commiserazione momentanea e di sottesa superiorità

 

  1. Non credere. Ogni sistema religioso è un continuum di verità storicizzate mediante concilia fatti alla fine di una o due o tre generazioni da sacerdoti di qualsiasi credo – che detengono non la verità, ma il potere della parola-verbum – per l’indottrinamento dei profani: un’aggiunzione verbale dopo l’altra ad un’idea di verità inizialmente accettata in un dato momento  storico, determina con i secoli una verità sempre più comprovata, indiscussa, santificata dal tempo, dogmatizzata.

Un Dio, che non regola la vita cosmica, che non giudica l’uomo, né gli altri animali, c’è, come motore iniziale, forse, come vita stessa della vita, di cui la creatura è partecipe, come essenza divina infinitesimale di un quid naturale divino infinito,  non dotato di qualità positive né negative, atomo di una cellula universale pulsante in eterno, in armonia.

Non esser, dunque, così cattolico e così piccolo da ritenerti divino padrone delle cose e centrale sulla terra e nell’universo, perché dotato di intelligenza: noi non sappiamo niente della funzione stessa intellettiva né degli altri esseri razionali perché crediamo di essere i soli a valutare e perché la nostra valutazione è propria di un egocentrico bambino, signore dell’universo: siamo solo un sacco di merda, in cui c’è una  perla!. Siamo vita e morte, morte e vita e non abbiamo bisogno di redentori, perché non pecchiamo ma siamo solo uomini secondo natura! Nonostante il male noi siamo preziosi!

9.Non invidiare: ognuno ha sofferto, pianto, lottato per raggiungere ciò che ha raggiunto: anche la fortuna si merita.

Tu non guardare l’altro e fa la tua strada, in silenzio, lontano da tutti, come se vivessi solo o fossi nel deserto o nel mare.

Così arricchirai te stesso e ti conoscerai e conoscendoti conoscerai gli altri e li rispetterai, amerai e darai parte di te, perché  empatico, entusiasticamente capace di gratitudine per un niente, ricevuto!.

 

10.Non essere docile: solo se tu non seguirai il padre, il sacerdote, il maestro, che pur dovrai rispettare, tu capirai la parola, la possederai e sarai in grado di crescere  perché in silenzio, lavorando, comprenderai ciò che fai e il suo significato avrà un peso referenziale.

I maestri  mandano messaggi di una tradizione che poi, capìta, dovrai rifiutare e  da cui dovrai decondizionarti per quasi tutta la vita: essi predicano e non dicono niente; essi connettono arbitrariamente il presente col passato: parlano di bene ma riempiono di vuoto in una contraddizione di dire e fare.

Tu, se vuoi essere te stesso e vuoi veramente  afferrare la parola, nel suo vero significato, lasciali parlare, ridi  e segui la tua via, anche se errata: qualcosa troverai, migliore certo del vuoto seme cristiano.

Allora la parola, sperimentata, sarà sacra per te perché indicherà la tua lenta, faticosa acquisizione  culturale, segnata in un certo tempo della vita, a dimostrazione di un percorso  personale e della tua crescita.

 

 

Senectus, ipsa, non morbus!

Decalogo positivo

 

1.Ama l’altro più di te stesso ed ama Dio come te stesso: solo così sarai amico, padre, maestro, marito, uomo, avrai una funzione perché già conosci te stesso e il prossimo, in quanto hai convissuto con te a lungo ed hai mangiato un tumulo di sale col vicino, facendo le sue stesse azioni, soffrendo le sue pene, godendo dei suoi successilavorando insieme  e sbagliando spesso, senza scaricarsi le colpe: bisogna, però, che tu hai veramente amato te stesso e sia consapevole della propria dignità, grandezza, individualità, storia, e cosciente delle proprie potenzialità sessuali, dei vizi, dei pregi, insomma  sicuro di ogni forma della propria umanità, senza l’umiltà pelosa dei religiosi, se vuoi considerare l’altro come te e poi fare sacrificio di te per suo amore e dare anche la vita per l’altro.

L’hesed-zedek giudaico, da cui deriva la pietas – caritas cristiana, è costruzione umana  secondo nomos-lex, applicazione come timore di Dio e amore per il prossimo, inutile senza la conoscenza di sé e l’epimeleia eautou: non ci sono state parole logia di un Dio sulla terra, non c’è stata alcuna rivelazione epiphaneia: i vangeli  sono la risultanza di un lungo secolare  lavoro retorico!

2.Rispetta l’altro: lui scrive la sua storia in modo diverso e differente  da te, ma scrive la sua storia, che tu devi tradurre  non pensando a te ma a lui che scrive: è lui il soggetto che scrive le righe di un libro, che costruisce con diverse materie, che trama orditure opposte, forma sistemi contrari, ha idee e credi differenti.

Tu leggi e guarda con rispetto le linee tracciate, non giudicare: tu non puoi perché ti sfuggono infiniti punti, che collegano quelle notizie staccate che tu hai, quelle azioni che tu valuti, quei segni che tu interpreti, quegli sguardi che tu rilevi unilateralmente: tu rilevi solo le differenze, le diversità, le difformità, ma in rapporto a t , alla tua cultura, alla tua storia, al tuo fisico, al tuo sesso, perfino.

Se non giudichi, ma leggi l’altro, tu potrai vedere parola dopo parola, nucleo dopo nucleo, mattone dopo mattone, filo dopo filo, sistema dopo sistema, e capire epistemicamente  l’insieme e l’anima dell’altro ti si rivelerà e tu conoscerai un fratello, un contemporaneo, un altro te stesso, differente, ma come te, creatura nel kosmos.

Perfino verranno annullate la distanza storica e quella geografica: non ci saranno contrasti religiosi, etnici, sociali.

3.Dì poche parole, se proprio devi parlare: ti saranno sufficienti due o tre o quattro parole significative (di solito usa la nominalizzazione o uno o due nomi, più un verbo e una determinazione complementare) e poi, se vorranno sapere, spiegherai, commenterai: la referenza stessa, in quanto espressione della tua esperienza  è già abbastanza per chi vuole capire ed è capace di seguire.

 4.Mastreia sempre: se lavori giocando come un vecchio mastro che opera per lasciare un segno di sé senza compenso, per passare  serenamente gli ultimi anni di vita senza annoiarsi del tempo “lungo” e per far vedere  ai nipoti il suo talento di una volta, tu potrai scoprire la tua genialità nel corso del tuo servizio produttivo sociale, nella funzione che avrai conquistato col mestiere, col diploma, con la laurea, col tuo onore.

Così tu farai uscire, senza l’assillo quotidiano di una produzione industriale, la qualità dei tuoi antenati, e costruirai qualcosa che tu neanche avresti mai immaginato.

5.Leggi come chi studia (non come un dilettante) rilevando ogni termine, catalogando ogni nucleo, analizzando ogni segmento significativo, collegandolo con altri dello stesso tema per una valutazione.

Certo dovrai comparare la lettura di oggi con quella di ieri, con quella di domani e  con le altre che hanno preceduto e che seguiranno per avere una qualche probabilità docimologica, d’altra parte mai esaustiva, ma sempre utile per altre valutazioni, come inizio e parte di un processo comunicativo.

Carpire ad un altro il segreto della vita, espresso secondo una tipica forma è proprio di esseri preparati, pazienti, costanti, capaci di attendere, abili a ricostruire i mosaici logici.

Leggere l’altro è cogliere il miracolo  di una costruzione formale e contenutistica, realizzata mai compiutamente, sempre abbozzata da un artista: la ricerca di segni deve essere meticolosa, maniacale, altrimenti l’area di significazione è mutila e il contesto è solo una determinazione storico-geografica con sottensioni civili, sociali, vagamente umane.

6.Isolati: vivere nel gruppo è proprio del bambino, dell’adolescente e del giovane, che hanno bisogno del contatto fisico per la scoperta dell’io, della propria funzione e dell’amore.

L’ anachoresis è la fase successiva, tipica dell’adulto: è obbligatoria perché ognuno deve conoscere le cose analiticamente, se stesso, le sue effettive capacità, in un tentativo silenzioso  di decondizionarsi dalla propria storia, cultura e radice.

La fase della pazzia, come fuga e ricerca alternativa alla società attuale, determina l’amore effettivo per l’altro e quindi autorizza un ritorno di caritas e di partecipazione  solidale.

 

  1. Vola alto. Tutto ti appartiene: devi solo conquistarlo, non ci sono limiti né confini per l’uomo/aneer theios .

Se lavori con intelligenza, con pertinacia, con continuità tutto è tuo: una goccia dopo l’altra per ore, per giorni, per mesi, per anni, fa un buco profondissimo pure sulla roccia più dura; una goccia intelligente fa disegni infiniti, li realizza conformemente.

L’ orizzonte non finisce mai, il volo tuo non cessa mai, forse neanche la morte lo blocca perché è già allenato all’infinito, il suo regno.

8.Ringrazia per ciò che hai e tutti: tu sei quello che sei e per le cose e per gli altri: la gratitudine è di uomini eccezionali, che sanno capire che sono debitori: tutti gli altri si sentono sempre e dovunque creditori.

Tu ringrazia il mondo che ti circonda con la sua varietà e bellezza; ringrazia  gli uomini del passato, che hanno creato col loro lavoro e col  sangue questa storia, e  i contemporanei che ti fanno ciò che è utile alla tua vita e di cui tu neppure sai il sacrificio: niente entra nella tua casa senza il lavoro di una infinità di mani.

Tu ringrazia Dio di vivere ogni giorno, della salute, del capire, dell’essere nato in un luogo pacifico, tra esseri pacifici, e dì sempre gamzò (anche questo per bene).

 

9.Vivi sapendo di morire, sorridente come un pazzo, che non ha niente e che è libero: la morte non sarà niente per te perché tu sei morto tante volte, sei vissuto varie volte e sei stato un uomo vero, che ha allungato la sua esistenza intelligentemente e che non muore, ma vive , come sempre ha fatto, estaticamente, entusiasticamente.

Non muore chi non ha mai pensato a sé come uomo mortale.

10.Fai combaciare la tua storia personale con quella picena, marchigiana ed italiana, ma sintonizzati con quelle europea e sii cosmopolita: l’uomo non ha patria, ma è figlio dell’uomo, è un dio sulla terra.

Scoprire questo è il tuo compito, il tuo cruccio, la tua sofferenza.

Ama anche la tua  funzionale missione, la tua conquista e la tua  realizzazione, anche se  modesta: è ciò che sei riuscito a fare, ma è una tua produzione, non un’idea.

Nulli, ne morti quidem concedo, allora giustamente potrai dire!

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

IL MEDICO DI AUGUSTO

 

Negare: niente di meglio per emancipare lo spirito! E. Cioran

Negare la falsificazione dei Logia  del Signore  è  POTENZA DAIMONICA DELLA CHIESA !

 

 

Professore, mi ha parlato, in generale, di scuole mediche  in epoca di Erode e dei medici, che cercano  di salvare la sua vita. Vorrei un approfondimento  sul rapporto tra la domus antonia e i medici alessandrini? e poi vorrei sapere specificamente qualcosa su Antonio Musa in epoca augustea?

Marco non ho molte notizie, certe, e quelle che ho, derivano da Storici- Dione Cassio  (St.Rom., LIII,30-34) e da Svetonio  e da Storia Naturale di Plinio il Vecchio, unica fonte, che può dirsi medico-farmaceutica,  e dai Fragmenta Historicorum Graecorum  di Giuba II, re  di Numidia e di Mauritania, un erudito che scrisse libri di Storia di Roma , Libika,  Arabika, marito di  Selene Cleopatra, figlia di Antonio, un’erede del patrimonio del triumviro, sorellastra di  Antonia Minor, nonna di Caligola.

Quello che dico è  in parte  supposizione, basata sul  trasferimento della famiglia servile antonia  a Roma, dopo la battaglia di Azio, e per la maggior parte  è notizia circa la corte di Augusto, in cui è trasferita parzialmente la scienza medica alessandrina.   Si sa che  Ottaviano incarica la sorella Ottavia, moglie di Antonio e madre di Antonia Maggiore ed Antonia Minore,  di educare i figli di Antonio  e Cleopatra,  tranne Cesarione,  ucciso, e  quelli  di Fulvia ed Antonio, tranne Antillo, ucciso,  come membri della sua famiglia insieme a Tiberio e a Druso, figli di Livia,  oltre a sua figlia Giulia Maior.

Augusto fa educare  dalla sorella i figli di Antonio, nati dalle precedenti mogli e dall’amante Cleopatra? E’ un un uomo tollerante, moderato e magnanimo?

No.

No. E’solo un opportunista, scaltro, un ragioniere, emporos commerciale, figlio di un argentarius, un uomo malaticcio, un piccolo uomo  che vuole il  controllo massimo sui  figli stessi del suo avversario politico, morto, tenuti a corte  insieme con gli ostaggi dei vari re orientali!

Non è certo un bel giudizio umano su Augusto, considerato divino, universalmente eutuches/fortunato politikos/vir civilis!.

Marco, la storia non è  quella che noi  sappiamo e troviamo scritta!. Su Augusto  leggi questa pagina  di  Plinio il Vecchio, Storia Naturale, VII, 147-150:  Anche nella  vita del divino Augusto – che tutta l’umanità pone nella categoria di uomini felici – se si considera attentamente ogni cosa,  si possono rintracciare le grandi vicissitudini del destino umano: ebbe un insuccesso, quando aspirò a diventare comandante della cavalleria di suo zio ( Cesare, prozio !) e alla sua candidatura fu preferita quella di Lepido; subì l’odio, a causa delle prescrizioni; fu collega, nel triumvirato, di due pessimi cittadini (Antonio e Lepido) e neppure aveva un peso almeno eguale, dato che  era Antonio che aveva maggiore influenza. Si ammalò, durante la battaglia di Filippi, fuggì e si nascose per tre giorni in una palude, infermo e (come ammettono i  suoi amici Mecenate ed Agrippa!) gonfio per un’idropisia; fece naufragio in Sicilia e di nuovo, anche lì, si nascose in una caverna, quando ormai le sue navi erano in procinto di fuggire, pregò Proculeio di ucciderlo. Affrontò la preoccupazione/cura per la contesa di Perugia, l’ansia /sollecitudo per la battaglia di Azio, la caduta da una torre durante la guerra di Pannonia, tante rivolte militari, tante malattie dall’esito incerto, le mire sospette di Marcello, il vergognoso allontanamento di Agrippa, tante insidie portate alla sua vita, le accuse lanciate in seguito alla morte dei figli  e i lutti che non lo rattristavano solo per la perdita subita, l’adulterio della figlia e la pubblica rivelazione del progetto di parricidio; l’offensivo isolarsi del figliastro Tiberio Nerone, l’altro adulterio compiuto dalla nipote. A tutto ciò si aggiungano altre disgrazie: la scarsità dei fondi militari, la rivolta dell’Illirico, il forzato arruolamento degli schiavi per la penuria di giovani leve, l’epidemia scoppiata a Roma, la carestia in Italia, la decisione di morire e il digiuno di quattro giorni, che portò la morte ad impadronirsi  di quasi tutto il suo corpo,  e, per giunta, la disfatta di Varo, i tanti insulti al  suo prestigio, la cacciata di Agrippa Postumo dopo averlo adottato e la nostalgia di lui dopo averlo esiliato  e, da un lato, il sospetto che Fabio rivelasse i suoi segreti e dall’altro le macchinazioni cogitationes della moglie e di Tiberio, che costituirono la preoccupazione degli ultimi suoi anni.

Una vita di Augusto, non certamente felice, vista da un’angolazione intima, propria dell’epoca flavia, dissacrante!

La conclusione, Marco,  ha sapore  di rivincita della domus claudia, da lui esiliata e disonorata con la violenta presa di Livia al marito Tiberio Claudio Nerone, avversario perusino e sembra una punizione divina:  quel dio, che raggiunse il cielo, forse più di quanto non meritasse, morì, lasciando come erede il figlio di un suo nemico/hostis!.

Un giorno, se vuole, mi parlerà diffusamente della vera vita di Augusto tra ansie, paure, malattie, tradimenti e stragi!. Ora procediamo  per soddisfare  la mia curiosità circa la medicina  intorno a Antonio Musa. Il medico e suo fratello erano al Museo di Alessandria, tra gli scienziati della scuola di Erofilo?

Conosci  Erofilo di Calcedone?

Bravo!

Lo conosco per gli studi fatti da un amico su sistole e diastole  cardiaca e so che è  medico  vissuto sotto Tolomeo I e  specificamente sotto Tolomeo II  Filadelfo, che gli diede l’incarico di  formare una scuola  di ricerca medica, anatomica, ad Alessandria

Certo, Marco, Erofilo è un anatomista alessandrino ( cfr. Plinio  Stor. naturale  XI, 219 e XIX 6, XXV; 15,58; XXVI 11,14) che ha la possibilità dai lagidi di operare sui cadaveri dei condannati a morte, e di farne la vivisezione.  Per Gellio, Noctes Atticae, XVIII,10, i medici  di questa scuola, nel periodo di Galeno (129-201), in epoca di Marco Aurelio e Lucio Vero,  discutono su vena ed arteria: la vena è un ricettacolo che i medici chiamano angheion/vaso, di sangue misto e combinato con spirito naturale; l’arteria è un ricettacolo di spirito naturale misto e combinato con sangue , nel quale vi è più di spirito naturale, meno di sangue;sphugmòs/pulsazione è la naturale  espansione e contrazione nel cuore e nell’arteria. Dai vecchi medici è stata così definita: sphugmòs estin diastolé te kai sustolé  aproàiretos arterias kai kardias/la pulsazione è la contrazione e dilatazione involontaria di arteria e di cuore. 

Che bravi! professore.

Le  tecniche  di Erofilo sono ancora attuali nel periodo  di Asclepiade di Prusa (125-50 a.C.), tipiche della scuola  degli empirici, formata da Filino di Cos, erofileo,  ed evolutasi ad Alessandria ad opera di  Serapione Alessandrino, che  congiunge  lo scetticismo di Enesedimo  con la theoria  razionale empirica, in opposizione a  quella dei dogmatici.

Quindi, Asclepiade è un empirico, che contrasta la medicina dogmatica ippocratea,  platonico-aristotelica?

Asclepiade rifiuta la fisiologia e la patologia ippocratica  e scrive molte opere, di cui ci restano frammenti  (cito solo De acutis passionibus e Paraskeuai /composizioni). 

Venuto  a Roma,  ha grande successo  e  diventa amico di Licinio  Crasso e  di Tullio Cicerone, essendo un medico che combatte contro la teoria umorale ippocratica e che formula un’altra teoria, fondata sulla concezione atomistica, democritea, il cui massimo assertore è poi Temisone, collega di Antonio Musa e del fratello Euforbio, che sono della stessa  scuola e riconoscono lo stesso maestro.    (cfr. Plinio, Storia Naturale. XX,42; XXII,53,128; XXIII,32, 38,61; XXV 6; XXVI 12,16,18,20).

Temisone è il fondatore della scuola  metodica?

Si. Marco.

Temisone, sfruttando la popolarità del maestro, insieme ai fratelli Musa e ai fratelli Stertinio, anche loro a corte, sono medici metodici che hanno compiti diversi a Roma. Quinto Stertinio Senofonte è un metodico  che ha in cura-  insieme a Caricle – quando l’imperatore è a Capri-   anche Tiberio – che non ne ha bisogno, perché fa terapia per conto proprio-. E’ anche il medico di Caligola,   con suo fratello Gaio Stertinio, che poi cura Claudio e Nerone.

E’ Asclepiade, comunque,  un medico  parrhsiasths, un puro scettico, che disdegna perfino i doni di  re Mitridate  ed è un innovatore che sa mescolare ricerca e ciarlataneria magica, fondatore di una scuola, che  cura i malati col vino, in dosi, a seconda del  peso e delle condizioni generali fisiche, specie per quelli che sono sotto melaina kholh, tanto bravo  da far tornare in vita e  conservarlo come vivente/relato e funere homine et conservato, secondo la testimonianza  di Plinio, Nat. St., VII,37,124 .

Solo Plinio  ricorda il miracolo della resurrezione?

No. Marco.

Apuleio- (Florida . 19)  ci dà la sua testimonianza e scrive : Il famoso Asclepiade uno dei medici più prestigiosi,  il primo di tutti i medici, se si esclude  il solo Ippocrate, fu il primo ad introdurre  l’uso del vino nella terapia  medica  somministrando ovviamente a tempo debito; in ciò la sua capacità di discernimento era eccellente  grazie al fatto che rilevava  con grande precisione  l’irregolarità o il  disordine nella  pulsazione delle vene. Un giorno, mentre stava tornando in città dalla sua proprietà di campagna,   in un sobborgo della  città, vide i preparativi per  un funerale imponente: una grande folla era convenuta per le esequie  e tutti  erano affranti e vestiti a lutto. Egli si avvicinò per curiosità  per sapere chi fosse morto… Siccome nessuno gli rispondeva, si avvicinò al morto, che  giaceva disteso ed era ormai prossimo alla sepoltura: già tutte le membra erano coperte di essenze; sul viso gli era stato spalmato un unguento profumato; il corpo era stato unto ed era quasi pronto  per il rogo. Asclepiade  lo esaminò con grande scrupolo e, rilevati alcuni sintomi, palpò e ripalpò il  corpo dell’uomo e scoprì che, nascosta, rimaneva ancora in lui la vita. Immediatamente dichiarò  che l’uomo era vivo:  gettassero via, perciò, le fiaccole funebri, portassero via i fuochi, demolissero il rogo e riportassero la cena funebre dal tumulo alle mense/ confestim  exclamavit vivere hominem, procul igitur faces abicerent, procul ignes amolirentur, rogum demolirentur, cenam feralem a tumulo ad mensam referrent.

Immagina, Marco, lo stupore dei presenti, le rimostranze dei parenti che già pensavano alla  spartizione dell’eredità, a quanti appoggiavano  il medico  e a quanti lo beffeggiavano e ridevano della sua scienza!

Che succede, professore?

I parenti, dopo scontri verbali, si decidono  e si dicono disposti a credere ad Asclepiade, che, secondo Apuleio,  non senza fatica e non senza difficoltà, riuscì ad ottenere una breve dilazione per il morto.  Sottrattolo dalle mani dei becchini, come dalle soglie dell’Ade, lo fece ritornare  a casa; immediatamente si rianimò,  e subito con certi suoi rimedi gli ridiede la vita, che languiva nelle parti più remote del  corpo.

Un miracolo, professore, come quello di Apollonio a Roma  sotto Nerone?

Non sono  miracoli con resurrezione, come ci dice la Vulgata evangelica latina  che usa  signumprodigium,   mentre i vangeli  sinottici indicano in greco shmeion e teras, come manifestazioni di virtus e di dunamis,  secondo l’angolazione di un medico,  che rileva  la facoltà di scoprire  o riscoprire la vita ancora,  in circolo,  in modo  non consueto,  e  che fa un atto  apparentemente innaturale, prodigioso: il popolo, poi, lo amplifica e ne dà interpretazioni daimoniche o magiche perché commosso dalla partecipazione all’evento, in relazione anche alla figura del protagonista  guaritore. cfr. Arcana Mundi, Volume I  Magia, Miracoli e demonologia a cura di Georg  Luck,  Fondazione Lorenzo Valle , Arnoldo Mondadori Editore 1999. Asclepiade  è medico  tanto sicuro di sé e della sua  scienza  da scommettere  con la fortuna:   non devo essere più chiamato medico, se mai mi ammalo; ed infatti muore cadendo dalle scale, vecchio decrepito!

Plinio, comunque, lo denigra perché al tempo di Pompeo faceva il maestro di eloquenza ma, siccome  con questo mestiere non guadagnava abbastanza, si volse improvvisamente alla medicina, un’arte che richiede  disciplina e rigore perché si  basa su osservazione e esperienza.

 Asclepiade  s’ingegna per riuscirci, impegnandosi a convincere,  con  discorsi infiammati e  studiati, i malati  e ad attirarli. Secondo Plinio rinnegò ogni principio e, riportando tutta la medicina al problema delle  cause,  la ridusse ad una serie di supposizioni sostenendo che sono cinque  i rimedi utili in ogni caso: astinenza dal cibo, oppure dal vino, le frizioni del corpo, le camminate  e le passeggiate in lettiga.

Il medico con lui diventa popolare, in Occidente, come seguace di Asclepio/ Esculapio,  con la metodica comportamentale di  base: tastare il polso, toccare la fronte, esplorare bocca e occhi, mettere orecchio al petto, colpire la rotula del ginocchio  col martelletto, esaminare il colorito, bussare  sulla schiena!

  Si dice che Asclepiade di Prusa  a Roma è attivo nell’ Asclepeion /ospedale  posto nell’Isola  Tiberina, dove  con altri medici, che seguono le regole dell’Asclepeion di Epidauro, venerano piamente  Esclepio/ Esculapio figlio di Coronide ed Apollo,  e  il figlio Telesforo, e la figlia Igea,  che portano  il bastone con serpente attorcigliato (il serpente che muta di pelle è considerato segno di immortalità, già da Berosocfr Gilgamesh  www.angelofilipponi.com).

E’ lui che crea la figura del medico professionale,  che ha un suo studio, una camera con gli strumenti medici, affittata, pagata  dai magistrati  cittadini,  e che dà regole per curarsi anche da soli,  in quanto tutti  i malaterano propensi  a considerare vero ciò che era tanto facile, egli trascinò dalla sua quasi l’intero genere umano, proprio come se   fosse stato inviato dal cielo.

E’ lui che  predica di curarsi da soli,  attenendosi alle prescrizioni mediche di base.

Tiberio, secondo Svetonio  e Dione Cassio, è un aristocratico, di buona salute e, se si ammala, fa da solo ed allontana, nel periodo di Capri, il suo medico personale,  Caricle – che  gli si avvicina per tastare il polso con la scusa di  salutare e baciare la mano dicendo:  chi, passati i settanta anni, non sa curarsi da solo, non è un vir!  Tiberio è un militare che disdegna il pensiero popolare  e caccia da Roma    i medici stessi, i magi e gli ebrei, insieme agli egizi,  perché rileva il carattere  retorico- sacrale sotteso, convinto della  necessitas  razionale!

Plinio, dunque, da una parte,  biasima  Asclepiade perché  si attira le simpatie con artifici da venditore di fumo anche con cose vietate  e, da un’altra, loda i suoi espedienti escogitati (far tenere appesi i lettini  il cui movimento o diminuisce il male o concilia il sonno e introdurre  la pratica dei bagni !).

Plinio si indigna, però,  perché un uomo di stirpe insignificante,  partito senza alcuna risorsa, abbia dato, di punto in bianco, agli uomini, a fine di guadagno personale,  delle regole, a cui, tuttavia, in seguito molti  negarono  valore.

Sappi, Marco, che a Roma, specialmente  in epoca cesariana ed augustea, si fanno lezioni di anatomia o  conferenze/logoi   per indottrinare i ricchi  cives, desiderosi di curarsi personalmente  anche se hanno medici nelle loro domus: il fenomeno seguita subito dopo il periodo tiberiano e riprende vigore in epoca flavia ed antonina  quando il medico-retore  ha numerosi  ascoltatori ed assume  prestigio  sotto  gli ultimi antonini nel momento  tragico,  a causa della peste.

Infatti  le scuole successive di epoca  flavia ed antonina  avranno un maggior rigore in quanto più scientifiche, anche se, comunque,  mantengono le stesse  idee non solo di Erofilo anatomista  ma anche quelle di Asclepiade, ora applicate negli Asclepeia di Epidauro e di  Pergamo – fondato nel 4 d. C. ,  che  considerano la malattia uno squilibrio psico-fisico  e il malato, elemento da curare, anche per mesi o anni,  e psicologicamente e  fisicamente.

Il motto  Mens sana in corpore sano è di questo periodo?!

La frase è in Giovenale (50/60-127 d.C.), Satire, X,356! La  cura dell’epoca, comunque,  mette insieme ogni ricreazione spirituale (teatro,  svago in campagna, passeggio lento o veloce,   lettura, esercizi ai  gumnasia, e nelle palestre)  e  farmakoi/ricette medicinali,  di solito, a base di erbe, in quanto il medico per ricomporre l’equilibrio fisico,  si avvale di tecniche  primordiali  ipnotiche e psicoanalitiche  e parla di una fase di Catarsidi una di Incubazione  curando anche il rapporto confidenziale tra i neookoroi (assistenti e  custodi del neoos di Asclepio) e i malati  in cura.

In cosa consistono le due fasi, professore?

La catarsi (kathairomai/ mi purifico) consiste in una iniziale purificazione fisico-psichica  mediante  camminate solitarie,  dopo ampie bevute di acqua, al mattino, cure di fango e di sale, in appositi locali  termali, in esposizione al sole, in bagni più freddi che tiepidi o caldi,  alternati da rappresentazioni di teatro,  inframezzati da pasti brevi e  vegetariani secondo un calendario giornaliero tipico della scuola di Pitagora, variabile a seconda degli Asclepeia, con l’assunzione di beveraggi  farmaceutici.

E’ fase propedeutica alla Incubazione, in cui il malato dorme accanto alla statua del Dio nel suo neoos, dopo aver ricevuto, nel tardo pomeriggio,   sonniferi  a base di erbe allucinogene,  in modo da stimolare sogni nel sonno, da memorizzare nel corso di una decina di giorni, in attesa del medico  che fa la diagnoosis. In ogni  Asclepeion c’è un criptoportico di varia lunghezza con finestrelle alte, da dove il medico – che giornalmente passa- sente il racconto del sogno fatto dal paziente, registra e dopo aver collegato i vari sogni di ogni malato,  fa la  diagnoosis  e stila la therapeia  personalizzata,  mediante una ricetta scritta, a meno che  non ci sia  stata la novitas  miracolosa dell‘ epiphaneia/apparizione notturna del guaritore Asclepio.

Professore, l’Asclepeion è una casa di cura  per  i ricchi cives?  Per parlare così lei ha sicuramente un paradigma, uno  scrittore esemplare?

Certo. Marco, mi conosci bene!.

Si chiama Elio Aristide è un retore (117-180) che  nei 6 Discorsi  Sacri –  compresi nelle 55 Orazioni a noi giunte- afferma  di aver deciso  di rivolgersi alla terapia irrazionale della medicina templare perché  quella della  medicina scientifica  non riusciva a guarirlo!

E’ un uomo che vive  per mesi ed anni nell’ Asclepeion di Pergamo   e segue le cure farmaceutico-religioso-magiche,  credendo in Esculapio, in Igea e Telesforo, pur avendo medici personali  che lo  curano nella peste, di cui ci lascia  una diretta testimonianza: mi trovavo a Smirne  nel pieno dell’estate. Una pestilenza/loimos colpì quasi  tutti  i miei vicini,  Si ammalarono due o tre dei miei servi, poi si ammalarono tutti, uno dopo l’altro. Finirono tutti a letto, giovani e vecchi. Quindi,  io fui l’ultimo ad essere contagiato.  I dottori provenivano dalla città e noi usavamo i loro collaboratori come servi. Persino alcuni dei dottori che mi curavano, agivano come servi. Anche il bestiame si ammalò. E se qualcuno cercava di muoversi, immediatamente cadeva morto davanti all’ ingresso.

Mi scusi, professore, se mi soffermo sulla peste ed interrompo il discorso sul retore Aristide.  Si tratta della famosa  peste, detta  di Galeno o  antonina?

Si. Marco. Si tratta di quella descritta da Galeno, il medico di Giulia Domna- dal cui finto diario Santiago Posteguillo ha scritto il romanzo Iulia- nota anche a Flavio Filostrato e agli scrittori cristiani che, pensando al ritorno di Cristo e  al giudizio universale prossimo, pressano i milites a disertare e a  non difendere i confini della patria, dato il numero di 20.000.000  di morti -in circa un ventennio- un terzo della  popolazione dell’impero romano! La peste  scoppiata in Oriente nel corso della spedizione Parthica, condotta da Lucio Vero, genero dell’imperatore Marco Aurelio e suo  collega nell’imperium, poco prima della presa di Seleucia, tra le file delle 16 legioni, esplode   dopo la conquista di Ctesifonte, occupata  quando la città è quasi deserta.

La peste  si propaga in Occidente da  Aquileia,  dove è presente anche il medico Galeno che, essendo   in servizio presso l’esercizio pronto per la campagna contro i Quadi e Marcomanni, descrive il morbo che  miete vittime nell’inverno del 168-69 e  che dilaga  verso la Gallia e la Germania.(fr. Galeno, Sulla facoltà naturali, a cura di Marzia Mortarino, Oscar Mondadori,1996).

I medici dell’esercito nulla possono opporre perché la peste si è radicata tra  milites e  viaggia con loro, diffondendosi tra le popolazioni e romane e barbariche.

La peste rimane  in Germania anche dopo la morte di Lucio Vero nel 169  e quella di Marco Aurelio nel 180, ancora sotto il regno di Commodo.

In una tale situazione, specie in Oriente, il phobos  partorisce racconti  di magoi, di incantatori epaoidoi, di  mathematikoi,  capaci di preparare  amuleti protettivi che rovinano gli spiriti,tanto che i cristiani, fiduciosi nella sola  protezione divina, più tardi nel IV secolo, nel sinodo di Laodicea, decidono di vietarli. Cfr. J. Festugière la Révèlation d’Hermes Trismegiste IV vol, 1944-49.

Per un  medico magos/  religiosus/ curiosus, uomini come Elio Aristide paranoico ed ipocondriaco sono la pacchia, come i  giudeo- cristiani per il clero dotto alessandrino!? Aristide è un pagano o un christianos?

E’ un fervente credente in Zeus, onnipotente padre degli dei e degli uomini, theos provvidente, seppure condizionato dalla necessitas della Tuche, anche lui! Fida nella scienza  umana, ma se entra in panico,  subisce ogni influenza  e da ipocondriaco si tuffa nella religio, sotto il patronato di Asclepio, rifugiandosi perfino nell’ Asclepeion di Pergamo, la più confortevole casa di cura per malati cronici. Eppure è uomo di alta capacità retorica, ben pagato ed acclamato conferenziere, come malato testimone di guarigioni, abile in ogni dimostrazione , sapendo condurre le argomentazioni  a conclusione pertinente.

Mi piace,Marco,  farti rilevare la sua sagacia in Discorsi sacri,  che ti riporto parzialmente, mostrandoti la sua predisposizione al to oneirocritikon,  il suo disprezzo per tutti quelli definiti proiktai/  ciarlatani gohtes/ imbroglioni, boomolokhoi/parassiti,  e la fede nei sogni e diretti/Theorhmathikoi ed allegorici /allhgorikoi.

Aristide fa un sogno e scopre che lo stesso sogno è stato fatto dal Neookoros Filadelfo. Sorpreso dalla coincidenza, cerca una spiegazione plausibile insieme al custode del tempio,  prima di raccontare ogni cosa ai medici, che si consultano fra loro  circa l’invio del sogno da parte del  Dio,  titubanti  a causa dell’eccessiva  debolezza del paziente. La prescrizione del Dio di somministrare assenzio diluito con aceto, fuori del tempio, preoccupa i medici  che  tengono in considerazione anche le condizioni atmosferiche  e il maltempo, avendo presente l’anàmnhsis del paziente.

Che succede allora? Aristide, nonostante il consulto medico,  non ancora finito, decide  per conto proprio di  prendere senz’altro l’assenzio come rimedio/ iama e di berne  quanto mai nessuno prima di lui  e così anche il giorno dopo, entusiasmato  ed eccitato dalla coscienza di essere stato alla presenza  del dio/parousian tou theou.

Infatti, Aristide descrive il fatto:  rientra nella mia esperienza avere la sensazione come di toccarlo, e percepire distintamente il suo arrivo e rimanere in uno stato intermedio tra il sogno e la veglia/mesoos ekhein upnou kai egrhkorseoos, voler fissare lo sguardo su di lui, trepidare per un suo prematuro commiato e tendere le orecchie per ascoltare ciò che è sogno e ciò che è realtà/ta men oos onar, ta de oos upar.

Il retore mostra se stesso alla presenza del Theos, che ha i capelli ritti sulla testa , che versa lacrime di gioia  e sente il peso leggero della mente convinto di non essere capace di  esprimere  a parole tutto ciò che prova perché solo chi è iniziato sa e comprende/ei de tis toon  tetelesmenoon estin, sunoiden te kai gnoorizei.(Orazione 48. 30-35-secondo Discorso sacro-).

E’ vero professore che i malati, ricevuto il miracolo, fanno offerte votive al Dio ad Epidauro come i fedeli di padre Pio o di S.Antonio a Padova e che lo stesso Aristide, dopo la guarigione, lascia un ex voto e una iscrizione a Pergamo?

Si. Marco.  Non solo ad Epidauro ma anche in altri templi come a Dodona, ci sono  alcune iscrizioni greche ( SIG -Sylloge iscritionum graecarum- 1168,1-10 )  che comprovano le guarigioni avvenute: donna gravida che non partorisce  e che, solo dopo l’incubazione, si sgrava  dopo 5 anni di attesa! un uomo, dalle dita rattrappite,che apre la mano, dopo l’ordine del Dio! una cieca che vede;  zoppi che camminano, ecc.

Aristide, riammalatosi perché ha seguito i consigli medici e non ha eseguito gli ordini di Asclepio, soggiorna di nuovo all’ Ascelpeion di Pergamo. Il retore, pronto ad obbedire al dio, una notte riceve l’ordine  di cospargersi di fango,  di correre tre volte intorno al tempio  e di lavarsi alla fontana sacra.

Aristide obbedisce e  così si descrive: mi cosparsi di fango e cominciai a correre tutt’intorno, lasciandomi flagellare dalla tramontana e  alla fine mi avvicinai alla fonte e mi sciacquai; tra gli amici che mi seguivano, uno si ritirò subito,  ed un altro fu preso da convulsioni  e portato in tutta fretta in un bagno, dove a fatica riprese  calore. Io, dopo quella prova,trascorsi una giornata veramente primaverile.

Aristide aggiunge che lui  col gelo e col vento freddissimo, su ordine del dio ripete altre volte  l’operazione  pregando Zeus ottimo massimo, indossando solo  una tunichetta di lino, anche quando l’inverno durava da quaranta giorni  e la neve cadeva, durante l’equinozio di primavera (ishmeria h metà kheimona)!

Grazie, professore. Chiudiamo questa parentesi sugli  asclepeia e torniamo ad Asclepiade e ai suoi discepoli romani, divenuti famosi per la guarigione di Augusto.

Dunque, Marco, le innovazioni di Asclepiade in campo medico non hanno grande valore per Plinio  che rileva invece l’ importanza  a livello sociale.

Secondo Plinio  Asclepiade  fu agevolato dal fatto che nella medicina antica si usavano molti  sistemi di cura  penosi e grossolani  come avvolgere i malati in una veste e provocare in tutti i modi la sudurazione oppure arrostire il corpo  davanti al fuoco o di far cercare incessantemente i  raggi di sole in una città nuvolosa mentre lui introdusse l’uso dei  bagni sospesi  che piacque infinitamente  E per certe malattie eliminò le sofferenze  prodotte dalle terapie come per le angine che venivano curate introducendo in gola uno strumento. Condannò giustamente  l’uso di provocare vomito  allora esageratamente diffuso, pose sotto accusa  anche le pozioni medicinali  dannose per lo stomaco.

Tutto, secondo Plinio,  dipende dall’ atteggiamento mentale del popolo: la credulità porta all’eccesso ogni teoria,  pur sorta   da principi utili e necessari!

La  teoria asclepiadea è perfezionata da Temisone di Laodicea, suo discepolo, che opera anche  a Roma nei  primi decenni del  principato di Augusto, accanto a Musa ed Euforbio, che ritengono basilare   la sperimentazione in medicina, unita alla   ricerca di erbe medicinali, entrando in contrasto  con gli Pneumatici  di Ateneo di Attalea, discepolo del filosofo stoico Posidonio di Apamea.

Secondo Temisone  la malattia è un’alterazione  della qualità o dei movimenti degli atomi per una eccessiva ristrettezza o per rilassamento delle  cavità, entro cui si muovono gli atomi.

La metodologia consiste nel riportare al giusto grado il movimento degli  atomi e l’ampiezza cavernosa dei  pori  mentre  la dottrina degli pneumatici rileva che lo stato di salute  dipenda dallo Pneuma /soffio vitale, che si irradia attraverso canali arrivando  fino al cervello  diffondendosi in ogni parte dell’organismo umano, ma se  ci sono impedimenti alla circolazione insorge la malattia  là dove c’è mancanza di spirito  circolatorio.

Dunque, professore a Roma  ci sono dottori di grande rilievo della stessa scuola che si oppongono ad altri  che hanno un diverso indirizzo in relazione alla  loro formazione filosofica, mentre ci sono in circolazione maghi egizi e giudaici, caldaici, iperborei,  ciarlatani di varia nazionalità che praticano diverse forme di  magia, demonologi ed  alchimisti.

Antonio Musa, come Temisone, è uno scienziato empirico e metodico che  viene chiamato in Spagna per curare Augusto, malato di fegato  Plinio,(St. Nat. XXIX,6) nel periodo successivo la campagna cantabrica  nel 27-25 a.C

Il medico  ha la fortuna di  guarirlo sottraendolo  alle  cure inutili di  Gaio Emilio, un medico italico che segue la tradizione   e che si regola secondo i principi medicinali naturali  arcaici del buon pater familias.

Plinio, (St.nat. . XIX,128) trattando delle proprietà della lattuga ,-che smorza l’appetito sessuale, elimina il fastidio  dello  stomaco e stimola la fame-   aggiunge che è tradizione sicura che il divino Augusto, quando fu ammalato  si salvò grazie alla lattuga  e all’accorto consiglio di Antonio Musa,  mentre il precedente medico  Gaio Emilio  gliela proibiva per eccesso di scrupolo. Essa divenne,  in seguito a ciò, tanto apprezzata  e raccomandata che si escogitò il modo di conservarla  con l’ossimele anche nei mesi in cui non si produce.

Plinio, inoltre,  dice che la terapia con le radici di  cicoria unite alla farinata di orzo ( ibidem, XX,77)  è utile per i malati epatici.  La notizia è anche in Svetonio Augusto 59 – Medico Antonio Musae, cuius opera ex ancipiti morbo conualerat, statuam aere coniato iuxta signum Aesculapii statuerunt/.Al medico Antonio Musa, che lo aveva guarito da una grave malattia, fu eretta, attraverso una sottoscrizione, una statua vicino a quella di Esculapio-

 Oltre al monumento eretto  sul Palatino a spese pubbliche,  si sa che il medico, sostenitore anche delle terapie a base di bagni freddi  (cfr. Orazio, Epistola I, 15.2-5) ha una gratifica di 400.000 sesterzi e  il diritto di portare l’anello,  anche se liberto.

Plinio aggiunge : eppure non era riuscito a salvare il nipote Marcello, designato successore al trono. Poco dopo  infatti, servendosi della  terapia di acqua fresca,  la cura risultò  letale per il giovane figlio di Ottavia (St. Nat. XXIX ,6).

Comunque, professore  di lui, della sua opera (De herba vettonica) e di quella di suo fratello ci sono rimaste testimonianze!

Si sa, Marco,  che i due medici restano a  servizio di Augusto nel periodo 27-11 av. C,  in cui i figli  di Antonio, Tolomeo,  Alessandro Helios e Selene Cleopatra  vivono  a corte: la femmina Selene  sopravvive e diventa giovane da marito, mentre i maschi, nati da Cleopatra, puberes, scompaiono, misteriosamente,  e il solo Iullo figlio di Fulvia,  raggiunge la maturità ed ha una storia politica  tanto da diventare   console e anche, governatore di Asia, ma muore suicida per ordine di Ottaviano,  incriminato nella congiura di Giulia, sua amante.

Anche Giuba II è a corte come ostaggio e vive  per anni con i figli, eredi imperiali,   sotto la guida di Ottavia.

Sembra che Augusto e la sorella  favoriscano il matrimonio tra Selene e  Giuba II  nel 19  a.C. quando già  l’imperatore ha sistemato l’Africa,  accorpando  il regno di Numidia, alla morte di Bocco II  nel 33,  senza eredi,  con quello di Mauritania, dopo un periodo -dal 33 al 25-  di gestione personale.

La dote di  Selene, probabilmente,  è  cospicua  poiché è l’unica erede dell’oikos della regina di Egitto, e comprende  la familia medica antonia,  divenuta famosa per la guarigione dell’imperatore malato in Spagna, durante la guerra cantrabrica, riverita ora nell’imperium.

Selene  e Giuba II, diventati re di  Numidia e di Mauritania, regnano in modo autonomo ed indipendente, ed hanno figli tra cui Tolomeo, ucciso a Lione da Gaio Caligola convinto della necessitas di privarsi  della societas di quel regno ormai romanizzato ed ellenizzato,  pronto  per il censimento e per l’annessione all’impero romano.

Si sa che  che i due hanno al loro servizio il medico Euforbo, fratello minore di Antonio Musa, che segue lo stesso indirizzo. Plinio dice che iidem fratres instituere a balineis  frigida multa corpora adstringere/i medesimi fratelli insegnarono a tonificare il corpo con l’impiego di molta acqua fredda.

Dunque, sembra che i due  fratelli cambiano le abitudini dei romani e della tradizione italica, solita  lavarsi con acqua calda.

Sembra, Marco,che tale abitudine derivi  dalle popolazioni elleniche ionico-eoliche  della  Magna Grecia, secondo la precettistica di Omero (Iliade, XXII,442-444) anche se contrastava con le regole doriche  della Scuola di  Pitagora.

In conclusione,  ti aggiungo che Euforbo  e non Giuba è lo scopritore dell’euforbia,  una pianta dell ‘Atlante, il cui liquido ha l’aspetto dell’incenso, in quanto cola  giù come latte e se è seccato e rappreso, ha la proprietà di  rendere la vista più acuta, di rimarginare le ferite  e di fare da antidoto al morso dei serpenti (Cfr. Plinio, St. Nat., XXV,78).

Grazie, professore. E’ sempre un piacere sentire  una sua lezione!

Ci devo credere?!

 

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Amadeus: un vero manager, conduttore sobrio!

 

Professore, ha visto il Festival di S. Remo?

Si. Marco. Mi è piaciuto  quasi tutto.  Ho visto un grande regista che ha saputo orchestrare tutta la manifestazione senza far calare mai  l’attenzione del pubblico;  ha una visione sistemica  e abilità tecniche ad  operare sulle strutture. E’ un grande!  Amadeus!Finalmente il Festival di S. Remo ha un  conduttore  e direttore tecnico, umile, semplice, amichevole, professionale. E’  Amadeus, il maestro di musica che è  guida impeccabile per una  corale armonia!.

E’ un signore  all’altezza della  situazione, capace  di  cucire le diverse  anime del Festival – non  più evento solo canoro, breve, della durata di un giorno, ma lungo cinque giorni-,  sicuro nello smorzare la  spettacolarità  con una comunicazione popolare, ben coadiuvato  dall’amico Fiorello- un jolly contenuto nella sua  estrosa vivacità- , abile a  promuovere la  campagna  contro  la violenza  femminile,  mentre al suo  fianco  si alternano donne  di successo: nonostante la  teatralità   e la spettacolarità  dei tanti   protagonisti, anche sportivi, e la loro umana voglia di apparire,   sovrana domina la canzone, in una esaltazione della forma musicale, nel rispetto delle voci e dei suoni!.

Il Festival musicale  ha attirato il popolo italiano,  inchiodato davanti allo schermo, per ore  fino alla proclamazione dei vincitori Diodato e  Leo Gassman.

Tutto bene, dunque, professore?!.

Certo, Marco. Amadeus ha tenuto sotto controllo tutto e tutti, compresi  i cantanti Bugo e Morgan, squalificati, e lo stesso Roberto Benigni, voluto dalla Rai  come magister per una lectio popolare,  riuscendo perfino  a gestire l’impacciato silenzio  e l’applauso non certamente caloroso di un pubblico, non coinvolto nel lungo e pesante monologo del comico sul Cantico dei Cantici /shir shirim, il sacro tema dell’ amore,  trattato in modo entusiastico da un profano che è stupito di fronte alla sessualità  naturale biblica  delle  nozze di una coppia di sposi – pastori, desiderosi l’uno dell’altra,  del I secolo a.C, un topos  ellenistico, venato da aramaismo! .

Anche a me è rimasto indigesto il lungo, infinito sproloquio del premio Oscar Benigni, anche perché inopportuno come  la sua stessa partecipazione ad un Festival canoro! Speriamo che la Rai ora  prenda in esame  di non insistere  più su  Roberto Benigni, gravato da compiti inadeguati alla sua figura di attore e di comico, anche se uomo di valore internazionale!

Speriamo!. Lo ha pagato profumatamente  per oltre un  decennio  per le prestazioni di  lettore e  commentatore di Dante, dei Dieci  Comandamenti, del Codice della nostra Costituzione, e per la celebrazione  del nostro Risorgimento, nel  centocinquantesimo anniversario  dell’ Unità di Italia, come ufficiale cantore dell’ Inno di Mameli!

Parlare,  parlare, parlare  solo in senso letterale  del Cantico dei Cantici senza alcuna competenza, in una  manifestazione canora ad un pubblico distratto e  superficiale, sommerso dalla  musica  dell’Ariston  è una profanazione del primo libro delle Megilloth/rotoli  (cui  seguono Rut, Echà,  Ecclesiaste e Ester, che anticipano il ciclo apocalittico delle Rivelazioni delle  volontà divine )!

E’ un danno anche per lo stesso Benigni  che, impaurito  dallo stesso tema,  pur nella sua incoscienza  cognitiva,  nonostante i tanti suggerimenti di  teologi, come il cardinal Ravasi,  dopo insistenti  ripetizioni sulla naturale sensualità del testo biblico – in cui non c’è alcun minimo  cenno di Dio come nell’ Ecclesiaste!- non sa chiudere se non con un insulso invito a spogliarsi e a vivere secondo natura  (di memoria sessantottina).

Non capisco  il motivo di  dovere umiliare  un  grande artista entrato all ‘Ariston,  serpeggiando come una maschera comica,  tra i componenti di una banda musicale, certamente deprezzato e  bollato  dai presenti come incauto tuttologo, neppure spiritoso!  Ci sono secoli  di studi e di  interpretazioni morali, allegoriche ed anagogiche sulla  funzione e figura  della  Sulamita –   espressione perfetta/shalem e pacifica/shalom  di un ambiente giudaico-mesopotamico,  dove, in una precisa epoca, si  congiunge  la voluttà di piacere con la naturalezza, in un’ esaltazione della  fecondità  matrimoniale, unita alla vigoria carnale fisica, come trionfo dell’atto dell’amore umano!  E’ Un eros sacro, anche se naturale,  celebrato da Rab Aqivà e   da Origene,   da ebrei e cristiani di ogni epoca!.l’ amore è poeticamente cantato in 8 capitoletti in un tripudio naturale dove si celebra la venuta della sposa nel giardino, dove si raccolgono  mirra ed incenso, dove si mangiano favo e miele, dove  si  bevono  vino  e  latte, genuini e propri, in un invito agli amici a bere e inebriarsi d’amore.   

Davvero! professore. Ora capisco lo stupore con sorpresa del  comico, profano!

Certo,  Marco, Rab  Aqiva,  vecchio centenario, spellato vivo da Adriano nel 135 d. C, dopo la vittoria su Shimon bar Kokba , amava lo Shir shirim  per il sotteso  reciproco ardente amore dei giovani sposi che lodano la bellezza dei loro corpi, pur bruciati dal sole   ed era solito a dire: il mondo intero non è tanto prezioso  quanto il giorno in cui fu dato ad Israel il Cantico dei Cantici  perché tutti gli scritti sono sacri, ma lo Shir ha shirim  è il sacro per antonomasia.

La citazione è di Origene (185-253 ), che si evirò per essere eunuco nel Regno del Cieli, in una rinuncia  cristiana dell’Eroos! Eppure dopo aver rilevato altri significati  per esaltare l’amore di Dio  per i figli di Israele  e l’amore di Israel  per il Signore e la  sua Legge, il theologos  vi aggiunge il valore delle nozze tra Christos e la Chiesa, dando l’avvio all’esegesi  dei Padri della Chiesa:   Beato colui che entra nel Santo, più beato chi penetra nel Santo dei santi; così è beato colui che comprende e canta I cantici della Scrittura, ma più beato colui che canta il Cantico dei cantici!.

Quindi, professore, non gli è piaciuto solo il monologo di Benigni  in tutto il Festival?

Benigni è ancora la bandiera  indiscussa del nostro attuale Pd, che non è  erede della cultura comunista! Eppure il  Festival nasce in un momento di risveglio  nazionale, poco dopo la fine della II Guerra Mondiale, in un clima di  speranza  di un rinnovamento politico – poi miseramente fallito –  anche se l’Italia col lavoro vero, non ancora sindacalizzato, dei nostri padri e nonni,  passa  da un boom economico finanziario ad un altro! Il popolo italiano,   comunque,   non rinasce per  mancanza  di una  reale formazione scolastica  popolare,  rimasta cattolica e fascista,  data la prevalenza democratico- cristiana  politica,  e non ha un vero rinnovamento democratico, nonostante il passaggio da un  sistema agricolo a quello industriale e la presenza  delle università anche a livello regionale  e provinciale:  scivola  puerilmente verso l’imitazione anglosassone, in una stolida  americanizzazione, in una perdita dei valori agricoli della tradizione mediterranea per entrare in un’ Europa senza una propria identità, accanto ad altri popoli di altra provenienza per la formazione di un unicum statale  su base economico-finanziaria,  senza una comune matrice, quella della cultura universale romano-ellenistica, di molto superiore a quella cristiano- medievale  clericale.!

Professore,io la capisco bene: ho studiato  e ristudiato le sue pagine sulla nostra industrializzazione e sulla politica italiana  democratica cristiana,  sulla fine del mondo sovietico e sul sistema postcomunista  (craxiano, berlusconiano, renziano e grillino) sul fenomeno Di Pietro, sulla necessità di una nuova  scuola e sull’analfabetismo di ritorno, comune a tutta l’ area europea, che  usa  la lingua inglese come strumento comunicativo, un idioma valido solo in senso informativo.

Marco, L’altra lingua  L’altra storia è un libro mai ristampato dal 1995, che non ha avuto neanche un commento, inutile  come ogni altro mio libro!.

Professore, non deve meravigliarsi e  deve ridere di questo. Chi sa scrivere, in Italia,  non ha seguaci e non può avere lettori,  che vogliono solo  divagare e dilettarsi,  non ragionare,  dopo una faticosa improduttiva giornata! Solo chi non dice niente  diventa popolare giocando sul nulla;  chi è maestro del fare ha rarissimi discepoli!

 

 

La morte degli “innocenti” e il “regno” di Antipatro

Una domanda ai cristiani? Dopo la lettura di questo articolo, vorrei una risposta razionale?! E’ possibile sfuggire ad Erode, che  fa un’indagine su un bambino appena nato e su una famiglia giudaica, che fugge in Egitto?

  E’ doloroso pensare che la santità, cosmicamente superflua, esista perché  ci sono gli uomini!  –  Lettera  di  E. M. Cioran a  Mircea  Eliade-

 

Marco, dalla  morte degli innocenti figli di Mariamne alla morte di Erode il 23 marzo del 4. a.C.  ci sono  quasi tre anni  di “Regno”di Antipatro, suo figlio.

In questo periodo,  secondo Flavio, tra gli uomini la verità era abolita, la giustizia spenta, mentre prevalevano  menzogna e malizia, distese su tutte le cose, come una nebbia  tanto che neppure le sofferenze umane più grandi  erano visibili ai peccatori traviati /apoloito h aletheia, to de dikaion ek toon anthroopoon  anhirhmenon eih, kratoih de ta pseusmata kai  h kakoetheia, kai tosouton nephos epagoi tois pragmasin, oos mhdè ta megista  toon anthroopinoon  pathooon  orasthai  tois amartanousin .

Professore, Flavio mostra  che il sangue degli innocenti ricade su  Antipatro, vero colpevole della morte di Alessandro e Aristobulo,  ideatore  di una trama ordita a corte, non tanto  per odio contro i figli di Mariamne, quanto contro suo padre, con l ‘aiuto dei parenti, anche loro rancorosi beneficati contro il medesimo  benefattore!.Mi può dire come Flavio  evidenzia  il  progressivo verificarsi di tale  evento e quali sono per lui  le cause  che  determinano, da una parte, il destino di Antipatro e, da una altra, la punizione divina?

Vedo, con piacere, Marco, che tu cominci a  saper leggere secondo una lettura storica, doppia, quella  propria del team scriptorio di Guerra giudaica basata su εìμαρμηνη, che coincide con la visione farisaica ed una, invece, sacerdotale sadducea, tipica della πρòνοια,  che attua l’oikonomia tou theou, propria degli scrittori di Antichità giudaiche.  Posso, quindi, seguitare la lettura dei due testi di Flavio, e mostrarti la storia di un beneficato rancoroso e di un benefattore tradito, che pur vecchio e malato ha la forza, nella sua demenza senile e  in preda ad una malattia mortale, di una vendetta innaturale e irrazionale, senza emissione di un verdetto romano di colpevolezza.  Al di là dei fatti tragici, l’autore giudaico  specie in Guerra giudaica, indulge ai sistemi narrativi romanzeschi e alla trattazione psicologica dei protagonisti, al fine di eccitare la compassione e la partecipazione dei lettori attirati dal piacere delle vicende di  una corte coi suoi intrighi.

Quindi, professore, parlerà prima dell’animo di Antipatro, che rivela il suo odio, nel complesso contraddittorio, contro il padre, già mostrato, pur rimanendo in ombra, nella vicenda della morte dei due fratellastri, che sono  per lui  uno strumento per colpire  Erode ed aver un proprio utile e poi tratterà delle cause  socio-politiche che determinano  la fine di Antipatro, che risulta  complessivamente un mediatore?

Certo, Marco, dovrò parlarti  prima di Antipatro, idumeo di formazione, come suo padre e suo nonno, di una gente, definita da Flavio -Guerra giudaica ,IV,231- turbolenta e facinorosa, sempre pronta a sommosse,  amante di sconvolgimenti, capace di impugnare  le armi…e di correre alla guerra come ad una festa,  e  del  piano di un uomo scaltro,che,col  segreto appoggio degli amici romani, già è considerato successore del padre. Poi dovrò mostrarti il  suo tentativo di attuare una serie di alleanze a corte per regnare, indisturbato, tenendo tranquillo il vecchio Erode,  pur temendo reazioni popolari e  la forza dell’elemento militare, filoasmoneo ed aramaico: in questo modo  ti mostro il disegno di Flavio  in Ant giud XVII, 60,  intenzionato a fare di  Antipatro un paradeigma  anthropinooi genei,  un modello esemplare  per tutti coloro che operano male nei confronti di un padre e dei propri fratelli, degno di un destino  crudele e di  una punizione divina, al fine di evidenziare il valore e la necessità  della virtù. Lo scrittore, ambiguo ed equivoco, può  sottendere anche le cause politiche delle sua rovina, nonostante l’apparente perfezione delle sue mhkhanai/trovate ingegnose in un contesto, già rivoluzionario.

Antipatro, coregnante, ha già scalzato, professore,  a Roma, il padre,  vecchio re, bestiale nelle repressioni del mondo aramaico-asmoneo e di quello legalistico-farisaico  filoparthico,  ed ha avuto  assicurazioni di poter regnare, senza timore di un’ annessione  del territorio giudaico  alla provincia di Siria!. Antipatro, che si presenta ai romani  come philopatoor/uomo che ama e difende il padre  e come  diallakths/mediatore,  conosce anche gli  intrighi di corte, i partiti  e le differenti politiche  che dividono i claudii  e i  giulii, subito dopo la morte di Marco Agrippa?

E’ probabile, Marco, che Antipatro  conosca bene la storia  degli  avvenimenti  capitati a Roma ed ancora attuali al momento della sua venuta a corte, in quanto dalla fine dell’estate del 7 a.C.  al  suo ritorno in patria  verso settembre del  5 a.C. ,  la Iudaea  è  già  sotto la protezione dei potenti ministri di Gaio Cesare, che tengono sotto controllo la Siria e il regno di Erode,  contemporaneamente,  per le loro operazioni antiparthiche, avendo bisogno  di basi operative sicure  per l’impresa del giovane erede imperiale e di un appoggio militare e finanziario  per la penetrazione verso l’Armenia, con la protezione della flotta romana, che stanzia tra la Cilicia e la Celesiria.  E’ possibile che il giulio Antipatro, in una tale situazione, sia incerto nella scelta di campo, come lo stesso Erode,  avendo legami e con Augusto e Livia Drusilla e con Tiberio, ma anche con Giulia e i figli di Marco Agrippa, amico personale del re giudaico. La scelta personale viene fatta solo quando si trova effettivamente a Roma, tra le due partes contendenti,  e deve manovrare per il successo della  nuova causa contro Silleo:  la sua libertà di azione  sembra, però, non supportata dalla corte a  Gerusalemme, che, invece, si distacca da lui, a sua insaputa.

Flavio, riassumendo circa la sua condizione, dopo la morte di Alessandro ed Aristobulo,  dice  Ant. giud. XVII,2:  nonostante ciò,  egli era almeno  coregnante col padre, con poteri non diversi dal padre. Lo storico informa che nel regno di Giudea ora c’è un altro capo  che deve fare politica coi romani, delegato dal padre, come suo unico rappresentante, ma, mentre come diadokos fa la sua politica,  non ha più seguaci in patria perché  è inquisito in contumacia, senza che nessuno lo avverta.

E’ un mistero come Erode possa aver fatto il vuoto intorno al figlio  che opera a Roma e lo rappresenta degnamente,  avendo perfino attestati di fiducia e di riconoscimento dall’Imperatore, dagli amici romani e dal padre stesso, che ambiguamente, lo assicura con lettere: Il clima di terrore, le torture, il ripudio della madre e la morte di Ferora sono notizie tardive, nel corso del ritorno in patria.

Professore, prima di rispondermi sull’ intera vicenda di Antipatro,  mi deve  dire ora qualcosa, sul periodo successivo la morte di Marco Agrippa, complicato dalla morte di Druso maggiore, peggiorato dalla formazione di partigiani di Tiberio e  di  quelli di  Gaio Cesare e dallo scontro tra Livia Drusilla e  Giulia, altrimenti non posso realmente capire la situazione romana e tanto meno  quella giudaica?

Più che di  Gaio Cesare, figlio di Agrippa e di Giulia, all’epoca solo princeps iuventutis, devo parlare dei suoi generali che preparano la spedizione tra il  6 e il 5 a.C. – poco prima dell’ arresto di Antipatro, che non coregna negli ultimi circa 13 mesi di vita del re, suo padre,  compresi anche alcuni mesi di soggiorno romano dell’idumeo -costretti a vigilare  direttamente sul regnum erodiano ed  ancora di più, dopo la morte di Erode. Devo parlare di un gruppo di uomini potenti che, dominando a corte, favoriscono  il figlio di Agrippa, protetto dalla madre Giulia contro Tiberio Nerone e Livia Drusilla moglie di Augusto, anche lui, come Erode, senilmente  già frastornato di mente.

Anche  a Roma, professore, ci sono complotti, congiure  e volontà di cambiamento,  certamente  maggiori di quelli gerosolomitani, in quanto sede del potere centrale universale romano, nel clima di una successione imperiale, dopo già un lungo contestato dominio dell’autokratoor!

Certo,  Marco, in una tale situazione romana e in una corte difficile come quella erodiana , ora Antipatro e Salome infittiscono le relazioni epistolari  ed  inviano doni maggiori  per gli amici romani: siamo nel momento tra il  ritiro di Tiberio  dalla politica, alla fine dell’estate del 6 a.C .-intenzionato a stabilirsi a Rodi, dopo aver svernato in Campania – e l’arrivo a Roma di Antipatro, appena si è riaperta la navigazione primaverile nel 5 a.C.

Perciò ti parlerò insieme e di Gaio Cesare e dei suoi generali  e di Tiberio, per farti  entrare in merito alla questione che ci interessa.  Secondo Vellio Patercolo,  St.II, 99.1  poco tempo dopo, Tiberio Nerone  due volte console e due volte trionfatore, parificato ad Augusto per la compartecipazione alla tribunicia potestas,  superiore a tutti i cittadini tranne uno, e ciò per sua volontà,  massimo tra i generali,  colmo di gloria e di Fortuna,  ed in verità secondo lume e capo dello stato con meraviglioso ed incredibile  gesto di bontà, di cui si scoprono ben presto le cause, quando Gaio Cesare aveva ormai preso la toga virile e Lucio era nel vigore dell’età,  non volendo che il proprio splendore  fosse un ostacolo per i due giovani,  ai loro inizi, chiese al suocero e patrigno il permesso di riposarsi dalle fatiche ininterrotte, senza per altro rilevare il motivo della decisione/ne fulgor suus orientium iuvenum  obstaret initiis, dissimulata causa consiliii sui, commeatum ab socero atque privigno eodem vitrico  adquiescendi a continuatione laborum petiit.

Il ritiro  ufficiale dalla vita politica di Tiberio dal 6 av. C. fino al 2 d.C. per i cives romani risulta  un malum  per l’impero ed una fortuna per i nemici: infatti (cfr.Velleio, Ibidem 100.1)  Sensit enim terrarum orbis  digressum a custodia  Neronem urbis/il mondo si accorse che Tiberio aveva cessato di tutelare Roma: i parthi abbandonano l’alleanza romana e si impossessano dell’Armenia; la Germania si ribella  appena Tiberio approda a Rodi come idioths /privato cittadino nel 5 av. C..

Cosa succede, professore, di tanto grave  da far ritirare dalla politica un  vir civilis, così potente come Tiberio, figlio di Livia?  Mi deve mostrare anche l’animus di Tiberio, cambiato nei confronti di Augusto nel 12 a.C., alla morte di Marco Agrippa, marito di Giulia, suo suocero.

Tiberio, avendo sposato Vipsania  Agrippina,  insieme a Quintilio Varo, suo cognato, marito di Vipsania Marcella, l’ altra figlia di Marco Agrippa, aveva  cercato di assimilare ed eguagliare nel potere il suocero con Augusto, riuscendovi, ma era stato sorpreso dalla morte improvvisa del dux: l’imperatore, pressato anche  da Varo, in quel tempo, console,  cominciò a dare massimo potere ai figli di Livia, sua moglie, Tiberio e Druso,  e  a favorire la carriera  dei generi del defunto, in attesa della crescita dei figli di Giulia, sua figlia!.

Ora il testo di Velleio Patercolo mi è un po’ più chiaro. Può seguitare, professore.

In questo periodo di circa 5 anni, dunque,  Tiberio in Pannonia e in Gallia mostra le sue capacità di comando, avendo onori trionfali, come anche  suo fratello Druso,  in Germania, che  penetra fino all’Elba e come anche lo stesso Varo. Tiberio anzi diventa così popolare  che è da Augusto, imposto come genero, dopo l’obbligato divorzio da Vipsania Agrippina, in vista della successione imperiale già nell’anno 11  a.C.

La morte di Druso, figlio prediletto di Augusto nel 9 a.C. e la crescita dei giovinetti, figli di Agrippa, a seguito anche delle pressioni della figlia Giulia, e di una pars favorevole a Gaio Cesare e  a Lucio, determinano una crisi di rapporti tra il suocero e il genero, che riprendendo l’esempio di Agrippa stesso nei confronti di  Claudio Marcello,  giovane, decide di ritirarsi a vita privata.

Augusto, accettate le dimissioni del genero,  provvede, compensando il vuoto militare, lasciato da Tiberio, con  un gruppo di generali che forma il consilium principis di Gaio Cesare- nato nel 23  a. C., giovane inesperto, sostenuto dalla madre Giulia, amante all’epoca di Iullo Antonio,  appena tornato dal proconsolato in Asia, formalmente ancora moglie di Tiberio, non trattenuto nel comando dall’imperatore suocero-.

Ora comprendo molto meglio anche le motivazioni, sottese, che spingono Tiberio,  che teme fra l’altro gli avversari politici, che sono schierati a difesa dei diritti dei figli di Agrippa e che  sono troppo legati alla figura di sua moglie Giulia, non più vicina a lui, dopo la perdita del figlio infante, nato dalla loro unione!.

Tiberio, eppure,  ha ancora  la riverenza di tutti quelli che vanno in Oriente! (ibidem,99, 3 ) tutti i proconsoli e i  legati che andavano alle province  di oltre mare  recandosi a trovarlo  lo visitavano abbassando come davanti ad un principe i loro fasci  davanti ad un privato ammettendo che l’inattività  di lui era più autorevole  delle loro funzioni di comando.

E’ chiaro,  professore,  che a Roma vi sono  alcuni,  sostenitori di Tiberio e altri  dei figli di Agrippa  e di Giulia, che, comunque,  nausea lo stesso padre che  teme non solo la sua condotta morale tanto da imporle il divorzio  da Tiberio, riconosciuto come legittimo,  ma anche  la congiunzione strana  tra i suoi amanti,  specie  tra Iullo Antonio e i suoi amici, cospiratori!.Tiberio ha  avuto solo disgrazie dal matrimonio con  Giulia?

Si. Marco.  Tiberio  è costretto da Augusto a sposare  nell’11 a.C.  Giulia, vedova di Agrippa e a lasciare l’amata  moglie Vipsania Agrippina, figlia di suo suocero,  incinta di Druso minore, per ragione di stato, al fine della successione al trono, secondo i desideri di Livia Drusilla, sua madre, abile a manovrare l’imperatore.

Tiberio sposa, dunque, la sorellastra, vedova di suo suocero?!

Sei sorpreso?  La donna a Roma è un oggetto di valore politico! i matrimoni romani sono foedera/trattati  familiari! Augusto non uccide gli avversari politici, li aggrega al suo carro, unendoli alla sua familia: prima Agrippa, ora  Tiberio!

Da Giulia Tiberio ha anche un figlio, nato il 10 ad Aquileia -dove  risiede per seguire la campagna pannonica – che gli muore nel 7 a.C.- Cfr.  Svetonio Tiberio ,7- anno in cui nella corte di  Augusto iniziano le   contese per la successione, dopo la morte di Druso maggiore nel 9 av. C,.in Germania,   tra il designato diadokos  e i giovani figli di Giulia: è anche una guerra tra Livia e Giulia, in cui sono coinvolte due liberte ebree Acme e Febe, schierate rispettivamente  l’una dalla pars della moglie del sovrano e l’altra da quella della figlia tanto che Svetonio (Augusto,65,9 ) compendia lo stato di animo del già vecchio Augusto, addolorato ed agitato: vorrei essere senza moglie  ed essere morto senza figlia! .

Vellio Patercolo, legatus tiberiano,  accusa di un complotto  Giulia come  donna del tutto dimentica di tanto padre e marito, che per stravaganza e per libidine nulla tralasciò di quello che femmina può fare turpemente o subire, commisurando l’altezza della sua condizione con la libertà di peccare,  rivendicando per sé come cosa lecita ogni capriccio/ tanti parentis ac  viri immemor  nihil quod facere aut pati turpiter posset femina  luxuria libidineve infectum reliquit magnitudinemque fortunae suae peccandi  licentia metiebatur, quidquid liberet pro licito vindicans.

Questi fatti lei, professore, li considera accaduti tra il 6 e il 4 a. C.  nel  momento in cui Antipatro è coregnante in Giudea e in cui  è inviato a Roma per la nuova causa di Silleo? A conti fatti, Antipatro sembra avere pochi mesi di comando!

Sono  certamente  pochi i mesi di comando  in un momento  prima del viaggio a Roma e durante i sette mesi romani fino al settembre del 5 a. C..  turbati  per le dimostrazioni di affetto del re verso i nipoti asmonei  che gli gelano il sangue (Flavio usa il verbo Pachnooo), per le insofferenze dell’esercito e del  popolo, oltre che  per le contestazioni dei farisei nella stessa corte!. Questo, comunque, grosso modo,  è il periodo in cui Augusto definisce  sua figlia cancro della sua vecchiaia -Svetonio, Augusto, 65- per la sua  morale  fusa con  la sua ambizione politica  di donna  che, prima di essere inviata in esilio a Pandateria /Ventotene,  coinvolge uomini come   Quinzio Crispino,  Appio Claudio, Sempronio Gracco e  Scipione ed altri., condannati a morte, compreso Iullo Antonio,  suicidatosi, dopo breve prigionia nel 2. a.C., incriminato come persona desiderosa di novitas/ rivoluzione- Cfr. Cassio Dione, St., LV,10.

Si sa come si muove in questa situazione romana, tanto complessa,  Antipatro, un uomo che ha lasciato imprudentemente  in sospeso in patria molte questioni private e pubbliche, dopo –  forse -aver organizzato la morte del padre, in sua assenza, fiducioso nel solo Ferora, tra i parenti,  nei farisei, ancora non ben controllati,  senza alcun legame con qualche comandante dell’esercito?

Non è chiaro,  ma Antipatro sicuramente prende posizione per il gruppo vincente, quello dei generali di Gaio Cesare, anche se non può non riverire il civis Tiberio, figlio di Livia. Marco, non ti so dire quale sia  il comportamento di Antipatro per Tiberio, divenuto ora poliths idioths/privato cittadino, che vive a Rodi, rispettato da tutti  quelli che hanno una qualche funzione in Oriente:  da idumeo  scaltro e da figlio, ambiguo  di Erode,  non ci si può aspettare verso un membro autorevole della famiglia augusta, niente altro se non  deferenza  formale,  accompagnata da  doni con un umile e discreto  servitium, sicuramente voluto e richiesto  da Livia Drusilla per il figlio da parte della corte erodiana e specie dall’amica Salome, sollecitata da lettere a favorire il figlio. Mi sembra, però, che tu abbia già un preciso giudizio su  Antipatro, che, a mio parere, può essere valutato solo uomo senza scrupoli, non certamente colpevole di  qualcosa, se non di azioni politiche patriottiche.

Per me,  Antipatro è figura bieca, non corretta nei confronti dei fratelli e del padre, teso al proprio esclusivo vantaggio!  Quindi, ritengo che  sia possibile che  intorno a  Tiberio da parte di Erode e di Antipatro  funzioni un servitium di kataskopoi /spie, che  informano quotidianamente  dei movimenti fatti dal genero di Augusto, ora confinato nell’isola. Ho, comunque, un dubbio: la vipera Salome può  parlare bene di suo nipote a Roma e non aver avvertito Livia delle mhkhanai di Antipatro? Può non aver  confidato quanto sa  a Quintilio Varo, più favorevole a lei che a Giulia, un epitropos come gli altri intenzionato a scorticare i provinciali?

Marco, la storia non si può fare con le supposizioni ma si fa sulla base di testimonianze scritte  e di fatti, o per argumenta certa, sottese. E’, Marco, una normalità, per Erode, conoscere in anticipo i movimenti dei romani per opportuni interventi!.Erode, come già suo padre, fa viaggiare piccioni,  ha una rete di spie  e a corte di Augusto e in quella di Fraatace, e si serve di profeti come farisei (ed esseni), anche se è da loro esecrato!.

Io, professore,  conosco  dei generali della cohors di Gaio Cesare solo Varo e Quirinio, che, inoltre, sono tiberiani, perché lei ne ha parlato in La nascita di Gesù. Ce ne sono altri, oltre a Iullo?

In questo lasso di tempo  c’è storicamente la cosiddetta congiura di Iullo Antonio, che, divenuto amante di Giulia, è considerato violator  domus augustae (cfr Dione Cassio St. Rom. LV, 10),  aspirante al trono, che coordina l’azione della moglie di Tiberio e  dei suoi amici, tradendo i vincoli coniugali con Marcella, figlia di Ottavia, pur avendo goduto dei privilegi  di cariche pubbliche come il sacerdozio, la pretura, il consolato, il proconsolato.

Non sembra, però, che Antipatro sia  vicino a Quintilio Varo o  a  Senzio Sabino in quanto sembra più  legato a Senzio Saturnino e a suo fratello, che sono sicuramente tiberiani e ad Acme, una liberta corrotta da Salome, al servizio dell’augusta Livia.  Secondo me, comunque, Antipatro deve cooperare alla preparazione dell’impresa armena da parte di Quirinio, tiberiano e di Lollio, antitiberiano, primo consigliere poi di Gaio Cesare: il re giudaico come summachos/alleato  deve offrire milites e vettovagliamento per il tragitto con guide e con denaro, nonostante l’opposizione popolare e militare  degli aramaici, favorevoli ai Parthi.

E’ un momento delicato per la corte giudaica, che è certamente filotiberiana, ma  deve essere solidale con la politica augustea impegnata nei preparativi per la spedizione armena: Antipatro con Erode deve  giostrare  coi suoi amici romani  tiberiani, ora in ombra, e  fare doni a quelli nuovi della cerchia di Gaio Cesare: tutto il clan idumeo è compatto nella sua adesione alla famiglia augusta  dalla parte di  Livia Drusilla e di  suo figlio Tiberio, anche se deve lisciare il pelo alla pars avversaria, come socia nell’impresa antiparthica, pur avendo contrari la popolazione e l’esercito filoparthici e pur avendo ostili i farisei.

So di una clades/ sconfitta di  Marco Lollio e poi di una clades di Quintilio  Varo, che  poi determinano l’arresto del militarismo romano in Occidente, me ne può parlare, anche se non riguarda direttamente il nostro  tema?

Te lo faccio sinteticamente, trattando di Marco Lollio, il famoso padre di Lollia Paolina, moglie di  Gaio Caligola, che era consulente orientale di Augusto per la  spedizione parthica  già nel 21/20- poi conclusa felicemente da Tiberio in Armenia,- perché  aveva risolto il problema  della annessione a Roma della Galazia, dopo la morte di Aminta,  e poi,  divenuto console,  aveva ottenuto la provincia della Tracia e da lì era stato spostato in Gallia, dove nel 16 fu sconfitto da una coalizione barbarica germanica  di Sicambri, Tencteri e Usipeti poi fermata dal fratello di Tiberio, Druso maggiore,  che aveva debellato i Catti e i Suebi  dopo avere attraversato il Weser  e raggiunto l’Elba, morto per una caduta di cavallo nel 9 a.C.a.C.

Velleio Patercolo – St.II,97,1- fa un ritratto negativo  di Marco Lollio considerandolo, da avversario tiberiano,  uomo  di ogni cosa desideroso  più di denaro che di ben fare, carico di vizi  anche se li sapeva benissimo  dissimulare. Lollio, comunque, abilmente si  schiera dalla parte di Giulia  e diventa promotore essenziale  tra i generali per la  spedizione armena del 2/1 a.C. , che risulta inutile,  nonostante  il trattato  di Zeugma con Fraatace!. Questi avvenimenti, però, riguardano il periodo di Archelao, figlio di Erode,  che non  seppe gestire, secondo le aspettative romane  le truppe e i vettovagliamenti,  specie, dopo la denuncia del  re dei re e  a seguito della scoperta dei progetti perfidi/perfida consilia  di Marco Lollio, che pur era stato investito da Augusto di  grande autorità a fianco del giovane  Gaio Cesare,  come moderator iuventae filii sui (Velleio Patercolo, St.II, 102,1).

Anche  Plinio (St. Nat. IX, 35 ) considerando Lollio, arricchito dai principi Orientali   e  costretto, dopo le accuse di Fraatace,  al  suicidio,  convalida la  notizia di Velleio, che mostra la gioia dei romani per la sua morte, dopo il ferimento di Gaio Cesare, caduto incautamente, in  una imboscata.

Infatti  Gaio, entrato  in Armenia  ha successo, ma, poi,  in un colloquio presso Artagera, a cui non si sottrae per personale temerarietà giovanile,   è ferito da un certo Adduo   e dopo di allora ebbe,  secondo Velleio,  corpus minus habile  et animum minus utilem rei pubblicae, anche se seguitò a governare  avendo un codazzo di adulatori,  preferendo rimanere  a vegetare in quel remoto ultimo  angolo della terra, piuttosto che rientrare a Roma, tanto che, dopo che era stato convinto  a tornare in patria,  morì a Limira di Licia, di malattia,  nel febbraio del 4. d.C.,  dopo due anni dall’incidente  quando già anche l’altro fratello Lucio Cesare era già morto a Marsiglia .

Molti, secondo Tacito, accusano della morte di Lucio iuvenis  (Annales I, 3)  Livia, che forse  mette lo zampino anche  in quella di Gaio, pur di far ritornare e Roma con tutti gli onori suo figlio Tiberio dall’esilio.  .

La clades di Varo  è di molto successiva a questi fatti, lontana,  quasi un quindicennio,  in cui  prima  è governatore di Siria, poi, dopo la denunce fatte dal re dei parthi, vanifica i progetti di subdola  astuzia di  Marco Lollio, facendo dettagliate relazioni a  Augusto che costringe al suicidio  il legatus di Gaio, abnormemente arricchito con l’oro provinciale. Varo, tornato a Roma intorno al  3. a.C forse rimane inattivo a corte: non si hanno notizie  di lui se non del suo arrivo in Germania nel 7 d.C. , documentato da Tacito, che ne rileva la rapacità nella tassazione- come già  In Siria e Giudea- e la scarsa efficienza nelle manovre militari,- specie dopo il ritorno a Roma del suo predecessore  Senzio Saturnino, elogiato come dux,- in quanto  opera come un giudice in una zona non ancora ellenizzata e romanizzata, anche se  già soggetta a censimento: la sconfitta di Teutoburgo ne è la diretta  conseguenza, causata  dal romanizzato Arminio nel 9 d.C, che  annienta tre legioni.

Ho capito, professore, il tempo diverso delle due clades romane  e la ripercussione sulla politica occidentale militaristica augustea che si blocca sul Weser in un ritiro delle truppe, penetrate fino all’ Elba, insicure in terra  barbarica. Seguitiamo ora nella storia di Antipatro, che, coregnante, scalza il padre dall’animo dei consiglieri di Augusto e di Livia Drusilla, sua moglie, tessendo una trama di matrimoni per saldare i vincoli tra idumei, con alleanze,   in modo da cautelarsi contro i figli delle altre mogli del padre e da aumentare in potere.

Antipatro, dunque, Marco,  ha compreso che,  per governare, deve assoggettarsi ai generali di Gaio Cesare e seguire le direttive della casa imperiale, il cui referente ora è Quintilio Varo epitropos ths Surias, che guida l’ellenizzazione  della regione e la romanizzazione della Iudaea erodiana, destinata all’anagraphh e all‘apotimhsis Cfr. La nascita di Gesù.

Siccome si trova in un contesto popolare aramaico,  dominato dai farisei,  Antipatro  deve tenere a freno l’esercito filoasmoneo, antiromano ed antierodiano,  usando diplomazia e  cautela,  per dominarlo, cercando anche il consenso popolare, attenuando e mitigando, così il rigore dell’ ultimo periodo, bestiale, di Erode.

Anche lui, professore, comprende che la  Iudaea come la Siria e l’Egitto è  proprietà romana personale dell’autokratoor/imperator?

Certo, Marco, Lui, come e più di  Erode, essendo di educazione idumea e nabatea, formato aramaicamente ed ostilmente in senso antiromano ed antierodiano, aspira ad una novitas, avendo lo sguardo verso Ctesifonte, capitale parthica, sollecitato dal giudaismo  mesopotamico, anche se deve sottostare alla presenza dei magistrati romani e  guardarsi dalle spie romane, nella ricerca di una funzione ed un ruolo indipendente e da Augusto e da Fraatace, cercando di favorire l’elemento farisaico e popolare,  in un tentativo di congiungersi anche con i militari ora antierodiani, a causa della decimazione fatta da Erode. Marco, penso che Antipatro, volendo in cuore suo, la morte di suo padre e il cambiamento in Giudea, voglia anche una minore pressione da parte dell’imperatore romano e dei pubblicani  nella regione e quindi cerchi  spazio per una manovra diplomatica col suo popolo e col suo esercito, ora attirati con elargizioni, con manifestazioni pubbliche e con donativi ai nuovi egemones, promossi al posto di quelli eliminati dal padre,  specie  idumei, samaritani e  traconiti, dimostrando di non essere stato lui  l’artefice della morte dei due asmonei,  ma solo  l’esecutore materiale dell’ordine paterno,  non responsabile della condanna.

Non completa, però,  la sua azione filopopolare e la sua politica  favorevole all’esercito e ai farisei,  a causa della sua  affrettata partenza per Roma  e per il suo odio mortale verso il padre?

Antipatro, Marco, odiando, pur in modo contraddittorio, il padre, congiura abilmente per sostituirlo, seppure col favore di romani, anche se subdolamente desidera la congiunzione con la Parthia, che lascia un maggiore spazio di indipendenza, ma lascia tutto in sospeso, dovendo rispondere alla causa contro Silleo, per conto del padre e dovendo allontanarsi per far iniziare la morsa  mortale, venefica,  da parte di Ferora contro Erode, per non correre  il rischio di accusa di parricidio. L’accusa di veneficio non è in effetti provata! il figlio, comunque, sembra che non voglia assistere alla morte del padre!

E’ un disegno ambizioso di difficile realizzazione, bisognoso della massima concordia interna, dato il  particolare momento di censimento romano e considerati gli spostamenti di milizie romane! Il breve periodo di “regno” mi sembra che sia così impostato  ad una congiunzione delle forze idumee ed aramaiche in opposizione  a quelle erodiane  filoimperiali, al fine di aver un alibi perfetto per la morte del padre: questo traspira, sotteso, nelle pagine di Flavio di Antichità giudaiche, che seguiamo anche se l’autore è ambiguo e il testo ha subito manipolazioni specie nei paragrafi 38-44, in cui ci sono anche lacune e in Naber e in Niese.

Infatti Antipatro ha volontà di sostituire il padre prima possibile, non contento della sua coreggenza  per la presenza ambigua di Erode e per quella dei romani, ormai decisi all’annessione della regione alla Siria, dopo il censimento già in atto:  il presunto diadokos non vuole che siano presi in considerazione gli altri figli di Erode  e perciò rafforza la sua posizione con gli altri Idumei, allora, dominanti a corte.  Sfrutta, perfino, l’ordine del padre di far seppellire i cadaveri di Alessandro  e di Aristobulo  nell’Alexandreion, fortezza aramaica, accanto all’ avo materno,   accettando la manifestazione  popolare  di affetto e di memoria asmonea, cancellando così  il malumore del popolo e dell’esercito  contro la volontà di una bestiale rappresaglia di Erode! A  corte con la madre Doris coordina il partito idumeo,  filofarisaico, e, nel frattempo,  mantiene un formale ossequio per il padre e le sue mogli, specie la gerosolomitana  Cleopatra e la samaritana Maltace, al fine di raggiungere il suo telos di coesione interna, senza  dissidi, dopo aver rinviato con la dote Glafira ad Archelao, mantenendo con lui i rapporti di amicizia e di alleanza.

Dunque, professore, Antipatro si avvicina  al popolo e all’esercito  e contemporaneamente  si collega con la sua famiglia in un patto sciagurato contro il re Erode, al fine di regnare da solo, avendo  una volontà di tenersi  equidistante  tra Roma e la Parthia?

Non so se si possa dire questo, ma certamente Antipatro, da  opportunista, segue i romani finché gli servono,  accontentando il padre, ma fa anche una sua politica antiromana e filoparthica, nel momento in cui si muovono i generali di Gaio Cesare, contro Fraatace: un aramaico  ebreo non può non essere vicino ai contribuli  parthici, non potendo non seguire la predicazione dei farisei, attivi anche a corte!

Nonostante la sua ambiguità politica e la sua malvagia disposizione verso lo stesso padre, Antipatro, non si salva dalla vendetta divina?.

Marco, lascia stare la vendetta divina  ebraico-cristiana e segui la vicenda umana e politica  di Antipatro,  che è uomo desideroso di stasis, a seguito della morte del padre, col favore di Fraatace, da cui poter avere il  primo riconoscimento del  suo malkuth! Seguiamo, comunque,  il pensiero di Flavio, non certamente chiaro!

Lo scrittore giudaico,  conscio  dei timori di Antipatro  nei riguardi del popolo e dell’esercito e dei diritti dei figli di Cleopatra e di Maltace,  aspiranti al regno,  e di quelli di Alessandro ed Aristobulo,  rileva  che al momento, a causa dell’auctoritas di Erode  e  del potere  predominante dei romani,  che  dirigono ogni azione sua  e del padre., specie dopo  che è arrivata la notizia dell’insediamento di Quintilio Varo ad Antiochia,  le sue speranze  per il futuro non corrispondevano  ancora ai suoi disegni (Ant.Giud. XVII,1),  pianificati, ma non realizzati.

Antipatro, secondo Flavio, è turbato, nonostante la coscienza  di tenere in pugno il padre  e di averne la benevolenza, perché timoroso che  il padre sarebbe stata causa  della sua  rovina, in quanto dava a  vedere di essere stato  lui ad accusare i suoi fratelli,  per mettere  al sicuro la salvezza  paterna e non per inimicizia verso di loro.

 L’ autore  di Antichità giudaiche mostra il tortuoso modo di Antipatro di attaccare Erode, rivelando che tese insidie ai fratelli per odio verso il padre e  non per inimicizia con loro.Tuttavia, egli partecipava col padre al governo del regno, come se fosse stato re e il padre gli dava le imprese più importanti: egli aveva acquistato più grande e più stabile favore per quelle azioni per cui era degno di morire, come se avesse tradito i fratelli per difesa del padre e non perché era  nemico dei fratelli e del padre, che lui aveva spinto a questo coi cattivi discorsi. Le sue erano tutte macchinazioni / aper dh panta mhkhanai  con cui lui poteva muoversi contro Erode, affinché non avesse alcuna forza di accusarlo di ciò, che si preparava,  ed  affinché il padre fosse privo di ogni aiuto,  non avendo chi lo difendesse, quando  lui Antipatro gli manifestasse apertamente l’inimicizia (Ibidem).

Flavio vuol dire che Antipatro ha sfruttato l’inimicizia tra Erode e i figli asmonei per colpire suo padre, non i fratellastri. Ho capito bene?

Certo! Marco. lo puoi capire meglio seguendo il discorso di Flavio: era, dunque, per odio verso il padre  che tese insidie  ai fratelli. Allora si sentì più che mai animato  a non abbandonare l’impresa,  poiché se moriva Erode,  il regno sarebbe stato suo,  senza contrasti, ma se ad Erode fosse capitato di  prolungare la vita, lui sarebbe stato sempre in pericolo di una rivelazione  del crimine, da lui ideato, che potesse autorizzare suo padre ad essergli nemico.

Dunque, Antipatro seguita nella sua idea di complottare contro il padre, convinto di poterlo fare impunemente, data l’età e la malattia di Erode e considerata le amicizie romane ed ora anche il vincolo stretto con Ferora e Salome, essendo cambiati anche i rapporti con l’aristocrazia sacerdotale, con l’esercito e con il popolo?

Antipatro, Marco, è determinato a  questa impresa e perciò  è generoso di favori coi seguaci di Erode, cercando di distoglierli dall’odio grande che ognuno gli porta, concedendo loro onori e doni  e specialmente cerca l’amicizia dei romani,  facendo loro regali e dando denaro.

Flavio accenna a  doni e denaro, dati a  Saturnino e a suo fratello   ed anche alla sorella del re, che ora è sposata con Alexas, il figlio di un defunto amico di Erode. In effetti, inizialmente, dopo aver stretto i rapporti con l‘epitropos di Siria,  che torna a Roma, e allacciato relazioni con Quintilio Varo, nuovo governatore, si lega a Ferora e a Salome, che è sempre riluttante ed infida, specie perché non aiutata nella sua passione amorosa  per l’arabo Silleo, dopo l’intervento di Livia stessa, moglie di Augusto.

Livia Drusilla interviene imponendo le nuove nozze all’amica? Silleo doveva aver avvelenato anche l’Augusta,  facendo, a Roma, conquiste a corte?

Non si conoscono i retroscena che determinano le lettere minacciose  di Livia a Salome,  ma si sa da Antichità giudaiche. che  Salome, avendo una passione per Silleo,  desidera sposarlo, e rifiuta l’ordine di Erode  di  diventare moglie di Alexa: Livia persuade  l’amica  a non rifiutare il matrimonio, altrimenti  chiude ogni forma di amicizia.

Si sa, inoltre, che anche Erode  giura di non avere più rapporti armoniosi con lei, se non sposa Alexas, un partito suggerito anche dall’Augusta che, in altre occasioni, le è stata amica preziosa.

Anche Antipatro  coopera in questa azione di convincimento, vincendo la natura infida di Salome e  favorendo l’azione diplomatica e la politica matrimoniale di Erode, all’interno della sua famiglia,  in modo da non turbare i  rapporti di forza  delle partes: la zia.  attirata col matrimonio tra Teudione, fratello di Doris, con la figlia  Berenice la vedova di Aristobulo,  e  tra l’altra sua figlia e il  figlio di un suo precedente marito,  è piegata al matrimonio pianificato dal padre; l’unione ventilata, invece, tra un figlio di Alessandro  di Mariamne ed una figlia di Ferora è indesiderata da Antipatro che teme la doppia protezione di Archelao da una parte,  e di Ferora, divenuto tetrarca, da un’altra  e perciò, convince il padre ad invertire i suoi disegni a suo vantaggio  chiedendo per sé  di sposare  una figlia di Aristobulo e di dare a suo figlio una figlia di Ferora, in modo da congiungersi con lo zio, mediante un legame matrimoniale.

Risolta la questione  con matrimoni vantaggiosi per il suo prestigio e collegatosi con la  zia e con lo zio, avendo l’appoggio delle quattro donne dominanti a  corte, Antipatro ha un potere interno incontrastato, anche per la minore attività del vecchio re, intento alle cure mediche, presente solo nelle grandi occasioni.

Chi sono le quattro donne? conosco solo Salome e Doris?

Nel 6. a. C. la vecchia Cipro,  la madre del re, che  era stata venerata a corte,  ora doveva essere morta; Salome, che  è sempre tenuta a distanza da tutte le donne, essendo una donna malvagia ed impura non può far parte del gruppo farisaico in cui Doris, invece, è la donna dominante insieme alla moglie innominata  di Ferora,  che ha con sé la madre e la sorella, anch’esse innominate;   tramite  questi elementi femminili, Antipatro con lo zio  è riuscito a tentare  rapporti  col popolo  giudaico,  a lui ferocemente ostile  e ad avere sotto controllo i phrourarchoi  e i capi dell’esercito, compresi Zimari e i suoi figli, ora stanziati in Traconitide per difendere  la popolazione  dalle lhisteriai/bande di ladri. cfr. Tetrarchia di Lisania www.angelofilipponi.com

I traconiti sono un problema ancora per Antipatro di difficile soluzione, come anche quello dei rapporti con la moglie di Ferora, una donna accusata da Erode e dal consiglio di amici come patrona dei farisei, mal valutata specie se vista dell’angolazione cristiana, che rileva una ubris parthenoon / violenza di vergini  nella parte  oscura del XVII libro di Antichità Giudaiche 46-48. 

Noi, professore, da cristiani, conosciamo i farisei come  sepolcri imbiancati secondo la definizione di un Gesù mitizzato,  ora io  conosco anche una ubris contro due figlie (vergini) di Erode  non precisata,  in Guerra giudaica I. 571 e, perciò, chiedo  a lei di rettificare  a me e ai miei amici, l’equivoco in cui  siamo stati educati!.

Ci provo, Marco, ma è difficilissimo  cercare di rettificare perché fin da bambini c’è stato presentato il fariseo come un ipocrita che ostenta saggezza e siamo stati condizionati dalla parabola del fariseo altezzoso e del pubblicano  umile, che pregano (cfr la parabola del Fariseo e del pubblicano www.angelofilipponi.com ): ci vogliono anni per un decondizionamento!

In epoca romana imperiale i farisei  hanno fama di  interpretare le leggi perché commentatori laici del Pentateuco, convinti assertori del valore del destino e  dell‘ oikonomia tou theou, pur ritenendo che il merito o il peccato/amarthma  dipenda dalla volontà dell’uomo:   essi, infatti,  pensano, al contrario dei sadducei- che negano la sopravvivenza dell’anima e premi e castighi – che l’anima  sia immortale e non scompaia con la materia, ma solo quella dei buoni può passare in un altro corpo, mentre quella dei cattivi è punita con castighi senza  fine. Il loro sistema di vivere si basa su uno  scambievole amore /philallhloi, desiderosi di perseguire la concordia  entro la comunità/omononian askountes  cfr Guer. Giud II,8, 14. Sono certamente proth airhsis  la setta religiosa più seguita nel mondo ebraico perché,  seguendo la tradizione mosaica e  la regalità asmonea,  sono antierodiani ed antiromani, in quanto, essendo zelanti  di fede, determinano, poi, la nascita dello zelotismo, la fazione armata. Aggiungo, Marco, che  in epoca erodiana, si oppongono al culto di Augusto Sebastos/Venerabile, rifiutano ogni immagine imperiale e romana in Gerusalemme, compresa l’aquila,   specie sulla porta  centrale del tempio,  anche se accettano ambiguamente  che i sadducei filoromani facciano due sacrifici al giorno per l’imperatore e  per Roma cfr. Caligola il sublime,p.181: insomma i  farisei,  facendo la  professione di fede,  con lo shemà, (Shema, Israel, Adonai elohenu, Adonai ekad/Ascolta Israele, il Signore è il mio signore, il signore è unico!) quotidianamente, affermano che hanno un solo signore e Dio  e si immolano tanto da  essere martures/ testimoni della fede, mettendo in pratica la loro predicazione, morendo per la patria e per la legge. Certamente essi sono elitari e populisti, perché sapendo che il il potere è popolare, esercitano una vera predicazione, per orientare il popolo ignorante conformemente ai dettami della torah,  in senso politico, guidando ogni forma di latria secondo le prescrizioni tradizionali.

Professore, di fronte a questa spiegazione, comincio ad aver orrore  e vergogna della verità christiana, che ha stravolto  i termini!

Marco, questo mi risulta sui farisei, dei quali ho  parlato a lungo -anche della loro ostentazione dei filatteri/tefillim (scatolette cubiche con dentro passi significativi biblici) posti sulla fronte tra i due occhi e  nel braccio sinistro, specie quando ho trattato degli zeloti e degli esseni  cfr. Filone, Esseni. Quod omnis probus. E.book Narcissus 2012.

Dunque, professore, ora in Antichità giudaiche  assistiamo ad una manifestazione di rifiuto da parte farisaica del culto di Augusto, imposto da Erode?

Certo Marco. Erode ed Antipatro coregnante- che ha la fiducia paterna ed è temuto per la sua malizia anche da Ferora, che è schiavo innamorato della moglie, devota ai farisei – si scontrano con il partito di fedeli, attivo a corte, che rifiuta il giuramento di lealismo verso Cesare e il governo stesso del re! Leggiamo i termini nell’episodio descritto da Flavio Ibidem 41-42 per entrare in merito alla questione. Ecco il testo. pantos goun tou Ioudaikou bebaioosantos  di’orkoon h mhn eunohsein Kaisari kai tois tou basileoos  pragmasin/ essendosi tutto il popolo obbligato con giuramenti ad essere favorevole a Cesare e alla politica del re, i farisei, circa 6000, si rifiutarono di giurare.

Il termine bebaiooo sottende l’idea di compiere un’impresa, quella di fare venerare  l’imperatore,  consolidandola e rafforzandola grazie a pressioni -con le buone (doni e promesse) o con le cattive (violenza) -e a giuramenti estorti, data la  fides iudaica,  che permette  un solo Signore e Dio! 

I farisei / pherushim (i separati, in quanto puri /hasidim  tendono, da saggi,  a tenersi lontano dal plhthos/popolo, ignorante ) sono considerati  potenti per i re / basileusi dunamenoi, specie se sono all’opposizione, perché preveggenti/ malista antiprattein, promhtheis, anche se superbi a causa della previsione, in casi di guerra e di  mali (danni) /kak tou prooptou eis to polemein te kai blaptein ephrmenoi ( epairoo).  

Marco,  i farisei per Erode sono pericolosi perché profeti, capaci cioè di prevedere il futuro  e quindi possono minare il potere regio ed imperiale, se sono all’opposizione! forse sono potenti  anche per Antipatro, di cui non si riesce a capire dalla pagina di Antichità giudaiche, interpolata in questo punto, la reale posizione, essendo compromesso con Ferora e con la moglie, che viene bollata come sua amante -Ibidem 51-.

Sembra che i farisei siano  nel complotto molto importanti e quindi a conoscenza del veleno da dare ad Erode e di tutta l’operazione del veneficio?.

Neanche questo si potrebbe dire perché Antichità giudaiche, essendo  interpolate da mano christiana,  non sono attendibili, in quanto le quattro donne (Doris, moglie di Ferora con madre e sorella)  dovrebbero essere puritane ed invece appaiono non caste ed infide se è vero che il diadokos–  che teme la concorrenza di Ferora al trono, ha rapporti intimi con la sua amata donna, infedele moglie, e se insieme gestiscono l’operazione del  veleno, conservato nella casa del fratello di Erode.

Sulle capacità profetiche  lei  ha parlato spesso degli esseni, che sono della radice  farisaica,  come i farisei lo sono di quella hasidica?! mi può precisare  questo aspetto in Flavio, sadduceo di nobile famiglia sacerdotale, fariseo per elezione, asmoneo da parte di madre ?

Flavio, Marco,  per mostrare il dono divino della preveggenza farisaica  usa prima promhtheis (che sottende la promhteia), poi prooptos,  che vale il  vedere in anticipo  gli eventi ed infine prognoosis, che significa preconoscenza con esatta previsione fattuale per   intervento di Dio /epiphoithsei tou theou,  che rivela la parapausis ths archhs/la vicina cessazione (o fine)  del potere erodiano (il  termine è apaks legomenon!: l’autore sembra voler indicare nella predizione  farisaica il passaggio della basileia  nelle mani di Ferora  e di sua moglie e dei figli loro / upo theou epshphismenhs autooi  te kai  genei tooi ap’autou, ths basileias  eis t’ekeinhn, periecsoushs kai Pherororan paidas t’oi eien autois, come evento  stabilito da Dio ibidem 43  a causa dell’ira divina per l’uccisione dei fratelli/ ths adolphoktonias… tinomenou theou – Ibidem,60-.

Professore, le profezie dei farisei (in questo caso si tratta  forse di  Esseni!)  possono aver dato adito  a  dicerie gerosolomitane  circa la venuta del Messia, congiunte con quelle  messianiche di origine mesopotamica?

Forse. Comunque, Marco, Gesù nasce in questo periodo, in cui Erode perseguita  la moglie di Ferora,  si inimica col fratello e, a corte,  si torturano e Bagoa e Caro. Ho lavorato per anni per scoprire qualcosa su questo biennio, invano!. Posso solo dirti che non ho mai saputo il nome della moglie di Ferora, ma so che Ferora se ne va dalla corte e si ritira nella sua tetrarchia in Perea, grosso modo, al di là del Giordano, dopo aver rifiutato di cacciare la propria donna. Sappi che il   testo di Antichità Giudaiche è corrotto e, per forza,  bisogna  fidarsi di Guerra giudaica I, 29(1-2)-

Comprendo, perciò, professore, che è possibile che  nel II secolo d. C. questo  breve periodo sia stato  sfruttato dalla scuola alessandrina come momento centrale  per la formazione del  pensiero messianico, connesso con la verginità della Madonna, dati gli accenni alla verginità, deflorata delle figlie  di Erode!   cfr. A. Filipponi, Jehoshua o Iesous?  Maroni 2003. Non conosco, però, gli episodi di Bagoa e di Caro, né il trasferimento di Ferora in Perea? me ne può parlare.

Sui farisei  uccisi  insieme a Bagoa e Caro  -Ant Giud., XVII. 44.45- e su quelli costretti a pagare una penale  versata dalla moglie di Ferora,  si sa che sono,  come gli esseni, aramaici ed  hanno il dono della profezia e perciò predicano la fine del Regno Erodiano e l’avvento di un  nuovo re, ritenendo che Erode e la sua stirpe cadranno perché Dio così ha stabilito, come punizione.

All’epoca circola la profezia della fine del regno di Erode e  della sua stessa discendenza, da cui, però, una radice avrebbe ricostruito il Regno erodiano.  Si allude alla  figura di Erode Agrippa I, figlio di Aristobulo e di Berenice, destinato ad assumere l’intera basileia dal 41 al 44 d.C. dopo  quasi cinquanta anni  dalla predizione, che parzialmente  si realizza nel 6 d. C, alla deposizione della  regalità di Archelao e all’annessione romana della Iudaea  alla Siria, dopo che sono lasciate semiautonome  la Tetrarchia di Erode Antipa e quella di Filippo, con uno statuto simile a quello dato al Regno di Areta IV. Solo,  dopo un trentennio, la predizione si realizza totalmente con l’elezione di Giulio Erode Agrippa prima come Tetrarca di Traconitide,  Iturea, Auranitide e Gaulanitide e poi come Tetrarca di Galilea e Perea ad opera di Caligola ed infine come Rex socius ad opera di Claudio.

A questo punto, per spiegare bene, devo fare  prima  il riassunto circa la moglie di Ferora, precisando che Antipatro,  divenuto insopportabile/aphorhtos  perché alla malvagità ha aggiunto la sicurezza del potere: si è, infatti, consolidato con i matrimoni e con le amicizie romane  e con quella dello zio Ferora – che ha favorito la formazione di un circolo femminile, intorno alla propria donna  gunaikoon suntagma, che determina neooterous thorubous / disordini eversivi  –   ed ora è  più temibile  per tutti.

La moglie di Ferora, sua madre e sua sorella con Doris, madre di Antipatro,  formano un quartetto, che  fanno ubreis nella reggia, anche contro due vergini figlie di Erode.

Sembra, Marco, che queste donne, nonostante il non malcelato sdegno di Erode,  impongono un clima religioso farisaico che, però,  non può definirsi  sistema in cui  predomina la violenza/ubris, detestata dai farisei,  a meno che non si parli di rigore con costrizione ad una morale di continenza, imposta a vergini,  viziate come le due figlie di Erode, promesse ora ad uno, ora ad un altro – che hanno superato già i venti anni- , mai sposate,  angariate, nonostante la protezione paterna: unico ostacolo a questa lettura  la tresca del diadokos con la zia, moglie di Ferora, coetanea, che potrebbe  essere, comunque, una diceria diffamatoria di Salome!.

Dopo il matrimonio con Alexas, Salome  è l’unica ad opporsi e contrastare  la riunione  sunodos /convegno delle quattro donne  con  Ferora e con Antipatro, denunciata al re,  come non giovevole ai suoi interessi /oos ouk epp’agathoooi toon autou pragmatoon.

Il re  è infuriato e le donne  cessano di riunirsi pubblicamente e  di scambiarsi segni di amicizia, proprio del costume farisaico, e fingono perfino di essere in lite fra loro, imitate da Antipatro e Ferora  che  fanno credere che ci siano contrasti  fra loro, mentre, poi, a sera, di nascosto, fanno sunousiai /convegni e koomoi nukterinoi / adunanze notturne  rafforzando la loro omonoia/concordia.

Sappi, Marco, che anche i cristiani sono accusati dai pagani, specie nel II secolo d.C. per sunousiai e koomoi notturni a causa della cena eucaristica!

Erode, saputo tutto dalla sorella, raduna sunedrion  toon philoon kai suggenoon/assemblea degli amici e parenti, fa molte accuse  contro la moglie di Ferora, tra cui l’offesa alle sue figlie, li rimprovera del pagamento  del misthos/pena pecuniaria ai farisei,  suoi oppositori, ed infine attacca il fratello, reso  a lui ostile grazie a farmaci,  pressato e costretto  a  scegliere tra lui e la moglie.

Alla risposta di  Ferora, che preferisce  la moglie, affermando che avrebbe rinunciato alla vita, piuttosto che alla moglie, Erode, non sapendo cosa fare,  ordina ad Antipatro di non dialegesthai / dialogare – Guerra giudaica ibidem, 572-  di non omilein / frequentare e  stare  insieme  familiarmente-( Ant giud. Ibidem-47 )  né con la moglie di Ferora né col marito, né con nessun altro dei suoi;  il figlio non disobbedisce palesemente, ma si incontra  nascostamente, di notte,  con Ferora e le altre.

Grazie per le precisazioni. Sembra che Erode abbia  demandato tutto a suo figlio, che, quindi, esegue formalmente, ma trama con le donne farisaiche, che sanno  usare anche pharmakoi  per eliminare il padre?

Bravo Marco!, noti che le farisee fanno uso, a detta di Flavio di Pharmakoi , in questo caso, amatori! Ti aggiungo che, allora, Antipatro pensa anche a veleni da propinare al padre  in sua assenza, avendo ricevuto lettere, da Roma, dai suoi amici sollecitati a scrivere ad Erode della necessità di inviare in Italia il figlio contro Silleo, che ha iniziato una nuova causa, contro di lui: in sua assenza la morte del  padre, sarebbe passata, inosservata, e sotto silenzio!

Professore, Antipatro doveva aver anche altri erodiani congiurati per la conduzione del  regno in sua assenza per gestire il periodo di qualche mese prima del suo ritorno ?. Antipatro ha fatto un piano  diabolico  per fare fuori il padre,  davvero ben architettato!.

Si possono solo fare delle illazioni circa la  partecipazione alla congiura sulla famiglia di Mariamne di Boetho, figlia del sommo sacerdote e madre di Erode, promesso sposo di Erodiade, figlia di Berenice!

Erode padre, comunque, autorizza il viaggio del  figlio, a cui dà uno splendido  accompagnamento e  grandissime somme e gli affida il testamento/ diathhkh,  in cui risulta re Antipatro e come suo successore Erode, il figlio di  Mariamne. cfr. Guerra giud,I 573 e Ant giud.XVII,53. Per quanto riguarda il piano diabolico ritengo che Antipatro sia stato, invece, molto superficiale  nella realizzazione,  pensata  senza la sua presenza.

A mio parere,  commette molti errori: 1. non aver legato, compromettendolo, Quintilio Varo, come aveva fatto con Senzio Saturnino, non avendo dato denaro  sufficiente a lui che,  arrivato, a detta di Tacito, povero, da lì tornò ricchissimo lasciando la provincia povera;   2. aver  trascurato di lasciare a corte  fedelissimi  col compito di manifestare ogni  mutamento del  padre e di informarlo, nel caso di incidenti imprevisti  come l’esilio dello zio Ferora e il  secondo ripudio della madre;  3. non essersi affrettato a tornare in patria, subito dopo la causa, felicemente risolta, con Silleo e non essersi preoccupato del silenzio e  degli amici romani e di quelli  gerosolomitani. Un uomo prudente che ha lasciato segni della sua volontà di uccidere il padre, non può non temere  che la sorte faccia qualche brutto scherzo e che qualcosa non vada per il  verso giusto! Possibile che solo a Taranto nel viaggio di ritorno sappia della morte dello zio e che solo a  Calcenderi in Cilicia sappia della madre ripudiata! Il padre ha neutralizzato il suo sistema di spie ed ha scoperto il suo piano! Sarebbe stato necessario il non tornare in patria!

Professore,  a quest punto devo chiarire molte cose,  non solo sul comportamento di Antipatro ma anche sul sistema farisaico di corte. Non comprendo a cosa servano le  ubreis  alle due vergini, nonostante la sua spiegazione di rigore morale, né l’adulterio tra il diadokos e la mia moglie,  tanto amata da Ferora, socio nel disegno del veneficio, e specialmente non vedo la ragione di una  richiesta romana, sollecitata, di un affrettato viaggio a Roma, mentre si sta concretamente arrivando alla soluzione della uccisione del padre!     .

Marco,  anche io non so mettere insieme la bieca  figura di Antipatro col rigore precettistico dei farisei, elementi puri,  che mangiano  ogni tre giorni, digiunando due volte a  settimana, ligi alla torah, tanto da pagare le tasse anche per i venditori insolventi,  meticolosi circa le prescrizioni su una betullah/vergine, per di più di famiglia regia,  e sull’adultera, donna da lapidare. Sembra che  tu, comunque,  in modo provocatorio,  vuoi sentire le mie reali supposizioni  sul fariseismo a corte!

Io posso solo dirti che si parla di due  figlie di Erode, deflorate, sembra, solo in Ant Giudaiche,  e non si sa da chi, né quando, né come: perfino l’ipotesi di amici di Silleo o di Silleo stesso, è inattendibile.  E’ probabile che il racconto di Salome non  sia credibile: Erode stesso lo ritiene falso! La notizia, perciò,  circa le riunioni segrete  notturne e  le cene possono essere occasioni di pianificare  la morte del  re  inviso  alla maggioranza, col favore dei farisei, comprati da Antipatro che sospetta del padre e che teme  che il suo odio aumenti, a seguito della denuncia della zia, ormai incontrollabile anche da parte di Doris, compromessa e personalmente comandata di non avere relazioni col gruppo di Ferora. A nulla, comunque,  servono le precauzioni  delle quattro  contro la perfidia di Salome che svela al re le finte discordie delle donne, i  simulati  litigi  pubblici  e marca  lo scambievole amore,  evidenziando il ruolo di mezzana, di Doris  tra il figlio  e moglie di Ferora. Secondo Flavio, la partenza di Antipatro  è l’inizio della sua fine che coincide con la morte di Ferora, da cui derivano le sventure del  cattivo  punito da Dio  per l’assassinio  dei fratelli, tanto da essere  esempio per i posteri del trionfo del valore della virtù e  dell’innocenza!

Eppure Antipatro  a Roma  risolve la questione definitivamente  con Silleo (ibidem 55-56),   fa punire l’arabo,  accusato anche da Areta, di aver ucciso molti uomini notabili  di Petra,  tra cui  Soemo, molto stimato per la sua virtù,  e di aver eliminato Fabato,  fattore  di una villa di Cesare, che aveva saputo da lui  che aveva incaricato Corinto una guardia del  corpo di Erode, di ucciderlo,  cosa che già era stata risolta da Erode, che dopo averlo torturato,  punì anche i due suoi amici,  venuti per aiutarlo -un capo tribù e d un amico di Silleo- affidandoli a  Saturnino che tornava a  Roma.

Mentre Antipatro è a Roma, Erode ordinò a Ferora di ritirarsi nel suo territorio per aver favorito i farisei  avendo pagato al loro posto la pena pecuniaria inflitta,- ibidem 58 -. Nel tornare  al di là del  Giordano, non avendo voluto ripudiare  la moglie, venuto  in Perea, tetrarchia a lui data per ordine di Augusto già nel 20 con la fortezza di Macheronte, come postazione militare antinabatea, Ferora  giura  di non ritornare più indietro  finché non avesse udito  la morte di  Erode  -ibidem-.Il giuramento per un fariseo è sacro: bisogna mantenerlo!

Infatti, secondo  Flavio non volle venire a visitare il fratello, malato,  per mantenere fede al giuramento.

Quando, invece,  Ferora si ammala  e sta per morire  Erode andò a  trovarlo senza essere chiamato e quando morì preparò il suo funerale,  lo fece trasferire a Gerusalemme,  dove provvide  per la sua sepoltura, decretando  un solenne lutto.

Erode appare  fraterno, migliore dei suoi  parenti?! Un gesto  anche importante non può qualificare un’esistenza, anche se può essere significativo per rilevare il carattere sentimentale, legato alla consanguineità, di un uomo!. Comunque, questo suo atteggiamento fraterno, per Flavio, diventa  episodio chiave per la scoperta del complotto di Antipatro e in Guerra giudaica I,582-607 e in Antichità Giudaiche XVII,61-82.

Flavio -ibidem 61- scrive: quando Ferora morì  e fu sepolto, due liberti molto stimati da lui, andarono da Erode e lo pregarono di non lasciare invendicata la  morte del fratello, ma di esaminare la sua inesplicabile ed infelice morte.

Da questa indagine, dunque, professore Erode scopre il tradimento del figlio, il suo odio verso di lui e la  volontà di regnare, di uno, già destinato al potere come diadokos,  immemore dei benefici ricevuti  desideroso della sua fine, prima del tempo previsto dalla natura?.

Noi seguiamo le due opere che divergono di poco, anche se preferiamo la  versione di Antichità giudaiche, più storica rispetto alla prima romanzata, anche se ambedue sembrano credibili nel loro racconto, in cui parlano di  Ferora, che cadde svenuto, dopo aver cenato  con la moglie,  avendo mangiato una sostanza, servitagli in un cibo, non consueto, ammalatosi  gravemente entro due giorni, per poi morire, dopo la visita del fratello. 

I  due liberti, interrogati e torturati, concludono: quella sostanza, portata su commissione della madre e della sorella  della moglie di Ferora apparentemente per stimolare le sue sensazioni erotiche, come poculum amatorium/ philtron, da una donna di Arabia, esperta di misture che, però, gli  aveva somministrato  invece una pozione mortifera per ordine di Silleo, che la conosceva– Guerra Giud. ibidem 583-.

Professore, Ferora è avvelenato da Silleo, che già ha commissionato tramite Corinto, l’uccisione del  re, pure col veleno!? Erode nella sua mente intronata ha preso coscienza di questo?

Non mi sembra  che ne abbia coscienza piena. Infatti, preso da sospetti verso Antipatro,  sottopone a tortura  donne schiave e libere del clan Ferora, ancora inquisito  a causa dei farisei,  cercando un colpevole, senza preoccuparsi più di Silleo!. Nel corso  della  tortura, una delle donne, straziata dal dolore, esclama: Dio che regge la terra e il cielo, punisca chi è causa di queste sventure, la madre di Antipatro!.ibidem 584 : la notizia è comprovat anche da Ant. Giudaiche XVII,65.

Allora, Erode, partendo da questo indizio, dato da una donna libera,  scopre che  Doris ha convegni clandestini e notturni con Ferora, con  le donne farisaiche e – prima della partenza – con Antipatro, senza la presenza della servitù   e che, quindi madre e figlio hanno disubbidito al suoi  ordini di omilein/ avere relazioni con loro. Sa, inoltre, da schiave torturate che Antipatro si sarebbe ritirato a Roma e  Ferora in Perea,  perché lui se la sarebbe  presa con loro  in quanto, dopo l’uccisione di Mariamne  e dei suoi figli,  non avrebbe risparmiato nessun altro e perciò, era meglio fuggire il più lontano possibile da quella bestia/ therion!. Sa delle lamentele di Antiprato, stanco di attendere la fine del  padre, che ringiovanisce ogni giorno di più, mentre lui ha i capelli bianchi  ed è destinato forse a precederlo nella morte, prima di poter effettivamente regnare, e che, se anche gli riuscisse la successione,  sarebbe stata di breve durata,  mentre crescevano le teste  dell’Idra  cioè i figli di  Alessandro ed Aristobulo. Infine conosce il disappunto del figlio circa il testamento, in cui ha nominato Antipatro successore, ma come suo diadokos al posto dei figli suoi, Erode, il figlio di Mariamne,   a dimostrazione  del suo rimbambimento/ paragheran, visto che crede che  il testamento rimarrà valido, non avendo considerato che lui  ci penserà a  far  piazza pulita della famiglia/auton gar pronohsein mhdena ths geneas apolipein. 

Il sapere queste cose amareggia  Erode, che ha dato  cento talenti per non far comunicare fra loro sua moglie e suo figlio con Ferora  e la sua donna, che, oltre tutto, si lamentano  insieme  come se avesse fatto loro del male, desiderosi di vivere ignudi, anche se spogliati di tutto. L’indagine viene spostata dalla morte, da vendicare di Ferora,  alle colpe di Antipatro e della madre e delle donne del fratello, certamente non colpevoli dell’avvelenamento del tetrarca. Viene censurata la frase detta da Antipatro, riferita da una  schiava torturataE’ impossibile sfuggire ad una belva  così sanguinaria/amhkhanon ekphugein outoo phonikon therion, per cui non è consentito nemmeno di voler bene apertamente  a qualcuno/par’ooi mhde philein tinas ecsesti phaneroos: dunque, noi siamo costretti ad incontrarci di nascosto, ma lo potremo fare  apertamente quando ci decideremo a pensare e ad agire da uomini (qualora avremo pensiero e mani da uomini)!/lathra goun nun allhlois  sunesmen, ecsestai de pahaneroos , ean skhoomen pot’androon  phronhma kai kheiras!. 

Professore,  mi sembra ora di vedere  Erode che  cerca la colpevolezza del figlio,  un vir / uomo,  un  parrhsiasths, quasi desideroso di vivere miseramente, spoglio di tutto, come un patriota che combatte contro il tiranno, romanticamente,  più che  un rancoroso beneficato  da un padre sovrano. Leggo bene?

A me sembra che tu legga come gli  storici romantici ottocenteschi, che inneggiano al nazionalismo  farisaico di Antipatro che, però, ha  oltre al rancore personale mai eliminato, una voglia di regnare propria di uno educato a lungo come privato, senza il  potere,  in un territorio dominato da Roma e da un suo fedele servo, come Erode philhllhn,  formatosi  alla scuola farisaica e  all’integralismo religioso, uno strano prototipo di idumeo, della stirpe  antipatride, fortemente in contraddizione tra i principi della torah e la volontà di abbattere i sadducei  ed Erode,  sudditi fedeli dell’imperatore e della  Dea Roma, in nome di Sion eterna!

Professore, anch’io vedo in  Antipatro una profonda contraddizione   con sé stesso come figlio, incapace di coprire e  chiudere il suo rancore per l’abbandono,- accettando il padre che l’ha onorato e fatto suo successore, in una richiesta muta di perdono,-  e  con la famiglia come erodiano,  che odia il padre e i fratellastri,  con la società giudaica come elemento farisaico e con il kosmos romano come oppositore cieco, anche se  costretto a servire  come ogni altro  civis  giulio, in quanto successore di Erode filoromano, pur essendo idumeo,  teso al martirio per il suo phronema giudaico, disposto anche a pagare  la sua attività rivoluzionaria  con la vita.

Marco, vuoi dire che in Antipatro è possibile vedere, pur nella contraddizione sentimentale, ed affettiva, di un figlio abbandonato in tenera età,  una forma integralista di patriottismo religioso?  non so  spiegarlo, ma individuo la presenza di un vero uomo  che avrebbe voluto fronteggiare apertamente  il padre tiranno, costretto  a seguire la via  della perfidia e della scaltrezza  per poter sopravvivere e  diventare successore di una basileia, proprietà personale imperiale.

Marco, tu sai  che Erode è considerato dal popolo un tiranno,  illegittimo, un bugiardo dai farisei , un eretico dagli stessi sadducei,  un  corrotto ellenizzato non conforme allo spirito giudaico  dall’esercito  polietnico, nonostante le sue opere  grandiose come la costruzione del Tempio, fatta  per l’ostentazione della sua potenza  personale di re  magnifico,  in una volontà di rivaleggiare con Augusto e con Marco Agrippa,  più che per la pietas verso il Theos, o per il bene del popolo!.

Proprio per questo , Professore, rivaluto la figura di Antipatro che mi sembra simile  a quella di  Tirone- che è un ardito vecchio militare  convinto di poter scuotere  l’onore di un  ex commilitone- costretto dalla situazione a rendersi figura odiosa  col suo subdolo piano eversivo, pur facendo il dialakths!

Smettiamo questa disquisizione sulla figura di Antipatro, mai ben definita,  e seguitiamo  nel nostro lavoro!

Erode, avuta la confessione  delle donne, fruga ulteriormente su Doris, puntando l’indagine su di lei,  perché è convinto della verità delle affermazioni,  estorte,  per il particolare di cento talenti. Secondo Flavio, dunque,  convocata la madre di Antipatro, la fece spogliare di tutti gli ornamenti  che le aveva regalato  e valevano parecchi talenti e la ripudiò per la seconda volta. Ant. Giud.59.

E poi cosa fa Erode?

Ripudiata la moglie, smette di  torturare le donne e si riappacifica con le donne di Ferora, è impaziente di mettere le mani sul figlio Guerra giud.I, 608 e  temendo che gli fosse preavvertito e si mettesse  al sicuro gli inviò una lettera piena di affettuose  espressioni  pregandolo di affrettarsi a tornare, se lui fosse arrivato presto  lui avrebbe messo fine ai rancori contro la madre- ibidem.

Erode è furbo ed, avendo il solo figlio in sospetto, indirizza su di lui, la sua indagine. Infatti decide di sottoporre a tortura  i suoi uomini e collaboratori, aizzato da qualcuno, sconosciuto,(Achiab?)   tanto da infiammarsi  /ecserripizeto nella ricerca di colpevoli.

Quindi, Erode non insiste sulle donne di Ferora e  cerca un’altra via? Marco, Erode  è veramente astuto, anche se rincoglionito: avrà avuto sotto osservazione le donne del fratello e, mentre  inquisisce  Antipatro il samaritano,  ha chiara l’estensione della  congiura non solo in Perea ed in Egitto,  con  ripercussioni nella sua stessa casa gerosolomitana,  ma anche a Samaria, sede del suo esercito.

Antipatro il samaritano è definito epitropos  di Antipatro figlio di  Erode, come il suo braccio destro in Samaria, come suo fiduciario responsabile della regione con funzioni amministrative,  giudiziarie e militari, proprie di ogni epitropos/praefectus cum iure gladii che noi abbiamo visto come legatus, superiore alla carica di epimhleths/ curatore  e procuratore di provincia, senza poteri militari e giudiziari, ma  anche con poteri di un amministratore locale / dioikeths.

Orientato in questa  direzione,  Erode, scopre la verità  sulla congiura di suo figlio  e la sua estesa trama.

Flavio dice in Guerra giud. I,592 e lo ribadisce Ant. Giud.XVII 69-70 : Antipatro, sottoposto  a tortura,  afferma  che il figlio  aveva fatto portare dall’Egitto  per mezzo di Antifilo,  uno dei suoi amici, un veleno mortale destinato a lui, che  era stato ritirato da Teudione, zio di Antipatro, e consegnato a Ferora; a costui infatti Antipatro  aveva dato l’incarico di spacciare Erode  mentre egli se ne stava a Roma,  immune da ogni sospetto. Ferora, infine, aveva affidato il veleno alla moglie.

Erode scopre che la congiura ha radici anche in Idumea, oltre a Samaria  e in Perea e perfino in Egitto, tra i giudei ellenistici probabilmente connessi con la  famiglia  di Mariamne di origine sacerdotale  leontopolitana alessandrina ed ora convoca, a sorpresa,  la moglie di Ferora, che custodisce il veleno.

La donna, fingendo di obbedire  chiede il permesso di andare a prendere l’astuccio col veleno,  ma, invece di tornare, si getta dal tetto, ma cade in piedi e rimane viva, anche se stordita. Flavio interpreta il fatto come volontà di dio che vuole punire Antipatro!.

Erode, secondo la narrazione, congiunta, delle due opere  di Flavio, la fa rinvenire e le chiede perché abbia fatto quel gesto e gli giura che  se avesse detto la verità,  le avrebbe condonato ogni pena, ma se avesse di mentire  le avrebbe fatto sbriciolare il corpo  sotto i supplizi  senza fare restare nulla per la sepoltura -ibidem, 594-.

La donna  dice  che, essendo morto Ferora,  non ha  più alcuna   ragione  per salvare Antipatro, che è stato rovina /apolesanta per loro tutti- ibidem-.

Ecco, Marco, la confessione della moglie di Ferora, che inizia solennemente  con uno Shema’/ akoue ascolta o re, ed insieme a te mi ascolti  Dio che è testimone  della  verità e non può essere ingannato: Qunado tu,o re , sedevi  piangendo accanto  a Ferra morente, questi mi chiamò e mi disse. grandemente mi sono sbagliato , o donna, circa i sentimenti di mi fratello verso di me, sì che l’odiavo mentre lui mi vuole tanto bene e mi proponevo di ucciderlo mentre  lui è così afflitto per me  prima ancora che io sia morto. Ora io pago il fio della mia empietà, ma tu portami subito  il veleno che conservo, quello che ricevesti da Antipatro per ucciderlo e distruggilo subito davanti ai miei occhi perché io non mi porti dietro nell’Ade il demone vendicatore. Al suo ordine io glielo portai  e la maggior parte la gettai nel fuoco in sua presenza, ma una piccola parte io la conservai per me. per i casi incerti e  per il terrore, che tu mi ispiravi.

La donna, detto questo, trae un bossolo col veleno, una minima parte,  per testimoniare la verità di quanto riferito, cosa, d’altra parte,  confermata dalla madre e da un fratello di Antifilo, torturati,  che affermarono che Antifilo aveva portato la scatola dall’Egitto e  che aveva ritirato il veleno da un fratello, che faceva il medico  in Alessandria.

La notizia si diffonde a corte, Professore, e certamente  ci sono reazioni!

Flavio parla di una reggia che, a causa delle ombre di Alessandro e di Aristobulo, svela i segreti  trascinando  alla condanna persone lontanissime dall’essere sospettate!: Mariamne, la figlia del sommo sacerdote  era partecipe della congiura!  lo svelarono, infatti, i suoi fratelli  sottoposti a tortura. Della colpa materna – in effetti si tratta di   tolma/azione audace più che malvagia -il re punì il figlio, Erode, cancellandolo dal  testamento Erode, dove vi era nominato come  successore di Antipatro.

E’probabile, professore, che Antipatro,  fatta giurare Mariamne di non parlare circa il veleno venuto da Alessandria,  le abbia  promesso di far scrivere al marito il codicillo  circa il figlio  diadokos?

Solo compromettendola, può aver comprato il silenzio  di una donna di provenienza alessandrina!. Le opere flavie non parlano di un odio alessandrino per Erode  (e la sua  famiglia antipatride)  che  risulta rispettato ed amato in Egitto dagli etnarchi ed alabarchi  giudaici, a causa della  fortuna e della sua amicizia con Marco Agrippa e con Augusto stesso.  Non si conoscono le relazioni tra i sacerdozio leontopolitano e quello  gerosolomitano  in questo periodo: è arguibile che la bestiale tirannia degli ultimi anni di Erode sia stata condannata dal sacerdozio oniade, che, perciò, può  aver favorito le aspirazioni dell’ingrato figlio. D’altra parte in un momento di grave riprovazione del sistema autoritario e crudele di Erode, dopo l’uccisione di Alessandro e di  Aristobulo   non è neanche pensabile che vi sia un giudeo filoerodiano, se non i cortigiani gerosolomitani.

Flavio aggiunge che la conferma ulteriore  per Erode  delle mene di Antipatro viene da Roma.

Da Roma?

Antipatro, non avendo notizia dell’andamento della sua trama, preoccupato,  decide di inviare un suo  liberto, di nome Batillo, con un altro veleno,  un’altra pozione mortifera, composta di veleno di vipere  e di secrezioni di altri serpenti, sì che, se non facesse  effetto il primo veleno, Ferora e la moglie potessero servirsi di questo altro veleno contro il re.

Batillo ha un altro compito da portare a termine, quello di denigrare il comportamento dei due giovani figli di Erode, quello di Maltace,  Archelao, e  quello di Cleopatra, Filippo, che stavano a Roma a studiare ed erano già grandicelli e pieni di senno. Essi davano ombra alle sue speranze ed Antipatro, cercando di liberarsene, falsificò alcune lettere a nome degli amici di Roma, mentre da altri amici, corrotti con denaro,  fece scrivere che i due giovani parlavano sempre male del padre, che compiangevano apertamente Alessandro ed Aristobulo e che non erano contenti di  rientrare in patria.

Batillo, porta ad Erode le  lettere falsificate contro Archelao e Filippo, che sono richiamati dal padre  ed Antipatro è preoccupato e turbato per questo, non conoscendo le intenzioni del padre su di loro

Già, prima della sua partenza, per Roma, infatti, Antipatro, quando era in Giudea, secondo Flavio, a pagamento ottenne che da Roma  venissero inviate simili lettere contro i due giovani  e, per evitare sospetti, si  recava dal padre  a difendere i fratelli dicendo ora che  alcune delle cose scritte erano false,  ora che  si trattava di intemperanze giovanili.

Comunque, il richiamo dei fratelli gli sembra strano anche perché deve rendere conto dell’ amministrazione di trecento talenti; da qui l’invio di Batillo con le lettere e con un rendiconto delle spese sostenute, anche per gli amici romani,  a lui favorevoli, ricompensati  con vesti assai  costose, tappeti variopinti, coppe di argento ed oro  e molti oggetti di valore e denaro,  in modo da includerle nel costo del viaggio e del soggiorno a Roma, con l’aggiunta delle spese per la causa di Silleo, compreso l’acquisto di un magnifico immobile, romano.

Alla venuta di Batillo già le indagini sono finite e  a corte circolano le voci  di parricidio di Antipatro e della sua volontà di  fare un nuovo fratricidio, per cui si coagulano le forze a lui ostili delle due mogli di Erode, aumentando  l’odio per il diadokos, richiamato anche lui  dal padre, che ha le prove contro il figlio.

Nella corte di Gerusalemme la situazione è di massimo silenzio: tutti tacciono e nessuno  è tanto amico di Antipatro da mettere in pericolo la propria vita per la salvezza di uno, che non sa niente della reale situazione e del controllo imposto sulle  strade dal re: la stessa notizia del suo ritorno, annunziato come prossimo, aumenta il silenzio, anche se si vocifera che la sua missione romana è stata conclusa nel migliore dei modi, tanto da essere elogiato da Augusto.

Eppure, professore,  tra l’inizio dell’indagine  e il ritorno di Antipatro passano sette  mesi e in questo lungo periodo nessuno scrive, nessuno trova una via di comunicazione  con il capo ormai riconosciuto di un gruppo, cementato dall’amore farisaico! Possibile che Erode abbia neutralizzato ogni spia, controllato  ogni strada, bloccati i piccioni viaggiatori e perfino   le voci dei marinai  del porto di  Cesarea che,  alla partenza,  hanno  assistito alla fastosa pompa del diadokos  e visto il numeroso corteo di accompagnamento!  Possibile un vecchio malato e rincoglionito, da solo,  ha paralizzato con le torture  uomini di fede farisaica, asmonei  aramaici, guerrieri!

Flavio spiega  il fatto come un intervento di Dio  che sembra favorire Erode, facendo aggirare nella reggia l’ombra dei due fratellastri uccisi  che blocca chi vuole parlare e tiene lontano da Antipatro, parricida e fratricida,  tutti, follemente  intimoriti da Erode!. E’ troppo strano e impensabile che si sia verificata una situazione del genere: sotto le lettere greche di Flavio c’è un’altra realtà che non sappiamo leggere, perché volutamente sottesa o perché occultata da  scrittori manipolatori e falsificatori!

Comunque, ad Antipatro che annuncia il suo ritorno ed informa di essersi congedato  da Cesare con tutti gli onori, Erode – Ant.giud. XVII, 83.- dissimula  scaltramente il suo sdegno e risponde ordinandogli di non ritardare affinché  durante la sua assenza non gli capitasse qualcosa di sinistro; si lamentò un pochettino di sua madre, promettendo che avrebbe  esaminato con lui  queste lagnanze, al suo arrivo.

In effetti Erode gli mostra benevolenza perché teme che il figlio sospetti qualcosa e invece di tornare in patria differisse  la sua permanenza  a Roma  e nel fare questo potesse fargli danno  organizzando un complotto a Roma – ibidem 84-.

Antipatro,  secondo Flavio, dopo la notizia della morte di Ferora  e del ripudio della madre, addolorato, non accetta il consiglio di amici  di fermarsi in qualche luogo vicino,  e di aspettare di vedere ciò che poteva accadere e, mentre accoglie quello di amici che dicevano che col suo ritorno  avrebbe dissolto  ogni accusa contro di sé in quanto l’unica forza  di cui disponevano i suoi accusatori, era la sua assenza.-ibidem 86-.

Perciò, Flavio dice -ibidem, 87: persuaso da questi argomenti  proseguì la navigazione  e attraccò al porto di Cesarea…. allora Antipatro aprì gli occhi e riconobbe le disgrazie  che gli si preparavano perché nessuno gli si avvicinò,  nessuno gli rivolse  parole di saluto e gentili espressioni  di augurio, come era avvenuto alla partenza; al contrario vi era chi non si astenne dall’accoglierlo con maledizioni pensando che quello era là per scontare le pene che gli spettavano per i crimini contro i fratelli.

Guerra giudaica è dello stesso avviso?

Si dicono le stesse cose, rivelando la completa solitudine di Antipatro; si  discute sul non consegnarsi o consegnarsi al padre  se non dopo  aver appurato le ragioni del ripudio della madre, ma con la certezza di doversi affrettare: bisognava, comunque, non indugiare,   togliere i sospetti al padre  e non dare  un’arma in mano ai suoi avversari che, per la sua  assenza, si erano  mossi,  facendo vacillare il suo regno!

Guerra giudaica rileva pollh erhma/la grande solitudine dell’approdo a Cesarea, di Antipatro, avvicinato da nessuno, evitato da tutti, maledetto dai presenti!.

Antipatro capisce subito che non c’era più via di scampo o maniera di sottrarsi  ai pericoli incombenti … di cui  nessuno lo aveva informato esattamente  per paura delle minacce  del re; restava poi una speranza piuttosto  lieta, che cioè nulla fosse stato scoperto oppure se qualcosa  si fosse scoperta,  di potervi mettere riparo con la sfrontatezza e con gli inganni,  gli unici mezzi di salvezza che gli erano rimasti.

L’arrivo alla reggia è ancora più traumatico:  gli amici bloccati al primo portone in malo modo, Varo, il governatore di Siria,  nel palazzo; il padre in lontananza!

Flavio dice che Antipatro  entra con le armi degli inganni e della sfrontatezza e si dirige verso il padre, audacemente  e coraggiosamente gli si avvicina per baciarlo e poi descrive Erode che grida  con le braccia protese e il capo ricolto dalla parte opposta: anche questo si addice ad un parricida, il volermi abbracciare, mentre è schiacciato da simili accuse! va in malora, scelleratissimo uomo, e non toccarmi prima di esserti purgato dalle accuse!. Ti assegno un tribunale e come giudice Varo, che opportunamente è qui  fra noi. Va e preparati a  difenderti per domani, concedo, infatti, un respiro per i tuoi artifici.

Antipatro, all’arrivo,  trova, dunque,  pronto il  tribunale  e  il giudice: Erode ha avuto tempo per preparare  il giudizio e le accuse ed ora concede  un giorno per la preparazione della difesa del  figlio, che non conosce nemmeno i punti delle accuse, formulate.

Flavio in Guerra giudaica I,619 avverte che  Antipatro, senza fiatare  per lo sbalordimento /ekplhcsis, si ritira: fu raggiunto, allora, dalla madre e dalla sorella, che gli svelarono tutte le prove emerse  a suo carico; si fece animo e si diede a cercare argomenti per la difesa.

Marco, nota che Antichità giudaiche  corregge sorella con moglie di Antipatro, un’asmonea, figlia di Antigono, che,  in un certo senso, spiega l’avvicinamento del diadokos alla pars asmonea e farisaica!.

Le  accuse sono  le stesse nelle due opere?

Marco, in Guerra giudaica si  parla di 4 accuse:  di un primo fratricidio,  di  un tentativo di secondo  fratricidio, di un complotto con avvelenamento del  padre, e di  una cospirazione successiva  contro Salome, scoperta dopo la partenza di Varo per Antiochia.

In Antichità  giudaiche, invece,  si mostra Varo, chiamato appositamente come consigliere/ sumbouleuths, che, però, è fatto giudice/dikasths,  in quella occasione particolare,  in una specifica situazione, in cui il re, già malato, accusa,  adirato e in preda a fortissime emozioni, il figlio di parricidio e di cospirazione, desideroso di eliminarlo col veleno, rilevando lo stordimento e lo sbalordimento di un figlio,  vestito di porpora, venuto a salutare, dopo un lungo viaggio  di terra e di mare, il proprio re  padre, che, rifiutando bacio ed abbraccio,  lo incrimina,  imponendogli il giudizio per il giorno dopo, davanti ad una corte di parenti e di amici, riunita in assemblea!.

La fase iniziale dl processo è dramatopoiia,  atto teatrale di un protagonista re, turannos,  di un padre, inquisitore, che ricorda i benefici, gli onori, il poter condiviso, il denaro dato  per il viaggio a Roma,  a cui  è contrapposto l’antagonista, un figlio degenere, che vuole uccidere il padre, volendo la sua morte prima del tempo, dato dalla natura, e che ha congiurato, essendo una bestia ingrata, un malfattore abile, comunque, a dissimulare, perverso e capace di ingannare tanto da far impietosire la corte, da attore tragico.   

Professore, sono due diverse trattazioni,  organizzate per fini diversi  di un processo già fatto in contumacia, prima dell’arrivo, ora ripetuto davanti al giudice governatore romano, che deve relazionare ad Augusto ed emettere sentenza  davanti al  presunto colpevole, da condannare, più per il fratricidio di Alessandro e di Aristobulo che per il reale veneficio del padre!

Certo, Marco, tutto è già fatto, manca solo la ratifica del governatore di Siria che, fatta fare la prova del condannato a morte- che, bevuta la pozione avvelenata, muore all’istante- avuto il colloquio segreto con Erode,  scritto il rapporto  segreto per Augusto sul processo,  il giorno dopo, parte, mentre Erode fa gettare in catene  Antipatro, dopo aver inviato un’ambasceria ad Augusto, per informarlo della sua personale disgrazia.

Professore, noto che non c’è verdetto, anche se la pars accusatoria  e la pars difensiva si sono misurate e confrontate?

Marco, vero !. Nelle due opere non c’è sentenza   del giudice /krisis o katakrisis/condanna!. ma c’ è  un dato comune :tutto era stato preparato per il processo di Antipatro davanti al tribunale dei parenti e degli amici / sunedrion toon suggenoon kai philoon, con lo stesso  Varo presidente: il re  fece introdurre  tutti i delatori / tous mhnutas pantas e tutti gli altri che dovevano denunciare le trame segrete, quanti erano stati torturati, ed anche alcuni schiavi della madre di Antipatro, arrestati poco prima del suo arrivo. Essi infatti recavano una lettera, il cui contenuto era in sintesi questo: non ritornare a casa perché tuo padre è al corrente di tutte le trame ! Il tuo unico rifugio è Cesare,  se non vuoi cadere nelle sue mani!

Inoltre, Marco,  ci sono le parti più o meno estese della pars accusatoria  di Nicola e quella difensiva dell’accusato Antipatro.

Dunque, professore, Erode  più che giudicare il figlio vuole giustificare davanti ad un familiare dell’imperatore  l’arresto di Antipatro,  chiamato da Augusto, Philopatoor, e dimostrare la sua perfidia nel caso precedente della morte dei due figli asmonei e il suo agire tortuoso  di corruttore degli  amici romani e perfino  di personaggi della corte di Livia? Non si vuole la condanna per Antipatro per i reati commessi contro di Lui, ma la punizione per Antipatro, che ha fatto uccidere i suoi fratelli, col suo  aiuto, desideroso ora di  rettificare il precedente errore giudiziario e di evidenziare la  buonafede di un re, raggirato dal figlio, maligno corruttore,  di cui  lui stesso è stato vittima incolpevole!

Certo, Marco!  questo sembra essere  il nucleo di questo  processo ma questo  è a favore di Antipatro, contro cui, in sua assenza,  hanno  operato i suoi  avversari, turbati dalla predizione farisaica della fine del regno di Erode e della possibilità di un passaggio alla  stirpe di  Ferora, e dall’avvenuta corruzione dell’eunuco Bagoa – destinato ad essere padre e benefattore  di un  re di un regno  venturo – e di  Caro, un amasio di eccezionale bellezza, dal re  sommamente amato.

Non conosco Bagoa! può dirmi qualcosa di uno che sembra un miracolato a seguito di un presunto cambiamento di dinastia? Flavio – Ant. giud.XVII,45- parla di uccisioni  di domestici, fatte, a causa dei farisei  che predicano di un Bagoa  elevato a grandi speranze, profetizzato come futuro padre e benefattore  di chi un giorno sarebbe stato  posto sopra  il popolo col nome di re, che avrebbe avuto il potere di dare  a lui,  eunuco,  la facoltà di sposarsi e di  generare figli  veramente suoi!

Una predizione strana, professore,  che a me  ora  fa pensare alla venuta di un qualcuno, che ha un  potere miracoloso, per cui un eunuco possa essere padre di figli!  A Dio tutto è possibile!

Marco, non scherzare! io non posso dirti quello che non so e non cercare di stimolarmi in certe direzioni che  ritengo attualmente proibitive! Antipatro, comunque, appare ora maggiormente legato ai farisei e agli asmonei, vinto, però, dalla cospirazione di Salome che, avendo potere sul fratello, insieme ad amici romani e col favore di Livia, ha tramato  contro il diadokos, facendo emergere una pars  filoromana- ostile al  figlio di  Erode,  anche se congiunto con  asmonei, farisei,  popolo, il piccolo e medio sacerdozio, contadini e  artigiani e capi dell’esercito  – riuscendo con Alexas ed altri a  far moralmente condannare, inopinatamente,  il solo Antipatro, come unico colpevole.

Essendo ormai tutto contro di lui- cfr. Guerra Giud.I, 614 – Antipatro,  fatto entrare dopo la folla degli accusatori,  in un clima  del tutto a lui ostile, si prostrò ai piedi del padre e disse: ti scongiuro, o padre,  di non condannarmi in anticipo  ma di porgere  l’orecchio alla mia difesa, senza essere prevenuto, se tu vorrai, dimostrerò la mia innocenza! Ibidem 621.

Secondo Flavio, Erode, invece,  rivolto a Varo  gridò al figlio di tacere e disseio son certo che tu, o Varo, ed ogni giudice dabbene giudicherete  Antipatro un uomo perduto/ecsoolh perditum abominevole,- un male esiziale – .io temo che tu possa disprezzare la mia sorte  e considerarmi degno  di qualsiasi sventura  per aver generato figli di tale specie!.

Il tono è quello di chi, vecchio, vuole compassione perché lui è stato padre molto amoroso/pathr philostorgatos, che vuole raccontare il suo rapporto coi figli e far sentire la sua storia, prima del giudizio.

Secondo Ant giud. XVII, 94,  Erode  iniziò a commiserare  se stesso per aver avuto  figli  che gli provocavano disgrazie  intendendo dimostrare che   tutto  è iniziato con la venuta di Antipatro a corte, fatto venire come suo custode  ed invece divenuto  responsabile  della  disgrazia della   morte dei figli, nati da una regina ed ora colpevole di attentare alla sua vita: eppure lui  è stato bravo ad educarli ed ammaestrarli  e a fare grandi spese  in ogni tempo per  soddisfare i loro desideri!  nessuno di tali  benefici era valso ad assicurargli la vita allorché  complottarono contro di lui  per toglierli empiamente il potere regio prima che il loro padre lasciasse per legge naturale e lo consentisse il suo volere e giustizia. E di Antipatro disse che non riusciva a capire  quale speranza l’avesse gonfiato da renderlo così audace da giungere a tanto: aveva designato per scritto a succedergli  sul trono in pubbliche  scritture; anzi, essendo lui in vita, Antipatro non gli era in niente inferiore, gli mancava di dargli lo scettro!

Professore, la fase iniziale del processo è in effetti una dramatopoiia  come quella del processo romano dei due asmonei, con un padre miserevole che accusa un figlio che nemmeno ha vera possibilità di difesa  tanto  che alla fine, non avendo ascolto, nel tumulto delle voci dissidenti,  giunge a chiedere di  essere torturato dopo che ha implorato Dio, come suo difensore, che lo ha protetto nel viaggio di ritorno per terra e per mare!

Hai ragione Marco, i due, accusatore ed accusato  sono figure drammatiche  di padre e  di figlio  in un conflitto non solo familiare e morale, ma anche politico e sociale,  sotto cui si cela  un complotto eversivo  interno ed esterno, giudaico e romano-ellenistico: non Erode ed Antipatro, un filoromano e un filoparthico, si contrastano  ma  c’è in gioco anche la sorte di un regno nel quadro del Kosmos romano.

Erode  si dimostra un padre emotivo che, avviate le accuse, non riesce più parlare  e piange come un bambino per la commozione, lasciando al suo patronus il compito dell’accusatore,  che argomenta sui fatti e prova le colpe dell’accusato, ma in cuore suo si augura che suo figlio sia innocente  davanti a lui e alla famiglia e  non si  sia  macchiato come stasipoioon, come sobillatore di rivolte,  davanti ai romani: gli ripugna l’idea di un figlio che voglia immolare  il padre sopra i suoi fratelli morti, che al  primo delitto faccia seguire un secondo delitto ancora maggiore!

Professore, mi piacerebbe capire  come Nicola di Damasco sviluppi il pensiero accusatorio  in modo professionale,  certamente retorico, dopo aver sentito i testimoni,  così da  provare le colpe del diadokos?

Marco, il patronus attacca  Antipatro, riprendendo le stesse parole del re, ripetendo in sintesi le  accuse  riassunte per concludere con la peroratio producendo le risultanze, derivate dalle torture e  dalle deposizioni dei testimoni, dopo essersi diffuso a lungo sulle benemerenze  del padre, sull’ingratitudine dei figli asmonei desiderosi giovanilmente di regno-  dei quali  non si meravigliava – – e  specie del figlio diadokos, di cui si stupisce perché, non si lascia  raddolcire dai benefici paterni  e si  comporta come uno dei serpenti più velenosi, imitando proprio  il loro  esempio, da lui stesso punito.

Il suo epilogos/perorazione è Il seguente: eppure tu,  Antipatro fosti tra quelli che denunziarono i fratelli  per la loro condotta temeraria, tu hai indagato sulle prove,  tu li hai puniti, una volta trovate.Noi quindi non condanniamo lo sdegno col qual tu non lasciasti impunito  il loro crimine, ma ci stupisce la temerarietà con cui hai imitato la loro condotta.  Noi non troviamo le tue azioni dirette a liberare il padre dal pericolo ma  a rovinare i tuoi fratelli in una dimostrazione  di odio per la loro malvagità  e in una attestazione di te, come figlio affettuoso  in modo da essere in una condizione elevata per agire contro il padre con la più grande iniquità… tu hai indicato i loro complici facendoti vedere come accusatore  dopo aver stretto un patto coi complici  contro tuo padre,  avendo bisogno del loro complotto parricida  per essere il solo a giovarne in modo da avere un doppio vantaggio per te,. eliminare i fratelli  e progettare un piano segreto contro tuo padre. Ant giud.XVII;113. Nicola si spiega meglio: tu hai fatto la prima  azione perché i fratelli vantavano diritti maggiori alla  successione, ma non era necessario complottare contro il padre, hai complottato facendo la seconda azione perché  stasipoioon/ istigatore di rivolta.

Da una volontà eversiva statale  deriva, quindi, l’accusa di Parricidio, sottintendendo in padre  la patria ?

Sembra che Nicola, metta insieme il crimen  verso la patria e quello verso il padre in un’accusa unitaria, dopo aver sviluppato il pensiero circa l’avversione verso i fratelli  l’odio contro il padre  cadendo nello stesso loro delitto contro natura , coinvolgendo il padre infelice nella loro stessa sorte,  per un proprio vantaggio, facendo un parricidio non comune, progettato in segreto,  ma di un genere mai menzionato nella storia -ibidem.

Antipatro, secondo il pensiero espresso da Nicola,  ha voluto spogliare il padre che l’ ha accontentato in tutto, facendolo socio successore,  mettendo per iscritto il tuo diritto di diadokos, mentre lui  di fatto  ha complottato, pur dicendo a parole di volerlo salvare,  invasando sua madre  coi suoi disegni, rompendo i vincoli familiari e filiali, chiamando bestia il padre, lui serpente contro il benefattore, vecchio, lui giovane , avendo l’aiuto di guardie, usando trucchi   favorito, oltre tutto, da uomini e donne, in un desiderio di sfogare l’odio contro l’amore paterno, osando perfino, come sfida,chiedere la prova della tortura, come dimostrazione  di non avere la volontà di episphattein  ton patera tois adelphois/ di immolare il padre ai propri fratelli (morti). 

La sua conclusione  è questa: Non puoi certo contraddire la verità: tu  sei veramente  preparato ad eliminare tuo padre, pronto anche  ad annullare la legge scritta  contro di te,  la rettitudine di Varo e la stessa natura della giustizia!.

E   Quintilio Varo cosa decide ?

Varo, di cui tu conosci il giudizio di avidità –Tacito  Hist.,V,6- uomo mite per indole, di abitudini tranquille, alquanto greve di corpo e di animo, abituato ad una vita quieta dell’accampamento più che all’attività guerriera, da praefectus  non certamente spregiatore di denaro – Velleio Patercolo, Storie II, 117,2, appare giudice accomodante, pagato prima da Antipatro e poi ancora di più da Erode,che svolge le sue funzioni secondo prassi. Infatti  fa la prova  sullo schiavo, condannato  a morte,  che muore all’istante, per accertare l’efficacia del veleno, autorizza Antipatro a  difendersi  e dice: io mi auguro,  e so per certo che anche tuo padre si augura in cuor suo, che tu dimostri di non essere colpevole  di alcuna infrazione /eukhesthaikai ton patera eidenai toon omoioon  eukhomenon, mhden  auton adikounta phooran.

Professore, sembra chiaro che il giudice è benevolo, addomesticato, e che  desidera accontentare e Augusto suo imperatore ed Erode  così da avere ricompense successive anche dall’accusato, destinato alla successione, anche se sorpreso in fallo come un ladro (phooran)   in  quanto stasipoioon?

Per Varo, Marco, Antipatro è innocente di stasis, cioè non può essere un rivoluzionario, perché nominato diadokos da Augusto stesso, può essere solo un  figlio che non sopporta più l’invadenza del potere di un padre malato, bisognoso di cure e rincoglionito e che sta cercando vie moderate di mediazione proprie di un  diallakths/un riconciliatore,  seppure contestato per la sua scelta di  nuove forze, pericolose, ma  non colpevole: per l’epitropos le parole di Nicola sono solo retorica   e  tautologia orientale!  l’ambiente è quello gerosolomitano sadduceo, ora  contrario al figlio di Erode farisaico! non c’è necessità nemmeno di un verdetto: basta la sua gnoomh! Perciò convoca in segreto il re, dopo aver sciolto il consiglio, decide con lui in merito all’indagato, non colpevole, da tenere, comunque,  sorvegliato ai domiciliari  e riparte per Antiochia, il giorno dopo.

Professore, per lei, Varo non ha neanche sentito le parole di Nicola -Ant giud .XVII,116 – né la  difesa dell’indagato che lui conosce dalle parole  scritte dei suoi amici romani ?

Marco, le affermazioni del  patronus, che indulge perfino a  ripetere i pettegolezzi di corte,  sono  un gioco di parole!.   tu non eri giudice delle cose per la clemenza di Erode, ma per la tua volontà e scelleratezza; consideravi le opere del padre, volendo, che, essendo il padre obbediente, tu potessi occupare la sua parte: fingevi allora di volerlo conservare a parole, ma in opere ti sforzavi di ucciderlo, immolando lui sopra i fratelli morti, tu  che sei  stasipoioon , istigatore di  rivolte ed  hai coinvolto tutti i fratelli e tua madre ?!. Nicola,  come i cristiani poi, accusa il fariseo  di non fare corrispondere parole e fatti: per lui Antipatro  una cosa dice e una cosa fa!

 Marco, ogni parola di Antipatro in quella situazione è inutile,  in un clima a lui ostile, secondo Antichità Giudaiche, per cui il diadokos si  affida  a Dio, da buon fariseo, scongiurando gli astanti che lui non è colpevole di niente. In Guerra giudaica I,619-633, Antipatro, invece,  pur sentendosi già condannato, grida, tra gemiti e lacrime, la sua verità, muovendo tutti a compassione, prima col dire che il padre stesso con le sue parole ha fatto la sua difesa, poi col compiangere pigra apodhmia / l’amara lontananza,  di cui hanno approfittato gli invidiosi, ed infine col chiamare a testimoni Roma ed Augusto, dopo aver dichiarato di essere disposto a  subire la tortura: Romh moi martus ths eusebeias kai o ths oikoumenhs prostaths Kaisar o philopàtora pollakis me eipoon/ Roma e Cesare, il padrone dell’universo, che mi ha spesso chiamato Filopatore, sono per me testimoni del mio amore filiale. 

Comunque, Varo, fatta la prova del veleno,  non può fare altro che sciogliere il consiglio  e il giorno dopo andarsene,  ben sapendo delle discussioni circa il suo comportamento dalla pars sadducea e filoerodiana e da quella farisaica e popolare, asmonea, globalmente ed indistintamente  considerata  unitaria come oi polloiibidem  132-

Flavio, che è dalla parte  sadducea  della colpevolezza e della necessitas di un intervento punitivo  divino -ibidem  127-12, comunque,  scrive- Ibidem133: Erode, allora, mise suo figlio in prigione ma i più non sapevano che cosa gli avesse detto Varo sul caso, né che cosa avesse detto alla partenza. I più,  tuttavia, supponevano che quanto Erode aveva fatto ad Antipatro era per suggerimento di Varo / gnoomhi  ekeinou.

Professore, che succede dopo la partenza  di Varo?

Compare una nuova prova contro Antipatro, che aggrava la sua situazione di prigioniero, quando Erode ha già inviata una lettera ad Augusto e un’ambasceria per informarlo della generica  malvagità di Antipatro,/ thn kakian. Viene intercettata una lettera di Antifilo ad Antipatro, prigioniero, che viene letta: ti ho inviato  la lettera di Acme , senza pensare al rischio della  mia vita – era in  Egitto al momento- perché tu ben sai che sarei in pericolo da parte di due famiglie. La fortuna intanto ti sia favorevole in questo affare!. Erode si mette subito alla ricerca dell’altra  lettera,  che  trova  in una toppa di una seconda tunica del latore, scoperta da un servo.

Che circolazione di lettere! professore?  Erode ha certamente uno scriptorium di eccellenza?!.

Certo Marco. Ti  preciso che lo scriptorium erodiano è in grado di scrivere grammata ed antigrapha toon epistoloon, cioè scrivere lettere di servizio a re e all’imperatore come corrispondenza ordinaria, fatta da grammateis  anche a privati cives, specie agli amici romani,  ma  ha una settore di scribae  che fa  copie Antigraphh, che  vale rescritto o memoria del difensore che, di norma,  è in archivio, in un ufficio speciale, antigrapheion, con la dicitura antigraphon (pl. antigrapha)  con specifico  significato  di copia, dopo  che è stato  archiviato lo scritto originale dall’antigrapheus, che  risulta  un sottocontrollore dell’amministrazione (dioikhsis), una specie di  revisore. Aggiungo che si conoscono molti contraffattori e falsificatori  del tipo di Diofanto, chiamati calomosphactai  da Filone cioè uomini che cambiando i termini delle copie  uccidono e fanno perdere le cause. Nelle lettere inviate, Antipatro -lo ripetiamo- fa accusare con questo sistema Archelao e Filippo, il primo figlio di Maltace samaritana e il secondo di Cleopatra gerosolomitana!

Anche la scrittura di un testamento  rientra nei compiti / munera di uno scriptorium, come quello erodiano, in cui, secondo consuetudine,  un re ha come primo beneficiario l’autokratoor e nel nostro caso Erode  lascia ad Augusto 1000 talenti cioè 10.000.000 di dracme e alla sua  domus/oikos altri 500. Un talento vale 10.000 dracme  cfr. Uno spiritoso  epigramma  in www.angelofilipponi.com

Erode, dunque, intercettata la lettera e, conosciutone il contenuto, ha il sospetto che Antipatro abbia fatto la stessa cosa con le lettere di Alessandro e che, grazie  alla sua abilità di falsificazione,  abbia ottenuto  da lui l’ordine di fare uccidere i fratelli  Guer.Giud.I 645!  Rattristato,  ha l’impulso  di far uccidere Antipatro come kukhton  fomentatore, mestatore ed orditore di gravi fatti non solo contro di lui e la sorella, ma anche  contro la famiglia imperiale, da lui contaminata col suo denaro, dato ad Acme, una giudea schiava di Livia moglie di Augusto: il figlio  l’aveva incaricata di scrivere al re una lettera per compromettere Salome ed una a lui, per conoscenza: Acme ad Antipatro. Ho scritto a tuo padre la lettera che desideravi ed ho fatto una copia  della lettera di Salome alla mia padrona, da me composta. e so che lui, appena l’avrà letta, punirà  Salome  come epiboulon/ cospiratrice contro di lui.

Erode, trovata anche la lettera  a lui destinata e lettala ( Acme al re Erode. Mi sta a cuore moltissimo che tu sia al corrente  delle cose che si stanno facendo contro di te.  Venutami, dunque, in mano  una lettera, spedita da Salome alla mia padrona, io la copiai e te la inviai. Per me questo è pericoloso ma è per il tuo bene. Questa lettera fu scritta da Salome  perché voleva sposare Silleo. Ora straccia questa lettera affinché anche io non sia in pericolo  di perdere al vita),  decide di inviare  Antipatro da Augusto per farlo partecipe delle macchinazioni ordite contro di lui.

Erode, poi,  ci ripensa,  temendo che il figlio,  con l’aiuto degli amici romani,  possa trovare una via per sfuggire  al pericolo  e lo trattiene in prigione ed invia l’ambasceria in relazione e al processo e  all’episodio di Acme.

Siccome la sua  malattia peggiora, col consenso dei medici, decide di svernare a Gerico, nei cui dintorni  ci sono  terme  famose, utilizzate anche nel periodo invernale, dato il calore dalle acque (da 40 a 60-63 gradi!), accanto ad altre freddissime,  in seguito note anche a Plinio il vecchio  -St.Nat. V,15:   Prospicit eum ab oriente Arabia Nomadum, a meridie Macherus, secunda quondam arx Iudaeae ab Hierosolymis. Eodem latere est calidus fons  medicae salubritatis  Callirhoe, aquarum gloriam ipso nomine praeferens/ Vi si affacciano ad oriente  l’Arabia dei Nomadi, a sud Macheronte, un tempo seconda fortezza di Giudea dopo Gerusalemme.  Dalla stessa parte  c’è una fonte di acqua calda e curativa, Calliroe, che col nome stesso  proclama l’eccellenza delle sue acque.

Lei pensa che Erode porti anche Antipatro a svernare con sé a Gerico, nello stesso periodo in cui invia l’ambasceria a Roma per segnalare le nuove malefatte del figlio, quando la malattia è già devastante? e di che  malattia soffre Erode? Si sa oggi ?

Non so dire quando effettivamente manda l’ambasceria, anche se ipotizzo che il re abbia urgenza di comunicare il nuovo fatto, che potrebbe segnalarlo con messaggi affidati a piccioni viaggiatori o con altri mezzi  tramite latori di lettere imbarcati su navi mercantili che fanno viaggi anche a mare chiuso! Comunque, sempre alla fine dell’anno  5 a.C. prima di partire per Gerico, per le cure termali!. Molti hanno studiato la malattia mortale di Erode ed hanno parlato di gonorrea,  ma solo alcuni medici americani sono riusciti a definirla sulla base della sintomatologia. Sembra, Marco, che Erode da tempo soffrisse  di una malattia cronica renale, curata  – Erode è amico di Augusto  valetudinario, salvato, durante una durissima malattia, in extremis dal  suo medico personale, che, poco dopo, non salva il giovane Marcello, erede al trono! – complicata negli ultimi anni da una cancrena ai genitali, che lo costringe a letto e  all’immobilità, pur rimanendo sveglio di mente, compatibilmente ad un uomo vicino alla  settantina di anni !.  A dire il vero lo studio viene fatto sulla base del prurito continuo  più significativo  per i problemi intestinali, specie se connesso alla mancanza di fiato  e alle convulsioni.

Dunque, si può dire che  Erode  secondo  i medici di università  americane, muore per una malattia cronica dei reni, complicata da una cancrena ai genitali?

Flavio afferma che, in questa condizione di salute,  Erode, avendo perso la speranza di guarire -aveva l’età di settanta anni- divenne selvaggiamente  imbestialito  e trattava tutti  in maniera incontrollata  con rabbia  e durezza, convinto di essere stato abbandonato da tutti  e che la nazione fosse lieta delle  sue sventure, specie quando alcune figure popolari gli si alzarono contro -Ibidem 148- 

Chi gli si alza contro?, professore

I farisei, già colpiti per non aver voluto giurare col popolo!.

I  farisei  predicano, in quei mesi invernali, a Gerusalemme – non si sa se ciò avviene per una qualche macchinazione di Antipatro e dei suoi amici asmonei,  concordata,  o per un debito di riconoscenza verso di lui, che ha certamente  ben meritato! –  che la malattia  del re  sia opera di Dio: anche Flavio pensa così – Ant. giud. XVII,168 e sg -, convinto che questa è la giusta punizione per la sua empietà!.

Secondo Flavio, a causa della terribile malattia/ nosooi khalephi  Guer. giud. 645-  il re si trattiene  dal punire la sorella – che fa le solite sceneggiate  di  battersi il petto, strapparsi i capelli ecc- –  per le insinuazioni, ritenute false, come le lettere di Antipatro che, alla fine, convocato per discolparsi, rimane  muto  e, pur restio a dire i nomi dei suoi complici,  rovescia infine tutta la  colpa sul solo Antifilo  (che era in Egitto, lontano!). Comunque, Erode  porta con sé il figlio, prigioniero,  a Gerico, e nomina Erode Antipa  reggente in Gerusalemme,  lasciando da parte Archelao e Filippo  Ant Giud. XVII,143.

Si conoscono i sintomi – non dissimili nelle due opere-  della malattia, che diventa sempre più acuta, pur controllata da dottori, che lo curano:  la febbre era leggera, e solo al tocco rivelava i sintomi  di una interna  infiammazione maligna;  il re aveva un bisogno assoluto di grattarsi  e non si poteva non assecondarlo;  aveva ulcerazioni  delle viscere e sofferenze intestinali particolarmente acute e suppurazioni ai piedi visibili. Soffriva di disturbi addominali  e le sue parti intime producevano vermi; avendo, inoltre, una grande difficoltà di respiro, a causa del dolore, emetteva un’ esalazione sgradevole del fiato e per l’affanno aveva una continua  e cospicua palpitazione; aveva,infine,   spasmi in  ogni parte, di una gravità insopportabile – ibidem,168/9-.Secondo Guer. giud.I,656.: aveva  una febbre non violenta, un prurito insopportabile  su tutta la pelle e continui dolori intestinali, gonfiori ai piedi come per idropisia, infiammazione all’addome, e cancrena dei genitali con formazione di vermi ed inoltre difficoltà  a respirare se non in posizione eretta  e spasmi  di tutte le membra. 

Lo scrittore aggiunge che,  anche se straziato dai dolori, nella speranza di guarire, si fidava dei medici e dei rimedi che suggerivano  e che mai ricusava. Perciò, passato il Giordano,  si bagnò nelle sorgenti calde di Calliroe, che sono anche acque potabili,  aventi  proprietà contro ogni male: sono  acque che sfociano nel lago Asfaltite (Mar Morto). Ibidem 171.

Esiste una scuola medica, anche in Iudaea, Professore? Non credo in Giudea ma altrove ci sono grandi  scuole. All’epoca sono due le maggiori n Oriente:  quella  di Pergamo che ha un grande Asclepeion, specializzato in elioterapia , thalassoterapia e in haloterapia, idroperapia,  oltre che  in cure  specifiche degli occhi, famoso nel II e III secolo d.C.,  e  quella di Alessandria, potenziata dal triumviro Antonio, a cui forse appartiene anche Antonio Musa, divenuto medico personale di Ottaviano, dopo Azio, che lo cura salvandogli la vita secondo  Cassio Dione. St.Rom.  LIII e ).Svetonio Augusto 59 ( Medico Antonio Musae, cuius opera ex ancipiti morbo conualerat, statuam aere coniato iuxta signum Aesculapi statuerunt/.Al medico Antonio Musa, che lo aveva guarito da una grave malattia, fu eretta, attraverso una sottoscrizione, una statua vicino a quella di Esculapio)

Erode, avendo rapporti con Cleopatra e con Antonio, sicuramente ha molti medici alessandrini, della famiglia Antonia!.

Sono questi medici  che fanno tentativi per curarlo come quello di immergere il suo corpo in una tinozza di olio caldo  per scaldarlo, tanto che  svenne, e  sembrava che fosse morto da far pensare al peggio agli astanti che  elevarono alte grida, prima di riaversi e di riprendersi.   Probabilmente, essendo a Gerico , ha molte di queste crisi  e in Gerico e nelle terme di  Callirhoe, durante l’invernata, prima di morire il 23 marzo del 4.a.C

E’ certa la data di morte?

No. Marco

E’ una mia personale supposizione in relazione a studi astronomici di scuole americane,  che hanno esaminato le  eclissi di luna  negli ultimi dieci anni prima della nascita di Cristo  – ce ne sono tre: una nel 5 a.C. una nel 4a.C e una nell’1 a.C.!- : sulla base di  teorie ottocentesche riprese da  E. Schuerer,  Storia del popolo giudaico al tempo di Gesù Cristo (175 a.C.-135 d.C.)   I. II , edizione rivista, Brescia 1985-87 , scartando le ipotesi e  i calcoli di W.E. Filmer, The Chronology of the Reign  of Herod Great “J.Th.S.”XVI,1966  e di altri – grosso modo ,  mi sono orientato per la datazione verso la fine del mese  come fa G. Vitucci (La guerra giudaica, Mondadori 1974) che indica genericamente la morte del re in Aprile, poco prima di  Pasqua (XVII, 213), seguendo anche le precise indicazioni astronomiche  di G. Veneziano (Eclisse di Erode, XVII Seminario d’archeoastronomia, Osservatorio Astronomico, Genova 28-29 marzo 2015), che fissa l’eclissi nella notte del 12-13 Marzo e  la Pasqua il 12 Aprile.

Grazie  per la sua spiegazione circa la data di morte del re giudaico. Callirhoe, Professore,  all’epoca,  non è famosa come poi in epoca Flavia?

E’ meno famosa, ma già conosciuta. Penso che la cura di Erode  sia stata propagandata  e le acque,  essendo curative,  diventano famose in epoca tiberiana   e risultano frequentate  dai cives,  anche per bagni all’aria aperta,  se a Madaba (30 km da Callirhoe) nel pavimento della chiesa bizantina di  S. Giorgio,  c’è una mappa col nome della località termale, comunque,  mai ritrovata  esattamente  da archeologi: più di venti anni fa,  provenendo dal Monte Nebo, su indicazioni   di  padre Michele  Piccirillo, trovai  la Gola di  Zarca  Ma’in  e  stupito, ammirai, incantato, e fotografai  un  centinaio di rivoli di acqua più o meno grandi, formanti  cascate e cascatelle di acque caldissime  di varia altezza, nella  zona termale di Hammamat Ma’im, accanto ad altre calde, fredde e freddissime,   poi  fluenti a valle, verso il Mar Morto. Sembra, se ricordo bene,  che   Ain al Zara sia a circa un chilometro e mezzo  dalla gola, dello Zarka dove si  dovrebbe trovare il  sito  dell’antica Callirhoe.

Vogliamo riprendere il discorso su Antipatro ed Erode?   Subito.  Ti faccio, comunque, riflettere:  le notizie sulla salute di Erode, dopo ore o giorni, arrivano a Gerusalemme, deformate dalle dicerie  e spesso comunicate volutamente posticipate, come la morte. E’ un fattore importante  per la comprensione del testo!.Per questo  Flavio dice   che Erode,  in questa situazione,  essendo lontano a curarsi e avendo un giovane coregnante, certamente assistito dal suo consilium,  temendo tumulti  ad opera dei farisei, per la Pasqua imminente,  convinto che essi sono favorevoli a suo figlio, di cui  controlla le sue azioni, fa donativi ai soldati,concedendo  cinquanta dracme ad ogni soldato e considerevoli somme per gli ufficiali e gli amici.   Pagare profumatamente l’esercito è  garanzia di regno per un tiranno, come Erode vecchio  che,  sottoposto ai Romani deve ostentare i simboli del potere imperiale, pur temendo  il figlio e i farisei integralisti,  che ora predicano che Dio vuole la sua morte per la sua empietà, dopo l’anathema  di uomo di menzogna!.

Flavio aggiunge che  a Gerico  fu preso  da una nera melanconia/melaina te kholh, che lo inasprì contro tutti e  decise di fare un piano tale che la nazione intera lo piangesse, convinto che nessuno  desiderasse  che vivesse e che tutti  aspettassero  con gioia la sua morte-ibidem 173-.

Lei,  professore, parla del palazzo di Gerico,  asmoneo -di  cui  ci sono ancora resti-  in cui fu ucciso Aristobulo III, il sommo sacerdote  fratello di  Mariamne?

Si.  E’ da lì che Erode, malato, depresso,  governa.  E’ lì che  dà l’ordine di rinchiudere i protoi del suo regno nell’ippodromo, che ordina che suo figlio muoia, dopo l’incidente del suo suicidio, sventato,   e  che  comanda che siano uccisi i due maestri farisei, che hanno aizzato i giovani a togliere dal  tempio l’aquila romana, da lui fatta porre come segno della divinità di Roma  e di Augusto. Sono gli ultimi tre atti della vita di Erode, ma non  si riesce a  metterli in ordine in relazione  ai fatti, difficili da datare esattamente e  perfino da disporre secondo ordine in una precisa logica funzionale, temporale.

Flavio li scrive  in questo ordine da noi  segnalato; noi,  siamo incerti  sui tempi in cui  Erode, essendo a Gerico, entra in depressione acuta e non sappiano determinare i vari momenti.

Infatti scrive della stasis farisaica ibidem 149-167 :  erano Giuda  figlio di Sarifeo e Mattia di Margaloto molto istruiti /logiootatoi, esegeti delle leggi/ecshghtai vomoon, molto cari anche al popolo/kai dhmooi prosphileis, perché educavano alla musar i giovani/dià paideian  toon neooteroon (infatti  ogni giorno tutti  passavano la giornata con loro dai quali veniva coltivata la volontà pretenziosa  della ricerca della virtù/ oshmerai gar dihmereuon autois pantes  ois prospoihsis epethdeuto

Professore, lei ha parlato molte volte di questo fatto e dei  due maestri della  Legge  in Il martire giudaico ww.angelofilipponi.com ma io ho da chiedere su questo argomento molte spiegazioni e desidero conoscere bene il suo parere sul fenomeno  dei neooteroi  farisaici, collegati con quelli alessandrini, da decenni?.

Il termine  neooteros è comparativo di neos che ha tre significati di base: nuovo; insolito; giovane opposto a palaios;  Flavio lo usa  per indicare una corrente rivoluzionaria giovanile, che tende a novità politiche per mostrare l’integralismo religioso giudaico templare, fedelissimo alla tradizione dei padri  e specie alla legge  di Mosé, come pratica di vita, insegnata da maestri  di cultura mesopotamica, Musar, prescrittivi e  legalisti, allora ben collegati con quelli, seppure scismatici di Alessandria, nonostante la differenza ideologica  politica,  essendo gli uni  antiromani e filoromani gli altri, essendo ancorati al Tempio (la sede del Dio vivente ed unico di Israel) e  tesi all’autonomia nazionalistica i primi,  al cosmopolitismo imperiale i secondi.

Bene. professore,  il termine mi fa ricordare anche  i poetae  novi a Roma come Catullo,  Cinna , Calvo ed altri. C’è qualche attinenza ?

Marco,   a Roma  si tratta di un poetica letteraria e di poeti d’amore  giovani che subiscono l’influsso di Partenio di Nicea, che è un liberto del padre di Elvio Cinna e che hanno come modello di scrittura tecnica e di erudizione Callimaco,  e che, denigrati da Cicerone-  che li definisce cantores Euforionis,   cioè uomini che lodano e celebrano Euforione di Calcide per la ricercatezza di stile – come novi  si oppongono ai veteres poetae come Ennio, con un desiderio sotteso   di cambiare con lo stile  politico anche la pratica di vita.  La novitàs è letteraria  anche se  proclama di dovere  di operare solo su temi di argumenta levia, amorosi, e di  rifiutare quelli gravia, politici!  Comunque, non si può mettere in relazione chi muore per la  patria e per la Legge e chi si ribella ad una tradizione letteraria arcaica in nome di una ricerca di perfezione metrica e di stile elaborato e tecnico,  connesso con l’erudizione  alessandrina!. Non mi sembra opportuno continuare  a  parlare di una poetica letteraria spiccatamente amorosa, mentre siamo immersi in un problema religioso -politico, in cui il termine vale soprattutto fare una rivoluzione, in una società giudaica, aramaica di lingua, intollerante della romanitas, che considera cultura  solo lo studium della Bibbia e della Legge,  in un un rifiuto netto della stessa lingua greca, corruttrice della propria  purezza.   E tanto meno ora che  sto cercando di mettere ordine nelle varie sequenze della dihghsis narrativa di Flavio, essendo giunto all’ultimo decreto erodiano contro i farisei  e poi contro i giudei che non piangono per la sua morte.

Erode, vecchio e malato, si sente  solo di fronte alla morte, ancora convinto di essere  stato un grande re,  e crede di aver diritto  ad un corale  lamento funebre.Nella sua mente svanita,  rimasta, comunque,  megalomene,  convoca come sua estrema volontà i protoi ths basileias  e li raduna  nell’ippodromo  dando  a Salome ed Alexas  l’ordine di ucciderli: il popolo, suo nemico, costretto a piangere i propri  morti,  piangerà, così,  la sua morte!

 Ho capito, Professore, e  ringrazio per la breve trattazione sui neoteroi, Mi dica ora  cosa succede  ai farisei rivoltosi: non la disturbo  nel suo  prefissato lavoro!.

Marco, non ti offendere!.  Non mi ha dato fastidio  parlarti  dei neoteroi latini! Comunque,  io seguito nel lavoro.

I  due maestri, dunque, Marco,  conosciuta la malattia di Erode, inguaribile, saputo della sua falsa morte, sollevarono la gioventù affermando che si potevano  distruggere le opere  che il re aveva edificato  contro le leggi dei padri,  ed ottenere così dalla Legge le ricompense delle loro opere. – ibidem 150-.

Essi esortano i giovani ad essere audaci perché Dio è con loro in quanto Erode è  sotto anathema  e quindi destinato a  subire  la vendetta di Dio, meritata  per le sue opere  del  tutto contrarie alla Legge.

Non ci sono cenni   ad Antipatro,  ma è sotteso che l’azione farisaica  è congiunta con quella dei  seguaci di Antipatro e Ferora e delle loro donne farisaiche idumee ed asmonee, convinti  della fine  della basileia erodiana romana  e dell’ avvento di un regno nuovo!.

I due accusano il re di aver posto sulla porta maggiore del Tempio  una grande aquila d’oro di notevole valore. -ibidem151-: per loro Erode, spergiuro e bugiardo, ha tradito la torah  con l’elevazione   del simbolo della potenza romana, come manifestazione del potere  diretto imperiale  sul tempio e come diritto alla  partecipazione agli utili  del gazophulakion/ il tesoro templare,  ben conscio di profanare tutta l’ area sacra di  Sion, dove c’è il  respiro di JHWH: nessuno può innalzare  simulacri o immagini viventi di qualsiasi creatura nel tempio di Dio! Di conseguenza, secondo Flavio-  ibidem152 –quei maestri ordinarono  di gettare giù l’aquila,  anche se, così facendo,  avrebbero messo gli altri in pericolo di morte, perché bisognava  preservare il proprio sistema di vita, tramandato dai padri a prezzo della loro vita . Era molto più vantaggioso morire che  amare la vita  in modo da guadagnare la gloria per sé, in quanto sarebbero poi stai lodati ed  avrebbero lasciato un ricordo  imperituro del loro  sacrificio  alle generazioni future.

I due dicono che questo è ora il loro destino: la morte! essa  è molto più bella e gloriosa, se corriamo dietro ai pericoli per uomini e donne, figli parenti ed amici  per una nobile causa! Il fatto sembra avvenire a mezzogiorno, di un giorno imprecisato dei primi di  marzo, quando serpeggia  tra la folla la notizia della morte di Erode. Secondo Flavio, allora, i giovani  salirono sul tetto del tempio, gettarono giù l’aquila e la frantumarono con le asce, davanti alla folla radunata di fronte al  tempio, probabilmente nell’atrio dei gentili,  gremito e da gerosolomitani e da ebrei di Iudaea, di  Galilea e Perea  e di molti csenoi   giudei ellenistici e parthici, già giunti per la festività imminente della Pasqua, come sfida a Roma e all’imperatore.

Professore, il tempio non ha  uno strategos con militari, oltre a  un tamias e ad un archiereus, che può impedire  l’azione eversiva e  la rivolta popolare?

E’ una stasis in atto con volontà di un cambiamento totale  sia contro Erode che contro i romani e probabilmente  i funzionari del tempio sono fermi perché solidali con i giovani, destinati al martirio, noti, essendo coinvolti anche loro nell’impresa, specie dopo la  (falsa) notizia della morte  di Erode.

Oltre ai funzionari del tempio c’è la guarnigione romana della torre Antonia- che è attiva forse  anche sotto Erode, il quale ha  anche un nutrito esercito di Sebasteni in Samaria, che convivono con contingenti romani specie a Cesarea Marittima-  con tutte forze che ora sono coordinate dal giovane Erode Antipa, il quale, però, può  agire, dietro  autorizzazione  del padre, che è a Gerico, e dei romani subordinati all’ epitropos  di Siria, lontano!.

Secondo Flavio,ibidem 156  l’ufficiale del  re,  al quale questo fu riferito,  pensando che ci fosse implicato  qualcosa di più serio  di quanto era stato fatto, salì con forze sufficienti  per affrontare la folla di persone  intente ad abbattere l’immagine,  quella che era stata  innalzata.

A  mio parere, Marco,  probabilmente i romani della torre Antonia con i sebasteni associati  non  si muovono perché  è proprio dello strategos il compito della salvaguardia del Tempio,  poi dei soldati regi: questa incertezza  dà  al  popolo il tempo di completare la sua azione distruttiva dell’aquiIa. L’ufficiale – forse inviato da Erode Antipa, che ha dovuto informare Erode ed avere la risposta prima di agire-   fa un intervento tardivo ma efficace! Flavio scrive:  comunque,  si gettò su di loro  diversamente da come si suole fare con la folla, in quanto considerava il gesto audace proprio di un folle capriccio e marciò contro  tutti gli astanti,  compresi i  giudei stranieri  e giovani rivoluzionari, facendo l’irruzione senza pensare ad una via di uscita.

Per Flavio- un sacerdote ma anche  militare (ricordati che fu inviato in Galilea come governatore prima dell’arrivo di Vespasiano!)-l’impresa, rischiosa ed imprudente , comunque, raggiunge l’obiettivo di sedare la rivolta e non farla  degenerare. Infatti  furono  presi non meno di 40 giovani, che avevano aspettato il suo attacco  con coraggio,  mentre il  resto della  moltitudine  fuggì… Catturò Giuda e Mattia, i due istigatori dell’impresa temeraria, i maestri che insegnavano che fuggire era azione ingloriosa.

Fatto questo, l’ufficiale porta i due dal re – cioè dal coregnante   Erode Antipa-   che chiede la ragione della  temeraria azione  ed ha  la seguente risposta:  i pensieri da noi avuti e le  imprese da noi  compiute sono proprie di una virtù eccellente umana/ met’areths andrasi prepoodestaths,  voluta da Dio,  che ha insegnato, tramite Mosè  che  obbedire alla legge è dovere sacro e venerando. Il carattere sacro e patriottico e la volontà di martirio sono  chiari in questa affermazione finale, unanime: noi sosterremo la morte  con gioia  e qualsiasi altra pena  tu vorrai infliggerci, coscienti  che la morte  non cammina con noi per qualche nostro misfatto, ma con  la nostra pia devozione -Ibidem 159-.

Erode Antipa ordina  che tutti i prigionieri siano condotti da suo padre a Gerico, legati!

Erode  li riceve e convoca gli ufficiali giudei al completo nell’anfiteatro, dove è portato con una lettiga, in quanto non si può muovere, mentre vengono condotti anche i prigionieri e i due maestri e forse anche Antipatro.

Erode ha un carattere teatrale e cerca lo spectaculum  grandioso, ama la folla  e il plauso popolare come un attore, desideroso di mostrare il meglio di sé in ogni occasione, megalomane nella sceneggiata,  desideroso  di dimostrare il suo ben regnare, da filoromano, antiasmoneo,  di fronte all’esercito  schierato e davanti ai suoi avversari politici.

Secondo Flavio – ibidem 161- il re iniziò a narrare  tutti gli sforzi compiuti a favore  di loro  e parlò  delle grandi spese, sostenute  per la costruzione del tempio, mentre gli asmonei non erano stati capaci di costruire qualcosa di così grande  per l’onore di Dio nei 125 anni  del  loro regno ed aggiunse che aveva  ornato il tempio di offerte di grande valore,  in quanto nutriva speranza  che anche, dopo morto,  avrebbe lasciato una buona memoria di sé  e un nome illustre.

E’ possibile che Erode voglia mostrare davanti al popolo, all’esercito e ai farisei,  la giustizia della sua  buona condotta,  da filoromano ed evidenziare l’ottusità farisaica antiromana, rovesciando i valori in una  condanna dell’integralismo  nazionalistico patriottico aramaico e in un’esaltazione del Cosmopolitismo romano?

Marco, qualcosa del genere sembra  che, in modo sotteso,  sia detto!

Leggiamo insieme il pensiero di Flavio,  che tiene presente che Erode si sente offeso dalla stasis dei farisei, fatta in pieno giorno, e davanti ai giudei provenienti da ogni parte del  mondo, perché ritiene che il suo nome di philhllen sia così infangato, in quanto è stata oltraggiata la sua opera, emblema del potere di Roma e di Augusto.

Professore, il sacerdote Giuseppe ben Mattatia, prigioniero ad Iotapata, divenuto civis e storico ufficiale  di Vespasiano, un traditore del giudaismo,  è forse  più vicino al pensiero di Erode che a quello farisaico, anche in Antichità Giudaiche, con tutte  le sue contraddizioni?

Marco, mi sembra che  ti avvicini al mio stesso pensiero e rilevi  una logica erodiana  di repressione del  neoterismo rivoluzionario, necessaria in quel momento, come forse vede lo storico nel suo tempo.

infatti Flavio dice:  essi (popolo ed esercito) temendo  la sua crudeltà,  paurosi che la sua collera si inasprisse  contro le loro persone  e li punisse, protestarono  che queste azioni erano avvenute senza la loro approvazione  e ritenevano che gli esecutori non dovevano rimanere impuniti – Ibidem 164-.Flavio informa che Erode, contento che gli sono favorevoli i militari  ( e il popolo), depone il sommo sacerdote  Mattia dal suo ufficio sacerdotale per non aver impedito l’azione  sacrilega dei farisei, ritenendolo corresponsabile dell’accaduto   lo  sostituisce con Iozar, fratello della moglie, dopo aver preso un duro provvedimento verso l’altro Mattia quello che sollevò la sedizione.

 Secondo Antichità giudaiche, ibidem 167:  lo bruciò vivo insieme ad alcuni suoi seguaci  e la stessa notte ci fu un eclissi di luna / H selhnh de thi authi nukti ecselipen 

Flavio, in Guerra giudaica -ibidem 655 – invece,  mostra i giovani intrepidi che rispondono di avere fatto ciò per ordine della Legge  (e non di persone), accusati dal re come sacrileghi ed empi  e puniti  col consenso del  popolo, che teme  un allargamento dell’inquisizione, senza accennare all’eclissi di luna. Infatti  si legge: quelli che si erano calati giù con le corde  li fece bruciare vivi  insieme coi dottori e consegnò gli altri arrestati  agli addetti all’esecuzione.

Ha importanza il dato dell’eclissi di luna?

Per me, storico, che sono alla ricerca di una datazione certa sulla morte di Erode, per molte ragioni diventa basilare, come la cometa per la nascita di Gesù, di qualche anno prima: tre dati certi  (eclissi  12-13 marzo, morte di Antipatro 18 marzo e Pasqua 12 Aprile) mi permettono di fare una indubbia  argomentazione sul problema, autorizzandomi a  giostrare su vari campi.

Allora possiamo procedere per comprendere  come Erode arrivi alla condanna a morte del figlio?

Marco, sembra che  ad Erode  giunga il 18 marzo la notizia di una lettera di Augusto,  che lo avverte di aver punito Acme  per aver aiutato Antipatro nelle sue azioni criminali e che gli concede ampia libertà di azione sul figlio: a sua discrezione il re può agire con potestas regia e paterna contro Antipatro e può, a suo arbitrio, esiliarlo o ucciderlo.

Alla notizia Erode si rallegra  e sembra tirarsi su dalla depressione..

Da Antichità Giudaiche -ibidem  184-  si sa  che è servito regolarmente dalla servitù, che, vedendolo non agitato, nonostante il riacutizzarsi dei dolori addominali,  accondiscende a dare il coltello per il taglio della mela consueta, a pezzettini,  Allora Erode, quando ebbe il coltello, si guardò intorno con l’intenzione di uccidersi  e l’avrebbe fatto  se il cugino Achiab non gli avesse trattenuto la mano destra. Achiab elevò un grido, il cui suono di lamento riempi il palazzo e ci fu una costernazione grande, come se il re fosse morto!-ibidem-

Professore, lei ritiene importante anche questo fatto, avendo ragioni  solo per una definizione temporale ma anche, date le discrepanze e le contraddizioni testuali, per la precisazione dei fatti  e della loro durata.

Certo. I farisei possono aver compiuto il gesto  provocatorio dell’abbattimento dell’aquila  in pieno giorno suscitando la   stasis/rivolta  in armonia col loro pensiero politico  e socio-religioso, antiromano – come vendetta  della  precedente strage fatta da Erode  e  del  pagamento pecuniario  con l’aiuto della famiglia di Ferora  (e di Antipatro!? ) antierodiano ed  antiromano, subito dopo  qualche giorno  della  partenza di Erode per Gerico col figlio prigioniero -( almeno una decina di giorni  prima della notte 12-13 Marzo, data  dell’eclissi di luna del 4 a.C. per gli istituti americani astronomici).

I  Farisei,  professore, dopo la notizia  dell’imprigionamento  di Antipatro   e del suo trasferimento a Gerico potrebbero aver iniziato le riunioni coi giovani neoteropoioi  e stasipoioi  e le contestazioni  davanti al tempio, come prove, anche  in presenza dei militari di servizio, prima di  fare l’impresa antiromana?.

Marco, a questo  ovvio ragionamento aggiungo che l’ambasceria erodiana possa aver fatto un rapido viaggio e anche il corriere possa essere  stato veloce. Si è nella norma di una mesata circa.  Si sa che si può  arrivare a Roma  con nave in una ventina di giorni e che un tabellarius, informato tramite specchi e segnali di fumo, può percorrere  con meno giorni  la stessa distanza, magari, partendo dall’Acaia.  Non si sbaglia di molto se pensiamo che la  stasis  avvenga ai primi di  marzo, calcolando i tempi della partenza dell’ambasceria  da  Cesarea  prima della metà di Febbraio  e del ritorno di un corriere ( o di un piccione!) con le risposte di Augusto. 

 Bene professore. Quindi, il suicidio, non riuscito,  si potrebbe datare il giorno 18 marzo, qualche giorno dopo la  sfilata dei prigionieri davanti al popolo e all’esercito  nell’anfiteatro di Gerico, avvenuta dopo  l’abbattimento dell’aquila,   la cattura  dei stasipoioi e il loro trasporto da Gerusalemme a Gerico  per comparire davanti al re!

Ma cosa fa Antipatro, per essere condannato a morte, quando è ancora prigioniero?

Antipatro,  informatosi dell’ accaduto, probabilmente gioisce per la morte del padre  e crede giunto il giorno sospirato dell’inizio del suo regno! si lascia prendere dall’euforia e dall’entusiasmo  e comincia  a parlare da re!

Il figlio è  incauto a volere assumere il potere nel palazzo, nonostante la consapevolezza della fedeltà delle guardie del corpo del padre, ben pagate, non facili ad essere  comprate con promesse di futuri doni!.

Flavio –Ibidem 153-54 – scrive:  Antipatro, credendo che la vita di suo padre era realmente alla fine, cominciò ad assumere un tono e un  fare imperioso come se fosse sicuro e libero  da qualsiasi legame  e potesse prendere il trono, senza contrasto: prese  a trattare  la questione della sua liberazione, promettendo ricche ricompense  per il presente e per il futuro come se per lui ormai fosse giunto il tempo della successione.

Antipatro, forse riesce a corrompere qualche guardia  e  si comporta come diadokos, ma il carceriere secondo Flavio. non solo rifiutò di assecondare Antipatro, ma manifestò le sue intenzioni al re, aggiungendo   molti particolari di sua iniziativa.

Secondo Flavio- ibidem 187-   Saputo questo,  il re gridò, picchiò la testa sebbene fosse sul punto di morte,  si alzò sulle braccia,  chiamò una delle guardie del corpo e gli ordinò di andare senza indugio ad uccidere Antipatro e, subito, a seppellirlo in Hircania, senza alcuna cerimonia!.

Possibile che un semplice carceriere, anche se ben pagato  non accetti  le condizioni di un uomo come Antipatro?

Il carceriere  è lo stesso  Achiab, cugino del re (forse nipote!)  un militare familiare, o hgemoon  ( Guerra Giudaica, I,663) un uomo di massima fiducia e confidenza, il comandante delle  guardie  del corpo, fedelissimo ad Erode  e ai romani, come poi dimostra in seguito, anche con Archelao: lui, salvando il re,  ed aizzandolo in quel particolare momento è persona certamente ostile al figlio di Doris, di cui  determina la morte. Peccato che non si conoscano le ragioni di una feroce  avversione  tra i due!: sarebbe bastato poco per favorire  Antipatro, risultando ormai spacciato Erode! Penso, Marco, a Tiberio in fine di vita,  sempre collassato, capace, comunque,  di riaprire per qualche istante gli occhi e di comandare, nel marzo del 37 d.C.alla presenza di Macrone e di Gaio Cesare Caligola!Il capo pretoriano abbandona il sole che tramonta e sceglie il sole che sorge!

Caligola è fortunato,  Antipatro no!

La notizia della  morte di Antipatro  e del trasporto della salma ad Hircania-  Kirbet Mird, ad oriente di Gerusalemme, confonde gli animi di cortigiani di Gerusalemme, in attesa della morte di Erode, e  si propaga  davanti al tempio, dove ancora qualche maestro arringa le folle per prepararsi coi propri discepoli  ad una nuova stasis contro Erode nel periodo pasquale,.

Non solo i farisei ma anche altri, asmonei  e popolo , per commemorare il loro protettore Antipatro e vendicare  Giuda e Mattia,  si agitano davanti al tempio!.

Dunque, professore  dopo la morte di Antipatro, essendo già vicina la Pasqua,  Erode,  avendo meditato  una sua personale vendetta contro il  popolo infedele,  avendo già convocato con un decreto ogni capofamiglia della nazione giudaica del suo regno,  li fa radunare dal suo esercito, in attesa delle sue estreme volontà,  nell’ippodromo di Gerico? .

Si. E’ questo l’ultimo atto ufficiale/prostagma , dopo quello del cambio di testamento (modificò di nuovo il suo testamento nominando successore Archelao, il più grande dei figli,  che era fratello di Antipa  che nominò tetrarca-Ibidem  66-. E’  l’epilogo,il suggello  della  sua senile  mente malata e megalomene!

Prima di leggere insieme Flavio –  Antic.Giud. XVII 174-181, devo dirti che  per la realizzazione del  piano, ha bisogno della collaborazione di Salome  e di Alexas, chiamati a Gerico per comunicare che tra breve  sarebbe morto poiché le pene e il dolore lo affliggevano in ogni parte del corpo.

Leggiamo attentamente : i giudei si recarono da lui da ogni parte  del regno perché era stata convocata la nazione intera/pantos tou ethnous  e tutti avevano obbedito a questo ordine poiché altrimenti sarebbero stati uccisi in caso di inadempienza del decreto scritto; il re, furioso in egual modo con tutti, innocenti e colpevoli, li fece rinchiudere tutti nell’ippodromo -ibidem 174-

Probabilmente ha già convinto la coppia malefica (la sorella e il figlio di Alexas- il nemico di Ottaviano, ucciso  da lui, omonimo-) ad adottare quel piano folle, con pianti e promesse, a fargli un funerale quale non ebbe mai nessun re. (vi sarebbe stato cordoglio  per tutta la nazione, corrispondente al lamento che veramente si sprigionava dall’animo e dal cuore, non una presa in giro, non un contegno irriverente verso di lui!) ibidem 177.

Erode, in lacrime, li  aveva implorati di agire secondo le sue disposizioni, si appellava  all’amore della famiglia  e alla  fede in Dio. Ed essi  si presero l’incarico di non lasciarlo privo di onore e promisero di non lasciare inattesi i suoi voleri. ibidem 179 

Per lui era penoso andarsene  senza lamentazioni  e compianto degni della morte di un re! 175

E’ un ordine di uno che delira, moribondo!

Seguitiamo a leggere: quando si sarebbero accorti  del suo ultimo respiro, avrebbero dovuto far circondare l’ippodromo di soldati, ignari della sua morte (infatti  non si doveva rendere pubblica prima di ordinare di abbattere  tutti quelli che vi erano dentro); se così avessero fatto,  lui sarebbe stato felice per due motivi, uno  che le sue istruzioni erano state eseguite, l’altro  che era stato onorato in punto di morte con un cordoglio pubblico!

Un progetto folle,  fatto da chi non ha avuto un corso di vita naturale ed umano, ma è stato un superuomo, sovrumano, anche se dice che la morte è in se sopportabile e sperimentabile  da tutti, anche da re, una livellatrice inesorabile !

Professore, fa un commento Flavio,  come sacerdote come asmoneo e come militare?

Ecco il suo commento finale. A te il  giudizio!

Questa conclusione è inevitabile se,  al momento di lasciare questo mondo, si prese cura / eikhen pronoian/ di abbandonare la nazione tutta intera ,  in uno stato di completo cordoglio per la perdita dei propri cari, dando l’ordine di eliminare un membro per ogni famiglia, che pur non aveva fatto alcun male, né recato alcuna offesa, né  era accusato di nessun crimine! In un istante come quello della morte, anche l’uomo che non ha alcun amore per la virtù, dimentica ogni odio anche per quelli, che  sono davvero nemici.

Erode! Una bestiaccia! anche per Flavio!  professore.

Flavio in Antichità giudaiche, -ibidem 192 -chiudendo, scrive: fu uomo egualmente crudele verso tutti, facile all’ira,  incurante della giustizia., favorito dalla fortuna  più di ogni altro uomo: da privato divenne re  passando per ogni sorta di pericoli, superandoli tutti e visse fino ad età avanzata.

Anche se  Flavio lo considera fortunato eutukhs come  soggetto politico e come re cliente di  Cassio,  di Antonio ed infine di Ottaviano, come vir favorito dai romani tanto da diventare il terzo  uomo dell’imperium dopo Augusto e Marco Agrippa, osannato dai greci e dagli ellenisti come presidente dei giochi olimpici da lui ripristinati, celebrato per le sue costruzioni  monumentali e specialmente per la ristrutturazione di tutta l’area templare e del tempio stesso- una opera magnifica-  lo giudica  atukestaton  in famiglia (Guerra Giud, 666),  panu dustukhhs,(Ant.Giud. XVII,192)  in quanto non pianto, né compianto dalla famiglia ed esecrato dall’intera nazione, che lo valuta secondo il pensiero morale farisaico: uomo di menzogna, contrario alla virtù e alla Legge, filoromano corrotto dalla Romanitas  anche nei costumi, non certamente  giudeo, ma solo  mezzo idumeo e nabateo!

Professore, non mi ha detto, però,  se Salome ed Alexas mantengono la promessa ad Erode morente?

No. Non la mantengono. Non hanno il coraggio di eseguire la volontà del re! La strage avrebbe avuto ripercussioni  pericolose a Roma e a Gerusalemme dove la stasis già è pronta per la Pasqua.

I due neanche la morte di  Erode manifestano al popolo e si presentano all’ippodromo  dicendo che il re ha deciso di liberare i prigionieri e di rimandarli  a casa, poi convocano un’assemblea/ecclesia  con alcuni popolari  e coi capi dell’esercito nell’anfiteatro di Gerico.

Qui, data la notizia ufficiale della  morte del re, secondo Flavio Guerra giud.I,667, Tolomeo – al quale era stato affidato l’anello col sigillo – glorificò il re, rivolse un’esortazione al popolo e lesse la lettera  lasciata da Erode  in cui  invitava insistentemente alla fedeltà verso il successore. Dopo la lettera  aprì e lesse i codicilli,  in cui Filippo era nominato tetrarca  della Traconitide  e delle terre confinanti, Antipa tetrarca di Galilea e Perea  ed Archelao re.

Bene. Grazie. Professore.

Possiamo  per  una valutazione generale di Erode mantenere il giudizio da lei dato anni fa, in Erode il Grande filelleno, www.angelofilipponi.com?

Marco, penso che, dopo aver scritto Antipatro, padre di Erode, Erode basileus, Alessandra la suocera di Erode, Archelao  figlio di Erode, il falso Alessandro ed Augusto, Antipatro e i figli innocenti di Mariamne e La morte degli “innocenti” ed il “regno” Antipatro, posso mantenere lo stesso giudizio su Erode, un mezzo idumeo-nabateo, civis ioulios ben integrato nel kosmos romano-ellenistico, un uomo katholikos, un grande re e abile statista a lungo, distrutto alla fine dalla famiglia, dalla malattia e dalla vecchiaia, un  militare celebrato dai giovani  giudei ellenisti, un  dioikeths,   methorios e liberale, un amante di Roma, dell’imperium,  della paideia romano-ellenistica, un magnifico costruttore, capace di rivaleggiare con Marco Agrippa e con Augusto- che hanno mezzi infinitamente superiori-    grazie alle tecniche dei qainiti giudaici.

 

 

 

 

 

 

Bibliografia

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Una rilettura di Considerazioni dell’opera di Benedetto XVI

Viventes ad amandum, ad utendum res sunt; nos, contra, viventibus utimur, amamus res!

I viventi esistono per essere amati, le cose per essere utilizzate; noi, invece,  ci serviamo dei  viventi  ed amiamo le cose!.

 

Perché non rileggere quanto scritto da Angelo Filipponi in Considerazioni sul Gesù di Nazareth di papa Benedetto XVI?

Potrebbe venire fuori un nuovo logos, storico, umano, espressione concreta, paradigmatica, di una metodologia  anthropica,  opposta a quella utilitaristica mitica,  di una tradizione ebraico- cristiana elitaria!

E’ un modo nuovo di ragionare con un nuovo sistema di misura in relazione ad una  nuova concezione di uomo, di creatura, vivente, in modo paritario, il suo destino, là dove la sorte lo pone  in mezzo ad altri esseri animati ed inanimati, con  cui stabilisce proficui reciproci rapporti di convivenza, secondo criteri integrativi naturali e razionali prima, religiosi, poi!

Per me, professore, come per i miei amici e compagni di classe, il suo pensiero risulta una nuova logica,  che mi ha orientato nel corso della vita, come dice Giovanni in Caro  professore www.angelofilipponi,com che parla di cambiamento di vita.

Marco, non so  se è proprio così !I mio pensiero solo forse per alcuni è utile, mentre per altri non è servito a niente! Non è detto che ciò che giova a te, come medicina, sia utile ad un altro, a cui potrebbe essere veleno; c’è una immensa varietà  nella galassia altro! Siamo tutti uomini eguali ma differenti per genetica, che ci differenziamo anche per educazione iniziale, conforme al contesto, e per sorte, avendo diversa libertà naturale e socio-economica, in relazione alle opportunità ambientali. A me risulta solo  un lavoro serio di un cristiano occidentale, di cultura romano-ellenistica, umanistico-rinascimentale,illuministico e positivista, laico,  che ricerca la Storia  e la fa,  anche sulla figura di Gesù Christos, studiata e dimostrata come  persona umana mitica, poi divenuta teologica, romana,  clericale guida assoluta egemonica, propria di un theos vivente, eterno nomos empsuchos, non certamente fraterna  creatura vivente!. Per me  come ho  già scritto in Gesù, l’ebreo di Galilea vivere  è stato lavorare  e fisicamente e  spiritualmente distaccandomi dagli altri, per capire qualcosa e poi orientare gli altri, senza imposizione, lasciando libero  ognuno  nel fare  il proprio iter  secondo  natura e ragione.

Io, professore,  ho trascritto  quanto lei ha detto in  Gesù l’ebreo di Galilea: Non ho avuto mai, se non da ragazzo, come interlocutore un tuttologo:  amo fare,  parlo poco e solo se è necessario. Non ho voluto ciarlatani accanto, preferendo lavorare con operai e sudare con loro in operazioni costruttive. Per tutta la vita ho scelto uomini che lavorano e che studiano,  scienziati, ricercatori, tecnici ed  operai con cui parlare concretamente di problemi veri per fare una reale situazione e cercare una soluzione. Comunicare per me è  fare un dono scambievole di qualcosa ad uno, paritario, e perciò dire è funzionale a qualcosa, per  manifestare concretamente il proprio pensiero e confrontarlo con quello altrui, così da trovare un modo per conciliare ed arrivare ad una soluzione concreta. In caso di incapacità realizzativa da entrambi le parti, si riconosce il proprio  limite e si ride  insieme delle proprie idiozie e della propria debolezza, constatata in situazione reale. Se non si ha forza di operare insieme, costruttivamente, non  servendo la tautologia, è preferibile fare lo scemo, presentando una faccia da ebete ed andare per la propria strada. Per anni, perciò, avendo distinto illuministicamente  tra dire e parlare ed  avendo  pensato che è meglio stare zitti, anche se tutti vogliono parlare, ho taciuto lavorando da solo e come studioso e come artigiano, alternando  le attività nel corso della giornata. Siccome non è stato  sufficiente il silenzio, sono stato costretto ad  operare scrivendo  e  a mostrare  il frutto concreto come risultanza operativa in modo paradigmatico (Cfr. L’altra lingua,l’altra storia, Demian 1995). Comunque, in casi estremi, nel corso di 45 anni di  ricerca,  è stato  necessario tenersi lontano dagli altri,  ritirarsi in meditazione, in solitudine, in un lavoro costruttivo di manovalanza. Il silenzio allora può diventare, nell’assurdità del parlare altrui, specie politico e sacerdotale,  un discorso eloquente  e razionale, un esempio operativo eclatante, un metodo.  Comunque, sono sempre fuggito da chi crede di sapere ogni cosa e pensa di poter arrivare razionalmente a soluzioni e a chiudere dogmaticamente, in un netto rifiuto della predica. Non ho, dunque, seguito le persone che sanno ogni cosa e che creano percorsi o vie,  convinti di avere conoscenze, di saper dire la parola definitiva o di poter parlare di tutto a tutti e di fare, caso mai, spettacolo. La parola di Gesù mi ha sempre affascinato, fin da bambino e perciò ben presto ho cercato i logia del signore  in aramaico, ma ho amato anche quelli greci, anche se tradotti, più di quelli latini, data l’equivocità della romanitas christiana

Lei, professore, perciò, dopo avere rilevato l’assenza della Historia in Considerazioni sul Gesù di Nazareth di papa Benedetto XVI e  in Storia o teologia, evidenzia  ora la necessitas di dover formare l’uomo, solo su un piano umano e non teologico al fine di creare  un anthropos in senso naturale e razionale in modo da orientarlo ad esistere come  essere,  eguale ad ogni altra creatura,  senza privilegi, nel pianeta Terra, un piccolo kosmos  del sistema solare, un pulviscolo nei confronti delle Galassie astrali! Per me è  giusto che  lei  affermi  che in una società democratica e cristiana formare un altro significhi educarlo ad essere uomo prima,  e poi ad essere cristiano e che il tempo di formazione umana deve precedere quello di formazione religiosa (buddista , cristiana, islamica ecc): io anzi  ritengo vero  che le nostre turbe, le nostre  fobie, i  nostri  squilibri  e stati ansiosi  derivino da una educazione sincretistica  in cui si fonde storia con Muthos,  muthos con storia,  il sistema uomo con quello cristiano ed infine mi sembra che lei, laico, pur nel massimo rispetto della  funzione universale papale  a papa Benedetto XVI, umilmente, avrebbe voluto dire, negli anni del  suo pontificato, che ritrovare Gesù ebreo di Galilea  significa ritrovare l’uomo  al di là della religione, capace davvero di essere divino nel  fare quanto dice, nel realizzare conformemente  quanto pensa ( cfr. Idea di un Jesus of culture www.angelofilipponi.com) in un contesto geografico non più romano-ellenistico,  ma universale, non più  secondo una metretica platonico- aristotelica, ma  secondo canoni  scientifico-astrofisici nuovi, dove neanche è pensabile la figura di un  Unico Redentore universale! Ed ora credo che lei a lui, emerito papa Ratzinger, non al suo successore, indifferente ai problemi religiosi, spirituali, totalmente immerso nell’apparato finanziario economico temporale, e in quello socio-politico, avrebbe voluto  mostrare, per un altro orientamento, le risultanze di una ricerca  storica, non certamente conclusa, sicuramente piena di errori, ma  ben ancorata nella Storia Giudaica,  giudaico-romana, romano-ellenistica, umanistico-rinascimentale, secondo nuovi orizzonti naturali ed astrofisici,  in un’etica più ampia ed universalistica, veramente antropica!.

Grazie, Marco. Forse vai oltre il mio stesso pensiero! Comunque, insieme rileggiamo Le considerazioni e Storia o teologia!

Antipatro e gli innocenti figli di Mariamne

 

Niente è facile,  specie se bisogna fare! Ogni impresa, anche la più elementare, risulta difficilissima!

 

Professore, perché non mi parla della tragedia dei due figli innocenti di Mariamne, fatti strangolare dal padre? Noi cristiani parliamo  di una strage degli innocenti, mai avvenuta, e non conosciamo la morte di Alessandro e di Aristobulo, avvenuta dopo processi, documentati, in tribunale, a seguito di accuse e calunnie,  dopo reali verdetti? Vorrei tanto dire qualcosa di preciso, di storico, sulla vicenda di  Erode e dei suoi figli, ancora oggi avvolta nel Muthos!

Marco, te ne parlo sulla base della mia ricerca sugli Erodiani,  a seguito della revisione della traduzione del XVI libro di Antichità giudaiche. La tua domanda, però, è polemica nei confronti dei cristiani  e della loro credulità mitica, basata su  invenzioni, di corredo, alla nascita di Gesù – il 25 dicembre  dell’anno domini   0 , inesistente, posto tra il 1 a.C e il 1 d.C  – inteso come ab incarnatione  domini Iesu Christi – a Betlemme, in un  presepe secondo  Luca 2.1-20, dopo un editto di Augusto, tra canti di angeli e  in mezzo a pastori che adorano il neonato bambino,  il quale, secondo Matteo 2.1-23 , appena nato, è venerato ed adorato da re Magi, venuti dall’Oriente, che seguono una stella e che non tornano da Erode, impaurito dalla notizia della nascita del divino fanciullo! Tu,  Marco, neanche prendi in seria considerazione l’annunciazione di un angelo alla vergine Maria, il suo parto divino, la fuga col marito in Egitto  e nemmeno la tradizione del presepe di  Francesco di Assisi appena  tornato dalla Terrasanta.

Professore, lei mi vuol dire che gli Eventi evangelici sono tutti mitici perché Erode è morto secondo la nostra tradizione, ancorata alla datazione, errata di 4 anni,  di Dionigi il Piccolo,  prima della  nascita di Cristo, il 4 a.C. !?

Io, Marco,  faccio un discorso storico e  mi baso sulla datazione classica cesariana o greco-ellenistica  dalla prima olimpiade 777/776 a.C. , mentre il monaco Dionigi nel 525 d.C. calcolò una datazione non più  ab Urbe condita cesariana, ma neppure quella,  vigente alla sua epoca,  iniziante  dal primo anno dell’impero di Diocleziano (284 d.C.) senza l’anno zero, quell’anno compreso tra  l’1 a.C e l’1 d.C.-poiché non si conosceva la numerazione araba-.

Posso dire, professore, che il re giudaico, quindi, non può sapere niente  di Cristo e tanto meno decretare di uccidere  i bambini neonati!?

Certo!.Marco. Anche  tu hai una tua visione storica e non accetti più le favole cristiane: ti sei scristianizzato, dentro, e non vivi più il clima del dolce Natale,  ma ancora ci sono uomini e donne che  cristianamente vanno alla messa di Mezzanotte  ed aspettano coi figli la nascita del Bambino Gesù. Cfr.  Ambrogio e la celebrazione del Natale www.angelofilipponi.com

Ora, Marco, per me è difficile parlare storicamente. Ho quasi timore a dire che il mio compito è arduo in un clima sacro religioso come quello natalizio, attuale, in cui  tutti sono buoni, si chiamano fratelli, si  fanno regali, aprono le case a parenti ed amici, come celebrazione di una festa, in memoria di un Gesù nato, e  del  mistero  dell‘incarnazione di un Dio, venuto in terra dal cielo per redimere l’uomo dal peccato originale di Adamo! Tutto è spettacolo e commercio, in una mistione di sacro e profano piacevole! Mi sembra di essere sacrilego  a raccontarti  una qualche porzione di verità (se è Verità!) storica, nel contesto giudaico di una corte, come quella di Erode il Grande, dove si scontrano due famiglie, quella asmonea e quella idumea, con due diverse ideologie  e si affrontano per la successione ad un re vecchio, malato, rimbecillito,  quasi abbandonato dai romani, manovrato dal figlio maggiore, contro i figli di Mariamne asmonea.

Fare la storia di circa  un decennio(13-4 a.C.)  non  è facile, data l’unicità di fonte, di un autore, ambiguo per la doppia formazione, sadducea e farisaica,  scrittore di due diverse opere, pubblicate in due differenti momenti, da cui si rileva che la storia è storia di uomini e che la storia dei figli di Mariamme, veramente tragica, segna il tramonto del regno  di Erode il Grande nel kosmos imperiale romano.

So bene che al cristiano interessa solo la favola della nascita del bambino  Gesù, ormai accettata come fatto reale, e non il mio discorso che risulta un vuoto parlare! comunque, iniziamo a fare storia, a far luce su un periodo poco chiaro.

Per trattare dei figli di Mariamne, della  loro nobiltà ed innocenza, protagonisti della  narrazione,  devo necessariamente trattare dell’antagonista principale, che non è Erode, ma suo figlio maggiore Antipatro, dal momento in cui rientra nella sua famiglia dopo l’esilio, inflitto,  a lui bambino e alla madre, dal padre,  che  ha dieci mogli e 15 figli, che vive in un Palazzo a Gerusalemme  con la sua corte, circondato da adulatori e da spie romane, prigioniero, nonostante la formale regalità!.

Secondo il mio  consueto lavoro,  devo, perciò,  fare il contesto con la situazione  iniziale  e  precisare la  data probabile nell’inverno del  13/12 a.C. citando l’autore, che ha  già mostrato lo stato di animo di Erode e il clima  fosco della corte erodiana negli ultimi anni del re  Cfr.  Archelao, figlio di Erode e  Il falso Alessandro ed Augusto, www.angelofilipponi.com

Flavio (Ant.Giud., XVI,78) scrive: essendo l’animo di Erode infelice e sconvolto,  nel tentativo di frenare i due giovani figli, Alessandro ed Aristobulo, fece venire presso di sé l’altro figlio, di nome Antipatro, che gli era nato, quando era  privato cittadino e decise di onorarlo.

Professore, si tratta di Antipatro, nato da Doris,  moglie/neanis tredicenne, nel 47 a.C, allontanato dal padre, con la madre poco prima del 40 a.C, quando Erode,  in fuga, conduce la famiglia a Masada?

Si. Marco.  Cfr. Guer. Giudaica I,22.1. Forse, allora, lascia Antipatro  probabilmente  in Idumea, quando provvede alla salvezza  della promessa sposa Mariamne e della madre Alessandra, e  di sua madre Cipro, incalzato dai Parthi. Non si sa niente del suo sacrificio di abbandonare moglie e figlio di sei/sette anni  in Idumea, suo feudo, comunque, familiare!.Allora è preminente la giovanile ambizione di impalmare l’asmonea  Mariamne – di cui è pazzamente innamorato- che gli avrebbe potuto  dare una qualche remota possibilità di regno in Giudea!.

Allora, Erode bandì/’εφýγαδεúσεν  da Gerusalemme, per di più occupata dai Parthi, per amore di Mariamne, moglie e figlio concedendo loro il  ritorno soltanto nel periodo  delle feste- Guer. Giud, I,22.1.433-. Per la moglie, non ancora ventenne, e per il figlio, νηπιōς, l’abbandono  è più di un tradimento!

Per Antipatro sono anni lunghi, di attesa, di rabbia, nei confronti del padre, odioso ancora di più, per il  feroce rancore con cui lo educa la madre,  offesa nella sua femminilità e nel suo onore, a causa del ripudio!

L’ insperata chiamata del padre non placa, dopo oltre un venticinquennio, né cancella  i tanti patimenti subiti e, tanto meno, l’odio!  Comunque, Erode comincia  subito a  mostrargli la sua preferenza,  concedendo ogni sorta di onori, appena il figlio  Antipatro si presenta  a corte.

In un crescendo di onori, in un paio di anni  Erode lo rende simile a sé;  tuttavia, Antipatromalato della  sindrome rancorosa del beneficato,  verso il padre euergeths/benefattore,  non vede i favori  né apprezza gli onori  perché cova  odio profondo per il precedente abbandono e non sente il dovere  della gratitudine, come riconoscimento di quanto fatto al momento per lui, ma, in cuor suo, rileva quanto fatto per gli altri, in un giudizio negativo dell’azione paterna e in una  condanna, nonostante il formale  omaggio!

La  notizia di Antichità giudaica è anche in Guerra Giudaica, I,23.1. 448.

La scelta di fare venire Antipatro  come epiteichisma tois uiois/ propria difesa contro i figli  a  corte (ibidem)   è  degli anni 13/12 a.C, quando l’uomo ha quasi 35 anni: non sarà un bene per Erode, che diventa vittima del figlio (ibidem 79), ma  lo fa, desiderando soltanto  umiliare l’arroganza nobiliare dei figli di Mariamne asmonea, per meglio educarli al trono!.

Al padre, re,  poco interessa il pensiero del figlio primogenito, vissuto da privato in Idumea e in Nabatea,  formatosi nella dura lotta quotidiana per campare in mezzo ad altri popolani, aramaici, filoparthici, scarsamente religiosi, ebrei  a metà, ancora veneranti il Padre e   profeta Kosè/Koze, creduto Dio ( cfr. Ant giud, XV,253)! 

Al re interessa far cessare la temerarietà dei figli di Mariamne costretti a vedere di fatto  che non soltanto a loro  e, non per necessità, spettava il regno! (ibidem).

Erode crede  che, mettendo a loro fianco un uguale  per dignità, maggiore di molti anni per età (12 con Alessandro e 15 con Aristobulo) possa calmare la velleità  nobiliare dei due giovani, adolescenti, eredi asmonei e, al momento opportuno,  possa trovare  un’occasione per trattare il problema della successione: minimamente si consulta col figlio Antipatro, uno sconosciuto per lui ed un intruso popolano per i fratellastri, nobili!

I due figli asmonei ritengono insopportabile il cambiamento  /aphorhtos h metabolh perché vedono salire, nel loro orgoglio di nobili, più in alto il figlio di una donna  di oscuri natali (ibidem),  richiamata anche lei dall’esilio, su consiglio del  figlio, subito accontentato nella richiesta. I due, non sapendo contenere lo sdegno, lo manifestano, data la loro parrhsia,/libertà di parola, ed aumentano la loro ostilità verso il padre;  Antipatro, invece,  si concilia le simpatie  di tutti anche per le sue qualità di scaltrezza e di opportunismo, proprio degli antipatridi.

Professore, gli antipatridi  sono numerosi a corte ed hanno molto potere ed ora si  rafforzano col  nuovo venuto: le loro accuse contro i due figli  asmonei già circolavano: ambedue tramavano contro Erode; ed Alessandro, genero di Archelao di Cappadocia, si preparava  a  fuggire presso il suocero per andare ad accusarlo davanti a Cesare! Il fratello Ferora e la sorella Salome sono parenti infidi che tramano contro il re secondo Guerra Giudaica e secondo Antichità giudaiche, facendo una politica personale, a proprio interesse, non a favore del fratello e tanto meno del popolo!.

Certo, ora, gli avversari sono più forti perché  Antipatro è uomo  molto scaltro e gioca bene ogni sua carta, si sa coprire,  avendo l’animo di un servo ambizioso, viscido, velenoso per i tanti pathemata sofferti con la madre in Idumea e in Nabatea!. Mi pare che anche M. Pani (Roma e i re di Oriente da Augusto a Tiberio, Bari 1972,pp 114-115) sia arrivato alle mie stesse conclusioni, che cioè Ferora, Salome ed Antipatro sono perfidi protagonisti di una storia tragica in cui il carnefice appare il solo Erode, ma in effetti tutta la famiglia idumea  è rea di mali! 

Flavio, infatti, scrive: (Antipatro) essendo molto abile ad adulare il padre ed intessendo varie calunnie contro i fratellastri, insinuava alcune lui stesso, altre le faceva diffondere dai suoi amici e giunse a tal punto di far perdere ogni speranza di successione a loro (ibidem,450). Insomma  secondo Flavio, Antipatro risulta subito nel testamento (diathhkhe) ed in ogni manifestazione pubblica /phaneroos lui stesso autos già successore /hdh  diadokos –ibidem-. Anzi è inviato a Roma  in ambasceria a Cesare  con gli ornamenti e con le insegne, tranne il diadema (Guer. Giud., I,451).

Il successo maggiore, comunque,  Antipatro lo ottiene col fare  infilare la madre nel talamo di Mariamne/eisagagein epi thn Mariamnhs koithn thn mhtera!.

E’ la rivincita più grande alle tante umiliazioni, subite da Doris:  entrare  da padrona nelle stanze  segrete  della vecchia alcova del re, nella parte centrale del palazzo asmoneo gerosolomitano, lasciata intatta dalla morte di Mariamne, l’odiata, la rivale amata follemente  dal marito!  Dormire nel letto /koith di Mariamne, poter disporre del suo guardaroba, mettere i suoi gioielli ed abiti, pavoneggiarsi  in mezzo alle famiglie dei suoi figli asmonei e  tra le donne del partito idumeo, specie con Cipro- vecchia sua suocera  forse ancora vivente-e  con Salome, sua cognata che, data la loro indole, la invidiano!

E’ una provocazione da parte di Erode e di Antipatro imporre  Doris nel cuore del palazzo asmoneo, nella parte riservata come un νεως/tempietto alla memoria della defunta, per anni invocata e chiamata per nome dal re, come  se fosse viva!.

Per i due figli, che vivono, nelle ali del palazzo, con moglie  e rispettiva famiglia è una profanazione, specie per Glafira, figlia di Archelao –  re di Cappadocia, un re socius dell’impero romano  importante come Erode nell’area Orientale –  moglie di Alessandro e perfino per Berenice, figlia di Salome, moglie di Aristobulo,   che ritengono un sacrilegio il dormire di Doris nel talamo della regina! Non si conosce la reazione della figlia, mai nominata, di Mariamne, considerata figlia della colpa! Neppure si sa se vive nel Palazzo o  relegata lontana da Gerusalemme! Comunque, Alessandro – con moglie e figli Alessandro e Tigrane –  ed  Aristobulo -con moglie e i cinque figli  (Erode di Calcide, Erode Agrippa, Aristobulo, Erodiade e Mariamne) lamentano davanti al re e alla corte intera che sia profanato da una popolana il talamo regio della madre!  Segue un clima di pettegolezzo e di  memorie rabbiose, di ricordi privati, con atti di invidia,  che acuisce il dissidio tra i figli di Mariamne ed Antipatro, sostenuto dal padre, da Ferora e da Salome. Flavio chiude il discorso dicendo che  l’eletto diadokos fa uso contro i fratellastri  di due armi, adulazione/kolakeia   e calunnia/diabolh  agendo subdolamente sul re, per spingerlo all’eliminazione dei figli.

Un giudizio pesante, professore! Possibile che un figlio, ora onorato e successore al regno, possa agire così contro i fratellastri?

Marco, in ogni corte,  per la successione, prima e dopo la morte di un  re, vecchio, ci sono lotte tra fratelli, senza esclusione di colpi: gli antagonisti si fronteggiano per il primato  con ogni arma, a volte creano alleanze contro il preferito, attaccato e con parole, con pugnali  e coi  veleni; non c’è  limite alle calunnie, ai piani diplomatici e ad azioni di spionaggio. Nello studio sugli achemenidi (specie  su Artaserse  I  ed Esther, Ant Giud.XI, 184-296) sulla morte di Monobazo di Adiabene, su quello di Fraate di Parthia e su  quello di Tiberio ho potuto rilevare le varie tipologie di assalto, fatte tra i contendenti al trono:  le calunnie, i raggiri,  le  adulazioni, i compromessi, i veleni  fanno delle corti che sono  un campo di battaglia perché covo di vipere ambiziose, dove prevale il più astuto che si è meglio protetto  con le alleanze e che ha agito crudelmente sacrificando anche  la vita dei propri congiunti. Scene di panico, un clima di terrore , di maldicenza e di adulazione, e di corruzione, improvvisi fuggi fuggi, sono abituali a Capri, prima della elezione a successori alla pari di Caligola e di Tiberio Gemello nell’estate del 36 d.C.!

Se accade questo alla corte di Tiberio, ellenizzata, si può  comprendere bene cosa possa capitare in una corte semibarbarica o barbarica alla successione!. Capisco, quindi, professore quanto mi sta dicendo  e il clima di odio, di calunnia e di confusione a corte.

Erode, perciò, stordito dalle combinate azioni e dai raggiri da una parte  e da un’altra,  entra en sugkhusei ths psuchhs,  che è anche sugkrisis/combinazione unita ad ekplhksis/sbalordimento  di un uomo  che, fidando nel suo sangue cioè nella sua famiglia idumea-  anche se è cosciente di dover dubitare –  arriva al punto di accusare  di pharmakeia avvelenamento i figli  (Guer.giud. I, 23.3) e di trascinare Alessandro  a Roma!.

Lì, a Roma,  il giovane, trovandosi in un clima migliore, fa valere la sua abilità forense, essendo un abile oratore, ma anche la sua  nobiltà e l’innata moderazione, nonostante la giovanile età, avendo in Augusto un giudice più esperto di Antipatro  e più assennato di Erode (ibidem, 5).

Il giovane, dopo essersi moderatamente lamentato, senza attaccare minimamente il padre, dimostra l’innocenza sua  e del fratello  dicendosi esposto a pericoli  indefiniti protestando per la ribalderia di Antipatro  e il disonore  che su di loro si era abbattuto (ibidem):  la sua conclusione  è  retoricamente strutturata ma è tale da intenerire gli animi dei romani  e di trascinarli alle lacrime e  da  commuovere lo stesso Augusto: la mia traduzione in discorso diretto rende  efficacemente il pensiero- espresso con un periodo ipotetico di primo tipo con apodosi all’indicativo, resa  da me con un congiuntivo concessivo: ci uccida pure il padre, se  ritiene fondata l’accusa/ tooi patri kteinein autous  estin ei de kai prosietai to egklhma (al padre è il potere di uccidere, se ritiene fondata anche l’accusa).  

Augusto riconcilia, allora,  i figli col padre, assolvendoli entrambi dalle accuse, ma pretende che la riconciliazione si faccia  alla condizione che essi devono al padre la massima obbedienza e il padre può lasciare il regno a chi vuole (ibidem).

Alla pacificazione tra Erode e i figli, succede nel corso del viaggio di ritorno in patria da Roma un nuovo rinnovato patto del re giudaico   con Archelao, venuto ad incontrarlo in Cilicia, all’approdo ad Eleusa:  è un abbraccio affettuoso tra i due re, amici da tempo  e consuoceri, dopo la tensione e gli equivoci a causa dei figli. C’erano state lettere per la ricomposizione dell’amicizia e durante il processo e prima, senza e con la sollecitazione di Augusto, che pretendeva leali rapporti tra i due maggiori garanti della stabilità mediorientale!

Ora era caduta l’accusa di Ferora e di Salome, che coinvolgeva anche Archelao, che  aveva dovuto farsi davvero assistere  dai suoi amici romani e da avvocati  per la difesa di se stesso e del genero nel processo!. Perciò l’incontro tra Archelao ed Erode  sicuramente fissato da Augusto, e voluto, fu amichevole e chiarificatore di ogni equivoco : Archelao ospitò il re giudaico, ringraziandolo per l’assoluzione  del  genero,  compiacendosi per la riconciliazione  e lo scortò fino a Zefirio  secondo Flavio (Guer. giud. I,456)  e gli fece doni per il valore di 30 talenti.

E’ una pacificazione vera quella tra figli e padre, professore?

E’una pacificazione apparente, come era avvenuto già prima dell’arrivo a corte  di Antipatro, anche se Erode, ora, al ritorno da Roma, è convinto che  la sua famiglia ha omonoia / concordia perché ora è kurios ths archhs signore dello stato,  ma anche dikasths  diadochou  arbitro assoluto della successione.  Infatti, nell’assemblea plenaria, proclama  eredi del trono i suoi tre figli, e prega Dio e  il popolo  di ratificare il suo volere:  Antipatro per elikia /età, Alessandro ed Aristobulo per nobiltà di nascita/ eugeneia sono destinati alla successione!.

Concede, poi, gli onori, in relazione alla sua nomina, ed invita  tutti a non alimentare invidie e gelosie tra i nominati ben conoscendo  lui la malignità dei cortigiani -ibidem 23,5. 39-. Il suo discorso ai cortigiani e parenti, a popolo e all’esercito è  un buon esempio di retorica  aulica, che, comunque, sottende la presenza di un clima più sereno: coloro, dunque, che Cesare unì e a cui il padre concede l’investitura, voi rispettateli  senza attribuire loro onori immeritati né diseguali, ma a ciascuno secondo l’anzianità; infatti, chi conferirà a qualcuno onori  superiori a quelli spettanti per età, non lo rallegrerà tanto quanto affliggerà colui che avrà trascurato. Le persone, che in qualità di parenti ed amici,  dovranno essere al seguito di ciascuno, le stabilirò io stesso e le renderò  responsabili della concordia, ben sapendo che  i dissapori e i contrasti nascano dalla malignità  dei cortigiani, mentre, se questi sono uomini dabbene,  mantengono viva la comunità di affetti. A loro chiedo e non soltanto a loro, ma anche agli ufficiali dell’esercito di riporre per il momento solo in me le speranze, perché ora non il regno concedo ai miei figli, ma gli onori regali/ ou basileian, allà timhn Basileias tois uiois paradidomi. Essi godranno  i vantaggi del potere come sovrani, mentre a me rimarrà il peso del governo/to baros toon pragmatoon, anche se io non ho voglia.

Erode pensa di aver riportato  veramente in famiglia la concordia  ma in effetti  tra i fratelli domina la stasis discordia con uponoia sospetto –ibidem 24.1 – Antipatro non è contento del to presbeion diritto di anzianità ed è timoroso del diritto del secondo posto concesso ai fratelli che,  a loro volta, sono scontenti di non aver avuto la precedenza assoluta nella successione.

Perciò,  il successivo discorso di Erode  sembra che  non sia utile, nonostante il parlare del re con franchezza e con autorevolezza, in quanto si vuole dimostrare realmente che lui è ancora degno di regnare per l’età, per la condotta di vita e per la pietà.

Così scrive Flavio (ibidem): io non sono proprio tanto vecchio da far pensare che da un momento all’altro non ci sarà più niente da fare poiché non sono  dedito ai piaceri – che anche ai giovani accorciano la vita-  e poiché ho onorato la divinità tanto da arrivare al termine estremo della vita.

Un bel discorso, professore! un Erode non conosciuto, un re e padre non certamente privo di humanitas, un uomo che sbaglia a fidarsi del suo sangue idumeo, che è stirpe di arrivisti, subdola, egotistica, contraddittoria nell’inseguire le mete, ma determinati, come in effetti è lui stesso, megalomane drasterios/ energico, istintuale e  bestiale nell’ira verso se stesso e verso gli altri, specie se in crisi confusionaria!  Un vero discorso da padre a figli, da  vecchio re a cortigiani e  da sovrano al suo popolo e al suo esercito!

Certo Marco! mi piace  ora fartelo sentire completamente in modo da poter capire  le vicende e  mostrare il male dei cortigiani, il contegno non decoroso degli stessi figli e la sorda subdola opposizione dei parenti stretti: Chiunque si darà a lusingare i figli miei  perché mi tolgano il potere, me ne pagherà il fio, anche per loro; e non per invidia verso i miei figli  io pongo un limite ai loro onori, ma perché so che l’adulazione avvia i giovani alla tracotanza /Thrasos. Se, dunque, ognuno di quelli  che  avvicineranno i miei figli rifletterà che, comportandosi a dovere, riceverà da me il contraccambio, mentre se susciterà contrasti, le sue mali arti non gli procureranno vantaggi nemmeno verso la persona corteggiata: io credo che tutti agiranno a  mio favore cioè a favore dei  figli. Infatti è nel loro benessere che io regni, come è mio interesse che loro siano concordi.  E voi, miei bravi figli, rimanete buoni fratelli, rispettando in primo luogo le leggi sacre della natura, che preservano gli affetti  anche negli animali feroci,  in secondo luogo, Cesare, che vi ha riconciliati, in terzo luogo me, che vi rivolgo una preghiera, mentre vi potrei dare un ordine.

E’ , Marco, il discorso di Erode rivelatore di un animo umano di padre e di sovrano, rispettoso della  legge naturale, del sistema imperiale romano  e  della famiglia! Non credo che possa essere esemplare di uno scrittore ebraico, che avrebbe certamente  anteposto Dio e la sua oikonomia!  penso, invece, al gruppo scrittorio ellenistico di Guerra giudaica, che  ha il sopravvento in questo discorso erodiano in cui si magnifica l’armonia naturale, imperiale e familiare!.

Professore, neanche avrei immaginato un discorso di questo genere in bocca ad Erode!?

Marco, Erode sorprende, comunque, nella sua doppia faccia di humanitas seppure venata da megalomania  e da estrema bestialità , -proprio di uno di formazione aramaica, feroce nel suo integralismo religioso! Nonostante ciò, è  uomo che passa da un eccesso ad un altro, specie nella vecchiaia, a causa della debilitazione mentale. Per me, resta, comunque, persona non priva di umanità e razionalità abile a  raggiungere i suoi obiettivi a qualunque prezzo e sacrificio, ma essendo di indole passionale alla fine è personaggio perdente e tragico a causa della malizia  degli altri, specie dei famigliari.

Avendola seguita negli altri lavori su Erode, condivido  anch’io il suo parere. Ora riprendiamo il racconto su Antipatro.

Comunque, Marco,  il re,  da ebreo, dopo aver concesso ai figli la  veste regia  e gli onori/ Hstheta kai therapeian basilikhn, implora su di loro la benedizione di Dio,  che è  garante delle sue  deliberazioni  a patto che si si mantengano concordi, li abbraccia uno ad uno, affettuosamente, prima di sciogliere l’assemblea,  mentre già c’è chi asseconda il sovrano e chi,  facendo finta di sentire, ha in animo  metabolh/il cambiamento (Ibidem,456).

Professore, allora niente  cambia! tutto è come 3/4 anni prima, dopo il precedente ritorno di Erode dal viaggio, al seguito di  Marco Agrippa!Tutto è come allora, quando Erode era già en sugkhusei ths psuchhs!. La stasis familiare accompagna sempre  Erode;   Ferora e Salome  fanno sempre la guerra e i due fratelli asmonei subiscono sempre e sono ancora di più  rabbiosi ed impotenti, avendo maggiori sospetti!.

Gli animi, Marco,  sono quelli di tre anni prima, specie quelli degli idumei, che pur sono i privilegiati ed amati dal sovrano, che è stato irretito da loro,  a causa della consanguineità. Flavio scrive (Ant.Giud.,XVI,75) :Il re riflettendo pensava che anche dalle persone più care non gli era venuto  alcun conforto, neppure dall’amata moglie a causa delle noie derivate dalla sua famiglia  –e nonostante la sua fortuna esterna concessa dalla benevolenza di Dio- in casa sua, invece, contro ogni aspettativa gli andava quasi tutto al peggio, da ambo le parti ogni cosa risultava diversamente da quanto altri avrebbero pensato,  lasciando il dubbio se tanta felicità al di fuori  fosse da scontare con le  disgrazie domestiche o se  a tante tragedie a casa si dovesse sfuggire, a condizione di non possedere la invidiata potenza di re!

Erode, riflettendo sulle tragedie familiari (morte di Aristobulo di Hircano, di Mariamne, di Alessandra,di Giuseppe, di Soemo) e sulla sua ascesa politica (era diventato il terzo uomo dell’impero dopo Ottaviano ed Agrippa!) rilevava la sua fortuna, da una parte, grazie alla predilezione  di Dio, che attua la sua imperscrutabile oikonomia  favorendo, in modo paradossale, il suo successo regale nel piano  universale romano-ellenistico, ma comprendeva, da un’altra,  la propria infelicità familiare, causata   dall’invidia e dall’ingratitudine:  phthonos  ed acharistia gli risultavano  elementi centrali  nella sua storia di uomo, in una lettura  tipica di un eroe tragico! Erode si sentiva vittima!

Nella storia privata di Erode, in effetti,  c’era  un buco mai esplorato, una macchia   per il nome del re,  a causa del disinteresse romano alla colpa/amartia nascosta, neanche rivelata a se stesso, oggetto di contesa  tra i suoi contribuli e quelli della parte avversa asmonea, quasi cancellata e sepolta nella sua psuchh, che pesava, comunque, ancora: la morte di Mariamne!

Gli antipatridi difendevano  il re fratello  contro gli asmonei che infangavano, in una difesa della memoria della madre, onesta e fedele uccisa per gelosia, il padre  pazzo furioso d’amore, favorito e protetto dai romani,  distruttore anche  della stirpe regia giudaica; a loro volta, gli asmonei difendevano l’onore della madre e della famiglia  dai vili attacchi delle chiacchiere delle idumee, che marcavano l’adulterio della regina,  e di  quelle degli idumei che ritenevano giusta la successione di Erode ad Antigono, sancita dal senato e dal popolo romano!

Restava, dunque, insoluto il problema della non chiarita  morte di Mariamne, della delazione di Cipro e di Salome,  che avendo poi seguito il parto della regina, presentavano la prova della bimba, nata,  rimasta innominata e  avevano determinato l’uccisione dell’asmonea, senza concrete certezze, manovrando sulla passione furiosa di Erode Cfr. Alessandra la suocera di Erode  www.angelofilipponi.com Questo  macigno turbava gli animi  e di chi  aveva causato la  morte di Mariamne  e di chi ora la difendeva perché figli grandi e maturi, per di più coinvolti nella lotta per la successione, convinti di essere eredi legittimi!.

Gli antipatridi con questo fardello sulla coscienza, difendevano il loro comportamento aspirando oltre tutto alla  successione, e si accanivano contro i figli di Mariamne, ingenui negli scontri verbali  incapaci di contrastare le chiacchiere sulle colpe della loro madre. La  situazione era degenerata, in assenza di Erode, impegnato con Marco Agrippa, e ad ogni incontro dei cortei di  Ferora o di Salome con quelli di Alessandro o di Aristobulo  erano  scintille  verbali e scoppi di ira, che accendevano gli animi fomentando intrighi, offese e maldicenze.

Gli idumei, dai tanti scontri  verbali avuti con giovani, avevano tratto un punto di forza  dal fatto che i giovani nella difesa accorata perdevano  la testa e sbloccavano in ingiurie e  frasi oltraggiose verso il padre: volevano  sfruttare l’ ira  e la reazione immoderata dei giovani davanti alla corte in quanto  nella difesa  della madre non si vergognavano  delle sue colpe, manifestate da loro, e pesantemente  oltraggiavano Erode e  i suoi parenti facendo capire che con le proprie mani si sarebbero vendicati contro colui che ritenevano colpevole.

Seguivano  agli scontri villanie di ogni genere  tanto che  i giovani nobili apparivano volgari, mentre gli idumei, facendo i signori, perché meno coinvolti emotivamente, trovavano il pretesto per formulare un  accusa per far credere ad Erode che si trovava davanti ad una congiura.

Professore,  si trattava non di fatti ma solo  di parole.Come fecero gli idumei a trovare un capo di accusa dalle sole parole?

L’ occasione la ebbero dai rumores/voci dei cittadini  di Gerusalemme -Ant,giud. XVI,71-: tutta la  città fu piena di tali discorsi – come avviene in contese del genere- ;  da una parte  si compativa l’inesperienza dei giovani e dall’altra  i piani di accusa,  intessuti da Salome,  pervasero tutti e lei trovò nelle loro stesse azioni un’opportunità di parlare falsamente a proposito  di loro.

Secondo Flavio,  essendo cresciuta la stasis in casa,  Ferora e Salome erano decisi  ad annientare i due giovani arroganti figli di MariamneSpecie Salome aveva  rivolto il suo odio contro i giovani quasi fosse una eredità e cercava ogni trama ingiuriosa contro la loro madre, morta, in modo arrogante ed ardito, come se non volesse lasciare vivo alcuno della stirpe, che potesse vendicare la morte della donna, eliminata  a causa sua -cfr Ant. giudaiche.XVI,66-72  ed anche  Guer. giudaica I,  443-447- Anche i figli di Mariamne, avendo ereditato l’avversione materna  consideravano il padre nemico  crudele quando già erano a Roma col fratello più piccolo, poi misteriosamente morto, dove erano stati mandati per ricevere una educazione romano-ellenistica,  poi  ancora di più, una volta tornati in patria. Secondo Flavio il loro odio era cresciuto con gli anni. Dopo che erano in età di sposarsi-l’uno prese in moglie la figlia di Archelao, re di Cappadocia, Glafira, e l‘altro Berenice, la figlia di Salome che aveva calunniato sua madre- unirono all’odio  anche l’ardire nel parlare.

L’odio fra le parti aumentava anche perché Erode era assente   e  ancora doveva tornare dal viaggio con Marco Agrippa, ma si sapeva che stava per  arrivare a Cesarea Marittima da Samos.

Il suo arrivo a Gerusalemme  scatenò h kheimon/ la tempesta!

Così Flavio in Antichità giudaiche  XVI, 73. scrive: quando Erode ritornò, dopo che si era rivolto a popolo, per mostrare l’amicizia dei romani nei suoi confronti,  subito  Ferora e Salome  si avvicinarono al re  con la notizia che lo sovrastava un grande pericolo  da parte di giovani  che, apertamente, lo minacciavano affermando che non  avrebbero lasciato impunito l’assassino della madre.

Il re fu sconvolto e ancora di più  accrebbe la sua agitazione il sentire le voci  riferite  da altri: la cosa era nota a tutti e la stessa città ne parlava.

Questo nocque  ai fratelli specialmente perché gli antipatridi volgevano a loro favore  le parole degli asmonei, stravolgendole, come avversari, e le riferivano al re come se fossero un reale complotto pianificato. Infatti li accusarono al padre come cospiratori  di una trama  architettata dal genero di Archelao, che si preparava a fuggire  contando sull’appoggio del suocero, per andare ad accusarlo presso Cesare.

Erode si impaurì perché conosceva la temerarietà dei figli di Mariamne e  la loro voglia di dominio  ma anche la malizia dei suoi fratelli, capaci di tessere piani insidiosi. Comunque, prevalse in lui l’amore per la  famiglia idumea nonostante avesse la testa piena delle calunnie l /anaplhstheis toon diaboloon. Era   timoroso e sospettava  che fosse partecipe Archelao, anche lui amico di Augusto e socius  dell’impero romano,  garante della stabilità dell’area orientale come lui. Riteneva, però, la cosa impossibile ed improbabile, dati i rapporti di amicizia, lo scambio di lettere, le relazioni  delle spie  e il matrimonio di Alessandro con figlia, specie in quel particolare momento di fortuna per entrambi.

L’accusa  era pesante ed Erode rilevava che  c’era eguale quantità di odio, seppure  diversa  era la forma dell’odio.

Flavio dice: gli uni, i giovani inesperti, giudicavano che la forza dell’ira consistesse nel dire apertamente  villanie e a fare rimproveri ma agivano in modo precipitoso,  gli altri al contrario, non si adeguavano a tale sistema ma si comportavano in modo accorto  e seminavano  scaltramente calunnie e facevano presente ai giovani che la loro audacia contro il padre avrebbe condotto alla  violenza (Ibidem)

Quindi, professore, Erode al ritorno, sentendo le voci anche popolari, non avendo più sicurezza in Ferora e Salome,  coinvolti nei litigi , pensò bene di richiamare dall’esilio il figlio Antipatro così da pacificare i due schieramenti opposti, convinto forse che sarebbe stato un moderatore? ed ora cosa succede dopo il ritorno dal processo, una volta riconciliati ?

Erode è convinto nella  scelta di Antipatro, come uomo di equilibrio tra le parti: Il figlio avrebbe potuto moderare gli animi, dato il prestigio che gli avrebbe dato in quanto nominato successore, far cessare  gli scontri verbali tra asmonei ed idumei e frenare con punizioni esemplari  i popolani innocentisti filoasmonei e quelli  colpevolisti, filoerodiani,  disennescando l’odio familiare e la stasis  cittadina sorta in  nome di Mariamne!

In effetti, Antipatro  gli era sembrato, già  nel corso del dibattito al processo a Roma,  uomo tranquillo e sereno, ago della bilancia, un moderatore  sia nei confronti dei rabbiosi  contribuli che verso gli asmonei, che ancora facevano le vittime, compiangendo la  fine violenta della madre  e  se stessi, costretti a vivere  con gli assassini di lei e sperimentare  lo stesso destino.- Ant. giud., XVI,71-.

Perciò,  lo ritenne, nella situazione del processo, il migliore tra quelli della sua famiglia idumea: così, infatti, l’avevano visto  Augusto  ed anche gli amici romani!

Erode, dunque, pensa di aver trovato la giusta soluzione con Antipatro diallakths, ma non considera il carattere del figlio di Doris né le aspirazioni dei due figli di Mariamne  che, giustamente, rivendicano l’eredità asmonea di Antigono, usurpata da lui, civis idioths idumeo, mezzo ebreo!.

Flavio così scrive: infatti quelli erano così addolorati  non solo  /to aidesthai  tais ths mhtros amartiais / per la vergogna delle colpe di adulterio e nascita di una figlia-  innominata ed ignota- ma anche,  specialmente, per la perdita del diritto di successione diretta al trono

Dunque, il bel  discorso  non è servito a niente e gli animi sono rimasti nel medesimo sospetto, anzi hanno maggiori sospetti  tra loro, invidiando tutti l’ascesa di Antipatro e la  continua presenza al fianco del padre, già al ritorno in patria: tutti lo considerano  h tou misous upothesis, causa dell’odio,  anche se rilevano che ancora non osava mettere in mostra apertamente la sua animosità per rispetto verso l’autore della conciliazione/ eis ge to phaneron  thn apechtheian ecsepheren ton diallakthn aidoumenos– Ibidem, 455-.

Antipatro sa, professore, che la sua funzione è quella di diallakths, ma teme per ora il controllo del superiore diallakths  Augusto, data la carica imperiale maggiore di quella di un piccolo re, circondato da spie romane, che informano quotidianamente  e l’epitropos /il governatore di Siria e l’autokratoor/imperatore. Deve perciò necessariamente essere  cauto ed infido?

Certo, Marco, ora Antipatro deve  fingere di fare il bene comune    e mutare disposizione morale sua e quella degli altri, in un interscambio continuo, riconciliando  gli uni con gli altri, ora mettendosi come arbitro tra le parti  ora come mediatore obbligando i parenti a cedere,  ora sostenendo i famigliari costringendo gli asmonei a venire a patti.  Egli riesce in questo, nonostante gli equivoci, ma ha in animo di ottenere il principato con l’aiuto dei parenti e di abbattere gli odiati  asmonei:  è uomo molteplice,  poikelotatos  to hthos, “tinto”  e variopinto, molto ambiguo, complesso,  furbo,  capace di saper tenere a  freno la lingua,  di celare l’odio con grande malizia. E’ persona, un politico, un teatrante spettacolare, che manipola scaltramente i due giovani,  i quali, data la nobiltà della stirpe, avevano sulla bocca quanto era nel loro cuore/ pan ton nothen hn epi glosshs.

Immagino, professore, che  il compito di Antipatro sia difficile,  ma per lui, malvagio- il maligno per eccellenza- sia un gioco manovrare i suoi famigliari asmonei, che sono sempre vissuti nel benessere,  mantenendo la calma,  e giostrando come pupazzi gli altri idumei, che sono  provocatori e spie di mestiere, seminatori di zizzania!

Immagini bene, Marco!, Senti cosa scrive Flavio (Guer. giud., I,468) erano molti quelli che li provocavano, mentre i più degli amici si  insinuavano come spie. Tutto ciò che si diceva  presso Alessandro  veniva immediatamente riferito ad Antipatro  e poi con qualche aggiunta passava  da Antipatro ad Erode. Nemmeno se il giovane avesse detto  qualche cosa innocentemente, si sarebbe salvato dalle critiche, ma il significato di ogni parola  veniva distorto per calunniare  e se, qualche volta, diceva  con un certa franchezza, una piccolissima cosa,  finiva col diventare un’enormità.

Alessandro, dunque, è circondato da uomini di Antipatro, che lo provocano e lo spiano e che, interpretando ogni parola, la riferiscono al mandante: Così scrive Flavio-Ibidem 470- :  Antipatro metteva sempre all’opera  dei provocatori  così  che le menzogne  avessero una base di verità e bastava che una sola delle dicerie, diffuse, si dimostrasse corrispondente  al vero  per dar credito a tutte le altre.  L’autore precisa: i suoi amici  erano tutti o riservatissimi per natura o  uomini persuasi con doni  a non svelare nessun segreto tanto che non si sarebbe sbagliato chi avesse definito la vita di Antipatro un mistero di malvagità/ kakias musterion;  e corrompendo con denaro  i cortigiani di Alessandro o insinuandosi  presso di loro con le adulazioni – mediante le quali a  tutto riusciva-  ne aveva fatto dei traditori /prodotai e  delle spie  di ogni cosa che si faceva o si diceva.

Insomma, conclude Flavio: Antipatro,  facendo una messinscena di ogni cosa , in modo accurato, in ogni particolare (panta de perieskemmenoos dramatourgoon) ricorreva ad una tecnica raffinata  per far giungere le  calunnie ad Erode, assumendo lui stesso  la parte del buon fratello/ autos men adelphou prosoopeion epikeimenos, mentre faceva svolgere agli altri  quella del delatore. Quando, infatti, veniva riferita  qualche cosa contro Alessandro, egli si presentava a  recitare la parte,  cominciando col ridicolizzare la diceria, e  poi pian piano ne dava conferma stimolando lo sdegno del re.  Tutto veniva riportato ad un complotto,  a far credere che Alessandro fosse pronto ad uccidere  il padre; infatti, nulla dava tanto credito alle calunnie quanto le difese che Antipatro prendeva per Alessandro.(Ibidem,472).

Professore, Antipatro è favorito dalla vecchiaia di Erode che, da giovane  drasterios e poikilos anche lui,  mai si sarebbe fatto raggirare da una recita così sfacciata, anche se  di un grande attore!.

Certo. La vecchiaia  e la malattia rendono giudice non oculato Erode che, forse, solo dopo la morte dei suoi figli, si accorge dell’errore.  Troppo tardi!.Ed allora il padre vecchio e malato, amareggiato da quanto gli si diceva,  toglieva ogni giorno una parte del suo affetto  ai figli per riversarla  su Antipatro, che mostrava riconoscenza senza esserlo. Erode, non avendo più fiducia in Ferora  e in Salome, riversa il suo amore solo  verso il figlio,  ora  premiato ed elogiato pubblicamente.

Cosa avevano fatto i due perfidi fratelli idumei ?

Ti mostrerò prima l’ingratitudine di Ferora e poi quella di Salome.

Ferora, intrigante,  si rende odioso,  destando sospetti nel re – che già l’ha perdonato per la sua partecipazione alla  congiura di Costubar,- una prima volta  perché, innamorato di un sua ancella,   nutre una passione tale  da rifiutare la prima figlia, Salampsio, di Mariamne – che viene poi data al figlio di suo fratello morto, Fasael, omonimo – offendendo  gravemente Erode, che, indispettito e triste, rileva  la non riconoscenza fraterna (cfr. Ant giud. XVI,195);  una seconda volta perché ha il coraggio di rifiutare l’offerta del re – che per  distrarlo dalla sua amante,  gli concede, da fratello, comprensivo e tollerante,  in moglie l’altra figlia  di Mariamne, Cipro,  con una gran dote, dandogli una nuova opportunità per cui, grazie anche ai consigli del dioicheths Tolomeo e di Doris,  accetta le nozze, ma, nonostante la promessa fatta, avendo avuto un figlio dalla donna amata, disonora la figlia del re coi suoi tradimenti, seguitando di nascosto la tresca con la sua serva, propenso a fuggire in Nabatea, all’occorrenza;   una terza volta perché, essendo andato a far visita ad Alessandro gli  rivela  che ha saputo da Salome che il re era perdutamente innamorato di Glafira  e che la sua passione non era facilmente contenibile. A proposito Flavio scrive: A tale notizia Alessandro andò su  tutte le furie, e per la gelosia e per la passione  giovanile,… non ebbe la forza di reggere  al dolore. Si presentò al padre e, piangendo, gli manifestò quello che gli aveva riferito Ferora.  Erode, colpito da grande furore ed incapace di sopportare la vergogna e la falsa accusa, rimase sconvolto e si doleva spesso della malvagità della famiglia e della maniera  con cui veniva trattato da quelli, ai quali aveva fatto del bene.

Professore, mi meraviglio che Erode non veda a questo punto che Ferora, suo fratello, vuole la sua morte! uno, guardingo e perspicace, diventa cieco davanti ad accusa così infamante, tale da sconvolgere l’animo di un giovane già turbato!? non è chiaro l’animo di uno che mette padre e figlio contro,  per amore di una donna?!

Si. sembra chiaro! Erode ha presente l’esempio, esecrato da tutti  i re orientali, di  Lisania – che uccide il figlio  Filippione, per sposarne la moglie,  sorella dell’asmoneo Antigono, fatto uccidere  da Antonio – e cerca la concordia in famiglia, secondo gli ordini di Augusto, nonostante le contraddizioni e i cambiamenti senili di umore.

Non c’è da meravigliarsi, comunque, se Erode, dominato dalla sua megalomania e dalla  volontà di apparire recita la parte del grande re e  lascia impunito il fratello,  affermando: posso vincere i miei parenti non punendoli degnamente come meritano, ma beneficandoli più di quanto meritano!.

Sono parole di un retore, che pensa ellenisticamente, di  punire l’altro, secondo merito, mostrando così che Erode è magnanimo coi suoi congiunti !?

Si Marco, Erode è magnanimo coi suoi, anche se scopre la verità!

Infatti Flavio -dopo aver mostrato Erode che, convocato il fratello, lo sgrida -scrive : tu sei il più malvagio di tutti. Tu hai raggiunto un grado così smisurato e  impensabile di ingratitudine da pensare ed affermare  simili cose di me? Tu puoi forse pensare che io non veda quali siano i tuoi piani?Tu hai sussurrato  all’orecchio di mio figlio  una cosa così perversa   non per infangare la mia reputazione,  ma per aver in lui uno che tendesse insidie alla mia vita  ! uno che cercasse la mia rovina con veleni!

Allora cosa pensare? bisogna credere che Erode alterni fase di razionalità ad altri di ottusità mentale, come un vecchio rincoglionito, che ha un sacro rispetto per la famiglia?!

E’ certo che Erode ami la famiglia idumea e che sia conforme alle sue direttive, seguendo suo figlio Antipatro, che è il coordinatore di ogni azione idumea. Io, che sono vecchio, più di Erode, posso anche accettare la tua  valutazione di un Erode rincoglionito, che va a  fasi alternate!, mi permetto, comunque, di dire,  prima di giudicare, che  forse è meglio sentire il resto del pensiero di Flavio, rivolto più verso Alessandro, uomo capace di frenarsi in una tale situazione!:  Chi mai infatti- se non uno guidato da un demone  buono, come mio figlio-  avrebbe sopportato  il padre, sospettato di tale malvagità,  lo sopportasse impunito? Pensi tu di avergli messo  nell’animo  solo un ragionamento e non piuttosto nella destra un pugnale, da usare contro il genitore? e considerato che tu odi lui e suo fratello  perché parlando male di me, ti sei finto benevolo nei suoi riguardi ed hai detto cose  che poteva pensare solo la tua empietà e riferirle calunniosamente ad altri? Rispondi? tu hai agito così abominevolmente verso tuo fratello e benefattore! Possa la tua coscienza  colpevole vivere con te come tuo compagno!

Sembra  da quanto dice  Flavio, dunque,  che abbia capito tutto,  ma lo punisce a vivere con la sua coscienza di colpa!  lui impulsivo e crudele?Bene. Ho compreso! ma non mi è facile interiorizzare il tutto! Andiamo avanti. E cosa fece la terribile Salome?

Salome è l’anima nera di una famiglia malvagia,  una pettegola assetata di sangue!  una donna sanguigna, passionale che si nota, sullo sfondo di un quadro seicentesco, in lontananza come un’ombra fosca, in agguato!.Lei, che ha sulla coscienza forse  la morte del  marito Giuseppe e probabilmente quella del secondo marito  Costubar  e quella di Mariamne e di  Alessandra, è l’artefice della chiacchiera su Glafira ed Erode, avendo  architettato ogni cosa con due fini, quello di smascherare la libidine  dei due fratelli  e quello  di far sposare Cipro con suo figlio Antipatro, attirata dalla ricca dote: Salome è femminista ante litteram  che combatte una battaglia contro il prepotere dei fratelli e degli uomini della sua casata, protervi maschilisti  ed un’altra a favore esclusiva  della sua famiglia, senza fare trapelare il suo vantaggio personale, facendo la richiesta di matrimonio, utile per il figlio e per sé!  Per conseguire  i suoi due skopoi, fa una ridicola sceneggiata, dopo che Ferora, colto in fragrante, è costretto a rivelare che le invenzioni sono della sorella, che è presente al colloquio!.

Leggi, Marco, quanto scrive Flavio-  ibidem 213-:  appena Salome sentì questo…protestò in modo convincente  che da lei non proveniva niente di tutto questo e che tutti  cercavano deliberatamente ogni mezzo per  renderla odiosa  al re e liberarsi  di lei a motivo dell’affezione  che lei provava per Erode,  al qual prevedeva sempre  i pericoli che lo minacciavano.

La sua recita parte da lontani ricord  per una dimostrazione che lei ha doti di preveggenza  in quanto, amando il fratello, riesce a salvarlo dalle minacce di tradimento, accennando alla delazione fatta contro il marito Costubar!.

Salome dice, secondo Flavio: al presente lei era vittima  di un complotto ancora più serio  perché lei sola cercava  di convincere Ferora a cacciare la moglie, che aveva, e a sposare la figlia del re,  divenendo così  oggetto  dell’odio fraterno. Così dicendo,  a più riprese, si strappava i capelli,  si dava colpi  ripetuti sul petto,  volendo con lo spettacolo della sua negazione, rendere plausibile il suo diniego, ma la malignità del suo carattere proclamava l’insincerità di quegli atti.

Di fronte a tale scena, Ferora, stretto tra le accuse di Erode  e le negazioni della sorella,  comincia ad accusare altri,  suscitando scompiglio nella corte, interessata ai fatti, timorosa di punizioni per il largo giro di chiacchiere.

Il re, nauseato dai suoi famigliari, vedendo, mentre  Ferora  accusa altri, sorgere tafferugli e scompiglio nella reggia, decide di licenziare i due fratelli  e di lodare Alessandro, capace di autocontrollo, rimasto in silenzio, prima di andarsene a riposare, essendo già notte  quando già  inizia una battaglia  di pettegolezzi femminili,  a seguito delle mormorazioni delle sue mogli, a causa della cattiva reputazione di Salome, ritenuta  unica colpevole della calunnia.

Flavio, a proposito ,scrive: anche le mogli del re  gliene parlavano in cattivi termini continuamente perché  non la sopportavano, sapendo  che aveva una natura  difficile e continuamente mutevole  ora amica ora nemica.

Da quanto detto  Salome è donna veramente temibile per Alessandro ed Aristobulo!.

Marco, la donna rivela ancora di più la sua malizia e  il carattere passionale e impudico, nel caso di Silleo.

Chi è Silleo, professore ?

Di Silleo Giuseppe. Flavio parla a lungo  in Antichità  Giud, XVI,221-226,275,276-285,286-292,335-355, e meno in Guer. giud.I,  24.6. (487).

E’ un personaggio di successo, nabateo, parente di Obedas, re  di Nabatea, che non governa e che affida l’amministrazione ad altri.

Erode e Obedas hanno una contesa da una diecina di anni,  circa i lhistai di Traconitide, protetti in città, fortificate dal re di Petra, da cui partono per spedizioni contro il clero sadduceo, contro i romani  e  i giudei,  facendo sequestri di persona a fine di riscatto, derubando i pellegrini  e a volte facendo stragi  nei paesi limitrofi, che non pagano il pizzo.

Per risolvere la questione dei Traconiti, Silleo, forse, è inviato a corte di Erode da Obedas!

Silleo è descritto così: amministratore degli affari del  suo re, persona abile,  giovane e di bella presenza. Venuto da Erode  per certi affari,mentre cenava con lui  vide Salome e dispone nel suo cuore di averla e quando seppe che era vedova parlò con lei del suo sentimento amoroso.  Salome, che si trovava  peggio di prima con suo fratello, e guardava il giovane in modo tutt’altro che indifferente, era impaziente di maritarsi  con lui; nei giorni seguenti allorché molta gente si era radunata per la cena apparvero molti e chiari segni di intesa fra i due.  Alcune donne  riferirono tutto al re  deridendo la loro mancanza di discrezione. Erode, fa interessare Ferora, comandandogli di seguire la coppia e di riferire, sapendo bene quanto screzio ora c’è tra lui e Salome!   Ferora li spia e riferisce che gesti e sguardi manifestavano la loro passione!

Il re, comunque, è contento che l’arabo se ne parte perché le sue donne  parlano male di una tale relazione, data anche la differenza di età: lei ha oltre cinquanta anni e lui poco meno di trenta anni!.

Due o tre mesi dopo, però, l’arabo torna di nuovo  e chiede ufficialmente in moglie la sorella. Flavio (Ibidem) così scrive: fece la proposta  ad Erode domandando che gli desse in sposa Salome. dicendo che questa unione  non sarebbe stata inutile  ad Erode per l’alleanza  con il governo  dell’Arabia che  virtualmente ora era in sua mano  e che in futuro sarebbe stato  suo, per diritto,  alla morte di Obedas,

Erode chiede alla sorella  se desidera  Silleo ed, avutane conferma,  invita l’arabo ad  assoggettarsi ai costumi  dei giudei  sulle nozze, che impongono  la circoncisione prima del matrimonio, che altrimenti non ha alcuna validità giuridica.

Erode sa  che l’arabo non può accettare perché se lo  facesse  sarebbe  lapidato a morte dai suoi e perciò, nega, di fatto, il matrimonio alla sorella come prima non ha consentito alle nozze di Ferora con la  serva, anche se ha già un figlio!  Erode ha costumi arabi anche lui in quanto figlio di Cipro nabatea,  vissuto per anni a Petra!.

Non si sa quale parte abbiano recitato Antipatro e  Doris in queste occasioni, che sono onnipotenti a corte, dominata  da spie  e da corrotti, che  sanno essere corruttori al momento opportuno  facendo preziose alleanze fra loro  per la rovina di altri.

Professore,   comprendo che  si tratta  di una corte immorale – anche se certamente  frequentata dal clero sadduceo, ma  anche da esseni e da farisei, la cui pietas è messa a dura prova in mezzo a tanta corruzione e perversione- anche per la presenza di eunuchi, che svolgono la funzione di guardiani delle donne, ma sono anche ministri/diakonoi  che curano la persona di Erode e di Ferora  e forse di altri e fanno da segretari che annotano i logia del Kurios/ signore. Seguendo lei e i suoi studi  mi sono dedicato alla lettura di qualche romanzo ellenistico  ed ho  notato in Flavio ( o chi per lui ) lo stesso stile  retorico,  una trama col cattivo e coi buoni, con gli aiutanti schierati da una parte e dall’altra, in modo da intrecciare il racconto  al fine di  tenere sospeso il lettore, che partecipa alla vicenda drammatica, avvincendolo col diletto: il carattere del protagonista Antipatro è reso con maestria come anche quello degli antagonisti, che dal lettore  hanno onore di pianto!

Marco, Flavio con lo scriptorium di Guerra Giudaica risulta scrittore di romanzi, abile a  caratterizzare il protagonista idumeo, a mostrare fin dall’inizio le vittime della ragnatela di male, tessuta da Antipatro destinati già a morte: lo scrittore di questa dramatopoiia non è il giudeo Giuseppe Ben Mattatia,  un sommo sacerdote che neanche potrebbe scrivere in greco, ma  uno scriba  sofista e retore, incaricato di mandare il messaggio soterico flavio e di far dilettare i lettori!. Ricorda, Marco, che ho già mostrato Tacito di Annales,  scrittore di opus rhetoricum maxime  in lingua latina, abilissimo a mostrare il contesto di Capri, della costa laziale e campana e di Roma,  la figura di Seiano divinamente onnipotente, padrone del mondo,  secondo i canoni della  tragedia di  Seneca, rispetto a Tiberio, re di un isolotto!  ricorda anche il contesto severiano  dell’impero, specie quello di Antiochia o di Roma dell’inizio del III secolo, nell’esame dell’opera di Cassio Dione, sicuramente influenzato dalla tecnica drammatica di Flavio e dai romanzi di Achille Tazio- Leucippe e Clitofonte- o di Longo Sofista- Dafne e Cloe-  o di  Caritone-  Le avventure di Cherea e Calliroe-  e condizionato dal sistema di vita di personaggi tragici e di donne come Giulia Domna!.

Qui, Flavio mette nel romanzo tragico di Erode, protagonista, una   aiutante  Doris-  ora l’economa della famiglia insieme al dioikethsTolomeo – il prototipo più brutto di madre  e di cattiva matrigna che combatte per vendicare i tanti anni passati nella sofferenza, una  selvaggia donna nella sua passionale rivincita  sulla rivale regina Mariamne e sui due figli incolpevoli- che, col figlio Antipatro, abbatte  gli  antagonisti, destinati tutti ad una comune morte ad opera dello stesso carnefice!  Un carnefice, divenuto  persona,  vittima del figlio, vero tragico esecutore di mali, che lentamente isola il padre, signore assoluto,  mentre  crea il vuoto intorno ai fratellastri, in una  fosca congiura familiare!.

Leggiamo insieme, per capire come, a questo punto, universalmente la corte si volga  a favore di Antipatro,  il testo di Flavio– ibidem -: assieme a lui si voltarono dall’altra parte anche i dignitari della  reggia,  alcuni di propria volontà,  altri per ordini ricevuti  come Tolomeo, il più elevato degli amici, i fratelli del re e tutta la famiglia; infatti Antipatro era onnipotente e cosa ancora più grave per Alessandro, era onnipotente anche la madre di Antipatro, che ne assecondava le trame contro i fratellastri con odio più acerbo di una matrigna/mhtruia e provava per i figli della regina un’avversione superiore a quella che si ha per i figliastri. Tutti facevano la corte ad Antipatro per le speranze che egli ispirava  e dal parteggiare a favore degli altri  ognuno era distolto dagli ordini del re, che aveva ingiunto alle persone più autorevoli di non avvicinare Alessandro e di non occuparsi delle sue cose.

Professore,  Alessandro col fratello è isolato  nella corte, mentre Erode è ancora uomo, comunque,  di potere che incute paura non solo all’interno del regno, ma anche al di  fuori del regno, in quanto Cesare  gli ha dato tanta autorità  da poter chieder l’estradizione  di qualcuno sfuggito  a lui, anche da una  città non soggetta ed Antipatro e la madre sono panta/tutto ! La condizione dei due giovani è, dunque, molto precaria?

Certo, i due giovani  erano  all’oscuro delle calunnie e, perciò, anche più incautamente vi offrivano il fianco; il padre non muoveva  alcun rimprovero apertamente ma essi un pò alla volta si accorsero  della sua freddezza  e dal fatto che di fronte a qualche contrarietà s’inaspriva sempre di più-Ibidem-.

In una tale situazione la famiglia idumea è compatta ed ha ora maggiori legami avendo un capo riconosciuto, onnipotente. Flavio così scrive: Antipatro suscitò contro i giovani  l’avversione anche dello zio Ferora  e della zia Salome, cui stava sempre attaccato come  fosse sua moglie, non stancandosi di aizzarla.

Specie, dopo la delusione amorosa,  Salone, stizzita con Erode, cerca protezione in Ferora che, comunque – furioso con lei  a causa delle  sue fallite nozze con la serva,  ha  fatto negare la sua richiesta di far sposare il figlio Antipatro con Cipro,  che ha 100 talenti di dote, suggerendo ad Erode il pericolo di una futura vendetta del figlio  di Costubar!.   Pur in un clima di pettegolezzi e  di reciproche  ripicche, i due si riappacificano. Gli asmonei, non ancora coscienti del reale pericolo, di fronte alla coesione  della famiglia idumea,  ora privi di appoggio del re – nonostante le  belle  parole rivolte ad Alessandro –   bisognoso di cure, circuito da Doris,  ma, comunque, ancora lucido di mente, non hanno una strategia di difesa  né cercano  alleanza con  gli scontenti, erodiani ed asmonei, accantonati da anni, con le altre mogli del re  e i loro figli  (come Mariamne, figlia di Boetho o come la Samaritana Maltace o come la gerosolomitana Cleopatra) e restano isolati e boriosi in una stolida prosopopea, nobiliare.

Alessandro ed Aristobulo, orfani, seguono l’esempio della spocchiosa Glafira: non si accorgono che sono perdenti le rivincite  femminili  della nobile  sulle altre donne, che  sono stupide le offese agli altri figli di Erode, da parte di Alessandro,  che sono ridicoli e autolesivi gli scontri tra ArIstobulo e sua moglie, che producono l’intervento della madre Salome e le accuse al re! Aristobulo non sa che corre un pericolo mortale ad umiliare la povera Berenice, già vittima di una madre perfida ed infida! forse neanche sarebbe bastato deporre l’orgoglio nobiliare, leccare la mano di Salome,  ponendole davanti i cinque  splendidi figli  ed elogiare la mite e remissiva figlia! di fronte alla spregiudicata, viziata ed immorale sorella di Erode, comunque,  si sarebbe potuto fare poco! Lei, più che cinquantenne, dopo la delusione con Silleo, s’infilò nel letto di Alessandro per fare all’amore col  nobile figlio di Mariamne  non ancora  trentenne!

Una serie di errori  porta a morte i figli di Mariamne, dopo la condanna!

Seguiamo Flavio:  Glafira menava vanto della nobiltà delle sue origini e si atteggiava a padrona di tutte le donne  della reggia  rivendicando davanti a plebei  di essere da parte di padre  discendente da Temeno, da parte di madre da Dario figlio di Istaspe,

E’ questa un’ offesa  per il clan idumeo, dominante,  e specie per la plebea  Doris  ma anche per le altre mogli di Erode, che erano molte perché il costume paterno consente ai giudei  di aver più mogliche erano state scelte tutte per la loro bellezza  e non per la loro nobiltà!. 

 Flavio scrive: anche Aristobulo si attirò, per colpa sua, l’odio di Salome che era la suocera…  il giovane rinfacciava in continuazione alla moglie  l’umiltà delle sue  origini lamentandosi di aver preso  in moglie una donna qualunque, mentre il fratello  aveva sposato una principessa. Queste cose la figlia, piangendo, riferiva a Salome ed aggiungeva che Alessandro e i suoi  minacciavano anche, quando si fossero impadroniti del regno, di mettere anche le  madri degli altri fratelli a lavorare ai telai  insieme con le schiave e quelli a fare gli scrivani di villaggio con un’allusione beffarda alla fine educazione, che avevano ricevuto.

Salome, sentito questo, impulsivamente, non sapendo trattenere l’ira, racconta tutto ad